ANALISI SOCIOPOLITICA VOTO CAMERA ELEZIONI ITALIA 2013

l43-voto-elezioni-130219140946_mediumQuesta analisi è condotta per sistemi macroscopici e per dati assoluti. Per –sistemi macroscopici- si intendono i grandi blocchi politico-sociali e cioè: Centrodestra-Destra (PDL+Lega+Frat.d’It.+La Destra+Altri) detto CDX, Centrosinistra-Sinistra (PD+Centro democratico+SEL+RC) detto CSX, Centro (LC+UDC+FLI) detto C ed ovviamente M5S e Fare per Fermare il declino. Si scelgono questi grandi blocchi anche se, come nel caso del CSX non c’era in teoria nessuna alleanza politica possibile tra il Centrosinistra e RC perché ci interessano non i risvolti immediatamente parlamentari o elettorali ma quelli di sociologia politica, quelli dei blocchi sociali di riferimento. Per lo stesso motivo tratteremo dati assoluti, ossia i votanti e non le percentuali. Altresì, date le discriminanti date, non ci interessano i seggi. Quello che ci interessa è pesare in termini assoluti i dati dei sistemi fissati, in comparazione con le precedenti elezioni per vedere che tipo di movimento sta accompagnando la transizione.

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Il primo dato assoluto è il numero dei votanti effettivi e validi ( escluse quindi le schede bianche e nulle) che arrivano al 72.51% degli aventi diritto. Erano il 77.07% alle elezioni precedenti e quindi abbiamo una perdita di 4.56% degli aventi diritto di voto, circa 2.500.000 persone rispetto alle elezioni precedenti. Questi non votanti verranno in seguito e per lo più, individuati come ex elettori del CDX, poiché non vi sono ragioni per accreditarli al C e ragioni solo molto deboli per accreditarli al CSX. Infatti gli elettori di CSX, rispetto alle elezioni precedenti ( PD+IdV) avevano in più la facoltà di scegliere il Centro, il Centro democratico, SEL, RC o M5S e dovrebbe essere molto bassa la percentuale di coloro che hanno scelto non aderire ad alcuna offerta politica, astenendosi rispetto alla precedenti elezioni.

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Centrodestra-Destra: il CDX ha avuto un crollo. 14 sono i punti percentuali persi tra 08-13 dal 43% al 29%. In termini relativi, tra il 2008 e il 2013, il Centrodestra-Destra ha perso il 45% del proprio elettorato (PdL -46%, Lega -54%). Circa 4,2 milioni di elettori sono probabilmente andati al M5S, poco più di 2,1 milioni di elettori all’astensione, circa 1,3 al Centro, circa 0,3 a Fare. Bisogna prendere le cifre come approssimativamente vere, forse non tutto l’elettorato di Giannino proviene dal CDX e forse qualche centinaia di migliaia di elettori ballano tra astensione, M5S e Centro, ma nel grosso delle entità, questa è la ricostruzione più probabile.  Dei probabili 4,2 milioni di ex elettori CDX passati al M5S, 1.4 dovrebbero essere pervenuti dalla Lega e 2,8 mio dal PdL. Rispetto al 2008 sono comunque poco più di 8 milioni di non più votanti il CDX, una vera frana.

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Centrosinistra-Sinistra: al CSX è andata un po’ meglio ma non di molto. 11 sono i punti percentuali persi tra 08-13 dal 42% al 31%, per un totale di più di 4,5 mio di elettori poco più della metà di quelli persi dal CDX. Nel conteggio della base votante nel 2008 si è incluso oltre che al PD e l’IdV, la Sinistra arcobaleno e il Partito socialista fuori coalizione. In termini relativi, hanno perso poco meno di un terzo del proprio elettorato anche in questo caso. Se stimiamo a 0.3 mio gli elettori passati al Centro e un altro 0.3 mio gli elettori rimasti fuori nell’astensione, il contributo del CSX-S al M5S è inferiore anche se non di molto a quello del CDX con circa 1,0 mio di votanti persi dall’area SEL-RC (elettori propriamente di sinistra) e 3,0 mio di elettori provenienti dal PD, più del contributo di elettori dati dal PdL al successo del M5S.

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Centro: sebbene i commenti politici risentano del parametro “aspettativa”, in nudi numeri, il Centro ha fatto un balzo in avanti. Ha aumentato il proprio elettorato di più del 75%, più di 1,5 mio elettori (erano stati complessivamente 2,0 mio nel 2008). Per gran parte, questi nuovi elettori provengono dal CDX e il Centro non ha avuto erosioni dall’astensione.

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Sinistra: un focus speciale può esser fatto su la sinistra, alla sinistra del PD. Gli elettori di questa area nel 2008 (IdV+Sinistra arcobaleno+Sinistra critica) raggiunsero circa 2,9 mio di voti. Probabilmente, una parte di questi, quelli dell’area IdV possono esser passati al PD nelle elezioni di ieri. Ma da questa area era lecito aspettarsi sia di poter recuperare questa parte mancante, sia di non dover soffrire di astensione (poiché tra SEL e RC, l’offerta era abbastanza completa), sia forse, addirittura, di guadagnare qualcosa. Il risultato del referendum sull’acqua e la conseguente mobilitazione, il fiorire di movimenti territoriali (No TAV, No MUOS etc.), le lotte dei precari e degli studenti, le mobilitazioni sull’art. 18 etc, potevano far presagire una pur moderata lievitazione di questa area. Sorprende allora in negativo che il risultato finale di SEL+RC assommi a 1,8 mio di votanti, almeno 1,0 milione secco lasciato probabilmente al M5S, se non di più. Sia la scelta entrista di Vendola, sia quella “alternativa” di Ingroia con la sua “società civile” costruita ancora una volta nel buoi delle segrete stanze, non hanno affatto convinto. Dei due, se Vendola ha raccolto forse il “suo” dato il profilo della sua coalizione e i risultati del 2008, Ingroia ha invece raccolto meno della metà di ciò che in teoria doveva aspettarsi. Una debacle.

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M5S: è questo senz’altro, il “caso” sociopolitico delle recenti elezioni, in senso propriamente assoluto, “storico”. Ricostruendo per via congetturale l’elettorato M5S secondo la provenienza ipotetica, si esclude che voti siano pervenuti dal Centro. Forse qualcosa si è recuperato dall’area del non voto, nell’ordine di qualche centinaia di migliaia di ex non votanti, ma dato l’ammontare complessivo del risultato (8.7 mio di voti) molto rimane da indagare. Diciamo che 8,2 mio di questi 8,6 mio sembrano provenire per metà dal CSX e per metà dal CDX con una leggera prevalenza di questi ultimi. Il maggior contributore è stato il PD, seguito subito a ruota dal PdL. I temi anti-casta hanno unito queste due aree, il blocco ex-PdL è stato spinto anche dalla compresenza nei programmi M5S di temi fiscali ed euroscettici, tipici di questo elettorato. Ma bisogna anche ipotizzare una sensibilità anche nell’elettorato di CSX-Sinistra per questi stessi temi.  Un generico richiamo alla “competenza” (tema caro anche alla diaspora di Fare che ha sottratto qualche centianaia di migliaia di voti al CDX) è valso come rinforzo, sia per gli uni, sia per gli altri. La “competenza” è il simmetrico contrario della cooptazione castale. Significativo anche il contributo dato dalla Lega e qui come per il PdL si sono sommate la forza della proposta politica M5S (simile su alcuni temi a quella delle forze storiche del CDX) con la debolezza proprio delle forze politiche di provenienza originaria di questo elettorato, con in più la sensibilità localistica che unisce civismo e leghismo. Non è tanto quindi qualcosa l’aver detto qualcosa di “nuovo” ma averlo detto da un punto di maggior credibilità. Importante infine, anche il contributo pervenuto dall’area sinistra propriamente detta. Non solo M5S è risultato più concreto, credibile e completo di SEL e RC ma su i temi sociali, su quelli ecologici, su quelli antisistemici ed antiliberisti, incluso un evidente euroscetticismo di sinistra del tutto assente nell’offerta tradizionale, hanno costruito una nuova narrazione, evidentemente attraente anche per quei quasi 3,0 mio di elettori provenienti dal PD, una migrazione che non si spiega solo con la pulsione alla punizione della propria “casta di partito”.  La narrazione M5S ha avuto piena esplicazione, nell’incontro finale di San Giovanni. Sul canovaccio costituzionale che richiama ad una fondazione originaria effettivamente aggregante a largo raggio, si sono interpuntati i tanti temi che almeno sul piano teorico configurano una offerta “larga”, fatta di punti interrogativi sull’attuale configurazione dell’euro, sulla crescita, sulla stanca democrazia delle élite, sulla guerra e gli obblighi NATO e di punti esclamativi sul reddito di base, la solidarietà, la pace, la convivialità, l’onestà, la trasparenza, la competenza, l’ecologia e la compatibilità ambientale, la cultura, la speranza.

Ecco, forse il punto più performativo è stato la speranza, l’idea che un altro modo, un altro modo di stare al mondo sia non solo necessario, ma possibile. Il “fattore speranza” in un momento di buio pessimismo e diffuso senso di depressiva impotenza, è stato probabilmente il punto maggiormente performativo del discorso M5S. Il “crollo della galassia centrale” (CDX+CSX) da cui si è in parte salvato solo il legittimo interprete della qualificazione propria del “centro” è il crollo dell’unanimità in favore del modo tradizionale di stare al mondo. In termini quantitativi generali, questo mondo rimane largamente maggioritario (75% del totale votanti), ma una nuova opposizione (25% dei votanti) si presenta come “resistente” all’inevitabilità di questa scelta e stante lo scenario della realtà e le dinamiche che abbiamo appena analizzato è più probabile che nel futuro questa resistenza cresca di quanto non sia probabile una rivincita della tradizione. A ben vedere, nei grandi numeri, l’Italia ripete le forme delle opinioni dell’elettorato greco con una importante differenza, l’inesistenza di una opposizione di estrema destra. Questa è cresciuta sì rispetto al 2008 ma date le cifre irrisorie sulle quali si muove (dai poco più 100.000 voti del 2008 di Forza Nuova, ai 183.000 voti di Forza Nuova+Casa Pound+Fiamma tricolore di oggi) si può dire sia tutt’ora inesiste avendo oggi ottenuto meno di quanto non ottenne il PCL nel 2008 (PCL che perde dai 200.000 voti del 2008 a gli 80.000 di oggi).

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IL “GIUSTO MEZZO” di OBAMA.

La strategia messa in campo dal Presidente degli Stati Uniti ed annunciata (in parte) nel recente Discorso sullo stato dell’Unione[1] contiene elementi di novità da osservare più da vicino. Quanto disegnato pubblicamente da Obama va poi messo assieme a quanto si sa del riorientamento strategico in termini di geopolitica della massima potenza planetaria. Dalla somma dei due disegni si ricava la strategia completa che gli USA hanno in animo di mettere in campo per il prossimo decennio.

Nel suo discorso Obama ha indicato le seguenti priorità: innalzamento del salario minimo che riguarda 15 milioni di lavoratori, di poco meno del 25% (da 7,25 a 9 dollari/ora) entro il 2015. C’è da immaginare poi che questa spinta dal basso, porti proporzionatamente a salire di un po’ anche le successive soglie di salario così da aumentare in modo ancor più significativo, l’ascesa verso il medio del livello più basso.  A questa manovra della quantità, si affiancherebbe anche una manovra sulla qualità con una riforma sulle rette scolastiche e sulla qualità dell’insegnamento per tutti, dalla scuola materna, all’università. Sembra che l’azione di questa forbice di interventi, voglia rispondere all’implicita domanda: come si ricrea la classe media? E’ infatti la scomparsa progressiva della classe media il fatto sociale più rilevante delle dissennate politiche neoliberali dell’ultimo ventennio, scomparsa riflessa nella nota impennata degli indici di diseguaglianza appesantiti da un numero insostenibile di neopoveri per un numero sempre e comunque insignificante di neoricchi. A collegamento della manovra sociale con il piano politico, una rinnovata campagna di sensibilizzazione al voto ed alla partecipazione politica, insomma riformare (nel senso di formare-di-nuovo) il ceto medio e riportarlo ad essere il baricentro della società anche in chiave politica. Si tratta in sostanza, di ribilanciare la relazione tra i troppi poveri e i troppo ricchi.

Il presidente americano però non può e non vuole promuovere una nuova stagione di big government in opposizione all’anarcocapitalismo del fondamentalismo neoliberale. Sceglie “il giusto mezzo” codificato già in geopolitica da quel J. S. Nye jr che dopo aver inventato la distinzione tra hard e soft power, ha recentemente trovato una nuova sintesi hegeliana nello “smart power”[2].  Intelligente allora sembra significare “ciò che sta in mezzo” (secondo quanto avevano già pensato Confucio, Buddha ed Aristotele, ma prima di tutti vale il “Nulla di troppo” di Solone) tra hard e soft, tra stato e mercato, tra i ricchi ed i poveri, tra i Pochi ed i Molti.

