L’ALTRA META’ DEL CIELO. Ulteriori riflessioni sul principio di gerarchia. (2/2)

9788875781255La natura del ciò che è, è molteplice. Comparate tra loro, queste molteplicità, sono differenze relative. Nella natura umana, uomini e donne, maschi e femmine sono la prima delle differenze, sotto le quali molte altre si raccolgono. Il fatto che dalla differenza si passi alla gerarchia, dice che queste differenze pongono un problema di relazione in quanto la gerarchia è una forma di ordine della relazione. Pongono il problema della relazione poiché per stare come differenze e quindi molteplici, in un uno che il tutto ciò che è, debbono trovare il loro ordine, il come l’una cosa si relaziona all’altra o alle altre. La gerarchia è appunto “uno” di questi modi d’ordine, il più semplice e primitivo.

L’ipotesi che la gerarchia si sia affermata più di diecimila anni fa come sistema di ordine, laddove le relazioni con l’ambiente, il contesto, le altre tribù e gli altri villaggi, si fecero problematiche (ipotesi che abbiamo formulato nella prima parte), dice della forma che questa gerarchia prese come modo di ordinare. Questa forma è dall’unilaterale me al multilaterale fuori di me, è riduzione del Mondo all’Io, il mio. E’ la preoccupazione di chi non riesce più a far quadrare con facilità i conti di tutti e così si preoccupa solo dei suoi.

sputiamohegelPrima ancora della formazione delle prime società complesse e con esse della gerarchia estesa, ipotizziamo che le relazioni tra i nuclei sociali fossero basate su molti schemi, molte sullo scambio e sul dono. Lo scambio era delle  cose ( eccedenze vs mancanze) e delle persone, queste persone che passavano da un gruppo ad un altro erano, per lo più, donne. Dalla maggior varietà componente i codici genetici femminili, rispetto ai codici maschili, abbiamo conferma che le relazioni esterne tra gruppi, vennero tessute da agenti tessitori, da  donne che si univano a uomini di un altro gruppo. L’esogamia aveva la triplice funzione di permettere l’arricchimento genetico tramite composizioni di varietà (accompagnata dall’istituzione del tabù dell’incesto all’interno del gruppo), di eliminare la competizione interna tra maschi o femmine poiché essi avrebbero dovuto cercarsi il partner all’esterno, di legare i nuclei tra loro in base a relazioni di parentela. Si è immaginato che questo scambio esterno fosse già regolato da una prima forma di dominio maschile ma si è anche notato, in antropologia, che le “feste”, occasioni sociali che coinvolgevano più nuclei di un certo territorio, potevano offrire l’occasione migliore per lo sviluppo di queste relazioni. Musica, canto, ballo, esibizione, mettersi in ghingheri, cura della persona e dell’abbigliamento,  linguaggio degli sguardi, intraprendenza e civetteria, scambio di nomi e di pegni, furono tutte pratiche sviluppatesi nella profonda antichità, esistenti ancora oggi ed estese a tutti i luoghi del pianeta[1]. Nulla di tutto ciò aveva senso essersi evoluto all’interno del proprio nucleo, con e tra persone che già si conoscevano, alle feste si andava e si va per “conoscere” e tra già conoscenti, hanno un altro senso.

Quando però, i nuclei sociali già stanziali anche se non necessariamente già del tutto agricoli, crebbero di dimensione, ospitando già all’interno più nuclei famigliari, questa esigenza di relazione reciproca esterna, perse le sue ragioni. VgPcuMpTLCdo_s4-mRimase probabilmente lo scambio commerciale e con esso, qualche agente tessitore maschio che continuò a prender moglie all’esterno del proprio gruppo natale. Ma la nascita dei primi conflitti tra società confinanti, cambiò radicalmente l’intera forma degli ordini e delle relazioni. L’interrelazione violenta dal noi al fuori di noi, cambiò la dinamica della relazione[2]. Alcuni maschi divennero guerrieri.

La nascita del guerriero pose lo stesso problema che oggi pone l’industria militare. Una specialità di cui è richiesto l’affinamento qualitativo, si sviluppa per una causa ma poi diventa essa stessa causa del proprio utilizzo ed ulteriore sviluppo. Non s’impianta una sofisticata industria delle armi se queste poi non vengono usate di continuo permettendo la produzione di altri armi. Non s’impianta il modo militare se poi questo lo si utilizza solo una volta ogni venti/trenta anni. I guerrieri, come oggi l’industria militare, divennero essi stessi ragioni e causa di continui conflitti. La loro specializzazione, fondava le ragioni stesse della loro funzione la cui affermazione si nutriva anche della continua crescita delle dimensioni dei gruppi sociali. Il guerriero che porta all’eroe ed al re, fu la rottura di simmetria tra le due metà del cielo. La conquista coattiva sostituì gli scambi ed i doni, i rapimenti e lo stupro delle femmine dei perdenti sostituirono la festa. La relazione orizzontale di reciprocità basata sul corteggiamento e sul baratto, lasciò il posto alla relazione di gerarchia, verticale, unilaterale, basata sulla violenza, sull’imposizione e sul primato della forza. Prima della formazione delle società complesse, tutto ciò non aveva movente se non postulando una presunta essenza dell’aggressività umana, essenza che non risulta da nessuna seria ricerca disciplinare, come per altro non esiste nessuna precisa essenza umana che vada oltre il “bipede implume”.

Il modo di interrelazione gerarchica esterna, retroagì anche sulle forme interne delle società rompendo la simmetria di genere nell’immaginario, dalla diffusione della spiritualità all’accentramento della funzione sacerdotale, dalla composizione dello stesso proto-clero che da misto con forte componente femminile come intermedio rappresentante di per sé la natura, i cicli, la nascita e la cura diventò ieratico, a sua volta gerarchico e maschile, nella stessa natura delle divinità la cui conversione da un mondo di donne e terra ad un mondo di maschi e cielo è largamente attestato. La Teogonia di Esiodo narra di questa fase di passaggio, in cui il cielo ingravida la terra.

l-ordine-simbolico-della-madre_328Quelli che dovettero essere i primi coordinatori della funzione sociale di società già ai primi stadi di complessità, con già affermata una iniziale divisione del lavoro, coordinatori (e proto-legislatori) delegati, forse turnari, magari scelti secondo i parametri della saggezza ed anzianità, vennero sostituiti da i capi, capi della funzione militare divenuti in seguito all’affermazione di questa, capi politici spalleggiati dai simmetrici capi sacerdotali. Tutti maschi (le caste sacerdotali, in verità, dissimulano spesso il loro genere, ad esempio negli abiti, per non essere esplicitamente in concorrenza coi maschi militari o politici). Questa linea di retro determinazioni, giunse fino alla famiglia che diventava la famiglia del padre (pare che l’eredità della terra, in tempi molto antichi, fosse matrilineare)  e bloccava l’ontologia delle relazioni di primo livello, quelle uomo-donna, sull’assetto della gerarchia del primo termine rispetto al secondo. La rottura di simmetria con affermazione della gerarchia fu probabilmente anche l’inizio della prima alienazione tra Io e Mondo (tra natura e cultura) e sincronica alla comparsa del disagio della civiltà.

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1882881Adriana Cavarero, nel suo “Il pensiero femminista. Un approccio teoretico[3] tenta di ricostruire la griglia concettuale del come ha funzionato l’ordine patriarcale. In esso, si è formata una cascata di rotture di simmetrie conseguenti quella della ontologia della relazione di primo livello. Lo spazio umano si separa tra privato e pubblico. Il pubblico diventa sia il sociale del gruppo in cui si vive, sia l’esterno nel territorio in cui vive il gruppo. Questo secondo è regolato dalle relazioni maschili di scambio (commercio) e rapina (guerre). Il primo è regolato dalla gerarchia sociale e sessuale e dalla legge che norma il conflitto interno. L’estromissione della donna dal pubblico le toglie facoltà di relazioni e quindi potere individuale, la donna diventa una monade con una sola finestra che guarda il marito ed i figli ed una sola porta in cui il marito ha diritto unico di entrata ed uscita. Semmai, è consentita la riunione delle monadi femminili che però più che un pubblico è un privato collettivo. L’attività femminile è recintata e preordinata ma per la gran parte del suo poter essere, essa è resa passiva. L’unica attività che è richiesta dall’ordine gerarchico fissista è in genere il conformarsi alle disposizioni dell’ordinante. La rottura di simmetria dei poter esser, sequestra immediatamente i saperi poiché è su questi che si fonda il potere, le donne non sapranno e non capiranno mai più niente di ciò che è il mondo esterno, sia esso geopolitico o politico, economico o culturale, del “pubblico”[4].

In Occidente, il dualismo ontologico Io –Mondo diventa costituzionalmente oppositivo, disgiuntivo, conflittuale, “o-o”, la famosa “logica dicotomica”. Il maschile è l’umano, il femminile è un sottogenere dell’umano, così come lo è l’uomo non maschile (l’omosessuale), il barbaro e lo schiavo. 9788842084426Centrato sul polo che detiene il potere di gerarchia, il differente diventa diverso, il diverso diventa inferiore. Si noti qui l’effetto logico conseguente la negazione di realtà che questa costruzione comporta. Il portato ingenuamente sovversivo della frase di Mao sull’altra metà del cielo (“cielo”, nella cultura cinese, tian 天 sta per ordine generale della natura e scopo delle faccende terrestri è “corrispondere” a quell’ordine), ricorda il semplice fatto che metà del genere è donna. Come l’ordine della terra possa rispecchiare l’ordine del cielo, l’ordine sociale quello naturale, l’alternante equilibrio dei due principi yin e yang, negando la naturale libertà d’essere donna o presupponendo una gerarchia fissa di valore è primaria contraddizione. E da questa deliberata imposizione di una contraddizione palese sull’ordine plurale e dinamico della realtà, conseguirà in Occidente, la metafisica patriarcale.  La ultra-realtà che è poi pura invenzione della mente, diventa la realtà vera che svaluta e domina quella concreta che è “vuota apparenza”. L’Uno domina il Molteplice, il Fisso domina il Divenire, l’Assoluto domina il Relativo. Il donna-femminile non è mai solo una perché generando vita e ricordandosi di più e meglio dell’uomo-maschio di esser stata a sua volta generata (da due, cioè da una relazione) essa sa che il suo uno non è oppositivo a  quello degli altri. La metafisica  dell’uno che non può mai trovare la logica della sua origine poiché mai dall’uno si genera l’uno, costruirà la cattedrale dell’assurdo basata su concetti sconclusionati come il causa sui, il generatore ingenerato, Atena che nasce dalla testa di Zeus, il Demiurgo di Platone, il dio creatore monoteista, l’emanazione generativa, il 129° canto del X° libro dei Rg Veda,  uno sorta di invidia maschile della generazione che sembra ben più concreta di quella femminile del pene, postulata da Freud[5].

Inoltre, il molteplice che è in ogni uno (ogni cosa è composta in parti) viene negato nel maschio mentre l’uno della donna-femmina diventa una teatro di molteplici ipostasi: donna matura/mamma, donna giovane/figlia, femmina puramente donna/moglie e donna puramente femmina/ amante. 41Zgu6GMEnL._BO1,204,203,200_Essa sa del divenire da giovane a vecchia e sa dei cicli naturali che la investono mensilmente, meglio dell’uomo ricorda l’alternarsi del tempo delle stagioni essendo lei, nella profonda antichità, a curare il campo, l’orto e la raccolta di ciò che le stagioni offrivano. Essa sa che come l’uno è solo un di cui di un molteplice, l’assoluto non esiste poiché la trama del mondo è relazione e l’etica della relazione è la reciprocità. Non ci sarà più reciprocità. Così il tempo circolare dell’eterno ritorno lasciò il campo a quello diacronico. L’amore che è la massima forma di energia della relazione dovrà essere per lungo tempo sublimato per mancanza di possibile e naturale corrispondenza essendo diventato il matrimonio un affare di scambio razionale. Quello spontaneo, fu addirittura causa di una famosa guerra (Troia). Il sesso che è la più intensa forma di relazione sarà d’imposizione gerarchica, al servizio del pene ed ella sua necessaria eiaculazione. Le femministe, nella loro iniziale presa di coscienza per differenza, separazione ed opposizione visto che questo è ciò che impone la forma gerarchica quando il polo reso inferiore si deve ribellare al dominio del polo superiore, ricorderanno che la sede del piacere sessuale femminile non è il canale riproduttivo ovvero la vagina, ma il primordiale del pene, il-la clitoride. La relazione di reciprocità, richiede il rispetto della differenza ma questa è proprio ciò che la gerarchia tende a negare.

L’uomo-maschio si riserva così la qualifica di soggetto e sogna di aver risolto il dualismo ontologico Io – Mondo e l’ansia della relazione, rendendo tutto ciò che non è il suo esser soggetto, oggetto. Così anche la verità. 41FuQ866T1LContinuerà a vivere in un universo di verità per la grandissima parte soggettive, ma ritenendole unilateralmente oggettive così da giustificarsi la sua riottosità a cambiare, a modificare i propri ordini sociali, potrà addirittura fondarvi la ragione del conflitto. Io ho ragione, lei/lui ha torto; io ho ragione gli altri hanno torto; noi abbiamo ragione, voi avete torto; noi abbiamo ragione tutti gli altri hanno torto. La cattedrale del pensiero dicotomico gerarchico ha una vasta collezione di nicchie e cappelle dedicate al culto delle gerarchie concettuali: natura/cultura; ragione/emozione; mente/corpo; amico/nemico; finito/infinito; vita/morte; coscienza/autocoscienza; altruismo/egoismo; pubblico/ privato e le già tre dicotomie fondative, dal monoteismo dell’immagine di mondo: Uno – Fisso – Assoluto / Molteplice – Diveniente – Relativo.

Qui il pensiero femminista, che è ancora giovane avendo non più di scarsi due secoli di vita intermittente, contrastata e repressa, ha spesso equivocato il dualismo ontologico oggettivo con l’interpretazione soggettiva che il principio di gerarchia impone per risolvere l’ansia di relazione in dominio certo. Ragionare secondo la partizione Io – Mondo è consustanziale alla mente umana, non è un prerogativa occidentale, né del sistema patriarcale, a nostro avviso. download56yNoi (esseri umani) siamo un tratto spazio-temporale di mondo ma c’è mondo, quindi essere, prima, dopo e fuori di noi oltre a quello durante e dentro di noi. E’ conseguente per un ente autocosciente, pensare secondo la partizione di Io – tutto il resto anche perché la coscienza di morte ci ricorda la nostra non totalità e non infinità. Noi animali umani, siamo sistemi biologici atti a vivere il più a lungo (ed al meglio) possibile ed a tutti noi dispiace morire.

Il problema è la versione di questa partizione Io – Mondo. Fusionale (picchi di sentimento amoroso, droghe, meditazione e misticismo, introflessione riflessiva anche razionale ad esempio filosofie olistiche tipo “tutto è uno”), oppositiva (metafisica occidentale, guerra e conflitto, negazione determinata o assoluta, dialettica binaria, principio di non contraddizione + terzo escluso = verità, dominio) o relazionale che ha poi due versioni: quella della grande armonia che ha tratti idealistici (ad esempio, la dialettica ternaria, l’alternanza di yin e yang) e quindi ancora immaturi, quella della logica dell’orizzonte a due vie che è la più matura e quindi rara. Quella fusionale nega il dolore del dualismo ontologico, quella oppositiva lo ordina in nostro unilaterale favore, quello relazionale lo accetta o immaginando di risolverlo in un grande ordine perfetto che ritorna al fusionale per via mediata (differenze  complementari)  o problematicamente e realisticamente. La partizione derivante dal dualismo ontologico oggettivo è proprio dell’umano e riguarda la donna-femmina non meno dell’uomo-maschio.  Il dualismo biologico donna/femmina – uomo/maschio non ha quindi solo l’esito oppositivo (gerarchia e conflitto) o complementare (la grande armonia) o fusionale (astratta uguaglianza e negazione della differenza) ma anche quello semplicemente relazionale, equivalenza di differenti.

copr5Il problema quindi non si pone più tra principio di esclusione (l’uomo-maschio domina la relazione gerarchica) e principio di inclusione (l’uomo maschio è pari alla donna femmina nell’interpretazione di un mondo materiale ed immaginario costruiti da uomini-maschi), ma tra mondo androcentrico e mondo policentrico, nella costruzione di un nuovo immaginario basato sull’ontologia della relazione che rifletta la costruzione di un mondo basato su i nuovi principi conseguenti quella ontologia. Il ricorso all’universale, “l’umano” non connotato sessualmente cioè biologicamente, non risolve alcun problema poiché il destino degli universali è di essere astratti e poco significativi. Gli universali sono una commodity del pensiero, utili a volte, ma non concreti. Ciò almeno fino a che non esisteranno umani di un solo sesso con capacità riproduttive o anche senza, ipotesi che non ci sono immediate[6].

Quanto alla pluralizzazione sessuale del soggetto (disaccoppiamento sex – gender), ampliamento dei generi uomo-maschio e donna-femmina simmetrico-sessuali,  all’uomo-maschio rivolto sessualmente all’omologo, all’uomo-femmina, alla  donna-femmina rivolta all’omologa o della donna-maschio, nelle versioni a loro volta esclusive o plurali, fisse o saltuarie, ciò non può che portare ricchezza alla tavolozza dei colori dell’umano. Più colori, più espressione di creatività nel quadro del mondo. Pluralizzazione che può continuare fino ai miliardi di versioni di composizione individuale, permanente, temporale o occasionale[7]. 51jTpyl7s-L._SY344_BO1,204,203,200_Resta però il fatto genetico-biologico dei due apparati riproduttivi, anche se non siamo in grado di dire cosa ciò comporti precisamente nella determinazione dei modi essere[8] fuori dalle semplificazioni schematizzate di genere[9].  Quello che altresì non ci sembra condivisibile è la negazione ontologica del soggetto, qualunque definizione plurale o occasionale di questo si voglia dare o anche non dare e semplicemente accettare nella sua nudità ontologica[10], pluripotente e relativizzata ai contesti .

Questo soggetto motore di un modo nuovo di stare al mondo, noi lo vediamo eminentemente relazionale[11]. Nato/a da un relazione, soggetto a molteplici relazioni famigliari, amicali, amorose, sessuali, lavorative, culturali, sociali, spesso co-autore/trice di ulteriori soggetti frutti di relazione egli/ella stesso/a alle presa con la sue interne relazioni funzionali ed identitarie. L’essere è relazione.

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316HZ2czSCL._AA258_PIkin4,BottomRight,-43,22_AA280_SH20_OU29_A livello dell’ontologia delle relazioni di primo grado, quelle uomo – donna è di nuovo l’intero che ci mostra qualcosa che assomigli al vero. Le donne sono state accusate di essere irrazionali, emotive, passive e soggettive. Di contro l’uomo razionale, attivo ed oggettivo ed in base al principio di gerarchia, come bene posto sul male (il positivo sul negativo) ovvero l’uomo sulla donna (convinzione di antica tradizione pitagorica), il razionale comanda sull’irrazionale – emotivo, l’attivo sul passivo (l’incubo sul succube come nell’antica demonologia medioevale che portava a bruciare donne-streghe in piazza anche perché succubi, cioè oggetto di rapporto sessuale con l’incubo, satana, che in quanto soggetto le era fisicamente “sopra”) come l’oggettivo sul soggettivo. Il punto è che queste dicotomie esasperate sono tutte false. Nell’umano non c’è alcuna razionalità che non sia imbricata con l’emozione, nessuna forza meriterebbe di essere sempre attiva e non riposarsi ogni tanto e lasciar fare ad altra o con altra essere mediata, ogni oggettività è definita tale da collettivi di soggettività coordinate che impongono la propria soggettività-in-comune come oggettività-per-tutti.

L’intera trinità concettuale è sovraesposta e polarizzata in maniera idealizzata, manichea, semplificata. Così l’uomo è illimitato e quindi sovraesposto e la donna troppo limitata e quindi sottoesposta. Forse gli stessi concetti potrebbero giovarsi di ampliarsi a razionalità che sanno di essere anche emotive e magari scoprire che l’emotività stessa, avendo ragioni evolutive di lungo corso è in sue forme “razionale”. ibgfqdk159837on4Il far accadere le cose, potrebbe giovarsi dell’arte di manipolarle indirettamente e non solo spingerle, strizzarle, avvitarle, azionarle (in fondo anche il motore immobile di Aristotele muoveva tutto senza esser mosso, così la forza di gravitazione, così le strategie che agiscono sul contesto). L’oggettività potrebbe esser più onesta nel riconoscersi debitrice di punto di vista, modello cognitivo, interazione conoscente-conosciuto etc. . E se liberate dai vincoli strutturali e sovrastrutturali, le donne stesse potrebbero accedere a nuove interpretazioni di razionalità-emotività, attività-passività, soggettività-oggettività dando il più forte contributo alla storia del pensiero umano, quanto a innovazione concettuale. Quell’innovazione di cui abbiamo disperato ed urgente bisogno per accedere a nuove forme di adattamento alla Grande Complessità.

Insomma, la prima riforma è l’equilibrio del cielo, la donna deve limitare l’uomo e l’uomo deve farsi limitare per trovare il suo equilibrio e con esso aprire a nuovi equilibri nel mondo. Gli Antichi Greci avevano orrore dell’illimitato e di quella hybris che era il loro concetto di autentico peccato mortale. Se A limita B e B assume la posizione che gli compete lasciando che A faccia altrettanto, si verificano le condizioni per la relazione a due vie, orizzontale, alternata nei flussi e quindi nel potere di determinazione. Se si modifica la reazione di primo livello, si potrà modificare anche quella di secondo livello, l’ontologia dell’essere sociale e così quella di terzo, l’ontologia dell’essere planetario.

51fCJMZ35cL._AA160_Su quest’ultima va detto che certo l’Occidente non determina più l’intero mondo ma se assumesse, egli per primo, il principio di rispetto della sua posizione (poco più di un decimo dell’umanità), con la sua residua forza e prestigio, potrebbe favorire non poco l’affermazione di questo principio e di quello di reciprocità su tutto il tavolo di gioco. La modifica degli ordini di relazione di primo livello, retroagirebbe subito su quella di livello zero, quella della dualità Io – Mondo. Non già un Io iperdilatato ed inflazionato al punto da intendere il Mondo come un di cui di lui stesso, un oggetto interno da sfruttare e manipolare senza ritegno, reazione simmetrica all’aver a lungo subito l’iperdilatazione inflazionata e minacciosa del Mondo su di sé. Un Io in grado di stare nel suo limite prima del quale è sovrano, oltre del quale è ospite e straniero, costretto a contrattare i tornaconto delle relazioni di cui è “un” {B79E6DE8-2B05-4E75-94DF-3586893C0F9B}Img400capo (non “il” capo), considerando sempre che in ogni relazione, dall’altra parte, c’è un altro capo, un altro Io o l’intero Mondo.

Una filosofia basata sull’ontologia delle relazioni ha molto da sperare nel ruolo autocosciente del femminile, ruolo che ponendo al maschile il limite[12] ci mostri il nostro esser uno (molteplice) di molteplice, esser resistenza comprensibile al divenire che però è inevitabile, esser relativi a qualcun altro/a o a qualcos’altro/a.  Se l’ordine dei limiti si ripristinerà in cielo, esso si rifletterà sulla terra e l’ equivalenza delle differenze darà vita ad una nuova storia .

(2/2 Fine. Qui la prima parte)

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[1] M. Granet, Feste e canzoni dell’antica Cina, Adelphi, Milano, 1990 e il paragrafo sulle feste contadine in M. Granet, La religione dei cinesi, Adelphi, Milano, 1973. Sull’antropologia della festa c’è parecchio altro per chi desidera approfondire il concetto ma si tenga conto che l’evento è stato per lo più studiato come tipico di società già formate mentre invece qui si suppone che nella profonda antichità, fosse un modo per relazionare gruppi umani territorialmente separati.

[2] L’incredibile sito di Gobleki tepe a cui spesso ci riferiamo nelle nostre indagini, prima vide la lunga partecipazione di diverse tribù, poi venne intenzionalmente interrato. Che sia stata necessaria la partecipazione di una manodopera cospicua è evidente dalla vastità ed imponenza delle sue costruzioni, che tale manodopera non potesse trovarsi tutta in una unica tribù è data dalla datazione. Al 9000 a.c. non vi erano nuclei e stili di sussistenza tali da permettere questa ipotesi e del resto, il fatto che il sito si trovasse in una no men land dice che esso dovette essere un centro di qualche area più vasta in cui si distribuirono varie tribù. Che sia stato tutto intenzionalmente interrato porta a supporre che le condizioni che ne avevano permesso la realizzazione e frequentazione vennero a mancare in maniera traumatica, il suo significato simbolico non valeva più. Da alcuni, questa dinamica, è stata accoppiata alla vasta presenza in tante e varie mitologie di un passato felice ed idilliaco a cui seguì un qualche cambiamento catastrofico, dall’abbondanza alla scarsità, dalla pace alla guerra.

[3] In A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano, 2002

[4] E’ noto, dall’indiano Kerala, all’Iran, che l’unico sistema che contiene l’impeto demografico è il limite che gli pone la donna stessa, ma solo quella istruita, autocosciente di sé, dei suo diritti, delle sue alternative opportunità. Del resto, le tribù ancora iper-patriarcali come i pashtun, pongono il più rigido divieto proprio all’istruzione femminile, come per altro accadde per gran parte della storia passata del civile Occidente.

[5] Tra invidia del pene ed Edipo freudiano e possesso del pene tramite accoppiamento della figlia col padre (presunto complesso di Elettra che forse C. G. Jung ha postulato per ragioni di simmetria concorrenziale con quello più famoso di Freud, a proposito di razionalità emotiva), sembra che agli psicoanalisti sia sfuggito il ben più evidente “miracolo” della generazione. Dal superpotente, superdotato, superconoscente maschio erettile, non nasce la vita. Forse sul fatto due paroline si potevano spendere…

[6] Il “sogno” (incubo?) cyborg di Donna J. Haraway, A manifesto fo Cyborgs, 1985 in Socialist Review. Molto consono al mito dell’intelligenza e vita artificiale ed al successivo ed attuale sviluppo delle biotecnologie di cui si pasce il complesso tecno-scientifico-militar-industriale americano.

[7] R. Braidotti, Il soggetto nomade, Donzelli, Roma, 1995

[8] N. Vassallo a chiusura dell’antologia da lei curata, argomenta tra la Scilla del’essenzialismo e la Cariddi del costruttivismo. La nostra posizione è che c’è relazione complessa tra sesso e genere, una dinamica potenza/atto. Relazione complessa significa che il sesso determina un sistema biologico che ha, in genere, alcune caratteristiche e non altre anche se ha le sue eccezioni. Su questo poi si forma l’identità di genere che è senz’altro costruita, ma dire che è costruita non significa dire che ci si può costruire sopra tutto ed il suo contrario, un omosessuale non può partorire ed una lesbica ha comunque le mestruazioni una volta al mese. Ne viene fuori un continuum policromatico e non un bianco e nero, che come insieme (l’insieme umano) ha due fuochi o due attrattori. Generalizzare è a volte necessario per economia cognitiva, il problema non è generalizzare, il problema è ritenere ciò che si dice di generale, preciso e non sfumato (logica delle identità determinate o logica fuzzy). Il rasoio di Occam è utile ma a volte, riduce indebitamente il molteplice al semplice solo perché il primo è concettualmente, logicamente e linguisticamente ingombrante. Ritenere che poiché non esiste un preciso confine tra maschile e femminile, non esiste neanche quello tra uomo e donna e quindi non solo genere ma anche sesso sono indiscernibili, ci sembra indebito. E’ come dire che o la differenza è chiara e precisa o non c’è differenza è cioè perpetuare la logica dicotomica che è proprio quella che rende ciechi al concetto di differenza. Il problema gnoseologico semmai è come contemplare le differenze senza far scattare il giudizio gerarchico.

[9] Questa è anche una delle due principali impostazioni della filosofia e del pensiero femminista contemporaneo, la filosofia o filosofie della differenza sessuale, praticamente l’area continentale (L. Irigaray, H. Cixous, J. Kristeva, R.Braidotti, scuola italiana L. Muraro, A. Cavarero, C. Lonzi) . L’altra è quella sulle filosofie di genere di cui parleremo nella prossima nota che coincide con l’area anglo-sassone e più specificatamente americana (A. Rich, M. Wittig, D. J. Haraway, T. de Lauretis, J. Butler). Ma ci sono anche altre impostazioni ed i confini tra le due riportate tendono a mischiarsi. Uno di questi altri filoni è il contributo del punto di vista femminile alla filosofia le cui strutture e concetti hanno una tradizione maschile. Segnaliamo C. Battersby, che ci sembra molto interessante e sul fronte antologico N. Vassallo in Italia (AA.VV. “Donna m’apparve, Codice edizioni, Torino, 2009), M. Fricker e J. Hornsby, The Cambridge Companion to Femminism in Pholosophy  (2000, Cambridge University Press) e L. M. Alkoff e E. F. Kittany, The Blackwell Guide tu Femminist Philosophy (2007, Blackwell) ma la nostra ignoranza non ci permette di essere più specifici di quella che è una tradizione che può farsi risalire ad H. Arendt. Tra le due principali scuole di pensiero femminista, la differenza principale ci pare rispetto al fatto che quella europea è materiale-culturale (il bio ha un suo peso, richiamo principale a G. Deleuze), quella americana tende più al solo culturale (secondo una certa interpretazione del lavoro di M. Foucault).

[10] Esiste un mondo specifico del più generale pensiero “femminista” (che pone problematica questa stessa definizione) multistrato che, partendo dai cultural studies, passa a women’s studies, poi ai gender studies, poi ai post-gender studies ed infine ai queer studies (qeer : strano, strambo, bislacco). Sull’intera famiglia occorrerà approfondire e riflettere con giudizio, però alcune cose mi vengono subito in mente. Il tutto si sviluppa solo in ambito anglosassone e per la gran parte, solo negli USA. Non solo, l’intera famiglia di pensiero si sviluppa in ambito universitario e con immediato riconoscimento, cioè creando cattedre e corsi di studio. L’intera famiglia parte da un generale (studi culturali) e si affina in particolari sempre più specialistici, secondo il modello scientifico, l’origine “culturale” o sovrastrutturale secondo l’antica partizione posta da Marx, esclude in via di principio la materia, il bio. Il “riconoscimento” non problematico di tutti questi modi di essere sessuale o anche solo culturale (travestiti, drag, trasgender, neosessualità, s/m lesbico o meno, tattoo, piercing, body building, chirurgia estetica, neo cyborg et alter) lascia interdetti non perché sia problematico in sé ma perché negli USA è minacciato il ben più primitivo diritto all’associazione sindacale e quanto ai neri ed ispanici, non mi sembra si sia ancora arrivati nemmeno ai gradi minimi di normale riconoscimento. Inoltre, ognuna di queste decostruzioni di genere ha il suo mercato, i suoi negozi, i suoi oggetti ed abiti, i suoi luoghi di espressione, i suoi siti porno o meno specializzati e come detto, addirittura le sue cattedre universitarie. Di primo acchito, il grado eversivo di tutto ciò, mi pare quantomeno dubbio e provenendo dal marketing, mi sembra una tipica “estensione di linea” così come uno yoghurt originariamente bianco e derivato solo dal latte, si estende a mille colori e sapori. Non mi sfugge il lato giocoso ed annichilente l’”essenza prototipo” di tutto ciò, mi domando solo quanto contributo tutto ciò può dare a cambiare le strutture del mondo in cui viviamo. Ma bisognerà rifletterci ulteriormente.

Comunitarismo[11] Il soggetto relazionale è trattato sotto i profili dell’etica, da C. Mancina, nel volume collettivo di N. Vassallo (già citato). Mancina vi vede convergenza ma non identità, tra una certa etica femminista e il comunitarismo (M. Sandel, A. MacIntyre, C.Taylor, A Gorz). Il filone comunitarista è relativamente recente e si unifica nell’opposizione al filone liberal-individualista-utilitario dominante. In esso convergono posizioni che vanno dal socialismo utopico al comunismo di provenienza religiosa, i benecomunisti (o comunitaristi?), la Nuova Destra, il pensiero decrescista ed in Italia, da un imprenditore come A. Olivetti, ad un filosofo come C. Preve. L’origine più lontana è in Aristotele.

[12] L’emersione ontologica del “continente nero” (espressione, a suo tempo, usata da Freud) del femminile dovrebbe avvenire inizialmente, con l’intento di porre il limite a quello maschile. Dalla contrattazione della reciprocità sessuale a quella sociale, da quella culturale a quella famigliare. Occorre creare spazio per la differenza, poiché sono le differenze che pongono naturalmente il limite. S. de Beauvoir, ne Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1984, pag. 18 fece la famosa osservazione “Neanche in sogno, la donna può sterminare i maschi”. Ripreso come concetto di cambiamento o rovesciamento di una situazione gerarchica in una forma che non annulli e sostituisca la controparte in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, et.al., Milano, 2010, pag.20, l’autrice lo usa come evidenza della fallacia dell’universalità del concetto di -rivoluzione per sostituzione-, le donne non possono “eliminare” la controparte. Porre il limite, far spazio alla differenza, significa rendere due ciò che oggi è uno, rompere il monismo gerarchico in favore della relazione duale, da questa impostazione dipartono cascate di cambiamenti.

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L’ALTRA META’ DEL CIELO. Ulteriori riflessioni sul principio di gerarchia. (1/2)

Marywollstonecraft

Mary Wollstonecraft 1759-1797

Nell’ambito del pensiero sulla gerarchia, non può mancare una riflessione sulla relazione di potere che l’uomo ed il maschile ha esercitato, ed esercita, sulla donna ed il femminile. La riflessione è insidiata da due presupposti, il primo è che nel nostro caso è condotta da un maschio, la seconda è che il concetto di donna-femminile è oscuro. Si potrebbe pensare che il concetto di donna-femminile sia oscuro all’autore perché questo è un uomo-maschio, il che è vero ma avendolo premesso possiamo dire anche di un altro aspetto di questa oscurità. Nella misura in cui il femminile è stato represso e contenuto dallo strabordare del maschile, come possiamo dire in cosa consista? Se il suo essere in atto è stato condizionato, limitato, coartato e distorto dal dominio del principio che le è simmetrico ma opposto, a quale essenza possiamo riferirci se non l’abbiamo mai vista liberamente all’opera?[1]

Questa considerazione mi segue spesso quando vedo l’espressione di quel piccolo progresso che è l’eguaglianza delle opportunità. Dare pari opportunità a uomo e donna di accedere ad interpretazioni di un mondo di matrice maschile. 51ljy9OY9IL._UY250_Quando lavoravo nel mondo delle produzioni, già una trentina di anni fa, si fece gran pubblicità al fatto che finalmente cominciavano ad apparire donne manager e financo imprenditrici. Chi ha avuto la ventura di conoscere questi soggetti, ha ricavato la unanime impressione, si avesse a che fare con dei travestiti, lo stesso disagio straniante che si ha nel guardare quei programmi televisivi in cui si prendono bambini che si travestono da adulti. La donna manager aveva un sovrappiù di freddezza, di spietatezza, di distanza, era una versione più realista del re, non era centrata sulla relazione tra funzione ed interprete, aveva un compito in più da soddisfare: mostrare che quella interprete era in grado di sacrificare se stessa, il suo specifico, pur di espletare la funzione. Tale sacrificio era poi ancorpiù concreto, stante che il coinvolgimento professionale ad alto livello, comportava spesso il deserto affettivo e la rinuncia alla funzione materna. Una certa risoluta freddezza era ancorpiù accentuata per togliere d’ingombro ogni turbolenza sessuale.

Come si vede, la matassa subito s’ingarbuglia. In quella interpretazione femminile del ruolo maschile non si sa più se il ruolo è oggettivo e non connotato sessualmente (se cioè è effettivo del ruolo di potere manageriale quel tipo di comportamento a prescindere dal sesso), se è maschile nelle forme condizionanti e quindi l’interprete femminile deve recitare la parte (con quell’ asincronia un po’ falsa che si registra ad esempio quando un parlante di una regione usa il dialetto di un’altra regione), se detto altrimenti, un mondo fatto assieme, non avrebbe creato quella funzione o la avrebbe disegnata in forme decisamente diverse;  se esiste in potenza un possibile “femminile” originario e non distorto della possibile interpretazione del ruolo e quanto questo è un immaginario maschile. Insomma il femminile sembra noumenico non solo per il maschile, ma in sé, per mancanza di opportunità di espressione già nella formazione delle strutture del mondo e del loro immaginario.

suffragette3Le pari opportunità sono dunque un piccolo progresso[2]. Sono un progresso perché almeno prevedono un possibile alternanza negli interpreti dei ruoli, ma piccolo, perché quel ruolo ha una partitura scritta dall’altro sesso. Neri che fanno i bianchi, servi che fanno i padroni, sfruttati che poi diventano sfruttatori hanno un che di patetico, mostrano la perfidia del dominio che si fa guscio fintamente neutro per ospitare interpreti talmente ininfluenti da sacrificare la propria essenza per adeguarsi a quella forma-funzione. Il prototipo di questa essenza formale, per chi ha fatto il militare, è il caporale di giornata. Un soldato semplice, una ultima ruota del carro che, solo per un giorno, assurge a capo (per altro di infimo livello) dei suoi simili. Lì spesso si notava lo sprigionarsi dello spirito del kapò, del collaborazionista del potere che salvato dall’anonimato dell’indistinto, faceva a gli altri quello che egli stesso, come altro, aveva lungamente subito e presto sarebbe tornato a subire. Con puntualità ironica, Totò poneva il caporale come alternativa dell’essere pienamente uomini “ma siamo uomini o caporali?”. Così per quei avventizi della notorietà che secondo la felice espressione di Warhol, hanno il loro quarto d’ora di celebrità che festeggiano concentrando nella ridotta finestra di quella che vivono come grande opportunità, tutto l’essenziale di disordinate aspettative a lungo coltivate come passivi e frustrati spettatori, nella speranza di essere promossi a “noti a tempo indeterminato” o quantomeno, nella speranza di “lasciare un segno”, occupare un frame di memoria che sopravviva più che non il piccolo quarto d’ora che gli spetta[3].

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9788807100222_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLa pari opportunità sono un fondamento del concetto di uguaglianza versione liberale[4]. E’ questa l’essenza del ragionamento della famosa Teoria della giustizia di J.Rawls, condivisa anche da Amartya Sen. La libertà nella concezione dei sistemi non è prevista, ma è prevista la libertà di poterli interpretare senza discriminazioni di razza, sesso e genere, età e censo, nella teoria. Quello che implicitamente si presuppone è un enorme Letto di Procuste per cui il sistema è dato e minerale nelle sue forme ma libero è l’accesso per coloro che vogliono adeguarsi alle sue misure. Il che ci porta ad una retro determinazione, un presupposto invisibile per il quale la varietà umana è intesa solo come varietà di interpretazione, non varietà di realizzazione. La forma è una, non plurale, l’interpretazione molteplice ma se questa interpretazione è così plurale, ciò significa che gli interpreti sono in fondo equivalenti. L’uguaglianza delle interpretazioni sottende l’uguaglianza delle essenze. Siamo tutti uguali non rispetto a…, siamo tutti uguali in sé per sé, siamo degli indifferenziati. Furbescamente, A. de Tocqueville mischiò l’uguaglianza della democrazia all’uguaglianza della massificazione (uguali rispetto a…, uguali in sé per sé), per usare l’orrore della seconda, contro la prima.

coppia-di-cardelliniIl disguido sul concetto di uguaglianza si è riflesso nella “progredita” concezione della donna nella nostra società. Le donne sono uguali a gli uomini. Concetto evidentemente falso come si può notare a prima vista. Con questo concetto dalla parvenza di progresso, si è supposto che la differente forma fosse epifenomenica, la sostanza era la stessa. Come universale, cioè come “umano” è certo la stessa, ma l’umano maschile e l’umano femminile sono evidentemente due sostanze differenti (ed è per questo che Aristotele notava che l’universale non è sostanza). Questa semplificazione del distratto pensiero progressista è alla base anche di certe concezioni sull’indifferenza etnica. Per paura che la differenziazione porti al giudizio di superiore ed inferiore, si è fatto tabula rasa della diversità relativa e si è passato col rullo compressore sulle diversità appiattendole nelle Grande Normalità. Grande Normalità che non solo è un falso assoluto ma è anche falsa coscienza poiché essa non è mai oggettivamente neutra essendo definita sempre da una generazione, da un sesso, da un genere, da una classe dominante, da un’etnia.

Se anche ci limitassimo a non incorrere subito nel giudizio e rimanessimo alla constatazione di differenza, si aprirebbe poi una seconda difficoltà. Come qualificare questa differenza? Virginia WoolfLa definizione infatti rischierebbe di provenire da una comparazione: “rispetto al maschio, la femmina…”. Ma questo non dice nulla dell’essenza, dice della differenza partendo da un punto espresso, si userebbe un punto espresso per definire l’espressività di un punto inespresso. Cosa sappiamo noi (maschi e femmine) di cosa sarebbe il femminile ed anche del maschile, in un mondo ipotetico costruito in base alla equilibrata partecipazione delle due essenze differenti? Ne conseguono due osservazioni. Non sappiamo cosa sarebbe il femminile perché non abbiamo prova di possibili relazioni osservabili tra una essenza in sé ed un contesto a cui quella stessa essenza ha dato il suo contributo costruttivo. Quindi, non sappiamo neanche cosa è il maschile perché di contro, l’illimitatezza di cui questo ha goduto essendo l’unico artefice del contesto, lo ha sovraesposto. Maschile e femminile, fino ad oggi, sono state due parodie, la prima idealtipo dell’essere tutto, la seconda idealtipo dell’essere niente, quando è immediatamente evidente per semplice constatazione statistica, che entrambe le asserzioni sono false.

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6a00e0097ed6408833017d42bd79d8970c-piI rapporti relativi tra maschile e femminile sono stati storicamente intesi come gerarchici, “una differenza esiste eccome, ed è quella che fa sì che l’uno domini sull’altro”.  Nulla della nostra complessione biologica dice di ciò. Il concepimento prevede la relazione tra i due generi, la maternità prevede solo il genere femminile, la cura della prole prevede di minima solo quella femminile, di massima quella di entrambi. Solo superata una determinata  fase neonatale, può prevedere quella solo maschile.  Minima e massima, aumentano o diminuiscono le percentuali di sopravvivenza e benessere del piccolo umano. Poiché il concepimento è condizione sufficiente ma anche necessaria per dar via a tutto il restante percorso dell’essere umano, sembra che la natura ci abbia vincolato alla relazione delle differenze. Modalità che la natura mostra di preferire nella gran parte delle sue realizzazioni, dotare ogni essere (in generale) di molto ma non di tutto, per completarsi in un tutto, l’essere è -obbligato- ad avere relazioni fuori di sé. Il concepimento è l’attuazione del nostro primo imperativo biologico: essere. Non si può essere se non siamo stati generati e grande parte della generazione è data per partecipazione (relazione) di differenze.

against-our-will-men-women-rape-susan-brownmiller-paperback-cover-artIn linea di principio, la generazione umana potrebbe avvenire anch’essa per via gerarchica[5]? Il maschile (nell’uomo come nell’animale) potrebbe bloccare con la forza una femmina e trasmetterle il seme a forza. La cosa è tecnicamente possibile anche se meno facile dell’immaginato poiché l’operazione è delicata e sicuramente resa meno soddisfacente dall’attenzione che il maschio deve profondere nel tenere ferma ed impotente la femmina violentata. Ma poi, non dice nulla dell’esito dell’operazione. La femmina avrebbe potuto sviluppare la gravidanza ma se non protetta ed aiutata, la generazione sarebbe stata a rischio. La stessa paternità sarebbe stata a rischio perché se questo sistema si fosse affermato, vattelappesca il figlio di qual donatore di seme sarebbe stato. Infine, una donna partoriente con un piccolo indifeso e bisognoso, lasciati al caso avrebbero avuto minori chance di farcela e non ultimo, uno donna avrebbe sempre potuto abbandonare il figlio concepito senza partecipazione, magari in favore di qualche maschio meno violento e più partecipativo. Chissà, magari la nostra evoluzione animale è andata a tentoni nei primi tempi, proprio selezionando questo secondo comportamento, quello che fa anche  dell’uccello giardiniere dell’emisfero australe un grande corteggiatore. E il corteggiamento ha anche un’altra importante funzione biologica, quello proprio di selezionare i caratteri, selezione che com’è noto, pertiene quasi sempre alla femmina. Nel gioco naturale del proporre e disporre, il maschio svolge il primo, la femmina il secondo. Sembra che la natura stessa abbia prescelto la femmina per discriminare, stante che il maschio tende semplicemente a spandere il suo seme ove è possibile. Il meccanismo di proposta in grande abbondanza e disposizione determinata, si trova nella stragrande maggioranza delle dinamiche creative della natura e compare anche a livelli di essere precedenti la divisione sessuale[6].

IMG_0251.480x480-75La gerarchia nella generazione è quindi assente nelle forme semplificate di A domina B o B domina A, non è totalmente assente perché ora A o ora B esercitano una qualche preminenza nel processo che dal corteggiamento porta alla fine della protezione del nato pronto a diventare autonomo, ed è dunque presente in forme variabili. Questo concetto delle gerarchie variabili, che a noi sta molto a cuore, non è molto ben compreso. Il concetto di uguaglianza come identità degli indiscernibili fa torto alla reale e concreta esistenza di differenti, la diseguaglianza della gerarchia fissa fa torto alla natura espressiva di ogni essere ed alla ricchezza della loro differenza. L’eguaglianza dei differenti[7] che poi sarebbe meglio chiamare equivalenza dei differenti è invece una relazione continuata in cui si alternano le gerarchie, il gioco del dominare ed esser dominati, annulla il senso del dominio come condanna e favorisce la compenetrazione empatica tra dominante e dominato che subito dopo si rivolgono al contrario. Il potere diventa una funzione relativa e non una posizione assoluta.  Questo rende la gerarchia funzionale a qualche scopo di coppia o di società e non come fine in sé per cui uno domina l’altro o tutti gli altri.  La gerarchia variabile usa la gerarchia che è necessario principio che ordina il prima ed il poi, in forma variabile perché finalizzata non al dominio di un ente individuale sull’altro ma finalizzata al dominio di forme sistemiche di individui in relazione (coppia, gruppo, società) su ciò che è intorno a loro, un intorno in cui discernere i problemi e le opportunità anche nel necessario divenire che connota l’alternanza di questi aspetti.

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gimbutasc7La rottura di simmetria che portò all’affermazione della gerarchia fissa interpretata dai maschi-padri dominatori incontrastati della femmine-madri, avvenne probabilmente lungo i millenni che portano all’affermazione delle prime società complesse, 8-6000 anni fa. Prima di allora, non si mostrano segni di differenza gerarchica almeno per quanto possiamo dedurre dall’immaginario e dalle sepolture. Quanto all’immaginario, parliamo della vasta e diffusa presenza delle statuine femminili che alcuni(e) hanno interpretato come “dee madri”. Quanto alle sepolture, si passa da cimiteri delle sepolture per lo più indifferenziate ma in cui a volte, c’è o un maschio o una femmina a cui si tributarono onori speciali (probabilmente sciamani/e) a sepolture in cui spiccano alcune coppie (seppellite assieme) di classe “superiore”. Infine si affermano le sepolture del grande uomo, il re, alla cui morte spesso corrispondeva l’uccisione della moglie interrata col defunto, assieme a vari schiavi/e e naturalmente oggetti di conforto per l’oltrevita.

01arch_ss_1aContestualmente, spariscono immagini e simboli dell’immaginario ginocentrico e si affermano quelli androcentrici. Sincronicamente, compaiono siti più vasti, mura e fossati, armi, luoghi centrali di culto e/o potere politico. Qui, le prime interpretazioni, dedussero una possibile inversione nei ruoli di potere, prima femminili, poi maschili (tesi matriarcato di Bachofen). Ma l’interpretazione si rivelò fallace e sintomatica del fatto che tendiamo ad interpretare il passato secondo i sistemi mentali che le strutture in cui viviamo, hanno formato. Non consideriamo cioè che possano esistere strutture diverse a cui corrispondevano sistemi mentali diversi dall’oggi e corrispettivi della realtà del tempo. Quello che lo scarno registro dei reperti ci mostra è in realtà un prima in cui non esisteva una gerarchia pronunciata, fissa, monogenere ed un dopo in cui diventa struttura portante delle società umane complesse, invariabilmente maschile con deità paterne, spesso irate, violente e vendicative[8] che tendono all’uno, cioè al monoteismo. Il passaggio non segna una interpretazione della gerarchia che subentra all’altra, ma la nascita stessa di questo tipo di ordine.

Quello che si forma con le società complesse è una tripartizione netta tra tre ambiti in cui si sviluppa l’ordine gerarchico: a) il nucleo famigliare; b) la comunità sociale; c) i rapporti tra comunità diverse. Probabilmente, fu il cambiamento dell’ultimo ambito ad retroagire su gli altri due modificandoli. Qui c’è un prima in cui i rapporti tra comunità diverse non era problematico ed un dopo in cui divenne problematico. 9788842060260La problematicità provenne dalla possibile sincronia di due dinamiche, la crescita moderatamente costante delle comunità, la decrescita di opportunità naturali dovuta a qualche cambiamento nel contesto naturale, progressivo o catastrofico. Gli occidentali, in genere, fanno due errori a riguardo: alcuni tendono ad universalizzare quello che invece è proprio dei soli occidentali; altri tendono ad occidentalizzare quello che invece è proprio di quasi tutte le culture. Sull’argomento in esame, si è insistito sulle dinamiche delle invasioni dei popoli centro-asiatici (indoeuropei) che avrebbero importato la gerarchia nell’ambito della precedente cultura egalitaria dell’Antica Europa. Ma il passaggio da società non belliciste ed apparentemente armoniche ed egalitarie a società gerarchiche a conduzione maschile con re, eroi, guerrieri con tutta la parallela trasformazione dell’immaginario, si registra anche nell’Antica Cina e società gerarchiche androcentriche compaiono,  anche in Mesoamerica. Le società dei nativi nord americani (ad esempio la cultura irochese) apparvero come più equilibrate ed infatti son quelle che mantennero fino all’arrivo dei coloni europei, un largheggiante rapporto tra la loro dimensione ed i territori di riferimento.

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L’areale originario dei kurgan, nell’ipotesi Gimbutas

Il fenomeno quindi non sembra locale ma generale e richiede una spiegazione generale. I Kurgan (gli indoeuropei originari della teoria Gimbutas) possono aver avuto la loro parte storica effettiva ma forse furono solo l’evento giusto al momento giusto ed il mistero per il quale esiste una evidente sproporzione tra l’areale in cui s’impose la loro lingua e quelle che dovettero essere comunque ridotte entità invadenti, per quanto armate e feroci, forse va spiegato differentemente. In Cina ad esempio, nonostante élite guerriere fortemente intenzionate (prima mongole, poi mancesi) abbiamo effettivamente sottomesso grandi maggioranze cinesi, nel medio-lungo tempo e nonostante intenzioni contrarie, furono le élite ad esser riassorbite nella cultura e nella lingua cinese. A dire che la cultura indo-europea certo tentò di imporsi con la forza ma il fatto che poi vi riuscì, può spiegarsi col fatto che, ad un certo punto, risultò più idonea per qualche ragione. Certo s’impose ma venne anche accettata[9]. E la ragione potrebbe esser stata che la gerarchia, la violenza, la logica dicotomica, il patriarcato, la rottura della simbiosi naturale, l’Altro come nemico, furono un pacchetto di forme strutturali che ben rispondevano alle mutate condizioni a cui le due citate dinamiche, avevano dato luogo: un nuovo regime di scarsità e problematicità delle relazioni. L’ordine gerarchico fu la risposta che il primo e più primitivo vivere umano associato, diede come reazione a questa nuova serie di difficoltà.

L’essere umano è il più generico degli esseri viventi e questo è il segreto del suo straordinario adattamento, un adattamento che per molteplicità delle risposte date alla molteplicità dei problematici contesti in cui si è affermata la presenza umana, lo ha fatto diventare la specie in cima alla gerarchia dei viventi, quello che patisce da pochi o nessuno ma fa patire tutti gli altri. l-origine-della-famiglia-della-proprieta-privata-e-dello-stato_381La sua genericità porta ad escludere l’esistenza di un senso forte dell’espressione “di sua natura”. L’umano non è di natura né egalitario, né gerarchico perché è generico e quindi idoneo ad ambientarsi nell’una o nell’altra forma a seconda delle situazioni. Sono le situazioni in cui si trova a sollecitare questa o quella risposta[10]. Essendo poi un ente biologico-culturale, anche laddove ha mostrato l’immediata tendenza a rispondere con l’ordine gerarchico ad un contesto problematico, può sempre giungere a modificare questa sua risposta in un certo senso “istintiva”, evolvendo verso una di tipo più complesso sempre e solo laddove ciò sia più adattativo. Noi sosteniamo che il nostro dover diventare più egalitari e meno fissisti nell’interpretazione gerarchica, ha oggi un valore più adattativo rispetto al nostro nuovo ambiente planetario, quello della Grande Complessità. Se la prima complessità è quella che portò alla formazione delle società complesse gerarchiche ed androcentriche, la Grande Complessità che è l’era in cui siamo entrati, richiede un superamento di questo vecchio modo. La Grande Complessità richiederebbe adattativamente sistemi policentrici, distribuiti e diffusi, partecipati continuamente tra le parti e composti in una equivalenza delle differenze che li e ci, compongono. Solo così si può manifestare un adattamento che mantenga forme di ordine dinamico. La società rigida, gerarchica, elitista, che s’impone sul suo esterno, sia questo fatto solo di popoli (guerre) o anche di natura (crisi ecologica), non è più adattativa.

Se effettivamente furono le mutate condizioni ambientali di territorio, clima e di vicinanza tra insediamenti che si trasformò da coabitativa a competitiva all’alba delle prime società complesse (10000 – 8000 anni fa) e se fu questo a retroagire sulla geometria sociale che da orizzontale diventò verticale e con essa, il nucleo famigliare, allora possiamo dire che l’essenza di questa dinamica, l’essenza della dinamica gerarchica è il tipo di relazione che questa istituisce come ordine nel funzionamento di un sistema umano che si trova in situazioni di relazioni divenute problematiche. Tanto di quello macro di un vasto territorio, quanto di quello meso del singolo villaggio, tanto di quello micro della famiglia, quanto di quello su cui si basa il primo livello dell’ontologia della relazione, la relazione tra le due metà del cielo. Così al livello zero, la relazione Io – Mondo.

(1/2, continua qui)

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 Grande parte delle riflessioni qui svolte si sono accompagnate alla lettura di: A.Cavarero, F.Restaino; Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano, 2002 –

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Sulla gerarchia, abbiamo già riflettuto qui e qui.

[1] Secondo la filosofia di orientamento postmoderno e poststrutturalista, si può perfino dubitare possa esistere un concetto di femminile che non sia una costruzione socio-storica. Io penso che senz’altro esistano le costruzioni socio storiche ma penso che queste abbiano fondamenta nel corposo terreno della nostra biologia. Questo terreno non determina in via esclusiva e conclusiva il soprastante soggetto ma la sua costruzione en plain air non prescinde dalla tipologia del sottostante terreno. In questo senso, le due correnti di pensiero di origine francese, polverizzando la materia corporea in una nuvola psico-linguistica, ricadono nell’idealismo più puro.

[2] Sul giudizio di “piccolo progresso” vorrei precisare un punto di vista. Molto spesso i “piccoli progressi” vengono squalificati da chi ha una visione rivoluzionaria, piena, immediatistica; non valgono, non raggiungono il punto, possono addirittura distrarre dall’ottenimento del punto, possono depotenziare la lotta principale portando ad accontentarsi di qualcosa che non è il tutto. Torna qui il dibattito sulla teoria delle trasformazioni umane e sociali a cui spesso ci riferiamo problematicamente. dichiarazione-dei-diritti-della-donna-e-della-cittadina-Le donne si sono trovate nello sprofondo della gerarchia. Tutti gli umani condividono il problema di non essere pienamente umani, alcuni (la stragrande maggioranza) condividono la sudditanza sociale, solo le donne si trovano anche ad un terzo girone di servitù, quello di subire il dominio dell’uomo. Questo fa sì che almeno in teoria, il soggetto propriamente portatore del maggior e più radicale cambiamento dello stato del mondo, sarebbero non i proletari ma le donne in quanto tali: “…esse, come parte della specie umana, operino, riformando se stesse, per riformare il mondo” (M. Wollstonecraft, A Vendication of the Right of Woman, Penguin, London, 1992, p.133). La lotta per i diritti minimi va intesa come passo necessario ma non sufficiente di questo percorso. Solo facendo emergere la donna a livello di pari dignità relativa si potrà poi porsi gli obiettivi successivi. Le trasformazioni che impongono i cambiamenti, specie se decisivi ossia radicali, impongono la logica del percorso e non quella del salto triplo, i piccoli cambiamenti sono frazioni dei grandi cambiamenti. Fuori della progressione del cambiamento c’è solo l’esplosione di complessità, esplosione che distrugge per un momento l’ordine per poi richiederne immediatamente la riformulazione, poiché senza ordine la struttura umana e sociale semplicemente, collassa. Occorre cioè cambiare ordine mentre si mantiene una qualche funzione ordinativa, come felicemente espresse O. Neurath, riparare la nave mentre naviga. La pari opportunità non sono un falso movimento ma un movimento insufficiente.

[3] L’intera industria elettronica e lo sviluppo di internet e dei social media, tende a simulare questa notorietà. Tutti possiamo farci un film, uno foto da postare, possiamo esprimere opinioni ininfluenti, rispondere a domande che nessuno ci ha fatto, scrivere e pubblicare come noi stessi stiamo facendo qui.

[4] La teoria liberale, in versione femminista, nasce in ambito anglosassone a metà del XIX° secolo ed ha la sua più radicale espressione con Harriet Taylor e il suo compagno John Stuart Mill, con il movimento di rivendicazione dei diritti di volto della suffragette, con l’americana Elisabeth Cady Stanton e la dichiarazione dei diritti delle donne del 1848 in USA.

[5] Sulla tematica dello stupro, storico il “Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano, 1976 di Susan Brownmiller. L’americana, nel 1975, sostiene che lo stupro non esiste nelle pratiche animali, che negli uomini risale alla preistoria (chissà … in linea generale stiamo scoprendo che le pratiche umane più violente non fanno parte di un bagaglio ferino da cui facciamo fatica ad emanciparci ma sono altresì un portato della prima complessità sociale. TattersallL’idea di una preistoria dura, violenta e animale è tipica della mentalità di quei popoli precedentemente barbari, poi parzialmente emancipati che sono gli anglo-sassoni. Di un passato iper-carnivoro, egoista e free-rider, della carneficina dei Neanderthal, dello stesso nomadismo esasperato, non si sono trovate poi molte conferme. ) ed hanno un senso di violenza più marcatamente politico e morale che sessuale. Esistono anche tesi come quelle di una antropologa di cui mi scuso ma non riesco a ritrovare il nome, secondo la quale furono le donne ad effettuare la selezione della specie e non solo per la scelta del partner riproduttivo. Ciò in ragione del fatto che nei tempi antichissimi, stili di vita molto difficili e seminomadi, portavano a non poter portare con se più di un figlio, forse due se uno dei due leggermente più grandicello. Furono quindi le mamme a dover prendere la dolorosa decisione di chi tenere e chi lasciare. La nostra perdita della peluria corporea, la selezione dei tratti più eleganti e meno animali, sarebbero dunque “scelte” di selezione intenzionale, magari salvando dall’abbandono proprio i figli che apparivano più indifesi. Le congetture sulla preistoria sono, purtroppo, destinate a rimanere tali fino a che non avremo risolto il problema del su cosa appoggiarle. L’idea di una selezione intenzionale, oltretutto proposta (ed effettuata) da una donna, oltretutto del più debole non del più forte, ha fatto contorcere i neodarwinisti maschi mentre, sul piano logico, è del tutto plausibile.

[6] Ci siamo fatti la domanda sulla gerarchia nella riproduzione umana perché questa è ciò che perpetua il nostro essere non perché essa rivesta ruolo esclusivo o dominante, nella sessualità umana che ha anche altri fini e funzioni.

[7] Nella storia del pensiero femminile è su questo concetto che batte soprattutto Virginia Woolf. Nel saggio “Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano, 1980” del 1938, l’autrice deve decidere come destinare tre ghinee in favore del cambiamento. Una va ad un istituto di educazione per ragazze affinché si sviluppi una “cultura differente”, tra cui l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri. Una va ad una associazione che aiuti le donne a trovare anche un loro inserimento sociale pubblico ma portando con loro un principio di differenze e che possano costituire una Società delle Estranee che funzioni fuori dai canoni che riproducono il potere all’interno anche delle organizzazioni che si battono contro un qualche potere. La terza, infine, va ad una società maschile che si batta per il comune obiettivo: contro la guerra ed i regimi totalitari. Qui le donne non hanno bisogno di replicare una loro pubblica lotta, poiché il loro ruolo sarà privato, non solo critico ma anche creativo, inventare nuove parole e nuovi metodi, precursori del riconoscimento politico anche del personale. Un secondo apporto lo troviamo ne “Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1984” di Simone de Beauvoir, in cui dalla differenza gerarchica verticale, si passa a quella orizzontale cioè reciproca.

[8] Marija Gimbutas, La civiltà della dea. Il mondo dell’Antica Europa, Nuovi Equilibri, 2012; Riane Eisler, Il calice e la spada, Forum, 2011. downloadx4La prima è una archeologa linguista, la seconda una sociologa storica (la seconda è anche erede culturale della prima), entrambe decisamente orientate alla studio molteplice ossia interdisciplinare. La Eisler cita i lavori di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould sul concetto di auto-organizzazione e la presentazione italiana del suo libro più noto è di Mauro Ceruti, tutti rimandi chiari alla cultura della complessità. Sintomatico esse siano donne, il cui lavoro, pur non essendo stato falsificato da alcuno, è rimasto per lungo tempo circondato da un alone ereticale, limitrofo alla fanta-archeologia. Ancora oggi, la storia prima dei Sumeri non è ancora ritenuta tale e non è insegnata come parte della nostra stessa storia, creando l’illusione distorta che la parte (gli ultimi cinquemila anni) sia il tutto e che il tempo brevissimo (solo cinque millenni) sia un frattale del tempo assoluto. Quest’ultima distorsione, connessa con quella delle fondazioni monoteistiche, è responsabile anche della nostra mancanza di prospettiva temporale di lunga durata, nonché della cecità concettuale a molte parti della prima storia, la cui maggior conoscenza aiuterebbe a relativizzare i conati assolutistici che si sfogano nelle varie “filosofie della storia”.

[9] Ogni forza ha il suo limite nella debolezza su cui si applica. I barbari provarono per decenni a distruggere il limes romano ma ci riuscirono sistematicamente, solo quando la debolezza sistemica dell’impero ne permise la possibilità. Passare ad una logica delle relazioni significa anche esaminare i due lati delle relazioni di potere. Potere significa anche che si può, che nulla resiste o ostacola.

[10] Questo punto è essenziale, l’essere umano è quello dotato di meno precisi poiché molteplici, caratteri essenziali. L’essere umano risponde alla definizione di Aristotele di -in potenza- ed -in atto-, è in potenza molte cose, questa è la sua vera essenza. Più si retrocede nel tempo antico, oltre la fase delle società complesse, più è improprio dire che gli uomini primitivi fossero così o colì. la_parete_dei_leoniI gruppi umani erano pochi e sparsi su vastissimi territori, molti rimanevano isolati per giorni o mesi ed anche quando formavano una proto-cultura, nel senso che insistevano su un certo (vasto) territorio in cui si connettevano saltuariamente con altri gruppi umani, la varietà pur tendendo a convergere, rimaneva ampia e variegata. A dire che, probabilmente, ci furono gruppi già gerarchizzati ed altri no, alcuni egalitari altri no, alcuni pacifici ed altri no. Però, le forme gerarchiche, androcentriche e belliciste che molta paleoantropologia suppone, non avevano poi molta ragione di esprimersi come tali. Nella nostra versione per cui è il contesto a determinare la selezione dei tanti potenziali testi  che costituiscono il patrimonio dell’essere umano (anti-essenzialismo), non c’è ragione o movente per immaginare tribù di maschi assassini, free-rider e predoni che rapiscono e violentano donne. Se non ci furono essenze ed i contatti erano saltuari ed episodici più indietro si va nel tempo, dire che “eravamo così” è un errore.

