DA TE SOLO A TUTTO IL MONDO. Lezioni italiane di J. Diamond.

downloadcd980L’agile libricino di Diamond condensa temi propri dell’immagine di mondo del noto studioso (Armi, acciaio, malattie; Collasso) trattati in altrettante lezioni svolte in un suo soggiorno italiano  alla LUISS di Roma. L’Introduzione è disponibile in preview, qui. L’Autore sviluppa una analisi causale dell’accoppiata geografia – istituzioni, stante che di collegamento tra le due ci sarebbe la storia. Si tratterebbe quindi di una -geostoria delle istituzioni-.

Quanto alla geografia, si parte dalla constatazione che le regioni temperate stanno meglio di quelle tropicali, il che può essere ridotto alla banalità del giusto mezzo ovvero si hanno condizioni più favorevoli all’umano dove non fa molto caldo o molto freddo. Nel molto caldo ci sono, tra gli altri, due handicap: la minore produzione agricola ed il maggior rischio sanitario, quindi la doppia  problematica di fame e salute. I suoli tropicali sono meno fertili e meno profondi perché non hanno subito l’andare e venire dei ghiacciai, la decomposizione del fogliame è troppo veloce e non viene assorbita interamente per cui la terra è meno fertile. Ai tropici c’è più biodiversità, quindi anche più insetti, muffe, microbi e parassiti (che rimangono sempre in riproduzione non essendo soggetti al  benefico passaggio dell’inverno temperato) il che incide sull’estensione della vita umana nel senso che si vive meno e quindi si accumula meno esperienza, le malattie endemiche debilitano, poiché la mortalità è alta si fanno più figli e quindi le donne non lavorano ed il capofamiglia deve mantenere più persone. Si aggiunga la maggior obsolescenza della materia (caldo e sole) e l’oggettiva debilitazione dell’organismo esposto a caldo ed umidità elevate. Ma oltre alla questione climatica ve ne sono anche altre sempre di origine geografica. Ad esempio l’accesso al mare o la presenza di fiumi navigabili stante che il trasporto via acqua è sette volte meno costoso di quello via terra. L’Africa con ben quindici nazioni su quarantotto senza coste marine e con solo un fiume navigabile (Nilo) è quella messa peggio, oltre che quella maggiormente attraversata dai Tropici. Poi c’è la cosiddetta “maledizione delle risorse” dove pare che avere risorse indigene sia peggio del doversele andar a cercare ma qui intervengono forse anche altri fattori. Se si rimane relativamente isolati per lungo tempo, forse prima o poi si raggiunge un efficiente sfruttamento delle stesse o quantomeno uno sviluppo equilibrato. INFOGRAPHIC_tropics-vs-non-tropics-graphSe invece le proprie risorse attraggono invasori o degli esterni troppo interessati, allora l’intervento esterno distorce l’evoluzione interna, a volte, fatalmente. Il petrolio ed il gas, è stato ed è fatale per le stato-nazionalità mediorientali ed africane ma non certo per la Norvegia e la Russia. Si passa così ai fattori istituzionali che ancora sulla geografia, intervengono ad esempio nel governo dei fattori ambientali. In Olanda, un territorio sotto il livello del mare non ha impedito un eccellente sviluppo, in Bangladesh esondazioni periodiche hanno invece martoriato le locali popolazioni solo di recente in grado di “gestire” in qualche modo la situazione.

La lente istituzionale è usata soprattutto dagli economisti occidentali, i quali segnalano almeno dodici variabili: assenza di corruzione, protezione della proprietà privata, legalità diffusa, applicazione dei patti e contratti, opportunità di investimento, basso rischio delinquenziale sono tutti afferenti la presenza e certezza delle regole del gioco sociale ed economico ed usati per spiegare il benessere comparato tra nazioni. L’azione efficace dei governi, il controllo dell’inflazione, la libera circolazione dei capitali, il libero scambio, l’istruzione e l’intelligenza logistica sono il complemento. Ma ciò si riduce ad un circolo: funziona meglio dove funzionano meglio le istituzioni che lo fanno funzionare meglio. La precocità storica dello sviluppo agricolo e la domesticazione di piante ed animali che hanno attivato la crescita demografica allora, è chiamata in ballo come causa prima da Diamond. Le istituzioni sono figlie della storia, la storia è figlia della geografia. “Essere figli” non è un riduzionismo tanto quanto la mia causa complessiva non è riducibile alla somma dei miei genitori. La causa prima o genetica è solo la più influente, quella che determina il preciso ventaglio delle successive condizioni di possibilità.   Ma nello sviluppo del segmento storico, ha poi giocato anche il fattore turbamento nel senso che laddove ricchezze indigene hanno attirato colonizzatori imperiali, lo sviluppo naturale è stato distorto irrimediabilmente, dove invece ciò non è avvenuto o dove, come il Costa Rica non si è avuta una colonizzazione istituzionale ma semmai una affluenza privata di singoli individui o piccoli gruppi, nel tempo, il principio di autorganizzazione umana ha potuto raggiungere forme relativamente più libere ed efficienti.

Sottolineiamo questo fattore imperial-coloniale un momento. Giudichiamo di solito negativamente l’imperial-colonialismo per diverse, ottime, ragioni. Ma tra queste, ci interessa notare il principio di distorsione. Ogniqualvolta qualcuno che si ritiene maggiormente sviluppato, occupa per un certo periodo la terra di qualcun’altro che subisce l’occupazione, distorce irrimediabilmente lo sviluppo naturale di quest’ultimo. Poiché nelle scienze sociali non è possibile riprodurre esperimenti con un campione manipolato ed uno di controllo, isolando uno ad uno gli effetti di varie variabili prima da sole e poi assieme, di solito si prendono quelle situazioni tipo Germania Ovest ed Est, Corea del Sud e del Nord, Haiti e Repubblica Domenicana, in cui la geografia è la stessa ma l’esito è diverso. Rispetto allora al problema della distorsione dell’imperial-colonialismo, si possono prendere India e Cina, la prima parte dell’Impero britannico, la seconda toccata solo limitatamente dal colonialismo europeo (il Giappone per niente ma il Giappone è un isola e quindi lì il discorso è diverso sebbene si possa comparare Giappone alle isole del china-vs-indiaSud-Est asiatico). La differenza demografica tra India e Cina è contenuta  (1.270 mio vs 1.390 ONU 2013),  quella geografica semmai a favore dell’India stante il pro dei tanti accessi al mare ed i molti grandi fiumi, di contro ai grandi deserti e le imponenti catene montuose per la Cina. L’India è la 10a economia del mondo, la Cina è la seconda, per PIL procapite, Cina 95a – India 132a. Si noti poi che dall’indipendenza del ’47, l’India ha comunque una ideologia non anti-capitalista, anzi, la stessa dominazione britannica si potrebbe pensare abbia preparato il terreno istituzionale in senso favorevole ad uno sviluppo di tipo occidentale mentre la Cina ha avuto una svolta in tal senso solo negli anni ’80 ed è partita quindi con trenta anni di ritardo, dovendo operare culturalmente una vera e propria conversione ad “U” rispetto ai principi del comunismo maoista e quelli della Rivoluzione culturale. Le coppie Germanie-Coree sono la delizia del comparativismo mainstream, quella India e Cina invece non è mai presa in esame. Non è detto che tutta la differenza di performance sia spiegabile col colonialismo britannico come agente perturbatore ma nulla impedisce di assumerlo come ipotesi decisivamente influente.

A dire che, com’era già noto per Centro e Sud America, Africa, Medio Oriente, l’imperial-colonialismo (ma anche una costante pressione diretta o indiretta senza necessariamente sbarcare soldati e coloni) è una poliomielite che una volta  contratta, debilita l’organismo ed il suo sviluppo irrimediabilmente, così come uno stupro nell’infanzia o nell’adolescenza. Nel lungo periodo, questa distorsione dell’altrui sviluppo, distorsione che si è operata per ottenere un vantaggio egoista, presenta il conto. Anti-occidentalismo, terrorismo, migrazioni ingestibili, instabilità permanente, bellicosità ribellista, diffusione di reazioni integraliste ed altre strane ideologie, fragilità istituzionale congenita, élite corrotte ed asservite che tradiscono l’interesse nazionale, disorientamento culturale e perdita di autonomia, sono l’effetto indesiderato dell’essersi approfittati dell’altrui corpo geo-storico. In Medio oriente, ad esempio, abbiamo imposto confini dove non esistevano da secoli, creato stati sul modello occidentale senza che vi fosse la tradizione occidentale, imposto governanti ed accordi a noi unilateralmente convenienti, esportato la democrazia (?) con le cattive più che con le buone, bombardato, occupato, torturato, armato gli uni contro gli altri per vendere più armi a gli altri contro gli uni e poi ci meravigliamo del casino che minaccia di venire a disturbare la nostra quiete.

Secondo l’ideologia occidental-anglosassone è severamente vietato metter mano ai naturali principi di autorganizzazione del mercato perché se ne distorce fatalmente la dinamica (Hayek) ma non si danno pari prescrizioni per il metter mano ai principi di autorganizzazione che governano lo sviluppo degli altri popoli. impero-britannicoAnzi, con palese disonestà scientifica, si occulta palesemente che sono poi questi secondi a rendere così mirabile l’apparente funzionamento del “miracolo del mercato” di cui l’Occidente ha lungamente beneficiato.Tra divieto alla manipolazione e turbamento del mercato e divieto alla manipolazione e turbamento dell’altrui dinamica evolutiva, potremmo cominciare a sintetizzare un principio generale, quello per i quale quando gli uomini intervengono manipolando sistemi molto complessi fanno danni.

Tale principio risulta pertinente nell’altro grande problema che osserviamo come caratteristica più evidente della nuova era complessa: il problema ambientale. La lievitazione demografica e la diffusione planetaria di un modo di stare al mondo altamente perturbante il contesto ambientale, sono manipolazioni e turbamenti inintenzionali.

Geo-engineeringLa geo-ingegneria ambientale coperta da una coltre di riservatezza per la quale pochi ne sono al corrente e di cui è per altro per lo più negata la stessa esistenza, è invece una manipolazione intenzionale. Poiché è noto a tutti gli epistemologi ovvero coloro che provano a conoscere come conosciamo, che il procedere umano sulla via della scoperta scientifica è connotato anche dallo stile “tentativi ed errori” (si prova –  si vede come va – si riprova sulla scorta del primo feedback), pensare di applicare la logica dei tentativi ed errori all’ambiente, provoca non poche preoccupazioni poiché il prezzo degli errori potrebbe essere insostenibile. Inoltre ed in linea generale, provoca preoccupazione fondata, il modo istituzionale con cui tutto ciò viene fatto. Ci riferiamo al fatto che far guidare la ricerca scientifica, la manipolazione biologica, quella geo-ambientale dalla logica dagli interessi dell’economia privata (profitto a breve termine) e da quella degli interessi unilaterali di questa o quella entità geo-politica (guidate quasi sempre da una logica competitiva e di potenza) è sottomettere la definizione stessa di cosa tentare e di quale errore fare o sopportare o anche solo giudicare tale, da un punto di vista molto particolare quando gli effetti dell’azione, la cosa stessa sulla quale si agisce (codice genetico umano, vita, ambiente terrestre), sono il quanto più generale ci sia.

L’epifenomenologia delle mostruosità contemporanee, dallo Stato islamico alla dilatazione delle ineguaglianze, dalla pressione di ingestibili flussi migratori al manifestarsi di eventi ambientali sempre più frequenti e fuori-scala, dalle disfunzioni create dall’individualismo egoista a base della teoria dei giochi (si veda F. Schirrmacher, Ego. Gli inganni del capitalismo, Codice edizioni, 2015) alla crescente instabilità esistenziale dovuta alla perdita di prevedibilità del sistema economico a cui affidiamo l’organizzazione del nostro vivere associato, fino ai nuovi ceppi virologici che mutano e velocemente si espandono, per non parlare della desertificazione etico-morale o dei danni derivanti dalla manipolazione molecolare (chimica o genetica), tutto ci dice che c’è qualcosa nella nostra immagine di mondo che non funziona. In particolare quel motore interno ai fatti ed ai fenomeni provocati dal nostro agire che possiamo definire -logica-.

Diamond conclude la sua chiacchierata proponendo di adottare un principio appreso nei suo soggiorni in Nuova Guinea a contatto con la saggezza indigena: la paranoia costruttiva. copnu763Nel mondo molto complesso aumentano i rischi di massimo disordine, la paranoia costruttiva porta a consigliare prudenza e previdenza. Si tratterebbe poi di qualcosa di simile al Principio di precauzione o responsabilità di Hans Jonas (Das Prinzip Verantwortung 1979, H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, 2009): ogni gesto dell’uomo dovrebbe prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti. Si tratta di un principio restrittivo, di una limitazione preventiva della libertà assoluta priva cioè di ogni condizionamento, invocata dalla logica neoliberale. In sistemi molto complessi, la rete delle interrelazioni tra varietà è estremamente sensibile alla perturbazione e come un trasformatore a sorpresa può restituire output fiacchi ai più intensi input come restituire output devastanti al più distratto e sottile degli input casuali o moltiplicare esponenzialmente imput già intensi in entrata. L’osso del principio è che nessun atto è privo di conseguenze, queste non sono lineari -quindi- si consiglia di accoppiare prudenza e miglioramento della calcolabilità preventiva per uniformare l’azione al contesto. Ma anche, sul piano logico, sottomettere questa calcolabilità ad una etica più universale dell’egoismo personale. Rendersi coscienti di cosa si fa e dismettere atteggiamenti compulsivi basati solo sulla vasta e richiestiva costellazione dei bisogni e desideri più disparati la cui soddisfazione è l’impianto che regge il nostro vivere associato. Ogni soddisfazione di desiderio comincia ad avere un costo (costo opportunità) che però non è quotato nel mercato, diventando quello che gli economisti chiamano “esternalità”. Oggi ci troviamo in un mondo affollato ed interrelato in cui ogni minima internalità risolta ha riflessi importanti in termini di esternalità problematica. Ma -di contro- l’espansione e l’affollamento del mondo comune, rende sempre più interno quello che credevamo esterno, magari accendendo pesanti retroazioni o feed back che dall’esterno, vengono a bussare alla nostra porta.

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L’imperativo della logica universalistica (kantiana) di Jonas recita: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”. L’imperativo della logica individualistica (utilitaria) a base del sistema sociale ordinato dall’economia di mercato recita “Agisci in modo tale da ottenere i migliori benefici per te, ora”. Nella differenza tra un logica che prevede il nostro contesto ed il tempo a venire (tutto il mondo) ed una che prevede solo Io e l’adesso (te solo), si gioca la differenza tra l’adattamento al mondo complesso o il provocare reazioni che potrebbero annientarci. Registrare questa relazione tra il “te solo” ed il “tutto il mondo”, tra Io e Mondo, è uno dei problemi della complessità di cui noi qui ci occupiamo.

Quando in questo spazio di ricerca, parliamo di “nuovo modo di stare al mondo” intendiamo ad esempio anche il cambio di atteggiamento per il quale geostorie fortunate (quelle temperate occidentali a guida nordatlantica ad esempio) dovrebbero prendersi maggiormente la responsabilità di quelle meno fortunate. Quantomeno dismettere l’atteggiamento di stupro&rapina e non (solo) per ragioni etico-morali. Per usare una espressione cara all’antropologia anglosassone: non esistono pasti gratis.

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FOREIGN AFFAIRS. Storici al capezzale della ricchezza delle nazioni.

MJ_Cover2E’ proprio dei momenti di profonda crisi, interrogarsi sulla struttura di ciò che è in crisi per capire il perché e soprattutto come evolverà, la cosa in crisi.

Questo articolo di Foreign Affairs a firma di Jeremy Adelman, segnala il manifestarsi di questa interrogazione, attraverso l’analisi di tre testi di indagine storica usciti su questo argomento. I tre testi sono i due volumi del The Cambridge History of Capitalism di Larry Neal e Jeffrey G. Williamson, il The Enlightened Economy di Joel Mokyr e l’Empire of Cotton di Sven Beckert ma l’articolista ricorda, come sfondo di uno spirito del tempo, anche i due recenti volumi di F.Fukuyama (che profeta il fatto che il futuro potrebbe non provenire dai luoghi che svilupparono il liberismo e la democrazia, cioè l’Occidente moderno), il Perché le nazioni falliscono di D. Acemoglu e J.  Robinson e il T. Piketty del Capitale del XX° secolo  cui si aggiunge uno studio McKinsey Global Institute (2012) sullo spostamento del centro di gravità del movimento economico planetario che sta virando repentinamente dall’asse Atlantico verso l’Asia. Se l’analisi sull’origine del nostro modo di stare al mondo tende al positivo, ottimistica sarà la previsione del decorso, se l’analisi è più problematica ne conseguirà pessimismo sulle sorti del capitalismo occidentale.

La narrazione standard sull’origine racconta che da un mondo sostanzialmente piatto (più$_35 o meno uguale, isomorfo, dal Mar della Cina alla costa pacifica delle Americhe, procedendo in senso orario via Europa/Africa) emerse il gruppo degli europei del nord, protestanti, che trovarono un positivo feedback accrescitivo tra il loro individualismo e la produttività o anche che, più o meno casualmente, inciamparono in un buon equilibrio tra buon governo ed interesse personale. Origine geo-storica del sistema fu l’Inghilterra, da questa all’Europa, da questa alle Americhe e poi al vasto mondo sino alla globalizzazione.

Ma per il duo di Cambridge, prodromi di capitalismo, si trovano sin alle origini dell’umano vivere associato in società complesse, solo che non erano “sistema”. Il sistema che rende
l’ismo di capital-ismo, ha origine nei borghi italiani medioevali attraverso l’istituzione di un potere che legifera in favore dell’estensione e l’intensificazione di un fare economico mosso dalla certezza della proprietà, dalla circolazione di capitali e dallo scambio di mercato. Questa natura politica oltre che economica, porterebbe più ad un concetto di econocrazia che non di capitalismo. Capitalismo è un termine che disegna le downloadmm98downloadmm99technicalities alla base di un certo modo di fare economico ma se questo modo è antico come l’uomo, fu solo quando la politica creò la legge ovvero il quadro della condizioni di possibilità di sviluppo ed unica affermazione di quel modo economico, che avemmo il sistema, l’ismo.

Le società europee strutturalmente dedite tanto all’interrelazione quanto alla competizione hanno poi preso ad imitarsi l’un l’altra nello sviluppo di quella rivoluzione industriosa del XV° secolo, che poi approderà  alla rivoluzione industriale del XIX°. Parallelamente, il sistema venne esportato ed imposto al mondo a seguire l’espansione imperial-colonialista europea ma la diversa natura geo-storico-culturale dello spazio extra-europeo provocò dal rigetto alla distorta applicazione. Solo il Giappone che resistette fisicamente alla colonizzazione ma copiando ed applicando a modo suo il sistema adattandolo al suo contesto, mostra un felice trapianto.

ED-AL957_bkrven_DV_20100729182648Joel Mokyr, legge invece la faccenda con lenti culturaliste. Progressivamente, si affermò una mentalità, la mentalità poi illuministica (ragione-scienza) lungo il corso che va dal XVII° al XVIII° secolo, tale per cui il circolo virtuoso tra fare economico e protezione ed ordinamento istituzionale si rese possibile. Sono le idee se non a muovere il mondo, a permetterne il movimento. Mokyr però incorre nel circolo dell’uovo-gallina e disegna un meccanismo che basato sull’interrelazione virtuosa tra curiosità, avidità, ambizione ed altruismo non si sa bene da dove provenga e su quali fondamenta storiche si basi. It was happen, sembra la risposta ma così più che analisi si fa narrazione (che poi si fa narrazione comunque).

Queste due storie, sono giudicate dall’articolista di tipo “internalista”. Il sistema è auto- poietico, cioè auto-fondato ed auto-organizzato per cui le cause sono i suoi effetti che retroagiscono di nuovo sul piano delle cause, un tipico loop accrescitvo. C’è forse un inizio ma è sostanzialmente ininfluente, l’importante è che da un “la” si sia sviluppata una sinfonia e la sinfonia si è sviluppata perché le sue regole di composizione (individualismo industrioso, legge e potere d’imporla, potenza e creatività intellettuale) portavano a questo. Queste regole sono proprietà indigene dell’Occidente e tali rimangono, per cui se c’è burrasca è solo perché il tempo della storia ha la sua variabilità. Alla fine, tutto tornerà come è sempre stato e l’Occidente tornerà motore del mondo. A breve … su i nostri schermi .

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141201_BOOKS_EmpireCottonCOVER.jpg.CROP.original-originalLa via internalista -giustamente- non convince l’articolista che così ci introduce a quella esternalista che sarebbe meglio definire relazionale. Quella che pone il sistema come ambientato in un contesto, il testo eurocentrico vs il resto planetario, the west vs the rest. L’ordine di questa relazione è asimmetrico e gerarchico, dato da sfruttamento e sottomissione, il che ci porta al terzo testo, quello di Beckert. Il libro è basato su una tripla tesi concatenata:  “si insiste sul fatto che la rivoluzione industriale non sarebbe mai accaduta senza il commercio estero, che l’aumento dell’industrializzazione e del lavoro in fabbrica non si sarebbe mai sviluppato senza la diffusione del lavoro degli schiavi, e che il cotone (che non è certo una materia prima indigena inglese o britannica) era un bene che ha fatto un impero e quindi l’economia mondiale. In altre parole, il capitalismo è nato globale perché ha richiesto un impero per tenersi a galla. 

Nella ricerca della causa materiale  del sistema, molti storici si fissarono sullo zucchero,  K.512N8FEDADL._SY344_BO1,204,203,200_ Pomeranz l’ha trovata nel carbone (The Great Divergence, in italiano per Il Mulino 2012, recensito qui) e D. Landes (The Unbound Prometheus 1969 , Prometeo liberato in italiano per Einaudi 1978 ma vale anche il La ricchezza e la povertà delle nazioni per Garzanti  2000) nel tino di grasso. Per Beckert la causa materiale della rivoluzione industriale fu il cotone. Beckert battezza il sistema come “capitalismo di guerra”, schiavizzare neri trasportati come merce da qui a lì dell’Atlantico, espropriare terre ai nativi americani ed ai caraibici, costringere poi gli indiani a vendere cotone sottocosto, innaffiare il tutto con capitali europei: “Un’ondata di esproprio di terra e lavoro ha caratterizzato questo momento, a testimonianza delle origini illiberali del capitalismo”, sostiene Beckert che è docente ad Harvard. Poi il protezionismo: ” a testimonianza . . . dell’enorme importanza del ruolo dello stato per la ‘grande divergenza’ tra paesi industrializzati e quelli che si trascinavano dietro. Alla vigilia della Rivoluzione americana, il Parlamento britannico ha decretato che il panno di cotone per la vendita nel mercato domestico era possibile solo per quelli realizzati nel Regno Unito. Gli altri governi europei fecero lo stesso”. E dopo il protezionismo una sorta di commercio forzoso, anticipato dall’imposizione del famigerato ‘libero mercato’ (libero per chi esporta ovviamente) per dare sfogo all’eccesso produttivo europeo. Così per gli inglesi, poi britannici, poi per gli americani, nel mentre Brasile, India, Egitto e Giappone accodandosi al business cotoniero hanno lentamente eroso la leadership assoluta del sistema europeo che, senza la sottomissione dell’intero globo per la crescita interna, non sarebbe mai nato e mai si sarebbe sviluppato. “Foreign affairs” allora, non è solo il titolo della rivista che ospita il pezzo in oggetto ma la natura propria di un sistema basato su questi “affari esteri”, un sistema che sottomette l’esterno al suo funzionamento e benessere interno.

Il nostro commentatore, sebbene faccia trasparire una moderata simpatia per la versione Beckert, chiosa che tanto la versione internalista autopoietica che quella esternalista di sottometti e rapina soffrono di circolarità causale. Adelman alla fine propende per un  “e-e” al posto del disgiuntivo “o-o”. Il locale si comprende nel rapporto con il globale, l’interno con l’esterno, il testo col contesto. Quale insegnamento però ne tragga alla fine non è chiaro.

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21iYvV4z-oL._BO1,204,203,200_Avendo letto Pomeranz, Landes, Piketty ma anche i non apertamente citati Marx, Weber, Polanyi e il fondamentale Braudel (e Cipolla) ma anche Veblen, Schumpeter, Arrighi e Wallerstein, Gerogescu Roegen. Ingham e Ruffolo ma anche Bairoch e la tanto vasta, quanto nauseante auto-narrazione anglosassone e molti altri, va da sé che l’argomento è di quelli che mi hanno sempre appassionato. Studiato per lungo tempo, l'”origine del sistema”, ha preso forma dell’inizio di un voluminosissimo libro che ho scritto e riscritto più volte senza mai dargli la gioia della pubblicazione. E’ rimasto però “dottrina non scritta” (o meglio scritta ma non pubblicata) a cui continuamente attingo nel lavoro di questo blog.

41v-ZvSdG9L._BO1,204,203,200_Il punto più rilevante, a mio avviso, è proprio quello della differenza tra tesi internaliste ed esternaliste. L’internalismo è uno sorta di idealismo miope, per altro molto diffuso nella cultura occidentale e non solo nella cultura umanistica bensì anche in quella scientifica. Si mette a fuoco il testo e si isola dal contesto, si tagliano le interrelazioni, si fa chiuso un sistema aperto, si postula un determinismo genetico per il quale buoni geni producono ottimi sistemi che poi si affermano su quelli inferiori.  Da questo punto di vista, la tesi detta esternalista non è  il simmetrico contrario come mostra l’articolista poiché  spiega il sistema  considerando le sue forze interne ma le mette poi in relazione  con l’esterno non solo per dire che lo ha dominato perché era fatto di buoni geni ma perché ha rubato, barato, coartato e sottomesso il fuori di lui per alimentare la propria crescita ed il benessere che ne è conseguito internamente. La stufa riscalda la casa ma solo perché brucia legna che è nel bosco. E’ questa dipendenza dal contesto che mostra come al cambiamento di questo contesto, cambia necessariamente anche la natura stessa del sistema.

Questa tesi della dipendenza dal contesto, è diversa da quella leninista che vedeva l’imperialismo fase ultima del capitalismo. Il capitalismo non sarebbe mai nato come sistema e sicuramente non si sarebbe mai affermato se non facendo leva su questa asimmetria tra il suo dentro ed il suo fuori. Non è uscito fuori quando aveva consumato tutto il dentro, è nato e cresciuto divorando il fuori per ordinare il dentro. 41C--GLcAwL._SY344_BO1,204,203,200_Esso è, tra le varie definizioni che se ne possono dare (essendo un ente complesso risente della dipendenza dal punto di vista), proprio una macchina che divora differenze. La sua nemesi, per l’Occidente, è che poiché funziona molto bene, il suo destino è quello di equalizzare le differenze e come ogni sistema termodinamico, giungere all’entropia finale. L’attuale contrazione occidentale a fronte della dilatazione asiatica è l’effetto di questa equalizzazione.

Altresì l’utilizzo di termini quali “rapina”, “coartazione”, “sottomissione”, “sfruttamento” non vanno intesi come giudizi morali ma come notazione funzionali, non sono frutto di ideologismo ma di pragmatico realismo. Nel senso che, se lo straordinario successo occidentale del meccanismo econocratico basato su una economia che chiamiamo capitalismo (e su una non meno importante politica che è stata ed è tuttora democrazia delle élite che ne crea le condizioni di possibilità) ha avuto una forte dipendenza strutturale da questi modi di relazionarsi con lo spazio esterno, laddove ciò non è più possibile, laddove chi prima subiva ora pone resistenza, laddove la spensieratezza di caccia e raccolta ora deve fare i conti con dei limiti, dei divieti, dei vicoli ciechi, con i confini, va da sé che la retroazione scombina l’intero funzionamento di tutto il meccanismo. Non capire quanto siamo stati dipendenti dal controllo totale e senza limiti, diretto ed indiretto del fuori di noi (natura, terre e popoli extra-occidentali), significa non capire perché oggi il sistema tenda a non funzionare più. Almeno qui da noi…

9788806180201pVenendo alla tesi propria del cotone, ricordo il racconto di un viaggio di un paio di navi inglesi, molto prima dell’aggressione dell’oppio e della rivolta dei boxer, in Cina. Credo fosse a metà del XVIII° secolo addirittura. Ebbene, questi intrepidi commercianti inglesi approdarono felici sulle coste meridionali dell’Impero di Mezzo e con avido orgoglio, già pregustando la moltiplicazione dei valori dello scambio proposto, mostrarono i loro fantastici panni-lana, l’unica cosa che l’Inghilterra, patria di pecore, produceva in gran quantità. I cinesi, si sa, son gente cortese e sorridente e fecero un sacco di inchini e di sospiri ammirati ma è facile immaginare pensassero in silenzio –ma questi idioti non si rendono conto che noi viviamo in un clima sub-tropicale? cosa diavolo dovremmo farci della lana che oltretutto punge la pelle e quando poi abbiamo la seta? mah…– . Gli inglesi ovviamente rimasero coi loro bei panni-lana nella stiva e non conclusero alcuno scambio, perché non avevano nulla da scambiare. L’aneddoto mi ha sempre molto divertito perché il profluvio di idee e congetture col quale molti studiosi hanno riempito lo spazio esplicativo del come funziona il sistema, ha sempre quella matrice distorta che possiamo definire idealismo, il primato dell’idea che risponde a se stessa della sua consistenza, una idea a cui repelle la materia. copmnytAddirittura anche i materialisti ufficialmente definiti tali, usano tale definizione per dire che l’idea di economia è più basilare dell’idea di Spirito (Marx vs Hegel) ma quando vengono interrogati su cosa è questa “idea di economia” riproducono una forma identica di idealismo in un turbinio di valore-plusvalore, modi di produzione, mezzi di produzione, proprietà privata, alienazione, feticismo della merce. A volte, lo strutturalismo marxista non è poi molto più concreto dell’idealismo che voleva combattere.

L’assenza della materia nelle narrazioni esplicative ha il caso clamoroso dell’assenza della geografia laddove si parla di economie-nazioni che vengono trattate come omologhe che siano grandissime o piccolissime, su isole o continentali quindi con confini di terra o di acqua, che siano immerse in aree di civilizzazione di un tipo o di un altro, che abbiamo o non abbiano e quali, materie prime o che abbiano o non abbiano una demografia sufficiente a sviluppare ad esempio un rilevante mercato interno (che è poi ciò che in parte spiega perché l’economia di capitale già del tutto sviluppata in Olanda non è diventato un –ismo se non in Inghilterra e che contribuisce a spiegare perché dalla Gran Bretagna si trasferì in USA e perché ora si sta trasferendo dagli USA alla Cina), che abbiano o non abbiano terre coltivabili o acqua o accessi di costa. Lo stesso termine “capitalismo” allude ad un sistema che potenzialmente non ha luogo, aleggia, innerva il corpo del mondo costituendone l’ordine sulla base di una sua mirabile meccanica auto-sostenuta da leggi newtoniane tutti interne. L’assenza della realtà concreta, in sostanza, è la precondizione perché i 41n45ytf9jL._SY344_BO1,204,203,200_continenti delle idee possano prosperare rigogliosi dandoci l’illusione di aver capito il fenomeno. Ne parlammo qui. Per altro, questo invito ad materialismo realista non va inteso come un determinismo riduzionista poiché i sistemi umani che sono in rapporto a questo universo materiale e termodinamico, chimico e fisico, biologico e geografico se da tutto ciò sono contestualizzati, lo sono anche dalle proprie immagini di mondo, dalle proprie ideologie e tradizioni, dalla storia, dalle religioni ed ad occhio, la tesi di Mokyr, ancorché non esaustiva, deve far parte della descrizione as well as  il concreto richiamo alla materia.

Insomma, quanto ai tre libri considerati, essi dovrebbe essere compresi in un unico sforzo di pluralismo esplicativo in quanto è vero che le singole componenti di una economia di capitale sono esistite da lungo tempo e sono diventate la base di un –ismo– solo quando sono diventate “il sistema” e che lo sono diventate per via istituzionale, così come è vero che la logica protestante ed un illuminismo liberato nell’ambiente culturale più scevro di condizionamenti cattolici (l’Inghilterra) sono state pre-condizioni rilevanti a tutt’ora influenti ma considerando anche come zucchero, spezie e sopratutto cotone sono state la causa materiale senza la quale nessuna causa formale si sarebbe sviluppata e di come tutto ciò non è fenomeno nell’iperuranio delle Idee ma storia concreta di spazi definiti geograficamente. Materia, istituzioni, cultura, questo è l’impasto a cui il lievito del capitale ha dato forma. Oltre la dicotomia interno-esterno, s’incontra quella tra causa semplice e causa complessa,  tra sistema semplice e sistema complesso. Ed infine, nonostante la nostra legittima verve critica sul sistema, occorre ammettere che tutto ciò -ha funzionato- (per ragioni che oggi, perdendo possibilità di contesto, determinano la negatività del suo malfunzionamento) e che qualcos’altro che preferiremmo avere come sistema in cui vivere deve altrettanto funzionare e non solo nel mondo levigato e logico dei nostri pensieri idealizzati da aspettative spesso fantastiche.

Tornando al cotone, leggendo l’agiografia britannica della Rivoluzione industriale mi è sempre sorta la domanda: -si ma tutto questo trionfo di spolette e telai, questa proliferazione d’ingegno industrioso, questo sferragliare alacre nei capannoni delle prime farms, se non ci fosse stato il cotone che notoriamente non è un prodotto dellecopmkgt54 Highlands, su cosa si sarebbe esercitato?-. E le navi, le falegnamerie e le fonderie, il know how di navigazione da cui molto sviluppo tecno-scientifico, i moli delle decine di porti che spuntarono sulla costa inglese e le locande per ospitare i viaggiatori commercianti, la rete fluviale interna, le strade e poi le carrozze ed i carri, le armi, i cannoni, i fucili, i magazzini, gli arsenali, la ressa per finanziare “spedizioni”, cosa sarebbe stato tutto ciò e la circolazione di capitale da ciò scaturita e da ciò alimentata, se non si fosse vista l’opportunità di andare a prendere questa materia leggera, vestente, proteggente, lavabile facilmente ed altrettanto facilmente asciugabile, alla portata di tutti, che tutti volevano e che gli anglo-britannici non avevano a casa? E come sono andati a prenderla? Sono entrati nel libero mercato della borsa di Calcutta o di Port au Prince ed hanno sborsato il dovuto regolato dalla libera contrattazione e piena circolazione delle informazioni tra agenti economici razionali ? Hanno dato in cambio valore contro valore ? Hanno scambiato lana con cotone ai 35°C dei Caraibi ?

Ed ancora. L’econocrazia che chiamiamo capitalismo, non sarebbe mai esistita senza le leggi. Feci una lunga ricerca su tutte le leggi inglesi e poi britanniche deliberate dal parlamento dalla sua instaurazione del 1689. Pensare che esista una essenza del meccanismo che si sarebbe affermata in forza della sua intrinseca potenza è puro idealismo. Quando nel Manifesto del ’48, Marx dice: “…la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghesesembra dire che il sistema e la sua classe si affermarono in funzione del modo di produzione e solo dopo usarono lo stato per “amministrare gli affari comuni”. GrundrisseMa non è così che è andata, basta rileggersi gli eventi dalla Gloriosa Rivoluzione in poi. Addirittura la recinzione dei commons e l’affidamento delle lettere di corsa ai pirati sono atti dell’aristocrazia Tudor di fine ‘500 di cui la “borghesia” parteciperà solo dopo. Senza la cascata di leggi del XVIII° secolo, senza gli stanziamenti in armi, eserciti, navigli, in ricerca scientifica e tecnica, senza una accorta logistica, senza l’aver sostenuto direttamente lo sviluppo banco-finanziario, senza la diplomazia, le autorità coloniali, le protezioni di mercato mai e poi mai sarebbe arrivato quello che poi Marx osservò il secolo successivo. Da cui la storica debolezza della teoria dello stato nel marxismo. Da cui l’erronea convinzione, convinzione che accomuna marxisti e liberali, vi sia una forza intrinseca (i primi la giudicano demoniaca, i secondi salvifica) nel sistema e non un preciso governo stato-nazionale che favorisce ed etero-dirige il suo sviluppo anche quando sembra astenersi del tutto da un aperta politica economica di tipo socialdemocratico o socialista.

Togliete il public spending, i marines e la U.S. Navy, togliete il dollaro e la Fed, l’infrastruttura pubblica interna ed estera a globale  supporto dell’interesse americano, il peso decisivo in istituzioni come IMF e WB, BIS o BRI, l’investimento pubblico in ricerca e sviluppo (o i 1200 mld a sovvenzione del disastrato sistema banco finanziario che stava fallendo per intero dopo lo shock Lehman)  giovanni-arrighi-il-lungo-XX-secolo1e poi ditemi cosa rimarrebbe del Pil americano. Meno stato = meno mercato altro che slogan pubblicitari la cui funzione storica è quella di far apparire logico ed evidente,  l’illogico e l’apparente. Il capitalismo finanziario mai sarebbe diventato quello che è diventato se un parlamento non avesse abrogato il Glass-Steagall Act dopo sessantasei anni e quando Clinton firmò l’atto, secondo voi, agiva sotto pressione degli interessi capitalistici o sotto pressione dell’interesse supremo del suo Paese che di quel capitalismo finanziario è il maggior beneficiario come lo è Westminster con la City? Dalla cosificazione del “capitalismo” e l’oblio del volgare interesse delle nazioni nasce anche quella malapianta del pensiero che postula l’esistenza di una lobby di banchieri che dominano il mondo quando questa lobby altro non è che il gruppo che svolge la funzione centrale, come furono gli imprenditori, come furono i corsari, come furono gli aristocratici ed in certe fasi i militari. Scambiare questi gruppi come causa quando sono effetto, porta la comprensione fuori dai binari del concreto. Così, accelerare il superamento della fase storica econocratica in Occidente, pone la necessità di pensare al contempo un nuovo contenitore geo-politico in grado di resistere all’egemonia anglosassone che è origine e protettore di quel sistema. Un contenitore più possibile dell’irrealizzabile unità di tutti gli europei e più consistente e competitivo del ritorno al francobollo stato-nazionale.

La lunga fase mercantilista del sistema, in parte, questo esattamente era, un sistema protetto per far crescere la creatura e quando A. Smith, nel 1776, s’azzarda a scrivere contro questo sistema (L’ Indagine sulla natura e le cause della Ricchezza delle Nazioni del 1776, questo è, una lunga requisitoria contro il mercantilismo) ed in favore del libero mercato, rimase ignorato ancora per decenni. imagescvt567Del resto, nella sua perorazione oltreché dello scambio, del lavoro, Smith, dimenticava che il rito inglese delle 5 p.m. era fatto tutto di materia presa da fuori: tè, cioccolata, caffè, porcellana, zucchero e cotone di tovagliette e tovaglioli nonché l’argento di cucchiaini e coltellini. Era proprio perché le materie erano tutte esotiche che le élite esibivano il rito. Il sistema prevalentemente di mercato, sono in molti a ritenere sia stato in vigore, in pratica, solo quando convenne ai britannici ovvero all’apice della loro fase imperiale (vedi P. Bairoch), come gli contestò l’economista tedesco (per altro liberale), F. List, e quindi solo dopo la lunga fase mercantilista che ne aveva determinato la posizione dominante. Il giochiamo a chi è più forte vince è sempre un invito fatto dal più forte.

L’oblio della funzione parlamentare, del potere politico che creò le indispensabili condizioni di possibilità per lo sviluppo di un sistema che sarebbe morto nelle sue stesse fasce ancor prima di far il primo sorriso a papà e mamma, ha portato anche la grave sottovalutazione e non comprensione di cosa fu la democrazia delle élite e di quanto questa forma genetica del nostro sistema politico (il rappresentativo) sia rimasta funzionalmente intatta nei secoli successivi, incluso il periodo in cui sembrò aprirsi ad una onesta partecipazione popolare ed incluso il riflusso in cui oggi sembra piombata dal momento che è costretta, di nuovo, a fare leggi assurde pur di mantenere in vita il paziente in fase terminale. Terapia di cui copmu78scorgiamo l’assurdità ed a prescindere le nostre inclinazioni ideologiche, sin da quando è scoppiata la crisi e politici imbarazzati prima hanno chiamato i tecnici a far lo sporco lavoro di cui non volevano macchiarsi le mani, poi hanno dovuto farlo in prima persona ma appellandosi al “lo vuole…l’Europa? I mercati? Il benessere? La crescita? Il futuro?” in una ridicola progressione che ricorda il John Belushi di Blues Brothers che cercava di scusarsi per non essersi presentato in chiesa il giorno del suo matrimonio.

L’imbarazzante spettacolo di una ex-sinistra che finisce col fondersi con la destra in salvezza del “sistema” è figlia di questa forma politica, strutturalmente dedita a governare le condizioni di possibilità per la perpetuazione del sistema economico che però senza il politico, sarebbe morto già da un pezzo liberandoci così dalla sua lenta agonia. Avrebbe certo un costo alto anche la fine del tipo “colpo apoplettico” ma come si dice in questi casi: meglio una spaventosa fine che uno spavento senza fine.

Insomma, la festa è finita. il_caos_02Nato recintando i commons interni, il sistema economico occidentale sta morendo perché quelli che vivono fuori delle sue terre, stanno recintando quelli che noi ritenevamo commons esterni, anzi, più nostri che loro. La legna nel bosco, ora, ci tocca pagarla e non con specchietti e collanine. Nato replicando l’atteggiamento di caccia e raccolta per cui siamo andati in giro per il mondo a depredare “liberamente” natura e popoli, ora deve subire la conversione ad una nuova fase concettualmente agricola dove ognuno si organizza un suo spazio continuo e rispettoso di quello vicino con il quale semmai scambiare sul piano del semplice diritto di reciprocità ed in consonanza con l’ambiente. Una nuova civiltà dovrebbe nascere da ciò come quella delle prime società complesse sopravvenne alle tribù seminomadi. Il pensiero è la nostra prima e forse unica facoltà adattativa. Pensare meglio cosa sono stati questi tre-quattro secoli della nostra recente storia può farci capire meglio come e perché sono destinati a terminare e cosa occorrerebbe cominciare ad impiantare nel campo delle idee, e della politica che le trasforma in fatti, per darci un futuro.

Le civiltà e le civilizzazioni sono degli “olon” dei tutti-interi, si adattano e vengono cancellati dal tempo che passa nella loro sistemicità secondo il tribunale dell’adattamento alle condizioni di contesto vigenti. Servono nuovi dei e nuovi sacerdoti o forse solo imparare a vivere nel diritto valido per tutti (e nella capacità che non sempre abbiamo) di partecipare -tutti- alla decisione di come vivere assieme alle nuove condizioni date. E’ ora di scrivere una nuova Indagine sulla natura e le cause di un nuovo modo di stare al mondo.

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DESPERATE CAPITALISM.

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_capitaismo_desiderioDiciamo subito che “Capitalismo, desiderio e servitù” di Frederic Lordon, (Derive ed Approdi 2015) ci ha interessato molto. Il capitalismo in sé ma sempre più nella più recente versione neoliberale, appare a Lordon come un macchinario del desiderio. L’essere umano è un animale desiderante sofisticato, nel senso che alle necessità e bisogni animali, aggiunge appunto la dimensione del desiderio, dimensione imprecisabile poiché animata da una instancabile meccanica della possibilità (poter desiderare questo e quello…) a fronte della quale, il desiderio esiste prima ed al netto del suo possibile oggetto (tesi già di Freud).  Non è quindi detto che tale pulsione fondamentale possa mai avere una soddisfazione, se non momentanea. Molte cose della nostra natura sono fatte per svolgere una funzione ma noi, che siamo il prodotto dell’interrelazione di queste funzioni, possiamo trovarci e spesso ci troviamo alle prese col problema di armonizzarle. Ridurre il loro molteplice ad uno e convivere con le contraddizioni strutturali che ci creano è un difficile lavoro che non sempre ha felice esito.

Nel ’68, si credette che il desiderio avesse addirittura un potenziale rivoluzionario. In realtà, il macchinario che chiamiamo capitalismo, nacque proprio per produrre un ordine alimentandosi della cosa meno apparentemente ordinata che c’è, appunto, il “desiderio”.  Se note sono le origine meccaniche del macchinario, le enclosures e la frantumazione dei commons, meno note sono le origini psichiche o spirituali. La variegata famiglia dei discepoli della libertà fav_api(in effetti ogni discepolo è di sua natura schiavo) che comprende il neo-liberismo, il liberismo, i libertariani, i liberali, origina storicamente da una prima elementare ma precoce manifestazione, quella dei libertini. La rivolta libertina francese del XVII° secolo, anticipa quel manifesto fondativo del macchinario del desiderio che è “Vizi privati, pubblici benefici” ovvero la Favola delle api di B. Mandeville (1705). Di quell’epoca in cui l’ordine oppressivo del macchinario della fede comune, il dominio dell’ordinatore religioso che aveva connotato il medioevo, segnava inceppi e malfunzionamenti a ripetizione ed in cui si cercava una alternativa rivendicando i diritti di libertà (di pensiero, di stile di vita, di costume, sessuale, del desiderio e delle passioni ma anche della ragione, sacrificate entrambe dalla tirannia dogmatica esercitata dalle conseguenze nella fede collettiva) che solo poi sfociarono nel sistema liberale, ovvero nell’economia capitalistica sincronizzata alla democrazia delle élite, fu testimone significativo Baruch Spinoza.

Lordon è uno spinozista convinto, tant’è che programma del suo libro è l’accoppiamento strutturale di Marx con Spinoza, impresa già tentata da altri (ad esempio Negri) ma usando più i trattati politici dell’olandese mentre Lordon, spinozista nei fondamenti, usa proprio l’Etica, inclusa una sua rivisitazione della dimostrazione geometrica del discorso. Integrare la lettura del fenomeno (il capitalismo) con la filosofia morale del XVII° secolo che univa una proto-psicologia con una proto-antropologia, arricchisce senz’altro la risoluzione del fenomeno stesso che sfortunatamente, soprattutto dopo Marx, è stato sezionato nelle tante lenti disciplinari quante se ne contano nel sistema della conoscenza occidentale.

Il sistema della conoscenza occidentale è ad occhio di mosca ma senza la mosca. L’occhio della mosca ha circa dodicimila prismi recettivi con ogni prisma dotato di sei facce laterali più una superiore ma tutto ciò, alla fine, afferisce all’unità neurale del cervello di una specifica mosca.  Facettenaugen_FliegeIl sistema della conoscenza occidentale ha meno di dodicimila prismi (le discipline) ma più facce per ogni prisma (le specializzazioni per ogni disciplina), solo che non è connesso a nessun cervello, neanche un cervello di mosca. Così ci tocca collezionare visioni separate delle cose e dei fenomeni e sopportare le predicazioni di verità di chi ha solo visioni economiche (ultimamente anche entusiasti delle visioni “solo” monetarie), chi ha solo visioni storiche, chi ha solo visioni sociologiche, chi ha solo visioni politiche etc. . Integrare quindi la lettura che diede Marx, una lettura che comunque integrava storia, sociologica ed economia con un po’ di fondamentale psico-antropologia filosofica spinoziana, è un buon/ottimo servizio allo sforzo di ricollegare tra loro i nostri neuroni e con essi, tanto la visione della cosa che il pensiero che sviluppiamo di essa.

Il capitalismo ricostruito secondo le direttrici non solo delle necessità e bisogni ma anche dei desideri, diventa una enorme macchina delle passioni, tristi le prime ma gioiose le seconde. Queste passioni fanno l’umano non meno delle ragioni e il macchinario le armonizza in un sistema che al contempo è sistema sociale quindi soluzione e regolamento del vivere associato, sistema adattativo quindi armonizzazione del sistema sociale a gli altri sistemi sociali ed ambientali, sistema sostentantivo quindi soddisfazione desperate-housewivesdi necessità ma anche dei desideri, trasformatore di vizi in virtù ed anche un sistema di realizzazione personale quindi produttore di senso di esistenza.

In esso si riflettono e si combinano i desideri di potere e di dominio, di auto-realizzazione, di sicurezza, di espressione, di soddisfazione, di appartenenza, di riconoscimento, financo quelli di creatività, di affetto, di esibizione. E’ così che il macchinario dei desideri diventa impresa di tutti poiché tutti desiderano qualcosa, o meglio, più cose. Diventando di tutti, diventa intrascendibile, i suoi problemi vengono introiettati come problemi di tutti e i sinistri scricchiolii che accompagnano la recente parabola della sua lunga e profonda crisi, trovano tutti pronti alla negazione, alla rimozione, all’ostinata difesa di quel gioco che sebbene sia un giogo, non può finire, non può lasciare i giocatori senza la giocata come il desiderio non può esser lasciato senza almeno una vaga promessa di una sua possibile soddisfazione.

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247px-Spinoza_EthicaLordon è un economista ma con forti venature sociologiche (e filosofiche) e mostra una discreta conoscenza di quegli aspetti della sociologia del lavoro e delle organizzazioni che invece sfuggono all’economia algoritimica. L’immane diffusione dello spirito del desiderio di seduzione che circola nel marketing, nella pubblicità, nelle convention, nei seminari, nelle tecniche di motivazione, nel coaching, nelle uffici delle “risorse umane”, nelle tecniche di formazione, nella corporate identity, nella sentiment analysis, nell’indagine psicografica, le soft skills, financo nella ruvida finanza dove le imprese si dividono in “sexy” e non, dice che l’ingegneria del desiderio è una della più rilevanti preoccupazioni dei manutentori e sviluppatori del macchinario. E’ soprattutto dagli anni ’70, da quando le economie occidentali hanno rilasciato progressivamente la stanca agricoltura e la dura industria per dedicarsi allo sviluppo dei servizi, ovvero alla transazione diretta tra dispensatore di performance umane ed acquirente di quella stessa performance, che all’accezione economica di capitale sociale (il fondo di dotazione costituito dai soci di una impresa) si è affiancata quella sociologica (corpus di regole che facilitano la collaborazione all’interno dei gruppi e tra essi). Nei “servizi” che ormai rappresentano circa il 70% del Pil delle economie avanzate (80% in quelle anglosassoni)  il capitale umano è l’unità di misura che trasforma il secondo in primo.   E’ così che il macchinario, l’intera società che vi si conforma e le imprese che ne costituiscono le parti funzionali sprigiona da sé quel potere che “conduce gli uomini in modo tale che a loro paia, non di venir condotti, bensì di vivere secondo il proprio giudizio e per propria libera decisione[i] . Esso diventa quel sistema che,  come rileva Lordon, si rivela privo di centro, privo di una assegnabile ingegneria della volontà, dunque assimilabile ad una semi-necessità auto-costituita. Baruch_Spinoza,_Tractatus_Politicus_TitlepageUna sorta di leibniziana armonia prestabilita dal fatto che ogni monade riflette in sé l’essenza del tutto, desidera il desiderio di tutti che fanno il tutto, appunto, il macchinario di cui tutti sono clienti ed agenti, fornitori e distributori.

Quanto allo specifico dell’azione e del lavoratore, questa richiesta di perfetto allineamento dei desideranti, la richiesta introiezione dell’interesse aziendale come interesse proprio ha del paradossale. Ai tempi del “capitalismo disperato” infatti, l’azienda non chiede più solo la mano all’opera a cui corrisponde sicurezza, salario, protezione sociale, essa produce il paradosso di chiedere anche l’anima ma di contro toglie dalla transazione la sicurezza, abbassa il salario e diminuisce la protezione sociale. Chiede di più con meno, il dipendente deve comportarsi da dirigente alle condizioni che avrebbe avuto a suo tempo il suo apprendista,  sintomo di quella irrazionalità che ci fa dire disperata la condizione oggettiva del macchinario, se non altro in occidente. Disperata anche perché costretto a ricorrere al sottile ricatto per cui l’interesse del macchinario è l’interesse di tutti e così tutti debbono immolarsi perché il macchinario non smetta di funzionare, il desiderio non si disperda nella drammatica impossibilità della sua soddisfazione. L’impresa diventa così una cooperativa della paura, paura di non soddisfare gli azionisti, paura di perdere il proprio status, paura ossessiva di esser superati dalla concorrenza, paura di perdere il lavoro in un regime in cui è assai difficile ritrovarlo.

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_44Dopo aver contestato la fondatezza della teoria marxiana del valore – plusvalore e la sua presunta oggettività ma senza che questo infici la constatazione di sfruttamento che rientra comunque nel legittimo conflitto di distribuzione, Lordon giunge al bivio fondamentale nel quale, secondo lui, apparentemente ci troviamo: totalitarismo o comunismo? Il totalitarismo è l’attuale deriva dell’impresa neo-liberale che non sembra fermarsi nel suo divaricare il chiedere sempre più, dando sempre di meno, oltretutto sollecitando quelle qualità di creatività, indipendenza, intraprendenza necessarie a mantenere il profitto in condizioni di mercato sempre più difficili. Queste stesse richieste, per Lordon, sollecitano condizioni per un superamento di questa deriva, ovvero la costituzione di una res comune, una impresa di uomini e donne che vogliono “fare qualcosa assieme”, un fare impresa in base al regolamento politico della democrazia radicale e non più del conatus individuale di chi presuppone che il suo voler fare debba esser sposato da tutti gli altri senza i quali non potrà fare quello che lui vuol fare.

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L’analisi di Lordon, dicevamo, ci ha interessato e su molti punti concordiamo, incluso la speranza di un esito politico verso un sistema di democrazia integrale, come sembra trasparire anche dall’incompiuto Trattato politico di Spinoza. L’unica eteronomia sopportabile è quella che scaturisce dal mero conteggio dei voleri autonomi di tutti. Vorremo però mettere in luce un aspetto generale che riteniamo fondamentale per la comprensione dei tcropped-tumblr_mtdnbjK2P41qzbiclo1_1280empi che ci son toccati in sorte di vivere. Questo aspetto è l’accoppiata neo-liberismo / crisi ed ad un livello ancorpiù generale, l’idea che il capitalismo sia assurto ad un livello semi-delirante tale per cui si sente la necessità di aggettivarlo tipo: capitalismo totalitario, capitalismo assoluto, turbo-capitalismo etc. .

La faccenda è molto complicata, lo stesso termine “capitalismo” c’induce nell’illusione di poter dire di un sistema iper-complesso la cui essenza e natura ci sembra “una” dato che lo sussumiamo in un unico termine, quando invece è  assai molteplice. Inoltre qui siamo in sede di recensione di un libro e non in uno spazio teorico dedicato alla riflessione complessa.  Ciononostante…

A volte si ha l’impressione che il nostro vissuto del sistema economico-sociale che chiamiamo capitalismo sia di timore. Un timore misto a disprezzo, due passioni forse non ben calibrate. Timore per la sua immane potenza, timore per la sua apparente invincibilità, timore per il senso di totalità senza resistenza che sprigiona anche quando, come nei tempi che corrono, sprigiona altresì talmente tante assurdità e copdcvcontraddizioni che al posto della prepotenza senza resistenza che si manifesta, ci aspetteremo invece il sorgere dei processi che portano al suo superamento. Invano.

In particolare, non è chiaro come i critici s’immaginano l’origine dell’accoppiata neoliberismo – crisi, se tra le due cose vi sia un nesso e quale. Non è chiaro cosa è in crisi e perché. Chi ha deliberato la svolta globalizzante, quella finanziarizzante, quella liberalizzante e quella de-regolamentante che costituiscono il pacchetto di ciò che chiamiamo neo-liberismo di cui per altro, noi qui in Europa, viviamo la versione tedesca, cosiddetta “ordo-liberale”, da cosa era mosso? Ancora più precisamente, quello che non sembra chiaro è il come rispondiamo alla domanda: perché tutto ciò?

Perché è natura del sistema avvitarsi in una fenomenologia a spirale per cui tende all’hegeliano assoluto? Perché le élite hanno avuto un soprassalto di avidità? Perché i “padroni del mondo” hanno pianificato una fase suprema del loro delirio di potere? Perché è nella natura del fenomeno trascendere il suo specifico economico e dopo aver innervato ormai totalmente il sociale, il politico esso tende addirittura al religioso?

A noi pare che questa recente svolta del sistema sia dovuta 23-cose-che-non-ti-hanno-mai-detto-sul-capitalismoad una forma di disadattamento, a qualcosa che non era più possibile continuare a fare in un dato modo e però si voleva in tutti i modi continuare a fare, questo qualcosa è una delle essenze del capitalismo: il profitto. E’ la promessa di profitto a muovere l’imprenditore e gli agenti economici senza i quali il macchinario del desiderio appassisce.

A partire già dalla fine degli anni ’60 nei paesi anglosassoni e poi anche in Giappone ed Europa, una grandinata di disgrazie si è abbattuta sul nostro modo di condurre i fatti economici. In ordine sparso contiamo: 1) la drammatica riduzione di peso demografico dell’Occidente vs Resto del mondo; 2) la conseguente perdita di controllo che l’Occidente aveva sul Resto del Mondo, perdita che ha mostrato la fragilità della nostra dipendenza energetica, nella fornitura di materie prime, nel controllo dei mercati internazionali e di quelli specifici che erano subordinati ai nostri; 3) la riduzione di innovazione materiale, ormai si era inventato quasi tutto il necessario ed anche molto superfluo; 4) la quasi-saturazione della domanda nel senso di un quasi raggiunto limite nell’assorbimento di una produzione che proveniva da decenni di incrementi di produttività. A questo si univa un effetto di ciclo storico. Stava terminando il glorioso periodo dei famosi trenta anni keynesiani, periodo che non ha funzionato perché l’ideologia economica era positiva e le forze lavoratrici e politiche che la spingevano erano vigorose ma perché l’immane distruzione della Seconda guerra mondiale aveva, schumpeterianamente creato le condizioni per una nuova stagione di creazione. In effetti, tra guerre e depressioni, era dai primi del secolo che il sistema aveva smesso di funzionare in maniera “normale” e finita la ricostruzione, già dava segni di soffocamento nel suo sempre più limitato “spazio vitale”.