Chi pagherebbe allora il nuovo costo del lavoro americano che andrebbe in direzione opposta alla feroce lotta per la “competizione quantitativa” le cui soglie sempre più basse sono imposte dal livello dei salari dei giovani sistemi dei paesi emergenti o di recente strutturazione capitalista? Ecco allora l’ipotesi di abbassare l’aliquota fiscale per le imprese integralmente “made in USA” che dall’attuale 35%, passerebbe ad un invitante 25%. Imprese che non delocalizzano, che ricercano, progettano e producono tutto all’interno dei confini nazionali. Meno tasse e manodopera più qualificata quindi, anche perché del piano fa parte anche la promessa di varare a spese dello stato un network di centri di innovazione diffuso su tutto il territorio nazionale. Innovazione come bene comune significa anche emanciparsi dal monopolio dell’innovazione in capo alle Big companies, animali troppo grandi ed emancipati per essere distolti da quel sempre più imperscrutabile perseguimento egoista degli interessi particolari che favorisce i Pochi e lascia languire la condizione dei Molti, cioè della nazione. Questa strategia è nota già da un po’ di tempo e si chiama re-industrializzazione ovvero ripensare daccapo la sbandata neoglobalista postmoderna che favoleggiava di una economia smaterializzata e dispersa in ognidove, stante il possesso di idee e capitali che da soli avrebbero mantenuto florida la ricchezza d’Occidente.  Re-industrializzazione significa anche la recente ripresa di mezzo milione di posti di lavoro nel manifatturiero USA dopo più di un decennio di abbandono declinante, il varo di un cospicuo piano di rinnovamento infrastrutturale dopo decenni di sbornia metafisica su i flussi delle autostrade di bit, mentre quelle d’asfalto e di ferro andavano in progressivo disuso e il convinto rilancio della riconversione energetica che ha valenze ambientali, sociali ma anche economiche e naturalmente geopolitiche. Nuove partnership stato federale e locale per la riconversione  delle manifatture in crisi, nuovo slancio all’esportazione del made in USA ed attrazione di produzione estera in “the land of greatest opportunities” chiudono il cerchio dell’operazione. Insomma una America più concreta, che punta ad occupare la fascia di qualità della produzione materiale. Nel ritirarsi dal sogno (incubo?) dell’immateriale globale che premia una ristretta cerchia di accumulatori apolidi, tornare nei confini del medio buonsenso che promette inclusione sociale, tranquillità e stabilità (rinforzate anche da un piano per la regolarizzazione degli immigrati ed un parziale controllo sul libero commercio delle armi, oltre ad un rifinanziamento dei mutui). Tranquillità e stabilità, le merci più rare di questa caotica fine modernità occidentale.

Tutto ciò aleggia nei tempi più recenti a livello di segnali non ancora stabilizzati ma da qualcuno, già intuiti. Si sta parlando dell’inversione parziale di due direttrici strutturali del corso politico-economico statunitense, cioè occidentale, degli ultimi trenta anni. Questi segnali ancora precoci e forse immaturi si chiamano “de-finanziarizzazione” e “de-globalizzazione”. Non a caso sono in coppia poiché nella loro versione positiva, finanziarizzazione e globalizzazione, erano e sono due aspetti solidali di una medesima strategia. In molti, già da tempo, si sono accorti che la vera globalizzazione compiuta è stata solo quella dei capitali, quella delle merci ed ancorpiù delle persone è stata più partitura per narrazioni stereotipate che non fatto dal peso concreto[3]. E dove quella delle merci e del lavoro ha funzionato, lo ha fatto a vantaggio degli emergenti che ormai emersi, rappresentano dei temibili competitors. La legge di Tobler[4] ha ancora un suo peso nel mondo reale.  La globalizzazione intesa come discorso utopico di un unico mondo di produttori-consumatori felicemente coccolati dalla mano invisibile si è rivelata una autentica sciocchezza. Al suo posto si va formando un mondo di sistemi, per lo più continentali, in reciproco dialogo competitivo, dove le dimensioni contano e il bilancio tra certezze ed incertezze non può oscillare fuori controllo.

Ecco allora “l’area di libero scambio” USA-UE, annunciata con nonchalance all’ultimo vertice UE di Bruxelles e confermata nel discoro di Obama di martedì notte. Progetto noto da tempo negli ambiti esoterici del lobbismo brussellese e del tutto ignoto ai comuni mortali, è la nuova linea Maginot della ritirata strategica occidentale, di fronte ai colpi dell’espansione dei BRICS e non solo, i veri beneficiari della incauta globalizzazione.  Come vedete stiamo progressivamente slittando dalle riforme economiche e sociali interne al sistema americano per volgerci all’esterno del sistema, lì dove il sistema ha le sue necessarie interrelazioni privilegiate. Solo da noi ci sono compunti analisti, teorici e strateghi autoconvocati che parlano di economia, politica e società come se i sistemi non avessero “né porte, né finestre”, ognuno trincerato nel suo orticello disciplinare, ignaro di ciò che succede “oltre il giardino”. L’area avrebbe un mercato transatlantico di 700 milioni di individui che sommano metà del Pil mondiale ed un terzo dei flussi globali del mondo, un soggetto cardine di ogni futura relazione economica mondiale. Una area in grado di chiudersi alla bisogna verso invadenze intemperanti, così come aprirsi a coloro che aspirano a giocare nella Champions League del commercio. Non è difficile vedere nei primi i cinesi e nei secondi i sudamericani o gli indiani o gli stessi russi, stante la già acclarata disponibilità a prevedere accordi di reciprocità con i Nafta (Canada e Messico). Questo strumento geopolitico è sicuramente conveniente per gli USA, molto meno o per niente per l’UE che altresì ha grandi benefici a mantenere aperte le relazioni di scambio con i paesi emergenti, ma sull’argomento bisognerà ritornarci.

Se torniamo ad Obama, scopriamo altri due dettagli essenziali della strategia USA. Ritiro definitivo (o quasi) dall’Afghanistan e riduzione degli arsenali nucleari, ovvero effusioni reciproche con i russi e risparmio di un bel po’ di quattrini. Il pendolo dell’alleanza con il nemico del mio nemico che diventa mio amico, prevede oggi la strizzata d’occhio ai russi per mettere le dita negli occhi ai cinesi.  “…è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare migliaia di nostri figli e figlie all’estero o occupare altre nazioni” aggiunge Obama, basterà il soft power, l’Fmi, la World bank, i droni ed i francesi (o gli inglesi) aggiungiamo noi ? Gli USA si sono accorti dell’esistenza dell’Africa solo nel 2008, quando hanno aperto AFRICOM, il comando strategico militare dedicato al continente. Ma non sembrano intenzionati ad andare al di là dell’osservazione, della formazione e cooperazione militare di basso profilo, del controllo in remoto, lasciando ad altri (Francia, Gran Bretagna ed Italia in Libia; soprattutto Francia nell’Africa occidentale) il compito di intervenire sul campo. Il cancro degli imperi è l’overstretching e gli USA sembrano voler passare dalla fase dell’onnipotenza a quella del nuovo realismo. Il mondo si sta rivelando improvvisamente troppo complesso per sopportare conati di volontà di potenza privi dei limiti della ragione.  Quanto al Medio Oriente, la gestione dilatata della crisi siriana e di quella iraniana, inclusa la proposta di candidare al Pentagono l’anomalo ex repubblicano Chuck Hagel, a suo tempo contrario alla guerra in Iraq, favorevole al dialogo con l’Iran e decisamente molto critico con la lobby ebraica statunitense, dicono di una depressurizzazione dell’interesse Usa per il Middle East.  La cosa farebbe pendant con i recenti annunci su una prossima raggiungibile autonomia energetica USA in base a nuove strategie di estrazione in casa ed al già citato piano per l’autonomia energetica con le energie pulite e rinnovabili[5].

Ed eccoci così arrivati al punto. Quel punto di prospettiva che è il fulcro di tutto il riorientamento strategico USA, ciò da cui discende tutto ciò che Obama ha detto ed ha intenzione di fare (che poi ci riesca è un altro paio di maniche). La nuova strategia geopolitica americana si chiama “pivot to Asia” ovvero (fare) perno sull’Asia. In Asia, oggi, è stipato il 60% del mondo, le sue economie sono in crescita costante e la Cina è il nuovo perno del sistema asiatico. Sul commercio, lo è già anche del sistema mondiale[6]. Ciò vuol dire che non solo la Cina cresce attraverso l’export planetario, non solo ha ampie riserve di crescita interna, ma rischia di garantirsi anche ampie condizioni di possibilità di futura crescita continentale, formando un sistema asiatico coordinato che oltretutto verrebbe sottratto ad ogni altro tipo di influenza, tra cui quella americana. Il “sistema asiatico sinocentrico” sarebbe poi (lo è già)  un temibile competitor per le strategia di egemonia rivolte al Sud America che è il loro dirimpettaio oceanico e all’Africa in cui stanno già ampiamente penetrando gli interessi cinesi ed indiani. Nel sistema, potrebbero anche essere risucchiati sia la Corea del Sud, sia il Giappone, sia addirittura l’Australia e la Nuova Zelanda. Gli USA perderebbero ogni presenza, ogni influenza ed ogni possibilità di controllo su una massa continentale decisiva, su una rete oceanica altrettanto decisiva, che economicamente si stanno saldando nell’associazione economico-politica dell’Asean e la cui moneta di riferimento potrebbe diventare lo yuan[7].

Rinforzata la base australiana di Darwin, effettuate le manovre militari coordinate di Chimicanga ed annunciato che entro i prossimi anni la flotta US nel Pacifico passerà dal tradizionale 40% della concentrazione al 60%[8], Obama subito dopo la rielezione, ha fatto visita a tutti i vicini meridionali della Cina per avviare politiche di “più stretta relazione”[9]. Avanzato è anche il corteggiamento con l’India. Gli USA non partono dichiaratamente con intenzioni di guerra calda, semmai di guerra fredda, di frizione permanente, di divide et impera, una sorta di “strategia della tensione” su scala continentale, pensando che messa sotto pressione, la Cina non potrà sviluppare il suo “armonioso sviluppo” indisturbata. Ma questo calcolo presenta non poche incognite anche perché qui si presenta una nazione di 300 anni contro una civiltà di 3000 (e più) anni che gioca in casa e quanto a strategia[10] ha un vissuto filosofico molto sofisticato, profondo e costitutivo.

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Il quadro allora può essere ricomposto in tutte le sue dimensioni e darci la fotografia delle intenzioni americane per i tempi a venire. Si va verso tempi di de-globalizzazione parziale o quantomeno verso una messa in relatività del paradigma globalista[11]. L’insistenza di Obama per il rientro in patria delle industrie delocalizzanti, oltre a servire all’intenzione di rilanciare il manifatturiero nazionale, significa proprio che non è sicuro per i tempi futuri avere interessi in comune con chi da partner sta diventando nemico. Per evitare l’overstretching imperiale, depressurizzare le relazioni con i russi, togliersi dall’Afghanistan, dal sempre disordinato Medio Oriente, non curarsi troppo intensamente dell’Africa lasciando l’appalto a gli europei per le funzioni ordinaria di gendarmeria imperiale (ed anche i relativi costi) , per concentrarsi completamente sul ridisegno delle relazioni orientali. Gli intemperanti coreani del Nord possono ben offrire occasioni di scontro regionale che potrebbero presentarsi anche molto presto. Questo è un ambiente in cui certo va contenuto il competitor principale, ma in cui si compete anche per il controllo dei mercati, tra cui quello strategico dell’India che debitamente sollecitata può essere, dopo Corea e Giappone, il terzo lato dell’accerchiamento alla Cina. Un nuovo megamercato con gli europei può dar sfogo alla nuova volontà produttiva statunitense, distogliere gli europei da eventuali pericolose idee di apertura alla Cina, creare un nuovo sistema centrale ricco e desiderato dove agire con “inviti” ed “espulsioni” per regolare le relazioni economico-politiche mondiali generali. Tutto ciò rendendo gli USA più autonomi (soprattutto per quanto riguarda l’energia e l’interdipendenza con la Cina), più compatti socialmente (con la promozione di una nuova classe media, produttrice ma anche nuovamente consumante) e competitivi economicamente.

Del Giusto Mezzo obamiano, oltre alla versione della società meno sperequata, ci sarà la versione strumentale  dell’utilizzo del Mezzo Giusto per gestire le cose del mondo, con un po’ meno eserciti e bombe ed un po’ più di droni e spie, con meno soldati e più navi-missili-satelliti[12], con una ripresa dell’iniziativa statale della programmazione e regia economica, con un prevedibile aumento del suadente soft power per ritornare ad esser accettati come “guardiani del mondo nell’interesse del mondo”, con un utilizzo meno estremo (ma non nullo) dell’intelligenza finanziaria. Infine, la versione geopolitica o geometrica della giustezza dello stare in mezzo, tra un Est dove si riaggrega l’Europa degli affari e si delega a quella politica di far la sua parte nel controllo dell’Africa ed un Ovest asiatico da controllare con il divide et impera, stressando ed innervosendo di continuo i cinesi fin a possibili tentativi concreti di destabilizzazione interna. L’aveva già indicata il vecchio Kissinger[13], la strategia hub&spoke, tornare ad essere il “centro del mondo” e regolare con sapienza le relazioni con i diversi raggi in un delicato gioco di pesi e contrappesi, sgarbi e favori, porte aperte e porte chiuse per governare attraverso una nuova pedagogia dello stare al mondo nei tempi complessi.

In fondo, cosa meglio di togliere alla Cina la qualifica di Paese di Mezzo[14] ?


[2] Joseph, S. Nye Jr, Smart Power, Laterza, Bari-Roma, 2012

[3] R. Gilpin, Economia politica globale, EGEA, Milano, 2009

[4] Praticamente “l’unica” legge trovata (da Waldo Tobler nel 1970) a fondamento del pensiero geografico: “Tutto è interrelato con tutto, ma le cose vicine sono più interrelate delle cose lontane”.

[5] Naturalmente ci sono note le lobbies di certi tipi di armamenti, dei petrolieri, dell’esercito, la presenza dei think tank, della Bible belt. Non stiamo dicendo che il piano Obama frutterà per il solo fatto di essere stato pensato. Stiamo solo cercando di capire qual è la sua architettura (teorica) complessiva.

[7] Si sono già verificati accordi di interscambio commerciale Cina-Giappone, Cina-Corea del sud, Cina-Russia e Cina-Iran con scambio diretto delle relative valute, senza quindi transitare per il dollaro.

[8] Il nuovo assioma strategico militare della Air-Sea Battle in funzione anticinese è ben spiegato da F. Mini, Usa contro Cina, odine di battaglia, su Limes 6/2012, “Usa contro Cina”.