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“I SISTEMI SONO PIU’ ANTICHI DEI FILOSOFI”.

Questa affermazione è di E.B. de Condillac che pone la questione dei sistemi già nel 1749 (Trattato dei Sistemi)[1]: “Un sistema non è altro che la disposizione delle diverse parti di un’arte o di una scienza in un ordine in cui esse si sostengono a vicenda, e dove le ultime si spiegano attraverso le prime.”. downloadvt7La nozione di sistema, un tutto scomponibile in parti, dovrebbe risalire ad Ippocrate (-460, -377). Nulla è più immediatamente sistema di un corpo biologico e nel tempo, la biologia rimarrà la sede naturale della nozione. Ancora l’austriaco L. von Bertalanffy (1901-1972), il fondatore della moderna Teoria generale dei sistemi (1945-68), era un biologo. Nel grande pensiero classico, colui che più si avvicinò alla nozione, fu certo Aristotele[2] che, secondo alcuni, in fondo era egli stesso un biologo-filosofo. Il corpo biologico, di cui quello umano è la versione forse sistematicamente più complessa per via della peculiare espansione delle funzioni cerebro-mentali, già dal suo esterno si presenta come dotato di parti pur essendo un uno. Tale constatazione si conferma e si rafforza aprendolo e non v’è dubbio che coloro che ebbero questa esperienza sin dai tempi più remoti, non poterono che rimaner colpiti dalla sua complessità compositiva.

L’altra grande fonte della nozione di sistema è ciò che è in cielo, soprattutto il cielo notturno[3]. Gli antichi greci, condensarono questo tutto nel concetto di cosmos. Com’è noto, la parola significa ordine e si oppone al suo simmetrico che è in negativo, l’assenza di ordine, il caos. Un “ordine” di una tale congerie di varietà di oggetti e fenomeni è l’altra via per giungere a concepire un tutto che ordina la relazione tra parti o componenti, una via più astratta. b-aristotle-sml-blkUnire parti, come appare nel corpo biologico, tanto nel suo esterno che nel suo interno è infatti più immediato e concreto perché chiari appaiono i fili che legano le parti (vasi sanguigni, nervi, muscoli avviluppati intorno ad ossa di varia grandezza, apparati come il digerente o l’uro genitale o il respiratorio etc.). Sospettare che via sia qualcosa di invisibile[4] che unisce le parti abitano il cielo è invece meno immediato. Solo dopo aver constatato la ripetizione di catene causative, aver osservato e registrato i moti degli oggetti celesti, il Sole e la Luna prima di tutti gli altri miliardi di puntini luminosi notturni, puntini messi gestalticamente a sistema nel concetto di costellazione, concetto non meno antico di quello di corpo biologico, si può giungere alla nozione nella sua versione celeste. Versione che poi darà vita la termine proprio “systema” che è di origine stoica, proprio col significato di ordine dell’universo, significato che si ripeterà con Copernico e soprattutto Galileo e seguenti.

Si può allora supporre che dedurre sistema dal corpo biologico ma anche proiettare l’ipotesi di sistema leggendo un ordine lì dove non è detto che immediatamente appaia come nel cielo, derivi non già da una semplice osservazione che imprime le sue forme nella tabula rasa mentale umana, ma da una predisposizione di questa tabula, che già per sua forma funzionale, tanto rasa non è. sistema-nervoso-rigenerazione-connessioni-neuraliSappiamo oggi infatti, che il cervello è certo un sistema e così la mente che ne è la sua definizione sistemica funzionale e sappiamo che rendere intellegibile, ordinato e significante il mondo là fuori è la sua prima funzione, la ragione per cui essa si è evoluta ed affermata come nostra caratteristica di specie e di genere. Se ciò che pensa è sistema ed i modi in cui svolge la funzione danno vita a sistemi di pensiero è più conseguente capire perché si notino sistemi là fuori nel mondo, in quel mondo interno che è il nostro corpo, in quel mondo esterno che è la natura ed il cosmo.

Il pensiero magico, quello mitologico, quello religioso, forme che anticipano quello naturalistico proto-scientifico e quello filosofico, così come poi la scienza modernamente detta, sono tutte forme sistemiche che tentano di pensare l’ordine di un tutto e la sua collocazione nell’ordine generale delle cose.

In questo senso, l’affermazione di Condillac per cui i sistemi sono più antichi dei tentativi di pensarli.

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Su i tentativi di pensarli, lo stesso Condillac, è molto critico secondo un ragionamento che ha lunga vita, essendo in corso ancora oggi. In pratica, secondo il francese, la natura sa fare sistemi, gli uomini no. Quando gli uomini fanno sistemi (di pensiero) agiscono secondo una unilaterale passione che si riflette nel sistema rendendolo astratto. Colui che propende per una psicologia dolce e benevola, si affida ai sistemi garantiti da Dio, colui che propende per “…un carattere chiuso, melanconico, misantropo, odioso a sé e agli altri, avrà una predilezione per queste parole: destino, fatalità, necessità, caso”. Dopo Hegel, la tentazione sistemica sarà bollata come volontà di potenzia, totalitarismo soffocante, idealismo astratto.

41uNULmLMgL._SY300_Eppure, la stagione del pensiero moderno, annovera vari tentativi di sistema, incompiuti ed appena abbozzati in Leibniz e gli enciclopedisti francesi ed alcuni sistemi compiuti, tra cui Spinoza, Wolff, Kant ed appunto Hegel che è l’ultimo e più celebre tra i filosofi sistematici. La più convinta e ben poco passionale difesa del concetto di sistema, prima di Hegel, la troviamo nell’austero e lucido Immanuel Kant. Essa è perorata nell’Architettonica della Ragion Pura con la quale, praticamente si conclude la sua più celebre opera, stante che il termine “architettonica” è tratto da una precedente opera del fisico-matematico svizzero J.H. Lambert (Anlage zur Architektonik, oder Theorie des Einfachen und Ersten in der philosophischen und mathematischen Erkenntnis 1771).

Per Kant[5], l’architettonica è “l’arte del sistema” e l’unità sistematica è la sola cosa che fa di una rapsodia, una scienza. Specificatamente per sistema, Kant intende “l’unità di molteplici conoscenze sotto un’idea. Quest’ultima è il concetto razionale della forma di un tutto, in quanto mediante tale concetto viene determinata a priori l’estensione del molteplice, come pure la collocazione delle parti tra loro”.  1024px-kritik_der_reinen_vernunft_erstausgabeKant arriva ad un vero e proprio imperativo teoretico per il quale: “Nessuno tenterà mai di costruire  una scienza senza avere un’idea alla base” e quindi senza compiere un “sistema”.  Addirittura, “poiché tutti i sistemi si unificano adeguatamente tra loro, come membri di un tutto, in un sistema della conoscenza umana, e permettono un’architettonica di tutto il sapere umano.”, dopo tutto il tempo in cui si sono sedimentati materiali e rovine degli antichi edifici di pensiero crollati, questa architettonica generale non solo sarebbe possibile ma neanche troppo difficile. Infine, il sistema di ogni conoscenze filosofica è la filosofia. Abbiamo così tutti gli ingredienti: il sistema come scienza, basato su una idea che ne unifica le molteplici parti di modo da pervenire ad un architettonica di cui , addirittura, si potrebbe tentare la versione generalissima, quella dell’intera conoscenza umana che per la conoscenza filosofica (e non solo) è appunto la filosofia. Siamo così ad Hegel, l’Hegel dell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche (1817-27-30).

In Hegel ritroviamo sia che la filosofia o è sistema o non è, sia un’idea di base rappresentata dalla metafisica del divenire esposta nella Scienza della logica (la logica-ontologia di essere-nulla-divenire), sia l’ambizione a edificare l’architettonica dell’intera conoscenza umana presente ma costruita con quella stratificata eredità per cui “come per la contadina sono il fratello e lo zio morti, così per il filosofo sono Platone, Spinoza ecc.” imagesesu9asw3sotto l’egida del circolo dei circoli che è l’autocoscienza dello Spirito assoluto, ovvero la filosofia che pensa l’intero, tra cui se stessa. Siamo alla scansione dell’indice tematico dell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, ovvero innanzi la forma conclusa del “sistema” hegeliano. Non ci avventuriamo nella complicata questione di quanto sia aperto o chiuso il sistema hegeliano, rigido o elastico, quanto sia fondato o auto-fondato o su quanto sia verità ultima o verità del suo tempo appreso col pensiero, quindi soggetta al divenire.  Segnaliamo però che la sua definizione di “circolo dei circoli” tende a sottolineare la dinamica più che la statica, che l’Enciclopedia venne rivista per la pubblicazione per ben tre volte e che se l’autocoscienza è la logica, il contenuto non è dato certamente una volta per tutte.

Quello che c’interessava era ripercorrere sommariamente questa breve storia del pensiero a forma di sistema che tenta l’apprensione di quei sistemi che come diceva Condillac, son tanto più antichi dei tentativi di pensarli. O meglio, quello che c’interessava era giungere qui per chiederci: perché abbiamo smesso e ci siamo vietati di pensare in forma di sistema?

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In altro articolo abbiamo segnalato tre possibili ragioni per questo abbandono convinto ed addirittura autoprescritto. La prima è rappresentata da quella che P. Ricoeur ha chiamato la “scuola del sospetto”. Ha iniziato Marx sospettando che dietro questi grandi edifici si annidasse falsa coscienza ed intenti ideologici al soldo degli interessi dominanti o di classe. 146459-MarxEngel300dpi-285x403Ha continuato Nietzsche sospettando che anche il filosofo, anzi forse ancorpiù il filosofo nemico dell’abbandono dionisiaco, fosse animato da volontà di potenza esercitata in forma sublimata con parole e pensieri. Ha finito Freud sospettando di un mondo ctonio, disordinato e pulsionale, a disagio nella civiltà e che tiranneggia anche le nostre espressioni più razionali, così come Condillac temeva la passione arbitraria di questo o quel filosofo nello scegliere la sua idea base su cui far vertere l’edificio sistemico. Sospetti che hanno attraversato da Schelling a Rosenzweig, da Benjamin ad Adorno il cui lapidario “Il tutto è il falso” si oppone “dialetticamente” a “il tutto è il vero” di Hegel. L’attuale filosofia post-moderna è figlia di questo rifiuto del tutto e dell’uno che dovrebbe ordinarlo e renderlo intellegibile. La filosofia analitica è figlia del “ciò che si può dire può esser detto e di ciò che non si può parlare, meglio tacere” di Wittgenstein, stante che ciò che si può dire è proprio sul dire, cioè sul linguaggio.

Accanto si deve porre lo svuotamento della filosofia, nel senso che la diaspora delle scienze umane oltre al progresso di quelle dure, hanno svuotato di oggetti lo sguardo del circolo dei circoli. Sempre nell’architettonica, Kant a proposito della psicologia empirica osserva che il suo posto sarebbe fuori della metafisica ma poiché esse è al contempo: max_webera) molto importante; b) ma non ancora sviluppata al punto da costituirsi scienza propria, essa va momentaneamente trattenuta nell’ambito filosofico ; “…come di uno straniero, ospitato già da tanto, a cui si concedesse un soggiorno per qualche tempo ancora, finché esso possa trovare la sua propria dimora in una antropologia completamente sviluppata (il corrispettivo di una scienza empirica della natura)”. Gli stranieri, che fossero l’antropologia o la psicologia, la nascente sociologia o la linguistica, l’economia che abitava presso la filosofia morale ed il diritto che abitava quella politica (nonché la politica stessa assurta a scienza in seguito), la geografia, l’archeologia, la comunicazione, lasciarono la casa filosofica appena maturi, uno dopo l’altro, lungo tutta la seconda metà del XIX° secolo e l’inizio del XX°. Anche la logica andò a coabitare con la matematica portandosi via anche un pezzo di ontologia mentre una fisica o cosmologia o biologia o fisiologia rationalis come era d’uso nel XVIII° secolo si fecero impossibili data l’enorme espansione delle loro versioni empiriche.

Wiener_Kreis

Schlick, Carnap, Neurath, Hahn, Frank

Così la terza ragione che è proprio l’affermazione del-le scienze dure, affermazione che tra l’altro ha funto da attrattore gravita-zionale non solo per la diaspora delle scienze umane ma anche per quella parte di filosofia che dalla Vienna del Circolo all’Inghilterra e poi gli Stati Uniti d’America, inclusa la logica polacca e la nascente epistemologia, ha determinato il restringimento del circolo che era dei circoli ad ermeneutica o poco più. Questo ambito del sapere, il sapere scientifico, ha raccolto una incredibile sequenza di conferme sperimentali, ha scoperto cose inimmaginate, ha sovvertito non pochi parametri metafisici del tutto infondati, ha attratto investimenti laddove si è connessa alla tecnica ed entrambe allo sfruttamento commerciale delle innovazioni, ha cioè costituito il paradigma conoscitivo adatto alla filosofia utilitaria, empirica, pragmatica delle nuove potenze dominanti il modo occidentale di stare al mondo. L’Adam Smith che oggi fonda la visione del mondo occidentale è relegato ad una riga nelle Lezioni di storia della filosofia di Hegel a cui segue questa perplessa considerazione: “Simili regole generali, com’è ora la libertà di commercio, presso gli inglesi si chiamano: princìpi filosofici, filosofia.”[6]. Ma il successo paradigmatico delle scienze dure ha inciso anche sul metodo e non solo per la certezza, la replicabilità, la falsificabilità. Galileo osservò per primo che “Questa così vana prosunzione d’intendere il tutto non può aver principio da altro che dal non aver inteso mai nulla, perché, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come dell’infinità dell’altre conclusioni niuna ne intende”. Galileo così si  esprime, ironia della sorte per il nostro tema, nella giornata prima del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.  Qui e poi in Cartesio, si ha il baratto tra certezza e particolarità, divenuto poi canone con l’esasperata divisione dei saperi conforme a quella del lavoro, divenuto poi standard unico delle università, delle pubblicazioni, del mondo dell’espertocrazia della modernità occidentale.

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51A9oYCiIIL._SY344_BO1,204,203,200_C’è da osservare altri due filosofi che tuonarono contro l’ambizione sistemica in filosofia, ambizione che per altro nessuno più coltiva. Abbiamo il Popper della Società aperta ed i suoi nemici che accusa di responsabilità morale nella formazione dei totalitarismi pensatori sistemici o quasi come Platone, Hegel e Marx e l’Hayek che in base a quel principio di complessità per cui la natura sa fare cose sistemiche che quando gli uomini si provano ad imitare altro non fanno che asfaltare la propria Via della schiavitù. Per entrambi dunque, ogni costruzionismo sociale e politico è severamente da bandire, ogni ragno baconiano che secerne la sua seta dalla salivazione interna è da schiacciare senza remore, mentre la libertà della società aperta è affidata al fenomeno naturale del mercato ed alla sua  mano invisibile, sorta di cibernetica della provvidenza neutrale, impersonale, sistemico-complessa come solo la natura (in questo caso umana), irriflessa, sa fare.

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Giungiamo così alla nostra considerazione finale. I sistemi sono più antichi dei filosofi, sono dappertutto, ogni parte del tutto ciò che è si può descrivere come un sistema dotato di parti che ha interrelazioni con altri sistemi e con il suo contesto o ambiente ed esiste per un certo tratto di tempo. Tanto nel materiale, quanto nell’immateriale. Alcuni filosofi hanno provato a seguire Tommaso (non a caso un filosofo sistemico) cercando di far coincidere intellectus et rei[7] , intendendo “rei” come di natura sistemica, ma gli esisti sono stati controversi e forse immaturi. Una furibonda reazione negativa e critica, motivata anche dai peccati di presunzione commessi da alcuni metafisici della prima modernità e dei tempi addietro (tra cui la filosofia religiosa che a sua modo è anch’essa a forma di sistema), ha ostracizzato la forma sistemica come foriera di ogni peccato intellettuale. systemstheoryIl canone epistemico della seconda modernità si è basato sul particolare ritagliato e sminuzzato fino alle sue componenti più minute, recidendo le connessioni, isolandolo dal contesto, inquadrandolo in cornici di frame temporali o più spesso atemporali, tale per cui non si muovesse, non divenisse, non mostrasse la sua storia. Molte discipline straparlano e soprattutto non si parlano tra loro come per gli economisti la cui psicologia dell’umano farebbe inorridire la matricola del più scalcinato corso di psicologia. Tutto l’umano si è affidato ad una fede fintamente razionale e materiale per cui vendiamo il nostro tempo e le nostre capacità per un corrispettivo col quale soddisfiamo ogni nostro bisogno al mercato dei loro deviati soddisfacimenti. Il tutto sorretto dall’avidità, l’egoismo, la sana competizione per essere sempre meno ed apparire sempre più. Oggi questo sistema irriflesso e mai veramente indagato nella sua presunzione scientifica non funziona più. Il mercato di tutti i mercati, il nuovo circolo di tutti i circoli sta fallendo per eccesso di complessità, falliscono gli stati che ad esso si sono affidati, fallisce la natura che da esso è rapinata senza limite, fallisce la pace insidiata dagli egoismi di questa o quella élite nazionale, falliscono le classi medie e ritornano i poveri dove più non c’erano da decenni, fallisce il sapere mai così privo di ambizione, comprensione, utilità umana, falliscono intere generazioni  e civilizzazioni come quella europea ridotta a serva dei suoi stessi vincoli monetari di dubbio senso e serva della foga imperiale dell’Occidente anglosassone, fallisce la politica che ha abdicato alla metafisica del mercato scambiata per fisica sociale. L’Occidente è scientifico, tecnico, commerciale, moderno, utilitario, libero e democratico, ma questo sistema di valori sorregge un modo di stare al mondo che non funziona più.   La complessità pullula incontrollata schiumeggiando imprevedibilmente attorno a noi. Il vero è sempre l’intero come mai diversamente potrebbe essere sin da quando abbiamo visto il primo corpo squarciato ed il primo cielo stellato. La nostra facoltà di pensare l’intero però è artritica, dimenticata, addirittura ostracizzata, vietata, impossibile per chi vive del proprio pensiero dato che si richiede specializzazione, utilità, precisione scientifica, risultato immediato come valori unici ed assoluti. In sincronia sono spariti il futuro e la nostra capacità di pensarlo ed in molti si afflosciano come corpi morti nella nostalgia del passato della piena occupazione keynesiana, delle battaglie parlamentari, della passione politica giù fino alla semplicità comunitaria semi-medioevale. Il mondo, l’ambiente, la geo-politica, l’economico-finanziario, le culture, le società, le nostre cerchie sociali sono tutti sistemi ma noi abbiamo inibito la facoltà di pensarli in quanto tali ed ora che mostrano malfunzionamenti e pericoli di caos incontrollato, non sappiamo più: cosa dire, cosa pensare, cosa fare.

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Il povero Hegel si è macchiato di molti peccati ma se il suo sistema oggi ci sembra irricevibile non è detto che per questa ragione noi si debba rifiutare il sistema in quanto forma del pensiero. I moderni, Kant lo espresse con chiarezza, ritennero che il sistema fosse necessario ma che fosse anche necessario regolarlo su una idea, la dimostrazione però di questa seconda necessità è assai poco consistente. In effetti, i sistemi delle cose che sono, non mostrano mai l’orientamento all’uno, l’orientamento all’uno sembra essere più una nostra necessità cognitiva che non una regola rinvenibile nell’osservazione dei fenomeni. I sistemi mostrano caratteri spesso deboli e instabili, approssimati e continuamente cangianti entro una certa banda di oscillazione e modificazione, non sempre predicibili, non mostrano fondazioni tanto meno uniche ed immutabili, più che evolvere si adattano, spesso si può dire che si rinnovino ma non per questo si può dire che progrediscano, proprio in quanto sistemi di parti in interrelazione essi si apparentano al concetto di molteplice e certo non a quello dell’uno, tendono alla pluralità, ad una certa tolleranza dei parametri, al divenire, sono in definitiva “complessi”[8].

Forse dovremmo ripartire da qui. I sistemi sono molto più antichi della nostra facoltà di pensarli. Essi sono dappertutto e noi stessi che qui diciamo e leggiamo siamo sistemi, La nostra facoltà di pensiero si è evoluta per dotarci della possibilità di intermediare il rapporto tra noi ed il mondo diversamente da quanto fanno le pietre, le piante e molti animali. La nostra facoltà di pensiero che è sistemica di per se stessa non può che non avere sistemi in oggetto e sistematica in metodo. Forse dovremmo tornare a pensare sistemi evitando di fondarli sull’uno perché com’è dimostrato nell’universo del tempo e dello spazio, dall’Uno non nasce nulla.

Si tratta, in sostanza, si passare da una concezione elementare e semplificata, meccanica e idealistica del sistema ad una concezione realistica e articolata, cioè complessa.

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[1] Nell’intera esposizione ci si muoverà intorno ai contenuti del paragrafo 4 del quinto capitolo di “La civetta e la talpa” il Mulino, Bologna, 2014 di Remo Bodei. Da pagina 335 in poi.

[2] Aristotele, Metafisica, 1045a – 5 in poi. Molti i riferimenti interessanti ovviamente negli scritti biologici, il De partibus animalium su tutti. Sappiamo che Aristotele condusse sistematiche interviste ad allevatori, pescatori, cacciatori e macellai, proprio per avvalersi di tutta la conoscenza empirica disponibile sulla costituzione in parti degli animali. La sua definizione di “anima” (forma di un corpo dotati di organi) si avvicina molto a quella di sistema. Si veda anche M. Vegetti, il coltello e lo stilo, Il Saggiatore, Milano, 1996, pg. 21 sgg.

[3] C’è un difetto di visione da parte dei contemporanei o dei moderni nel giudicare l’antica propensione umana a dare spiegazione ordinata del fenomeno cosmologico. Questo difetto emerge ogniqualvolta si deve prender nota di quanta sapienza empirica scaturisce da concezioni antichissime che ricostruiamo in base a qualche frammento di testimonianza diretta o più spesso indiretta. Sono le famose cognizioni cosmologiche che ripudiate da un paradigma che postula l’intelligenza umana come fatto recente, finiscono nelle torbide acque della fanta-archeologia laddove si pensa ad un allineamento di pietre, ad una corrispondenza tra manufatti umani e cose e processi del cosmo. morbihanLa spiegazione è talmente bloccata da questo infondato paradigma che addirittura si può chiamare in aiuto esplicativo gli alieni, piuttosto che presupporre una originale conoscenza empirica dell’osservazione celeste. Il difetto deriva certo da presunzioni paradigmatiche ma anche dal semplice fatto che noi il cielo notturno non lo vediamo più. Se si immagina lo spettacolo del cosmo a dieci e più gradi di maggior risoluzione rispetto a quanto ci capiti di vedere in montagna o stando in mare di notte, non si può che convenire che questo fosse il più grande spettacolo del mondo delle ere antichissime e poiché di tale misteriosa evidenza era un fatto clamoroso, non si può che accettare che l’intelligenza umana dell’epoca ne avesse tentato una qualche apprensione. Il vero mistero in tutto ciò è il perché noi non lo accettiamo.

[4] Quando Newton propose la sua legge di gravitazione, non pochi furono gli scienziati che la rifiutarono perché presupponeva una invisibile azione a distanza, secondo loro del tutto mistica e non scientifica.

[5] Le citazioni di Kant sono da: “Critica della ragion pura”, Bompiani, Milano, 2004, l’Architettonica della Ragion Pura (A832, B860).

[6] F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari, 2009, pg. 502

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Adaequatio_rei_et_intellectus

[8] C’è da segnalare una questione che però è troppo vasta per esser qui trattata. Questa the-theory-of-everything-poster-wallpapersmetafisica dell’Uno sottende anche le nostre concezioni scientifiche del mondo. I fisici sono alla (vana ?) ricerca da sempre ed in specie nell’ultimo secolo dove si sono formati due domini (quello quantistico del micro e quella relativistico del macro), della Teoria di tutto (TOE), ovvero del principio da cui partirebbero tutti gli altri. Così pensano necessario unificare le forze fondamentali (che già da quattro sono scese a tre) convinti che tutto origini da uno. Così ne sono convinti anche le religioni monoteistiche e teistiche in generale e la metafisica platonica (quella aristotelica sposta l’uno come telos, cioè alla fine). Il problema è che, nell’osservazione dei fatti, tanto materiali che immateriali, quasi sempre, la generazione è da due (in poi), non da uno. Ci vorrebbe allora una metafisica del due, quindi della relazione ma siamo solo agli inizi…

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COMPLESSITA’ e SINISTRA. (1/2/3)

Le tre puntate dell’indagine su Complessità e Sinistra, qui pubblicate in una unica soluzione. Per i più tenaci.

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COMPLESSITA’ e SINISTRA (3/3)

Giungeremo qui, alle ultime due domande:  In cosa possiamo sperare? Come dobbiamo agire per procedere verso la nostra speranza? dopo esser partiti dalla “sinistra assente” di Losurdo ed esser passati per una revisione critica della capacità che la sinistra ha/non ha di rispondere alla prima domanda: come spieghiamo il mondo? Affrontando le due ultime domande, concludiamo un più ampio processo di revisione della teoria di mondo, la cui attuale fallacia ed incompletezza, a nostro avviso, pregiudica la presenza di quella sinistra, che risulta assente.

Prima di addentrarci nelle nostre due domande o meglio nelle loro rispettive ricerche di risposte, occorre una riflessione aggiuntiva sull’impianto di pensiero marxiano che costituisce oggi la base della teoria di mondo della sinistra. Se valgono le precedenti note critica su un materialismo limitato al solo fatto economico, la presunzione che il sistema sia auto consistente quando invece è ontologicamente dipendente da entrate ed uscite ben precise,  i disguidi interpretativi su i rapporti tra pensiero ed azione e quella sull’approccio all’intero che mosse Marx ad una indagine multidisciplinare mai più ripetuta, se valgono le considerazioni di medio buonsenso sul fatto che una teoria di centocinquanta anni fa ha lo stesso tempo di ritardo su una realtà che non vi corrisponde più e quelle su i tempi lunghi delle trasformazioni strutturali epocali,  altri due punti bisogna ancora sottolineare, la dialettica ed il modo di intendere il capitalismo.

Dialettica

Marx pensava si dovesse mettere la dialettica di Hegel a testa in su, non già fondata sulle idee ma su i fatti sociali ed economici. Detto ciò, però, non v’è dubbio che Marx assunse la logica dialettica, come un paradigma interpretativo centrale. Marx ne inverte il contenuto ma ne adotta, in parte[1], la forma. La dialettica delle forme storiche, dei rapporti di produzione, delle classi, diventa una sorta di teoria della gravitazione newtoniana infallibile e certa per diagnosticare la fisica sociale e storica.  Si forma così un ideale asse di corrispondenza tra mente umana, storia umana sociale ed economica, natura, che risponde ad una identica logica che prende le forme di un meccanismo monoscopico di verità che cerca di possedere la metafisica del divenire.

Questo meccanismo dialettico è anche responsabile del gigantesco fraintendimento di quella fisica sociale che prevede i Molti, talvolta ad esser descritti genericamente come tutti coloro che non hanno i mezzi di produzione (e di converso i Pochi come coloro che li hanno), altre volte come proletari, un termine che in abbinata al suo opposto dialettico borghese (servo-padrone, nella hegeliana in Fenomenologia dello Spirito) ha forse una qualche pertinenza nella Londra del 1860 (Londra, neanche l’Inghilterra, ancor meno nel continente), ma è impossibile da usare come bi-partizione categoriale per capire l’Occidente del 2015.

La fede nel meccanismo dialettico e l’impostazione fondamentalmente “critica” del pensiero di Marx hanno fondato la base del suo approccio. Questo approccio si è riprodotto nel tempo nell’ambito culturale di una sinistra molto agguerrita nella critica, assai poco chiara nella costruzione[2]. Pensare che dalla sola critica, dall’opposizione, dalla lotta per i diritti e la redistribuzione, dall’esercizio della funzione antitetica che fa perno sulla classe più sfruttata, potesse scaturire magicamente un positivo, il “superamento”,  è il guaio della fede nella dialettica come meccanismo che intesse il mondo e la sua storia. La sinistra radicale , collezione di scontentezze, è figlia di questo atteggiamento, un atteggiamento in fondo non molto coraggioso nel volersi prendere la responsabilità di costruire il mondo secondo una propria visione, una grave mancanza di autonomia del pensiero. L’eterogeneità delle realizzazioni pratiche della supposta teoria di mondo derivata da Marx, dall’URSS alla socialdemocrazia europea, tutte assai insufficienti come dimostra lo stato dell’Occidente contemporaneo, è figlia di questa indeterminazione. Purtroppo, questa diagnosi combacia col fatto che la sinistra ebbe il suo massimo sviluppo numerico del dopoguerra, in quegli anni ’50-’60 in parte ’70, in cui il sistema in fondo era forte e funzionante, quasi che così potesse permettersi un grillo parlante che censurasse i suoi eccessi. Quando ci si rese conto di ciò che già si sapeva e cioè  che il tentativo di comunismo realizzato era imbarazzante, si registrò una pesante flessione proprio nel mentre il sistema stava per avvitarsi nella sua ultima trasformazione, quella del dominio banco-finanziario i cui effetti vediamo e viviamo nell’oggi. Questa trasformazione non venne letta in diretta, l’inflazione di analisi critiche che sono state pubblicate negli ultimi anni, ha letto cosa è successo dal Nixon shock del ’71 con almeno venticinque anni di ritardo. Quando poi il sistema ha cominciato a mostrare le crepe della sua crisi sistemica ovvero strutturale, la sinistra è caduta in una crisi ancorpiù profonda, quasi che la perdita di portanza del positivo (il sistema), portasse per simpatia ad una crisi nel negativo (la negazione del sistema). Laddove il sistema ci pone davanti alla concreta possibilità che esso non funzioni più, nessuno ha più la pallida idea di cosa proporre come alternativa poiché la fede nella dialettica si aspetta che il superamento sgorghi spontaneamente dal processo di corrosione che l’antitesi produce sulla tesi. Così i liberali sono finiti come la mosca intrappolata nella bottiglia a sbattere la testa contro il vetro con sempre maggior ed inutile forza, questo è il neo-liberismo, una estremizzazione dei principi del sistema che mostra la sua difficoltà a sfuggire alla sua crisi ontologica e s’intestardisce in un ritorno ai “fondamentali”, diventando un fondamentalismo. La sinistra normale è corsa in soccorso del paziente diventando liberal-sociale in teoria, liberale pura nei fatti, nella doppia illusione possa esistere un modo di far funzionare un sistema che non funziona più e che possa esserci una gestione più giusta di un sistema che basandosi su differenze è la quintessenza dell’ineguaglianza. La sinistra radicale è rimasta da sola a specchiarsi nella sua eterogeneità critica che rispecchia l’eterogeneità della complessità del mondo attuale, senza una sintesi, senza una idea guida, senza un concreto progetto alternativo che proprio ora sarebbe il momento di proporre sul tavolo delle opzioni.

La dialettica è una metafisica del divenire solo che: a) tra metafisica e fisica i rapporti sono sempre di perdita di risoluzione, il concetto permette l’apprensione del reale perché la mente non può ospitarne la complessità se non riducendola e perdendo quindi di verità, la verità estratta non collima con quella concreta come il dado col brodo (manca infatti l’acqua); b) dialettica si dice in molti modi e sono tutti utili al pensiero, essa è una logica delle relazioni stante che l’ontologia della metafisica occidentale ne è priva; c) la dialettica, in qualunque forma la s’intenda è solo una delle forme logiche ed ontologiche che si possono dare all’essere in relazione, essa non ha l’esclusiva di verità sul suo dominio concettuale. Una teoria di mondo adeguata alla complessità deve sviluppare una logica più plurale che non  la sola logica della dialettica in versione hegelo-marxiana.

 Capitalismo

vbQuello che dice il materialismo storico, in parte,  è quello che dice K. Polanyi[3] ma mentre Marx ne fa una legge della storia, K. Polanyi avverte che questa è solo la forma che chiamiamo modernità o capitalismo occidentale. Polanyi dice che questa forma presenta per la prima volta nello spazio-tempo umano, l’economia disembedded dalla società. Disembedded sta per “scorporata” e si relaziona all’opposta categoria per la quale, ovunque si guardi nello spazio-tempo storico umano, l’economia è intessuta nella società assieme ai fatti politici, etnici, anagrafici, di genere, religiosi, culturali, militari etc. (embedded = incorporata) . Scorporata quindi significa che non ha dipendenze ma che è dominante in senso assoluto, l’economia (il mercato, il capitale, lo scambio etc.) è l’ordinatore della società invece che esserne un ordinato. L’Occidente moderno è fatto di società in cui l’economia ordina, sia nel senso che dà ordine, sia nel senso che dà ordini a come si debbono strutturare tutte le altre componenti. Posizione e  differenza di classe, cultura alta e bassa, financo ruolo e pratiche religiose, fatto militare e naturalmente fatti politici e sociali sono tutti messi in ordine in sé e tra loro, nonché disposizionati (forniti di imprescrittibili disposizioni) per riprodurre appunto il sistema e la sua struttura portante: l’economia a governo delle società umane. La proprietà privata esiste da molto e molto tempo prima del capitalismo, la moneta anche, l’accumulazione pure, il mercato figuriamoci, persino la divisione del lavoro, lo sfruttamento,  la potenza tecnica anche. Anche componenti più moderne, le banche, la finanza, il credito-debito, le multinazionali, la borsa, le assicurazioni compaiono tutte prima del XVII° secolo tra Italia ed Olanda, ma non fanno ancora “il sistema”[4]. La differenza è nel come queste cose si sono tra loro saldate nella modernità, a partire dall’Inghilterra del XVII° secolo e  soprattutto nel ruolo che il sistema ha preso rispetto a gli altri sistemi che formano la società. L’economia assoluta prese il posto della monarchia divina, un processo per cui una classe di riferimento ha preso il posto di un’altra classe legata ad un processo non più sostenibile (l’ordine medioevale) per la dimensione e le necessità di competizione tra le società europee dal XVII° secolo in poi.

copvf5Se questa è la versione moderna dei Pochi vs i Molti, stante che questi Pochi sono comunque di più di quanto fossero gli aristocratici, le monarchie, i vertici del clero, i senatori romani ed i generali, i latifondisti,  i re, tiranni, oligarchi greci, i faraoni coi loro sacerdoti etc. , occorre promuovere una ulteriore fase, quella in cui i Pochi verranno inglobati nei Molti, affinché siano questi che si autogovernano. Autogoverno significa che saranno i Molti a decidere e non il mercato, ma neanche dio o la grandezza di Roma o l’Olimpo e le élite di Sparta o Atene  o le SS o il partito o la massoneria o la classe redentrice o il complesso militar-tecno-scientifico o chissà quale altra minoranza che riproduca lo schema fondamentale.

Se è con la storica gerarchia Pochi vs Molti che abbiamo a che fare, allora il nostro progetto-speranza, non potrà che essere il continuato tentativo di superamento di questa gerarchia. L’annullamento di questa forma che impedisce da molto tempo l’emancipazione umana non è in una forma-sogno perché non è in questa o quella forma di sistema sociale o economica il problema, il problema è in ciò che produce tale gerarchia. Certo non è il possesso dei mezzi di produzione ciò che produce questa gerarchia perché questa spiegazione non resiste alla domanda: cosa diversifica gli uomini in modo da dotarli asimmetricamente del possesso dei mezzi di produzione? Né alla constatazione che nella storia non è stato sempre il possesso dei mezzi di produzione il motore del formarsi gerarchico anche se poi è stato proprio di ogni élite impossessarsi del timone dei timoni e quindi anche del potere economico. In un partito politico ad esempio, non esiste il problema dei mezzi di produzione, a meno che con questa espressione non s’intenda l’asimmetrica distribuzione delle conoscenze, delle facoltà di pensiero e della competenza linguistica, “mezzi” per produrre una quanti-qualità di “valore” politico che è poi quello che assicura ai Pochi di prendere la leadership dei Molti, riproducendo lo schema fondamentale anche nel più a sinistra dei partiti di sinistra.

Democrazia.

copy78E’ allora proprio la distribuzione delle conoscenze che è la causa base della bipartizione dei Pochi su Molti. Il pari diritto a decidere sul comune e la sovranità su se stessi sono i due principi che da una parte portano a combattere la gerarchia e dall’altra a promuovere la democrazia. Ma una cosa è il diritto, un’altra la capacità. Solo la capacità può affermare il diritto.   Nel suo libro,  Losurdo riporta efficacemente a pg. 42, un Hayek che con brutale franchezza dice che la grande massa non possiede la capacità di pensare logicamente, comprendere i problemi piuttosto complicati della vita sociale. Hayek riecheggia l’Anonimo oligarca[5], l’autore sconosciuto di un famoso libello antidemocratico del V° secolo a.c. che impietoso, mise in colonna tutti i difetti e le contraddizioni della democrazia ateniese, il testo fondativo dell’anti-democraticismo che non ha tempo, tanto quanto non ne ha la struttura dei Pochi che dominano i Molti[6].

Se il compito della sinistra a promuovere l’affermazione del potere aritmetico per il quale i Molti non possono essere subalterni ai Pochi, per il quale i Molti debbono annullare l’esistenza stessa di questa ineguaglianza di base, per il quale i Molti debbono poter decidere formando una volontà generale di tutte le cose che riguardano il proprio vivere associato, per cui si ripristina il potere della politica sull’economia e su ogni altra cosa che riguarda quel vivere associato, allora ciò in cui deve sperare la sinistra, ciò che deve orientare il suo agire non è un eden prefigurato in cui si produce così o colì, in cui si crede in questo dio o in quell’altro o in nessuno, in cui un re-filosofo coadiuvato da occhiuti guardiani armati governa il Bene generale,  ma un ben preciso modo di stare al mondo: il modo per il quale i Molti sono in grado di governare se stessi ed il Tutto, la democrazia reale. La diade fondamentale è governo della gerarchia vs  autogoverno.

In che cosa speriamo?

Marx subordinò la sua analisi della gerarchia dominanti-dominati al fatto che i primi tali erano per via del possesso dei mezzi di produzione. In base al motore della trasformazione dialettica, ne conseguiva che i secondi avrebbero dovuto impossessarsi di quei mezzi, di modo da dissolvere la ragione del dominio. Questo avrebbe portato ad un mondo senza classi e ad una “fine della storia”, un – eden concreto[7]– su cui , il tedesco, è stato assai avaro di specifiche. 1160Da questa vaghezza sono conseguiti due effetti. Il primo è che se non si dettaglia almeno a grandi linee dove devi andare, difficile che ne consegua chiarezza del come andarci ed in quanto tempo. Questo buco del pensiero marxiano è stato successivamente riempito da Lenin col concetto del partito rivoluzionario, gerarchico, guida della classe incaricata di rivoluzionare l’assetto gerarchico.  Il secondo è che in questa vaghezza, si sono proiettati una serie di desiderata che né sono canone comune, né son stati verificati almeno nel pensiero, se  e quanto compatibili, se e quanto questa utopia concreta è almeno in via teorica “viabile”. Se è cosa che sta i piedi, che funziona, che è possibile anche se in un futuro non immediato. Questo secondo effetto si somma al primo, generando la grande pluralità dei modi d’intendere e praticare la sinistra, una pluralità che solo in parte è “ricchezza” come si dice consolatoriamente in questi casi, più spesso è semplice confusione. Sul piano concreto, questa indeterminazione, ha portato alla sbilenca realizzazione sovietica che, anche se ripudiata, grava come negativo nel patrimonio storico dell’utopia.

Se sostituiamo nell’analisi della gerarchia, il differenziale basato sul possesso dei mezzi di produzione o il possesso della terra o il possesso di una armata o di altra forma di forza materiale (tra cui quella dell’uomo sulla donna)  o il possesso di una superiore credibilità investita direttamente da qualche dio o il possesso di più esperienza o il possesso di un diritto di razza o di civiltà auto-riconosciuto con quello di base che è basato sul possesso asimmetrico di conoscenze, l’intero impianto va distrutto e ricostruito da capo. Se ciò che genera la gerarchia è il differenziale delle conoscenze non sono i mezzi di produzione ciò di cui riappropriarsi ma le conoscenze stesse.  11ae82a24ecbc3790fa5a4cd2f232aaa_w_h_mw650_mhL’idea ciò possa mai avvenire, balza subito ai confini remoti del tempo umano, la nostra previsione di quando e come accadrà diventa incerta più delle previsioni del tempo, risulta subito ridicola la pretesa di prevedere una fine della storia. Subito dopo, si pone il problema che la mia o la tua visione di “eden concreto” si relativizza nel novero di quel miliardo di versioni che riflettono altrettanti desiderata individuali, miliardo contabilizzato nell’attualità ma da moltiplicare ulteriormente per le varie generazioni che ci seguiranno. Quello allora che ci serve per equalizzare progressivamente e sempre più il differenziale delle conoscenze è una procedura, non un oplà storico per cui: tesi: siamo così – antitesi: dovremmo esser così – sintesi: processo di trasformazione rivoluzionario. Soprattutto, appare evidente che così come la serie di trasformazioni materiali che portò dal Medioevo alla Modernità richiese il corso di diversi secoli, la nostra auspicata trasformazione degli immateriali connessi a materiali (le conoscenze che si riflettono in concrete strutture di mondo), richiederà un non meno lungo processo, un processo di lunga durata. Questo processo di lunga durata di cui dobbiamo trovare la procedura dovrà comunque portare benefici progressivi poiché nessuno impegna la propria vita nel migliorare un mondo il cui godimento è post-posto alla fine dei tempi, ci dovrà cioè essere un circuito rientrante per cui ogni guadagno si reinveste nel processo ma una parte, si gode nel miglioramento del mondo del qui ed ora.  Altresì, qualunque natura avrà la forza politica che agisce per questo cambiamento essa dovrà rivolgersi a tutti coloro che aderiscono all’idea di compiere una transizione autocosciente  da un sistema ad un altro e tale forza, dovrà usare la stessa procedura del processo che si vuole affermare. Questa alleanza per la trasformazione, non avrà in comune necessariamente l’idea di un risultato finale dettagliato nelle forme specifiche di questa o quella economia, questa o quella cultura, questo o quella o nessuna religione ma solo di una certa forma generale: il dominio della politica su tutto ciò che inerisce l’intero sociale, il dominio della logica democratica sulla politica. In poche parole: il governo dei Molti su se stessi. In due: la democrazia totale[8].

Democrazia è ciò che invariabilmente: a) elitisti di tutti i tempi (intellettuali e benpensanti di ogni stagione, aristocratici delle terre e del pensiero, possessori dei mezzi di produzione, della parola e di eserciti armati, gerarchie ecclesiastiche e caporali di giornata, capi di partitini insulsi e grandi banchieri) hanno visto come l’antimateria che annullerebbe immediatamente la loro esistenza; b) è stata giudicata e ritenuta l’utopia più estrema[9], oltre i confini della realizzabilità poiché “non siamo tutti uguali” e la storia umana, quella specifica delle società complesse, ha sistematicamente falsificato questa pretesa utopica stabilendo una ipotetica legge (di ferro, bronzo, acciaio o fate voi) che più o meno recita “o si domina o si è dominati”. copt56Si sbaglia se si ritiene la seconda constatazione come condizionata dall’azione nell’egemonia del pensiero, da parte delle élite di ogni tempo e luogo. Esse senz’altro hanno fatto di tutto per mantenere uomini e donne di ogni tempo, in condizioni di minorità, ma non è solo questa pressione che ha impedito ai dominati di iniziare un processo di emancipazione. Fino a Marx e più in generale i primi del XIX° secolo o poco prima[10], la gente d’Occidente, non aveva mai avuto la fortuna di avere un intelletto, anche mediocre, che si indignasse per l’ingiustizia. Socrate prima, Platone poi, si misero in cerca del concetto di giustizia ma non s’indignarono certo per l’ingiustizia, se non quella che, secondo loro, compivano i sofisti (che per lo più erano democratici) distribuendo sapere a tutti, sebbene a pagamento. E non è neanche l’assenza precoce di questa autocoscienza, almeno nella forma di pensiero, che può giustificare questa difficoltà. Democrazia è facile da dirsi ma come diceva Brecht, talvolta, è proprio il facile che difficile a farsi. Peccato non sia facile, peccato democrazia non sia reclusa nelle segrete del Palazzo d’Inverno che si possa assaltare per sprigionarne lo Spirito Assoluto, che sia cosa lenta, contraddittoria, difficile e complessa, che molte delle catene e delle ignoranze che ce la rendono lontana siano dentro noi stessi . La democrazia, essendo un regolamento che unisce individui, essendo una matrice di interrelazioni che unisce varietà è di per sé un prototipo di quel processo in grado di sostenere un sistema complesso. Un esempio lo troviamo nella democrazia neurale ovvero nel nostro cervello-mente che è una matrice di interrelazioni (assoni, dendriti, sinapsi in cui viaggiano sostanze chimiche ed impulsi elettrici) che collega varietà (vari tipo di neuroni e sistemi di neuroni). Quella umana è anche più complessa perché i neuroni , singolarmente intesi, non sono autocoscienti. La democrazia è complessa[11] ed è per ciò che è il regolamento di gioco ideale per i nuovi tempi complessi ed è per ciò che sino ad oggi, esistendo forme più semplificate di ordinamento sociale (la religione, l’etnia dominante, la forza bruta, l’economia di mercato, il dominio politico dei Pochi in varie forme), non ha avuto un grande pubblico, stante comunque un certo ottundimento mentale generalizzato  e stante, ovviamente, che le élite hanno fatto di tutto per evitarne anche la semplice ipotesi.

tidcover67Se si grigliasse il concetto democrazia (reale) dentro le complesse architetture di una teoria di mondo, si scoprirebbe che l’incantamento magico, il rapimento natalizio con cui grandi e piccini di sinistra sorridono all’evocazione taumaturgica del suo splendido immaginario, richiederebbe altresì ben lunga e complessa riflessione. Come si fa, come funziona, come si preparano le persone che ne fanno parte, ci può esser democrazia della decisione collettiva se non c’è una minima eguaglianza delle conoscenze, quanto tempo umano consuma una pratica diffusamente democratica, quali sono le forme della democrazia produttiva, possiamo sognare solo una democrazia interna o dovremmo piegarci anche ad una democrazia delle relazioni internazionali, quanto grande e resiliente deve essere un sistema politico per potersi permettere gradi progressivi di democrazia senza venir annichilito da qualche impero totalitario, è mai possibile che tutti si occupino di tutto, siamo disposti a piegarci alla dittatura della maggioranza, quanto tempo mai ci metteremo a far evolvere tutte le variabili perché si compi il miracolo, il tutto (e molto altro) seguito da numerosi punti interrogativi ???

Sulla democrazia, dove Marx non ha criticato ha taciuto. Sulla democrazia, il comunismo ed il socialismo reale non solo ha parlato contro ma ha attivamente applicato modelli anti-democratici, cioè elitisti. Che ne facciamo dell’avanguardia leninista, la massoneria rivoluzionaria? Quanta democrazia abbiamo sperimentato nelle formazioni politiche di sinistra sino ad oggi? Che ne facciamo del soggetto rivoluzionario a cui dare coscienza (espressione di un paternalismo imbarazzante) se l’obiettivo debbono essere i Molti autocoscienti? Questi Molti autocoscienti ed in grado di comprendere il mondo nella sua complessità, sono un ente plurale che non risiede originariamente nella teoria di mondo marxiana e marxista, affascinata dal romanticismo rivoluzionario che cambia tutto ma non trasforma niente, dalla meccanica della dialettica oppositiva della lotta di classe da cui chissà come e perché, dovrebbe nascere un nuovo modo di stare al mondo, nella fede che è dal negativo che nasce il positivo, vera e propria prestidigitazione hegeliana che è folle pensar di trasportare –sic et simpliciter – dalla rarefatta astrattezza della Scienza della Logica al Mondo della materie e degli uomini, dei processi e della realtà complessa. Domande queste che comunque colpiscono un ambiente teorico-pratico che almeno si pose il problema dell’ingiustizia e della ribellione alla gerarchia dell’uomo sull’uomo.

Fuori di questo ambiente, il trionfo della falsa coscienza, quando non l’esercizio della ragione appaltato a questo o quel committente per garantirsi un ruolo sociale ed il soddisfacimento dei bisogni, primari e spesso anche secondari. Il corpo teorico della democrazia  è di una povertà imbarazzante. copju7Forse Protagora o Anassagora o Democrito ne pensarono e ne scrissero ma nulla di loro ci è pervenuto. In compenso ci è pervenuto tutto Platone che è costitutivamente anti-democratico ed anche Aristotele in parte, che è un po’ meglio ma la cui Politica non è certo un trattato sull’argomento. Certo non la troviamo in Polibio o Machiavelli o Bodin o Hobbes o Bousset. Quando i liberali affermarono il loro sistema nel XVIII° secolo, un sistema che presuppone il governo parlamentare delle élite impegnate a creare le migliori condizioni per lo sviluppo del sistema economico, in un primo tempo, non lo chiamarono certo democrazia. Fu in parte B. Costant ed in parte l’Illuminismo francese ad operare questa trasformazione di nominare un sistema elitista con il termine della opposta concezione politica. Disguido che rimarrà a base dei sistemi politici occidentali in cui certo si cercò progressivamente di allargare il diritto di voto (si cercò nel senso che fu l’oggetto specifico di una lunga ed aspra lotta in cui si forgiò il concetto di sinistra), ma sempre entro il quadro del sistema rappresentativo e di una “democrazia una volta ogni quattro anni” come diceva Rousseau, l’unico ad aver speso un po’ di energia intellettuale sul difficile argomento. Né andò meglio nel Novecento. Solo di recente, ci si è resi conto che ciò che chiamiamo col nome magico che ci fa vibrare alla lettura del Pericle di Tucidide, non è democrazia ed oltretutto è un sistema in lenta dissoluzione e corruzione. Solo di recente si manifesta una certa agitazione neuronale sul concetto, in qualche avventuroso pensatore ed in qualche isola di pratica politica sud americana o curdo-siriana. Possiamo così domandarci: quanto metodicamente e con la consapevolezza dell’enorme difficoltà di mettere in piedi un sistema assai ambizioso che non è forse ben chiarito dal termine che lo identifica, ci siamo applicati allo sviluppo di una pratica democratica cancellata da dopo Atene classica e contestata anche in quel caso[12], dalla storia occidentale, salvo tratti e brevi lampi rivoluzionari di zappatori londinesi, comunardi parigini, cosacchi e consigli sovietici della prima ora? S’intende dunque che qui diciamo democrazia quella di tipo ateniese. La forma delle élite rappresentanti riunite in ceto politico parlamentare è cosa di altra specie, è cosa che meriterebbe altra parola.

A nostro avviso, se sinistra è primato della politica su ogni altra forma e allargamento continuo della partecipazione all’autogestione degli individui sociali, una democrazia totale è ciò in cui dobbiamo sperare.

Come dobbiamo agire per procedere verso la nostra speranza?

contratsocialLa nostra speranza è lì in fondo ai tempi lunghi, lì dove gli esseri umani saranno capaci di autogovernarsi in un regime di uguaglianza delle differenze. Uguaglianza, in questo senso, significa mancanza di una gerarchia fissa, il che non significa per principio mancanza di una gerarchia poiché se il processo generale risulta da una sommatoria di sottoprocessi, questi sono comunque seriali e presuppongono il prima ed il dopo, il di più ed il di meno. La sommatoria dei sottoprocessi mostra una presenza di gerarchia ma nel suo complesso, esso è un regime di gerarchia variabile. Il concetto che esprime questa complessità di gerarchie variabili è l’ad-hoc-crazia, la formazione di gerarchie mobili e contingenti che si formano ad hoc nel contatto con questo o quel contesto, lì dove si formano i vari sottoprocessi di cui è composto un intero-complesso. Nel ciò che è, ciò che assomiglia di più a quanto stiamo dicendo è il cervello-mente umano (non solo umano, ma nell’umano ciò avviene a livelli di complessità massima ed è quindi a questo livello che ci riferiremo), stante che l’analogia è resa imperfetta dal fatto che ogni singolo componente del cervello-mente non è autocosciente, mentre ogni singolo umano-sociale lo è. Complessivamente, il cervello-mente non mostra “una” gerarchia ma una sommatoria di sottoprocessi, ognuno dotato di una sua gerarchia. Il sistema generale, il cervello-mente dell’individuo non mostra “una” gerarchia sola, perché esso è proprio lo strumento più spiccatamente adattativo. Adattativo significa che è il contesto, la situazione, il momento, il compito ad ordinare l’agenda, il cervello-mente-(corpo) individuale si regola e regola il suo ordine e funzionamento interno, in ragione di quella situazione. Ed è in regime adattativo che alterna veglia e sonno, coscienza ed autocoscienza, razionalità ed emotività, conscio ed inconscio, ragione ed istinto. Poiché il mondo umano, la somma degli individui, è fonte di grandi differenze individuali (cioè intrinseche all’individuo ed alle sue potenzialità) questa è ciò che chiamiamo “differenza”. L’uguaglianza delle differenze significa che le differenze non sono piallate ed equalizzate rendendo la molteplicità umana una piatta sequenza di identici, ma mantenute e composte in un funzionamento sociale collettivo in cui ognuno contribuisce in maniera (pressappoco) uguale, in base a quelle che sono le proprie specificità.

5482178Questo presuppone uno sforzo immenso nello sviluppo del potenziale umano. Il primo passo è riconoscere la presenza di questo enorme potenziale umano racchiuso in ogni singolo individuo e diffidare per principio, di ogni teoria di mondo che riduce questo enorme “in potenza” con questo o quel “in atto”. L’uomo quindi non è solo un soggetto produttivo e poietico, non è solo contemplativo e riflessivo, non è solo rapito da ciò che è oltre il mondo, non è solo una macchina biologica, non è solo sociale, né solo individuale, né alcuna altra riduzione a cui questo o quel punto di vista teorico ha cercato di ridurlo. Poiché ognuna di queste teorie definitorie nasce da un umano ed ha per oggetto l’umano, non si sbaglia più di tanto nell’ammettere che esse sono -tutte- false nella loro presunzione di unicità e quindi vere nel cogliere un aspetto concreto del tutto umano, quel “tutto” che è il contenuto di quell’enorme potenziale.

La prima condizione di contesto necessaria per intraprendere il difficile percorso di liberazione di questo potenziale è il tempo, sia sufficiente tempo davanti per dispiegare processi di lunga durata (estrarre queste potenzialità non è facile e veloce come unzippare un file), sia sufficiente tempo intorno all’individuo individual-sociale. Tempo intorno, significa, avere tempo/giorno e tempo/anno, ben bilanciato tra le varie attività esterne/interne all’individuo. Il maggior ingombro per il dispiegarsi di questo contesto aperto è il lavoro. Dal 1919 l’accordo internazionale sul lavoro presuppone la divisione del tempo/giorno nella partizione 8-8-8, tra tempo di lavoro-personale-sonno. Il sonno è un tempo biologico anelastico. Il lavoro oggi è richiesto in misura di molto minore a quanto richiesto un secolo fa. La tendenziale saturazione dei prodotti materiali ancorché mal distribuiti, la presenza di un numero spropositatamente maggiore di produttori nel pianeta rispetto ad un secolo fa (il che sta comportando anche una redistribuzione geografica dei redditi), i downloadb7costanti aumenti di produttività che hanno aumentato l’output a parità di tempo lavorato, l’incredibile erosione di tempo-lavoro umano da parte delle macchine (tecnologia-automazione-intelligenza artificiale), la nostra necessità di allentare la pressione esercitata sugli stock di materia ed energia per problemi di incipiente scarsità, nonché per problemi di equilibrio ambientale e per problemi di allentamento della competizione tra sistemi-nazione (che in molto casi potrebbe portare a guerre), la nostra volontà di non ridurre l’umano a produttore di cose alienanti in cambio di un pacchetto di fiches da giocare nel gioco della società  e di liberare tempo per la partecipazione democratica e per le attività personali (amicali, affettive, ricreative, formative), sono forze che congiurano tutte verso un punto: travasare tempo di lavoro in tempo personale. Politicamente questo si traduce nell’assunto per cui occorre lavorare meno, fatto salvo un reddito commisurato ai bisogni personali. Si badi, questa non è solo una necessità per il nostro progetto-speranza, è una urgente esigenza di adattamento alle mutate condizioni di mondo. La lotta per la redistribuzione dovrebbe esser anche lotta per redistribuire il tempo di lavoro in modo da non avere disoccupati, quindi minor lavoro pro-capite. Noi viviamo “come se” dovesse ritornare il lavoro pieno e distribuito. Non è così  perché l’erosione di ore lavorate è una costante degli ultimi cento anni, a prescindere dall’attuale crisi, dalle politiche di austerità e dal dominio dei dogmi neo-liberisti.

La democrazia degli uguali-differenti, presuppone come detto non tacere sul difficile problema per il quale non solo si deve poter decidere su tutto ma bisogna essere anche in grado. Essere in grado significa due cose: formazione ed informazione. Lo sviluppo della lunga marcia per la democrazia quindi, oltre al tempo, ha in agenda due punti imprescindibili: a) la funzione formativa; b) la funzione informativa. La prima significa che la scuola va equiparata ad ogni altra funzione vitale umana. La scuola è necessaria non solo per formare i giovani e tanto  meno solo per formarli al lavoro. Primo dovrebbe formare l’individuo sociale e politico come conoscenze generali, capacità critiche, capacità di ragionamento complesso; secondo ciò non è riservato ai giovani poiché davanti all’ignoranza delle tante cose di cui è fatto il mondo, siamo tutti giovani ed inesperti. 51BYcwQoLCL._SX258_BO1,204,203,200_La formazione e l’auto-formazione dovrebbe diventare un processo continuato e diffuso in modi e tempi da dettagliare, ma nella convinzione condivisa dell’assoluta necessità di averlo come obiettivo cardine. Così per l’informazione. Il sistema gerarchico, non a caso, presidia in forze queste due momenti operando due strozzature: una formazione sempre più limitata, specializzata ed orientata alla collocazione fissa nell’enorme macchina della produzione e scambio; un controllo sempre più stretto su i canali informativi, su i contenuti, le interpretazioni dei fatti, la stessa scelta del palinsesto delle notizie. Menti scotomizzate vengono solleticate da un enorme apparato della notizia confezionata pubblicitariamente ed in ciò si riproducono le condizioni di minorità per cui gli individui sono dipendenti da un sistema-processo impersonale che è poi quello che dona a certe élite il potere che hanno. Tempo, formazione ed informazione sono già tre punti caldi da presidiare costantemente per allargare le condizioni di possibilità di sviluppo del potenziale umano.

Il soggetto di questo processo è al contempo l’oggetto: i Molti. Rimane la lotta che tende ad equalizzare le condizioni materiali, lo sforzo di riduzione delle ineguaglianze materiali (averi, redito, possibilità) e in questo senso, rimane la lotta di classe se la classe è quella dei Molti. Ma questa è solo una metà dello sforzo. L’altra metà è la lotta comune dei Molti contro i Pochi per sovvertire progressivamente i principi del sistema generale, quello che determina il dominio dell’economico sul tutto i resto, quello che genera le élite e la dicotomia base. Questa maggioranza naturale degli individui associati in uno sforzo comune, dovrà comunque trovare lo strumento organizzativo-pratico che possa portare avanti lo sforzo. copki9Che sia movimento, cellula federata, partito, sindacato, gruppo d’azione, comunità territoriale, anagrafica, di genere o di interesse culturale, l’organizzazione politica (meglio se al plurale) dovrà cercare di praticare l’obiettivo per cui si batte. Ciò vuol dire che la lunga marcia per la democrazia delle differenze, presuppone pari impegno esterno ed interno. Ogni organizzazione o comunità e gruppo che si batte per questo obiettivo dovrà cercare di praticare quanta più democrazia interna gli è possibile, nel mentre si batte per creare le condizioni di possibilità al suo esterno. Gli individui politici dovranno essere allevatori di democrazia, produrre condizioni democratiche tanto nella società che si vuole trasformare, quanto nelle stesse organizzazioni impegnate nella promozione di questa trasformazione. La democrazia necessita di  un triplice sforzo: interno all’individuo, esterno a lui ma interno alla comunità di individui che si batte per la democrazia generale o per qualche suo aspetto specifico, eterno alla comunità e rivolto alla sua società in senso complessivo. La lunga marcia per la democrazia è anche una faticosa marcia dentro se stessi ed interna alle forme organizzate di chi ha deciso di intraprendere quella marcia. Per cambiare il mondo dobbiamo cambiare noi stessi e chi ci sta attorno, le monde sommes-nous.

9788807710193_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleVa poi costantemente promossa una democrazia (parziale, dato che scontiamo l’immaturità del processo) economica progressiva, il che non significa rinunciare per principio al mercato, è da migliaia di anni che ci sono i mercati quali luoghi in cui si scambia. Democrazia non di mercato ma con mercato significa che il mercato e le sue logiche sono riportate embedded alla società, che la società ne controlla gli eccessi similmente a quanto promosso dal liberale Keynes e ne cura la logica di modo da avere una funzione sociale e non antisociale. Accanto, si dovranno poi promuovere le forme di proprietà sociale e pubblica ove possibile e necessario, le forme di proprietà condivisa tra gli stessi lavoratori, le forme cooperative. Uscire progressivamente dalla civiltà (inciviltà) di mercato non significa uscire dal mercato ma uscire dall’assetto per cui questo è l’unica forma del sistema economico e per cui questa forma impersonale generatrice di élite, domina ed ordina il tutto[13].

Occorre poi fuoriuscire dal ricatto della macchina dialettica per la quale se il nemico attacca un punto allora dobbiamo acriticamente difendere quel punto sino alla morte weber6j9mostrando, tra l’altro,  mancanza di autonomia di pensiero, meccanicismo, sudditanza nel farsi imporre l’agenda del discorso pubblico e finendo col difendere l’indifendibile[14]. Va precisato il ruolo dello Stato nella nostra idea di mondo perché se non è in discussione la funzione redistributiva, può e deve esser messa in discussione la perversione per la quale la forma Stato produce di per sé élite che si annidano nella sua struttura. Così per il weberiano problema della burocrazia, per il controllo democratico del pubblico che non è più democratico del privato solo perché è pubblico[15]. In Europa, non si potrà fare a meno di ridiscutere le forme stato nazionali di un subcontinente che con il 10% della popolazione mondiale si fraziona in stati nazione che assommano al 25% del totale planetario. Pensare di ripristinare la perduta sovranità in francobolli accerchiati da potenti strutture economiche, finanziarie, militari concorrenti è pura illusione. Il che non ci porta a pensare al mito di una Europa Unita che è progetto impossibile anche perché non funzionerebbe. Certo è che la nostra speranza democratica va condivisa su base transnazionale anche se non è certo il caso di iniziare pensando in forme planetari, poiché il nostro specifico è e rimane lì dove viviamo e la civiltà a cui apparteniamo. Pensare a quale nuova forma possa e debba prendere il nostro vivere associato è una priorità imprescindibile. La cultura democratica sa che la cellula comunitaria è l’alveo naturale per la vita associata da cui sgorgano interessi comuni e necessità comuni di partecipare al dibattito ed alla scelta del che fare. Questo alveo naturale della democrazia non è lo stato-nazione sia ben chiaro, è molto ma molto più piccolo. Ma poiché non siamo più tribù di cacciatori raccoglitori, questa esigenza naturale di comunità singola, deve fare i conti con l’altrettanto necessaria composizione di una comunità delle comunità associate, federate, unite per compiti che esulano lo specifico locale. Si dovrà riflettere bene sulla questione. Può darsi che le linee di orientamento possano essere due: tornare a costruire comunità locale, connettere le comunità in supersoggetti resilienti (militarmente, economicamente, culturalmente, politicamente) che travalichino lo stesso stato nazione europeo. Si dovrebbe pensare ad una federazione di comunità nell’ambito del difficile, ma del possibile, secondo criteri di prossimità ed omogeneità linguistica, culturale, storica. 312ekq+cjvLDa questa riflessione dovrà scaturire anche coscienza sull’imprescindibile centralità della politica e dell’economia internazionale, quali gli amici, quali i nemici, quali gli assetti di mondo più favorevoli allo sviluppo di entità democratiche. Sicuramente un ambiente internazionale multipolare (nel peso politico, nel peso delle valute, nel peso economico, nel peso militare, nel peso delle credenze religiose e culturali) è più consono all’esigenza di formazione e resilienza di entità ambiziosamente democratiche poiché il mondo a guida unica, l’Impero, è l’ambiente più gerarchico ed elitista che si conosca, l’ambiente che immediatamente dissolve come acido ogni tentativo di formazione di sistemi democratici, tentativi già di per se difficili. Così il mondo bipolare che sclerotizza ogni dinamica riportandola alla logica binaria semplificata. L’intelligenza democratica dovrà attentamente riflettere su quali siano le migliori condizioni di possibilità di contesto che favoriscano o impediscano di meno lo svolgersi dell’ambizioso processo.