Giunto già ai primi anni ’60, per accelerare il consumo parossistico, il sistema è ricorso compulsivamente a continue iniezioni di euforia:  dopo l’obsolescenza programmata, il marketing, il diluvio di pubblicità, promozione, seduzione continua a ritmi sempre più nevrotici per i quali al lancio di un modello seguiva il lancio del nuovo modello e del nuovo del nuovo modello. Poi il credito-debito perché l’iper-produzione esuberava sempre più la sua possibilità di assorbimento. La macchina economica si andava impantanando in una palude in cui la fornitura di imput e l’assorbimento di output diventava sempre più problematica, lo spazio della creazione e dell’innovazione si stringeva oggettivamente (ed infatti questi concetti diventavano dei mantra invocati ossessivamente quasi che le parole potessero sostituire le cose), la domanda aveva raggiunto l’insuperabile fase di picco della curva logistica. errore[7]Questo combinato, stringeva sempre più  le possibilità di crescita e quindi di profitto, cuore della motivazione ad intraprendere, fare impresa, creare lavoro, distribuire quel salario che anima la doppia vita del lavoratore-consumatore, consumatore senza il quale il ciclo non si chiude, ciclo che se non si chiude, fa crollare l’intero meccanismo, la società che vi dipende organicamente, il desiderio e la sua promessa di soddisfazione che traina l’agire di tutti gli individui connessi al macchinario. Insomma il cosiddetto capitalismo tendeva a non funzionare più come prima, era giunto ad un limite strutturale ovvero quello per il quale aveva felicemente portato a compimento la sua missione, aveva raggiunto il suo limite di funzione.  Le società occidentali e in particolare quelle che su esso hanno fondato la loro leadership mondiale, si trovarono in un impasse per cui il sistema da cui dipendevano e da cui dipendeva il loro ruolo geo-politico, non funzionava più come in passato perché era giunto al limite della sua funzione.

Se si scompone il quadrivio dispositivo che più che neo-liberismo, si era soliti chiamare Washington consensus, perché più che scaturire dalla teoria economica, scaturiva dalla prassi politica essendo Washington l’hot spot del potere politico della nazione hot spot del sistema tanto capitalistico che occidentale, si possono facilmente leggere le razionali di queste disposizioni. La fase del capitalismo paradossale o disperato doveva imporre quelle disposizioni per comprare tempo, darsi un po’ di ossigeno, allargare il suo spazio vitale, nell’attesa di capire cosa fare 33090647_crouch-quanto-capitalismo-pu-sopportare-una-societ-0davanti al problema dei suoi raggiunti limiti di funzione. Cos’è la deregolamentazione se non la iperlubrificazione di un meccanismo che sempre più difficile da far muovere non deve incontrare alcun attrito al suo funzionamento già così problematico? Cos’è la privatizzazione se non la necessità di darsi nuovi territori da colonizzare dato che quelli qualitativi della creatività ed innovazione non ne sorreggevano più il funzionamento e quelli quantitativi dei mercati del secondo e terzo mondo erano destinati all’auto-organizzazione? Cos’è la globalizzazione se non il tentativo di mantenere un po’ di residuo controllo su questo mondo sfuggente aprendo autostrade per le contratte multinazionali ed aprendo i mercati interni dell’Occidente ad un po’ di merce a buon mercato che mantenesse viva la coazione del desiderio dei consumatori che in quanto lavoratori andavano sempre più a soffrire della contrazione delle loro possibilità? E cos’è la finanziarizzazione con il suo portato di promessa di un capitalismo delle rendite diffuse, con l’illusione che la politica monetaria espansiva potesse sostituire l’espansione prodotta dall’intero ciclo materiale di produzione e scambio, con la creazione di montagne debitorie del tutto inestinguibili, se non il degno complemento di questa condizione disperata? E cos’è ancora la finanziarizzazione, come molti altri hanno già detto, se non il disaccoppiamento strutturale tra capitale ed impresa con il primo deragliato in un mondo di specchi che ne moltiplicano l’immagine ma con il sempre presente rischio che ci si accorga che l’immagine di centro talleri non è il concreto valore di cento talleri reali. Dietro ogni tossicodipendenza c’è un frammento di disperazione e la bulimia consumistica, mercatistica, monetarista questo è: disperazione effervescente.

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Insomma, a noi pare che il sottostante l’accoppiata neo-liberismo / crisi, sia il sintomo didiciassettecontraddizioni una disperazione, la disperazione per il fatto che in occidente, l’economia ordinata dal sistema di produzione e scambio che abbiamo chiamato capitalismo, semplicemente, non poteva più svolgere pienamente la sua funzione, non riusciva più ad ordinare la società. Le élite da una parte hanno varato una manovra di dilazione, dall’altra hanno scaricato la somma dei malfunzionamenti del sistema su i sottostanti, questi sono paralizzati dalla minaccia costante di inibizione di ogni loro desiderio che la finale paralisi del macchinario porterebbe. La reazione totalitaria è sintomo.

Di ogni forma totalitaria si può dire che sia il sintomo di un malfunzionamento di una sistema che per non perire, si irrigidisce. L’Inquisizione fu un fenomeno del XVI° secolo, quando cioè il sistema medioevale ecclesiastico si apprestava alla fine ultima. Così per le due società europee che più avevano resistito all’avvento della modernità: l’Italia col fascismo e la Germania col nazismo. Così per lo stalinismo sovietico che tentava la resistenza alla liquefazione del suo modello, un modello che evidentemente non funzionava. Così il tiranno invocato coscientemente nelle poleis greche quando la stasis tendeva alla massima entropia. Così come ogni forma di dominio esageratamente occhiuto e paranoico denota la paura, la paura della perdita del controllo, la paura del massimo disordine conseguente la perdita delle sue facoltà ordinanti. L’irrigidimento totalitario annuncia sempre il rigor mortis.

Il capitalismo occidentale è disperato e quindi diventa sempre più totalitario ed irrazionale perché ha perso le sue condizioni di possibilità. La sua coazione accrescitiva è sempre più problematica, la sua performance mondiale è sempre più sbiadita, la sua creatività è diventata nevrotica, la sua diseguaglianza insopportabile, il suo costo sociale, ambientale, politico, insostenibile. Tanto più tarderà l’idea del suo sostituto, tanto più al posto di una onorevole eutanasia e conseguente sepoltura, dovremmo altresì sopportarne il conato ostinato a rimanere in vita, l’irrigidimento progressivo che porta diffusa irrazionalità, la sempre più diffusa introiezione ad una servitù volontaria che difende l’esistente morente perché ha paura del massimo disordine, il moto che accetta un male per evitare un peggio. Già stiamo familiarizzando con una idea che solo cinque anni fa sarebbe sembrata folle, l’idea di una prossima guerra tra grandi potenze perché se si accetta un male per evitare un peggio, occorre ricordarsi anche che al peggio non c’è mai fine.

Due recensioni, l’una del manifesto, l’altra la Premessa del libro di Lordon pubblicata da Micromega.

 

[i] Trattato Politico, cap. X, 8 p. 1774 di B. Spinoza, Tutte le opere, Bompiani, Milano, 2010-11 trad. it. A. Sangiacomo

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FRANS de WAAL. Fate i bonobo non la guerra!

Intorno alla lettura di F. de Waal, Il bonobo e l’ateo, Cortina editore, Milano, 2013.

IL-BONOBO-E-LATEO-300Nella prima modernità, la moralità è stata interpretata come un portato dell’evoluzione culturale, sovraimposta ad una natura, di per sé, non morale. L’essere non è morale e doveva esser corretto dal dover essere.  Questa impostazione (anglosassone) è ben esemplificata dalla dicotomia dottor Jekyll ed il suo alter, il signor. Hyde. Jekyll arriva a sintetizzare una droga che cancellerà la sovraimposizione culturale, liberando così Hyde: “La droga infatti, di per se stessa, non agiva in un senso piuttosto che nell’altro, non era divina né diabolica di per sé; scuoté le porte che incarceravano le mie inclinazioni...”.  Così la pensava in fondo anche Freud per come ci ha espresso il suo parere nel “Disagio della civiltà” e così la si pensava ancora prima stante due impostazioni: quella del progresso (dallo stato di natura allo stato di civiltà, ad esempio Hobbes e Locke), quella del regresso (dallo stato di innocenza a quello di corruzione, ad esempio Rousseau).  Questa linea presuppone un salto o una gabbia, il salto dalla nostra preistoria alla nostra attuale storia o una gabbia di regole morali con la quale tentiamo di carcerare l’indomito selvaggio animale che è in noi.

Paleoantropologia, biologia molecolare e psicologia comportamentale, sono state a lungo dominate da questa impostazione, una impostazione per lo più anglosassone così come lo è stata anche la comunità scientifica dominante queste discipline. Come più volte da noi sostenuto (qui, ad esempio), questa storia è per altro parzialmente “vera” proprio per gli anglosassoni stessi, i quali, in ragione della loro posizione di élite etnica dominante, l’hanno fatta coincidere con il concetto di uomo (occidentale) tout court. invasioni_barbariche_fig_vol1_008790_001La “verità” di questa impostazione, va riferita a quel lungo passaggio che portò clan tribali seminomadi del Nord Europa, poi definiti “barbari” dai romani, a diventare gli inglesi e il meno lungo passaggio che portò questi a diventare da una rissosa composizione di clan feudali in perenne lotta intestina ( a questo si riferiva il “tutti contro tutti” di Hobbes che è stato -anche- il primo antropologo degli anglosassoni), un popolo che prima si affermò in Europa (dalla fine del XVII° secolo) e poi colonizzò l’America del Nord che, alla fine, si affermerà sul mondo sostituendo i padri fondatori. Ma tale “verità” va intesa in senso psicologico  non in senso biologico. Ossia, stante per quei popoli lo shock del passaggio dallo stato di natura a quello di civiltà, si può comprendere che si sia voluto schematizzare una narrazione che però tale rimane. Ci sono senz’altro differenze tra pre-istoria e storia, si tratta solo di capire se tali differenze siano di grado o di natura.

Charles Darwin pensava fossero di grado mentre lo sviluppo della seconda metà del XX° secolo delle scienze dell’umano prima citate, l’hanno pensata come differenza di natura, da cui l’idea che già troviamo in Stevenson di “due nature”: “Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m’ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.”[1].

A partire dalla fine secolo, si è però venuta a formare una torsione interpretativa  interna proprio al canone anglosassone, non solo quello scientifico, in particolare a partire dalla cultura britannica. La natura umana fondamentale, narrata come egoista ed aggressiva, ha cominciato ad apparire anche altruista e cooperante. Credo ciò si sia manifestato in seguito alla crisi britannica degli anni ’70-’80, una crisi di passaggio poco evidenziata dalla storiografia (del resto è evento relativamente recente). Questa crisi aveva forse un sottostante psico-culturale più importante del ritenuto. Si trattò forse del cambiamento di stato e di relativa convinzione sul ruolo dei britannici nel mondo, non più centrale, non più al vertice. Si è trattato, forse, della definitiva acquisizione del senso di fine della storia di lunga durata che si estese da Elisabetta alla Thatcher, cioè dai prodromi del nuovo sistema di stare la mondo basato sulla produzione e scambio che chiamiamo capitalismo al definitivo dissolvimento dell’Impero. Liberati dal ruolo di potere assoluto sempre in vigile e guardinga postura affermativa, i britannici hanno scoperto altri lati dell’umano. Questa nuova posizione, posizione che non sostituisce ma affianca la precedente, fa da sponda ad una analoga scaturita in Nord America.  La maggior affluenza di studiose (psicologhe, antropologhe, sociologhe[2]) e di studiosi e scienziati originari di altre culture, ha senz’altro contribuito al crearsi di questa speciazione culturale[3].

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51mMY-vjCWL._SY344_BO1,204,203,200_Frans de Waal non è britannico ma olandese e, tra l’altro, del Sud ovvero di quella parte di Olanda che rimase per più tempo sotto il dominio spagnolo, cioè cattolico. De Waal è un famoso etologo e primatologo nonché eccellente divulgatore. Il suo posizionamento culturale, è principalmente legato ad una interpretazione minoritaria del canone della primatologia. Il canone è centrato esclusivamente sull’ipotesi che l’uomo e gli scimpanzé abbiano avuto un antenato comune che li rende parenti al più stretto grado e su una versione di questa ipotesi che si è sforzata di leggere negli scimpanzé, quei caratteri più “animali” di egoismo ed  aggressività che costituirebbero quel “fondo naturale” che è comune alla natura umana. In accordo alla visione “due nature”, gli scimpanzé sarebbero come saremmo noi senza la sovraimposizione culturale. Tale fondo, viene poi ritenuto il riflesso di un dettato genetico imposto dall’evoluzione in cui si cercano ossessivamente le corrispondenze che dovrebbero portare dal genotipo al fenotipo.

L’interpretazione di de Waal che comincia ad essere parte di un più vasto consenso pluridisciplinare, parte non dagli scimpanzé ma dai bonobo. I bonobo sono delle scimmie antropomorfe che differiscono per meno dell’1% del DNA dagli scimpanzé e che hanno con questi, caratteri comuni che entrambi non hanno con gli umani e con gli umani, caratteri comuni che entrambi non hanno con gli scimpanzé. La faccenda filogenetica quindi, i 03-bonobo-aka-pygmy-chimpanzee-670gradi di parentela tra i tre, sono ancora sotto indagine.  La cosa rilevante è che, di primo acchito, sembra che tanto gli scimpanzé siano di Marte, quanto i bonobo di Venere. Uniti in società matriarcali, i bonobo sembrano senz’altro dei pacifisti ma soprattutto, pare passino la propria vita a scambiarsi favori sessuali di ogni specie, in ogni momento, in ogni posizione, senza grandi differenze di genere o di anagrafe. L’antropomorfismo scientifico, ha proiettato sulle due famiglie, la dicotomia destra-sinistra, potere e controcultura, élite dominante ed hippie. “…noto per le sue relazioni omosessuali, la supremazia della femmina ed uno stile di vita pacifico” per de Waal, il bonobo sarebbe l’idolo della sinistra ma la definizione va intesa in senso di liberal nordamericano. In verità, pare che il sesso serva loro per redimere i conflitti che pur esistono, dove gli scimpanzé fanno un bagno di sangue, i bonobo fanno un’orgia. Del resto, svolgendo le pratiche sessuali in termini di secondi, il tutto assume un significato leggero, facile, disimpegnato, sebbene decisamente amichevole e divertente.

rizzolattiOggi, questa distinzione assai stilizzata del fondo naturale represso dalla gabbia culturale, è in via di revisione. C’è la torsione interna al canone anglosassone ma anche l’allargamento della comunità di ricerca dagli scandinavi ai tedeschi, dai giapponesi ai sud americani. Damasio nelle neuroscienze, Stephen Jay Gould e Niels Eldredge con molti altri nella paleontologia, Robert Trivers  con M. Tomasello e le ricerche del Max Plank Insitute e dell’ Istituto di Kyoto  e molti altri nella biologia e nella primatologia. Questa area ha trovato la sua fondazione “dura” per merito degli italiani, la famosa scoperta dei neuroni specchio di Rizzolati & co, base neurale dell’empatia.  Ma il movimento di idee è più vasto e sincronico a molte discipline perché quello che cambia non è il paradigma di una disciplina ma di una intera immagine di mondo fondata su un diverso presupposto antropologico. Ad esempio, Michael Sandel allievo di Charles Taylor ed interno alla linea comunitarista in filosofia politica che annovera, oltre a Taylor, anche Alasdair MacIntyre. Paradigma del Bene comune che ha centro in economia nell’ opera di Elinor Ostrom del 1990, poi insignita del Nobel nel ’09 e che si irraggia dal neo-istituzionalismo di Oliver Williamson (anch’egli Nobel nel ’09) a Raj Patel e Vandana Shiva e che dialoga sia con la corrente di ispirazione socialista e marxista che vede la coppia Hardt-Negri assieme a D. Harvey, A. Gorz e gli italiani Mattei, Rodotà, Revelli; sia con quella di ispirazione religiosa, tanto ebraica che cattolica. 3755220Naturalmente c’è poi la sfera sociologica (si pensi a Richard Sennett e Saskia Sassen) ed ecologica che condividono entrambe il paradigma dell’interrelazione individuale, così come più in generale, si può dire che l’intera cultura della complessità, graviti intorno a questo mondo (o il contrario che è lo stesso).

Come spesso accade nel nostro sistema pensate, la divisione disciplinare è responsabile delle più assurde cecità. Così come farebbe bene a gli economisti scambiare due chiacchiere con psicologi e sociologi prima di teorizzare un umano che è solo necessità di presupposto per i loro algortimi, a tutti avrebbe giovato scambiare due chiacchiere con gli antropologi, i quali mai si sono sognati si pensare l’umano razional-individualista-egoista come essenza reale.  De Waal segnala due milestones di questa conversione, un articolo dello  psicologo americano Jonathan Haidt sull’incesto (che non avrebbe origini culturali ma biologiche[4]) e il libro del biologo di Harvard, Martin  A. Nowak che sancisce gli umani come dei “super-cooperatori”. Anche la conversione del socio-biologo E.O.Wilson di cui parlammo qui, entra nel movimento.

Un effetto di questa torsione, si riflette in quella recente paleoantropologia che ha rovesciato i rigidi canoni dell’eccezionalismo sapiens, tanto cari alla cultura anglosassone. In realtà l’ibridazione coi Neanderthal, precedentemente esclusa in via di principio, è stata invece confermata, la convivenza pacifica tra noi e loro anche, si ipotizza anche una certa preferenza delle femmine sapiens per il più massiccio Neanderthal. Così per le origini di un minimo di pensiero astratto e per l’annosa questione della comparsa del linguaggio che fin a poco tempo fa era afflitta dal solito “recentismo”, la cura dei morti ed addirittura la musica ed il ballo.

Tornando alla primatologia ed a de Waal, stante comunque una diversa organizzazione sistemica di fondo, gli scimpanzé indagati meglio, mostrano atteggiamenti empatici e cooperativi ma anche i bonobo, nel loro piccolo, talvolta s’incazzano ed entrambi assieme a gli uomini, sembrano tornare alle originarie intuizioni di Darwin espresse nel Descent of Man e meglio ancora nei Taccuini filosofici: la moralità si è evoluta dagli istinti sociali animali e quindi ha la sua controparte genetica ed evolutiva. Non abbiamo due nature ma in natura, esistono forme che portano a diversi atteggiamenti tanto ostinatamente individualistici ed egoisti, quanto apertamente cooperativi ed altruistici. Noi tutti siamo un catalogo di possibilità che diventano in atto a seconda delle relazioni che abbiamo con la situazione, l’ambiente, la cultura e la società. La natura non potrebbe darci una fissità stante che il gioco è l’adattamento al cambiamento. Se, per usare categorie marxiane, non c’è nella struttura non può esserci nella sovrastruttura ma questa non è direttamente determinata da quell’altra bensì dalle forme e tipi di relazioni che s’instaurano tra le due. Questa principio di co-determinazione tra struttura e sovrastruttura (tra biologia e cultura) dovrebbe aiutare anche il paradigma marxiano che nella semplificata lettura “dall’economia-all’ideologia”, sconta un po’ del suo riduzionismo positivista[5]. Ciò vale anche per l’altra dicotomia tra genotipo e fenotipo e più in generale in molte dialettiche oppositive e non relazionali.

Le emozioni son dunque alla radice della moralità e questa è fondata sull’etica della reciprocità soprattutto tra conoscenti e non necessariamente solo tra consanguinei cioè parenti[6]. La linea parentale, è stata la Maginot dell’interprestazione individual-egoistica lungamente dominante. 2D792372C79BB0B89EAE6FFDD8E31_h316_w628_m5_cJUBboopcQuando, nella ricerca e nell’osservazione, sono emersi chiari segno di altruismo comportamentale e soprattutto empatia, decisamente diffusi tra i mammiferi (e quindi, forse, legati, alla cura della prole) ma di cui si sospetta la presenza anche negli uccelli e nei rettili, per assorbire la novità lasciando intatto il paradigma egoistico-genetico, si è ricostruito il tutto in base al fatto che salvare un parente, aiutarlo, favorirlo, è salvare, aiutare, favorire lo stesso nostro patrimonio genetico. Ci sarebbe da sorridere per la fantasia con la quale, anche nell’ambito della presunta neutralità teorica della scienza, si diverticola il ragionamento pur di non perdere il proprio fondamento. Purtroppo, così funzionano i nostri sistemi di pensiero, le nostre immagini di mondo, un purtroppo non riferito al fatto in sé (è in qualche modo utopico pensare ad una rimessa in discussione, ogni volta radicale, dei sistemi faticosamente costruiti e largamente condivisi) ma al fatto che non lo si tenga in debita considerazione. Al fatto che non si faccia un utilizzo meno dogmatico delle verità risultanti dagli approcci guidati da precisi e poco consapevoli sistemi di pensiero iperstrutturati e magari, storicamente stratificati[7].

Questa moralità aperta all’altro, istintiva, coabita con quella contraria, l’istinto sociale con quello individuale, quello altruista con quello egoista. La moralità culturale, quella stabilita nei sistemi religiosi o filosofici o sociali o istituzionale risulta allora un sistema della consapevolezza atto a favorire una parte e reprimere l’altra. La struttura è biologica, la sovrastruttura culturale e sia l’una che l’altra, prevedono comportamenti che poi noi, in terza istanza, in sede di giudizio, giudichiamo morali o immorali – amorali. La nostra natura individuale è violentata dalle culture iper-collettivistiche, la nostra natura sociale è violentata dalle culture individual-egoistiche quali quella oggi dominante ai tempi della decadenza del sistema centrato sul dogma dell’economia moderna. Intenderci individui-sociali pare la via dell’equilibrio che però fatica ad affermarsi

Abbiamo definito “torsione” la comparsa del nuovo punto di vista perché, appunto, non è nuovo. Il movimento allora è un tornare a pescare indietro, in una tradizione che, per quanto perdente, è esistita già. I caratteri individual-egoistici, inizialmente, convissero con quelli social-altruistici. Poi i primi presero il sopravvento su i secondi. I primi li troviamo in Hobbes, in Locke, in Mandeville. I secondi, per certi versi, nella filosofia morale scozzese, perfino in Smith che altrimenti si ricorda come il fondatore dello spirito del capitalismo. coverc5Ma Smith non fu affatto il fondatore dello spirito del capitalismo[8] ma dello spirito del mercato. Qualcuno, soprattutto a sinistra (ma simmetricamente anche a destra), tende a confondere le due cose, ma le due cose sebbene si sovrappongono non coincidono. Smith stesso riteneva l’Inquiry opera secondaria rispetto alla Teory, nella quale troviamo l’anticipazione di quel concetto di simpatia che oggi potremmo annettere alla famiglia che dall’empatia porta via neuroni specchio, alla socio-abilità umana[9]. Fu solo successivamente, ai primi del XIX° secolo, che con l’utilitarismo e neanche integralmente per colpa solo di questo, si trasformò l’essere umano nel freddo calcolatore razionale dell’utilità egoistica. Questa doppia anima anglosassone, esisteva non solo per via degli scozzesi (che la derivavano dalla doppia origine pre-anglosassone più lo strato vichingo) ma anche tra gli inglesi, si pensi a Gerrard Winstanley, il capo dei diggers (zappatori) antesignani del comunitarismo (1609-1676) o ai levellers (entrambi, movimenti attivi ai tempi della Guerra civile) o William Goodwin (1756-1836) da cui riparte la teorizzazione moderna dell’anarchismo o ancora prima, all’utopia di Thomas More.

La distorsione interpretativa degli orientati alla visione individual-egoistica, proviene anche da un aggancio tra paradigma utilitaristico-economicista, paradigma dell’individualismo metodologico nelle scienze sociali ed una certa interpretazione di Darwin e la biologia molecolare che, occupandosi di geni è per forza di cose maggiormente orientata ad osservare solo i portatori di geni, cioè gli individui.  Queste tre derivate dello stesso concetto (nei sistemi di pensiero collettivo, questa armonia è necessaria sebbene poco visibile e poco studiata) hanno omesso il fatto che l’imperativo cognitivo primario degli individui non è riprodursi (attività che mette in relazione gli individui, due a due) ma esserci, esistere il più a lungo (e sperabilmente al meglio) possibile.copcr5 La strategia naturale per molti animali, per molti mammiferi, per tutti i primati e per l’uomo che ne consegue è stata quella di unirsi ad un gruppo. Ci sono molti ottimi motivi per far ciò, il primo è che la selezione naturale ci vede peggio quando tratta gruppi, la seconda è che i gruppi sono spesso molto più efficienti nell’adattamento dei singoli. Darwin sosteneva con forza il paradigma individuale poiché pensava, giustamente, che l’innovazione dei caratteri compare individualmente ed egli era interessato come abbiamo detto qui, più all’aspetto del cambiamento delle specie e a quella che poi si chiamerà impropriamente evoluzione[10]. Ma l’altro aspetto di ciò a cui ci ha richiamato Darwin è l’adattamento. In senso adattativo, non v’è dubbio che la strategia del gruppo sia altrettanto se non di più adattativa di quella dell’individuo. Purtroppo, dei gruppi animali, si occupa al massimo l’etologia ed è chiaro che i biologi molecolari non s’intendano di un soggetto che non ha un proprio DNA indagabile ma questo è un problema della nostra forma di separazione dei saperi, non è un fatto della realtà. Quindi, più che rimanere sconcertati dall’altruismo, la simpatia, l’empatia, il comunitarismo ed il collettivismo, l’etica e la morale della relazione e dell’eguaglianza, il senso di giusto-ingiusto come presenze biologiche prima ancora che culturali, ci sarebbe da rimanere sconcertati del fatto che vi siano scienziati che rimangono sconcertati. Che immagine di mondo hanno costoro? Come è organizzato il loro sistema di pensiero? Quanto cariche di teoria e di ideologia sono le loro osservazioni?  La verità è che la scienza senza una relativa epistemologia, l’osservazione senza una adeguata teoria dell’osservazione dell’osservatore, tende al dogma ed alla metafisica non meno della religione e della filosofia. I sacerdoti in camice bianco tendono a soppiantare quelli in abiti nero ma la dogmatica è più o meno la stessa.

E’ chiaro che anche la lettura della genetica se non sceglie con realismo il contesto, sbaglierà la lettura del testo non meno di quanto si potrebbe equivocare il Cantico dei Cantici come un’ode alle orge. Se per molti animali, il gruppo è il contesto primario per adattarsi (e per l’individuo adattarsi ad un gruppo che poi si adatta da un ambiente) e sopravvivere, saranno le facoltà di socializzazione, di condivisione, di rispetto reciproco, la reciprocità, la gratitudine ed anche lo spirito di imitazione, emulazione, lo spirito gregario che favorisce l’ordine gerarchico, l’abbandonarsi un po’ troppo acriticamente al comune sentire, le facoltà premiate. L’altruismo che non è comprensibile a certi biologi comportamentali ed a certo economisti se non come un costo, è in realtà un investimento su un reddito differito, se molti animali, inclusi noi, fossero come descritto da copcnSkinner o Dawkins o Pinker o la scuola di Vienna e di Chicago in economia, ci saremmo già estinti da parecchio. Ed è infatti seguendo questo pacchetto ideologico che l’occidente rischia di tendere  all’estinzione. L’ostracismo, l’emarginazione e la cacciata dal gruppo sono la sanzione che condanna alla perdita del vantaggio di gruppo[11]. L’empatia e l’introiezione degli schemi sociali sono ciò che favorisce il coordinamento intra-individuale ed il funzionamento ordinato del gruppo. Tutto ciò ha traccia biologica essendo la nostra storia evolutiva, come mammiferi, come primati e come esseri umani. La nostra razionalità è schiava delle nostre passioni[12] ma la nostra morale lo è anche delle nostre emozioni primordiali, tanto da divenir “istinto”. Questo è l’istinto del tendere all’altro.

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De Waal è uno studioso simpatico e ottimo divulgatore. Il libro parla anche della questione religiosa che noi qui non trattiamo. E’ una piacevole lettura. La ricerca nell’ambito della relazione tra materiale ed ideale è una strada fondamentale per ridurre questa perdurante, dannosa ed inutile, dicotomia. 9788843037339De Waal insiste su una deduzione fondamentale, non potrebbero esistere sistemi morali culturali se non ci fosse una base comportamentale data dalla storia biologica. Non esiste quindi una natura biologica divaricata e divaricante la natura etica e morale ma una unica natura con cose che a seconda dei tempi e degli spazi ci sembrano più o meno morali. Questa determinazione è data dai sistemi culturali che sono in relazione ma non corrispondono perfettamente alla base biologica che per altro è un ampio ed anche contraddittorio catalogo di possibilità. Idea e materia, strutture e sovrastrutture, bio e kultur, individuo e società, altruismo ed egoismo, emotivo e razionale. La nuova era complessa, se è vero che segna una profonda discontinuità, meriterebbe una profonda revisione di come abbiamo significato queste parole e di come le abbiamo infilate nel meccanismo dicotomico – dialettico, di come le intendiamo logicamente sottoposte la principio di non contraddizione e di come le abbiamo messe a fondamento di sistemi di idee complessi, atti ad orientare il nostro comportamento nel mondo.

Nuovo il mondo, nuovo il comportamento richiesto per l’adattamento, nuovo il sistema di pensiero che deve guidare, nuovi i significati da attribuire alle parole che provengono dal nostro atteggiamento nei confronti della coppia verità – realtà.

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[1] Il personaggio di fantasia Hulk, continua la tradizione. In linea generale però, si può dire che la storia delle società umane, è un alternarsi di vari sistemi morali che sacrificano alcune tendenze naturali. Si tratta di vedere quante e quali ed a quali condizioni per dare un giudizio di maggiore o minore “ospitalità dell’umano”.

[2] Una vera e propria “bad girl” è l’antropologa e primatologa Sarah Blaffer Hrdy di cui, in italiano, avreste potuto trovare due titoli ma oggi son fuori catalogo.

[3] Questa conversione britannica è approdata di recente ad una curiosa ricerca di genetica delle popolazioni effettuata dagli inglesi su se stessi. Con grande stupore (ma chissà forse anche sollievo) gli inglesi hanno scoperto che, invero, le loro radici sassoni-danesi non sono poi così forti. Ne è venuta fuori una macedonia genetica con forti tradizioni celtiche, addirittura romane (cioè di vari popoli continentali) ed addirittura degli antichissimi indigeni britanni. Nel cinema, questa riscoperta di altri natali, ha preso la forma delle riletture del mito di Artù, fiero oppositore delle invasioni barbariche, sebbene alla fine sconfitto. Marx l’aveva azzeccata quando diceva che la cultura dominante è quella delle classi dominanti, gli anglo-sassoni erano pochi ma dominanti. Anche gli altri indoeuropei dovevano esser pochi ma evidentemente dominanti visto che più o meno in tutta Europa parliamo lingue derivate da quel ceppo.

[4] Già conosciuto come “effetto Westermarck”, si tratterebbe dell’origine biologica della naturale avversione all’incesto. Persone con le quali si è convissuto durante i primi sei anni di vita, diventerebbero reciprocamente, non sessualmente attraenti. In questa ottica, il complesso di Edipo sarebbe inesistente. La lunga storia del fascino dello straniero e dell’esogamia testimonia ulteriormente e pare, addirittura, che esista una preferenza olfattiva per partner con un patrimonio genetico piuttosto diverso. Altresì, la ripresa delle idee di Westermarck (1891) segnerebbe un ritorno alle convinzioni della catena Darwin – Hume – filosofia morale scozzese in alternativa alla schizofrenia biologia –  amorale vs cultura – morale, sulla quale, duole dirlo, deragliò anche Kant.

[5] A proposito di paradigmi e di sinistra, c’è del vero nell’icastica nota che il neuro scienziato M. Gazzaniga ha fatto al problema del cambio paradigmatico: “…le conoscenze umane fanno un passo in avanti ogni volta che si celebra un funerale”. S’intende che è la fisica scomparsa dei portatori un determinato sistema di pensiero centrato su un inviolabile paradigma a permettere la comparsa di qualche novità.

[6] Una breve digressione su quanto spesso reinventiamo il già noto. Nella Teoria dei giochi, Dilemma del prigioniero, ha fatto furore la strategia “inventata” da A. Rapoport (1980) detta tit for tat. Non c’è testo di biologia comportamentale che non citi (per altro rigorosamente in inglese) il tit for tat che poi sarebbe il pan per focaccia. Basato sul semplice principio della reciprocità, il meccanismo che potremmo anche definire specchio attivo (fare a gli altri quello che gli altri fanno a voi) è conosciuto nel diritto romano come Legge del taglione. E’ anche alla base della legge islamica e risale (tra le situazioni note) a gli Ebrei. Credo sia molto, come sempre, ma molto più antico, almeno quanto l’homo. Lo stesso Dilemma del prigioniero era caduto in uno sconcerto (il problema che aveva posto Axelrod a cui Rapaport diede sì brillante soluzione) quando gli si era posta la prospettiva delle reiterazione ovvero del peso delle conseguenze delle scelte di comportamento. Questo mise in ballo un concetto che il nostro modo di stare la mondo ha aggirato in tutti i modi -la reputazione-. Nella società individualistica ed anomica in cui viviamo, la reputazione non è più la storia reale della nostra persona,  è sintetica ovvero creata come si crea un abito fatto non della nostra stessa stoffa.

[7] Un dato interessante del come funzionano i sistemi di pensiero, si trova nella ricerca Pew Research (2009) sull’accettazione della Teoria dell’evoluzione, nelle varie comunità basate sul credo religioso. Con medie molto alte (80%) svettano buddisti ed indù, più incerta la situazione dei principali cristiani con i cattolici meglio dei protestanti (58%-51%), decisamente contrari i protestanti evangelici ed i mormoni (23%). Interessante il dato sui musulmani. Questi vanno da punte dell’80% in Kazakistan e Libano ai 27% di Afghanistan ed Iraq (ma ci sono grandi lacune nei dati come egiziani, algerini e sauditi). In effetti non c’è nulla nel Corano che possa suggerire qualcosa contro o a favore dell’evoluzione per cui c’è evidentemente una libertà interpretativa che altresì si modella sul tipo di più o meno forte conservatorismo religioso praticato nelle diverse comunità.

[8] Lo spirito del capitalismo venne fondato da più fatti, mani e voci ma Weber ne diede una lettura, per quanto parziale, abbastanza centrata.

[9] Il principio dell’utilitarismo: “la massima felicità del maggior numero di uomini” venne originariamente espresso dallo scozzese F. Hutchinson (Hutscheson) di cui Smith fu allievo. Ma l’accezione che ne dava Hutchinson differiva da quella dei successivi utilitaristi inglesi. Nel lungo titolo della sua Inquiry (sulle idee di virtù e bellezza, 1725) egli si richiama espressamente a Shaftesbury, contro Mandeville, contro cioè il principio dell’utilità individuale egoistica. Così, l’altro scozzese Hume, per il quale l’azione buona era quella che procurava felicità e soddisfazione alla società poiché l’uomo inclina naturalmente a promuovere la felicità dei suoi simili Egli chiamava questo “sentimento di umanità”, ciò che Smith chiamerà “simpatia”. Non è quindi certo dalla filosofia morale scozzese che deriva il successivo individualismo egoista degli inglesi. In Smith, con “Inquiry” s’intende la Ricchezza delle Nazioni (1775) e con Theory, s’intende la Teoria dei sentimenti morali (1759).

[10] La poco equilibrata lettura di Darwin di cui abbiamo già parlato qui, oggi si pensa, fu dovuta in primis dal ruolo pubblico e di ufficiale interprete, svolto da T. Huxley. De Waal ironizza dicendo che egli stesso avrebbe conbinato non pochi guai se fosse stato chiamato a far il difensore pubblico di Einstein e della Relatività.

[11] C’è anche chi, come l’antropologo americano C. Boehm, sospetta che gli uomini sociali abbiano selezionato “geni della socialità” come gli allevatori fanno con le caratteristiche animali. Mettendo al bando ed uccidendo psicopatici, imbroglioni, stupratori, teste calde, avrebbero estromesso dal flusso riproduttivo i geni maligni. Bisogna però credere ad una derivazione totalmente genetica di questi comportamenti cosa che la perdurante presenza di quei caratteri nelle nostre società,  essenza delle nostre élite predatorie e convintamente egoiste, non confermerebbe.

[12] De Waal cita una ricerca Danziger et al. 2011 (p.210) in cui un panel di giudici israeliani emetteva sentenze favorevoli nel 65% dei casi nel post-prandiale e del 0% prima di fare la pappa. Se avete contenziosi, spostate le udienze al pomeriggio!

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E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE.

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Mar Mediterraneo, Aprile 2015

La “questione mediterranea” pone una nuova sollecitazione alla nostra pigrizia mentale che costruisce concetti mal assortiti che poi, sotto la spinta delle contraddizioni, diventano dogmi. Questi dogmi vengono difesi sempre più strenuamente, al costo di una crescente irrazionalità fino a produrre un rimbalzo da rifiuto  che però porta con sé la dogmatica del concetto in un simmetrico contrario. Se era mal assortito il concetto poi dogmatizzato, cosa sarà l’anti-concetto a sua volta dogmatizzato?

Ci riferiamo al concetto di Europa nella diade unione-nazione. L’Europa diventa un concetto al limitar della fine della Seconda Guerra mondiale e già nasce come un rimbalzo da rifiuto. Rifiuto della divisione dei differenti che, crescendo in un lembo di terra non troppo grande,  storicamente sgomitano l’un con l’altro producendo una sequenza interminabile e del tutto sterile di conflitti. Una delle più ironiche irrazionalità della secolare storia europea è che se prendiamo i confini più o meno stabiliti del XV° secolo e quelli attuali, bordo più o bordo meno, enclave più o enclave meno, nella sostanza almeno delle grandi nazioni o dei principali gruppi etno-linguistici, abbiamo esattamente la stessa partizione. Guerre di religione, re ambiziosi, sante alleanze, napoleoni e imbianchini carismatici, ti invado io – mi invadi tu, milioni e milioni di vittime, per non cambiare nulla.

Il rimbalzo porta allora a dire: basta, tanto è inutile, cerchiamo di trovare una forma di con-vivenza, invece di dividerci, uniamoci! La cosa suona logica e viene rinforzata dal fatto che nella seconda metà del Novecento si apre un tableau de jeu nuovo, il Mondo. C’è la Cina e l’India, c’è la Russia e gli USA, tutti grandi e grossi. Però, per sedersi a questo tavolo e giocare il gioco che -o lo giochi o ti gioca-, pare occorra un pre-requisito: la dimensione. La cosa è conosciuta ai tavoli da poker con la legge di non sedersi mai ad un tavolo di cui non reggi il rilancio di colui che è più danaroso. Quindi unirsi è giusto, unirsi è necessario. Due buone ragioni.

Ma il concetto Europa avrebbe dovuto esser meglio analizzato e non composto così a sensazione. Di quale Europa parliamo? quella cristiana o quella protestante o quella ortodossa o quella anglicana, quella a ramo linguistico balto-slavo o romanzo o celto-germanico? quella mediterranea o quella del Mare del Nord, quella originaria di Atene-Roma o quella dei popoli nomadi barbari, quella che il capitalismo l’ha inventato o quella che l’ha subito? Cioè, se abbiamo trascorso qualche secolo a massacrarci, ci sarà pur una articolata venatura di differenze, no? Non è che inventi il concetto perché così ti sembra opportuno ed oplà, ecco il costrutto realizzato!

Tant’è che il razionale andrà da una parte e il reale, dall’altra. Il razionale, invero, fa ben poca strada e rimane petitio principii mentre il reale trova sfogo nell’idea di mettere una cosa in comune, obbligandosi così a cooperare, prima fonti di energia, poi un mercato, infine una moneta.  Questa ultima è la cosa apparentemente più semplice ma si rivela poi quella più difficile, quella che dovrebbe giungere dopo un lungo e articolato processo di creazione di un complesso, fatto di sistemi economici, finanziari e fiscali reciprocamente integrati che rispondano ad una pari integrazione politica dotata di una intenzionalità democratica. La cosa è così bizzarra in sé che infatti solo alcuni (19 su 28) intraprendono questo conato unionista del sì-ma-non-troppo sancito da trattati. In termini di complessità, quindi di gestione della flessibilità, legare una moneta non ad una intenzionalità politica ma a dei trattati è come andare ad un festival di breakdance con gli arti ingessati.

Com’è evidente, il costrutto mal costruito, peggio costruito del concetto stesso, tende a naufragare e galleggiare con l’inerzia di chi non può andare né avanti, né indietro, cioè fare “il morto a galla”. Nel frattempo, dopo esserci baloccati su monete, sovranità, Altre Europe ed altri disordini mentali, ci si pongono pressanti questioni dall’esterno, due nello specifico: disordini al confine Est e disordine al confine Sud. A quelli dell’Est frega niente dei problemi di quelli del Sud che, a loro volta, non capiscono proprio che diavolo di problemi abbiano quelli dell’Est. Domani potrebbero essere danesi e scandinavi ad essere allarmati per la sovranità del Polo che si sta sciogliendo ed allora potrebbero essere i mediterranei a non capire.  E’ normale, infatti la storia si fonda sulla materialità geografica per poi evolversi lungo i rami economici, religiosi, culturali e quindi politici. Non è un problema di comprensione reciproca, è proprio che le aree diverse hanno interessi ed intenti diversi, storie diverse, tradizioni e logiche diverse con cui devono affrontare problemi diversi. Confondere la differenza con l’egoismo, l’ontologia con la filosofia morale, come si fa nel disordinato dibattito pubblico, è sommare disordine a disordine. Né è d’aiuto l’esser seduti assieme in quella assemblea condominiale priva di poteri che è il fantomatico  “parlamento” di Bruxelles, perché questa unione dei senza poteri, per definizione, è solo una rappresentazione e le rappresentazioni non risolvono problemi, al massimo, li riflettono. E se anche avessero i poteri non avrebbero il potere di gestire i problemi derivanti da un concetto mal posto, mal assortito.

Si giunge così ai morti che galleggiano in mezzo al mare nostrum, “nostrum” non dell’Europa ma delle popolazioni europee che intorno a quel mare vivono da secoli, che poi sono proprio coloro che gli hanno dato quel nome. E si finisce anche con la paranoia che ogni movimento, ogni tentativo di rottura delle paralizzanti simmetrie dei nostri patti di gesso, ci porti in acque inesplorate come ha ammonito di recente M.Draghi.  Morti a galla ed acque inesplorate, che fare?

Beh, se ci si riferisce ai meno di trenta corpi che galleggiano ed a gli altri ottocento andati a fondo è una cosa, se ci riferisce a gli altri forse 250.000 o anche più che nell’ultimo anno sono giunti e giungeranno tra Spagna, Italia, Malta, Cipro, Grecia o direttamente in Francia è un altro. Se poi ci riferiamo al milione in stand by pronto a partire è un altro ancora. Ma forse dovremmo anche riflettere sulla aritmetica delle popolazioni che ci dice che nel prossimo trentennio, solo gli africani (non i medio-orientali) aumenteranno di un miliardo (quattro volte più grandi di noi!) mentre noi europei diminuiremo di cento milioni. Poiché è utopico pensare di rimuovere le cause forti che producono i fenomeni che rendono la vita impossibile nei loro luoghi di nascita, cause forti da noi stessi prodotte direttamente o indirettamente o prodotte da nostri amici e parenti, non ci vuole la pizia per vaticinare che saranno appunto milioni, coloro che, in un modo o nell’altro, proveranno a venire da lì a qui. Sempre che un qualche disastro ambientale o epidemico, non ne produca decine di milioni. Se le nostre coste fossero lambite da migliaia di morti a galla, addio bagnetto ferragostano e la stessa spigola ci darebbe sospetto di cannibalismo per interposta catena alimentare. Se le nostre comunità già pressate da una crisi senza speranze, obbligate a fare i compiti a casa, depresse dalla perdita di futuro, dovessero pure trovarsi alle prese con obblighi di ulteriori solidarietà e condivisioni di massa, la situazione diverrebbe facilmente caotica.

Occorre allora far qualcosa ma qualcosa di grosso, di coordinato, di strategico, di organizzato, qualcosa che, come si dice in questi casi, “gestisca la situazione”, grossa la situazione, grosso il qualcosa che la dovrebbe gestirla. Ma quanto grosso?  Ecco allora che andiamo a rimbalzare di nuovo contro il costrutto mal costruito derivante dal concetto mal posto, cioè mal assortito. Il tempo che passeremo a discutere e litigare senza costrutto con gli olandesi o i danesi o i lettoni o i polacchi in paranoia confinaria che non vedono certo neri galleggianti ma solo orsi russi infidi ed aggressivi che si mimetizzano dietro le betulle, trascorrerà invano e poiché già lo sappiamo perché buttarlo via inutilmente? Oltretutto visto che nel nostro modo di stare al mondo, il tempo è denaro, richiedendosi appunto denaro per far qualcosa di grosso che affronti il grosso problema e che di denaro ne abbiamo sempre meno, come del resto di tempo? Allora?

Chi pensa dovrebbe anche fare ma il fare del pensiero  è ridotto, nel nostro modo di vivere, al far concetti. Che almeno il pensare, ci porti a pensare qualcosa che ha la possibilità di utilità a risolvere questo problema grosso, altrimenti si fa esibizionismo concettuale, falso moralismo, sfoggio di cattiva coscienza, esercizio di retorica, vomito emotivo, logistica dell’utopia ed altre cattive pratiche che sommano inutilità e confusione a quanta già ce ne è. Che il pensiero sconti, a volte, una sua (apparente) inutilità vabbè ma che addirittura proprio chi pensa per sciogliere la nebbia della comprensione, aumenti l’entropia, proprio no.

Il pensiero proposto è quello di fermarsi e chiedersi: l’Europa unita è un concetto che possa portare ad un costrutto? Si, no, su quali presupposti, in quanto tempo e con quali passaggi? Quale unione? Quella con i 50 stati indipendenti che la compongono, con i 28 dell’Unione, con i 19 dell’unione monetaria? Forse scopriremmo che in ogni caso questo è un concetto mal assortito, cioè impossibile da trasformare in costrutto. Non c’è una storia ma neanche una geografia in comune, non c’è una religione, né un ceppo linguistico, non ci sono tradizioni culturali o atteggiamenti antropologici in comune, non ci sono forme economiche e neanche interessi geopolitici o geostrategici in comune. Se non c’è niente in comune, se è un concetto mal assortito, quando mai si trasformerà in un costrutto ben costruito? Quale mago alchemico, quale pensiero magico potrebbe sintetizzare un conflitto di differenze e di interessi in un sublimato virtuoso? perché continuare dogmaticamente a pensare a qualcosa che non potrà mai essere e subordinare le nostre sempre più difficili vite a questo disegno non intelligente?

Data la più probabile risposta alla riflessione proposta, però,  si dovrebbe anche evitare  di finire rimbalzati dal meccanismo della semplificante negazione, al polo opposto, al “no ad ogni unione”, al “torniamo alla nazione”. Ce la vedete voi, una qualsivoglia europea nazione otto-novecentesca, alle prese col dollaro o lo yuan o la speculazione o la NATO o la Cina o l’islamismo armato o i centinaia di migliaia di profughi assedianti o la gestione delle politiche ambientali planetarie, la competizione globale o qualsivoglia altro problema postoci dal mondo che, differentemente dai nostri schemi concettuali, non è più nel XIX° o XX°  ma nel XXI° secolo?  Direi di no. Finirebbe col far da fauna interstiziale nei domini della magafauna. Allora?

Allora si potrebbe andare verso una unione di coloro che hanno forme simili e problemi altrettanto simili, simile geografia, quindi storia: i mediterranei ad esempio. Duecento milioni di individui che sarebbe ben più possibile porre in un processo di progressiva unificazione concreta, cioè una unica entità socio-economico-cultural-politica, una macro-nazione federata che funziona con la democrazia. Una unione con una sua moneta di cui possiamo prevedere una gestione espansiva e che visto che nascerebbe già bella indebitata, non si contorcerebbe come la Merkel se anche si producesse un po’ d’inflazione. Una moneta in grado di attivare le soluzioni della gestione del grosso problema o nella versione piena ed indiscriminata accoglienza o nelle versione selezione a metà strada o nella versione miglioriamo il loro mondo lì,  poiché, in ogni caso, son tutte soluzioni che -costano-. Un nuovo sistema geostorico con una economia ed una politica aperta all’Africa, la parte di mondo che più crescerà nei prossimi decenni. Ma aperta anche al Sud America, alla Russia, alla Cina e al contempo attenta a moderare il disordine mediorientale ed a evitare che altri disordinino proprio il continente sottostante lasciando poi a noi il compito di gestire quel disordine. Piani che costano ma costi che però non solo promettono di gestire il “grosso problema” ma che potrebbero essere anche visti come investimenti ed occupazione, costi e strategie che richiederebbero quei sforzi impegnativi che solo una macro entità può porsi in obiettivo. Una Unione che avrebbe il suo posto nel consiglio di sicurezza ONU certo ed influente, influente ad esempio sulle decisioni da prendere sul quadrante africano o mediorientale, che avrebbe un suo peso nelle decisioni grandi decisioni economico-finanziarie (credo avrebbe il secondo pil del mondo, massimo il terzo), in quelle ambientali, che produrrebbe un suo esercito ed una sua autonoma politica di difesa. Insomma un nuovo soggetto geo-storico adeguato ai tempi che ci è toccato in sorte di vivere. L’unico soggetto che avendo un problema preciso e condiviso, sia in grado di porre in essere una azione complessa e costosa atta a gestirlo. Ma anche atta a gestirne molti altri e con un certo, prevedibile, accordo delle intenzioni, quantomeno maggiore di quello che ci dovrebbe unire a scandinavi o baltici o sassoni e frisoni o ugro-finnici. Un concetto ben posto, ben assortito, che possa dar vita ad un costrutto ben costruito.

Si potrebbe fare allora un nuovo parlamento ed intitolarlo a Fernand Braudel (così i francesi son contenti), colui che ci ha insegnato che la storia è il divenire degli abitanti di precisi luoghi geografici e che il Mediterraneo è la fonte della nostra storia, quindi della nostra vita. “…e il naufragar m’è dolce in questo mare” potremmo così sospirare, un mare che non ha per noi acque inesplorate, in cui  non finiremmo col far o con l’esser dei “morti a galla”.

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Riferimenti: A. Kojève, Il silenzio della tirannide, Adelphi, Milano, 2004, L’impero latino p.163; F. Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani, Milano, 2008; ed indegnamente anche questo.

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L’ADATTAMENTO AL DIVENIRE. Riflessioni su Darwin.

La teoria di Darwin è detta, impropriamente, Teoria dell’evoluzione. O meglio, potrebbe mantenersi questo termine, se si convenisse sulla sua precisazione. Esso infatti ha due sensi: a) teoria del cambiamento; b) teoria del miglioramento. I due sensi sono in parte sovrapponibili ed in parte no, nel senso che non sempre il cambiamento, corrisponde ad un miglioramento. Occorrerebbe poi aggiungere che Darwin voleva mettere in luce un aspetto, ai sui tempi non considerato (il cambiamento delle specie, la nascita di nuove) ma questo aspetto non è una legge assoluta del processo naturale, vi sono specie che rimangono a lungo o a lunghissimo, praticamente inalterate.

First-edition-Charles-DarwinIl cuore della teoria del cambiamento delle specie, Darwin, lo trova, come recita l’intero titolo della sua opera più celebre (Origine delle specie, 1859) nella lotta per rimanere in vita e riprodursi stante l’operare di un meccanismo di potatura costante che egli definisce “selezione naturale”. Questa lotta che prefigura uno scenario per il quale c’è del troppo nel poco (troppe specie e individui in poco spazio, troppa domanda di opportunità in regime di scarsità delle possibilità) è vinta in modo impersonale cioè non perché una specie o individuo, volontariamente, fa o non fa qualcosa di idoneo (lamarckismo) ma perché la riproduzione sessuale assortisce le qualità, proponendo innovazioni idonee a vincere quella lotta mentre in altri casi o non propone o propone innovazioni inidonee. Si è poi, successivamente, riempito lo spazio delle possibilità con una terza ipotesi che è l’innovazione neutra, né particolarmente idonea, né inidonea (Motoo Kimura).

La trasformazione del significato della teoria e dell’utilizzo dell’etichetta “evoluzione”, venne operata successivamente partendo dal  concetto di evoluzione come miglioramento, formulato da H.Spencer prima della pubblicazione dell’Origine, (poiché compare nell’opera sul Progresso che è del 1857) e subito dopo  nei First Principles del 1862. La fusione per identità di cambiamento = evoluzione = miglioramento venne operata collettivamente dalla cultura anglosassone che recepì l’opera, successivamente. Non si può dire sia stata una violenza ermeneutica scandalosa, elementi sintonici con questa interpretazione si trovano esplicitamente, a volte, nell’opera di Darwin. lezioni-sulla-filosofia-della-storia-197x300Altre volte essi sono impliciti e del resto Darwin stesso è anglosassone e nota è l’influenza che nella sua mentalità ebbero le teorie di Malthus[i] e più in generale lo spirito dei tempi. Spirito dei tempi, tempi di cambiamenti vissuti come positivi che per altro, non era una caratteristica precipua dei soli anglosassoni stante che il concetto di progresso lo si trova anche in Fichte, in generale nel romanticismo, nella Fenomenologia dello Spirito e nelle concezioni della storia di Hegel, poi trasferitosi anche in Marx e senz’altro nel positivismo sin dalla sua fondazione in Auguste Comte. Se in ambito anglosassone è coevo alle imponenti e telluriche trasformazioni operate dalla Rivoluzione industriale, nel continente, era coevo a ciò che era scaturito dalla detonazione della Rivoluzione francese che tentava lo sblocco del fissismo clerical-aristocratico continentale in direzioni più simili a ciò che accadeva nel Regno Unito, faro del cambiamento di quell’epoca.

changePerò che “il cambiamento venga per il meglio” è una umana aspettativa, non una legge di natura. In linea generale, nel pensiero occidentale ma forse ancor più in generale, in quello umano, il cambiamento è altresì ansiogeno. Esso abbassa le nostre capacità di previsione ed allarma tutto il nostro essere perché impone un “dover cambiare” a tutto questo nostro essere[ii]. Tutto il nostro essere significa sia l’essere umano interno, mentalità, atteggiamento, credenze, abitudini , sia quello esterno, società, relazioni, istituzioni, pratiche, cultura. In senso ancorpiù psico-esistenziale, esso ci ricorda una sorta di dipendenza dalle condizioni esterne che non ci fa affatto piacere ricordare.

A sua volta, il cambiamento, proviene da una nostra percezione allarmata di un fatto che ne è causa, il divenire. La rimozione o tentato assoggettamento del divenire è la costante della storia del nostro pensare. Col pensiero abbiamo sistematicamente cercato di addomesticare questo inquietante divenire, dandogli cause certe, ipotizzando garanzie, negandolo, normalizzandolo. Le strategie si sono sviluppate lungo la linea religiosa con la garanzia di un dio, amico o con cui si poteva venire a patti, un dio causa diretta o indiretta del divenire delle cose e spesso addirittura dispensatore di provvidenza; lungo la linea filosofica con la recisa negazione razionale sia del divenire sia del molteplice quale operarono (in maniera comunque diversa) copc5n8i due dioscuri della tradizione greca classica Platone ed Aristotele; lungo la linea a metà tra religione e proto-filosofia (una categoria che invero non ha nome e che si mischia con gli archetipi e la mitologia) ad esempio con la concezione circolare del tempo che offriva la prevedibilità dell’eterno ritorno o svalutava il divenire come corruzione e decadimento, perdita dell’età dell’oro; lungo la linea razional-pragmatica della scienza e della tecnica, prima coll’idea stessa di legge scientifica e di dominazione dell’incerto col certo, dell’impreciso col preciso, dell’imprevedibile col prevedibile cioè con la proiezione di un relativo in assoluto, di un particolare nel generale (induzione), dell’eterogeneo col calcolabile, poi con l’esito pratico-manipolatorio ovvero con la  possibilità pratica di sviluppare tecniche di dominio del divenire a tal punto efficaci da diventare esse stesse produttrici di divenire e cambiamento. Ancora non abbiamo ben capito che atteggiamento avere nei confronti di questo cambiamento che noi stessi produciamo (rimane lo sconcerto psichico che il cambiamento produce come allarme) ma ci sentiamo comunque un po’ più padroni del divenire dal momento che questo non è più solo nostro padrone ma anche nostro dipendente.

La legge del progresso è uno di questi tentativi di normalizzare e rendere prevedibile il divenire trasferendo il concetto di legge immanente dal metodo scientifico a gli oggetti/processi non scientifici come la storia umana[iii]. Ci sarà divenire e ci sarà cambiamento ma è tutto per il meglio, tutto si muove e non guidiamo noi il veicolo in movimento ma rilassiamoci perché sappiamo che il veicolo va in un posto migliore… . Questa forma di rassicurazione psicologica che ci somministriamo per tenere sotto controllo l’ansia dell’incerto che il divenire ci induce tramite la pressione al cambiamento, oltre ad essere problematica perché ci offre una certezza irreale che copre una incertezza reale lo è anche perché ci de-responsabilizza. Sarebbe cioè assai positivo che noi sia avesse una spinta al progresso, al miglioramento delle nostre condizioni interne, psichiche, affettive, fisiche,  così come quelle esterne cioè sociali, culturali, geo-storico-politiche, economiche ma o negando il divenire o normalizzandolo dentro una teoria metafisica o esaltandolo come un andare avanti indifferenziato figlio delle nostre nuove capacità di dominio del mondo o razionalizzandolo come processo teleologico e finalizzato comunque ad un bene pre-garantito, noi occultiamo  la sua essenza, la sua costante presenza e il problema che esso realmente ci pone: cambiare consapevolmente per adattarci  costantemente alla sua metrica.