[9] Una fotografia del riorientamento strategico USA verso il Pacifico di E. Remondino: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/9763-bye-bye-europa-per-gli-usa-conta-il-pacifico.html

[10] In termini culturali, i differenziale strategico USA – Cina è dato a livello di cultura popolare dal piacere di giocare, gli uni contro un software negli innumerevoli sparatutto che incollano a computer e consolle, gli altri ad un gioco che si fa tra due persone, il wéiqí, con 4.67 x 10170 possibili posizioni di gioco e che può durare anche più di 10 ore. E’ proprio il tempo, come lo si usa e rispetto al quale come ci si atteggia, una delle differenze più profonde tra le due culture.

[11] L’alternativa al globalismo è il regionalismo ovvero la creazione di sistemi fortemente interrelati su base regionale (continentale o transoceanica).

[12] L’impegno allo sviluppo di questi sistemi è storicamente per gli americani il più fertile per lo sviluppo di quelle tecnologie che poi trainano lo sviluppo industriale e le applicazioni commerciali.

[13] N. Ferguson, D. Daokui Li, H. Kissinger, F. Zakaria, Il XXI° secolo appartiene alla Cina?, Mondadori, Milano, 2012 riporta i temi di un incontro tenuto a Toronto, Canada nel 2011. Sulla storia delle relazioni cino-americane: H. Kissinger, Cina, Mondadori, Milano, 2011.

[14] In mandarino, Cina si dice proprio Zhongguo, ovvero “Paese di Mezzo” o “Paese del centro/ centrale”.

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PER UNA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA (2). Il clima.

Immagine2Nel precedente articolo “Per una concezione realistica della storia”[1], abbiamo visto come (su i perché ci ritorneremo), la reazione materialistico-antidealistica che Marx ed Engels, intesero imprimere alle concezioni storico-filosofiche, concentrò il significato di questa materialità nei rapporti sociali e produttivi tra gli uomini, tralasciando le condizioni di contesto, quali l’ambiente, la geografia politica, la demografia.

Il materialismo storico quindi risulta un concetto problematico sia per questo aspetto di auto-limitazione del concetto di materialità, sia per ciò che ancora non abbiamo indagato ma che ha animato un lungo dibattito nel secolo scorso relativamente ai rapporti di determinazione e causalità tra base materiale e sopravvenienza ideale, conosciuto anche come “problema della struttura e della sovrastruttura”. In questa seconda puntata della riflessione, continueremo ad indagare il primo problema, ovvero i rapporti tra ambiente-geografia politica-demografia e teoria storico-politica e specificatamente quelli relativi ai “climi”, speso usati come fisica sintetica del ben più complesso “ambiente”.

Lo Chevallier[2] ci ricorda che il clima, quale matrice di certi caratteri dei popoli, era già entrato a vario titolo nelle considerazioni di Aristotele, Ippocrate, Gallieno, Polibio. Questa tradizione è ripresa nel XVI° secolo con decisione da J.Bodin nei monumentali “Six Livres de la République” (1576) che fondano con Il Principe di Machiavelli, la moderna Filosofia politica. Nel V° dei sei libri della République, Bodin austero giurista, formula una teoria dei climi che risente delle precarie conoscenze scientifiche del tempo. Lo fa dunque ricorrendo all’astrologia, al neo-pitagorismo ed al neo-platonismo e che il neo-platonismo (che per altro dal neo-pitagorismo discende, così come buona parte anche del platonismo da Pitagora, discende) fosse ben impiantato nella sua immagine di mondo è chiaro nelle più generali concezioni politiche del francese. In cerca del concetto di legittimità che avrebbe dovuto fondare “il giusto” della forma politica, Bodin ricorre all’ordine ed all’armonia che sprigiona la concezione piramidale, che è poi null’altro che la tetraktys pitagorica. Similmente al parallelo con l’ordine celeste, ovvero quella metafora del “come in cielo così in terra” che è propria tanto dell’Occidente che dell’Oriente (e non solo), tutto parte o giunge dal/al vertice, all’Uno. Questo Uno è incondizionato, cioè dispone ma non riceve alcuna disposizione, è quindi “primo”, “sovrano”, non legato cioè sciolto (ab-solutos) da ogni a lui esterna determinazione. Più in generale, la triade Uno-Semplice-Assoluto[3] è il triangolo perfetto che sosterrà e sostiene, l’immagine di mondo occidentale ma di ciò ne parleremo una altra volta. Torniamo alla climatologia politica di Bodin.

L’impatto del clima sullo spirito dei popoli, secondo Bodin si rileva tripartendo per fasce climatiche le culture geo-umane del mondo che a quel tempo era ancora e solo, l’Europa. L’uomo coltivato dal Nord è essenziale, forte-brutale-impetuoso e il principio dominante di queste culture è la forza. Esattamente la stessa visione antropologica che portò poi Hobbes al concetto di stato di natura ed al “bellum omnium contra omnes”. L’uomo coltivato al Sud è “lubrico” ed astuto-vendicativo ma tende anche all’astrazione che sia matematica o filosofica con un principio culturale dominante che è la religione. Le due estremizzazioni tipologiche preparano il giusto mezzo, l’uomo coltivato nel clima temperato, al Centro. Questi è mediano tra i due e quindi tra l’irrazionalità della forza e quella della religione, preferisce la razionalità della legge. Il Bodin, dopo aver indugiato su considerazioni relative all’influenza dei venti o del nascere-vivere in montagna,  però non ne ricava un determinismo, ma solo una influenza che può portare tanto all’estremizzazione delle influenze dette, quanto alla loro correzione tramite una possibile evoluzione dei costumi in cui il ruolo correttivo può darsi proprio nelle leggi.

Dopo due secoli, la faccenda è ripresa dall’altrettanto enciclopedica “L’Esprit des Lois” opera originariamente anonima uscita in Svizzera nel 1748 di Montesquieu[4]. Nell’immagine di mondo del francese, scompare l’influenza neo-platonica, sostituita dalle prime considerazioni influenzate dalla proto-medicina  e da una ancora incerta biologia termodinamica fatta di spifferi, umori, temperature e fibre. Ma al di là delle ingenuità contenute nelle spiegazioni addotte, alla fantasia che riempie le ricostruzioni causali, quella del Montesquieu è anche un precoce tentativo di sottrarsi dalla dittatura di quelle considerazioni morali, sull’anima e sullo spirito che poi saranno sussunte nella successiva concezione detta “idealistica”. Il materialismo di Montesquieu però non è sociale ed economico come poi sarà in Marx, ma climatico-geografico sebbene il nostro, dica chiaramente e sulla scia dello stesso Bodin di non vedere in ciò, alcun rigido uni-determinismo.

Nel XVII° libro dell’Esprit, il giudizio sul “giusto” modello politico si sposta dal Centro di Bodin al Nord. Un Nord che da barbarico (com’era in Bodin ed in fondo ancora in Hobbes) diventa amante della libertà, una libertà che è data dal governo delle leggi e non più dell’autorità sovrana (e dispotica) dell’Uno. Anzi lo spirito della libertà altro non è che una conseguenza dello spirito barbarico, di quello dei Germani e dei Goti in particolare. Questi sono popoli liberatori, popoli che rifiutando il dominio di alcun despota certo invadono e conquistano ma non per dominare e con ciò, svolgono la salvifica funzione di “spezzatori di catene”, catene di schiavitù “forgiate nel Mezzogiorno”.

La sequenza storica riflette la formazione progressiva di un unico ragionamento a puntate. A metà XVI° secolo, per Bodin, lo spirito barbarico è forza del tutti contro tutti. A metà del XVII° secolo, per Hobbes, onde evitare di perdere la vita individuale nella cieca coazione barbarica del tutti contro tutti, s’impone un sussulto di razionalità, l’idea di stipulare un contratto che devolva la libertà individuale in un ordine sovrano collettivo. A metà del XVIII° secolo, Montesquieu incassa la proposta hobbesiana (appena emendata da Locke che vi inserirà proprietà privata e diritto di ribellione nei suoi due Trattati sul governo del 1690, vera e propri giustificazione teorica ex-post della Gloriosa Rivoluzione inglese)  osservando il sistema politico-giuridico britannico. Quel sistema della sovranità delle leggi scaturite da un contratto che mantenesse la libertà ma evitasse l’arbitrio individuale, lasciasse (internamente) il dominio della forza in favore della ragione. Fuori del contratto la guerra di tutti contro tutti rimaneva la legge e dall’imperialismo britannico a quello americano la legge venne rigorosamente rispettata.  A metà del XIX° secolo poi, sarà Marx a riprendere il discorso nelle “Forme economiche pre-capitalistiche”[5]. Lo farà nell’ambito di una sorta di storia della proprietà e delle forme di riproduzione sociale occupandosi dei “germani”, per i quali non esiste la “unione” ma la “riunione”, non esiste la comunità, lo Stato, la città. Queste riunioni sono le assemblee dei capifamiglia, dei clan. In seguito ciò che Marx poi non dirà, ovvero l’esigenza di contrattualizzare questi rapporti (per via dell’incremento demografico e del diverso rapporto terra-proprietà-individui che si era venuto ad instaurare) , una esigenza che si manifesterà nella Inghilterra del ‘200 con la Magna Charta. Da questa convergenza del farsi società debole, definita da un contratto e dal ruolo delle assemblee scaturiranno il Bill of Rights e il bicameralismo britannico tanto amato da Montesquieu. Spesso non si connette il fatto che gli anglo-sassoni erano appunto popoli germanici, cioè barbari migranti. La mistica contrattualistica poi non s’avvede che la vera struttura delle società anglosassoni è un sistema, fondamentalmente basato sul gioco economico, incentivato e protetto dal bicameralismo delle élite (gli antichi capifamiglia clanici) e riquadrato da un set di leggi che ne disciplinano limiti e regolamenti. Questo in fondo, è ciò che Marx penserà essere la natura delle società umane nella concezione materialista della storia ma questa è la precipua natura delle società anglosassoni, cioè quei barbari-germani che si ambientarono in una isola, non è legge della storia e della società universalmente intesa. Il fatto che ebbe successo nel caso geo-storico degli angli e dei sassoni non ne fa una filosofia della storia e del resto, una concezione geo-storica della auto-narrazione umana esclude in via di principio ci possa essere una “filosofia della storia” poiché la sua desinenza geografica ne cambia sistematicamente proprio quel contesto in cui la storia si sviluppa.

Anche Montesquieu, come già Bodin, rifugge da ogni determinismo e specificherà anche in seguito in una Défense dell’Esprit des Lois (1750) che non c’è nulla di meccanico tra l’ambiente e i frutti delle società umane. Il luogo assente di questa trasmissione imperfetta, ciò che scombina le facili meccaniche ambiente-società è l’uomo, individuale e sociale, un uomo che ai tempi e per certi versi almeno fino al pieno sviluppo della psicologia, della psicoanalisi, della sociologia e dell’antropologia, nonché i più recenti sviluppi delle scienze cognitive e delle neuroscienze, è ancora inteso come una “scatola nera” di cui si sa solo che in lui non è chiaro l’equilibrio esistente tra necessità e libertà. Due categorie, per altro, inesistenti.

Una breve e successiva ripresa della variabile climatica su gli eventi umani, la troveremo in economia e specificatamente in S. Jevons, un serioso logico-economista tra i primi fondatori dell’approccio marginalista che definisce quell’Economia neoclassica che in fondo a tutt’oggi, è il paradigma dominante di quella disciplina che si ostina a definirsi scienza. Jevons metterà in relazione la variabilità climatica con le macchie solari, quindi la variabilità climatica con la produzione del grano, la produzione del grano con il prezzo e con tutte le ripercussioni che il prezzo del grano aveva su di una economia che, ai tempi (1875-1878), ha ancora una forte base agricolo-alimentare. In preda ad un furore scientista-riduzionista, il povero Jevons si spinse fino a mettere in sincronica relazione, i cicli delle macchie solari con i cicli economici egli cioè non ebbe l’avvertenza di pesare la sua idea con quel cauto relativismo difensivo che usarono Bodin e Montesquieu, ma determinismo e riduzionismo sono genetici nell’epistemologia newtoniana, che era ed è poi quella in uso nel pensiero economico. La diade Semplice ed Assoluto del già citato triangolo paradigmatico occidentale, questo prescrive, la causa-una, la precisione, il piccolo che determina il grande, l’Uno che determina il Tutto, nonché il tormentato concetto di Verità.

Naturalmente, queste precoci e immature considerazioni sull’influenza dei climi nella generazione dello spirito dei popoli avrebbero dovuto essere riprese ed approfondite, ma non lo furono. La sentenza di Feuerbach per il quale “l’uomo è ciò che mangia” è tanto citata, quanto poco pesata. Oggi sappiamo che una dieta vegetariana o carnivora, ricca di frutta o ricca di grassi, una dieta ricca e variata o povera di varietà e del giusto spettro di nutrienti, ha una decisa influenza sul corpo, sulla salute e quindi sulla mente. Così il rapporto clima-facilità e varietà della raccolta o produzione ed infine consumo alimentare contribuì a determinare nomadismo-seminomadismo-proto stanzialità, così come la presenza o meno di grandi fiumi (pur sempre il risultato di piogge, cioè condizioni climatico-ambientali) segnò il formarsi o meno delle prime grandi civiltà come per altro in molti ebbero a notare senza conseguirne una teoria della geografia culturale. Ci provò Carl Ritter (1779-1859) sulla scorta di A. von Humboldt e J. H. Pestalozzi, ma a parte qualche debole influenza sulla successiva antropologia filosofica di M. Scheler, H. Plessner ed A. Gehelen da una parte e la nascita del pensiero geo-politico con R.Kjellen, F,Ratzel e Sir H. Mackinder dall’altra,  la strada rimase viottolo fuori dalle principali rotte del pensiero. Stranamente, questo mondo che pensa la realtà materiale propriamente detta divenne pascolo, per lo più di deterministi fascisti che intermediavano ambiente e popolo con il concetto inconsistente di “razza”, magari solo per darsi un tono alternativo rispetto a quelli che intermediavano con il concetto di “classe”. Passerà quindi più di un secolo tra l’espressione di Ritter per il quale la Terra era “il più grande degli individui viventi”[6] e l’ipotesi Gaia di J.Lovelock ed ancora oggi l’ecologia rimane un ambito che fatica ad integrarsi organicamente con la sociologia, l’economia, la politica, il progetto del nostro stare in quel mondo che ci sfugge, in cui ci sentiamo “gettati” senza mappe ed adeguate rotte. Del resto è dai tempi di Anassimandro, uno dei primi cartografi, che proporre immagini di mondo è considerato “empio”.

