COME GLI EUROPEI VANNO INCONTRO ALL’ERA COMPLESSA.

Gli americani si svincoleranno non solo dall’Ucraina, ma più in generale dall’Europa in termini di presenza e investimenti militari diretti. Questo è in osservanza con la loro strategia di diminuire la spesa statale e rassicura Mosca sul fatto che questa amministrazione non ritiene Mosca un nemico strategico. Tale ritiro potrebbe estendersi oltre l’Ucraina ai paesi europei annessi alla NATO dagli anni ’90 in poi.

Questo non ha nulla a che vedere con altisonanti ritiri dalla NATO. La NATO è una alleanza in cui, secondo Washington, ognuno porta il suo adeguato contributo, quello dell’Europa non lo è. Washington è volta strategicamente al Pacifico; quindi, l’Europa deve fare una NATO europea, che se la sbrighi da sola.

Mosca sarà assai contenta di aver da fare militarmente con l’Europa e non con gli USA, sia perché non ritiene l’Europa un nemico strategico (la somma dell’arsenale atomico UK+Francia arriva al 10% di quello russo, a parte il problema dei vettori -missili e aerei- su cui siamo a “carissimo amico…”, ma è un problema molto più complesso che non l’inventario delle armi), sia perché la minaccia militare europea è e rimarrà sostanzialmente inconsistente, in teoria “difensiva” e non certo offensiva.

Kiev avrà così un suo parvente senso di protezione per quanto relativa, una Kiev a cui gli accordi Trump-Putin vietano l’adesione NATO, ma concedono quella alla UE, sempre che questa si voglia prendere tale fardello in carico. Vai poi a giustificare perché continuare ad armarla, ma non portarla nel mercato comune e pagarne la ricostruzione. Sul piano economico, Kiev regalerà siti minerari agli USA che così non solo risparmieranno, ma guadagneranno. Gli investimenti estrattivi e neo-tecnologici americani (vecchio progetto di Zelensky per una nuova nazione start-up high tech anarco-capitalista), saranno “protetti” dagli europei, è un rischio, ma relativo.

Leva usata da Washington verso l’Europa saranno i dazi, più spesa militare-meno dazi, meno spesa militare-più dazi. Con aggiunta la seduzione fiscale in caso di trasferimento delle proprie imprese che vogliono continuare a vendere in USA. In più, gran parte della nuova spesa militare europea andrà a vantaggio diretto della vorace industria militare americana senza dovergli dare una guerra diretta come motore di produzione e profitto (anche perché sono annunciati tagli alla spesa militare diretta USA e riconfigurazione dei settori di punta). Questo schema sarà applicato anche in altre parti del mondo delle alleanze e protezioni americane in giro per il mondo (Giappone, Corea, Taiwan, mondo arabo, Asia etc.). Per Taiwan, il prezzo annunciato è condividere l’azionariato in TSMC e dislocare produzioni in USA. In questo senso il mondo sarà momentaneamente più “pacifico” poiché intento ad armarsi. “Si vis pacem, para bellum” si diceva da Platone a Vegezio, la pace si ottiene con la paura della forza del nemico ha detto Trump.

Le nuove relazioni con Mosca prevedono la possibilità di riprendere a fare affari diretti nell’estrazione delle energie fossili, anche nell’Artico se non direttamente in Siberia, pane per una congrua parte degli sponsor economico-politici petro-carboniferi di Trump, già ossequiati dalla svolta anti-ecologica travestita da anti-woke per la gioia aggiuntiva di vaste platee di imbecilli e decerebrati.

L’Europa sa tutto questo ed è per questo che continua ed anzi amplifica la surreale costruzione del “grande pericolo russo” alle porte di casa. Quale platea elettorale nazionale europea potrebbe mai accettare e condividere questa svolta militarista per economie, bilanci, debiti pubblici già sotto pressione, senza la costruzione del “grande nemico alle porte”? Viceversa, come giustificare dopo tre anni di deliri, una eventuale svolta diplomatico-pacifica senza perdere del tutto la faccia ed ogni residua credibilità politica per le proprie élite?

[In realtà, nonostante tutti gli sforzi prodotti in questi tre anni, secondo ricerca condotta dall’European Council for Foreign Relation, molta Europa non ritiene la Russia un avversario strategico]

A governo di quella banda di pecore belanti del subcontinente, ecco arrivare la vecchia, infida, Gran Bretagna. Prima un surreale fondo dell’Economist che consigliava agli europei di diminuire la spesa di welfare per aumentare quella militare, poi ieri è sceso in campo il Financial Times più o meno con lo stesso discorso ed anzi l’idea di un fondo comune e agenzia per la spesa comune, un comando strategico atomico congiunto, in cui Londra vede anche qualche sfogo per la “sua” industria militare, nonché la possibilità più ampia di tornare a fare affari con l’UE visto che il piano Brexit non ha funzionato strategicamente poi come immaginato.

Londra poi preferisce senz’altro scavarsi un ruolo ripristinando il triangolo con Parigi e Berlino piuttosto che avere a che fare direttamente con Trump, anche per loro la “svolta” dell’atteggiamento verso Mosca è impossibile, semmai voluta. Come poi già scrivono i liberali inglesi, tutto ciò è pro-tempore, è un “ha da passa’ a’ nuttata”, Trump non è eterno, prima poi il gioco cambierà di nuovo, ma questa nuova postura non dispiacerà neanche al pieno ripristino dell’internazionale liberale una volta che -se e quando- Washington tornerà in sé. Più armi per tutti è un ottimo modo per andare incontro al mondo dei prossimi anni e decenni, quindi meglio fare di necessità, virtù. Il bellico è sempre stato motore dello sviluppo tecnologico ed economico europeo, sin dalla prima modernità, se non dalla transizione da Medioevo e Moderno, visto che ormai siamo fuori dai nuovi settori di punta tecnologici, che altro ci rimane da fare?

I capitali in fuga da una Europa sotto dazi e spesa militare esogena e solo debolmente endogena, andranno a Wall Street, ma non solo quelli finanziari, anche quelli produttivi (aziende) e fiscali (capitalisti) a cui verranno promesse condizioni più attraenti. La cura ricostituente il bilancio USA passerà per la vampirizzazione dell’Europa e degli europei. Ogni organismo in crisi pompa più sangue dalla periferia a gli organi vitali.

Per gli arabi il discorso è noto, tutti allineati alla nuova Via del Cotone/Accordi di Abramo che sfocerà sulle coste mediterranee israeliane con Gaza trasformata in paradiso fiscale anarco-capitalista, utile non solo per tutte le imprese e investitori coinvolti nella realizzazione decennale del piano, utile anche a sabotare le ultime velleità fiscali degli stati europei allora alle prese con la diaspora fiscale di imprese e contribuenti facoltosi se non in USA, nel nuovo paradiso fiscale rivierasco. Meno tasse, meno welfare, più privatizzazioni, più libero pascolo per il capitale anglosassone.

Di contro, per gli europei, nuovi potenziali commerci con l’area sud asiatica, energie fossili meno costose dello shale americano, magari anche qualche joint venture per le nuove trivellazioni mediterranee. Tanto, nulla di ciò sarà immediato.

Sì, va bene, andranno gestiti vari mal di pancia egiziani, turchi, qatarioti, ma si troverà il modo. L’Iran dovrà solo pregare di non esser direttamente attaccato da Tel Aviv e fare il pesce il barile altrimenti saranno dolori seri. Non solo Gaza diventerà una exclave americana, anche i Territori verranno assorbiti da Tel Aviv con dislocazione di parte dei palestinesi, assorbire quote di palestinesi diventerà il nuovo prezzo da pagare per gli arabi, sempre che vogliano entrare in torta al mega-progetto per il futuro dell’area e non trovarsi ostracizzati (corsa allo spazio, varie nuove tecnologie, forniture militari etc.) e colpiti da dazi ed altre disgrazie strategico-economico-finanziarie.

Qualcuno inorridirà e sospirerà che tra il dire e il fare c’è di mezzo l’imponderabile. Vero, ma nella nuova Era Complessa o hai un piano o sarai spianato da chi ce l’ha e ha la potenza per tentare di perseguirlo. Noi europei, ammesso esista tale entità non solo geograficamente (come diceva dell’Italia Metternich), non abbiamo né il piano, né la potenza, né adeguate accoppiate “élite-popolo” in grado di procurarseli. Non abbiamo, né possiamo avere la soggettività geopolitica che presuppone quella statale, ma abbiamo legioni di aspiranti Machiavelli che suggeriscono l’Europa dovrebbe essere e fare così e non cosà, un voluminoso teatro dell’assurdo. Coloro che invece si ostineranno a sospirare che tutto ciò “non è giusto” consiglierei un lungo bagno di crudo realismo, la nostra negazione del reale è sempre più patologica.

Del resto, alcuni sono andati avanti anni sul problema israelo-palestinese a ripetere “una terra, due stati” che certo sembra una bella idea, peccato fosse impossibile, pensavate davvero che Tel Aviv si sarebbe fatta fare uno stato palestinese ai confini? Ora è la volta dell’Europa pacifista, o socialista o ecologica o terzo mondista o bricsista o amica della Cina. Noi riempiamo la realtà di discorsi, di irrealistiche “cose buone da pensare” e dire. Abbassa l’ansia da dissonanza cognitiva, ma non può produrre nulla di concreto perché non ha basi realiste, ma idealiste. L’idealismo può darci il punto sul lontano orizzonte a cui tendere, ma per direzionarci e procedere tocca fare i conti col mondo reale, costruire nel tempo soggetti dotati di una strategia articolata e molto concreta e relativa potenza per perseguirla.

Come diceva il buon De Maistre “Ogni popolo ha il governo che si merita” e noi queste élite ce le meritiamo tutte, sono lo specchio della nostra insipienza (popolare, intellettuale, culturale, politica), potete insultarle quanto volete, ma è come sputare sullo specchio.

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IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE. Recensione al libro di Quinn Slobodian, Einaudi, 2023.

Slobodian è uno storico canadese, già autore dell’ottimo Globalist. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo (Meltemi 2021), qui in indagine sull’evoluzione del sistema ideologico di certo capitalismo anglosassone ovvero l’anarco-capitalismo. Titolo originale dell’opera: Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without Democracy che ha il merito di chiarire subito il punto centrale della questione: un mondo dominato dal mercato e il capitale, libero da ogni residua forma di democrazia.

La forma economica capitalistica sappiamo essere presente in vari modi e intensità nell’intera storia umana incluso il tardo medioevo italiano che creò e raffinò gran parte degli elementi di questa forma economica. Ma solo quando si impossessò dello stato con la Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, cominciò a diventare sia la forma completa che conosciamo, sia l’unica forma di economia ammessa. Dopo quasi due secoli e mezzo, Il Regno Unito arrivò ad accettare il pieno suffragio universale della forma di rappresentanza parlamentare che diciamo impropriamente “democrazia”. Dopo guerra e dopoguerra, inizia il fastidio delle élite per questa pur imperfetta forma di “democrazia”, precisamente dagli anni ’70 e le prime teorizzazioni dei think tank americani, dalla Trilaterale di Samuel Huntington in giù. A seguire, la versione con sempre meno politica ovvero democratica e sempre più dittatura prima della mano invisibile, poi del capitale finanziario detta “neo-liberismo”. L’anarco-capitalismo è la radicalizzazione ulteriore che, come da titolo originale del libro di Slobodian, sogna un mondo totalmente libero dai vincoli sociali e politici ovvero una monarchia o aristocrazia del capitale.

Tale ideologia anarco-capitalista non va presa come un canone ferreo ma come una costellazione di concetti, ispirazioni e tendenze. Può darsi che, a parte i teorici deputati a disegnare mondi di perfezione logica poco realistici che hanno il fascino dell’ideale, alcuni elementi possano essere usati per applicazioni parzialmente diverse ma concrete come sta facendo e sempre più farà Donald Trump. Vale dunque la pena di vedere cosa dice l’indagine di Slobodian.

Se il nemico per l’anarco-capitalismo è la democrazia, presupposto della democrazia è l’esistenza di uno stato per cui lo stato va smantellato. Si parte proprio dalla revisione della storia, cancellare il portato dell’ultimo secolo di pur discutibili “democrazie” liberali, ma i teorici più estremi vorrebbero in realtà cancellare gli ultimi mille anni e tornare al frazionismo localistico del medioevo europeo barbarico e poi del Sacro Romano Impero. Il tutto creando una collezione variegata di: città-Stato, paradisi fiscali, porti franchi, giurisdizioni private, parchi high-tech, distretti extradoganali, hub per l’innovazione, gated community, isole ed ex piattaforme off-shore, grandi navi in perenne crociera, “zone” speciali in cui non ci sono leggi limitative il libero spirito d’impresa. Zone (esistono -pare- ottantadue tipi diversi di zone) governate con logica d’impresa con amministratori eletti da assemblee di azionisti secondo logica per la quale una azione-un voto e non già una testa-un voto, nazioni start-up. Comunità di “individui sovrani” in cu si eccelle per merito e dove il merito è dato dall’accumulare la maggior quantità di ricchezza possibile, in ogni modo. Mano d’opera servile potrà sempre entrare momentaneamente ma senza diritti (né di cittadinanza, né sociali) e riconoscimenti formali, giusto il tempo che serve per la prestazione, fisica o di concetto, accontentandosi del prezzo pagato che sarà sempre meglio che morire di fame.

Prive di sindacati, di welfare state, con polizia ma anche magistratura (e leggi o contratti) private, da cui si può uscire o chiedere di entrare vantando gradi di omogeneità ideologica ed etnica che l’amministrazione vaglierà. Tali “zone”, al momento della scrittura del libro erano 5400, mille solo nell’ultimo decennio, seguendo il credo del capo della Pay-Pal mafia, Peter Thiel “Se vogliamo incrementare la libertà, dobbiamo incrementare il numero degli stati”. Ecco in che senso gli adepti di questo complesso ideologico si dicono “libertarians” che si traduce non già con “libertari” (che vanno dagli anarchici ai liberali), ma libertariani. Una enclave ideologica tipicamente anglo-sassone che sogna di liberarsi da tutto ciò che si frappone alla logica del mercato e dell’accumulazione del capitale.

Il tutto “piano-piano” con piccole secessioni morbide, recinzioni altrimenti motivate, rovesciamenti subdoli, piccole diserzioni dalla comunità, passo dopo passo, senza fretta, con paziente strategia pluridecennale per creare piccoli mondi di clienti e non già cittadini, in libera competizione tra loro per attrarre capitali, investimenti, talenti. Il tutto ha dato vita ad una vera e propria “transitologia”, la scienza di come cambiare sistemi complessi alla faccia di quelli che ancora si baloccano con la “rivoluzione”. Raggiunta la doverosa massa critica di piccole nazioni-start up, gli stati falliranno uno appresso all’altro per soffocamento ovvero mancanza di ricchezza, capitali e capitalisti secessionisti, quindi raccolta fiscale.

Il pantheon teorico di questi anarco-capitalisti risale alla scuola austriaca, Mises ancor più di Hayek e Milton Friedman, più figlio David e nipote Peter, l’immancabile Ayn Rand, nessuno di loro apertamente così estremi ma fondando i presupposti da cui poi altri teorici hanno sviluppato il discorso. Murray Rothbard, economista e il suo fido scudiero più politico che economico Hans-Hermann Hoppe, celebre per il suo “Democrazia, il Dio che ha fallito” (Liberilibri 2005) sono i riferimenti centrali.

Ma il libro poi sciorina le idee di altri meno noti che però fanno capire come funziona la macchina ideologica fatta di think tank (Cato Institute, Heritage Foundation, Mont Pelerin Society, Von Mises Institute, Rockford Institute, Property and Freedom Society, Hoover Institution e molti, molti altri) con accanto i capitali di Charles Koch (e non solo, ogni magnate da una quota delle sue “donazioni” qui e là, non si sa mai) e il recente entusiasmo della coppia Thiel-Musk (si veda anche il recente libro di Karp co-fondatore e CEO di Palantir), talvolta Ron Paul, articoli su riviste, cattedre universitarie, allettanti convegni e seminari “tropicali”, visibilità pubblica sponsorizzata per la quale, chiunque abbia un minimo di cervello, per convinzione sincera o sinceramente voluta prostituzione intellettuale, fa carriera il che porta denaro e status sociale.