L’ottimismo progressivo del XIX° secolo, è stato poi pesantemente falsificato e nel mondo delle idee (Schopenauer, Kierkegaard, Nietzsche, Spengler, esistenzialismo, francofortesi, strutturalisti, Lowith, Popper ed altri) ed in quello dei fatti. E’ da Lyotard (Il postmoderno spiegato ai bambini, Feltrinelli, Milano, 1987) che traiamo l’elenco per cui: Aushwitz copcr5avrebbe falsificato la razionalità del reale[iv]; le varie rivolte per la libertà nei paesi socialisti avrebbero falsificato l’identità tra partito comunista ed aspirazioni del proletariato;  le crisi economiche del l’’11 e del ’29 avrebbero falsificato la fede irrazionale del liberalismo nel libero mercato delle merci, quelle del ’74 e ’79 del keynesismo nel mercato coadiuvato dallo stato, quella del 2008-oggi quella del liberismo globalizzante nel libero mercato dei capitali. Altri hanno avuto un approccio più discriminante, riconoscendo qualche effettivo progresso accompagnato da qualche altro regresso e comunque dalla nascita di nuovi problemi che proprio il progresso parziale ha portato (ad esempio la questione ecologica portata da quella dello sviluppo). Altri ancora, hanno ripiegato nell’ottimismo della volontà, nel progresso come utopia orientativa (Bloch, francofortesi).

Più che altro, sembra esserci un evidente parallelo tra ciò che si vive e ciò che si pensa. L’Europa dello slancio vitale, dell’affermazione della volontà di potenza del XIX° secolo, opera una totalizzazione concettuale del progresso. L’entrata in crisi dei sistemi europei, porta nichilismo, pessimismo, disincanto, relativizzazione se non abiura altrettanto totalizzante con addirittura cenni contemporanei di nostalgie pre moderne e rammarico per la perdita dei sistemi forti ad esempio della fede (abbiamo fatto male a festeggiare la morte di Dio?). Il trasferimento del centro attivo del sistema occidentale negli USA portò ad un breve-storia-progressotrasferimento della concezione progressista nella “nuova frontiera”, nella fede nello sviluppo e progresso cumulativo tecno-scientifico, nella teologia del mercato, nel successo del merito, creando le convinzioni dell’ eccezionalismo e del destino manifesto.

Insomma, quella del progresso – regresso, più che una legge storica o di natura, sembra una semplice legge dell’umore umano, la ciclotimia. Altresì, il concetto, come quasi tutti i concetti, nella foga di sintetizzare e generalizzare paga la sua utilità con l’approssimazione di vasti insieme non debitamente analizzati[v]. Su qualche cosa c’è stato progresso, talvolta c’è stato progresso, un progresso qua spesso è un regresso là, guadagni ottenuti da un progresso diventano costi di un successivo potenziale o attuale regresso, non esistono leggi del progresso, il progresso non è garantito, il progresso non è un irreversibile, il progresso dipende anche dal caso, è contingente, è dovuto a fattori esterni la nostra volontà o capacità, dovremmo assumerlo come nostra volontà, misurarlo meglio[vi], controllarne lo statuto e la complessità, l’impatto ed il costo. Soprattutto capire a cosa vada riferito e quale sia il suo intrinseco significato.

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L’eredità di Darwin ha speciato due famiglie interpretative. Quella canonica è giunta ad una sintesi successiva, utilizzando i guadagni della scienza, in particolare la scoperta del DNA (che, ignoto a Darwin, è da una parte ciò che conferma parte delle sue intuizioni, dall’altra il fatto nuovo che offrì il perno ideale su cui far ruotare tutta la teoria) del gene, lo sviluppo successivo della biologia molecolare e della biotecnologia. Neo-darwinisti ed 9788804636694-il-gene-egoistaultra-darwinisti, in quanto scienziati duri, hanno sequestrato il pensiero di Darwin, rendendolo un sistema perfetto basato su, in primo piano la riproduzione con variazione genetica, in secondo piano (ma connesso col primo) un mondo di feroce competizione egoista tra occasionali portatori di patrimonio genetico, spesso ridotto alla logica di un gene – una caratteristica, un genotipo  – un fenotipo, nella più classica relazione determinista dal micro, il macro. A loro si oppone una variegata pattuglia che assomma vari campi d’indagine, il cui comun denominatore è teso ad allargare l’interpretazione. Deterministi monisti vs indeterministi pluralisti, questo il parterre di gioco. I primi, si connotano per l’ostentato riduzionismo per il quale non esistono sistemi organici o sistemi individuali o sistemi di popolazioni o sistemi di specie o sistemi ambientali ma solo geni. Addirittura, come segnalato, hanno per lungo tempo (molti ancor oggi) coltivato l’idea che ogni gene svolgesse la sua propria funzione fenotipica e il genoma non fosse un intero maggiore delle parti ma la sua semplice somma. Oggi, si stanno scoprendo geni della regolazione generale e geni che non producono direttamente testi ma regole testuali  (geni hox la cui riproduzioni con modificazione, se efficiente, produce novità eclatanti, i famosi “salti” di cui poi parleremo) e la faccenda sembra contraddirli ma i paradigmi quali quelli di R.Dawkins, J. Maynard Smith, D. Dennett, S. Pinker & Co sono saldamente piantati nella tradizione e del resto, l’intera industria civile e militare che finanzia le costose ricerche di sviluppo della biologia molecolare, debbono credere sia così. Debbono credere nell’assunto che conoscendo i mattoncini Lego fondamentali si potrà poi ricostruire un mondo in cui chi sa come si fa, vincerà tutte le guerre, farà un sacco di soldi e diventerà l’orologiaio non più cieco che regola tutti i meccanismi a proprio volere. Altresì, dall’evoluzionismo sociale di Spencer alla sociobiologia di William Hamilton ed il primo E. O. Wilson (poi convertitosi), buona parte della cultura anglosassone ha sempre più marcatamente trasformato l’aperta teoria di Darwin in una legge chiusa, una intuizione liberatrice i concetti di divenire e cambiamento in una intelligenza chiusa fondata sulla lotta dei troppi per lo scarso.

copcrt6Del resto, la preoccupazione stessa di Darwin per lo statuto della sua intuizione, è testimoniata dai famosi Taccuini di cui ora abbiamo, sia le versione taccuini naturalistici (Rosso, B, E – Taccuini, Laterza, Roma-Bari, 2008) sia quella dei taccuini metafisici e morali (M,N et varii – Taccuini filosofici, UTET, Torino, 2010). Com’è noto, passano più di venti anni tra l’elaborazione del primo scheletro della teoria (1838) e la pubblicazione dell’Origine (1859). Darwin sa senz’altro che un certo versante filosofico – teologico rigetterà la sua intuizione, che almeno quello scientifico gli dia credito. Ma per averlo, Darwin deve abbassare l’alta indeterminazione della sua teoria, una indeterminazione oggettiva, data dalla complessità del meccanismo o sistema di cui lui ha intuito l’essenza. Non vi riesce del tutto ed infatti la lettura dell’Origine (che non è divertente essendo Darwin un gran pensatore ma non un gran scrittore) rivela sorprendentemente per chi vi approdi dal canone ultra-darwinista della divulgazione à la Dawkins&Co, un gran misto plurale di possibilità, ricordo in più di un caso, addirittura qualche indulgenza in odor di lamarckismo. Ma almeno in un caso, egli compie chiaramente una sorta di inversione metodologica (definizione di N. Eldredge che cura l’Introduzione del volume Laterza) laddove abiura i dati offerti dalla geologia (si ricordi che l’intera teoria dell’evoluzione è messa in moto dalla geologia che allarga il concetto di tempo e vi inietta il seme del cambiamento, del divenire) sull’esplosività dei cambiamenti e sposa la causa gradualista[vii]. Gould-2La questione verrà riproposta negli anni ’70 dai paleontologi S. Jay Gould e lo stesso N. Eldredge con la teoria degli equilibri punteggiati (1972), in cui il gradualismo darwiniano è contestato dall’idea che l’evoluzione proceda a salti dopo lunghi periodi di sostanziale stasi. Non solo, in questo nuovo paradigma, il gioco si gioca sia a livello genetico, sia a livello degli individui, sia a livello di popolazioni rispetto ai vari habitat. In realtà pare che l’idea del salto fosse già in Ernst Mayr (1954) sebbene ne parli addirittura H. Bergson nell’Evoluzione creatrice del 1907 attribuendola a Bateson padre (William padre di Gregory).

In verità, sembra una forzatura trovare “una” legge alla base di un fenomeno con così tante variabili interrelate, con un ruolo così decisivo dell’ambiente contenente specie, popolazioni ed individui ma anche individui come ambiente di organizzazione organica e come ambiente per l’espressione genica[viii]. Il tutto collimato a fasi di tempo di immensa durata. Anche perché, lo stesso Darwin, mostra più in generale un forte interesse per l’intero sistema della vita e non solo per i meccanismi speciativi. Il lungo e perdurante interesse per il passaggio dal vegetale e l’animale, quello che parte dal verme per arrivare all’uomo e forse anche quello precedente dall’inorganico all’organico (il corallo, “l’animale di pietra”). Darwin è affascinato dal poter trovare l’intelligenza del processo in un senso non intenzionale, né quello del disegno intelligente, né quello lamarckiano. Il cuore di questo meccanismo verrà trovato in una relazione tra la discendenza con modificazioni da una parte e il maggior o minor o nullo adattamento, dall’altra. Se la discendenza con modificazioni rompe il fissismo e trasforma la moltitudine vivente in un processo 9788807813504_quarta.jpg.448x698_q100_upscalecangiante, tale processo cieco, potenziale, sovrabbondante, verrà precisato e stabilizzato nell’essere, dal contesto che è la sede della contingenza. I più adatti non hanno alcun valore assoluto, sono adatti relativi ad un contesto e poiché anche questo cambia, non c’è fine nel processo. In ordine temporale, quello che viene prima è il cambiamento costante dell’ambiente, è per infilare un processo minore (il sistema della vita) in questo processo maggiore (l’ambiente) sempre cangiante, che la vita deve riprodursi con cambiamento, un cambiamento che come sappiamo, è oltretutto prodotto da quelli che chiamiamo “errori”, errori di trascrizione dei caratteri dai genitori a figlio. Se non ci fosse discendenza ma soprattutto se non ci fossero “errori” di trascrizione, se il processo fosse ingegnerizzato in modo perfetto e preciso, non ci sarebbe alcuna vita, in quanto non ci sarebbe nessun adattamento del processo della vita al processo dell’ambiente cangiante.  E’ sintomatico che la cosa più incredibile dopo l’esistenza del Tutto, cioè la Vita, faccia perno su un meccanismo che noi definiamo un “errore”, sintomatico della nostra difficoltà di comprensione della complessità e del divenire. Ed è altrettanto sintomatico che quello che ancora oggi ci affanniamo a disegnare come uno scheletrico ed ordinato, regolare, “albero della vita”, Darwin stesso, lo intendesse come un corallo, irregolare, discontinuo, multi-direzionale, non intenzionale, imprevedibile e senza finalità che non il suo essere. Tale sistema è decisamente complesso, essendo sostenuto da una rete di correlazioni tra organico ed inorganico, tra organismi e piante, tra organismi ed organismi, tra individui di una stessa specie, tra genomi dei vari individui e consegue quindi che i sistemi osservativi umani dovrebbero approcciarlo con lenti paleontologiche ma anche paleobiologiche, geostoriche e geologiche, bioevolutive e, nel caso umano, anche bioculturali. Quale odierna mente forgiata nell’ossessione specialistica del micro, avrebbe potuto o potrebbe oggi, abbracciare una sì macro porzione di spazio-tempo? Che lavoro farebbe oggi quel naturalista-umanista, generalista, che fu Charles Darwin? Le laboriose formichine intente da decenni a diramare la specificazione del particolare evolutivo, si domandano mai quale fosse lo statuto epistemico del padre della teoria che gli dà da vivere e come oggi è giudicato questo statuto dal rigido canone specialistico?

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Il misterioso Hallucigenia, animale del Cambriano rinvenuto fossile sia in Canada, sia in Cina.

Darwin si poneva davanti ad enormi porzioni di spazio-tempo e questa vasta e brulicante complessità gli dava l’idea che l’uomo è solo una variabile di moltissime altre, oggi, come abbiamo accennato qui, si ritorna a pensare che il Tutto ruoti intorno a noi, partendo sistematicamente da osservati microscopici, da tagli arbitrari dell’essere, da dotte ignoranze. C’è in Darwin una commovente simpatia animale, un amore caldo per tutti i viventi e perfino le piante, una empatia emotiva ed affettiva per ogni tipo di mente presupposto che ogni vivente ha una mente, ha emozioni, ha quel misto di intelligenza ed istinto che rimane in proporzioni alterne fino a noi, una bulimica curiosità e una grande meraviglia per la vita in sé. Se oggi fosse un nostro contatto facebook, lo vedremmo postare indefessamente filmini di cani con delfini, gatti che allevano pulcini, caprette amiche dei cavalli etc.

ct67Quella di Darwin è essa stessa una teoria corallo, una teoria della relazione e non del suo risultato, una teoria dell’adattamento e non dell’evoluzione. Nella nota N47, Darwin dice chiaramente “Nella mia teoria non c’è una tendenza assoluta al progresso”.  Sull’espressione “selezione naturale”, intesa come etichetta dell’alterno e contingente risultato della relazione adattativa, Darwin dice che “la uso più o meno come il geologo usa la parola Denudazione, considerandola l’agente che esprime il risultato di diverse azioni combinate”. Che da questa visione delle “diverse azioni combinate”, sia collassata in una cultura del calcolo algebrico poiché questo è il marcatore dell’impresa scientifica (numero, peso, misura) e questo è il marcatore di ciò che ci piace ritenere la “verità” avrebbe sconcertato Darwin il quale notava che “i grandi calcolatori” sono “persone di intelligenza molto limitata” (M99), “i matematici non sono profondi ragionatori “(M100) e questo anche perché, nel calcolo matematico “tutto è certo” (M100). Ce lo possiamo immaginare con gli occhi sgranati e la bocca aperta in un tour guidato nei laboratori dove oggi si sviluppa l’intelligenza artificiale e non per la meraviglia ma per l’assurdità dei presupposti dell’impresa. Questo “tutto è certo” fa la differenza. Nell’adattamento, il nocciolo della faccenda, è dato proprio dalla gestione dell’incertezza, dell’indeterminazione, della flessibilità alternativa e creativa del problem solving svolto da un sistema fatto di istinti che sono fossili d’intelligenza, così come le emozioni oltre che capacità di calcolo statistico, prefigurazione, esperienza e assunzione ragionata del rischio. La teoria dell’adattamento è oggetto di un principio di indeterminazione assurto a paradigma della conoscenza umana delle complessità generale, tanto più si preciserà un aspetto tanto più andranno sfocati gli altri. E se li si vuole abbracciare tutti o almeno i principali, bisogna accettare una certa indeterminazione, non si può comprendere (prendere assieme) un processo come fosse una cosa, un divenire come fosse un ente. Se vogliamo capire le cose grandi, dobbiamo sedare la nostra ansia di precisione.

Se questa è l’epistemologia darwiniana, quali sorprese troviamo sul piano più squisitamente filosofico? La mente è una secrezione del cervello altro che iperuranio delle Idee, dualismo madre di ogni successiva divaricazione da Cartesio 907kall’idealismo ed il cervello è modellato dalla storia dell’adattamento di tutta la vita al suo variabile contesto. Altresì, il dovere, l’imperativo categorico, è forgiato della storia adattativa alla socialità. L’utilitarismo, calcolo della ragione sull’aspettata felicità non è compatibile con una storia naturale della coscienza[ix], il senso morale è figlio degli istinti sociali poiché entrambi figliano dalla logica di comunità. Siamo cioè una sovrascrittura cumulata della storia dell’adattamento, sono stati i costumi sociali a plasmare la nostra dotazione biologica, siamo più verso Kropotkin[x] che verso il darwinismo sociale in zuppa maltusiana, siamo più verso i recenti studi sull’intelligenza sociale che verso il gene egoista. “…ecco qui il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere” scriverà Marx ad Engels appena un anno dopo la pubblicazione dell’Origine.

Quella di Darwin non è una teoria dell’evoluzione è una teoria dell’adattamento reciproco tra sistemi complessi entro un flusso temporale. Vi sono contesti e momenti in cui lo stile della vita è il contrasto, la lotta, altri in cui regna la pacifica convivenza. A volte il nemico è un’altra specie, a volte altre individui, altre volte le condizioni di contesto. Alcuni saranno nemici, altri amici, altri reciprocamente indifferenti.  Il clima e la geografia, divenienti anch’essi, propongono sempre nuovi quiz adattativi. Alle volte vince la strategia egoista, altre volte quella cooperativa. Tutti gli animali sociali hanno posto la comunità al vaglio selettivo, non il singolo individuo e ciò significa anche che il patrimonio genetico necessario all’utilità sociale ha un significato di qualità diverso da quello dell’individuo che ha scelto di fare i conti con la selezione da solo. La logica dei sistemi ci dice di un meccanismo multi-livello in cui la novità genetica deve esser, per prima, accettata dal sistema genomico nel suo complesso, questo dall’organismo che va a comporre, questo dal contesto sociale o ambientale che è l’ultimo scenario, quello decisivo, per tutti[xi]. Vincono stupide vongole bivalve come scimpanzé quasi umani, nudi vermi indifesi come tigri dai denti a sciabola, girasoli che si torcono per seguire il sole e licheni che preferiscono darwin1l’umida ombra. Il perdurare di cretini, pazzi e assennati, onesti e furbacchioni, altruisti ed egoisti, buoni e cattivi ci dice che c’è una ragione adattativa molto plurale e tollerante, a volte. La selezione naturale, a volte è di manica molto larga, altre volta più esigente ed a volte è sostituita dalla dea bendata. Sempre poi che non arrivi una estinzione di massa, imposta da qualche improvviso porsi di cause severe[xii].  E chi ha vinto oggi, può sempre perdere domani, enormi rettili di terra, di acqua e di aria, armati ed invincibili, lasciano il posto a piccoli mammiferi semiciechi da cui poi, un giorno, arriverà per riproduzione con modificazione adattativa o meno, chi cercherà di ricostruire tutta questa intricata storia cercando di trarne un senso.

Quello che ci troviamo noi, di senso, è di lasciar perdere in fretta il concetto di evoluzione e concentrarci su quello di adattamento[xiii]. Di inquadrare l’adattamento con il cambiamento, in una griglia di plurali processi non riducibili a legge. Di considerare le differenze, per quanto di grado e non di natura tra il mondo animale e quello umano, tra l’adattamento inintenzionale della modificazione genetica e quello intenzionale della volontà umana.  Tra i tempi lunghi concessi al primo e non al secondo.  Considerare che l’evoluzione culturale ha caratteri più lamarckiani che darwiniani. Insomma, The times they are a changin’ ed anche noi faremmo bene a darci una mossa.

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Le riflessioni sono state accompagnate dalla lettura de: H. Bergson, L’evoluzione creatrice, Rizzoli, Milano, 2012; G. Deleuze, Il bergsonismo ed altri saggi, Einaudi, Torino, 2001; C. Darwin, Taccuini filosofi, UTET, Torino, 2010; S. Jay Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, 2007; e sulla scorta di varie letture su T. Pievani (di cui si trovano su Internet, interessanti conferenze) e molti altri

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[i]La costruzione completa di questa mentalità dovrebbe riferirsi all’insieme sistemico del pensiero degli anglosassoni. Già antropologicamente molto più propensi ad occuparsi di natura piuttosto che di società o di introspezione, propensione forgiata nella lunga durata della vita dei clan e delle tribù nord continentali e ribadita sia nella filosofia teologica della natura di Scoto Eriugena, sia nella wave francescana di Oxford, continua con Francesco Bacone (ma anticipazioni di spirito scientifico c’erano già in Ruggiero), la precoce fondazione della Royal Society, Newton etc. Parallelamente, questa antropologia, riflette se stessa in T. Hobbes la cui visione del tutti contro tutti non è una paranoia personale ma la precisa descrizione dello stato di natura dell’antica tradizione clanico-tribale degli angli e dei sassoni. Così, quando Locke prima, Smith poi, gli utilitaristi poi ancora, Ricardo e Malthus converranno nell’idea che il disordine del mondo, umano e di natura, si può virtuosamente dominare producendo e scambiandosi bene e valori attraverso il mercato che è la selezione naturale delle qualità di fitness sociale (in realtà creando il paradosso che tutti notiamo tra l’asocialità dei meccanismi di mercato ed il concetto naturale di società che per i clan barbari è sempre stato un modo alieno), tutto si compone a meraviglia e non solo nelle idee perché il feedback concreto che la società anglosassone riceve dalla messa in pratica di queste convinzioni (che per loro sono predisposizioni) è decisamente positivo ai tempi. Qualcosa di questa mentalità è riflesso anche in Darwin.

[ii] Prima impone un “dover capire” cosa sta succedendo, cosa cambia, come cambia, cosa significherà per noi questo cambiamento. Poi impone un adattamento. Il cambiamento è un portatore di disordine e tutta la nostra umana mente, si è evoluta per metter ordine, per registrare regolarità, similarità, continuità ovvero per non dover costantemente funzionare ai massimi regimi per allertarci da possibili minacce che provengono potenzialmente dalle novità, non certo dalle consuetudini.

[iii] La cosa ha del paradossale. Siamo felici di aver trovato il modo di trasferire i canoni di certezza che abbiamo imposto al mondo della materia e dell’energia impersonale (leggi di natura) al mondo dell’umano che non solo ha gradi comunque assai minori di prevedibilità rispetto alla natura ma è proprio l’ambito da cui scaturisce l’ansia dell’incerto. Cioè dal mondo umano, mondo della condizione umana, mondo incerto che provoca incertezza abbiamo inventato la legge di natura applicandola coattivamente nel mondo naturale almeno a ciò che prima facie sembrava potersi coartare al concetto di legge per poi trasferirla al mondo umano stesso assimilandolo così all’essenza del mondo di natura, cosa che neanche il tanto vituperato Hobbes aveva tentato. Come ben evidenza Bergson (Evoluzione creatrice, 1907), i due modi, il meccanismo determinista-riduzionista ed il finalismo metafisico o teologico sono due versioni della stessa pulsione psichica umana a coartare l’incerto e la contingenza aperta nel certo progressivo in via di certo compimento.

[iv] Più in generale, il pensiero occidentale e quello europeo nello specifico, sembrano non aver fatto ancora bene i conti con la faccenda del doppio conflitto mondiale del secolo scorso. Questo, nel commento storico-filosofico è considerato disdicevole, non ancora scandaloso. Lo scandalo, è riservato all’Olocausto ovvero al dispositivo che dovrebbe aver fatto 15 milioni di morti (nessun ferito e trascurabile distruzione materiale), in luogo degli 86 milioni di morti, per un numero pari se non superiore di feriti ed una distruzione materiale immane, con due ciliegine atomiche sulla ricca, amara, torta. Nella storia del nostro pensiero, l’ultimo appello sdegnato a bandire la guerra, in ogni caso, come fatto non degno dell’umano, è di più di due secoli fa: Immanuel Kant.

[v] La “critica del concetto” non ha come fine la sua invalidazione ma la sua più meditata conoscenza. Sul fatto che il concetto sia utile e financo necessario per elaborare ragionamenti, essere stoccato nella memoria, esser scambiato nel discorso, non sembrano esserci dubbi. Che però spesso porti a falsi problemi, a problemi mal posti, a generalizzazioni indebite (ad assortimenti mal distinti), che possa dar adito a false dicotomie, che sia mutevole la sua interpretazione e soprattutto dipendente dai contesti e dalle fasi storiche, non sembrano esserci altrettanti dubbi.

[vi] Il dibattito sulla misura del progresso è riflesso ad esempio nel dibattito sull’indice sintetico dell’economia ovvero il P.I.L. . Anche se questa messa in discussione non si deve ad un originale ed onesto ripensamento sulla semplificazione eccessiva che l’indice comporta ma sul fatto che non mostrando più, per le economie occidentali, numeratori significativi, si pensa di dargli una diversa composizione.

[vii] In realtà è una conversione dal suo stesso pensiero visto che nel Taccuino rosso aveva scritto che “se una specie si trasforma in un’altra deve essere per saltum”.

[viii] L’evoluzione o come poi diremo, la storia dell’adattamento tra sistemi complessi, non ha “una legge”. Quella tra progressività delle piccole novità e saltazionismo è una falsa dicotomia. Innanzitutto perché non si configura come un “o-o” ma un “e-e”. Poi perché mancando una ontologia dei sistemi come fondo, non si valuta che è l’accumulo progressivo di piccoli imput a far scaricare il neurone, a far saltare l’elettrone d’orbita, a far saltare un vecchio paradigma per la sostituzione di un nuovo, a far cumulare i cambiamenti nella lunga durata prima di esplodere in una deflagrazione storica.

[ix] Altresì (NSM30) su de Mandeville: “La società non potrebbe andare avanti senza il senso morale, proprio come un alveare d’Api senza i loro istinti”.

[x] Sul modello cooperativo, si suppone sia costruito l’intero sistema vitale poiché le cellule eucariote (con nucleo) che ci compongono, risultano essere per l’appunto una unione che fa la forza. Fu Lynn Margulis ad avanzare per prima, nello sgomentato silenzio della comunità scientifica, l’ipotesi che organelli cellulari come i cloroplasti o i mitocondri, fossero in origine entità autonome che andarono a vivere dentro cellule procariote, realizzando così il primo salto di complessità, ovvero un sistema integrato di parti funzionali. Da lì in poi, è tutta una associazione…

[xi] Accettato ma non solo. Ci potrebbero essere infatti meccanismi del possibile molto più ampio dell’attuale anche a livello genico, Ovvero, l’espressione dei geni, potrebbe esser inibita o sollecitata proprio dal contesto (organismo) in cui vanno a costituire il patrimonio dei caratteri. Non solo l’intero sarebbe più della parti ma queste stesse si definirebbero in rapporto al tutto.

[xii] Da queste improvvise e drammatiche strettoie, pari passino meglio gli animali piccoli, in tempi di crisi, piccolo è bello, indifferenziato è meglio dello specializzato, il complesso più semplice è meglio del complesso complicato.

[xiii] Si ricorda che adattamento significa almeno tre cose:  accettazione della nuova situazione, auto-modificazione per rispondere positivamente alle richieste adattive (che nel caso umano riguardano gli individui e le forme sociali, culturali ed istituzionali di vita), modificazione dei contesti per smussare – dilazionare certe richieste adattive.

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BIOCENTRISMO. Recensione del libro di R.Lanza, il Saggiatore.

downloadserIl libro arriva qui, alla periferia dell’impero, sei anni dopo la sua uscita in USA. Conseguente la sua uscita americana, si è sollevato un discreto vespaio con alcuni sostenitori (dal guru Deepak Chopra al Nobel per la medicina E. Donnall Thomas) e molti detrattori. Tra questi i fisici teorici e scrittori di scienza come D. Lindley e L. M. Krauss nonché il filosofo della mente D. Dennett.  Poiché i primi negavano al lavoro dignità scientifica e gli concedevano semmai statuto filosofico (che dal loro punto di vista equivaleva a dire che era un’amabile chiacchierata senza senso), il secondo respingeva anche questa attribuzione, dicendo che il lavoro non aveva alcun criterio di fondatezza filosofica. Dennett è citato espressamente nel libro di Lanza (pg.171-172) e non positivamente poiché secondo Lanza, il voluminoso (e francamente noiosissimo) Consciousness Explained (D.Dennett, Coscienza. Che cosa è, Laterza, Roma-Bari, 2009) nella comunità degli studiosi, pare sia stato ribattezzato Consciousness Ignored. E’ chiaro che Dennett non l’abbia presa bene.

Lanza, allievo tra gli altri di B. F. Skinner,  è considerato il massimo esperto mondiale di cellule totipotenti, le staminali. Non è quindi un dilettante allo sbaraglio e non ha agito da solo avendo come co-autore un astronomo (Bob Berman). Ma, poiché ha l’ardire di 978884208789occuparsi di fisica, saltando l’invisibile steccato che separa i greggi disciplinari ed oltretutto di  subordinare l’ espisteme della fisica (e della chimica), alla biologia, è chiaro che ha fatto gridare allo scandalo. L’Editore italiano (il Saggiatore) ha sentito allora il bisogno di giustificare la pubblicazione con una breve introduzione che riporta quanto qui abbiamo riassunto ma aggiungendo una chiave interpretativa interessante. Negli USA c’è una inaspettata rinascita della metafisica[1]. C’è in effetti in filosofia generale, dove le truppe “analitiche” non sono più così pure e compatte e soprattutto dove c’è un vorace interesse per l’ontologia e c’è evidentemente anche in epistemologia intesa come pensiero filosofico sulla scienza. E’ un po’ come se dopo lungo “facciamo – facciamo”, ora fosse arrivato il necessario “cosa stiamo facendo?”, “che senso ha ciò che stiamo facendo”? Sopratutto nei casi di chi si occupa di vita, clonazione, bio-esistenza, c’è un grande ritorno dell’Essere.

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Biocentrismo è la tesi che, poiché la fisica si basa sulla meccanica quantistica ma la meccanica quantistica si basa sulla coscienza umana che è un di cui della biologia -ergo- una eventuale Teoria del Tutto (TOE) dovrebbe avere centro in biologia.  Scrivendo qui un articolo e non un libro, dovremo dar per presupposto che il lettore sia iniziato ai primi Gatto39livelli misterici della meccanica quantistica. La meccanica quantistica (mq) è la fisica non degli atomi o degli aggregati di atomi, ma di ciò che è più piccolo degli atomi[2]. In questo regno del molto piccolo non valgono le regole dei regni superiori. Questa fisica nata con l’inizio del secolo scorso ha due aspetti divergenti. Siamo in grado di conoscerla attraverso l’opportuna descrizione matematica. La consociamo con la precisione che è consentita pare dalla sua intrinseca natura che non è fatta di certezze ma di probabilità quindi con una matematica statistica. Possiamo però dire di conoscerla perché essa risponde ai criteri di descrizione ma anche a quelli di riproduzione, facciamo cioè esperimenti attivi in base a questa conoscenza e succedono proprio le cose (per quanto strane) che ci aspettiamo debbano succedere. Siamo in grado anche di costruire cose (ad esempio tutto ciò che deriva dal concetto di laser ma anche i transistor ed i computer stessi) usando questa conoscenza, quindi essa corrisponde a qualcosa di reale e concreto. Il secondo aspetto della mq, l’aspetto più affascinante e controverso, è capire cosa significhi per noi ciò che quella matematica o quell’insieme di eventi e dinamiche sottostanti quelle descrizioni matematiche, ci mostrano essere. Cioè sappiamo come funziona al punto da far predizioni sperimentali ed addirittura al punto da usare questa fenomenologia per fare cose ma rimaniamo sconcertati  quando ci fermiamo a pensare: “ma come funziona questo mondo del molto piccolo?”. Lo sconcerto per quel “ma come funziona?” non si riferisce, come detto, alla dinamica ma al significato. Pare infatti che questo mondo sia nel regno del potenziale e non dell’attuale. ghirardiPerché possa passare dalla molteplice possibilità e scegliere di essere una specifica attualità, per dirla seguendo Aristotele, molti fisici pensano sia necessaria una coscienza[3]. Una coscienza sarebbe ciò che è in grado di trasformare quella nube di possibilità che pare contraddistingua lo stato della materia e della radiazione a livelli di scala molto piccola, in un “tode ti”, un “questo qui”. Senza una coscienza che (misura) osserva, non c’è né l’individuazione (questo), né la localizzazione (qui).

Si tratterebbe insomma di una variante del gioco delle “belle statuine”. Qui, un soggetto, si volta dando le spalle ad un gruppo di amici-amiche i quali si muovono di qui e di là prendendo varie posizioni e forme ma fermandosi solo quando il soggetto si volta. Quando il soggetto dà le spalle tutto è in movimento e tutto è ancora possibile, quando si volta tutto si ferma e si blocca in un dato modo, è lo sguardo che crea le statue. Questa è una variante del mito delle Gorgoni, le tre terribili sorelle, incrociando il cui sguardo, si rimaneva pietrificati[4].

A questo punto, di solito, ci va la citazione di un perplesso Einstein che passeggiando con il suo biografo ( a sua volta, un fisico, A.Pais) al chiar di luna in quel di Princeton, ebbe a proferire il famoso dubbio “Veramente è convinto che la Luna esista solo se la si Mazzoni_Sottile_Signore_ok guarda?[5]. Questo punto però non è chiaro. Alcuni, tra coloro che scrivono dell’argomento, sostengono che la meccanica quantistica valga solo al suo livello di dimensione[6] e leggendo poi degli esperimenti, si scopre che questi sono fatti quasi sempre su singoli oggetti (elettroni, fotoni, forse protoni etc.). Ma, in natura, questi oggetti, soprattutto protoni ed elettroni, non sono soli, fanno parte di strutture (atomi) che a loro volta sono parte di strutture più grandi (molecole) che a loro volta fanno parte di strutture più grandi. Il dubbio è: ma non è che questi oggetti vengono precisati (ovvero collassa la loro funzione d’onda) proprio dalla struttura di cui andranno a fra parte?

Questo poi non sarebbe altro che un modo che s’incontra assai spesso nell’osservazione dei processi naturali ed anche umani intenzionali. Il modo è quello di un certa ridondanza o pluralità di stati e condizioni o multiple probabilità da cui proviene uno stato, una condizione, un’attuazione, un singolo accadimento. La natura sa che è solo proponendo molto che poi si può realizzare il complesso incastro che coinvolge molte parti e relazioni in sistemi e sistemi di sistemi che fanno il Tutto, oltretutto in perenne divenire, quindi in continuo cambiamento delle relazioni tra le parti che lo compongono. L’essere in atto quindi, sarebbe un di cui limitato e specifico di un essere in potenza ben più vasto e plurale, il reale emergerebbe da un ribollente oceano di virtuale.

copv67Se così fosse, se il mondo quantistico e nello specifico, il mondo sperimentale umano appllicato su questo mondo sub-atomico, fosse solo un di cui regionale del più vasto mondo macroscopico, questo sottrarrebbe a Lanza, il perno d’appoggio più importante per la proposizione del suo tipo di biocentrismo. Rimarrebbe un territorio centrale di spiegazione della microfisica quantistica rispetto alcuni dei suoi fenomeni ancora da precisare ma seguendo una logica emergentista, a livello dell’atomo o meglio, da lì in poi, potremmo ignorare la faccenda e continuare a ritenere che la Luna, lì su in cielo, c’è anche quando nessuno di noi la guarda e la Terra era quello che era per i 4,5 miliardi di anni in cui nessuno di noi era lì a guardarla e così per i probabili 13,5 miliardi di anni di ciò che chiamiamo Universo. Non sarebbe l’osservatore dotato di coscienza a far collassare la funzione d’onda, a rendere attuale la potenza ma il Tutto. Il Tutto sarebbe il risultato della relazione tra i suoi “in potenza” secondo una architettura processuale che li rende in atto[7] ma anche divenienti[8].

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2fa0bcda46130f6159d4e8d23c7206df_origLanza va poi alla demolizione delle nozioni di spazio ed a quelle di tempo. Il tempo sarebbe il processo attraverso cui noi percepiremmo i cambiamenti dell’universo e lo spazio, un’altra nostra modalità cognitiva, una nostra rappresentazione, un dato interno alla nostra coscienza. Altresì, solidarizza ovviamente con il Principio antropico versione forte (versione B. Carter, debole; versione J.D. Barrow – F. J.Tipler, forte ed anche fortissima) specie nella versione J. A. Wheeler cioè del principio antropico partecipatorio (sullo scetticismo verso il principio antropico, si veda il principio paperocentrico di Montaigne). In pratica, noi avremmo il compito di permettere alla materia di pensare se stessa e di riempire l’Universo di segnali di bassa entropia. Saremmo agenti in missione per conto dell’Universo che cerca di contrastare la sua innata tendenza entropica.

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Il biocentrismo (forte[9]) di Lanza, ambisce ad occupare il posto centrale da cui far scaturire una Teoria del Tutto. In pratica, il Tutto sarebbe un prodotto della nostra coscienza e quindi la Teoria del Tutto sarebbe una teoria della coscienza. L’argomentazione in positivo l’abbiamo vista, quella in negativo ovvero quella che critica la candidatura della fisica (in verità la convinzione di un diritto di principio) a svolgere il ruolo di punto di vista omni-esplicativo è espressa con una certa, efficace, brutalità: non sappiamo come si è verificato il Big Bang, di cosa si è concretamente trattato, cosa c’era prima (se c’era un prima), non sappiamo né cos’è (e se effettivamente c’è) una materia oscura (86% massa dell’Universo, 26% della sua energia), né tantomeno l’energia oscura (70% del totale energia universale)[10]. Non sappiamo come scaturisce la vita, men che smolinmeno la coscienza, non sappiamo addirittura cos’è la coscienza, se l’Universo continuerà ad espandersi perdendosi in una entropia infinita. Soprattutto, continuiamo a verificare che la fisica dei quanti di probabilità presuppone, per  trasformarsi in energia/materia attuale, di una coscienza osservante e continuiamo (in fisica) a tener fuori la coscienza dalla descrizione, continuiamo a presupporre che gli osservati possano fare a meno degli osservatori, postulando indebitamente l’esistenza dei primi al netto dei secondi. Arriva poi, la mazzata finale sul principale candidato a produrre questa famosa Teoria del Tutto in fisica, sulla Teoria delle stringhe, un esercizio di pura matematica che postula l’esistenza di almeno altre “n” dimensioni senza che: a) queste siano mai realmente verificabili esistere; b) queste possano essere almeno immaginate secondo logica umana e non matematica. Non solo per Lanza, la Teoria delle Stringhe non è scienza, sarà pure matematica ma non essendo verificabile e sperimentabile (quindi potenzialmente falsificabile), rimarrebbe teoria oltre la fisica, cioè meta-fisica[11].  E’ chiaro che molti fisici, l’idea del biocentrismo, non l’hanno presa bene.

Rispetto alle religioni che hanno svolto sino ad oggi il ruolo di Teoria del Tutto, quelle occidentali (ebraismo, cristianesimo, islam) hanno risolto il problema mettendo in capo al processo di tutti i processi, un ente onnipotente, onnisciente, onnipresente non meno inverificabile delle cannucce arrotolate e degli elastici vibranti dei stringhisti. Quelle orientali invece, con il Tutto è Uno, giudicando il molteplice maya o samsara, giudicando il tempo un’illusione e ritenendo la vita così come è senza inizio, è senza fine (Advaita Vedanta) e puntando al collasso dell’Uno nel Tutto attraverso i gradi di meditazione che portano all’illuminazione (nirvana), si avvicinano molto al biocentrismo proposto dall’americano.

solipsismoLanza, pone il problema con chiarezza ma non pone la soluzione con altrettanta chiarezza. Per “soluzione” non intendiamo una contro-teoria di mondo bella completa e fatta, è chiaro che siamo nell’ambito di spostamenti paradigmatici, nessuno pretende precisione e completezza finale ma almeno precisione dei presupposti. Quello cioè che non si capisce e se l’Autore la pensi come un monismo assoluto tipo Berkeley (e della scuola buddista Yogacara) che infatti compare qui e lì ed in specie a pg. 163, dove si dice che non si prende posizione sul problema del “solipsismo” e si lascia al lettore, il giudizio se la faccenda è un assoluto Tutto è Uno (esse est percipi) privo di coscienze individuali plurali e materia o come un Uno fatto di Molteplici. Altresì non è chiaro se Lanza sposi Matrix (ovvero cervello nella vasca) o se come scrive a pg. 161 “La natura e la mente non sono irreali, sono correlate”. Questo secondo sarebbe un idealismo trascendentale di tipo kantiano, dove il là fuori esiste e sarebbe anche responsabile delle nostre percezioni ma poiché noi lo possiamo approcciare solo con queste, com’è in sé (noumeno) a noi è precluso sapere[12].

Una certa simpatia che traspare per il concetto cosmico di coscienza, ha fatto arrivare Lanza su molti siti New Age che vi leggono quello che vogliono leggervi. Ma l’Autore non ha neanche fatto nulla per non arrivarvi com’è nel caso del problema della morte e del vero e proprio sodalizio con Deepak Chopra. Confesso che non sono riuscito a rimanere attaccato la filo del ragionamento, riguardo la morte. Pare che Lanza, in accordo al primo biocentrism_bookCoverprincipio della termodinamica, ritenga l’energia immortale, non creabile, non distruggibile, può cambiare solo forma (pg.193). Ma se la sostanza è forma come diceva il buon Aristotele, come può dire che “…nulla è esente da questa immortalità”? Di nuovo, sembra si voglia lasciare volutamente, una nuvola d’incertezza nel passaggio tra A e B. Tutto è energia, l’energia è immortale ergo Tutto è immortale. Sarà anche immortale il Tutto (buon per lui) ma io “muoro” ? Non so, penso che Lanza pensi che noi si rimanga come i gatti di Schoedingher ma la versione “gatto vivo” non so bene dove lui pensa di collocarla. Altresì, colpisce la sicurezza tutt’altro che noumenica con cui, dopo averci detto che tutto quello che sappiamo di lì fuori è un film della nostra scatola cranica, postula che l’energia del Tutto non sparirà mai perché siamo in un “sistema chiuso”. Davvero? E chi glielo ha detto e cosa intende per “sistema chiuso”, l’Universo o la scatola cranica?

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L’ultimo capitolo, finalmente, atterra su questioni più definite. Può darsi che la mq chiami l’osservatore come elemento costitutivo del suo sistema (ma altri non sarebbero d’accordo). Altresì, non v’è dubbio che lo studio dell’architettura cerebrale (e della funzionalità che in essa si esplica), le neuroscienze, le scienze cognitive, financo la filosofia della mente e tutto il lavoro ai primi passi che si è cominciato a fare per definire la coscienza siano non solo avvincenti, promettenti ma anche assolutamente necessari. Meno fiducia nutro su gli sviluppi dell’AI almeno fino a che non si definiranno modelli di cos’è l’intelligenza, la percezione organizzata e la consapevolezza. La faccenda del libero arbitrio (e gli esperimenti di B. Libet di cui non abbiamo parlato ma sono davvero interessanti) è meno importante, forse, di quanto si creda. Ma il punto decisivo, quello che anche Lanza sa essere il perno della questione da lui sollevata è: la meccanica quantistica è una fisica dei principi (così come poneva la questione A. Einstein) o no? Ovvero, la questione dell’indeterminazione, il collasso della funzione d’onda, il ruolo che sembra decisivo dell’osservatore è propria solo del livello che va dall’atomo in giù e forse addirittura di come noi facciamo gli esperimenti o no? Quando vado a letto e spengo la luce, tutta la mia scrivania e la libreria accendono un fantastico festino di libere nuvole di probabilità caotica o rimangono lì uguali a come sono quando io ci sono[13] ? Se le proprietà della mq non dovessero trasferirsi ai livelli macroscopici, non solo il biocentrismo di Lanza ma anche la fisica, dovrebbe domandarsi dove e come si manifesta il famoso totale più della somma delle parti. Cosa fa collassare la funzione d’onda in aggregati anche non osservati?

essere__essenza__5301dcac84e10Se si scoprisse che è la forma, ovvero l’aggregato stesso, la sua architettura e la sua funzionalità interna, la sua logica di aggregazione[14], le relazioni che legano le sue parti in un sistema che ha più coerenza del suo esterno a imporre all’oceano di probabilità potenziali una certa qual attualità, allora si dovrebbe trarre un lezione epistemica ben curiosa: bastava andare in libreria, Metafisica di Aristotele, 17 euro (libri VII°, VIII°, IX° ovvero sulla sostanza) ed il mistero era bello che risolto. Non sarebbe la prima ed ultima volta che la fisica collassa nella metafisica e viceversa. In fondo la situazione principale rimane sempre quella, Io, Mondo e loro relazione.

Link:

Lanza’s site http://www.robertlanzabiocentrism.com/

Biocentricity: http://www.biocentricity.net/

Biocentrism demystified: http://nirmukta.com/2009/12/14/biocentrism-demystified-a-response-to-deepak-chopra-and-robert-lanzas-notion-of-a-conscious-universe/, ironia vuole che sia un sito indiano.

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[1] Si è recentemente segnalata, ad esempio, una Hegel’s renaissance: http://www.hegelpd.it/hegel/back-to-hegel-un-articolo-di-luca-illetterati/

[2] A scala nanoscopica, cioè da 1 a 100 nanometri ma sulle certezze di questa restrizione si veda la nota 13.

[3] Questa è in breve la tesi di molti interpreti della mq, tra cui l’Autore del libro in oggetto. Per la verità, sembra che ciò che determina questo mondo indeterminato, sia una misurazione. Poiché non c’è modo di non pensare ad una coscienza umana dietro l’atto di misurazione, per traslato, si pensa sia proprio la coscienza a produrre la determinazione ma credo che sul punto (misurazione, osservazione, interazione, coscienza), punto in cui alcuni scienziati diventano filosofi, ci sia una approssimazione concettuale.

Erwin_Schrödinger[4] Questa è la versione umana del famoso esperimento su cui si fonda il principale  mistero quantistico: la doppia fenditura. Se ne trovano facilmente varie versioni su Internet. In breve: preso un sparatore di particelle ed un ricevitore posto a lui di fronte, messo in mezzo un piano verticale con due fenditure, le particelle partono dal sparatore ed arrivano al ricevitore. Qui si disegna una figura che dice inequivocabilmente che le cose sparate arrivano al ricevitore come onde. Se ci domandiamo: dove è passata la particella, nella fenditura a sinistra o in quella a destra (?) e approntiamo un rilevatore per scoprirlo, scopriamo che quelle che arrivano al rilevatore non sono più onde ma particelle. Via il rilevatore -onde-, mettiamo il rilevatore -particelle-. Ce ne sono svariate versioni ed alcune molto particolari tra cui quelle che mostrano una sorta di preveggenza della particella che sa prima quello che noi decideremo solo dopo (mettere il rilevatore, togliere il rilevatore).

[5] A. Pais, “Sottile è il Signore…”, La scienza e la vita di Albert Einstein. Bollati Boringhieri, Torino, 1986-1991, pg.15

[6] Ma altri sono ambigui in tal senso, se cioè la mq vale solo a livelli sub-atomici o anche per gli atomi ed addirittura per le molecole. Lo stesso Lanza riferisce a pg.86 di un esperimento su singoli atomi di berillio (ioni, per la precisione) caricati magneticamente e bloccati nella loro posizione da un opportuno campo magnetico. Lanza ne conclude che se per ipotesi potessimo osservare i singoli atomi di una reazione atomica scatenata da una bomba piovuta sulle nostre teste, bloccheremo il processo di reazione come in uno stop frame. Ma si tratta sempre di “singoli atomi” non dell’intera reazione nucleare. Poiché la reazione è basata su relazioni ne conseguirebbe che l’indecidibilità di stato c’è solo se  si annullano le relazioni -ergo- sono le relazioni a determinare lo stato delle particelle.

[7] E’ in fondo questa l’interpretazione relazionale della meccanica quantistica di cui C. Rovelli è uno dei massimi esponenti. http://plato.stanford.edu/entries/qm-relational/

[8] Si potrebbe anche sostenere che sono divenienti proprio perché c’è un oceano di possibilità a cui attingere, se mancasse questo serbatoio di possibilità, le cose sarebbe congelate e forse non sarebbero mai assurte a livelli di maggior complessità del turbinio di quanti.

[9] Dell’intera questione, si potrebbe immaginare una versione debole che non aspira ad alcuna TOE ma semplicemente ricorda che la natura propria del pensante è biologica e non c’è pensiero sul Tutto senza un pensante il quale pensa in funzione delle sue categorie derivate da un ben preciso apparato percettivo. Fisica, biologia e filosofia sarebbero ripristinate in un continuum qual è nella intima natura del pensiero umano.

[10] In pratica, il 96% di ciò che dovrebbe comporre l’Universo ci è oscuro. Ora, potrebbe effettivamente essere che esista materia ed energia esotica che ha diverse regole da quelle conosciute ma è epistemicamente altrettanto legittimo pensare che le nostre conoscenze non siano universali ed assolute. Cioè, se in base a queste conoscenze osservo il Tutto e mi manca il 96% di quelle che dovrebbero essere le sue necessarie componenti secondo le leggi imposte da quelle conoscenze, forse, può darsi che debba rivedere quelle conoscenze e quindi leggi che l’impongono di cerare quel che poi non trovo.

[11] Contro le stringhe si veda: Lee Smolin, L’Universo senza stringhe, Einaudi, Torino, 2007 o Peter Woit, neanche sbagliata, Codice edizioni, Torino, 2007

[12] La linea filosofica alla quale s’iscrive Lanza è quella di un idealismo biologista. Se i riferimenti a  Descartes – Leibniz – Kant ma forse più pertinentemente Berkeley con accenni di Schopenhauer risultano scontati, quello al Bergson dell’evoluzione creatrice, mi pare il più appropriato.

[13] Ci sarebbe da definire anche un problemino: se quando vado a letto a dormire, spengo la mia osservazione e la mia coscienza che ne è del mio corpo? Anch’esso esplode in una nuvola di indeterminazione di stati? Come sono garantite le funzioni vitali che mi permettono di ritrovarmi, la mattina quando mi sveglio?

schrodingers_cat[14] Questa posizione è vicina alla logica della differenza “grana fine” –  “grana grossa”, già esposta a suo tempo da Murray Gel-Mann. A proposito del gatto di Schrodinger che è un oggetto a grana grossa del dominio a grana grossa, Gell-Mann afferma: “Nessun oggetto quasi classico può presentare un tale comportamento (gatto vivo ma anche morto), perché l’interazione col resto dell’universo condurrà a separare le due possibilità alternative (decoerenza).” Gell-Mann, oltre che papà dei quark e ovviamente Nobel (1969) è anche uno dei padri della scienza della complessità e fondatore del mitico Santa Fé Insitute. Sempre godibile ed illuminante: M. Gell-Mann, Il quark e il giaguaro. Bollati Boringhieri, Torino, 2000 in cui troviamo un capitolo, dal significativo titolo: “Meccanica quantistica e stupidità”. Occorre però anche segnalare che recenti esperimenti della doppia fenditura, effettuati però con molecole, sembrano confermare anche a questo livello di complessità, la permanenza della dualità onda-particella così come un altro esperimento (Afshar) effettuato con raggio laser e lenti convergenti sembra aver violato il principio di complementarietà di Bohr, registrando sia la figura d’interferenza (onde) sia determinando da quale fenditura è passata la particella.

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PHI. Un viaggio dal cervello all’anima, di G. Tononi [recensione]

27 -Tononi DEF344 pagine di carta patinata con molta stampa a 4 colori ed una solida hardcover,  un impegno titanico per un editore. Il tutto per un libro sulla coscienza, Giulio Tononi, Phi, Un viaggio dal cervello all’anima, Codice edizioni, Torino, 2014, per la bellezza di 35 euro. Ricordo di essermi fatto prendere dalla bulimia pre-natalizia quel giorno da Feltrinelli e quando si rompono gli argini, quando hai preso questo ma anche quello e quell’altro, capita che ci infili pure questo qua, imperdibile. Leggo libri sulla mente e le scienze cognitive da tempo e Giulio Tononi non è solo un neuro scienziato di fama mondiale ma è anche un membro attivo della cultura della complessità, per cui, cadere in tentazione ci stava.

Purtroppo, la sua lettura che speravo ristoratrice dopo mesi di letture sull’islam, è stata l’esperienza più noiosa e per certi versi più irritante, da molto tempo a questa parte. Il libro è una collezione di variazioni metaforiche, di citazioni letterarie, financo filosofiche che vorrebbero raccontare la coscienza e quello che su di essa sappiamo non so se complicandole o rendendole comunque meno intellegibili di un libro di Dennett (beh, forse peggio di Dennett no, sto esagerando).

copce4Come mi aspettavo, c’è tutto lo scibile sulla ed intorno alla, coscienza. Si cita la stanza cinese di Searle ed il pipistrello di Nagel, il cervello nella vasca e il cranio perforato di Phineas Cage, le varie menomazioni della casistica clinica che sole, possono farci capire cosa la cosa è sottraendogli parti e funzioni per vedere se quel che rimane è ancora la cosa. Ci sono Crick, Gazzaniga e Damasio, Descartes, Leibniz e Spinoza, nonché Kant ed anche Bruno. Ma tutto ciò è confinato in una riga o meno di spiegazione delle citazioni contenute nei verbosissimi e noiosissimi, per quanto brevi, 33 capitoli. Capitoli in cui un Galileo dantesco, visita stanze e situazioni in cui approccia casi e riflessioni suggeriti da occasionali partner al centro di qualche situazione-metafora attinente un aspetto specifico del discorso che l’autore voleva dipanare.

Oltre a mostrarci l’indubitabile universalità della cultura dell’autore, però, tale canovaccio non è né godibile sul piano letterario, né più di tanto utile e comprensibile sul piano della comunicazione scientifica o della riflessione culturale. Peccato.

Peccato perché la sostanza sembrava interessante. Per Tononi, la coscienza è informazione integrata. Questa dell’informazione è una fissa tanto della cultura anglosassone della complessità (a partire da Shannon) quanto, oggi, della cultura scientifica americana. Se ne capisce la ragione, visto che si può misurare e che gran parte dell’innovazione delle nuove tecnologie, civili e militari, vi si basa. Concettualmente poi è anche interessante, damasio2informazione come differenza che fa la differenza. La definiamo “fissa” perché pare che se non ci metti l’informazione, tu sei straniero e probabilmente barbaro, a gli occhi ed alle orecchie di certa cultura scientifica americana per cui ce la infilano in ogni dove. C’è una sorta di canone nelle scienze cognitve americane, un canone definito per poter dialogare con le sezioni dell’Artificial Intelligence e dell’Artificial Life che promettono quei sviluppi che facendo venire l’acquolina in bocca all’industria civile ed ancorpiù militare, attraggono i voluminosi fondi di ricerca che sostengono tutti i ricercatori embedded al canone stesso. Non si capisce perché Damasio o Edelmann (col quale pure collaborò Tononi nello splendido: Un universo di coscienza -Einaudi, Torino, 2000-) possano essere ai vertici del discorso sulla mente senza usare il concetto di informazione mentre quando scrive un autore americano o inserito nel canone americano (Tononi lavora all’Università del Wisconsin) tutto diventa informazione.

Un altro classico del modo americano di approcciare la faccenda complessa della coscienza sono i qualia. Forse Tononi avrebbe potuto spendere un po’ della sua brillante energia 1b8f04ee9a0dbff1808c1bfdd47ada49_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyintellettuale per aiutare l’ignaro lettore italiano a familiarizzare con questi qualia. Invece, dopo aver rimbrottato Kant per il suo modo astruso di scrivere, ci offre un passaggio chiave di questo tipo: “ogni esperienza è una forma fatta di concetti irriducibili, distribuzioni di probabilità di stati passati e futuri del complesso, specificato nello spazio dei qualia da meccanismi causali che formano il complesso nel suo stato presente” (!) dalla nota di pg.201. Si badi, non sono andato a spiluccare polemicamente nelle note per contestare le capacità divulgative di Tononi, è che le NOTE sono un paginetta che, a conclusione di ogni fumoso capitolo, dovrebbero razionalizzare sinteticamente di cosa si stava parlando nel capitolo stesso. Per la cronaca, i qualia (quale singolare, qualia plurale) sarebbero gli stati qualitativi delle esperienze coscienti e sono la dannazione degli anglosassoni che cercano di risolvere il dannato problema di come parlarne oggettivamente visto che sono stati interni di ogni coscienza, quindi soggettivi. La faccenda è detta anche “hard problem” (D.Chalmers) ed ha filiato fazioni moniste vs fazioni avverse di dualisti. D. Dennett è un appassionato riconosciuto dei qualia che informano gran parte delle sue filosofiche riflessioni sulla mente.

downloadcsNé il cervelletto, né gli ingressi sensoriali, né le uscite motorie, né i tanti circuiti cerebrali che ci aiutano a sentire, vedere, parlare e financo ricordare, sembrano esser necessari alla coscienza. Così, separando gli emisferi alla Gazzaniga, si formano due coscienze. Altresì, quando i neuroni corticali scaricano con forza e sincronicamente, come nell’epilessia, la coscienza svanisce ed ancora, quando gli stessi neuroni sono tutti attivi o inattivi contemporaneamente come nel sonno senza sogni. Questi sono tutti sotto-testi che introducono i vari capitoli, se Tononi li avesse sviluppati un po’ di più raccontandoci casi alla Sacks o Ramachandran, personalmente, mi sarei divertito di più. E forse si sarebbe anche meglio compreso il punto d’arrivo: l’informazione integrata in una entità singola maggiore della somma delle sue parti (cioè “emergente”).
In ogni parte c’è informazione ma solo nella forma massima, nell’architettura processuale di massima estensione, quindi complessità, si ha proprio quel fenomeno qualitativamente emergente che è il nostro stato cosciente. Questo complesso, a scale forse inferiori, lo condividiamo con gli animali, mentre lo stato auto-cosciente, la coscienza della coscienza, è ciò che ci fa umani in esclusiva. Da qui la riflessione e l’intenzionalità sofisticata, la predizione e il pensiero che pensa se stesso, della religione, dell’arte, della filosofia. A questa nostra qualità riflessiva, Tononi dedica solo un breve accenno (pg.257) dove si ricorda che essa è funzione dei meandri più settentrionali dei lobi frontali . Il sé corporeo, come ricorda Damasio, sarebbe il primo su cui si sono evoluti quello animale e poi quello umano (ma chissà se prima cosciente e poi,tardivamente, auto-cosciente copcz9come sostengono alcuni o subito “relativamente” autocosciente come sostengono altri con cui solidarizzo).