Un ultimo sguardo a Montesquieu per segnalare un altro tema della sua indagine sul come il materiale influisca sulle idee prodotte dagli uomini, cioè su quello “spirito” delle leggi che è poi l’oggetto della sua celebre analisi. Il nostro accenna ad una analisi comparata (l’enciclopedismo dei tempi è in un certo senso la prima forma di comparativismo e in nuce, di un possibile relativismo che si produrrà nelle concezioni del mondo, solo a partire dalla seconda metà del XIX° secolo) tra la geografia della Cina e quella dell’Europa. La Cina (abitabile e/o coltivabile) è una vasta distesa pianeggiante (più o meno). L’Europa è una serie di divisioni naturali (catene montuose, fiumi, isole, penisole etc. ) che creano quegli ambiti di maggior relazione e quindi coerenza interna di ciò che chiamiamo i “diversi popoli”. La prima forma porta in conseguenza a quello che Hegel poi definirà il “dispotismo asiatico”, la seconda porta a quell’autonomia competitiva tra i vari Stati per i quali è impossibile che uno prevalga su tutti gli altri, realizzando una unica forma imperiale simile a quella cinese.

Dopo l’analisi dei rapporti clima-idea-istituzioni che abbiamo qui velocemente tratteggiato, nel prossimo articolo, il quarto di questo discorso, continueremo la nostra indagine su una possibile costruzione di una concezione realistica della storia, indagando le categorie della possibile segmentazione umana.

[il presente articolo è il terzo di una sequenza: 1) https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/01/11/per-una-nuova-teoria-generale/; 2) https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/01/19/per-una-concezione-realistica-della-storia/  ]


[2] J.J. Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico, Bologna, Il Mulino, 1998

[3] Questo costrutto implicito nelle immagini di mondo occidentali venne costruito da una lunga sequenza di P. (Pitagora, Platone, Plotino, Proclo, Paolo di Tarso), affermato con le parole e le opere del lungo cristianesimo medioevale europeo, rifondato dall’apporto scientifico delle immagini di mondo moderne via Descartes-Galileo-Newton. Esso merita una luna ed argomentata trattazione specifica che faremo una altra volta. Questo triangolo della morte del pensiero occidentale è ciò che ne fonda l’attuale, precaria Teoria generale occidentale al cui tentativo di superamento, siamo qui dediti con questi articoli.

[4] Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi, Torino, UTET, 2005

[5] Il K.Marx “Forme economiche precapitalistiche” che abbiamo in una edizione specifica Roma, Editori Riuniti, 1974; fanno parte del più generale K.Marx, Grundrisse, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Milano, PGreco, 2012.

[6] F. Farinelli, Geografia, Torino, Einaudi, 2003

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PER UNA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA.

Immagine Ideologia tedescaQuella che poi Engels definirà “concezione materialistica della storia”, compare per la prima volta e compare in forma relativamente estesa, ne L’Ideologia tedesca, redatta da Marx ed Engels nel biennio 1845-1846. Del 1845 sono anche le 11 tesi su Feuerbach che, in quanto attacco alle concezioni ritenute dai due ancora “idealistiche”, partendo da una critica a Feuerbach, definiscono che la realtà, con il suo portato materiale naturale e relazionale umano è del tutto più concreta e quindi importante, di quanto si possa dire e fare, nel mondo delle idee. “Materialismo” quindi è da intendersi come antitesi terminologica ad “idealismo” che è l’obiettivo critico dei due, la dicotomia fondamentale però sarebbe realismo vs irrealismo o fantasismo. Poco nuocerà il fatto che le Tesi su Feuerbach diverranno pubbliche solo quarantatre anni dopo, quando Engels le pubblicò appunto nel 1888, tre anni dopo la morte di Marx. Le Tesi sostanzialmente sono un manifesto della filosofia della prassi ovvero di una filosofia che non s’illude di poter condurre la propria trasformazione del mondo sul piano delle idee, ma convenga sulla necessità di modificare concretamente quel mondo di cui le idee sono un riflesso. Molto nuocerà invece, il fatto che L’ideologia tedesca, che contiene la trattazione estesa del ragionamento di ciò che poi viene definito “concezione materialistica della storia”, non verrà pubblicata che nel 1932, poco meno di un secolo dopo la sua redazione. Ciò vuol dire, che la gran parte dello sviluppo del concetto che si avrà negli autori marxisti ed in quelli non marxisti, avverrà al netto di quanto originariamente definito nell’opera. Opera che era presente certo nella mente dei due, ma non in quella dei loro epigoni.  Pubblicata nel 1932 poi non vuol dire che il testo diventa immediatamente correzione delle incomplete interpretazioni poiché queste erano già diventate canone. Questi fatti, unitamente alla comprensione olistica dell’opera di Marx e quindi considerando il peso e lo sviluppo che egli diede alla critica dell’economia politica che si avrà nella “Per la critica dell’economia politica” e nel “Capitale”, unitamente alla formulazione un po’ sbrigativa che del materialismo storico si darà nella Prefazione della “Per la critica…” ed unitamente a forme di riduzionismo imperante nell’epistemologia della seconda metà dell’800 che in grande parte perdurano ancora oggi, hanno generato una comprensione problematica del concetto materialistico storico, problema che cercheremo qui di osservare meglio.

Nell’Ideologia tedesca, M-E indicano due insiemi di fattori che verranno poi persi nelle successive trattazioni. Il primo è il corso demografico, il secondo è l’ambiente.

  • Ciò che essi sono (gli individui) coincide con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalla condizione materiale della loro produzione. Questa produzione non appare che con l’aumento della popolazione. E presuppone a sua volta relazioni fra gli individui, La forma di questa produzione è a sua volta condizionata dalla produzione.”[1]

Non è immediatamente chiaro cosa volessero intendere M-E con l’espressione: “Questa produzione non appare che con l’aumento della popolazione”, che forse si riferisce alle prime forme di produzione complesse dopo la lunga preistoria.  Altrove, Marx sarà molto feroce nei confronti di Malthus che aveva per primo trattato il problema demografico, fondandone la scienza con il famoso Saggio del 1798. Altresì in altri scritti, sembra che Marx individuasse che ciò che accende il cambiamento di un modo di produzione, fosse l’invenzione tecnica ma non è chiaro se essa abbia natura causale o causata e da cosa. Risulta allora difficile, ma non impossibile, poter interpretare quella frase come un “I nuovi modi di produzione, compaiono in risposta ad una variazione demografica, risposta che prende la forma di innovazione dei modi stessi (forze di produzione e rapporti di produzione)”. Questa lettura farebbe della variazione demografica una costante naturale che muove la storia umana. Non stiamo dicendo che M-E nel complesso della loro mente, avessero chiaro e definito questo pensiero, ma non crediamo neanche che lo si possa escludere. La ritrosia a detergere l’oscurità di questo assunto, forse proveniva in parte dalla già citata avversione alle idee di Malthus, idee che nel loro completo, Marx giudicava una tipica espressione dell’ideologia di classe. Malthus in effetti, sul fatto oggettivo della variazione demografica, innesta una serie di ragionamenti che non sono necessariamente gli unici ragionamenti che si possono fare a riguardo. Il fatto, l’aumento della popolazione, è un fatto oggettivo e naturale, indiscutibile. La sua interpretazione, il ruolo causativo che gli vuole dare, le dinamiche socio-economiche che accende, sono variamenti interpretabili. Ma il fatto, rimane un fatto e di questo fatto, M-E sembrano consapevoli. Fatto e sua consapevolezza però  rimarranno del tutto estranei allo sviluppo del marxismo.

  • “Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque la costituzione fisica di questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci nell’esame né nella costituzione fisica dell’uomo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come le condizioni geologiche, oro-idrografiche, climatiche, e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l’azione degli uomini.”  [2]

Qui i fraintendimenti non sono possibili, il concetto è chiaro. M-E nell’ultima frase, ancorano lo sguardo storico al contesto natural-geografico-ambientale senza ombra di ambiguità. Lo fanno tacendo una aspetto e sottolineandone un altro. L’aspetto taciuto è la variabilità naturale di natura-geografia-clima, una variabilità che in effetti tende a sfuggire allo sguardo dello storico poiché i tempi della variabilità ambientale possono essere anche molto lenti, mentre quelli della variabilità che le imputa l’uomo con la sua azione trasformatrice (aspetto sottolineato e che interessa molto di più M-E nel contesto della loro trattazione del problema) sono assai più evidenti ed immediati. Ma i due, indicano chiaramente che qualsivoglia analisi delle società, dei modi di produzione, delle idee che vi corrispondono, di tutto ciò che possiamo chiamare il complesso umano, è un sistema contesto-dipendente. Questa contestualizzazione si perderà nel proseguo del pensiero marxiano, vieppiù in quello marxista.

Una breve considerazione sul contesto del testo. Quel “qui non possiamo addentrarci nell’esame…” dice che nell’ambito del discorso che M-E andavano facendo, altre priorità urgevano. Le priorità erano quelle di opporre una concezione materiale a quella ideale nella quale permanevano Feuerbach e i giovani hegeliani e dare a questa materialità la sostanza dell’economia politica, far dell’uomo un uomo sociale. Includere nella società modi di produzione ovvero forze, strumenti e relazioni e far di questo il sostrato causativo della soprastate ideologia. Il lavoro era già immane per i tempi e in questo senso, come negli strati delle cipolle, ambiente-natura-geografia (così come variazione demografica ambientata in questo mutevole scenario) erano lo strato ulteriore, forse troppo lontano per interessare i due. Un ulteriore nel quale M-E, qui scelgono di non addentrarsi perché lo scopo dello scritto era un altro, perché intendevano rimanere vicini al nucleo del problema da loro individuato come bersaglio della critica, ovvero l’inversione idealità-realtà. E’ proprio questa la notazione fatta da Engels in una lettera a J. Bloch nel 1890. Engels onestamente riconosce una sorta di concorso di colpa, suo e di Marx, per l’aver con questa specifica e totalizzante attenzione al fatto economico, creato le condizioni per l’espressione di quell’ economicismo dilagante del quale egli stesso si duole: “Di fronte a gli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano in relazione reciproca.”[3]. Concetto ribadito anche in una parte precedente della stessa lettera, laddove Engels distingue quanto da loro detto, ovvero che “la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinanteda quanto da loro non detto ed erroneamente desunto ovvero che “il momento economico risulti essere l’unico determinante”[4]

Forse è questa concentrazione sull’obiettivo a distrarre i due. Infatti poco più avanti, interpolando quando abbiamo riportato in precedenza a proposito della variazione demografica, si continua non più con gli individui ma con le nazioni: “I rapporti fra nazioni diverse dipendono dalla misura in cui ciascuna di esse ha sviluppato le sue forze produttive, la divisione del lavoro e le relazioni interne.”[5] continuando poi con lo specificare che ciò determina anche l’organizzazione interna alla singola nazione e finendo con “Ogni nuova forza produttiva, che non sia un’estensione puramente quantitativa delle forze produttive già note (…), porta come conseguenza un nuovo sviluppo della divisione del lavoro”. Qui, il richiamo al contesto ed alla dinamica demografica si sono del tutto perse, qui siamo già all’interno della meccanica dei modi di produzione e dell’innovazione (“Ogni nuova forza produttiva”) che impone la riformulazione della divisione del lavoro, della sua organizzazione, della società che ne è riflessa. Del tutto taciuto è l’evidente fatto che ogni nazione è in primis condizionata, sia dalla sua dimensione assoluta e dalla dinamica relativa della sua demografia, sia dal contesto geografico-climatico-naturale in cui è ospitata.

Se M-E avessero messo in relazione geo-ambiente, sue caratteristiche e variabilità (per cause endogena ed esogene cioè umane) con la variazione demografica, queste con l’analisi specifica della società umana in generale e della nazioni specifiche nel particolare, il tutto attraverso la lettura dei rapporti tra individui/società-modi di produrre-ruolo che il modo di produrre ha nella società (M-E ad esempio si riferivano alla sussistenza, ma lo società moderna eccede di gran lunga il mero problema della sussistenza), al posto di molto meccanicistico materialismo storico con tendenza sistematica al riduzionismo economicista, avremmo una Teoria generale basata su una concezione più realista della storia e con un grado di complessità più adeguato ai tempi che ci son toccati da vivere.  Il livello di complessità della Teoria generale è dato come al solito dal numero di variabili e dall’analisi delle loro interrelazioni che ne fanno l’architettonica, nonché dalla presenza attiva o meno di un contesto. Immergendo e chiarendo alcuni aspetti dell’analisi materialistica delle società umane, nella dinamica data dalla variazione demografica e di quella delle diverse nazioni, il tutto appunto immerso nel contesto geo-ambientale (nella sua statica e nella sua dinamica) si ottiene una versione più complessa e più adeguata al presente della Teoria generale della realtà storico-sociale. Senza la geografia, la geopolitica e l’ecologia (e di una Teoria delle idee che prenda il posto della stentorea ma primitiva definizione di “Ideologia”[6])  infatti, la Teoria generale marxista, rimane quella di un materialismo storico economicista, riduzionista e determinista.