Praticamente la stessa macchina-sistema usata per il neoliberismo a partire dalla Conferenza Lippmann di Parigi del 1938.  Basta riferirsi al canone centrale e apporvi qualche altra ragione, idea, proposta non importa quanto bizzarra e irrealistica nel pieno cliché dell’utopismo che infatti è tradizione inglese da Thomas Moore in poi con buona pace di Popper che infatti faceva l’inglese ma non lo era. Le idee poi non guidano pedissequamente le azioni, ma le ispirano. Tanto alla fine il punto concreto di convergenza è molto semplice, lo stesso da cui originò la rivolta baronale della Magna Charta Libertatum nel 1215: pagare minori tasse possibili -o meglio- per niente o al limite, concessione moderna e momentanea, bassa flat tax per tutti.  

Case histories delle fantasie anarco-capitaliste è fatta da la Compagnia britannica delle Indie orientali, Hong Kong ancora sotto il mandato britannico, le ZES cinesi, la Canary Warf della City di Londra, la duty-free dell’aeroporto Shannon in Irlanda, Singapore, Cayman e Bermuda, Dubai, varie gated community più piccole incluse piattaforme petrolifere pirata, San Marino, Liechtenstein, Lussemburgo, Principato di Monaco, Andorra, la secessione catalana o scozzese o tamil o fiamminga o il Québec canadese, vari casi statunitensi tra cui noti paradisi fiscali come il Delaware per anni base elettorale di Biden, le varie finte nazioni sud africane inventate per difendersi dalle accuse di razzismo segregazionista in cui si distingue il surreale caso del Ciskei (casi che hanno ispirato da Musk in giù ovvero il piccolo gruppo degli ex sudafricani che da sempre hanno mal digerito la perdita del proprio privilegio bianco coloniale che in America dialoga con le mai sopite frange razziste suprematiste e l’Alt-Right), la Brexit quindi l’Ukip. Somaliland e Puntland, Aruba, varie isolette del Pacifico, Abu Dhabi e gli Emirati in genere, la nuova Neom saudita e molti altri casi minori, teorizzati, tentati, abortiti. O casi ancora più bizzarri come l’idea di far amministrare uno stato (come l’Honduras) o una città ad una o più multinazionali o microstati “liberati”. Fino al creare nazioni cloud nel Metaverso, le clound country da portare poi nell’universo concreto con i Bitcoin come moneta denazionalizzata, in quantità fissa che non permetta inflazione. Infine, la nuova terra promessa ovvero Marte per Musk&Co, in cui riiniziare tutto d’accapo senza tradizioni ingombranti e abborrite ideologie politiche. L’agognata tabula rasa su cui rifondare la libertà assoluta dei liberi innovatori coraggiosi.

Del resto, se un libro di Theodor Herzl del 1826, Lo Stato ebraico, ispirò la nascita di uno stato reale (Israele), perché non ricreare i presupposti tramite comunità di persone omogenee per razza, classe, ideologia assimilate dagli algoritmi e riflesse nelle banche dati sempre più vaste e complesse? E cosa meglio di Internet e i social per partire?

Visto che abbiamo citato Israele e Trump come non pensare che la sparata sulla conversione di Gaza in Riviera (una Beirut dei bei tempi andati), non discenda dall’idea di farne una zona economico-finanziaria speciale con grattacieli, casinò, campi da golf e schiavi di servizio, giuridicamente chiusa in se stessa? Diventerebbe l’enclave di tutta l’imprenditoria e finanza invitata a costruire la Via de Cotone che collegherebbe l’India all’Europa e avrebbe terminale proprio sulla costa israeliana. Libera cioè esentasse, opaca ad ogni giurisdizione, totalmente depoliticizzata, amministrata come un fondo sovrano. Del resto, lo statuto giuridico di Gaza è assai incerto, una matassa inestricabile di antico possesso dell’Impero ottomano poi di quello Britannico a cui è seguita gestione egiziana, israeliana, risoluzioni Onu, pretese dell’Autorità palestinese essa stessa di statuto giuridico assai incerto. Certo, tocca sfollare due milioni di palestinesi, raderla definitivamente al suolo (lo è al circa 70% secondo l’ONU), sgombrarla e poi ricostruirla tutta daccapo, e non è questo che si sta facendo dal 7 ottobre del 2023 e che Trump ha annunciato di voler fare? [Video A.I. generato postato sul suo social dall’account di Trump 25.02.25]

Qualcuno balbetta che non si può, che gli arabi stessi non sono d’accordo, ma quando la motrice trumpiana minaccerà dazi e ostracismi con una mano e dollari sonanti con l’altra, allaccio o slaccio da Starlink previ strano sabotaggi dei cavi di telecomunicazioni oceanici, sicuri che qualcuno seriamente si opporrà? Chi? Hamas ridotto a ricordo o Hezbollah crivellato a morte o l’Iran nel frattempo bombardato da Israele con missili che partono da aerei talmente lontani da non apparire neanche nei radar? Inoltre, una bella Zona Speciale franca sul Mediterraneo servirebbe anche a disciplinare i vari staterelli europei che ancora si ostinano a tassare e provare a normare la foga libertariana del capitale e dello sciame di capitalisti che potrebbero spostare lì la residenza e domicilio fiscale, propria e delle proprie aziende, altro che Olanda! Insomma, già si immagina una bella Trump Tower svettante nella New Gaza ora diventata un vero e proprio paradiso…fiscale, libertariano.

Donald Trump ha vinto le sue elezioni per soli due milioni di voti su 150 milioni (77 a 75 milioni contro la pur sbiadita Harris) di votanti, due terzi degli aventi diritto. Tutto quello che ha fatto e facciamo fatica a commentare data un solo mese dall’effettiva presa in carica. Già si parla di revisione costituzionale per superare il limite dei due mandati salvo scontro alla dinamite nelle prossime mid-term. Per altro, la risicata maggioranza statisticamente e non elettoralmente fondata e l’impeto assai inusuale degli atti politici di questo primo mese di presidenza, al momento si riflettono in giudizi tutt’altro che positivi nei vari sondaggi di opinione (ad esempio Gallup). La rivoluzione anarco-capitalista è appena iniziata anche se è presto per dire se e come continuerà. Che paradossalmente sia portata avanti da un presidente dello stato -ancora oggi- più potente del mondo non è contraddizione.

Per i pragmatisti le idee servono o non servono, producono effetti o meno, stanno mica lì a controllare coerenze e specifiche come quei marxisti ancora oggi alle prese con qualche rinnovata edizione critica de Il Capitale, manco fosse il Corano. I pragmatisti l’XIa Tesi su Feuerbach l’hanno capita meglio dei marxisti e lasciano volentieri a questi l’interpretazione del mondo, mentre loro lo cambiano.

(Le premesse strategiche del progetto GAZA e pace in Medio Oriente, illustrate in questo studio pubblicato un anno fa: https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html)

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PERCHE’ NON PARLI?

Leggenda vuole che Michelangelo, pur contento della sua riproduzione dell’umano Mosè, abbia alla fine scagliato il martello contro la statua che pur perfetta “non parlava”, non era pienamente umana.

I discorsi che si fanno su quello che dovrebbe fare o non fare geopoliticamente l’Europa hanno la stessa surrealtà. La statua non parlava perché non era umana, era di marmo. L’Europa non agisce geopoliticamente con raziocinio perché non è un soggetto geopolitico, è una confederazione nata e sviluppata su logiche economiche e commerciali. L’Europa non è “uno” stato e in storia non si rinvengono soggetti geopolitici che non siano stati (regni, imperi, principati o altro). Non è uno stato, né potrà mai esserlo poiché gli stati hanno base, pur imperfetta, in una popolazione che mostra alcune omogeneità culturali su basi geo-storiche che i 27 paesi europei non hanno.

L’assurdo culturale del dibattito su questo argomento è spesso l’assenza totale di competenza.

Sul problema di “parlare con una voce sola” che presuppone una mente sola ed un corpo solo, cioè un soggetto ontologicamente inteso (cioè, un unico stato giuridicamente fondato come tale), si è espresso l’altro giorno Draghi. Qualche giorno fa si era espresso a mezza bocca anche Prodi, riconoscendo che il processo dell’allargamento dell’UE ha importato eccessiva eterogeneità disordinante.

Bene, ma Draghi e Prodi che competenza storica complessa hanno? Cosa sanno di storia di formazione degli stati, geopolitica, sociologia, storia culturale e filosofia politica comparate, “comparate” perché i contenuti di queste discipline nel registro europeo sono di un tipo, magari in Asia sono di un altro tipo, chissà, magari duemilacinquecento anni di storia cinese (giapponese, araba, indiana, africana etc.) raccontano altre storie e il molto altro necessario per ragionare di una cosa del genere?

Nessuna, sono economisti. Il che porta molti problemi. Il primo è la convinzione dei dediti a questa pur importante disciplina che la loro è la matrice di tutta la fenomenologia mondiale (assurdo), il secondo è che quella disciplina ha alti tassi di anti-storia, anti-sociologia, anti-cultura, non sa e non sa di non sapere (desolantemente priva di una sua epistemologia) . Ignoranza e presunzione, un mix letale.

Della serie “perché l’Europa non fa quello che ora io dico dovrebbe fare (che è ovvio a seconda di chi parla)” vediamo l’apporto di Kishore Mahbubani. KM è intellettuale, studioso a largo spettro, diplomatico, consulente geopolitico del governo di Singapore (e non solo), autore di una valanga di testi interessanti, membro di una caterva di istituzioni culturali, economiche e politiche mondiali, insomma una mente asiatica ma con ambizioni planetarie di alto livello. Tra l’altro, ha un debole affettivo intellettuale per l’Europa (da Machiavelli in poi).

Secondo KM Europa dovrebbe parlare anche se è fatta di marmo e dire:

1. “In primo luogo, l’Europa dovrebbe annunciare la sua volontà di abbandonare la NATO. Un’Europa costretta a spendere 5% in difesa è un’Europa che non ha bisogno degli Stati Uniti. Il cinque percento del PIL combinato UE/Regno Unito nel 2024 ammonta a 1,1 trilioni di dollari, paragonabile alla spesa per la difesa degli Stati Uniti di 824 miliardi di dollari nel 2024. Magari poi non lo farebbe ma almeno assumerebbe una posizione meno subalterna di chi dà al “mondo l’impressione che stiano leccando gli stivali che li stanno prendendo a calci in faccia”.

2. “Elaborare un nuovo grande accordo strategico con la Russia, in cui ciascuna parte si occupi degli interessi fondamentali dell’altra. Molte influenti menti strategiche europee si rifiuterebbero di queste proposte, perché sono convinte che la Russia rappresenti una vera minaccia alla sicurezza per i paesi dell’UE. Davvero?”. Segue una realistica spiegazione del perché la né la Russia per l’Europa, né l’Europa per la Russia possano intendersi rivali strategici.

3. “Elaborare un nuovo patto strategico con la Cina. Di nuovo, nel regno dell’ABC della politica estera, c’è un motivo importante per cui la geopolitica è una combinazione di due parole: geografia e politica. La geografia degli Stati Uniti, che si affacciano sulla Cina attraverso l’Oceano Pacifico, combinata con l’impulso di Washington per il primato, spiega la relazione ostile tra Stati Uniti e Cina. Quali pressioni geopolitiche hanno causato la recessione nelle relazioni UE-Cina? Gli europei hanno creduto scioccamente che una servile lealtà alle priorità geopolitiche americane avrebbe portato a ricchi dividendi geopolitici per loro. Invece, sono stati presi a calci in faccia. La cosa notevole qui è che la Cina può aiutare l’UE a gestire il suo vero incubo geopolitico a lungo termine: l’esplosione demografica in Africa”.

Va bene, l’esercizio è inficiato dal falso presupposto che Europa sia un soggetto geopolitico a cui si possa dire cosa fare o non fare argomentando razionalmente, come dar lezioni di espressione fonetica e linguistica ad una statua di marmo. Tuttavia, le idee di un membro influente dell’élite asiatica, per forma e contenuto sono interessanti.

Per forma perché questo livello di dibattito in Italia (e in Europa) è sconosciuto presi come siamo a discutere di stupidaggini pure con animosità fuori luogo vista la pochezza e confusione degli argomenti sul tavolo e dosi massicce di disordine concettuale ideologizzato. Per contenuti perché la separazione degli occidenti da noi promossa con articoli da anni (e argomentato nel capitolo 9 del mio libro “Benvenuti nell’Era complessa”) la stiamo subendo invece che promuoverla proprio perché non abbiamo una strategia di adattamento al nuovo mondo in cui la complessità e la multipolarità (nonché un rapido ritorno al realismo concreto e pragmatico) sono concetti coincidenti.

Stiamo attraversando tempi storici assai turbolenti, quelli in cui una epoca finisce e una nuova si sta formando non senza doglie, attriti, disordini di vario tipo. “Europa” non è un soggetto geopolitico e mai potrà esserlo, lo stato-nazione di taglia europea lo sarebbe ma è inadeguato a produrre adattamento in un mondo in cui al primo livello ci sono potenze economiche (Cina), militari (Russia) ed militari-finanziarie (USA), per non parlare della corsa alle nuove tecnologie e di una pletora di potenze emergenti (in Asia, nel mondo arabo, in Africa, in Sud America). Non abbiamo un piano, una strategia, non abbiamo neanche un potenziale ambiente culturale di discussione di questi argomenti stretti come siamo tra la dittatura dei neoliberisti più o meno progressisti da una parte e questa masnada di anarcocapitalisti con sciame di reazionari conservatori al seguito.

KM consiglierebbe di “fare l’impensabile”. Il problema è che prima si dovrebbe pensare, attività che ci è diventata ignota da tempo. Sappiamo criticare, ma è ora di svegliarci dall’illusione che dall’essere antitesi logica nasceranno magicamente nuove sintesi reali e concrete.

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Presentazione di “Benvenuti nell’Era complessa”.

VENERDI’ alle 21.00. Gli studiosi e membri attivi della cultura della complessità in Italia sono pochi, ma tenaci. La cultura della complessità non è una teoria di campo o una ideologia, è un paradigma generale della conoscenza, tutta la conoscenza, scientifica, umano-sociale-storico/filosofica. Il che comporta che la comunità, in Italia ma anche all’estero, ha una marcata pluralità di costruzione e condivisione dell’immagine di mondo.

Uniti in certi modi “fondamentali” di “vedere le cose”, si è poi anche molto differenti nel trarne teorie descrittive e soprattutto normative.

Dal 2010, Marinella De Simone e Dario Simoncini con Enrico Cerni, portano avanti Complexity Institute, senz’altro l’organizzazione operativa più importante nel nostro ambito nazionale. Nel Comitato Scientifico, oltre a Morin, vede Ceruti il decano della comunità che per primo importò gli elementi fondanti questa cultura in Italia in un famoso congresso nel 1985, con De Toni, Eletti, Gandolfi, Luisi, Zollo ed altri.

Per dare una idea dell’ampiezza di questa area culturale, i relatori di quel primo incontro ormai di quaranta anni fa, vedeva contributi -tra gli altri- di: Henri Atlan, Heinz von Foerster, Luciano Gallino, Ernst von Glasersfeld, Brian C. Goodwin, Stephen Jay Gould, Hermann Haken, Douglas R. Hofstadter, Ervin Laszlo, Jean-Louis Le Moigne, James E. Lovelock, Edgar Morin, Alberto Munari, Gianfranco Pasquino, Karl Pribram, Ilya Prigogine, Isabelle Stengers, Francisco J. Varela.

Il C.I. è tra l’altro tra i promotori dell’annuale Festival della Complessità che quest’anno avrà il suo incontro nazionale a Tarquinia, fine giugno.

Il C.I. ha una sua attività formativa a pagamento, ma anche attività di più ampia promozione della nostra cultura comune. Venerdì, sotto la regia di Dario, dialogherò con Marinella sui contenuti del mio “Benvenuti nell’Era complessa” di cui ora è disponibile anche la versione e-book sulle principali piattaforme. L’evento è gratuito ma richiede l’iscrizione nominativa per poi seguire l’incontro su Zoom, dalle 21.00 in poi.

Per chi mai fosse interessato.

Link per registrarsi: https://www.complexityinstitute.it/benvenuti-nellera…/

e questo è il link ad Eventbrite: https://www.eventbrite.it/…/biglietti-benvenuti-nellera…

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LA COSTELLAZIONE IDEOLOGICA TESCREAL.