Peccato. La competenza di Tononi avrebbe potuto regalarci un ben diverso panorama  espositivo di questa materia di tutte le materie. Il taglio che ha dato, rimane in qualche modo interno alla cultura della complessità (dalle citazioni di Shannon a Bateson a Valery) ma l’esito, ahinoi, non si può dire abbia avuto felice approdo. La cultura della complessità, dopo qualche decennio della sua breve ma intensa vita, necessiterebbe di una Grande Sintesi, una sorta di primo bilancio che raccolga l’intreccio delle esperienze e dei punti di vista ed al contempo, possa far da base per una nuova fase, una nuova stagione di sviluppo. Purtroppo però, sembra molto difficile trovare chi possa ragionare in modo complesso fuori dai tagli disciplinari ed al contempo, avvalendosi di tutti questi.

Forse, è questo il compito di quella filosofia della complessità di cui qui siamo in cerca.

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COSA STA SUCCEDENDO IN MEDIO ORIENTE?

Per cercar di mettere ordine nella comprensione dei fatti che stanno accadendo in Medio Oriente, nel mondo arabo e nella penisola arabica, si possono usare varie lenti. Si potrebbe partire dallo Yemen o dagli attentati in Tunisia o dallo Stato islamico e dalla guerra civile siriana. Noi però scegliamo di puntare la lente sull’interesse e sulla strategia del player più importante non solo di quell’area ma del mondo intero: gli Stati Uniti d’America.

Chi scrive ritiene che la strategia generale della geopolitica obamiana sia quella dichiarata e che non vi sia una sottostante contro-strategia “segreta” o un ripensamento della stessa. La strategia omamiana dichiarata è quella che individua il principale problema in Asia, in Cina, da cui consegue una complessa strategia del Pacifico e un auspicato accerchiamento dello spazio di manovra cinese. Il secondo punto, oggi il primo intermini di impegno e di attualità, è la Russia, ovvero tentare un regime-change a Mosca e comunque, prioritariamente, 255325141separare Europa e Russia in ogni modo. Questo per il doppio obiettivo di impedire la formazione di un sistema euro-asiatico che taglierebbe fuori l’isola americana[1]  e di contro, creare un solido legame sistemico-esclusivo con l’Europa nella formazione di un sistema occidentale, unico e compatto, ancora in grado di pesare e condizionare gli eventi planetari in termini economici, finanziari, militari e quindi politici.

Conseguenza di questa strategia in due punti (1. Cina; 2. Russia – Europa), la dichiarata volontà di assentarsi dal Medio Oriente, buco nero praticamente irrisolvibile come si dimostra dalla storia degli ultimi non anni ma decenni, buco che risucchia attenzioni, forze militari quindi soldi. Soldi che da una parte sono sempre meno stante il corso dell’economia e della finanza pubblica americana e dall’altra servono in misura sempre maggiore. Servono soldi infatti sia per far funzionare l’eventuale rete di alleanze del Pacifico (TPP), sia per far funzionare l’eventuale trattato trans-atlantico (TTIP) che dovrebbe legare gli europei a doppio filo con il destino nord americano ma servono anche a sostenere l’economia interna americana, cioè l’occupazione ed il welfare e per finanziare le tensioni contro i russi oggi, contro i cinesi domani. Quanto ai trattati gemelli, il TPP pacifico e il TTIP atlantico (ma si ricordi che ve ne è uno addirittura più temibile, il TISA) si tenga conto che non sono trattati naturali nel senso che forzano a costruire una rete verso cui c’è un forte interesse politico da una parte (USA) ed uno scarso interesse economico dall’altro (partner del Pacifico ed europei). 3b4e1678189ca815fc_pzm6bnkf3Costeranno nel senso che dovranno in qualche modo funzionare, ovvero distribuire un qualche dividendo ai contraenti pena la loro polverizzazione subito dopo la loro istituzione. Per trovare questi “dividendi” al netto delle pressioni, delle minacce, dei condizionamenti sofisticati che senz’altro sono in atto, gli americani dovranno prevedere un costo indiretto, qualcosa da concedere per mantenere il prezzo della fedeltà. Per gli americani, prevedere anche una presenza attiva in grado di stabilizzare l’instabile Medio Oriente, a questo punto, sarebbe un insostenibile costo in più per operazioni che non sono né di primaria, né di secondaria importanza strategica per gli interessi americani.

Quali sono allora le ragioni per credere che sia effettivamente questa la strategia americana?

La prima è che essa sembra oggettiva. Cooperare con la Cina significherebbe finanziare la sua crescita esponenziale, crescita che scalzerebbe gli USA da molti mercati e scenari geo-politici rappresentando il primo perno fondamentale della multi-polarizzazione del nuovo mondo complesso, cosa che per altro sta già avvenendo. Assistere impotenti alla creazione dell’asse euro-asiatico significherebbe rafforzare il corso multi-polare del mondo e lasciarsi confinare in una periferia blindata da due oceani. Il tutto retroagirebbe sul dollaro, sul controllo militare, sulla rete di interessi e di poteri che sostiene il tenore di vita americano. Tenore che ad ogni scalino di decrescita entrerebbe in crisi generando crisi, ponendo sempre più il problema di come reagirebbe la giovane e fragile società americana (si vedano le sempre maggiori tensioni razziali e non solo) ad un diminuzione violenta della condizioni di possibilità del suo sostentamento. Quindi è logico che il primo problema è la Cina ed il secondo è la Russia e il possibile asse Europa-Russia.

La seconda ragione sono gli atti conseguenti. Effettivamente gli USA hanno e stanno provando a stendere la propria rete del Pacifico, per altro con risultati da modesti a nulli. Effettivamente hanno messo in piedi una sceneggiata in Ucraina che ha reso improvvisamente d’attualità una cosa che neanche due anni fa sarebbe sembrata folle: il ritorno dell’orso russo, imperialista, minaccioso, aggressivo (?). Questa sceneggiata ha rotto provvisoriamente la rete degli interessi che stavano sempre più legando l’Europa (Germania in testa) alla Russia. Sta mettendo in seria crisi il potere russo al governo della federazione. Sta mobilitando la Nuova Europa (dell’Est) contro gli stessi interessi e leadership storica della Vecchia Europa (divide et impera). Ha rivitalizzato la NATO (il primo e più importate dei vari trattati). Ha aumentato la domanda di forniture militari della cui produzione gli americani sono leader mondiali.

Impedendo all’Europa di andare ad Est, l’Europa dovrebbe andare ad Ovest. TTIP-mapEd ecco pronto il TTIP, il trattato che più che rappresentare una invincibile rete di interessi economico-finanziari con cui legarsi a doppia corda (USA ed Europa sono economie per lo più omologhe ed il primo principio che fa funzionare il sistema capitalistico di scambio è invece la differenza) rappresenta una stretta rete di legami giuridici che tra l’altro sono molto meno reversibili ed assai più condizionanti. Ma passano i mesi ed il trattato di cui per altro molto poco si sa, non si chiude, così come è arenato il TPP, le cui trattative sono partite molto prima. Non solo. Hollande e Merkel prendono l’aereo e vanno da Putin a dirsi chissà cosa. Fino a gli ultimi eventi clamorosi dell’entrata nel pacchetto dei fondatori della prima ora della nuova banca di investimenti cinesi, non solo dei principali paesi europei ma anche di molti candidati alla nuova rete del Pacifico.

Insomma, Obama ci sta provando, sta facendo ciò che è nella sua strategia annunciata e pare che gli americani non possano far altro ma questa strategia sembra contenere più volontà di potenza che non realismo. Sembra che gli interessi oggettivi del mondo nelle sue varie componenti, vadano dall’altra parte. Il dogma del tenore di vita americano spinge gli stessi a negare ostinatamente il complesso corso naturale dell’intero pianeta, a nuotare controcorrente, ad accarezzare contropelo il manto sensibile dei principali soggetti planetari. Non sempre ciò che si deve e si vorrebbe fare è ciò che è oggettivamente possibile fare. L’Impero romano, le orde mongole, la Francia napoleonica, l’Impero britannico, la Germania nazista sono tutti casi in cui determinati sistemi umani fortemente espansi non sono stati in grado di fermasi al limite e retroagire sulla propria costituzione interna per adattarsi appunto al raggiunto limite. Sono tutti andati avanti per come erano soliti fare, per ciò che aveva costituito il loro successo,  ignari del fatto che ciò che è possibile anche per lungo tempo, ad un certo invisibile punto non lo è più e quando non lo è più, non c’è proprio nulla da fare se non adattarsi.  Una specie animale o vegetale che non si adatta al divenire ambientale si estingue, così i sistemi umani spariscono dalla storia dopo averla lungamente scritta da protagonisti.  E’ la poco conosciuta legge delle “condizioni di possibilità”, poco conosciuta soprattutto da noi occidentali che quanto a volontà di potenza abbiamo un invidiabile e longeva tradizione di origine indoeuropea.

La terza ragione per cui crediamo alla verità della strategia annunciata è data dalla sequenza degli atti compiuti dagli americani nel quadrante arabo-mediorientale. Gli USA non si sono mossi in prima linea sull’affare libico che è stato per lo più un’azione franco-britannica. Mossi da probabili tensioni e ricatti interni hanno mostrato un iniziale atteggiamento sovversivo nei confronti di Assad in Siria. Poi sono stati fermati (almeno questo noi vediamo pubblicamente ma non è detto sia andata veramente così) da Putin e da allora sembrano aver depotenziato il loro impegno in loco permettendo uno stato di fatto di coesistenza con Assad che recentemente è apparso nei commenti delle principali cancellerie come realtà da accettare, con cui venire a patti, soprattutto dopo che si è dimostrato quale verminaio in libera uscita sottostà la rimozione di personaggi come Saddam o Gheddafi.  Poi si sono dichiarati favorevoli alla via democratica all’islamizzazione dei Fratelli musulmani in Egitto rimanendo spiazzati dal colpo di stato dell’esercito di Al Sisi coadiuvato dalle monarchie arabe (ad eccezione ovviamente del Qatar che promuove la linea salafita contro quella wahhabita). Infine, hanno appoggiato in qualche modo il governo iracheno (per lo più sciita) ed i curdi nell’azione di resistenza e contrattacco contro lo Stato islamico. Hanno poi  sommato altri due fatti che hanno scontentato non poco i due principali alleati locali: Israele ed Arabia Saudita. 67th Session of the United Nations General Assembly

Il primo è la tornata in ordine sparso di governi europei che hanno votato mozioni parlamentari (per quanto non vincolanti) in favore del riconoscimento di una entità politico-statuale palestinese. Tali pronunciamenti sembrano oggettivamente in accordo con l’annunciata strategia americana per la stabilizzazione dell’area e poiché sulla libera iniziativa europea in termini di politica internazionale è lecito dubitare, è anche lecito supporre che gli USA abbiano sollecitato questi pronunciamenti . La seconda è la recentemente annunciata volontà di firmare il famoso accordo che riporterebbe l’Iran nella comunità internazionale, con conseguente sconcerto e furia di Israele e sauditi. Con Netanyahu sono volati stracci con l’israeliano che visita il Congresso non invitato da Obama, che dichiara il suo mai al “due popoli-due stati” con cui vince le elezioni per poi far finta di ripensarci nel mentre Obama rilascia interviste che tengono il punto ed avvertono Israele che così è e così prima o poi si farà.

1311696400306_reptvturchianuovopaese1La mossa Iran ha le sue fondate ragioni. La prima è quella di risolvere l’irrisolvibile problema dell’instabilità medio-orientale con un “mexican stand off” ovvero una situazione (si veda le Iene di Tarantino) in cui alcuni elementi si bloccano a vicenda realizzando così una sorta di blocco stabilizzato e stabilizzante. Turchia, Egitto, Arabia Saudita ed Iran sarebbero i quattro lati di questo sistema auto-bloccato. Ognuno di essi sarebbe pronto ad allearsi con altri per impedire che uno di loro possa rompere il blocco. Turchia ed Arabia Saudita condividono interessi nel progetto neo-califfale? Ecco che gli egiziani irritati dalle minacce dello Stato islamico al confine libico e preoccupati in quanto laici militari dell’affermazione di un format politico-religioso potrebbero diventare oggettivamente alleati degli sciiti iraniani più di qualunque altro inquietati dal disegno sunnita tradizionalista. Così se i Turchi dovessero esagerare le loro pulsioni neo-ottomane o gli egiziani inventarsi un improbabile neo-pan arabismo, stante che i tre sunniti sono comunque sempre vigili contro l’unico sciita del gruppo come si vede oggi in Yemen. Non è detto che funzioni ma è comunque un’idea, stante che poi non ce ne sono molte altre.

La seconda è quella di provare a sottrarre l’Iran dalla doppia salda e ben fondata amicizia con russi e cinesi che, ricordiamolo, sono i nemici principali degli USA. Diversamente, sarebbe questione inevitabile che gli iraniani effettivamente si dotassero dell’atomica generando una effetto a catena da cui ci scampi iddio. Ma poi, se gli Usa rimanessero confinati dalla parte sionista-sunnita, oltre a favorire la costituzione di un polo opposto iraniano/sciita-russi-cinesi (tutti assai concordi nel combattere il fondamentalismo terroristico integralmente di matrice ultra-sunnita), sarebbero senza scampo trascinati in una quadrante di tensioni gravi da cui gli americani non trarrebbero nessun beneficio ed anzi molte possibile insidie oltreché impegni e costi da evitare.

La terza ragione per l’accordo con l’iran ha a che fare con la non dichiarata ma agita guerra che ha una componente sunniti vs sunniti ed una sunniti vs sciiti.  sciiti-e-sunnitiTale guerra scaturisce da un probabile e più vasto piano egemonico-sub imperiale varato da un soggetto sino ad oggi considerato una mera propaggine degli interessi americani: l’Arabia Saudita. Furono i sauditi a sbraitare per l’invasione del Kuwait di Saddam e furono i sauditi anche se non da soli a fomentare la ribellione a Gheddafi. E di nuovo, furono i sauditi i primi a riconoscere il diritto dei militari egiziani a far il colpo di stato contro il fratello musulmano Morsi. Sempre i sauditi sono la forza che più si è spesa a finanziare ed organizzare i ribelli anti Assad ed in molti li considerano (tra cui scrive) non solo gli occasionali finanziatori dell’Isis-Stato islamico ma i veri  e propri manovratori di una formazione che si muove organicamente su gli stessi presupposti wahhabiti che fondano lo stesso stato e  monarchia saudita già alla sua fondazione. Sempre lo Stato islamico si muove per ottenere una egemonia nella guerra civile libica, è probabilmente dietro l’attentato di Tunisi e più in generale, le azioni ribelli-terroristiche da al-Qa’da nel Maghreb, dello stesso Boko Haram così come in Afghanistan e le continue azioni in Pakistan oltreché le minacce che vanno dai Balcani alla Cecenia al Xinjang cinese mostrano una regia che si fa fatica a non addebitare all’ideologia wahhabita ed ai più prosaici interessi sauditi. E’ questo un tentativo di egemonia del sunnismo da parte della sua componente storica più conservatrice, una sorta di pan-islamismo hanbalita. Così l’intervento fuori dai propri confini per reprimere a suo tempo la primavera del Bahrein promossa dalla maggioranza sciita della popolazione  e l’attuale sconfinamento in Yemen contro la fazione sciita degli houti. E’ chiaro che oltre ad essere chiamati in causa  in quanto sciiti dai fatti del Bahrein o quelli dell’Afghanistan o quelli attuali dello Yemen, oltre ad esser direttamente chiamati in causa dal conflitto in Iraq, l’Iran  è l’unico autentico nemico naturale del disegno saudita-sunnita. Si segnala che a questo punto, se si sdogana l’Iran e si scende a patti con Assad, stante il peso di Hizb’allah in Libano e l’allineamento del governo iracheno ormai interamente sciita, inclusi i turbamenti che gli sciiti possono creare in Yemen, Bahrein ed Afghanistan, questo contro-potere d’area può contare su un certo peso di non disprezzabile competitività bilanciando quello sunnita a guida saudita. Altresì se i sunniti debbono bilanciare gli sciiti debbono unirsi e così la smettono di infastidirsi reciprocamente. Oltre infatti al piano sub-imperiale arabo-saudita si deve segnalare anche l’asse qatariota-turco più favorevole al salafismo dei Fratelli Musulmani, asse che ad esempio in Libia è aperto conflitto armato con quello Stato islamico – monarchie del Golfo, attrito già manifestatosi in Siria ed Egitto.

Ecco allora plausibile l’idea di costruire un pianoforte a quattro tasti, Egitto, Arabia Saudita, Iran, Turchia, che possa permettere alle potenze regionali, se sono in grado di agire in concerto tra loro, se non lo fossero di permettere al concertista statunitense di pigiare ora questo ora quel tasto per coprire la stonatura di chi prende ad agire per conto proprio, creando nuovo potenziale disordine. Tale “piano” otterrebbe il massimo risultato col minimo sforzo in termini di costi ed attenzioni da concentrare altrove.

Qual è infine l’atteggiamento degli USA verso la questione del supposto piano sub imperiale saudita e più nello specifico dell’intera partita assai complessa ed intricata che si sta giocando in questo quadrante?

Qui bisogna chiarire un fatto. Gli USA, nella loro configurazione attuale, risultano un ente parzialmente diviso. E’ un fatto che l’amministrazione Obama sia stata la più ferocemente odiata e la più decisamente avversata dalla parte repubblicana. Altre amministrazioni hanno goduto del favore di un establishment che sebbene elettoralmente diviso, nei fatti convergeva su alcune posizioni comuni. L’amministrazione Clinton, ad esempio, era una di queste. Obama ha favorito l’industria privata informatica ma con la riforma sanitaria ha dato un duro colpo al comparto sanitario-farmaceutico privato, la lobby più importante negli States. arab-springLa strategia di smaterializzazione della geopolitica ovvero utilizzo dei servizi, dello spionaggio informatico, ong travestite da super-partes in luogo di truppe (i famosi “scarponi” sul terreno) e contractors privati, ha certo preoccupato l’altra grande industria, quella militare. Né le operazioni di polizia anti-terrorismo operata da droni hanno più di tanto compensato le perdite di bilancio dei produttori di armamenti  viziate dal public spending Cheney-Bush. La conversione a cui ha obbligato l’industria petrolifera che abituata a vivere della rendita medio-orientale e comunque del greggio liquido ha dovuto riciclare tecnici e tecnologie nel progetto shale nazionale ha creato un terzo attrito. Unitamente ai malumori ideologici di un po’ più stato ed un po’ meno mercato almeno nella sanità (per non parlare dei vari tentativi di legge come quelli di alzare il salario minimo, tutti naufragati al Congresso a maggioranza repubblicana), l’irritazione di Israele ma anche dell’Arabia Saudita, la partita cinese condotta secondo i repubblicani con un po’ troppo di delicatezza, l’idea di lasciare il Medio Oriente a se stesso, il tutto appena compensato dal nuovo impegno di fornitura di armi all’Europa, soprattutto dell’est, ha creato nei fatti una contrapposizione netta ed agita anche forse al di la di quanto ci è dato sapere e vedere. Ci riferiamo all’ambigua presenza del senatore McCain in Siria, l’ambigua presenza-non presenza accanto/contro lo Stato islamico che qualche volta trova depositi di armi americane lasciate lì dalle truppe che si ritirano, qualche altra volta come a Kobane viene bombardato con decisione per impedirne l’azione militare. Non v’è dubbio che gli USA non abbiano usato tutte le loro capacità per osteggiare lo Stato islamico e che, a volte, si siano mostrati direttamente o indirettamente conniventi ma occorre capire meglio il perché.

Molti nell’area della contro-informazione, hanno interpretato questo come un avvallo al progetto fondamentalista, uno spregiudicato uso del terrorismo da parte dell’”Impero del caos”. E c’è chi si è spinto a semplificare il tutto con un “Isis è una creatura americana” come se CIA a vari apparati del gigante imperiale avessero varato una sofisticata covert-operation al fine di creare il supremo disordine su cui imperare.  caosLa Teoria del caos è assai fascinosa e sofisticata ma se la si studia si scoprirà che per porsi come attrattore nello spazio delle fasi, occorre che il caos non degeneri, sia esso stesso contenuto e controllato, sia anche se in modo complesso, “deterministico”. Far scoppiare una improbabile primavera ad Hong Kong è caos controllato, la tensione ucraina è caos controllato, dare ogni tanto una scrollatina a gli spread è caos controllato. Inventare una creatura islamista hanbalita-wahhabita armata, nel centro del quadrante medio orientale (al di là dell’assoluta mancanza di realismo di una ipotesi che non conosce neanche i fondamentali della storia islamica e rimane chiusa nell’occidentalismo più vetero anche se di segno “alternativo”)  è tutt’altro che caos controllato e comunque andrebbe in direzione opposta a quella strategia che prima abbiamo detto di esser chiara, comprensibile e credibile per fondati motivi più razionali che non l’avventura di creare ordine dal disordine. Un Impero che produce caos generalizzato è più semplicemente un impero che non fa bene il suo mestiere, perché non è capace o perché le sue ambizioni imperiali sono sproporzionate alle condizioni di possibilità del mondo su cui si vorrebbe imperare. Può anche essere che l’ostinazione con la quale manipola realtà complesse porti a degenerazioni ma non sembra realistico ipotizzare una intenzionalità caotica. L’ambiguità americana si fa prima a giustificarla con una non perfetta chiarezza degli intendimenti ma anche con un non perfetto dominio della catena di comando e con l’azione non ufficiale di interessi americani non governativi che agiscono per sé e spesso, contro quelli governativi. Insomma gli americani marciano divisi e colpiscono divisi, il che in un mondo complesso è garanzia di più disordine di quanto già non ce ne sia spontaneamente.

Come si colloca in questo scenario, l’inattesa e spregiudicata azione di dumping sul prezzo del petrolio esercitata dall’Arabia Saudita? I sauditi, assieme a gli israeliani, assieme all’industria della armi e quella del petrolio americana, non vede certo di buon occhio il possibile disimpegno americano dal Medio Oriente. I sauditi sono molto vulnerabili. Innanzitutto il paese è tutt’altro che unito, spaccato com’è tra le varie tradizioni tribali (delle aree Hasa, Najd, ‘Asir, Hijiaz) e tra il fondo ultra conservatore ed ultra tradizionalista wahhabita e le nuove élite che hanno studiato all’estero ed aspirano ad una modernità se non occidentale, almeno turco-egiziana. Il problema più urgente però è quello demografico, i sauditi sono solo 28 milioni (tra cui molti immigrati) in un territorio immenso (gli iraniani ad esempio, sono tre volte tanto) e l’ingente acquisto di armi protratto da vari anni non ha comunque formato un esercito particolarmente efficiente e moderno. Oil_and_Gas_Infrastructure_Persian_Gulf__large_Gli impianti petroliferi che sono il cuore della potenza saudita e che tra l’altro vedono molta mano d’opera saudita di minoranza sciita, sono concentrati nella zona nord-orientale facilmente raggiungibile dall’Iraq (oggi sciita) ed ancor più esposti sono gli importanti giacimenti off shore. Quanto petrolio ancora c’è nel sottosuolo saudita rimane un mistero anche se c’è chi ha già da tempo avanzato previsioni di oltre-passamento del picco di produzione.  La stessa legittimità della monarchia assoluta dei al-Saud non ha né l’attualità della modernità, né il fondamento della tradizione islamica, né il fondamento tribale-etnico essendo il cuore della penisola, storicamente, posto tra Mecca e Medina nell’Hijaz e non certo a Riyad nel Najd. La stessa idea debba esistere un unico e vasto regno unito nella penisola è discutibile vista la lunga tradizione e larga presenza di semplici emirati. L’affollamento dell’offerta energetica tra il gas russo ed i nuovi giacimenti venezuelani, nigeriani e sud americani preme contro quella che una volta era una esclusività della penisola e dei sauditi in primis.  Il tutto, tra l’altro, mentre la domanda mondiale va in contrazione per la stagnazione della crescita. Una cosa è certa. L’idea obamiana di disimpegnarsi in Medio Oriente attraverso la raggiunta autonomia interna tramite lo shale non piace ai sauditi tre volte. Non piace l’esser lasciati soli, non piace perdere una chiave di ricatto sul gigante americano, non piace che sul mercato arrivi una nuova fonte energetica la cui tecnologia potrebbe poi esser utilizzata da altri dando una certa prospettiva alle fonti dei gas di scisto che hanno forse una geografia ben più ampia di quella del petrolio in quanto tale. Così, aspettando di vedere se per una qualche più contorta via riescono a far cambiare idea a gli USA, i sauditi, dopo aver preso l’iniziativa in Yemen, si organizzano con la nascente nuova forza armata della Lega araba, al Kowa, che guarda un po’ si pensa di stanziare proprio in Arabia saudita.

petrolio-5-gennaioCerto l’azione di dumping sul prezzo del greggio operata dall’Arabia Saudita che col suo peso controlla anche l’OPEC, impatta sulle economie iraniana, venezuelana e soprattutto russa ma anche su quella saudita. Soprattutto però, mette del tutto fuori gioco lo shale che ha costi di produzione molto alti. Poiché i sauditi hanno già annunciato che condurranno l’operazione per parecchio tempo (ufficialmente, per difendere la propria quota mercato) si deve ipotizzare che dopo qualche mese di secco nel business energetico americano, le compagnie statunitensi tornerebbero in ogni modo ed a qualsiasi condizione a reclamare appoggio per garantirsi nuove trivellazioni in giro per il mondo e con esse il ripristino dell’azione militare che le rende possibili. Sarebbe la fine del disimpegno obamiano costretto a quel punto a rimanere vicino al “fornitore” e certo che a quel punto, addio riabilitazione iraniana.

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Come si vede la situazione è tutt’altro che lineare. A nostro avviso la strategia obamiana rimane in essere però registra i negativi sia dell’inerzia nell’area pacifica (ed anche del vivace attivismo cinese), sia di quella atlantica dove i vecchi europei assentono formalmente tanto all’operazione ucraina, quanto ai trattati commerciali ma assai poco convintamente e comunque pronti a saltare in blocco nella nuova banca cinese perché le chiacchiere stanno a zero e 50 miliardi di dollari messi nel progetto dai cinesi non sono chiacchiere, quindi non sono zero. Quanto al Medio Oriente, il nuovo protagonista assoluto è senz’altro l’Arabia Saudita ma tale protagonismo muove dai propri stretti interessi che, come nel caso europeo, cominciano oggettivamente a divergere da quelli americani o almeno da quelli interpretati da questa amministrazione.

L’idea del quartetto medio-orientale è l’unica strategia di stabilizzazione sul campo, campo che però è attraversato anche dalla contrapposizione sciiti-sunniti, da quella monarchie vs repubbliche con i regimi militari come terzo incluso, da quella sunniti moderati vs islamisti armati e da quella Qatar-Arabia Saudita sul tipo di salafismo da promuovere. Il tutto con Israele sempre più fondamentalista, le élite petrolifero-militari americane sempre pronte a tornare in pista e con loro i neo-con repubblicani (mai davvero spariti dalle stanze di comando a Washington), i contributi al disordine portati dai britannici e dai francesi ed ultimamente anche dai turchi nonché il possibile rientro nella geopolitica d’area di una Russia già in contatto con l’Egitto e storicamente amica di Siria ed Iran. Il gas ed il petrolio che sono incerte certezze ed un comandante in capo alla potenza suprema che non ha maggioranza parlamentare e scade tra venti mesi.

Il disordine che vediamo è dunque il risultato di una concorrenza senza chiara prevalenza di differenti idee sul nuovo ordine da dare all’area.

(Fine)

[1] Com’è noto sin dai primi passi della disciplina geopolitica ai primi del secolo scorso dove l’isola a rischio di isolamento era la Gran Bretagna, il continuum euro-asiatico farebbe di inglesi ed americani, quello che sono geograficamente, due isole e le isole sono soggette ad isolamento o comunque a divenire periferie. E’ per prevenire e contrastare questo evento, per reazione, che gli ultimi imperi (britannico, giapponese, americano) provengono tutti da isole.

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PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (6/b). Conclusioni.

islam-politicoIl complesso ideologico dominante il mondo arabo, non v’è dubbio, sia la religione islamica. Coma abbiamo visto, questa religione si basa su un canone composto da Corano-sunna-biografia di Muhammad e su una stratificata interpretazione accumulatasi nei due-tre secoli dopo il VII° secolo. Successivamente, si è attinto al canone ed alla sua storia interpretativa, selezionando ora questo tono, ora quest’altro ma senza realmente innovare qualcosa di decisivo. Alla fine e nei fatti, questo canone con la sua interpretazione si è rinserrato in se stesso ritenendosi definitivo ed immutabile. Questo canone, in abbinata alle sue possibili interpretazioni è diventato Tradizione ed intorno a questa Tradizione ci sono teologi, giuristi, insegnanti, teorici, addetti ai servizi religiosi, una classe composita che non si può definire “clero”, sebbene in qualche modo ne svolga la funzione. La centralità del canone e della Tradizione porta con sé, la centralità di questo clero-non clero. Questo clero-non clero a sua volta, influisce e condiziona il potere politico a sua volta stretto tra i condizionamenti interni alla geopolitica arabo-islamica ed i rapporti  con l’Occidente.

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L’invasione coloniale occidentale del XIX° secolo ha prima imposto il format stato-nazionale, poi risvegliato il pensiero arabo alla ricerca di spiegazioni della propria debolezza e di paradigmi su cui vertere per il riscatto. Il primo corso si è sviluppato in consonanza alla occidentalizzazione delle élite ed ha avuto come agente trainante l’esercito, il secondo si è sviluppato in consonanza al tradizionalismo della società islamica ed ha avuto come agente trainante il clero-non clero. Né il primo corso ha tenuto conto della profonda islamizzazione della società reale, né il secondo ha tenuto conto della necessità di operare una profonda riforma della sua ideologia. L’ideologia modernista, laicista, socialista è quella del primo corso, l’ideologia tradizionalista, salafita – islamista è quella del secondo.

MappaBandungNel tempo, la componente socialista ha fallito e si è persa. Le élite tanto politiche che militari, sono oggi tutte libero mercatistiche. Così, salvo la Siria, il più o meno coperto allineamento americo-occidentale che non solo ha cancellato la posizione filo-sovietica (poi russa) ma soprattutto ogni terzo allineamento[1].  La componente laicista è anche in scomparsa. Il fatto è che le società nazionali arabe sono per la maggior parte intrinsecamente islamiche, nel senso che l’islam è strettamente intessuto nella loro trama sociale. Anche le élite più laiche, hanno dovuto alla fine re-inserire stralci sharitici nelle costituzioni[2]. Per il mondo arabo, l’islamismo è consustanziale e il laicismo islamico è un controsenso. Come abbiamo già osservato, la secolare tradizione storica, il potere di fatto di tutto il circolo religioso che emana discorsi del venerdì in moschea, da università e scuole, pubblicazioni, riviste e giornali, partiti e movimenti, la mancanza di alternative e il quasi inesistente cambiamento delle condizioni sociali, economiche, d’istruzione, di informazione, mantengono le società ancorate al dominio della Tradizione e delle sue principali interpretazioni. Naturalmente, una fetta minoritaria di società soprattutto giovane, femminile, istruita e metropolitana va in altra direzione ma la pesatura della massa sociale totale  è inequivoca.

arab-springLa modernità, a cavallo del libero mercato assunto come paradigma economico e sociale, è entrata in questo contesto, come prodotto. Una modernità come prodotto d’importazione, come possibilità di goderne i frutti senza impiantarne l’albero. Questa modernità da free-shop è proprio ciò che all’occhio offuscato dell’occidentale intellettualmente pigro, balza in evidenza creando una contraddizione visto che il costume sociale viene altresì definito medioevale. Questa contraddizione apparente che non è affatto contraddittoria, infatti, trova la sua massima espressione nella penisola arabica dove si toccano i vertici del medievalismo assolutista e puritano mentre al contempo si toccano i vertici dell’esasperazione tecnologica di una modernità ridotta a ipermercato di gadget per bambini mal cresciuti. Sia nella versione grattacieli, hi-tech, macchinoni, satelliti, sia nella versione dei più moderni sistemi d’arma che fanno del mondo arabo, il primo mercato per la produzione occidentale.

51v3nftihjl-_sl500_aa300_Abiurato il socialismo, sposato il libero mercato, relativizzata la mai fino in fondo condivisa laicità e ridotta la modernità da cultura a merce (chissà, forse è la sua essenza intrinseca), sul piano dei valori e delle idee rimane incontrastato il dominio del paradigma del conservatorismo, tradizionalismo e di recente, fondamentalismo islamico.  Come detto nell’Introduzione, il fondamentalismo (che sarebbe più preciso definire radicalismo islamista o islamismo-totalitario) non è il tradizionalismo conservatore ma senza dubbio, il primo non potrebbe esistere se non esistesse il secondo. Scopo teorico-pratico di ogni radicalismo è infatti spostare sulle sue corde vibranti quanta più massa inerte è collocata nel centro mediano di un sistema ideologico[3]. Inoltre, sebbene la penetrazione oggettiva dell’islamismo-totalitario nelle società arabe non sia poi così significativa, una certa area di simpatia è dovuta la fatto che questo corso di idee nacque come rivalutazione dell’essere musulmani, in opposizione orgogliosa all’invadenza del modernismo coloniale occidentale. Questo orgoglio della tradizione, della specificità musulmana, rimane l’unica identità propria a cui riferirsi per resistere all’omologazione nel registro modernista-occidentale, può poi prendere la forma quietista delle periferie e dei piccoli centri e comunità gravitanti intorno alle moschee o quella rivoluzionaria armata delle cellule integraliste e jiahdiste ma vi è una comune radice tra le due fenomenologie ed è la radice della condivisa difesa identitaria, dell’islam pregante.

L’islam pensante, altresì, non è privo di fremiti che cercano di liberarsi dal dominio soffocante del dogma rinserrato in se stesso, dall’imperio pervasivo della Tradizione. Queste idee premono con insistenza contro il divieto di riaprire l’interpretazione e cercano, nei limiti codificati dall’islam stesso o più spesso divincolandosi da essi copc8m7ibridandosi con qualcosa di esterno, di aprirsi un possibile nuova via. Dalle interpretazioni che volgono l’islam ad una teologia della liberazione, all’applicazione della più sofisticata ermeneutica, dalla promozione di un approccio storicista che possa portare scritture o anche solo le interpretazioni al diritto di uscire dalla presunzione di essere “oltre la storia”, fino alle elaborazioni addirittura in chiave femminile se non femminista. Uno spazio teorico poi c’è su una possibile via islamica ad una democrazia dal basso, egalitaria e partecipata mentre qualche difficoltà in più ci sono per la necessaria revisione dei fondamenti giuridici che non possono rimanere ancorati alle scarne e desuete prescrizioni sharitiche. Anche la conversione a partito politico dei Fratelli musulmani egiziani o Hizb’allah libanese  o al-Nahda tunisino vanno salutate positivamente. Per quanto con un fine di islamizzazione tradizionalista, percorrere la via politica invece di quella del terrore impositivo è comunque positivo. Non è poi escludibile ed è auspicabile anche una possibile evoluzione geopolitica quando e se, un fronte degli attori multipolari (oggi BRICS) potesse diventare downloadnm90un riferimento anche per qualche stato-nazione tra i più grandi ed importanti (ad esempio l’Egitto) aprendo una breccia nell’allineamento filo-americano che ha interessi esattamente contrari all’emancipazione dei popoli arabi. Infine, occorrerà seguire l’evoluzione dialettica tra le specificità dell’islam allargato (Africa equatoriale e Sudest asiatico, Pakistan-Afghanistan) e quelle del mondo arabo linguistico (Maghreb) vs il cuore più retrivo della Tradizione, cioè la Penisola arabica. Altresì decisiva sarà  la Grande Guerra già in corso nel Medio Oriente per rigiocarsi i confini post Sykes-Picot e per sciogliere la competizione sunniti vs sciiti ovvero sauditi vs iraniani.

844889A noi, comunque, se potessimo scegliere nel catalogo delle possibili vie re-interpretative del canone,  la posizione più radicale e necessaria ma anche quella maggiormente possibile per la riforma dell’impianto ideologico appare quella che ebbe forma nello scomparso  Mahmud Taha e nel suo vivente prosecutore ideale ‘Abdullahi al-Na’im, entrambi sudanesi. Al-Na’im propone una radicale riforma dell’islam basata su due imperativi categorici che sebbene di origine kantiana, possono esser considerati dei veri universali: 1) considerare gli uomini come fini e non come mezzi; 2) la regola aurea o non fare a gli altri quello che non vorresti fosse fatto a te (presente nell’etica cristiana, in quella confuciana, nella shari’a coranica ed in Kant, quindi financo nella tradizione illuministica europea), definibile anche “etica della reciprocità”. Al-Na’im centra il punto anche scagliandosi contro i pilastri della tradizione più retriva e conservatrice , quel Ibn Taymiyya su cui si fonda tutto l’islamismo contemporaneo, il salafismo, quello che origina da al-Banna, Qutb, al-Mawdudi ed anche tutto il wahhabismo. Siamo cioè al punto d’origine di tutta la deriva conservatrice, lì dove la teologia mutazilita venne definitivamente sconfitta ed estromessa dal canone da una specifica interpretazione che si rinserrò dentro le scritture, chiudendo dietro di sé la porta dal di dentro e buttando per sempre via la chiave: l’hanbalismo.

Il maestro di Al-Na’im, 978883071188Mahmud  Taha, fu un teologo sudanese impiccato dal regime militare  e seppellito in un punto tenuto segreto del deserto  nel 1985 dopo esser stato giudicato, come al solito, apostata. Tutte le copie dei suoi libri sequestrati e bruciati. Taha aveva centrato il punto: il Corano meccano è quello universale, quello medinese è un adattamento storico e le disposizioni ivi contenute vanno storicizzate così come quasi tutta la sharia’a, la sunna è tradizione umana giuridicamente inservibile. Per quanto radicale, questa posizione ci sembra l’unica veramente possibile in quanto questa posizione non è occidentalista, non salta a priori la roccaforte della Tradizione sposando il punto di vista storicista o femminista o democraticista o laicista o qualche grimaldello ermeneutico-decostruzionista appreso dagli intellettuali arabi migrati in Francia o nell’area anglo-sassone, poiché Taha nato e sempre vissuto in Sudan, ben sapeva che tutto ciò che è fuori dai fondamenti dell’islam non scalfisce la Tradizione. Questa posizione entra nel fortino della Tradizione ed in nome del primo Corano e dell’umana intelligenza di cui Dio ci dotò evidentemente per una qualche ragione, ne scioglie le pretestuose fondamenta. Taha non esce dall’islam per spingerlo e spostarlo, rimane dentro l’islam per rimuovere i freni e le ganasce che una élite religioso-politica ha pretestuosamente messo al sistema sin dai califfi rashidun.  Non usa categorie occidentali per dialetizzare il monolito islamico, usa l’originaria dialettica interna di una tradizione interrotta, quella della fede razionalizzata mutazilita. Non solo i fondamentalisti di ogni sorta hanno i loro martiri, anche l’umanità intelligente ne ha ed anche molti di più, Taha è uno di questi.

Ma perché tutti questi tentativi e le forze culturali e sociali ad essi connessi si possano liberare favorendo la nascita di un rinascimento islamico che  superi la sua paralizzante introflessione, occorre neutralizzare i guardiani del sistema. La riforma dell’ideologia è intellettualmente più che possibile ma non fino a che l’islam rimane prigioniero del conservatorismo tradizionalista che interessa certe élite arabe, tanto politiche che religiose. Elite che sono legate a doppio filo con quelle occidentali con le quali, assieme, costituiscono il blocco del sistema.

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Cosa può fare l’Occidente di buona volontà per aiutare l’islam ad evolvere il proprio adattamento alla complessità?

Per disarticolare questa costruzione di modo da aprirla all’adattamento al mondo complesso occorrerebbe disarticolare il suo baricentro storico, politico, economico, culturale: le monarchie della penisola arabica ed in particolare i guardiani dell’ortodossia e dei luoghi sacri che centrano l’intero sistema: l’Arabia Saudita. wahabismQui troviamo la leva petrolifera con la quale si ricatta l’intero mondo industrializzato e non[4], l’accumulo di ricchezza proveniente dalla dote energetica, accumulo reinvestito in parte nel partecipare al grande gioco finanziario-proprietario del capitalismo globalizzato, in parte in una forma sottile di promozione pan-islamica dell’hanbalismo ultra-conservatore. Qui troviamo  la forma politica della monarchia assoluta clanico-dinastica, la shari’a implementata come legge unica della comunità, il complesso giuridico-religioso wahhabita che tratta come apostati tutti i credenti le altre religioni del Libro ma anche i musulmani non wahhabiti e che introduce come “sesto” pilastro della fede quel jihad mono-interpretato che porta ai progetti dell’islamismo armato  1.0 tipo al-Qa’ida ed a quelli 2.0 tipo Isis-Stato islamico (tesi oltretutto a concentrare il fuoco islamizzante fuori dai propri confini). Mutawwa’a e ikhwan, l’ideologia totalitaria ed il suo braccio armato, disciplina e punizione al servizio di una élite di potere, questa fu la fondazione dell’Arabia Saudita e questa è la struttura dell’odierno Stato islamico. Qui origina l’ambiguo patto imperiale con gli Stati Uniti e il costante revival del sanguinoso odio stragista verso gli sciiti. Da qui parte la formazione tentacolare che s’innerva con fiumi di dollari che diventano moschee, pubblicazioni, scuole, cellule jihadiste, in Medio Oriente, Maghreb e  Sahel, con una evidente predilezione per aree dotate di petrolio (Libia e Nigeria, Siria ed Iraq) quanto in Afghanistan e in Pakistan e fino alla diaspora islamica occidentale  La ultra-conservatrice lotta contro ogni tentativo di evolvere l’islam in qualche direzione propria ma diversa dalla loro ottusa interpretazione della Tradizione (attiva lotta contro il nasserismo, il repubblicanesimo, il costituzionalismo, il socialismo e viepiù il comunismo, la democrazia anche nell’annacquata versione liberale, la parità di genere, il rispetto delle differenze, la cultura, l’arte etc.) quindi il presidio in senso costantemente ultra-tradizionalista del sunnismo e la lotta per affermare la sua totale e finale egemonia su tutto l’islam. Sforzo per affermare la Tradizione più retriva e chiusa nel sunnismo e per affermare il sunnismo arabo su quello islamico e sullo sciismo, sforzo che l’Arabia Saudita compie con dollari, armi, terrorismo, reti geopolitiche e una ideologia portata da un ambiguo  clero- non clero diffuso in tutto l’islam e fuori di esso.

sunni_shia_nasrTutto questo sforzo (significato proprio di jihad) sta oggi prendendo la forma di uno scontro diretto contro i vari “nemici interni” che ostacolano questo delirio egemonico, a cominciare dagli sciiti. Il sistema sciita si identifica con un solo stato nazione, l’Iran, che non ha quindi problemi di lotta egemonica per affermarsi al suo interno. Gli sciiti hanno storicamente una diversa conformazione della gerarchia poiché gli iman sopratutto dopo la rivoluzione di Khomeini,  hanno in carico la funzione interpretativa della Scrittura, ruolo che permette gradi di maggior flessibilità adattativa per l’intero sistema. Inoltre, hanno mostrato una certa intelligenza adattiva come  nel caso libanese (Hizb’allah). Il “partito di Dio” sciita ha una strategia generale non poi molto diversa da quella dei Fratelli Musulmani ovvero di radicamento sociale e di islamizzazione dal basso ma ha atteso il tempo della sua effettiva affermazione egemonica, per altro gestita con estremo giudizio, non eccedendo precipitosamente nell’islamizzazione a tappe forzate di un sistema così intrinsecamente plurale come è il Libano. La componente sciita già crea pluralizzazione in Bahrein e Yemen, in Iraq, Siria e Libano, pluralizzazione che inquieta proprio l’Arabia Saudita attivamente impegnata ad annientarla. Insomma, tifare per gli sciiti nella partita sunniti vs sciiti non è certo tifare per la teocrazia iraniana ma per una realtà storica intrinseca all’islam che oggettivamente testimonia di una irriducibile pluralità naturale, interna al sistema.

download45nv7Un secondo scenario da tenere d’occhio è l’islam della diaspora, l’islam in Occidente. Ogni sistema, per quanto integralista, tradizionalista e conservatore sia, laddove è stretta minoranza in un ambiente ostile nel senso di non conforme, deve necessariamente articolarsi per sopravvivere. Gli islamici occidentali debbono venire a patti tra tradizione e modernità, tra comunità ed individualità, tra stato islamico e stato costituzionale, tra religione e vita civile. Oggi sono pressati tra le spinte tradizionaliste delle moschee e del clero-non clero spesso finanziati massicciamente da Arabia Saudita e Qatar da una parte e l’indifferenza se non l’ostilità della mentalità occidentale dall’altra. Potrebbe esser utile per entrambi (musulmani e non) trovare il modo di discutere apertamente e con franchezza da una parte dei rispettivi eterogenei EU Muslim Populationpresupposti e dall’altra della necessaria via da trovare nella convivenza. I due atteggiamenti occidentali del “è un problema irrisolvibile, cacciamoli” e del “non c’è problema, siano benvenuti” sono, entrambi, irrealistici. E’ irrealistico pensare che etnie piene di giovani ed in esuberanza demografica ad un tiro di schioppo da terre relativamente ricche, stante la situazione di arretratezza  socio-economica quando non di guerra e perenne instabilità (spesso concreata dagli stessi occidentali) che li spinge a migrare, cessino di venire qui. Tra l’altro rappresentando una possibile parziale soluzione al nostro debito di crescita demografica. E’ irrealistico altresì postulare il “non c’è problema” perché qualsiasi gruppo sociale ordinato da un sistema di valori tra l’altro così forti com’è nel sistema islamico e così diverso com’è nel rapporto tra islam ed occidente, va in potenziale attrito con il sistema che lo ospita. Ma i musulmani della diaspora hanno anche la potenziale libertà di non esser coartati dalle loro società-governi tradizionali, hanno quindi una possibile maggior libertà relativa di aprire il proprio essere islamico a qualcosa di nuovo. Non c’è solo il rifiuto e il riflusso identitario da una parte e l’integrazione-assimilazione dall’altra, c’è anche l’adattamento per modificazione, modificazione del proprio sistema ma anche dell’ambiente in cui ci si deve adattare[5].  Molti di loro, potrebbero poi  tornare da adulti nelle loro terre d’origine e rappresentare un diversa esperienza di islamizzazione adattativa, aiutando da dentro l’evoluzione generale del loro sistema.

Oil_and_Gas_Infrastructure_Persian_Gulf__large_Gli occidentali poi possono fare molto di più. La Danimarca ad esempio, sta procedendo a tappe forzate verso l’autonomia energetica. Questo non è solo molto salutare, anzi di una necessità imperativa per l’ambiente, non è solo salutare per le bilance dei pagamenti nazionali, questo è essenziale per l’autonomia geopolitica. Non dover dipendere dall’energia fuori dei nostri confini, significa non dover dipendere dal potere geopolitico di chi la possiede. Significa poter avere relazioni non condizionate con il mondo arabo e arabo-peninsulare nello specifico. Così la recente decisione della Svezia di rompere l’accordo militare in vigore con l’Arabia Saudita dal 2005, seguito da rancoroso ritiro degli ambasciatori . Svezia che ha per prima aperto il processo di riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato. Le nostre depresse élite intellettuali potrebbero mostrare la necessità di dialogare non con le corrotte élite arabe presuntamente moderate legittimandole e spingendo chi si batte contro la loro dittatura nella braccia del radicalismo ma direttamente con quelle forze intellettuali e culturali ma anche politiche e sociali che possono rappresentare una maggior articolazione del pluralismo interno[6] al loro mondo. Altresì, sempre le nostre depresse élite intellettuali farebbero bene a sorvegliare criticamente non solo l’imperialismo americano ma il perdurante semi-colonialismo europeo (i francesi ad esempio, da questo punto di vista, avrebbero molto di cui tenersi occupati) nonché l’imperialismo economico-culturale delle monarchie del Golfo, quelle stesse monarchie che con i loro fondi sovrani ritornano alle nostre élite parte dei proventi incassati dalla vendita del petrolio e del gas, assicurandosi by the way quote strategiche di partecipazione nel nostro capitalismo decadente, sostenendone la lenta agonia.

wahhabis_saudi_cockroachesPiù in generale, se Arabia Saudita e monarchie del Golfo riversano ingenti fiumi di denaro per finanziare l’islamizzazione hardcore tanto nel mondo arabo che in quello islamico, questi fiumi dovrebbero mischiarsi a loro pari che finanziano l’emancipazione sociale ed economica su cui deve basarsi quella politico-culturale[7] e nuovi standard di decente giustizia sociale. In questo senso, l’Europa dovrebbe aiutare il Nord Africa a diventare una fascia di transizione, dialogo e scambio tra l’Europa stessa e l’Africa. Il mondo complesso, ovvero innervato da una unica rete ramificata di interrelazioni, necessita di zone ibride in cui i diversi sistemi geo-storico-culturali, si mischiano l’un l’altro creando uno spazio per le fasi di transizione. Non si tratta né di occidentalizzare il Nord Africa, né di islamizzare l’Europa ma di creare una zona che, com’è per altro nella sua storia e tradizione, mischi influenze reciproche in un nuovo emergente, un totale maggiore della somma delle sue parti.  Ciò porta anche a doverci svegliare dal nostro sonno dogmatico per il quale esisterebbe “un” Occidente, “una” Europa. Né l’Occidente anglosassone, né quello germano-scandinavo, né quello euro-orientale hanno nulla di diretto a che fare con questa storia. Questa storia riguarda per ovvie ragione geografiche e quindi storiche, l’Europa mediterranea e questo, è l’ennesimo segnale che occorre cominciar a ragionar per sistemi possibili ed omogenei, sistemi che hanno le condizioni e l’interesse a condividere gli stessi problemi e coordinate soluzioni. L’Unione politica federale degli europei mediterranei s’impone come progetto forte e prioritario per ragioni monetarie, politiche, culturali, geostoriche e per ragioni di geopolitica dei propri  sensibili confini[8]. Confini mediterranei che poi potrebbero essere nuova frontiera per dialogo, crescita e sviluppo.

saudi_support_terrorismDa subito, comunque, occorrerebbe cominciar a denunciare l’Arabia Saudita come stato canaglia anche per disarticolare quel fronte del capitalismo globalizzato che è un sistema a sua volta articolato e non sempre e non tutto dipendente solo dagli USA. Anche le storiche forze critiche ed antagoniste, resistenti e militanti nei campi dell’antimperialismo e dell’anticapitalismo dovrebbero evolvere una visione un po’ più complessa di ciò che vorrebbero combattere. Ostracizzare l’Arabia Saudita e gli stati canaglia del Golfo, forse è più facile che non uscire domattina dal capitalismo powered by la più grande potenza militare che si sia mai vista nella storia planetaria. Embargo, sanzioni, denuncia etica e morale, conversione energetica immediata ed a tappe forzate, cioè aumentare la pressione su questo anello della catena che ci tiene legati al suo dominio. Così ad esempio, lanciare una campagna di boicottaggio per i prossimi mondiali di calcio in Qatar, una vera assurdità, anche dal punto di vista sportivo.

PLATON_Time_BLOG-442x590Di base, poi, la regola aurea dovrebbe essere quella di impedire per qualsiasi ragione ed in qualsiasi modo l’attivo intervento militare. Mettere mano ai corsi storici dall’esterno, ha significato disordinarli in maniera del tutto imprevedibile, disordinando la logica degli eventi locali si è impedito lo svolgimento del processo interno della loro dialettica storica. Ogni intervento militare, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia è stato un prender a randellate un vespaio con conseguente liberazione caotica di ciò che prima era, in qualche modo, ordinato. Sconclusionato e contro-producente intervento militare, uso coperto delle cellule terroristiche manovrate dai sauditi e non solo (vedi guerra civile siriana), sfruttamento coloniale e capitalistico, massiccia vendita di armamenti, dipendenza dalla fornitura energetica fossile, protezione acritica e mafiosa di Israele e del suo diritto unilaterale a fare e disfare ciò che vuole oltre i suoi mai ben definiti confini, alleanza organica con i centri dell’imperialismo fondamentalista sunnita interno all’islam, protezione e cooptazione delle corrotte élite locali,  questo è l’attuale standard del nostro modo di relazionarci a questo mondo. Così continuando, non possiamo che aspettarci che al veleno sversato nei campi corrispondano sempre più amari frutti serviti direttamente o indirettamente sulle nostre tavole.

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Concludiamo così il nostro Piccolo studio sull’islam, un sistema molto complesso che abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio, rispettandone l’ intricata articolazione. Il primo risultato che portiamo a casa è lo sconcerto per come il nostro mondo, quello colto e quello massificato, approccia un sistema di 1,6 miliardi di persone che condividono quattordici secoli di storia. Sconcerto per la superficialità, la presunzione, l’ignorante semplificazione, con i quali approcciamo questo fenomeno con cui dobbiamo condividere il mondo.  Quello che infine traiamo come finale conseguenza è che non esiste alcun scontro di civiltà. Esiste anzi un incontro ed una complicità organica tra élite gerarchiche presenti tanto nel nostro mondo che nel loro, élite che resistono al cambiamento che diminuirebbe le condizioni di possibilità che le creano e sostengono, che resistono con ottusa e cieca ostinazione alle trasformazioni necessarie per adattarsi alla nuova complessità del mondo. Guerra, terrorismo, ideologie totalitarie, distruzione ambientale, profughi, questo produce la cupola elitista che governa i due sistemi. Quello che ci sembra necessario è invece uno scontro nelle civiltà, l’eterno scontro tra chi resiste al cambiamento per difendere il proprio privilegio adattivo e chi da questo cambiamento trarrebbe nuove opportunità di sviluppo e crescita della generale fitness tra le varie parti dell’umanità e tra l’umanità tutta ed il pianeta. Umanità vs élite, questa è l’eterna partita della Storia che oggi siamo chiamati a ri-giocare in un contesto sempre più complesso. Il che non è detto sia per noi umanitariani sia un contesto avverso, tutt’altro…

(6/b. Fine.)

Puntate precedenti: Intro1 2345 6a

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[1] L’ultimo tentativo se ne è andato con il per altro velleitario islamismo pan-africano di Gheddafi.

[2] Questa dicotomia senza apparenti alternative, Occidente vs islamismo è rivelata dalla storia recente della Turchia il paese che nasce con un posizionamento laico. Dopo aver agognato l’entrata nella sfera europea e dopo esser stata sostanzialmente rifiutata, la Turchia è oggi in via di lenta ma costante re-islamizzazione.

[3] Di converso ogni strategia tesa a spostare il radicalismo armato verso l’espressione politica partitica è l’unica strategia che ha mostrato di funzionare tanto nel caso irlandese (IRA) che in quello basco (ETA). Certo, ci si deve rassegnare al fatto che la sottostante istanza politica alla fine prevarrà perché ha ragione di essere.

[4] Si veda la recente operazione di dumping sul prezzo del petrolio che mette in serie difficoltà il Venezuela, la Russia e gli storici nemici dei sauditi: gli iraniani.

[5] A titolo d’esempio, l’Austria ha recentemente varato un piano che permette una certa libertà di edificazione di nuove moschee, solo che si deve dimostrare l’origine dei finanziamenti. Ossia moschee sponsorizzate Arabia Saudita o Qatar non vanno bene poiché non sono neutralmente islamiche ma di un certo tipo, di una certa interpretazione (che è poi quella che finanzia e promuove l’islamismo radicaleggiante). Allora perché non costruire noi direttamente moschee magari rientrando poi parzialmente dell’investimento dilazionando un debito che con la zakat (l’obolo rituale che poi dovrebbe servire anche a questo, a promuovere la via di Dio) i fedeli farebbero presto ad estinguere ?

[6] Forze che rimangono invisibili fino a che, qui da noi, vengono condotte analisi al livello di quanto accaduto in occasione degli attentati di Parigi o durante e dopo le primavere arabe o a proposito dell’Isis-IS-al Qa’ida.

[7] Si tenga conto che l’improvviso successo nell’arruolamento di vaste porzioni di giovani musulmani nelle file dello Stato islamico si deve non solo alla potenza ideologica del progetto ma anche al fatto che gli arruolati percepiscono uno stipendio. Con questo idealismo materialista, il progetto islamico-totalitario ha solide radici su cui fondarsi. Qui (min.52:00 circa) l’inviato dell’Espresso F. Gatti, riferisce che Boko Haram, arruola giovani disperati in Niger, offrendo 1000 euro ed una moto. Questo s’intendeva nel dire che l’Arabia Saudita versa fiumi di denaro a sostegno della sua strategia.