La concezione materialistica della storia versione volgare, quella rimasta in uso anche se forse non conforme alle reali intenzioni dei suoi originari pensatori, rimane gravemente carente su quattro distinti aspetti: 1) l’incompletezza realistica che lascia da parte demografia, ambiente, e geografia delle società umane (e delle nazioni nello specifico) da cui l’esigenza di superare il materialismo con un realismo, sempre “storico”, più inclusivo; 2) l’unideterminismo causativo ancorché non chiaramente causato, ovvero l’asserzione dogmatica che sia l’economia la causa prima ed unica di tutto soprastante edificio del complesso umano senza che si capisca bene essa da cosa sia a sua volta causata[7]; 3) i rapporti troppo semplificati di causazione ed influenza tra economia ed ideologia, rapporti che infatti è difficile dire che sussistano per spiegare non solo il pensiero stesso di M-E ma anche e soprattutto la sua longeva fortuna storica pluridecennale; 4) i rapporti troppo semplificati tra struttura economica, e quella politica, giuridica e sociale, semplificazione che lascia alla presunta scienza economica la delirante posizione di strumento primo della interpretazione e produzione di realtà. Ne consegue anche la doppia necessità sia di chiarire come funziona la società umana intera nelle direzioni causative dei suoi diversi aspetti, sia di chiarire cosa la smuove, cosa la cambia, cosa la perturba dal momento che la storia è una collezione di cambiamenti, quasi sempre subiti e non voluti intenzionalmente dagli uomini. La correzione di questi punti sono l’agenda di una nuova Teoria generale basata su di una concezione realistica della storia.


[1] Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Feuerbach [1] in la Concezione materialistica della storia, Edizioni Lotta comunista, Milano, 2008, pg.31.

[2] Ivi, pg.30

[3] Ivi, pg.124

[4] Ivi, pg. 122. Nella lettera sempre di Engels a W.Borgius del 1894 si ribadisce: “sono inoltre incusi fra i rapporti economici la base geografica sulla quale essi si manifestano e i residui effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica, che si sono mantenuti, spesso soltanto per tradizione o per forza d’inerzia, e naturalmente anche l’ambiente che circonda dall’esterno questa forma sociale”. Base geografica e contesto ambientale ritornano quindi come elementi sottovalutati, almeno nelle posteriori ammissioni del solo Engels.

[5] Ivi, pg. 31 e seguente

[6] La questione dell’Ideologia è ben più controversa. Anch’essa, come i punti perduti della geografia, dell’ambiente e della demografia, anima alcune corrispondenze di Engels in cui questi cerca di chiarire attraverso la “reciproca influenza, azione reciproca”, “l’esistenza d una tradizione”, la negazione che la base economica sia “la sola causa”, il richiamo alla dialettica come sostituto della contrapposizione netta ed arbitraria dei termini, le relazioni “causa-effetto” troppo semplificate e deterministe che altri fanno mal usando la loro dottrina , sino d uno spazientito “…qui niente è assoluto e tutto è relativo” (lettera a C. Schmidt del 1890). Val bene l’ammissione di poca complessità ma a poco varrà, anche perché fatta dal “minore” Engels, fatta in fretta dentro una o più lettere, fatta fuori dalla trama della teoria completa. L’esito di questa sommarietà sarà un destino riduzionista e determinista dell’unicausalità economica del complesso umano, sancita nel materialismo storico.

[7] Secondo T. W. Adorno ad esempio non è tanto la proprietà privata a produrre la tendenza al dominio , quanto la tendenza al dominio a produrre la proprietà privata. In definitiva la domanda prima rimane: “quando e come nasce la gerarchia nei gruppi umani?”.

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PER UNA NUOVA TEORIA GENERALE.

Il Pensatore di A.Rodin

Il Pensatore di A.Rodin

 

  1. A cosa serve una Teoria generale?

Il materialismo storico definisce il mondo delle idee come un riflesso dei rapporti di forza sociali esistenti nella società, specificatamente per quanto riguarda i fatti economici, i modi di produzione-distribuzione e proprietà. Le idee, saldate in un sistema detto “ideologia” sarebbero al contempo riflesso e guida dell’agire politico ed economico. I giochi che contano si svolgerebbero nella realtà sociale  e produttiva, il mondo delle idee sarebbe dunque un mondo proiettato nel quale si subiscono le determinazioni che si producono nel mondo reale ed in cui si forgiano i sistemi di pensiero in modo più logico e totalizzante, al fine di dar guida allo sviluppo ed alla continua replicazione del modo di vivere e della sua struttura sociale. E’ veramente così che funzionano i rapporti tra mondo dei fatti e mondo delle idee?

Il materialismo storico, scaturisce da una meccanica applicazione della dialettica hegeliana. Marx parla esplicitamente a riguardo di un mondo a testa in giù, il mondo di Hegel che faceva discendere lo realtà dalla razionalità dello Spirito, quando ad opinione del nostro, era esattamente il contrario. Il contrario è ciò che scaturisce dall’applicazione simmetrico-meccanico dell’antitesi e così il mondo a testa in giù di Hegel (dall’Idea al Reale) viene capovolto o ripristinato nella sua geometria naturale che secondo Marx è quella che dal Reale, porta all’Idea e non certo il contrario.

Questo impianto ha due problemi che sono comunque meno di quelli che aveva l’impianto idealista. Il primo è che risale a più di 150 anni fa, una anzianità di pensiero che non fa tradizione, ma solo pensiero relativo a un diverso contesto. Un secolo e mezzo fa, ancor giovane era il pensiero storico, appena nate o in via di formazione le scienze antropologiche, sociologiche, psicologiche, archeologiche, evolutive. Nulla si sapeva di scienze cognitive, il pensiero economico si basava su una serie storica assai corta, poco o nulla si sapeva del resto del mondo e quando lo si sapeva o si riteneva di saperlo (ad esempio i giudizi di Hegel ripresi intatti da Marx relativamente il dispotismo orientale), si pensavano giudizi privi di tridimensionalità, profondità temporale e assai meno fondati di quelli di oggi.

Il secondo problema deriva da questo primo ed è il cuore della faccenda. I rapporti tra reale ed ideale sono molto più complessi di quanto pensato da Hegel e contro-pensato da Marx, anche se la forma più meccanico-dogmatica del materialismo storico la si deve, come al solito, a  Engels. Innanzitutto non tutto il reale è anche razionale, anzi il pensiero umano ha proprio la funzione di razionalizzare la gran confusione che vige nella trama della realtà. A sua volta il mondo delle idee non è una libera collezione di episodi del pensato, ma tende a formare sistemi, immagini di mondo coerenti, logiche autoconsistenti. I regolamenti del pensiero svolgono la funzione di grammatica entro la quale qualcosa può essere pensato, dandone cause anche quando non si conoscono, ipotizzandone effetti anche quando questi vengono tratti da presupposti infondati. Deduzione, induzione ed abduzione governano la produzione delle idee da idee o da fatti a incrementali tassi di ricchezza del pensato ma anche della sua incertezza ed improbabilità. Questioni come le tradizioni logiche, gli assetti prevalenti di compatibilità tra i nostri consci ed i nostri inconsci, il pensiero ereditato, lo sviluppo dell’ammesso e del non concepito nel laboratorio filosofico ( e di ogni reparto teorico delle singole discipline in cui si organizza il nostro sapere), danno i limiti entro i quali qualcosa può esser pensato o ritenuto pensabile. Per non parlare poi del giudizio di verità che è sempre dipendente da un preciso taglio di realtà che l’ontologia, incontrollata, produce ex ante. Quando una idea giunge a candidarsi come pensabile (come possibile, attraente o vera) deve fare i conti con i sistemi di pensiero vigenti, deve aggiustarsi per poter essere connessa al sistema generale che vige nelle nostre teste, un sistema in cui già esistono autostrade, sensi unici, strade senza uscita. Esistono quindi idee e sistemi di idee. Mentre le prime hanno forse una natura simile a quella ipotizzata nel materialismo storico, i secondi hanno una propria storia, in genere molto più lunga e complessa di quella che ne pretenderebbe la lettura come semplice copia ideale della trama reale, oltretutto uniformata dalle relazioni socio-economiche.

La Teoria generale quindi, è un intermedio tra ideale e Reale e gode di vita propria, è influenzata e influenza la produzione di realtà ma non ne è esclusivamente determinata. Le teorie generali, le immagini di mondo nell’ambito dell’economia politica della ultima modernità, quella dell’ultimo secolo e mezzo, sono due: quella liberale e quella marxista.

  1. La Teoria generale liberale

Caratteristica intrinseca di questa tradizione è l’esser costituita più di fatti reali, di pratiche, di azioni concrete, che di teoria. Nel mentre l’Inghilterra della fine del XVII° secolo si avviava a manifestarsi come il processo storico reale che avrebbe poi rappresentato i parametri della modernità, del capitalismo e del sistema politico parlamentare, la elaborazione teorica di sostegno fu assai contenuta. Nei due Trattati sul governo di Locke, tolto il primo che riferisce di una polemica molto locale (nello spazio e nel tempo) quindi assai poco interessante, il secondo serve più o meno “solo” ad inserire la proprietà privata nello stato di natura hobbesiano. Newton apporta certo del suo, nella epistemologia e nella fondazione della moderna scienza. De Mandeville scrive un libello polemico, che suscita invero grande interesse, ma che non ha una costituzione teorica fondativa tant’è che, sebbene sia nei fatti l’anticipo programmatico dell’opera di A. Smith che uscirà sei/sette decenni dopo, dai più non è conosciuta. La stessa Ricchezza delle nazioni, per gran parte, si riferisce a cose che già sono, non è un puro pensiero in avanti, ma il riquadro sistemico di cose che già avvengono, frammiste ad altre che ne rallentano l’affermazione. Si potrebbe dire che l’opera di Smith, ha proprio il compito di ripulire la concezione del libero mercato impersonale, da quella personale che ne aveva quel mercantilismo che univa nello stesso interesse, monarchi e operatori economici più commerciali che produttivi.

La teoria liberale anglosassone che è poi tra quelle liberali l’unica significativa, diverge presto l’economia dalla politica. L’essenziale è nell’economia che allarga e precisa le sue concezioni con Ricardo ed altri, la politica assume in fretta il paradigma utilitarista di Bentham e Mill e si divide in due riflessi, uno più conservatore à al Burke, l’altro più progressista, alla Stuart Mill. Si potrebbe dire che è proprio questo fatto che Marx legge in diretta, elaborando la concezione storico materialistica. La concezione storico materialistica è il non detto alla base della teoria liberale moderna. Pensare che il mondo è da sempre ordinato dall’economia è una proprietà marxiana, che lo sia e lo debba essere nella modernità, è la proprietà liberale. Per questo i liberali sono così poco teorici, le determinazioni essenziali sono prese dal mondo dei fatti, dei fatti economici nello specifico, il resto sono razionalizzazioni, proiezioni nel pensiero, commento trafelato alla riconcorsa delle prassi.

Gran confusione invece nel continente. Qui l’idealismo continua ad imperversare e simmetricamente ma al contrario, si producono molte più idee e discorsi che fatti. Sembra quasi che nel continente, si abbia bisogno di questo mondo delle idee da elaborare, proprio per cercar di razionalizzare fatti che non si controllano. E’ proprio questo il sintono di come la nuova forma del capitalismo politico moderno[1], non sia una forma autoctona del continente, ma una forma che in base alla sua forza di produzione di una nuova  realtà, prorompe dall’isola britannica, creando problemi di razionalizzazione nell’immagine di mondo di un continente che ha tutt’altre tradizioni di produzione, di società e di pensiero.  In effetti, il capitalismo penetra nell’Europa del XVIII° e XIX° secolo con la forza dei fatti non certo delle idee e lo fa incontrando una diffusa, passiva, resistenza. L’aristocrazia e il pensiero cristiano che sono costituzionalmente anti-liberali ed anti-capitalistici resistono a lungo. Una diversa tradizione di pensiero e di comunità sociale, fa comparire in Europa quella sinistra che si oppone tanto all’Ancien Régime che alle nuove suggestioni dell’economia della nuova borghesia.  Aristocratici, clero, cristiano cattolici, contadini, operai ed una media borghesia che ha ancora tradizioni latine, barbaro continentali e greche, si agitano producendo idee, mentre l’inesorabile mondo dei fatti, pur tra mille impedimenti e contraddizioni che si scioglieranno solo con le successive due guerre mondiali, è colonizzato dal nuovo sistema di produzione e dalla forza con cui questo agisce sulla società, quindi sulla sua gestione politica. Il mondo delle idee continentali diventa patria di un liberalismo politico alla Constant, Montesquieu, Toqueville e filosofico con Kant ed Humboldt. Più tardi, molto più tardi, si connettono gli italiani con Croce, gli austriaci con Popper e von Hayek. Ma mentre i continentali se la discutono di sopra e di sotto, ignorando in genere il fatto economico e concentrandosi su quello politico-filosofico, i britannici autentici storico-materialisti edificano il più grande impero della storia, innovano la tecnica e la scienza, costruiscono il modello base della moderna società ordinata dal mercato, dominano la macchina economica con la loro moneta, sviluppando la vera essenza di ciò che indifferentemente possiamo chiamare modernità, capitalismo o società liberale di mercato.

La Teoria generale liberale, completa in tutte le determinazioni non c’è in forma scritta, c’è nella prassi di stati nazione prima europei, poi statunitensi, ordinati dal libero mercato. La struttura e la sovrastruttura vibrano consonanti, agli ordini del principio economico, coadiuvato da quello politico e da quello militare, riflesso in quello culturale che si fa scienza per potenziarne il motore logico-induttivo, le prestazioni tecniche, la continua produzione di innovazione.

  1. La Teoria generale antitetica: il marxismo.

Il marxismo discende seguendo i rivoli di diverse interpretazioni, dalle idee di Marx-Engels e dai fatti del neo-costituendo movimento operaio. Quanto alle idee, è noto che Marx si esprimesse in termini di “modo di produzione borghese” e non di capitalismo, che è un termine dei primi del ‘900. Un termine che reifica un sistema economico e non un sistema sociale che si riflette nell’economico. Marx ne fa una questione di classe ma i marxisti non si avvedono di un fatto storico che dà diversa profondità a questo assunto. La classe dominante è sempre esistita, sempre cioè da quando esistono le società complesse, ovvero da ottomila anni. E’ stata spesso una etnia a dominio di altre, una età (gli anziani) a dominio delle altre, una genere (i maschi) a dominio dell’altro (le femmine). Queste prime affermazioni poi generavano tradizione di potere trasmesso lungo le vie delle generazioni di una o più famiglie.  E’ stata la classe dei sacerdoti che derivavano il loro potere sulle immagini del mondo dalla precedente tradizione sciamanica ed è stata la classe dei guerrieri e degli eroi che scaturivano dalla professionalizzazione degli eserciti nella continua guerra di tutti contro tutti. Con termine novecentesco le si potrebbero definire élite.