CONCLUSIONE

Abbiamo dunque tutti i principali elementi per ripristinare una teoria del mondo che possa rendere presente una sinistra assente. Al “cosa possiamo sperare?” possiamo rispondere con una utopia concreta di persone tanto individuali che sociali che si autogovernano ed autogovernano le loro forme territoriali, i rapporti sociali interni e quelli politici esterni, l’economia, l’educazione e la formazione, la manutenzione delle strutture comuni, le delicate questioni dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, ma anche delle conoscenze e quanto più è possibile anche delle condizioni materiali. Una democrazia che sia il governo degli individui sul proprio essere in società. Al “cosa dobbiamo piramidehn2fare?” possiamo rispondere con una doppia linea strategica e tattica per perseguire la nostra speranza, una strategia di lungo periodo ed una tattica, in cui i circuiti rientranti dell’esperienza concreta, possano modificare, implementare, arricchire i nostri piani d’azione a priori. Si dovrà fare così i conti con l’ingombrante romanticismo rivoluzionario poiché l’insurrezione è l’arma estrema per uscire dal dominio più coatto ma in sé, essa apre solo condizioni di possibilità, di per sé essa non costruisce quello che dovremmo costruire tutti assieme e nel tempo lungo[16]. Altresì, continuare sulla resistenza su i diritti e nella costante lotta per la redistribuzione, viepiù oggi urgente dati sia gli intollerabili vertici della diseguaglianza raggiunti, sia il fatto che in un sistema in contrazione come quello occidentale la redistribuzione è necessità per mantenere un minimo di equilibrio sistemico. Ma si rende anche altrettanto necessario un costante impegno per la democrazia delle conoscenze e delle informazioni, lavorare meno e studiare tutti di più, scuola aperte non solo ai giovani, forme di formazione democratica, ripresa del confronto politico dal basso, democrazia nei mezzi di comunicazione. L’impegno per la democrazia deve essere prioritario, costante, riflessivo (cioè essere volto a democratizzare la democrazia sempre di più[17], sia quella interna a noi, alle nostre organizzazioni, sia quella esterna). Quindi più reddito o prodotti e servizi sociali per non portare al tracollo la nostra condizione materiale. Potremmo anche scoprire che poiché il capitalismo occidentale non funziona più, la sua riforma sostanziale e progressiva, ci competerà anche se in realtà il nostro desiderio sarebbe quello di accedere ad un integralmente nuovo sistema. Dovremmo cioè farci carico della fatica della transizione e della gestione delle inevitabili contraddizioni per cui mentre marciamo verso il nuovo, dobbiamo riparare il vecchio. Ed aprire i nostri occhietti romantici e dirci che queste elenco non si porta avanti in quattro gatti autoproclamatisi “avanguardia della rivoluzione”.  In breve, scopriremo che per andare dove vogliamo andare c’è distanza e si richiede tempo e massa critica, cioè la necessità di un piano articolato che si assuma la complessità del quadro da trasformare senza sfasciare perché se nella società crolla la struttura portante, la reazione di irrigidimento (dittatura dei Pochi di vario tipo) verrà chiamata a gran voce anche da molti di coloro che dovranno invece essere nostri compagni di viaggio. Ogni nostro obiettivo sarà un tendere a… , uno stabilire una progressione di stati avanzati successivi, non un pretendere il tutto e subito. Nessuna trasformazione reale agisce nel tutto e subito. Stabilire e praticare il dove andiamo e come ci andiamo, significherà che abbiamo ricostruito un pensiero che guidi l’azione, una teoria di mondo che spieghi a noi stessi ed a tutti coloro con i quali siamo obbligati a collaborare, un “come spieghiamo il mondo?”. Una teoria che si ponga urgentemente la riflessione sulle forme politiche, sulla costruzione comunitaria nel piccolo come nel grande, sulle nostre capacità di pensare l’intero, i rapporti tra individuo e società, che fuoriesca dall’economicismo ma perseguendo concrete alternative plurali al monoteismo di mercato. Chiarite le tre risposte, chiarito il pensiero, conseguirà l’azione e la presenza “dileguerà” l’assenza.

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Il mondo è complesso, così l’uomo, le sue relazioni sociali e le relazioni tra società e Mondo. Lo è sempre di più e l’intera mentalità occidentale è disadattata a conviverci provenendo da un passato di privilegio e semplificazione. Lo sono le nostre stesse strutture sociali, politiche, economiche. La destra[18] è in agguato e cavalca ogni contraddizione per richiedere più potere, più decisione, più manicheismo per preparare l’assunzione dei propri leader a condottieri dell’Ultima battaglia d’Occidente. Il Grande Centro dei Molti che delegano ai Pochi l’esser condotti per le perigliose acque, permette la reiterazione sempre più spinta di una redistribuzione inversa per cui tutto può cambiare ma non la posizione di vertice e di potere sugli eventi di un manipolo di plutocrati, per altro mai così incapaci. Una sinistra confusa è una sinistra afasica, depressa, assente. Non aspettiamo un altro Messia che non verrà, sediamoci a coorte e facciamoci le domande fondamentali. Tocca a noi salvare questo pezzo di mondo di cui volenti o nolenti facciamo parte, tocca a noi cacciare i mercanti dal tempio e spiegare a gli altri che “…nella nostra lotta difendiamo un valore diverso da quelli che nulla possiedono di tanto prezioso[19]: la dignità umana e la sua vera libertà.

(FINE)

La prima parte qui, la seconda qui.

[1] La faccenda di cosa sia la dialettica, quale la sua storia nel pensiero occidentale, quali le differenze che i vari pensatori vi apportarono nella loro interpretazione del concetto ed infine, quale e quanta dialettica hegeliana  si trovi in Marx esula dai nostri compiti. Si tenga conto comunque, che la questione non è così semplice così come noi stessi l’abbiamo esposta riportando il luogo comune delle teste in giù ed in su. Una differenza si può segnalare senza entrare troppo nel merito, ovvero che la dialettica di Marx è più concentrata sul secondo momento (oppositiva) mentre quella hegeliana lo è più sul terzo (compositiva).

[2] E’ comune a Marx ed Hegel, un difetto di intenzionalità. Hegel è un lettore della Storia in cui ravvede la manifestazione di uno Spirito, Marx è un lettore della Storia in cui ravvede la meccanica dialettica tra classi ed il casuale evolversi dei mezzi e delle tecniche di produzione che ne segna l’alternanza. In entrambi, dati i tempi di cui furono riflesso autocosciente, non c’è alcuna forma di intenzionalità costruttiva autocosciente degli individui associati.

[3] La produzione di K.Polanyi è tutta interessante ma il testo di riferimento rimane: K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974-2000

[4] Utile l’agile ma preciso: F.Braudel, La dinamica del capitalismo, Il Mulino, Bologna, 1981-1988

[5] Ex Pseudo Senofonte, La Costituzione degli ateniesi, Guida editore, Napoli, 2006

[6] Questa contestazione-constatazione delle (in)capacità umane sociali all’autogoverno, sta alla base anche della concezione del partito leninista che sta alla base dello stalinismo. Su questo fatto, Robert Michels vi ha costruito addirittura una “ferrea legge dell’oligarchia” http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/MICHELS.pdf .

[7] L’evocativo ma assai indeterminato “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, l’enigmatica “dittatura rivoluzionaria del proletariato”, l’autolimitazione a “non scrivere ricette per le osterie del futuro”, la “proprietà comune dei mezzi di produzione” sono tra le poche espressioni del magro bottino che si ricava mettendosi in cerca dell’utopia comunista, per come Marx l’ha pensata.

[8] A dire che all’interno della più ampia maggioranza di coloro che condividono il regolamento di quel gioco sociale che si chiama democrazia (reale), ci potrà poi essere chi propone e si batte per un mondo fatto in modo A e chi batte per un mondo fatto in modo B o altro. Io credo che “democrazia” sia l’essenza significante di “sinistra” ma non è necessario chiamare tale l’idea democratica e se poi qualcuno, dentro il processo democratico, rimarrà convinto che il mondo migliore è quello dell’economia statalizzata e dei soviet, perorerà liberamente la sua causa per convincere gli altri a deliberare in tal senso. Dubito che ci riusciranno ma ne avranno facoltà, al pari di chiunque altro, l’importante è che ciò che assieme si proverà a fare sarà libera e consapevole determinazione autocosciente dei Molti.

[9] Per alcuni, la democrazia, piena e realizzata versione del “migliore dei mondo possibili”, coincide in pratica con l’anarchia, non a caso il pensiero più utopico che la filosofia politica abbia mai prodotto.

[10] Marx appartiene ad una sequenza che inizia quantomeno con Rousseau e gli illuministi radicali (si veda l’interessante J. Israel, Una rivoluzione della mente, Einaudi, Torino, 2011) e prosegue con i socialisti utopici Saint Simon, Fourier, Proudhon, Owen.

[11] La democrazia ateniese, non a caso, giunse proprio alla fine del ciclo delle poleis, dopo ci sarà l’impero di Alessandro.

[12] L. Canfora si è preso l’ingrato onere di disilludere sul reale contenuto democratico del sistema ateniese in varie opere. Tra le ultime: L. Canfora, Il mondo di Atene, Laterza, Roma-Bari, 2011.

[13] A questo punto veramente non sarebbe il caso di anticipare il menù delle osterie del futuro. Nel senso che vattelappesca che forma di economia stabilirà la democrazia dei differenti e degli eguali consapevoli ed informati. Forse ci saranno pezzi di economia di Stato visto che però c’è un controllo democratico adeguato e vigile ed altri in mano a Il-lungo-XX-secolo1privati tassati a più dell’80% come negli USA anni ’50. Per altro anche lo Stato si chiarirà quanto è grande per esser resiliente alla competizione planetaria tra 7 miliardi di individui, quanto sarà accentrato, federale, locale e comunitario. Ci sono alcuni imprenditori che godono più l’impresa, il fare e costruire che non l’accumulare ebbene facciano! se entro regolamenti sociali per i quali i Molti traggono profitto dalla loro intrapresa. Ci sarà probabilmente una larga parte di economia cooperativa, di auto-proprietari, economia del dono e quella del baratto, l’autoproduzione e il riciclo&riuso. Certo, è molto improbabile si pensino mercati non regolati su scala planetaria e libera circolazione dei capitali. Il punto è solo quello di riportare la società a controllo dell’economia e non l’inverso, non di sostituire il monoteismo di mercato con quello dei soviet che tra l’atro, funziona anche molto peggio come è giusto ammettere anche in via teorica e non solo per il suo primo, disgraziato, tentativo. La forma cooperativa è forse la migliore forma di economia democratica. Poiché essa è oggi largamente possibile giuridicamente, il fatto che non si sia così tanto sviluppata, conferma che è la mancanza di democrazia nelle menti dei singoli e nello Stato (a livello di leggi e regolamenti vari) il problema. Il fatto di cronaca recente che vede in Italia, cooperative esposte a comportamenti rapinosi e delinquenziali, conferma che non è la forma a creare la mentalità. Quello che però si deve già immaginare è una riduzione dell’economia generale poiché la sostanza concreta dei bisogni che l’economia dovrà soddisfare è molto più limitata di quella gonfiata di superfluità del sistema attuale. La cronica mancanza di tempo degli individui contemporanei, si soddisfa lavorando meno non lavorando di più per comprarsi gadget meccanici ed elettronici che promettono di guadagnare tempo.

[14] E’ questa la nota trappola del “nemico del mio nemico è mio amico” che porta molti, in tempi così confusi e convulsi, a sbandare da sinistra in favore di Marie Le Pen, a destra in favore di Putin, gli anti euro a diventare sovranisti monetari ed i pro-Europa a diventare complici di quella macchina di tortura inutile e prolungata che è l’euro.

[15] Il bene-comunitarismo ad esempio è senz’altro una bella forma di proprietà democratica ma occorre ricordarsi che ci vuole una società democratica, una partecipazione attiva e democratica, un controllo strettamente democratico per gestire un bene-in-comune. Una municipalizzata dell’acqua è sempre meglio di un’acqua totalmente privatizzata ma non per questo è un bene-comune, è un bene-pubblico.

[16] Hegel, in Fenomenologia dello Spirito parla di una “marcia senza baccano” come di una “rivoluzione intima e silenziosa nello spirito di un’epoca”, un intenso e continuato lavorio che portato a termine in tempi non immediati, alla fine rovescia quei rapporti di forza per cui “un bel mattino” il nuovo idolo “dà una gomitata al compagno e – patatrac – l’idolo (vecchio) è a terra”. Ecco, si tratta di non scambiare il cambiamento col – patatrac -.

[17] Questo orientamento costante dovrebbe guidare sia nella costruzione di una politica più partecipata e diretta nella società, sia all’interno delle forme aggregate di intenzionalità politica (sindacati, partiti, associazioni, movimenti).

[18] DESTRA – SINISTRA. Sulla questione son corsi fiumi d’inchiostro. Corre obbligo specificare in quale senso noi si usi questa diade categorizzante. Come si ripete attingendo ai ricordi scolastici, “destra” e “sinistra” erano posizioni relative di rappresentanti politici della Assemblea del Terzo Stato del 1789 in Francia, prima del 14 Luglio. Questa posizione orientativa, rimase nelle assemblee successive e si manifestò con chiarezza nelle discussioni e nei voti sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. thumbsbtLa prima considerazione che se ne trae è che essa è, come tutte le diadi, una distinzione relativa ovvero, nella diade destra e sinistra, l’una parte esiste se esiste l’altra e se esiste l’una deve esistere anche l’altra parte. Su quale argomento, giudizio o atteggiamenti si dividevano i francesi di allora? Il parametro centrale di allora era il re, la monarchia e l’aristocrazia, una versione di forma politica della gerarchia dell’Uno (il monarca) e dei Pochi (gli aristocratici ed il clero). Com’è noto gli Stati Generali erano tre assemblee separate (clero, aristocratici, cittadini) e le loro determinazioni finali valevano un voto per assemblea, ne conseguiva che poiché aristocratici e clero erano sempre d’accordo, vincevano sempre 2-1. Già nell’assemblea di Maggio (prima quindi del 14 Luglio) dei cittadini, il Terzo Stato, si formò la diade tra coloro che erano critici ma tiepidi e non molto risoluti a cambiar questo stato di cose (destra) e coloro che lo erano decisamente di più e pronti a passare dalla critica alla trasformazione concreta  (sinistra). Cambiare le cose, significava, come poi avvenne, avere una unica assemblea basata sul principio di una testa – un voto, voti espressi da rappresentanti proporzionati alla composizione sociale. Lo stesso schieramento diadico, si ebbe poi nella gestione della promulgazione della Dichiarazione e poi in seguito. Il principio par dunque essere che la sinistra tende ad allargare il diritto politico dei Molti e la destra, tende a restringerlo. La battaglia per l’allargamento del censo elettorale che durò lungo tutto il passaggio tra XIX° e XX° secolo, fu una battaglia di sinistra. Tale atteggiamento politico, lo ripetiamo, è relativo, non assoluto. Semplicemente, chi tende ad allargare il diritto politico, economico, sociale, culturale verso la totalità di una comunità politica (dalla libera espressione, all’accesso delle possibilità, alle capacità, ai diritti, al voto, alla partecipazione attiva, all’accesso alle cariche pubbliche, alle condizioni di possibilità di darsi autonomia, al reddito, alla felicità, alla tendenza all’eguaglianza delle differenze, alla redistribuzione del reddito e del tempo di lavoro etc.) è più di sinistra di un altro che tende a restringerlo. Una destra sinceramente democratica e non gerarchica, semplicemente, non è una destra.  Sul fatto che la diade e la sua forma di categorizzazione sia ancora consistente credo che la longeva persistenza della diade Pochi – Molti, sia una conferma positiva non dubitabile. Dopodiché, dettagliare su un singolo tema-problema chi è più a destra e chi più a sinistra, può esser a volte molto difficoltoso e forse, non sempre possibile, nonché utile. Che su questo o quel tema di trasformazione si possa far convergere forze di sinistra con forze di destra non dovrebbe scandalizzare. C’è una destra anti-capitalista ed anti-imperialista e sul negativo (anti) certo che si possono verificare convergenze, ma sapendo che sul positivo si hanno due divergenti immagini di mondo. Per quanto “relativo” il parametro così definito, ha una sua oggettività ed è in base a questa, non all’autodichiarazione di posizionamento, che opera la distinzione. Capita quindi di avere sinistre che in realtà sono di destra e destre che possono anche esser di sinistra su qualche argomento. Dato il propendere della Storia sin qui registrata, in favore di forme ristrette di diritto, il secondo caso è molto più raro del primo. Infine, non sta alla sinistra dichiarare la fine della diade, almeno fino a che rimane una destra che si auto-riconosce come tale, poiché come detto, le due definizioni si coimplicano. Così come è consigliato partire dalla fondazione dei termini e non dall’interpretazione che se ne può dare, una destra anti-capitalista ed anti-imperialista non è per questo una sinistra mentre una sinistra che non lo è sicuramente non è una sinistra.

[19] Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti, Milano, 1974-2003, p.117 all’interno della famosa “orazione” di Pericle.

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COMPLESSITA’ e SINISTRA. (2/3)

Nella prima parte della nostra analisi, ci siamo mossi paralleli al  libro di D. Losurdo “La sinistra assente”, constatando una ampia e ragionata descrizione di questa assenza, assenza tanto più enigmatica quanto più voluminosa e rumorosa è l’ingiustizia, l’ineguaglianza, la violenza, la malafede, l’egoismo e la protervia che scaturisce dal e nel, sistema occidentale. Ci è rimasto inevaso il perché di questo paradosso ed a caccia di questa mancanza che forse sottende quell’enigmatica assenza, ci muoviamo in queste due ulteriori parti.

IL PESO POLITICO DELLA SINISTRA OCCIDENTALE.

Quanto a critica dell’assenza della sinistra, si dovrebbe intendere il testo di Losurdo come una critica rivolta alla sinistra intellettuale che non è la sinistra politica. Se si fosse dovuto analizzare l’assenza della sinistra politica, forse sarebbe stato necessario un secondo volume o anche più. Noi procederemo quindi analizzando un punto solo della sinistra politica, un punto che però riflette come una piccola porzione di frattale, tutto il resto. Prendendo la dimensione europea (elezioni per il Parlamento europeo)  come sistema di riferimento, l’insieme della sola sinistra radicale, dal picco raggiunto alle prime elezioni del 1979 in cui superò di poco il 10% dei suffragi è scesa fino a dimezzarsi nel 1994 (risentendo della liquefazione sovietica) per poi oscillare tra questo pavimento e un poco più, poco meno, del 7%. Si noti che nelle ultime elezioni europee del 2014, aggiornando i dati alle informazioni che ci danno sondaggi recenti, le due colonne dello schieramento, Podemos in Spagna e Syriza in Grecia, ancorché manifestarsi in salute proprio laddove più aspre ed evidenti sono le condizioni fallimentari del sistema economico-politico dominante, colettano una varietà di soggetti estremamente eterogenea: comunisti, socialisti, indipendentisti, femministe, ecologisti e benicomunitari, nonché una certa parte della sfuggente entità “movimenti” . GUE-engNel gruppo parlamentare GUE/NGL, la componente “verde” è ben forte per tutte le realtà del Nord Europa e si trovano anche non meglio precisati “democratici”, anti EU, laburisti non britannici e ben due partiti animalisti. La frammentarietà di questi soggetti e della coalizione a cui danno vita è semanticamente sottolineata dall’abbondanza di: fronte, blocco, unione, alleanza, movimento, coalizione, plurale come nomi dei singoli progetti politici. Questi nomi e le forme sottostanti, dicono di un atteggiamento che più spesso è difensivo, resistenziale, oppositivo, una fusione di resistenti “contro” che avrebbe più di un imbarazzo a confrontarsi al suo interno per decidere un “per”. L’intera sinistra radicale europea, è stata per trentacinque anni di poco (in alcuni casi “non di poco”) inferiore come dimensione complessiva, rispetto allo schieramento ideologico che si definisce schiettamente “liberale”.  In pratica sinistra radicale sta a liberali (i primi essendo meno dei secondi) come socialdemocratici stanno a popolari (i primi essendo meno dei secondi) stante che socialdemocratici sono da tre a sei volte, più grandi della sinistra radicale. Questo dato di minoranza è aggravata dal computo delle altre posizioni: conservatori, destre, eterogenei inclassificabili ed un residuo non indifferente di “non votanti”. La sinistra normale, la demo-socialdemocrazia , dal 1979 al 2014, è stata più spesso sotto il 30% dei suffragi complessivi, che non sopra. Con approssimazione (generosa) possiamo stimare in 2% la sinistra non votante (antagonisti, anarchici, rivoluzionari duri e puri etc.).

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Nell’orine da sinistra (rosso scuro) a destra (azzurro): SINISTRA RADICALE – SOCIALDEMOCRAZIA – VERDI – INDIPENDENTI – LIBERALI (giallo) – POPOLARI (azzurro)

Sinistra” in Europa, negli ultimi trentacinque anni, ha complessivamente pesato intorno ad un 40% (più spesso meno che di più), stante l’estrema eterogeneità di una categoria che tale si può definire ben a fatica considerando da un lato un black block tedesco e dall’altra i prossimi confluenti di Scelta Civica nel PD italiano. L’ 80% di questa frammentata ed eterogenea minoranza, è data prevalentemente  da socialisti francesi e democratici italiani che quanto a fiancheggiamento imperial-coloniale e neo-liberismo ben temperato non sono secondi a nessuno e da laburisti e socialdemocratici che seguono a ruota stretta. L’analisi della tristissima situazione della sinistra italiana, il caso macroscopico dello smottamento centrista del PD e quello microscopico che somma Vendola-Ferrero  e il vasto giardino delle particelle sub-atomiche la cui resistente ontologia è un mistero tanto impenetrabile, quanto insignificante, ce la risparmiamo. Si potrebbe ed anzi si dovrebbe a questo punto fare anche una analisi dei movimenti, dei fermenti, delle lotte concrete, ma questo non è un trattato di analisi politica. Ad occhio però, non ci sembra che questo sottostante sia poi molto più ampio della forma politica delegata e dove lo è o è stato, ci sembra che in tempi rapidi la forma politica delegata vi abbia corrisposto. Infine come nota metodologica, trentacinque anni, sono in range temporale affidabile per considerare un fenomeno politico nella sua sostanza dinamica.

Cosa ha portato la sinistra socialdemocratica sempre più verso il centro, la sinistra radicale ad essere pulviscolare e complessivamente assai leggera e condizionata oltretutto da una eterogeneità che si tiene in piedi solo per generosa addizione di vaghe scontentezze e cosa ha portato la sinistra di movimento a non avere sorte migliore che non un episodico e discontinuo pullulare qui e lì, su una non meno eterogenea lista di temi sulla quale ha registrato più sconfitte che vittorie ? Perché questa parte politica di minoranza tale è rimasta per più di trent’anni e soprattutto in tempi più recenti ove la teoria di mondo alla quale corrisponde la parte politica maggioritaria si sia manifestata fallace, stante la sequenza di crolli sistemici verificatisi dal 2008-2009 ad oggi?

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TESI.

La nostra tesi è sostanzialmente che la sinistra non ha una teoria di mondo. Non ce l’ha nel senso che quella che ha non è adeguata al mondo che ha in oggetto. Non avere una teoria di mondo significa non avere un preciso ed efficace sistema analitico, non aver un obiettivo strategico e da ciò non poter dedurre una sequenza progressiva di obiettivi tattici. In sostanza, la sinistra è assente perché è il pensiero che guida l’azione, l’azione dovrebbe modificare ed affinare il pensiero che la orienta, tale pensiero dovrebbe avere un obiettivo chiaro e concreto (strategia) da cui dedurre la sequenza degli obiettivi intermedi (tattica), inclusi modi ed alleanze per seguire la rotta per giungere lì dove si voleva arrivare. Dagli sbandamenti ideologici segnalati da Losurdo, all’inconsistenza numerica della sinistra radicale, fino alla sudditanza mentale della sinistra normale[1],  la nostra diagnosi è che un pensiero confuso porta ad una politica inconcludente. Quella della sinistra è una crisi ontologica segnalata dall’impossibilità di rispondere convintamente e concretamente alle tre domande critiche: come spieghiamo il mondo?  in cosa possiamo sperare?  cosa dobbiamo fare?[2]

Non avendo una teoria di mondo alternativa ed esistendone nell’offerta politica un’ unica versione, la versione dominante che possiamo dire capitalista, demo-liberale, neo-liberale, econo-utilitaristica,  versione che è teoria e prassi, struttura e storia, versione che finisce con l’identificarsi con l’occidentalità in quanto tale (pur essendo visibilmente e per lo più di matrice anglosassone), non si può andare oltre qualche confuso mormorio critico, qualche improvviso sprazzo di lucidità analitica, qualche contraddittorio essere contro ma anche a favore. L’essere associato nel mondo ha bisogno di una struttura e questa riflette e si riflette in una teoria[3], se vogliamo sostituire questa struttura con un’altra, occorre una teoria adeguata. Una sinistra smarrita, afasica e confusa non catalizza certo la fiducia e l’attenzione di tutte le sue potenziali componenti molecolari  e non partendo il processo di catalisi, pur esistendo una sinistra “in potenza”, non esiste una sinistra “in atto” ma una sinistra impotente e frigida, il che si converrà, è assai poco sexy, cioè non attraente.

Dovremmo ora giustificare la nostra diagnosi. Poiché il problema è sia grosso, che complesso, che storico (cioè di medio-lunga durata) il coraggioso lettore, dovrà considerare che l’autore del ragionamento non potrà andare oltre una sequenza di punti assai condensati. Proveremo cioè a dipanare la struttura delle principali ragion per cui diciamo ciò che abbiamo detto, ma sarà un tentativo di struttura ed una struttura per lo più nuda. Ne conseguiranno possibili arbitrarietà, imprecisioni e (spero solo apparenti) superficialità. Si fa un passo alla volta, sperando che questo possa essere un primo passo e non un passo falso.

LA TEORIA DI MONDO DELLA SINISTRA ASSENTE.

Una teoria di mondo, nella sinistra assente, certo esiste ed è quella di Marx. Da qui partono tre linee, il pensiero di Marx (marxiano), le linee di pensiero da esso derivate (marxiste), una costellazione esterna di temi non originariamente trattati né da Marx, né -per lo più- dai marxisti ma sopravvenienti nei tempi successivi. Parallelamente dovremo intersecare questi tre filoni con le nostre tre domande sulle finalità che implicano una comprensione ed una azione nel mondo,  per segnalare come e dove si siano formate mancanze, fraintendimenti, insufficienze affinché la diagnosi critica sia rivelatrice di questo disallineamento tra teoria ed il suo oggetto: i rapporti sociali tra gli uomini che danno vita a sistemi immersi in un mondo comune. Condurremo l’analisi attraverso una revisione di singoli punti critici per formulare le risposte alle nostre tre domande.

Come spieghiamo il mondo ?

Una revisione dei capisaldi costruttivi la nostra teoria di mondo dovrebbe re-impostare la nostra definizione di mondo nelle sue coordinate spazio-temporali, quella di uomo e il metodo generale che usiamo per le nostre analisi e le nostre sintesi.

Il “nostro” mondo non può che non essere l’Occidente nell’età moderna stante che l’Occidente è particolare e non è un universale, così il “moderno”. In Marx ci sono conoscenze e considerazioni che avrebbero anche potuto portare ad ulteriori specificazioni, quella che corre tra continentali e “inglesi”, oggi anglosassoni, e quella che intercorre tra continentali latini e nordici, ma il nostro mondo, che non è più quello di Marx, è fatto da un altro Occidente. Un Occidente che vede gli Stati Uniti, in parte assimilabili ai britannici nella categoria “anglo-sassone”, a guida di una civilizzazione europea in senso euro-continentale, greco-latina nell’origine specifica. copc45Gli strappi che si sono prodotti tra questa origine greco-latina, la successiva trasformazione euro-continentale, la successiva trasformazione anglo-europea e quella finale forma anglosassone-continentale che  è oggi la sostanza del termine “Occidente”, esistono nella sostanza reale ma non sono visibili nelle teorie di mondo. Né in quella critico-marxista (capitalismo generico), né in quella dominante-liberale (democrazie di mercato generiche). Il concetto di capitalismo, finisce così col diventare un po’ astratto in quanto il suo concreto è la forma intera del modello e della sua attualizzazione in specifici e differenti costrutti geo-storici. Esiste una differenza storicamente rilevante tra l’Occidente anglosassone e quello continentale, differenza che si riverbera nei diversi sistemi socio-economici a matrice liberal-anglosassone, renana-scandinava, franco-italiana (stante che esiste poi anche una differenza geostorica significativa tra il sistema francese e quello italiano), giapponese. Non dettagliare il concetto nelle sue versioni geostoriche, comporta una genericità che fallisce nella descrizione e quindi nelle diagnosi di parti di mondo che sono differenti giungendo così ad una prima semplificazione[4]. Poiché un problema centrale che più volte rileveremo in questa veloce analisi è proprio un difetto di complessità tra mondo e sua teoria, queste semplificazioni vanno sottolineate soprattutto nelle loro conseguenze. Una prima conseguenza ad esempio, è anche quella di ritenere “capitalismo” una forma disincarnata dai concreti contesti, nel senso che le economie capitaliste hanno certo qualche cosa in comune ma anche molte differenze e che queste differenze riflettono paesi piccoli e grandi, costieri o dell’entroterra, isolati o continentali, dotati o meno di energia, dotati o meno di materie prime, con questa o quella cultura e tradizione, paesi capitalistici che controllano altri paesi capitalistici limitandone lo sviluppo, agricolo-industriali o basati su i servizi, etc. . Così non si vede anche che la prima opportunità del cambiamento sarebbe quella di separare ciò che le élite capitalistiche (che in parte non hanno differenze ed in parte le hanno ma non ne sono consapevoli ) tendono a considerare un unico,  il far emergere la prima frattura, quella tra Occidente anglosassone ed Occidente euro-continentale[5]. L’Occidente anglosassone è irriformabile. Se cambierà lo dovranno cambiare gli anglosassoni, facendo i conti con vari strati del loro passato che affonda le radici nell’antichità dei popoli barbari pre-romani[6]. L’Occidente continentale ha invece non meno problemi ma più possibilità, poiché è proprio la sua radice continentale che ne determina non solo la differenza ma le future condizioni di cambiamento. E questa divisione degli occidenti, non solo darà ai continentali maggiori possibilità di cambiamento, non solo formerà le migliori condizioni per un pianeta multipolare ma aiuterà anche gli anglosassoni a fare i conti con la propria storia ed il proprio futuro, una volta che rimarranno riquadrati all’interno del loro specifico. La divergenza degli interessi tra Europa continentale ed ambiente anglosassone si manifesta oggi in molti modi: dall’Ucraina, alle relazioni con Russia-Cina, con i BRICS, con il Sud America, con l’Africa, con il problema medio-orientale, con le presunte convenienze del trattato TTIP, con una differente confidenza e propensione nell’uso della guerra. Un istituto come la NATO mantiene un accoppiamento strutturale (via sottosistema militare) che condiziona la libertà di tutti gli altri sotto-sistemi. La stessa “sinistra” è un concetto che, per quanto malconcio, esiste qui e non esiste lì.

Una seconda conseguenza di questa definizione astratta di capitalismo è che non si rendono sempre evidenti le dipendenze strutturali che il capitalismo occidentale ha col resto del mondo, da cui la secolare storia coloniale, schiavistica ed imperiale, proprio quel tema che Losurdo denuncia come luogo in cui la sinistra è assente cognitivamente e politicamente. 31XuOkfX7dLOsservare questa dipendenza strutturale renderebbe poi immediatamente chiaro quali sono i problemi di imput ovvero l’assurda pretesa di questo sistema-macchina di incrementare la fornitura di imput di energia e materia al crescere della sua produttività e del sistema umano a cui si riferisce. La popolazione occidentale, ai tempi di Marx, era di 300 milioni e rappresentava un 25% del mondo, quarto che era incomparabilmente più sviluppato e quindi più “forte” del resto del mondo che doveva/voleva controllare per assicurarsi gli imput e relativi mercati. Oggi assomma a 1200 milioni[7] (ha cioè un incremento relativo rispetto a se stessa di un fattore quattro (a cui si dovrebbero aggiungere gli incrementi di produttività e consumo) che però è diventato un poco più di un 15% (in realtà è anche meno) di mondo e non ha più quel controllo dominante sul suo esterno. Il sistema-macchina occidentale quindi richiede più imput in forme geometriche stante che il suo peso nel mondo si è ridotto e si è ridotta la distanza competitiva con le economie non occidentali. Basterebbero queste considerazioni a reimpostare molte analisi sulla crisi attuale, sulla sua genesi, sulle sue ragioni. Purtroppo, sia l’economia teorica dominante che da questione di filosofia morale è diventa una fisica  degli scambi, sia quella critica che continua a ritenere il capitalismo un sistema che non ha entrate ed uscite, luoghi e tempi concreti (alla faccia del suo vantato “materialismo”), congiurano a tenere questo ente, in un limbo meta-fisico. La lotta tra i mondi, Occidente vs Resto del Mondo, interessi anglosassoni vs interessi continentali, quelle del continente settentrionale vs quelli di quello meridionale da cui la spaccatura oggettiva dell’Europa-euro,  Impero vs emancipazione dal neo-colonialismo, guerre, Est vs Ovest e Nord vs Sud, ecologia vs sviluppo,  imperialismo culturale e multiculturalismo, geopolitica, guerra delle valute e tante altre cose che animano le nostre cronache, diventano così difficilmente inquadrabili e comprensibili, cioè spiegabili dentro una teoria di mondo. In termini teorici, il capitalismo occidentale è un ente non sufficientemente dettagliato, di cui non si notano le contraddizioni interne di composizione e gerarchia, non geolocalizzato, osservato sempre e solo al suo interno come se non avesse una dipendenza strutturale col suo esterno. Dare per omogeneo un ente (sopprimendone la costituzione in parti) ed eliminare le sue dipendenze esterne (tagliandone le linee di interrelazione strutturale) è il modo migliore per semplificare qualcosa di altrimenti assai meno definito, ed assai più problematico, qualcosa di assai “più complesso”.

Sempre all’interno della definizione spazio – temporale, oltre alle incertezze sulle coordinate spaziali, ci sono poi quelle sulle coordinate temporali. Qui, la questione centrale è data dalla definizione che diamo del concetto di modernità. 978880621390MEDIn ambito dell’immagine di mondo liberal-marxista, la modernità è quella del XIX° secolo, ciò che è prima ne è una preparazione, ciò che è dopo ne è uno sviluppo conseguente. I contributi provenienti soprattutto dall’analisi storica della scuola francese, (Scuola degli Annales, F. Braudel), ci hanno reso chiaro che modernità inizia in realtà nel XV° secolo ed è una forma che assolve, mentre dissolve quella medioevale. Questo passaggio epocale non ha niente di rivoluzionario, in realtà è una lunga dissolvenza incrociata tra vecchio e nuovo che durerà dai due/tre (Inghilterra), quattro (Francia e molto dopo Italia e Germania) secoli. Quando ci saranno le rivoluzioni borghesi (che sono solo due, quella inglese e quella francese di un secolo successiva), queste non faranno altro che far saltare un tappo, stante che la fermentazione che aveva creato la pressione tra il contenitore ed il contenuto, ha lavorato per decenni prima di giungere al suo esito così rumoroso e romantico.   Qual è l’origine, la tempistica, la complessa dinamica  di questo epocale cambiamento? La borghesia è la popolazione dei borghi, ma i borghi si affermano in Italia nell’anno 1000, perché questa borghesia comincia ad affermarsi strutturalmente quattro secoli dopo e solo dopo altrettanti, giunge a conformarsi come sistema dominante, andando a coincidere per altro con una ben specifica classe che non è più la generica popolazione dei borghi? Molti guai derivano dalla compressione di questi processi di lunga durata in un istante storico (la rivoluzione), tra cui la convinzione che il cambiamento è nell’istante storico e non nei complessi processi di lunga durata. In una parola, è il tipo di teoria del cambiamento che rende fallace quelle teoria di mondo che ospita la rivoluzione come marcatore del cambiamento stesso. Le forze del cambiamento si accumulano secondo una logica che è  la stessa dei quanti e del potenziale d’azione nei neuroni e di molti fenomeni naturali ed umani (scienza normale e rivoluzionaria nell’epistemologia di T. Kuhn ad esempio) che oggi conosciamo molto meglio di un secolo e mezzo fa, queste forze procedono progressivamente e cumulativamente. L’esplosione del cambiamento ci sembra “improvviso” ma ha una preparazione in realtà molto lunga. Non ha senso quindi la storica diatriba tra cambiamento progressivo e cambiamento saltazionista poiché è il lungo lavoro del primo che porta al secondo.

Insomma, dovremmo forse rivedere le nostre categorie analitiche con le quali definiamo lo spazio ed il tempo dell’oggetto – mondo di cui tentiamo la comprensione al fine di offrire una spiegazione come parte di una teoria mondo in grado di orientare la presa di coscienza e la conseguente azione trasformatrice. copertina-lange-iiTale revisione profonda, andrà ad intaccare la struttura semplificata e semplificante dello stesso materialismo storico. I fatti geostorici che abbiamo segnalato sono tutti fatti materiali, lo sono gli stati-nazione, le dinamiche dei loro interessi materiali che li portano a competere in parte senza guerra, in parte con la guerra, l’energia  e la materia (la prima virtualmente infinita se si accede a quella solare, la seconda invece finita)  che deve alimentare la macchina di produzione e scambio, gli output ovvero i rifiuti e l’entropia, l’aggressione ambientale e gli effetti di retroazione,  la numerica della popolazione che chiamiamo demografia (censurata dai marxisti ab origine, convinti che la dimensione del sistema non sia un problema e lo sia solo perché il capitalismo agisce in logica di scarsità, cosa abbastanza vera sul pianeta di un secolo e mezzo fa, molto meno vera oggi), sono tutti fatti ultra-materiali che non si trovano né nel materialismo storico, né nella teoria liberale. E non è un caso, perché questi condizionamenti materiali, nella metà dell’800 non si avvertivano e poiché la teoria di mondo è parte dell’apprendimento del proprio tempo col pensiero, a tempi determinati in un modo corrispondono pensieri determinati in quel senso, cambiano i tempi, dovrebbero cambiare anche i pensieri, soprattutto la struttura o sistema che li connette in una architettura del pensiero. Comparando teorie del 1100 e fatti del 1250 per attenerci al solo fatto temporale, cioè avrebbe un significato, se la facessimo su teorie del 1500 e fatti del 1650, questo scarto sarebbe più sensibile.  A nostro avviso, per la natura quanti-qualitativa dei cambiamenti occorsi nel mondo tra 1850 e 2000, questo disallineamento diventa drammatico. Curioso che questa implicita credenza nell’intemporalità delle idee si mostri nel sistema di pensiero (il marx-ismo) che più di ogni altro ha assunto la Storia ed il divenire, come propria componente analitica.

Dopo lo spazio-tempo con cui definiamo l’oggetto Mondo, dovremmo anche indagare la nostra descrizione dell’oggetto uomo che poi è un soggetto. Nell’approssimato ed inconcluso sistema marxiano, c’è una convinzione antropologica forte e c’è anche una rimarchevole sensibilità sull’antropologia, stante che pare che negli ultimi anni di vita, Marx venne rapito dalle indagini di Morgan e Maine, più che non curare il perfezionamento del secondo e terzo libro del Capitale che infatti vennero pubblicati postumi. Ma certo è che la successiva antropologia economica di K.Polany, quella di Malinowski-Mauss sul dono e la reciprocità, quella strutturale di Lévi-Strauss, quella anarcoide di Marshall Sahlins[8], ma più in generale tutto lo sviluppo novecentesco della materia[9], molto hanno cambiato delle nostre concezioni su noi stessi. I punti di crisi sulla faccenda, sinteticamente sono tre: 1) ruolo dell’economia nella strutturazione e dinamica delle società umane; 2) ruolo delle strutture e delle sovrastrutture soprattutto la relazione tra questi due momenti nell’ordinamento del sistema sociale; 3) fuoriuscire dalla dialettica stereotipata dell’uomo individuale vs uomo sociale dal momento che pare incontestabile che l’uomo sia un individuo sociale, cioè sia individuale, sia sociale e che tra i due ordini non esista armonia prestabilita. Il primo punto si riflette a base di un certo economicismo che si fa fatica ad addebitare esclusivamente a gli epigoni di Marx. Tale economicismo è stato falsificato tra l’altro dagli studi di K. Polanyi che sono alla base della più generale falsificazione dell’homo oeconomicus la cui versione utilitarista è criticata ma resa come simmetrico contrario in versione “sociale”, da Marx stesso. copse3Questo genere “homo” ha ricevuto nell’ultimo secolo e mezzo, dozzine di diversi attributi: credente, abile, simbolico, sapiente, creativo-distruttivo, aggressivo e bellicista, egoista, empatico, altruista, spirituale, materiale, contemplativo, poietico e poetico, involucro per la riproduzione genetica, linguistica, epistemica, eretto, autocosciente-intenzionale, egalitario – gerarchico, parlante, sacro e via così. Facciamo pace con questa pluralità ed assumiamola come costitutiva della nostra complessità intrinseca, complessità che si mostra in diverse configurazioni a seconda delle lenti gnoseologiche che adottiamo, a seconda del frame di realtà e di tempo che indaghiamo. Così per l’ intero che è la società, dotata di regolamenti immateriali e materiali, di strutture economiche che però sono anche politiche e di sovrastrutture di sistemi di pensiero e concezioni del mondo e dell’oltremondo, stante che abbiamo anche quel “piccolo problemino” di esser l’unica specie che sa della sua certa morte. E così anche per quella nostra “insocievole socievolezza”, quel “disagio della civiltà[10] di un genere che vagava a gruppetti di 10-12 in una area poco più grande del Molise e dopo qualche decina di migliaia di anni, si trova in quella stessa area a vivere in più di venti milioni come a Singapore. Periodo che tra l’altro non è sufficiente, neanche in teoria, a presupporre una cambiamento bio-genetico della nostra struttura interna, tale da postulare una perfetto adattamento psico-biologico alle mutate condizioni del mondo in cui siamo immersi. Così Grozio, Hobbes, Locke, Marx, Bentham sono elementi interessanti per una genealogia del sapere ma per favore, non scambiamo questa proto-antropologia filosofica con la ricchezza del nostro sapere contemporaneo, che poi è sempre una frazione di quel fantasma imprendibile che è la Verità della cosa in sé.  Insomma c’è da mettere mano pesantemente alle nostre idee su Io (uomo) e Mondo, nonché sulle loro inestricabili interrelazioni. Quindi sulla struttura stessa di ciò che fa una teoria di mondo.

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Panopticon

Manca ancora un punto al nostro critico elenco delle revisioni: come pensiamo. Non solo come pensiamo le parti e le interrelazioni dell’oggetto principale che è il contenuto della teoria di mondo, ma il “come pensiamo” nelle sue forme. Uno degli scandali meno notati della ricezione del pensiero di Marx è che colui che criticava la divisione del lavoro non poteva che implicitamente ribellarsi anche a quella dei saperi. Ci sono diversi aspetti nel pensiero di Marx, c’è antropologia prima che questa diventasse una disciplina affermata, c’è sociologia che egli stesso ha contribuito decisivamente a fondare, c’è storia che segue le orme di Hegel ma non solo, c’è economia politica, c’è un abbozzo di quello che poi diverrà teoria delle idee, c’è molta politica, considerazioni giuridiche implicite ed esplicite, c’è sensibilità filosofica e giornalistica. Tutto questo è fuso nel suo -Io penso- ed è il motore della sua innovazione teorica con ambizioni di trasformazione pratica di ciò che interpretava. Dov’è il cuore di questo approccio in ciò che è seguito? Semplicemente non c’è! C’è una sequenza di dotta ignoranza mono-disciplinare che ha introiettato il modello smithiano – liberale (si ricordi che la divisione dei saperi è teorizzata da A. Smith a seguire la descrizione di quella del lavoro resa nella celebre apertura della Ricchezza delle nazioni sul case-history della fabbrica degli spilli) della separazione, della frammentazione, della riduzione, della semplificazione ultra determinista. Da questo caleidoscopio panoptico in cui i punti di vista sono nelle celle e il guardiano centrale è dato dalla resa produttiva specialistica del pensiero unico ordinato dall’economico, si ripetono da decenni stanche analisi in linguaggi incomprensibili che si perdono in pezzetti di pezzetti, nel contrario esatto del “il vero è il tutto” che non è il “tutto è il falso”[11] di Adorno ma il “vero è la parte”. Meglio se piccola, non interrelata, priva di traiettoria temporale.

La ragione di questa mancanza che una volta tanto, non è in Marx ma nei marxisti, così come in tutte le altre forme di sistemica delle idee dell’Occidente (e non solo) sono diverse e complicate. Molte attengono alla storia del pensiero (filosofia) ed alla sequenza – scuola del sospetto – diaspora delle nascenti scienze umane fine ‘800-primi ‘900 – iperspecializzazione delle scienze dure. Specializzazioni scientifiche che allacciate alle tecniche hanno ricevuto una impressionante sequenza di feedback di successo concreto (l’enorme mole di innovazioni materiali degli ultimi due-tre secoli) tanto da diventare il paradigma del concetto stesso di verità, che l’Occidente cerca di possedere dai tempi di Socrate. 5610938_302827Addirittura si è arrivati ad incolpare Hegel del fatto che l’idea che il pensiero è sistema[12] (idea per altro già presente in Kant[13]) portasse in conseguenza ai totalitarismi novecenteschi, giudizio che sebbene proferito da cultori della scientificità (si pensi a Popper ma anche ad Hayek)  ha in sé una forte componente “magica”[14].  Purtroppo, questa autentica corbelleria è stata introiettata anche da certa sinistra post-moderna, oltre che dalla lunga stagione di una filosofia rapita dal linguaggio nel mentre in Occidente e poco fuori si sono prodotti il 95% dei morti di tutte le guerre degli ultimi tre secoli, tra i cento ed i centocinquanta milioni di esseri umani come me e te[15]. Il nostro unico e primo imperativo è biologico: vivi il più a lungo possibile, la seconda parte: ed al meglio possibile si pone solo dopo soddisfazione della prima. Centocinquanta milioni di fallimenti, originati dal cuore della civiltà occidentale il secolo scorso, come li giustifichiamo?  E dopo il post-moderno e la filosofia del linguaggio, si noti la logica, la filosofia analitica e quella estetica come uniche o prevalenti forme di pensiero riflessivo lungo l’ultimo secolo. Nel Novecento ci siamo sostanzialmente ammazzati nel mentre il pensiero si dilettava di analisi formali. Complimenti! Il fallimento adattativo che l’Occidente rischia oggi che si manifesta la fine della Modernità e l’inizio della Grande Complessità, è stato lungamente preparato nell’ultimo secolo. Pensiamoci prima che la tragedia si ripeti nella farsa del pensiero ma anche nella catastrofe della realtà.

Quindi, capitalismo è un ente vago che legge un fatto economico che è però anche politico, culturale e storico con dettagliate differenze tra aree stato-nazionali. Capitalismo occidentale è una macchina la cui sopravvivenza è dipendente da un’area molto più grande, che gli è esterna. Questo sistema è diventato un modo di stare al mondo in un percorso secolare e da allora, si è trasformato diverse volte. Le condizioni del suo sviluppo passato oggi non ci sono più o stanno rapidamente svanendo. La sua critica necessita una diversa antropologia e una diversa impostazione metodologica che possa portare ad un modello alternativo.  Se la parte interpretativa della nostra immagine di mondo, la parte che ci dovrebbe spiegare ed aiutare a spiegare ai nostri simili il mondo che viviamo ha i suoi problemi, anche le altre due, quella che dovrebbe contenere la nostra speranza e quella che dovrebbe guidare l’azione che è il ponte tra la diagnosi e la prognosi, ne ha. Li vedremo nell’ultima parte, la prossima.

(2/3)

[1] Un caso rivelatore è quello di Piketty ( T. Piketty, Il Capitale del XXI° secolo, Bompiani, Milano, 2014). Il voluminoso argomentare del francese è un compendio di dati e statistiche in favore di quel minimo di sinistra che è la semplice redistribuzione. Ogni forza di sinistra continentale, oggi, sembra vergognarsi di pretendere anche solo quel minimo, un minimo che poi nulla sarebbe di fronte a quel massimo di diseguaglianza nel quale siamo piombati. Mai come in quei dati, si rispecchia l’intuizione che alcuni movimenti spontanei ebbero della logica dell’1%, addirittura spiega il Piketty, quel 1% è spesso un  0,1%! Eppure, il niente. La sinistra normale è paralizzata dal suo esser scivolata nel canone liberale, quella radicale pensa che non valga la pena impegnarsi nella lotta per la redistribuzione perché il fine rivoluzionario strutturale è assai più nobile.

[2] Si noterà una certa affinità alle tre domande kantiane: Che cosa posso conoscere? Che cosa debbo fare? Che cosa posso sperare?. Il nostro: come spieghiamo il mondo? Si avvicina molto al cosa posso conoscere kantiano non certo come indagine sulle forme trascendentali del conoscere ma come formiamo la nostra teoria politica interpretativa, assiologia e normativa, sia nella sua forma rivolta alla critica esterna, sia nella su forma di relazione con l’azione trasformatrice, sia nella preparazione all’accoglimento trasformativo degli output ottenuti dal contatto col mondo e con la nostra vis trasformativa. Il nostro: in cosa possiamo sperare? è la definizione di una utopia concreta o reale, viabile, funzionante sebbene non immediatamente a portata di mano. Il nostro: che cosa dobbiamo fare? dovrà riempire lo spazio tra la teoria e l’obiettivo strategico finale, il telos, orientando ad una pratica politica flessibile ma ben direzionata. L’indagine su queste due ultime domande verrà svolta nella prossima parte.

[3] Su i rapporti tra struttura e sovrastruttura per usare due categorie marxiane, si dovrebbe indagare a fondo. I rapporti tra i due sistemi, sono assai complessi di quanto detto nell’Ideologia tedesca, libro che né Marx, nè Engels ritennero pubblicabile, tanto da uscire nel 1932. Quantomeno, essendo questa una semplice nota, si può dire che sono osmotici. Idee si condensano in prime immagini di mondo che guidano l’azione umana le cui realizzazioni pratiche si riflettono su quelle immagini di mondo che portano ad un diversa azione e così via, senza che si possa dire nella Storia, se si inizi prima con le idee o prima con i fatti.

downloadn89l[4] L’entità “libero mercato” ad esempio, non solo è stata storicamente una assai breve parentesi della storia economica dell’Occidente moderno (P.Bairoch, Economia e storia mondiale, Garzanti, Milano, 1998), ma come ebbe a notare un economista liberale ma tedesco e non anglosassone (F.List), una convenienza del sistema dominante, cioè britannica allora, americana oggi.

[5] Trattare il “capitalismo” come un ente generale e non nazionale, porta anche a non considerare la relazione strutturale che esiste tra sistema parlamentare cosiddetto “democratico” e quel tipo di economia. Questo porta a far condividere a liberali e marxisti, l’idea che il sistema economico abbia una potenza autosufficiente. Senza un ordine giuridico-politico che tra l’altro investe nel sistema e nelle sue infrastrutture materiali ed immateriali, vi riversa parte del prelievo fiscale, si dota di capacità offensive/difensive armate (polizie all’interno, eserciti all’esterno), stabilisce rapporti geopolitici, compensa le mancanze ed ultimamente, addirittura protegge dai fallimenti (cosa vietatissima ad esempio nel liberalismo teorico austriaco), il capitalismo occidentale non sarebbe mai nato, vissuto e sarebbe morto già da un pezzo.

[6] Si può contestare ad esempio il paradigma utilitarista in abito continentale. Farlo in ambito anglo-sassone, a me sembra una mission impossibile. Gli anglosassoni non derivano solo da Bentham, Locke, Hobbes. Fare un parlamento che decida sulle tasse è una loro esperienza storica già nel 1300. Ribellarsi al pagamento delle tasse ritenute illiberali è cosa del 1215 (Magna Charta). Il loro naturalismo pre-scientifico è cosa ancora antecedente e coartare la natura ai nostri voleri come fosse una prostituta è idea di un loro teologo francescano (R.Bacone). Ad Oxford, Aristotele (zoon politikon) non è mai entrato. Sull’antropologia degli anglo-sassoni, ancor prima di mettere piede in Britannia, si legga Veblen o il Marx della Forme economiche pre-capitalistiche.

[7] In realtà meno, dipende da come si fa il conteggio.

3094337[8] E’ proprio da questa antropologia successiva che nascono impianti diversi. Da Polanyi le teoria di riportare l’economia ad essere embedded alla società da cui le teorie democratiche e sul primato del politico sull’economico ma anche certo comunitarismo, da quelle sul dono proseguite da A. Caillé e il M.A.U.S.S. francese il vasto ambito del nuovo pensiero decrescista, dallo strutturalismo l’analisi sul potere sovrastrutturale ad esempio nell’episteme di M. Foucault, da quelle di Sahilins ad esempio l’anarchismo municipal-democratico di M. Bookchin che ben si riflette in certi “movimenti”.

[9] Può essere utile C.Hann, K.Hart, Antropologia economica, Einaudi, Torino, 2011

[10] L’”’insocievole socievolezza” è una definizione di Kant (Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, 1784). Il “disagio della civiltà” è il titolo di un libro di Freud (Il disagio della civiltà, 1929).

[11] T.W.Adorno, Minima Moralia, edizione 1954, pag.40, Einaudi, Torino

[12] Remo Bodei ha appena rieditato, aggiornandolo, il suo Sistema ed epoca in Hegel, col titolo “La civetta e la talpa” Mulino, Bologna, 2014. Conclude la sua Introduzione con un “Noi non abbiamo però alcun coerente sistema di idee che pretenda di orientarci a capire il nostro tempo” (pg. 17). Forse la civetta ha difficoltà perché non è il calar della sera, ma l’alba di un nuovo giorno. Forse dovrebbe comprarsi un paio di occhiali scuri e spalancare comunque i suoi occhioni, perché se non apprendiamo il nostro tempo col pensiero in fretta, questa volta, rischiamo grosso.

[13] Per Kant, si veda “L’Architettonica della ragion pura”, in CdRP, B 860.

[14] Può non piacere il sistema di Hegel ma questo non dovrebbe comportare l’abolizione del concetto di sistema. Per altro la forma “sistema” è consustanziale il cervello-mente quanto a materia, propria di ogni immagine di mondo di cui ognuno di noi, cosciente o meno, è dotato, altrettanto propria delle strutture che ordinano mondo. Se non si pensa il sistema, vuol dire che il sistema c’è ma è impensato che è poi l’affidarsi religioso in senso provvidenziale, al sistema del mercato, una sorta di religione del cargo.

[15] M. Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano, 2005

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COMPLESSITA’ e SINISTRA. (1/3)

9788843073542Mi aveva incuriosito il titolo dell’ultimo libro di D. Losurdo “La sinistra assente”[1]. Ho allora cercato di saperne un po’ di più su Internet e la curiosità è stata rinvigorita da alcuni commenti e da alcune finestre sul testo, tra cui una intervista all’autore. Ho allora scritto un articolo-recensione che poi si allargava a considerazioni personali su quell’assenza denunciata da Losurdo, considerazioni basate anche su un riferimento che l’autore aveva fatto al concetto del vero dell’intero (Hegel) nell’intervista, un concetto a me caro, dal momento che mi occupo di filosofia della complessità.  Ero piuttosto soddisfatto dell’articolo e stavo per pubblicarlo quando i  guardiani interni dell’etica del discorso mi hanno presentato l’ammonimento: non puoi parlare di ciò che non hai veramente letto. Mi ero cautelato scrivendo che le mie considerazioni prendevano spunto dal testo di Losurdo e non ne erano una diretta conseguenza ma i guardiani non hanno abboccato ed inflessibili mi hanno spedito in libreria a comprare ciò di cui volevo, anche se di rimbalzo, parlare. Ora ho quasi finito il libro, anticipando i capitoli finali che sono poi quelli più direttamente volti a contestare questa assenza ma mi rimane una mancanza.

La mancanza, che è una assenza, è che sapendo che l’autore è un filosofo, docente (emerito) di filosofia, mi ero immaginato che il titolo completo, il titolo concettuale, in realtà fosse: la sinistra assente, perché? Invece nel libro c’è sicuramente una interessante analisi – denuncia sull’assenza di presenza politica della sinistra su alcuni temi e su una immane confusione percettiva e categoriale, ma non c’è affatto quella interrogazione finale. C’è una indagine sull’effetto, ma non sulle cause di quell’assenza. Debbo quindi ritornare su ciò che avevo pensato di pubblicare per ragionare sull’assenza di quell’assenza poiché forse è proprio l’assenza di quella interrogazione riflessiva che spiega l’assenza principale.

cop4Caso vuole che contemporaneamente stia leggendo “Storia critica del marxismo” dell’eretico Costanzo Preve[2], da poco scomparso. Sebbene non condivida l’hegelismo-fichtiano di Preve, tolto ciò, mi trovo (molto) spesso del tutto d’accordo con i suoi non banali punti di vista. A pagina 33 della Premessa del suo libro, con la consueta franchezza e chiarezza, Preve, a proposito del sistema di idee del marxismo e ricordando che egli ha dedicato una vita allo studio non solo del marxismo ma anche della filosofia occidentale (e che era filosofo lui stesso), dice: “…non mi sono quasi mai imbattuto in sistemi di pensiero meno critici, e cioè più incapaci di introspezione. Al confronto le teologie prodotte dai francescani, dai domenicani e dagli stessi gesuiti appaiono modelli di capacità introspettiva”. Quell’assenza del perché diagnostico dell’assenza della sinistra, è figlio di questa paralisi alla riflessione introspettiva del marxismo su se stesso?

Per la verità Losurdo conclude il suo libro dicendo che ogni svolta storica impone un profondo ripensamento, una adeguazione alle mutate condizioni, solo che il soggetto a cui è indirizzato il saggio ammonimento sono le “forze politiche” non le “forze intellettuali” che operano nel campo del pensiero a cui si ispirano le forze politiche. Non è ben chiaro 683674-Hardt_Negri_IMPERO300-147x227come Losurdo pensi debbano essere i rapporti tra il pensiero e l’azione anche se a pagina 271, a chiusura di una sferzante critica che coinvolge dalla Camusso alla Rossanda, da Hardt e Negri a Žižek, da Latouche a Foucault, passando per Bobbio, Habermas ed Harvey, in un caso sporadico è coinvolto anche Agamben, cita il passo di una lettera di Marx[3]. In questa, un Marx venticinquenne, cinque anni distante ancora dai primi passi del Manifesto, dice che ogni progetto di trasformazione non può anteporre dei principi astratti alle lotte concrete. Per la verità, mi sembra che il passo di Marx dica che il “noi” che dovrebbe riguardare i promotori di un pensiero consapevole ed emancipante, dovrebbe affiancarsi a quelle lotte concrete e reali che sono l’energia del cambiamento e aiutare quei soggetti a prendere una coscienza più ampia e strategica del contro cosa e per che cosa lottano. Ricostruire la coscienza dell’intero appunto. Non dettare l’agenda quindi ma l’interpretazione delle contraddizioni. Si presume che questa interpretazione si fondi comunque su dei principi, no? Le svolte storiche comportano la revisione anche dei principi o i principi sono senza tempo? E fino a che punto di astrazione / concretezza lo sono?

Il momento del’autocoscienza è di per sé un movimento riflessivo, ma di nuovo, sembra che la prescrizione terapeutica valga solo dal pensiero all’azione perché questa pensi se stessa e le sue ragioni più ampie, non sia necessaria per il pensiero rispetto a se stesso, magari proprio dopo aver effettuato metà del circuito che dal pensiero porta all’azione, che debba tornare a ripensare se stesso dopo aver fatto il bagno nel reale. Sarebbe invece opportuno (e qui molti si scandalizzeranno, non forse per il contenuto ma per il nome del copb6pensatore) un circuito popperiano per il quale il tentativo di pensiero, alla verifica dell’errore nelle prassi o meglio nell’analisi dei risultati che le prassi danno come stato del reale e della loro capacità di modificarlo, torni su se stesso, auto-modificandosi. Questo circuito cibernetico che qualcuno potrà anche chiamare dialettico o autocosciente, il suo secondo tratto, il tornare criticamente su se stesso dopo aver verificato le conseguenze delle sue disposizioni, sembra sostanzialmente mancare nella tradizione marxista[4].

Quello che in effetti lascia interdetti, ogni volta che si ha a che fare con molti marxisti, è questo loro strano atteggiamento nei confronti di Marx, lo stesso atteggiamento che i musulmani hanno nei confronti di Maometto, l’atteggiamento che fa spesso del Capitale e del Manifesto una shari’a, del marxismo una religione del libro, i virgolettati degli hadit. Lo stesso Losurdo sembra teneramente compiaciuto nel sottolineare quanta genialità dovesse concentrarsi nella sfolgorante mente del pensatore di Treviri, se egli già venticinque anni, diceva tali “verità”. Questo culto della fonte originaria che poi si esprime nella storia di questa famiglia di pensiero con aspre lotte tra cleri che si disputano l’ermeneutica “vera” del testo scritto e di ciò che l’autore non ha scritto ma pensava, che è arrivata a produrre ostracismi dei diversamente interpretanti ritenuti più nemici dei nemici veri, che ha prodotto anche downloadm0oqualche innovatore come Lukacs (Korsch), Bloch, Gramsci, Althusser, i francofortesi, Arrighi ma sempre nella funzione di specificatori, di piccola modifica, di non esplicita conseguenza esplicitata, di sfumatura meglio precisata, di “avete capito male ed applicato peggio” quasi a salvare la Verità Testuale dalla corruzione applicativa, che ha condannato all’inferno Engels quasi fosse la sorella di Nietzsche[5], non ha pari. Imbarazzanti i casi di critica poi ritirata in autocritica di Lukacs ed Althusser. Insomma, molti marxisti sembrano caduti in un imperturbabile sonno dogmatico. Nessuno più si riferisce così fideisticamente ad un testo, né i darwinisti con Darwin, né i liberali con Smith, né i fisici con Newton o Galilei, né gli psicoanalisti con Freud, né più i cattolici con i Vangeli. Chi lo fa è, a ragione, detto fondamentalista (gli hanbaliti nella tradizione islamica, i neo-protestanti della Bible-Belt americana) il ché non è una bella compagnia per i seguaci di quella che è, per quanto eccezionale ed innovativa, “solo” una teoria critica powered by dialectic.

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Ma andiamo con ordine e ripartiamo dall’analisi di Losurdo che denuncia la grave assenza della sinistra, una sinistra tra l’altro non meglio precisata tra radicale e normale, italiana o europea o occidentale. La tesi principale, sintetizzata dallo stesso autore  è che la sinistra dovrebbe fare due cose: 1) contrastare le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e dei diritti all’interno delle singole società nazionali; 2) favorire la redistribuzione dei redditi che per altro sta avvenendo per propria dinamica, tra paesi di prima industrializzazione (Occidente) e paesi emergenti provenienti per lo più da una rivoluzione anticoloniale. Sul primo e sul secondo punto, soprattutto sul secondo, Losurdo registra una allarmante incosciente introiezione di schemi di pensiero neoliberale o semplicemente “occidentale” da parte di certa sinistra e non solo quella “normale” che sembra avviata verso un disgraziato posizionamento neo-liberale ed imperiale, cosciente e felice di esserlo ma anche di quella che si ritiene radicale. Perché di questo oblubinamento  forse è da ricercare in quella nuova potenza delle classi dominanti che non hanno più solo il monopolio dell’ideologia, verso la quale dovrebbe comunque esser omeopatica la capacità critica che ogni marxista ha in dotazione genetica ma anche il nuovo monopolio delle emozioni che la sofisticata macchina della società dello spettacolo dà loro. Quell’industria della menzogna che opera non stop come terrorismo dell’indignazione in regime di monopolio delle emozioni. A questa macchina pervasiva ed infernale, alcune menti di sinistra non resistono per mancanza di tempo negli approfondimenti, mancanza di lucidità, cedimento emotivo, confusione categoriale, debolezza in quell’autocontrollo che salvò Ulisse dalle sirene. Ne viene fuori la perversa introiezione di una mistica della libertà astratta che confonde Tienanmen con Robespierre, la teologia dei diritti umani con Toussaint Louverture, la democrazia delle élite con quella della Comune, la rivolta anti-fiscale con l’anarchismo generico, il dissidente filo-occidentale, filo-capitalista, filo-neo-liberale con l’eroe delle barricate d’Ottobre, le portaerei che stavano per bombardare Damasco con la Potemkin, Hayek con Bakunin, il pauperismo di certo conservatorismo religioso e medioevaleggiante con la decrescita,  lo Stato sociale col Leviatano, il Dalai Lama e Deng Xiaoping con Davide e Golia, la globalizzazione con le moltitudini insorgenti. E se nel frullatore del confondimento  cascano da Harvey a Foucault, figuriamoci gli altri.