[8] Ne abbiamo parlato qui.

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BIBLIOGRAFIA delle FONTI

la cui lettura e studio hanno accompagnato la redazione del Piccolo studio:

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PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (6/a). Conclusioni.

L’islam arabo è solo il 20% dell’islam complessivo ma non vi è dubbio che esso sia il cuore del sistema dei musulmani perché qui il sistema è nato, si è sviluppato e da qui si è irradiato. Tutti i problemi teorici e pratici del più ampio sistema islamico sono condizionati da questo sottosistema arabo. In questa prima parte delle nostre conclusioni, ci occuperemo quindi dell’attuale struttura sociale e politica dell’islam arabo per poi passare, nella seconda parte, al quadro teorico ed ideologico delle dottrine, delle loro interpretazioni, delle loro possibili evoluzioni e delle relazioni che le legano al sostrato politico-sociale.

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L’islam arabo si basa su alcune strutture sociali tradizionali, il clan, la tribù, il governo di un territorio contenuto (ad esempio l’emirato nella penisola araba) o appena più ampio come il sultanato. Poi si passa ad una struttura, sempre tradizionale, molto ampia,  quello che da noi si chiamerebbe impero e da loro califfato. Quello che manca come tradizione è proprio lo stato e la nazione. Queste strutture sono state importate ed in qualche modo imposte dagli occidentali[1], a partire dal XIX° secolo e non sono indigene.

arab_dialectsCosì creati sinteticamente, gli stati hanno risentito dell’ inde-terminatezza dei loro confini e della eterogeneità della loro composizione interna[2] Altresì, sembra che solo due strutture siano in grado di ordinarli. Da una parte le monarchie o nella versione legittimata dalla discendenza (la discendenza da Muhammad, più o meno reale) come il Marocco e la Giordania o nella versione del clan-tribù che si è imposto a tutti gli altri come l’Arabia Saudita. Dall’altra c’è l’esercito. La storia recente o contemporanea di Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Sudan, Siria, Iraq, Turchia, Yemen è stata disegnata ed ordinata da élite militari. Quella militare è la struttura che di sua natura si accoppia al concetto di stato e di nazione[3], di sua natura è difensiva-offensiva rispetto ai suoi confini, di sua natura è gerarchica, ordinata e quindi potenzialmente ordinante. Questo però non dice nulla sulla sua effettiva capacità di svolgere la funzione politica. Buoni militari non sono di per sé buoni amministratori e l’ordine della gerarchia militare nulla ha a che vedere con la pluralità sinuosa e complessa della società e con la funzione politica che la dovrebbe gestire.

downloadde4Teocrazia, monarchia e dittatura militare pur variando le logiche intrinseche la loro formazione e composizione, in realtà riproducono sempre lo stesso schema gerarchico di una élite forte (sacerdotale, tribale o clanica, ufficiali in comando) che deve “comandare” un sottostante. Mentre le strutture monarchiche o militari sono certo collegate ad un territorio specifico che può anche coincidere con lo stato-nazione, la struttura teocratica non lo è affatto. La struttura teocratica è di sua natura legata ad un écumene esteso a tutti i coloro che si riconoscono nella credenza di quel dio o di quel modo di interpretarlo nella dottrina. Nel caso arabo poi che oltre ai confini labili ed all’eterogeneità di composizione di alcuni “tentativi di stati”, la comunanza linguistica oltre quella più ampiamente culturale e religiosa, congiura oggettivamente a creare l’ontologia socio-politica del grande spazio comune[4], che sia impero come con gli ottomani  o califfato come nei casi abbasidi ed omayyadi[5]. Tant’è che anche la versione più politica del califfato, il sogno pan-arabista (pan-islamista ad un livello ancora più ampio e generale) si identifica con questa area grande degli uniti in qualcosa da qualcosa. Quello che però mancherebbe a questa ipotesi laica della grande unione degli arabi è sia la stabilità dei contraenti la stessa unione (cioè i singoli regni-stati), sia la condivisione di un regolamento che ordini l’unione stessa, quindi in definitiva il modo in cui una unione degli arabi possa funzionare (chi decide?).

Nel califfato invece, tale regolamento è dato dal sistema Corano-sunna-Tradizione e il califfo fonda la sua legittimità sulla discendenza dal fondatore del sistema (Muhammad o inteso nella f8158c22421b021aae86c14d42c24c3cversione tribale cioè come qurayshita o in quella clanica hascim). Inoltre, sebbene si abbia sottolineato la fragilità, la contraddittorietà ed una certa indeterminatezza del concetto di stato-nazione in ambito arabo-islamico, va segnalato che vi è ormai anche una piccola tradizione di uno o anche due secoli di alcune di queste strutture.  La lotta per l’autonomia e quindi il lento processo di decolonizzazione ha comunque creato una storia di riconoscimento interno dei confini stato-nazionali, volersene appropriare significava per certi versi riconoscerli. Altresì, rispetto ai tempi estremamente più semplici degli omayyadi, degli abbasidi ma anche degli ottomani, appare oggi assai poco probabile che oggi arabi peninsulari si sottometterebbero ad una élite turca o maghrebini ad arabi peninsulari o giordani a sauditi o libanesi ad egiziani o algerini a libici o più in generale, africani ad arabi, indonesiani ad egiziani ognuna di queste coppie anche nel viceversa[6].

Ne vien fuori una fotografia fluida del momento storico. Nel mondo arabo-islamico rimane forte e presente la struttura clanica e quella tribale, proprio quella struttura meccano-beduina che Muhammad voleva sciogliere nell’utopia di una umma orizzontale ed indifferenziata al cospetto del Grande Uno Trascendente, La tradizione di questa umma ecumenica che avrebbe dovuto superare questa esasperata frammentazione o nella versione religiosa (califfato di origine meccana) o in quella etnica (impero degli ottomani) o in quella politica (pan-arabismo) rimane come utopia retrospettiva (secondo la definizione di M. Campanini) ma risulta assai improbabile nel mondo contemporaneo sia per il come dovrebbe formarsi, sia per il chi o cosa dovrebbe ordinarla, sia per il come dovrebbe funzionare[7]. Screen-Shot-2015-02-02-at-7.44.00-AMIn mezzo, l’ibrido dello stato nazione che non è indigeno, non è strutturalmente  stabile, ha una tradizione giovane ed assai incerta essendosi formato ma poi sistematicamente entrato in crisi, crisi risolta d’imperio dalle strutture militari che lo hanno salvato dal collasso ma non dalla strutturale incapacità di funzionare. Sotto, la perdurante ed esasperata frammentazione del localismo, sopra, il sogno impossibile dell’ecumene musulmano che fu. L’islam arabo è qui, tra il non più ed il non ancora.

Segni tangibili della precarietà e complessità di questa transizione, si possono trovare nel veloce esame della  geografia politica anche solo degli ultimi due-tre decenni. Abbastanza stabili le monarchie di Marocco, Giordania e stati del Golfo, in tutto il resto dell’area, il libya_post-qaddafi_arms_and_population_flow_crop2registro storico è affollato di eventi. Tra il ’90 ed il ’92 in Algeria, gli islamisti vincono le elezioni locali e poi il primo turno di quelle nazionali. Ma il secondo turno non si terrà mai perché esercito e democrazie occidentali decidono che la società è si “aperta” ma non proprio a tutti. Si tenga conto di questo episodio perché poiché ogni ideologia esiste tanto nella sua versione media che in quella estrema, dal momento che quella media non ha via politica da percorrere per affermarsi, certo che rimane solo quella estrema. Ed infatti, dall’interruzione del processo di affermazione politica degli islamici algerini, nascerà il GIA e la sua scia di sangue e dal GIA, al-Qa’ida maghrebina.  Il clan Burghiba (militare) impera in Tunisia per trenta anni prima che il clan di Ben ‘Ali (militare)  e moglie si affermi con un colpo di stato per poi regnare per altri ventiquattro anni.  Dalla Tunisia parte il fenomeno delle primavere arabe[8] che qui aprono ad una imprevedibile  transizione ancora in corso. Gheddafi (militare) regna in Libia per quarantadue anni prima di esser eliminato dalla tenaglia di una relativa rivolta tribale usata da alcune democrazie occidentali per scopi mai ben chiariti. Risultato, tolto l’ordinatore il sistema torna alla sua intrinseca natura caotica del tutti contro tutti clanico-tribale in cui s’infilano Fratelli Musulmani, al-Qa’ida e da ultimo lo Stato islamico. In Egitto, dopo undici anni di Sadat (militare, ucciso) abbiamo trent’anni di Mubarak (militare), dimesso dalla locale primavera araba. Seguono libere elezioni vinte dai Fratelli Musulmani, una seconda rivolta e il tradizionale colpo di stato militare. Dopo l’Algeria, dopo i fatti egiziani (ed al netto delle riflessioni auto-critiche che i Fratelli Musulmani dovrebbero fare su i loro errori) la via democratica all’affermazione islamista, sembra ancor più una falsa promessa. In Sudan, la dittatura militare è giunta al ventiseiesimo anno di vita con alterni rapporti con l’islamismo e comunque tramata da fitte faide tribali e perdendosi nel 2011 il Sud cristiano-animista. In Libano, una invenzione francese che quanto ad assurdità geo-storica fa il paio con l’Iraq dei britannici, dopo quattordici anni di guerra civile, ci si barcamena tra invasioni israeliane, convivenza sciiti-sunniti-cristiani, amicizia-inimicizia coi siriani, rischi di balcanizzazione e recenti perturbazioni ricevute dalla guerra civile siriana e dallo Stato islamico. siria-etnoIn Siria abbiamo un clan sciita governa un paese sunnita, il capo clan padre (militare) regnò ventinove anni, il figlio quindici ma messo in crisi dalla locale primavera da cui è nata una guerra civile tutt’ora in corso. Il massacro dei diecimila (ventimila?) Fratelli Musulmani nel 1982  a Hama porterà in dote un longevo carico di odio tra gli islamisti sunniti ed i laici sciiti della dinastia Asad.  In Iraq, il militare Saddam Hussein governa per ventiquattro anni muovendo guerra all’Iran,  facendo strage di curdi e sciiti, poi invade il Kuwait , infine viene impiccato dopo che il paese è stato invaso per la seconda volta dagli USA. Dopo di lui, il tutti contro tutti, governo a guida sciita contro sunniti che s’iscrivono (soprattutto i militari privati del ruolo) allo Stato islamico che è poi anche contro i curdi. Curdi e palestinesi sono i popoli senza stato della regione. Curdi indoeuropei sunniti, se ne trovano in Iraq, Iran, Siria e Turchia, se avessero uno stato, neanche nati sarebbero già in conflitto con ben quattro vicini.  Lo Yemen anche ha avuto la sua primavera con annessa un guerra civile tra due fazioni militari, il tutto su una trama di conflitti sunniti-sciiti (tra cui Houthi sciiti e forti presenza di al-Qa’ida) e di antiche rivalità clanico-tribali sempre sotto la supervisione della soprastante Arabia Saudita. Arabia Saudita che intervenne militarmente per ordinare il Bahrein nel 2011, dove una maggioranza popolare sciita si stava ribellando ad una élite sunnita. Sul problema israelo-palestinese non entriamo ma è a tutti nota l’intricatissima questione ed il carico di frustrazione e rabbia che lascia ad ognuno che ne legga una equilibrata storia. Immaginiamo ad un fratello arabo…

 Iran_demographicsTurchia ed Iran non sono paesi arabi, sono di più antica costituzione avendo oltretutto una diversa base etnica ed infatti sono entrambi più stabili e meno influiti da ciò che disordina le dinamiche arabe.  In breve, dopo questa veloce disamina della storia recente del mondo arabo islamico, possiamo dire che il principale agente ordinatore è stato l’esercito. L’islamismo ha agito anche come ordinatore, sia del tessuto sociale, sia negli abortiti tentativi politici di presa del potere per via elettorale. L’islamismo moderatamente salafita e quello “dal basso” del Fratelli Musulmani sono praticamente l’unica alternativa politica all’ordinamento militare.

Gli agenti disordinatori invece sono molteplici. Le vaghe e confuse condizioni oggettive dei confini e l’eterogeneità compositiva etnico-religiosa (es: Libano, Iraq) o tribale (Libia) degli stati. La spinta clanico-dinastica che porta all’occupazione pluriennale del potere con creazione di vaste reti corrotte ed inefficienti, occupazione che poi crea  la sua reazione violenta ma non necessariamente dotata di un progetto alternativo (primavere arabe, golpe militare per istituire un nuovo clan dinastico). L’islamismo radicale che non ha alcun concreto obiettivo politico perseguibile se non il condizionamento, via disordine, dei governi in carica. Tale variabile oltreché spesso beneficiare di connivenze da parte del clero-non clero sunnita mai dichiaratamente schierato sul piano politico ma sempre interessato a condizionare le élite al potere[9], beneficia in alcuni casi dell’apporto logistico-finanziario e chissà se anche strategico-politico, dell’Arabia Saudita o del Qatar. L’Arabia Saudita è il co-regista del grande disordine arabo-islamico, sollecitando l’intervento contro Saddam, Yemen_Ethno_Religious_summary_lgintervenendo via islamisti radicali in Siria, destabilizzando il Libano in funzione anti-sciita (Hizb’allah), disinteressandosi del problema palestinese e quindi avallando il diritto prepotente di Israele, impicciandosi di ciò che avviene in Bahrein e Yemen,  appoggiando il golpe militare vs Fratelli Musulmani in Egitto, sollecitando il rovescio di Gheddafi (in aperta polemica coi sauditi sin dal tempo dell’OPEC), finanziando l’islamismo radicale maghrebino e quello africano, per non parlare dell’Afghanistan (talebani), del Pakistan (tribù pashtun) e dell’eterno odio anti sciita-Iran.

Infine, la co-regia del disordine, regia a sua volta spesso disordinata[10], degli occidentali. Che manovrano per negare libere elezioni (Algeria) o per togliere qualche perno ordinante (Saddam, Gheddafi, tentativi con Asad) salvo poi dolersi del caos esuberante che questi interventi lasciano o fiancheggiando tanto i governi corrotti e compiacenti (i moderati), quanto i loro momentanei giustizieri militari o proteggendo l’eterno produttore d’ingiustizia palese (Israele vs palestinesi, negazione del diritto nazionale del popolo curdo) o fiancheggiando il radicalismo islamico (al-Qa’ida in Libia e Siria, Stato islamico in Mid_East_Ethnic_lgSiria ed Iraq) assieme a gli alleati sauditi o interessandosi selettivamente di alcune rivolte (Libia, Siria) ma non altre (Yemen, Bahrein) secondo convenienza, cioè coerenza egoista .

Insomma, i giochi pan-arabici, si giocano dentro una difficile transizione alla modernità. Paesi che hanno la più alta natalità (dopo l’Africa) al mondo e quindi l’età media più bassa, alla loro giovane popolazione bene o male in contatto con il sogno della modernità, del benessere e del futuro, offrono l’alternativa tra la dittatura militare o il regime di polizia in mano ad una élite clanica più o meno occidentalizzata, in genere liberal-capitalista e l’islamismo più o meno puro e duro, politico o armato. Intorno, clan e tribù in perenne faida o monarchie assolutiste ultra-fondamentaliste ancorché partner in crime con un Occidente ipocrita, colonialista, schizofrenico che mette mano pesantemente ai corsi storici di quei popoli, distorcendone la naturale evoluzione. Alternativa più radicale, la migrazione in Occidente per finire a guardare da vicino il Primo mondo da dietro le invisibili grate che delimitano i loro gruppi sociali, le loro periferie, i loro ghetti.  Non il migliore dei posti in cui nascere, si converrà.

Tra le condizioni di possibilità (o impossibilità) sociali interne al mondo arabo islamico si deve segnalare il perdurante e deciso divario tra le città e le campagne (o deserti). Una struttura economico-produttiva da terzo mondo. Il livello d’istruzione lo ricaviamo dall’Indice di Sviluppo Umano che, per il Mondo arabo, segna una posizione medio-bassa. Ma questa media è comunque, stante che l’ISU middle_east_night_skyè composto da istruzione, aspettativa di vita e Pil pro-capite, alzata proprio dal Pil procapite dei paesi petroliferi[11]. La sola istruzione, dovrebbe aver un indice ancor più basso. Il mondo dell’informazione è fortemente limitato dalle restrizioni sulla libertà d’opinione, sia quelle imposte dai governi militar-polizieschi, sia quelli imposti dal tradizionalismo coranico-sharitico. Al-Jazeera che comunque è un prodotto urbano e comunque a minor penetrazione è una televisione della petro-monarchia del Qatar, al-Arabya invece è a Dubai-EAU ma è finanziata dai sauditi. Secondo l’UNESCO solo trenta milioni di arabi hanno accesso ai giornali. Internet, quando c’è e non cade la connessione ha l’accesso a volte vietato o spesso controllato e riguarda, comunque, una sparuta minoranza di giovani urbani. Tutto ciò deprime le condizioni di possibilità si formi una opinione pubblica, una trama politico-democratica, stante comunque una certa tendenza generalizzata a soffocare il pluralismo partitico e la quasi totale assenza di fenomeni sindacali. La tradizione di élite politiche claniche, monarchiche e militari, tutte a tendenza dinastica , non ha certo selezionato una burocrazia competente. Anche l’accesso al potere di formazioni sfidanti come i Fratelli Musulmani o partiti islamici ha mostrato che l’abilità d’opposizione non si traduce affatto in capacità di governo e senza queste e quindi senza il consenso, ogni nuova strada deraglia presto in quel caos che richiama il principio ordinante dei militari.

World_Oil_Reserves_by_RegionLe condizioni di possibilità di una evoluzione in senso maggiormente adattativo dell’islam[12] arabo sono pertanto assai ridotte e contrastate. Ma ogni progetto di cambiamento, oltre che sulle sue possibilità sociali, politiche, geopolitiche, economiche,  si appoggia su una ideologia di riferimento ed è quindi essenziale, per inquadrare appieno questo sistema oggetto del nostro esame, capire qual è l’orizzonte ideologico. Questo sarà il programma della seconda ed ultima parte delle nostre conclusioni del nostro Piccolo studio sull’islam.

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Introduzione Prima puntataSeconda puntataTerza puntataQuarta puntata – Quinta puntata.

Gran parte delle cartine pubblicate sono prese da qui.

[1] Il format statale venne imposto ovviamente per dividersi le aree di influenza – competenza ma anche per stabilire i diritti di proprietà sulle risorse. Più in generale però, quelle islamiche sono società basate su comunità ordinate da un complesso religioso mentre quelle occidentali sono società basate su individui ordinati dall’economia-politica.

[2] Libia,Iraq, Libano, smembramento della Grande Siria, Mali, beduini seminomadi del Maghreb, frammentazione tribale in Africa, Sudan, questione curda.

[3] Lo stato nazione nasce in Europa per dotare un monarca della facoltà di raccogliere, tramite tassazione, il necessario per pagare un esercito permanente.

[4] Questo grande spazio comune è anche suggerito dalla geografia ed in particolare dal’abbondanza di deserti ovvero penuria di grandi fiumi tant’è che gli unici due, Nilo e sistema del Tigri-Eufrate, storicamente, sono stati il centro di civilizzazioni unitarie e non, come ad esempio in Europa, segnatori di confini.

[5] Si deve precisare che il califfato non è una teocrazia propriamente detta ma un ibrido. La struttura politico-amministrativa è infatti del tutto laica e non ha ruoli religiosi ma è al servizio delle disposizioni legislative ordinate dalla religione. L’Iran è una versione ulteriore poiché il potere politico-amministrativo è un condominio tra laici e religiosi. Ciò che comunque ordina lo spazio socio-politico è la religione.

[6] Una delle cose più assurde che s’incontra nelle teorizzazioni dello stato islamico modello umma medinese è la disinvoltura con cui viene applicato il registro dell’analogia. L’umma medinese contava forse cinque-diecimila famiglie al picco della sua storia e nasceva in una unica etnia ben precisata territorialmente. Come questo sistema possa proiettarsi sulla multi-etnicità di più di trecento milioni di persone del XXI° secolo, non è dato sapere.

[7] Anche se l’esempio ha gradi di pertinenza imprecisi, è un po’ il problema degli europei. Grandi unioni spontanee ovvero non create da un agente conquistatore, sono un inedito storico. Anche fosse, è assai problematico immaginare chi comandi su chi e quale sarebbe l’ideologia comune i contraenti-fondatori.

[8] La sequenza della rivolte arabe è stata decisamente mal compresa in Occidente. Già averle chiamate “rivoluzioni” denota un malriuscito accostamento alla sostanza dei fatti. Averle poi interpretate come moti democratici denota un eccesso di carico di aspettative ed una sovra imposizione di categorie inadatte. Averle poi contro-interpretate come complotti orditi da agenti disordinanti denota i limiti interpretativi dell’occidentalismo anti-imperialista (l’anti-imperialismo occidentalista è mono-tono, esiste un’unica causa a gli eventi del mondo, gli USA). Le rivolte sono state sì tutte arabe ma ciò non porta al fatto che abbiano avuto tutte le stesse cause e dinamiche. Furono comunque fratture, per altro annunciate, spontanee, createsi per manifesta incapacità di alcune élite locali di far fronte alla complessità sociale che si andava formando e furono, in seguito, sfruttate o meno dalle petro-monarchie e dall’Occidente (e non sempre per le stesse ragioni da Francia, Gran Bretagna ed USA).

[9] I rapporti tra quello che chiamiamo “clero” pur ben sapendo che l’islam sunnita non ha un clero simile a quello cattolico o ortodosso ed il potere politico sono aggrovigliati. Il potere politico, anche quando s’impone militarmente, deve nel bene e nel male far i conti con il consenso o quantomeno con un non aperto dissenso della società. Questa è da intendersi per la maggior parte islamica anche quando lo stato non lo è apertamente. Per questo élite laiche, quando non apertamente atee o agnostiche, hanno incorporato elementi sharitici nelle varie costituzioni. Il “clero” sunnita innerva l’islamizzazione della società ed attraverso questo potere, condiziona apertamente il potere politico.

[10] Rispetto al colonialismo franco-britannico, da questo punto di vista, la situazione è addirittura peggiorata. Spesso si agisce improvvisando, si reagisce su gli eventi (non sulle cause) quando prendono la piega non desiderata o come gli americani, a seconda dell’impianto geo-strategico del momento che cambia ad ogni presidenza. Nel caso americano attuale poi non è detto che per “americani” s’intenda un ente unificato. La presidenza che tratta per normalizzare le relazioni con l’Iran va da una parte, il complesso repubblicano-filosionista-industrial militare e petrolifero va da un’altra.

[11] Ranking ISU del mondo arabo: Qatar 31°, Arabia Saudita 34°, EAU 40°, Bahrein 44°, Kuwait 46°, Libia 55°, Oman 56°, tutti dotati di proventi energetici. Poi il Libano 65°, Tunisia 90°, Algeria 93°, Palestina 107°, Egitto 110°, Siria 118° e Iraq 119°, Marocco 129°, Yemen 154°, Mauritania 161°, Sudan 166°,

[12] Usiamo volutamente questa formula vaga. Dal nostro punto di vista non si tratta di consigliare a gli arabi di diventare democrazie dal basso o democrazie liberal-parlamentari occidentali o di far pace col concetto di stato-nazione o tifare per la loro idea di stato-islamico versione statale o pan-statale cioè califfale. Dovrebbero esser loro a decidere, scegliere, praticare e poi veder cosa funziona, se funziona. Quello che c’interessa è vedere cosa sarebbe necessario rimuovere per aprire ad una più libera esplorazione delle loro condizioni di possibilità. Quello per cui tifiamo apertamente è la possibilità si venga a creare una maggior molteplicità. La molteplicità crea flessibilità e la flessibilità articolata è adattativa. L’uno rigido e monotono non è affatto adattativo alla complessità.

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PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM. (5) Cenni sul pensiero islamico contemporaneo.

copc45Nell’islam, il fatto storico-culturale più evidente del secolo scorso, è stato la lunga fase di dominio che l’Occidente ha esercitato prima con le colonie, poi con le guerre, poi con la fase post-coloniale nella quale però ha mantenuto una presenza forte sebbene apparentemente “dietro le quinte”. L’impatto con la modernità occidentale è stato certo traumatico: dalla potenza macchinica-industrial-tecnologica alle passioni ideologiche, dal laicismo al materialismo liberale o socialista, dal sapere scientifico a quello filosofico, dallo stato nazione alla razionalità del dominio, dello sfruttamento e del controllo. Ma come ha osservato l’algerino Malek Bennabi, se l’islam è stato colonizzato è perché era colonizzabile, la sua struttura non era resistente all’altrui possesso. Questo ha rappresentato il punto di massima umiliazione inferto all’orgoglio islamico ma anche la spia di un problematico adattamento ai nuovi tempi.

Molti intellettuali (tra i pochi prodotti da quel contesto) sono stati risucchiati come élite indigena e trasferitisi in Occidente, sono diventati musulmani occidentalizzati, critici dell’islam ma dal punto di vista del sistema alieno che l’aveva sottomesso. Criticare l’islam dal punto di vista occidentale ha pur sempre la sua funzione dialettica ma non emancipativa, l’emancipazione impone che la critica, il superamento, provenga dall’interno del sistema. Non è partendo da tutt’altre categorie storicamente distillate che si ottiene la messa in moto dell’intera struttura di un pensiero diversamente costruito lungo il tempo storico. 4040377Durante e subito dopo la Prima guerra mondiale, l’Occidente ha dapprima usato quelle terre per le scorribande delle proprie truppe alle prese con la mondializzazione del conflitto, poi ha lasciato il territorio non prima di aver disegnato inusuali confini che con tratti di matita degli astuti geografi franco-britannici assemblavano etnie e tribù in reciproco e profondo odio o dividevano altre di antica fratellanza o irrigidivano territori in cui storicamente si fluidificava.
Questa geografia politica sovraimposta a quella storico-culturale non cesserà di produrre contraddizioni.  Il periodo post-coloniale è stato per lungo tempo formale, nel senso che la presa degli ex colonizzatori rimaneva ben salda attraverso le amicizie, i favori tra élite, l’armamento degli eserciti, i contratti commerciali di esclusiva, il monopolio delle forniture e degli acquisti, il sistema banco-finanziario, la spinta all’allineamento geopolitico. In seguito, la presenza franco-britannica si è in parte allentata, soprattutto in Medio Oriente, sostituita dal Grande Fratello americano la cui presenza è stata motivata dal ben più preciso e decisivo interesse del controllo delle fonti energetiche, nonché  dalla logica scacchistica del controllo diretto ed indiretto del pianeta nell’ambito del grande gioco del confronto bipolare[1] con il sistema sovietico-comunista.

copce78Il pensiero d’area islamica (di cui più avanti ci occuperemo esaminando pensatori vissuti tra la fine del XIX° e soprattutto nel XX° secolo, relativamente all’area sunnita) si è allora polarizzato tra l’adozione dell’impianto occidentale come modello da cui trarre il punto d’appoggio critico per provare a revisionare il proprio impianto sclerotizzato e il rimbalzo che dalla critica degli invasori atei, disumanizzati dalla tecnica, individual-utilitaristi e colonialisti giunge fino alla critica delle melliflue élite locali ovvero al rimpianto quando non presa a fattivo modello dei “tempi d’oro”, dell’islam califfale, shari’a & jihad, l’islam puro e duro. E’ tra la modernità dell’islam e l’islamizzazione della modernità che si è giocata la partita, tertium non datur[2].

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Non è quindi un caso che la rinascita culturale interna al sistema islamico, a cavallo tra XIX° e XX° secolo, si sia espressa nel polo indo-pakistano con Sayyd Ahmad Khan o Ameer ‘Alì o sir Muhammad Iqbal[3] da una parte o in quello egiziano con ‘Abd al-Rahman al-Jabarti o Rifa’a Rafi al-Tahtawi o ancora Taha Husayn (figura di deciso spessore), piuttosto che Muhammad ‘Abduh (che per certi veri anticipa gli sviluppi della seconda corrente, quella dell’islamizzazione della modernità) discepolo del persiano-sciita al-Afghani. I primi stimolati ed influenzati dalla cultura inglese, i secondi da quella francese, entrambi presi dalla bipolarità tra il fascino indubbio della modernità occidentale e la necessità di islamizzare tale modernità per connetterla col tronco tradizionale delle loro culture.

iqbal-frontDa qui, la stagione novecentesca che cerca una sua strada tra modernità e tradizione. Con l’algerino Malek Bennabi che, criticando tanto le ragioni dei colonizzatori quanto la passività ed arretratezza dei colonizzati, si richiama al periodo degli Almohadi (il califfato berbero del XII° e XIII° secolo, quello ispano-maghrebino in cui fiorirono Averroè e Mosè Maimonide, le università andaluse, l’arte ed i capolavori architettonici). Politicamente, Bennabi si richiama al riformismo salafita dei Fratelli Musulmani, quindi ad Hasan al-Banna ma anche ad un ceppo da cui poi prenderà corpo il panarabismo e il socialismo laico. Si segnala come il marxismo, non abbia mai davvero attecchito nel mondo islamico. I principi di continuo trasferimento delle ricchezze da chi ha di più e chi ha di meno, inclusi nelle pratiche della zakat (l’obolo prescritto come uno dei cinque fondamenti delle pratiche di fede) e l’orrore per la fitna (la divisione, la contrapposizione, la spaccatura nell’umma) che sarebbe conseguente il concetto di lotta di classe, hanno eretto una barriera alla penetrazione delle idee di Marx ed Engels. L’ateismo se non programmatico, quanto meno consequenziale il materialismo e la critica delle ideologie marxista, ha ulteriormente reso il marxismo un sistema di difficile frequentazione. Tale sistema poi, è stato vissuto come interno alla cultura dei colonizzatori, “occidentale”, nonostante le sue presunzioni di universalità. La repressione poliziesca  ha fatto il resto[4].

Di stampo più prettamente filosofico, il contributo del marocchino Mohammed ‘Aziz Lahbabi che riflette sulla relazione tra individuo e comunità usando luci di stampo heideggeriano, bergsoniane ed husserliane ed arrivando a proporre la shahada come fondamento della razionalità islamica, una sorta di cogito cartesiano che parte da Dio per giungere al me, all’io, all’altro. Questo tipo di riflessioni possono esser interessanti per una mente occidentale ma va detto anche  che non sembrano avere il benché minimo effetto sulla cultura media del sistema culturale islamico. Più critico l’egiziano Zaki Najib Mahmud che rileva la mancanza di negazione, quindi di dialettica[5], dialettica che è poi il motore del movimento, movimento che è proprio ciò che è mancato ad un sistema paralizzato nella sua tradizione. Più in generale, l’umma islamica deve sempre tendere a unificarsi e chiunque la frammenti (fitna) agisce contro lo stesso volere di Dio. Questo pregiudica la libertà del motore dialettico perché se non si formano parti non si potrà avere interrelazione di differenze. La tensione naturale alla molteplicità si è poi lo stesso manifestata (sciiti e sunniti, quattro scuole giuridiche sunnite, varie forme di teologia, i sufi etc.) ma è stata sempre vissuta con senso di colpa, come fatto negativo da superare presto verso la ricostituzione di quell’Uno indiviso in terra che specchiasse l’Uno dell’Unico in cielo.

410G6EJD0DLImponente la Critica della ragione araba del marocchino Muhammad ‘Abid al-Jabri. Anch’egli ispirato come l’algerino Bennabi, dal  glorioso passato del razionalismo andaluso averroista-aristotelico in opposizione alla tradizione ma anche allo “spirito avicenniano “orientale”, gnostico e promotore del pensiero delle tenebre”. Interessante al-Jabri ponga un islam occidentale (maghrebino-andaluso) contro un islam orientale. La sua riflessione storico-politica, segue quella di Ibn Khaldun, la critica decisa alla degenerazione occorsa sin dagli inizi che portò dalla missione profetica al califfato e da questo al potere patrimoniale, degenerazione che origina già dagli Omayyadi e prosegue nella storia con l’attiva partecipazione dei produttori di “falsa coscienza”: gli intellettuali. Critica decisa alla presunzione califfale che si ritenne investita di una missione divina quando doveva limitarsi alle funzioni vicarie del Profeta (ma chi ha detto poi che la funzione politica del Profeta dovesse avere un seguito, visto oltretutto che la sua funzione spirituale era irripetibile?). Attacco quindi alla immobilizzante tradizione sunnita, alla sua mitologia, al dogma dello status quo, del mito califfale. Al-Jabri giunge così a rivolgersi ad un diversa tradizione, la tradizione soffocata dalla gerarchia delle tribù meccane che s’impossessarono proditoriamente del sistema lasciato aperto dallo stesso Muhammad. L’appello non può che partire dal Corano (XLII, 38; III, 159) e da un paio di hadith in cui si esprime il concetto di completa auto-consultazione (shura) dell’umma per decidere il da farsi, cioè una qualche forma di democrazia partecipata dal basso.

copn890Con democrazia, non si deve intendere certo la versione occidental-parlamentare come se questa fosse l’unica del genere. A. Sen ha scritto un libricino “La democrazia degli altri” (Milano, Mondadori, 2004) in cui, appunto, sostiene che la democrazia in senso concettuale, non è una invenzione occidentale. Vi sono infatti casi africani, cinesi, indiani ed orientali in genere, dei nativi americani, dei cosacchi, di molti popoli barbari e forse, era questa la più antica forma di auto-governo della profonda antichità, quando le comunità erano piccole. Concordiamo con Sen e concordiamo con al-Jabri poiché anche a noi (ed al Corano) sembra che la prima umma fosse proprio una di quelle piccole comunità semi-egalitarie che funzionava per auto-consultazione. La democrazia non è altro che il nome codificante l’autogoverno dei Molti che insieme allo schema dei Pochi (o dell’Uno che però al di là dell’umano fascino che gli uomini provano per il Big man, in realtà non è mai unico) che governano i Molti sono i due universali della prassi politica che incontriamo nella storia umana. Non è la panoplia degli accessori moderni quali i diritti umani o la libertà di parola o il parlamentarismo che vanno  esportati con i bombardieri che qualifica la democrazia. La democrazia è cura della espressione individuale sul destino collettivo, una modo che alle élite occidentali  non garba affatto[6], almeno quanto non garba alla élite islamiche.

Abbiamo poi anche contributi sul laicismo da parte del siriano Sadiq Jalal al-‘Azm che diventano anche strenua battaglia contro l’islamismo radicale da parte degli egiziani Muhammad Sa’id al-‘Ashmawi e Fu’ad Zakariyya. Il primo che censura la distorsione politica della religione, il secondo si scaglia contro il dogma della tradizione ed il rifiuto della storicità (nella definizione che diede Najib Mahmaud: “il potere del passato sul presente è analogo al potere che un morto potrebbe esercitare sul vivo”).  Così il siriano Bassam Tibi che invero sembra particolarmente intriso di cultura occidentale mentre più pulita sembra la critica del marocchino Abdou Filali-Ansary. Questi critica con decisione la commistione religioso-politica che risulta esser stata un arbitrio del tutto ingiustificato. La nuova coscienza islamica dovrebbe revisionare nel profondo la propria storia. Un concetto forte di autocritica dei fondamenti che in effetti pare assolutamente necessario come il razionalismo greco fece con la mitologia, quello moderno fece con il pensiero medioevale, la scuola del sospetto fece con la tradizione metafisico-idealistica, quello marxista propose nei confronti dei dogmi ideologico-economicisti, la psicoanalisi nei confronti della stessa razionalità pensante, l’ermeneutica nei confronti dell’interpretazione, il relativismo nei confronti della presunzione di Verità assoluta etc. . L’idea vi sia un modello prescritto di organizzazione e potere politico islamico e che questo si realizzò con il mito dei quattro califfi (che già definire “ben guidati” -da chi?- porta a dare un giudizio, sottraendoli alle luci dell’indagine storica) e poi 41GN+4TNyjL._UY250_con quello degli Omayyadi e seguenti è il dogma da porre in discussione. Il marocchino ci sembra colga il punto con precisione.

Al motore del pensiero islamico manca la funzione critica riflessiva. Le sue parti storiche, si sono ampiamente ed aspramente criticate l’un l’altra ma nessuna ha assunto l’impianto portante il sistema come oggetto critico. Si può discutere dentro l’islam ma non sull’islam. Solo uscendo dall’islam ci si può esprimere sulla natura stessa dell’impianto Corano-sunna-tradizione. Non si può indagare il testo secondo i principi storico-linguistici (M. Arkoun, Abu Zayd)  non si può mettere a contrasto il Corano meccano con quello medinese (come tentato dal sudanese Mahmud Taha seguito da Abdullahi an-Na’im), non si può separare, come dovrebbe esser naturale, il Corano dalla sunna (coranisti), non si può obiettare sulla biografia di Muhammad. Il sistema non prevede la posizione a lui esterna, è isolato ed autoserrato. L’atto di fede richiesto a monte, atto che porta dentro il sistema che poi diventa sistema culturale e storico, sistema identitario e esistenziale è una porta con la maniglia autobloccante, si può entrare ma non uscire un attimo per osservarlo da fuori.  E ci si dovrebbe anche interrogare sul perché un impianto che si basa sull’individualizzazione della relazione tra Dio ed i singoli credenti, sia poi stato posto dentro una macchina comunitaria del consenso forzato a dogmi distillati da élite.

9135456L’egiziano Hasan Hanafi propone una schema di critica culturale molto interessante, All’orientalismo occidentale, scienza del dominio coloniale, va opposto un occidentalismo, un simmetrico contrario con cui i perdenti possano inquadrare i vincenti ribaltando la gerarchia del punto di vista. Hanafi si collega spesso a Gramsci e non vi è dubbio che la sua idea sia conforme quella dell’italiano che promuoveva la formazione di un pensiero egemonico dei subalterni che orienti il riequilibrio della bilancia dei poteri sul piano dei sistemi di idee al pari di quanto è necessario fare nel campo dei rapporti di forza politici ed economici. Hanafi è l’esponente teorico di quella che si potrebbe definire una “sinistra islamica” che ha qualche grado parentale con il nasserismo da una parte, con certo riformismo salafita, dall’altra.

Segnalando il fatto che il concetto stesso di modernità è tutt’altro che chiaro e condiviso, verso questo concetto-alone, che i musulmani hanno distillato come essenza dell’essere occidentale e ragion per cui si spiega il dominio che questi hanno esercitato sulle società islamiche a partire dal XIX° secolo, si è avuto un atteggiamento ingenuo. Oggi vediamo ex-beduini petrodollarizzati che pensano di risolvere il problema comprando la modernità. Resi potenti dalla manna energetica, costoro giungono in Occidente e fisicamente si appropriano della modernità comprandola. Che sia lo shopping individuale o quello dei fondi sovrani, ricordano quella battuta che circolava nel calcio italiano su un presidente talmente ignorante da pensare che la mancanza di “amalgama” della propria squadra si risolvesse per vie brevi: comprandolo. doha-qatar-new-hd-wallpapers-for-desktop-full-freeNe nascono quei parchi giochi dell’assurdo che sono le skyline vetro specchiate delle città inventate nel deserto, dove sfrecciano SUV sovralimentati e Ferrari utili per andare di fretta da un non luogo all’altro, dove le signore proprietarie di stanze guardaroba ripiene di tagli di design possono mostrarsi e vantarsi solo rimanendo nel chiuso dei propri regali appartamenti, dove non si beve e non si fuma all’aperto ma solo al chiuso del privato, dove le biblioteche ospitano un solo genere e spesso un solo libro ma al-Jazeera testimonia che basta poco per sentirsi “al passo coi tempi”. Quando poi non si prendono le élite petrodollarizzate, scompaiono i grattacieli, le Porsche, i tagli alla moda e rimane una immane povertà impastata di ignoranza e di sabbia. Fuori dal lusso occidentalista goduto in privato dai ricchi, rimane la shari’a  per tutti gli altri.

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L’altro percorso, quello dell’islamizzazione della modernità, risale già al primo impatto con le invasioni napoleoniche. Un riflesso immediato portò alcuni intellettuali (ammesso esista questa categoria nell’slam o ammesso che possa condividere il termine con la simile categoria occidentale) a pensare “ma noi eravamo così una volta”, rivolgendosi indietro ai califfi di Baghdad. Già ma a quali condizioni ed in quale periodo? Parliamo di almeno un millennio prima e parliamo di un islam atipico, quello delle corti califfali abbasidi (o degli ommayadi andalusi) che furono un unicum nella storia dell’islam e che, per certi versi, non erano neanche islamiche in senso propriamente detto essendo state tolleranti, cosmopolite, tutt’altro che fondamentaliste ma -attenzione- sempre elitarie. Alcuni popoli hanno questo tratto di nobiltà perduta che rimane un faro che richiama all’indietro, l’Antica Atene per i greci, il Rinascimento per gli italiani, l’Impero per i cinesi, gli inglesi, i francesi etc. Il fenomeno è scisso dalle sue condizioni di possibilità e rimane la testimonianza che se lo abbiamo fatto una volta, possiamo rifarlo, appartiene alla nostra genetica ed è quindi riproducibile. Come esistesse una genetica dei popoli. Questa sopravvalutazione del testo e sottovalutazione del contesto è universale ed è uno dei tratti più chiari del nostro incipiente disadattamento alla complessità

9780300049152Questa linea di riflessione iniziata da Jamal- al Dini al-Afghani e da Muhammad ‘Abduh, giunge ad esprimersi compiutamente con il fondatore della neo-salafiyya: il siriano Rashid Rida. Il ragionamento vede da una parte lo spostamento da un islam prettamente religioso ad un analogo politico e dall’altra una critica serrata a tutti i deviazionismi indicati come cause della “smarrita via”. In Rida, si fondono la tradizione hanbalita di Ibn Taymiyya, l’eterno ritorno allo splendore dei primi seguaci di Muhammad (puri perché più vicini alle fonti, una evidente forma di “pensiero magico”), l’idealizzazione del califfato, la constatazione che quella araba è la vera matrice etnica del sistema corrotto dalla diversità di origini delle altre etnie che vi sono affluite, il riconoscimento che l’interpretazione moderna più pura in questo senso è quella di al-Wahhab, da cui l’entusiasmo per la conquista di Mecca da parte dei sauditi ed il porli come nuova avanguardia trainante la rinascita del vero islam. Va anche detto che il wahhabismo è un fenomeno indigeno, precedente ogni contatto con l’Occidente.  Rida agiva contro tre nemici: gli occidentali certo ma anche il disfacimento decadente dell’impero ottomano, nonché la diluizione di purezza islamica seguente l’espansione geografica del sistema.

Su queste radici si costruiranno due tronchi, quello pakistano di Abu al-A’la al-Mawdudi e quello egiziano di Hasan al-Banna continuato da Sayd Qutb vero punto di riferimento della galassia dell’islamismo radicale contemporaneo.

FOUR_KEYmawdudiAl-Mawdudi si manifesta in linea di principio contrario al concetto di nazione ma quando, nei fatti, si verrà a creare la separazione tra indù (India) e musulmani (Pakistan) cercherà di definire i limiti ed i compiti dello stato nell’ambito dell’islam. Ne vien fuori l’idea di stato islamico e della shari’a come architrave del sistema politico. Poiché l’unica e vera sovranità è quella di Dio, lo stato islamico diverrà uno “stato di servizio” ai suoi intendimenti che vennero espressi con chiarezza nella Rivelazione. Poiché ciò che più è vicino all’insieme di norme che impalcano una comunità politica è la legge coranica, lo stato islamico si conformerà a questa, esisterà per amministrare questa, per sfrondare ogni altra indebita intrusione legislativa che non proviene da questa, per controllare non si deroghi mai ed in nessun caso da questa. Mawdudi stringerà organici rapporti con l’Arabia Saudita redigendo, negli anni ’60, il programma dell’Università di Medina. Al contempo, si batterà per evitare il contagio tra islam e le nuove suggestioni socialiste e marxiste, sottolineando i caratteri semi-egalitari e di giustizia sociale già interni all’islam.  La visione del pakistano stabilisce anche una chiara antropologia. L’uomo è imperfetto, incapace, irresponsabile. Deve quindi riconoscere questa sua minorità oggettiva e costitutiva ed affidarsi a Colui, Unico, che sa. Tutto ciò che è fuori da questa volontaria subordinazione è jahiliyya (condizione di ignoranza e di peccato). Rivoluzionario ma anche profondamente conseguente è il jihad, la lotta contro ogni forma di ignoranza e peccato, ogni porsi fuori della subordinazione al volere di Dio così come espressa nel Corano e nella shari’a. Il passo tra la struttura del mondo generale (l’Uno-Dio che governa il molteplice del mondo umano) e quella del mondo politico (l’Uno-Califfo che serve il patto tra Dio e gli uomini e governa su una umanità-comunità di minorati, non più divisa in classi, etnie e stati-nazione) è conseguente. E’ questo il progetto sociale-religioso-politico totalizzante dell’islamismo centrato su stato islamico- shari’a – jihad.

tariq-ramadans-book1Hasan al-Banna, egiziano, è il fondatore dei Fratelli Musulmani. Il progetto condivide l’idea centrale della ricostruzione del califfato ordinato ed ordinante la shari’a ma ad esso affianca una peculiare forma missionaria e pedagogica di intervento nel sociale. Un interessante principio di re-islamizzazione dal basso.  La struttura del progetto è Dio-Muhammad-Corano (sunna)-shari’a-jihad-lotta incessante fino al martirio compendiati nella sequenza espressa direttamente da lui in “L’islam è in effetti fede e culto, patria e cittadinanza, religione e stato, spiritualità ed azione, libro e sciabola”. Il passo successivo lo condurrà Sayd Qutb. I piloni del pensiero di Qutb sono due. La shari’a la cui capacità ordinativa è l’unica cosa che distingue uno stato propriamente coerente con l’islam da qualsiasi altra forma che sia modernista, costituzionalista, socialista, capitalista o altro. Il jihad che è un obbligo individuale e collettivo anche sotto forma di piccoli gruppi fortemente coesi ideologicamente e militarmente. Il jihad sarà mondiale e permanete poiché l’obbligo è quello di far trionfare l’islam integrale in tutto il mondo. Da qui, la delegittimazione di ogni stato che si dichiari musulmano senza aderire al format stabilito già da al-Mawdudi, la creazione di cellule jihadiste impegnate nel jihad armato permanente sia verso il fronte interno (élite musulmane deviate), sia verso il fronte esterno (nemici dell’islam come l’Occidente e gli USA nel particolare). La posizione di Qutb si distacca dal posizionamento dei Fratelli Musulmani e verrà etichettata come “islamista”. Essa avrà una versione anche in abito sciita, ad esempio con l’iracheno Baqir al-Sadr e l’iraniano ‘Ali Shari-ati. In Qutb, l’islam, riconoscendo solo a Dio la facoltà legislativa, diventa l’unico sistema in cui non c’è dominio dell’uomo sull’uomo e quindi l’unico vero sistema che porti alla liberazione ed espressione piena della dignità umana. Peccato poi che tra la “sovranità di Dio” ed il popolo si intrufolino imam, teologi, giureconsulti e corti califfali che alla fine sono l’analogo di qualsiasi aristocrazia.

1223278-MIl perno di questa concezione, dal punto di vista antropologico, è che l’uomo è una variabile informe e contraddittoria che va precisata ed ordinata da un sistema ferreo di leggi, giuste in quanto date da Dio. Il debolismo islamico trova la sua piena espressione nel noto problema della subordinazione della donna che deve essere “muslim” ossia totalmente dedita all’uomo mentre questo sarà totalmente dedito a Dio. Tutta la costruzione normativa che grava sulla donna (velo, remissione, privatezza, inesistenza individuale ma solo come propaggine di un uomo “padre-fratello-marito”) tende a scaricare su di essa l’incapacità maschile di resistere all’animale impulso sessuale. Nelle parole di un influente sceicco che vive in Australia, –se lasci della carne scoperta in strada e dei gatti vanno a prendersela, la colpa è della carne non dei gatti-. Tra l’istinto felino alla caccia per il cibo e l’istinto sessuale maschile alla predazione sessuale c’è perfetta analogia (ed anche tra la carne gastronomica e quella sessuale). Così gli uomini animali e bambini, debbono esser preservati dal peccato dalla tutorship di uno stato che attraverso polizia, tribunali, pene pubbliche esemplari, promuove la virtù e reprime il vizio in base alla shari’a, il dettato divino. Il versetto coranico estrapolato a fondamento: “promuovere il bene e proibire il male”.

Si badi che questa interpretazione non è coranica, tuttaltro. Nel Corano, Dio è più volte esplicito sulla responsabilizzazione individuale, l’islam coranico è essenzialmente questo: un appello forte al consapevole governo di se stessi. Sarà Dio a giudicare alla fine chi è riuscito e chi no a governare se stesso verso il bene, evitando le insidie del male. L’essenza del contratto coranico è proprio questa: sei riuscito a vivere come si conviene e come ti avevo avvertito di fare? Sì-paradiso, no-inferno.  Il debolismo islamico è quindi una costruzione storico-sociale, l’appropriazione della minaccia del Giudizio dell’Ultimo Giorno da parte dell’élite maschile, poi teologica, poi politica, arabo-patriarcale per sottomettere e subordinare donne, civili , etnie e strati sociali nella più tipica delle realizzazioni del principio d’ordine della gerarchia[7]. Tale paradigma è la risposta praticamente universale al problema di come far vivere assieme individualità autocoscienti, il problema del disagio della civiltà, della messa in relazione tra individui e comunità, tra l’Uno dentro di noi ed il molteplice fuori di noi.

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Il pensiero arabo-islamico si è mosso all’interno di un terreno limitato da due fattori, uno temporale, l’altro spaziale.

La fattore temporale è dato da un sequenza costitutiva e difficilmente modificabile di dogmi che pongono i fondamenti del sistema islamico in contrasto con la storia. Il tempo delle Scritture è un tempo fisso, un presente eternamente dilatato, il tempo storico invece è un tempo fluente, mobile, cangiante. Poiché l’interpretazione delle Scritture ha dei limiti e limitato è il numero e le caratteristiche dei soggetti abilitati a farle. L’islam è preso da un doppio vincolo che spinge ad esser contemporanei e storici ma sempre meno 41WuHDay7PL._SY344_BO1,204,203,200_conformi alla parola di Dio o viceversa. Gli interpreti modernisti hanno seguito non senza qualche contorsione la prima via ma questo li ha portati spesso a migrare in Occidente e non esser di alcuna seria rilevanza nel determinare qualcosa nel sistema islamico concreto. Quelli più antichi, poiché la frattura è profonda nella stessa storia del sistema, sono stati cancellati dal registro e se ne hanno solo deboli tracce (“i” mutaziliti ad esempio, nome collettivo che avrà pur avuto qualche pensatore di punta, qualche testo fondativo). Gli interpreti tradizionalisti hanno avuto vita più facile sul piano logico a richiamarsi alla letteralità della parola di Dio, indiscutibile per principio ed alla testimonianza storica del successo storico dell’antica tradizione califfale. Ma coloro che da questo volevano trarre progetti politici di riforma (Fratelli Musulmani, un certo tipo di salafismo) non hanno ottenuto risultati pratici più significativi dei primi. Questa, che era già una semplificazione si è poi ulteriormente semplificata e dallo sguardo indietro per uno slancio in avanti si è passati ad un tradizionalismo ultra-conservatore, un letteralismo umiliante, un irrigidimento dottrinario che vorrebbe cancellare il tempo, piallare le differenze, distruggere fisicamente la molteplicità per imporre con la spada ed il terrificante esempio della punizione sharitica, la legge di Un Dio, Una moschea, Un popolo (nello slogan di al-Wahhab).

Il fattore spaziale è dato dalle zone di nascita, crescita ed espansione del sistema islamico. I richiami di Qutb e degli altri ai tempi d’oro è l’esaltazione della purezza originaria precedente la corruzione per contatto con la filosofia greca, con i miti persiani, la religione israelitica e la teologia cristiana come se Muhammad non fosse stato a sua volta il catalizzatore della logica tribal-commerciale beduina con i monoteismi dell’area e lo zoroastrismo sasanide. Gli arabi etnici (quelli della penisola) si sentono più islamici di quelli linguistici e gli arabi in genere si sentono più legittimati degli islamici i quali tendono a forme anche sincretiche più lontano si procede dal centro arabo-peninsulare. 12_JabriQuesto centro di gravità medio-orientale è stato per via del caso geo-storico, beneficiato della manna petrolifera (vissuta come segno di Dio). Esso ha compensato la propria oggettiva povertà culturale (nessuno dei pensatori citati è della penisola araba, tranne al-Wahhab, pochissimi sono iracheni, un po’ di più i siriani) sponsorizzando il pensiero conformista altrove prodotto, legittimandolo in funzione del peso che hanno avuto i centri di Mecca e Medina, finanziando cellule politiche e poi terroristiche in grado di pungere i governi non conformisti, finanziando il sistema moschee-ulama-madrasa-università da cui un clero fattuale, cerca di conformare il popolo tenuto a livelli diffusi di impaurita ignoranza.

L’Occidente non ha avuto la minima capacità effettiva di dialogo col livello intellettuale se non importando qualche musulmano da inserire nelle sue prestigiose università di modo da clonarlo nell’acritica elegia del modello democrazia-libertà civili-mercato. Il vago multiculturalismo che evita il confronto diretto con un falso rispetto in realtà non meno umiliante, ha soddisfatto l’anima progressista. Ma ciò che è peggio, ha confermato continuamente la legittimità del potere arabo peninsulare, la sua funzione ordinativa, usandolo in chiave geopolitica per espellere ogni germe social-comunista o semplicemente democratico, nel mentre riempiva i loro forzieri di dollari scambiati con il carburante alimentante la propria macchina entropico-produttiva. L’imperialismo capitalista a guida americana e l’islamismo petrolifero a guida arabo-peninsulare sono diventati sistemi strutturalmente accoppiati. Matrimonio celebrato dal termine medio del rabbino monoteista propenso a far della “casa della preghiera una spelonca di ladri” (dai Vangeli di Marco, Matteo e Luca).

Così l’eredità della nostra origine medio-orientale di commercianti monoteisti, ebraica, cristiana, musulmana continua a gravare sulle nostre facoltà adatattive ad un mondo che, nel frattempo, si è fatto viepiù complesso.

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[1] Ripetiamo qui un concetto a cui teniamo. Il colonialismo occidentale non va giudicato solo sul piano dei principi. Non ne parliamo per dire che l’Occidente è stato “brutto e cattivo” in questa sua coazione invadente e possidente. Il colonialismo prolungato, più che altro, è l’intromissione di un sistema nelle vicende di un altro sistema. Si potrebbe fare un parallelo col genitore oppressivo. Il giovane che non ha la libertà di sbagliare, di fare esperienze anche non positive, di entrare in rapporto con la casualità degli eventi, raramente evolve una propria personalità stabile, una identità coincidente il suo essere. La distorsione continuata di una dinamica storica è sempre foriera di distorsioni e nei sistemi molto complessi, le distorsioni locali si propagano poi al generale e lungo il tempo.

[2] Intendiamo il fatto che l’islam è il sistema residente, la modernità il sistema invadente ma l’incontro – scontro non può risolversi né nell’assorbimento del primo sul secondo, né viceversa. Occorrerebbe che dall’incontro – scontro, l’islam riflettesse su di sé in termini non di comparazione col modello straniero ma in termini adattativi al mondo contemporaneo. Lo stesso varrebbe per la modernità occidentale. Qualcuno ad esempio, qui da noi e proprio di questi tempi, sta notando la grande potenza mobilitante dell’ideologia islamica. Il sistema liberale di mercato, ci ha lasciato una eredità nichilista, cinica, pigra. Un “Ultimo uomo” nietzschiano svuotato di senso che ha paura ma anche fascino per l’eccesso di senso che muove, ad esempio, il fondamentalismo. Questo non significa certo sperare nella nascita di germi fondamentalisti qui da noi ma rilevare come l’uomo abbia essenza molteplice. Altresì sarebbe interessante, soprattutto per gli occidentali e per certi occidentali anti-capitalisti ovvero anti individual-utilitaristi, comprendere la necessità di uscire dal meccanismo binario-dicotomico perché sembra che per uscire dall’anomia dell’atomismo individualista occidentale si debba poi finire dentro una appiccicosa dittatura del provincialismo comunitario o viceversa. Tra il non esistono società ma solo individui ed il non esistono individui ma solo comunità deve pur esserci un passaggio che ci porti a far pace col fatto che siamo individui sociali, varietà in interrelazioni che formano sistemi ambientati ed interrelati tra loro.

[3] Iqbal si espresse contro l’utilizzo degli hadith quali fonti della legge. Ad un suo poema  Tulu’i Islam (risorgimento dell’islam) ed alle sue idee, si dedicò l’omonima rivista, fondata in Pakistan nel 1935. Da questa, l’omonimo movimento coranista, animato dal pakistano Ghulam Ahmed Parvez, la figura forse di maggior spicco di quel punto di vista.

[4] Abdallah Laroui, marocchino, ha promosso un non meglio precisato “marxismo oggettivo”, un marxismo depurato delle contingenze europee ed adattato all’immagine di mondo islamica. Fortemente convinto della necessità di separare l’islam come fatto religioso dal fatto statale e politico, Larroui ha scritto parecchio, specificatamente contro il concetto, secondo lui contraddittorio, di “stato islamico”.

[5] Con la sua meccanica dualistica, la dialettica assomiglia pericolosamente al politeismo.