(Post Facebook 15.02) Come annunciato, proseguo l’indagine su questo nuovo e poco conosciuto mondo neo-reazionario americano che si addensa in una costellazione ideologica variegata.

A breve riferirò dell’ottimo studio dello storico canadese Quinn Slobodian “Il capitalismo della frammentazione” (2023) sulla costellazione anarco-capitalista che fa da base teorico-politica a questo piccolo universo.

In breve: “Questi cosiddetti neoreazionari sostengono un mondo feudale in cui coloro che sono in cima alle “gerarchie naturali” governano i propri microstati sovrani senza essere gravati da vincoli democratici.”. Il loro sogno è quello di un mondo con 10.000 stati (oggi sono poco più di 200), ognuno dominato da chi è più ricco (se è più ricco è perché è stato bravo ad arricchirsi quindi merita di stare in cima alla gerarchia sociale), senza tasse o con flat tax bassissime, senza welfare, senza redistribuzione, con leggi e polizia privata, senza leggi sul lavoro, elezioni e rappresentanza, paradisi fiscali totalmente de-regolati completamente aperti al mercato globale soprattutto finanziario, basati su omogeneità completa etnica e culturale.

Questo del paradiso fiscale sede di tutte le società che investiranno sul progetto “Via del Cotone” -proprio ieri ribadito nell’incontro che Trump ha avuto con l’indiano Modi- è poi il disegno che Trump ha per il futuro di Gaza. Ma ne riparleremo.

Oggi invece continuiamo l’indagine su un altro segmento della costellazione i TESCREAL. Chi sono, cosa pensano questi attori economici e ora politici che si addensano nella NERD Revolution che impazza oltre Atlantico?

TESCREAL è un acronimo.

“T” sta per transumanisti, coloro che credono che dovremmo andare verso una evoluzione dell’umano verso l’auto-manipolazione genetica e macchinica, per fare un voluto “salto di specie”.

“E” sta per estropia, il contrario di entropia. Se l’entropia è in base al Secondo principio della termodinamica la morte termica finale, l’estropia è tutto ciò che vi si oppone.

“S” sta per singolarità, la credenza che aumentando in quantità le capacità info-algoritmiche, prima o poi ci sarà un Big bang da cui emergerà la capacità di autocoscienza delle macchine.

“C” sta per la ripresa di una vecchia idea russa primo Novecento, il cosmismo ovvero “…che gli uomini siano destinati a diventare un fattore decisivo nell’evoluzione cosmica, conquistando, trasformando e perfezionando l’universo, sconfiggendo la malattia e la morte, e infine generando una razza umana immortale colonizzando lo spazio”.

“R” sta per razionalismo, molto sintetizzato, la convinzione dei laureati STEM che oltre questi saperi non c’è null’altro di rilevante da sapere e conoscere.

La “E” e la “A” vanno assieme nell’altruismo efficace, una filosofia che si propone di applicare evidenza scientifica e la ragione per determinare i modi più efficaci per migliorare il mondo e metterli in pratica.

La “L” finale sta per lungo-termismo ovvero “… il calcolo utilitaristico che conclude che qualsiasi azione con la minima possibilità di avere un impatto sul futuro lontano ha un peso morale di molte grandezze maggiore di qualsiasi preoccupazione per i soli otto miliardi di esseri umani vivi oggi.”.

La R, la EA e la T formano un unico complesso coerente.

Da qui i tecno-ottimisti progressisti e reazionari (di cui abbiamo già parlato in un precedente post del 10 gennaio): il loro comune set di nemici. I sostenitori della decrescita, i comunisti e socialisti, gli ecologisti, i democratici, gli attivisti della comunità che si oppongono alla gentrificazione e allo sviluppo del lusso e chiunque altro sia percepito come un ostacolo al progresso economico e tecnologico, colpevoli di contribuire a risultati che non sono semplicemente inefficienti o subottimali, ma letteralmente equivalenti a un omicidio”.

Due ultime avvertenze. “Costellazione” è qualcosa che noi vediamo come collegata sebbene in realtà formata da elementi a volte anche molto distanti. A dire che non siamo in presenza di ideologie sistematizzate, ma a complessi di idee. Ognuno di queste posizioni è concorde su molto di un altra ma non è detto lo sia del tutto.

La seconda è che altresì, quello che vediamo e sempre più vedremo come atto politico dell’amministrazione Trump si riferisce a molto di questo mondo, ma procedendo con pazienza strategica a piccoli passi. Ad esempio, il mini-archismo trumpiano non è ancora l’anarco-capitalismo ma è propedeutico a… .

Quella che destra e sinistra capitalistica hanno imparato e l’anti-capitalismo no è la necessità di unirsi sebbene su molti punti si hanno posizioni anche molto differenti. L’importante è il punto di gravità comune che è poi il semplice “potere”. L’ambito “capitalista” dichiara una ideologia economia ma in realtà ha sotto una precisa idea della necessità di prendere il potere politico. L’anticapitalismo ha una ideologia economia avversaria (anche se assai variegata) ma non ha alcuna idea precisa su come prendere il potere politico. Da Marx in poi…

Su i TESCREAL questo ottimo articolo: https://thepointmag.com/politics/homo-algorithmicus/ .

Più in generale su questo momento della NERD Revolution una chiacchierata con Alessio Mannino per il canale IBEX (che ringrazio): https://www.youtube.com/watch?v=bzgaxf625mY

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LA NOSTRA MENTE PUBBLICA.

Ognuno di noi è dotato di mente privata. È caratteristica del genere Homo avere una mente che è la funzione di un cervello riflessivo e intenzionale, un cervello incorporato e sociale. Per tre milioni di anni la nostra principale arma adattiva che ci ha portato a dominare il mondo su cui e di cui viviamo. Tuttavia, nelle nostre società, la mente pubblica e collettiva non ha alcuna analogia con le funzioni della mente privata e individuale.

La mente pubblica soffre di parecchie distorsioni. Non ha memoria o ha memorie parziali e distorte, non ha percezioni adeguate se non quelle che vengono filtrate da chi dirige il potere selle società, ha conoscenze parziali, frazionate, fortemente distorte da ideologie non del tutto razionali, non elabora collettivamente intenzioni, non cumula esperienze per “prova ed errore”, non è autocosciente e non è autonoma, soffre di istinto gregario alla massa percorsa da brividi di emotività sapientemente procurata.

Quindi non è una mente in senso pienamente umano, è ancora e per lo più una semplice mente mammifera.

Questo stato di primitività mentale è tenuto a forza a livelli di elementarità voluta attraverso processi di formazione sempre più specializzati e finalizzati a creare macchine di lavoro, attraverso dosi massicce di propaganda, privata di tempo ed energia per tentare una propria scoperta del mondo reale e su di essa si abbatterà sempre più la strutturazione algoritmica del comportamento secondo i dettami della psicologia behavioristica. Andare direttamente al comportamento aggirando il pensiero che dovrebbe precedere la decisione di comportamento.

Questo in breve, un veloce riassunto di come la nostra mente pubblica ha vissuto la guerra in Ucraina.

1. La mente pubblica europea di sveglia intorpidita una mattina di tardo febbraio di tre anni fa, scoprendo che il vicino russo ha superato i confini con l’Ucraina in più punti come atto di guerra.

2. Alla domanda del “perché?” viene data una risposta surreale che racconta di un autocrate che dopo venti anni di normale partecipazione al consesso internazionale impazzisce di botto sognando di reincarnare le vestigia degli antichi zar.

3. Alla domanda del “allora”? viene data una risposta che prevede che gli europei taglino ogni rapporto (economico, commerciale, energetico, politico e geopolitico, financo culturale) col vicino russo che geo-storicamente è pur sempre europeo per quanto “orientale”.

4. Alla domanda del “con quale obiettivo?” viene data una risposta che proclama la certezza di vittoria in un conflitto che conta 150 milioni di russi con 5000 testate atomiche da una parte e 35 milioni di ucraini in quello che fino al giorno prima era ritenuto uno stato non pienamente democratico, semi-fallito in mano a oligarchie delinquenziali.

5. Per tre anni tra televisioni, giornali, conferenze, libri e quant’altro che alimentano il discorso pubblico si narra, a dispetto dei fatti pur evidenti, che il “nemico” è in via di fallimento, in bancarotta, in disgregazione logistico-militare. La vittoria è a portata di mano, basta superare -volta per volta- le piccole linee rosse che pur all’inizio ci si era dati per evitare di confliggere con la prima o seconda (poco importa a quei livelli determinare questa improbabile classifica) potenza atomica. Addirittura, si va verso l’ultima linea rossa quella che davvero porterebbe a piogge di missili atomici: l’entrata dell’Ucraina nella NATO.

Diventa di colpo normale parlare di Terza guerra mondiale, cataclisma atomico, rifugi, gli svedesi mandano addirittura kit di sopravvivenza a casa dei cittadini, le pillole di iodio vanno a ruba.

L’Ucraina gestita da un manipolo di improbabili comandati da un attore comico eroe di una commedia televisiva di un canale finanziato da un oligarca fascio-nazista, viene irrorata di armi e capitali a perdere. In Europa, chi obietta o manifesta perplessità è messo al pubblico indice, impossibile qualsiasi appello moderato alla riflessione e all’utilizzo della ragione.

6. A un certo punto, negli USA cambia l’élite di comando.

7. Il capo di questa nuova élite segue la dottrina storica e tradizionale delle Relazioni Internazionali (il realismo) che prevede che l’avversario strategico degli USA sia la Cina non certo la Russia. Il capo della nuova élite americana fa la prima cosa ovvia da fare ovvero chiama direttamente il capo dei russi. Decisione ovvia poiché solo masse di imbecilli impreparati nel campo della geopolitica e delle relazioni internazionali hanno creduto che la base del conflitto riguardasse i pruriti russi sul Donbass (che c’erano da ben otto anni ed erano facilmente risolvibili applicando sul serio il secondo protocollo di Minsk) e non la ben più seria e fondamentale questione dei rapporti di sicurezza tra le due macro-potenze atomiche. Come io stesso scrissi la prima settimana del conflitto, bastava questo riconoscimento, una telefonata, un “Ehi Vlad ti sei bevuto il cervello?” da parte di Biden per interrompere l’assurda vicenda. Niente di più di ciò che aveva fatto Kennedy con Krusciov dopo che i primi avevano messo missili in Turchia e i secondi a Cuba per par condicio esattamente sessanta anni prima. Ma gli americani volevano la guerra e quindi dopo anni di provocazioni che hanno portato i russi all’estrema mossa, niente telefonata.

A dicembre 2021 quando ancora il sito della LUISS pubblicava la pagina Sicurezza Internazionale gestita da Orsini, questa pubblicò il documento col quale i russi chiedevano agli americani un incontro chiarificatore poi ritenuto “inutile” da Blinken. Tra i punti in agenda proprio il ripristino almeno della “linea rossa” il collegamento telefonico diretto Washington-Mosca che gli americani avevano già tagliato.

8. Dopo la normale telefonata di Trump a Putin, gli europei a questo punto si dividono. Coloro che sono andati appresso a questa tragedia prendendo decisioni contrarie ogni elementare interesse geopolitico dell’Europa, si sentono traditi, non capiscono bene ancora in che senso e da parte di chi. Coloro che hanno parteggiato per il “nemico” russo hanno sdegnatamente escluso che si sarebbe arrivati lì dove era ovvio andare ovvero a un conflitto congelato, una sospensione di una vicenda ormai molto intricata da sbrogliare, che non ha e non ha mai avuto senso strategico. Addirittura, molti improvvisati “analisti” ed “esperti” di geopolitica un tanto al chilo, hanno scritto corrucciate e verbose pagine sull’ineluttabilità del conflitto atomico orami certo e inevitabile.

Potremmo andare avanti per pagine e pagine ma il senso della vicenda riassunto nei limiti di un semplice articolo è chiaro.

La mente pubblica europea non esiste, non è razionale, non è autocosciente, non ha accesso ai semplici fatti, non è riflessiva. La mente pubblica agisce nei limiti del discorso pubblico, l’agenda dettata dai media mainstream usati dall’Intelligence americana per orientare opinioni e comportamenti gregari di massa oltre il limite del danno auto-procurato.  

Nessuno si ricorderà dell’esercito di pagliacci urlanti che hanno invaso ogni canale pubblico di comunicazione in questi tre anni raccontando favole scadenti, nessuno chiederà loro conto, nessuno si domanderà come si è potuto affibbiare loro lo statuto di “esperti” che debbono spiegarci il mondo, nessuno rifletterà su quale totale “inconsapevolezza del mondo” si base la nostra cultura e informazione. Così andiamo incontro all’Era complessa.

Ormai tutto il mondo sa che non si può far affidamento strategico sugli USA dove un cambio di presidente ti porta dall’orlo della Terza guerra mondiale a tutt’altro assetto strategico. Solo gli europei ancora vanno appresso alla “potenza sbandata”, senza una propria strategia. L’esercito di assurdi che ci governano, ora scopriranno che il vero nemico non era la Russia, contrordine, è la Cina! E giù sanzioni e dazi mentre comunque aumentiamo la spesa militare non si sa mai!

Abbiamo ridotto il welfare per mandare soldi e armi in Ucraina, paghiamo l’energia più di ogni altro al mondo con grave danno alla nostra produzione industriale, ci siamo privati di flussi commerciali e turistici, abbiamo applicato sanzioni e sequestro di beni per cosa?

E dire che sarebbe bastata una telefonata.

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DAL NEOLIBERISMO AL TECNO-LIBERTARISMO.

Eccovi un estratto del Manifesto della nuova versione ideologica del liberalismo anglosassone che ha ormai trecentotrenta anni.

L’Autore è Marc Andreessen (lo presenta qui Fortune), un miliardario della Silicon Valley, un importante venture capitalist, e ora un ‘headhunter’. Andreessen sta reclutando talenti per Elon Musk, e il suo Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) per il nuovo governo Trump. Ha una società di capitali di rischio assieme a Benjamin Abraham Horowitz (Andreessen-Horowitz) con cui condivide una militanza della prima ora nell’avventura digitale (Netscape).

A&H si muovono ai limiti del nuovo ambiente ideologico-culturale che unisce i supporter MAGA di Trump, i tecnologi dissidenti (anti-woke ovvero Google e fino ad oggi Facebook che però pare intenzionata a muoversi a sua volta verso questa stessa direzione), la destra cristiana, l’anti-istituzionalismo degli anarco-capitalisti libertariani e cripto-miliardari, una costellazione con il co-fondatore di Palantir Joe Lonsdale, i re delle criptovalute Cameron e Tyler Winklevoss e i capitalisti di rischio Antonio Gracias e Douglas Leone Sacks, ma anche Ramaswamy, Carr e Ferguson (ora tutti membri della nuova Amministrazione) assieme a Elon Musk, che culmina nel vice-presidente J. D. Vance (riferimento istituzionale della Pay-pal mafia) e nel Project 2025. Veicolo intermedio, questa New Founding, tra think tank e fondo di investimento per iniziative conservatrici-libertariane.

Il contenuto è rilevante poiché condensa una vera e propria versione ideologica ampiamente condivisa in certi ambienti dell’élite americana più giovane e scalpitante, quella che guarda al “futuro” e vi fa piani. Qui riprendiamo e meglio inquadriamo questa costellazione ideologica (video 45 m. ospite di Giacomo Gabellini – Il Contesto)

Il Manifesto ha il suo Indice dei buoni e dei cattivi. Una selezione di cattivi nel testo a seguire tradotto da Google, quanto ai buoni, i “Santi patroni” quali si conviene per ogni ideologia che abbia una chiesa e dei fedeli abbiamo: Hayek, von Mises, Kurzweil, Russell, Ricardo, Smith (Adam), Marinetti (Filippo Tommaso), von Neumann, Milton Friedman, Nick Land, Steward Brand, Stephen Wolfram, Pareto, Nordhaus, Mokyr. Si sono dimenticati Murray Rothbard, De Soto, Bacone, Locke e parecchi altri.

Vi sembra una banda di matti? La diagnosi di pazzia è relativa agli assetti di potere come ci ha insegnato la socio-psicologia critica; quindi, fate attenzione perché loro hanno il potere e voi no; quindi, i pazzi potreste esser voi e come tali verrete internati (da internauti a internati è un attimo), rieducati, riprogrammati.