SocietaSpettacoloLa sinistra occidentale, si mostra acriticamente prima occidentale e poi sinistra (talvolta) mentre dovrebbe riaffermarsi sinistra e basta. Sembra del tutto sfuggire la matrice imperial-coloniale dell’Occidente, una matrice che non è un accessorio, un epifenomeno come i pennacchi di San Marco, ma un costituente ontologico di necessaria funzionalità per il sistema. La lotta di classe sembra esser stata assorbita dalla lotta tra le nazioni, in omaggio ai principi della competizione planetaria e financo di una certa subliminale retorica dello scontro di civilizzazioni. Un femminismo asimmetrico simpatizza per le Femen e non s’avvede degli stupri etnici dei liberatori dei vari dittatori. Si confondono i Trattati di libero scambio come un omaggio a gli interessi delle multinazionali quando sono la formazione di un accoppiamento strutturale tipo NATO economica, operazione di ben più gravide conseguenze quali la difficile reversibilità. Non ci si avvede dei pericoli concreti di un terzo conflitto mondiale, magari atomico e sebbene motivi per riprendere e serrare le fila dei movimenti per la pace abbondino anche più di quanto si verificò con la guerra irachena, si palesa una inquietante “sinistra imperiale” che gioisce per la Libia, la Siria e chissà se anche per l’Ucraina. Paralizzati dalla paura di vedersi contrati dall’accusa di comunismo e sovietismo con tutto ciò che questo comporta per la sensibilità della libertà, della giustizia, della democrazia, del pluralismo, ormai valori introiettai in quanto “occidentali”, certa sinistra si fa più realista del re, perde il coraggio dell’autonomia, diventa succube del titillamento emotivo manicheo e semplificante che i bombardieri multimediali del Grande Fratello dei Valori,  ammanniscono h24. Proprio cadere vittime di semplificazioni è forse il dato più grave, poiché come nota intelligentemente qui Freccero, mano a mano il mondo si fa più complesso, la narrazione pubblica mainstream si fa mano a mano sempre più sincopata, manichea, impressiva, ultra-semplificata. Va de se che in questa divergenza “l’intero” si strappa in coriandoli di senso e di conseguenza il “vero” perde ogni condizione di possibilità.

C’è da dire che Losurdo è un finissimo conoscitore della mentalità liberale[6] il che, lo dico per esperienza diretta, è un titolo di merito assoluto. copb78mLa fatica emotiva che compie lo studioso nel doversi sorbire pagine e pagine di teorizzazioni provenienti da menti aliene così come capita quando si deve leggere da B.Constant ad F.Hayek, per non parlare degli anglosassoni che ad un certo punto sono anche divertenti tanto quanto sono talvolta assurdi, è un prezzo che si paga alla necessità di compenetrarsi nell’altrui logica, nella conoscenza approfondita dell’Altro. A questa conoscenza senza dubbio sofisticata, Losurdo ha accoppiato una non meno brillante conoscenza della nuova comunicazione, della psicologia argomentativa delle nuove tecniche di persuasione, della nuova capacità di colonizzare non solo l’immaginario come afferma Castoriadis, ma l’inconscio, la sala macchine da cui le emozioni dirigono i confini della ragione e la cifra dei giudizi. E questo secondo merito è per altro cosa abbastanza rara nella tradizione marxista contemporanea anche se è presente in altre impostazioni di pensiero.

Concludo questa seconda parte del nostro discorso dicendo che personalmente concordo più o meno con quasi tutto ciò che qui abbiamo riportato come contenuto della fatica editoriale del nostro e manifesto anche un certo entusiasmo per tesi che non è facile copc5nreperire nel dibattito pubblico come l’indignazione per gli stati canaglia del Golfo o la perplessità per come si analizza e giudica la Cina in certi ambienti di pensiero che dovrebbero essere un po’ più accorti nel parlare di cose che forse non si conoscono così bene come l’assertività di certi giudizi pretenderebbe. Un certo “occidentalismo” aleggia anche in menti insospettabili[7]. Il libro è per lo più una ragionata analisi critica dello stato del potere imperiale e neocoloniale a guida americana in cui si fa emergere l’assurdità di una sinistra spesso embedded il flusso dei giudizi mainstream, più a destra di molte fonti giornalistiche e teoriche che di sinistra non sono. Una sinistra arruolata in questo nuovo monoteismo dei valori che è il corpo portante di un’occidentalità assediata, un’occidentalità che diviene sempre più rabbiosa, rissosa e canaglia viepiù perde le condizioni di possibilità che ne hanno fatto il successo degli ultimi due secoli.

Detto ciò, però, riprenderei l’interrogazione principale: perché tutto ciò? Perché proprio qui, nel fatidico spazio – tempo in cui una sinistra dovrebbe trovare le sue migliori condizioni di possibilità, si manifesta invece un buco ontologico, una assenza?

A questo interrogativo cercheremo risposte nella prossima parte.

 

[1] D .Losurdo, La sinistra assente, Carocci, Roma, 2014

[2] C. Preve, Storia critica del marxismo, La città del sole, Napoli, 2007

[3] Lettera ad A.Ruge, Marx-Engels, 1955-1989, vol. I, p.345

[4] Mi sembra che Preve imputi questa mancanza in Marx, al fatto che troppo presto abbandonò l’elaborazione filosofica del suo pensiero. La biografia intellettuale del tedesco, conferma che dopo gli studi in Germania, egli fu ben presente nel nascente movimento politico, soprattutto nel soggiorno francese e che intellettualmente, fu rapito dal percorso di svelamento dell’economia politica che però, contestualmente, egli dovette studiare a fondo nel soggiorno londinese. Il tutto, avendo poi in proprio elaborato i fondamenti dell’analisi sociale da cui la successiva “sociologia” ed essendosi impiegato nella ricerca storica ed antropologica, oltre a rimanere in contatto con le vicende del nascente movimento comunista. Infine, continuò a svolgere l’attività giornalistica e quella di polemista in lotta con tutti i diversi punti di visti che un movimento politico-ideale produce soprattutto al suo impetuoso inizio.

[5] Ci si riferisce all’annosa questione della gestione post-mortem del lascito intellettuale di Nietzsche che alcuni (da M. Montinari in poi ed a partire dalla raccolta postuma “La volontà di potenza”) ritengono esser stato manomesso dalla sorella che aveva forti simpatie ed interessi con il nazismo. Da ciò la “leggenda nera” sul tedesco che una ermeneutica più ragionata ha cercato di dissipare. Nietzsche è un caso assai complesso de “il vero è l’intero”, tant’è che abbiamo un Nietzsche anarchico, uno aristocratico, uno addirittura metafisico (secondo Heidegger), uno di sinistra ed uno di destra e diversi altri. La forma espressiva ad aforismi, come spesso accade in questi casi, aiuta il formarsi di questo caleidoscopio dell’interpretazione che però è anche dilatato dal doppio percorso parallelo tra lo svolgimento della riflessione nel tempo e il crescere del disagio psichico dell’autore.

[6] D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari, 2005

[7] La questione dell’occidentalismo meriterebbe una trattazione a sé. Credo che però ci sia una semplificazione, un occidentale -a mio avviso- non può che essere occidentalista. Il problema è riferirsi ad una forma chiusa, unica e monopolista del concetto. Penso cioè che la sinistra delle nostre parti, dovrebbe rivendicare un suo occidentalismo e non far finta di essere un universale che non è (tra l’altro, la pretesa universalistica in sé è uno dei fondamenti del canone occidentale dominante), da cui la ricaduta sistematica in un occidentalismo in cui non dovrebbe essere. Questa mancanza di una lucida autonomia concettuale, di una posizione che impone i concetti e non si fa dilaniare nei dubbi sullo schierarsi su coppie dialettiche imposte dai croupier del gioco, è un di cui del più generale tema che tratteremo in questa analisi a tre puntate.

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ONTOLOGIA DELLE RELAZIONI (6) : SISTEMA e STRUTTURA.

[Le altre cinque parti dello studio sull’ontologia delle relazioni si trovano qui: 1),  2),  3),  4),  5).]

Analizzeremo qui i rapporti di identità, somiglianza e differenza, tra la famiglia culturale sistemico – complessa e quella strutturale o strutturalista. La cosa è piena di insidie, sia perché la famiglia sistemico – complessa non è precisamente formulata, sia perché non lo è, cioè lo è in maniera plurale, quella strutturalista che oltretutto è animata da un certo numero di pensatori che rinnegano la loro stessa appartenenza a questa presunta famiglia.

Quest’ultimo fatto, potrebbe malignamente esser spiegato con l’origine francese di questa famiglia che non si sente tale. I francesi hanno una duplice propensione, da una parte tendono a ribattezzare nella loro lingua concetti già esistenti in modo che non è mai perfettamente chiaro se il ribattezzo è solo nominale o concettuale, dall’altra hanno una particolare idiosincrasia ad essere chiari e precisi nelle definizioni che danno, quando le danno. Più spesso amano la definizione in negativo, l‘essenza per differenza. Ne discende una difficoltà a sentirsi in appartenenza a qualcosa che è spesso vago e pieno di distinguo. La famiglia strutturalista canonica, almeno definita tale dagli storiografi delle idee, comprende de Saussure, Lévi-Strauss, Foucault, Lacan, Althusser (in cui il terzo è forse il meno organico), appunto, tutti francesi. Anche altri come il sociologo Durkheim, l’epistemologo Bachelard, lo psicologo Piaget, il linguista Benveniste, il semiologo Barthes, il linguista e semiologo Greimas, il filosofo Deridda, il critico letterario Genette sono tutti francesi e tutti orbitanti intorno al sistema di pensiero strutturale. Deridda per la verità, è catalogato come “post-s” assieme a Lyotard, Deleuze, Kristeva, chissà se e quanto strutturalisti, comunque francesi o tali per cultura. 605strutturalismoTra le vaste influenza strutturaliste si può annoverare anche il gruppo dei matematici francesi conosciuto con l’eteronimo -Nicolas Bourbaki-. La famiglia sistemico – complessa ha invece origini austro-tedesche, poi anglo-sassoni.

Inoltre, la famiglia sistemico – complessa ha una origine prevalentemente scientifica (fisico-biologica) ed al massimo epistemologica, mentre quella strutturalista ha varie origini: linguistica che ne è l’ambiente madre, etno-antropologica, psicoanalitica, filosofica. Per altro, quella sistemico – complessa nasce nella scienza ma si duole della separazione delle due culture[1], fino a promuovere una nuova alleanza[2] della conoscenza mentre quella strutturalista nasce nelle scienze umane ma rinnegando l’umano[3] e volendosi approssimare alla scienza pura.

Noi procederemo nell’analisi comparativa dal punto di vista filosofico, ritenendolo il più generale tra tutti i possibili ed in definitiva, il più pertinente ai fini della comprensione di quelle che in fondo sono “idee”.

ORIGINI.

de-saussure2

F. de Saussure

L’origine del pensiero strutturale è fatta risalire al celebre “Corso di linguistica generale[4] del linguista e semiologo svizzero (di cultura francese) F. de Saussure[5]. Saussure per la verità studiò in Germania a metà della seconda metà del XIX° secolo, periodo in cui l’utilizzo del concetto di “sistema” era in piena rinascenza (egli studiò a Lipsia, dove insegnava W. Wundt). Si consideri che la scuola di Brentano (di cui abbiamo parlato qui), opererà una decisa influenza sulla successiva ontologia di Meinong (il cui concetto di “complessione” è in fondo una struttura o un sistema strutturato), sulla psicologia della Gestalt che spesso è richiamata dagli stessi strutturalisti come fenomeno originario e sulla stessa formazione di Freud. La tripartizione dell’io freudiano e la definizione di inconscio saranno precedenti influenti per l’analisi strutturale.   Sta di fatto che Saussure (che com’è noto non ha scritto il corso che è la trascrizione delle sue lezioni condotta dagli allievi) non ha mai usato il concetto di struttura, ma quello di sistema. Pare che il battezzo del concetto “struttura” ritenuto diverso da quello di “sistema”, si debba a Lévi-Strauss, forse spinto anche dalla necessità di upgradare il semplice concetto di sistema già usato in sociologia (francese) da Durkheim e Mauss. Lévi Strauss pubblica nel 1949 745139Le strutture elementari della parentela e dello stesso anno è lo studio dell’antropologo anglo-sud africano M. Fortes, sul concetto di struttura sociale in Radcliffe Brown. Dice Fortes (riportato da Lévi-Strauss in Antropologia strutturale): “Quando si cerca di definire una struttura, ci si colloca, per così dire, al livello della grammatica e della sintassi, e non a quello della lingua parlata”. Quindi, sistema è la lingua, sistema del sistema o struttura è il regolamento che ordina l’interrelazione tra le parti. Ci pare questa la definizione minima più nitida (non a caso è di un inglese ed anche se è una analogia) del concetto  anche nel rapporto di distinzione e precisazione rispetto a quello di sistema. La struttura è quel di cui del sistema che ne definisce la logica. Un antesignano del concetto potrebbe trovarsi in Marx che distingueva nel sistema (la società), una struttura (il sistema economico-sociale) da una sovra-struttura (istituzioni, ideologie, complesso culturale). Ma più in generale, da W. Dilthey alla Gestalt, dal concetto di organo ed organismo alla nascita quasi sincronica di tutte le scienze sociali (la “società” è di per sé un sistema che porta a pensare la sua struttura interna come  lo stesso Lévi – Strauss farà ricavando il concetto strutturale da Radcliffe Brown). 411BxQf8JqL._SY300_Il concetto ha avuto una favolosa stagione di successo negli anni ‘60, sconfinando nella moda terminologica, tanto da far dubitare della sua stessa sostanza, una “collezione di omonimi inclusa in una collezione di sinonimi” secondo la feroce critica di R. Budon (Boudon è un liberale metodologicamente individualista quindi antitetico ai presupposti del discorso strutturale). Il fatto che R. Jakobson abbia citato come propri maestri ispiratori da Picasso a Stravinskij, da Joyce a Le Corbusier, dice di come l’idea di sistema – struttura, abbia aleggiato su i più vasti confini della cultura del tempo anche se in forma di nebulosa. Ma il fatto che i francesi siano dediti alle mode anche in campo culturale (per altro non sono gli unici) e che non si periscano di dare definizioni precise, nonché di essere un po’ elusivi su certe questioni, non annulla il fatto che il concetto ci sia, che abbia una significanza. Ma che tipo di significanza?

SIGNIFICATI.

Con “struttura” s’intende un intero di parti interrelate dove ruolo e significato della parte si ha per differenza con quello delle altre nel comporre l’intero. Ne segue che modificazione di una parte si ripercuote su tutte le altre e quindi sull’intero. Parti che hanno le stesse relazioni possono essere commutate. cope4Se la ricostruzione della griglia strutturale è corretta, dalla mancanza di rilevamenti per qualche cella della griglia si può ricevere indicazione di qualche parte che c’è anche se non appare immediatamente nella cosa analizzata. Molte parti possono avere una espressione ridondante . Nel suo senso più generale, struttura può essere, a volte, sinonimo di sistema o di forma o di organizzazione o di funzione o di complesso (cioè di complessione). Altresì può alludere ad un ruolo di modello, griglia logica o interpretativa atta anche a fare previsioni o ad un ordine sostanziale della cosa o del fenomeno, la sua essenza funzionale, “strutturale” appunto. Chiudiamo con il Fornero: “la struttura coincide con la sintassi di trasformazione del sistema, cioè con il complesso delle regole di relazione, di combinazione e di permutazione che connettono i suoi termini”. Un regolamento di gioco dove il gioco è un sistema.

1820683Dice il Fornero che lo strutturalismo è al contempo: metodo d’indagine (che è la definizione in cui più si riconoscono gli strutturalisti stessi), analisi epistemologica (che è la definizione in cui si riconoscono –de facto– più che –de dicto– gli strutturalisti filosofi come Foucault, si veda il concetto di episteme[6] ad esempio) e presa di posizione filosofica. E’ proprio la sua eventuale “presa di posizione filosofica” ad essere più incerta, perché mai rivendicata appieno dagli strutturalisti, la maggioranza dei quali tra l’altro, non essendo filosofi, non  avevano né l’interesse, né sufficiente chiarezza concettuale per rivendicarla. Nei fatti però, la posizione c’è ed è ben chiara, essa è il primato della relazione sulla sostanza (ritenendo i due concetti antitetici). Essa è quindi ed in fondo, proprio ciò di cui ci stiamo interessando in questi studi, una -ontologia delle relazioni-. Il punto però è delicato e dobbiamo una precisazione di impostazione che è a livello di sfumature, sebbene poi abbia conseguenze essenziali. E’ come se gli strutturalisti, assumessero il concetto di sostanza nella sola e unica, irriformabile definizione che ne diede Aristotele e senza notare che il concetto di forma e di sistema di parti interrelate è proprio dello stesso Aristotele. Se sostanza è allora quella che definì il greco o che si pensa esser stata da lui così definita, lo strutturalismo privilegia tutto ciò che non solo non è sostanza ma che relativizza la sostanza stessa, in un certo senso la annulla, la sgretola scomponendola, la de-ontolocizza mostrando quanto è fragile, dipendente, subalterna rispetto ai decisivi influssi strutturali in cui è inscritta. Dal punto di vista di chi scrive invece, è la sostanza ad esser strutturalmente relazionale e relazionata.

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M. Foucault

Ne viene fuori quella lunga serie di dichiarazioni auto compiaciute ed un po’ fumose (a nostro avviso) se non semplificate dal meccanismo della negazione dialettica,  che vanno dal dominio della lingua sul parlante, del linguaggio sul pensiero, dell’Es sull’Io, della società sull’individuo, dell’economia sulla società, del tutto sulle parti, di tutte le possibili strutture sul singolo uomo, dei sistemi oggettuali sul soggetto in una furia dissolutoria dell’ente che è molto simile al riduzionismo della biologia molecolare, del fisicismo, dello psicologismo e di vari –ismi di cui è pieno il nostro pensiero. Insomma, l’utilizzo della posizione critico-negativizzante se è giustificato nell’ambito del conflitto dei concetti, sconfina spesso nel ritenere realtà dura quella che è solo dialettica delle idee. Quello che noi sosteniamo e la gran parte dei pensatori sistemico – complessi ci pare anche, è va bene opporre alla presunzione atomistica – sostanzialistica – individualistica – egologica (tutte forme di riduzionismo semplificante) l’altra metà delle cose che sono che è fatto di relazioni, ma non va bene a questo punto riflettersi in un riduzionismo semplificante di segno opposto (simmetrico-contrario) per il quale gli enti scompaiono in favore di matrici tra loro intersecate la cui risultante è l’ex-ente a questo punto, incrocio prigioniero passivo delle influenze più disparate. E la tipica questione bicchiere mezzo pieno – mezzo vuoto. Queste due definizioni sono figlie della nostra mentalità, in sé il bicchiere è per metà pieno e per metà vuoto e questo è il tutto. L’ente, quello umano per esempio, non ha certo il pieno dominio di sé e del tutto ciò che è come si pretende nella collezione sostanzialista di libero arbitrio, azione consapevole, coscienza, intenzione etc. ma emerge come punto risultante tra tutte le forze che lo compongono e lo strattonano, è la relazione sommata di tutte queste forze, una somma che porta ad un Io che, per quanto contraddittorio e frammentato, ha una sua forma di precaria unità, una unità relazionale e relativa. Del resto, per avere relazioni occorrono relata. Insomma, il problema non è dire che non esiste la sostanza ma dire che la sostanza è ontologicamente relazionale.

CONVERGENZE

teoria-generale-sistemiEvidentemente la condivisione del concetto di sistema di cui la struttura è l’intelligenza  ed il comune fondamento filosofico dato da una possibile ontologia della relazione sono già elementi “forti” che permettono un collegamento tra sistemica-complessità e strutturalismo anche se questo collegamento non sovrappone i due sistemi di pensiero in forma perfettamente combaciante. Ma ve ne sono ancora. Sempre Lévi – Strauss nella sua Antropologia strutturale, che ricordiamolo è del 1958, a proposito del fatto che il concetto di struttura avrebbe potuto aprirsi all’introduzione della misura che si riteneva uno dei crismi della scientificità (numero, peso, misura) ovvero della quantificazione degli elementi e dei loro comportamenti, ne ammette la possibilità ma si manifesta ben più interessato a gli ultimi sviluppi delle matematiche che in alcuni casi (teoria dei sistemi, teoria dei gruppi e topologia) mostravano la facoltà di trattamento rigoroso, quindi scientifico, senza per questo scendere a livello della metrica. 18710591La Teoria dei giochi di von Neumann e Morgenstein  (1944), la cibernetica di Weiner (1948) e la teoria matematica dell’informazione di Shannon – Weaver (1950) sono citati come opere particolarmente importanti per le nuove scienze sociali strutturali (pg.315). Queste tre teorie sono tutte native nelle famose Macy Conference spesso ritenute la nursery del primo pensiero complesso. Ma Lévi – Strauss fa anche accenni metodologici alla topologia psicologica di Lewin (la Gestalt), alle analogie tra ecologia e struttura sociale, ad una antropologia elevata a scienza della comunicazione (come struttura delle relazioni tra parti e componenti l’insieme sociale) in fusione con la linguistica e l’economia in questo nuovo metodo strutturale. Infine, fa un accenno anche a Bateson e Mead che in Naven (1936) sembrerebbero far presagire una evoluzione strutturalista poi non compiuta fino in fondo. Non ci risultano altri accenni da parte di Foucault o Lacan o Althusser (che però ha fatto largo uso dei concetti complesso o complessità), ma sia Piaget, sia Bachelard potrebbero in qualche modo essere collocati a Naven-Bateson-Gregory-9780804705202metà tra l’approccio sistemico – complesso e quello strutturale. Successivamente, la Teoria delle catastrofi (topologia) facente parte del canone sistemico-complesso, ancora di un matematico francese, René Thom, si muoverà proprio nella logica delle trasformazioni strutturali. Il concetto di “pattern” oggi molto usato nella cultura sistemica, è in fondo la versione anglofona di  quello di “struttura”.

DIVERGENZE.

Uno dei plus teorici dell’analisi strutturale, almeno secondo Lévi – Strauss, poteva esser quello per cui il modello strutturale individuato in un certo campo, poteva avere forti analogie con quelli di altri campi, prefigurando delle sintesi disciplinari come tra antropologia, economia e linguistica in quanto campi della comunicazione umana. Anche la prima Teoria dei Sistemi, quella di von Bertalanffy, aveva in programma la ricerca di questi meta-sistemi generali, delle forme prime che potessero formare una scienza precedente a quelle specifiche che si ramificano nelle discipline. Anche la Teoria dell’Informazione prosegue in questa ricerca dell’elemento unificante. In realtà, questo programma unificante è stato presto dismesso. La meta teoria unificante è un vecchio pallino del sapere occidentale e nel Novecento visse una intensa stagione col fondazionalismo che però non giunse mai al suo fine. Oggi si ripropone in fisica con la ricerca della Teoria del tutto (TOE, un programmino non da poco…). Dei sistemi e delle strutture sono rilevanti le nature proprie delle varietà, i contesti nei quali si formano e vivono le tante tipologie di relazione, le finalità sistemiche o strutturali. La famosa riduzione della mente ad informazione ed i tentativi infruttuosi di scalare il concetto di intelligenza umana a forza di algoritmi è uno di questi programmi senza speranza. Non sembra che, al momento, si possa andare oltre un set di caratteri comuni, per altro molto importanti per l’analisi. La più importante e decisiva forza del concetto di sistema e struttura, a nostro avviso, risiede nell’ontologia, nella forma a priori del come pensiamo quando pensiamo alle cose ed ai fenomeni.

Diacronico-Sincronico-Segmento-Posizione-del-discorsoUna annosa questione ruota intorno ai concetti di sincronia e diacronia. La struttura si può leggere meglio se presupponiamo la sincronia ma il sistema, come ogni sistema, vive lungo il divenire, quindi lungo una diacronia. Il punto è che se ci si concentra sulla struttura si può vedere come questa resista al cambiamento, come cerchi di mantenere la sua organizzazione attraverso le trasformazioni quasi come se il divenire comportasse un rischio di dissipazione e l’essere della struttura ne fosse la resistenza. Alle volte, dopo aver lungamente resistito, la struttura si abbandona ad un cambiamento catastrofico ovvero sincronico di molte sue parti ma a questo punto la casistica si amplia poiché abbiamo vari gradi quali-quantitativi di riformulazione delle strutture. Alcuni la lasciano sostanzialmente intatta, altri all’opposto, la trasformano radicalmente. I concetti di auto-organizzazione ed auto-poiesi, di permanenza lontano dall’equilibrio, di omeostasi, financo quello di resilienza concetti largamente usati nella cultura sistemico – complessa, si muovono all’interno della stessa idea di mantenimento nel cambiamento, ma la cultura sistemico – complessa è parimenti interessata alle transizioni di fase, alle rivoluzioni strutturali o sistemiche, al decisivo salto di stato. Gli strutturalisti poi, avversi in via di principio al concetto di evoluzione non s’accorsero del sottostante e più interessante concetto di adattamento e come molti, scambiarono quello che liberamente e creativamente si può pensare del pensiero di Darwin, con quello che ne pensò Spencer. Le strutture non sono enti privi di condizione, debbono comunque rispondere all’adattamento del sistema che ordinano.

lacan

J. Lacan

La scelta strutturalista sembra spesso più una preferenza metodologica, una sospensione delle relazioni esterne tra ciò a cui danno vita le strutture (cioè i sistemi) ed altri sistemi o contesti, per meglio modellizzare le relazioni, per “misurarle”, quasi come in uno “stop frame”. Altresì, la grana dei fenomeni è grossa per il metodo strutturale, fine per quello storico, ne consegue che nel primo caso abbiamo modelli meccanici, nel secondo modelli statistici (Lévi – Strauss, 1958). Ne conseguono però anche apparenti opposizioni tra struttura e funzione, organizzazione e processo. Ma se all’inizio la temperie strutturalista, in quanto alla ricerca della sua posizione, ha condotto polemiche per differenziazione dicotomizzando questi ultimi termini, in seguito sembra essersi convinta che la natura della struttura sia più dinamica dell’inizialmente ritenuto. In definitiva non è chiaro se poi il raffreddamento della termodinamica strutturale, vada inteso solo come cosa utile all’indagine o come cosa che è natura della cosa stessa o meglio della sua struttura. La non unitarietà del pensiero strutturalista non aiuta a sciogliere questo dubbio.

L’enfasi scientifica del metodo, unitamente alla logica spesso meccanica e logico-matematica, che anima i modelli strutturali, tendono a fare dello sguardo strutturale una fisica sociale (per altro questa pretesa “scientificità”  è ampiamente non riconosciuta, specie in ambito anglosassone). Una fisica però più di stampo newtoniano il cui sapore tende al determinismo. La stessa pretesa di riportare la struttura all’essenza è in un certo senso un riduzionismo. Il dissolvimento del soggetto umano ad esempio, è operato proprio dall’eccessiva determinazione che si dà alle strutture. StrutturalismoQuesta “furia dileguante” verso il soggetto non tiene conto del fatto che l’intersecazione per sovrapposizioni di struttura genetica con struttura epigenetica e biologica, con struttura psichica, culturale, con quella sociale, economica, linguistica, ambientale, storica crea una proprietà emergente che è comunque un Io, non un Io “padrone a casa sua” e ordinatore di tutte le cose, non un Io cartesiano-trascendentale puro, una monarchia assoluta  ma comunque un Io emergente che non è solo veicolo per la riproduzione dei geni à la Dawkins, né solo mente prestata ai miti perché questi si pensino tra loro stessi à la Lévi – Strauss, né solo portavoce del linguaggio à la Lacan. Un Io-debole, problematico e complesso ma non, un Io dissolto nelle strutture.   Questo determinismo-riduzionista è decisamente una differenza significativa rispetto all’approccio sistemico-complesso sebbene riportando lo strutturalismo a metodo e ponendolo a distanza di una ontologia delle relazioni ancora tutta da stabilire, se ne valorizzerebbe l’apporto epistemico-analitico stemperandone al contempo le indebite pretese di assoluto.

Nello strutturalismo sembra inoltre agire una scelta di campo che mutila la completezza delle nostre facoltà di comprensione. C’è uno storico dilemma nell’astrazione, una sorta di principio di indeterminazione per il quale cose ridotte ad essenze, semplificate e poste ad un certa distanza sono intellegibili ed intellettualmente manipolabili ma non sono più le cose stesse di cui parliamo. Sono più le nostre parole che le cose. 9788807810749_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleAltresì, troppo da vicino e piene di tutti i loro particolari ed eccezioni, esse sono più quello che sono ma divengono difficili oggetti mentali, richiedono troppa memoria e troppe parole  e non permettono generalizzazioni, quindi conoscenza trasmissibile di una certa utilità. Altresì, scalare all’indietro la catena causale sino alle fonti, all’Ur-codice generativo può portare a conoscere e chiarificare qualcosa di importante ma non così importante come credevamo. L’essenza spesso è insipida per via della sua generalità, generalità che è poi la ragion per cui si abbia una essenza. I codici iniziali sono condizioni di possibilità, i fatti nascono non da loro ma dalla relazione che loro hanno con qualcos’altro e la generazione è il momento di questa relazione. Spesso questi eventi generativi danno luogo ad emergenze (lo notava Foucault stesso) e le emergenze scombinano la possibilità di ricostruire la linearità generativa dalla presunta Origine.  Lo strutturalismo sembra aver voluto portare un programma scientifico, molto vicino all’astrazione logico – matematica, in dote alle scienze umane per liberarle dall’umano in favore della scienza. Ma la contraddizione di indeterminazione è costitutiva della stramba categoria “scienze umane”. L’umano non può essere un oggetto di scienza anche se non detto che non vi possa essere conoscenza utile e quasi-vera. Più dall’umano, questo insieme di discipline dovrebbero emanciparsi dall’invidia penis delle scienze (…”questo metodo davvero <galileiano” dice L-S, 1958, pg. 335), specie se queste si pensano ancora basate su paradigmi newtoniani che la scienza più dura che si conosce, la fisica stessa, non usa più come suoi unici riferimenti.

Abbiamo quindi cinque livelli, la cosa, le parti di cui è fatta, le relazioni tra le parti di cui è altrettanto fatta, il contesto in cui la cosa è posta, le relazione che la cosa ha non altre cose. Strutturalismo___4e020e0008dc3Lo strutturalismo sembra voler sottostimare la molteplicità delle qualità delle parti, le parti diventano solo “nodi di relazione”. Ciò è dovuto alla necessità di essenzializzare i discorsi in modo che emerga qualcosa di comune a cose di natura diversa. Questo qualcosa di comune è la struttura delle relazioni ma invero, le relazioni stesse sono di qualità differenti. Poi c’è l’indebito, a nostro avviso, annullamento della cosa in favore della sua struttura mentre interrelazioni tra varietà (cioè differenze), cioè la struttura, è sì l’impalcatura organizzativo – funzionale ma ogni scheletro esiste per un corpo ed ogni corpo, oltreché dal sistema osseo è dato anche da quello muscolare, nervoso, immunitario, cardio-vascolare etc.. Infine, e questo è forse il punto di differenza più decisivo, si isola la cosa dal suo ambiente o contesto e dall’analisi che la cosa ha con altre cose. Althusser, in particolare, si rifà alla sostanza di Spinoza, dicendo che nell’analisi strutturale ogni termine singolo si risolve in un fascio di relazioni mentre la struttura è l’unica che sussiste per sé. Non è vero che la struttura esiste per sé perché anche la struttura vista nel suo intero è un termine singolo, a sua volta interrelato ad altro. Se non altro al sistema di cui è struttura stante che ogni sistema è collegato ad altri sistemi ed al suo ambiente.

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In definitiva ci sembra che se volessimo considerare il pensiero strutturale e quello sistemico – complesso come due insiemi, questi due insiemi hanno precisi punti di corrispondenza e ampie porzioni di sovrapposizione. Il reciproco sfalsamento residuo, è probabilmente dato dall’ontologia. Nello strutturalismo le relazioni sono la cosa, nel pensiero sistemi complesso la cosa emerge dalle sue relazioni, interne ed esterne. Per entrambi, non credo si possa andare oltre a quanto detto per via della attuale incompletezza del pensiero sistemico – complesso e per via della ampia indeterminazione e pluralità di visioni contingenti al pensiero strutturale. Entrambe le due immagini di mondo, si avvantaggerebbero di una più precisa definizione ontologica. Ciò ci appare dal punto di vista filosofico che però non è l’ambiente madre per nessuna delle due forme di pensiero, sebbene lo sia per una eventuale ontologia delle relazioni ed in definitiva per mettere in ordine i sistemi di idee.

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Le altre cinque parti di studio sull’ontologia delle relazioni si trovano qui: 1), 2), 3), 4), 5).

AA.VV., Enciclopedia filosofica, vol.17, Milano, Bompiani, 2006-2010

Eco, U., La struttura assente, Milano, Bompiani, 2008

Fornero, G., (N. Abbagnano), Storia della filosofia, vol.4*, Torino, UTET, 1993 – 2007

Fornero, G., (N.Abbagnano), Dizionario di filosofia, Torino, UTET, 1998

Foucault, M., Le parole e le cose, Milano, Rizzoli, 1967 – 2007

Lévi Strauss, C., Antropologia strutturale, Milano, NET – Il Saggiatore, 2002

Moro, A., Breve storia del verbo essere, Milano, Adelphi, 2010

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[1] C.P.Snow, Le due culture, Venezia, Marsilio, 2005

[2] I.Prigogine, I.Stengers, La nuova alleanza, Torino, Einaudi, 1999

[3] “Morte dell’uomo” proclama M. Foucault nel celebre, Le parole e le cose (cit.)

[4] F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Bari-Roma, 1997

[5] Sebbene s’insista sul carattere “francese” dell’intuizione strutturale, si deve segnalare che in linguistica, il paradigma strutturalista ha dato vita ad una fertile tradizione russa e non solo, fatta di R. Jakobson, N. S. Trubeckoj, le scuole di Praga e Copenaghen, il danese L. Hjelmslev. In una possibile analisi delle geografie del pensiero sarebbe interessante analizzare come i concetti di sistema e struttura, di olismo ed organicismo, siano stati interpretati dal complesso culturale russo, ma rimandiamo la questione ad altra analisi.

[6] L’episteme di Foucault per la verità è variante mentre gli strutturalisti si concentrano più sull’invariante (forme invarianti dello spirito umano per Lévi-Strauss) ma quanto a forma, l’episteme è senz’altro una struttura. Episteme è un oggetto mentale di una ampia famiglia che a noi interessa molto. La famiglia si compone di categorie (Aristotele – Kant) che sono forme (ma si potrebbe anche dirle strutture) di cui è pensata l’universalità e foucault-le-parole-e-le-cose_595l’astoricità, dei trascendentali puri per come si esprime Kant. Poi vi sono le immagini di mondo à la Dilthey che Jaspers successivamente (Psycologie der Weltanschauungen, 1925) declinò in tre strutture tra loro allacciate: quella spazio-sensoriale, quella psico-culturale, quella metafisica. Così intese esse sono non sempre trascendentali, sono consce ed inconsce, storiche ed astoriche, non universali. Il paradigma di Khun è anche della famiglia. Il paradigma Khun lo ambienta nell’epistemologia nel senso di filosofia della scienza ma l’uso successivo che ne è stato fatto lo ha recepito nel più ampio significato di struttura mentale e culturale con la quale consociamo il mondo. Per la verità, “paradigma”, ha anche un significato empirico quanto a pratiche e strumenti usati per la conoscenza scientifica in un dato momento storico. L’aspetto pratico-empirico si ritrova nell’episteme foucaultiano ma non nelle Weltanschauungen.  Come le Weltanschauungen e l’episteme, il paradigma è un “a priori storico” per come si esprime Foucault. Della famiglia fanno parte altresì altri concetti non meglio chiariti e formalizzati come paesaggio mentale, mentalità, matrice ed altri. L’oggetto è molto complesso e la questione, fortemente indeterminata, M. Masterman (allieva di Wittgenstein) ha criticato il concetto di paradigma di Khun poiché secondo lei, il suo significato negli scritti di Khun, ha non meno di ventidue versioni. Nelle nostre ricerche, noi usiamo “immagine di mondo” in un senso molto vicino a quello di Jaspers. Il concetto ha a che fare con le “condizioni di pensabilità” (simili ad un altro concetto foucaultiano: l’archivio, presente in Archeologia del sapere – 1969), strutture dotate di una logica interna che cambiano poco senza alterare la loro struttura in un periodo storico-culturale omogeneo e cambiano invece in maniera radicale nei passaggi tra un periodo e l’altro (esempio kuhniano tipico: la struttura delle rivoluzioni scientifiche; esempio foucaultiano: le tre epoche culturali rinascimentale, classica e moderna che compongono Le parole e le cose, di cui egli sottolinea le “discontinuità enigmatiche”).

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UNA ENCICLOPEDIA DEL PENSIERO COMPLESSO. Recensione di “Vita e Natura. Una visione sistemica” di F. Capra e P. L. Luisi, Aboca, 2014.

vitanatura250Gli autori di questo ampio volume (578 pagine) sono il celebre fisico Fritjof Capra di cui molti conosceranno l’illuminante long seller “Il Tao della fisica” e il biochimico italiano Pier Luigi Luisi, professore, ricercatore, scrittore e promotore culturale. Il libro è una ben aggiornata enciclopedia di quella grande famiglia che possiamo chiamare “pensiero complesso” o “pensiero sistemico”. L’incedere è quello classico emergentista che partendo dalla nuova fisica moderna (termodinamica, quantistica, relatività), procede attraverso la chimica e la biologia (con inserti di biologia molecolare, chimica prebiotica, Teoria dell’evoluzione), l’ominizzazione, i rapporti mente-coscienza, quelli tra scienza e spiritualità, la sociologia sistemica, la medicina sistemica. Si finisce con l’ecologia, l’economia, le condizioni generali del nostro vivere associato, la speranza si possa affermare una visione del mondo che ci salvi dall’imminente catastrofe del collasso di complessità, lì dove sembra ci si stia dirigendo con poca consapevole ineluttabilità.

Capra

F. Capra

Lungo tutto il percorso si dà conto, dell’intreccio dei più vari contributi dei principali pensatori sistemici, nei campi specifici ed in quello multi-inter-transdisciplinare della sistemica generale. Completa la carrellata dei “padri fondatori” da von Bertalanffy al meno conosciuto Bogdanov, da Wiener a Bateson, da Ashby-Pitts-McCulloch a von Foerster, da Maturana e Varela (di cui Luisi è un epigono) a Prigogine, fino a Lovelock-Margulis.  Questa nuova tradizione di pensiero emerse dopo una piccola rivoluzione epistemica condotta silenziosamente dal concetto di adattamento per modificazione di Darwin, dalla fisica del XIX° e primi XX° secolo, accompagnata in filosofia dall’emergentismo britannico, dalla psicologia della Gestalt e dal successivo sviluppo del pensiero biologico ed ecologico. Precisa e molto utile per la spiegazione divulgativa è anche l’indagine sulla Teoria della complessità in quanto tale, che propriamente è una teoria matematica, dalla quale dipartono la Teoria del Caos, delle Catastrofi, i frattali e l’intero nuovo mondo della non linearità. Altresì, oltre a questi pezzi che possiamo considerare ormai tutti dei “classici”, preciso anche l’aggiornamento delle nuove generazioni di pensiero sistemico-complesso, dalla biologia di S. Rose e D.Noble all’epigenetica di Waddinghton,  dai contributi sull’evoluzionismo di S.J.Gould ripresi in Italia da T.Pievani alle scienze cognitive con G.Edelmann e A. Damasio ma anche il neurobiologo S. Zeki e la linguistica cognitiva di G. Lakoff, la sociologia sistemica, fino all’ecologia di Lester Brown.

I pezzi scritti da Capra sono riconoscibili e senz’altro più godibili di quelli di Luisi, ma quest’ultimo porta nuove ed aggiornate informazioni scientifiche dall’area bio-chimica. La visione sistemica della vita dei due è organizzata dai parametri della varietà e delle interrelazioni spesso veicolanti feedback che formano sistemi che danno vita a fenomeni emergenti. Questi sistemi auto-organizzati, dissipativi, auto-poietici, si trovano nei livelli biologici, cognitivi, sociali, ecologici ed economici, cioè dell’intera sequenza di strati vitali che compongono l’essere umano e la vita.

luisi

P.L.Luisi

Gli ultimi capitoli affrontano da vicino la crisi generale del nostro modo di stare al mondo, in particolare secondo il doppio parametro ecologico – economico. Le posizioni dei due accademici, sono in linea con il lavoro del Worldwatch Institute di Lester Brown, con quello di N. Stern e con le posizioni del Sierra Club, con Vandana Shiva, con i movimenti alter mondisti anti-globalizzazione, con le analisi sul nuovo mondo dell’iperconnettività di Manuel Castells, con la critica del capitalismo anfetaminizzato dalla droga finanziaria di J. Stiglitz e con i sogni dell’economia smaterializzata delle reti di J. Rifkin, una sorta di pantheon della sinistra internazionale politically correct.  Il concetto di sviluppo sostenibile è criticato in quanto indefinito ed a volte contradditorio ma più che manifestarsi in favore della decrescita, Capra e Luisi, si muovono verso la democratizzazione dell’economia di mercato, l’internalizzazione dei costi ambientali, la crescita qualitativa con superamento dell’indicatore quantitativo (PIL), il benessere di comunità, la riduzione delle diseguaglianze, l’ecologia come valore guida, il ripristino della democrazia delle classi medie.  Le posizioni sono piene di buona volontà anche se a volte un po’ troppo ingenue come il consiglio al Pentagono di ridurre le spese militari, aumentando i fondi per la diplomazia, gli investimenti contro le minacce del clima e per una nuova economia verde (p.473) che è puro wishful thinking.

copt8Quanto a multidisciplinarietà, Capra e Luisi non sono secondi a nessuno. Eppure mancano, nella loro review enciclopedica, accenni alla psicologia sistemica, all’antropologia o all’archeologia, qualcosa di un po’ più sostanzioso sull’economia (ad esempio Georgescu Roegen) che non l’intervento di ricostruzione dell’economia classica o cartesiana di Hazel Henderson sebbene siano altresì interessanti le notizie sugli studi di Marjorie Kelly sulla riforma delle imprese e delle forme di proprietà in favore di una democrazia di mercato quasi-stazionario. In ambito umanistico, manca anche qualcosa di storia come Wallerstein o Arrighi se non il solito Braudel. In compenso però, i due studiosi, ci hanno risparmiato le insopportabili litanie, che in genere ammanniscono copiosamente i sistemici americani, sull’ Artificial Intelligence o l’Artificial Life ed anche gli sbrodolamenti sulla Teoria delle reti, che sono di per sé interessanti, ma tradiscono spesso l’identità di ricercatori embedded l’NSA ed altri progetti di controllo USA. Ma una mancanza specifica si fa sentire, a nostro avviso, più delle altre: la filosofia.

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Luisi_Synthetic_1.inddFa ormai parte del giovane canone della cultura della complessità, la partenza a critica alzo zero di Cartesio e Newton. Quella di Newton ben s’inquadra col fatto che la maggior parte dei sistemici sono scienziati e il nuovo paradigma è certo in alternativa ortogonale con quello meccanicistico – riduzionista –   della verità semplificatamente certa e precisa della tradizione classica. Ma dopo la mia iniziazione al pensiero complesso una trentina di anni fa, mi sono domandato – siamo poi così sicuri che la barriera cognitiva che rallenta l’affermazione e lo sviluppo di questo nuovo modo di pensare, sia tutta colpa di Descartes?

Certo, come fondatore del canone moderno, Descartes responsabilità ne ha ma credo che a riguardo ci sia una sottovalutazione del grado di radicalità che la visione del mondo sistemico – complessa comporta. In questi anni, la mia personale ricerca si è mossa proprio a cercare di rispondere alla domanda: dove si formano i punti di resistenza che impediscono una evoluzione del pensiero verso il modo-mondo nuovo della complessità?  4060024_271174Dopo lunga ricerca, che è tuttora in corso e di cui spesso do conto proprio in questo spazio, mi sono convinto che l’immagine di mondo complessa è radicalmente alternativa nelle fondamenta rispetto a quella occidentale tout court, non solo a quella moderna che ne è un di cui temporale. Questioni come la rivoluzione copernicana, Galileo, i dubbi sistematici di Cartesio, vengono in genere raccontati come se i 90 gradi di svolta che rappresentarono fossero il massimo possibile. Ma forse lo furono dati i tempi, lo furono “relativamente” al periodo precedente, il Medioevo, che sappiamo esser stato abbastanza mortificante per il pensiero che si definisce tale.

Per molti versi, questa “svolta” seicentesca, rimane tutta interna al canone occidentale, è un segmento di una stessa retta. Basta appaiare i caratteri del libro della natura di Galileo col frontone dell’Accademia ateniese che dissuadeva i “non-geometri” ad entrare, appaiare la ricerca della verità a prova di ogni possibile scetticismo che Cartesio conduce scavando col dubbio metodologico con il Socrate che lottava contro i sofisti, appaiare la cartesiana separazione mente – corpo con la tradizione platonica – neoplatonica- patristica – scolastica quindi in definitiva col cristianesimo che necessitava di una anima immortale in un corpo mortale,  il deismo di Newton con il Timeo, le successive monadi leibniziane con l’Uno platonico per capire che le radici del moderno imagesm8hanno qualcosa di molto antico, qualcosa che fuoriesce dalla cronologia del tempo perché fonda il nostro pensiero nelle radici più profonde della nostra forma di civilizzazione, quelle che non sono oggetto di revisione stagionale.

Capra semina qui e là nel vasto testo, la considerazione che la visione sistemica richiede un cambiamento di prospettiva fondamentale: dall’oggetto alle relazioni . Beh, questa notazione non è cosa di poco conto. Da quando Aristotele definì e fondò l’ontologia, quindi la metafisica, la “sostanza” è “l’oggetto”, il degno complemento dell’Uno platonico che è il soggetto. L’Uno e la sostanza, il soggetto e l’oggetto, la meravigliosa coppia dell’intero corso della filosofia occidentale. Lo sono e lo rimangono più che mai lungo tutto il Medioevo, ma lo sono implicitamente o esplicitamente ancora lungo tutta la modernità. L’Uno platonico e la sostanza aristotelica sono ancora lì, piantati e saldi nei recessi primari della nostra corteccia frontale ed infatti, grande smarrimento, uno smarrimento da cui sembra non ci si sia ancora ripresi, occorse quando Freud mostrò che questo soggetto non è poi così Uno come pensavamo. 474215-CapraLARETE300Smarrimento che si sommò a quello a scoppio ritardato che aveva forse inconsapevolmente prodotto Kant, dicendo che noi “l’oggetto”, in sé per sé, non possiamo conoscerlo, possiamo solo percepirlo secondo le forme a priori del nostro intelletto e della nostra sensibilità. In questo caso, lo scoppio dello smarrimento fu ritardato perché l’Idealismo tedesco eresse un formidabile edificio di resistenza alle conseguenze della critica kantiana, ma si ripresentò in un certo senso intatto e conclamato nel Nietzsche per il quale più che fatti, ci sono interpretazioni. L’inconoscibile oggetto continuò a lavorare intrecciato allo sgretolato soggetto, lungo tutto il Novecento, provocando una lunga stagione di filosofia problematica, ripiegata sull’interpretazione e sul linguaggio, non sistematica, a tratti negativa, spesso critica e mai assertiva, relativistica e sofistica, magari cinica ed a tratti scettica. Un lungo vagabondare ai margini del canone la cui fondazione centrale pur non essendo  più difendibile era ancora in grado di interdire possibili, radicali, rifondazioni.

Fig_5_02_ridisegnata_2_f53b3f_msLe ricerche che abbiamo pubblicato sull’ontologia della relazione [1.qui, 2.qui, 3.qui, 4.qui e 5.qui, per il momento] indagavano proprio sulle tracce di coloro che hanno ipotizzato questa apertura ad una concezione della sostanza relazionale e relativa, poiché queste incerte tracce mostravano, a nostro avviso, proprio la difficoltà che l’immagine di mondo occidentale ha col concetto di relazione. Concetto che invece – è – la fondazione ontologica di una immagine di mondo sistemica e complessa, così come ha ben intuito Capra. Sia Capra che Luisi, ma già N. Bohr a suo tempo e con lui molti fisici dell’ultimo secolo, scoprono che l’immagine di mondo orientale, non solo queste difficoltà non le ha ma al suo interno, la relazione è un concetto primario.

Qualcuno penserà che questa deviazione filosofica non sia necessaria per l’argomento in questione, ma credo sbagli. mg22229710.800-1_1200Credo che il pensiero umano funzioni nei precisi limiti di quella che qui spesso chiamiamo “immagine di mondo”. Questa struttura ha tratti impliciti, financo inconsci ed anche del tutto fuori dalle nostre possibilità di oggettivarli, essendo forme del come è organizzata la nostra mente, nei suoi reticoli neuro-assonici e nelle forme prevalenti dei processi chimico-elettrici che vi viaggiano. Ed ha tratti espliciti o che potrebbero essere esplicitati con buona volontà analitica, sebbene noi li si usi spesso senza troppa riflessione. Questo vale per tutti noi, potremmo dirlo il “complesso mentale” e dovemmo considerarne una meta – versione generalissima quella “mentalità occidentale” che tutti noi, volenti o nolenti, condividiamo per il semplice fatto di esser nati e vissuti in questa tradizione. Ve ne sono versioni anche reciprocamente contrarie e simmetriche o dialetticamente contrapposte ma anche quando alternative, hanno tutte una comune radice di concetti e logiche.  Ve ne sono versioni di carattere più spiccatamente artistico o scientifico o religioso ma quelle che hanno il grado di generalità più ampio ed almeno in teoria dovrebbero avere più consapevolezza di se stesse, sono quelle filosofiche.

holarchy-of-biologyLa filosofia è stata la fabbrica in cui più si è ricercato e riflettuto su come pensiamo, quel pensiero che pensa se stesso (una definizione cibernetica) per come Aristotele riteneva si potesse definire il motore immobile, descrizione che Hegel poneva alla fine della sua Enciclopedia ovvero del suo edificio dello spirito autoconsapevole. I filosofi pensano per concetti, come notava G. Deleuze. Questi concetti sono idee che sintetizzano e precisano pensieri che sono generali, sono nell’aria, sono propri di un certo tempo, alcuni sembra quasi che non abbiano tempo. Sono i filosofi che li catturano, li soppesano, li manipolano, li battezzano dandogli nome (operazione ben gravida di conseguenze) per trovarne la forma propria che poi mettono in relazione con altri concetti per far pensiero, idee, discorsi, logos. Costrutti che sono sistemi, sistemi del come definiamo e pensiamo la parti e l’intero di noi e del mondo. 2494890Vi sono filosofi sistematici come spesso gli antichi ed ancora alcuni grandi scolastici fino ad Hegel, vi sono filosofi sistematici all’interno di un particolare sottoargomento del pensiero generale come (la gnoseologia, l’etica, la logica, la politica, la religione, la scienza, l’estetica, il linguaggio etc.) e filosofi a-sistematici e legati a qualche preziosa intuizione locale. Ma in ogni caso, da quello più generale a quello più particolare e limitato, il filosofo, operando su i concetti e regole delle loro connessioni con altri concetti, opera consapevolmente o meno, su un sistema generale: l’immagine di mondo. Quell’immagine di mondo che poi diventa il sistema di pensiero di una certa epoca o luogo o civilizzazione.

A molti sembrerà inverosimile che noi si sia ancora così influenzati dai concetti magari di Platone o di Aristotele e certo non riconosceranno questa paternità. 120900038991GRAEppure se gli scienziati sono riduzionisti e deterministi e meccanicisti, questo fatto deve molto sì a Newton ma al Newton dei Principia Mathematica che ha molte e molte pagine spese in “filosofia” se non addirittura in cripto-teologia. E Newton certo conosceva molto bene Platone e la teologia cristiana che da esso e dai suoi seguaci “neo”, derivava. Certo, il sistema sociale basato sull’economia che chiamiamo “capitalismo” non l’ha inventato A. Smith. Quando Hegel diceva che la filosofia era il proprio tempo appreso col pensiero o diceva che arriva sempre tardi al farsi sera, stava dicendo che la filosofia non “inventa” idee che poi diventano fatti, ma concettualizza fatti che già sono, li concettualizza, li sistema in una rete di significati e logiche di processo mentale che chiamiamo immagine di mondo e fa in modo che diventino pensiero, pensiero trasmissibile, oggetto di riflessione, razionalizzazione che poi si imprime nei cervelli in formazione, determinandone i limiti di pensabilità, il giusto, il bello, il vero.  O quello che si ritiene tale in un data epoca o luogo.

Visione_sistemica_36d82e_cSe la fabbrica del pensiero occidentale ha lavorato da sempre con la materia prima della sostanza e la sostanza per esser detta e precisata deve stare ferma e non muoversi o cambiare di continuo, deve essere un in sé e non una cosa allacciata con molte altre che potrebbero influirla e scombinarla sotto i nostri occhi proprio mentre cerchiamo di catturarne “l’essenza”, deve essere qualcosa di cui si possa dire o A o B per non diventare contradditori, di cui si possa dire la “verità” usando una parola che corrisponda alla cosa, certo che il concetto di relazione avrà difficoltà ad essere inserito in quella immagine di mondo. Perché il concetto di relazione comporta proprio il contrario di ciò che si ritiene necessario. Le relazioni muovono le cose, le cambiano, le influiscono, le determinano, le confondono, addirittura le creano. Chiunque di noi, banalmente, è figlio di una relazione. Insomma, è una intera immagine di mondo che va in pezzi se l’ontologia su cui si fonda, la fondiamo a sua volta anche sulla relazione. Ne consegue che, secondo noi, l’immagine di mondo sistemico – complessa, lancia una sfida a quella tradizionale della nostra civilizzazione, ben più radicale che non quella che ha target in Cartesio o in Newton e tutto ciò che conseguì nella modernità, Illuminismo incluso.

Fig_6_16_ridisegnato_4bb079_cCapra e Luisi a pagina 461 del loro libro, dicono che per affrontare i nuovi complessi drammi della nostra precaria condizione ecologica, “dovremmo tutti diventare, per così dire, ecologicamente colti”. La stessa cosa però si potrebbe ed in realtà si dovrebbe dire dell’economia poiché va maturata la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto negli ultimi due secoli è finito, non tornerà più, non vale più per pensare come regolare e che ruolo dare a questa attività umana. La stessa cosa si dovrebbe poi dire della politica e di quella planetaria più di ogni altra, dove dovremmo considerare che il posto della civilizzazione occidentale non potrà più essere quello di forma prima o forma guida di tutte le altre e che dalla piramide con al vertice i bianchi semi-divini, dovremmo passare ad un chiassoso condominio di cui è tutto da scrivere il regolamento di convivenza. E per rimanere in politica, si dovrebbe  porre in questione anche quali forme vogliamo darci della comune convivenza perché le cose non funzioneranno più come prima, ci sarà più da redistribuire che da creare in termini di ricchezza, ci sarà meno quantità che dovremo compensare con più qualità, occorrerà innovare davvero, non inventare un nuovo gadget elettronico ma inventare un nuovo modo di stare nel mondo nuovo, un modo complesso di adattarci ad un mondo complesso.

genes-organisms-and-environment-as-self-coupled-systemsPensare che tutto ciò verrà fatto come nei venticinque e passa secoli passati, da una élite, è senza speranza perché quello che dovremmo fare è proprio redistribuire consapevolezza e redistribuire facoltà di decisione fondata su una solida consapevolezza generalizzata, cioè passare dalla gestione della politica, dell’economia e della cultura dei Pochi a quella dei Molti. Ma tradizione ed interessi delle élite, inerzia e mancanza di coraggio, pigrizia intellettuale e paura del nuovo, rendite di posizione e rimozione delle consapevolezza che la nostra condizione occidentale va a restringere le proprie condizioni di possibilità, opporranno un freno formidabile, un muro invalicabile, una resistenza forse invincibile. Il tutto certificato, rinforzato, prescritto dal longevo dominio di una ben specifica immagine di mondo fatta di Uno, semplicità ed assoluto, il canone della verità occidentale da venticinque secoli. Una immagine di mondo che vive nei testi, nei pensieri e nelle menti, un canone trasferito di generazione in generazione, ma anche un sistema immateriale intrecciato nella tradizione di pratiche spesso altrettanto immateriali che però danno vita al nostro universo materiale. Le forme, le strutture della politica, dell’educazione, dell’informazione, della socialità, del lavoro.

Cambridge_e803c3_cIn questo spazio, noi spesso facciamo riferimento ad un pericolo di disadattamento. Quello che pensiamo è che il mondo reale ha subito e sta subendo una trasformazione radicale, di qualità e quantità inedita, che mai si è manifestata nella storia precedente, almeno da quando la scriviamo e ce la tramandiamo. La nostra immagine di mondo, essendo un riflesso ritardato del reale, vive ancora nella tradizione, nel tempo che è stato. Non è in grado di leggere il mondo nuovo complesso e non leggendolo, non porta conoscenza, conoscenza che è la nostra prima forma di adattamento. E’ come per quei collegamenti satellitari a lunga distanza e scarsa qualità, in cui le immagini dicono dei fatti che la voce commenta con uno scarto, con un ritardo. Cambiare questa immagine di mondo e sincronizzarne la funzione è molto difficile perché la tradizione oppone una resistenza formidabile ma anche perché ciò che l’immagine di mondo prescrive è riflesso materialmente nelle strutture del nostro mondo. Ad esempio, la logica conseguenza del dire che la conoscenza non può più essere esclusivamente mono-disciplinare e che per molti argomenti si necessita di una conoscenza consapevole molto vasta e ben distribuita presso i Molti, significa cambiare radicalmente il sistema educativo ed informativo.

Ad esempio le cattedre, i sistemi di insegnamento e quelli precedenti di formazione degli insegnanti, il significato stesso di apprendimento e sua valutazione e certificazione. Ma anche il tempo che dedichiamo all’apprensione del mondo ed alla discussione e riflessione. Intendiamo ad esempio, il fatto che lo studio, non può limitarsi alla giovinezza, dovremmo studiare tutti tutto e per sempre, travasare tempo di lavoro impiegato nella produzione (una attività che per altro non richiede più gli sforzi che si facevano nel XIX° e primo XX° secolo)  in tempo di lavoro conoscitivo. Lavorare meno, studiare di più. downloadn65Dire una cosa del genere è dire una cosa del tutto inedita, per la quale non abbiamo riferimenti pratici ma neanche teorici. E’ dire una cosa che imprenditori, economisti, religiosi, finanziari, molti intellettuali che vivono dell’esclusività della loro funzione sociale, politici, ma anche molti sindacalisti e marxisti convinti che l’uomo si realizza nel lavoro materiale, realisti conservatori di varia specie e tutto il complesso delle élite sociali che deriva il proprio privilegio da come il nostro mondo è costruito, tratteranno come ridicola. Non solo non è ridicola, non solo non è impossibile, ma è strettamente necessaria per adattarci ai nuovi tempi della Grande Complessità. E’ un imperativo categorico, possiamo discutere di come farlo, non “se” farlo.

Trattare di complessità, adattamento, immagine di mondo, trasformazione del pensiero e del mondo non è cosa facile e siamo andati già lunghi. Fermiamoci qui. Il libro di Capra e Luisi è comunque un ottimo contributo per approcciare la questione per cui lo consigliamo e ne raccomandiamo la lettura. Diffondere e distribuire questo tipo di conoscenza è comunque preliminare ad ogni e qualsivoglia ulteriore passo, quindi ben vengano questi sforzi. Buona lettura.

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GEOPOLITICA DEI TRATTATI DI LIBERO ASSERVIMENTO.

La prima globalizzazione è finita. Scambi e flussi di tutti con tutti non hanno funzionato come dovevano, almeno secondo le intenzioni del principale promoter, gli USA. Si è trattato di un’enorme trasferimento di ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri ma contemporaneamente, nei paesi ricchi già provati dall’emorragia verso quelli emergenti, si è creata una dinamica di trasferimento di ricchezza dalle classi povere e medie a quelle già ricche, diventate super-ricche. WTO-logoCosì in ogni comparto produttivo, dalle imprese piccole e medie a quelle grandi e grandissime e a livello di settori dall’economia, dall’industria ai servizi e più in generale, dalla produzione e scambio alla banco-finanza. Queste élite (super-ricchi, multinazionali, banco-finanza) si sono strette in una cerchia mondiale di detentori di capitali che succhiano valore dalle comunità, dalla natura e dal risparmio e poi si trasferiscono denaro l’un l’altro, all’interno del vorticoso circolo della nuova finanza, borse e paradisi fiscali. Una circolazione di ricchezza per lo più apparente, alimentata dalla continua immissione di dollari nel circuito, ad opera della banca centrale americana e da tutti i potenziali creatori di debito (titoli, emissioni speciali, obbligazioni, derivati, prestiti al consumo, carte di credito etc.).

Ma non è questo che non ha funzionato poiché questo era proprio il preciso obiettivo della strategia sottostante, il problema principale della prima globalizzazione, è stato quello di aver allevato dei minacciosi competitor, inizialmente economici, poi finanziari, poi valutari, poi politici. Poiché lo scenario di competizione è il Mondo, il competitor politico è geo-politico e dall’economia, dalla finanza, dalla politica, ora il confronto, ad esempio con Russia e Cina, rischia di trascendere sul piano addirittura militare. Inizia quindi una fase di lotta non più per l’egemonia del Tutto per via diretta , ma per via indiretta, creando schieramenti e sistemi contrapposti ed attraverso il controllo di questi, tentare il controllo del Tutto. Questi sistemi che vanno a sostituire il WTO, sono le cerchie dei paesi invitati a sottoscrivere con gli USA, una serie di trattati multilaterali. Da tutti e tre i trattati di cui parleremo, TTIP – TPP – TISA, sono rigidamente esclusi proprio i principali nuovi competitor: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

  1. IL TTIP.

L’amministrazione Obama già da tempo ha annunciato il ri-orientamento strategico della propria politica internazionale. L’intenzione è ricostruire il bastione occidentale, riannettendosi l’Europa come cinquantunesimo stato dell’Unione. ttipQuesta intenzione ha un argomento attivo poiché USA + EU, sono il 46,98% del Pil mondiale, mentre NAFTA (USA/CAN/MEX) + EU sono il 50.25% su dati FMI 2013, ovvero creare un sistema centrale del mondo dei flussi e degli scambi economici che, in virtù della propria massa, possa determinare gli standard globali. E’ questa la strategia sottostante il TTIP. Gli USA controllerebbero questa cerchia che controllerebbe per via del suo peso ed estensione, il resto del sistema globale. Ma vi è anche il riflesso passivo di questa strategia. Ostracizzare e disincentivare ogni forma di scambio tra Europa e paesi emersi o emergenti. Europa infatti, sarebbe un omologo degli USA ad esempio per quanto attiene molte capacità tecnologiche, mentre com’è noto, Europa è ben mancante di materie prime di cui sono invece eccedenti gli emersi e gli emergenti. In teoria, questo sarebbe lo scambio perfetto, quello basato sulla reciproca compensazione delle eccedenze e della mancanze. Ma questo scambio perfetto potenzierebbe ulteriormente il progresso tecnico-produttivo dei competitor geopolitici (Cina e Russia in primis), creerebbe una circolazione attiva di valute disparate (yen, yuan, rubli, euro, rupie), finirebbe con l’emarginare gli USA che non hanno alcuna intenzione di commerciare liberamente con coloro che vedono come rivali geopolitici esiziali e che temono la relativizzazione del dollaro più di ogni altra cosa al mondo, poiché e sul dominio assoluto di questo che si basa la loro forza finanziaria, quindi, economica, quindi politica, coadiuvata da quella militare e condita da quella culturale.