[6] Sono molteplici le voci islamiche che hanno tentato di riconnettere democrazia ed islam in vario modo. Ricordiamo il libanese Ahmad Moussalli che vede nell’origine contrattualistica dell’umma, l’abbinamento tra democrazia e shura; il sudanese Hasan al-Turabi che vede nell’origine dell’umma i caratteri della ijma (consenso comunitario), l’obbligo di sottomissione alle decisioni di maggioranza (vi è un caso ben noto proprio nelle biografie di Muhammad in cui Egli si sottomise, anche se in disaccordo, al pronunciamento della maggioranza), il pluralismo delle opinioni. Khaled Abou el-Fadl, kuwaitiano, denuncia la deriva della giurisprudenza (shari’a, fiqh) da autorevole ad autoritaria ed esalta alcuni valori storici della prima umma: contratto (‘ahd), consenso (ijma), legittimazione dal basso del potere politico (ikhtiyar), giustizia (‘adala), bene comune (maslaha), uguaglianza (musawat), consultazione (shura). L’islam ha in sé, potenzialmente, tutti gli elementi per generare una propria, originale, storia democratica che non scimmiotti quella occidentale a anzi, la evolva.

[7] E’ in Ibn Taymiyya (1263-1328), teologo fondativo della scuola hanbalita, che troviamo questa teorizzazione in forma compiuta. Corano-sunna, jihad, potere politico che governa tramite la shari’a sono i fondamenti del raccordo, ritenuto naturale, tra islam-società-politica, via giurisprudenza. Il rapporto governante-governato è assimilato a quello pastore-gregge, il potere politico necessita del sostegno degli ulama, il sultano è l’ombra di Dio sulla terra, sessant’anni con un sovrano ingiusto sono meglio di una sola notte senza sovrano, la comunità deve obbedire-sostenere-consigliare, se tre uomini si mettono in viaggio uno di loro dovrà necessariamente comandare su gli altri così per ogni raggruppamento sociale, l’emirato (ai tempi il califfato era in evidente crisi terminale) è un atto per mezzo del quale ci si avvicina a Dio e fa parte (integrante) della religione. Questa una succinta raccolta di pensieri di Taymiyya. La visione fondamentalista islamica proviene da questo giurista hanbalita del XIV° secolo, continua con le teorizzazioni salafite ed islamiste del XIX° e XX° ed è perciò che fatti come lo Stato islamico-ISIS, o sotto la loro forma o sotto altra, non sono improvvisazioni destinate a presto scomparire.

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LO STATO ISLAMICO SI PRESENTA.

Lo Stato islamico si presenta. Qui il depliant italiano che riassume alcune notizie sullo Stato islamico, date dallo stesso Stato islamico. E’ evidente lo sforzo di presentarsi come uno stato, non una organizzazione, IS è un progetto politico legato ad un territorio. Nonostante il diluvio informativo occidentale che alza la paranoia su gli attentati al papa o a gli sgozzamenti nelle nostre metropolitane, IS ha come fine e missione, conquistare un territorio ed amministrarlo secondo le leggi islamiche. Poi, tutto il mondo. Il suo nemico principale è quello interno all’islam: sciiti, mistici, élite corrotte ed occidentalizzate, revisionisti modernizzanti, lassismo nelle pratiche religiose, etiche, politiche.

914Golfo_Lo_Stato_Islamico_1000La prima notizia ci viene data sullo sforzo di formazione ed educazione alla corretta interpretazione islamica, la formazione dei formatori (imam), il modo di diffondere l’ideologia portante la nuova entità. Apprendiamo così dalla loro viva voce che il testo cardine di riferimento è di un certo ‘Ali al-Khudair, teologo di stretta osservanza della scuola wahhabita, un arabo saudita. Il depliant infatti, cita direttamente il trattato “Essenza e i fondamenti dell’islam” di Muhammad ib Abdul Wahhab. Questa non è una citazione tra le altre è il riferimento unico, il cardine ideologico. Lo Stato islamico è ufficialmente di ispirazione wahhabita.

Ora, occorre sapere un paio di cose. La prima è che il wahhabismo è una delle tante interpretazioni dell’islam ma i suoi seguaci sono concentrati in un unico luogo del mondo musulmano: l’Arabia Saudita. Non sono una parte di tutto il clero saudita, sono tutto il clero saudita, senza eccezione alcuna. Non solo. Al-Wahhab, hanbalita espulso dai corsi di teologia di Basra perché di un radicalismo decisamente eccessivo, convertì alla sua visione integralista dell’islam, il rampollo di un locale emiro che diverrà il fondatore della casa reale al-Saud, quella che governa (sarebbe più giusto dire “possiede”) appunto l’Arabia Saudita che da loro prende nome. Nel 1744 venne firmato il patto di ferro, mai revocato, per il quale i wahhabiti avrebbero sostenuto i Saud e Flag_of_the_Islamic_State_of_Iraq_and_the_Levant2.svgquesti protetto i primi. I saudi-wahhabiti fecero quello che fa lo Stato islamico, né di più, né di meno. Amputazioni, frustate, tagli di teste, strage di sciiti, rigore teologico scritturale. Il potere politico saudita è di ispirazione wahhabita, finanzia il clero wahhabita, finanzia buona parte delle moschee costruite in Occidente dove spesso si trovano imam wahhabiti. Ma i wahhabiti permetterebbero che ai Saud succedesse qualcosa visto che sono gli unici nel mondo musulmano che li danno retta, li sostengono, li proteggono, li finanziano. Così i Saud che dal clero trae la propria legittimità (i Saud non sono quaryshiti ovvero discendenti della tribù della Mecca quindi il loro auto-proclamato diritto di governo  protezione dei luoghi santi -Mecca e Medina- sarebbe disputabile).

Possiamo quindi immaginare che il clero wahhabita mandi propri teologi a tenere lezioni nello Stato islamico che è lì a due passi dal confine, importi imam di prima formazione per farli accedere ai gradi più avanzati della formazione, elargisca testi e chissà, finanziamenti e faccia tutto questo nella piena consapevolezza delle istituzione saudite che sono strettamente intrecciate a loro. Vi risulta che qualche giornalista occidentale abbia condotto questa semplice ed elementare catena inferenziale? Vi risulta che qualche autorità politica occidentale abbia chiesto ai sauditi di far qualcosa con questi “cattivi maestri”? Vi risulta una qualche frizione tra la casa regnante saudita ed il proprio clero radicaleggiante?

isis-stati-uniti4-620x372Andiamo avanti. Segue una presentazione organica della struttura interna del nuovo stato. C’è l’Ufficio Protezione del Consumatore con tanto di divisione per i reclami poiché lo stato protegge tutti da gli eccessi predatori dei produttori-venditori. C’è la polizia normale, quella municipale e quella speciale (Hisba)  per la repressione dei Vizi e la promozione delle Virtù (combatte l’alcol, il fumo, le droghe, la prostituzione, la magia, l’omosessualità etc.). Ci sono ovviamente tribunali che seguono la legge islamica (shari’a) che tra frustrate, amputazioni e sgozzamenti ha fatto calare del 90% i crimini, con buona pace di Beccaria. Lo Stato islamico raccoglie la zaqat, l’obolo obbligatorio che ogni musulmano deve versare alla comunità in natura o denaro, la raccoglie e la redistribuisce (ai bisognosi), insomma fa welfare. Per il resto, lo Stato islamico e free-tax. Si occupa della produzione e distribuzione del pane e controlla e riforma l’istruzione.

Qui apprendiamo che lo Stato islamico ha imposto una grande e salvifica rimozione di materie sconvenienti o inutili: la filosofia e le scienze politiche. La filosofia è del tutto inutile perché tutto il pensabile è nelle Scritture, la politica è inutile perché non c’è nulla stato-islamico-califfato-obiettivi-jihadda disputare. Lo Stato islamico è una istituzione tecnica che deve solo applicare quello che c’è scritto nelle Scritture. Si protegge ed incentiva la produzione energetica, si forniscono macchinari edilizi e di manutenzione, pulizia e soccorso. “Finalmente i Musulmani sinceri hanno la possibilità di essere un “mattoncino” che compone la società che segue il Corano e la Sunnah, abbandonando quella parte del mondo dove i valori vengono a mancare, una società dove la creazione viene adorata all’infuori del Creatore” giubilano gli islamici. Da cittadino a mattoncino, questa la fondazione sociale. Graziosi cartelli di “grafiche femminili” (cioè che usano il rosa, qualche fiorellino e sagome nere di incappucciate) adornano il paesaggio urbano. Altri con spade, mitra, cappi e mani mozze, incitano al jihad e ricordano la shari’a. Altre ancora fanno pubblicità alle Scritture disseminando l’arredo urbano di versetti e hadith. Il tutto ha preso ovviamente il posto delle Marlboro e del Johnnie Walker.

gli-stati-uniti-iniziano-a-bombardare-l-isisorig_mainLo Stato islamico è l’unico che si occupa del suo popolo,  dei musulmani, è uno stato di servizio. Gli altri sono governati da ambiziose ed egoiste élite, servi degli europei, degli americani e dei sionisti. Il sistema economico ha la sua nuova moneta, il dinar, a base aurea. Sono abolite le banche e naturalmente il prestito con interessi. In linea generale, lo Stato islamico è quasi anti-capitalista sebbene non discuta la proprietà privata ed un certo accumulo di ricchezza (ma non la sua remunerazione infinita. C’è l’eutanasia dei rentier insomma) ed è molto redistributivo per mantenere la società corta.

Chiudono autocompiacimenti per il vasto e continuo successo dell’impresa, della sua risonanza presso i fratelli che vivono all’estero (quelli qui chiamati foreign fighters), del feedback concreto del loro agire (ricordiamo che poiché Dio è colui che permette o non permette, se tale successo arride all’impresa se ne deduce che l’impresa è nella grazia di Dio). Ci sono anche brevi autobiografie dei “capi”, alcuni dei quali caduti e quindi martiri ed eroi. Qualche stoccatina ad al-Qaeda ed ai Fratelli Musulmani, “compagni che sbagliano” e soddisfazione per i tanti che si stanno alleando federativamente al progetto.  Molti link ad altro materiale chiudono le 64 pagine.

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Il depliant pare essere una iniziativa individuale (dal basso) di un qualche supporter italiano, comunque organico e ben informato. Il tutto ha una sua sobrietà e si rifà a fonti certe, non s’inventa nulla ed è da prendere con fiducia, è “affidabile” in una parola.

Il fine è quello info-pubblicitario, far conoscere una realtà composita, concreta, complessa ma resa semplice nell’esposizione, piuttosto “pop” ma senza eccessi. Tale fine si riscontra in molte pubblicazioni e video dell’IS, ad esempio nelle ultime performance del britannico convertito John Cantlie, tutte tese a dimostrare che l’IS è un fatto, funziona, ha le sue ragioni e la completa coerenza tra dichiarazioni e fatti.

Dabiq-Cover-1-150x212Lo Stato islamico è la puntuale realizzazione di un mito islamico-sunnita legato ai tempi omayyadi e prima ancora dei quattro califfi ben guidati e della comunità di Medina con Muhammad ancora vivo. Tale mito è stato a lungo teorizzato dai pensatori dell’islam radicale del XIX° e XX° secolo, coincide con la visione salafita, è conforme alla visione hanbalita e come abbiamo visto, corrispondente alla visione wahhabita. Chi scrive non crede al presunto dualismo saudita, diviso tra una modernità riformista ed i richiami al wahabismo duro e puro. Stato islamico è chiaramente un progetto saudita che vuole imporsi come standard sunnita a governo dell’islam tutto, Al momento debito, lo sceicco al-Baghdadi e i suoi tagliagole, potranno fare un passo indietro e lasciare il progetto nella più rassicuranti e presentabili mani di qualche sceicco-teologo proveniente da Riyad. O anche no. Stato islamico potrebbe rimanere versione hard dello stesso modello arabo saudita, versione più soft. Prima di imbarazzare la monarchia saudita, Stato islamico ha da combattere sciiti e sufi, modernisti ed occidentalisti, capitalisti musulmani e nazionalisti, generali egiziani e pakistani, sincretisti orientali ed africani, Fratelli Musulmani e al-Qaedisti, pan-arabi e pan-islamici. Si noti che nell’elenco non ci sono né gli USA, né Israele. C’è molto lavoro da fare per Stato islamico, prima di porsi il problema del modello arabo-saudita che, alla fine, si vedrà esser un modello solo, un impero islamico, cugino di quello occidental-americano.

Una debita e necessaria semplificazione della temuta multipolarità del mondo complesso.

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“Non vi affliggete di esser incompresi, ma di essere incompetenti”.

IMG_0051Siamo quindi arrivati a 100 articoli pubblicati in questi poco più di due anni di attività e ricerca. Grazie alle poco meno di 50.000 visite, ai poco più di 100 followers ed altrettanti commenti ricevuti, alle riprese che alcuni hanno fatto sulle loro testate on line, alle condivisioni su i vari social network. Il campione di visite è stato questo articolo su Fernand Braudel che è diventato un piccolo classico in rete (che Braudel mi perdoni). Sono molto onorato da coloro che hanno dato tempo ed attenzione alle cose scritte, non sempre brevi, non sempre facili. Grazie.

[la citazione è di Confucio, Detti, 14.30]

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PICCOLO STUDIO SULL’ ISLAM (4). Compendio storico.

La storia dell’islam parte da una situazione di estrema arretratezza e frammentarietà. Siamo nell’Hijaz, regione centro occidentale della penisola arabica che dalla costa del Mar Rosso entra per qualche chilometro nell’entroterra oltre il quale c’è il deserto. hijazI centri abitati sono raccolti intorno ad oasi, intorno, deserto pietroso o sabbioso. Siamo verso la fine del 500. Gli abitanti di queste terre, arabi non ancora con la coscienza di essere “un popolo”, sono divisi innanzitutto tra sedentari e nomadi-seminomadi, cioè beduini. I due principali centri dei sedentari sono Mecca più a sud e Medina più a nord. La società è frazionata in tribù che federano clan, tra le tribù ci sono vari livelli di convivenza con patti, apparentamenti, alleanze ma anche divisioni, vendette, vere e proprie faide. Il potere tribale e clanico è patriarcale. Non c’è alcuna forma di autorità centrale (tesoro pubblico – polizia), né legge codificata ed accettata sebbene viga un codice tribale più o meno condiviso. Il culto prevalente è un politeismo che può evolvere in enoteismo con un dio centrale Allah e tre dee-figlie: al-Lat, al-Manat, al-Uzza, più un vario seguito di dei minori o specifici di ogni centro. La società ha una pronunciata diseguaglianza, l’attività principale è il commercio sia in entrata (beduini che portano merci dall’intero arco nord-africano) sia su linee di scambio con il sud dell’Arabia oggi Yemen, con l’Etiopia, con la Palestina e la Siria. La razzia delle carovane è anche praticata, questo porta talvolta ad accrescere il disordine sociale, sia per l’innesco di vendette poi sviluppate in faide, sia perché gli uomini morti in azione, lasciano mogli e figli che non hanno di che sostenersi.

Il cerchio esterno questo cuore arabo è formato a sud appunto dalle più ricche ed avviate società dell’Arabia Felice (meridionale, oggi Yemen ed Oman), così detta per una storica maggior presenza di acqua (risente positivamente delle correnti estreme dei monsoni) che ha, nel tempo, permesso un relativo maggior sviluppo, trainato anche dalla funzione portuale di meta o scalo delle rotte commerciali dall’Oceano I064ndiano al Mar Rosso e viceversa. In questa società, dove ci sono già monarchie che hanno rapporti anche con i persiani dell’Impero sasanide, ci sono anche presenze non secondarie di ebrei e cristiani, questi a  loro volta divisi tra monofisiti, nestoriani ed altre interpretazioni minoritarie. La religione principale è però marcatamente politeista.  Ad ovest, gli etiopi sono governati da una monarchia con presenza religiosa cristiana e rapporti con l’altro grande impero del tempo: i bizantini. A nord vi son piccoli regni che gravitano a cintura, intorno ai confini dell’Impero bizantino, la religione è giudaica e cristiana anche quando l’etnia è più propriamente araba o parlante arabo (aramaico). L’Impero bizantino a nord-est e quello persiano sasanide ad est sono i due vasi di ferro dell’ambiente e proprio in quel periodo sono impegnati in una lunga guerra che sta portando i persiani, quasi alle porte di Bisanzio. Nello stesso Hijaz, sono presenti non poche comunità ebraiche e cristiane che vivono assieme a quelle politeiste. Sono presenti anche vari individui, poeti, mistici, predicatori, ispirati, maghi e veggenti che bordeggiano i vari credo che non precipitano in uno dei due-tre sistemi monoteistici organizzati (giudei e cristiani ma anche zoroastriani  che sono una transizione enoiteista tendente al monoteismo) e si riconoscono,  in un monoteismo semplificato che è la sintesi di tutti quelli storicamente sviluppati.

220px-Siyer-i_Nebi_223bLe comunità dell’Hijaz, povere, ancora abbastanza barbare nei costumi, divise da tutto e su tutto sono il classico vaso di coccio tra vasi di ferro e rischiano, prima o poi, l’assimilazione coatta entro uno o più tra i sistemi forti delle regioni limitrofe. Nonostante questa loro oggettiva minorità, sono comunità piuttosto fiere ed orgogliose del loro passato (e presente) autonomo e libero. Chi riconosce a Muhammad la doppia genialità sia religiosa, che politica, tende a collocare la sua rivelazione in questo contesto. Da una tale molteplicità, debole e conflittuale che rischia di venir cancellata per incorporazione da qualche sistema più grande, organizzato e forte, egli trasse una comunità unica, unita, ben identificata e competitiva sotto i diversi aspetti (sistema sociale, legale, politico, militare, economico). Creò un popolo intorno ad una identità, una identità intorno ad un patto di fede, il patto di fede tra Dio e gli uomini[1]. Definendo il Corano un contratto che dalla fede si riflette nel sociale, che cioè crea una comunità unita che supera l’entropia della conflittualità tribale, ovvero del tutti contro tutti, si presenta nel 600 arabo, la stessa struttura dei fatti e delle idee che porteranno mille anni dopo T. Hobbes a scrivere il Leviatano. Del resto, non è solo questo il punto di contatto per analogia tra la struttura tribale araba e quella degli angli e dei sassoni. I primi adotteranno come regolamento la religione di Dio, i secondi quello del Mercato.

La formazione del soggetto, della comunità unica ed unita, avverrà tramite la religione, la sua codifica avverrà sempre all’interno della stessa religione ma con un serie di disposizioni sociali, legali, etico-morali ad hoc mentre le prassi sia del periodo che ha il Profeta in vita, sia del successivo che vedrà l’alternarsi di quattro califfi e due imperi califfali, costituirà l’insieme di prassi di riferimento che formano la tradizione. Dai primi quattro seguaci di un profeta ancora non creduto ed emarginato dai meccani (la moglie, uno schiavo poi affrancato, un parente della moglie se non cristiano già monoteista ed un cuginetto di 10 anni che poi gli sarà genero e da cui deriverà lo sciismo), ad un forma imperiale che comprendeva parte del nord Africa, tutta l’Arabia, la Palestina, la Mesopotamia, il Kurdistan e parte della Turchia,  maometto03l’altipiano iranico, e parte dell’Afghanistan più altri stati vassalli, passarono dunque poco più di cinquanta anni, una specie di miracolo. Poiché l’islam presuppone che Dio sappia e possa tutto e che per certi versi ciò che succede è la conferma della sua volontà, questa specie di miracolo testimonierebbe di per sé della missione divina dell’islam. Questa storia degli inizi, storia di un progetto di nuova unità coesa, forte e vincente, unità di coloro che rispondono all’appello di Dio e che Dio evidentemente protegge, rimarrà in tutta la successiva e contemporanea storia, come idealizzato “periodo dell’oro”, una utopia del passato a cui necessariamente bisogna tornare ogni volta che si fallisce l’adattamento alle condizioni dei mutanti tempi.

La religione era l’unica chiave di volta per operare questa trasformazione. Non poteva essere  la politica coadiuvata dal fatto militare poiché nessuna delle tribù originarie aveva la forza di inglobare e sottomettere le altre. Ancor fosse stato possibile e non lo era, non Maometto engramma30%avrebbe mai resistito all’instabilità congenita ad una coercizione mal sopportata da parte di popolazioni fiere, autonome e tendenzialmente anarchiche. Ancor avesse superato per un certo tempo questa contraddizione, non ci sarebbero state le condizioni per sottomettere le altre popolazioni che per certi versi si sottomisero da sole. L’impero islamico, per lungo tempo, adottò lo schema romano: lasciare istituzioni, credenze e culture locali e prelevare solo tasse, tasse con le quali finanziare il proprio esercito arabo e le sue élite. Fu l’affermazione del loro sistema politico, militare e commerciale a trainare le conversioni.

La religione svolse quindi la funzione fondativa della prima comunità, un patto contrattuale forte, equo, chiaro, stretto tra i tanti che superavano le loro disparità ed eccentricità reciproche riferendosi ad un punto centrale molto forte, in grado di sostenere l’intera costruzione, resistere nel tempo, declinarsi ulteriormente e fungere da perno unificante nel corso di un lungo sviluppo, tutt’ora in corso. Per questo “islam” non è il nome di una etnia o di una parte geografica ma di una religione che ha creato la società, la legge e la cultura di un popolo, il popolo dei credenti nel Dio unico ed unificante.

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La dialettica tra l’Uno ed il molteplice è ciò che caratterizzerà l’islam nella sua storia. L’Uno era il paradigma del progetto originario, un Dio unico che si esprime in un discorso unico (Corano) ad un popolo da unificare intorno a sé come comunità dei credenti. Questo scioglieva la molteplicità dei clan e delle tribù, delle differenze tra stanziali e nomadi, tra ricchi e poveri , ricomponendola nell’unità semi-egalitaria dell’umma. Se il concetto cardine dell’unicità di Dio è ciò che è rimasto costante, a valle, si è andato formando un vero e proprio estuario di molteplicità. Il discorso unico è diventato molteplice. Sunni-Shia-IbadiIl Corano stesso ha visto letture letterali, letture universalistiche ma anche particolaristiche, letture filosofiche, letture giuridiche, letture mistiche ed  esoteriche, moderniste e tradizionaliste, conservatrici e riformiste. Ma poi al Corano stesso si sono affiancati gli hadith del Profeta, la sua biografia, il corpo sempre più vasto delle interpretazioni giuridiche e dell’accumulo stratificato della tradizione. Alla lettera si è affiancata l’interpretazione per analogia, all’analogia il decreto per consenso.  Al discorso di Dio son seguiti i presunti discorsi di Muhammad ma anche quelli dei suo primi Compagni, dei seguaci di questi e financo dei seguaci dei seguaci. All’unità religiosa della comunità iniziale, fece seguito la divisione tra sunniti, sciiti e kharigiti (oggi, ibaiditi dell’Oman) e le divisioni interne a queste tre correnti. Le tre divisioni, più che essere animate da fondamentali questioni dottrinarie, corrisposero a tre diversi modi di intendere la legittimità del potere di coloro che dovevano guidare l’islam e, nel tempo, furono usate come identità per gruppi etnici e politici in reciproco conflitto. Seguirono le diversità teologiche e quelle pratiche, i sufi diverranno accanto a gli ulama e gli imam, i sostituti di quello che nella cristianità è il clero. Più ci si allontana dal cuore arabo, più le pratiche sufi presero a divergere dall’asciutto canone di base fino a quel Sudest asiatico o ai musulmani centro africani in cui si amalgamarono alle antiche pratiche magico-animiste dei villaggi interni. Gli stessi ulama presero a riferirsi ad almeno quattro diverse scuole giuridiche (sunnite) la cui attuale cartina di diffusione, testimonia di come tali interpretazioni divennero fatti identitari locali piuttosto che libera adesione a questa o quella linea interpretativa.

Sul piano della comunità concreta, una doppia creazione di molteplicità. In termini di stratificazioni di classe sociale tra beduini e stanziali, cittadini e contadini, soldati e depositari delle scritture, possidenti di terre e commercianti e artigiani, burocrati imperiali ed élite locali. Tale stratificazione sociale ebbe la meglio sulla semplificata struttura della comunità araba originaria basata sulla parentela e sul lignaggio e su quella teorica di una vagheggiata uguaglianza coranica. Umayyad750ADlocMa oltre alla stratificazione sociale si ebbe la frammentarietà etnica. L’Uno etnico fu quello arabo ancora lungo la dinastia Omayyade ma sempre più, in relazione all’espansione imperiale, si sommarono le origini disparate dei nordafricani, degli egiziani, dei persiani, dei siriani, dei turchi, delle periferie orientali ed occidentali che si sommavano alle differenze originarie tra arabi stanziali e nomadi, tra meridionali (yemeniti) e settentrionali, arabi occidentali (Hijaz) ed orientali ((Golfo Persico) in una traiettoria che portò l’impero arabo (omayyade) a diventare sempre più impero musulmano (abbaside) ma anche sempre meno impero, cioè sempre meno Uno. Allo strato arabo che presto divenne aristocratico si sommò quello plebeo, le etnie “clienti” subordinate e financo l’importazione di dosi massicce di schiavi. La cultura comune unificata dalle Scritture, ha progressivamente assorbito gli strati precedenti (bizantini, sasanidi, arabo-beduini), ha fatto convivere i vari monoteismi (cristiano, che a sua volta era ramificato in diverse interpretazioni, ebraico, zoroastriano), ha risentito dell’interpretazione siriano-alessandrina dell’antica cultura greca, ha generato nuovi ceppi culturali poetici, letterari, scientifici. La stratificazione di genere è rimasta costante, l’uomo è inequivocabilmente superiore alla donna. La lingua araba fu uno dei pochi fattori di omogeneizzazione. Imposta come lingua della Scrittura, dei religiosi e dei giuristi, dei letterati e dei burocrati, la lingua della piccola etnia originaria, poi dominante,  divenne la lingua dell’impero ed elle Scritture ma non ancora la lingua di tutto l’islam.

Abbasids850L’impero divenne presto una entità a se stante dove il problema specifico era quello di imporre e riscuotere tasse per mantenere in piedi la sua imponente burocrazia e l’apparato militare. La strategia iniziale fu quella di intervenire e modificare il meno possibile le strutture locali (ad esempio, sul piano religioso, l’impero era solo formalmente islamico, gli arabi non erano missionari e non favorivano le conversioni). Strategia saggia (la stessa dei romani) per tenere assieme tanta complessità stipata all’interno di una unica entità. Ma nel tempo, questa genetica molteplicità diverrà la ragione dell’implosione perché il principio di differenza lavorerà sotterraneamente screpolando e poi fratturando la superficie unitaria dell’entità imperiale.

Questo secondo tratto di storia dell’Islam (il primo coincise con la Rivelazione  e con la vita di Muhammad) si può suddividere in tre fasi: 1) Il periodo dei califfi: i primi quattro califfi (rashidun cioè “ben guidati”) dal 632 al 661, la successiva dinastia omayyade dal 661 al 750 e quella abbaside dal 750 al 833; 2) il periodo degli imperi: il declino abbaside ma anche califfale dal 833 al 945 che si prorogò sino alle dinastie abbasidi “fomali” che cioè esistevano e risultavano in carica, sebbene del tutto prive di ogni reale potere (fino al 1258). Durante tutto questo periodo, si può leggere una tensione all’interno del sistema politico islamico, tra l’Uno del Califfo a cui, in maniera del tutto impropria, la dinastia omayyade ma anche quella abbaside, riconoscevano poteri semi-divini e tutta la sottostante struttura che andava aprendosi tra gerarchie della burocrazia e dei militari, poteri territoriali locali, poteri spirituali e legislativi degli ulama, etnie non arabe di 260px-Ottoman_1683tradizione tanto più eccentrica quanto più ci si allontanava dai centri di Damasco e successivamente Baghdad. Benché fuori linea rispetto ai dettami coranici (o forse proprio per questa ragione) furono proprio le corti califfali a diventare quei centri aperti e cosmopoliti, dai quali fiorirà la grande stagione della cultura islamica delle scienze, dell’arte, dell’architettura, della poesia e letteratura, cultura che declinerà e scomparirà in silenzio, parallelamente al lungo declino della dinastia abbaside. Il revival imperiale degli ottomani (1299-1922) ebbe ragioni e caratteristiche diverse da quelle dei grandi califfati; 3) il periodo della colonizzazione occidentale sfociata poi nella divisione in moderni stati-nazione, sino ai giorni nostri. Periodo traumatico, di estrema sconfitta ed umiliazione per l’orgoglio di civiltà. Ma la reazione a questo impatto devastante con la modernità e la forza occidentale non favorirà una evoluzione del sistema, bensì il suo volgersi indietro a quell’utopia retrospettiva dei “tempi d’oro” che diverrà il fondamento dell’ultra-conservatorismo e del fondamentalismo.

IL PERIODO CALIFFALE.

Alla famiglia islamica califfale che era di origine meccana lungo tutta la dinastia omayyade, si opposero le nuove interpretazioni degli sciiti e dei kharigiti ma anche gli arabi meridionali (yemeniti) nel mentre la famiglia islamica religiosa vedeva crescere i lettori del Corano, gli ulama, la nuova interpretazione spirituale dei sufi e la gente degli hadith, popolo che seguiva il vasto materiale circolante di detti e racconti sul Profeta ed i suoi primi sodali, venerati come ispirati direttamente da Dio. Tra questi ed i giuristi si creò un lungo braccio di ferro fino a che si convenne, intorno a gli inizi del IX° secolo, di integrare le due tradizioni dando privilegio a gli hadith ma, al contempo, cercando di 25666verificarne l’attendibilità.  Altre questioni dottrinarie agitavano la composita comunità. All’opposto dei seguaci degli hadith ad esempio, c’erano i teologi mu’taziliti, fortemente influenzati dall’eredità del pensiero greco-razionalista. Anche qui occorse una mediazione operata dal teologo al-Ash’ari che privilegiò la fondatezza indiscutibile della rivelazione divina ma recuperando alcuni strumenti di razionalità non per l’interpretazione ma per la difesa della credenza. A margine, cresceva il peso (soprattutto nel versante orientale dell’impero) della metafisica teosofica dei sufi. Il sufi era mago (antica tradizione persiana), guaritore (antica tradizione sciamanica), autore di miracoli (antica tradizione cristiana), mistico ed anche filosofo di antica derivazione neoplatonica, gnostica, ermetica. Alcuni vennero onorati come “santi” e le relative pratiche di devozione deviarono non poco dall’asciutto monoteismo fondativo. Crescendo, anche gli sciiti si separavano in sette. Le divisioni degli sciiti così come la loro originaria formazione, erano legate a diversi modi di intendere il diritto di successione per il posto di capo della comunità: l’imam. Originariamente fedeli ad ‘Alì, quarto califfo rashidun ed ex cugino e genero di Muhammad, si divisero poi imamiti duodecimani ed ismailiti ma in seguito comparvero anche zayditi e gli assai meno ortodossi alevi ed alawiti a cui appartiene l’attuale presidente siriano al-Asad. Tra le Scritture e il credente, gli sciiti pongono l’imam. Mentre il califfo non ha alcun competenza nelle questioni di fede limitandosi a proteggere la comunità ed ad amministrare le condizioni per la sua migliore espressione musulmana, l’imam venne inteso come avente una sorta di incarico divino e da ciò, un ruolo intermediante ed interpretante.

207-ImamAhmad1Quando il settimo califfo abbaside al-Ma’mun (786-833) decise di porre una inquisizione per obbligare i dotti musulmani a convenire sulle linee interpretative più razionalistiche (quelle dei mu’taziliti), Ahmad ibn Hanbal fu l’unico a rifiutarsi. In ballo c’era la delicata questione se il Corano fosse “creato” (quindi storico, cioè modificabile) o “increato” (quindi co-eterno a Dio e quindi intoccabile)[2]. Da Hanbal seguì la scuola giuridica hanbalita che abbiamo già segnalato come quella più tradizionalista dalla quale discendono le interpretazioni, cosiddette “fondamentaliste”. Le altre scuole giuridiche (hanafita, malikita, shafi’ita) si affermarono all’inizio l’una in competizione accesa con l’altra, ma col tempo presero poi a convergere. Gli hanbaliti però rimasero distinti come coloro che volevano imporre la propria visione dell’islam, intransigenti, organizzati in squadre per la repressione del vizio (da cui la polizia religiosa mutawwi’a tutt’oggi operativa nell’unico stato islamico esistente, cioè l’Arabia Saudita), nemici giurati dei mu’taziliti ma anche dei più moderati ashariti e dei sufi, militarmente impegnati a combattere strenuamente e ferocemente gli sciiti e tutti i nemici, interni ed esterni verso i quali il jihad non termina mai. L’hanbalismo divenne l’interpretazione ufficiale dei califfi intorno all’XI° secolo anche perché un loro teologo Ibn Batta, aveva sancito che l’islam vietava tassativamente la rivolta armata contro i poteri costituiti (a meno che non contravvenissero ai dettami religiosi). l-union-des-musulmans-taymiyya-al-hadithUno dei più celebri rappresentanti dell’hanbalismo, influente ancora fino alla modernità ed a gli sviluppi dei salafiti e wahhabiti fu Ibn Taymiyya (1263-1328). A capo di una campagna per l’esecuzione di un cristiano che aveva offeso la memoria di Muhammad, nemico degli ashariti, dei sufi, degli esoterici, maghi, santi, metafisici, per Taymiyya esisteva solo il Corano e la sunna, la shari’a e il jihad (inteso come guerra a gli infedeli, nel caso specifico i mongoli) ed emise un certo numero di fatwa contro deviazioni “moderniste” che si allontanavano dal tracciato tradizionale dei tempi d’oro[3].

Se gli omayyadi si basavano sull’ideologia dell’élite araba (meccana) che doveva dominare tutto l’islam, quella abbaside (che era lo stesso araba e meccana, sebbene di una diversa tribù) andò al potere con l’intento di aprire il sistema a gli altri popoli. Quando iniziò il declino degli abbasidi, facendo passare un ipotetico meridiano su Baghdad, l’islam orientale prese a differenziarsi sempre più dall’islam occidentale, afro-mediterraneo. In particolare, cominciarono ad affluire nel sistema le prime popolazioni turche centro asiatiche, si rifecero vivi i bizantini, poi i crociati, si affermarono in Afghanistan un regime di soldati schiavi (Ghaznavidi) e riemerse con decisione la cultura persiana, differenziata anche linguisticamente da quella araba. L’unità califfale si frammentò in una miriade di pezzettini così come era avvenuto in Europa, con il collasso dell’Impero romano, per poi ricostituirsi in imperi locali.

IL PERIODO DEGLI IMPERI LOCALI.

In Persia giunsero quindi i mongoli, poi Tamerlano ed infine i safavidi che portano lo sciismo a religione di stato stabilendo quella totale identificazione tra questa interpretazione islamica minoritaria e quel territorio che oggi è l’Iran. Dalle migrazioni turche e dal regime turco-selgiuchide dei primi secoli del millennio, nacque l’Impero ottomano, prima accentrato e crescente (Anatolia con la decisiva presa di Costantinopoli -1453- e la fine dei Bizantini, Balcani, Medio Oriente, Caucaso, Egitto e parte del Nord Africa), Fatimidspoi pressato dall’espansione europea e russa, aggirato dalle rotte commerciali coloniali europee, decrebbe e si disordinò frammentandosi ed infine, svanendo.  In Egitto e Siria s’impose intorno all’anno mille, una dinastia sciita ismailita (Impero fatimide) a cui seguì il periodo delle crociate cristiane che furono vissute dagli silamici, come un episodio assai marginale della storia. Con Saladino si ripristinò il dominio sunnita a cui fece seguito il regime dei mamelucchi, un sistema militare basato su schiavi ed infine il dominio ottomano che poi deflagrò.

La dinamica sembra sempre la stessa, la formazione impetuosa di un impero, l’allargamento con le conquiste, il raggiungimento dell’invisibile limite di struttura, la deflagrazione che libera una miriade di frammentate situazioni successivamente raccolte in un nuovo ciclo imperiale. Dal molteplice all’Uno e dall’Uno al molteplice per un nuovo ciclo. Nel Nord Africa, l’islam arriva con i califfati (omayyade ed abbaside) e map-al-andalus-1035-wikimedia-maps-of-spainl’impero ottomano ma anche con l’islamizzazione dei berberi nomadi. La Tunisia è il primo avamposto dell’islamizzazione a cui seguiranno varie dinastie (Aglabiti, Fatimidi, Almohadi, Hafsidi) sino a gli ottomani, il solito periodo di frammentazione ed infine il protettorato francese nel 1811. L’Algeria  prende forma statale ben più tardi e dopo vicende simili viene occupata dai francesi nel 1830. Il Marocco ha una precoce formazione statale e vede la nascita e sviluppo di due importanti dinastie locali: gli Almoravidi e gli Almohadi. Diventa protettorato francese nel 1912. La Libia ha più incerta identità e rimane una propaggine dei vari califfati ed imperi fino alla conquista italiana del 1911. In Spagna, l’islam arriva con gli Omayyadi nel  711. Lunga e fiorente la civilizzazione islamica che tra alti e bassi verrà definitivamente estirpata nel 1492 dalla Reconquista ispano-cattolica. In seguito, l’islam si espanse nell’Africa sub-sahariana, nel Sudan, Senegal e Zambia, Mauritania, Niger etc. per la parte occidentale e la Somalia, Zanzibar e l’intera costa affacciata sull’Oceano indiano per la parte orientale, dell’Africa. La modalità di espansione non fu militare ma per lento contagio lungo le linee commerciali, per conversioni delle élite, per migrazione di sufi, ulama ed altri portatori di cultura islamica. Tra il XVIII° ed il XIX° secolo, si registrò un secolo di jihad generalizzata (una sovraimposizione della naturale conflittualità tribale), un tutti contro tutti che venne infine terminato dall’occupazione coloniale europea che, in parte, arrestò anche la diffusione spontanea della fede musulmana. In generale, la forma di islam che ne derivò, risultò spesso sincretica con le antiche culture tradizionali locali.

Nell’Asia centrale, tra popoli ostinatamente nomadi ed alcuni raggruppamenti stanziali, in una variante geometria di clan che formano orde, tatari, uzbechi, kazachi, uighuri furono progressivamente islamizzati nel mentre crearono entità politiche indipendenti ma non creando una entità imperiale comune massiva, vennero alla fine risucchiati e normalizzati all’interno delle due principali sfere d’influenza della zona: russa e cinese. Oggi, tutti e cinque gli stati centro asiatici divenuti indipendenti dal 1991-2 in seguito allo smembramento dell’Unione Sovietica,  sono ufficialmente musulmani mentre gli uiguri 1024px-Mughal1700rimangono in lotta (senza speranza) per l’indipendenza all’interno della Repubblica popolare cinese. L’India venne islamizzata dopo l’Afghanistan a partire dal’anno 1000 ma in maniera già sistematica a partire dal 1200 con i sultanati di Dehli intorno e dopo i quali, si riprodussero una serie di regimi musulmani indipendenti fino alla costituzione formale dell’Impero moghul (1526-1858) a cui seguì il governatorato britannico. L’islam locale convisse con la cultura hindi e tramite i sufi che fecero da cerniera, accettò di evolvere in forme sincretiche. Furono i commercianti musulmani che partivano dall’India a portare, a partire dal XIII° secolo, l’islam nel Sudest asiatico, caso di diffusione religiosa non veicolata da conquista militare. La nuova religione ebbe funzioni identitarie, prima nelle lotte interne poi in quelle di opposizione a portoghesi ed olandesi. Furono poi proprio gli europei ad unificare quei territori da cui oggi provengono la Malesia che ha una presenza musulmana di poco più del 60% in termini di diffusione delle credenze (ma è comunque la religione ufficiale di stato) e l’Indonesia che con un penetrazione di poco superiore all’85%, rappresenta oggi il più grande stato musulmano.

LA MODERNITA’

9788807817885_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleIl XIX° secolo è l’impatto con la prima forma di mondializzazione. Così come l’Occidente sottomise, in parte, l’Impero cinese che a lungo gli era stato superiore, almeno economicamente, altrettanto fece con l’islam. Ma se l’islam orientale rientrò nel movimento di marea che vide una ondata coloniale accompagnata da una risacca che lo lasciò più o meno libero di riprendere il proprio corso storico, l’islam occidentale rimase a lungo sotto il dominio alieno del sistema europeo. A questo successe poi il dominio del sistema americano. Tutta la geografia politica dell’islam occidentale è stata coartata degli interessi coloniali e poi economico-imperiali occidentali. La libertà di evoluzione politica è stata congelata e l’Occidente è sistematicamente intervenuto per proteggere regimi tanto meno legittimi ed efficienti quanto più proni e supini a gli interessi dei dominatori. Il petrolio, posseduto dalle élite più retrive ed ultra-conservatrici dell’islam e desiderato dalle élite del sistema occidentale, ha fatto da liquido battesimale per l’adesione ad un comune sistema di interessi. Ogni tentativo di evolvere l’islam politico, che fosse nazionalistico, pan-islamico, quasi-socialista, quasi-laico ha visto schierati contro, tanto le dinastie hanbalite del Golfo, quanto le moderne democrazie occidentali. L’islam è smarrito nella difficoltà di corrispondere all’Uno religioso della comunità dei credenti qualcosa di corrispettivo sul piano politico: una molteplicità di confraternite? piccoli regni, principati, sultanati? stati nazione? federazioni? l’Uno califfale-imperiale? Il trauma culturale del XIX° e XX° secolo, trauma aggravato dal fatto che per i musulmani ciò che accade se non è direttamente orchestrato da Dio è da Lui permesso, dell’impatto devastante con la modernità, la tecno-scienza, l’occidentalità in genere, è stato giustificato nello stesso modo con il quale ogni sistema ideologico giustifica i propri fallimenti: mancanza di purezza.  Se il capitalismo occidentale oggi non funziona è perché non siamo tutti musulmani (totalmente dediti) al mercato, se il marxismo non ha funzionato è perché si è letto male Marx (il Corano), se l’islam ha fallito l’adattamento al divenire del tempo è perché ha smarrito la purezza dei tempi d’oro. Le idee sono pure ma gli uomini le corrompono.

Quando i sistemi umani vengono falsificati dall’ambiente a cui dovrebbero adattarsi non si riforma mai il sistema, si deve cambiare l’ambiente perché si adegui.  E’ il reale che è irrazionale non il razionale che non è reale.

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[1] Il controverso statuto del jihad (massimo sforzo di volontà o armato, solo difensivo o anche offensivo?) occulta il fatto che, inizialmente, la comunità dei credenti andava a sostituire la comunità di sangue e parentela. Come questa era basata su i criteri della solidarietà, condivisione e reciproca protezione dalle insidie, così doveva essere la nuova comunità dei credenti. L’Islam non parte con l’idea di “far guerra” a sua discrezione, trasferisce i codici tribali ad un nuovo tipo di comunità basata sulla comune appartenenza ad una fede.

[2] Dal punto di vista del califfo, secondo le nuove concezioni per le quali questi era dotato di un crisma speciale di origine divina, se il Corano poteva intendersi “creato”, allora il califfo avrebbe potuto anche modificarlo in interpretazione. Dal punto di vista degli ulama invece, il Corano era increato e quindi non rimaneva spazio che per l’esegesi e l’interpretazione quanto più attinente, cioè quella che facevano loro.

[3] Il salafismo, la linea di pensiero a cui si rifanno le principali organizzazioni islamiche, politiche ed armate contemporanee, origina da una posizione antica. Questa riteneva che l’islam avesse raggiunto i suoi massimi di purezza ed efficienza religiosa ma anche mondana (il “periodo d’oro”), nel periodo dei “pii antenati” (salaf al-salhin). Questi erano la generazione coeva a Muhammad (i Compagni), la successiva (i seguaci dei Compagni) e quella dopo (i seguaci dei seguaci). Ciò corrispondeva a quel tratto di storia islamica in cui si affermò il califfato (con il califfo che deve discendere tassativamente dalle tribù arabo-meccane), gli ulama, il corpus che va dalla redazione scritta del Corano alla biografia del Profeta, alla raccolta dei suoi hadith-sunna, al cumulo della prima tradizione interpretativa, l’espansione militare che può esser intesa anche come jihad. 4164910Questa tradizione ritiene pertanto ulama, Corano-sunna, hadith, sharia’a e jihad i fondamenti, da cui l’erronea definizione di “fondamentalisti”. Erronea perché questa è solo “una” delle tradizioni interpretative dell’islam (e non certo la più diffusa). Come già detto, i veri fondamentalisti cioè coloro che si rifanno la fondamento oggettivo che rimane il solo Corano, sarebbero i coranisti. La posizione salafita ha lungamente coinciso con la scuola hanbalita ed era infatti questa la posizione che espressero Ahmad ibn Hanbal (780-855) e Ibn Taymiyya (1263-1328) e Ibn Qayyim al-Jawziyya (1292-1350)  sebbene si debba considerare che, in questo contesto, tale posizione era teologica e per certi versi anche riformista dal momento che si opponeva al sovrastante potere califfale che aveva una sua potente corte intellettuale fatta di filosofi, teologi e sufi. La posizione “salafita” torna in auge nel XIX° secolo in Egitto e successivamente in Tunisia con il carattere di una concretamente socio-politica, utopia retrospettiva (il termine si deve a M. Campanini) che indicava ai musulmani come recuperare autostima e progettualità sociale e politica, contro il disfacimento etico e politico portato dalla colonizzazione europea e dal devastante impatto con la modernità. Su gli stessi temi e con parzialmente coincidente punto di vista, si trovò Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792) la cui dottrina -il wahhabismo- è fondante e tutt’ora ordinativa dell’Arabia Saudita. Wahhabita è anche l’ispirazione dello Stato islamico-Isis. Neo-salafita è detta la posizione di al-Hasan al-Banna (1906-1949), fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani e di Sayd Qutb (1906-1966), tutti originari dell’Egitto. L’intera area culturale però non è affatto omogenea. Le antiche posizioni teologiche non portano di necessità a quelle politiche moderne. Mentre la posizione antica era in un certo senso “riformista” il suo revival moderno è diventato letteralista. Il taglio egiziano dei Fratelli Musulmani non è quello wahhabita dei sauditi ed entrambi non sono coincidenti con quello di molte formazioni neo-salafite tipo al-Qaeda. Come sempre, i musulmani partono all’Uno e si perdono nel molteplice che ostinatamente rifiutano nell’ideale ma assiduamente praticano nel reale.

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PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM. (3) I testi e le interpretazioni.

Nella prima puntata del nostro studio, abbiamo presentato il cuore del messaggio coranico. Nella seconda puntata, abbiamo presentato il resto del contenuto coranico. In questa terza, analizziamo la genesi dei testi (Corano, biografie di Muhammad, sunna) che costituiscono il fondamento dell’islam.

IL CORANO.

downloadxn7Corano, Qur’an, significa “recitazione”. Il termine compare nel testo e come titolo della Rivelazione ed è dunque una affidabile auto-definizione. Occorre subito dire che il Corano, secondo la tradizione che poi analizzeremo, venne composto in forma scritta, circa venti anni dopo la morte del Profeta. Durante tutta la vita e predicazione di Muhammad  e per due decenni dopo la sua morte, il Corano era una collezione di frammenti memorizzati da più persone, in alcuni casi appuntati -pare- su i più vari supporti. Questo giacimento disperso di frasi e versi, venne raccolto ed assemblato dal terzo dei primi quattro califfi, poco dopo il 650, venti anni dalla morte di Muhammad. Compilata la versione canonica, la tradizione afferma che ne vennero fatte quattro copie inviate ai quattro principali centri dell’Islam, con l’ordine di distruggere ogni altra versione precedente. Alcuni storici occidentali ipotizzano che la versione definitiva, si stabilizzò addirittura nel X° secolo ma tale ipotesi appare fragile e piuttosto ideolocizzata. Come detto, il Corano si compone di 114 sure (capitoli) e più di 6000 versetti rivelati nel corso di ventidue anni. Le sure sono ordinate secondo l’ordine di dimensione decrescente, tranne la prima, l’Aprente che è breve. La tradizione non spiega la ragione di questo strano criterio. Le sure sono definite meccane o medinesi a seconda del periodo in cui vennero rivelate ma in alcune meccane sono interpolati versi medinesi e viceversa. Chi e come abbia sovrainteso a questo criterio di composizione non è dato sapere anche se la tradizione afferma che fu lo stesso Muhammad (poco credibile), via via che gli si rivelavano i versetti. E’ comunque assai improbabile che sure come le primissime fossero memorizzate interamente da una stessa, singola, persona[1] e quindi, probabilmente, non esistevano come unitarie nella tradizione orale .  cop6kMolte sure sono anticipate da lettere maiuscole puntate il cui significato non è conosciuto. I versi e le stesse sure, mostrano stili di composizione assai diversi. Quelle meccane sono in genere più centrate sul nucleo centrale della predicazione (fede incondizionata nel Dio unico, preghiera-obolo, giorno del Giudizio), sono più brevi, poetiche ed emotive mentre quelle medinesi affrontano i primi problemi pratici della nuova comunità (guerra, riti e pratiche di fede, leggi etc.) sono più lunghe e normative.  Ogni sura si apre con “Nel nome di Dio, Clemente e Misericordioso”, tranne la IX (medinese). Per lungo tempo, non si è convenuta una unica modalità di lettura  (cadenza, musicalità, accenti e pause), poi se ne sono privilegiate 14, poi 10, poi 7 e dall’edizione egiziana del 1924, una specifica[2] che attualmente è la canonica.

Né Dio, né Muhammad hanno mai sentito il bisogno di dar forma scritta al messaggio. Pare che i primi due califfi rashidun (i ben guidati), Abu Bakr (632-4) e ‘Umar (634-44) misero assieme collezioni scritte del testo ma non le divulgarono perché, secondo loro, non era questa la volontà di Muhammad. Il testo nasce per esser pronunciato, introiettato, ripetuto. L’apertura “Recita:…” o “Dì:….” ricorre in più di 300 casi. Così “a memoria”, il Corano vive ancora oggi nella preghiera.  Il testo si definisce “chiaro e scevro di dubbi” (II,2; XLIII, 2-3; XLI, 2-3; XII, 1-2)) e continuamente invita a recitarne il contenuto. E’ il testo stesso a giustificare il fatto di esser stato rivelato a pezzi e non tutto in una volta, anche per memorizzare l’esatto ritmo di recitazione, ritenuto molto importante. Infine, alcuni temi come la Gente del Libro (ebrei, cristiani, sabei, zoroastriani), Giudizio Universale e Resurrezione, inceduli-miscredenti-ipocriti, inferno-paradiso, personaggi imagesv5come Abramo-Faraone-Gesù-Maria e soprattutto Mosè (presente in più di 35 sure), preghiera-elemosina, vizi-virtù, sono tutti ripetuti più e più volte nel testo completo. I versetti più contrastati (le basi della shari’a), tutti medinesi, compaiono una volta sola o poco più.

Vi è poi una sorta di clausola ermeneutica (III, 7) in cui è Dio stesso a dire del testo che esso contiene versetti distinti ed altri meno distinti (indistinti, oscuri, ambigui). Coloro nei cui cuori c’è obliquità, si accaniscono su i versetti indistinti, oscuri, per metter zizzania (fitna) e fare dell’interpretazione mentre “l’interpretazione la conosce solo Iddio”. Così (III, 78) Dio tuona contro coloro che “contorcono con la lingua il testo” per far credere cose che il testo non dice affatto. Infine, si ripete di continuo che il senso del messaggio (credere-preghiera ed obolo-timore del giorno del Giudizio) è sempre lo stesso, lo stesso di tutte le altre precedenti rivelazioni e del resto se “totalmente dediti” nell’ atteggiamento, anche gli altri monoteisti andranno in paradiso. Anche seguendo diverse pratiche di fede e soprattutto diverse norme giuridiche. Dio ha scelto l’ultimo dei profeti, non per innovare, ma per ribadire, in semplicità e chiarezza, cose già note.

Da tutto ciò si potrebbe trarre la radicale conclusione che il Corano intero fosse una operazione di trasferimento orale di un messaggio semplice che va semplicemente ripetuto ed altrettanto semplicemente seguito senza indugio nelle sue parti fondamentali. La sua comprensione è inequivoca e non c’è spazio per l’ermeneutica. Di esso di deve privilegiare la “sostanza” e la forma quanto a convinzione e consapevolezza. Se Dio e Muhammad non hanno inteso fornire indicazioni giuridiche più precise che non quelle necessarie ai tempi e nessun tipo di indicazione politica, vuol dire che questa parte, dovrebbe andare alla libera interpretazione umana. Non è neanche detto che la comunità dei credenti debba intendersi unica sul piano politico (il testo stesso ricorda che Dio ha creato apposta gli uomini divisi come la Torre di Babele, dell’Antico Testamento racconta). Il contratto di fede è: credi, prega, fai l’elemosina, comportati da totalmente dedito e il giorno del Giudizio sarai salvato, altrimenti, dannato. Filosofia, teologia, sufismo, misticismo, rigidità giurisprudenziale, concetto di tradizione, sunna, biografia di Muhammad, scuole giuridiche, fondamentalismi e laicismi, moderna ermeneutica e decostruzione sarebbero tutte cose umane che risponderanno, il giorno del Giudizio, della loro presunzione di attinenza a quella Verità di Dio che è espressa in maniera semplice, continuata e ripetuta, senza contraddizioni. m4c0I-OOxYC5BY8UhKa1s3QIl “cuore” di un messaggio universalistico, rivolto a tutti come è logico pensare fosse negli intenti del Dio che parla alla sua Creatura, una “sostanza” poi ampiamente ma chissà quanto pertinentemente manipolata dalla storia araba. Storia di generali ambiziosi, califfi, sultani, emiri, ulama, generali, re ed èlite etniche di vario tipo. Storia di massacri, nepotismo, delitti, trame, poteri in lotta tra loro anche attraverso la manipolazione interpretativa del testo divino.

Abbiamo precedentemente suggerito, per il Corano, una comprensione olistica. Per “comprensione olistica[3] noi intendiamo appunto il fatto che la semplice lettura del Corano dà una percezione chiara e distinta del messaggio principale. Certo vi sono parti oscure, contraddizioni, scarti improvvisi, salti di stile e di contenuto ma l’aver fatto diventare un discorso un testo e l’aver fatto diventare il testo un libro che contiene tutto ciò che c’è da sapere sul rapporto tra uomo e mondo in chiave islamica, ha probabilmente distorto la sua iniziale intenzione. La sua natura orale, la fruizione complessiva come flusso, la ripetizione de temi fondamentali, ha forma assai diversa dal rapporto scritto, specie se ravvicinato a questo o quel versetto. Ciò che in esso è passibile di interpretazione e ciò che non vi è contenuto esplicitamente e da esso va in qualche modo dedotto, ha creato un secondo segmento del sistema. Un segmento però “umano, troppo umano”, costruito da élite che volevano giustificarsi e fondarsi come conseguenti lo schema di Dio, giustificazione che intanto riceveva il crisma del successo militare, dell’espansione territoriale, dell’aumentata ricchezza materiale. Questo segmento secondo ha oltretutto retroagito sul primo poiché è in questo contesto che il Corano diventa un canone, ad esso si affiancano le biografie del Profeta e ad essi si affianca la tradizione, la sunna (i fatti che hanno visto presente Muhammad, i suoi detti, i fatti ed i detti dei suoi primi Compagni, dei seguaci, dei seguaci di seguaci), un pacchetto che sarà oggetto di una ulteriore codifica interpretativa che terminerà definitivamente a tre secoli circa dalla morte di Muhammad.

LA BIOGRAFIA DI MUHAMMAD

cop5n0L’esercizio biografico relativo alla vita di Muhammad, ha visto l’impegno di non meno di una cinquantina di autori, solo tra i musulmani più noti. La più accreditata, è databile a 120 – 130 anni dal periodo medinese / morte del Profeta e venne successivamente riveduta e sistemata definitivamente da uno storico che visse a due secoli dai fatti. Si hanno tracce di questa linea di narrazione anche nell’opera del più grande annalista musulmano (Tabari) che visse a tre secoli dai fatti. Le questioni relative alla vita di Muhammad non sono tanto importanti in sé, quanto per il fatto che rivelerebbero la cronologia della comunità dei credenti. Su questa cronologia si è poi cercato di far corrispondere versetti e sure del Corano di modo da creare catene di cause – effetto, tali da porre in relazione ordini di Dio – azioni di Muhammad o fatti di vita, individuali o collettivi – commenti di Dio. Questo non solo per rafforzare il senso formativo del discorso di Dio ma anche per rinvenire per deduzione la stessa cronologia dei versetti e delle sure che come si sa, il Corano pone in sequenza secondo il bizzarro criterio dell’ordine dimensionale decrescente[4].