Mentre voi, lentamente e con fatica, avevate studiato criticamente il neoliberismo, la cultura woke, il sovranismo e il populismo e ancora scrivete contro il politically correct, loro si sono spostati ed eccoveli ora in una nuova versione della “buona novella”. E che plasticità per arrivare a dire che il “principio di precauzione” di Hans Jonas è immorale!

Son bravi dai, quanto a plasticità adattiva c’è solo da imparare.

= = =

Il nemico.

Abbiamo dei nemici.

I nostri nemici non sono persone cattive, ma idee cattive.

La nostra società attuale è sottoposta da sei decenni a una campagna di demoralizzazione di massa – contro la tecnologia e contro la vita – sotto vari nomi come “rischio esistenziale”, “sostenibilità”, “ESG”, “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, “responsabilità sociale”, “capitalismo degli stakeholder”, “principio di precauzione”, “fiducia e sicurezza”, “etica tecnologica”, “gestione del rischio”, “decrescita”, “limiti della crescita”.

Questa campagna di demoralizzazione si basa su cattive idee del passato – idee zombie, molte delle quali derivate dal comunismo, disastrose allora e adesso – che si sono rifiutate di morire. Il nostro nemico è la stagnazione. Il nostro nemico è anti-merito, anti-ambizione, anti-impegno, anti-realizzazione, anti-grandezza. Il nostro nemico è lo statalismo, l’autoritarismo, il collettivismo, la pianificazione centralizzata, il socialismo. Il nostro nemico è la burocrazia, la vetocrazia, la gerontocrazia, la cieca deferenza verso la tradizione. Il nostro nemico è la corruzione, la cattura dei regolatori, i monopoli, i cartelli.

Il nostro nemico sono le istituzioni che in gioventù erano vitali, energiche e ricercatrici della verità, ma che ora sono compromesse, corrose e in rovina, bloccando il progresso in tentativi sempre più disperati di continuare a essere rilevanti, cercando freneticamente di giustificare i loro finanziamenti in corso nonostante la disfunzione a spirale e l’inettitudine crescente.

Il nostro nemico è la torre d’avorio, la visione del mondo dell’esperto saccente e qualificato, che si abbandona a teorie astratte, credenze lussuose, ingegneria sociale, è disconnesso dal mondo reale, delirante, non eletto e irresponsabile, e gioca a fare Dio con la vita di tutti gli altri, completamente isolato dalle conseguenze.

Il nostro nemico è il controllo della parola e del pensiero: l’uso sempre più diffuso e visibile di “1984” di George Orwell come manuale di istruzioni. Il nostro nemico è la Visione senza vincoli di Thomas Sowell, lo Stato universale e omogeneo di Alexander Kojève, l’Utopia di Thomas More.

Il nostro nemico è il Principio di precauzione, che avrebbe impedito praticamente ogni progresso da quando l’uomo ha imbrigliato il fuoco. Il Principio di precauzione è stato inventato per impedire l’impiego su larga scala dell’energia nucleare civile, forse l’errore più catastrofico nella società occidentale nella mia vita. Il Principio di precauzione continua a infliggere enormi sofferenze inutili al nostro mondo oggi. È profondamente immorale e dobbiamo abbandonarlo con estremo pregiudizio.

Il nostro nemico è la decelerazione, la decrescita, lo spopolamento: il desiderio nichilista, così di moda tra le nostre élite, di meno persone, meno energia e più sofferenza e morte. Il nostro nemico è l’ultimo uomo di Friedrich Nietzsche.

[…]

Spiegheremo alle persone catturate da queste idee zombie che le loro paure sono ingiustificate e che il futuro è luminoso. Riteniamo che queste persone catturate soffrano di risentimento, un miscuglio di risentimento, amarezza e rabbia che le porta ad avere valori sbagliati, valori che danneggiano sia loro stessi che le persone a cui tengono. Crediamo che dobbiamo aiutarli a trovare la via d’uscita dal labirinto di dolore che si sono autoimposti.

Invitiamo tutti a unirsi a noi nel Tecno-Ottimismo. Diventa nostro alleato nella ricerca della tecnologia, dell’abbondanza e della vita.

Qui il testo integrale.

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2025, LA STORIA CURVA E ACCELERA.

Sembrerebbe che Trump, prendendo realisticamente atto dello stato multipolare del mondo, abbia pensato di trasferire il modulo della stagione finanziaria dei “merger&acquisition” in politica statale-geopolitica. Dalle uscite sull’acquisto della Groenlandia alla annessione più o meno spontanea del Canada fino agli avvisi al governo panamense sulla gestione del Canale e l’idea di rinominare il Golfo del Messico, Golfo d’America, siamo davanti ad una Dottrina Monroe 2.0 che presto si aprirà anche al Centro e Sud America.

Il nuovo polo americano si baserebbe su una chiara e solida sovranità allargata ed egemonia stretta su tutto il continente americano. Tra Groenlandia e Canada, immense riserve di nuove terre liberate dai ghiacci, abbondante acqua dolce, legno, risorse minerarie, sabbie bituminose e riserve di energia fossile attestate (gas e petrolio), per non parlare della strategica posizione geografica in grado di presentarsi in forze nella nuova scacchiera polare anche per contrastare la temuta rotta artica russo-cinese. Decisamente un soggetto pieno di potenza e potenzialità.

Bilanciando premi ovvero investimenti e partnership allettanti ai governi “amici” e punizioni ovvero dazi, sanzioni -ma non si può escludere anche l’intervento armato in alcuni casi- verso i “nemici” (Messico, Venezuela, Cuba, Bolivia, da vedere in prospettiva Brasile), crearsi una area interna su base di poco meno di un miliardo di persone di co-sviluppo, delocalizzazioni, prelievo di materie prime, ostracismo totale a insidiose penetrazioni russe o più che altro cinesi. In più, controllo totale dei flussi migratori, del traffico di narcotici, imposizione a pagamento di “protezione” militare ed ovviamente, un grande ritorno alla manipolazione dei governi locali non allineati.

Questo ritorno alla sfera continentale sembra accompagnarsi a un indebolimento dell’asse atlantico. Della strategia verso L’Europa, stiamo avendo anticipazioni verso la Germania e l’UK. In questi due casi, stante che Trump ufficialmente non è ancora in carica, è andato avanti Musk.

Verso la Germania, dopo aver dato ripetutamente dell’idiota e qualcos’altro a Scholz che è pur sempre un cancelliere, ha poi alzato il tiro sul presidente: “Steinmeier è un tiranno antidemocratico! Si vergogni!”. Ha poi scritto una lettera di endorsement per la rivista Welt am Sonntag verso AfD definita «l’ultima scintilla di speranza» e presto intervisterà la leader del partito Weidel per la tv del suo canale social X.

Verso UK siamo a pesci in faccia contro il leader labourista Starmer accusato di connivenza con stupratori pakistani di ragazzine inglesi, nonché contro una ministra definita “strega malvagia”. Da ultimo ha lanciato su X un sondaggio chiedendo se gli USA avrebbero dovuto liberare i britannici dal “governo tiranno” appena eletto. Poi, dopo un primo endorsement al partito sovranista Reform UK, ora ha deciso che però deve cambiare leader: “”Il Reform Party ha bisogno di un nuovo leader. Farage non ha la stoffa”.

Tra gli obiettivi degli interventi a gamba tesa del sudafricano in Europa, anche il minare ogni possibilità che il piano IRIS2 di connettività satellitare dell’UE “vada on air”, per Starlink (civile) e Starshield (militare) vuole il monopolio, ovvio. È qui che il presunto accordo diretto Meloni-Musk per un contratto in esclusiva per l’Italia, romperebbe ogni velleità di sovranità digitale europea. Per ora Musk si “limita” ai social media, vediamo se tirerà fuori anche il portafoglio come ha fatto con lo stesso Trump per promuovere la sua agenda di destra-tecno-libertariana ovviamente sinergica alla strategia americana trumpiana.

Macron, per il momento ai margini dello tsunami Musk, ha capito l’antifona ed ha cominciato a porre la questione delle ingerenze estere sulla politica sovrana degli stati europei, accusando apertamente Musk di essere a capo di una “internazionale reazionaria”. I l’asse liberal-socialdemocratico europeista ha già individuato la nuova categoria contro cui mobilitarsi: la tecno-destra. Nelle parole del filosofo politico Michael Walzer che è inventato il termine, per altro rivendicato dallo stesso Musk: “Un’élite che si pone come anti-élite, certa della propria superiorità al punto di essere razzista e decisa a scardinare valori tradizionali e istituzioni, convinta che il riformismo sia troppo lento”. Non a caso Musk ha ricevuto un incarico di efficientamento della macchina statale di Washington, nuova efficienza, nuove procedure, tecnologia, così si cambia lo stesso gioco politico, la forma fa sostanza. Al suo fianco, gli alfieri del Manifesto del nuovo tecno-ottimismo.

Ma verso l’Europa questo è solo l’inizio stante che Trump non è ancora ufficialmente “in charge”. Stante questa azione esterna di messa in caos politico interno, seguiranno le imposizioni sull’aumento delle spese militari per sostenere gli impegni NATO (ovvero fatturato per la propria industria senza aumentare il proprio budget o potendo dedicarlo ad altro ovvero revisione del comparto atomico, nuovo scudo missilistico e sviluppo spaziale) da una parte e pioggia di dazi dall’altra. L’Unione è fuori gioco, si tratterà stato per stato. Gli europei verranno retrocessi da alleati a clienti.

Né verso la Groenlandia, né verso Panama, Trump ha escluso l’eventuale utilizzo della forza per perseguire i suoi obiettivi. Va però ricordato che Trump applica la sua “Art of Deal” (Trump D., Schwartz T., Ballantine Books, 2004) ovvero sparare a cento per ottenere cinquanta per quanto fossi i panamensi non starei così tranquillo. Per il Canada ha detto che basterà la coercizione economica sulla base della necessità di “sicurezza economica” per il proprio Paese. Questo richiamo all’ emergenza economica come questione esistenziale è la precondizione per avvalersi del International Emergency Economic Powers Act che dà al Presidente poteri speciali che gli permettono di saltare il Congresso. Trump utilizzò già ampiamente lo IEEPA durante il suo primo mandato.

Del resto, il reale sottostante questa strategia è l’essenza stessa della posizione americana, come ebbe a sintetizzare George Kennan già nel 1948: “Abbiamo circa il 50% della ricchezza mondiale ma solo il 6,3% della sua popolazione… Il nostro vero compito è mantenere questa posizione di disparità”. Oggi, la proporzione è 26% del Pil per il 4% della popolazione mondiale. Questa è una questione “esistenziale” l’intera società americana, le sue convenzioni sociali, la sua struttura, lo stile di vita, la sua cultura, il suo “ordine interno” quanto a sistema si basa su questa disparità che va mantenuta a qualsiasi costo. Questa almeno è la visione della nuova élite che si è coagulata intorno al personaggio che di slancio ha superato la fase “sovranista” e “populista” lasciando Bannon e gli ex-MAGA ai margini del progetto, per il momento. Il loro ruolo, assieme a quello del per ora invisibile vicepresidente J. D. Vance con il suo Progetto 2025 (o la stessa Agenda 47 dello stesso Trump) potrebbe tornare in auge sulle questioni di politica interna e trasformazione socsocioculturalella società americana.

Trump si sente in missione per salvare gli Stati Uniti, vuole fare la storia e l’élite di cui è il cover-boy teme terrorizzata il declino annunciato ed è vitalmente bisognosa di qualche altro decennio di potenza. Quindi? Rivedere la stessa consistenza dello Stato moderno (ridisegnare gli Stati a partire dagli USA), metterlo al centro di un polo semplificato rispetto alle stagioni del globalismo e dell’atlantismo, rivedere le forme politiche interne abbandonando il modello liberal-democratico in favore di un pieno decisionismo accentrato e potenziato tecnologicamente su una base di conservatorismo sociale futurista.

La Storia sta per fare un salto concettuale importante, soprattutto per la sua parte occidentale. Anche il nostro impianto immagine di mondo dovrebbe farlo altrimenti, per l’ennesima volta, il mondo cambierà senza di noi.

[La chart dice dove e come interverrà Trump a partire dal 20 gennaio, drammatizzando i disavanzi per giustificare la sua azione fuori dagli schemi: US Bureau of Economic Analysis 2022]

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BENVENUTI NELL’ERA COMPLESSA.

Il 15 gennaio (o forse il 22 sarò più preciso in seguito) troverete in libreria il mio nuovo libro “Benvenuti nell’Era Complessa” per Diarkos Editore, 570 pagine per 20 euro.

La tesi del libro è che siamo entrati in una nuova era storica che sopravviene a quella moderna, come il Moderno sopravenne al Medioevo e questo all’Era Antica. Si propone di chiamare questa era “complessa” secondo la definizione che daremo del termine. Propriamente, saremmo in quella transizione che secondo il Gramsci non è più il prima, ma non è ancora pienamente il dopo, lì dove si manifestano fenomeni che definì “morbosi” (oscuri, contradditori, etc.). Ciò che entra nella nuova era siamo noi, individualmente e socialmente intesi, quindi le nostre società, gli ordini interni ed esterni, i modi sociali (di produzione, di gerarchia, di relazione, di cultura, d relazioni geopolitiche, di atteggiamenti ecologici, di sviluppi tecnologici etc.), nonché le mentalità che qui chiamiamo “immagini di mondo”.

In queste transizioni storiche, ogni società e per società qui intendiamo il nostro comune “veicolo adattivo” ovvero il sistema che usiamo tutti per garantirci miglior adattamento a mondo ed ai tempi, va ad un vaglio di adeguatezza. Ci va per forza perché ogni società e mentalità riflessa si sono forgiate nel tempo del passato in cui la realtà era diversa. Il libro allora è una indagine per verificare le nostre società e riflesse mentalità alla luce di questo problema dell’adattamento ai nuovi tempi.

L’indagine si sviluppa in dieci capitoli e quattro sezioni.

1. La prima sezione tratterà una verifica dei fondamenti che, nel tempo storico, diventano le “origini”. A seconda di come intendete le origini, verrà fuori questo o quel sviluppo nel racconto del cosa e come siamo. Inizieremo analizzando cosa sappiamo o crediamo di sapere sulla storia del nostro genere Homo (1). Qui e poi negli altri due capitoli di questa sezione, faremo tre cose: a) citare le principali teorie in auge; b) aggiornare sulle ultime scoperte che non sempre le confermano; c) avanzare nuove inquadrature ovvero rifondare la nostra credenza sulle “origini”. A seguire, analizzeremo la storia del Mesolitico e Neolitico ovvero come siamo passati da società piccole ed egalitarie a grandi e gerarchiche (2). Infine, come nacque il Moderno, dove e perché e all’interno di questo quel sistema che chiamiamo “capitalismo”.

2. La seconda sezione ha di nuovo tre capitoli e si muove più sulla teoria, nel mondo del pensiero, delle idee, delle immagini di mondo. Si parte con una nuova concezione della storia (4), la concezione adattativa ovvero mettere in relazione ciò che è successo “dentro” le società, con ciò che è successo “fuori” delle società, nell’ambiente e contesto in cui operavano. Finalmente, arriveremo a dare una inquadratura del concetto di “complessità” (5), concetto sfuggente, antipatico già dalla formulazione poco maneggevole eppur necessario. Infine, entreremo nel più che complesso mondo delle “immagini di mondo” (6) ovvero quella riduzione del mondo (di noi e di tutto ciò in cui siamo immersi, dal nostro circostante al pianeta intero -fisico ed umano-) che abbiamo in testa e in base al quale analizziamo, giudichiamo, decidiamo che fare. Vedremo anche come nell’ultimo secolo, dalla propaganda di Lippmann (forse il primo inventore del concetto di “neoliberismo”), via quello di “egemonia” di Gramsci e fino alla critica del discorso pubblico oggi dilatato dai nuovi media, questo mondo apparentemente etereo ma fondamentale delle “narrazioni” ha modellato e modella le nostre mentalità, società, modi di pensare e vivere.

3. La terza sezione ospita un racconto storico concentrato dei principali “fatti del mondo” degli ultimi sette-otto decenni (7) mentre a seguire ( 8 ) daremo uno sguardo ai principali temi e previsioni che riguardano il futuro immediato (2050).