L’isteria americana sulla questione ucraina va quindi letta in questo senso, separare da subito Europa e Russia (tecnologia e competenze vs energia) per poi ostacolare anche le relazioni Europa – Cina.

La Cina è, per ammissione esplicita dell’amministrazione americana, il main competitor globale. Ed infatti il ri-orientamento della politica strategica statunitense ha titolo “pivot to Asia”, perno sull’Asia. E’ stato già riassortito il peso della marina militare USA da 60%-40% Atlantico-Pacifico, all’inverso. military-west-pacificObama ha compiuto diversi viaggi di corteggiamento e amicizia in Asia, in tutti i paesi confinanti con la Cina, paesi che vivono o sono invitati a vivere, la crescita cinese potenzialmente come minacciosa. Diversi incidenti nel Mar della Cina hanno infiammato le relazioni dei paesi costieri poiché ognuno sta correndo a ridefinire confini marittimi  che in passato non avevano nessun preciso significato ma che oggi con il traffico dei cargo e petroliere, nonché per le promesse di sotterranei giacimenti di energia, diventano luoghi di aspra contesa. Sono numerose le provocazioni esplicite ed implicite (da satelliti ed aerei spia buttati giù senza troppi riguardi dai cinesi, alla questione del Tibet, al rinnovamento delle basi militari USA del Pacifico, al recente tentativo di destabilizzazione ad Hong Kong etc.) compiute ai danni dei cinesi che per altro non se ne sono stati con le mani in mano. Poco osservato è stato il primo tentativo di creare una rotta di circumnavigazione polare che dalla Cina, arrivi nel Baltico e nel Mare del Nord, cargo scortati da rompighiaccio russi. Altresì, i cinesi, stanno aprendo porti e stendendo binari per creare la famosa “Nuova Via della Seta” che colleghi l’Asia con l’Europa. Restrizioni su Internet o meglio creazione di una propria rete e servizi, apertura planetaria di molti centri Confucio, acquisto di porti, aeroporti ed aziende occidentali, land grabbing in Africa condiscono la strategia di “sviluppo armonioso” del gigante cinese che per molto tempo ancora, baserà la sua crescita sull’export. Ma fino ad ora ha prevalso una certa prudenza, un punzecchiarsi reciproco, non ancora divenuta aperta sfida come è invece avvenuto con la Russia, dichiarata da Obama all’ONU, una delle tre minacce principali planetarie, assieme ad ebola e prima ancora dell’Isis.

  1. IL TPP.

20130722092200517L’area Ovest degli USA, il Pacifico-Asia è destinazione di un altro trattato gemello del TTIP, il TPP – Trans Pacific Partnership. Nato nel 2005 per costruire un’area di libero scambio merci – servizi – finanza tra Nuova Zelanda – Cile – Sultanato del Brunei (Borneo) e Singapore, il trattato originario si chiamava Pacific Four = P4, e mostrava perfettamente la logica naturale dei trattati veramente basati su interessi puramente economici. I quattro paesi infatti sono perfettamente complementari: Singapore è una città stato che non produce nulla se non investimenti e servizi avanzati, il Brunei è un paesino di meno di 400.000 abitanti sprovvisto di tutto ma ricco di petrolio, Nuova Zelanda e Cile sono paesi con territorio e produzioni complementari. La Nuova Zelanda è praticamente priva di minerali, lì dove primeggia il Cile. Questa è logica naturale di trattati di libero scambio basati sulle compensazioni tra eccedenze e mancanze strutturali, una circolazione di energia, finanza, materie prime ed industria e servizi che dota tutti di ciò che manca, scambiandolo con ciò che eccede.

Poco dopo la sua prima elezione, nel 2009, il presidente degli Stati Uniti B. Obama, dichiara il suo vivo interesse a formare intorno al P4 una più larga cerchia che diventerà TPP: NAFTA (USA + Canada + Messico) + Perù e Cile + Australia e Nuova Zelanda + Brunei, Singapore, Malaysia, Vietnam e Giappone. Un cerchia a 12. I due paesi sud americani romperebbero l’egemonia sud continentale dei paesi socialisti – socialdemocratici – nazionalistici che hanno di fatto espulso gli USA dal ruolo di Gran Protettore del sud continente americano. I due paesi oceanici sono storicamente anglosassoni e quindi della ricostituenda famiglia “occidentale”. 201491095157170I paesi asiatici formano una prima cintura intorno alla Cina. Si tenga conto che la Cina ha molto sviluppato la propria presenza verso il proprio Est, quindi verso il Pacifico. Cina è come partner export ed import, tra i primi tre (in 10 casi primo, 10 secondo e 3 casi terzo) per tutti i 12 eventuali contraenti il trattato (l’unica mancanza è tra i primi tre partner dell’export del Brunei, ovvero il Brunei non vende energia ai cinesi, dati CIA World Factbook). Anche qui quindi, ci sarebbe un valore attivo ed uno passivo. Quello passivo sarebbe ovviamente scalzare la Cina da questa preminenza nelle referenze degli scambi. Ma anche qui, più che il valore commerciale e finanziario dell’operazione, vale l’obiettivo di mantenere la preminenza del dollaro negli scambi (dollaro che può al massimo sopportare la parziale convivenza con l’euro, stante che sul futuro dell’euro gli americani per primi, sicuramente non scommettono) ed accerchiare la Cina con paesi chiusi all’interrelazione economico-finanziaria ma aperti alla collaborazione militare con gli USA.

Chi valuta il TTIP non è portato a considerare il TPP ma ciò è un errore. Vale infatti il valore di concorrenza sul mercato americano. Gli Stati Uniti ad esempio, non si aprono solo all’agroalimentare europeo, ma anche a quello cileno, oceanico, malese e vietnamita. I vini italiani competerebbero non solo con quelli californiani ma anche coi cileni e neozelandesi (tra l’altro con altre valute che in molti casi asiatici hanno un vantaggio inarrivabile). I servizi banco-finanziari con quelli di Singapore e di Tokio, le tecnologie con quelle del Giappone, le delocalizzazioni con il Vietnam e Malaysia, il turismo con l’Oceania ed il Sud America etc. .  Poiché l’intento geopolitico del TPP (al pari di quello del TTIP) è ben chiaro, una volta firmato, si deve prevedere anche un successivo allargamento, forse a più d’uno tra Thailandia, Filippine, Cambogia, Myanmar, Taiwan e chissà chi altro ed  quali condizioni di arrendevolezza e sudditanza (quindi di vantaggio comparato per gli USA). L’elenco dei paesi di cui parleremo successivamente trattando il terzo accordo, il TISA, dà l’idea dell’effettiva estensione finale della aree che potrebbero essere unificate da vari accordi che hanno gli USA come perno centrale.

  1. IL TISA.

Oltre al TTIP ed al TPP, un altro trattato è in ancora più segreta discussione, il TISA. Il TISA è un trattato relativo ai servizi (Trade In Services Agreement) che ha un allegato specifico su i servizi finanziari. Si tenga conto che oggi i servizi, soprattutto nelle economie più avanzate, sono il comparto (vs industria ed agricoltura) di gran lunga dominante (79% del Pil USA, 72% del Pil Mondo, dati 2013 The Economist). tisa-partiesIl trattato include tutti i membri TTIP e quelli TPP ad eccezione del Brunei, Malaysia e Vietnam (insignificanti quanto a servizi). A questi si aggiungono: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera in Europa; Turchia ed Israele; Taiwan, Hong Kong, Pakistan e Sud Corea in Asia; Colombia, Costa Rica, Panama, Paraguay in Centro e Sud America. Si noti l’esclusione in via di principio dei BRICS. I colloqui si svolgono a Ginevra e sono presieduti a turno da Stati Uniti, UE ed Australia ed a fine anno 2014, giungeranno al 10° round.  La secretazione del TISA ha dell’incredibile prevedendo la pubblicizzazione solo cinque anni dopo sia che sia, sia che non sia entrato in vigore. L’unico squarcio di informazione si deve ad un documento apparso su Wikileaks anche se solo riferito all’appendice relativa ai servizi finanziari.

Si punterebbe ad una ulteriore e definitiva deregolamentazione finanziaria, accelerazioni delle liberalizzazioni e privatizzazioni, perdita ulteriore di controllo e stoccaggio dati per gli stati con espansione de-territorializzata delle transazioni on line totalmente prive di controllo , sovra giurisdizione delle norme indifferenti ed invulnerabili a quelle nazionali. I punti relativi ai servizi non finanziari punterebbero alla conversione privatistica dei settori dell’educazione, della sanità, della difesa. Il trattato è ovviamente sospinto da lobbies tra cui il Team Tisa che riunisce 57 multinazionali, tutte americane.

  1. ELEMENTI GENERALI DI VALUTAZIONE DEI TRATTATI.

Le discussioni su TPP e TTIP hanno sedimentato una serie di punti controversi su cui occorre riflettere in generale, oltre alle ben note questioni sulla segretezza ed opacità dei contenuti, i polli al cloro, la carne agli ormoni, gli OGM, le esternalità ambientali e il negativo impatto occupazionale.

  1. Questi trattati vengono presentati come riferiti a questioni genuinamente economiche, ma la loro ratio intrinseca è politica o meglio geo-politica. Si dovrebbe chiarire il punto perché essendo quello che muove al processo e non essendo questo oggetto di aperto dibattito, si trasforma in formale una questione che invece è sostanziale. Inoltre agiscono fattori di logica interna. Se veramente la ratio di questi trattati è geopolitica la loro “convenienza” reale sarà valutata su quel piano ed è quindi assai improbabile che contengano effettivamente le convenienze economico-occupazionali che studi commissionati ad hoc, sembrano promettere. Questo è un punto di fondamentale ambiguità.
  2. the_end_of_the_dollar_russia_china_attacksIn linea generale non esiste solo la contrapposizione ideologica “libero scambio vs autarchia”. Esiste invece la contrapposizione realistica  tra libero scambio e scambio ragionevole. Tale contrapposizione esiste dai primi del  XIX° secolo. Un economista liberale, ma tedesco (non britannico, cioè con logica diversa dall’impero allora dominante) F. List, eccepiva che la totale libertà di scambio favorisce sempre il più forte. Questo è già presente in molte merceologie, ha già realizzato economie di scala e ha più longevi know how. List si riferiva a gli stati ma oggi il discorso vale anche per le imprese, le multinazionali americane, inglesi, francesi, tedesche, olandesi vs la pletora di PMI di cui è ricca l’Europa e l’Italia in particolare. In termini di Stato, offrire un settore debole alla totalmente libera concorrenza, significa non solo perdere questa o quella azienda e la relativa occupazione ma nel medio-lungo periodo, l’intero settore. Esistono settori strategici, settori che persi, condizionano strutturalmente l’assetto completo del sistema economico e finanziario di un paese. Si pensi all’acciaio, ai semilavorati, alla diversificazione delle forniture energetiche, alle telecomunicazioni etc. . Nella “civiltà dei consumi” poi, il concetto di settore se non strategico, “importante”, allargherebbe ulteriormente il discorso. Queste perdite strategiche costituiscono la formazione di una dipendenza strutturale, di una limitazione forte dei gradi di libertà dei processi di sviluppo dei singoli paesi, un condizionamento che nel lungo periodo diventa totalmente politico. Know how persi per più di una generazione perché quel settore non ha retto la concorrenza, non si riacquisiscono facilmente e costituiscono un handicap all’autonomia della nazione. NAFTA-corn-effectsSi ricordi che le economie sono nazionali, anche quando sono formate da operatori privati, poiché le nazioni si basano su lavoro e tasse e la presunta equivalenza benessere dell’economia privata = benessere dell’intera comunità nazionale non solo non è mai stata provata, ma si hanno molte prove del contrario (risultati stessi della globalizzazione, del NAFTA, della recente esplosione della banco finanza e delle relative bolle). In Europa, dopo i fallimenti della globalizzazione, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, del delirio banco-finanziario e dell’euro, gli stessi e soliti proponenti, giungono oggi a proporre nuovi trattati dalle mirabolanti prospettive di occupazione e crescita. Sarebbe come un venditore di aspirapolvere che per ben quattro volte ci ha rifilato una fregatura ed a cui continuiamo ad aprire la porta ben pieni di speranza. Irrazionale.
  3. Il commercio internazionale presenta sempre un irrisolvibile problema sul piano del diritto. Gli stati nazione nascono tra l’altro proprio per dare la cornice di diritto allo scambio commerciale, all’impresa, a gli standard di numero-peso-misura, alla solvenza della valuta, debiti, contrasti, norme su i limiti etc. I tribunali sono gli strumenti operativi per il funzionamento del regolamento. Quando si fanno trattati bi o multilaterali, si stabiliscono una serie di norme-cornice le quali dovrebbero regolare il diritto conformemente allo spirito del trattato, ma questo spirito del trattato non coincide mai per definizione con lo spirito della giurisprudenza nazionale, proprio perché sono due o più nazioni a dover fondere le proprie giurisprudenze. timthumbNe vengono fuori diversi conflitti di diritto tant’è che i trattati internazionali godono spesso di uno speciale statuto di variazione costituzionale cioè prefigurano una meta costituzione (che non c’è) che è più della somma di quelle dei paesi contraenti. A dire che il diritto commerciale non è un di cui estraibile dal diritto generale e modificabile in base alle convenienze di un trattato occasionale, perché il diritto è un tuttuno intrecciato e complesso. Questo è vero e dimostrato dall’idea di introdurre tribunali extra-territoriali, ovvero tribunali che rispondono alla logica dei trattati e non a quelle delle giurisprudenze nazionali. Va da sé che i giudizi così condizionati saranno sempre e per forza in favore della logica dei trattati anche quando queste sono palesemente fallaci. La logica dell’ asimmetria della potenza poi, non prevede di discutere faccende come quelle dello spionaggio e stoccaggio di dati sensibili di cui si nutre il sistema americano. Che trattati così complessi siano discussi da così poche persone e certo non da giudici costituzionali, in gran segreto, per motivi geopolitici che hanno una logica del tutto aliena non solo a quella intrinsecamente economica, ma anche a quella giuridica, in così poco tempo, è la perfetta garanzia di creazione di veri e propri mostri di ingiustizia. Ma di una ingiustizia inemendabile, sanzionata da tribunali speciali che non hanno alcun livello superiore a cui appellarsi. La logica dei trattati, è sempre quella del momento in cui sono stati scritti e purtroppo non è flessibile. Non c’è in sostanza l’interpretazione, ma la letteralità, come in certe interpretazioni del Corano, porta sempre a fondamentalismi, in questo caso, fondamentalismo di mercato. Si forma così un prepotente diritto all’ingiustizia invulnerabile ad ogni dialettica politica.
  4. Vi è poi una contrapposizione tra i concetti di standard e varietà. Questi trattati favoriscono esplicitamente la creazione di standard, di unificazioni, di appiattimenti, di dominanti, sono il trionfo della quantità sulla qualità. Questo ha un forte impatto culturale. 26_07_2014_esserjohnmalkovich_00I francesi si sono già dichiarati indisponibili ad includere nella trattativa i settori produttori di cultura, così in Giappone è sorta tutta una questione su i manga e la cultura underground. Ma cultura non è solo ciò che ha l’etichetta esplicita di cultura. Come lavoriamo, come mangiamo, i valori, la pubblicità, ciò che dice la legge, i comportamenti economici che poi diventano sociali, sono tutte componenti della “cultura”. Il modello culturale di riferimento dei trattati è quello dello standard massificato, che è poi quello americano, peccato non sia il nostro e peccato che nell’era della complessità così come è negativo eliminare biodiversità, è negativo eliminare diversità culturale. Perdere diversità è infatti perdere resilienza, perdere libertà e questo si traduce in definitiva in una minorità, in una mancanza di alternativa, quindi di flessibilità ovvero in un aumento della rigidità. L’esatto contrario di ciò che si prescrive per affrontare i complessi tempi futuri. Attraverso degli “innocui” trattati infatti, si comincia con il commercio e si finisce con l’omologazione strutturale completa, con la colonizzazione strutturale. Questa è l’ennesima e non discussa scelta disadattativa alla sempre maggiore complessità del mondo.
  5. Un problema ulteriore, mai dichiarato, è che l’economia è fatta di merci, servizi, regole di scambio, cornici normative certo ma le cose si vendono e comprano con i soldi, ovvero con le valute. dollar-omgE’ noto che il dollaro è gestito da una banca centrale che stampa in grande quantità ed all’occorrenza svaluta ed è noto che invece l’euro è gestito da una banca che non stampa a richiesta e non svaluta. Nel campo americano inoltre, come abbiamo già indicato, ci si muoverà non solo vs la concorrenza indigena, ma anche vs la concorrenza dei paesi TPP, molti dei quali hanno una gestione della valuta ancorpiù disinvolta. E’ inconcepibile che l’ Europa vada a firmar trattati concorrenziali con competitor che possono fare dumping valutario mentre lei se lo impedisce a priori (vedi Trattato di Maastricht). Che si pensi conveniente per il mercato americano che compra in dollari, merci in euro (se si hanno alternative) è puro delirio. Questo è fuori da qualsiasi logica.
  6. L’intera logica della strategia dei trattati è quella di obbligare i singoli paesi tanto europei, quanto del Pacifico, gli attori industriali, agricoli e dei servizi, l’intera architettura della banco-finanza a formattarsi secondo gli standard americani, cosa che non riuscì per le vie troppo aperte del WTO ovvero per l’opposizione dei BRICS che sono specificatamente e serialmente i soggetti lasciati fuori da tutti e tre i trattati. All’appello americano rispondono eccitate le lobby atlantiste, multinazionali e banco-finanziarie europee, lobby che promuovono l’interesse dei Pochi e non certo dei Molti, che puntano a barattare i loro vantaggi in cambio della nostra integrale colonizzazione strutturale che, una volta operata, sarebbe nei fatti difficilmente reversibile.

La logica sottostante la strategia dei trattati è ambigua, irrazionale, ingiusta, disadattativa, illogica, coloniale. Questo perché, come già detto ma val bene ripeterlo, la logica non è commerciale, ma geopolitica.

6. CONCLUSIONI.

globalistIl fine strutturale dei due trattati è creare due comunità economiche (TTIP e TPP) che sommano al 63% del Pil mondiale, dominate dal leader mondiale USA che detiene il 22,5% del Pil mondiale e la leadership assoluta del mercato finanziario, cioè della circolazione dei capitali. Lo schema è lo stesso delle società quotate in borsa, una minoranza (il 22,5%) controlla una azienda massiccia (il 63% del Pil mondiale) che controlla l’intero mercato. Le prime dieci compagnie di export USA controllano il 96% di tutto l’export statunitense (le prime dieci europee l’85%), loro e la banco-finanza anglo-americana sarebbero i principali beneficiari del nuovo sistema dal punto di vista economico.

Il fine a breve termine è altresì triplice. Il primo è potersi permettere di promettere di frenare la contrazione occidentale insidiata da tutta la pletora delle economie emergenti. Ma le stime di attribuzione di vantaggi nella riattivazione della crescita sono del tutto inaffidabili. Il commercio internazionale, ormai quasi del tutto libero, già esiste. I trattati ovviamente non si curano della limitazione delle risorse (risorse che in quanto materie prime rimarrebbero in grande parte nei paesi fuori dei trattati) e della saturazione dei consumi, né delle diseguaglianze che hanno depauperato i poteri d’acquisto. Il secondo è porre gli USA come perno centrale della coalizione creata dai due trattati secondo la strategia “hub & spoke”. malev-blog-4Gli USA con i suoi 316 milioni di cittadini ed il 35,7% del valore economico del totale delle due comunità create con i due trattati sarebbero il sole del nuovo sistema. “Hub & spoke” sta per mozzo e raggi, come nella ruota della bicicletta, il mozzo sarebbe il luogo centrale, gli USA, i raggi sarebbero i singoli paesi, la ruota sarebbe il sistema generale che governa i destini del mondo, l’espressione è nota in geopolitica come dottrina Kissinger. In termini di complessità, l’idea ricorrerebbe alla Teoria del caos deterministico con gli USA a fare da “attrattore” nello spazio delle fasi geopolitiche. Il terzo è  soffocare l’area di potenziale sviluppo delle nuove economie emergenti. La strategia ha un corollario di operazioni che verranno deliberate vs Africa, Sud America ed India, mentre è in corso il riassestamento del Medio Oriente con la creazione di nuove entità statali e nuovi confini. La separazione forzata tra Europa e Russia è già avanzata in seguito all’affaire ucraino. Questo dovrebbe garantire l’emarginazione totale di Russia e Cina che sono , soprattutto i secondi, i competitor più temuti. I due trattati puntano a creare un sistema di lunga durata, basato sull’uniformità di tutti gli standard sociali, culturali, normativi, valutari, banco-finanziari ed economici a quelli vigenti negli Stati Uniti e creante di fatto, una dipendenza di tutti dagli USA ma degli USA con nessuno nello specifico.

Si realizzerebbe così l’obiettivo geopolitico primario: impedire la creazione di un mondo multipolare per rimanere l’unico polo in grado di controllare un mondo sempre più complesso. 5752867_f520Il beneficio a lungo termine sarebbe infatti che la struttura multinazionale e banco-finanziaria anglosassone dominerebbe un mercato economico che sempre più esautora la politica, la democrazia e la sovranità delle singole comunità nazionali, garantendo il controllo diretto ed indiretto della nuova complessità planetaria al sistema dominante, quello degli Stati Uniti d’America, basato su imprese multi-trans-nazionali, banco-finanza e dollaro e quando non basta, l’esercito di gran lunga più potente del pianeta.

Sotto tutto questo, c’è chi pensa di metterci una firma anche in nome e per conto nostro. Bisognerà fargli capire che non siamo proprio d’accordo.

Articolo uscito anche qui , qui e qui.

Chi scrive, aderisce alla Campagna europea Stop TTIP.

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LA RAZIONALITA’ DELL’1%.

piketty_0Il capitolo 9[1] del Capitale del XXI° secolo di T. Piketty, si sviluppa come ricerca sulle diseguaglianze specifiche dei redditi da lavoro. Piketty rileva che tali diseguaglianze hanno due caratteristiche: a) si sono prodotte vistosamente nelle società anglosassoni (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia); b) si sono prodotte marcatamente a partire dagli anni ’80.

Questo 1% di super-retribuiti, incide per circa il 18% del totale monte redditi in USA e per circa il 15% nel Regno Unito. In Europa continentale e Giappone, questa incidenza è inferiore e soprattutto non è legata così marcatamente ad un trend temporale. Questi super-retribuiti, comunque meno super, che compongono l’1% delle élite del reddito europeo, esistono dagli anni ’50, poi flettono un po’ ed infine tornano a quelle percentuali dal 2000 al 2010.  I paesi emergenti invece, sempre a livello di 1% più ricco, non arrivano alle percentuali di incidenza degli americani (ma il Sud Africa che ha una forte componente anglosassone, quasi), ma condividono la stessa dinamica temporale, ovvero il rapido e costante incremento a partire dagli anni’80.

chart-03Se passiamo dal centile (l’1%) al millile (l’1 per mille, quindi la cuspide dell’élite, ovvero lo 0,1%), tutte queste tendenze si confermano ed anzi, si acuiscono. Per il decile (il 10% più retribuito) l’incidenza totale delle loro retribuzioni, corrisponde al 47% del reddito nazionale negli USA, 30%-35% per Francia e Germania che era la stessa percentuale degli anglosassoni prima degli anni’80 cioè prima che iniziasse la divergenza.

Sul piano delle spiegazioni di questa divergenza, Piketty esamina sia le cause indirette che quelle dirette. Le cause indirette sarebbero il minor investimento pubblico in  istruzione negli USA, fatto che ha selezionato ab origine, un classe ristretta di formati per le alte sfere, che sarebbero quindi merce rara, quindi costosa. Inoltre, gli USA ed in genere i paesi anglosassoni, soprattutto se  comparati con Francia e paesi scandinavi, hanno bloccato il salario minimo a livelli bassissimi o lo hanno affidato al mercato, il che è anche peggio. chart-01Ci sarebbe anche il capitolo tasse ma lasciamolo fuori per il momento[2]. Le due cause in sinergia, hanno prodotto molti posti di lavoro a basso reddito e il loro contributo alla determinazione del reddito nazionale, pur essendo loro molto numerosi, sarebbe stato tale da far emergere le alte retribuzioni, legate all’alta ma rara “qualificazione”, come particolarmente incidenti.

Ma Piketty non si accontenta di queste spiegazioni, ritiene che non spieghino tutto il fenomeno nella sua dimensione. Come cause dirette, individua la “rivoluzione conservatrice” Thatcher – Reagan che ha creato un clima favorevole all’esaltazione del “merito capitalistico”, “estremismo meritocratico” thatcher-reagan_2530415blo chiama il francese, il che indubbiamente è vero. Dall’altra, Piketty nota  il fatto che le retribuzioni sono in pratica autodefinite dal millile superiore (se le danno da loro) e da questo parametro, conseguono quelle del centile e del decile, in proporzione. Questo almeno per il mondo dell’impresa. Stante però un tale standard di ricchi stipendiati (retribuzioni, incentivi, bonus, stock option) è chiaro che si forma anche un “giro” di fornitori di prodotti o servizi che ne condividono la ricchezza. Si potrebbe addirittura ipotizzare che mentre il millile e buona parte del centile sono propri cop34hmdel mondo dell’impresa, l’altra parte del centile e buona parte del decile, stiano coloro che hanno redditi collegati ai consumi del primo gruppo. E’ altresì chiaro che importi così ingenti possono formare in pochi anni un vero e proprio capitale che poi si riproduce a tassi maggiori di quelli della crescita (la diseguaglianza r > c ovvero tasso di rendita del capitale maggiore del tasso di crescita, crescita che è sia demografica che economica, è il perno su cui ruota l’intero lavoro del francese) generando una diseguaglianza strutturale, cioè una oligarchia dominante.

La tribù della “classe agiata”, tra finanziamento ai partiti, lobby e think tank condizionerebbero in loro favore, ovvero alla giustificazione e all’esaltazione di questa diseguaglianza, l’opinione informata e i decisori fiscali, il che è altrettanto vero[3], così come è vero che il tutto è preparato e favorito da un contesto ideologico centrato sul merito di sistema, premiare chi porta salute al sistema, cioè profitti[4].

= 0 =

Harvard_U_ShieldPiketty nota quindi che la cuspide dell’élite piramidale si dà le retribuzioni da sola e cita consigli di amministrazione o le assemblee degli azionisti che, secondo lui, non avrebbero esercitato il dovuto controllo.  Questo è vero ma solo in parte. Sicuramente le assemblee degli azionisti contengono molti votanti che neanche sanno cos’è un’impresa, men che meno quella di cui detengono piccole porzioni di capitale, nè tantomeno quali sono gli standard del mercato in cui opera quella impresa. Ma altri azionisti, gli azionisti di riferimento, il nocciolo duro che spesso ha rappresentanti nei CdA, queste cose non solo le sanno ma sono anche molto precisi nel difendere i propri interessi poiché ogni euro di costo manageriale in più è un euro in meno di profitto per loro.

Ne vien fuori che gli azionisti, le proprietà residue (ex proprietari di maggioranza che ora sono tecnicamente in minoranza ma esercitano ancora un ruolo di indirizzo significativo), i grandi fondi speculativi hanno avallato coscientemente quelle retribuzioni, perché?

Il primo motivo è che la retribuzione è una funzione del volume dell’impresa e del rapporto tra questo e il profitto. Redditi “scandalosi” quali quelli delle star dell’NBA o del calcio europeo o di certi attori o registi, sono in proporzione al volume di business e di profitto al quale danno il loro contributo. robert-downey-jr-on-gq-style__oPtNon c’è alcuna legge economica del merito qualificato da null’altro che contribuire a fare soldi in qualunque maniera si facciano in quel business. Messi non è andato ad Harvard, né il signor Robert Downey jr. che ha interrotto la scuola a 17 anni e da adulto si è barcamenato tra problemi di alcol e droga, entrando nella prigioni dopo esser uscito da cliniche di disintossicazione, ricevendo però redditi per 75 milioni di dollari (58 milioni di euro) nell’anno tra il 2013 ed il 2014 (Forbes). Il tutto per la sua straordinaria performance in Iron man, una vera pietra miliare della storia della cinematografia. Il “merito” è quindi un valore relativo ed anche nel caso delle imprese più serie del calcio e del cinema, occorre relativizzare e precisare “merito” di cosa. I meriti vanno relativizzati e dovrebbero oltretutto essere parte di un bilancio che include le passività o meglio i demeriti. Fare profitti ed inquinare, fare profitti e produrre armi (quindi far di tutto per creare la domanda specifica), fare profitti sulle malattie (e spesso, anche qui, far di tutto non per debellarle ma per controllarle) etc.

Il secondo motivo è più contorto e non sapendo nulla né d’impresa, né di business, gli economisti non lo conoscono proprio, non lo “vedono” con le lenti appannate della loro conoscenza esoterica. Picture_216La retribuzione degli altissimi vertici, legata al profitto che contribuiscono a creare è legata ad un merito spesso perverso. Mentre effettivamente Messi fa la differenza nel sostegno del merchandising mondiale del Barcellona, nessuna impresa produce profitto perché c’è un tizio al vertice dotato di poteri taumaturgici. Talvolta neanche gli azionisti lo sanno ed infatti molti tagli di personale che a loro fanno gola perché diventano immediatamente profitto, hanno poi fottuto l’impresa e disastrato le sue effettive competenze e capacità di competizione. In particolare, quello che può esser un merito a gli occhi degli shareholders a breve, può essere un demerito a gli occhi degli stakeholders che ragionano a medio-lungo.  Mentre l’imprenditore era stanziale ovvero legato ai destini di lungo periodo della sua impresa, azionisti e manager sono migratori. Si fermano sugli stami avidi di polline, succhiano e volano via. Se poi hanno succhiato troppo e il fiore muore per loro è tutto di guadagnato, è distruzione creatrice, i campi sono pieni di fiori e per far spazio a nuovi i vecchi debbono pur morire, meglio se presto.

Ma c’è anche un terzo misterioso motivo, un motivo che va cercato nel merito di conduzioni di “operazioni speciali ”. Preparare una azienda per la quotazione ovvero farla sembrare un gioiellino nel minor tempo possibile. Va da sé che nel minor tempo possibile nessuna azienda si trasforma da massaia a supermodella ed infatti quello con cui si agisce è la “cassetta dei trucchi”, dal photoshop di bilancio alla chirurgia estetica che sugge il grasso (costo del lavoro) e rende snelli e scattanti anche se scotomizzati. Obama-and-MarchionneMolti hanno notato costernati che durante la stagione Marchionne, la FIAT e forse la stessa famiglia Agnelli non ha fatto questi gran profitti nonostante le rilevanti retribuzioni del manager. Ma nel caso, “l’operazione” non era fare profitti, era salvare la cassaforte di famiglia e portarla a capo di una azienda multinazionale (multi nazionalità che gli Agnelli, essendo storicamente degli incapaci com’è ampiamente documentato dalla storia della FIAT italiana, non erano stati in grado di costruire con le loro mani, quanto ad imprenditori-produttori), abbandonando l’Italia  incluse maestranze e manager. Sulla questione FIAT c’è un punto cieco anche a sinistra (o quel che ne rimane). Marchionne era pagato per attirare su di sé tutta la rabbia e la critica che l’operazione condotta, produceva. Egli è pagato anche per fare da catalizzatore della negatività. Ma Marchionne è il garzone, il principale di bottega è nella famiglia che pagò a livelli stratosferici un criminale (Moggi) perché organizzasse le cose in modo da far vincere scudetti su scudetti alla loro squadretta di calcio, che ha succhiato decenni di finanziamenti pubblici, che ha avuto (ed ha) a libro paga buona parte della stampa italiana ed ha pesantemente condizionato gli standard dell’intero capitalismo nazionale, banche e Mediobanca incluse, allietandoci su i settimanali “rosa” con le sgangherate vicende della loro famiglia piena di bug di sistema e passando alla storia per la decisiva invenzione dell’orologio sopra il polsino della camicia. Storicamente FIAT, rispetto ai principali competitors francesi o tedeschi, ha basato il suo fatturato per più del 90-95% su un unico mercato: l’Italia. Un mercato politicamente protetto, chiuso, invulnerabile e impenetrabile, un rendita di posizione monopolista, garantita dall’incesto politico.

Le “operazioni” sono assai varie nel catalogo ma hanno sempre, tutte, a che fare con la finanziarizzazione.

100_0511Il motivo per cui l’incidenza del millile, del centile e del decile si è impennato a partire dagli anni ’80 e specificatamente per gli anglosassoni è perché queste economie, da allora, hanno fatto una torsione copernicana abbandonando progressiva-mente industria ma financo certi servizi per dedicarsi alla banco-finanza, sia con imprese proprie del ramo (che essendo quelle più decisive sono anche quelle che danno le retribuzioni più glamour), sia con imprese più tradizionali le quali però hanno smesso di dedicarsi al particolare business che le contraddistingueva per dedicarsi a merger&acquisition, quotazioni, emissioni di strumenti finanziari esoterici per reperire e remunerare capitali non necessariamente poi investiti in R&S o potenziamento strategico e produttivo. Gli ultimi decenni sono tra i più poveri di innovazione (si vedano le analisi dell’economista R.J.Gordon) sebbene il coro greco assunto per narrare i fasti della post-modernità del capitale, abbia fatto di tutto per far sembrare il contrario. Se ci fosse stato investimento in innovazione reale, invece di pagare questi “angeli del valore” che magari hanno delocalizzato per la gioia di azionisti irresponsabili e  si fosse meglio distribuito il reddito, stante comunque la contrazione strutturale dell’economia occidentale, oggi le cose sarebbero serie, ma meno drammatiche. Imprese nominalmente iscritte a questo o quel settore di mercato, sono in realtà diventate lavatrici di capitali fittizi che le banca centrale del dollaro ha immesso copiosamente nel mercato lungo tutti i diciannove anni (1987-2006) della gestione Greenspan. book_cover_wallstreetIl merito non è più legato al capitalismo concreto delle cose e delle persone, ma a quello esoterico della riproduzione del capitale senza passare per la produzione di alcunché.

Ma per arrivare al nocciolo della questione occorre scendere ancora più in basso. La stragrande parte di tutto il gioco, ovvero mostrare aziende performanti a mille che ogni anno, che dico, ogni trimestre, sono in grado di eccitare i valutatori dei rating e i buyer dei fondi, è chiaro che bisogna avere anche un po’ di fantasia. E la fantasia richiesta non è certo più quella dell’invenzione o dell’innovazione di prodotto o di processo (l’ultima innovazione di processo è giapponese ed è degli anni ’90, il toyotismo), ma dell’innovazione finanziaria per rendere esteticamente interessante il marchio che richiede capitali sul mercato. Questa capacità ha richiesto manager che nulla più hanno a che fare con il business di cui nominalmente si occupano, manager che viaggiano con uno stuolo di giovanissimi e super pagati (quelli del decile) consulenti che saltano dal petrolifero alle telecomunicazioni, dai prodotti in seta alla siderurgia pesante, dalle start up alla fusione per incorporazione senza ff2cf10116dc7461ebbbf49a0235a7abaltre competenze che non quelle della cosmesi, di creare nel minor tempo possibile, imprese “sexy” (espressione effettivamente usata nel gergo in uso nella loro professione). Il loro reddito è certo straordinario per ciò che sanno fare in questo campo dell’apparenza ma comprende anche una sorta di assicurazione professionale implicita, la copertura del rischio. Quale rischio? Il rischio (molto aleatorio e pressoché inesistente anche se mai del tutto) vengano beccati, Già, perché una certa  parte di ciò che fanno, nonostante la pesante de-regulation, nonostante l’ampia connivenza esplicita di tutto l’ambiente regolatorio, banco finanziario, authority et varie, non è legale. Questo costa, costa molto. Costa anche molto tenere la bocca chiusa perché spesso quelle azioni sono state avvallate da irreprensibili grandi possessori non di reddito, ma di capitale, i veri padroni del valore a vapore.

Il reddito remunera la presa di responsabilità, sociale, professionale, legale. 23-lede-madoffChe una compagnia petrolifera o produttrice di armi o che opera in determinati mercati del terzo mondo per grandi commesse, dia tangenti, è parte funzionale standard di quel business, non è eccezione, è norma. Eppure, questo standard da tutti conosciuto, risulta un crimine secondo le leggi nazionali occidentali, per cui “si fa” ma c’è sempre la possibilità che diventando pubblico, porti ad una incriminazione. Così far lavorare minorenni, produrre prodotti cancerogeni, inquinare, falsificare informazioni-dati-bilanci, falsificare test di idoneità, tramare col potere politico e regolatorio e giudiziario, spiare e ricattare i concorrenti, praticare l’oligopolio di fatto firmando cartelli che proteggano dal mercato, partecipare attivamente alla formazione di bolle fornendo la materia prima: “l’aria fritta”.

Wall-Street-1I dati delle aliquote fiscali più alte riportati nella nota 1, dicono che mentre per decenni  (fino appunto a gli anni ’80) i legislatori hanno punito severamente ogni eccesso retributivo, sostanzialmente confiscando l’eccedente (con tassi sopra l’80%-90%, in effetti, è confisca) dopo non è solo intervenuta una diversa ideologia, ma la deliberata scelta di sprigionare quei “spiriti animali” che portavano a creare, con le buone o con le cattive, il necessario profitto, vero o falso che fosse, onesto o profondamente disonesto. Necessario perché è  questa la materia prima che alimenta il circo delle quotazioni intorno al quale si è ristrutturato l’intero sistema capitalistico anglosassone. Aliquote da confisca del reddito avevano lo scopo di scoraggiare l’avventurarsi in territori che naturalmente portano a superare i limiti del lecito poiché solo l’illecito produce moltiplicatori veloci ed ingenti. Passare l’aliquota massima su i redditi, dall’80% al 28% come fece Reagan, va letto solo e soltanto come esplicito incentivo alla delinquenza.

Pensare che nel capitalismo, qualcuno becchi un sacco di soldi senza motivo per così lungo tempo solo perché i controllori dell’impresa non sono più controllati o perché imperversa una ideologia estremistica del merito (apparente) è assai ingenuo. Passando dal profitto della produzione, alla produzione di profitto in sé per sé, la nozione di merito è passata ai valori della furbizia, della apparenza seducente, della intraprendenza delinquenziale. L’inflazione dei mercati della droga, delle cure psichiche, della farmaceutica dell’umore nelle capitali anglosassoni, si spiega direttamente con l’evidente crisi dell’anima che questo circo della “malavita del valore” produce. Del resto, una disciplina, l’economia, che nasce nella filosofia morale e da questa si emancipa per liberarsi da vincoli ritenuti restrittivi non può che giungere a questi esiti di morale negativa. Altresì, questa deriva non è reversibile, non si è trattato di uno sbandamento in curva correggibile ma del portato inevitabile della necessità di lasciare l’economia di produzione e scambio ai nuovi paesi emergenti e garantirsi un posto al sole, sovraintendendo la circolazione del capitale finanziario. Gli anglosassoni, dagli anni ’70, sono entrati  in quella tipica fase di autunno del proprio ciclo egemonico, ben descritta dallo storico F. Braudel.

Questo sistema mantiene una sua razionalità formale è quella sostanziale, quella dei fini, che è deragliata ed è deragliata di necessità.

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L’articolo è pubblicato anche su sinistrainrete.

[1] Capitolo 14 per le questioni fiscali connesse a gli alti redditi.

[2] La ricostruzione storica dell’andamento delle aliquote più alte come imposta su i redditi (1900-2013) riportata a pagina 782 per i redditi ed a pagina 788 per le successioni, hanno dell’incredibile. Per ben 48 anni (1932-1980), gli USA hanno applicato una imposta massima su i redditi media dell’81% con punte del 90% tra i ’50 ed i ’60 ovvero proprio gli anni di maggior concentrazione delle innovazioni tanto di processo, quanto di prodotto. I britannici, prima della Thatcher, sono arrivati al 98%! Con Bush, gli americani sono scesi a 35%-36% e con Reagan al 28%. I profeti del merito, dovrebbero spiegare come si realizzò la massima concentrazioni di invenzioni del XX° secolo dei ’50 e ’60, con redditi così livellati.

[3] A pagina 810, Piketty cita una serie di studi americani che sosterrebbero la tesi secondo cui “…il processo politico americano è sostanzialmente prigioniero dell’1%”, che cioè il riformatore è prigioniero del riformato, tesi pare piuttosto in voga nell’intellighentia washingtoniana. La mia opinione è che questa lettura della dinamica della “finanziarizzazione per caso”, non comprenda le ragioni di fondo per cui ciò è stato fatto, io credo, nella piena consapevolezza del potere politico, come si è detto in precedenza, di “necessità”.

[4] Il mito di Steve Jobs (“jobs” in nomen omen), moderno santo del merito capitalistico, nasce da questa nuova teologia del valore.

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DAL GENE AL GENERE.

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Recensione e riflessione intorno a E.O.Wilson, La conquista sociale della terra, Cortina, Milano, 2013.

O. Wilson è un biologo americano, noto soprattutto per i suoi studi su i sistemi sociali degli insetti e per aver fondato la disciplina della sociobiologia. La sociobiologia sarebbe lo studio dei rapporti di causa ed effetto tra il piano biologico, cioè genetico e il piano sociale, cioè culturale. Una sorta di “dal gene, al genere”. A suo modo, è una prima forma di scienza complessa poiché tenta di mettere in relazione due ambiti, di solito, considerati separatamente o non considerati reciprocamente. Ai suoi esordi nell’immediato dopoguerra e per lungo tempo a seguire, i sociobiologi hanno tenuto fermo il paradigma interpretativo del piano biologico all’ancoraggio della sintesi neo-darwiniana che a sua volta era ancorata, in certi aspetti, alla lettura che i primi interpreti dettero dell’opera di Darwin. L’opera di Darwin ha caratteristiche simili a quella di Marx nel senso che: a) è una forte intuizione generale iniziale, una sorta di rivoluzione concettuale; b) l’opera completa del fondatore il nuovo paradigma non è del tutto omogenea nel senso che in essa si possono trovare più giudizi la cui convivenza non è del tutto chiarita e concetti che non sono del tutto spiegati. Per Darwin, come per Marx, si è prodotta allora una sorta di ermeneutica sofferente, combattuta tra il dar ragione alla fondazione prima ed il non trovare sempre e con chiarezza riscontri nel materiale originale, dilaniata tra la difesa dell’integralità originaria e la necessità di modificarne alcuni parti per rendere totalmente sistematizzato un materiale che in origine non lo era.

imagescv78Per Darwin in particolare, ci si è concentrati  sugli sviluppi derivati dalla scoperta del DNA (Watson, Crick 1951-1953) ignoto a Darwin ma tassello fondamentale per dare piena ragione scientifica alla teoria detta dell’evoluzione. Ma tale teoria, elaborata da quello che era un naturalista della metà del XIX° secolo e non un biologo molecolare del XX°, aveva maggiori implicazioni generali che non particolari. Intendiamo i concetti di evoluzione e di adattamento, di lotta e competizione per le risorse e la riproduzione, dell’unità metodologica (individui – gruppi), delle relazioni natura – cultura, dell’incidenza dell’ambiente nelle determinazioni selettive-adattative. Questi argomenti meno precisi ma più importanti, furono precisati e mineralizzati da interpreti di Darwin e non da Darwin stesso. In particolare da i suoi più stretti iniziali difensori (T. H. Huxley) e da chi per primo ne ha recepito convintamente le iniziali ipotesi (ad esempio, il filosofo-sociologo H. Spencer). A rigore, quella propria di Darwin, è una teoria dell’adattamento più che dell’evoluzione ma più che altro andrebbe fatta una pulizia dei concetti che chiarisca i rapporti tra tempo, nicchia ecologica, adattamento, teleologia, cambiamento. Fintanto che lo sviluppo del darwinismo si è mosso below the line, ovvero nello spazio della biologia molecolare le cose si son fatte sempre più certe e precise tanto da giungere alla citata sintesi neo-darwiniana. Quando però si è tornati come nel caso della sociobiologia a riconnettere questo sotto la linea con il sopra la linea ovvero con quello che poi succede a livello fenotipico, dei gruppi o dei livelli socio-storici, si sono prodotte delle anomalie. Ogniqualvolta ci si deve riferire a questo livello sovra molecolare, si deve fare i conti con la non completa precisione dei testi originari di Darwin, con l’interpretazione che ne venne data più di un secolo fa, con il dominio non sempre visibile e percepito di un meta-paradigma culturale precisamente anglosassone basato sull’individualismo egoista razional-calcolante in un ambiente difficile[1], paradigma che potrebbe esser un particolare e non un universale, paradigma che ombreggia il pensiero di Darwin ma che proviene da fuori di Darwin.

2218175-MillLIBERTA300-264x431L’intera questione converge con quella del pensiero economico moderno sotto due aspetti. Mentre la parte bio-molecolare essendo ignota a Darwin è stata sviluppata scientificamente in piena libertà, così come l’intero apparato delle formule algebrico-algoritmiche dello sviluppo dell’economia politica in economics, accentuando in entrambi i casi i crismi “scientifici” (numero-peso-misura-precisione-predizione), la parte degli assunti fondativi a priori (ad esempio l’unità metodologica dell’individuo) e le conseguenze molteplici (naturali, sociali, comportamentali, psichiche ed in definitiva “culturali”) è stata coartata dogmaticamente a gli assunti ritenuti veri più di un secolo e mezzo  fa, senza alcuna possibilità di “evoluzione”. Della teoria dell’evoluzione come dell’economia moderna, impianti separabili in tre spezzoni di logica (gli assunti iniziali – lo sviluppo descrittivo dei fenomeni – la verifica nei fatti concreti che i primi ed i secondi dovrebbero validare) si è dilatato il secondo tratto mantenendo ingiustificatamente rigidi il primo e l’ultimo. Con il marxismo, tutti e tre sono casi teorici-disciplinari che si rifanno a fondazioni di più di un secolo e mezzo fa, veri e propri casi di “canoni” dotati di una loro scolastica e di chierici a riproduzione e protezione del canone stesso.

slide_4La sociobiologia, nata come visione deterministica e riduzionista,  ad un certo punto, si è dedicata al concetto di adattamento più che a quello di lotta per la sopravvivenza e riproduzione ed ha cominciato a trarne le conseguenze logiche quanto ad unità metodologica. Quello che era il fondamento metodologico basato sull’individuo si è tripartito poiché l’individuo ha una struttura molecolare (genotipo), una organico-psichica (il fenotipo) ed una sociale (il gruppo inteso prima come famiglia e poi come società). Lo steso fatto che l’essenza dell’individuo sia sopravvivere e riprodursi andrebbe precisato perché l’individuo umano sarebbe meglio definibile secondo i principi del vivere il più a lungo possibile ed il meglio possibile, il che non sempre coincide con le due prime definizioni. Altresì le analogie ed i relativi concetti  tra animali semplici, animali complessi ed esseri umani hanno un limite di trasferibilità. Il lieve spostamento concettuale dall’unidimensionalità dell’individuo egoista e hobbesiano, alla tridimensionalità dell’individuo genetico-bio-psichico-culturale e sociale e quella della sua configurazione da lottatore prepotente ed egoista a quella di cercatore di fitness sofisticato non è stato però indolore[2].

411X4CDDD3LQui ci occupiamo di una delle ultime fatiche librarie di E.O.Wilson, – La conquista sociale della Terra, Cortina, Milano, 2013 – che è uno dei principali attori di questa svolta. Proprio nell’introduzione che ne ha fatto Telmo Pievani, s’inquadra lo “strappo” operato da Wilson in favore di una pluralizzazione delle spiegazioni, pluralizzazione che come di consueto per ogni immagine di mondo generale o particolare, aizza prontamente i guardiani dell’unicità dogmatica (R.Dawkins). Nel caso specifico, la polemica “locale”, è centrata sullo spostamento dalla teoria dell’egoismo genetico di parentela alla nuova prospettiva della selezione di gruppo. In ballo c’è la spiegazione dell’altruismo umano (ed animale in alcuni casi) ovvero tutto ciò che porta alla cooperazione, al mutuo appoggio, alla solidarietà, fatti “inspiegabili” per l’immagine di mondo anglosassone centrata sull’individualismo egoista oltretutto basato dalla tirannia di geni ancorpiù ciecamente egoisti che usano il corpo solo come veicolo della loro riproduzione. In Wilson, questo spostamento, ha anche il benefico effetto di farlo smettere di proiettare le sue conoscenze specifiche su gli insetti eusociali sull’uomo, riconoscendo a quest’ultimo uno specifico intenzionale che alle società robotizzate delle termiti, api e formiche, manca del tutto. In pratica, egli si emancipa da uno dei tanti riduzionismi che impongono la riduzione dell’uomo ad animale, l’animale complesso a quello più semplice, l’animale più semplice alla costituzione fenotipica, la costituzione fenotipica all’interrelazione cellulare e questa al genotipo, il genotipo complesso al gene decisivo in una catena di semplificazioni atte a salvaguardare la determinabilità “scientifica” (in realtà solo quella semplicistica) che dal micro va al macro, eredità non cosciente del neoplatonismo che soggiace a molte convinzioni anglosassoni. In sua vece, si disegna una catena complessa di emergenze che spezzano la semplice riconducibilità 1:1 del macro al micro o viceversa[3].

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9788804636694-il-gene-egoistaIl libro di Wilson, che è anche un assai godibile scrittore, è un tentativo di conquista della spiegazione dell’essere umano che ha un livello storico fatto di natura e cultura, livello storico che emerge da un precedente preistorico sul quale c’è molta reticenza (non in Wilson ma nelle relative discipline paleo-antropologiche[4]), livello preistorico che emerge da un precedente livello animale e questo da quello bio-molecolare. In ballo ci sono le spiegazioni degli atteggiamenti sociali e di quelli egoistici, lo sviluppo delle facoltà linguistiche, dell’intenzionalità umana, dell’etica, delle credenze, del ruolo elle immagini di mondo e dei dispositivi culturali,  delle ragioni della speciazione umana, del parallelismo possibile o meno con atteggiamenti eusociali animali e la finale riconduzione di questi a qualche assetto genotipico. Il tutto nel rispetto del concetto di adattamento all’ambiente che opera a vari livelli le sue sforbiciate selettive. In pratica, la sfida di Wilson è ricostruire la complessa catena causativa che dalle  ragioni biologiche arriva ai comportamenti sociali aggredendo così alle fondamenta, il paradigma semplificante individual-egoista ed il suo gene onnipotente e tirannico che produce individui altrettanto onnipotenti e tiranni ovvero un mondo in cui la tirannia è onnipotente. Sfida che diventa epistemica poiché aumenta i livelli di analisi e spiegazioni, quindi la determinazione dei fattori, quindi la complessità delle conoscenze e delle logiche che le fanno operare.

coofigIl nocciolo della ipotesi Wilson è che la selezione è multilivello, agisce a livello dei gruppi ed a livello degli individui. Noi aggiungiamo che agisce a livello del complesso genotipico (che si riflette nel fenotipo secondo la logica per cui il totale è qualcosa di più che non ciò che determina le singole parti) e non solo a livello di singolo gene anche perché sembra assai improbabile si possa sempre ricondurre fenotipi e comportamenti complessi alla causa una del singolo gene e sua possibile mutazione. La selezione di gruppo premia atteggiamenti cooperativi e sociali, quella al livello individuale può anche premiare la furbizia, l’aggressività, la prepotenza e l’egoismo ma i conti si fanno anche a livello dei fenotipi. Un individuo troppo individualista, soprattutto quando i gruppi umani erano molto piccoli ed il controllo reciproco (la reputazione) vis à vis, veniva cacciato dal gruppo e le minori possibilità di sussistenza e riproduzione, lo avrebbero cancellato dal flusso evolutivo. Così l’angelo caduto in terra totalmente altruista si sarebbe dimenticato di proteggere se stesso e le sua facoltà di esistenza e riproduzione. Altresì, l’aggressività e l’egoismo residuo degli individui, venne assunto come direttivo a livello di gruppo per cui i gruppi tra loro si comportano come individui aggressivi ed egoisti. Noi qui dobbiamo sintetizzare ma anche Wilson lo fa a sua volta e certo la faccenda è un po’ più complicata, però nel grosso, questo spiegherebbe l’inesistenza di una natura umana monodimensionale (tutti buoni o tutti cattivi) ovvero l’esistenza di un patchwork di predisposizioni anche conflittuali (sembrano conflittuali a noi, alle nostre categorie ma siccome sono dati reali sarebbero da sfumare le nostre categorie piuttosto che piallare la complessità umana[5]) che nell’insieme non solo ci fanno essere quello che siamo, ma hanno mostrato di “funzionare”, almeno fino ad oggi, assai bene. Anche troppo.

Infatti Wilson ammonisce che questa corsa alla nostra specificità che è diventata preminenza senza competitor, rischia di portarci alle soglie di un disadattamento perché non conosciamo più i limiti. Non conoscerli non significa che non esistano e quando non si conoscono i limiti, quando ci si abitua a correre a fari spenti nella notte, prima o poi si incontra il platano.

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2_Oriuo_3Il nocciolo teorico della spiegazione di Wilson parte da un serie di preadattamenti. Il concetto di preadattamento segue l’impostazione progressiva di Dariwin ovvero cose anche molto complesse derivano da una catena anche molto lunga di micromutaizoni, tutte adattative di per sé anche se nel complesso arrivano a risultati emergenti assai clamorosi e non immediatamente riconducibili a semplificate riduzioni. Il contesto di questa dinamica di mutamento progressivo è il tempo lungo poiché Darwin era sì un naturalista, ma anche un geologo e furono proprio gli sviluppi della geologia ad aprire gli scenari del tempo lungo e lunghissimo che portano alla sua teoria. Altresì  la teoria delle mutazioni catastrofiche (rivoluzioni genetiche e speciative à la S.J.Gould) è stata vissuta come alternativa a questa che lavora sulla complessità costruita nel tempo per tentativi ed errori ma nella sostanza non lo è affatto. Pluralismo significa accettare che i fenomeni hanno forme diverse perché hanno cause diverse e la natura non è così stupida da svilupparsi secondo una sola prassi, riducibile a legge,  come a noi piacerebbe fosse. Questi preadattamenti portano al punto base e il punto base è il nido, dove c’è nido c’è casa e dove c’è casa c’è famiglia che è il primo gruppo. Da una famiglia ovvero un gruppo a più famiglie e più individui ovvero una società ovvero difesa collettiva di più nidi e ricerca collettiva della sussistenza, talvolta,  ha agito la selezione naturale premiando la formazione di gruppi più consistenti e persistenti. Del concetto di selezione naturale, Wilson,  evidenzia spesso la versione territoriale, quella che nel mondo umano storico e sociale potrebbe essere la geografia, la quale invece non è considerata tanto dalle teorie materialistiche, quanto da quelle idealistiche. Una linea di ricerca suggerita da Wilson è anche quella che non punta a trovare geni eusociali ovvero espressione attive ridotte alla logica un comportamento = un gene, ma che punta a capire la struttura del genotipo. Alle volte basta un gene ma un gene che silenzia un comportamento (ad esempio la dispersione territoriale per moltiplicare i nidi invece che condurre a buon fine la crescita di una prole specifica). La causa inibitoria è talvolta, in linea logica, altrettanto importante di quella necessaria e di quella efficiente.  9788883535161Un comportamento è la risultante di molti fattori, diremmo che è un “sistema complesso” non solo determinato da un gene o un gruppo di geni, ma dalla modifica dell’intensità o della funzionalità di alcuni di essi nell’ambito sistemico del genotipo. Non sempre l’innovazione crea nuovi tasti del pianoforte, ne cambia il timbro e l’utilizzo. Questa complessità si forma non solo perché arriva un nuovo carattere ma anche perché sopprimendo uno vecchio, si riconfigura in maniera diversa l’intera interrelazione dei fattori. Epistemicamente, questo fatto è assai interessante perché abitua a costruire causazioni complesse, a non cercare solo le linee semplici dell’una causa – un effetto, ma quelle molteplici dell’una/molteplici causa/e – molteplici effetti e retroazioni di effetti poiché tra genotipo e fenotipo c’è un vasto territorio intermedio che è fatto di sistemi.

raPPayX3b4sh_s4-mbCi sarebbero molte altre cose da dire sulle idee di Wilson ma a noi interessava parlare del suo libro principalmente per questi tre aspetti. Il primo è quello della formazione di una epistemologia complessa, nel caso specifico, come riporta Pievani in Introduzione, fatta di: “ecologia delle popolazioni, struttura degli habitat (geografia), oscillazioni climatiche (ambiente), fattori limitanti (logica del contesto), tipologie di risorse (varietà, diversità), difesa del territorio (comportamento), reti sociali (sociologia), fiammate innovative (creatività), dimensioni delle popolazioni (demografia)”. L’analisi multifattoriale è quella più realistica ed adattativa per lo sviluppo di una conoscenza complessa adatta a tempi complessi. Dovrebbe diventare un “must” in tutte le discipline a favorire anche il superamento dell’ottusa divisione disciplinare. La seconda è lo sforzo di riunificazione delle due culture. Purtroppo questo sforzo è condotto quasi sempre da scienziati e quasi mai da umanisti. Forti nel loro mondo matematico e dalle logiche ferree che li fa specialisti di natura, spesso si avventurano con coraggio nei campi per loro stranieri della complessità umana, della cultura a tentare una ricomposizione dell’innaturale divisione. Quasi mai o mai si nota il contrario. YvSuCl3lVVol_s4-mbLa cultura umanista nella sua lotta all’anti-dogmatismo scientizzante è diventata a sua volta dogmaticamente convinta che le propri lenti possano dar conto di tutto, che la scienza è ideologia ed allora tanto vale sbandierare la propria ideologia a priori senza cercare verifica nella realtà dei fatti (per quanto essi siano interpretati non sono solo interpretazioni, il fatto ha una sua durezza per quanto per noi noumenica).  La terza è lo sforzo di emancipazione anche di una autore anglosassone ed addirittura americano e ben interno, almeno in passato, all’élite accademica che ha governato e governa il canone neodarwinista, dal dominio paradigmatico dell’individualismo possessivo – egoista che fonda quell’utilitarismo alla base dell’antropologia e dell’etica moderna,  della teoria economica dominante, della teoria sociale anglosassone (quindi dominante), delle teorie politiche liberali, della filosofia analitica che riduce la complessità umana alla sua forma espressiva logico-linguistica. Tutte forme riduttivo- deterministiche che formano il canone anglosassone, quindi quello dominante, quindi quello “moderno” nella sua versione ufficiale pubblica. Esattamente quel “complesso ideologico” che ostacola il nostro adattamento ai tempi nuovi.

Anche se non condividiamo tutti i passaggi del suo ragionamento che è comunque vasto e non semplificantemente  assertivo, ne consigliamo la lettura almeno come aggiornamento generico sul cosa si sta pensando in diversi campi e discipline scientifiche e per l’onesto tentativo di riunificare le conoscenze su chi siamo, da dove veniamo, per capire dove potremmo andare.

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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? P.Gaugiin, olio su tela, 1897

[1] La basi di questo paradigma si formano nella prima metà del XIX° secolo nel Regno Unito ad opera della filosofia utilitaristica (J. Bentham, J.Mill, J.S.Mill), della teoria delle popolazioni di Malthus, dell’economia della scarsità di Ricardo ma affondano sul terreno del razionalismo scientista newtoniano, (in parte) della filosofia morale scozzese, della filosofia politica di Locke e prima ancora su una visione antropologica tipicamente anglosassone, quella di T.Hobbes. Secondo noi, il tutto, affonda le radici nella cultura e tradizioni antiche delle popolazioni barbare dell’Europa del Nord.

9780385340212_custom-29676d8313d79c7efa8c75724ab27276a67412a5-s99-c85[2] La svolta multilivello della sociobiologia è in realtà merito di una altro Wilson (David Sloan) ed anche di Elliot Sober i quali a loro volta riprende intuizioni anni ’60 di Wynne-Edwards, le cui prime proposte vennero massacrate dai guardiani del canone. Qui:   il suo blog  . Un paper a fondazione della svolta multilivello, scritto dai due Wilson, qui:

[3] Qualcosa di simile è portato avanti anche dallo stesso Pievani e N. Eldredge nel progetto Hierarchy Group di cui si sparla qui.

[4] Qui si deve segnalare, en passant, un progressione di nebulosità della conoscenza man mano che si retrocede nel registro storico sapiens – Neanderthal – erectus e precedenti, fino ai misteri connessi alla prima speciazione dalla linea degli scimpanzé-bonobo, la stessa predilezione anglosassone per gli scimpanzé mentre i bonobo mostrano tutt’altre propensioni comportamentali e sociali, la sottovalutazione dell’intenzionalità complessa già leggibile negli habilis, 7505il ruolo del linguaggio sovrastimato e recentizzato oltre il dovuto, la riduzione della mente umana alla struttura linguistica, la sottovalutazione degli aspetti culturali anche nelle specie più antiche e molto altro ancora.

[5] In effetti, una precoce e lucida individuazione di questa natura molteplice, a noi apparente come “contraddittoria” (poiché sono dialetticamente poste in tesi ed antitesi certe determinazioni nella nostra logica) si trova addirittura in Kant nella definizione antropologica della umana “socievole, insocievolezza”. Ma poiché la questione apriva ad un riesame critico delle forme dialettico trascendentali delle nostre immagini di mondo, non la si è esplorata nell’ansia di fornire “verità” semplici e definitive al servizio di ideologie tutte individualiste o tutte collettiviste.

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GERARCHIA vs DEMOCRAZIA.