Le élite di 5000 anni fa ad esempio, erano tali perché possedevano il cavallo, che nulla entrava col modo di produzione. Gli indoeuropei attaccavano rubavano e razziavano ed erano incontrastabili perché più forti, intenzionati e cattivi, non possedevano alcun mezzo di produzione, semmai di locomozione. Spesso erano bilanciati da una potente classe sacerdotale custode della Teoria generale del mondo, una dotazione di potenza che modificò nel profondo, dal linguaggio all’immaginario, l’immagine di mondo delle popolazioni dominate e il loro stesso modo di ordinarsi. Le classi dominanti dell’Antica Roma furono spesso di origine militare, quelle del Medioevo di nuovo militari ma sormontate dal potere decisivo dell’immagine del mondo religiosa. Nei fatti, la regia di tutti i giochi sociali, la Teoria generale del Medioevo, era religiosa. Sin dall’Antica Grecia, poteva capitare che si insinuasse del “politico” al vertice della piramide sociale. Questo “politico” era quasi sempre un guerriero sceso da cavallo poiché, come chiosano i cinesi: “gli imperi si conquistano a cavallo ma si governano scendendo”.

L’ossessione dei marxisti per la borghesia e la teoria per la quale essi deriverebbero il loro potere dal possesso dei mezzi di produzione, incorniciata nella meccanica hegeliana, porta a produrre in positivo l’idea che l’emancipazione passi per l’esproprio dei mezzi di produzione. Questa simmetria è sbagliata. Sarebbe come dire che il Papa deriva il suo potere da quel bastone ricurvo che è il pastorale e quindi dotandoci di pastorale, possiamo tutti essere Papa. La borghesia moderna, preesiste il modo di produzione, poiché nacque commerciale, dai mercati accanto alle chiese sperse nelle disabitate campagne dell’anno 1000, intorno a cui si formarono i primi centri abitati che poi si chiamarono “borghi” dando così nome alla classe sociale che in essi andò ad abitare e lavorare, un lavoro fatto di fiere e mercati come ci raccontarono Weber e Braudel che vennero dopo Marx. Solo sette secoli dopo, si misero a produrre su base sistematica, innovando la funzione del capitale al servizio della fabbrica e trasformando la servitù involontaria in quella servitù volontaria che è il lavoro salariato. E’ chiaro che un cambiamento delle società produrrà una diversa forma economica ma la via di relazione tra le due non è così diretta come hanno pensato gli hegelo-marxisti, soprattutto nel senso inverso. Non è cambiando la forma economica che si produce nuova società.

Una altra idea sbagliata è quella che si ha sul capitalismo. Se per capitalismo s’intende una meccanica per la quale all’inizio di un processo economico si immette un capitale C1 e dopo il processo economico, che sia di scambio di cose esistenti o creazione delle stesse, si ha un capitale arricchito C2 , beh, questa meccanica esiste addirittura da prima dell’invenzione della moneta poiché essendo il valore soggettivo, scambiare una cosa che si ha con una che non si ha include il giudizio di diverso valore, di valore + che la cosa ottenuta ha rispetto a quella che si è data via. Quanto ad accumulazione poi, non è che i Re della profonda antichità fossero dei puritani e il mitico “tesoro” è un arredo costante di ogni mitologia passata. Lo sfruttamento più o meno schiavista dell’uomo sull’uomo è anch’esso molto antico.

Nei fatti del registro storico la vera dicotomia di fondo è quella che Aristotele sintetizzava nelle categorie dei Pochi e dei Molti. Aristocrazia, oligarchia e democrazia degenerata, sono forme diversamente giustificate dell’assetto standard per il quale Pochi dominano i Molti. Tale dominio si rende possibile in ragione di quattro fatti: la tradizione, la ricchezza, la forza, il possesso di immagini del mondo in grado di ordinare la vita sociale.  Spesso i Pochi, sono dotati di tutte e quattro più una quinta che di solito non viene notata: il tempo. E’ il tempo che permette di familiarizzare con le idee e le loro forme connesse in sistemi e sono queste idee e le immagini del mondo che vanno a sostenere la forza del dominio. Un dominio quasi riconosciuto spontaneamente a chi sa parlare chiaro, perché pensa chiaro, sa del mondo o del Tutto (che poi è lo stesso). Socialmente, il sapere cosa fare, quando e quanto, dove, come, da il potere poiché la società non è un ente intenzionale, non è un individuo pensante ma la composizione di una unione di pensanti frammentati. Pensanti che arrivano a concepire il loro interesse come interesse generale quando è ovvio che l’interesse generale non potrà mai essere l’interesse di Uno condiviso da Tutti e che altresì non si compone per sommatoria, né per mediazione degli specifici interessi particolari. La Teoria generale e i suoi sacerdoti, assumono allora il ruolo di pensiero del meta individuo collettivo, è il pensiero in comune che orienta l’azione in comune ed è quel “bene comune” che il singolo individuo non è in grado lucidamente, di pensare.  E’ questa la Teoria generale dominante, sempre ed invariabilmente, nella mani ed al servizio del potere che i Pochi hanno su i Molti.

L’emancipazione proviene più dal possesso del proprio tempo (soddisfatti i bisogni primari) che dal possesso dei mezzi di produzione, perché è il tempo che permette il pensiero ed è il pensiero a guidare l’azione, anche quella politica. L’unica in grado di cambiare i rapporti di forza.

4) Per una nuova Teoria generale.

Le due Teorie generali, quella liberale e quella marxista, sono entrambe ordinate da una precisa scelta di principio, il principio economico. Oggi in Occidente, la priorità è quella di avviare il percorso di formulazione collettiva di una nuova Teoria generale. Lo è perché siamo in presenza di una potente frattura storica che separa violentemente ciò che il mondo era ed è stato fino a pochi anni fa, da ciò che il mondo è e sempre più sarà nell’immediato futuro. Ragioni demografiche, quindi geopolitiche, il problema delle risorse e il suo fratello gemello della compatibilità ambientale, l’insostenibilità del modo occidentale di produzione oggi divenuto mondiale e il divieto categorico che dobbiamo imporci di non pensare di poter forzare i passaggi storici – adattivi con le guerre, c’impongono di trovare le soluzioni in passaggi angusti e con poco tempo a disposizione. Soluzioni del tutto nuove, fuori dalle tradizioni perché siamo in tempi rivoluzionari, con poco margini e praticamente niente tempo e soprattutto fuori della tradizione economica sviluppata nel lungo periodo in cui siamo stati padroni di un mondo che oggi dividiamo in condominio. Soluzioni sistemiche perché la cifra della contemporaneità è l’estrema complessità delle tante cose tra loro intrecciate (cum-plexus), inserite in un sistema fatto di sistemi ambientato in uno spazio non vuoto. Uno “spazio non vuoto” è un contesto, la culla di ogni evento. Una richiesta difficile, ma ineludibile perché ci proviene dalla Realtà che in quanto ad imperativi categorici, non ammette dilazioni, distrazioni, sordità e cecità di comodo.

La tradizione filosofica recente, ci gioca contro perché ha posto un divieto a priori del poter e dover produrre pensiero sistematizzato, pregiudicato di essere “volontà di potenza” sotto mentite spoglie. Tutto è frammento, le immagini del mondo sono puzzle ritornati allo stadio di collezione incoerente e disordinata di tasselli. Su questi tasselli si esercita il feedback delle specializzazioni sulle quali si formano la caste pensanti. Siamo un Medioevo del pensiero fatto di litigiosi signorotti locali che ci strattonano con le loro pseudo-verità economiche, politiche, culturali, religiose, ognuna di esse a loro volta frazionate in feudi disciplinari ed orticelli di vaga opinione sul particolare. Il pensiero occidentale è leibniziano, ma a differenza delle monadi senza porte, né finestre, non ha alcun riflesso del generale al suo interno.

Così il nostro mondo viene ordinato dall’inerzia. Una inerzia storica che per l’Occidente ha un sottostante assai poco nobile fatto di imperialismo, colonialismo, ruberie, sopraffazioni, elitismo, sfruttamento indiscriminato di cose e persone, di natura organica ed inorganica, di desideri, bisogni inevasi o coartati e di speranze irrealizzate, il tutto vivendo all’ombra dell’ordinatore economico e dell’eterno principio di gerarchia. Questi non sono fatti morali, prima ancora sono fatti funzionali, cioè, il nostro modo di vivere all’ombra del principio economico non avrebbe funzionato senza di questi sottostanti. Su questo mondo reale taciuto, si ergono le costruzioni delle parole e dei concetti nobilitanti: il mercato, la libertà. La Teoria critica assolve a volte il compito di renderle meno certe e meno assolute ma non le scalza dal dominio perché abbiamo “bisogno” di credere in qualcosa che guidi la nostra vita nel mondo. La prassi politica derivata dai marxismi è sterile. Non crea alcun mondo nuovo, non funziona, ha anche prodotto sebbene non direttamente (ma la sua incompletezza fu complice del suo disastro) forme storico-politiche del tutto indesiderabili. Al massimo riesce appena in parte a mitigare le punte più aspre ed eccessive del dominio dei Pochi, ma non riesce ad invertirne la forma verticale in orizzontale. Nata negli altiforni della Rivoluzione industriale, essa è cieca di fronte all’eccesso di produzione e ricade compulsivamente in sistematici eccessi di economicismo che oggi stanno producendo anche quelle bizzarre figure che sono gli antagonisti monetari, strana specie di critici-critici che scambiano il potere col pastorale, il fatto col suo simbolo. Dove è cessata (Russia) ha prodotto capitalismo oligarchico, dove è nominalmente sopravvissuta (Cina) si è convertita ad un capitalismo elitista.

Riprendiamo il cammino dell’emancipazione dell’uomo dalle sue minorità, dando il giusto peso al consesso umano che chiamiamo società, vita in comune, sistema adattivo che l’uomo deriva dai primati e questi da specie evolutivamente ancor più antiche. Come stare assieme con equità e giustizia, come stare assieme dopo il lungo dominio dell’economia come ordinatore delle nostre vite singole e collettive, come stare assieme noi popoli dominanti con quelli che fino a ieri e spesso ancora oggi dominiamo, ancora fondando il nostro benessere sul loro malessere ? Come riprendere il lento progresso delle forze che s’aggrappano all’ordine verticale per farlo oscillare e portarlo a geometrie più orizzontali ? Che fare dello Stato e della nazione, una costruzione sistemica nata assieme (in fisica si direbbe entangled, nata nella gemellarità) al capitalismo ed alla modernità ? Che fare delle società basate sul lavoro ora che ce ne sarà sempre meno e non per colpa dei neoliberisti ? Come e con chi fondare un Occidente discontinuo rispetto alla sua storia di violento sopruso e sopraffazione ? Come liberare tempo per ridurre la schiavitù mentale che è la prima forma di liberazione che dobbiamo propagare?

La Teoria generale dominante è prassificata, impera tacendo i suoi poco nobili sottostanti necessari (ingiusti certo ma più che altro oggi non più riproducibili), perdura nella fallacia di Hume che deriva il dover essere da ciò che sino ad oggi è stato rimanendo cieca di fronte alle discontinuità profonde che segnano la nostra epoca. La Teoria generale antagonista vorrebbe invertire i rapporti di potere, invertendo quelli che vigono nel fatto economico ma scambiando la natura causata di questi ultimi, in natura causante non fa che riprodurre la gerarchia dei Pochi su i Molti, sebbene i primi si presentino nelle nuove vesti di “liberatori del popolo”. Nessun processo di liberazione o emancipazione è delegabile. Mai.

Una nuova Teoria generale deve a nostro avviso, riprendere le categorie dei Pochi e dei Molti e domandarsi daccapo, qual è l’origine che fonda questa differenza tanto antica quanto storica, passibile cioè di cambiamento. Dei due assi che disegnano l’ambito di possibilità dell’Essere, lo spazio e il tempo, abbiamo appena indagato il primo ma molto poco il secondo. Le nostre biblioteche straripano di Sein (Essere) ma scarseggiano di Zeit (Tempo). Iniziare ad uscire dalle nostre minorità ed al contempo dare risposta all’impellenza della sostituzione del principio economico con il quale abbiamo ordinato le nostre società negli ultimi secoli, significa archiviare definitivamente il sacerdote con il suo dio, il comandante con la sua spada, il capitalista col suo mercato e concentrarci sull’uomo proprietario del suo tempo, personale, sociale e storico. Un uomo sociale con il tempo per pensare chi è e cosa vuole veramente, comunicandolo all’Altro al fine di giungere per sintesi successive, ad una nuova Teoria generale condivisa. Una prassi che non può che essere politica nel senso della polis, che non può che essere democratica, nel senso del demos. Una Teoria che sia in contatto con il mondo del possibile e non con quello dell’Idea pura, ma che giunga dal pensiero e non dalla riproduzione acefala della contingenza.

Chi non possiede il proprio tempo non possiede la propria mente e chi non possiede la propria mente sarà sempre schiavo.


[1] Per capitalismo politico moderno s’intende la forma economica conosciuta come “capitalismo”, unita alla forma politica basata sul potere di un parlamento eletto da una base votante, più o meno ampia, più o meno consapevole. La forma economica capitalista è assai antica ma senza dubbio prese una consistenza ampia e complessa già a partire dall’Italia del ‘400, dalla Francia e dalle Province Unite. Quando arrivò in Inghilterra, unita alla forma politica del parlamento delle élite economiche che alle loro intenzioni subordinano cultura, religione e fatto militare, diventa sistema. Un sistema integrato che produce per via politica (giuridica, culturale e militare) le migliori condizioni di possibilità per lo sviluppo del fatto economico che è il principio che ordina il sistema integrato. Marx col suo sbrigativo “parlamento come camera d’affari della borghesia” e con l’assenza di una compiuta teoria dello Stato e i liberali con la rimozione sistematica del necessario ruolo del politico per favorire il funzionamento di qualsivoglia sistema economico, hanno cancellato la visibilità di questo motore essenziale del sistema. Un sistema che non è economico ma politico economico.