4. Nell’ultima sezione, ci occuperemo della parte diagnostico-costruttiva (9) ovvero su cosa sembra necessario concentrare i nostri sforzi di cambiamento per evitare di trovarci in una situazione di disadattamento, di inadeguatezza a ciò che il mondo sta diventando. Debbo però specificare che non parleremo come spesso accade in questo tipo di trattati del mondo intero, dell’umanità. Ci limiteremo per ragioni che spiegheremo al nostro mondo, all’Europa e più nello specifico all’Europa latino-mediterranea che proporremo come nostro nuovo “veicolo adattivo” dopo lo Stato-nazione che fu una invenzione che rispondeva a condizioni che portarono al Moderno che oggi trapassa ad altro.

Infine (10) risponderemo alla implicita domanda che ognuno di noi si fa in questi casi: che fare? Come perseguire i dettami del cosa dovremmo fare (9) che rispondevano all’intera indagine pregressa (da 1 all’8 )? È la domanda politica, che attiene alla “polis” (città, Stato, società, comunità) e cercheremo la risposta in una analisi del concetto e del costrutto democratico distinguendo la teoria dalla sua pratica in Occidente che scopriremo vantarsi di perseguire questo ordine a parole ma quasi mai nei fatti. Lo faremo appoggiandosi alla teoria del filosofo Cornelius Castoriadis (anche sociologo, economista, psicanalista e saggista) che fondò negli anni ‘60 un gruppo politico-rivista “Socialisme ou Barbarie”, di un marxismo non allineato, assieme al suo amico e filosofo e sociologo proprio della complessità Edgar Morin. Nel tempo. però, il greco-francese si è allontanato dal marxismo per quanto eterodosso in direzione di un ritorno ai principi fondativi dell’antica democrazia ateniese, principi da estrarre e rielaborare per vederne l’applicazione nelle nostre società ben più ampie e complesse.

Se l’Era è complessa, e del concetto di complessità fa da perno centrale il principio di auto-organizzazione, va da sé che la versione politica del principio di auto-organizzazione è una forma di democrazia radicale. Radicale non perché ci si atteggia a malandrini scapigliati, ma perché si declina “democrazia” per le sue radici, per sua essenza il che ci riporta alle “origini”. Come operare politicamente per una “democrazia radicale” è riassunto in un semplice pentalogo che chiuderà il trattato.

L’architettonica del sistema, quindi, sarà: il mondo sta cambiando profondamente e rapidamente per evitare di trovarci in condizioni di disadattamento foriere di mille problemi (tra cui un discreto numero di vere e proprie potenziali catastrofi), dovremmo fare alcuni cambiamenti radicali e per farli l’unico modo adeguato risulta promuovere politicamente una forma di democrazia radicale da evolvere nel tempo.

Il libro è molto più leggibile e fruibile di quanto non appaia, tuttavia è lungo perché la complessità, alla fine, è data dal numero di variabili e loro interrelazioni che si usano nell’analisi. È scritto su basi multi-inter-trans-disciplinari che trattano indifferentemente scienze dure, umano-sociali e pensiero umanistico, studiate da me in questo venti anni di ricerca su base di milletrecento saggi di cui poco meno di un terzo di filosofia, perché la filosofia è sì importante per pensare ma anche per pensare a come si pensa.

Chi ha frequentato questa pagina e il mio blog (che compie tredici anni), finalmente capirà (spero) cosa aveva in testa l’autore di così tante parole e ragionamenti. È sincero e del tutto non retorico, ringraziarvi tutti per i like, i cuoricini, le condivisioni, le critiche, i dibattiti, le segnalazioni dei miei orrori grammaticali o semplici refusi, aggiunte, stimolazioni, link per aprire altri approfondimenti etc. dati in questi anni.

Senza questa “comunità di pensiero”, che ha fatto “sistema”, avrei pensato molto peggio. Grazie di cuore.

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LA GUERRA ARTICA.

VERSIONE VIDEO DELL’ARTICOLO QUI.

La Groenlandia è l’isola più grande del mondo e corrisponde al 22% del territorio degli US, circa la somma di Italia + Francia + Spagna + Germania + Polonia + Regno Unito, 50 volte la superficie della Danimarca con soli 60.000 abitanti. È parte del regno di Danimarca ma dotata di ampi poteri autonomi.

Secondo un rapporto dell’US Geological Survey nel sottosuolo (tra terra emersa e pertinenza sui fondali marini) si troverebbero il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas, più oro, rubini, diamanti, zinco, ferro, rame, terre rare e molto uranio, per uno stimato valore complessivo di circa 400 mld di US$, il Pil di un anno per la Danimarca.

Gli statunitensi vi hanno già diverse basi militari non pubblicizzate, tranne quella nota di Pituffik che è centro di tutta la rete di protezione spaziale (NORAD). Al di là delle risorse pur cospicue, non v’è dubbio che il peso strategico principale dell’isola ghiacciata è geo-strategico essendo parte del Polo Nord e controllando l’accesso al Polo per tutto il sud-ovest.

Per il Polo Nord, bordeggiando la Siberia, i cinesi pianificano lo sviluppo della loro Via della seta polare, una alternativa strategica per evitare gli stretti del sud-est asiatico (poi Bab el-Mandeb, Mar Rosso, Suez) ed accorciare anche i tempi di traversata per giungere in Europa.

Ricordo che gli US sono considerati una nazione polare solo per una parte (nord) dell’Alaska, a suo tempo terra russa comprata dagli americani (1867). ma in caso di tensioni o addirittura conflitto, lo stretto di Bering, in condominio coi russi, sarebbe assai poco agevole. A sua volta, al sottosuolo del Polo Nord sono attribuite enormi riserve di petrolio, gas, palladio, nichel, fosfato, bauxite, terre rare e chi più ne ha più ne metta.

[Il famoso scienziato polare russo Artur Chilingarov tiene una foto della bandiera russa piantata sul fondale oceanico polare al suo arrivo all’aeroporto Vnukovo di Mosca, nel 2007]

Naturalmente tutto questo darsi da fare sull’estremo nord, segue le misurazioni e previsioni sul progressivo scioglimento dei ghiacci a cui sembrano credere gli alti comandi strategici delle principali potenze mondiali che però non seguono gli attivi canali dei negazionisti climatici, gli unici che sanno davvero come stanno le cose. Linea questa attivamente finanziata dall’area Trump che così quando gli fa comodo nega, quando gli fa comodo compra in previsione di ciò che altrimenti nega. In queste reti di notizie per molti troppo complesse e apparentemente contradditorie rimangono impigliati diversi polli.

Sull’intera area si sviluppò nel 1991 un forum di consultazione, coordinamento e cooperazione – il Consiglio Artico- fatto dagli stati membri artici e cioè: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia, Stati Uniti. A marzo 2022, i paesi occidentali hanno sospeso la loro partecipazione in ragione dell’invasione russa dell’Ucraina. A seguito della rinuncia alla storica neutralità e adesione alla NATO di Svezia e Finlandia, ora sono tutti paesi NATO (tranne ovviamente la Russia).

Quest’ultima svolta scandinava non era certo da attribuire alla paura per le bramose mire russe verso alci, renne e licheni scandinavi, bensì proprio all’allineamento strategico di prospettiva in direzione del prossimo -certo- conflitto o quantomeno caldo contenzioso verso l’Artico. In particolare, con la Finlandia ed in seconda linea Svezia, si minacciano direttamente tra le più importanti basi russe nell’Artico ovvero la penisola di Kola. Con circa 40 vascelli, i russi possono vantare a più grande flotta al mondo di rompighiaccio e la loro presenza militare rivolta al Polo è ben organizzata e continuamente potenziata anche di recente. Questo fronte altamente strategico è uni dei motivi che hanno spinto Putin a contenere la questione ucraina a livello di “operazione speciale” e non aperta guerra di invasione e la mossa NATO verso gli scandinavi è stata proprio il cercare di mettere sotto pressione in più punti il sistema di difesa russo (logistica, produzione militare, costi).

Pochi giorni fa, Trump ha rilanciato l’idea di “acquistare l’isola”, idea che gli americani portano avanti sin dal 1867 e che lo stesso Trump aveva messo sul tavolo durante la sua prima presidenza. A seguire ha spostato lì l’ambasciatore che era in Svezia, colui che ha pilotato evidentemente con argomenti interessanti e convincenti la rinuncia di Stoccolma alla storia neutralità che di più o di meno, durava da due secoli. Il tipo è uno dei fondatori di PayPal e quindi membro decisivo della PayPal-Mafia (Thiel, Musk, Nosek, Levchin), nonché “giovane leader globale” eletto dal World Economic Forum. Ogni giorno di più, questo gruppo assume una funzione strategica nell’amministrazione Trump, a quali fini vedremo.

“Trump vuole comprare la Groenlandia” è un titolo da giornale, la faccenda è ben meno assurda. Gli americani possono comprare una parte (Nord) o farsela affittare per 99 anni o avere permessi di edificazione e sfruttamento limitati o infialarsi nel contenzioso per l’autonomia tra locali e Danimarca spalleggiando i desideri di indipendenza o offrendosi come mediatore che possa “far felice tutti” ovvero soprattutto gli US. La parte che interessa gli US è a nord mentre la, per altro scarsa, popolazione inuit è tutta a sud. Per altro, c’è già un trattato di sostanziale delega della difesa dell’isola firmato dai danesi in favore degli Stati Uniti già dal 1951.

Gli inuit sono la popolazione col più alto tasso di suicidi al mondo, annegarli di dollari non fa la felicità, ma insomma, magari aiuta.

La questione è, tra l’altro, la più palese violazione della Dottrina Monroe essendo l’isola, di fatto, parte della piattaforma nordamericana. Ritorno delle Dottrina testimoniata anche dalla sincronica messa sul tavolo di una nuova questione Panama e la battuta sul Canada 51° stato US. A cui aggiungere i contenziosi col Messico e la battaglia di tweet avvelanti tra Musk e Maduro il quale, in prospettiva, verrà messo sempre più sotto pressione. Come anticipato da nostro post pochi giorni dopo l’elezione americana, la riannessione pienamente egemonica dell’intero continente a gli interessi e voleri di Washington, è asse portante la visione strategica della nuova amministrazione. Al di là dei più roboanti annunci, la volontà di questa amministrazione è espellere ogni insidiosa presenza straniera dal continente, soprattutto cinese. La Cina è il primo investitore estero ed il secondo partener commerciale della Groenlandia dopo la Danimarca.

Questa visione, differentemente dall’ostinato e irrealistico rifiuto della precedente presidenza, sembra dar per scontata l’evoluzione multipolare dell’ordine mondiale, tanto vale allora compattare il proprio di polo e farlo su basi solidamente geopolitiche (polo americano) e non idealistiche (US+EU=Occidente). Piaccia o meno, il “gruppo Trump” mostra una solida ed articolata logica geostrategica tendenzialmente “realista”. Non a caso, le prime reazione russe all’idea, sono state tutt’altro che negative, nel mondo multipolare ogni polo avrà le sue strategie per distinte aree di influenza.

Il tutto, accompagnato anche dal ritiro americano da tutte le istituzioni multilaterali, strada già battuta nella prima presidenza Trump. Letture semplicistiche stanno interpretando questo movimento a cui va aggiunta la revisione delle dinamiche di globalizzazione e una riformulazione della spessa militare (che non diminuirà di certo visto che Trump la aumentò anche durante la sua prima presidenza) come un “ritiro” americano sul modello isolazionista che è più una idea astratta che un reale fatto storico. Si tratta invece di una costruzione di polo ampio, potente (già oggi e ancor più in prospettiva) e più facilmente gestibile da parte di Washington, una realistica evitazione del ciclico dramma imperiale dell’overstretching, dramma negato dalla furiosa ideologia neocon che di geo-strategia sa poco e niente. Cina/Asia, spazio, intelligenza artificiale-robotica, Polo Nord e le sue immense risorse, forte egemonia continentale il completo menù strategico.

Se gli europei vorranno ancora i servizi di protezione militare americana, paghino. Se accarezzano idee di emancipazione, le tentino, si becchino dazi a pioggia, falliscano come ogni altra idea di costruzione di una “comune europeo” e tornino con la coda fra le gambe accettando condizioni anche peggiori.

Questa rinnovata attenzione alla riformulazione del “polo americano” è sincronica alla perdita di attenzione verso l’Europa, il Medio Oriente e il Mediterraneo. Nonché propedeutica, anche in chiave di difesa commerciale e industriale, verso la Cina, il vero competitor strategico degli Stati Uniti per i decenni a venire. Il tutto ha una sua solida logica.

Per l’insieme di questi appena accennati motivi e per l’elasticità delle tante possibili soluzioni, darei l’operazione per fatta, in prospettiva, vedremo quanto e come.

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Webinar su geopolitica e conflitti.

Inquadramento dei conflitti Russia-Ucraina e Medio-Oriente nella “grande guerra” per la Confederazione Unitaria di Base (con Renato Strumia, CUB – Comitato contro la guerra e chi la arma). 45 minuti (facebook)

>> QUI <<

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MATTATOIO MULTIPOLARE.

Interessante video di Repubblica che illustra l’intenso traffico di armi promosso dall’Ucraina ed apertamente pubblicizzato da KYIV Post vicino ai servizi segreti.

Gli ucraini forniscono uomini preparati e mezzi quantomeno ai jihadisti siriani, ai tuareg in lotta contro il governo militari del Mali a sua volta in lotta contro i jihadisti, ad una fazione nella guerra civile nel Sudan dove c’è una guerra civile a noi per lo più invisibile.

Fonti DW e Politico, dicono che Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), certifica il drammatico incremento di acquisti armi in Europa che ha beneficiato l’industria US. Gli US hanno fatto +17% in vendite, rifornendo metà mondo (107 paesi, primato storico da quando SIPRI monitora questi flussi).

Formalmente l’Ucraina è diventata il quarto acquirente di armi nel mondo, “formalmente” non perché il dato sia ambiguo, è ambigua la dicitura “acquirente” in quanto l’Ucraina è uno Stato fallito che certo non ha risorse proprie per acquisto armi. I fondi glieli diamo noi europei.

Esportazioni russe -53%, esportazioni francesi +47% magari per trovare i soldi per restaurare Notre Dame perché la Madonna è importante per la nostra immagine di mondo. Chissà poi se Macron ha davvero così fervidi sentimenti religiosi, il papa pare averne dubitato ed ha disertato la kermesse di celebrazione della nostra gloriosa civiltà millenaria.

I russi comunque ormai riforniscono all’estero solo 12 paesi anche perché ha agito una forte dissuasione da parte americana ed europea a rifornirsi dal “nemico”. Gestendo WB e IMF, soprattutto nel Secondo e Terzo Mondo, viene facile suggerire cosa va fatto e cosa non va fatto. I tedeschi seguono i francesi e del resto meno auto più tank (sottomarini, fregate) è un bell’equilibrio.

Politico ci informa che oltre il contrabbando delle armi inviate dagli occidentali in Ucraina e girate da questi all’estero, chissà poi se decidono loro chi a cosa, la lobby degli armaioli ucraini (nuova industria di punta del disastrato paese che certo non verrà dismessa nel futuro) sta facendo saltare il divieto di esportazione ufficiale previsto dalla legge.

Dicono che così potrebbero fatturare il giusto e pagare più tasse, oro per le esangui casse di Kiev. O forse, più che per esangui casse statali, per pagare le forniture americane. Ma le industrie europee, annusando il deal con in testa i miti danesi (c’è del marcio in Danimarca?), si stanno accodando dicendo che a loro piacerebbe non poco produrre in Ucraina a costi minori e più vicini al business internazionale. Wow! la cosa fa anche occupazione, perché no?

Del resto, l’industria militare ucraina produce tre volte la capacità di spesa del governo, il vantaggio ricardiano chiama. Peccato solo che Pechino non venda loro le componenti essenziali per le schede dei droni e quindi deprima l’esuberanza produttiva, strascichi della precedente globalizzazione che le nuove strategie “re-shoring” americane puntano a correggere.

Insomma, se Hegel aveva l’impressione che la storia si svolgesse in un enorme e irragionevole mattatoio (Lezioni sulla filosofia della storia), la nostra gloriosa civiltà pare intenzionata a trasformare la transizione multipolare da piscina a laghetto? mare interno? oceano? del prezioso fluido vitale.

Del resto, Trump ha detto che il mondo dovrà rendersi conto cosa significa il voler perdere la funzione di sergente ordinativo l’anarchico ambiente planetario svolta dagli US in questi decenni. Il mondo dovrà pentirsi e magari strisciare a chiedere perdono invocando disperato il ritorno dell’ordine e relativo fatturato.