La cosa più evidente delle biografia del Profeta, è la costruzione per la quale per quaranta anni Egli visse in preparazione della seconda decisiva parte della sua vita. Nel senso che i ragguagli biografici su questi primi quattro decenni sono assai scarsi. Scarsi, in particolare, per quel periodo forse decisivo che andò dall’affidamento del giovane orfano alle cure dello zio (ca 578), al matrimonio con la prima moglie,  Khadija (ca 595), ai primi anni del felice matrimonio fino all’inizio della Rivelazione (610) e Sua divulgazione (613). Già con lo zio, Muhammad sappiamo che compì viaggi commerciali in Siria ma nei quindici in cui si trovò a capo dell’intera e voluminosa impresa commerciale della ricca moglie, non si può non immaginare che tali contatti cosmopoliti, crebbero di dimensione ed intensità. Da i venticinque ai quaranta anni, si aveva senz’altro il periodo più formativo per un giovane con ampie ed importanti responsabilità di commercio internazionale, molte possibilità di incontro, di confronto, di dibattito teologico e politico. Forse in Yemen, sicuramente in Siria ed Abissinia, probabilmente in Iraq. copv7La Siria del VII secolo era un ricchissimo crogiuolo di idee ellenistiche, gnostiche, cristiane, ebraiche, mistiche ed eretiche. Nulla di tutto ciò è riportato nelle biografie che, tra l’altro, dovettero -ex post- sistematicamente svilire le facoltà intellettive e conoscitive di colui che doveva poi risultare, assai poco credibilmente,  analfabeta o quantomeno illetterato.  Prima dell’inizio della rivelazione e soprattutto della sua pubblica divulgazione (613), sappiamo che a Mecca, egli godeva di altissima considerazione pubblica  e non per il suo senso degli affari (che comunque pare non fosse trascurabile). Forse Muhammad aveva una forte anima intellettuale (l’unica in grado di contemplare assieme il suo genio spirituale e quello politico), una cultura magari non necessariamente sistematizzata, che gli donò quell’equilibrio super partes e quelle “ampie vedute” che i suoi concittadini, gli riconobbero con stima, prima che si manifestasse come distruttore dell’ordine tribale. Pare che nella sua vita, Muhammad, fu spesso chiamato a far da mediatore, a Mecca ma poi anche a Medina. Si ricordi che nell’Antica Grecia, gli antichi legislatori, Solone, Licurgo, erano individui dotati di alta cultura individuale, fuori dai giochi settari e clanici, chiamati all’arbitrato proprio perché stimati e privi di conflitti d’interesse. Oltre ad essere tramite della Rivelazione, Muhammad sembra esser stato anche questo: il creatore e legislatore degli arabi.

A questo punto è necessaria una precisazione. Chi scrive, aderisce all’ipotesi formulata dallo storico francese M. Rodinson. Rodinson ipotizza che Muhammad fu effettivamente preda di visioni, esperienze non razionali, turbolenze mistiche. Ciò nel senso che non s’ipotizza un Muhammad freddamente e scientemente inventore del suo dio e del suo lungo discorso. I credenti possono anche sostenere che tali visioni, esperienze non razionali ed attacchi mistici fossero reali sedute di contatto col divino. E’ ininfluente ai nostri fini, definire l’una o l’altra ipotesi. Quello che però si ipotizza è che Muhammad non fosse “materia totalmente inerte”, probabilmente inconsciamente o chissà, forse in alcuni casi (soprattutto nel periodo medinese) coscientemente, ciò che era nella mente e nell’esperienza dell’uomo Muhammad, si impastò con l’imput spirituale[5]. Le sue stesse copvm0biografie ricordano di episodi in cui i suoi compagni gli chiedevano se quanto da lui detto o stabilito o fatto fosse dettato di Dio o sua personale interpretazione, è probabile che ai tempi, le due cose fossero impastate tra loro. Sarebbe altresì congruo sul piano logico che Dio avesse scelto  un uomo intelligente, colto, impegnato e già motivato a cambiare l’informe materia di un popolo primitivo e barbaro, un uomo in grado di tradurre in prassi concreta l’appello alla fede, al suo esercizio, al timor di Dio.    Si fa un torto alla per quanto imperscrutabile logica di Dio, pensare che il Dio ispirato delle potenti visioni contrattuali, escatologiche, etico-morali, soprattutto del periodo meccano, che parlava a Muhammad perché questo parlasse al mondo del suo tempo perché questo trasmettesse il messaggio all’intera umanità di ogni tempo,  si sia dedicato in una certa parte del periodo medinese ad entrare nei particolari della poligamia, delle divisioni ereditarie, delle normative giuridiche sostanziale elementarità quale quella della prima comunità dei musulmani ed oltretutto, essendo onnisciente, senza tener conto che tali norme sarebbero poi valse per migliaia e decina di migliaia di anni a venire. Dio sa che la freccia del tempo accresce la complessità, come sosteneva tra gli altri il filosofo gesuita Teilhard de Chardin ed è molto poco probabile che pensasse che ciò che si andava a stabilire nel contingente, dovesse poi avere valenza eterna.

SUNNA.

31Ep80hvxrL._BO1,204,203,200_La sunna è una raccolta di fatti e detti (hadith) del Profeta (e non solo arrivando in altri casi ad includere i primi compagni, i seguaci di questi ed addirittura i seguaci dei seguaci) che costituisce, assieme al Corano, la base della shari’a ovvero la fonte della legge dell’islam. Ne sono esistite e tutt’ora ne esistono, diverse versioni, di cui almeno sei sono considerate le più attendibili[6]. Due in particolare spiccano per affidabilità e considerazione, entrambe raccolte intorno al IX° secolo. A più di due secoli dai fatti. L’affidabilità è data dal lavoro di ricerca del compilatore / selezionatore, ovvero, dalla ricostruzione e verifica di attendibilità della catena di trasmissione (A riferisce che B ha riferito che C etc.) che vale, tanto più è completa, tanto più è composta da personaggi noti ed affidabili, tanto più giunge a prime testimonianze contemporanee la vita di Muhammad.  Complessivamente, queste raccolte costituiscono la “tradizione” che rappresenta il corpus culturale dottrinario dei sunniti. Sunniti e sciiti hanno raccolte diverse.  Vi è anche chi rigetta integralmente la tradizione di queste raccolte e separa nettamente senso e significato del Corano da una parte e biografie e raccolte di hadith dall’altra[7]. Certo è palese il baratro logico che c’è tra la credenza totalmente dedita a quella che si ritiene parola di Dio e tutta la vasta collezione di opinioni umane che vi si è appiccicata come estensione.

L’ISLAM UNO E MOLTEPLICE.

La base spirituale definitiva di tutta la vita come concepita dall’Islam è eterna e si rivela                                 nella varietà e nel cambiamento. Una società basta su una tale concezione della realtà deve riconciliare, nella sua esistenza, le categorie della permanenza e del cambiamento.

Muhammad Iqbal (1877-1938)

L’intera materia (scelta, compilazione ed interpretazione dei testi) è stata ovviamente oggetto della più intensa dialettica ermeneutica spinta sia dalla indomita pluralità dei punti di vista degli esperti, dei teorici, dei teologi, dei giurisperiti, sia dalle occasioni storiche che hanno proposto sempre nuovi problemi per i quali andava trovata una qualche base di riferimento in ciò che avrebbe pensato, detto e fatto Muhammad se fosse downloadb8lstato ancora in vita, il tutto mosso e condizionato da interessi politici e dalla differenziazione etnica in un islam sempre più vasto. Già il segmento dei primi quattro califfi mostra evidenti disordini interni al sistema: dalle varie guerre della ridda (rivolte delle tribù beduine e di quelle dell’Arabia orientale e meridionale riottose a subordinarsi ad un potere centrale di origine meccana),  alla prima di due delle guerre civili interne, passando per il fatto che tre di loro morti uccisi da nemici interni (erano “ben guidati” ma non secondo tutti, evidentemente) e l’inconcepibile scissione interna alla comunità tra coloro che poi saranno dominanti (sunniti) e le due fazioni minoritarie (sciiti e kharigiti). Da subito s’impone la decisione di costituire un vicario di Muhammad solo per la sua parte di capo civile e militare, non spirituale. Ma la guida spirituale non fu evitata per lasciare ad ogni individuo la libertà del rapporto con la Scrittura divina, fu evitata per lasciar spazio ad un intreccio di testi, comuni credenze, sentenze di esperti, consenso tra le élite che, costruite politicamente, resero l’interpretazione, tanto impersonale e fintamente oggettiva, quanto obbligata.

Qui si fonda il problema islamico. Alla parte universalistica del Corano venne appiccicata una extension socio-geo-storicamente determinata col risultato di aver travasato la credibilità ed intangibilità della prima sulla seconda ed aver sigillato questa con il tabù dell’intoccabilità riservato alla parola di Dio[8]. copn7dL’élite tribale meccana ed araba, diventa il vertice del sistema militare, politico e giuridico che avrà una espansione imperiale nella quale le nuove etnie diverranno subalterne e seconde a quella originaria dotata di chissà quale presunto crisma divino. La fondazione politica, militare e culturale del sistema, fondazione operata da uomini sempre meno onesti, umili, egalitari e spirituali, diventa una tradizione collegata e saldata con la Rivelazione e quindi dotata di un universalismo a-storico che è l’esatto contrario della sua reale natura.  La storia, per quanto di successo, di una sparuta élite araba di convertiti meccani dell’ultima ora dediti alla trama politica ed all’azione militare continuata (la dinastia Omayyade), si sovrappone e sequestra un nucleo universalistico rivelato da Dio in persona.

Quel Dio che cercava uomini e donne semplicemente ma totalmente dediti alla fede, alla preghiera, alla carità, al timore del Giudizio Finale[9].

(3)

IntroduzionePrima puntataSeconda puntata.

[1] Le sure 2,3,4,5, con cui si apre il Corano, sono tutte medinesi e da sole rappresentano circa il 20% di tutto il Corano.

[2] Abbiamo molto sintetizzato di quel processo che portò alla redazione base del testo. Esclusa la scuola cosiddetta revisionista occidentale, animata soprattutto (ma non solo) da anglo-sassoni ed israeliani, la quale sostiene che la stabilizzazione del testo fu molto tarda, intorno al X secolo addirittura, c’è ampia convergenza di tutti gli altri, nel ritenere il Corano base, venne prodotto ai tempi che indica la tradizione. Il problema semmai è capire quanti corani ci fossero prima e come si arrivò alla sintesi canonica. Nel 1971, a Sana’a in Yemen, una equipe di studio tedesca, ha trovato un gran numero di antiche pergamene radio-datate esattamente ai tempi della metà del VII secolo. Su queste pergamene sarebbe riportato il testo coranico versione uthmanica (‘Uthman fu appunto il terzo califfo che procedette alla compilazione del primo canone) ma esso sarebbe stato sovrascritto su un altro testo più antico (a questo punto precedente il 650) che ancora non si è ben capito se sia un Corano pre-codificato o un commentario o una guida alla sua lettura. Elementi che ampliano il possibile orizzonte ermeneutico del testo base sono: 1) la scelta di quali versi vennero confermati e quali no; 2) quali porre prima e quali dopo (rilevante per il noto problema dei versi abroganti ed abrogati ovvero le “contraddizioni” interne alla Scrittura); 3) chi scelse e perché il “non-ordine” della dimensione decrescente delle sure  (una tradizione parallela, sostiene che ‘Ali, da cui discenderà lo sciismo, fosse in possesso di un Corano cronologico); 4) quali sure o versetti erano stati realmente trasmessi e quali facevano parte di una sorta di “prima tradizione orale” circolante, non sempre o totalmente di origine “divina”; 5) cosa eventualmente contenessero i versetti perduti; 6) un intera area problematica è poi quella del come si rese per scritto l’arabo parlato stante che il secondo era ben più ricco e sfumato del primo ovvero come poi si trasmise testo ed interpretazione, stante che all’inizio l’arabo scritto era privo di punteggiatura e segni diacritici. L’intera questione però potrebbe esser rilevante fino ad un certo punto. Il Corano ha una struttura testuale centrale che vede ripetute le stesse cose più e più volte, in molto modi diversi ma mai contradditori. Queste cose non possono aver risentito di alcuna eventuale manipolazione poiché appunto, sono confermate di continuo, in molti modi e sono perfettamente coerenti tra loto. Semmai, i problemi potrebbero esserci per le questioni più discusse ovvero per quelle che compaiono anche una volta sola e risultano per forme e contenuti, apparentemente “fuori formato”. Ciò vale soprattutto per certe sure e versetti medinesi, per questioni di shari’a che è poi l’argomento che più interessò l’esegesi della seconda metà del VII secolo e tutto il tempo successivo, che è poi il cuore del problema dello strutturale conservatorismo islamico da cui deriva il fondamentalismo contemporaneo.

[3] E’ questa, ci sembra, la posizione di Fazlur Rahman, noto studioso di islam e filosofia indo-pakistano. In particolare, Rahman consiglia di separare il contenuto universale da quello particolare di modo da dar lunga vita ai temi coranici centrali e lasciare allo specifico dell’Hijaz del settimo secolo, le disposizioni specifiche relative a quel particolare contesto. Anche l’indo-sudafricano Farid Esack sostiene che tra i suoi sei paradigmi ermeneutici per la corretta interpretazione del Corano, c’è il tawid, il principio dell’unicità di Dio che deve riflettersi come unicità degli approcci interpretativi  filosofici, teologici, giuridici e politici senza che alcuno di essi prevalga su gli altri e senza che uno di essi venga approcciato nell’assenza degli altri.

[4] L’impressione che si ricava è che questo ordine, diciamo così “neutro”, sia infine prevalso per l’impossibilità di ricostruire l’esatta cronologia originaria ma anche per creare un palinsesto disordinato (“un caos senza speranza” secondo la appuntita definizione di una delle più autorevoli studiose del Corano contemporanee, Angelika Neuwirth) al fine di metterci dentro un po’ tutto ed il suo contrario.

[5] Si tenga conto che la forma orale della predicazione coranica, poteva ben sostenere frasi riferite come instillate da Dio ed interpretazioni, aggiunte, specificazioni date da Muhammad.  Nel senso che fu la successiva messa per iscritto a creare il problema facendo di tutto il discorso circolante, Parola di Dio. E’ possibile che presso i suoi contemporanei, nessuno facesse distinguo tra le due fonti dal momento che Muhammad aveva ben diritto al ruolo di messaggero ma anche di interpretante e di legislatore. Successivamente, si comprese il rischio di mantenere il Muhammad interpretante-legislatore (a quel punto sospettabile di essersi inventato il tutto) e lo si retrocesse a megafono privo d’intelletto (il suo presunto e poco credibile per un mercante internazionale di successo, analfabetismo) cosa che contrasta palesemente poi con la successiva scelta di seguire i suoi hadith.

[6] I primi due compilatori della sunna formata da versetti ritenuti attendibili, ne scelsero solo diecimila su una base circolante di circa trecentomila.

[7] La posizione “coranista” è sempre stata ritenuta ai margini del consentito, a volte anche oltre ovvero passibile di apostasia. Essa si basa su tre presupposti: 1) il Corano prevede al suo interno l’appropriato atteggiamento ermeneutico ed esclude esplicitamente che vi possa essere una interpretazione più autorizzata delle altre; 2) il Corano stabilisce con chiarezza la natura umana e quindi fallibile di Muhammad stesso per cui non si vede come suoi presunti detti o fatti possano venire equiparati alla parola di Dio: 3) la compilazione di queste raccolte è tarda, contrastata ed assai poco affidabile; anche se di base il discrimine principale è che una cosa è la parola di Dio, un’altra tutto ciò che non lo è.   Oggi è propria dei movimenti liberali e modernisti, riformisti e progressisti, influenzati da intellettuali e filosofi presente soprattutto presso i musulmani occidentali  che vivono in semi clandestinità intellettuale. La posizione filosofica dei mu’taziliti si avvicina a questa impostazione, era un teologo e poeta mu’tazilita Ibrahim an-Nazzam (775-845) il primo ad esporre questa posizione.  I riferimenti coranici su cui si basano sono: VI,38 – XVIII,54 – VI,114-115 – XLV, 2-6 – LVI, 77-81 – LXXVII, 50.

[8] Questa suddivisione in due strati del messaggio coranico è in pratica la strategia ermeneutica più diffusa tra coloro che hanno cercato di salvare la Scrittura dall’imbalsamazione conservatrice e dare all’islam, una strada aperta verso l’adattamento alla modernità. Oltre al già citato indo-pakistano Fazlur Rahman è questa la strategia dell’egiziano Nasr Hamid Abu Zayd. Zayd propone una separazione tra senso e significato. Il senso è l’universale ed è stabile, il significato non può che connettersi ai contesti, variabili questi, variabile il significato stesso. Zayd ha recentemente evoluto la sua riflessione, arrivando a definire il Corano “un discorso” (non diversamente da quanto abbiamo qui fatto noi stessi). Tale discorso di Dio, si relaziona alle diverse realtà che si presentarono a Muhammad ed all’umma durante la Rivelazione. Così impostato, il discorso mantiene una sua generalità ma anche le sue specificità che però tali vanno valutate. La strategia è quella di disarticolare la strategia dell’abrogato-abrogante, di quei “versetti della spada”, medinesi, che avrebbero sostituto i versetti della pace e della tolleranza, meccani. Il teologo egiziano è stato condannato per apostasia in Egitto, il suo matrimonio è stato sciolto per legge ed è dovuto emigrare in Olanda dove è morto nel 2010. La stessa strategia si trova nell’iraniano ‘Abdolkarim Soroush che separa il testo dalla conoscenza che ne deriva per uomini ambientati storicamente.

[9] Interessante a riguardo la posizione dell’algerino Muhammad Arkoun, il quale sostiene che dal punto di vista religioso, l’islam è protestante (rapporto diretto tra individuo e la Scrittura) ma politicamente è cattolico “nella misura in cui, dopo gli Omayyadi, lo stato (ossia il potere politico) ha confiscato questa libertà propria dell’Islam di costituirsi in sfera autonoma dallo spirituale”.

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PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (2). L’etica comportamentale del Corano. Pratiche di fede, valori, leggi.

INTRO.

Nella prima puntata del nostro “piccolo studio sull’islam” abbiamo cominciato ad inquadrare il contenuto del contratto-relazione tra Dio ed ogni singolo credente, contenuto che è il condensato primo del testo coranico. Tale relazione vede da una parte Dio e dall’altra l’individuo umano, l’essere umano che  riconoscendo Dio ed attenendosi alle Sue disposizioni, vivrà una eternità di letizia e di benessere. Coloro che non lo riconosceranno apertamente o simulando tale riconoscimento solo da un punto di vista formale, coloro che infrangeranno le disposizioni contrattuali senza sincero pentimento, vivranno l’eternità di uno spavento ed un dolore senza fine.

IslamseAbbiamo accennato che il primo termine del contratto è il pieno abbandono ed immersione di fede a cui seguono alcuni precetti etico-comportamentali che saranno l’oggetto di questa seconda parte. Per norme per l’esercizio della fede, intendiamo il dovere inderogabile per ogni credente musulmano, di attenersi a cinque precise pratiche codificate detti i “cinque pilastri dell’islam”. Per valori etici, intendiamo norme etiche che si ricavano con chiarezza dal discorso di Dio e che costituiscono il regolamento assiologico sotteso al contratto coranico. Per principi giuridici intendiamo le norme giurisprudenziali (fiqh) della legge islamica (shari’a)[1] che tratteremo solo nella versione dominante che è quella sunnita (90% dell’islam).

PARTE PRIMA

LE NORME PER ESERCIZIO DELLA FEDE: ci riferiremo alle pratiche di fede, raccolte in quel pacchetto di disposizioni conosciuto come “cinque pilastri dell’islam”. Il musulmano ha cinque obblighi connessi alla pratica della sua fede.

Il primo è semplicemente pronunciare la frase di conversione all’islam con sincero ed autocosciente intento e davanti a due testimoni ovvero per i nati musulmani,  ripeterla con convinzione durante i propri pronunciamenti di fede. Come detto è la frase che ribadisce che si crede nel Dio è unico e che Muhammad è il suo profeta[2].  Oltre a ribadire il dogma centrale del sistema che è il monoteismo assoluto, la frase dispone a credere alla parola di Dio e quindi al Corano, per come venne trasmessa dallo stesso Muhammad. Durante la sua vita, un musulmano ripete la shahada centinaia di migliaia di volte. Essa ha una forte funzione identitaria, tant’è che è stampata su numerosi vessilli, da quello dell’Arabia Saudita a quello dell’Isis. Bruciare una bandiera dell’Isis ad esempio, come certi occidentali pretenderebbero in segno di ripudio da parte dei musulmani moderati, significherebbe compiere uno dei più grandi sacrilegi Shahada_by_erichilemexper la shahada che vi è contenuta.   Solo un gradino sotto, nel Corano, troviamo la preghiera (citata in più versetti di almeno cinquanta sure coraniche diverse) e l’elemosina, quasi sempre  citate in coppia.

Il secondo pilastro è dunque la preghiera, cinque volte al giorno, rivolti verso Mecca, con relative genuflessioni, da fare in compagnia o da soli, il venerdì a mezzogiorno comunque in Moschea dove c’è un enunciatore (imam) da seguire. Consta della frase di conversione detta anche testimonianza, della prima sura del Corano detta l’Aprente, di parti del Corano memorizzate (in arabo), se si ritiene si può aggiungere qualcosa di personale. Si ripete in più cicli. Si termina, se in pubblico, augurando pace al vicino di destra e di sinistra. Prima occorre lavarsi e predisporsi in purezza. I commentatori si sono sbizzarriti sul concetto di purezza ma per altri versi, potrebbe anche essere inteso come un semplice rito che sottolinea la specialità del momento in cui ci si rivolge a Dio. In un verso, si fa presente che non si deve pregare se non si è sobri ma in linea più generale, a me sembra che più e più volte s’insista su un concetto ben preciso e comprensibile: non si deve avere rapporto con il fatto religioso (che sia preghiera, lettura del Corano o professione di fede) se non in stato di profonda autocoscienza. Cioè se non si è ben concentrati, consapevoli e presenti a ciò che si sta dicendo e facendo. muslim-praying_rationalhub_130130-article1L’islam non è una fede formale. Quando si è in relazione al fatto religioso, bisogna esser musulmano, cioè “totalmente dedicato”, sincero, concentrato sull’atto e sul significato. Così, anche le sacre abluzioni, avranno pur avuto un significato dati i tempi e le circostanze di una vita che facile non era (lavoro all’aperto, viaggi a 40° gradi, guerra) ma più che altro, sembrano uno stacco, un prendersi cura di sé perché quel sé lo stiamo portando davanti a Dio. Si noti il fatto che si stacca, ci si raccoglie e si prega, cinque volte al giorno (taluni ritengono che il Corano ne prescriva solo tre[3]), tutti i santi giorni e cinque volte al giorno si ripete la professione di fede e la sura Aprente, più pezzi del Corano e l’invocazione che Allah è grande. Sono poco meno di 150.000 volte, durante una vita media.  Il processo di auto conferma del credo e dei suoi contenuti è continuo, un vero e proprio training autogeno[4]. Altresì, oltre al vincolo della Moschea, poiché è consigliata la preghiera assieme, tutto aiuta la formazione comunitaria, incluso il doppio augurio di pace ai vicini.

Il terzo pilastro che è comunque importante al pari della preghiera è l’elemosina. Questa verrà poi data a poveri, ai bisognosi, per riscattare i meno fortunati (schiavi e creditori), per i viandanti (doveri di ospitalità per una società accerchiata da seminomadi, nomadi e carovane di vario tipo) nonché per una non meglio spiegata “lotta sulla via di Dio” (IX, 60)[5]. E’ questo il cuore di quella tendenza semi-egalitaria e solidaristica che informa l’Islam dalle origini e fatto che contribuisce ulteriormente a far sentire il musulmano come appartenente ad un comunità con obblighi comunitari. Semi-egalitarismo perché altrove non si disdegna il fatto che Dio stesso ha posto gli uomini su differenti gradini della scala sociale (VI, 49) ma evidentemente si ritiene che tale scala debba essere del tipo corto o comunque far percolare dall’alto ciò che manca a livello di sussistenza, in basso. images zakatLa tassa che i musulmani impongono ai credenti delle altre religioni che vivono in terra islamica, compensa questa elemosina che il diversamente credente ovviamente non versa. Se si vive su quella terra, si hanno comunque obblighi comunitari anche se versati per altra via. Addirittura, alcuni opinano che nei primi tempi, nuove popolazioni conquistate, si convertirono perché l’obolo era inferiore alla tassa. Comunque è interessante questa precoce forma di welfare che da noi verrà lasciata al libero arbitrio fino a Otto von Bismarck, XIX° secolo. Ricordiamo che dopo la conversione o testimonianza di fede, l’obolo è un precetto vincolante, di importanza pari della preghiera.

Il digiuno nel mese di Ramadan, quarto pilastro, può darsi fosse un altro di quei esercizi spirituali di ricentraggio su se stessi fatto attraverso una minima privazione (il digiuno ed altre piccole privazioni intercorrono tra l’alba ed il tramonto) , privazione che forse aiuta anche ad immedesimarsi in chi di privazioni vive. Il Corano è diviso in trenta parti per esser letto o recitato a memoria completamente durante i trenta giorni di Ramadan. Non è escluso avesse effetti salutistici così come i tabù alimentari prescritti che sono poi molto simili a quelli ebraici e condivisi nell’intera zona.

Il pellegrinaggio, fece di Mecca il centro eterno del mondo islamico. Esso servì anche ad avvicinare genti di stessa fede ma di origini da quasi subito molto eterogenee (ricordiamoci l’incredibile estensione orizzontale dell’islam, dall’Atlantico all’India, oggi Pacifico), a rinforzare il senso di comunità e collettività, a dar evidenza della centralità della cultura araba nel sistema, a trarre impressione dalla frequentazione dei luoghi dell’origine del tutto. Pur essendo individuale, il pellegrinaggio così come la preghiera possibilmente in compagnia e quella del venerdì in Moschea, sono tutti riti di formazione comunitaria. Ma 21-ramadanil pellegrinaggio, aggiunge un forte sapore identitario e tradizionale poiché tutto iniziò quando Muhammad era a Mecca, quando la Ka’ba, la costruzione cubica solitamente coperta da un drappo nero ad un cui angolo è incastonata una pietra nera di probabile origine meteoritica, era il centro di un culto politeista, sebbene la tradizione dicesse che essa fu costruita da Abramo in persona, nel nome del più antico dei culti del Dio unico. Il pellegrinaggio a Mecca è una istituzione tarda del periodo medinese ed al di là del recupero di un tradizione meccana pre-islamica, fu un gran regalo che Muhammad fece alla città di commercianti che da allora, vive di turismo religioso.

Sono previsti emendamenti parziali per malati, viaggiatori, impossibilitati per tutte e cinque le disposizioni, l’importante è poi recuperare e fare ciò che va fatto (o anche compensare come rompere il digiuno ma far del corrispondente bene ai poveri) in perfetta presenza, disponibilità e coscienza. 0001883_islamic-ethics-and-character-buildingDio non si formalizza (è Clemente e Misericordioso) ma il credente sa che alla fine i conti debbono tornare in pari per il giorno del Giudizio. Il messaggio è sempre lo stesso: indicare, responsabilizzare, attendere la non formale, totale adeguazione.

VALORI ETICI: Il primo precetto, ci sembra l’onestà e la sincerità. L’intera relazione Dio – credente è impostata su un piano di perfetto realismo, si dice quel che si farà, si farà quel che si dice. Non è prevista nessuna riserva, nessuna autonomia interpretativa da parte del contraente il contratto. Tale norma si riflette anche sulle interrelazioni comunitarie. Il Corano, abbiamo detto, è un contratto ed al suo interno più volte si fa menzione della necessità di redigere contratti, patti, accordi, chiari, equi, scritti (non opinabili), davanti a testimoni. Muhammad stipulò parecchi contratti per normare le relazioni con altre tribù, incluso l’atto finale delle sfida con i meccani.  Il tutto, tende a creare relazioni prevedibili e quindi ordine. E’ questo anche ciò che risulta dalla preminenza del diritto islamico nella costruzione del sistema culturale, la nuova comunità, tribù unica che scioglieva le tribù precedenti frazionate in clan aveva una doppia impalcatura di coordinate comuni: la fede e le pratiche da una parte, le leggi di interrelazione dall’altra.

A ciò si consiglia di aggiungere l’umiltà e la pazienza. L’intera costruzione islamica pone un Uno assoluto che ha tutti i valori e tutti i poteri e sotto del quale c’è non proprio una perfetta orizzontalità comunitaria, quanto piuttosto la relatività di ogni distinzione. Poiché ognuno è un sottomesso umilmente a Dio che è l’Unico Potere, al di sotto ci si regoli quanto a pretese e soprattutto non si pensi di avere speciali diritti di gerarchia degli uni su gli altri. Questo principio è poi stato ampiamente contravvenuto nelle pratiche sociali e storiche successive.

Quest’ultima notazione ci porta al presunto valore egalitario della comunità islamica. L’islam religioso non è egalitario quanto piuttosto non-gerarchico. La comunità islamica è esattamente quella aristotelica, una moderata differenziazione orbitante non lontano da un “giusto mezzo” (ma se ne trova logica anche in Leggi di Platone), in cui la solidarietà tra musulmani, l’elemosina, l’opera in favore degli svantaggiati, la condivisione tra chi ha di più con chi ha di meno, redistribuisce continuamente le eccedenze verso le mancanze. E’ una società corta ma non piatta, la quale tuttavia è comunque piatta davanti all’immenso potere assoluto di Dio.

Più in generale, mentre le norme comportamentali dell’esercizio della fede valgono sul piano individuale e si riferiscono al rapporto tra individuo e fede, individuo e contratto, individuo e Dio, quelli che qui abbiamo chiamato -valori etici- ed i successivi -principi mezquita-masjid-al-nabawigiuridici-  si riferiscono ai rapporti inter-individuali e quelli tra individuo e comunità. C’è da considerare che il Corano, la formazione della comunità dei credenti convertiti al monoteismo assoluto, interveniva su una tradizione storica che era quella tribale. Il primo islam quindi, deve costruire una nuova società che prenda integralmente il posto di quella vecchia, motivo questo dell’intera travagliata storia della predicazione di Muhammad dal 610 al 632, da Mecca a Medina, dalle battaglie vinte a quelle perse contro i meccani, fino al trionfo finale, alla istituzione fattiva di un “nuovo ordine”. Dalla moderazione dei costumi alla generosità, dalla gentilezza alla sensibilità verso i bisognosi, animali, bambini, donne, schiavi, dalla tolleranza  alla condanna di tutto ciò che può provocare turbamento sociale (adulterio, furto, omicidio, fornicazione, sessualità non matrimoniale, calunnia, ubriachezza, usura, seminare zizzania e divisione -fitna-, avidità, vanità e superbia) alle leggi della reciprocità (legge del taglione), alla generale moderazione e primato del buonsenso, alla solidarietà, tutto punta a creare e proteggere la comunità quale bene sociale prioritario che si sostituisce alle leggi tribali, ai patriarchi, all’egoismo unilaterale, all’eccesso di ambizione individuale, al materialismo della ricchezza,  all’atto estremo magari ritenuto eroico o speciale. E’ altresì ben presente una decisa etica della natura. La vita dell’al di qua si ricorda sempre essere solo un breve passaggio e l’attaccamento ai beni materiali è sistematicamente censurato.  Va quindi da se che l’apostata, essendo colui che si pone fuori di una comunità tale definita dalla condivisione della credenza, è il nemico sociale numero uno proprio perché nega il fondamento stesso della comunità.

PARTE SECONDA

PRINCIPI GIURIDICI. Con i principi giuridici introduciamo delle norme che non sono esclusivamente comprese nel Corano. Esse sono tratte anche e soprattutto dalle pratiche della prima comunità e si trovano nelle raccolte dei detti e fatti del Profeta (sunna) di cui esistono diverse versioni. Alcune non si trovano neanche nella sunna e quindi risalgono alla tradizione in senso più generale, quindi a periodi successivi a quelli della prima comunità (seguaci dei primi compagni e seguaci dei seguaci). Countries_with_Sharia_ruleMa la fonte dei problemi da affrontare ha continuato a rampollare nella storia e così oltre a Corano, sunna e tradizione, alcuni hanno fatto ricorso al ragionamento analogico ovvero al trasferimento di logica da casi noti e prescritti chiaramente ad altri del tutto inediti in base all’esistenza del termine medio di analogia. Laddove ciò non bastasse, si è ipotizzato necessario almeno l’accordo generalizzato dei giurisperiti per gli argomenti più tecnici e della comunità per gli argomenti più legati alle pratiche di fede. La presenza di norme giuridiche propriamente coraniche è piuttosto esigua, il grosso proviene dalla sunna e dalla tradizione. Vi sono casi, inspiegabili sul piano logico (ma spiegabili sul piano pratico), in cui è ritenuto che la sunna potesse abrogare il Corano.

Va subito notato che i giurisperiti s’imposero come i principali interpreti del Corano, non i teologi, men che meno i filosofi, neanche i politici. Nell’islam,  il vero clero è quello degli esperti giuridici. Il Corano diceva già tutto quanto a teologia, non chiamava in causa la filosofia e taceva sulla politica, mentre su gli aspetti del comportamento e dell’organizzazione sociale, la parte medinese del Corano, quella riferita alla vita comunitaria che va dal 622 al 632, già esprimeva alcune norme innovative e fondamentali. E del resto quella comunità e le successive dei primi tempi non avevano certo bisogno di speculazione ma di prassi ordinate. Avvicinandosi però alla realtà concerta dei fatti, questa espressione è anche quella che ha creato le maggiori rigidità dell’islam che dal periodo dell’Egira (622) a oggi ha visto scorrere quasi millequattrocento anni di cambiamento del mondo[6]. copc67Questo potere ai giurisperiti, venne in parte dato dalla decisione iniziale dei primi quattro califfi (che furono anche i primi giurisperiti, funzione che poi si specializzò e radicò in una specifica casta, gli “ulama”) i quali introdussero il concetto di assenso concordato cumulato in tradizione.

L’assenso concordato è un meccanismo che potremmo definire “democratico”. La tribù è una federazione di clan e l’umma, la comunità musulmana, è una federazione di tribù. Fa parte della natura di questi sistemi prevedere che nessuno possa assumerne il comando come Uno se non per esplicita delega da parte di tutti i contraenti il sistema (in un certo senso per “contratto”), per lo più con mandato funzionale e teoricamente revocabile. Ne consegue che le decisioni rilevanti, quelle non di ordinaria amministrazione, debbano esser prese da una assemblea di capi. Così avvenne anche nelle democrazie barbariche germaniche e scandinave ed è da questi filone che discende, via Magna Charta, il concetto di parlamento che assumerà il potere politico inglese nel 1689[7]. Si tenga conto che democratico va inteso nel senso di non mono-elitario, il “popolo” non c’entra quasi nulla essendo l’assemblea decisionale fatta dai capi clan o capi tribù nei casi barbari, aristocratici, preti, militari ed industriali o finanziari nel caso moderno e contemporaneo. E’ la democrazia delle élite, la stessa che si avrà in Occidente fino al suffragio universale che modificò l’assetto anche se, in parte, più sul fronte formale che non su quello sostanziale. La stessa che oggi vorrebbe revocare la macchinosa democrazia popolare perché “vanno prese molte decisioni veloci”.

L’assenso concordato si stratifica nel tempo, si cumula e diventa tradizione. Questa seconda decisione (che non ha alcun aggancio a ciò che prescrive il Corano se non per una indiretta allusione dello stesso Muhammad) fu decisiva. Far della tradizione la norma, significava condannare il sistema all’automatica conservazione, ogni nuova domanda (e le domande si fecero sempre più nuove col passare dei tempi) doveva avere un riferimento in qualche antica risposta, la tradizione diventava il solvente dell’evoluzione, ogni slancio esterno veniva prontamente ricentrato all’interno. Sono molteplici le ragioni di questa decisiva decisione. Chi altrimenti avrebbe avuto il potere di dire o fare “il nuovo?”, chi avrebbe potuto calcolarne in anticipo gli effetti? dove avrebbe portato l’innovazione, quanto lontano, quanto fuori controllo? Il controllo era l’esigenza che ebbero i primi e tutti i successivi califfi, il controllo arabo di un sistema universalistico che di sua natura tende all’espansione, più che per prescrizione interna alla conversione, per mancanza di limiti oggettivi. Il  meccanismo dell’assenso concordato cumulato in tradizione, tollerò un minimo di espansione interpretativa fino all’inizio del X° secolo, poi lo stesso assenso concordato prescrisse a se stesso di terminare l’accumulazione, le porte dell’ijthiad (lo sforzo interpretativo qualificato, si noti che la radice del termine è la stessa di jihad ) vennero chiuse per sempre e sigillate. La tradizione si solidificò in un sistema rigido e minerale di norme eterne[8].

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Prima di chiudersi in se stessa, la tradizione giurisprudenziale produsse quattro scuole giuridiche (nel solo ambito sunnita, altre in quello sciita) che in ordine temporale furono: la scuola malikita e la scuola hanafita (oggi la prima è prevalente in Africa, la seconda in Siria, Giordania, parte dell’Egitto e dell’Iraq, Turchia, centro Asia, Afghanistan e Pakistan) che possono dirsi le più moderate, la scuola shafi-ita (oggi presente soprattutto in Indonesia, Kurdistan, Corno d’Africa, Yemen) che è quella che si spinse fino all’analogia e all’innovazione per assenso generalizzato ed a ultimo la scuola hanbalita che rifiuta tassativamente tutto ciò che non è Corano e Sunna, la più tradizionalista e conservatrice, presente quasi esclusivamente in Arabia Saudita. Dalla scuola hanbalita discendono tutti i fondamentalismi moderni[9] nel senso che questi si richiamano all’approccio più tradizionalista anche se gli studiosi teorici di questa scuola non sempre riconoscono la paternità di questa galassia politica. Il wahhabismo arabo-saudita è altresì parte di questa scuola, così come il salafismo.

Le norme si riferiscono a matrimonio, legge del taglione, pene da comminare (inclusa la pensa di morte), trattamento degli orfani, regole alimentari, di costume, di abbigliamento, di comportamento sociale e rapporto tra i sessi, sessualità, divieto tassativo d’usura, controllo ed amministrazione di affari pubblici (quindi con un decisivo riverbero politico), rapporti con le altre credenze, legge penale, successioni.

Non entreremo nel merito, si sappia comunque che “ai tempi”, molte di queste norme erano decisamente moderne, migliorative delle condizioni precedenti, relativamente eque e di buonsenso. Financo la poligamia che a noi può sembrare bizzarra, derivava dalla necessità di dare protezione sociale alle vedove stante che i mariti morivano con una certa facilità visto i costumi prima della razzia e delle faide, poi della guerra di conquista che sostituì la razzia inter-tribale. Occorre poi dividere ciò che dice il Corano da ciò che venne detto nella sunna e dalle interpretazioni successive. Il Corano, in linea di massima, ha un posizionamento sempre moderato. Rimane però anche il fatto che ciò che allora apparve equo e moderno, oggi risulti assai iniquo ed incomprensibilmente arretrato. Il ruolo sociale del maschio, ad esempio, era e rimane il baricentro dell’organizzazione sociale, famigliare, di coppia. I musulmani cioè non sono egalitari nel genere, per costituzione.

sunna-notes-volume-3-studies-in-hadith-doctrine-gibril-fouad-haddad-6Concludiamo con uno spot rivolto alla complicata faccenda del jihad. Il termine si traduce con “sforzo” e non con guerra. E’ jihad lo sforzo che ognuno deve compiere dentro se stesso per essere un buon musulmano e resistere a Satana, è jihad lo sforzo rivolto all’interno della comunità per rettificare deviazioni, misinterpretazioni, è jihad propagandare (pacificamente) il sistema islam fuori dei suoi confini, è jihad in ambito mistico la “grande lotta” contro le proprie fuorvianti passioni. Nelle sole quattro occorrenze del termine nelle sure meccane, jihad significa “lotta sulla via di Dio” ma da intendere come lotta di parola, di contrapposizione culturale e sociale. Esiste poi un chiaro riferimento al fatto che jihad è anche resistenza armata, guerra di difesa a cui sono tutti obbligati  a partecipare, laddove è l’esistenza della comunità stessa ad essere in pericolo di vita, occorrenza tra l’altro possibile ai tempi di Medina ma già ampiamente improbabile da lì in poi stante le dimensioni dell’islam storico che presto è diventato un impero federato. All’interno della sura VIII vi sono diversi riferimenti alla storica battaglia di Badr (624) la prima performance armata della comunità in lotta contro i meccani in cui Dio incita ad un risoluto scontro armato ma l’impressione è che ci si riferisca al caso specifico piuttosto che fornire un regola generale. In linea generale, il Corano è una scrittura ampia in cui le cose importanti, i pilastri concettuali del discorso di Dio sono ripetuti e ripetuti più volte. Questo unico caso (per altro bilanciato da altri in cui Dio invita ad evitare eccessi) non sembra di per sé voler porre la questione della lotta armata contro i miscredenti (che tra l’altro, a rigore, sarebbero i soli politeisti) come un fondamento. Quanto alla sura IX che è la più combattiva ad aspra dell’intero Corano, si distingue per i toni atipici ma anche per non avere in incpit la frase “Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso” (caso unico su 114 sure), quasi che ciò che vi è contenuto non abbia la stessa matrice divina del resto.

Esiste semmai un problema di prospettiva. La storia dell’islam già verso la fine del periodo medinese, lungo tutto il periodo dei quattro califfi, delle due guerre civili ed ancora con omayyadi e abbasidi ma poi di nuovo con moghul ed ottomani è anche storia di guerra esterna e guerriglia interna. La guerra (che non è il jihad) venne ad esser praticata sistematicamente quando la comunità giunse ad un prima massa critica, dopo aver incorporato i suoi nemici storici. A quel punto, si creò una sorta di effetto palla di neve per cui singole tribù, soprattutto beduine, presero a convergere nel nuovo sistema, convergenza che aumentava la forza d’urto della nuova entità che si spinse sempre più verso i propri limiti geografici per inglobare potenziali nemici anche perché  la razzia delle carovane, che era il principale sistema di approvvigionamento seguito dal riscatto per i prigionieri, non era più possibile all’interno e le risorse andavano cercate fuori del sistema. Islam_Map_06La guerra di rapina e saccheggio era un modo tipico della sussistenza degli arabi dei primi secoli, che gli arabi fossero musulmani non trasferisce le proprietà dall’ etnia geo-storica alla religione.

Così per le perduranti faide di successione ed i massacri in nome dell’ intolleranza spinta dall’ auto-attribuzione di valori massimi di purezza.  Per altro, le nuove conquiste non portarono ad alcuna forma d’imposizione religiosa e la convivenza pacifica con gli altri monoteismi è ampiamente accertata.   Vi sono casi come i Moghul in India che addirittura, per quieto vivere, riconoscono il sistema indù come un monoteismo (effettivamente alle radici del sistema, nel primo dei Veda, il Rg Veda, si può evincere qualcosa del genere ma per giungere da questo a definire l’induismo un monoteismo e gli indù, un “popolo del libro”, ci vuole molta ma molta buona volontà)  o la pacifica penetrazione in Indonesia così come, anche nei primi periodi, la ritenzione addirittura a ricevere conversioni all’islam da parte delle popolazioni conquistate militarmente poiché ritenute non molto sincere e pienamente consapevoli.

Insomma guerra non è jihad, l’islam non si afferma con la spada quanto a religione ma quanto a sistema politico-militare, jihad ha come target semmai i politeisti, le deviazioni, le tentazioni, la fallacia umana, volendo ci si può basare su alcuni versetti di una sura per interpretarla così come viene interpretata dai conservatori ma ciò è chiaramente una operazione forzata ed estranea ad una comprensione olistica del Corano, interpretazione che secondo noi è l’unica corretta, così come indica la stessa Scrittura e come argomenteremo in seguito.

(2.)

Introduzione.

Prima puntata.

[1] Come poi vedremo, la shari’a, la legge islamica, discende solo in parte dal Corano. Le norme per l’esercizio della fede sono prescritte nel Corano ma alcuni loro particolari sono stati precisati dopo.

[2] Mano a mano che ci inoltreremo nel complesso sistema islamico che, come tutti i sistemi storico-culturali, ha un genotipo relativamente semplice ed un fenotipo ben più complesso ed articolato, faremo delle semplificazioni e delle omissioni. Stiamo infatti seguendo il “concetto” e la “struttura” e non siamo alla ricerca dell’enciclopedismo descrittivo. Mettiamo questa nota qui perché già sulla shahada si dovrebbe segnalare che sebbene la stragrande maggioranza dei musulmani ritiene la frase composta come unica, altri, ritengono indispensabile e fondativa solo la sua prima parte, quella su Dio esistente ed unico. Ne conseguono due diversi atteggiamenti di diversa deferenza nei confronti del ruolo svolto da Muhammad con tutto ciò che consegue in termini di tradizione, sunna, biografia storica etc.

[3] In compenso, inizialmente, vi erano sedute di  preghiera, recitazione del Corano memorizzato e meditazione intensa e concentrata svolte da soli, nel silenzio della notte profonda.

[4] A tutto il dispositivo di apprendimento, memorizzazione, recitazione e rilettura continua del Corano, a quello delle preghiere anticipato dagli appelli del muezzin , ai riferimenti giuridici che intersecano la vita quotidiana, alle norme etico-comportamentali, si deve poi aggiungere l’invito a proferire una benedizione ogni qualvolta e per qualsiasi ed in qualsiasi contesto si citi Muhammad. Anche il dialogo quotidiano e l’interrelazione sociale, sono pieni di citazioni, frasi, richiami, sicché l’intera vita individuale del musulmano è tramata dal vocabolario e dalla prosa religiosa. Questa full immersion che si ritrova anche nel primo cristianesimo, che si ritrova nelle moderne tecniche di informazione e comunicazione di massa, nell’arredo sociale e culturale dei regimi dittatoriali e dei sistemi ideologici, nella programmazione neuro-linguistica e nelle tecniche della pubblicità si basa sul condizionamento portato dalla ripetizione.

[5] Sarebbe il jihad, che può essere così inteso anche come propagazione della fede. Il fatto che Arabia Saudita (wahhabita) e Qatar (salafita) finanzino tutte le nuove moschee costruite in Occidente, segue questo principio di riversare alcuni profitti (petroliferi) in “opere di diffusione della fede”. Vi sono poi altri intenti ovviamente ma il pubblico islamico, così legge questi fatti.

[6] Il calendario islamico ha nell’Egira, l’anno zero.

[7] Chi scrive, è solito segnalare sempre e con sottolineatura che l’origine della cosiddetta “democrazia occidentale” è questa, cioè la tradizione barbarica germano-scandinava poi diventata anglo-sassone, non quella ateniese.

[8] Tutto ciò vale per la tradizione dominante, quella sunnita, che ammonta al 90% dell’islam. La tradizione sciita è diversa in molti aspetti, soprattutto perché nel loro sistema, gli imam avevano il potere di modificare le decisioni precedenti e  di fare “interpretazioni” più ampie e coraggiose.

[9]  Da Al-Qaeda ad Abu Sayyaf, da Ansar al-Islam a Boko Haram, dai talebani afgani e pakistani allo Stato Islamico,  vedremo nella prossima puntata come queste posizioni non andrebbero definite “fondamentaliste” ma “conservatrici”. La posizione più tecnicamente fondamentalista (coranisti) è in realtà assai liberale attenendosi all’unico vero fondamento dell’impianto: il Corano. Un islam coranico, nettato di sunna, tradizione, shari’a e fiqh sarebbe un islam puramente universalistico.

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PICCOLO STUDIO SULL’ ISLAM (1). Il nucleo centrale del Corano.

L’ introduzione al nostro “Piccolo studio sull’islam” si trova qui.

L’islam è un sistema culturale definito da un ordinatore religioso. Tale religione si basa su una credenza riferita ad un triangolo di elementi, Dio, Muhammad, Corano. I tre sono legati tra loro da questa sequenza: Dio trasferisce a Muhammad attraverso ripetute apparizioni di un angelo messaggero, lungo l’arco di ventidue anni, un lungo discorso che, meno di venti anni dopo la morte del Profeta, viene raccolto attingendo a varie fonti e messo giù per iscritto. Questa raccolta dei pezzi del discorso originale che Dio trasferì a Muhammad e che fu, prima tradizione orale poi scritta, è il Corano, parola di Dio.

Analizzeremo poi il contesto, il problema delle fonti, l’esegetica e l’ermeneutica, la struttura,  le conseguenze storico culturali, la tradizione che si liberano da questi eventi. Subito, vogliamo dare al lettore, l’idea del succo di ciò che dice Dio, che dice il Corano.

Maometto La Mecca Medina cartinaIl perno del discorso è una relazione semplice ma molto interessante. Da una parte Dio in persona, dall’altra un uomo a nome di tutti gli uomini. Lungo questo asse, passa un discorso non un dialogo, un discorso che ha un emittente al vertice della potenza (Dio) ed un ricevente totalmente passivizzato, un portavoce della trasmissione, di cui si riaffermerà continuamente la neutralità di medium. I destinatari finali del discorso, che come poi vedremo è un contratto, sono tutti gli esseri umani. Non ci sono racconti trasmessi lungo tortuose catene, discorsi in terza persona, dialoghi dubbiosi, testimonianze, c’è solo Uno che parla ed uno che ascolta per riferire. La rivelazione verrà periodizzata in un continuum che corre parallelo la prima formazione della comunità dei credenti raccolti intorno a Muhammad, per ventidue anni (610-632), le parole di Dio sono come mani invisibili che danno forma alla comunità che nasce, cresce e sviluppa la propria complessità,  nel mentre essa agisce nella realtà. Dio vede gli effetti delle sue parole, corregge, specifica, amplia, precisa, ammonisce.

Per lo più (ma non sempre) sono parole abbastanza chiare, gli esempi sono ripetuti più e più volte, la forma rimata aiuta la memorizzazione, l’argomento è relativamente semplice, quasi nulla indugia in cose oltre-la-fisica (metafisica) e quando lo fa, come nel caso dell’oltrevita, le parole del contratto sono di nuovo chiare, semplici, inequivocabili, ripetute più volte. Dio sa che parla a tutti gli uomini, sa che è l’ultima volta che lo farà dopo aver provato -inutilmente- a farsi capire nel passato (elenco di tutti coloro che hanno avuto messaggi da Dio da Adamo ad Abramo, da Mosé a Gesù).  Dio offre per l’ennesima volta un contratto,  i cui termini sono estremamente asciutti: credere. Credere nel fatto che dall’altra parte dell’esistente e della rivelazione ci sia effettivamente Dio, che questo dio è Uno-Tutto senza se e senza ma, che è ovviamente onnipotente ed onnisciente (sa tutto e può far tutto), che sta parlando proprio a te, tramite il suo portavoce.

coranDopo questa premessa principale che apre alla relazione, giungono i termini contrattuali propriamente detti. I primi sono la regola generale della relazione: sottomettersi senza riserve di alcun tipo a ciò che Dio dice, vuole, dispone; i secondi sono il seguire alcuni precetti etico-comportamentali che fanno dell’altro capo del contraente, un buon fedele, un buon “totalmente dedito” ad osservare le disposizioni di Dio (significato proprio di musulmano). In ultimo si aggiungeranno principi normativi e giuridici per la vita comunitaria. Osservate queste disposizioni con sincerità, convinzione, abnegazione,  scatta il premio contrattuale: la lunga felicità nell’oltrevita. Si prevede anche che il credente possa sbagliare ma se la sua disposizione generale è sincera potrà essere perdonato, il dio del Corano è chiaro e preciso nei termini ma è comunque “clemente e misericordioso” come ripete l’incipit di 113 su 114 sure coraniche. Adesioni contrattuali insincere, dubitative, doppiogiochiste, false ed apparenti, intermittenti, con riserva, dissociate tra forma e contenuto sono sanzionate con la punizione contrattuale: una lunga e spaventosamente indicibile, sofferenza eterna. Naturalmente lo stesso vale per coloro che non aderiscono al contratto o lo infrangono palesemente e senza pentimento. Quello che conta è la disposizione d’animo e il fattivo atteggiamento del credente, il premio o la punizione non sarà in questa breve esperienza terrena a termine, le cose e gli eventi della propria vita personale potranno anche sembrare strani ed ingiusti ma il disegno di Dio è imperscrutabile e comunque questa vita è a tempo, il premio o la punizione si godrà lì dove non c’è più il tempo. Il succo della faccenda è questo, il resto è declinazione delle disposizioni su cui ovviamente, in seguito torneremo.

Soffermiamoci un po’ su questa costruzione centrale. L’oggetto della predicazione di Muhammad, furono le parole di Dio ricevute direttamente per infusione in una serie di sedute di contatto. Per lo più, c’era un tramite, l’angelo Gabriele ma questo probabilmente venne usato da Dio stesso per dare una forma alla sua stessa voce, quello che Gabriele trasmette direttamente nella mente di Maometto è la voce e quindi la parola di Dio in prima persona. Non è neanche esatto definire questa “una voce” poiché il discorso coranico viene come impresso nella coscienza del Profeta che dice cose che non sapeva lui stesso di sapere, l’intera prassi dell’esercizio della comune fede dei musulmani, attraverso la ripetizione continua, quasi ossessiva, delle preghiere, del Corano stesso, di frasi augurali di pace, di enunciazioni sulla grandezza ed unicità di Dio, ripete questa esperienza di abbandono pervasivo al messaggio .  514LnvZiB+L._SY344_BO1,204,203,200_Questo lungo discorso di Dio poi prenderà la forma scritta che conosciamo come Corano[1], 114 capitoli (sure) di varia lunghezza ospitanti  6236 versetti, tutto quanto ivi vi è contenuto è detto direttamente da Dio. Dall’altra parte c’è un uomo, un prescelto come tanti altri vi furono prima di lui a partire da Abramo (ma il dialogo con gli umani risaliva a Noè ed anzi ad Adamo)[2] ma al quale non succederà più nessuno, questa è l’ultima parola di Dio, è una last call. Di Maometto si sottolineerà il presunto analfabetismo o quantomeno il suo essere illetterato. Questo, per togliere ogni dubbio su un suo possibile intervento attivo nel riferire (o manipolare o inventare addirittura) le parole di Dio. L’analfabeta non avrebbe potuto conoscere così tante tra le cose raccontate nel Corano anche relative ai precedenti tentativi di rivelazione (Abramo, Mosè, Gesù e molti altri), l’illetterato non avrebbe saputo esprimersi con lo stile di quell’arabo antico che i conoscitori dicono essere la sofisticata cifra poetica di alcuni suoi passi (chi scrive, non consoce l’arabo antico ed ha letto il testo nella propria lingua). La shahada, ovvero la frase che se recitata con onesta convinzione converte immediatamente all’islam, il cui significato asciugato è -c’è un solo Dio e Maometto è il suo profeta-, traspone quello che il profeta ha fatto e detto come fatto e detto da Dio stesso, il suo ruolo è quindi passivo per un verso ma molto attivo e significativo dall’altro. Egli è pur sempre il “prescelto” ed influenti saranno la sua prima interpretazione e la somma dei suoi stessi comportamenti che si presumono orientati da Dio stesso. Ma nel Corano stesso, vi sono appunti che Dio fa a Muhammad quando questo fa qualcosa che non dovrebbe fare, perché Muhammad è umano con tutte le approssimazioni dell’umano.

Il discorso in prima persona, l’assenza di dialogo, la presenza del tutto neutra del medium Muhammad, si comparano alle differenti strutture della Torah e del Vangelo (si è fatto notare che i musulmani aborrono la forma plurale “vangeli” quasi che i fatti e le verità fossero molteplici e plurali). La prima trascritta in un tempo molto lungo in cui le fonti sono incerte, in cui ci sono molti racconti in terza persona fatti da non si sa chi ed in nome di chi, in cui addirittura Mosè discute con Dio. Il secondo, scritto qualche decennio dopo la morte del profeta che oltretutto è ritenuto dai cristiani non un semplice uomo ma quella entità emanata da Dio stesso che gli sarebbe addirittura figlio e che s’accompagna addirittura ad una terza ipostasi (lo Spirito santo) che invalida il monoteismo assoluto. Sulla Torah c’è dunque il dubbio che il testo abbia manipolato e confuso il discorso originario, sul secondo ci sono meno dubbi ma c’è l’inaccettabile equivoco della divinità di Cristo. Altro poi viene aggiunto nel Corano, da un Dio deluso su come tali discorsi sono stati recepiti da ebrei e cristiani. Molti interventi nel Corano, tornano su questi argomenti, precisano, falsificano, distinguono. E’ chiaro l’intento molto preciso di ricondurre questo ultimo tentativo di dire a gli uomini come stanno le cose nel solco potente dei monoteismi regionali, spiegando perché si è reso necessario questa ennesima -ed ultima- rivelazione dato che le due tradizioni precedenti (ebraica, cristiana che ricordiamo erano presenze forti della regione) erano andate talvolta fuori strada. Altresì, il monoteismo assoluto[3], sgombrava il campo da ogni conflitto di autorità, chi parla è Lui, Uno, in prima Persona, chi ascolta è lui o lei, uno, in prima persona, nessuna intermediazione, intercessione, possibile contraddizione, “rumore” distorsivo l’informazione. corano3Se ebrei e cristiani avevano commesso degli errori, i politeisti che erano poi il grosso dei credenti nelle varie tribù del mondo arabo del tempo, erano del tutto fuori discorso. I politeisti erano il target primario della predicazione, l’ossessiva ripetizione dell’unicità assoluta di Dio è rivolta a loro perché come a tante tribù corrispondono tanti dei, così ad un Dio-Uno deve corrisponde una unica comunità, l’umma, il vero obiettivo socio-politico dell’operazione. Agnostici ed atei erano ovviamente il grado zero dell’umanità, carne da macello per arredare la Gehenna (l’inferno). Inoltre, quello del dio coranico non è un “message in a bottle” inviato da lassù a qualcuno e “speriamo che capiscano”. La rivelazione è continua lungo tutta la vita adulta di Muhammad, è un serial lungo ventidue anni, Dio vede gli effetti che produce il suo discorso, c’è in sostanza una relazione cibernetica in cui la parola diventa una serie fatti che chiamano altre parole che tengono conto di essi. Più che una rivelazione è un corso di formazione, un educational.