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IL COMPLETO E’ IL CONCRETO.

Pericle

M. Mauss[1] sosteneva che il concreto è il completo. Cosa è il completo ? Potremmo dire che il completo è la descrizione più vasta e precisa si possa fare di ciò di cui parliamo. La cosa di cui parliamo è sempre composta di parti interagenti, è sempre immersa in un contesto, ha sempre una storia, quindi un tempo ed ha un probabile problema di adattamento al divenire. La completezza quindi ha dimensioni complesse sia spaziali, sia temporali.

La tradizione culturale moderna congiura contro questo rispetto della completezza. Da Descartes in poi, è tutto uno spezzettare, dividere, ridurre, il completo dato per inosservabile ed inconoscibile nella sua complessità, deve potere essere frazionato sino ad arrivare a qualcosa che stia, docile e preferibilmente immobile, sotto le incerte diottrie del nostro sguardo. L’ideale sarebbe la monade leibniziana, atemporale, senza né porte, né finestre, senza connessioni.  L’istituzionalizzazione di questo divisionismo cognitivo, si compie pienamente da dopo A. Smith. Esaltato dalla produttività della fabbrica di spilli, lo scozzese, promuove l’attiva applicazione della divisione del lavoro anche nel campo del sapere, a cominciare dalla filosofia[2]. Nell’800 è tutto un fiorire di scoperte che progressivamente divisionalizzano la scienza, nella seconda metà del secolo, si specializza un nuovo settore, le “scienze umane”. Nello stesso periodo, il rigetto violento della presuntuosa costruzione totale operata dall’hegelismo, sancisce la divisionalizzazione anche del pensiero primo: la filosofia. Nel ‘900 anche il sapere deve fare i conti con i registri del paradigma dominante la nostra epoca: l’economia. Il sapere deve essere produttivo, le specializzazioni finalizzate ad un prodotto cognitivo quantificabile ed applicabile al processo di produzione, diventano il corso del sapere le cose, ognuno diventa tutor esperto di una frazione, di un segmento, di un puntino. La pixelizzazione dello sguardo cognitivo produce però un esito inatteso. Nata per scendere dall’empireo delle assunzioni generali, totalizzanti, vagamente e confusamente olistiche ad un più realistico piano “del ciò che può esser detto”, finisce con il trattare le cose che si osservano, come chiusi universi del particolare. A volte, la matematica porta a riprodurre esattamente gli stessi assurdi della logica alla base della Scolastica medioevale. Finisce in pratica con il riprodurre l’astratta vaghezza dalla quale ci si voleva emancipare. Si finisce cioè come chiosa A.Bloch, un umorista americano, in modo che: “Ad ogni domanda complessa, corrisponde una risposta semplice, diretta e sbagliata.”

Trasferendo la questione sul piano della politica, prendiamo in esame il tema –democrazia-. La prima cosa da sottolineare è l’assoluta indeterminatezza del termine. Occorre qui fare un confuciano zhengming[3], ovvero una rettificazione dei nomi, ovvero cercar di intenderci su quale sia il condiviso allineamento tra la parola e la cosa.

Chiamare infatti democrazia il sistema rappresentativo parlamentare inaugurato con la Gloriosa rivoluzione inglese della seconda metà del ‘600 è cadere in una assai dannosa confusione. L’origine del nome com’è noto è greca e com’è noto si riferisce a determinati sistemi politici in auge in alcune poleis del V° secolo a.c.   Non possiamo qui entrare nei dettagli delle differenze tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni. Dobbiamo limitarci al punto primo ed il punto primo è la differenza tra decisione politica proprietaria o delegata. Questi, sono due mondi incommensurabili per molte ragioni che di solito, manchevolmente, non vengono approfondite.

La democrazia è un concetto velocemente riesumato di recente, forse in reazione a quell’offensiva delle élite che conosciamo come neoliberismo. Nessuno si è preoccupato di restaurarne i significati se non vagamente, ma la vaghezza in una epoca che sopporta al massimo i 140 caratteri è diventata una qualità. Pochi ad esempio hanno notato che non esiste una “teoria della democrazia” e che tutta la cultura classica, il pensiero ereditato, comunica il più profondo ribrezzo per questa forma a cominciare dal principe degli oligarchi del pensiero che piace anche a tanti comunisti (ci sono tanti comunisti elitisti a cominciare dai leninisti), cioè quel “divino Platone” inorridito dalla presunzione che i Molti potessero capire qualcosa di quel completo che era riservato ai Pochi. Se non all’Uno, cioè lui. Inutile trovare qualche parola di merito sulla democrazia da Cicerone a Polibio, figurarsi nel Medioevo ordinato dalla monarchia del Signore. Tra Hobbes e Locke si parla sì della legittimità del potere ma per gli inglesi, democrazia è un concetto che non esiste. Sono i continentali, ed in particolare i francesi a riesumare il termine per abbellire il sistema anglosassone adottato come sostiene B. Constant, per necessità logistiche. Quali ? Lo spazio ad esempio. Bella la democrazia delle poleis classiche, ma nell’Europa dell’800 non c’erano poleis ma stati nazione, in più i greci avevano gli schiavi. Nel sistema moderno c’è stata la redistribuzione della schiavitù, detta lavoro, per cui dove si trova il tempo per chiacchierare nell’agorà e nei convivi e spendere tutto quel tempo per informarsi, conoscere, conversare, dibattere, votare sempre su tutto ? Ne esce la decisione implicita di considerare lo stato nazione come un ente dato, immodificabile, dovuto e l’accettazione del principio di delega. L’atto politico partecipativo, la voce del popolo, la manifestazione della libertà avverrà saltuariamente, “un momento di libertà ogni quattro anni” come disse Rousseau. La libertà di scegliere le élite tra loro in competizione, quella che più ci piace, come sostenne Schumpeter. Democrazia?

Ora qui tocca mettersi d’accordo. O ci vanno bene i grandi territori e la centralizzazione delle decisioni politiche in una condizione di massa di tempo sequestrato dal dovere produttivo ed allora per favore, facciamo riposare il nobile termine nell’archeologia dei concetti o se il concetto ci piace, allora ci tocca riflettere su il necessario riorientamento gestaltico dello spazio e del tempo in cui dovrebbe esercitarsi la democrazia. Quello che non si può fare senza procurare dispiaceri a Confucio e Foucault[4] è parlare di una cosa, ovvero il sistema dei grandi territori formati a lor tempo dai monarchi per incamerare tasse per pagare soldati da impiegare in guerre di potenza, delle élite centralizzate delegate su base di preferenza vaga, usando la parola sbagliata. Questo sistema è strutturalmente oligarchico, chiamarlo democratico è contro natura e contro la logica.

Per pensare democrazia, dobbiamo farci le scomode domande: “in quale spazio?”, e quella che è anche peggio “dedicando quale tempo?”.

Sul tempo. Senza “sapere le cose” è improprio immaginarsi una democrazia. Se le opinioni non sono fondate, se non è chiara la catena delle conseguenze delle decisioni, se si pensa che democrazia sia solo collezione delle espressione dei bisogni individuali chi poi metterà tutto insieme in quel completo che è il concreto ? Le élite. Se si vuole democrazia, ci vuole democrazia in primis nella conoscenza, tempo per conoscere, tempo per discutere e dibattere, scambiarsi significati e cambiare opinioni o crearne assieme di terze. Decidere su tutto comporta sapere del tutto. Sappiamo tutti di noi individualmente intesi, ma sappiamo poco del noi collettivo, del bene della comunità.

E’ bene sapere che la democrazia contende al riposo, a gli affetti ed al lavoro il tempo che per noi umani è biologicamente un ente finito. Se il riposo è già ampiamente compresso e gli affetti già ampiamente subordinati è al lavoro che bisogna rivolgersi. In effetti è lì  la chiave del sistema, tenerci occupati per quasi 10 ore al giorno di modo che mente, volontà ed intelligenza siano così docili, da chiedere solo svago e vedano la politica come un fastidio da subappaltare a qualche elitista di successo (parla bene, dice le cose giuste, è simpatico, è bello, è furbo, quello sì che sa come si fa, è dalla mia parte, è come un padre etc.) l’incombenza politica. E’ curioso vedere come le sinapsi non si colleghino. Diciamo che vogliamo uscire dalla società capitalista e lavoriamo ancora come un secolo fa, con incrementi tali di produttività che basterebbero 3 ore di lavoro al giorno per produrre tutto ciò che serve. In più notiamo che poi tutto questo lavoro in Occidente non c’è, notiamo aumentare la disoccupazione strutturale e che facciamo: chiediamo più lavoro! In Italia si lavora annualmente circa 3/400 ore più che in Germania ed Olanda. Ci vuole uno scienziato forse che ci dica che siamo destinati a lavorare fortunatamente sempre meno e che quindi il lavoro va redistribuito di continuo ? Ce l’abbiamo, è J.M.Keynes[5], ma evidentemente non basta. Poi servirebbe il concetto di –tempo- anche per sviluppare il progetto di una democrazia. La democrazia non è cosa che non c’è – c’è, come quasi tutte le cose è un processo, un processo di emancipazione lungo e difficile, una di quelle cose che ahinoi dovrebbe fare i conti con la storia.  Senza affondare la riflessione della democrazia nelle condizioni di possibilità del tempo, facciamo metafisica, parliamo della cosa senza la sua possibilità, parliamo del particolare senza la sua completezza, siamo l’opposto della concretezza, rimaniamo nel tiepido purgatorio dell’astrattezza.

Sullo spazio. E’ noto che la democrazia è vincolata allo spazio, ce lo disse Aristotele[6] facendoci capire qual è la dimensione comunitaria ideale che riesce ad autosostenersi pur avendo ampie interrelazioni di scambio con le altre. Ce lo dice la storia dell’istituto che tra cosacchi, tribù dei nativi indiani, comunità indiane, comuni italiani e le solite poleis, ci dice che per avere democrazia deve esserci contatto fisico con ciò di cui la politica di occupa e contatto fisico tra democratici[7]. Questo è necessario per lo scambio delle idee e dei saperi e per far vertere queste interrelazioni intorno ad una verificabile reputazione senza la quale la parole prendono un corso, i comportamenti un altro. Il grande spazio, invece, non può che portare alla delega. Della recente riscoperta della categoria democratica fa seguito anche l’istituto dei beni comuni, istituto terzo tra la proprietà privata e quella pubblica dello stato nazione. Movimenti vari, ecologisti, decrescisti, nuove economie, financo nuove forme monetarie e un vago nuovo Rinascimento della partecipazione politica vertono di nuovo sul “locale”. Si va bene, ma che facciamo ci chiudiamo tutti nei municipi in un pianeta di 7 miliardi di abitanti che ci viene addosso con tutti i problemi economico-finanziari globali, ambientali, alimentari, militari ? Questa reazione mostra della nostra pigrizia mentale. Se dividete l’Italia in comunità di 500.000 individui ne potreste contare 120. In quelle comunità avreste poco meno di 400.000 persone con diritto di partecipazione e voto su tante cose. Sarebbero poco più di dieci volte la comunità ateniese, ma con le nuove tecnologia di telecomunicazione e trasporto, frazionando la partecipazione in forme ulteriormente locali, può essere un ottimo inizio, l’inizio di un processo di ri-territorializzazione della politica. Si potrebbero fare consigli direttamente gestiti e controllati dall’incrocio tra partecipazione attiva e controllo della minima delega con rinnovi frequenti, possibilità di fare esperimenti come l’estrazione a sorte, la non rieleggibilità, la revoca immediata dei mandati traditi. Le comunità democratiche italiane potrebbero poi avere il loro parlamento nazionale (5 eletti per comunità fanno un parlamento di 600 deputati, 30 meno degli attuali), si dovrebbe certo suddividere poteri, argomenti e compiti tra centrale e locale, ma senza questa nuova geografia politica come altrimenti si pensa di fare democrazia in una istituzione quale lo stato nazione, nato dalle élite? E perché non immaginarci una Federazione delle Comunità Democratiche Europee? In Eurozona ce ne sarebbero 660, dalla più piccola che è Malta (con un delegato) o Cipro (con due delegati) alla Germania (che avrebbe 160 delegati) ognuna con i propri consiglieri nel consiglio federale. Un consiglio delle comunità, non delle nazioni. Non è questa la strada più breve per l’Europa dei popoli, o pensiamo di poterla costruire con piramidi di delegati originate dallo stato-nazione oligarchico ?  

Oggi come ci sono anticapitalisti che chiedono “più lavoro!”, ce ne sono anche che inaspettatamente chiedono “più nazione!” oltre a quelli che da sempre chiedono “più stato!”. Certo si comprende il riflesso, quando c’è chi allo stato oppone il mercato ed alla nazione oppone il governo mondiale (degli USA? delle élite? delle multinazionali e della banche?) o lo sgoverno dei flussi monetari. Però dovremmo cercare di emanciparci da quel riflesso compulsivo originato dalla falsa guida della logica hegeliana, che ci porta a difendere quello che gli altri attaccano, solo perché lo attaccano. Occorrerebbe forse il kantiano coraggio di pensare con la propria testa (che per molti è un abisso insondabile e pauroso) e cominciare ad immaginarci il mondo che vogliamo, un mondo che funziona e non che si compone di simmetrico-contrari (un mondo di antitesi meccaniche è un anti-mondo, un mondo impossibile) rispetto al discorso egemone. Questo è il concreto, declinare cosa pensiamo della democrazia, cosa comporta ordinarci rispetto ad un paradigma politico e non più rispetto a quello che ci ha fatto “moderni”, cioè l’economico. Cosa comporta democrazia in termini di spazio e di tempo. Cosa si porta appresso in economia, in finanza, in cultura, pensare il nuovo come completo, perché sia concreto. Rivedere quanto tempo siamo in condizione di dedicare alla cosa politica e in quale spazio ciò sarebbe possibile. La democrazia non è un universale incondizionato, richiede condizioni di possibilità senza le quali la parola diverge dalla cosa. Irrimediabilmente.  