La civiltà la fanno i popoli ma da noi i popoli non sanno, non hanno tempo e hanno altre preoccupazioni, è Natale, c’è da fare l’albero ed il presepe, così la civiltà è guidata da pochi che la interpretano a modo loro ma in nostro nome e per conto. Al tribunale della storia o del conto finale potremo sempre dire “chi, io? ma non sapevo, non avevo idea, avevo da fare”. Che poi al fatto che esista il tribunale finale del giudizio universale che ci crede davvero più? Tutto il nostro mondo si basa su un enorme “come se…” nulla è davvero come ci piace farlo sembrare.

Siamo la civiltà che ha superato di slancio il dilemma tra essere e avere col sembrare.

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SVILUPPI DEL MONDO MULTIPOLARE.

L’operazione HTS-Siria fatta da Erdogan in asse col Qatar, altro non è che una manifestazione del nascente assetto multipolare del mondo. Alcuni leggono il concetto di multipolare come opposto al dominio americano, ma questo nuovo ordine dinamico riguarda l’intero assetto geopolitico planetario.

Visto che la Siria gli è confinante ed anche con dentro curdi che in patria rappresentano un problema e visto che Israele si sta allargando a nord e le monarchie del Golfo aspettano la “fine dei lavori” di Tel Aviv e l’arrivo pieno di Trump per varare la fase due del nuovo Accordo di Abramo-Via del cotone, pare conseguente che Ankara in asse fratellanza musulmana con Doha, reclami il suo spazio attiguo ed un peso suo proprio nel quadrante (tra cui il far pesare l’ipotesi del nuovo possibile gasdotto Qatar-Turchia via Siria per rifornire l’Europa). Oltretutto volendo riportare a casa i tre milioni di profughi siriani che ha accumulato in questi anni.

In puri termini di logica geopolitica multipolare, non si vede perché quello spazio debba rimanere sotto egemonia russa o tantomeno iraniana (bene o male la Siria è storicamente sunnita). Tutto ciò non è “giusto”, non ci sono categorie morali in questa logica, è conseguente, è logico-razionale.

Una breve sub-nota sull’Iran. L’estensione egemonica iraniana fino a Hamas, Hezbollah, Siria non era sostenibile e faceva parte di una strategia di fondo di rivalità tra sciismo e sunnismo (giocando sulla fratellanza coi palestinesi e il rigetto di Israele “onta” sul sacro spazio dell’islam, entrata in crisi già con l’uccisione di Soleimani) che oggi sembra non più attuale. Con mediazione cinese ed inserimento nei BRICS e a seguire ripristino delle relazioni diplomatiche tra AS ed Iran, ci sta che l’Iran torni a curare semmai il suo estero vicino (sud Iraq, Kurdistan, Belucistan, Golfo Persico) e lasci perdere slanci egemonici poco sostenibili.

Forse la “passività” russa ed iraniana in questa recente vicenda, va letta come accettazione realista di potenti logiche contro le quali era vano -e forse anche poco conveniente- opporsi. Anche perché Assad era assai consumato. Tuttavia tale passività potrebbe far pensare anche al fatto che l’intera operazione fosse stata annunciata, in fondo il Processo di Astana, prevedeva già in origine che il formato che doveva trattare la pacificazione siriana prevedesse Russia e Iran oltre la Turchia. Difficile immaginare che la Turchia, in scia BRICS+ voglia andare oltre il cercarsi una sua dimensione di polo locale, mettendosi contro russi ed iraniani.

Israele ne sta approfittando subito per il Golan e per la degradazione militare dell’ex forza armata siriana, ma in prospettiva non pare sarà molto contenta di ritrovarsi uno stato islamico, forse affiliato Fratellanza musulmana, alle porte. Sempre che, ovviamente, a HTS e suoi sponsor riesca la difficile stabilizzazione della nuova Siria. Una volta tanto, pare non siano stati coinvolti gli US in transizione tra due presidenze e con la subentrante, notoriamente poco propensa a intervenire in questo frammento del mosaico dove prioritario sarà per Trump il rilancio ed ampliamento del Patto di Abramo.

Medio Oriente oggi si va quindi configurando con: Egitto, Israele, monarchie del Golfo, Turchia-Qatar, Iran (che non è propriamente MO, come del resto l’Egitto, però vi si affaccia). Sopra questa trama del quadrante locale, le potenze esterne ovvero USA, Russia, Cina che cercheranno alleanze locali di convenienza.

Così va il mondo…multipolare.

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PARTITE LUNGHE.

A precisa domanda, ieri, il ministro turco per le risorse naturali, ha risposto così a chi riportava in attualità il vecchio progetto del gasdotto Qatar-Turchia (via Siria): “Per una Siria che ha raggiunto unità e stabilità, perché no?” Ha aggiunto: “Se ciò accade, la rotta deve essere sicura. Speriamo che lo sia, perché è questo il nostro desiderio”. Di cosa si tratta?

Alcuni analisti avevano tempo fa indicato questo progetto, rifiutato ai tempi da Assad, come il vero sottostante l’intero sviluppo di questi sanguinosi anni di conflitto in Siria operato con le milizie jihadiste. L’anno scorso, dopo 12 anni, la Lega araba aveva riammesso Assad nel proprio consesso a maggioranza, in deciso dissenso e contrarietà proprio il Qatar. Altresì, vengono segnalati diversi tentativi recenti di Erdogan di provare a chiudere un accordo con Assad, sempre rispediti al mittente.

Terzo indizio (incerto) non è chiaro se l’aggregazione HTS di al-Jolani, dopo le numerose giravolte che l’hanno portata dall’area al Qaida a qualcosa che ancora non è chiaro, possa o meno essere iscritta alla Fratellanza musulmana -secondo alcuni analisti sì-, notoriamente sponsorizzata proprio da Qatar-Turchia. L’intero conflitto siriano inteso come “guerra civile” (quindi come logica del suo versante interno) risale proprio alla totale contrapposizione tra partito baathista al potere con colpo di stato militare e la FM (strage di Hama, tra 10.000 e 25.000 morti).

Le prime dichiarazioni fatte da al Jolani in Siria sulle intenzioni politiche per la nuova Siria, dichiarazioni che a molti sono sembrate improbabili assimilando salafiti politico-militari come la FM con quelli solo militari (al Qaida, Isis), sembrerebbero proprio in linea con il credo politico della FM che alla fine vuole arrivare ad uno stato islamico ma per via politica costituzionalizzata, di consenso, meglio ancora tramite regolari elezioni come accadde con Morsi in Egitto (poi rovesciato da colpo di stato 2013 di al Sisi appoggiato dall’Occidente). Dopodiché è anche vero che la composizione completa delle milizie jihadiste in Siria oggi è molto meno “politica” di quanto non sia al Jolani.

Due ultime cose.

La prima è che questo supposto gasdotto o meglio il suo progetto, potrebbe essere una carta creata da Turchia e Qatar per partecipare al grande gioco dei riassetti regionali a seguito della lunga linea che dal Patto di Abramo (Trump) è poi proseguito con la Via del cotone (Biden). Questa idea è uno dei sottostanti la guerra che Israele ha scatenato contro Gaza-Hamas, Libano, Hezbollah ora Siria e sempre con un occhio finale all’Iran. Nulla di quei progetti poteva esser messo a terra se non si ripuliva prima l’area dalle interferenze iraniane. Lo ha detto e ripetuto più volte in mondovisione all’ONU Netanyahu con tanto di cartine geografiche e pennarelli.

Tuttavia, questo progetto emarginerebbe Turchia e soprattutto Qatar che nel frattempo ha perso il suo perno locale di interdizione che era Hamas (tra l’altro FM anche loro). Crearsi una carta significa metter sul tavolo una alternativa per ampliare il progetto e trovare il modo di esserne in qualche modo inclusi, da vedere come.

La seconda è che questa vecchia idea del gasdotto dal Qatar che attingerebbe al più grande giacimento di gas naturale conosciuto (South Pars/North Dome, in condominio Qatar-Iran), prevedeva un passaggio via Arabia Saudita, cosa però molto improbabile poiché AS (EAU-Bahrein-Kuwait) ha pari progetto suo da sviluppare dentro la strategia di pacificazione dell’area con sbocchi in Israele e sebbene ora le relazioni tra AS e Qatar siano state più o meno ricomposte, tra i due non corre buon sangue fino a livelli più duri delle rispettive strategie, anche nei confronti dell’egemonia religiosa sull’intero islam. Alternativa sarebbe passare per l’Iraq, ma questo (soprattutto al sud) significherebbe un accordo con l’Iran. Va detto che i rapporti tra Qatar ed Iran sono storicamente eccellenti e chissà che nelle nuove logiche multipolari non lo possano diventare anche quelli tra Turchia ed Iran.

Questa linea si collegherebbe poi al Nabucco turco portando energia in Europa in definitiva sostituzione dei flussi russi.

Infine, se la cacciata di Assad non ha fatto piacere a Russia e Iran, stando così le cose, piacerà ancora meno all’Egitto. Secondo WSJ di qualche giorno fa, proprio Egitto e Giordania avrebbero consigliato Assad di andarsene spontaneamente ma formando un legittimo governo in esilio. Assad ha pur sempre vinto con l’88,7% dei voti le ultime elezioni. Nei processi di presa del potere per le strategie FM la legittimità è importante.

La partita quindi è ancora molto lunga…

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CATENE TESE E ANELLI DEBOLI (Geopolitica sulla via di Damasco).

La guerra civile siriana sulla quale si è proiettata un più ampio conflitto geopolitico generale, è iniziata 13 anni fa. Tra 2019 e 2020 giunge ad un punto di stallo. Le forze nemiche del potere in carica (Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, USA e coalizione occidentale con appoggio silenzioso di Israele) che operavano sul campo indirettamente con milizie jihadiste e sanzioni, direttamente con aviazione, fornitura armi e logistica, trovano insuperabile resistenza da parte delle forze governative a loro volta supportate da Iran, Hezbollah e soprattutto Russia.

L’azione decisiva per il recente stallo fu il massiccio intervento dell’aviazione russa contro le varie fazioni jihadiste eterodirette. Il che non solo provocò un problema militare ma in senso più ampio narrativo-geopolitico. Infatti, nominalmente, gli occidentali dicevano di esser lì per combattere proprio i jihadisti. Dal 2004, infatti, per ben 15 anni, si erano manifestati ben 28 attentati jihadisti in Europa da parte della oscura e complicatissima galassia che aveva poli in al Qaida ed ISIS.

La decisa azione russa dimostrò che se effettivamente si voleva colpire gli ineffabili uomini neri, lo si poteva fare con una certa facilità (visto che quelli a terra non avevano né aerei, né contraerea consistente), cosa allora facevano USA ed europei lì da anni e con una capacità operativa volendo anche ben maggiore di quella russa?

Il giornalista statunitense Premio Pulitzer Seymour Hersh espresse con finto candore l’opinione che la campagna militare russa contro i gruppi militanti in Siria era “molto buona” e più efficace delle campagne a guida USA, dichiarando “io non so perché continuiamo a vivere nella guerra fredda, ma è così. La Russia ha fatto davvero un buon lavoro. Loro … hanno fatto il bombardamento che era più efficace del nostro, penso che sia giusto dirlo.” Le sconfitte militari bruciano ma quelle delle narrazioni sono insopportabili, le genti occidentali non debbono vedere il mondo per come il mondo è davvero.

Tempo fa scrissi che questo singolo fatto era uno dei decisivi sottostanti che portarono alla guerra in Ucraina. L’intervento diretto russo era il primo dalla fine della Guerra fredda ovvero dal crollo dell’URSS. Per gli statunitensi si presentava così un problema strategico, se ad ogni conflitto regionale o guerra per procura o pasticcio locale operati per ridisegnare continuamente gli equilibri geopolitici del mondo in transizione multipolare in difesa del dominio occidentale, si poteva presentare la Russia, come già era successo con l’URSS, voleva dire che la Guerra fredda non era finita affatto ovvero il contropotere russo, che fosse sovietico o meno ideologico nulla importava, agiva ancora da bilanciamento. Un bel problema.

La cosa fece probabilmente scattare un allarme rosso a Washington. Da qui la decisione Biden-neocon di ritirarsi dall’inutile Afghanistan ed aumentare la pressione in Ucraina che era fronte aperto già dal 2014. Visto che i russi avevano velleità di venire ad impicciarsi delle strategie USA, li si sarebbe messi sotto pressioni dirette. I russi non poterono che consapevolmente abboccare all’amo e a febbraio 2022, rovesciarono il tavolo e invasero l’Ucraina.

Così, in appena due settimane e senza neanche tanto clamore, una marginale organizzazione ex al Qaida locata nella Siria del nord, improvvisamente invade tutta la Siria, sembra, terminando facilmente 50 anni di regime e i primi 13 anni di guerra civile. I russi hanno da fare, gli iraniani non di meno, Hezbollah anche, Erdogan invece è molto attivo, agli altri (sunniti del Golfo, Israele, USA ed europei) conviene lasciar fare, forse anche dare mezza mano, chissà, perché no?

A noi qui interessa senz’altro di più il livello macro del confronto tra grandi e medie potenze; tuttavia, deve esserci anche un non secondario strato micro, fatto dalle mille frazioni micro-tribali sul campo siriano e limitrofe (Turchia, curdi, vari libanesi, iracheni del nord etc.) che in questi apparentemente silenziosi ultimi cinque anni del conflitto invisibile alle cronache giornalistiche (chi mai più manda inviati sul posto per raccontare i fatti?), hanno macchinato.

Stante che quello siriano, è sostanzialmente uno stato fallito da tempo essendo del tutto isolato e sotto pesanti e paralizzanti sanzioni. A dire che senz’altro appoggio esterno (turco ed occidentale) e distrazione dei bilanciatori (Iran, Russia), spiegano qualcosa ma va anche considerato che la Siria era un panetto di burro semifuso in cui entrava anche un coltellino di plastica da pic-nic. Ed infatti è entrato facile-facile.

Che succede adesso vatte-la-pesca. Al Jolani (saudita figlio di nazionalisti di sinistra siriani cacciati dal Golan dagli israeliani nel ’67 a sua volta tornato e cresciuto a Damasco) è il capo della fazione Hay’at Tahrir al-Sham, galassia al Qaida che sta guidando l’insurrezione.

Il tipo, arrestato, incarcerato e rilasciato dagli USA come molti capi jihadisti in Iraq, si è a lungo barcamenato tra Abu Mousab al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi, si è concentrato sulla gestione di Idlib (pare efficiente), si è pesato prima su al Qaida contro Isis, poi si è liberato anche di al Qaida, andando verso Turchia-Qatar. Ha perso per strada l’aurea militare ed ha assunto quella politica. Con una taglia di 10 milioni di dollari comminata dagli americani, ha trovato però modo di rilasciare una lunga intervista alla CNN per spiegare chi è e quali intenti ha.

Ora tutti sorridono sotto i baffi sebbene a parole mostrino contrita preoccupazione per l’idea di ritrovarsi uno stato islamico al posto di Assad. Ma non ci sarà alcun stato islamico al posto della Siria, ci sarà l’agognato spezzatino, un indomabile coacervo di fazioni locali senza un potere centrale, da poter manovrare come camera di compensazione dei complessi equilibri delle fazioni regionali e globali.

Va aggiunto che in settanta e passa anni di salafismo, mai queste organizzazioni islamico-estreme hanno trovato tempo ed interesse di far scoppiare almeno un mortaretto in Israele o presso le sue residenze diplomatiche ed estere. Israele, per loro, non è un nemico e quindi Tel Aviv, oggi stappa bottiglie. Questi sunniti jihadisti hanno invece nemico negli sciiti e quindi le bottiglie da stappare saranno più d’una.

Che ne sarà di drusi, libanesi, migrazioni siriane, curdi, russi, alawiti, ex-regime, sciiti sparsi, cristiani del nord est e chi più ne ha più ne metta, vedremo, la partita è ancora lunga. Certo, la presenza o meno di basi navali russe nel nord siriano, ora andrà ad arricchire il piatto delle fiches con cui si giocherà la trattativa russo-ucraina intentata da Trump.

Avevo avvertito -invano- molti che qui commentano di considerare l’ampiezza geopolitica di quella trattativa (che è anche ben più ampia anche della ora inclusa Siria), ma appassionati lettori di dispacci di Mosca sono insorti convinti che Putin avesse tutti gli assi in mano. Ognuno si stordisce con le non verità che piacciono di più.