La gerarchia nei gruppi umani, è funzione della distanza tra il singolo individuo e gli altri, tra il singolo individuo e il problema del Tutto. Vediamo più da vicino le due parti di questo assunto.

piramide16j1. L’era dei piccoli gruppi. Prendiamo venti-tranta individui che non si conoscono, mettiamoli in una isola deserta (senza telecamere o almeno coscienza che ci siano) e vediamo che tipo di dinamiche gerarchiche compaiono. Probabilmente nessuna. Nessuno cederebbe sovranità di intenzione spontaneamente (decidere in proprio), né, in questi piccoli aggregati, può esistere alcuna coercizione che porti un individuo a sottomettersi ad un altro se non in casi speciali e patologici. In questa condizione, non solo tutti conoscono tutti ma tutti conoscono il Tutto. Il Tutto è l’insieme dei problemi che il gruppo ha come unità, conoscenza dell’ambiente, come sopravvivere, come proteggersi, quale strategia adattativa darsi in quanto gruppo, come suddividersi i compiti. Tutti sanno di questi problemi ed ognuno ha la propria opinione su come affrontarli. E’ assai probabile che la struttura politica che questa comunità si darà, sarà di tipo democratico. Democratico, in questo caso è il sistema con il quale si prendono le decisioni, in cui si manifesta l’intenzionalità del gruppo come se questo fosse un individuo. In pratica, avremo decisioni a maggioranza dopo lunghe discussioni. Le discussioni saranno basate certo sul giudizio personale, ma questo sarà inquadrato entro certi limiti: 1) sapere di cosa si sta parlando (altrimenti si ascolterà qualcuno che ci sembra saperne di più); 2) non essere manifestamente volto all’interesse personale ma a quello generale; 3) essere espresso da individui che nel tempo si costruiscono una reputazione e che prontamente verranno chiamati a rispondere delle loro opinioni ove queste, alla prova dei fatti, si manifestassero erronee. Il rispetto di questi limiti sarà garantito dal controllo di tutti su tutti ovvero dal governo collettivo del rimanere entro questi limiti.  Il senso di equità e giustizia, di reciprocità e dedizione alla causa comune, saranno i principi impliciti delle interrelazioni tra individui poiché questi principi sono ciò che farà funzionare il loro gruppo e il loro gruppo è l’assicurazione sulla loro vita individuale. Nel tempo, potrebbero manifestarsi principi di delega di potere controllato, ovvero delega ad un individuo “esperto” o “più idoneo” a guidare il gruppo in una determinata attività. Poiché le attività del gruppo saranno molteplici, molteplici saranno i “capi” a seconda del tipo di attività. Si potrebbe definire questa forma “ad-hoc-crazia” ovvero governo ad hoc rispetto a specifici problemi; il capo caccia o pesca, il capo accampamento, l’architetto, il cuciniere, variamente in versione maschile o femminile, giovane o anziano etc. . E’ questa la descrizione delle società più antiche, quelle dei cacciatori e delle raccoglitrici. Già la definizione mostra di questa complementarietà. I cacciatori certo portavano grandi apporti di proteine e pezzi succulenti di carne da arrostire da cui il loro relativo prestigio sociale. design_hierarchy1Relativo, perché il risultato della caccia era incerto mentre il bisogno di mangiare quotidianamente era certo. Ecco allora che la raccoglitrici, provvedevano con una dieta forse meno interessante ma costante. Qualità saltuaria vs quantità certa, forse era questo il mix di sostentamento di questi piccoli ed antichissimi gruppi umani. I giovani avevano forza ed intraprendenza ma anche imprudenza e scarsa esperienza, valori simmetrico inversi a gli anziani, da cui il relativo prestigio di entrambi. Alla bisogna tutti avrebbero potuto far tutto ma perché far male qualcosa che qualcun altro per esperienza o inclinazione, sapeva far meglio? Ma questo “poter far tutto” potenziale, rimaneva importante dal punto di vista del contenuto delle deleghe. Solo chi sapeva di cosa si delegava, era in grado di delegare il migliore, il giudizio presupponeva conoscenza. Non tutti facevano tutto ma sapevano del tutto che delegavano. Questi gruppi, pare siano arrivati alle soglie della stanzialità, al seminomadismo che era una stanzialità itinerante in circuiti. Le stime, parlano di fino a cento o duecento individui per queste unità sociali. Ma forse questa struttura si è spinta anche più in là, lungo tutta la lunga transizione che portò la maggioranza dei gruppi dalla piena stanzialità, al successivo modo di produzione agricolo. Ormai si ritiene che la stanzialità fu un adattamento dovuto al numero degli individui nei gruppi umani. L’agricoltura, o meglio la cura intenzionale della produzione alimentare naturale, dalla cura del selvatico all’orticoltura e solo dopo trapianto di sementi, fu un lungo passaggio conseguente questo primo adattamento.

fg802. L’era dei grandi gruppi stanziali. Gli antropologi, dopo questo primo dei tre tipi schematici di società umana, prevedono un secondo assetto che introduce il principio di gerarchia semplice, il chiefdom o letteralmente dominio del capo. Qui il capo è capo per tutte le cose, non capo ad hoc, quindi perde il carattere di capacità intrinseca al singolo problema dato e diventa un generalista la cui unica vera capacità è l’essere capo. La gerarchia corta e variabile, diventa allungata e fissa. Probabilmente all’origine anche questo “capo” era un delegato ad-hoc e probabilmente non era un individuo, almeno in prima istanza, ma un gruppo di rappresentanti gruppi secondi, ad esempio il capo-famiglia, il più anziano o più speso la più anziana (visto che le donne tendono a vivere di più), i capi clan che formavano un consiglio dei capi, i maggiori produttori di sussistenza (cacciatori, allevatori, agricoltori, artigiani) interpellati per questioni ad hoc. Forse questi gruppi di prima élite eleggevano poi democraticamente un capo che era più un delegato al coordinamento,che non un plenipotenziario. A questa figura si riferisce l’espressione primus inter pares. Si tenga conto di questa democrazia delle élite perché la ritroveremo anche in tempi successivi. bands-to-democracyLe élite delle società più complesse saranno tutt’altro che democratiche nel loro governo della massa ma per gli stessi principi della democrazia dei piccoli gruppi, è facile siano democratiche tra loro, al loro interno. Altresì, questi “capi” singolari o plurali è probabile fossero revocabili e la loro posizione non era ereditaria. In un secondo tempo le élite diventarono chiuse e il potere condensandosi  in sempre meno mani,  venne trasmesso tra pari (magari con qualche lotta di successione o addirittura favorendo la successione con l’omicidio) o addirittura a discendenti all’interno della stessa famiglia. Già a questo primo stadio di complessità che corrisponde a gruppi umani già di una certa consistenza e già da tempo stanziali, notiamo due fatti che riconducono al nostro assioma iniziale.

Non tutti conoscevano bene tutti, c’era un raggio di intimità che disegnava gruppi probabilmente famigliari, gruppi stanziali originari versus quelli che affluirono dopo, gruppi che vivevano più vicini o la cui attività specializzata era comune e diversa da quella degli altri. Ma soprattutto non tutti più sapevano del Tutto. Gli agricoltori nulla sapevano di caccia e di allevamento e viceversa, gli edili e gli artigiani poco sapevano di sussistenza, chi giungeva da fuori di recente nulla sapeva delle tradizioni stratificate e trasmesse oralmente, chi aveva abitudine al contatto esterno (altri territori, altre comunità) perdeva contatto con tutte le specificità interne alla comunità. 93Per colmare questo buco di conoscenza, questa alienazione dal Tutto, per dare un senso prestabilito a ciò che cominciava a sfuggire, compare la trasformazione degli sciamani in sacerdoti, fu questa la prima comparsa di un processo impersonale, quella narrazione condivisa che poi chiameremo “immagine di mondo“, che sostituiva la relazione diretta e la conoscenza allargata. Questo stadio, poiché corrisponde ad aggregati umani più grandi, è anche quello in cui compare una sistematica frizione tra tribù contigue, dispute territoriali, concorrenza per le risorse, sgarbi reciproci. Queste società più grandi e quindi più complesse, nonché stanziali, diventano anche molto più sensibili a quei cambiamenti climatici che modificano l’economia di sussistenza.  Questo turbamento sociale produce lo scontro più o meno sistematico e con esso una nuova specialità: il guerriero.

carriciniDalla bulimia del possesso di prestigio e ricchezza delle élite, prestigio e ricchezza che son poi le ragioni per cui un gruppo umano domina sull’altro, all’interesse del capo a dominare porzioni sempre più grandi di popolazioni e territorio, sino alla necessità dei guerrieri ad avere qualcosa per cui guerreggiare pena la perdita del loro stesso ruolo sociale ed esistenziale, il tutto coadiuvato da sacerdoti coinvolti nella difesa della supremazia dei propri dei-narrazioni, inevitabilmente veri tanto quanto quelli degli altri irrimediabilmente falsi, tutto spingeva alla guerra. E con questa, la saldatura dei guerrieri e dei sacerdoti con le élite di governo. Questa triarchia ha forte  comunanza d’interessi nell’espandere il dominio che porta ricchezza e prestigio, dominio che tanto più si amplia tanto più rende complessa la società quindi tanto più lontano tutti da tutti e dal Tutto, tanto più in grado le élite di esercitare il divide et impera interno e dare il proprio corso interpretativo all’interesse del gruppo poiché unici in grado di interpretare il Tutto in nome e per conto di tutti. Paura del nemico, degli spiriti, delle punizioni, dell’esclusione sociale tengono buoni i tutti smarriti, subalterni e sempre più ignoranti. L’ordine gerarchico sulla complessità sociale crescente trionfa dappertutto, ovunque nello spazio-tempo della geostoria umana si volga lo sguardo, è una costante.

3. L’era degli Stati, dei Regni, degli Imperi. imagesb8lSi arriva così alla terza forma che non è altro che l’evoluzione per quantità e solo dopo per qualità, degli ultimi stadi della precedente, lo Stato. Dello Stato, colonna vertebrale è la burocrazia, la parte centrale al servizio dell’autorità ultima ma più che altro a servizio dell’intero sistema. La rete dei poteri delegati per territori e per funzioni (militare, economico-commerciale, religiosa) è lo scheletro articolato, l’élite di comando risiede nella scatola cranica, è chi decide dell’intenzione di gruppo. Nello Stato le distanze tra cittadini sono dilatate al massimo e la condivisione di conoscenza del Tutto ridotta al minimo. Ogni cittadino è iscritto in una specifica funzione ma le funzioni non intercomunicano se non attraverso la struttura ossea dello stato. Ogni funzione organica ha organi e sistemi che la connettono a rete al suo interno e con tutte gli altri organi-funzione. Le funzioni organiche sono i processi, i sistemi a cui danno vita sono sottosistemi del sistema generale, la logica di funzionamento degli organi è presidiata da élite che rimandano ad una gerarchia delle élite interna alla gerarchia sistemica generale.

gerar3vI processi sono impersonali come ad esempio lo scambio mercantile, la stratificazione sociale, la cultura di massa e quella degli ambiti specifici, la stessa divisione del lavoro e delle conoscenze. Il rapporto tra gli individui ed i processi è di sola sudditanza, nessuno ha individualmente la possibilità di rifiutare o modificare i processi se non ponendosi ai limiti o oltre ai limiti del sistema sociale, al prezzo quindi dell’autoesclusione dalla socializzazione. Questa esclusione è la più antica ed estrema forma di sanzione sociale: emarginazione nei casi più lievi, ostracismo nei casi più gravi. Il gruppo che protegge l’individuo sanziona i ribelli con la revoca della protezione.

Questi processi “s’impongono” come strategia adattativa e quindi vengono introiettati come “bene comune”. L’ordine funzionale è desiderato da tutti e il disordine temuto da tutti. Ogni qualvolta nella storia si crea una piccola breccia del sistema dominante, consegue una inflazione di disordine e prontamente la ferita viene saturata non solo dalle élite ma da tutti, poiché essi diventano dipendenti da quell’ordine, anche quando questo non è esattamente nel loro pieno interesse. Sebbene gli umani siano enti autocoscienti, i processi gerarchici nei quali sono chiamati ad interpretare la parte prevedono la scelta di un limitato o nullo range di possibilità, questo li fa assomigliare ad insetti eusociali, automi a cui è richiesto di interpretare un parte già scritta e prevista dal funzionamento del Tutto. L’impersonalità di questi processi ha fatto scoprire alla filosofa H. Arendt che, ad esempio nel caso del nazismo, il “male” era un prodotto banale, figlio non del Grande Malvagio ma del processo impersonale guidato da una immagine di mondo condivisa. Ogniqualvolta, anche nelle cronache recentissime, si indaga su i corredi delle guerre, si scopre sempre lo stesso catalogo di inspiegabili inumanità fatto di bambini trucidati, violenza sessuale, tortura, godimento sadico nell’infliggere dolore, sospensione delle funzioni empatizzanti dei neuroni specchio. In questi casi infatti non abbiamo più persone ma im-persone ovvero processi che impongono la s-personalizzazione.

last-nedI sottosistemi, famiglia, scuola, azienda, esercito, chiesa, gruppo politico, sono celle in cui è divisa l’architettura sociale, in cui l’individuo è l’interprete dei processi che quei sottosistemi prevedono. Le élite locali sanno sempre e solo del Tutto di quel determinato sottosistema e fungono da guardiani di quel processo, Le élite generali sono i guardiani ed i gestori del gioco principale che quella società si è trovata a giocare. Furono militari per lungo tempo, poi religiose nel Medioevo, poi industrial-commerciali nella prima modernità e finanziarie di recente (ma il dominio delle élite produttive o di quelle finanziarie, nel sistema moderno, è turnario). Nella modernità, élite generali sono anche quelle politiche in simbiosi prima con quelle commercial-industriali, oggi con quelle banco-finanziarie. Il modello complessivo è frattale. Vi è un sistema generale scomponibile in sottosistemi afferenti, un processo generale (essere/divenire) scomponibile in sottoprocessi componenti, una élite superiore che domina le élite inferiori che dominano le singole individualità poiché governano i processi e i sottosistemi nei quali queste sono ordinate. Il modello è una federazione delle funzioni (impersonali) e delle loro élite, non certo degli individui che vi sono compresi.

l-copyNelle società sopratutto occidentali contemporanee, il modello si è ulteriormente complessificato poiché ogni singolo Stato non è più un a sé dotato di auto-sovranità ma si è infilato in reti di logiche superiori  che lo fanno diventare sottosistema. Diventare sottosistemi di sistemi più ampi aggrava la distanza tra i componenti ed aggrava in maniera esponenziale il problema della conoscenza e quindi controllo del Tutto. Ciò coincide con l’aumento di eteronomia e diminuzione di autonomia. Questa grande complessità funziona solo con processi sempre più impersonali, in cui il Tutto è irriflesso, in cui nessuno sa più dire cosa e chi sia causa di fatti ed eventi.

Il Tutto è ormai diventato puramente esoterico, tanto più grande il suo corpo organico-funzionale, tanto più piccola, remota ed imperscrutabile l’élite che tenta di controllarlo. Come notava Bobbio (Tacito prima di lui, Chomsky dopo di lui), tanto più grande e complesso l’impero, tanto più imperscrutabili ed inconoscibili gli arcana imperii, tanto più lontano dalla democrazia ci troviamo poiché il Tutto diventa trascendente.  L’élite ultima (o prima) certo può contare su competenze e risorse, sullo schema a piramide per cui esse sono collegate a strati di élite sottostanti, ma per incommensurabilità tra la complessità della faccenda e le capacità umane, le élite sono in fondo non regali ma sacerdotali. Le élite regali sono le élite ultime, quelle che agiscono con intenzione, per sé e nel pieno controllo del sottostante. Monarchie assolute, dittatori, tiranni, proprietari d’azienda sono di questo tipo. discorso-di-auguri-alla-curiaLe élite sacerdotali sono le élite penultime, quelle che agiscono con intenzione, non solo per sé ma nell’interesse del processo di cui sono il clero, c’è un Dio sopra loro. L’impero la cui logica è trascendente diventa quindi pienamente trascendentale e la conoscenza dei suoi processi, teologia pura. Questo Dio è un processo impersonale che chiamiamo “modo di stare al mondo”. Il “modo di stare al mondo” occidentale è quello di ordinare la società facendola giocare al gioco della produzione e scambio, mentre le élite giocano nel Casinò del Far West dove contano dollari e pistole. I primi sono convinti di vivere in un mondo reale ed educato, nel pieno possesso delle proprie facoltà intenzionali, osservanti i dogmi che vengono inculcati con premi e punizioni quando in realtà sono le comparse del film i cui registi si disputano i passaggi di sceneggiatura tra lanci di fiches, tavoli rovesciati e sfide a duello tra bande nella pubblica via. L’intellettuale funge da pianista del bordello mentre il sacerdote consola il pubblico-comparsa attonito, promettendo per “dopo” un’altro film più bello, visto che questo che stanno girando è assai bruttino.

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Il simmetrico inverso di questo  stato di cose dominato da gerarchie sempre più complesse e sempre più impersonali è riportare tutti a contatto diretto con tutti e riportare il Tutto a conoscenza dei tutti.

4. La comunità democratica. Le comunità umane saldate dal contatto reciproco, quelle in cui le distanze fisiche tra le parti componenti (gli individui) sono ridotte al minimo, sono i sistemi più naturalmente democratici, quelli in cui la democrazia è imposta come regola da tutti perché è nel naturale interesse di tutti badare ai fatti propri dove i fatti propri non sono il recinto privato degli affari personali ma tutti i fatti che determinano la nostra condizione esistenziale e sociale, fatti che ci riguardano perché ci determinano.
ConnectogramTra i vari istituti democratici alle base della democrazia ateniese, dal diritto di parola pubblica in assemblea (isegoria), all’uguaglianza di fronte alle leggi (isonomia), all’uguaglianza davanti alle decisioni (isopsefia ovvero la famosa “una testa – un voto”), al salario di partecipazione tanto per la partecipazione all’assemblea, quanto per l’investimento di tempo privato in attività pubblica in favore dell’autogoverno della comunità (istituto introdotto da Pericle quando la democrazia si aprì ai più bassi strati sociali), all’ethos che spingeva alla partecipazione attiva ed alla presa di responsabilità, al dialogos che era norma dell’interrelazione umana pubblica, c’era anche la parresia, La parresia era l’identità tra pensiero e parola, l’onestà intellettuale, la franchezza, dire ciò che si pensa, la coerenza, l’intenzione manifesta. Oltre a gli altri istituti, nei sistemi umani grandi e grandissimi in cui si perde il contatto e la conoscenza reciproca, la parresia è quella che soffre maggiormente poiché lungi dall’essere un predisposizione naturale umana, essa vige nella misura in cui gli altri ci controllano e ci contestano le eventuali effrazioni a questo codice. Più in generale, questo punto fa parte di un argomento che potremmo chiamare “la reputazione” conosciuto anche come “onore”. Nei piccoli gruppi la reputazione è controllata dagli altri e non è manipolabile poiché è immediatamente e da tutti verificabile direttamente. Se la reputazione non è controllabile essa è facile preda di manipolazione e la falsa reputazione porta il governo di tutti a diventare demagogia, governo dei peggiori a cui prontamente qualcuno opporrà come soluzione il simmetrico contrario, il governo dei migliori ovvero l’aristo-crazia o governo delle élite[1].

L’istituto politico della modernità contemporanea più vicino alla possibilità di avere gruppi umani in contatto diretto, sarebbe una democrazia diretta e partecipata delle comunità, dove “comunità” non è un qualsivoglia gruppo umano ruotante intorno ad un particolare interesse comune come il luogo di lavoro o come è su Internet, ma il gruppo umano che ruota intorno al fondamento esistenziale comune, lì dove si vive, dove c’è casa-famiglia-amici, cioè il territorio specifico. a9-fig3Tali comunità dovrebbero esser  assemblate in sistemi meta-comunitari del tipo federale. Potrebbero esserlo dentro un contenitore coincidente con lo stato-nazione o dare vita a contenitori federali più ampi.  Ma è bene tener conto che l’architettura funzionale dell’agire politico è solo una precondizione, una condizione di possibilità che è bene avere ma su cui non si può contare passivamente come di una forma che esprime per forza un certo contenuto. L’istituto sistemico basato sull’apporto individuale alle scelte è solo una precondizione delle condizione più importante: la possibilità reale e la capacità di dare apporto individuale alle scelte collettive ovvero sapere dei tanti argomenti che riguardano la vita collettiva associata ed aver capacità di esprimere il proprio giudizio sul bene comune. La democrazia reale è sempre stata molto difficile da raggiungere ma dove la si è raramente provata, spesso, ha mostrato di essere un istituto tutt’altro che facile e altrettanto spesso è degenerata o in demagogia, in confusione paralizzante o in facciata formale dietro alla quale le élite etero-dirigevano i processi reali. Non basta poter decidere, occorre anche il saper prendere decisioni informate. Che la democrazia non sia “facile”, spesso non è considerato. Che di per sé sia solo una pre-condizione, che richieda molteplici istituti socio-economico-culturali per funzionare e che il suo primo compito dovrebbe essere riprodurre se stessa (ovvero migliorarsi, ampliarsi, costantemente), anche. Che a fronte di queste difficoltà oltre a quella principale di esser stata sistematicamente boicottata e fisicamente impedita dalle tante élite che hanno interpretato l’universale gerarchico, valenti studiosi sorridano dicendo “non funziona e non funzionerà mai”, scoraggia.

La democrazia  delle conoscenze. Eccoci dunque al secondo punto del nostro assioma iniziale, al rapporto tra il singolo individuo ed i problemi del Tutto. Il Tutto ateniese era già complesso essendo la città abitata da più di 120.000 individui e sebbene gli aventi facoltà di dirsi cittadini fossero solo 30-40.000 e ricordando che la città era in realtà un piccolo stato. social_networking_image_2Non solo tutti più o meno conoscevano tutti, ma tutti erano facilmente in contatto con buona parte dei problemi del Tutto, la giustizia, la difesa, scopi ed organizzazione della marina, il commercio, le alleanze. Ma anche nelle ridotte dimensioni del caso ateniese, tra gli istituti fondativi di una buona democrazia, si prevedeva la paideia, ovvero l’insieme dei comuni elementi culturali che costituivano la dotazione formativa e conoscitiva degli individui democratici. In un cero senso, prima ancora dell’eguaglianza sociale degli individui dovrebbe coltivarsi una certa forma di uguaglianza delle conoscenze. Nel dibattito filosofico ad esempio, si è soliti parteggiare per Socrate e Platone nella loro critica alla sofistica, ma il problema filosofico vero è: “perché l’istituto dell’educazione di massa (pubblica, obbligatoria e gratuita) hadovuto attendere il marchese di Condorcet ovvero il XIX° secolo ?”. Se la democrazia è l’istituto della scelta collettiva dei singoli individui comunitari, non bisogna solo coltivare la possibilità di scelta, ma anche e soprattutto la capacità di scelta, altrimenti l’istituto non funzionerà.

E’ l’asimmetria delle conoscenze a creare le élite, fu questa l’ineguaglianza originaria che si produsse alla nascita delle prime società complesse.

Scala _Maslow_1L’enorme complessità delle rete che collega le società del mondo e intesse le società stesse, il poco tempo a disposizione per prolungare l’apprendimento oltre i due decenni della giovinezza, il sequestro dell’attenzione umana nel lavoro, nell’organizzazione domestica e nell’auto-stordimento d’evasione, la frammentazione dei saperi in rigide discipline non intercomunicanti, l’ossessione specialistica e la proliferazione di linguaggi tecnici, la funzione “pifferaio magico” dei generici leader d’opinione, la malsana educazione ad occuparsi solo di frazioni di realtà e la disabitudine ad interconnettere queste frazioni, il veicolare il dibattito pubblico su format passivi o quando attivi limitati nello spazio-tempo, sono tutti processi tesi ad impedire a tutti, la visione e quindi il giudizio informato sul Tutto.

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Infine: dalla gerarchia, alla democrazia. La gerarchia è una delle forme che può strutturare le unioni degli individui umani, facendoli diventare grandi sistemi funzionali. Sistemi famigliari, aziendali, politici, economici, culturali si saldano nella rete di tutte le reti: la società gerarchica. Essa assolve al compito di unire ordinatamente individui non in grado di unirsi senza intermediazione, difficoltà dettata dalla dimensione del sistema. La presenza e la rigidità del sistema gerarchico è inversamente proporzionale alle dimensioni del gruppo umano da ordinare. La gerarchia assolve altresì alla mancanza dell’intelligenza collettiva. Alla mancanza di forme di intelligenza condivisa ovvero costruita dal dialogo e l’interrelazione tra individui, si fa fronte con una intelligenza impersonale. Questa prende il contenuto di una immagine di mondo fondata su dogmi rinforzati da tradizioni, continuamente ribaditi dai sistemi formativi ed informativi, mentre prende la forma dalla duplicazione della forma gerarchica nell’accesso alle conoscenze e nella delega sistematica all’autorità nell’uso della propria ragione che ha poco spazio, poco tempo e pochi veri elementi di conoscenza su i quali esercitarsi.

poli440In breve: in un sistema umano di grandi dimensioni, gli individui diventano funzioni fisico-chimiche del corpo e le élite diventano l’unica sede dell’analisi e dell’intenzione. Questa metafora molto usata (da l’Hobbes del Levitano in poi) è la classica falsa analogia poiché differentemente da atomi, molecole, cellule, formiche, ingranaggi e puleggie, gli individui umani sono naturalmente dotati di intenzionalità. L’intenzionalità che scaturisce dal patrimonio personale e collettivo del sapere utilizzato da procedure di pensiero che chiamiamo intelligenza, è (in senso aristotelico) “essenza umana”. L’essenza è la definizione e la nostra definizione quanto a specie,  è specie“sapiens” del genere “homo”. Eppure la gerarchia che informa la vita umana collettiva da soli 5/6.000 delle decine di migliaia di anni di vita della specie e del genere, è il sistematico sequestro di questa essenza. E’ l’alienazione coattiva che espropria l’individuo della sua ricchezza cognitiva in favore dell’iper-accumulazione delle conoscenze e delle intenzioni dentro processi impersonali, curati e diretti da élite a loro volta “sacerdoti del processo”.

La gerarchia ha avuto meriti funzionali adattativi nelle ere semplici, pur al prezzo di una sistematica alienazione dalla nostra essenza umana. Ma nell’ era complessa essa diventerà disfunzionale, disadattativa. Nell’era complessa, tutto sarà assai mutevole, richiederà continuo adattamento, reazioni veloci, disponibilità ad inventare e provare per tentativi ed errori, esplorazioni degli spazi di possibilità, coraggio ed autonomia, cooperazione e solidarietà, creatività, elasticità, resilienza, ripartizione diffusa delle molte difficoltà che si incontreranno nel processo adattativo al nuovo modo di essere del mondo, richiederà continuo travaso di conoscenze e riformulazione costante dell’immagine di mondo. Questo elenco di caratteri ha la sua perfetta negazione nel sistema gerarchico-elitario ed ha la perfetta espressione nel sistema cognitivo umano. Più adatta ai tempi che ci vengono incontro, sembra essere una democrazia sapiens fatta di più piccoli sistemi tra loro integrati con distribuzione quanto più egalitaria è possibile, della conoscenza. Idealmente, connettere tutti con tutti e dare a tutti accesso e visione del Tutto.

Ciò che ci ha portato ad adattarci per cinque-seimila anni, società gerarchiche sempre più grandi, ci porterà un disadattamento nel nuovo contesto del mondo complesso. Dobbiamo tornare a guardarci in faccia, parlarci, discutere, scambiare informazioni e punti di vista per direzionare intenzionalmente il nostro modo di stare al mondo. Questa è la difficile rivoluzione che ci aspetta.

democrazia

[1] La democrazia ateniese dei tempi di Pericle è stata a suo tempo mitizzata e poi de-mitizzata. L. Canfora, in particolare, ha svolto un ruolo di approfondimento e precisazione secondo il quale la democrazia ateniese, in fondo era una forma impero governata da un elitismo soggetto alla pubblica dialettica ed approvazione. 9788842097518Qui si rifà anche al giudizio di Weber secondo cui Atene era una gilda che si spartiva il bottino e di Tocqueville secondo il quale era una aristocrazia piuttosto ampia. Certo non si può pretendere che la democrazia nascesse come Atena dalla testa di Zeus già bell’è pronta e comunque da dopo Pericle degenerò e non fu mai più tentata, con pari estensione e convinzione. La democrazia è solo un istituto per la scelta pubblica e la gestione delle scelte. Il corpo sociale che vi ricorre dovrebbe esser soggetto a certi tipi di pre-disposizione su i quali non si è posta la dovuta attenzione. Personalmente, non approvo l’atteggiamento tra il rassegnato ed il fatalista che accompagna il giudizio su questo istituto. La democrazia non è facile ma non è impossibile, è naturale ma non è spontanea nelle società complesse. Verificare che è rara, difficile e non spontanea significa solo che dovrebbe essere oggetto di una attenzione ed intenzione costruttiva meditata. La differenza tra evoluzione ed emancipazione è in questa differenza di atteggiamenti, l’uno pensa che esistano vie semplici, spontanee, meccaniche di progresso, l’altro pensa che esistano vie complesse, intenzionali, faticose. Per gli individui autocoscienti, l’evoluzione è emancipazione.

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FILOSOFI CORTIGIANI ED ERETICI o del come il pensiero accompagna il proprio tempo.

Recensione e riflessione su M. Stewart, Il cortigiano e l’eretico, Feltrinelli, Milano, 2007.

Il libro di cui parleremo non è recente (2006 USA, 2007 ITA), ma sono molto attuali alcune cose in esso contenute. Parleremo prima del libro  e poi prenderemo spunto da ciò che contiene per una nota sul filosofare ai tempi della complessità.

Libro ed autore.

cop (1)Il libro è stato variamente ritenuto un piccolo classico ed una prova molto ben riuscita. L’autore è un filosofo americano ed era un consulente di management prima di dedicarsi full time alla scrittura per la quale ha decisamente un dono (molto invidiato dal sottoscritto che quel dono non ce l’ha) che rende godibilissima la lettura. Il libro è una  duplice biografia delle idee e di coloro che le hanno pensate, ambientati nel suo tempo. L’autore che ha solide competenze filosofiche (il suo studio per quanto reso gradevole nella fruizione è solidissimo e molto ben fondato su estese fonti), trae il doppio profilo dei rispettivi sistemi di pensiero di due dei massimi filosofi del XVII° secolo: G.W. Leibniz (il cortigiano) e B. Spinoza (l’eretico). E’ chiaro che l’autore simpatizza con Spinosa.

Ne esce fuori un vivo ritratto del tempo, un tempo che fu la transizione tra il vecchio mondo medioevale ed il nuovo mondo moderno. Transizione letta nei luoghi dell’Olanda che dà vita alla fase moderna che poi si esprimerà appieno in Inghilterra, comparata alla Germania ed alla Parigi di Luigi XIV° e di Colbert, dove tale modernità non compare ancora (Germania) o compare in modo contradditorio (Parigi). LeibnizKopf1_2__7544df7bd6Altresì è la doppia descrizione di un esploratore del nuovo (Spinoza) e di un dilaniato mediatore tra vecchio e nuovo (Leibniz). Tra il filosofo santo del tipo Eraclito (linea che annovera in modi diversi una minoranza che va da Epicuro a Kant a Nietzsche) ed il filosofo embedded alla società del suo tempo del tipo Descartes – Hegel e poi quasi l’intero novecento. Tra logiche di pensiero sistematiche (Spinoza) e logiche a-sistematiche (Leibniz), stante che entrambi hanno in oggetto nelle rispettive riflessioni il Tutto, ovvero il sistema di tutti i sistemi. Tra  sistemi di pensiero conformisti ancora gravati dall’ordinatore teologico che imperversò lungo tutto il medioevo e quelli anticonformisti che liberano l’uomo individuale e sociale al centro della scena. Tra il filosofare condizionato da preoccupazioni personali, di status, di integrazione e il filosofare per il filosofare.

5293Non entreremo nel merito degli argomenti, né quelli storico-sociali, né quelli più prettamente filosofici. I due filosofi sono assai noti e così le coordinate del loro pensiero, più chiare quelle di Spinosa, più episodiche ed arzigogolate quelle del Leibniz. Diremo invece qualcosa su i due rispettivi atteggiamenti filosofici perché in questa scelta vediamo qualcosa di attuale ed utile per la nostra riflessione su i tempi che corrono.

Innanzitutto, entrambi i nostri due assai eterogenei eroi, vivono una condizione per certi versi simile, per altri assai diversa, rispetto a quella che ci troviamo a vivere noi, oggi.

La similarità è data dal tipo di periodo storico, la transizione dal Medioevo alla modernità per il XVII° secolo, la transizione dalla modernità all’Era della Complessità, per noi contemporanei. Le transizioni sono tempi assai turbolenti ed incerti ed il pensiero è forse l’unica arma che abbiamo per cercare di costruire ponti tra zolle della realtà che tendono a fratturarsi. Di solito, la maggioranza dei pensanti rimane conservatore ovvero sulla zolla che resiste e una minoranza coraggiosa s’ avventura sulla zolla che si separa.

La diversità è data dal fatto che mentre tanto Spinoza che l’onniscente Leibniz si occupavano del Tutto dal punto di vista del Tutto, oggi nessuno più si occupa del Tutto e tutti si occupano di spicchi di Tutto in un caleidoscopio di eterogenei punti di vista, metodi d’indagine, linguaggi. copIl Tutto esisteva prima di Spinoza e Leibniz ed esiste tutt’oggi, ma mentre fino almeno ad Hegel, ci si sforzava di trattarlo in quanto tale (stante i limiti a volte evidenti delle umane capacità, siano pur esse state quelle dei geni filosofici), oggi non solo nessuno ci prova più ma il solo porsi il problema è giudicato ingenuo e contrario ai dogmi della produttività delle specializzazioni. C’è anche chi tuona che porsi il problema del Tutto porti al totalitarismo confondendo la descrizione con la prescrizione. Alcuni pensano questa sia una positiva evoluzione di metodo, ma rimane il fatto che l’esistenza del Tutto non può esser negata, che questo tutto, dall’economia alla finanza, da Internet alla geo-politica, dalla questione ambientale all’incontro/scontro di civiltà, dalla pienezza tecnologica alla vuotezza del senso, è la trama complessa nella quale siamo tutti immersi e da cui siamo tutti condizionati e che se nessuno tratta il Tutto come tale, noi rimaniamo ciechi davanti al fenomeno primo che costituisce la nostra realtà. Il che forse spiega la distonia e la sproporzione evidente tra tempi così fitti e gravidi di eventi anche sensazionali e l’indistinto brusio di quella nobile attività che è il pensiero che pensa se stesso, la filosofia.

cop (2)Pensare noi si stia in una transizione epocale, di grado quanti-qualitativo geometricamente ben maggiore di quello che segnò il passaggio del XVII° secolo e che noi si affronti il periglioso transito con una filosofia ridotta a brandelli di analisi logico-linguistica o passivamente critica, supina alla tecno scienza o del tutto ignorante (ed anche con orgogliosa presunzione di esserlo!) a riguardo, ossessionata monomaniacalmente dal testo e dalla sua interpretazione o dalla crisi del soggetto,  normalizzata nelle accademie riproduttive di vecchi canoni o liberata nella fiera delle vanità delle philo-star mediatiche, quando non schiava e serva del potere ordinatore della modernità decadente che ci tocca in sorte di vivere, preoccupa.

Da questo punto di vista, il filosofo contemporaneo (nella sua generalità, come tutte le generalità, vaga in sostanza) ha qualcosa in comune più con Leibinz che con Spinoza. Leibniz dà l’idea di uno che se fosse vissuto oggi ai tempi di Internet e delle libera editoria di massa, sarebbe impazzito dalla goduria. Leibniz collezionava idee e problemi, stimoli e novità in una sorta di bulimia del Tutto, ingurgitato senza aver una precisa mappa a priori. Leibniz filosofava mettendo in reazione una sua vaga immagine di mondo con gli stimoli che raccoglieva all’esterno (e dei quali andava fisicamente in cerca visto che ai tempi il Tutto non arrivava in html sulla scrivania), ma di questa sua immagine di mondo, non sembra esser stato molto auto-cosciente. Ne risulta così un filosofo strattonato da bisogni di affermazione ed accettazione sociale, che però vuole incapsulare le cose tutte, in qualcosa di maggiore che però non riesce a trovare, rispettando l’onestà della ragione ma non dispiacendo a nessuno, anzi volendo convincere tutti che il Tutto è una armonia bellissima e senza veri problemi, contraddizioni e bivi di scelta. Il famoso “il migliore dei mondi possibili” che gli valsero la panglossiana presa in giro di Voltaire.

Spinoza invece, sembra intuire molto presto qual è il prezzo che dovrà pagare per liberare un ente di ragione che dica del Tutto e comincia a pagarlo a rate, sin dalla più giovane età, quando ventiquattrenne accettò con consapevolezza, l’espulsione dalla comunità ebraica di Amsterdam. Continua poi andando a vivere in provincia, dividendo il suo tempo di veglia tra la ricerca dei requisiti minimi di sussistenza (di lavoratore autonomo come tornitore di lenti) e la ricerca per il libero pensiero. Con pappine ed uva sultanina si mantiene in vita, con un set di sette camicie e due pantaloni si rende dignitosamente presentabile, per il resto picchia duro contro le antropomorfe religioni organizzate, il razionalismo cartesiano, il potere teocratico costituito e le convenzioni di pensiero accademico del suo tempo, fa quello che riteneva la prima ed unica virtù umana: cercare di esser se stesso, cioè produttore di un pensiero che liberasse l’uomo . L’unica cosa per la quale riteneva la vita meritasse di esser vissuta.

cop (3)Spinoza e Leibniz furono contemporanei e s’incontrarono pure. Il sistema filosofico del secondo sembra scaturire dal confronto ed in negativo, con quello del primo. Secondo Stewart, videro la stessa cosa ma vi si atteggiarono diversamente.  I punti cardine su cui ruotavano secondo Stewart, erano la concezione di Dio e dell’uomo (della sua mente-anima), ma a pg. 220, egli fa una notazione molto interessante. Questi sistemi sarebbero quello che non immediatamente appaiono: “…non è la disinteressata ricerca della verità su Dio, ma è piuttosto una forma altamente sofisticata di retorica politica”. Spinoza giunge a forme politiche democratiche, Leibniz difende il sistema elitario aristocratico. O meglio, è per arrivare a queste determinazioni che essi deducono a ritroso un sistema completo ed ordinato di pensiero che giunga a quell’esito. Questa notazione ha una verità. Non diversamente da chiunque, anche i filosofi hanno preferenze a priori e spesso i loro sistemi, le immagini di mondo che ricostruiscono ex-post, sono costruzioni che ruotano intorno a quelle preferenze istintive, sono la razionalizzazione di quelle scelte istintive.

Sdownload45pinoza cronologicamente segue Hobbes e Leibniz è parallelo a Locke, a loro seguirà Rousseau e Smith il cui trattato politico purtroppo verrà distrutto in bozza per sua esplicita disposizione testamentaria. La lunga transizione del XVII° e XVIII° secolo, fu accompagnata da una filosofia che quando non era esplicitamente politica, ad essa faceva implicito riferimento per costruire sistemi di pensiero ed immagini di mondo in accordo ad una precisa visione politica. Il mondo in cui viveva il pensiero stava cambiando ed il pensiero che quel mondo voleva apprendere, si modellava su questo cambiamento proponendo, chiarendo, conseguendo o come nel caso di Leibniz, resistendo ma cercando comunque di adeguarsi. Merito di Stewart notare che sebbene Leibniz risulti un difensore dell’ordine costituito, egli cerchi comunque di riformarlo con una visione egalitaria, cosmopolita, in fondo anche liberale (si ricordi che il liberalismo seicentesco ha un senso diverso da quello ottocentesco) e sebbene ingenuamente, progressista.

Filosofare ai tempi della complessità.

Questa ricostruzione, comparativamente, ci dice che noi che anche ci possiamo ritenere in transizione tra una epoca ed un’altra, siamo ancora all’alba di questo cambiamento. La filosofia politica contemporanea latita. Per gran parte, riflettere in termini politici è oggi ostracizzato dal fatto che il paradigma dominante è ancora troppo forte ma se i pensatori del seicento riuscirono a liberarsi di un concetto così ingombrante come quello di Dio, c’è speranza che anche noi prima o poi riusciremo ad emanciparci dal Mercato. $_35I primi moderni poi provenivano da una tabula rasa, quanto a tradizione di pensiero politico, mentre noi siamo ingombrati dalle tradizioni liberali e socialmarxiste, dai mai ben compresi “totalitarismi”, dalle tradizioni degli stati-nazione e da un sistema detto “democratico” che dopo tante speranze ed anche qualche successo, oggi ci sembra un vuoto formalismo che non è riuscito a farci fare passi sostanziali in avanti per l’emancipazione dal dominio dei Pochi su i Molti. Loro viaggiavano sulle ali di una specie di rinascenza espansiva, noi siamo trascinati nel gorgo di una decadenza contrattiva. Inoltre, loro si emancipavano dalle strettoie mentali della stanca scolastica per accedere a sistemi di ragione. Noi dovremo emanciparci dai confortanti sistemi della ragione semplice, per accedere ad un nuovo livello di ragione complessa. Infine e come conseguenza di questo difficile passaggio dal semplice al complesso, loro ancora riuscivano a dominare il tutto dell’etica, dell’antropologia, del politico, dell’ Io e del Mondo e talvolta anche della scienza nonché della teologia,  mentre la nostra ragione è frammentata nel sapere specialistico e pochi oggi riescono a tenere assieme una sufficiente visione del Tutto che cambia davanti ad occhi, un Tutto che sentiamo e vediamo, ma non comprendiamo. Un tornitore di lenti che mangiava pappine e viveva in provincia, ancora poteva nel chiuso della sua stanzetta, dare il suo contributo al cambiamento del mondo, oggi se non strabordi sulle televisioni satellitari e non sei replicato da un milione di views su you tube atteggiandoti a profeta pazzo, chi ti ascolta?

Tutto ciò per certi versi ci “giustifica”, dà ragione dei perché a tempi così eccezionali (ci sembrano brutti ed anzi lo sono  ma sono anche storicamente tempi straordinari per l’intensità e vastità dei cambiamenti) non corrisponda ancora alcuna mobilitazione di nuovo pensiero. Ma faremmo male ad adagiarci su queste giustificazioni perché esse sono comprensioni non assoluzioni. Ci sono anche periodi storici in cui il pensiero non ha accompagnato le trasformazioni, si pensi al passaggio dall’Impero romano al Medioevo. Periodi in cui la forza bruta dei fatti e delle forze ha preso come il vento le foglie d’autunno, uomini e donne, e li ha scaraventati di qui e di là provocando molto dolore e pena, sofferenza e perdita di speranza. Periodi in cui gli uomini non sono stati all’altezza del proprio potenziale adattativo, in cui le menti si sono spente o smarrite. Periodi adatti ai barbari.

cop (4)La filosofia politica, come qualsiasi altra parte della riflessione umana, ha due strati: quello che sembra senza tempo, quello delle categorie base e quello dell’attualità, delle categorie in atto nello specifico spazio-tempo contemporaneo. Per la gran parte, il pensiero di oggi è concentrato sullo specifico spazio-tempo contemporaneo. Forse dovrebbe tornare a dedicarsi anche allo strato più concettuale, quello che quasi interamente compreso nella Politica di Aristotele, il governo dell’Uno, dei Pochi e dei Molti. Tornarci con tutto l’arricchimento dei secoli trascorsi e delle conoscenze che oggi abbiamo sulla cremastica (o sull’oikonomia), sul valore delle Costituzioni, sulla natura e su i rapporti tra comunità e cosmo, sul senso dei contratti sociali, sul realismo e sull’idealismo financo utopico, sul senso individuale dell’uomo impegnato nel gestire la difficile relazione tra la propria individualità e la necessaria socialità. La stanca democrazia occidentale e l’altrettanto stanca utopia comunista non saranno ciò che ci accompagnerà nei nuovi tempi, tanto vale metterle a patrimonio e dedicarci a qualcosa che ancora non abbiamo chiaro, ma che sappiamo necessario.

Rimanere inerti come foglie accartocciate o alzare vele di pensiero per sfruttare il vento e farci portare dove si sta meglio, dipenderà da noi. Il futuro non è scritto ma per scriverlo occorre imbracciare le penne, collegarle alle menti e collegare le menti in reciproco dialogo, altrimenti si scriverà da solo. Ed è quasi certo che la parte che prevede per noi, non ci piacerà.

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CRONACHE dell’ERA COMPLESSA.

Da qualche giorno, si è aggiunta una pagina in più al blog. La si trova cliccando in alto a sinistra – CRONACHE dell’ERA COMPLESSA – . Il corso principale del blog che si occupa di complessità, ha un taglio più di approfondimento, di teoria e di riflessione. Il nuovo spazio invece, ha un taglio di più di commento alla cronaca politica, economica e culturale, dei tempi che corrono. Blue Painting by Wassily Kandinsky OSA468Purtroppo la logica di questo template non permette la compresenza delle due parti nella main page e per la nuova, non permette l’aggiornamento progressivo, cioè le ultime notizie si troveranno in fondo alla pagina.

Le Cronache hanno il compito di offrire il punto di vista di chi scrive su i sempre più numerosi ed intensi fatti che tramano il mondo che ci circonda. Il punto di vista è quello del blog intero, ovvero uno sguardo complesso, un apprendere il proprio tempo con il pensiero come Hegel diceva esser la filosofia. Se il nostro tempo è un tempo complesso, pieno di cose descrivibili come composte di altre cose tra loro in interrelazione e tutte insieme volte ad avere  relazioni con altre cose complesse, trama dinamica che avviene sempre in un contesto, la sua apprensione richiede un pensiero che si sforzi di avere una forma adeguata.

Inoltre, il format prevede commenti molto brevi il che sarà un sollievo per gli intrepidi followers del blog che ringrazio per la stoica dedizione con la quale affrontano letture spesso pesanti e mi rendo conto, non sempre godibili sul piano della scrittura.

Grazie.

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FILO SCOZZESE.

Il prossimo 18 settembre gli scozzesi andranno alle urne per decidere dei propri rapporti con gli inglesi. La Gran Bretagna nasceva 307 anni fa quando un accordo tra le rispettive élite, decise che era conveniente per loro ed i loro interessi, unirsi stabilmente. E’ noto che gli inglesi irrorarono copiosamente di sterline i capi dei principali clan ed esercitarono varie forme di persuasione occulta per convincere gli assai poco convinti scozzesi,  tra cui quella notissima di Daniel Defoe, spia al soldo della corona. Proprio quel Defoe che scrisse quel Robinson Crusoe che Marx usò come parametro ironico (le “robinsonate”) dell’ideologia dell’individualismo asociale, antropologia narrativa alla base della mentalità socio-economico-politica anglosassone. E’ altresì noto che la popolazione scozzese fosse per tre quarti contraria alla fusione.

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Scozzesi ed anglosassoni sono due etnie radicalmente diverse. I primi sono un antichissimo strato indigeno, almeno da quando (si pensa) una popolazione pre-indoeuropea, forse originaria dell’ambito pre-celtico franco-atlantico, migrò nel nord dell’isola e costituì lo strato sul quale si sovrapposero migrazioni celtiche. Successive spinte, inclusa l’invasione dei romani e la costruzione del Vallo di Adriano, li confinarono con precisione nel Nord. Al tempo della fusione, gli scozzesi avevano dato i natali alla casa regnante degli Stuart i cui rappresentanti (Giacomo I, Carlo I, Carlo II, Giacomo II, dal 1603 al 1689) hanno segnato il secolo precedente alla Gloriosa Rivoluzione da cui origina non solo la Gran Bretagna, ma quello stesso sistema parlamentar-economico che è variamente chiamato democrazia-liberale o capitalismo-parlamentare. Il primo Giacomo si ricorda per la bandiera (l’Union Jack da lui personalmente disegnata), e la compilazione del canone biblico versione anglosassone tutt’oggi in uso (la Bibbia di re Giacomo). Carlo I invece si ricorda per esser stato il primo re ghigliottinato (1649) e per aver portato alla Guerra Civile. Carlo II non si ricorda. Giacomo II invece si ricorda perché fu sotto il suo contrastato regno che le élite anglosassoni fecero il colpo di stato tramite richiesta invasione dell’olandese Guglielmo d’Orange, colpo di stato che poi venne retroattivamente nobilitato del titolo di “Gloriosa Rivoluzione”. Da allora la monarchia britannica è stata sempre incarnata da discendenze di casate sassoni (tedesche) ed è diventata costituzionalizzata cioè poco più che rappresentativa. Da allora, la Gran Bretagna ha sviluppato il sistema di ordinamento economico basato su produzione e commercio; un sistema finanziario centrato su una Banca centrale (privata ma con funzione pubblica) ed un sistema banco-finanziario privato che intorno ad essa ruota; un sistema parlamentare bicamerale fondato su una costituzione leggera, sulla votazione delle élite (sia come votanti che come rappresentanti) che decidono in assemblea cosa è meglio per i tre sistemi: l’economico, il finanziario, il sociale o interesse nazionale/bene comune (commonwealth). I tre sistemi (economico-finanziario-politico/sociale) integrati e sinergici, formano il sistema moderno di democrazia capitalistica conosciuto anche come sistema liberale o sistema occidentale[1]. Gestendo tassazione e soprattutto destinazione della tassazione, le nuove élite inglesi e poi britanniche, protessero e svilupparono la potenza di quel proprio sistema militar-commerciale-industriale che poi divenne un impero.

images 90Gli inglesi invece sono la somma di uno strato forse pre-celtico, uno celtico, uno romano che significa anche misto di popolazione ex-barbariche ma romanizzate, dai Franchi ai lontani Sarmati, che costituirono il substrato (i Britanni) sul quale piombò l’invasione degli angli (danesi-scandinavi) e dei sassoni (tedeschi del nord più olandesi), cioè barbari puri. Recenti studi genetici hanno mostrato che il primo strato è rimasto il grosso dell’origine di quel popolo, sebbene le élite anglo-sassoni ne abbiano segnato decisivamente il carattere culturale. L’aristocrazia anglo-sassone deriva del tutto da quei barbari. Tra anglo-sassoni e scoti non corse mai buon sangue, dal Regno di Alba alla battaglia di Sterling Bridge (1297) che fece da soggetto al Braveheart di Mel Gibson, dai trattati scozzesi di alleanza anti-inglese con la Francia e vene di papismo, fino ad un diverso protestantesimo (gli scozzesi sono presbiteriani) ed un diverso sistema giuridico ed educativo.

Quella unione di interessi sancita tre secoli fa, oggi torna in giudizio.

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Già si sta preparando analogo referendum nell’Irlanda del Nord e si teme per uno addirittura gallese. Altri vengono reclamati o sognati dai catalani, nelle Fiandre, nel Veneto mentre già c’è stato quello della Crimea ed altri ce ne potrebbero essere nella risistemazione delle frontiere dell’Europa orientale e non solo. Storici indipendentismi potrebbero rispolverare l’idea ad esempio nella terra dei Baschi, in Corsica, in Bretagna, in Sardegna etc. .Cosa succede e cosa pensare di ciò?

Manifestazione 11.09.14

Barcellona, 11.09.2014. Manifestazione per l’indipendenza. Stimati tra 1,5 e 2 milioni di colorati partecipanti.

Lo stato-nazione, una creatura europea originata nel XV° secolo e ratificata come standard nel XVII°, mostra strutturali problemi in certi contesti. I problemi che mostra in Europa sono peculiari e vanno trattati come tali e non come meta-categoria assoluta.

In Europa, data la conformazione geo-storica, gli stati non hanno mai superato una certa dimensione, sebbene ci abbiano provato caparbiamente in molti, da Carlo Magno ad Hitler. La massima dimensione raggiunta (usando come metro la popolazione e non l’estensione territoriale) è quella dei tedeschi post-riunificazione che contano oggi 82 milioni di individui che fa del nostro campione continentale il 15° stato nel mondo, 20a la Francia, 22° il Regno Unito e 23a l’Italia. Un secolo fa, quando dominavano il mondo, erano rispettivamente 5a,7a,10°,11a, circa una dozzina di posizioni perse dal quartetto in un solo secolo (tra trenta anni saranno tutte e quattro intorno dalla 30a posizione in poi). Per rispondere alle sfide di un mondo sempre più grande, interconnesso e competitivo, gli europei hanno dato vita ad un percorso di maggior unificazione che, per il momento, ha visto il formarsi di una debole tela di leggi comunitarie sopra una tela più forte ma legata alla sola condivisione di una moneta unica senza per altro che vi sia stata una unificazione delle economie e delle fiscalità, delle leggi e delle politiche.

La condizione  ibrida degli europei è gravata da tre fattori di disturbo del funzionamento statale: 1) l’adesione generalizzata ad un forma di mercato totalmente libera da vincoli locali (stato-nazionali) che ha depotenziato ogni forma di azione politica sul funzionamento economico, azione che tra l’altro è espressamente vietata e disincentivata da un imperativo ideologico; 2) il transito imperfetto, indeciso e contradditorio tra la forma stato-nazionale locale e quella ipoteticamente federata continentale col risultato che non si sa bene chi decide cosa, per chi e da che punto di vista, nonché l’affermarsi di poteri “tecnici” come quello della BCE che poi tecnici non sono poiché la tecnica è sempre al servizio di una intenzione che, nel caso specifico, è poi quella del solo socio di maggioranza ovvero la Germania e del più generale sistema che chiamiamo “mercato”; 3) una situazione, non congiunturale ma  strutturale, di contrazione delle opportunità economiche generali in ragione di profonde trasformazioni occorse nel contesto (nel mondo). Cioè le cose vanno da peggio a male, gli stati non possono/vogliono intervenire perché invischiati in reti di interessi continentali non chiariti e perché è ideologia forte non lo debbano fare assolutamente, altrimenti distorcono un meccanismo (il mercato) che in teoria si dovrebbe auto-regolare, quando è proprio il mercato che fa andare le cose dal peggio al male dato che il contesto in cui opera è cambiato drammaticamente.

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Europa delle nazioni e non degli stati.

Lo stato nasce con tre precisi intenti: tassare, ridistribuire, proteggere dall’esterno. La quarta ragione, ovvero amministrare giustizia e punizione è accreditabile a qualsiasi forma di unione degli individui. La terza ragione, ovvero la difesa dai nemici esterni oggi non può essere più garantita da un singolo stato delle condizioni e dimensioni di quelli europei ed infatti essi partecipano tutti ad una associazione sovranazionale (NATO) per altro comandata da uno stato non europeo che da solo, è quasi grande come tutti gli altri 27 messi assieme. Più che una unione, una cooptazione. La redistribuzione oggi è malvista poiché è malvista la stessa tassazione. La tassazione deprimerebbe la libera iniziativa e la spesa, in favore di forme improduttive (lo stato sociale) ed inefficienti (la burocrazia), è quindi ritenuta dannosa. Al di là delle teorie, è un fatto che le burocrazie siano costose e poco efficienti il che in periodi di vacche magre non è razionale. Ed è altresì un fatto che varie forme elitarie di potere, nonché connivenze tra la stessa economia privata ed il potere politico, drenino spesa pubblica in modi contrari al bene comune. Il giudizio di improduttività della spesa pubblica in welfare invece, nasconde (male) il fatto che il settore privato ha bisogno di allargarsi sulle prestazioni pubbliche visto che nel mercato di beni e servizi tradizionali prende sempre più schiaffi dagli emergenti. Inoltre, abbassare la provvidenza pubblica rende gli individui/lavoratori più bisognosi, cioè disposti a lavorare a costi bassi, il che ha un benefico effetto su gli stressati operatori di mercato (le aziende). Sono queste le forme dogmatiche del XXI° secolo e l’aria di Santa Inquisizione che aleggia intorno a queste strampalate idee che nessuno può discutere razionalmemte, dicono di quanto sia disperata la situazione di questa ideologia decadente.

Contro lo stato, scendono in campo i profeti del liberismo, gli interessi economico-finanziari globalizzati, gli indipendentisti e quindi alcuni federalisti continentali. In favore dello stato scendono in campo alcuni tipi di socialisti e comunisti, sindacalisti forse, le burocrazie statali (quelle delle macchine statali, di governo e politiche), i nazionalisti patriottici di destra. Ma i liberisti anti-stato non sono favorevoli alle indipendenze locali, mentre non è detto che fautori dello stato, non possano essere anche spinti federalisti, cioè non-centralisti. A seconda del nemico che si elegge come principale, ci si schiera da una parte o dall’altra, in compagnie per altro poco gradite. Gli indipendentisti non sono liberisti globalizzati e spesso al contrario sono spesso localisti e comunitari, i social-comunisti o semplici keynesiani non sono nazionalisti mistici così come le élite nazionali legate ad interessi locali non sono certo socialiste mentre sarebbero alleati dei liberisti (ma è probabile non si accorgano della confusione contraddittoria delle loro idee aiutati da laute prebende che notoriamente appesantiscono le palpebre mentali).

Cosa pensare dunque di questo fenomeno?

image3Per farsi una opinione dobbiamo prima ancorare il giudizio a qualcosa che riteniamo esser fondamentale per noi ma al contempo, possibile.

La possibilità è un fatto spesso trascurato. Hegel disse che nella Storia il reale era razionale e viceversa. Cosa intendeva il tedesco con questa lapidaria affermazione? Si è a lungo discusso in merito, fuorviati dal particolare vocabolario concettuale usato dal filosofo di Stoccarda. L’interpretazione che sposo è che semplicemente Hegel ricordava a tutti che ciò che è, ciò che accade è precisamente ciò che deve e può accadere. Questo richiamo a quello che oggi potremmo chiamare “realismo” non è stato molto seguito dai seguaci del pensiero hegeliano. Altri, hanno pensato che egli “giustificasse” tutto ciò che nella storia si manifesta. In realtà, è probabile Hegel volesse dire che volere-dovere-potere, in storia, collassano in una ragione che è la somma o mediazione di ciò che può, che deve e che si vuol far accadere. Il voler ed il dover, nulla possono se non è possibile, se non ci sono condizioni di possibilità. Quando scoppia la Rivoluzione francese è solo lì e solo allora che può scoppiare, perché solo lì e solo allora le linee del volere e del dovere essere, si incontrano col poter essere. Che una cosa “debba” accadere, non significa che noi la si saluti come felice per noi, significa solo che le linee di forza delle cause, lì s’incrociano.

Nel nostro caso quindi, poco importa che se c’è chi vuole abbattere lo stato nazione per far trionfare l’ordine (o il disordine) dei capitali e c’è chi vuole sostenerlo perché avversa questa ideologia e promuove invece una economia pubblica o semi-pubblica o semplicemente mediata politicamente. Importa poco perché la realtà non ci domanda cosa vogliamo o cosa crediamo debba essere, ma cosa è possibile che sia. Se noi intendiamo comunque seguire non cosa accade per forze di cause maggiori, ma quello che riteniamo debba accadere e che vogliamo che accada (ciò che riteniamo fondamentale per noi) dobbiamo regolarci prima con ciò che è possibile. Appunto, cosa è possibile?

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Il solerte Barroso ha già escluso (ma a nome di chi parla costui?) la possibilità che una Scozia indipendente possa entrare nell’UE.

A nostro avviso, lo stato –nazione europeo è una entità storica desueta che nel mondo nuovo, sconta i suoi cinque secoli di vita in termini di disadattamento. E’ una forma, non più adattativa. La nuova megafauna planetaria (USA, BRICS ed alcuni emergenti) ha o enormi potenzialità produttivo / consumisti-che provenienti dalla demografia o enormi ricchezze naturali o enormi vantaggi politico-finanziari o una strapotente forza militare o una potente capacità tecnologica derivante dai grandi interessi e conseguenti investimenti dati dalle dimensioni, spesso più di una di queste cose contemporaneamente. Nessuno stato europeo, da solo, ha alcuno di questi punti di forza.

Ragioniamo in termini di stati perché sebbene liberali e marxisti intravedano un ente meta-geo-storico che i primi chiamano Mercato ed i secondi Capitale, noi rimaniamo convinti che senza un Stato che investe, legifera, protegge ed amministra la legge interna ed il conflitto esterno, non esisterebbero né l’uno, né l’altro. Che Mercato e Capitale siano oggi, nei fatti, a dominanza “anglo-sassone” dice che queste entità hanno patria nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America come si rende evidente leggendo capitalizzazioni di borsa, Pil, ranking bancario, finanziario, origine dei principali off-shore, ranking delle imprese industriali  e dei servizi, nonché la spesa militare e la nazionalità dei conduttori delle principali istituzioni economico-finanziarie occidentali, quindi planetarie, nonché il ranking delle principali istituzioni pubbliche e private nell’educazione, nell’informazione, nella cultura di massa e nella ricerca. Questa localizzazione anglo-sassone è frutto di leggi, investimenti statali, forze armate, diplomazia con le buone e con la cattive, pressioni, influenze, spionaggio, sistemi politici di coordinamento, pianificazione e controllo.

L’attuale fase di nascente multipolarità planetaria, premierà chi sarà in grado di darsi autonomia e schivare i condizionamenti dettati dai propri deficit, la megafauna lo sarà più di altri. Naturalmente, il primato della megafauna (entità statali massive) non cancella le possibilità dalla microfauna (entità statali piccole) ma questa seconda se sarà ben resistente e viva come genere non lo sarà per tutti le specie e dove lo sarà, lo sarà episodicamente. World_population_graph02Resistere con un piccolo stato-nazione sarà sempre più difficile anche se non impossibile, solo che lo sarà non ovunque e non per sempre proprio per quello specifico stato-nazione. Potrà per un decennio gioire di avere una Nokia o produrre il vino come nel Portogallo di Ricardo, ma poi dovrà venderli a qualche oligopolio e tornerà ad occuparsi di tronchi o sardine. Anche la Norvegia prima o poi finirà il petrolio e le posizioni privilegiate di centri banco-finanziari come la Svizzera e Singapore sono già assegnate.  Sembra quindi che la prima condizione di possibilità sia la dimensione e che quanto a dimensione, gli stati europei sono destinati a scendere in classifica sempre di più, oltretutto con una popolazione sempre più anziana quindi costosa in termini di welfare, meno produttiva ed assai meno dinamica. Diventare nazioni di vecchietti tra la 30a o 40a posizione per dimensioni, significherà diventare tutt’altro che autonomi ovvero pieni di condizionamenti poiché pieni di deficit, di mancanze, di debiti. Significherà diventare sempre più dipendenti militarmente, tecnologicamente, monetariamente, politicamente, economicamente e fatalmente, culturalmente. Fino alla scomparsa per incorporazione in sistemi più grandi, da altri diretti.

Le condizioni di possibilità sembra ci spingano quindi verso forme di unione più grandi, unioni con color che fino a ieri reputavamo altro da noi. Non sorprende, visto che la storia mostra una sistematica progressione da accampamenti a villaggi, poi città, poi regni, poi stati, poi stati-nazioni e già più d’una  federazione. Sono federazioni gli USA, il Brasile, l’India, la Russia ed assimilabile è il sistema delle 22 province cinesi. Del resto la formazione degli stati nazionali europei, all’inizio, non fu diversa, anche allora si unirono eterogenei che smisero di dar importanza a ciò che li diversificava, dato che c’era qualcosa di esterno che li minacciava. E’ stata sempre questa problematica relazione con l’esterno a trainare la corsa alla dimensione. La dipendenza dai contesti e il peso della dimensione sono giudicati fatti volgari nel mondo della teoria poiché poco manipolabili dal pensiero, meglio la mano invisibile, la struttura, l’ideologia, il destino manifesto ed altre intrattenimenti mentali. Col risultato che la teoria va da una parte, la realtà da un’altra. Gli stati nacquero prima delle nazioni, sebbene poi siano stati definitivamente saldati da queste, cioè dall’essere “un” popolo, ma all’inizio non vi fu nessuna identità naturale tra stato e popolo, i popoli erano tanti e diversi, come dimostrano gli attuali indipendentismi che sono proprio l’espressione di queste fratture suturate in fretta per ragioni di “ordine superiore”.

testata680420Ma le condizioni di possibilità agiscono anche nel determinare quali unioni sono possibili e quali no. L’unione di trenta paesi europei chi cattolico, chi protestante; chi con tradizioni così, chi con tradizioni cosà; chi prospiciente l’Eurasia, chi il Mediterraneo; chi erede della tradizione greco-romana, chi erede di quella barbarica, chi grande e chi minuscolo, chi esportatore e chi no, non ha condizioni di possibilità immediate. Non ha condizioni di possibilità una tale unione per l’indice di difficoltà, relativamente basso se federassimo due o tre paesi, medio se ne federassimo 10 o 12, massimo se ne federassimo 30 o 40. Più aumenta il numero, più l’eterogeneità porta la struttura ad esplodere per complessità come accade in ogni sistema umano (e non solo). Chi scrive ha già espresso molti di questi concetti perorando l’Unione dei latini o Unione Euro Mediterranea, una unione tra “più simili” con un medio indice di difficoltà ma anche molte cose in comune tra cui la geo-storia, la cultura alta e bassa ed uno strato linguistico (latino) che sono la condizioni preliminari per la formazione dei popoli, popoli senza i quali non c’è nazione, non c’è stato e non c’è federazione che tenga.

Questa condizione di possibilità sembra dunque spingere verso qualcosa di più grande che non lo stato-nazione europeo. Possiamo allora domandarci cosa vorremmo fosse questo “più grande”, da quale ordinatore possa esser organizzato e gestito, possiamo e dobbiamo interrogarci su ciò che riteniamo fondamentale per noi, la nostra preferenza ideologica per il tipo di forma che la realtà sembra imporci come destinazione. E vedere se questa preferenza ha forma compatibile o meno con la nuova deriva separatista.

La mia preferenza ideologica è quella democratica, non la democrazia delegata dei parlamenti nazionali o in questo caso addirittura sovra-nazionali, ma la democrazia diretta di tipo federale. Assemblee popolari che eleggono rappresentanti che vanno ad assemblee di secondo livello, terzo, quarto e così via e con tutti i meccanismi di controllo, revoca, turnarietà e limitazione che la letteratura democratica ha previsto in tutti i secoli in cui la si è sognata e qualche rarissma volta, provata a praticare. E’ da sottolineare come questo livello corto della politica, livello contenuto tra delegati e deleganti con pieno controllo di questi secondi su i primi, annulla le condizioni in cui prosperano le élite e poiché queste sono null’altro che il potere dei Pochi su i Molti, ecco chiaro e lampante che la democrazia reale risulta l’antidoto naturale al dominio dei Pochi su i Molti di ogni genere e tipo. E’ quella democratica anche perché solo un paradigma politico è in grado di far funzionare aggregati così grossi e complessi e perché tempi difficili e contradditori come quelli a cui andiamo incontro, richiedono coltivazione delle coscienze individuali ad ogni livello. Informazione, dibattito, partecipazione senza i quali le élite di qualsivoglia natura siano, impediranno il bene comune per altro sempre più difficile da ottenere date le condizioni sempre più complesse del mondo. Qualsiasi scenario di lotta tra comunità e poteri sempre più grandi, tentacolari e remoti, presuppone la chiarezza condivisa delle intenzioni in seno alla comunità e questa chiarezza e condivisione si forma solo all’interno di pratiche pienamente democratiche. Non ci salverà né un dio, né l’élite dei saggi, né l’uomo della provvidenza, perché è proprio da loro che “noi” dobbiamo salvarci.