Per questo ultimo sforzo, Dio, chiede una risposta chiara o sì o no e se sì alle specificate, inderogabili condizioni. Il tutto fa pari con la forma. Il Corano è stato rivelato per essere compreso da tutti, prima in forma recitata (orale), poi gli uomini lo misero per scritto. La sua forma prima è qualcosa che Dio racconta o impone di dire, di recitare, di ripetere a voce.  Questa seconda forma è particolarmente suggestiva, è una sorta di recitazione la cui sceneggiatura è scritta direttamente da Lui, ognuno, verbalizzando il Corano (al-Qur’an, la recitazione) ripete la parola di Dio. L’oltre vita è descritto con dovizia di particolari molto precisi, sia nel bene (paradiso), sia nel male (inferno). Come ci si arriva è molto semplice, ci sarà un giorno del giudizio ed ognuno sarà accompagnato da una lista di meriti e demeriti noti a Dio che tutto vede e sa, meriti e demeriti rispetto all’impegno di credenza e sottomissione, nonché alle disposizioni di cui non abbiamo ancora parlato. Nessuno potrà appellarsi ad altri, intercessori, garanti, conoscenze influenti, come il contratto è one to one, così sarà il giudizio. 9788820310547Questo provocò un effetto culturale ben noto a proposito di tutti monoteismi storici, l’individualizzazione. La relazione scandita da fede – comportamento – giudizio che comporta uno o l’altro tipo di vita eterna, basata su i poli Dio – individuo, fu un potente principio di responsabilizzazione. Le società crescevano di componenti e complessità, qui come altrove si cercava di unire ed al contempo ordinare la comunità ma parallelamente, la cosa poteva funzionare solo se ogni singolo individuo si rapportava a gli altri ed al tutto come una parte autocosciente e responsabile. Senza l’auto-controllo individuale, le grandi società sarebbero scomparse in un turbine di caos. Altresì, l’assenza di punti oscuri o invenzioni teologiche o ghirigori ontologici o contraddizioni assiologiche (non poi del tutto azzerate come poi vedremo) o misteri gnoseologici o imponente mitologia, non solo seguiva lo stato oggettivo dei contraenti in contratto (da una parte Dio ma dall’altra anche analfabeti ignoranti piuttosto barbari per molti versi) ma annullava o tendeva ad annullare tutte quelle situazioni che da una parte arricchirono ma dall’altra confusero l’essenza della condizione di credente ed osservante degli altri due monoteismi. Incluso lo statuto speciale degli ermeneuti privilegiati, ovvero un clero intercessore tra parola di dio ed umana comprensione.

200px-Quran2Dio è anche qui, e non è una novità dell’islam, onnipotente ed onnisciente. L’islam non dubitò mai di due cose: da una parte tutto ciò che è, è perché Dio vuole che così sia, dall’altra ogni uomo rimane responsabile del suo comportamento, della sua resistenza a Satana che continuamente lo insidierà, della sua scelta fondamentale (credere senza condizioni nel Dio unico e nella rivelazione che fece al Profeta) e di tutte quelle conseguenti (attenersi alle disposizioni). Il Corano è molto netto e preciso nella separazione Bene – Male che era l’asse portante del mazdeismo, la terza altra grande religione dell’area del tempo. Un certo meccanicismo deterministico naturale e storico funge da quinta a i liberi e responsabili atti umani in base ai quali scatta l’ultimo giudizio. Il “senza condizioni” nella credenza che abbiamo aggiunto, si riferisce a tutti quei passi del Corano in cui Dio stesso anticipa a Maometto il fatto che molti gli chiederanno segni, atti, manifestazioni, prove, “condizioni” che nessuno è nella posizione di porre a Dio. Per costoro basterebbe volgersi intorno a vedere la natura ed il mondo che li circonda, chi? come e perché? avrebbe fatto tutto ciò?  Chi pone condizioni è fuori della credenza, non sarà sottomesso (islam) non sarà totalmente dedito (muslim), quindi andrà all’inferno. Altre volte Dio cedette a queste richieste, ma il soddisfarle si rivelò comunque inutile, quindi, visto che siamo all’ultimo tentativo o sì o no, tertium non datur. E che ognuno si prenda le proprie responsabilità.

quran1Individualizzazione e responsabilizzazione del credente, scioglimento degli ordini umani tribali e formazione dell’ordine comunitario, norme d’ordine etico – morale – comportamentale e giuridico per le interrelazioni umane, questo l’oggetto del contratto che Dio offre ad ognuno  previa libera sottomissione del credente ad un Dio unico, totipotente, assoluto. Premio o punizione a rinforzo della credenza ed osservanza delle sue disposizioni suggellano il patto. Questa la struttura portante della credenza islamica che si basa su un testo che riporta la parola diretta che Dio trasmise al Profeta perché questi la trasmettesse a tutti gli uomini.

Già nella prossima puntata dello studio entreremo nel merito dei secondi oggetti contrattuali, le norme etiche e comportamentali. Poi torneremo un po’ indietro per inquadrare la socio-storia dei tempi in cui avvenne la rivelazione e cominceremo l’analisi della struttura del Corano scritto e della sua travagliata redazione, cosa che forse continuerà in una successiva puntata. In seguito, parleremo dei terzi oggetti contrattuali ovvero le disposizioni normative e giuridiche della Scrittura. Continueremo poi con l’analisi della formazione della tradizione, parallela ad una sunteggiata analisi dell’islam storico. Finiremo con l’aggiornamento sull’islam novecentesco e termineremo definitivamente con le conclusioni rivolte alla contemporaneità.

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[1] Nel Corano stesso si fa riferimento al fatto che quanto trasmesso da Dio è il testo di un Libro (celeste, XCVIII, 2-3) e conferma il senso di tutti i Libri anteriori (X, 37; XVI, 29-30; LXXXVII, 18). Nella prima rivelazione di Gabriele (XCVI, 1-5), c’è l’invito a recitare il Corano, in onore di quel Dio che “ha insegnato agli uomini l’uso del calamo (della scrittura)”. In particolare questo ultimo che è, secondo la tradizione, il primo in assoluto temporalmente parlando, è curioso che presenti Dio per la prima volta come colui che ha dato la scrittura all’uomo. I rapporti tra rivelazione e la sua scrittura in ambito islamico, sono assai complicati. Si va dal fatto che Maometto dettava le rivelazioni che riceveva ai suoi segretari, che uno di questi addirittura gli presenterà dei versi da lui cope4stesso inventati senza che il Profeta se ne accorgesse, alcuni riferiscono che nel delirio che anticipò la morte chiese “…l’occorrente per scrivere un documento che doveva preservare i fedeli dell’errore.” (M.Rodinson pg.284), alla raccolta di vari supporti (papiri, pezzi di legno, scapole di cammello etc.) su cui erano riportati sure e versetti in ordine sparso al fine di “ricostruire” quel testo che poi divenne canonico nel 650, ai corani minori (incompleti) che alcuni tra i suoi fedeli possedevano e che contribuirono alla ricostruzione, alle insidie dell’arabo scritto del tempo che era ancora imperfetto ed informazione. Sta di fatto che Dio non impone a Muhammad di scrivere ciò che egli gli dice ma di recitarlo, né Muhammad sentì mai l’esigenza di farlo con sistematicità, l’oralità non è una scelta dovuta alla mancanza di alternative, è una vera e propria scelta di Dio la cui ratio non verrà sempre giustamente considerata.

[2] Nel Corano, Dio cita tutti coloro ai quali, prima di Maometto, affidò (invano) i suoi messaggi, tra gli altri: Ismaele, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Giona, Giobbe, Giuseppe, Davide, Salomone, Giovanni Battista, Gesù.

[3] Monoteismo assoluto è una definizione tecnica che precisa con esattezza il significato del Dio islamico. Nel Corano, nella predicazione di Maometto, nella rivelazione di Dio, questo concetto è “il” concetto, reiterato, ripetuto, oggetto di quella prima dichiarazione di fede che converte all’islam e che il musulmano ripeterà migliaia di migliaia di volte nella sua vita attraverso la preghiera. A noi forse, oggi sfugge la centralità del concetto. La nuova religione interveniva in uno scenario politeista quanto a credo e pluri-tribale quanto a fatto. Dio-Uno che via Profeta, forma la sua comunità era un distruggere la tradizione tribale di sangue per costruire una tribù di fede ed al contempo era distruggere la tradizione plurale di dei superiori, minori, spiriti vari che aumentavano l’entropia della credenza e quindi dell’ideologia per riportare tutta la comunità ad una credenza condivisa e sincronica. Altresì, nessuno poteva intermediare questa relazione tra l’Uno ed i molti.

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ISLAM e COMPLESSITA’. Introduzione ad un piccolo studio sull’islam.

Il titolo di questo articolo, fa da introduzione a un titolo più impegnativo:  Piccolo studio islamico. Questo secondo titolo verrà usato nei prossimi articoli che proveranno ad  indagare la struttura dell’islam. Poiché lo studio è in corso (ed è questo il motivo del “buco” di pubblicazione di lunedì scorso), non so dire quante puntate svilupperà. Lo definisco “piccolo” perché la materia è molto vasta e noi ne sceglieremo solo parti ma anche perché le nostre capacità sono piccole rispetto ad un oggetto così complicato. Alla fine di questo articolo che fa da introduzione al susseguente “piccolo studio”, daremo qualche nota metodologica che intendiamo seguire nello sviluppo del compito. Passiamo adesso a dire qualcosa, invece, sul titolo proprio di questa introduzione.

Come sa chi segue questo blog, noi qui ci occupiamo di complessità. Riteniamo la complessità la sostanza propria dei tempi che ci è capitato in sorte di vivere. Questa complessità che era la cifra propria del mondo che usciva dalla Seconda guerra mondiale, è andata a svilupparsi con la mondializzazione economico-finanziaria e giunge oggi a manifestarsi con più di sette miliardi di individui allacciati in numerose reti di interrelazione. Poiché questo dato non è transitorio e semmai dovrebbe aumentare la sua complessità nei tempi futuri, questo ci fa pensare di essere  solo all’inizio di vera e propria nuova era, l’Era della Complessità. download4b9lUna dozzina di anni fa lessi avidamente un libro che s’intitolava “Lo scontro delle civiltà” di Samuel P. Huntington (Garzanti, Milano, la mia edizione è del 2003). Ricordo che lo trovai molto interessante, non per la tesi che poneva che per altro veniva posta dall’autore stesso in forma debole ed ancora dubitativa ma per il problema che poneva[1]. Il libro, nel suo complesso, più che sostenere la tesi anti-islamica, era un serio (più o meno condivisibile ma questo è un altro discorso) lavoro di analisi storico-geopolitica/culturale che individuava un problema nuovo, difficile, complesso: l’interrelazione organica e continuata tra zolle di civiltà nate e cresciute ognuna per conto proprio. Quella interrelazione sarebbe stata un incontro o uno scontro o qualche grado intermedio tra i due poli? Un tipico problema complesso: Varietà (le civiltà) in interrelazione (economica, politica, culturale) in un dato ambiente (il pianeta) per un certo tratto di tempo (a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale via globalizzazione, ancora ai nostri tempi e per molto tempo a venire).

Quel problema è oggi “il” problema dell’attuale fase geopolitica e più in generale, del futuro complesso del pianeta. Siamo soliti leggerlo con l’occhiale economico, finanziario e valutario, o con quello dell’imperialismo  o della crisi sistemica e siamo soliti leggerlo come Occidente vs Resto del Mondo. Con L’islam però, quegli occhiali funzionano poco. L’islam non è una definizione economica, finanziaria o valutaria sebbene al suo interno esistano certo questi aspetti. Di per sé non è imperialistico sebbene abbia una certa tendenza ad essere espansionistico. E’ certo un sistema ma diverso strutturalmente parlando sia da quello occidentale, sia da quello orientale. Si noti come questi due usano riferimenti geografici mentre l’islam usa un riferimento religioso.

Quanto alla crisi, beh, il discorso si fa complicato, per certo versi si potrebbe definirlo in tale condizione, per altri no. Dall’Africa occidentale a quella centro-orientale, dallo Yemen alla Siria, dalla Turchia al Kurdistan (iracheno, siriano, turco, iraniano), dall’Iraq all’Afghanistan, l’Islam è in conflitto armato e quindi una qualche crisi c’è. 3970E992-423B-11Dalle Primavere arabe, allo Stato islamico, passando per l’agitazione che percorre a treni di brividi il Pakistan a quel fuoco indomabile dell’instabilità perenne che è il quartetto Hamas, autorità Palestinese, Hezbollah, Israele, fino alle perduranti tensioni egiziane, la storia recentissima e contemporanea del sistema mostra senz’altro dinamiche critiche. Quelle che attraversano il concetto stesso di stato-nazione che non è un concetto islamico, quelle che oppongono “popolo” (un popolo anagraficamente molto giovane e già di per se “turbolento”) ad una classe dirigente spesso impresentabile e non all’altezza dei tempi, quelle che oppongono strutture tribali a strutture nazionali, quelle che sono state create dalle sistemazioni artificiali dei confini operate dai geografi coloniali al servizio di interessi geopolitici compulsivi, quelle infine della problematica modernizzazione che come lo stesso Huntington sosteneva, pur essendo originaria dell’Occidente, oggi è dato universale (vedi Cina o India). L’Occidente poi, impicciandosi sistematicamente negli eventi locali, disordina e turba le dinamiche che non possono così seguire il loro corso naturale.  Per altri versi però, gli islamici hanno un demografia sostenuta, mantengono una certa centralità nelle fonti energetiche e soprattutto crescono a vista d’occhio quanto a conquista di nuovi popoli e nella formazione di identità di quelli  appena conquistati. La struttura stessa dell’Islam quanto a sua definizione propria che è quella religiosa, si può dire esser un sistema in stato critico ma non propriamente in crisi.

Per la parte nostra si può dire che della guerra in Siria, i più si sono accorti tardi e male. Qualche fremito distratto dal ferragosto-mondo-mio-non-ti-conosco, per il massacro di Gaza. Poi c’è stato un po’ di folklore intorno allo Stato Islamico. Infine, più di una dozzina di morti a Parigi, lo shock del terrorismo in casa, la minaccia ai fondamenti della civiltà, siamo in guerra! Per restare sull’ultimo evento, si è sollevato un turbine di opinioni emotive, pre-giudizi (nel senso di giudizi a priori, per lo più infondati), posizioni sconnesse, tormentoni retorici, frasi fatte pronte all’uso, sdegno a buon mercato, ignoranza urlante e sentenziosità poggiata sul nulla più assoluto. Il fatto è che, In Italia più che altrove, si nota una certa difficoltà a trovare qualcuno che minimamente sappia qualcosa di ciò di cui sta parlando. Questo qualcosa è l’Islam.

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L’Islam e i musulmani ci possono piacere o anche no o anche risultare emotivamente indifferenti. Sta di fatto che sono 1.600.000.000 e crescono. Una buona rappresentanza del loro mondo, il cuore del loro sistema, lo abbiamo dirimpetto alla Grecia, appena un po’ diagonale rispetto all’Italia. Non proprio il cuore ma la sua prima corona esterna la abbiamo dirimpetta in Libia e Tunisia, poco ai lati Algeria ed Egitto, poco dietro, l’Africa. Abbiamo molti islamici nei Balcani e nel 2007, in Europa, erano 50 milioni. Oggi è probabile siano 60 di cui 20 nell’UE e 1,5 milioni in Italia, forse di più.

Prima di discutere se incontrarci o scontrarci, sarebbe il caso di conoscersi. Il nostro “piccolo studio” parte con questa intenzione. Per dialogare, discutere o litigare occorre sapere prima su cosa e con chi lo si fa. In questa introduzione esporremo solo una tesi centrale, un inquadramento complessivo che fotografa lo stato dell’arte: qual è lo stato dell’arte dell’islam?

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STATO dell’ARTE: L’islam è lo sviluppo storico di un sistema sociale, giuridico,  politico ed etico-culturale ordinato da un credo religioso. Ordinato significa sia che dà l’ordine dei significati, sia che informa i significati stessi. Questo credo è centrato su un lungo discorso che Dio ha trasmesso al profeta Muhammad che lo ha trasmesso ai suoi seguaci e che, in seguito, è stato  trascritto in un libro, il Corano. L’insieme (parola di Dio – Profeta che l’ha trasmessa – Libro che la contiene) è un sistema chiuso dall’interno. Se si agisce criticamente sul libro allora qualsiasi sua parte rischia di diventare opinabile, se si agisce criticamente sul Profeta crolla la credibilità sia di quanto riportato nel Libro, sia la presunta esistenza di Dio che a lui si è rivolto, se si agisce criticamente su Dio si mina direttamente il fondamento ultimo di tutto l’islam. In ogni caso, si mina la struttura triangolata di tutto il sistema e con questa, vien giù tutto l’islam: Libro, Profeta, Dio.

2_IslamicWorldNusretColpanL’islam non è una religione monoteistica come il cristianesimo le cui vicende storiche lo hanno portato a diventare un pilastro tra i pilastri della civiltà occidentale. La civiltà occidentale esiste e si sostiene anche in assenza del pilastro cristiano come ormai si verifica soprattutto in Europa dove si registrano molti non credenti, credenti deboli e formali, credenti che separano il proprio credo religioso da quello civile, credenti-credenti ma tolleranti verso i diversamente credenti o addirittura non credenti. Ma al di là della credenza e della religione, l’Occidente si sostiene anche per una altra serie di pilastri. L’Islam è più simile alla religione giudaica in cui i suoi credenti diventano un popolo che da quella credenza è definito e su cui  fondano tutte le loro tradizioni e la loro cultura. Ma nell’islam, si aggiungono anche gli aspetti sociali, politici e giuridici che discendono direttamente dalla rivelazione, per cui l’intera civilizzazione islamica si sostiene a ridosso della struttura triangolata che è il suo unico pilastro portante. Infine, se gli ebrei[2] sono 16 milioni circa (e sono anche, più o meno, una etnia), i musulmani sono oggi 1.600 milioni (e non sono una etnia in quanto se il fenomeno è di origine araba, oggi è universale e le etnie sono molte di più).  Mentre poi gli ebrei, ed i cristiani ancor di più, hanno una intermediante classe sacerdotale, i musulmani ne sono privi. Una prima cosa da sapere è che, da questo punto di vista, l’islam è più simile al protestantesimo ovvero rapporto one-to-one tra credente e Dio, via un Libro in cui c’è scritto tutto quanto serve sapere per essere un buon credente.

khana-kaba-wallpapers-2014Ne consegue, una certa rigidità della struttura portante verso la quale nessuno, per principio, essendo parola diretta di Dio, può avere l’autorità di operare modifiche. Dentro questa rigidità, c’è comunque un certo margine di oscillazione, di possibile interpretazione anche se condizionata. “Condizionata” significa che l’inter-pretazione ha dei margini ma anche dei limiti ben precisi. Tali margini ristretti sono più possibili verso il Libro, molto meno sul Profeta, inesistenti su Dio. La stessa storia dell’Islam e la sua stessa plurale composizione attuale, testimonia di questo liberarsi di una certa molteplicità dentro questa unità fondativa. Ciò però comporta anche che è sempre possibile operare interpretazioni del Libro, pur nei limiti imposti dalla sua struttura, anche “relativamente” eccentriche come quelle fondamentaliste, sebbene per ragioni sistemiche, la massa critica degli interpretanti l’islam, i musulmani, tendano sempre verso un centro ideale, ciò che nell’Antichità tanto occidentale, quanto orientale, si diceva “giusto mezzo”. E’ la traiettoria di questa massa critica centrale a determinare lo stato espressivo culturale, sociale e politico dell’islam storico.

Come però ben s’immagina, questa massa centrale che è il punto d’equilibrio dei vari modi di relazionarsi alla struttura triangolare ma soprattutto alla Scrittura, si muove molto lentamente, quando si muove. Non a caso, la vivacità della pluralizzazione islamica è inversamente proporzionale allo scorrere del tempo storico che, a sua volta, è inversamente proporzionale al numero dei credenti. Cioè, l’islam culturalmente più vivace fu quello dei primi tre-quattro secoli, quando oltretutto il numero complessivo dei credenti era minore. Al crescere della complessità storica, sociale, politica, culturale, interna ed esterna, l’islam tende a diventare più conservatore perché la maggior parte delle sue componenti tendono a riferirsi automaticamente alla tradizione (quindi al passato) che è l’unica interpretazione sicura in mancanza di un clero o di una strutturale apertura alla storicità[3]. Fuori della tradizione c’è solo la struttura triangolare che però, più passa il tempo, più denuncia la sua origine ben determinata, quella di un manipolo di tribù da poco sedentarizzate nelle oasi del deserto arabico di millequattrocento anni fa. Uscendo quindi dalla tradizione, non troviamo altro che una struttura piuttosto rigida, per certi versi universalistica ma per altri versi anacronistica, che può indurire ulteriormente il conservatorismo.

In questa dinamica principale, s’inserisce una dinamica secondaria che è il fondamentalismo. Il conservatorismo non è il fondamentalismo, sono due dinamiche diverse. QuranIl conservatorismo, che è la dinamica precedentemente descritta, giunge semplicemente a riaffermare la media tradizione che, pur avendo un preciso baricentro, è comunque plurale. Il fondamentalismo invece, è una interpretazione radicale, per certi versi rivoluzionaria in quanto sceglie un preciso taglio e vi si attiene senza distinguo. Come poi vedremo, il fondamentalismo si aggrappa ad alcune sure (capitoli) o forse solo ayyat (versetti) del Libro che, non solo sono pochi nel totale complessivo della scrittura ma che potrebbero anche esser relativizzati da una ermeneutica appena sofisticata se non addirittura da una semplice critica testuale o anche sul piano di una pura logica realistica ammesso che essa possa qualcosa contro la parola diretta di Dio in persona. La stessa tradizione (si dice “tradizione” ciò che è stato fatto e detto dopo la morte del Profeta ed è più importante quanto più è vicina al 632, data della sua morte) che è certo più plurale ed ampia di quanto contenuto nella Scrittura, offre solo piccoli appigli ed anche contradditori a chi sostiene la linea interpretativa fondamentalista. C’è però un pericolo. Il conservatorismo ed il fondamentalismo hanno pratiche ben diverse ma i riferimenti alla struttura triangolare sono spesso (non sempre) coincidenti o molto simili. Poiché la dinamica generale per la quale all’incremento di complessità interna ed esterna all’islam, la media via tende a ricentrarsi su se stessa e la propria tradizione, e poiché la complessità del mondo continua a svilupparsi, c’è da temere che l’islam si condensi in forme sempre più conservatrici sino a sconfinare negli stessi territori dei fondamentalisti.  Questi stessi, potrebbero appena un po’ mitigare certe loro prescrizioni per andare incontro a questo movimento in loro favore. I fondamentalisti di qualunque natura (quelli religiosi come quelli economici) sono i frutti indesiderati degli incrementi di complessità, poiché offrono l’antidoto peggiore in sé ma apparentemente più logico: la semplificazione. Più il mondo diventa complesso, più gli uomini sono smarriti ed ansiosi, più il fondamentalista ha successo come spacciatore di certezze che fungono da ansiolitico.   I fondamentalisti dell’islam sono molto ma molto pochi mentre la media via che tende al conservatorismo ospita quei milioni di persone che poi fanno la sostanza di un potere politico e di una espressione culturale del sistema islamico. Se le pratiche e le idee dei pochi fondamentalisti dovessero arrivare a coincidere (magari perdendo appena un po’ di rigidità) con i grandi numeri del centro mediano, l’intero islam diventerebbe la più rigida ed antitetica delle risposte all’incremento costante di complessità a cui saremo tutti, sempre più sottoposti. Questo potrebbe diventare un grosso problema.

813bAw2VxYL._SL1500_Affronteremo quindi questo “Piccolo studio islamico” perché il sistema in questione, pur avendo ovvie componenti politiche, economiche ed anche genericamente “culturali” risulta centrato su quella struttura triangolare e sulla sua tradizione. L’islam è un caso in cui la sovrastruttura, in realtà, è la struttura. Se vogliamo è la più palese falsificazione del materialismo storico. Come poi vedremo, esistono reciproci condizionamenti tra l’ideologia e la natura concreta e materiale della geo-storia e delle varie società islamiche ma la libertà di evoluzione in qualunque direzione di questa società è fortemente condizionata da ciò che troviamo nell’ideologia anche perché questa, sembra anche definire a priori quali sono i margini di attinenza o critica che sono concessi, critica che oltre un certo limite pone fuori della società stessa o con il volontario esilio o con la condanna a detenzione, se non a morte, in ogni caso, con l’emarginazione. Il nostro problema specifico non è il fondamentalismo che è un aspetto che ha origini politiche[4] e solo dopo, dottrinarie. Il nostro problema è analizzare la composizione e la logica di quel “giusto mezzo” che è l’islam propriamente detto, inteso come massa critica. Quello è l’islam propriamente detto e di quello ci interessa capire quali siano i rapporti che intrattiene la struttura del suo fondamento e della sua credenza  con il concetto di complessità, vedere come ed in che modo si presenta sulla scena planetaria segnata dalla forma complessa. Come perviene a quel contatto ravvicinato con la civiltà occidentale e con quella orientale che ci pone il problema dell’incontro, dello scontro, della relazione reciproca. L’indagine intorno a questi temi, costituirà il nostro piccolo studio islamico.

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NOTA METODOLOGICA: chiariamo inizialmente il punto di vista di chi scrive. Chi scrive non può fare a meno di essere intriso di occidentalità poiché in questa parte di mondo è nato e cresciuto. Ci si sforza però di avere un atteggiamento critico anche verso la propria costituzione non in senso di negazione quanto in senso di relativizzazione. Anni addietro intrapresi un lungo studio della cultura classica cinese, culminato in tre anni di studio della lingua cinese (moderna). Tale studio, in primis, mi fece capire meglio di quanto già non ipotizzassi che la nostra, non è l’unica cultura del pianeta e che quando sotto altre definizioni culturali si pongono storie lunghe secoli e popolazioni di centinaia di milioni di persone, non ci si pone un problema di migliore o peggiore ma solo del reciprocamente diverso. Il primo approccio quindi, quello maggiormente a priori, anche nei confronti dell’islam, è stato quello di scoprire la forma della sua peculiare proprietà che per noi è diversità. Come in altri analisi qui pubblicate, il nostro punto di vista logico-ontologico e gnoseologico farà perno sul concetto di complessità. Questo piccolo studio dell’islam allora non sarà un continuo andare a venire comparativo per misurare quanto tanto o quanto poco  è laica o moderna o scientifica o dialettica la società islamica o quanto lo sono i suoi fondamenti ma che relazione questo soggetto culturale ha con i concetti di Uno-Molteplice, Semplice-Complesso, Assoluto-Relativo. Avendo chiamato in causa il punto di vista logico-ontologico-gnoseologico o epistemologico, si capirà altresì che il nostro punto di vista non è di tipo politico o religioso o strettamente scientifico ma principalmente storico-filosofico. Chi scrive ritiene che il punto di vista filosofico abbia il privilegio della massima generalità e quello filosofico della complessità abbia il primato dell’attualità. Infine, chi scrive non ha credenze religiose e per certo versi, questo lo pone nella miglior predisposizione per affrontare una costruzione culturale che invece è eminentemente religiosa. Il “migliore” è riferito all’assenza di forti conflitti di interesse. Naturalmente non discuteremo i problemi della trascendenza, della fede, dell’oltrevita, daremo per scontato il diritto di chiunque a credere in questa o quella narrazione, inclusa quella islamica. Agiremo dando la credenza per scontata. Personalmente non ho neanche forti propensioni spirituali ma credo di riuscire ad attivare almeno un po’ i miei neuroni specchio per immedesimarmi partecipativamente di questa propensione che è propedeutica ad ogni fede. La fede è propria dell’umano, di qualsiasi umano, anche il razionalista laico se non ateo, oltre un certo limite di fondazione logico-empirica che quasi sempre è auto-fondata ed ipotetica (come se … fosse vero che …), procede ad una generalizzazione per induzione che in fondo è fede. Quello che ci interessa è, dato questo per scontato, capire meglio cosa discende dalle forme proprie del sistema islamico in termini di rapporto tra questo ed il concetto di complessità.

Scrittura_araba_grDue parole sugli strumenti. Non conosco l’arabo, tanto meno quello classico. Non sono un accademico e non intendo fare sfoggio di competenze che non ho. La grafia dei nomi arabi quindi è semplificata, priva di accenti e se i nomi sono riportati con qualche errore me ne scuso preventivamente con i lettori arabi. Ove possibile non si è riportato il termine arabo  del concetto o il nome intero di un personaggio preso in esame per non appesantire la lettura, qui siamo alla ricerca della comprensione generale, non all’esibizione di conoscenza esoterica. Si troverà un uso molto parco della citazione di versetti. La nostra tesi, come poi si vedrà, è che approcciare il Corano come un testo scritto a cui applicare l’analisi linguistico – testuale è fuorviante, perché non è quella l’intenzione che lo informò. Il Corano è stato letto una volta interamente e più volte a pezzi. Ad esso si è affiancata la lettura di qualche approfondimento esegetico, storiografico, ermeneutico. Così per le biografie del Profeta. Si è poi aggiunta la lettura di approfondimenti sulla storia successiva alla morte del Profeta e qualcosa sul dibattito contemporaneo. La bibliografia verrà pubblicata a chiusura dello studio. Essendo alla ricerca della comprensione generale (rispetto al  concetto dato) siamo andati avanti ed indietro da un distanza più staccata ad una più ravvicinata ma fermandoci prima del livello oltre il quale interviene la linguistica, la disputa sulla parola, la frantumazione dell’atomo. Questa scelta si può definire olistica senza che questo significhi superficiale. Spero.

Lo studio verrà pubblicato a puntate, si cercherà di rispettare l’aggiornamento settimanale ma senza garanzia. Oltre alla vastità e complessità della materia, avrò qualche impedimento personale che rallenterà, forse, il progetto. Non è poi detto che l’attualità non ci rapisca distraendoci dal compito che, comunque, intendiamo portare a termine.

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[1] Il libro segue un articolo del 1993, uscito su Foreign Affairs. E’ lo stesso autore a ricordare che quell’articolo poneva quel titolo con un punto interrogativo “Scontro di civiltà?”. Se ben ricordo, l’autore avrebbe voluto mantenere quel punto interrogativo anche nel libro ma l’editore fu inflessibile, un problema non attira lettori, una tesi sì. Ricordo che nello sviluppo delle quasi cinquecento pagine derivate dall’articolo, quando Huntington arrivava all’islam, le tesi si facevano molto critiche ed allarmate (ed allarmanti). Del resto la rivista FA è nota per interpretare il mainstream del pensiero geopolitico statunitense e l’articolo era di appena due anni successivo alla Prima Guerra del Golfo di Bush sr. Huntington, inoltre, fu uno dei fondatori del neo conservatorismo. Ma quanto è poi passato nel mainstream di quel titolo e di quel lavoro, la tesi forte dello scontro di civiltà, in specie con quella islamica, non era in origine l’intento dell’autore.

[2] Ebrei sono le persone di etnia ebraica ed anche i credenti nella religione monoteista vetero-testamentaria ma ci sono anche ebrei non credenti mentre i credenti nell’ebraismo non di etnia ebraica credo siano molto pochi. Ai tempi di Maometto, c’erano ebrei ed arabi che comunque credevano in quella religione, così come in vari tipo di cristianesimo (gli arabi, non gli ebrei).

[3] Nel Corano, ci sono versetti che sembrerebbero addirittura alludere al fatto che il testo rivelato ha un corrispettivo in un -Libro celeste- che ovviamente deve intendersi eterno. Sono però possibili discussioni a riguardo in quanto il testo (come spesso accade nelle scritture sacre ed in questa in particolare) accenna, allude, non spiega e si può interpretare anche in altri modi. Quanto alla storicità, si dovrebbe considerare che ai tempi, l’idea che il mondo potesse finire da lì a non molto, idea che troviamo tanto nel Vecchio, quanto nel Nuovo Testamento ed in molto eresie di quei primi secoli, pregiudicava l’aprirsi al senso della storia, iniziata da poco e che si temeva, dopo poco sarebbe finita. Apertura alla storicità che anche in Occidente, è cosa che avviene tardi (tra XVIII° e XIX° secolo). Altresì scopriremo in seguito che vi sono versetti che sembrano condizionare la stessa comprensione del testo ed unitamente al fatto che tutto ciò che dice il Corano è inteso come parole di Dio, questo è ciò che diciamo “chiusura della serratura dall’interno”. Va da sé che il nostro studio sarà anche un tentativo di intrufolarsi dentro questa serratura senza però scassinarla.

[4] In realtà ha origini in una scuola giuridica ben precisa, la scuola hanbalita.

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COMPLESSITA’ e CROLLO delle CIVILIZZAZIONI.

Recensione a E. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

coverwe4E’ da poco uscito lo studio di Cline su quel periodo storico che segnò la fine della civilizzazione dall’Età del Bronzo e l’inizio di quella dell’Età del Ferro, nelle zone prospicienti il Mediterraneo orientale. Lo studio che raccoglie tutte le ricerche archeologiche e le teorie storiche più recenti, sull’antichità mediterranea, giunge alla fine a concludere che, dal momento che nessuna delle cause addotte sino ad oggi in ipotesi, da sola, riesce a spiegare un crollo così intenso, esteso e più o meno, sincronico, allora deve essersi trattato di un crollo sistemico. Crollo sistemico, teoria delle catastrofi e teoria della complessità, sono le risorse epistemiche a cui Cline e non solo, si rivolge per spiegare quel che fino ad oggi spiegar non si è potuto. Sintomatico che il ricorso ad una visione sistemica o meglio di “crisi sistemica”, si presenti in quell’oggi in cui ci rendiamo conto di essere immersi in strutture, sistemi, complessità che stanno maturando una profonda crisi generalizzata del nostro mondo. E sintomatico è anche che l’interesse per le dinamiche di passaggio da una età all’altra, si riproponga oggi in cui, probabilmente,  ci ritroviamo in una di queste transizioni. Insomma, l’attualità dello studio di Cline sembra basarsi sull’analogia tra ieri ed oggi, quanto fondata o meno lo scopriremo argomentando lo sviluppo del libro.

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Siamo nel campo della storia antica (dal -3000 a poco dopo il -1200 per l’Età del Bronzo, dal -1700 al -1200 o poco dopo per l’attenzione specifica dello studio in oggetto) non troppo frequentata dagli storici in quanto tali che temono di avventurarsi in cose di cui non si ha sufficiente prova e conoscenza, così da lasciarla prevalentemente nelle mani degli archeologi. Siamo in quella terra vaga in cui è richiesta “immaginazione scientifica” come Cline fa appellandosi alla razionalità di Sherlock Holmes. Digital StillCameraLa cosa può disturbare i logici più conservatori legati alla deduzione ma anche a quelli più moderni legati all’induzione. Siamo infatti in regime di abduzione, una logica del terzo tipo che trae conclusioni possibili o fors’anche probabili, da un sillogismo con prima premessa certa ma seconda premessa ipotetica. Ogni celebre agente investigativo da Holmes a Poirot, da Miss Marple a Maigret, ha usato l’abduzione. Secondo C. S. Peirce è la base del ragionamento scientifico, ne fanno uso anche i pragmatisti (o pragmaticisti secondo alcuni) e vi argomentò su anche G. Bateson. Non ha molto senso paragonare le performance delle tre logiche tra loro in quanto la loro diversità si deve alla diversa possibilità di applicazione. Si tratta in sostanza di incunearsi nell’ossimoro per cui ci si attiene al massimo di scientificità possibile stante che non tutte le premesse possono esser certe, cioè “scientifiche” e vanno quindi poste dall’immaginazione ben temperata.

I fatti partono dall’esistenza di un lungo periodo (almeno tre secoli tra circa -1500 e -1200) in cui convissero alcune grandi civiltà tutto intorno al Mediterraneo e lungo la piana dei due fiumi mesopotamici. Gli Egizi, i Micenei (greci continentali), i Minoici (cretesi), gli Ittiti (indoeuropei centro anatolici, oggi Turchia), gli Assiri (oggi Iraq del Tigri)), i Cassiti che furono tra i molti gestori di Babilonia, i Ciprioti, i Mitanni (con una élite indoeuropea, oggi Iraq dell’Eufrate e Kurdistan) i Cananei (tra Israele e Giordania). Gli Elamiti si trovavano ad Oriente dei Cassiti (sud Iran) e molti altri centri come Ugarit o zone come Arzawa (Anatolia sud-occidentale a ridosso della costa, tra cui Mileto, che era però di origine greca come altri centri della costa) e popoli come i Kaška (Anatolia nord-orientale proprio sopra Ḫattuša capitale degli Ittiti), completavano un quadro molto ricco e complesso.

Quello che le ultime indagini archeologiche hanno portato, oltre ad una migliore conoscenza di ognuna di queste realtà tra cui la scoperta di Ugarit ma non ancora quella 14_century_BC_Easterndella capitale dei Mitanni, Waššukanni, sono centinaia e centinaia di tavolette iscritte. Da queste si sono apprese sostanzialmente due cose: a) la prima è che esisteva una incredibilmente vasta ed intensa rete di relazioni diplomatico-commerciali tra queste civiltà; b) la seconda è che le famiglie aristocratiche che reggevano il comando delle varie civiltà, qualche volta si muovevano guerra ma più spesso si scrivevano per chiedersi informazioni, scambiarsi doni, personale tecnico e qualche volta, anche per stringere rapporti famigliari tramite scambio dei rampolli. Come nota Cline, è curioso che anche quando non avevano reali rapporti di parentela, si appellassero l’un l’altro con “mio fratello, mio padre, figlio mio …”. Evidentemente si sentivano una comune famiglia (tra élite) o comunque avevano intenzione di simulare tale stato per cementare rapporti e relazioni. Quanto alle relazioni commerciali, finalmente è stato sdoganata la certezza che ciò che “è rimasto” (bronzo, oro, ceramica, gioielli, coppe, spade, scudi etc.) non era che una piccola frazione di un totale che comprendeva oli, essenze, spezie, grano, orzo, frutta e verdura fresche o in semi, animali, schiavi esotici etc. che compaiono negli elenchi scritti che accompagnavano gli scambi. La nostra periodizzazione (Età del Ferro, Bronzo, della pietra) sconta questo riferimento a ciò che è rimasto visibile a noi ma non è affatto detto che le civilizzazioni fossero definite da questi aspetti e non da aspetti deperibili se non immateriali. Quanto al bronzo, che era la materia prima dell’epoca, necessario per far la lega era certo il rame ma anche lo stagno e pare che quasi tutte le miniere di stagno fossero in Afghanistan che quindi entrava a far parte di questa “circolazione allargata”. Quando le cose cominciarono a precipitare, si hanno urgenti e pressanti appelli all’invio di grano per scongiurare rivolte e vere e proprie carestie.

Questo sistema di economia internazionalizzata, doveva aver creato quello che Ricardo chiamava il “vantaggio comparato” ovvero una sorta di specializzazione per cui ogni economia areale, aveva le sue specialità e mancanze. In verità, ogni areale o cultura di ogni ordine e tempo ha le sue naturali specialità e mancanze ed obiettivo dello scambio commerciale è proprio quello di coprire le une (mancanze) con lo scambio delle altre (abbondanze). E’ che nel lungo tempo, ci si specializza sempre più sulle abbondanze contando di poterle scambiare con le mancanze per cui, quando per ragioni imponderabili ma che ogni tanto accadono, si interrompe il flusso consueto degli scambi, si finisce con subire qualche mancanza fondamentale che arriva a minare il consueto funzionamento del proprio sistema sociale. Si è cioè attratti per convenienza in una rete mercantile, funzionale fino a che regge, disfunzionale quando per un motivo o per l’altro, non regge più.

image041Con le merci, viaggiavano idee e persone e dato il vasto raggio di questo circolo di interrelazioni, così si spiega l’ampia condivisione di elementi estetici o culturali, storie e mitologie, tanto da far parlare l’autore di una vera e propria “cultura e stile internazionale” del tempo. Una piccola, pre-globalizzazione delle merci, delle persone, delle idee. Ad un certo punto, proprio a ridosso della data riportata nel titolo (-1177), qui e lì, crollano rovinosamente i centri delle rispettive civiltà. Cade Micene-Titinto-Pilo-Tebe e molto altro in Grecia, Ugarit ed il nord della Siria, Megiddo e Lachish in Israele (dove compare la Pentapoli filistea), distruzioni anche in Mesopotamia ed Anatolia tra cui la rovinosa caduta dell’inespugnabile Ḫattuša ma anche lo strato VII A di Troia, quello candidato a corrispondere alla famosa guerra omerica, Cipro e varie turbolenze che si registrano anche in Egitto. Perché?

baf-clineLa ricerca della causa ha offerto vari pretendenti nel tempo, ognuno ha avuto il suo momento di fulgore aspirando a paradigma causativo esplicativo, poi è declinato non confermato, falsificato o rimpiazzato da uno nuovo più promettente. Nessuno in verità è stato completamente falsificato, nel senso che pare aver effettivamente agito ma mai con la totalità o intensità o concentrazione temporale e sincronia di manifestazione in un areale così vasto, tanto da poter reggere sulle sue spalle, l’intero edificio esplicativo. C’è dunque stato un earthquake storm (una tempesta di terremoti) e una lungo periodo di siccità e conseguente carestia che ha accompagnato un mutamento climatico sebbene non particolarmente eccezionale e non repentino. Alcuni cadute hanno avuto probabilmente cause interne (rivolte popolari o élite sfidanti mosse dalla crisi di gestione dell’élite in charge), altre, cause esterne visto che si sono trovate punte di frecce e varie armi sparse tra le rovine incendiate. Il crollo della rete commerciale internazionale fu conseguenza del crollo di qualche punto importante della rete, popoli migranti dalle proprie disgrazie e rovine confusero territori e rotte, la legalità e sicurezza dei viaggi si fece senz’altro problematica con la comparsa di pirati e bande organizzate. downloadfn8Alcuni hanno posto il crollo dell’economia centralizzata e palaziale e la sostituzione con una economia capitalistica privata, tra queste ragioni ma è probabile che tale economia convivesse con quella centralizzata già da tempo. Il nostro M. Liverani, uno dei pochi coraggiosi storici dell’Antichità per altro di statura internazionale, ha segnalato che la grande rigidità della centralizzazione palaziale fu una forma di forza quanto ad ordine in tempi normali ma in tempi speciali divenne una debolezza poiché caduto il palazzo e la sua élite, gli stati non avevano più ordine e sostanza e si disgregavano facilmente.   La disgrazia altrui provocò l’appetito del competitor per cui forse Ḫattuša, crollò per cause proprie e solo dopo gli storici rivali degli Ittiti, i Kaška, ne approfittarono invadendola.

La spiegazione che è andata per la maggiore in tempi recenti, è stata quella dei famosi Popoli del Mare. Costoro ci sono noti per via dei report storici compilati dagli egizi, una sequenza di misteriosi nomi stranieri che non si ha idea di dove venissero, come vivessero e dove andassero. Qualcuno ha ipotizzato che i Shardana provenissero dalla Sardegna e i Shekelesh dalla Sicilia, i Teresh forse erano proto-etruschi. Sull’ipotesi sarda c’è da registrare i recenti ritrovamenti dei giganti di pietra di una civiltà nuragica, evidentemente ben più importante del sino ad oggi ritenuto. Forse non erano neanche tutti di provenienza marina, di certo alcuni erano guerrieri puri mentre altri erano solo nomadi, viaggiando con animali, mogli e figli al seguito, nomadi storici o nomadi improvvisati (nel senso di in fuga da qualche disastro), alcuni erano pacifici e si collocarono accanto a culture stanziali locali, altri “irresistibilmente” bellicosi. Era appunto il -1177, quando secondo le fonti egizie, si ammassarono sulla costa siriana, prima I_Popoli_del_Maredi scendere in Libano, Israele ed il delta del Nilo. Alcuni, avendo carri e bighe, cioè cavalli, hanno fatto pensare ad indoeuropei della steppa ed oltre Danubio, così anche per una certa vis bellica distruttiva che forse fu una delle cause di qualcuno dei crolli segnalati.

L’ipotesi Popoli del Mare, secondo Cline, oggi è indebolita. Per altro, escluse le cronache egizie e qualche resto materiale che attesterebbe della presenza dei Peleset/Filistei sulla costa israeliana (uno dei centri era Gaza) nulla più è emerso in anni ed anni di ricerche. Oggi si propende per una ipotesi alone. Questa più che una causa fu un effetto del caos in cui piombò l’intero sistema centrato sul Mediterraneo orientale. Migrarono popoli più organizzati ma anche meno, piccoli gruppi ma anche gruppi consistenti, armati o pacifici, in blocco o a rate. Ognuno dei loro spostamenti diede vita ad altri spostamenti in un gigantesca carambola di biliardo delle migrazioni, migranti si stanzializzarono, altri continuarono ma raccogliendo ex-stanziali in cerca di nuove terre.

isola-santorini-vulcanoInsomma: a) abbiamo molte fiorenti civiltà, autonome ma interconnesse: b) ad un certo punto crollano più o meno tutte; c) ogni crollo è soggetto ad una pluralità di possibili cause esplicative. Terremoti, carestie, rivolte interne ed aggressioni esterne, Popoli del Mare intesi come torma indistinta di popoli in fuga, interruzione permanente della rete degli scambi commerciali, delle vie di scambio, comunicazione e della tessitura diplomatica, caduta delle élite storiche compongono questa pluralità esplicativa. Ne consegue la possibile diagnosi  di crollo sistemico, causa complessa, dinamica di catastrofi interrelate e reciprocamente causanti. Quello che crollò fu un sistema ed un sistema quando crolla, crolla tutto assieme anche se non tutto nello stesso momento, per molteplici cause in cui è impossibile discernere l’interno dall’esterno, per dinamiche non lineari, retroazioni, perturbazioni che vincono la resilienza dopo aver spezzato la resistenza strutturale del sistema.

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Il crollo di civiltà è un soggetto ideale della cultura complessa, poiché ogni civiltà prima o poi crolla ed ogni civiltà è un sistema complesso. Un po’ come nelle scienze cognitive, si capisce come funziona il cervello quando questo è danneggiato così si capisce come doveva funzionare un sistema-civiltà da come e perché questo è crollato. Se ne è dedotto che i sistemi collassino quando sono troppo complessi, a quel punto scendono di complessità, in genere si scompongono in sottosistemi più semplici ed iniziano un nuovo percorso non proprio daccapo ma retrocedendo di qualche ordine di complessità per poi ripartire a crearne di nuova, superare il vecchio limite per poi incorrere in uno successivo dove la dinamica si ripete secondo la logica “un passo indietro, due in avanti”. La complessità tende ad aumentare per spinta naturale, i sistemi vi si ambientano sperimentando ora questa ora quella forma di struttura secondo lo schema tentativo – fallimento – nuovo tentativo.

477Iniziò E. Gibbon (1776-1788 sei volumi sulla caduta dell’Impero Romano); poi il celebre J. Tainter (1988) sul collasso delle società complesse in generale, la cui ragione è proposta in una sorta di legge dei rendimenti decrescenti per cui più diventa grossa una società, più diventa complessa e costosa ed il maggior costo spinge a diventare più grossa fino a scoppiare/crollare; poi la meno nota ed utile antologia di N. Yoffe e G. L. Cowgill (1988) che non avanza alcuna legge specifica;  infine il celebre Collasso di J. Diamond (2005) che si basa sulla cecità ai disequilibri demografico-ambientali. Sta di fatto che tutti si sono occupati di singole civiltà non di sistemi di civilizzazione, quale è il caso in questione.

Il ricorso al principio di causa complessa ci porta a darne una più puntuale specifica, utilizzando la comparazione con il principio di causa normalmente vigente e che per ragioni di differenziazione introdotte dall’aggettivo “complesso”, porta a specificarsi come principio di causa semplice.

  • La causa semplice è una e singolare, quella complessa è molteplice e plurale.
  • Quella semplice è lineare (causa-effetto), quella complessa è non lineare (cause-retroazioni-effetti che diventano cause di altre retroazioni etc.).
  • Essendo una, quella semplice è o interna o esterna al sistema considerato (che per altro non è mai considerato come sistema), quella complessa è sempre nella relazione o meglio, nelle relazioni tra l’interno e l’esterno del sistema dove all’esterno ci sono altri sistemi oltre all’ambiente generale in cui tutti i sistemi si trovano.
  • Quella semplice presuppone il tempo ristretto in cui accade il fatto catastrofico, quella complessa risale a fenomeni di media-lunga durata che si compongono nel tempo e solo alla fine si compongono con l’effetto catastrofe.
  • Rispetto ai sistemi umani, quella semplice ha o una matrice materiale (geografia, ambiente, economia) o ideale (sistemi di pensiero, innovazioni sociali o produttive comunque culturali, decadenza dei principi, etc.). Quando le considera abbinate, l’una è sempre causa dell’altra. Quella complessa considera tutte le variabili sincronicamente e diacronicamente.

Secondo me, ve ne è una sesta a proposito del fatto che quella semplice presuppone di poter trovare una legge regolativa valida in tutti i casi, stante simili premesse (è il caso anche di Tainter e Diamond). Chi scrive invece non pensa possibile trovare simili premesse se non in casi specifici e quindi non pensa esista una possibile legge del collasso delle civiltà o civilizzazioni. Questa seconda posizione è tipica del “contestualismo”. CollassoLa cultura della complessità, in genere, prevede la estrema sensibilità alle condizioni iniziali cioè il fatto che le storie dei sistemi, sono per lo più eterogenee, dipendendo fortemente non solo alle condizioni iniziali ma anche dal contesto che nei casi umani è assai variabile.

Questo pattern dell’indagine e della spiegazione dei fenomeni, quello complesso vs quello semplificato, sconta la contraria organizzazione dei saperi contemporanea. Come si fa a cercare cause complesse se le informazioni sono sparse in decine di discipline? Quale autore infrangerà il tabù di criticare la tesi di un collega di un’altra disciplina? E chi potrà vantare una formazione adeguata a questo compito enciclopedico? Che utilità si potrà vantare  a ricostruire storie che ogni volta mostrano una diversa grammatica? Come accettare e discutere tesi ipotetiche e parziali quando il crisma della precisione millimetrica vincola a non parlare su ciò di cui è meglio tacere? Come trattare le deduzioni da premesse ipotetiche, come trattare le “verità provvisorie”?

Eppure, come più volte andiamo ripetendo nei nostri studi, gli oggetti, i soggetti, i fenomeni, sono intrinsecamente complessi e laddove come oggi capita in geopolitica, economia, organizzazione dei saperi, si deve indagare realtà complesse, una teoria della conoscenza complessa diventa imprescindibile. E’ la natura dell’oggetto da conoscere che lo impone e grave danno si fa conformando o meno a forza l’oggetto ai nostri pre-formati e limitati presupposti conoscitivi. Dire che l’unica conoscenza è quella scientifica è dire che possiamo conoscere solo qualcosa di fisica, di chimica o di biologia e nulla più, un assurdo evidente.

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Che dire delle possibili analogie tra la crisi sistemica di tremila anni fa e quella di oggi? Terremoti non sono prevedibili e comunque eventi ambientali fuori scala certo impattano i sistemi tanto più questi sono complessi. Basti ricordare il perdurante caos nel cieli d’Europa quando eruttò il periferico vulcano islandese nel 2011 o lo tsunami giapponese che provocò una pericolo chissà quanto scongiurato di contaminazione nucleare che non è rischio naturale connesso ai terremoti marini. 639303main_20120416-m1flare-orig_fullOgni tanto si avanza il timore di una tempesta elettromagnetica in relazione ai flare solari, fatto che metterebbe fuori gioco l’intera economia basata sull’elettronica (quindi praticamente tutta), evento che forse si presentò in passato ma di cui non ci fu nessuna consapevolezza perché non impattò su nulla di sensibile esistente. Su i cambianti climatici esiste una ampia letteratura ed è un fatto che al di là del più caldo o più freddo, la “semplice” dislocazione dei climi, introduce elementi di profonda caosizzazione nelle economie e negli stili di vita dei gruppi sociali che hanno l’intera cultura materiale centrata su specifiche consuetudini climatiche. La stessa storia dei Popoli del Mare ci dice di un periodo in cui, pressioni ambientali possono innescare movimenti migratori che in assenza di terre libere ed ospitali, diventano caotiche carambole di un conflittuale biliardo impazzito. Epidemie, pandemie, scarsità di cibo ed acqua, guerre alimentate dal mai pago sistema di produzione degli armamenti oltretutto al servizio di istanze geopolitiche senza scrupoli, tempeste valutarie ed economiche,  innalzamento del livello dei mari con conseguente allagamento permanente delle coste, inquinamento, sono tutte minacce note per il temuto accendersi del biliardo caotico. Noi europei poi siamo seduti su due vulcani, quello musulmano e quello africano, oggi gli africani sono 300 milioni più degli europei ma tra soli trentacinque anni , saranno 1.200 milioni in più, altro che Mare nostrum o Triton.

Le rivolte popolari interne e la competizione tra stati sono sempre pronte ad accendersi. Quelle tra stati in competizione: diretta per le risorse, (si pensi alla corsa all’Africa tra cinesi, indiani, americani ed europei o all’intricata geoeconomia delle energie, le terre rare, il grano, la pesca, l’acqua) o competizione indiretta per riformulare la geometria degli equilibri geopolitici che è conditio sine qua non per affrontare i problemi delle risorse. Anche la competizione per il controllo più generale delle valute di sistema, dei mercati, dei debiti e dei crediti, sono già accese. Tra ebola e land grabbing, petrolio-gas e bacini idrici, primavere arabe e Stato islamico, Siria ed Ucraina, dollaro e yuan, centro euroasiatico e nuovi trattati promossi dagli americani, sembra noi già si sia in pieno, in uno di questi turbolenti periodi di riconfigurazione degli assetti.

FotoFlexer_PhotoQuanto allo specifico crollo della rete globale, che sia Internet, il sistema commerciale o quello banco-finanziario-valutario, c’è già chi sta pensando di ridurne la complessità, creando almeno due sistemi separati, quello USA – centrico e quello Cina -centrico.  Ma quello USA centrico o più in generale occidentale, ha una fragilità costituzionale che ha giù creato più di una crisi e molte altre è destinata a crearne. Si tratta dell’enorme ed innaturale sproporzione tra ricchezza effettiva e ricchezza circolante, un debito di aspettative incolmabile anche in tempi di rosee previsioni di crescita, tempi che sono stati e mai più torneranno. E’ dal 2009 che sento qualcuno di importante (tra i meno stupidi) che sentenzia che “questa è una crisi sistemica” ma alla diagnosi non è seguita una, che sia una, iniziativa correttiva. Siamo semplicemente obesi di aria compressa ma non possiamo che fare piccoli peti qui e lì perché i nostri stili di vita dipendono da quel gonfiore di promesse non mantenibili che ci fa galleggiare.

000-000L’accentramento palaziale, per quanto riguarda l’analogia con la diagnosi di Liverani, non è mai stato così pronunciato come oggi lo è rispetto a gli ultimi sessanta anni. Dappertutto trionfa l’invocazione a gli uomini e donne decisionisti, la riduzione di democrazia, il riferirsi ad un unico credo (competere e crescere!), i poli economici o finanziari, trattati rigidi (che sia per la moneta vedi euro o per il sistema degli scambi internazionali, vedi TTIP, TTP, TISA, NATO), le sottili élite di super-ricchi e super-potenti su un mare di agnostici a tutto che non sia l’ultimo telefonino o la soddisfazione di un selfie che regali loro almeno cinque secondi di notorietà anche se solo nel triste cortiletto del proprio facebook. L’imperativo di salvare il centro-sistemico che è nel sistema bancario, pena il caos generale ed anche al prezzo di trasferire i debiti bancari su i privati o sul pubblico che è il privato collettivo nè è un altro sintomo. Tutto sta andando verso la radicalizzazione, la polarizzazione, la centralizzazione, l’aut-aut.

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Q89L’analisi di Cline aggiunge un ultima considerazione che non abbiamo ancora riportato. A dispetto del titolo del suo libro che evidenzia una singola data come spartiacque del crollo del vecchio sistema, le ultime analisi convengono sul fatto che, in realtà, si trattò di un passaggio che durò più di un secolo. E’ questo un dato importante perché noi siamo abituati a segnare il tempo storico con date che fungono da spartiacque ma nel farlo, ci danno una errata visione del tempo del cambiamento. Stante la rivoluzione francese repubblicana al 1789, la prima repubblica durò dodici anni, poi scomparve per quarant’anni e tornò per quattro, scomparve di nuovo per altri diciotto anni e si affermò infine stabilmente solo quasi un secolo dopo l’inizio del Luglio dell’89. Questa è la differenza tra fatto cataclismatico, lineare, causa effetto e fatto di transizione anche epocale, non lineare, complesso. Sicuramente, noi siamo in una di queste transizioni. Lunghe, travagliate e dolorose.

Ma lo studio di Cline, ci dice anche  che società interrelate, magari anche solo per via della prossimità geografica, sono sistemi anche se come accade oggi a differenza di tremila anni fa, noi non ne abbiamo coscienza. La differenza di cultura, di religione, di status economico e sociale, ci fa immaginare, quanto ad europei mediterranei, “altro” da ciò che c’è nell’altra sponda del mare. Un “altro” non solo concettuale ma anche spaziale, noi siamo un altro sistema che è in un altro luogo o dimensione. Non è così. I mari, sopratutto i mari interni, non sono frontiere ma spazi di comunicazione, da sempre. E’ l’attualità a ricordarci che il caos imperante nell’altra sponda del nostro mare, spesso creato da noi stessi, sta arrivando qui da noi, direttamente dentro casa nostra. I nuovi popoli del mare vengono da sud e con questi popoli, volenti o nolenti, dovremmo decidere per il nostro essere un comune sistema, se avere un futuro di evoluzione o di catastrofe.

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