E a proposito di corbellerie narrative, qui da noi sicuramente qualcuno scriverà che i russi hanno perso Damasco perché lì non arriva Tik Tok.

NOTA: Nel suo La Geodemografia (il Mulino, 2024), Livi Bacci (principale demografo italiano) riporta una dichiarazione di Lord Salisbury: “Nel 1898, Lord Salisbury in occasione della firma della convenzione anglofrancese sui confini tra Nigeria e Niger ebbe a dire: «Noi [britannici e francesi, nda] ci siamo impegnati nel tracciare linee su mappe di territori dove i bianchi non hanno mai messo piede, e ci siamo scambiati montagne e fiumi e laghi appena infastiditi dal fatto che non sapessimo esattamente dove montagne fiumi e laghi si trovassero”. E’ questo il sottostante geostorico del problema siriano, iracheno e libanese, Paesi che non esistevano (anzi erano proprio contrari al Corano che prescrive l’unità dei sottomessi a Dio e quindi un unico califfato come è stato dagli Omayyadi a gli Ottomani, milleduecento anni circa) inventati dalle potenze coloniali che si spartivano l’ex impero ottomano senza considerare né la geografia, né la storia locale. Non a caso, tanto la Siria che l’Iraq si sono più o meno retti con un dominatore militare di simpatie laico-socialiste (Assad padre, Saddam che erano pure dello stesso partito, Ba’th, socialismo nazionalista arabo ). Togli il tappo, la fontana esplode da sola e dove c’è disordine, c’è margine geopolitico di manovra. (Da p. 429 di P. Fagan, Benvenuti nell’Era Complessa, Diarkos, 2025, in libreria da metà gennaio)

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CONVULSIONI DI SISTEMA.

Ambrogio, nome acquisito dal presidente coreano nel suo battesimo cristiano, è passato da “impongo la legge marziale” a “tolgo la legge marziale”, nel giro di poche ore. Uno spettacolo politico e geopolitico davvero sconcertante e per un Paese strategico per gli americani nel quadrante asiatico, 12a economia nel mondo, prossimo candidato al G7, con un recente accordo commerciale speciale con l’UE.

L’opposizione aveva già annusato qualcosa pochi mesi fa e del resto, via gerarchie militari, impossibile tenere ermeticamente chiusa l’intenzione preparatoria. The Guardian riferisce che “il parlamentare del partito democratico Kim Min-seok aveva avvertito negli ultimi mesi che Yoon si stava preparando a dichiarare la legge marziale”. Ancora nel vivo degli eventi ieri, dopo che il parlamento era riuscito comunque a riunirsi e votare la bocciatura del dettato presidenziale (come prevede la Costituzione coreana riguardo le dichiarazioni di stato d’emergenza), i militari ribadivano che loro prendevano ordini solo dal presidente e fino a che questo non revocava l’ordine, loro rimanevano lì ad imporre la legge marziale.

Come tutti i militari di paesi subordinati militarmente agli USA, impossibile che ciò che sapevano gli alti vertici militari non fosse noto a Washington. Forse non era noto all’amministrazione Biden in smobilitazione operativa, molto dubbio sul fatto che il coreano pazzo non avesse avvertito l’amministrazione entrante anche se sarebbe da verificare in che termini.

Pare che Yoon Suk Yeol, di recente spesso assente per le sue intense lezioni di golf, avesse convocato pochi giorni fa una riunione per discutere i nuovi dazi promessi da Trump, tra l’altro al Messico dove c’è molta delocalizzazione coreana ed alla Cina, di gran lunga primo partner commerciale coreano come con chiunque altro in Asia (import-export SK-China quasi il doppio di SK-USA). Il coreano era forse anche preoccupato da precedenti dichiarazioni di Trump sul fatto che i coreani, come chiunque altro “sfrutta” la protezione militare statunitense, doveva prepararsi a pagare il giusto contributo. Infine, c’era anche forse preoccupazione per lo strano rapporto diretto tra Kim Jong-un e Trump che rischiava di emarginare il ruolo del Sud Corea nel quadrante. Anche se dopo l’invio di truppe in Ucraina forse la relazione USA-Corea del Nord tenderà a complicarsi.

Yoon Suk Yeol, discusso negli ultimi tempi ormai a tutti i livelli in Corea, potrebbe aver pensato di fare una “mossa geniale” ovvero preparare una Corea supina ai voleri USA salvando così il suo ruolo e quel del suo stesso paese, almeno secondo la sua visione del mondo, salvarsi dal ricatto economico, darsi un ruolo da realista più del re.

Assai improbabile che il coreano ora sopravviva politicamente a questo disastro, delegittimato anche dal suo partito di riferimento rispetto al quale lui -invero- è un indipendente e non un organico. Le cancellerie occidentali gli avranno fatto presente via diplomatica che se rompeva il format delle c.d. “democrazie liberali”, la Corea sarebbe stata emarginata, altro che G7. Ne dovrebbe conseguire nuove elezioni con vittoria delle opposizioni che già controllano il parlamento. Le opposizioni sono di tradizione essenzialmente pacifista e geopoliticamente bilanciata sebbene la liason tra coreani e statunitensi sia molto forte di tradizione.

C’è crisi politica anche in Giappone dove dopo le ultime elezioni di ottobre, il nuovo premier ha preso la maggioranza alla camera bassa. In Francia oggi si decidono le sorti del governo Barnier, ma Macron sembra arrivato al finale di partita anche se ha escluso categoricamente le dimissioni anticipate. Per altro, pare che Costituzione francese non preveda possibili eventuali nuove elezioni prima di luglio 2025. In Germania si va a votare il 23 febbraio, scontato il successo della CDU dell’ex avvocato Blackrock Merz, meno il tipo di governo che potrà fare visto che SPD e la sua leadership è a sua volta in grave crisi tra amore per il potere e riscoperta della tradizione socialdemocratica, stante il ceerto successo di AfD e la possibile spina BSW, da quantificare. A loro volta i Verdi dovranno meditare sul tracollo avuto alle europee e nei tre lander regionali, prima di fare coalizioni ma più in generale anche sulla interpretazione troppo rozza che hanno dato ai problemi eco-climatici cui sono legati per essenza, pena il dissolvimento a percentuali amatoriali che in un sistema a soglie di sbarramento non è una bella cosa..

Il britannico Starmer litiga un giorno sì e l’altro pure con Elon Musk e già scrivere questa frase ti dà l’idea del frame surrealista in cui ci troviamo. La Commissione UE uscita dal, da molti sottovalutato, risultato elettorale delle europee si regge sugli spilli. Zelensky apre a trattative e rinuncia territori, ma vuole garanzia NATO che non si può dare. NATO dell’amabile olandese Rutte insiste un giorno sì e l’altro pure che il 2% di spesa militare su Pil è poco e va alzato (ma molti non arrivano neanche al 2%).

Il sistema occidentale sembra entrato in una delicata fase di de-strutturazione per eccesso di contraddizioni ed incapacità strategiche. Se come probabile, su questa fragilità si abbatterà l’intenzione di Trump di trattare one-to-one con i singoli partner per trattare più acquisto di armi e merci americane vs minaccia di dazi pesanti, in un quadro economico di sostanziale stagflazione, la crisi diventerà parossistica.

Un caso pare paradigmatico: la Germania. Il delirio neoliberale ha portato ad ogni rinuncia di politica economica. Tedeschi e Stellantis oggi si svegliano e scoprono che non si vendono più auto come una volta. Strano, decurtano salari o li lasciano al palo e fanno scivolare le classi medie ai piani inferiori poi non trovano nessuno disposto ad indebitarsi per cambiare automobilina. Chissà perché? Enigmatico davvero.

n Europa legiferano contro i motori a scoppio ma poi si accorgono che i produttori non sono in grado di passare all’elettrico, poi daziano i cinesi per “aiuti di stato” che però gli hanno permesso di avere dieci produttori con almeno sei diversi modelli cadauno di auto elettriche (ultimo salone dell’auto di Shangai). Cinesi che ieri hanno messo l’embargo totale a molti metalli rari verso gli USA che a questo punto i chip li faranno con cosa? Le patatine? Accanto al silenzio passivo con cui si sono fatti slacciare dalle forniture energetiche russe, i tedeschi denotano la totale mancanza di strategia, in Europa c’è la totale assenza sia di un “soggetto”, sia di capacità strategica, élite varie hanno occupato il potere per caso personale ma senza alcuna capacità e merito politico propriamente detto.

Lasciamo perdere Erdogan e gli USA che armeggiano coi ribelli salafiti contro Assad e porti russi, piuttosto che le foto del NYT che mostrano come gli israeliani stanno costruendo compound militari super-fortificati -dentro- la Striscia di Gaza.

Tutto ciò nella totale cecità della complessa fase storica che, pretendendo adattamento, chiama a cambiamenti che nessuno sa come fare, in direzione di cosa, perdendo cosa ed acquisendo cosa. Ne seguono i famosi “fenomeni morbosi” che accompagnano il travaglio ad una nuova era. Sarebbe quasi da patatine e pop-corn se nella trama noi non fossimo l’oggetto di tale fallimento.

Dal 15 gennaio in tutte le librerie e e-book shop, il mio nuovo libro “Benvenuti nell’Era Complessa”, Diarkos editore, 550 pagine, parlerà di questo e molto altro.

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DAI BORGHI MARCI AI CERVELLI PUTRIDI.

“Rotten boroughs” (rotten=marcito) erano piccoli centri del Regno Unito monopolizzati dalla proprietà fondiaria che eleggevano parlamentari non in proporzione al proprio peso demografico.

Dal 1660 al 1832, gli inglesi non avevano volutamente aggiornato i collegi elettorali così che un villaggio con sei abitanti dominati dal signore locale del Wildshire (contea in cui scorre il fiume Avon) eleggeva due parlamentari mentre Manchester, centro della rivoluzione industriale piena di operai, neanche uno.

Manipolare i processi di formazione della rappresentanza parlamentare si fa proprio attraverso il disegno dei collegi elettorali come fanno gli americani (gerrymandering) o come si fa in Europa con leggi elettorali basate su logica maggioritaria o a doppio turno. Manipolando ciò che si deve esprimere se ne manipola l’espressione.

Dibattito sta provocando la decisione dell’Oxford Dictionary (istituzione britannica del 1884) di eleggere espressione dell’anno “brain rot” (cervello, rot=marcio, putrido), decisione appoggiata da una votazione pubblica con 37.000 partecipanti (estratti come non so dire). Motivazione estesa: “il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, specialmente visto come il risultato di un consumo eccessivo di materiale (ora in particolare contenuti online) considerato banale o poco stimolante.”, termine gergale nato nelle culture Internet delle Generazioni Zeta e Alpha.

La più antica tradizione del concetto risale pare a H. D. Thoreau (1854, Walden) che così definiva la questione: “la tendenza della società a svalutare le idee complesse, o quelle che possono essere interpretate in più modi, a favore di quelle semplici, e vede questo come indicativo di un declino generale nello sforzo mentale e intellettuale”.

La questione riguarda due aspetti, i contenuti ed i modi. I contenuti sono quelli del cazzeggio on line su varie piattaforme social, i modi sono dati dalla quantità di tempo dedicato a queste piccole evasioni che per alcuni non sono così piccole, fino a diventare una dipendenza. C’è infatti un poco studiato aspetto della questione relativo alla biochimica cerebrale (noi abbiamo una farmacia in testa) eccessivamente eccitata da continui impulsi che drogano l’equilibrio chimico cerebrale, da cui “menti marcite”. Anche qui, questa volta non in termini elettorali ma culturali, manipolando ciò che si deve esprimere se ne manipola l’espressione.

La cosa non viene da piani segreti della confraternita segreta che domina il mondo. È semplicemente derivata dal tipo di società basata sulla ricerca estesa ed intensa del profitto. I contemporanei cercatori d’oro sono continuamente alla ricerca del vostro spazio mentale poiché è la mente che ordina i comportamenti. Se ne sono accorti anche i ritardati economisti che di recente si son messi a darsi l’un l’altro Nobel per studi sulla Neuro-economia o Economia comportamentale.

Quindi, che si voglia diffondere un media (ad esempio volgere Twitter in direzione di una cultura politica di un certo tipo vedi “X”, o TikTok o lo stesso Facebook) o una serie di contenuti, con logica empirica (prova ed errore e nuova prova informata dai rilevati errori), si arriva presto a trovare ciò che “funziona” di più. Il tutto, nasce in logica economica (commerciale) e poi diventa culturale, sociale ed infine politico.

Chiosando quello di Treviri, si potrebbe aggiornare l’analisi del potere ( o forse “poteri”) aggiungendo ai possessori dei mezzi di produzione, i possessori dei mezzi di formazione ed informazione. I primi disciplinavano i corpi, i secondi disciplinano le menti per disciplinare i corpi. Così si ottiene non il rozzo “dominio di classe” ma la più sofisticata “servitù volontaria”.

Vatte-la-pesca oggi quali sono i possessori dei mezzi di produzione visto che le grandi aziende sono tutte sul mercato azionario o in complicatissimi diagrammi di società inscatolate in altre società che alla fine arrivano a “fondi” o nebbiose holding off shore. Così il “nemico di classe” è sfumato in una nebulosa che si chiama “sistema”.

Le motivazioni dell’O.D. parlano di contenuti, ma non dei modi. Ne sta seguendo un, come al solito, confuso dibattito pubblico sulla tecnologia in generale che sta facendo scendere in campo i difensori d’ufficio che stanno già etichettando i critici o i perplessi come “adulti reazionari”, antitecnologici conservatori dediti al regressivo “una volta era meglio”. Come con gli israeliani, la critica viene etichettata a categoria superiore (semiti in quel caso) e radicalizzata in assoluto (anti-semiti).

Uno dei grandi poteri della costellazione plurimedia è quella di appiccicare etichette, le etichette sussumono nei concetti i discorsi, semplificano e posizionano mentalmente (bene-male, brutto-cattivo, bello-brutto etc.) e categorialmente. La punta avanzata del settore high-tech americano: i c.d. GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) sono in trincea da tempo perché temono i ritorni negativi e critici del loro dominio espansivo, che sia l’avvelenamento sinaptico o la perdita di lavoro per sostituzione macchina/algoritmi-uomo, tant’è che sono tutti paladini del “reddito di cittadinanza”.

Sono appoggiati da un esercito di tecnici di sistema, non solo gli aedi del progresso tecnologico anche quelli della centralità del sistema finanziario (i GAFAM sono tutte “star” del Nasdaq e del sistema start up), quelli che vi ravvedono l’unico motore per prorogare l’esausto e vegliardo modo economico moderno occidentale (che sta terminando il suo ciclo storico), gli interessi geopolitici americani ed affini.

A noi qui, interessava però portare la nota da un’altra parte.

La nota è auto-riflessiva per il campo critico o alternativo lo “stato delle cose”. Volevo segnalare come la dottrina critica originata dal complesso teorico-culturale e poi pratico-politico originato da Marx e successori di vario tipo, è rimasta alle analisi ottocentesche della società inglese di metà-fine Ottocento. Ma dai primi del Novecento, il potere ha scoperto progressivamente e sempre più coltivato un impasto di conoscenze relative al comportamento umano derivato dalla sua mente, usando antropologia, sociologia, psicologia, psicoanalisi, teoria culturale, neurobiologia, teorie del discorso e dei media e molto altro che oggi confluiscono dello sviluppo A.I. ed in quello ancora più temibile del sistema Nano-Bio-Info-Comunicativo (NBIC).

Uno dei pochi teorici di questa fazione “contro” ad aver appena cominciato ad occuparsi, limitatamente alla sua condizione coatta, isolata e tormentata, di questo tipo di “quistioni”, un secolo fa, è stato Antonio Gramsci. Il Gramsci è stato poi variamente isolato e non sempre studiato proprio dentro questa fazione critico-alternativa. Non però proprio dal potere visto che negli Stati Uniti è stato spesso studiato con attenzione e da cui sono derivati concetti importanti come il “soft power” ed affini.