9788806173975gQuando i liberali continentali (francesi) vollero riflettere su i sistemi politici migliori quanto a possibilità, incrociando questo realismo con l’idealità della libertà ( B. Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, 1819 ) addussero come ragione realistica vincolante, che la dimensione dello stato-nazione non permetteva certo una democrazia di tipo ateniese e quindi si doveva giocoforza adottare un sistema meno diretto, di tipo rappresentativo-parlamentare. In quel momento, qualche mente lucida che mancò all’appuntamento, avrebbe potuto sostenere che questa era una ottima argomentazione per ristrutturare gli stati nazione su base federale locale invece che ritenerli monotipo basati sulla centralizzazione in cui si annidano comodamente quelle élite che poi non si possono più controllare. Ma le idee sulla democrazia, sono sempre state vaghe e poco difese anche perché gli unici che culturalmente avrebbero potuto farlo -gli intellettuali- sono sempre stati essi stessi delle élite, anche quando furono critici e promotori di improbabili coscienze di classe. Così il pensiero non venne in mente a nessuno e si festeggiò l’apertura successiva al voto universale (non senza grandi ritardi, limitazioni e previe vere e proprie battaglie) come una grande conquista delle “democrazia”, quando invece si rivelò poi e soprattutto oggi, un beauty-contest in cui il popolo ignaro vota a sensazione il leader carismatico dotato di enorme volontà di potenza mista a narcisismo. Un rappresentante degli interessi dominanti (che sono quelli delle élite come si conviene per sistemi la cui logica è stata fissata più di tre secoli fa, proprio dalle élite inglesi ) poiché egli stesso cooptato nelle élite,  anche quando in versione “lo faccio per dover di Patria” o “per il bene del Popolo (di cui non faccio più parte)”.

Constant eccepì anche che, poiché i più dovevano lavorare per sbarcare il lunario e non c’era più la schiavitù come nell’Atene periclea, s’imponeva la delega a professionisti (le élite del tempo avevano tempo da vendere essendo tutte aristocratiche o molto agiate). Ma poiché il problema odierno che viepiù si ingigantirà come abbiamo in altri scritti più volte evidenziato, è che ci sarà sempre meno esigenza di lavorare, ecco che il nostro tempo libero diventerà una seconda ottima ragione per rivedere il modello rappresentativo. Avremo tempo da dedicare alla cosa pubblica e non solo…

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Possiamo allora concludere che ciò che è possibile, l’unione federata in aggregati più grandi di alcune nazioni precedentemente incastonate in contenitori statali, ciò che si può, non è in contrasto con ciò che si vorrebbe e dovrebbe, cioè con forme di democrazia diretta e partecipata basate su cellule territoriali di dimensioni idonee. Anzi. La Comunità latinaL’ unione federale, potrebbero essere proprio unioni delle comunità democratiche locali che si compongono in assemblee di livello progressivo, sino all’ultimo livello di coordinamento e governo generale della nuova entità. L’ Unione euro-mediterranea di 200 milioni di individui prima ipotizzata e qui argomentata, sarebbe comodamente frazionabile in 400 comunità democratiche (di meno di mezzo milione di persone, legate al loro territorio di residenza) che eleggendo due rappresentanti federali, porterebbe ad un parlamento di 800 membri. Questo, anche se l’architettura eventuale di un tale aggregato di 200 milioni di persone, potrebbe essere più sofisticata, dotata di livelli intermedi e disegnata per aiutare la transizione lenta dallo stato nazione al doppio livello comunità-federazione delle comunità. Uno dei vantaggi delle comunità ridotte è che cresce il controllo sociale ed il problema della reputazione vincola il delegato. Se il vostro delegato si sognasse di votare il Tttip senza aver chiesto il mandato all’assemblea locale, potreste tutti andare sottocasa e sottoporlo ad un interrogatorio socratico, per dirla in modo nobile. Oppure revocarlo immediatamente.

Naturalmente l’eventuale transizione da un modo di stare al mondo basato sul lavoro e solo saltuariamente dedicato a partecipare della cosa comune, ad un modo invertito, non è tutto in questa ingegneria dello spazio geo-politico. Ma senz’altro, questo ridotto spazio geo-politico è la base di una costruzione il cui fine sia l’auto-governo dei Molti. I sette milioni di scozzesi o di catalani, potrebbero ben esser suddivisi in 14 comunità democratiche e già in Scozia, come accadde nella piccola Islanda, c’è una aperta e vasta partecipazione on-line per la scrittura della futura Costituzione. Utopie? Mah, quando il popolo sovrano voterà per la giornata di 4 ore di lavoro e più tasse per gli alti redditi, quando l’informazione sarà anche integrata dagli interessi delle comunità locali, quando potrete fermare per strada il concittadino più “politico” per dirgli cosa non va e quando pensa di risolvere la faccenda, forse la vostra vita potrebbe cambiare molto più velocemente di quanto avreste pensato.

Ne consegue che l’eventuale spacchettamento degli stati nazione, le spinte all’autonomia di porzioni contenute di territorio, non è in sé né un bene, né un male. Potrebbe essere l’anticipazione di un neo-feudalesimo da alcuni temuto, potrebbe essere la premessa necessaria e mai considerata per iniziare una nuova stagione storica di democrazia reale, una federazione delle nuove Atene. Forse ci  si dovrebbe dedicare un po’ di più all’immaginazione ed al dibattito su queste forme da costruire, invece che perdere tempo a difendere un costrutto (lo stato di dimensioni europee) che ha terminato il suo ciclo storico, come è sempre più evidente e non solo per colpa della globalizzazione capitalistica. Sorprende in specie che vaste culture che provengono dallo storicismo, repentinamente convertite dal vago internazionalismo di classe alla strenua e risorgimentale difesa dei confini nazionali, non si avvedano del peso dei sei secoli che gravano su questa forma e non si avvedano di quanto questa forma sia l’utero delle élite che governano il sistema che loro chiamano capitalistico.

Il referendum scozzese potrebbe esser il bandolo di una matassa con cui cucire un nuovo ed importante tessuto per le relazioni tra le nostre comunità ed a proposito di filo non dimentichiamo che in greco philo, significa anche amicizia, parteggiare per…  . Essendo quindi una maggiore autonomia partecipata dei territori,  la pre-condizione (il possibile) per lo sviluppo di una vera democrazia (ciò che si vuole e si deve) ed essendo io un democratico radicale, saluto quindi i fratelli scozzesi, mi dichiaro filo-scozzese ed auguro loro di vincere l’importante referendum del prossimo 18 settembre:  “Aye!”[2]

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[1] Questa tratto decisivo di storia moderna è in genere assai poco conosciuto nel continente. Agiscono in sinergia, probabilmente, due effetti. I britannici raccontano questo sistema in modo molto diverso da com’è, lo scompongono occultandone la forma sistemica, lo esaltano a frazioni (solo l’economia frutto della sagacia anglosassone, solo la finanza frutto dell’intraprendenza al rischio calcolato della razionalità anglosassone, solo la politica parlamentare frutto del democraticismo anglosassone libero e mai domo), lo nobilitano come una conquista della libertà, della modernità e del progresso. Lo sciovinismo continentale, a lungo dominato dallo sciovinismo francese, ha invece visto libertà, modernità e progresso, nascere dall’insurrezione popolare della Rivoluzione francese che è in ritardo di un secolo su quella “Gloriosa”. Marx ha dato il suo contributo, essenzializzando il sistema economico basato sul capitale,  forse in cerca del segreto della legge newtoniana che facesse scientifica la sua critica, ma tacendo fatalmente dell’aspetto politico o minimizzandolo. Produzione e scambio alimentati dalla finanza (capitale) fanno il capitalismo ma il capitalismo da solo non si spiega se non ricorrendo allo stato, al governo, al parlamento delle élite che legiferarono indefessamente per proteggere ed espandere con eserciti, marina, colonie e centinaia di leggi, da quelle mercantiliste a quelle di mercato, da quelle protezionistiche a quelle espansive, il sistema. Il mercato è stato modellato con trattati, tanto quanto il nuovo recente assetto dell’economia finanziarizzata è stato permesso e fissato da leggi votate dal Congresso USA. Tutto quanto oggi scriviamo e leggiamo sul capitalismo assoluto, sulle derive post-democratiche ed oligarchiche del sistema, sono congenite, genetiche del sistema stesso. Sono un fondamentalismo ovvero un ritorno alla sua forma originaria. Il sistema nacque così e questa è la sua logica da quel fatidico 1689 che pochi considerano.

[2] “Sì” in scozzese. Sono assolutamente contrari all’indipendenza scozzese: i conservatori britannici ed il premier Cameron, la Regina (non ufficialmente), la City, la comunità banco finanziaria internazionale (incluso Fmi) che teme un crollo catastrofico di borsa e sterlina,  la NATO, la UE per bocca di Barroso non si sa da chi autorizzato. Pare proprio che le élite guardino alla nascita di comunità compatte e corte come al presupposto della loro fine e fanno bene.  Il fronte del sì in Scozia è animato da indipendentisti, socialdemocratici, settori del Labour, sinistra radicale, verdi, antimilitaristi ed ambientalisti.

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IL BUCO NERO DELL’ISLAM. (2/2)

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[ Proveniamo da questa prima parte del ragionamento. In questa seconda parte scenderemo dalle premesse storico-strutturali dell’Islam, alla più stretta attualità incarnata da quel Isis di cui molto si parla e discute. Per la completezza del ragionamento si consiglia di leggere anche le note, sopratutto l’ultima.]

PARTE SECONDA: Il potere di ridurre il Molteplice ad Uno.

Ricostruito il quadro delle linee di significato e di forza dell’Islam storico, possiamo provare a dare una prima interpretazione dei fatti che abbiamo e stiamo osservando nelle cronache recenti, ci riferiamo al problema del fondamentalismo, del terrorismo, delle guerre mediorientali, delle cosiddette primavere, del nuovo califfato dell’Isis (Isil, Is, Da’ish). Per operare questa interpretazione dobbiamo però prima sospendere la presenza, il ruolo ed i condizionamenti e distorsioni che un attore esterno, porta nella dinamica: l’Occidente.

Sia nel bene di coloro che ritengono che ogni cosa che accade nel mondo riguardi chissà perché la nostra civilizzazione, sia nel male di color che ritengono che tutto ciò che accade nel mondo è colpa nostra, gli occidentali trattano l’Islam sempre e solo come una materia la cui forma è data da noi, dai nostri interessi. SAID-EW_orientalismo1L’Islam non ha sostanza a sé, ma è sempre trattato come sostanza per noi. Chi scrive non pensa ciò sia sempre errato, anzi. E’ dato storico incontrovertibile che noi ci si sia occuppati ed impicciati fin troppo di quello che succede nell’Islam. Chi scrive già segnalò l’assurdità per la quale noi interveniamo in ogni dove, distorcendo la dinamica storica degli altri e domandava per paradosso cosa saremo noi oggi se una potenza straniera fosse intervenuta nella nostra guerre intestine, nella nostre rivolte e rivoluzioni, nella nostre dialettiche storiche perché preoccupata della piega che stavano prendendo gli eventi, dal “suo” punto di vista. Immaginiamo la civilizzazione “Altri” che interviene in forza nella Parigi del 1789 perché legata in affari o interessi vari alla monarchia regnante. Cosa sarebbe oggi “Occidente” senza quel momento storico, Napoleone, il ’48 e tutte le catene delle loro conseguenze? Come produrre anticorpi se non si prendono malattie? E come si superano le malattie se qualcuno ha interesse a tenerci malati? Quale nevrosi di civiltà (oltre quelle che abbiamo) si manifesterebbero dopo una serie interminabile di coiti interrotti e repressi da un tutore-tiranno, interessato e spesso in conflitto d’interessi, che decide cosa è bene e cosa è male (per lui), noi si faccia?

Dobbiamo quindi dare per assodato che  dietro i fatti di cronaca recente (guerra in Siria, Isis, Libia, curdi etc.) vi siano pupari occidentali ed israeliani che tentano di gestire la loro parte di sceneggiatura, ma una cosa è gestire i fenomeni, altro pensare essi si possano creare in laboratorio. Si fa  torto alle altre civilizzazioni ed alla possibile loro comprensione se di ogni fatto, di ogni dinamica, di ogni significato storico riguardi loro, noi si legga lo sviluppo sempre e soltanto da dietro le lenti distorcenti dell’occhiale occidentale. Così come non si può immaginare che il movimento fondamentalista nasca e si sviluppi del tutto spontaneamente, non si può ridurlo ad una covert operation dei servizi segreti occidentali o israeliani i quali, per altro, ben sanno che i movimenti non si creano dal nulla, si incoraggiano, si sfruttano, si orientano, si usano.

In-the-Harem-Gyula-Tornai-290x290Questa misinterpretazione che a sua volta è una riduzione di complessità, è animata da una sbrigativa passione per la semplificazione dialettica per la quale ci sono A e B, se non A allora B, o A o B. Gli arabi non hanno passioni, sentimenti, ragioni, interessi, trame storiche, sono solo pupazzi che l’Occidente manovra. Così facendo, ci è preclusa la comprensione di cosa potrebbe essere un mondo multipolare, poiché non vediamo gli attori plurali che agiscono sulla scena, le loro contraddizioni, la dinamica complessa dei loro interessi e della loro condizioni di possibilità. Invito dunque a riporre per un momento gli occhiali occidentali (stante che essi rimangono nelle nostra costituzione mentale di cui non ci posiamo spogliare se non perdendo la nostra stessa facoltà interpretativa) ed a tentare una interpretazione dei fatti islamici partendo dal loro contesto  e non dalle nostre proiezioni su di esso.

La nostra tesi è che proprio in funzione del futuro, di un mondo sempre più multipolare, quindi ricco di opportunità ma anche di potenziale disordine ed in funzione di due previsioni assai probabili, l’una che dice che l’Islam crescerà e di molto, l’altra che dice che il potere della ricchezza araba è a termine poiché le fonti energetiche stanno o hanno superato il picco, altre se ne cercano e trovano da altri parti, altre forme di energia prima o poi verranno cercate e trovate, qualcuno nell’area arabo sunnita, lì dove origina il fenomeno islamico, si sta ponendo il problema del suo futuro ordinamento. Questo qualcuno è il centro naturale del fenomeno islamico, cioè il mondo arabo ed all’interno del mondo arabo il centro del centro: il mondo politico e culturale arabo saudita quale buco nero dell’Islam.

images (1)Buco nero sta qui come metafora delle nuove conoscenze che abbiamo sulle galassie. Sembra infatti che al centro di ogni galassia in rotazione ci sia un buco nero che è anche l’unico oggetto che non ha orbita  e che con la sua enorme massa gravitazionale risulta il perno, il motore immobile intorno al quale tutto il resto ruota, per sfuggire alla fatale attrazione (Aristotele ne giorebbe!). La dialettica (diciamo così) tra la forza gravitazionale e la velocità di fuga crea l’oggetto galassia che è un oggetto in equilibrio dinamico tra la fatale attrazione del centro che inghiotte tutto ed ontologicamente annulla l’oggetto di cui è centro e la spensierata libertà di fuga che però annulla lo stesso l’ontologia dell’oggetto galassia, per dissipazione. Si tratta dunque di vedere i rapporti tra Arabia Saudita e mondo arabo e tra mondo arabo e mondo islamico in dilatazione (che è anche fuga dal punto di vista della purezza del significato di Islam) per vedere il ruolo centrale del buco nero arabo-saudita-hanbalita-wahhabita.

Vediamo allora alcuni eventi recenti con gli occhiali sauditi e non con quelli occidentali, anche se lenti diverse possono pur avere una messa a fuoco coincidente.

afgh-MMAP-mdGuerra in Afghanistan. In Afghanistan era in corso un tentativo di fondamentalizzazione dopo che la società afghana aveva tentato addirittura la carta del socialismo seguita da una restaurazione di un governo probabilmente manovrato dagli occidentali, invasione dei russi etc. L’Afghanistan si presentava come caso esemplare per tutto il destino degli equilibri islamici nel centro-Asia, nell’area pakistano-indiana, nel confine sunnita (afgano e pakistano) vs quello sciita (Iran) in una zona propensa all’adozione di sincretismi derivanti dall’antichissima tradizione di origini indoeuropee. La fondamentalizzazione un po’grezza dei talebani al-qaedizzati, ad un certo punto è stata sacrificata per dar sfogo alla “comprensibile reazione” all’11 Settembre, stante che in obiettivo si aveva una seconda e più importante mossa:   l’Iraq di Saddam Hussein.

Ecco quindi la guerra all’ Iraq in cui c’era un partito, il temibile partito Ba’th, lo stesso del siriano al-Assad, temibile perché panarabo quindi rivolto allo stesso ideale dell’Umma musulmana sebbene secondo un ordinatore politico e non religioso, interreligioso nella fondazione (fondato da un alawita quindi sciita, un cristiano ortodosso ed un sunnita) e temibile poiché orientato almeno all’origine come “socialista”. iraq-MMAP-mdOltre al partito c’era anche un leader laico, sebbene sunnita. I rapporti tra laicità e concetto dell’Islam sono assai innaturali dal punto di vista dei fondamenti, ogni laicizzazione o secolarizzazione è possibile, forse per alcuni anche auspicabile ma bisogna riconoscere che dal punto di vista della logica del sistema islamico (che è un sistema con un ordinatore religioso, non politico o economico o militare o culturale che sono i cinque pilastri di ogni forma di civilizzazione) essi sono innaturali ed assai problematici. Ad esempio configgono con il concetto di Umma (dal punto di vista religioso) che è assai più concreto e meno vago dell’ecumene di origine greca o di cristianità. La distruzione dell’Iraq è stata integralmente addebitata all’interesse americano ed in sub-ordine a quello israeliano, ma si ricordi che la materia prima dell’11 Settembre, i presunti attentatori, erano tutti arabo-sauditi.

Poi abbiamo operazioni fondamentaliste occasionali in India ed Indonesia zone dall’alto contenuto disordinante per la purezza dell’Islam, aree in cui il fondamentalismo ha agito in aperto contrasto alla possibilità di conseguire qualsiasi concreto obiettivo politico che non fosse “l’avvertimento”, il “segno” rivolto più alla comunità islamica generale che non quella specifica.

Segue la sequenza delle cosiddette “primavere arabe”, tutti eventi avvenuti in paesi laici o quasi laici: Tunisia, Egitto, Libia, Siria, con tentativi non chiari in Yemen e con una onda lunga, subito contenuta, in Turchia. Per sbaglio (cioè spontaneamente) si accende anche il Marocco ma nessuno ha reale interesse nel destabilizzare il Marocco e la cosa presto rientra.

Nel mentre, operazioni fondamentaliste sub-sahariane, di monito alle nuove forme islamiche del Mali, Niger, Nigeria[i] etc. ed anche rivolte a gli algerini che vanno un po’ per conto loro, nel mentre la versione somala diventa egemone del proprio territorio. Più ci si addentra nel centro Africa (la nuova frontiera dell’espansione islamica) più  il sincretismo tra Islam e culture tribali animistiche è un dato di fatto, tanto inevitabile, quanto sgradevole a gli occhi di chi non concede alla shari’a possibilità adattative ed interpretative, anche perché così perderebbe il controllo del sistema di cui è centro.

libya-map-tribal-populationsAlcuni casi vanno visti meglio da vicino. Nel caso libico abbiamo un leader che se vantava a parole, talvolta, l’identificazione totale con l’Islam, nei fatti però era una scheggia impazzita del tutto individuale. Gheddafi più che un laico sembrava addirittura un agnostico-ateo ed oltretutto, al momento dello scoppio della crisi, era impegnato in un ambizioso tentativo di egemonizzare l’islamismo africano in una mixture di black power, anticolonialismo, Islam identitario afro-arabico. Gheddafi era in odio ai sauditi e compagni (Qatar, Emirati) dal celebre scontro tra rialzisti (Iraq, Algeria, Iran, Venezuela) e ribassisti (monarchie del Golfo) nell’Opec anni ’70. Oltretutto pare si fosse messo a vagheggiare un cambio di valuta nella vendita del petrolio.  La Lega araba si riunisce tre settimane dall’inizio delle ostilità in Libia e consente la no fly zone ma non l’intervento militare occidentale, poi però i “golfisti” inviano mezzi e uomini e contribuiscono non poco alla legittimità islamica dell’abbattimento del regime di Tripoli, continuando sino ai giorni nostri a etero-dirigere la distruzione per cannibalizzazione, via tribalizzazione, di ogni forma istituzionale in Libia.

Nel caso egiziano, i Fratelli musulmani  (che ricordiamolo sono hanbaliti, quindi rivolti all’area del -ritorno ai fondamenti- anche se con metodi e prassi “sociali” e dal basso, invise ai wahhabiti) hanno svolto un ruolo molto periferico nelle rivolte che portarono alla destituzione di Mubarak, salvo poi proporsi come nuovo ordinatore. Morsi viene destituito perché l’Egitto tutto è tranne che fondamentalista, è forse il paese arabo meno islamico ci sia[ii] . Ricordiamo che l’Egitto è il paese più grande della zona araba, demograficamente parlando, ha l’esercito probabilmente più grande ed efficiente è egemone dal punto di vista della cultura soprattutto civile, popolare, di massa ed anche “alta”.  Dopo 60 anni di oggettiva alleanza tra i Fratelli ed i sauditi, una volta che Morsi esprime la sua presidenza e la sua visione pan arabica ed egalitaria del modello della Fratellanza ecco da parte saudita il repentino cambio d’atteggiamento, l’attivo supporto al colpo di stato militare ed il recente inserimento della Fratellanza nella lista dei terroristi secondo Ryad. Una bella faccia tosta.

Il caso siriano è il più interessante.   La Siria è un paese a maggioranza sunnita ma con una componente sciita. E’ sciita in particolare, la famiglia del presidente al-Assad (dello stesso partito Ba’th di Saddam), ma di una fazione sciita assai irregolare che ha forti influssi gnostici che crede nelle ipostasi (una vecchia eredità neoplatonica che si ritrova anche nella quaballah ebraica) e puzza di politeismo o enoteismo. syria-opposition-group-map_4fd30d9a50032Si ricordi che la Siria fu storicamente, il crocevia intellettuale della tarda antichità, lì dove gnostici anche di origine ermetico – sapienziale egiziana, s’incontravano con neo-platonici di origine greca, cristiani delle origini (non normalizzati, cioè eretici)- mazdei, caldei e mesopotamici di varie forme. Poiché l’Islam è un fenomeno che origina dalle tribù e clan seminomadi meccani, cioè della fetta di penisola araba stretta tra Mar Rosso e deserto (Hijaz) , esso divide il tempo in due: la Jahiliyya  ovvero età dell’ignoranza (la primitività) ed il periodo successivo che inizia ai quarantanni del Profeta (circa 610 d.C.). Ne consegue che in tutti i paesi in cui prima del 610 d.C. ci fu cultura, fatti e civiltà di un certo rilievo, si sovrappone un codice che negando ampie porzioni delle radici storiche, crea situazioni precarie e contraddittorie: casi in cui  il diavolo fa la pentola ed anche i coperchi ma non le valvole di sfiato. Egitto e Siria sono casi del genere, casi a cui sono sfuggiti la Turchia per varie ragioni tra cui la diversa identità etnica e la storia ottomana  e l’Iran-Persia che infatti è sciita, in cui la teologia, la giurisprudenza  e i rapporti con l’entità politica e con la stesa filosofia sono ben differenti da quelli in ambito sunnita. Convincere egiziani o siriani che prima del 610 essi erano primitivi ed ignoranti è assai problematico. Tra le fazioni che hanno combattuto al-Assad dalla prima ora, troviamo l’Esercito siriano libero  che ha origini laico-militari (semmai è veramente esistita una realtà non fittizia con queste credenziali, cosa dibattuta);  una variegata miriade di sigle salafite (molte appartenenti o ex-appartenenti al network al-Qaeda) che hanno tutte origine sunnita-fondamentalista e poi il famoso Isis-Isil-Is-Da’ish (noi useremo ISIS per l’identificazione). Cos’è l’Isis?

ISIS

L’ISIS ha compiuto alcuni atti, di cui molti simbolici, di grande significato che noi prenderemo “sul serio”, a cui cioè dedicheremo una curiosità non minimizzante. Per definirlo, non ricorreremo ai vari “dietro le quinte”, incerti, confusi da una fitta nebbia di punti di vista ed interessi eterogenei, ma dal suo fenomeno evidente, da cose che si possono osservare nel suo comportamento manifesto.

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  • Il loro comandante si è proclamato “califfo”. Il califfo (a cui corrisponde in ambiente sciita l’imam sebbene questi abbia funzioni parzialmente diverse) è un figura di riferimento di grande importanza per tutto l’ambiente islamico sunnita, quindi per il circa 90% dei musulmani. Egli è il vicario o successore addirittura di Maometto e svolge la funzione di capo militare e politico con limitati risvolti spirituali (non prevedendo l’Islam una centralizzazione ed un clero in fatto teologico) per tutto l’Islam. Ma il califfato (ottomano) termina nel 1924 ed anche in ragione della successiva divisione in stati e nazioni, nessuno si è più sognato di riproporlo poiché il califfato prevede l’unità dell’Umma ovvero l’unità, anche politica, di tutti musulmani quindi il superamento degli stati nazionali e dei relativi poteri ed interessi.
  • L’organizzazione fonde alcune altre precedenti autonome attraverso la riproposizione del “Patto dei profumati” ovvero la riedizione di un mitico accordo tra clan rivali della Mecca, una alleanza federale, addirittura di epoca pre-Maometto che ha un preciso significato nell’immaginario musulmano.
  • Esso dichiara che prima di scontrarsi con Israele, il nemico da abbattere è Hamas, ritenuto gruppo apostata, inverte quindi la logica dello jihad che prima deve far pulizia dentro l’Islam e semmai dopo rivolgersi ai non islamici[iii]. Sino ad oggi si è dedicato proprio ai nemici interni secondo una certa visione dell’Islam e secondo una strategia che è inversa rispetto ad al-Qaeda.
  • Dove opera l’Isis viene imposta la shari’a più stretta ancorpiù coranica che non sunnitica, secondo la visione hanbalita-wahhabita più estrema. L’Isis non si dichiara salafita e pare che la sua dottrina interna di riferimento sia proprio quella di Abd-al-Wahhab.
  • Si propone di superare l’accordo Sykes-Picot, accordo coloniale anglo-francese del 1916 che definì più o meno gli attuali confini in cui è divisa l’area (lo stato-nazione è un concetto del tutto refrattario alla logica dell’Umma coranica che ricordiamolo, proviene da tempi animati da tribù seminomadi vagheggianti in gradi spazi aperti). Superamento dello stato-nazione previa demolizione controllata degli stati, Umma-califfato, un unico potere politico per una unica moschea per un unico dio.
  • La capitale del nuovo stato islamico è al-Raqqa, nel nord della Siria e lì vicino accadde qualcosa di molto significativo per la storia dell’islam soprattutto per quanto riguarda la sua divisione. Lì infatti, nella Battaglia di Siffin (657) si venne a creare la spaccatura che porterà alla divisione tra la tradizione (minoritaria) sciita e (maggioritaria) sunnita, nonché alla fazione kharigita oggi quasi del tutto scomparsa (e c’è chi accusa ISIS di essere proprio un’incarnazione kharigita che è come accusarli di apostasia, il che nell’Islam è accusa assai grave. Questo qualcuno è al-Qaeda ovvero il progetto fondamentalista perdente che è in disgrazia, superato da quello che chiamiamo Isis, e con quell’accusa vuole screditarlo sul suo stesso terreno, quello della purezza).
  • Da tutto questo retroterra simbolico non è quindi un caso che le concrete azioni di guerra o aggressione si siano rivolte contro il governo iracheno (sciita) e siriano (sciita-alawita), contro ogni minoranza stanziale sul Dar-al-Islam (la terra sacra dell’islam) ovvero cristiani, yazidi, zoroastriani, curdi, la Moschea Giona di Mosul “meta di apostasia”, la tribù Chaitat in Siria ed da ultimo libanesi.
  • La presenza su Internet dell’Isis, secondo gli esperti del settore, raggiunge i picchi di qualità occidentale e dice di una sofisticata e ben organizzata volontà culturale nella loro personale interpretazione della jihad. Dopo siti, bandiere di seta nera, magliette, ci aspettiamo i mouse-pad e le immancabili mugs (tempo di scrivere il pezzo e nel frattempo l’ironia è diventata realtà, qui).

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Sappiamo dell’alto livello organizzativo di questa entità, il suo manifestarsi quasi all’improvviso e già bella matura, dotata di belle divise uniformi ed armamenti sofisticati e pronta ad una operatività non spontaneistica, sappiamo della sua ricchezza e sappiamo che dietro ci sono capitali del Golfo, interessi americani e forse anche israeliani, connivenze turche. Ma a noi interessa domandarci a quale concreto progetto, tutto ciò fa capo? Un progetto che “parla” all’Islam non in maniera improvvisata, ben motivata, ben dentro la complessità culturale che lo connota, con piani precisi, con uno sforzo continuo nell’usare “simboli” e costruire quindi una grande narrazione che ha un fine non campato per aria ma solide radici e che va incontro ad un problema tutt’altro che inattuale: come dare senso unico alla molteplicità espansiva dell’Islam contemporaneo e futuro? Quale autorità unica, per una unica moschea che risponda all’ordinamento dato dalla religione del dio unico?

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La famosa mappa dell’Islam califfale secondo l’Isis, commentata nella nota iii.

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La domanda è retorica perché la risposta è stata premessa ed è la nostra tesi che l’Arabia Saudita (con alcune altre monarchie del Golfo) abbia un disegno egemone (imperiale diremmo in occidente) ben chiaro. Unire e controllare omogeneizzandole le realtà arabo sunnite. Omogeneizzare significa preventivamente disciogliere le strutture statali (Iraq, Libia, Siria), obiettivo che ha molti interessati nelle regione (tra cui Israele) ed anche fuori (gli USA, l’UK, la Francia). Già si è operato e si sta operando per spaccare le strutture della Libia, della Siria e dell’ Iraq[iv] , poi potrebbe essere la volta della Giordania tenuto conto che tra la famiglia saudita-wahhabita quali custodi di Mecca e quella hashemita giordana vi è una storica competizione per rivendicare il diritto all’eventuale califfato. Ma anche il Libano poiché si sta cercando un solido sbocco al Mediterraneo (inversione dei flussi petroliferi?). Si potrebbe poi vedere cosa succede allo Yemen (dove c’è da sistemare la faccenda degli huthi sciiti) ed all’Oman (dove c’è da sistemare gl’ibaditi-kharigiti), sempre che non torni d’attualità l’altro bersaglio grosso  ovvero l’Egitto o l’Algeria.

La strategia sembra quindi voler porre l’Isis oltre che come costruttore del califfato anche  come punto di riferimento per l’intera galassia fondamentalista trans-islamica, di modo da orientare questa nelle operazioni in tutto l’Islam anche il più eterodosso e con ciò, tenere a bada ogni eventuale eccentricità. Isis sembra essere un progetto 2.0 che supera ed evolve quello di Al-Qaeda con la quale, infatti, è in concorrenza. Isis bada all’Islam più che all’Occidente ed è una struttura compatta invece che federativa. Controllare o provocare in remoto, eventi africani, caucasici e quindi anche russi, centroasiatici e quindi anche cinesi, indo-asiatici e fornire un modello identitario forte per i musulmani occidentali, il suo scopo. Branding-Terror-HR21Già si manifestano molte defezioni dal sistema al-Queda in favore del nuovo sistema Isis i cui relativi successi stanno catalizzando tutti i giovani musulmani sia dell’Islam interno, sia coloro che ne vivono fuori. Un modello storicamente fondato, credibilità del poter perseguire il progetto e di poterlo offrire come alternativa concreta, come “cosa che si può (e deve) fare”, ora e qui.

Il califfato sarebbe la premessa di un porre il potere sul mondo arabo mediorientale in mani saudite/golfo (basato sullo standard dei “fondamentali” islamici), relativizzando Turchia (che pure partecipa ma con sue ragioni strategiche a questo primo tratto di sviluppo della strategia in Siria), Iran ed Egitto, depotenziando i due pericolosi confinanti, smembrandoli (Siria e Iraq), ed acquisendo anche nuovo petrolio e sopratutto un altra ricchezza poco notata nei commenti, acqua, molta acqua. Garantire all’Arabia Saudita un ampio potere politico ed un deciso peso geopolitico in chiave multipolare, visto che il suo peso economico-finanziario potrebbe ridursi e quello demografico è irrisorio e gonfiato da autodichiarazioni ed immigrati-schiavi. Questo obiettivo dell’unione dei sunniti “veri”, va preso come un “tendere a…”, non cioè come cosa che si realizzerà nella sua compiutezza, non certo tutto realistico ed immediato e certamente ad un certo punto, l’Isis sarà formalmente sacrificato (almeno in SyrIraq) come già lo furono i talebani, per permettere all’Arabia Saudita di comparire in prima persona o tramite un potere sunnita tradizionalista locale, appena più presentabile dei tagliatori di gole. Lungo questa via, l’istituzione di uno stato (califfale) che spacchi Siria ed Iraq (portando alla definitiva tripartizione sciiti-curdi-sunniti), sarebbe già un grande successo, un precedente, un modello, un segnale che in questo riassestamento epocale della zona, avrebbe una importante valenza “culturale”.

L’ISIS non è che il braccio operativo di questa strategia, quanto sta accadendo non è che il deployment di questa stessa strategia. Controllare riformulandolo il cuore arabo a guida Hijaz, di modo che questo possa provare a controllare l’Islam. Ridurre il Molteplice all’Uno, far ruotare la galassia intorno al buco nero[v] .

Tentano di farlo usando l’ordinatore religioso, il più universale e profondo ma anche il meno determinante (il meno preciso). Intendono farlo usando l’ordinatore in versione originaria, semplificata, tradizionale, fondamentale ma queste qualità derivano da un periodo storico più semplice, un periodo storico che aveva una struttura oggi irripetibile. Dall’analfabetismo di Maometto al suo essere l’ultimo, il “sigillo dei profeti” colui che chiude per sempre la serie, dal giustificare la rivelazione come ultimo avvertimento di un Dio stanco di non esser ascoltato e mal interpretato alla diffidenza per la stessa teologia speculativa (per non dire della filosofia di cui gli arabi hanno intuito meglio dei greci stessi, il potere antagonista vs la fede), saudi-arabia-flagdall’assenza di clero ai limiti ermeneutici autoimposti di continuo nella storia dei rapporti tra testo-fede e comportamenti concreti, la struttura di questa interpretazione che vuol ordinare il Molteplice all’Uno tenuto saldamente in mano dai Pochi (i clan dominanti l’Hijaz arabo) è la stessa di chi vuol fare di tutto il mondo un mercato in mano a coloro che detengono le fiches del gioco (i clan banco-finanziari occidentali). Ma questa tendenza che come abbiamo visto ha antecedenti storici profondi, è sistematicamente avversata dall’altra, la diversificazione per adattamento a contesti storico-locali eterogenei, la dialettica irriducibile si riproporrà e dal rimbalzo all’Uno, ci si può aspettare un contro rimbalzo al Molteplice.

Questa strategia è una riduzione ad Uno della quale non si può discutere nulla, quindi integrale, è una struttura che vuole ordinare il Tutto, quindi totalitaria.  Siamo sempre e sempre di nuovo alla stessa struttura fondamentale della riduzione di complessità, Pochi vs Molti, una struttura che sebbene la si voglia vestire di religione o di economia o di forza militare o di sapienza è intrinsecamente sempre e soltanto una struttura politica. Relativa cioè ai modi in cui le persone regolano la loro convivenza. E’ questa struttura che oggi entra in fatidica tensione, qui come in Occidente ed entra in tensione perché l’ambiente umano e quello fisico che l’umano ospita ha raggiunto livelli di complessità oggettiva forse non più così meccanicamente riducibili. Anche i clan del’Hijaz come quelli di Wall Street (che non a caso sono grandi amici) vanno incontro a grandi falcate verso una possibile crisi adattativa e noi con loro, fintanto che a loro delegheremo la decisione su i modi di stare al mondo. La riduzione all’Uno è un po’ come il ritirarsi delle acque prima dell’onda di tsunami, è il ritorno ai fondamentali, alle origini, alle certezze dell’ordine semplificato, prima del liberarsi di una nuova fase storica.

La multipolarizzazione planetaria è il nuovo scenario al quale andiamo incontro. Come gli anglosassoni tentano il ricompattamento dell’Occidente, un ritorno ai fondamentali ed alle identità-storico culturali ispira tanto i russi-ortodossi, quanto gli arabi-sunniti, ma anche gli indiani del nazionalismo hindu e presto anche gli altri asiatici. Ognuno si sta apprestando a definirsi e compattarsi, prima di affrontare le nuove e complesse relazioni esterne. Le frizioni tra i bordi di queste nuove zolle storico-culturali saranno i primi effetti di questa ripresa della geo-storia e forse molte entità fragili che si trovano su i bordi si spaccheranno. Che alla lunga fase dell’ordinarsi planetario secondo i principi dell’economia, faccia seguito una fase più complessa che includa l’ordinarsi secondo principi religioso-culturali può essere un bene come un male. La differenza sarà data da quanto l’unico principio in grado di ordinare il nuovo e complesso mondo, avrà possibilità di esprimere una sua logica autonoma: il principio politico.

Ma il principio politico non può agire se non a seguito di una teoria, una nuova teoria-mondo che oggi né esiste, né sembra avere tradizioni. E se non si vedono costrutti culturali politici rivolti all’esterno, non si notano neanche quelli rivolti all’interno. Decenni di ordinamento economico occidentale hanno desertificato la teoria politica rivolta agli stati ed all’autorganizzazione dei popoli. Il sistema parlamentar-liberale è ancillare rispetto al sistema economico è sconta quindi una debolezza intrinseca, quello social-comunista è stato diroccato dalla storia, quello democratico è inquinato e corrotto e nella sua forma originaria (la democrazia diretta e diffusa) è sconosciuto e dimenticato dai più. Trionfa quindi dappertutto il ritorno ai Pochi, che siano oligarchi econo-finanziari o aristocrazie di partito o di etnia o di fede o militari. E’ questo trovarsi in una situazione del tutto nuova e del tutto inedita che intendiamo, quando parliamo del problema di “adattamento alla complessità”. Stiamo per affrontare qualcosa di molto nuovo e sconosciuto, ritirandoci in qualcosa di molto vecchio e tradizionale. All’incipiente disordine, si reagirà con un irrigidimento progressivo verso l’alto dei vari sistemi geo-cultural-politici, che è l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare un sistema per adattarsi ad un ambiente sempre più complesso.

A questo problema abbiamo dedicato gran parte delle ricerche qui pubblicate ed ad esso continueremo a dedicare le nostre attenzioni e sforzi di comprensione ed analisi. Le cronache del mondo nuovo sono appena all’inizio.

(Fine. 2/2)

 

Arabia Saudita in breve:

L’Arabia Saudita è uno stato islamico (l’unico propriamente tale, fino ad oggi) basato su un monarchia assoluta ereditaria, basata su una unica famiglia che in “intima riunione” stabilisce la successione e la cui “costituzione” è la shari’a. Non si svolgono elezioni, non vi sono partiti, sindacati, possibilità di manifestare. Gran parte della sua popolazione era nomade o seminomade ancora negli anni ’60 del ‘900.
OPECOilreserves_share_of_world_crude_reservesE’ vietato ogni altro culto che non sia islamico, l’apostasia è perseguita con la condanna a morte. E’ il 45° stato per popolazione (ma più di un quarto sono immigrati soprattutto filippini e come tutti gli altri immigrati in condizione praticamente schiavile) ma il 9° per spesa militare, il secondo per rapporto tra spesa militare e popolazione dopo gli USA. Mentre la popolazione aumenta, i proventi delle vendita del petrolio diminuiscono. Il reddito pro-capite ha registrato il record storico di contrazione da quando esistono tali registrazioni, passando dai 25.000 US$ del 1980 a gli 8.000 del 2003. Facenti parte del corpo statale i mutawwi’in, commissari per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio, una polizia religiosa. Non è ovviamente rispettata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la pena di morte per decapitazione è stata eseguita 26 volte solo nello scorso Agosto 2014, non sempre si tengono processi a riguardo e l’intera procedura giudiziaria è assai opaca. Sono regolarmente comminate la fustigazione, il taglio di piedi e mani, secondo Amnesty International e Human Rights Watch è regolarmente applicata la tortura. L’Arabia Saudita è stata tra le ultime nazioni a dichiarare illegale la schiavitù (1962) sebbene il Dipartimento di stato degli USA affermi che ancora oggi l’AS sarebbe il 3° paese in graduatoria per questo tipo di commercio.

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by Wikipedia

L’Arabia Saudita è il primo produttore mondiale di petrolio, quindi è il dominus dell’OPEC, è stimata avere il 25% delle riserve mondiali di greggio ed è 6a per riserve di gas. Fu l’Arabia Saudita per prima (1973) ad accettare la richiesta USA di adottare il dollaro come moneta unica di riferimento per gli scambi petroliferi, l’OPEC seguì due anni dopo, dollari poi convertiti in debito pubblico americano e protezione militare per i pozzi del Golfo.

Dopo aver lungamente brigato per farvi parte, l’Arabia Saudita ha rifiutato l’anno scorso, il seggio che le era stato offerto (!) al Consiglio di sicurezza dell’ONU come membro non permanente. L’AS non scambia informazioni fiscali ma ciò non l’ha portata nelle black list che del resto sono state abolite nel 2012, assieme alle grey ed alla grey-dark (con l’eccezione di Nauru e Guatemala).

La commissione Camera e Senato USA che redasse il Rapporto sull’11 Settembre si vide secretare da Bush, 28 delle 838 pagine. Nel 2003 una lettera bipartisan di 46 senatori che citavano l’ipotetico coinvolgimento della Arabia Saudita (ripetendo ciò che insinuava certa stampa che poi sarebbe il New York Times) ne richiesero la divulgazione, invano.  Ora, c’è una richiesta più formale di un senatore democratico ed un repubblicano che ha definito la lettura della parte secretata “scioccante”. La richiesta verrà reiterata pubblicamente dai due assieme all’organizzazione dei parenti delle vittime, il prossimo 11 Settembre (2014).

Concludiamo con cronaca degli ultimi giorni ricordando che secondo i sauditi che hanno reso apposita dichiarazione alla fine di Agosto basate su un rinvenuto “laptop dell’Apocalisse” in Siria, organizzazioni terroristiche islamiche si appresterebbero a compiere attacchi biologici in UE ed USA. Avvertimento o minaccia?

 

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[i] La penetrazione africana che crea disordine e caos certo verrà guardata con occhi benevoli da coloro che vogliono contrastare l’altra penetrazione africana, quella cinese.

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Taha Husayn

[ii] Segnalo tre cose su questa affermazione un po’ stentorea: la prima è che c’è l’Egitto del deserto, quello nilotico e quello delle città, quello del nord e quello del sud e quindi dire “L’Egitto è…” è sempre problematico. La seconda è un letterato egiziano Taha Husayn il quale scrisse il celebre “Sulla poesia pre-islamica” nel 1926. Husayn sostenne, non senza fondate ragioni, che la radice egiziana affondava nel lungo periodo della civiltà faraonica che a sua volta aveva forti legami con quella greca. E’ questa tra l’altro una tesi sviluppata nel celebre Atene Nera da M. Bernal,  tesi impopolare tanto nel mondo arabo che in quello occidentale i quali si vivono come naturalmente contrapposti. In ciò si può vedere la dinamica per la quale  quando c’è la volontà di unirsi non c’è limite alla fantasia che crea genealogie comuni del tutto inventate e le teorie diventano fatti, quando invece ci sono reali radici comuni ma c’è la volontà opposta, i fatti diventano teorie. In sostanza Husayn sosteneva che la radice egiziana non è islamica e l’Islam è una sovrapposizione. Da cui l’islamismo storicamente problematico degli egiziani. Husayn fu anche Ministro dell’Educazione dal 1950 e in quanto tale affermò obbligatorietà e gratuità dell’insegnamento scolastico primario ( egli era cieco dall’età di tre anni, ma come spesso accade in questi casi, forse ci vedeva meglio di altri…). Husayn è l’equivalente di Satana per i salafiti. La terza è che dall’Egitto non è provenuta nessuna delle quattro scuole giuridiche storiche per i sunniti, ma deriva il revival neo-salafiyya, il pensatore Sayyid Qutb (1906-1966) a cui si rivolgono spesso le radici teoriche di molte organizzazioni salafite (con più o meno ragione è da vedere) ed il movimento dei Fratelli Musulmani che è di ambito hanbalita. A dire che la complessità egiziana è irriducibile e che si manifesta in un arco che dalla relativizzazione dell’Islam arriva fino alle punte più fondamentaliste, segno di fragilità delle convinzioni basilari islamiche, che è quanto volevamo sostenere nella dichiarazione forse un po’ troppo stentorea.

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Sayyd Qutb

In Egitto, tra XIX° e XX° secolo, si formò il movimento culturale Nahda che portò alla nascita dei primi giornali, ai movimenti femministi (!), al nazionalismo arabo e pan-arabo (anche in Siria, Libano), alla ripresa della filosofia, della scienza, della riflessione giuridica, della letteratura, delle prime forme di coscienza anti-coloniale.

[iii] In questo senso è interessante la cartina del futuro califfato, distribuita recentemente dall’Isis. In Occidente ci si è divertiti e preoccupati di vedere la Spagna ed i Balcani  inclusi nei sogni jihadisti e i furbi dietro l’operazione, conoscendoci, hanno anche dichiarato che arriveranno a San Pietro. Hanno titillato la nostra paranoia del feroce Saladino-Mira Lanza. In realtà, l’informazione contenuta nella cartina è interessante per come hanno diviso l’Islam. Platone diceva che l’essere va tagliato come il macellaio taglia la carne, lungo le sue linee di minor resistenza ovvero separando le parti che hanno più consistenza in sé. Così la cartina mostra quello che dicevamo all’inizio, le aree storico-culturali che dividono i vari Islam non secondo la recente partizione coloniale e stato nazionale, ma secondo la storia reale, dura,  concreta e di lungo periodo. Chi l’ha fatta sa bene di cosa parla e a chi si rivolge.

[iv] I confini dei paesi arabi mediorientali usciti dagli accordi Sykes-Picot sono notoriamente instabili. sykes-picot-map-in-1916Quelli tra Siria ed Iraq, da sempre quantomeno porosi, praticamente inesistenti. Spaccare l’Iraq in tre è una vecchia idea americana e non vedrebbe che d’accordo l’Arabia Saudita, poco o nulla potrebbe e forse vorrebbe  fare l’Iran, tantomeno i curdi a cui anzi, si potrebbe regalare anche una forma di autonomia pre-nazionale da usare anche contro l’Iran (esiste un Kurdistan nel nord dell’Iran) ed utile anche per tenere sottopressione le arditezze di Erdogan. La nostra analisi è a grana grossa ma le cose mediorientali hanno una complessità frattale che si riproduce a varie scale, fino alle più piccole, fino alla grana finissima come la sabbia del loro deserto fatto di roccia, vento e tempo. A dire che se questa è l’intenzione che intravediamo, non è detto che avrà vita facile. Coloro che ad oggi sono alleati oggettivi e financo forze interne al mondo Isis, domani potrebbero rivelarsi con un diverso disegno. E’ il caso ad esempio, dei molti militari iracheni ex-Saddam che forse vogliono solo raggiungere una posizione di forza contro la parte sciita con cui poi trattare, ma non sciogliere l’Iraq o spezzarlo come è nei piani Isis. Sta di fatto, che l’invenzione dell’Iraq tri-etnico (curdi, arabi, iranici) è una creatura simile all’ircocervo e non poteva venire in mente che ai presuntuosi, quanto ignoranti (o diabolicamente perversi), geografi coloniali inglesi e che una struttura così improbabile è certo destinata a spaccarsi.

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Il principe Bandar bin Sultan

[v] Il nostro ragionamento non è originale, molte fonti hanno segnalato la presenza e il ruolo dell’Arabia Saudita nella faccenda di cui abbiamo parlato. Quello che cambia, nel nostro caso, è la convinzione che l’AS non sia un finanziatore, un ambiguo fiancheggiatore, un indiretto protettore, un demiurgo a cui è sfuggito di mano il mostro, come certi commentatori sembrano voler accreditare (dall’Aspen Institute in giù)  ma il cervello che ha pensato tutta l’operazione, la strategia ed ha curato l’avvio delle operazioni, continuando a dirigerle in prima persona. All’Ottobre 2013, l’ambasciatore siriano in Giordania, Benjat Suleiman, ebbe a dichiarare che il vero capo di al-Qaeda era il principe Bandar bin Sultan, dichiarazione ripetuta dall’ex primo ministro iracheno (sciita) al-Maliki al Marzo di quest’anno. Il personaggio ha un bel curriculum che trovate qui e che vi suggerisco caldamente di leggere. Un ben informato punto sulla situazione recente qui (si consiglia un giretto nel blog della giornalista della Stampa, davvero completo e ben informato). Un ben informato punto sulle origini ideologico-storiche dell’Isis (nonostante la mia diffidenza verso fonti inglesi e viepiù da parte di agenti MI-6, quanto riportato risulta dalla stessa ricerca indipendente sin qui esposta) in chiave Arabia Saudita – Isis, qui. Certo, l’articolo sembra dar retta ad un presunto dualismo arabo-saudita, come la versione ufficiale di “privati”, “forze interne” al regno siano i finanziatori occulti dell’Isis, tende ad accreditare. Dal parziale occultamento di Bandar, all’elevazione delle pene per i jiahdisti sauditi che volessero tornare in patria, fino al spontaneo finanziamento di una struttura ONU che si occupa di terrorismi, all’aver “scoperto” attentatori Isis interni che si apprestavano a far saltare pozzi sauditi, l’AS sembra voler mostrarsi per ciò che non è, in una escalation di improvviso “ripensamento e distanziamento”. Questa seconda parte dell’articolo di Alastair Crooke entra nel dettaglio di questa ipotesi di un conflitto intestino al mondo wahhabita, ipotizzando addirittura un cambio di dinastia come obiettivo Isis, ovvero prendere il posto di casa al-Sa’ud. Chi scrive è diffidente sull’ipotesi del dualismo, chi detiene il potere in AS (un potere totalitario a cui non credo possa sfuggire qualcosa di così evidente) sa perfettamente cosa stia succedendo, perché sembra proprio che lo stia facendo succedere lui stesso in conseguenza di ben precisi interessi strategici. Tale strategia ha chiari e lampanti motivazioni, ha fatti non difficili da reperire per chi ha una volontà di ricerca minimamente indipendente, ha chiari precedenti nei coinvolgimenti dell’AS nelle primavere arabe, nei finanziamenti a vari jihadisti inclusa la prima fase di al-Qaeda, nella cosciente delega a Bandar di “creare e risolvere” la crisi siriana (delega benedetta dagli ambienti neo-con americani di cui Bandar è grande amico), nell’oggettiva convergenza ideologica di lungo corso con i promotori dello stato islamico Syria-Iraq che sembra proprio stiano realizzando null’altro che un progetto wahhabita piantato nel DNA di casa Al Sa’ud. Altresì, l’ipotesi della “serpe in seno” per la quale Isis starebbe coltivando un progetto di rivoluzione islamica ai danni della casa Al-Sa’ud, ci sembra poco realistico sul piano internazionale. Davvero Crooke pensa che gli USA, la sua UK, la Francia e le altre golfo-monarchie, per non dire dell’Iran, della Turchia, dell’Egitto, della Russia etc. permetterebbero ai tagliagole di impossessarsi delle riserve petrolifere planetarie? Queste versioni delle due Arabia Saudite a me paiono assai di comodo. Tendono ad accreditare una casa regnante con vocazioni moderniste che francamente non ci risultano se non come operazioni limitate e di facciata, mentre ci risultano nove interrotti anni di Bandar bin Sultan a capo del National Security Council.

L’iscrizione dell’Arabia Saudita a “stato canaglia”, per coloro a cui piace usare questa categoria, dovrebbe esser  oggettiva ma l’oggettività è sempre relativa, specie se il giudicante dipende geo-strategicamente  dal fatto che deve giudicare o a livello individuale dagli interessi del suo committente.

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IL BUCO NERO DELL’ISLAM. (1/2)

Lo studio è diviso in due parti, una storico-ideologica, l’altra proietta le questioni storiche sulle vicende contemporanee.

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PARTE PRIMA: Ermeneutica e potere ovvero chi interpreta cosa.

L’Islam è quella parte di mondo che si riconosce nella religione musulmana (1,5 miliardi di individui, in crescita) ma i diversi complessi culturali interpretano diversamente questo fatto a seconda della loro geografia e del retaggio storico che gli appartiene. Abbiamo così l’Islam indonesiano, quello afgano-pakistano, quello centro-asiatico e turco, quello iranico, quello arabo mediorientale-egiziano a sua volta divisibile in almeno quattro tradizioni, quello arabo nord-africano (Maghreb), quello medio-africano (Sahel). Tutto però parte da un fatto collegato ad un testo ed il fatto (la predicazione del profeta Maometto) ed il testo (il Corano che ricordiamo è parola diretta di Dio, trasferita al medium  Maometto dal messaggero che è l’Arcangelo Gabriele) hanno una ben precisa radice storica. Questa è la cultura seminomade delle tribù del deserto che si concentravano periodicamente lì dove oggi c’è l’Arabia Saudita ed in particolare la sua parte occidentale che si affaccia sul Mar Rosso,l’Hijaz. Il senso storico di quanto avvenne con Maometto, fu la creazione di un Uno (l’Umma, la comunità dei musulmani) ad unire la molteplicità irriducibile delle configurazioni clanico-tribali, attraverso l’adozione comune di un ordinatore religioso di stampo strettamente monoteistico . La dialettica tra unità e concorrenza inter-tribale segna la fondazione dell’Islam e si perpetuerà nei secoli come oscillazione tra i due poli, sino ai giorni nostri. L’Islam è quindi una religione geo-storicamente determinata anche se, come tutte le grandi religioni, ha aspirazioni universali.

L’intera struttura della relazione tra il concetto del Corano e le genti che vi hanno fatto riferimento, si può individuare nella dialettica non componibile tra l’Uno ed il Molteplice. Dialettica non componibile significa perenne oscillazione tra i due poli dialettici, l’andare e venire di forme unificanti e dividenti, singolari e plurali, semplificate e complesse. Questa dialettica non è stata fino ad oggi composta anche se non è detto non lo possa essere in futuro.

ALLAH-islam-25006535-1600-1200L’Uno è il nocciolo del concetto monoteista. Il monoteismo -in generale- nasce all’intersezione di due movimenti. Il primo era quello che intendeva superare la frammentarietà delle tribù stanziali-semistanziali-seminomadi e nomadi che cioè tendeva a coagulare le molteplicità delle entità territoriali probabilmente per via di una raggiunta densità demografica che poneva il serio problema del fare massa di piccoli nuclei di genti altrimenti divisi gli uni da gli altri. Questo “fare massa” aveva a sua volta due ragioni, sia quella dell’evitare che le differenze sfociassero in aperto e continuo conflitto, quindi disordine, sia quella di seguire una certa escalation delle dimensioni che portava i popoli a farsi guerra l’un l’altro ed a prevalere proprio in funzione della massa relativa. Il secondo movimento era quello che doveva gerarchicizzare insiemi sociali sempre più grandi. In questo caso l’Uno è “il primo”, il “più importante” e spesso emerge lentamente da un lavoro di semplificazione gerarchica che si registra tanto nella società mondana (la figura dal “capo” che diventa sempre più unica, fissa ed in cima alla gerarchia sociale di una società sempre più grande e complessa. Capi anticamente eletti da consigli e successivamente derivati per discendenza, in molti casi anche “divina”), quanto nelle credenze. Nel zoroastrismo come nel  caso egiziano di Amenhotep IV-Akhenaton (atonismo), l’Uno emerge da precedenti condomini, poli-tetra-tria e diarchie che si ordinano e semplificano allungandosi verso l’alto al cui culmine si pone l’Uno, il Massimo, il Principio, l’Unico, l’Ordinatore. I monoteismi canonici compiranno la seconda parte del tragitto, tagliando ogni relazione tra l’Uno ed il sottostante da cui proviene. In pratica è una progressiva transizione dal politeismo al monoteismo via enoteismo[i] secondo la definizione di Max Müller. Questi due movimenti, la riduzione ad Uno, teologica e quella sociale, dovrebbero essersi manifestati più o meno in sincronia, dai 6 ai 4mila anni fa, a partire dalle regioni bagnate dai grandi fiumi mesopotamici e da lì, diffusisi in una più ampia regione.

SPECIAL-REPORT-GENOGRAPHYNon è quindi un caso che il monoteismo, compaia nell’areale che va dal Nilo e poco dopo il Tigri e l’Eufrate, lì dove la presenza umana è più antica. E’ assai probabile che le varie wave dell’out of Africa (il movimento di costante migrazione che portò fuori dell’Africa, che segnò sia la migrazione dell’erectus, sia quella del sapiens-sapiens) ebbe questa zona, quella mesopotamica, come terminale. Ci sono anche teorie che dicono che la penisola araba fosse in realtà una sorta di paradiso terrestre (del resto tutto quel petrolio dice che in precedenza, la superficie era piena di carbonio vegetale e/o animale) e che solo in seguito andò dissecandosi , motivando le prime popolazioni out of Africa a spostarsi verso la Mesopotamia.  Più antico significa anche stratificazione temporale di tante e diverse genti perché nell’area mesopotamica si viveva meglio (acqua, clima) e quindi si formarono precocemente società di massa da ordinare. Altresì, non v’è dubbio che in quel catino si sia storicamente concentrata la più ampia varietà etnica mai altrove registrata[ii].

A questo polo unificante dell’Uno, si contrappone sistematicamente la dispersione nel Molteplice. Così il popolo ebraico racconta di sé di esser stato unificato dal suo Dio-Uno che stringe con loro (ma è una probabile metafora del fatto che essi strinsero “tra” loro) la fatidica alleanza delle dodici tribù di cui la Torah provvede a fornire una retrostante genealogia unificante poiché discendente da uno stesso Uno abramitico. 3-religioni-monoLa fissazione delle genealogie e la ricostruzione ex-post di genealogie comuni che si ritrova anche nel Corano è proprio di culture che provengono da organizzazioni nucleari famigliari, poi claniche, poi tribali. Quando dalla molteplicità si vuole passare all’unità, si “scoprono” discendenti comuni. A questo movimento alla sintesi, seguono poi successivamente movimenti ad allagare. Di nuovo con Gesù Cristo si tenta di ricucire il senso di unità e di nuovo il cristianesimo diventerà la storia di una dottrina circondata da deviazioni eretiche (che per la verità sorsero quasi immediatamente dopo Cristo in quel inestricabile calderone di culti che mischiavano caldei, siriani, alessandrini greci ed egiziani, gnostici, mazdei etc.) e dalle contrapposizioni tra cattolici, ortodossi, protestanti e successive speciazioni. Così per l’Islam che rimbalza dal più asciutto monoteismo concettuale, aniconico, privo di interpretazione poiché dotato di dettato divino, alle fazioni sunnite (hanafita, hanbalita,  malikita, shaf’ita, zahirita) a quelle sciite (ismailita, jafarita, zaidita) poi gli ibaiditi più o meno assimilabili alla tradizione kharigita ritenuta da sciiti e sunniti eretica mentre questi ritengono quelli apostati, la tradizione sufi e le molte altre speciazioni di speciazioni etc.  Ognuna delle scuole interpretative giuridico – spirituali islamiche (se si adotta questa discriminante, ma si può anche usare quella teologica o quella della discendenza di legittimità e si aprono altri alberi), coincide con un areale geografico, segno che la provenienza etnico-geo-storica non solo marca delle differenze ma le ha istituzionalizzate in una versione particolare di quello che dovrebbe essere un unico credo generale. Capita così che quando si legge dei perduranti frizioni e scontri ad esempio tra sciiti e sunniti si dovrebbe in realtà leggere la irriducibile frizione tra iranici ed arabi soprattutto wahhabiti (cioè sauditi). Frizioni etniche che in Occidente danno luogo ad esempio al “razzismo” mentre entro un sistema ordinato dal paradigma religioso, danno luogo a “guerre di religione” o meglio “di interpretazione”. Non a caso, H. G. Gadamer è uno dei filosofi occidentali più apprezzati da molti pensatori arabi contemporanei.

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by Wikipedia

L’Islam è un sistema la cui costituzione originaria ne determina le condizioni di possibilità ma anche i limiti e le contraddizioni adattative al mondo di oggi e domani. La definizione del sistema è religioso-culturale, non storico-politica o filosofico-culturale. L’Islam è il sistema che si riferisce alla predicazione di un profeta (Maometto), ad un libro divino (il Corano), alla trasmissione della tradizione iniziale (Sunna[iii]) che insieme fanno la legge del sistema (shari’a). L’origine è etnicamente araba ma nel mondo islamico contemporaneo la componete araba è solo il 15-20% e tendenzialmente, in virtù della forte espansione potenziale (Sud-est asiatico, Cina Africa), diminuirà ulteriormente. Questa rappresenta una prima, forte, tensione difficilmente componibile stante l’attuale situazione culturale e politica dell’aggregato islamico. La radice del sistema è di millequattrocento anni fa, è piantata in una zona specifica della terra araba e nella dimensione tribale di quelle genti. Ma la pianta islamica è oggi molto più grande della sua radice e viepiù lo sarà. Essa ombreggia un sempre più vasto territorio che include numerose e diverse etnie e variegate culture sempre più afro-asiatiche e fa i difficili conti con una contemporaneità che è dominata da un concetto storico di modernità nato in Occidente (in altra pianta con tutt’altre radici) che amalgama, anche contraddittoriamente, elementi di diversa natura quale lo stato-nazione, l’economia internazionalizzata se non globalizzata, la tecnoscienza, la libertà individuale (per quanto problematicamente definita). Una tensione basilare nelle comparazioni (spesso fatte da menti confuse dal noto errore delle pere e delle mele) tra occidentali e musulmani  proviene dalla differenza sostanziale tra unità base dei due sistemi: l’individuo semmai cittadino, anticamente di poleis oggi di stati con popoli (nazione) per l’Occidente; la famiglia-clan-tribù per l’Islam arabo, ma anche africano e spesso orientale.

3515e6cb227952a82f2e395207ad00c1La definizione religiosa non sarebbe di per sé un problema, anzi sarebbe una forza. Non v’è dubbio che le religioni, soprattutto se spogliate delle vicende storiche delle loro attualizzazioni ed evoluzioni storico-politiche-istituzionali, hanno una forte componete di universalità. Non vi è altra forma di pensiero umano che trovi adesioni in spazi così disparati come quelli che sono sussunti in un buddismo che include versioni indiane – tibetane – cinesi – giapponesi -newyorkesi (a dire delle élite occidentali che vi si riconoscono); in un cristianesimo che spazia dalle Americhe all’Asia o nell’Islam afro-arabo-turco-asiatico e non vi è altra forma culturale di massa le cui origini siano così antiche nel tempo risalendo ai più di duemilacinquecento-millecinquecento anni fa. Questa resiliente estensione spazio-temporale dice che queste religioni intercettano problemi ed aspirazioni umane profonde, facenti parte di un nucleo dell’essere umano che forse non è del tutto a-storico ma che si muove con una lentezza tale da sembrarlo, a noi che lo scansioniamo con la misura standard della storia conosciuta (scritta), cioè dei tremila anni, se non meno.