La nota, quindi, intendeva segnalare a chi si riconosce in questa postura critica, la necessità di elaborare una aggiornata dottrina del controllo sociale che fuoriesca dalle impostazioni più elementari di metà Ottocento (tipo struttura e sovrastruttura) e prenda in esame lo sviluppo di conoscenze più ampie. Qualcosa c’è, ma non basta. Non solo affinare il bagaglio critico, anche quello propositivo in termini politici. C’è cioè da fare una più ampia riflessione su cosa è la conoscenza oggi e come i modi ed i tipi delle varie forme di conoscenza, aiutano a determinare un certo tipo di controllo sociale, quindi in alternativa, che tipo di linguaggi, modi, architetture di pensiero, concetti, linguaggi cominciare ad elaborare per coltivare per una nuova immagine di mondo di supporto a chi vuole battersi per un nuovo modo di stare al mondo.

Aggiornamento anche antropologico perché una volta si pensava all’Homo faber, ma oggi sappiamo che Homo, sì fa, ma dopo aver pensato.

Il “manipolando ciò che si deve esprimere se ne manipola l’espressione” vale per tutti, per chi serve il dominio dei poteri in atto, per chi li combatte. Segnalo che questo complesso di conoscenze affonda nella mente umana in cui bio-neuralmente non esiste affatto la differenza tra razionale ed emotivo, quella è una nostra arbitraria classificazione culturale moderna. Per cui la sola “critica razionale” non basta. Il mio è un semplice invito a coltivare ricerca ed indagine su questi saperi ritenuti -erroneamente- marginali dalla fazione critica che continua a produrre economisti quando forse servirebbero anche e soprattutto culturalisti, non solo critici anche costruttivi.

Invito magari rivolto più alle giovani generazioni: “Istruitevi, perché avrete bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avrete bisogno di tutto il vostro entusiasmo”.

[Nell’immagine una icona anni ’70, Johnny Lydon detto anche “Johnny Rotten”, punk che urlava con voce graffiata “Anarchy in U.K”, oggi di cittadinanza americana, miliardario dopo aver sposato una ereditiera tedesca. Poiché il più antico antecedente letterario della cultura degli antichi angli e sassoni era Beowulf poema danese, val bene citare il più tardo poeta di Stratford-upon-Avon “C’è del marcio in Danimarca”. Il “marcio” segnala la longevità di alcuni tratti dell’antropologia culturale profonda di quelle genti.]

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Riflessioni su i temi del libro di Sara Wagenknecht.

Sabato 16 novembre si è tenuta a Roma una presentazione del libro di Sara Wagenknecht “Contro la sinistra Neoliberale” (Fazi editore, Roma, 2022) organizzata dalla rivista l’Interferenza, diretta da Fabrizio Marchi. Il mio intervento (30 mn. circa) segue quello di Marchi e quello di Valdimiro Giacché che è il prefatore del libro e viene seguito da quelli di Stefano Fassina ed Alessandro Visalli. Il mio intervento aveva base sul capitolo 10 del libro dedicato al problema della democrazia.

>> https://www.youtube.com/watch?v=AxZAm-zFXo4 <<

Tutti gli interventi:

La locandina dell’iniziativa:

Una più estesa presentazione dell’intero libro per l’associazione “Modena volta pagina” del 23 ottobre che rimanda però ad una pagina facebook, qui: https://www.facebook.com/watch/live/?ref=watch_permalink&v=1983953405403701

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G7: COMMEDIA COL MORTO.

Volevo titolare il pezzo“La realtà non è come ci appare” bel titolo di un libro tra quelli iniziali di Carlo Rovelli, vale in fisica come in politica, anzi forse in politica vale anche di più. Ma il fatto ci sia un morto reclama la nostra attenzione. Vi consiglio di arrivare fino in fondo, anche il pezzo non è così come vi apparirà all’inizio.

E così siamo passati in una settimana dalla Terza guerra mondiale EU vs Russia, alla Meloni che rassicura Mosca sulla questione degli asset finanziari dicendo rincuorante: “non si tratta di una confisca ma di profitti che maturano”. Spieghiamo.

All’indomani dell’inizio del conflitto ucraino, l’Occidente ha congelato tutti i depositi russi presso le proprie banche, circa 300 mld US$. Biden annuncia più volte che saranno sequestrati e dati a Kiev per ripagare i costi della guerra. Fisicamente stanno per lo più in banche europee, in Belgio per lo più. Mosca spiega che ne ha altrettanti di imprese europee a casa propria e farà pan per focaccia. Gli europei, quindi, dicono a Biden di darsi una regolata. Biden abbozza ma poi torna alla carica dicendo di usare almeno gli interessi che i depositi hanno creato, già perché hanno lavorato i depositi russi come fossero di un normale correntista, li hanno investiti e quindi hanno generato profitti finanziari, interessi. Questo Biden aveva annunciato voleva si decidesse al G7 sequestrare almeno gli interessi. I cinesi hanno fatto sapere che a quel punto Europa sarebbe stato ritenuto un soggetto finanziariamente pirata ed avrebbero riconsiderato le loro posizioni. Così ieri i G7 hanno deciso che fare dicendo che era una mossa unitaria storica. Già, fare cosa?

Hanno deciso che daranno a babbo morto (negli anni) fino a 50 mld di prestito a Kiev, cacciando i soldi ognuno di tasca propria. È un prestito, quindi formalmente non è una passività, ci si aspetta tornino. Siccome ovviamente non torneranno mai, si prendono a garanzia gli interessi maturati dai depositi congelati, qualcosa come 3-5 mld anno, se Kiev non pagherà (ovvio che non pagherà) pescheranno da lì. Ma poiché questo avverrebbe tra qualche anno, se non un decennio, a quel punto la faccenda del blocco sarà stata risolta, Mosca riavrà i suoi soldi e probabilmente anche gli interessi maturati, quindi niente garanzia. Per questo i più avveduti hanno commentato: “si è raggiunta una intesa politica, adesso ci sarà quella tecnica”. Ma non c’è alcuna intesa tecnica possibile, o i G7 si svenano e danno i 50 mld a Kiev di tasca e rischio proprio o tutto diventa flatus voci. Per cui Giorgia ha potuto rassicurare Mosca “tranquilli ragazzi, nessun sequestro e che qui si fa un po’ di teatro, comprenderete no?”. Solo l’uomo in mimetica ha fatto finta di crederci in favore di telecamere ucraine “non ci abbandonano, continuiamo fino alla morte, vinceremo!”.

Al G7 che doveva deliberare la guerra a Mosca, non si è parlato neanche di cartucce, non una singola parola su armi, NATO, eserciti, missili, bombe ed esplosioni punitive, niente. Una miccetta? un mortaretto? Tris-e-trac magari? Niente.

Si è parlato di questa buffonata degli interessi bancari e si è promesso un Piano Marshall per ricostruire l’Ucraina. Da qualche giorno, anche nella visita dell’uomo in mimetica in Germania, si parla solo di ricostruzione, del dopo, non si parla più di guerra. Ma come?

Come ha notato Politico.eu, ieri c’erano sei anatre zoppe e Miss Meloni. “Anatra zoppa” è una espressione del lessico politico americano, quando un presidente è in carica ma non ha poteri perché non controlla il potere legislativo. Macron va ad elezioni e dovrebbe perderle. Scholz ci andrà e le perderà senz’altro. Sunak ci va ai primi di luglio e sta 20 punti sotto i laburisti. Trudeau ci andrà a fine anno e perderà di certo contro l’avversario conservatore, cosa nota da tempo. Kishida pare stia messo altrettanto male. Von der Lyen e Michels si aggiravano come personaggi in cerca di autore visto che hanno di colpo perso tutti gli sponsor. Biden è un ricordo che cammina, anzi non cammina poi tanto visto che sembra uscito dal frigorifero dove lo tengono per conservarlo almeno fino a novembre quando arriva Capitan Fracassa.

L’unica legittima lì era la regina di Garbatella, negli ultimi giorni molto charmant (secondo me ha un nuovo fidanzato), che ha avuto gioco facile a schivare anche la questione dell’aborto stante il surrealismo del fatto che i G7 parlino al mondo di aborto che ad occhio non pare la questione centrale dell’ordine mondiale.

Ma aspettate perché in questa commedia scritta male c’è anche un fatto clamoroso di cui però nessuno ha dato notizia, c’è un morto.

Alla kermesse pugliese era invitato Muhammad bin Salman, Arabia Saudita. MBS all’ultimo minuto si è ricordato che doveva fare il pellegrinaggio a Medina e quindi chiedeva scusa ma non poteva partecipare, che disdetta! Poiché l’8 giugno è scaduto l’accordo promosso cinquanta anni fa da Kissinger sul fatto che il petrolio si pagava in dollari, dando così al dollaro lo statuto di riserva mondiale di valore e quindi di scambio, i sauditi hanno deciso di non rinnovarlo. Sorpresa!

Da oggi i sauditi e tutto l’OPEC ed OPEC+ con loro, venderanno gas e petrolio e prenderanno in controvalore qualsiasi valuta e quindi il morto è niente-po’-po’-di-meno-che: il dollaro! Accipicchia che colpo di scena, qui però fuoriscena poiché il pubblico deve guardare la commedia per coerenza narrativa dopo mesi di imbambolamento in cui qualcuno aveva pure creduto che gli stava per piovere un Kinzal atomico nel giardino di casa. Per questo MBS non è venuto, pareva brutto dover stringere la mano a Biden mentre con l’altra lo aveva strangolato.

Nasdaq punto com, la testata on line del primo mercato borsistico elettronico del pianeta commenta: “Mentre le implicazioni complete di questo cambiamento devono ancora essere viste, gli investitori dovrebbero almeno essere consapevoli che a livello macro, l’ordine finanziario globale sta entrando in una nuova era. Il predominio del dollaro USA non è più garantito”. Detto da Nasdaq c’è da fare sonni tranquilli no?

E così in una calda notte di inizio estate mediterranea è crollata l’impalcatura principale del dominio mondiale americano degli ultimi cinquanta anni con sei leader occidentali accompagnati tristemente fuoriscena in attesa che la regina degli elfi di Garbatella (si sa della sua passione per Tolkien) incontri Sauron-Putin per trattare il finale di partita.

Gioite? Non ve lo consiglio, i prossimi anni saranno molto poco divertenti, però saranno vivaci, questo sì. Stay tuned!

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ISTRUZIONI PER GUARDARE AVANTI.

Come molti sapranno, Sahra Wagenknecht ex Linke, assieme a molti quadri sempre ex-Linke, ha fatto un nuovo partito per conto suo. Si è presentato alle europee ed ha preso subito un notevole 6,2%, un punto in più dei Liberali, il doppio de la Linke. Ma il nuovo partito ha preso anche il 16.4% in Meckleburgo, il 15% in Turingia, il 13.8% in Brandeburgo, ed il 15% in Sassonia-Anhalt più il 12,6% in Sassonia.

Sul piano programmatico: l’Europa dovrebbe “diventare un attore indipendente sulla scena mondiale”. Nella politica estera e di sicurezza dell’UE, l’Europa dovrebbe assumere un ruolo indipendente dagli Stati Uniti, sostiene la diplomazia , la distensione e la cooperazione internazionale. Le soluzioni militari ai conflitti vengono respinte, mentre sono sostenuti il disarmo nucleare e una ridotta presenza militare. Si chiede esplicitamente lo scioglimento della NATO. È necessario un nuovo ordine paneuropeo di pace e sicurezza, che includa anche la Russia.

No all’allargamento UE a Repubblica di Moldova , la Georgia e l’Ucraina. Il lobbismo e la corruzione dovrebbero essere frenati.

I diritti sociali fondamentali dovrebbero essere rafforzati. Le attuali istituzioni dell’UE , in particolare la Commissione Europea , sono criticate come antidemocratiche anche perché influenzate da lobby prive di legittimità democratica. Rivedere i Trattati in chiave sociale con ripristino della giurisdizione in termini di società e lavoro su base nazionale, quindi democratica. Dovrebbe essere promossa la cooperazione economica a livello europeo. Sono necessari massicci investimenti per il sistema educativo , le infrastrutture pubbliche e le amministrazioni. Dovrebbero essere creati salari equi, posti di lavoro sicuri e buone condizioni di lavoro. La privatizzazione nei settori dell’edilizia abitativa, dell’assistenza e della sanità è respinta.

Le politiche energetiche ed ambientali vanno riformulate, così l’apertura indiscriminata ai flussi migratori le cui cause vanno curate in loco. Rifiuto del fracking americano, ripresa delle forniture russe. Necessari salari equi, posti di lavoro sicuri e buone condizioni di lavoro. Si sottolinea la promozione dei contratti collettivi e il rifiuto della privatizzazione nei settori dell’edilizia abitativa, dell’assistenza e della sanità, alzare molto le tasse ai ricchi.

Naturalmente l’iniziativa è stata bombardata da fuoco incrociato definendola “rossobruna”, “populista”, sponsorizzata da Putin, Socialisti di destra (socialisti economici e sociali, di destra su valori culturali (?)). In realtà il suo corpo politico è quasi tutto ex Linke e di specchiato curriculum sociale, pacifista, ragionevolmente ambientalista, democratico. Ovviamente accusati di antisemitismo non si sono mai sognati di non riconoscere il diritto di Israele ad esistere. L’importante è fermarsi alla respingente definizione categoriale e non andare a vedere cosa dicono realmente.

All’ultima visita di Zelensky di pochi giorni fa, non si sono presentati in parlamento.

Sahra Wagenknecht attribuisce i successivi fallimenti elettorali di Die Linke (la quota nazionale dei voti del partito è scesa dal 12% nel 2009 al 5% nel 2021) all’enfasi posta sulle politiche di lotta alla discriminazione sessista , razzista o omofobica , a scapito dell’economia e del sociale.

Il libro delle SW pubblicato in Italia da Fazi ha raggiunto e mantenuto a lungo la posizione numero uno nella classifica dei bestseller di saggistica tedesca pubblicata da Der Spiegel.

Sebbene il partito sia stato fondato da poco, la sua sostanza e radicamento politico ex-Linke è solido e longevo. Altresì, qui in Italia, continuare a fondare partiti elettorali per attempati ex-politici o con velleità politiche o solo in cerca di visibilità e magari un buon stipendio, spesso ex-giornalisti come in uso qui da noi (sospetti su Democrazia sovrana e popolare, certezze su Terra-Pace-Dignità) non fa altro che desertificare l’efficacia dello spazio politico dell’area critica.

Se qualcuno volesse fondare finalmente un partito serio, dovrebbe farlo oggi, dopo le elezioni, non a sei mesi dalla campagna elettorale. Magari con qualcuno in grado di mettere assieme contenuti politici solidi il che, visto che spesso si tratta di giornalisti, è assai improbabile.

Sempre della serie “non è successo niente”, commento che va molto nella depressa area critica ormai a mollo nel nichilismo fatalista, in Germania la CDU sta aprendo a possibili alleanze con AfD dicendo che poi, in fondo, non sono così nazisti come s’è detto (come loro stessi avevano detto). AfD ha intanto pensionato il suo nazista di complemento e si sa che dopo le elezioni francesi verrà riammessa nel gruppo ID (Le Pen-Salvini) che farà di tutto per far saltare la rielezione di Ursula. Del resto, visto che in Europa s’è deciso l’ok alla fornitura di materiale militare pesante anche al Battaglione d’Azov, chi non flirta col nazista scagli la prima pietra.

In Germania, quasi certo il ritorno alle urne per la disastrata coalizione semaforo, anche i Verdi pare non abbiano alcuna intenzione di supportare la rielezione di UvdL, i liberali sono a dimensione inferiore a Calenda-Renzi. Parallelamente, pare confermarsi quanto qui ipotizzato ovvero che Meloni non ci pensa proprio di aspettare l”arrivo di Trump facendosi trovare nel mucchio franco-tedesco dietro UvdL, riunioni operative pare ci siano tra il suo gruppo Ecr e quello Le Pen-Salvini ID, per concordare una posizione comune sui dossier dell’immigrazione, dell’energia e lotta al green deal, più un impegno conservatore in temi di diritti. Da qui anche l’ipotesi di Tajani al posto della Ursula. Naturalmente è politica dei due forni, trattative, sgambetti, simulazioni, politica insomma. Dovrà destreggiarsi al G7 per comprare tempo.

Ma tanto c’è il “pilota automatico di Draghi” no? Mah, mi sa che qui da noi “politica” è una dimensione sempre più sconosciuta e gli eventi non si riescono più a leggere ripetendosi ostinati “ma tanto non succede niente, non succede mai niente e tanto se succede io non lo capisco”.

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