Ma ci sono differenze nella struttura fine del sistema islamico che, comparate con quelle delle altre religioni inter-etniche (quindi ad eccezione dell’ebraismo che rimane una religione etnica), danno conto di un problema, il problema dell’adattamento al divenire della complessità che cresce nel tempo. La prima di queste differenze è nella natura divina del testo sacro. Divino è in un certo senso anche l’Antico Testamento ma è incluso nel suo testo il fatto che sia una (molteplice nello spazio e nel tempo) trascrizione umana, lo è anche il Nuovo  ma è notorio il fatto che sia opera di apostoli, klimt_l-albero-della-vitaoltretutto scriventi qualche decennio dopo i fatti che narrano, lo è l’insegnamento del Buddha che anzi ha già dall’inizio uno statuto più etico-filosofico che non teologico (così come il confucianesimo ed il taosimo), lo sono le Upanishad dell’induismo che però già nella loro intricata, stratificata e molteplice forma e nella stessa loro origine da un precedente strato vedico (nato plurale già nella collezione dei quattro libri che lo compongono) si dispongono in favore della pluralità. Ma il Corano è “divino” in un senso più puro perché è parola di Dio dettata dal tramite dell’Arcangelo Gabriele e solo memorizzata da Maometto e stenografata in seguito. La tradizione insiste addirittura nel ritenere che Maometto fosse analfabeta proprio per significare che neanche volendo, il tramite umano, avrebbe potuto alterarne il senso e significato. Esso va quindi preso così com’è, letteralmente. Ed ancora, essendo parola di Dio espressa in quel modo (in arabo) non può esser tradotta, bisogna imparare l’arabo e così facendo assimilarne la logica, quindi il succo culturale. Esiste quindi un problema di identità tra radice araba e chioma islamica che crea tensione tra l’Uno ed il Molteplice ed esiste una tensione storica tra la complessità dell’oggi e quella ben minore dell’Hijaz (l’area originaria di Mecca e Medina) del VII° secolo.

In Occidente, l’armeneutica filosofica nasce piuttosto tardi (XVIII° secolo, prima di Kant) come adozione di una pratica culturale osservata in ambito teologico e lì praticata sin dalla nascita di qualsivoglia specifica religione. Il clero o i saggi interpreti nascono assieme ai testi a cui fanno riferimento (spesso li creano, come nel caso ebraico e non solo) e la loro funzione è quella compensazione tra l’astratta genericità (che ne fa l’universalità) dei testi “sacri” e la loro decifrazione o attualizzazione nei casi specifici che son sempre un po’ difformi dalla disposizione scritta. Questa intermediazione interpretativa è luogo di potere. Questa camera di compensazione, nell’Islam, è assai problematica, perché la parola originaria è intoccabile e  non esiste un clero propriamente detto. Nei fatti però, una ermeneutica islamica esiste ed è anche assai articolata.

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by Limes

Molti studiosi hanno sottolineato il fatto proponendo la categoria plurale “gli” Islam che alla nostra superficiale conoscenza, rimangono sconosciuti in sé e come fenomeno generale. Il tutto si sviluppa in assenza di una autorità piramidale, che è la  condizione migliore per favorire la molteplicità dell’ interpretazione. Questa mancanza di istituzionalità e di una autorità generale del credo, diventa una splendida occasione di differenziazione in cui si realizzano sia diverse forme di interpretazione che diventano poi bandiere di altrettanti atteggiamenti religioso-politco-culturali, sia ragione di divisioni che sovrapponendosi a quelle etnico-culturali proprie delle varie zone del mondo islamico, creano una molteplicità impegnata in un dialogo a volte anche aspro. Poiché la teologia speculativa (kalam) era ciò che più assomigliava ad un pluralismo fondamentale poiché afferente al cuore del messaggio religioso, essa è stata presto bloccata. Il pluralismo si è allora impossessato della zona più naturalmente molteplice ovvero l’interpretazione delle norme giuridico-spirituali: cosa è giusto fare per esser un buon musulmano nelle mille occasioni che la vita individuale e sociale incontra nel suo sviluppo.

La molteplicità parte dai testi poiché è dai testi che si trae la legge, la shari’a. Il testo dei testi è senz’altro il Corano ma il Corano a sua volta ha una prima parte che è relativa al periodo meccano del Profeta ed una seconda parte che è relativa al periodo medinese. La prima parte è più universale ed ispirata, più poetica, parla ai cuori come si conviene ad una predicazione per cui pochi parlano ai molti per attrarli e convincerli. KoranQuesta poeticità è a sua volta un problema poiché si basa su una lingua orale molto sofisticata ma a cui cominciava a corrispondere una lingua scritta non altrettanto sofisticata. Essa è anche irrimediabilmente  più generica, cosa che invece non è la seconda, quella medinese, genericità che però ne fa anche l’universalità. Ma a sua volta, se la parte medinese è già “operativa” riguardando una comunità già formata, che amministra un territorio e si confronta con i problemi politico-giuridici concreti e con la relazione esterna (guerra, pace, trattati, convivenza con altre etnie/credenze, commerci etc.) ci si può domandare se essa è universale (come poi vedremo crede la scuola hanbalita) o particolare, se ciò vale nella sua integralità  per “quel” contesto che come tutti i contesti è relativo a precise condizioni geo-storiche. Si ricorre allora alla Sunna che è “tradizione e consuetudine”. Qui abbiamo parole ed atti del Profeta, ma anche parole ed atti dei suoi Compagni che certo beneficiarono della sua vicinanza ma che non erano i prescelti da Dio e quindi erano più fallibili. Inoltre con la Sunna si passa dalla parola di Dio a quella umana ed infatti ve ne sono state diverse versioni con diatribe infinite sull’originalità dei contenuti.  Alcuni (non tutti) allora seguono anche l’Ijma che è il consenso comune dei principali giurisperiti, ovvero le interpretazioni consensuali rispetto a norme che non sono chiaramente espresse nel corpo principale (Corano+Sunna=shari’a), con alcuni degli alcuni che si spingono fino a prospettar possibile una sorta di ragionamento per analogia, trasferendo validità tra disposizioni certe a quelle incerte, in base ad un criterio di similarità che però è assai poco oggettivo di sua natura. Ne vengono fuori almeno otto scuole giuridiche ammesse (ma ammesse secondo un giudizio non da tutti riconosciuto), di cui cinque (chi dice quattro) sunnite, due sciite ed una kharigita. Da alcuni studiosi, l’intera faccenda è suddivisa tra coloro che si attengono solo alle scritture e color che in vari modi, prospettano qualcosa oltre a queste o quantomeno una attenta interpretazione. slide_10

L’intero movimento interpretativo proviene da una prima fase molto plurale, al limite del caotico, poi col consolidarsi di poteri politici califfali si assiste ad una condensazione in filoni precisi ed un mutuo consenso a ritenere, da un certo punto in poi, chiusa l’innovazione interpretativa, similmente a ciò che successe nei rapporti tra teologia e filosofia e nella teologia speculativa stessa. Si assiste cioè ad uno stesso movimento che dall’Uno si apre al Molteplice ma quando questo diventa eccessivo, ha un rimbalzo violento a chiudere, a tornare al fondamento, alla certezza, all’Uno. Ciononostante, il movimento interpretativo spinge di nuovo ad aprirsi e viepiù ciò si manifesta quanto più si amplia la complessità dell’Islam, complessità delle realtà geo-storiche e complessità crescente della contemporaneità a cui siamo tutti sottoposti.

Cartina_muta_mondoDelle otto scuole, cinque sono sunnite e quindi relative a, chi dice l’80%, chi dice il 90% del totale islamico, l’ultima di esse in ordine temporale fu proprio una “scuola del rimbalzo”, gli hanbaliti, che si connota come ultra-ortodossa. In specie, essa vieta l’intromissione della ragione umana ed interpretativa, richiamandosi alla “lettera” della shari’a stretta (Corano + Sunna) e contraria ad ogni intellettualismo, financo teologico (nemici giurati sono i sufi e gli sciiti che hanno una teologia molto elaborata, a volte anche prospettante un livello esoterico ed uno essoterico). La stessa dinamica si può osservare nei sempre problematici rapporti che vi furono tra kalam ovvero la teologia speculativa e la falsafa, la filosofia propriamente detta (per quanto la filosofia araba procede quasi sempre entro i confini dettati dalla rivelazione e non è quasi mai in dichiarata opposizione). Dopo la lunga stagione di apertura che va da al-Kindi, al-Farabi, Ibn Bajjah, Ibn Tufail, Avicenna ed Averroè, anche lì c’è il rimbalzo, la chiusura di al-Ghazali (morto nel 1111).

Ibn_Saud_1945

Ibn Saud 1945

Un hanbalita del XVIII° secolo, fu il fondatore della interpretazione wahhabita che strinse un sodalizio di ferro con un membro della famiglia Sa’ud, i cui discendenti sono oggi al potere in Arabia Saudita. Sintetizzava il suo pensiero sull’Islam con “Una legge, una autorità, una moschea”. L’interpretazione wahhabita è quell’Uno più certo e semplice, l’Uno puro.

Di questo ambito fanno anche parte i salafiti (stimati come 3% del mondo islamico, ma forse anche meno) al cui interno si riproduce la pluralità che divide coloro che tali si definiscono solo come ispirazione religioso-giuridica di stampo tradizionale e coloro che da ciò traggono conseguenze politiche ed operative anche in termini di jiahd, per alcuni rivolta più all’esterno, ai nemici storici, gli infedeli; per altri più rivolta all’interno dello stesso Islam. Connessa a questi filoni, la posizione invero più specifica dei Fratelli Musulmani (a cui è collegato Hamas),  che nasce nel XX° secolo in Egitto ed innova in senso sociale in quanto parte dal basso della gente comune e non dalle élite (la cultura tradizionale arabo-islamica è tendenzialmente elitista e gerarchica). hijazLa specifica wahhabita è solo una parte dell’hanbalismo e molti di questi non riconoscono le successive derivazioni salafite, così come i wahhabiti non approvano i Fratelli Musulmani, il movimento al molteplice si riproduce anche all’interno delle stesse scuole, anche perché -com’è noto- c’è sempre qualcuno più puro del più puro. Sta di fatto però che questa parte di hanbaliti, sono arabi puri e l’areale della tradizione è propriamente l’Arabia Saudita (il Qatar oggi appoggia di più i Fratelli Musulmani e parte dei salafiti). Arabia Saudita che è la definizione moderna, stato-nazionale, della patria del Profeta, della rivelazione coranica, il luogo in cui si sono dette le cose e compiuti gli atti che costituiscono la Sunna, in cui c’è Mecca e Medina, quella che una volta era l’Hijaz, l’origine dell’albero islamico ed anche il luogo in cui ci sono le più vaste riserve di petrolio.

L’ Arabia Saudita è dunque la patria dell’Uno islamico tradizionale da cui si osserva il Molteplice islamico storico e contemporaneo, come un problema.

(continua qui)

sermone

[i] Il politeismo -in generale- corrisponde ad un periodo in cui le tribù-clan si federavano o anche solo, si collegavano in una rete di pratiche e scambi che insistevano su uno stesso territorio. L’enoteismo (eno=uno, teo=dio, “un” dio) corrispose ad un periodo successivo in cui si formarono gli antecedenti dei popoli. Mettendosi assieme diversi clan-tribù, c’erano ovviamente molti dei e piano piano si formò l’esigenza di una gerarchia per ordinare il significato attribuendolo ad un significante e così, “un” dio, venne elevato inter pares, magari retrodatando una comune origine come nei Veda. L’enoteismo passò alla monolatria prima di diventare  monoteismo. Nel tempo le divinità “altre” divennero inferiori, poi estranee, poi nemiche e s’impose il monoteismo (mono=solo teo=dio, un solo dio). Si compiva parallelamente la piena fusione clanico-tribale nel nuovo popolo. In questa fase che è quella dei monoteismi ad esempio ebraico e poi musulmano, il problema specifico, il problema primo era espellere ogni residua traccia di particolarismo riflesso in uno o più dei minori. Per gli ebrei ad esempio, è nell’esilio babilonese, quindi piuttosto tardi, infatti, che si forma l’esigenza di premettere alle altre disposizioni (nei “comandamenti”, il primo è stato l’ultimo ad essere concepito), l’essere il tuo dio, l’ordinare l’esclusività, il vietare ogni icona e l’idolatria (molto diffusa in precedenza), conseguentemente il vietare il pregare e l’idolatrare questi feticci, ricordando che Egli è un dio rancoroso in grado  di punire i colpevoli fino alla terza-quarta generazione. Questa disposizione premette ogni altra ed è quindi, ai tempi, sentita come la più discriminante ed urgente. Il percorso di sintesi dal molto all’uno, si verifica sistematicamente. In Egitto Akhenaton stabilisce un monoteismo centrato su Aton su un precente (poi ripristinato successivamente) enotesimo centrato su Amun-Ra. Nei greci-romani nel periodo classico e sulla scorta del platonismo del Timeo (neo-platonismo), Zeus-Giove assume progressivamente il ruolo di dominus. L’induismo è monistico, monoteistico-enoteistico come geometria teosofica sormontate un politeismo naturalistico e nel Rg Veda (il più antico libro sacro che ci è pervenuto dal passato dell’umanità) il famoso Nasadiya sukta (129:10) presenta l’origine del tutto e di tutti (dèi successivi compresi) dall’Uno. I cristiani hanno angeli, arcangeli, varie versioni della madonna, demoni, santi ed addirittura una trinità al vertice (i protestanti sono più asciutti e rigorosi e nel loro accesso individuale alla scrittura sono simili ai salafiti). Gli Gnostici ed i Mormoni sono enoteisti e i testimoni di Geova enoteisti monolatrici. Gli ebrei son coloro che più duramente e per primi hanno lottato per la riduzione del molteplice (le dodici tribù e la proliferazione divina) ad uno (il popolo di dio, l’eletto dall’Uno). I musulmani sono molto simili a gli ebrei. Anche loro provengono da un enoteismo tribale (Allah era uno divinità enoteista prima di diventare “mono”) ed anche loro si fondano come popolo (Islam = sottomissione) facendo del precedente Allah pre-islamico enoteista, il dio unico il cui concetto di unicità è detto primo dei cinque pilastri della fede, la discriminante. Lo “shirk” (associazionismo, la non esclusività, il politeismo in pratica) è ritenuto da molti musulmani (ad esempio nella scuola hanbalita ed in quella wahhabita e poi in quella salafita), il peccato in assoluto più grave. Qui la struttura Uno-Molteplice è tutta sbilanciata in favore dell’Uno poiché il senso storico della religione che discende da Maometto è proprio quella di unire le rissose e vendicative molteplici tribù e clan concorrenti. La vigilanza sull’ortodossia monoteistica musulmana è quindi assoluta perché è questo il nocciolo della sua struttura storica, della sua ragione originaria.

[ii] Si possono contare popoli provenienti dall’altipiano iranico, dal Caucaso, dall’entroterra euro-asiatico (turchici e centro asiatici vari), di origine indoeuropea, berberi, abissini-centro africani e naturalmente i vari strati semitici (da cui Cam, Sem e Jefet e le 70 nazioni della tradizione degli antichi libri ebraici).

[iii] La Sunna era la legge delle tradizioni già in periodo pre-islamico, quando i clan tribali erano gestiti dagli anziani che eleggevano un capo coordinatore: lo sceicco. Il potere piramidale che riporta ad Uno e che gestisce l’ordine del sistema è quindi una struttura molto antica, più antica dell’Islam stesso. Essere “sunnita” per conseguenza, è essere fedele a questo tipo di struttura, anche se il termine ha poi assunto altri significati in conseguenza dello sviluppo storico.

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KANT E LA VISIONE COSMOPOLITICA.

Cosmopolitismo è in genere definito l’atteggiamento di chi sente civilmente parte del mondo, cittadino del mondo. Ma l’etimologia è un po’ più complessa. Cosmo è inteso come mondo ordinato c’è un mondo ordinato (cosmo) ed un mondo disordinato (caos). La radice di “politismo” è più complessa perché può significare cittadino, così come città (polis) , cose che afferiscono alla gestione della città ed al ruolo del cittadino (politica). C’è dunque un cosmopolita, ma anche istituzioni e pensieri cosmopolitici, così come una cosmopolitica, la politica che rende ordinato (cosmo) il mondo. Tra il primo e i secondi e terzi cambia la prospettiva in quanto ci si riferisce all’individuo (il cittadino del mondo) o al sistema (pensare o fare politica per rendere ordinato il mondo, farlo cosmo).

scritti-politici_9788802083179-220x344La prospettiva dell’individuo, a noi, interessa meno. Interessa nel senso che si può registrare che già nell’Antica Grecia c’era chi spingeva col pensiero ed il sentimento, a non rinchiudersi nell’universalizzare la particolare condizione locale come se quel pezzo di mondo fosse il mondo intero. C’era cioè chi, ieri come oggi, ha consapevolezza che la particolarità è tale, che lo spazio-tempo in cui siamo è solo un di cui di uno spazio-tempo più ampio col quale occorre fare i conti, analizzare e curare le relazioni. Lodevole senz’altro, ma ciò che qui più ci interessa sono gli strumenti concettuali, le idee che possono supportare questo invito a considerare il mondo tutto come un sistema da organizzare ed ordinare, attraverso l’intenzionalità umana organizzata, più collettiva che individuale poiché è questa la naturale condizione della convivenza umana che è la naturale condizione umana tout court. .

Non necessariamente la cosmopolitica è antinazionale. La nazione è una entità che può esser considerata irrelata, ed allora abbiamo contrapposizioni, guerre ed un mondo in definitiva caotico o relata (ad altre nazioni ed all’ambiente che condividono) ed allora abbiamo progetti di consessi inter-nazionali, federazioni, confederazioni, regolamenti giuridici sovra-nazionali ma contrattati tra le stesse nazioni, cioè attraverso l’interrelazione politica. Che l’esito della cosmopolitica sia l’Uno mondo è da intendersi in due modi possibili, una unica nazione-mondo che sarebbe altamente improbabile, instabile e che è molto oltre i nostri orizzonti storici o un sistema ordinato e coordinato (un cosmo) di nazioni in reciproca interrelazione codificata. Quest’ultima è l’idea prevalente che guida Kant nelle sue riflessioni politiche.

Erroneamente si è iscritto Kant al primo partito. Sia in Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico (1784), sia in Per la pace perpetua (1795), Kant si occupa di cosmopolitica ovvero delle ragioni e dei modi attraverso i quali le nazioni, gli stati, potrebbero uscire dalla loro condizione di minorità (il modo hobbesiano del tutti contro tutti) per accedere ad una condizione di ragione (un cosmo ordinato fatto del tessuto delle interrelazioni pacifiche tra loro). Il primo scritto è una riflessione propedeutica al secondo che propriamente è lo schema di un possibile trattato giuridico realista, non una fuga nel migliore dei mondi possibili secondo una etica sognatrice. Soprattutto il secondo, è riesumato anche editorialmente, ogniqualvolta scoppia una guerra di una certa rilevanza. Si ricorre al saggio (Kant) che ammonisce su i difetti della guerra ed i pregi della pace, come si ricorre ai consigli della nonna, consigli di cui ci ricordiamo solo dopo aver compiuto una qualche effrazione, una sorta di retroattivo ammonimento etico che ci faccia sentire un po’ colpevoli ma poi non tanto perché si riconosce prontamente la propria colpevolezza. Salvo poi continuare a fare quello che si è sempre fatto.

imagesInfatti, la riflessione cosmopolitica kantiana è rimasta pressoché solitaria. Non risulta esserci una ampia pubblicistica non sentimental-retorica che si faccia domande e cerchi possibili risposte al problema della convivenza umana planetaria, se non il filone del pensiero economico che già nel XVIII° secolo pensava che una rete aperta di scambi tra entità private, fosse di gran lunga (e per l’economia e per la pace) preferibile alla rete continuamente interrotta e frammentata dell’atteggiamento mercantilista. Ma questa idea non ha nulla a che fare con la cosmopolitica poiché dissolve la politica in quanto dissolve lo stato-nazione quale soggetto ed oggetto del problema delle piene interrelazioni ordinate (cosmo) tra pari soggetti politici, tra poleis. Per intenderci, l’internazionalizzazione e poi globalizzazione economica, peggio ancora finanziaria, ha a che fare con la cosmopolitica meno di quanto non abbiamo a che fare i campionati mondiali di calcio. In questi ultimi infatti, liberi soggetti sportivi stato-nazionali, si incontrano in modo codificato per fare una competizione regolata da leggi, al fine di primeggiare e divertirsi. E’ un fare una cosa assieme, un gioco, una modalità che costruisce cosmopolitica tant’è che le rissose poleis greche sospendevano le loro interminabili reciproche guerre, proprio per fare i Giochi olimpici, una interrelazioni codificata del fare qualcosa assieme di pacifico, addirittura di ludico. L’internazionalizzazione economica ha qualcosa a che fare con la cosmopolitica sebbene qualcosa di meno importante di quanto non sia la condivisione ludica. Avere molteplici scambi delle eccedenze e delle mancanze infatti, crea dei presupposti di relazione tra entità stato-nazionali sebbene vi sia un gran differenza tra il livello giuridico-politico che coinvolge appunto gli stati e quello economico-finanziario che coinvolge aziende, enti, imprenditori e lavoratori individuali. Questo secondo piano finisce col sovrapporsi al primo e mentre il primo è politico, il secondo ha tutt’altra logica, fatto per il quale si crea una interferenza di logiche che se da una parte produce un po’ di cosmo, dall’altro spesso produce molto più caos. Sopratutto quando l’aspetto giuridico dei patti è ordinato dagli interessi degli attori privati e quelli pubblici si limitano a ratificarli in nome e per conto. La globalizzazione poi, ovvero la saldatura in un unico meta sistema della rete degli scambi economico-finanziari tra soggetti privati è il massimo produttore di caos, è l’apoteosi della riduzione della complessità di una comunità riunita in stato, alla piazza del suo mercato. Ma è poi anche la distruzione della piazza del proprio mercato poiché questo è affogato in un metamercato apolide, cioè senza polis. E’ quindi la risposta sbagliata ad una domanda giusta.

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cover-universo-kantiano-bIn Idea per… del 1784, Kant cerca di verificare le condizioni di possibilità di una filosofia della storia. La storia, per come la intende Kant, è storia dell’essere umano in quanto genere e l’essere umano è essenzialmente (per essenza) razionale. La razionalità è propriamente la differenza che segna il genere, altrimenti co-segnato da molti altri caratteri (tra cui l’irrazionalità) in comune con molti altri generi o specie. Tale razionalità è la sua natura nel senso che la natura ha impiantato questo gene nella sua costituzione e così facendo ha determinato se stessa in quel genere. Lo sviluppo storico allora, è il percorso di piena espressione di questa natura, l’uomo tenderebbe naturalmente (per ragioni costitutive) a dispiegare, dopo molto complesse e tortuose strade affrontate a variabili velocità e pieni di ripensamenti ed errori, a seguire questa piena espressione. Più precisamente, l’uomo sarebbe veicolo magari inconsapevole, del dispiegarsi di questa finalità immanente alla sua natura. Poiché questo intento della natura muoverebbe ad un finale che è l’unione civile di tutti gli uomini per ragioni che poi vedremo, una filosofia che orienti il discorso storico a cercare le tracce di questo sviluppo, sarebbe conforme a gli intenti della natura stessa. Inoltre, poiché questo è l’intento della natura che presto o tardi si realizzerà, pare cosa utile fornire a gli uomini che saranno, il romanzo storico, una fenomenologia dello spirito razional-cosmopolitico, che racconti il suo sviluppo da questo punto di vista. E’ questa, in sostanza, la Nona tesi, quella che chiude e giustifica l’intero discorso che ora seguiremo dall’inizio.

Il filo conduttore che Kant presuppone essere il compimento di un pieno sistema cosmopolitico, è da ricercare nei comportamenti a grana grossa ovvero quelli del genere umano e non del singolo, quelli statistici e non quelli individuali, quelli generali e non particolari. Kant si esprime similmente allo Smith della Ricchezza della nazioni quando dice “I singoli esseri umani ed anche i popoli interi … mentre perseguono il proprio intento, ciascuno secondo il proprio disegno e spesso l’un contro l’altro, precedono inavvertitamente come seguendo un filo conduttore, secondo l’intento della natura che è a loro stessi sconosciuto e lavorano alla sua promozione, cosa di cui, anche se fosse loro nota, importerebbe loro ben poco”. copQuesta concorrenza inconsapevole dei singoli atti alla creazione di un disegno macroscopico, in Smith, è l’essenza della provvidenziale “mano invisibile” del sistema economico basato sulla libertà del perseguimento dell’egoistico interesse, mentre per Kant (e poi per Hegel della Filosofia della storia che è fortemente indebitata con questa idea kantiana, “l’astuzia della ragione” hegeliana è una versione dell’astuzia della natura kantiana)  è il dispiegamento di alcuni presupposti che la natura ha impiantato nell’agente umano. Questa idea sembrerebbe profilarsi come un determinismo ed in effetti Kant fa riferimento a Keplero e Newton, quindi ad un modello di legge di natura ma come poi vedremo, Kant è ben consapevole del fatto che l’essere umano non è un corpo minerale e che quindi la legge di natura che in fisica è certa e prevedibile, nelle cose umane va cercata nel macro, nel generale, nell’andamento statistico, in forme cioè -imprecise eppur direzionate. Imputando la ragione all’uomo, la natura ne ha circoscritto le possibilità e per quanto dotato di libero arbitrio, di contraddittorietà, di cecità al generale stante la sua natura intrinsecamente particolare, il suo movimento storico non potrà uscire come percorso tendenziale dagli argini di ciò che la natura gli ha imputato essere, per cui presto o tardi, giungerà ad alcuni esiti conseguenti quella condizione di possibilità. La dicotomia caso-necessità per Kant, non è ridotta ai suoi estremi, il corso zigzagante della legge naturale nell’uomo è una casualità causale che prima o poi, giungerà comunque al suo fine (Prima tesi), fine che verrà perseguito dal genere e lungo il corso quasi infinito di diverse generazioni, non dall’individuo immediato (Seconda tesi).

Nella Terza tesi, Kant sottolinea questa apparente incongruità per la quale ognuno di noi, nella propria contingenza storica, sembrerebbe avere il solo ruolo di correre una frazione di una interminabile staffetta di cui solo gli ultimi, chissà quanto lontano nel tempo, godranno i benefici. C’è qui quel sentimento quasi religioso, di appartenenza ad una umanità generale che trascende gli orizzonti culturali, geografici e temporali ai quali ognuno di noi è legato. Questa religione non è codificata, non ha testi, templi e sacerdoti, eppure è la più naturale possibile e forse un giorno, diverrà trasparente anche a coloro che si affannano a trovare distrazione nell’ Uno speciale, quando non ci sono altro che uomini naturali, i Noi che siamo stati, siamo e saremo.

Le disposizioni naturali di cui l’uomo è dotato debbono quindi subire un costante e lento sviluppo, il motore di questo sviluppo, che non si dispiega da solo, è l’antagonismo. Dal polemos eracliteo, all’egoismo conflittuale prima hobbesiano poi smithiano, alla dialettica hegeliana, alla lotta di classe marxiana, molti sono i filosofi che hanno visto nella naturalità del conflitto antagonista, un motore produttore di dinamica. cop (1)La Quarta tesi parte con una definizione antropologica di uomo che ha una sua notorietà: l’insocievole socievolezza. E’ però curioso come questa definizione che chi scrive trova molto lucida, non abbia avuto molta fortuna. In filosofia politica, esistono due anime fondate su visioni antropologiche semplificate e bi-polarizzate: i liberali anglosassoni che pensano l’uomo sia di natura insocievole e solo per costrizione opportunistica obbligato a fare società, i socialisti-comunisti che pensano l’uomo sia di natura socievole e solo per costrizione data dai regolamenti economici che regolano la piramide del potere basata sulla distorsione data da gli interessi di classe, esso di ritrova poi nel conflitto. La disposizione ad associarsi per Kant, non ha nulla di opportunistico nel senso di Hobbes ma è:  “… perché in un tale situazione (l’essere umano) sente più se stesso come essere umano, cioè avverte lo sviluppo della sue disposizioni naturali”. Ma questa stessa disposizione naturale si manifesta assieme ad una pari e simmetrica inversa, l’affermazione della propria volontà e l’indisponibilità e subire quella altrui. E’ da questo contrasto, da questa dialettica non normalizzata basata su polarità entrambe naturali, che scaturisce il movimento umano che però è anche il motore allo sviluppo delle sue potenziali facoltà. “L’essere umano vuole concordia; ma la natura conosce meglio cosa è buono per il suo genere; essa vuole discordia”. Vano quindi è dibattere sul fatto che l’uomo sia così o così, l’uomo è sia così che così, egli rimbalzerà continuamente tra le due condizioni e con esso tutto il sovrastante sociale a cui da vita nelle interrelazioni coi consimili, sino a che, progressivamente, non arriverà a dominare, mediandola con la ragione, questa conflittuale dialettica costitutiva. L’idea di una reciproca interferenza limitate ma anche costruttiva tra due principi eleva Kant ad un piano di complessità che il riduzionismo imperante nella nostra tradizione non seguirà.  L’uomo non è degenerato da una naturalità perfetta ancorché perduta à la Rousseau, l’uomo è destinato a raggiungere l’equilibrio delle forze che lo compongono e per questo destino occorrono due cose: tempo e ragione.

Questo compimento che è l’argomento della Quinta tesi è visto nella società civile fondata sul diritto concordato tra tutte le parti, che regoli tutte le istanze e metta ordine a tutto il potenziale disordine del conflitto naturale. Lì si manifesta la piena libertà che non è la libertà unilaterale individuale che è solo metà della questione, ma la libertà possibile nel novero della libertà possibile di tutti. Ma questo non è affatto facile, anzi è esso stesso oggetto di quel compimento che oltre a tempo e ragione diffusa, richiederà molti tentativi ed errori per risolvere il problema che è anche il problema della costituzione di un potere che amministri questa giustizia concordata, ma che a sua volta sia un potere limitato da un altro potere e così via, senza fuggire nell’idealizzazione di un ultimo potere perfettamente giusto e sopra le parti poiché sopra le parti ci sono solo altre parti. Il problema quindi sarà come le parti si amministrano da e tra loro.

cop (3)La stessa identica dinamica riguarda i corpi stato-nazionali a cui gli individui danno vita. Sia Hobbes che Locke, dopo aver illustrato la loro versione interpretativa del come si giunse dalla stato di natura a quello civile, convennero che questo era valido solo per le singole società umane e che queste fossero però “ovviamente” destinate a rimanere tra loro nello stato di natura, cioè l’un contro l’altra armate e belligeranti. Kant segue invece un filo del ragionamento che sembra simile ma è diverso poiché per lui è la natura stessa dell’uomo a portare dopo lungo permanere nel conflitto a trovare il regolamento necessario a normarlo, tanto all’interno delle singole società statali, quanto all’esterno delle interrelazioni tra le singole società statali. Ed è da sottolineare come Kant segnali che la stessa ironia disincantata con la quale l’abate di Saint-Pierre o Rousseau commentavano questa possibilità, derivava dal loro vedere solo il loro immediato storico, non il processo. Molto spesso, la modellistica politica non tiene conto del tempo per la sua realizzazione e lo fa perché parte da una superficiale o distratta definizione delle condizioni di possibilità, così quell’insensata e romantica passione per quell’oplà storico che è nel concetto di rivoluzione o quell’altra insensata passione per le norme dei trattati come se la scrittura su carta, così come le parole che dalla mente giungono alla carta, producessero realtà di per loro. Su questo aspetto dinamico, progressivo, costruttivo ed intenzionale del processo, Kant verso la fine della Settima tesi, dice qualcosa di importante. Noi siamo civilizzati, circondati da un effimero benessere se comparato a quello delle generazioni precedenti, esaltiamo l’onore ed il decoro esteriore, ma non siamo ancora moralizzati. Noi non produciamo altro che una condizione di -rumorosa apparenza e miseria brillante-. “Miseria brillante” come definizione della condizione moderna mi sembra una bella definizione. Così sarà fino a che gli stati impiegano tutte le loro forze per le loro vane e violente mire espansionistiche e non solo distolgono forze ed energie nella coltivazione dello spirito dei propri cittadini, ma li privano di ogni appoggio per questo intento. Noi potremmo aggiungere che addirittura contrastano attivamente questo processo poiché le élite che sono in carico di gestire il sistema traggono la loro condizione privilegiata dalla sua stessa esistenza e riproduzione.

Questo aspetto ci interessa in funzione di quel vago e confuso modello che chiamiamo democrazia. Pochi considerano che la democrazia è fatta di democratici ed è quindi vincolata a ben precise condizioni di possibilità, sia di tipo strutturale, sia di tipo varietale. La formazione democratica dovrebbe al contempo battersi sia al suo esterno per allargare e perfezionare le condizioni di possibilità nelle quali dovrebbe poter operare, sia anche al suo interno, retroagendo su i suoi stessi componenti. Se i singoli componenti una organizzazione democratica non hanno una cultura democratica, se le prassi di una organizzazione che si batte per la democrazia non si sforzano di essere quanto più realmente democratiche, non sarà dal cavillare su i codicilli di una Costituzione che sorgerà una democrazia.  Dai sofisti a gli enciclopedisti a Condorcet, da Rousseau a Kant a Dewey, si sa che la prima intenzione di una politica umana, dovrebbe avere in obiettivo la formazione culturale ma questo punto è spesso poco meno che una doverosa citazione retorica nella politica recente e contemporanea. Basta vedere gli intellettuali “progressisti” che uso fanno del linguaggio per capire quanta poco sincera tensione vi sia a capire e far capire. Non così Kant di cui si narra che la sola occasione in cui saltò la famosa e regolare passeggiata delle cinque del pomeriggio fu proprio perché rapito dalla lettura dell’Emilio di Rousseau, proprio un trattato sull’educazione.

Inoltre va segnalato, che mentre Hobbes e Locke pensavano di esser giunti alla fine di chissà cosa con la loro società civile, tanto quanto Hegel alla fine dell’inveramento dello Spirito assoluto, Kant sa che siamo ancora ai primi passi, che molto tempo ci sarà prima che si passi dal formalismo della società civile alla sostanza della società morale, fatta da individui dotati di mente e volontà autonoma, accordate. La scolastica del commento, presenta Kant, a volte, come un illuminista invasato convinto del migliore dei mondi possibili quando invece è difficile trovare un filosofo più lucido e sferzante sulla nostra presunzione di essere il frutto culminante della civilizzazione e più realista sulla difficoltà di ogni vero progresso.

cop (2)Kant, nell’Ottava tesi,  è ben consapevole del fatto che noi (il noi del XVIII° secolo che a gli effetti di questo discorso non è molto diverso dal noi contemporaneo) siamo appena all’inizio di questo percorso che solo in futuro diventerà “momento così lieto per i nostri discendenti”.  Però, sebbene   “ai nostri governanti mondani non rimanga denaro per istituti pubblici di istruzione ed in generale per quanto concerne il bene comune, perché tutto è già messo in conto in anticipo per la guerra futura..” qualcosa di positivo s’intravede già. Secondo il nostro, la guerra diverrà non  troppo in là, una impresa così artificiosa, così incerta nell’esito effettivo per tutti i contendenti e così spropositatamente onerosa e creatrice di debito inestinguibile, da perdere molte delle sue ragioni.

Inoltre, partendo dal “nostro continente” cioè l’Europa, si renderà sempre più visibile la condizione complessa ovvero la concatenazione di tutti con tutti tanto da creare treni di effetti per ogni seppur minimo movimento locale, così da render sempre più attuale una concezione di diritto cosmopolitico ad ordine di un bene comune dai contorni geografici sempre più continentali. A chi sorridesse a queste parole nell’attimo in cui al discorso letto si affianca l’immagine di Mario Draghi ed Angela Merkel,  ricordo che si parla di processi di lunga durata e che anzi, tanto più erroneo e scombinato si organizza un primo cieco tentativo, tanto più razionale diverrà il secondo e forse il terzo. Certo, se non si ha la fede kantiana nel bene umano futuro, la condizione presente è gravosa e financo disperante ma dovremmo far pace col fatto che di semplice ed immediato c’è solo il discorso, i fatti concreti e complessi, necessitano di tempo per esser eventualmente prodotti. Proprio questo “far pace” col realismo costruttivo (col concetto di tempo) ci aiuterebbe a sviluppare culture e prassi atte a cambiare intenzionalmente il mondo ed il nostro modo di abitarlo, anche perché, altrimenti, rimarrà per sempre divisa la realtà di un mondo disordinato ed ingiusto da una parte e chilometri e chilometri di scaffalature su cui riposano libri e libri che lo sognano ordinato e giusto. E’ questa mancanza di realismo del tempo, uno dei sintomi tipici del morbo che affligge la nostra idealistica metafisica influente.

Il cuore dell’argomentazione kantiana esposto nella Settima tesi è dunque che la stessa insocievolezza che ha condotto gli umani a patire reciprocamente l’un, lo strabordare dell’altro, tanto da averli infine convinti della necessità della convenzione sociale, li porterà a convincersi di allargare questa convenzione al piano universale. E solo quando i due piani saranno sincronici, essi saranno compiuti in loro stessi e così le condizioni di possibilità per la piena e naturale espressione della cultura umana.  In sintesi : “uscire dalla condizione senza legge dei selvaggi ed entrare in una lega dei popoli in cui ciascuno stato, anche il più piccolo, possa aspettarsi sicurezza e diritti non dalla propria potenza, o dal proprio giudizio giuridico, ma solo da questa grande lega dei popoli, da una potenza unificata e dalla decisione secondo leggi della volontà unificata”.

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Noi oggi ci troviamo in un punto di passaggio storico essenziale per questo percorso di emancipazione umana. Per la prima volta nella sua storia, il genere umano su scala planetaria, si trova in un duplice, inedita, condizione.

Da una parte, la crescita vertiginosa delle popolazione nella seconda metà del secolo scorso, ci ha portato ad un mondo affollato. L’affollamento è la precisa condizione che porta all’urto reciproco, ma anche all’interdipendenza ed alla verifica costante della legge dei treni di retroazioni per la quale, in un tutto interconnesso, la perturbazione locale può diventare facilmente generale amplificando velocemente le propri dimensioni ed intensità. Kant, nella Settima tesi, richiama proprio la teoria del clinamen epicureo a dire del movimento delle collisioni casuali che in aggregato denso, diventa caos. Non solo il semplice aumento di varietà in un contesto finito (il pianeta) porta a questa maggior densità, ma il gioco incrociato degli interessi vitali per gli stati (a loro volta quadruplicati in metà secolo) ovvero energia, materie prime, spazio cioè terra (ed acqua),  questione del bene comune ambientale, sviluppo tecnologico, aumento di quantità e qualità degli scambi commerciali e finanziari, condivisione implicita di una meta-struttura generale sempre più intricata ed interconnettente, ha viepiù saldato tutte le parti in un meta-sistema unico.

Dall’altra, a questa nuova entità viepiù planetarizzata si è cercato di dare un ordine automatico e provvidenziale, tratto dalla fede nel mercato, prima delle merci, poi del denaro in sé per sé. Se la globalizzazione tramite scambio delle merci era già un problema poiché con le merci si importano ed esportano anche uomini e donne, impianti tecnologie ed occupazione, pensiero e culture, leggi e diritti o mancanza delle une e delle altre, modi di vivere ed essere senza che su questi elementi vi sia controllo e consapevolezza, favorendo una sorta di Grande Disordine Globale, tramato da una economia che ha sempre più tiranneggiato le entità più propriamente politiche; quella più recente ed intensa della libera circolazione del capitale è il pieno compimento del tratto più insensato della nostra presunta razionalità. La libera circolazione dei capitali è il compimento dello stato di natura hobbesiano per il quale l’antagonismo di tutti con tutti, trova il suo pieno compimento, una vera follia, una dittatura globale dell’egoismo ciecamente primitivo e barbarico. Non a caso promosso dai popoli antropologicamente più primitivi e barbarici, tra quelli ancora in essere, si conoscano: gli anglosassoni.

La globalizzazione delle merci prima e dei capitali poi è stata la risposta sbagliata alla domanda giusta: come stare assieme in sempre di più in sempre meno spazio e con sempre più pretese? E’ stata la risposta di chi vede l’economia e la finanza una guerra condotta con altri mezzi, di chi non cessa di ritenersi in diritto di usurpare il diritto altrui, di chi per ampliare il proprio dominio sulla realtà in forme sempre più deliranti basate su un  concetto di libertà individualistico tendente al solipsismo ed alla sociopatia, usurpa sistematicamente quella di tutti gli altri, di chi aborre la politica, perché aborre la polis e il cittadino poiché ha una storia di caccia e raccolta seminomade in cui ogni clan compete con l’altro e tutti assieme ci si unisce solo per competere contro tutti gli altri e l’unità minima dell’essere è l’individuo patologicamente insocievole, avido, aggressivo. Tutte manifestazioni di una atavica precarietà ontologica che ha segnato indelebilmente quelle popolazioni e loro cultura, divenuta standard occidentale da quando, tramontata l’epoca greco-romana, si passò a quella medioevale-moderna.

Lo stessa confusione tra cosmopolitismo e cosmopolitica assurta a dogma del politically correct astrattamente multiculutrale, ha scaricato su gli individui il dovere di accettare la convivenza coatta con diversità non mediate laddove la mediazione efficiente, cioè quella politica ha del tutto abdicato al suo ruolo, in favore di un astratto mondo-Uno vagheggiato dall’interesse del mercato-Uno.

In breve: noi oggi siamo sul crinale decisivo di una lotta di egemonia tra il sistema vincente ma non più prorogabile basato sul regolamento economico-finanziario quanto a fenomeno ed al dominio occidentale a guida americana quanto a soggetto, da una parte e il possibile recupero del sistema perdente che è però l’unico in grado di ordinare (cosmo) il mondo, il regolamento politico-giuridico liberamente contrattato tra stati vincolati dal principio di reciprocità. Il primo modello è quello dell’Uno e dell’Assoluto, della gerarchia dominante, della semplificazione oltre il possibile, del disordine creato dall’economia messo in ordine dalla guerra che crea però anche condizioni di possibilità per nuovo disordine in una spirale senza fine, né fini apprezzabili . Il secondo modello è quello del Molteplice e del Relativo, del funzionamento reticolare autorganizzato, dell’adattamento all’ irriducibile complessità diveniente, del possibile ordine creato consapevolmente dalle parti secondo la metrica politica e gli strumenti giuridici, un mondo-cosmo basato sul bene comune, cioè multipolare. Uni o bi-polare vs multi-polare, questo il succo della faccenda che ha immediata attualità.

A noi, al nostro fattivo comportamento  rimane la scelta tra il cercare di affiancare l’astuzia della natura con un minimo di intelligenza razionale o se ancora e per l’ennesimo volta, alle sollecitazioni delle astuzie della natura opporremo la nostra stupidità animale strattonata dal nostro insocievole ed avido egoismo ottuso che segna il nostro perdurante stato di primitiva minorità.

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Strumenti:

  1. I. Kant, Scritti politici, Torino , UTET, 2010
  2. G. Marini, La filosofia cosmopolitica di Kant, Bari, Laterza, 2007 (di cui troviamo una recensione qui
  3. A. Taraborrelli, Cosmopolitismo, Trieste, Asterios, 2004 ( cui primi due capitoli si trovano on line, qui
  4. M. Mori, La pace e la ragione. Kant e le relazioni internazionali: diritto, politica, storia, Bologna, Il Mulino, 2008
  5. M. Mori, capitolo Storia in L’universo kantiano, Macerata, Quodlibet (collana Studio), 2010, 465-492

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AL MARGINE DEL CAOS. Geopolitica ai tempi dell’era della Complessità (2/2)

Nella prima parte di questa analisi (qui il testo da cui proveniamo), siamo arrivati a domandarci se la strategia americana che muove dall’obiettivo del contenimento del declino di potenza, la strategia bipolarizzante del primo mondo a guida americana vs tutto il resto, fosse razionale.

Diciamo innanzitutto che per fare una corretta analisi geopolitica occorre svestirsi delle preferenze ideologiche. Questo ambito è forse quello che più di ogni altro risponde al realismo (metodologico) politico  e richiede il massimo di avalutatività weberiana[1] o meglio, richiede di -provare- a tenere distinte le analisi dai giudizi.

Innanzitutto occorre comprendere che per gli USA il declino di potenza ha una misura quantistica. Se ne può sopportare gli effetti ma solo fino ad un certo punto. 9788815politico3gAd esempio, dentro un mondo di tutti con tutti allacciati in una rete complessa di scambi globalizzati o gli USA mantengono il dominio di ruolo dato dal dollaro, dal Fmi e WB e WTO vecchia maniera o quella stessa rete che venne stesa per accrescere il controllo, la potenza e la ricchezza degli americani, diventa il veicolo per l’ascesa di altri e la discesa che ad un certo punto diventerebbe precipitazione per gli americani stessi. La nuova dottrina Obama, annunciata come “pivot to Asia” nel senso del contenimento della Cina risponde alla logica idraulica per la quale la crescita cinese, oltre un certo limite (che ha già raggiunto dopo la prima fase della globalizzazione) è decrescita americana. L’idea speranzosa di Stati Uniti saggi e paterni che rimangono primus inter pares a governo della rete mondiale degli scambi di tutti con tutti, è wishful thinking, il contrario cioè del realismo. Quando come già è successo, gli Altri si domandano sulle politiche Fmi-WB o WTO o notano il famoso “esorbitante privilegio” del dollaro e cominciano a compiere passi concreti per la messa in discussione di questi parametri arbitrali in mano ad un giocatore, l’idea di continuare sulla via del tutti assieme appassionatamente perde ragione. Si deve cioè comprendere che entro una certa misura per i più può valere l’idea di cooperare per crescere tutti assieme con mutuo beneficio, ma oltre una certa misura, per chi dipende dal controllo esecutivo 6a00d8341c66c653ef016764166048970b-320widelle dinamiche dell’intero sistema, la crescita altrui è la propria decrescita.

Si  deve poi capire cosa c’è dietro il concetto di potenza. Per uno stato-nazione se le cose vanno bene sopra un certo limite, allora il sistema stato-nazionale è stabile, ordinato, prevedibile, governabile, se le cose vanno male oltre un certo limite, il sistema diventa instabile, disordinato, imprevedibile ed ingovernabile. Alle volte, la guerra verso l’esterno è l’unica alternativa alla guerra civile, lo stato stazionario è di nuovo “wishful thinking”. Non lo è forse in assoluto ma le cose che andrebbero cambiate strutturalmente nella costituzione degli attuali stati nazione occidentali sono talmente tante e radicali, da mettere l’idea astratta dello -stato stazionario-, fuori gioco, non perseguibile oggettivamente, non immediatamente e non senza una profonda rivoluzione strutturale. O si cresce o si decresce e si può decrescere solo fino ad un certo punto ed ad una certa velocità, ovvero gestendo l’intensità, la velocità e sopratutto il limite al quale deve potersi arrestare il processo di contrazione.

Capire che la potenza è una quantità a pacchetti e ha un limite inferiore e che oltre quel limite inferiore si disgrega caoticamente il sistema di riferimento, serve per capire la differenza tra necessità e possibilità e per leggere la realtà per quello che è e non per quello che ci piacerebbe che fosse.

Gli Stati Uniti quindi non possono né accettare più il sistema tutti con tutti perché gli altri crescerebbero e loro decrescerebbero ed oltre certe soglie precipiterebbero, né possono fatalisticamente ritirarsi dal mondo e curare il proprio orticello casalingo perché gli Stati Uniti dipendono strutturalmente dalla ricchezza che è fuori del loro orticello. Né possono ipotizzare di controllare il mondo recalcitrante inviando forza militare ad ogni angolo del pianeta che si ribella al loro controllo, la misura del mondo e la misura della pur straordinaria forza militare americana non collimano di vari gradi. Sono decenni che gli americani fanno piccole guerre qua e là e o perdono il confronto militare diretto o perdono la pace ed il controllo successivo alla vittoria militare. The-Collapse-of-Complex-Societies-9780521386739Anche  i Romani arrivarono alla propri soglia di impossibilità, quando cresce la complessità del mondo oltre una certa soglia, l’Uno non può più controllare Tutto, questa è legge di natura materiale, quindi inappellabile.

Accettare e pilotare la decrescita di potenza, la cosiddetta “ritirata strategica”, ridurre il complesso ad un più semplice, il troppo al meno è allora l’unica via possibile. Perimetrare un nuovo mondo americano includendo gli europei da una parte e i preoccupati dalla Cina dall’altro, nevrotizzare i competitors con un continua strategia della tensione e competere direttamente nei teatri sud americani ed africani lasciando l’entropia mediorientale svolgere il ruolo di sacro fuoco eterno che sempre brucia e si autodistrugge ricordando al mondo cos’è il caos non è a nostro avviso la migliore strategia, è l’unica possibile, credibile e perseguibile, dal punto di vista americano. Quindi sì, questa è una strategia razionale.

Funzionerà?

No. C’è un grosso problema oggettivo. Oggettivamente parlando, tutti e s’intende proprio tutte le entità geopolitiche del pianeta, grandi e piccole, nuove e vecchie, inclusa l’Europa ed alla sola esclusione degli USA, avrebbero interesse e mutuo beneficio a continuare a tessere reti di scambio e relazione pacifica ancorché a volte in competizione, alla Montesquieu. idealised-neurone-types1Non è questo il cantico dei cantici della globalizzazione, di interrelazioni econo-politiche se ne possono avere di vari tipi, il modello ’80-’90 era il modello formato sugli interessi anglosassoni, ce ne possono essere molti altri.  Nessuno di questi soggetti è ontologicamente necessitante del controllo del mondo, nessuno sarebbe in grado, nessuno ha tradizioni in tal senso e nessuno sta facendo alcunché per mirare a questa posizione. Nessun analista serio, pensa che il recente accordo russo-cinese sul gas preluda ad un matrimonio organico tra quelli che rimangono due confinanti, quindi due competitor naturali. Se la Russia si rivolge all’Asia, Giappone, Corea e Vietnam hanno subito ed immediato interesse ad avere relazioni coi russi in chiave di riequilibrio della potenza cinese, così l’India. Così la Cina ha immediato interesse a tessere relazione con l’Europa, sia in sé, sia in chiave anti-russa, non si sa mai. Così la Russia ha immediato interesse a tessere relazioni col Sud America, in chiave di bilanciamento del peso di certe esportazioni europee e la stessa Europa se esistesse, avrebbe naturale interesse a mostrarsi più amica ed affascinante a gli occhi sud americani corteggiati da tempo anche dai cinesi. Così per l’Africa, mentre tutto il mondo avrebbe naturale interesse a piombare in forza nel Medio Oriente e mettere le cose in modo tale che quel pezzo di mondo la smetta di destabilizzarsi e destabilizzare tutto il suo intorno. Basterebbe controllare Arabia Saudita ed Israele e lasciar gli arabi trovare il loro modo di stare al mondo, commettendo anche i propri errori così come li hanno compiuti tutti nella Storia.

debuttanti6_440Detto altrimenti, il mondo multipolare è il modo naturale di funzionare di una entità molto complessa, così in fisica, in biologia, in psicologia, nella sociologia, in economia etc. . Il mondo multipolare è come una festa in cui il totale è collegato dalla stessa intenzione, trarre il massimo beneficio da molteplici relazioni, tutti sono spinti ad avere relazioni con tutti o in sé per sé o per contro pesare i problemi di relazione con alcuni dei tutti. Lo stile di queste relazioni sarebbe rendersi gradevoli, più gradevoli degli altri (dei competitors) e nessuno potrebbe obbligare qualcun altro a fare ciò che non vuole perché tutti gli altri lo soccorrerebbero per farselo amico e depotenziare colui che sta alzando un po’ troppo la cresta. Inoltre, le prime reazioni non ufficiali dei cinesi all’affaire ucraino ed in particolare alla secessione della Crimea, reazioni negative poiché dichiaranti il diritto di qualcuno fuori della tua giurisdizione stato-nazionale di riconoscere coloro che vogliono secessionare mettendo in crisi il principio di sovranità (immaginiamo la secessione del Tibet prontamente riconosciuta ad esempio dagli USA o quella del Xinjang), dicono di quanto sia oggettivamente conveniente per tutti rispettare una qualche forma comune di chiaro diritto internazionale. Del resto, la stessa riserva, i cinesi l’ avevano sull’intervento della CIA nel movimento di piazza Maidan.

Questo reciproco limitarsi che porta ad un dinamico equilibrio, è lo stesso percorso che portò alla formazione delle prime società complesse e secondo il Kant dell’Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784, VIIa tesi) è il fine che la natura implicitamente impone a gli uomini ed alle loro istituzioni statali: “…reperire in questo loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e sicurezza…“, che giunga, dopo un lungo e disperante processo di guerre, indigenza reciprocamente patita, devastazioni, tentativi ed errori ad “uscire dalla condizione senza legge dei selvaggi ed entrare in una lega di popoli” (a riguardo, si veda il concetto di anfizionia) in cui ci si possa aspettare sicurezza e diritti non dalla propria unilaterale potenza o impianto giuridico ma da una “potenza unificata e dalla decisione secondo leggi della volontà unificata“. Un mondo multipolare è premessa sistemica per la formazione di questa condizione di reciprocità che formi un equilibrio, diciamo così “naturale”, ancorché come tutti gli equilibri umani, imperfetto.

RUCINA_cover_500Con falso acume si sostiene che non c’è alternativa al dollaro, proponendo con ironia lo yuan o il rublo. L’alternativa alla moneta unica di riferimento in mano ad un giocatore è un sistema concordato e controllato da tutti, in cui tutti hanno il pari interesse a renderlo riferimento convenzionale. Non sarebbe un mondo hobbesiano, ma un mondo che si auto organizza come si auto organizza qualsiasi entità molto complessa. Non sarebbero certo rose e fiori, ma non sarebbero neanche spine e funghi (atomici). Inoltre, occorre darsi la prospettiva storica del tempo se si vuole costruire futuro e non pretendere di trovare sistemi d’ordine nuovi, subito pronti a sostituire i vecchi. Vale qui la stessa forma a priori che si usa nella teoria politica del semplice spazio stato-nazionale. Se non c’è qualcuno che comanda c’è il caos, la convinzione antica che legittima la gerarchia sociale e il comando delle élite. Se non c’è qualcuno che comanda (male), l’organismo si autogoverna (meglio), è così che funzionano tutti i sistemi complessi e non per preferenza ideologica ma perché è solo così che può funzionare un sistema complesso a partire da noi stessi, dal nostro corpo e dalla nostra mente che ha una gerarchia assai variabile proprio perché è adattativa.  In pura teoria, in questo stesso mondo ed a queste condizioni potrebbe esserci spazio anche per l’America, senza alcun problema. Il problema è che gli USA non possono accettarlo senza accettare una drastica e repentina riduzione di potenza che retroagirebbe su di loro in forme forse ingovernabili per qualsiasi buona volontà, buona volontà che comunque, e per questioni culturali, e per peso e forma delle élite statunitense, è assai improbabile si venga a manifestare.

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Stormo, tipico comportamento collettivo autorganizzato dinamicamente

Molti analisti sono ciechi di fronte alla complessità. Ragionano con schemi otto-novecenteschi per cui se non c’è l’Uno gendarme, razionale, iperpotente, c’è caos. Ma dal cosmo all’organismo, non c’è nulla in Natura che funzioni in maniera così primitiva. Così funzionava il mondo dei faraoni, degli imperatori, dei cesari e dei kaiser, dei re e delle regine, ma questi sono la preistoria della complessità.
La complessità è auto-organizzazione, le parti hanno relazioni tra loro e tra loro e il loro tutto, non è semplicemente vero che le parti non trovano l’ordine delle interrelazioni senza un imperio ordinativo, è esattamente il contrario. Nessun principio oggettivo, nessuna mente soggettiva ha la capacità di ordinare un complesso, l’unica forma di ordine del complesso e quella che il complesso si dà da sé, per tentativi ed errori, oscillazioni contenute, auto poiesi, adattamenti reciproci che tendono alla stabilità dinamica. 6a00d8345599ab69e201310f99be1c970c-800wiQuesto è ciò che s’intende quando si dice che la complessità si trova al margine del caos. Il caos è da un parte, l’irrigidimento mortifero minerale è dall’altra, in mezzo a queste due sentenze di morte c’è la pericolosa ed affascinante danza della vita.

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Asean+3

A questo valzer delle interrelazioni, sono invitati i popoli con le loro forme stato-nazionali non le aziende o i detentori di capitali o i credenti in un certo dio o qualsiasi altra forma ridotta di comunità umana. Intendiamo dire che la logica degli attori e delle relazioni deve essere sempre politica, poiché è la logica politica quella propria dell’autogoverno delle comunità umane. Logica politica, significa logica sommante gli aspetti economici, sociali, geostorici, culturali, religiosi e non uno di questi dominante su tutti gli altri. La globalizzazione recente è stata invece il tentativo di regolare l’interrelazione planetaria secondo le sole logiche econo-finanziarie, la formazione delle crociate medioevali e l’appello alla difesa dei “valori occidentali” che oggi sostiene il trattato Ttip sono forme solo culturali o religiose o pseudoculturali a sostegno delle sole logiche economiche di potenza.

La filosofia politica moderna nacque nel XVII° secolo, proprio per affermare la logica politica contro l’unilateralità di quella religiosa che aveva dominato il medioevo. Oggi si richiede una filosofia geopolitica che si affermi contro l’unilateralità di quella economica che ha dominato sino ad oggi la modernità occidentale.

La spinta all’assetto multipolare che è ciò che gli americani cercano di contrastare è di natura oggettiva e necessaria, dal punto di vista del complesso-mondo. Per questo, non si vede alcun progresso nella stipula del Tpp del Pacifico, appena si passa dalle dichiarazioni d’intenti alla scrittura dei patti, com’è nel caso dell’import-export USA con il Giappone, le differenze si allargano, gli egoismi primeggiano. Oltretutto son tempo difficili per tutti e nessuno vuol investire impegno e promesse per esiti incerti, esiti economici che la ragione geo-politica tende a sottovalutare come si verifica nel caso delle sanzioni europee alla Russia o a sopravalutare come nel caso del Ttip. Tempi così incerti e fluidi sono semmai da fidanzamento e poi vediamo come va, non da matrimonio ed infatti se il Tpp singhiozza ecco che accordi molto meno vincolanti nella cornice dell’ Asean+3 o del Recp potrebbero essere una alternativa ben più semplice, flessibile e conveniente per tutti.  Per questo la Germania (appena entrata in stallo) non  credo accetterà mai di trovarsi senza Russia e Cina e con l’Est Europa pieno di aziende e banche americane, per questo c’è già la fila a fare accordi con la Russia da parte degli asiatici non cinesi, per questo i russi vanno in soccorso dei sud americani, per questo i cinesi ridono del tardivo interesse obamiano per “gli uomini e le donne africani” ed intanto stendono pazienti le loro vie della seta dirette all’Europa (e comprano di tutto ed a man bassa in Grecia ed Italia) e progettano alacremente la nuova linea superveloce di terra che potrebbe portare da Pechino a Berlino (via Mosca) in poche ore. I francesi consegnano regolarmente portaelicotteri Mistral ai russi, la tedesca Rheinmetall prosegue indefessa i lavori per la consegna di una base addestramento truppe ai russi, i Brics continuano nell’idea di farsi una banca mondiale alternativa, gli indiani approcciano un ipotetico disgelo addirittura coi pakistani, un Putin attivissimo dopo Cina, Argentina e Cuba, stringe accordi anche con l’Iran e così via.

20110910_fnc534Sia in America che nel Vecchio Continente, le resistenze economico-sociali-politiche ad una nuova infornata di de-regolamentazioni e distruzione non creatrice di interi settori produttivi, inevitabili conseguenze dei nuovi trattati (Ttip), sono un ostacolo difficilmente aggirabile. Continuare a distorcere la natura intrinsecamente politica delle comunità umane, per farle ordinare da un paradigma economico-finanziario che ha e sta mostrando tutti i suoi limiti di adattabilità al mondo complesso, sarebbe l’ultimo passo sulla scala del suicidio storico dell’Occidente.   E’ nell’interesse oggettivo di tutti, tranne che degli americani, tenere aperta la rete delle relazioni politiche multipolari e non fissarsi in alcunché di esclusivo e monotono.

Insomma il disegno bipolare americano ha senso ed è l’unica cosa che possono credibilmente tentare, solo che è assai improbabile che funzionerà per come se lo aspettano gli americani stessi. I prossimi mesi saranno decisivi. Si vedrà che intenzioni ulteriori hanno gli ucraini, quanto gas russo arriverà loro e quanto ne passerà per gli europei, come questi reagiranno alle contro sanzioni russe ed alle pressioni dell’escalation di tensione che gli americani proveranno a mettere in atto, vedremo il comportamento di una Germania che sta pericolosamente rallentando il suo sviluppo e che si troverà di fatto impedita nelle sue relazioni strategiche e vedremo gli sviluppi delle tensioni cino-giapponesi. Vedremo anche quanta fog of war è stata alzata in vista delle elezioni di mid-term americane che si terranno il prossimo Novembre[2] e quanto “vediamo un po’ che succede” è stato invero il primo movente dell’acuire la crisi ucraina.

Al bivio, una guerra tiepida con confronti regionali caldi ma convenzionali che però coinvolgerebbero potenze con armamenti non convenzionali  e confronti freddi sul piano finanziario ed economico, una Russia strangolata, una Cina evirata e una Europa che rientra supinamente nei ranghi della nuova NATO economica rivoluzionando i propri assetti interni economici e finanziari, oltreché politici e così gli scontenti del Pacifico, da una parte. Dall’altra una silenziosa defezione generalizzata tanto dal patto TPP che dal patto TTIP, l’infittirsi delle relazioni tra BRICS e non solo, qualche altro incidente di intelligence che potrebbe rivelare apertamente l’unilateralità statunitense. Che la transizione di stato generale del mondo passi per un fase per quanto confusa e disordinata, comunque pacifica o BXP156018prenda ad oscillare sempre più vistosamente arrivando ai margini del caos superandoli, dipende solo e soltanto da come gli USA ed alcuni avanguardie occidentali, gestiranno il proprio tramonto.

Io ho una dubitabonda preferenza per l’ottimismo. Per fare una grande guerra bisogna essere al minimo in due se non di più e qui, di una grande guerra, hanno apparentemente bisogno solo alcuni  americani. Ciò che può spostare l’ago della bilancia, ciò che pone la mia opinione sul crinale del dubbio è l’interesse del sistema generale occidentale e la natura insocievole, sociopatica ed aggressiva delle élite anglosassoni. Se il sistema generale decide che non c’è altro modo di resettare l’insostenibile bolla di ricchezza fittizia, che questa non è possibile mantenerla in vita ancora per molto, che il suo probabile collasso non controllato getterebbe nel caos più totale tutto il sistema ed in particolare la già provata nostra occidentalità, che l’unica strada perseguibile è “buttarla in caciara”, allora potrebbe concretizzarsi l’ennesimo fallimento catastrofico del nostro modo di stare al mondo.

Se la situazione degenererà non sarà per unilaterale colpa degli USA, ma per una precisa scelta di tutto l’Occidente che è, in questo preciso momento storico, di fronte alla scoglio adattativo del se accettare o meno dei limiti, il che per una forma di civilizzazione basata sull’illimite è scoglio irto, viscido ed aguzzo.  Sarebbe il terzo fallimento in un solo secolo. Nel Grande libro della Storia, rimarremo un trafiletto che cita quella forma di incivilizzazione irrazionale che di sé pensava di essere il massimo compimento della razionalità.

Saremo all’altezza della nostra stupidità?

(2/2 Fine)

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 > Le due parti riprese in una unica soluzione si trovano anche qui su sinistrainrete.info. Segnalo poi un articolo, più o meno sugli stessi argomenti,  di un caro amico col quale siamo spesso d’accordo su molte cose, pur provenendo da precedenti immagini di mondo, diverse.  Un caso di bifocalità convergente… 

[1] Alla quale non si attenne neanche l’autore: “This war in all its atrociousness is still a great and wonderful thing. It is an experience worth having“ dichiarò lo stesso a gli albori del Primo conflitto mondiale. Citazione tratta da questo interessante articolo: http://www.handelsblatt.com/meinung/kommentare/essay-in-englisch-the-west-on-the-wrong-path/10308406.html. Handelsblatt è il principale quotidiano economico tedesco.

[2] https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/obama-e-la-sfida-del-midterm

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