La prima emancipazione è quella personale, l’emancipazione dalle idee compulsive, dalle idee semplici e dirette, dalle idee non concrete perché non complete, da quelle che si limitano a correggere, da quelle che valgono solo se sono possibili ora, domattina, presto!. Dalle idee semplici e dalle idee che hanno fretta.

Il nostro modo di stare al mondo dovrebbe esser ripensato in maniera radicale, cioè in modo completo, per darci un futuro concreto e possibilmente migliore, ma prima ancora, semplicemente –possibile-.

 


[1] M.Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002, pg.136

[2] A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino, 1996, ppgg. 87-88

[3] I quattro libri di Confucio, UTET, Torino, 2003; Dialoghi, Libro VII, capitolo XIII, 305;

[4] M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 1998

[5] J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, in Sono un liberale? Adelphi, Milano, 2010

[6] Aristotele, Politica, Laterza, Roma – Bari, 1983,Libro VII (H), 4-5,

[7] “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire che possiamo ascoltarci l’un l’altro. Noi siamo un colloquio, il che significa al contempo sempre: noi siamo un (solo) colloquio.” M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1971

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UNA REPUBBLICA AFFONDATA SUL LAVORO.

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Cos’è l’economia politica ? A. Smith[1] duecentotrentasei anni fa pensava fosse un ramo della scienza politica che si occupa di due cose: come mettere la popolazione in grado di procurarsi reddito per la sussistenza ( lavoro ), come mettere in grado lo stato di procurarsi un reddito per finanziare il servizio pubblico ( tasse ). Conclude l’acuto scozzese: “Essa si propone di arricchire sia il popolo che lo stato”. Ai tempi, Smith stava teorizzando, oggi dopo più di due secoli questa è la regole che fa da perno alla nostra convenzione sociale com’è dichiarato ad incipit della nostra scrittura costituzionale, nel fatidico Art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Visto che sul lavoro fondiamo la nostra res publica, ci domandiamo: come sta il lavoro ? La domanda impone una risposta articolata. Il lavoro, in Occidente, è oggetto di una serie di lente ma costanti trasformazioni le cui linee principali sono:

1)      A partire dagli anni ’70, si è vieppiù convertito lavoro industriale in lavoro nei servizi. Ciò venne accelerato dalla seconda globalizzazione per la quale i paesi ex-industriali perdono l’industria in favore degli emergenti e si trasferiscono su i servizi. Oggi le principali economie occidentali hanno un ripartizione media di un 2% di Pil in attività agricole, il 28% circa in attività industriali (ma per gli anglosassoni siamo ben sotto il 20%)  e il 70% circa in attività di servizi. A parte il fatto che non tutta la manodopera industriale è riciclabile nei servizi per ragioni di competenza, i servizi occupano per unità di fatturato, molte meno persone. L’esasperata concorrenza in un settore (i servizi) in cui spesso non ci sono veri vantaggi comparati, porta ad agire su i prezzi, tra cui il costo del lavoro. Impredicibilità del business e necessità di contenere i costi di produzione portano a forma di sottoccupazione, occupazione saltuaria, contratti atipici etc.

2)      Sempre a partire da dopo i fatidici ’70, la ricchezza delle nazioni ( delle nazioni occidentali ) è stata implementata più da attività finanziarie che non da economia tradizionale. Tra tutti i servizi, quelli bancario-assicurativi-finanziari, per unità di fatturato, sono quelli che richiedono minori teste all’opera.

3)      A partire dallo stesso periodo, inizia quel processo di inclusione planetaria in una rete di libero scambio tra mercati – nazioni che chiamiamo globalizzazione. Solo negli ultimi 20 anni, affluisce la Cina con il suo miliardo e quattrocento milioni di individui, l’intero ex blocco dell’Est europeo, ed in ordine sparso, l’intero Sud America sempre più scevro del controllo coatto che esercitavano  le potenze europee e nord americane e il sud est asiatico, enorme miniera di produzione a basso costo con regolamenti assenti o leggeri. Qui, come in Cina, India e Sud Corea, l’iniziale posizionamento sul solo costo del lavoro ha lasciato il campo ad un perdurante vantaggio costo ma con apporti tecnologici sempre più competitivi.

4)      Uno degli aspetti della formazione del grande mercato unico senza limiti è la nota propensione a dislocare le produzioni laddove il costo del lavoro è più conveniente o anche solo dove il costo di produzione ( fornitura di materie prime, energia, legislazione compiacente, bassa o nulla tassazione, logistica ) è foriero di profitto congruo e stabile.

5)      Da dopo la fine della Seconda guerra mondiale, lo sviluppo e commercializzazione delle nuove tecnologie dell’informazione e controllo e dei correlati saperi ( informatica, cibernetica, logistica e statistica ) hanno sostenuto un costante aumento della produttività, tanto maggiore quanto più si trasferiva lavoro e produzione dalla manifattura ai servizi.  Tale corso è ancora in impetuosa crescita e si annunciano ulteriori prossime novità anche dall’Artificial Intelligence, la robotica, le biotecnologie. Transazioni e processi prima uomo – uomo, poi uomo – macchina stanno vieppiù diventando macchina – macchina.

6)      Il punto 3) ( globalizzazione ) ha prodotto una forte pressione sulle risorse naturali, dal momento che il sistema produzione – consumo prima condensato nel primo mondo, si è esteso a tutti gli altri, per altro in meno di cinquanta anni. Tali pressioni provocano: a) innalzamento del costo delle materie e delle energie per lo sbilancio tra domanda – offerta; b) rarefazione delle scorte sino a scorgerne i limiti, per l’imponente lievitazione della domanda; c) tensioni geo-politiche alimentate dai divergenti interessi dei fornitori, dei produttori, dei sistemi nazionali basati sul consumo.

7)       In Occidente, da tempo ormai l’equilibrio reddito da lavoro – consumo adeguato al ritmo di una produzione sempre più produttiva, è passato dal limite e ben oltre il limite. Sintomi ne sono: a) l’effetto ruota del criceto per la quale si consuma ben più che nel recente passato, cose sostanzialmente inutili, impermanenti, insoddisfacenti; b) mancanza di un vero reddito adeguato alla pur dissennata spinta consumistica. Questa mancanza strutturale è stata compensata dalla generosa distribuzione di credito al consumo anticipando ormai di un decennio ipotetici futuri valori che sono tutti da confermare, generosa distribuzione di mutui, apertura del circo finanziario ai piccoli e medi risparmi che hanno vissuto una breve stagione di euforia, salvo poi subire ripetuti saccheggi da parte di quella accumulazione per espropriazione che D. Harvey ha ben descritto nei suoi recenti lavori[2].

8)      Una non registrata dinamica delle aspettative in rapporto alle concrete possibilità sta portando all’occupazione in lavori di bassa qualificazione di immigrati, mentre l’aristocrazia etnica dei paesi occidentali rimane in attesa della propria occasione, occasione conforme alla loro inutile preparazione di studio o anche solo tarata su aspettative da società del primo mondo.  La pubblicizzazione della nuova frontiera della “economia della conoscenza” scambia opportunità qualitative con problemi quantitativi, creando la più falsa delle aspettative.

9)      Inoltre, l’allungamento della vita media delle popolazioni occidentali, nella sola Europa è balzato dai 68 anni del 1950, a gli 80 attuali ( 82 in Italia ). Questo comporta la supposta necessità di allungare l’età da lavoro per non far saltare in aria i già molto precari conti delle varie previdenze pubbliche. Questo allungamento dell’età di lavoro, ostruisce l’entrata nel mercato da parte delle giovani generazioni.

10)   Infine, il secolo scorso, ogni fase di espansione è stata visibilmente  anticipata e sostenuta da spesa pubblica in deficit. Lo stato dei rapporti tra debito pubblico e disponibilità al finanziamento da parte dei mercati oggi ci priva del tutto di questa componente essenziale. La crisi generalizzata preme sulle aziende quotate a mantenere promesse di profitto che nel breve possono esser sostenute solo con tagli costanti al costo del lavoro.

Ciò che discende da queste schematiche considerazioni di scenario è la progressiva contrazione e trasformazione delle economie occidentali che porta con sé non tanto una trasformazione del lavoro, bensì la sua contrazione netta. Oggi dobbiamo nutrire i più profondi dubbi sull’ipotesi che sia possibile una “nuova crescita”, ma quando nel recente passato essa pur si manifestò ( circa un decennio fa ), lo fece con le inedite sembianze di “crescita senza occupazione”. Infatti, il vantaggio ricardiano della diade USA-Gb a capo del sistema occidentale, essendo posizionato sulla banco – finanza da una parte e le performance della high information and communication technology dall’altra, produce volume di Pil senza alcun vero progresso occupazionale.

Tali fatti sono ben noti a tutti, non da oggi e nel generico outline di una analisi che prendeva in esame solo i rendimenti crescenti da una parte e l’inesorabile aumento della produttività dall’altro, portarono già ottanta anni fa J.M.Keynes[3], a profetare per più o meno i “nostri tempi”, una giornata di lavoro non superiore alle 3 ore.  I punti riportati nella nostra breve disamina di cui ovviamente Keynes era ignaro, lo avrebbero forse mosso ad una profezia ancora più ristretta. In reazione al collasso del ’29, gli americani giunsero nel ’33 ad un passo dall’approvazione della Legge Black per una settimana lavorativa a 30 ore[4]. Poi ripiegarono sul deficit spending che risolse il problema solo con la guerra.

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Tra questa curva della vaporizzazione del lavoro e lo stabile immobilismo delle nostre consuetudini di organizzazione dello stesso, consuetudini che si riferiscono ancora agli accordi delle 8 ore quotidiane sancito nel 1919 e solo parzialmente alleggerito del sabato a partire dagli anni ’70, c’è la condizione attuale. Questa condizione prevede: a) una base occupata sulla quale l’offensiva ideologica del neo liberismo sta operando in senso de-regolatorio; b) una prima corona di mezzi occupati, sotto occupati, occupati saltuari, a chiamata, a fattura, in nero, per tappare i buchi che si formano tra nelle oscillazioni di produzione di un mercato sempre meno prevedibile e la cui condizione di incertezza è ormai ontologica ; c) una seconda corona di disoccupati speranzosi che ancora lasciano il segno nelle statistiche; d) una terza corona di disoccupati stabili che non coltivano più alcuna speranza, invisibili alle statistiche.

Dal momento che a) non si può credibilmente nutrire alcuna speranza di nuova crescita; b) qualora emergesse qualche curva ascensionale, la struttura delle nostre economie “avanzate” ci dice che tale curva apparterrebbe al genere “crescita senza occupazione”; c) tutti i punti citati ( 1 – 9 ),  sono in trend costante, cioè continueranno ad esprimersi come fenomeni duraturi e non reversibili ( allo stato attuale delle nostre conoscenze ) se ne deduce che l’evaporazione del lavoro non è un fenomeno contingente ma una condizione progressivamente continua, se non incrementale.

La miope pretesa neo liberale per la quale, i disoccupati sarebbero un fenomeno transitorio poiché la loro fame di lavoro permetterebbe un loro reimpiego a minor costo, è del tutto infondata. Primo perché molti di loro vengono espulsi da settori in progressiva smobilitazione o perché l’automazione è generalizzata ed irreversibile, secondo perché la concorrenza internazionale crea disoccupati qui e nuovi occupati a qualche decina di migliaia di chilometri ( dove è già pronta una affamata domanda locale ), terzo perché i profitti dei produttori vengono ormai reinvestiti nel circo finanziario che remunera di più, prima e se si è abili, anche a minor rischio e comunque con minore tassazione ( quando del tutto esenti poiché in circuiti off shore ), quarto perché la contrazione netta del lavoro in Occidente è ormai in un trend più che ventennale e l’attuale situazione economica e finanziaria a tutti ben nota, non lascia speranze per una improbabile ripresa che non si vede su cosa dovrebbe esser basata.

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Che fare ? Le linee di un possibile intervento sono solo tre.

A)     La prima è la linea che inventa un nuovo sbocco evolutivo. Secondo la Teoria standard della crescita ( ad esempio in Solow[5] ) il motore primo dello sviluppo economico è l’innovazione. Oggi questa innovazione è a portata di mano per necessità e possibilità. Si tratta dell’urgente riconversione dell’intero apparato produttivo al rispetto di standard dettati da considerazioni eco – logiche e della finitezza dei limiti planetari in termini di fornitura di materie prime ed energie. Internalizzazione di tutti i costi reali e tasse ambientali mirate, traslazione d’imposta tra settori secondo strategie pubbliche e concordate, possono ben finanziare questa riconversione.

B)      La seconda è la rimodulazione delle produzioni. Qui si va dalle proposte Gallino[6] con lo Stato fornitore di ultima istanza di lavoro per lo sviluppo di nuove politiche del territorio, alle nuove economie di decrescita. In mezzo, un affollato menù di interventi da calibrare in concerto, frazionando il lavoro, il reddito o l’ottenimento diretto di nuovi servizi o beni non monetari in nuove molteplici attività: reddito di cittadinanza, time banking, lavoro socialmente utile, assistenza alla popolazione, terzo settore, valute locali o virtuali, microcredito, formazione all’individuo, mercati di baratto. Qui possono fare molto nuove leggi e l’organizzazione, entrambe derivate da una nuova, lucida, volontà politica. Quanto ai soldi, la rimodulazioni delle produzioni si dovrà accompagnare ad una rimodulazione fiscale che abbia in target privilegiato le rendite e la compravendita finanziaria.

C)      I punti A + B dovranno recuperare parte del tempo perduto a far finta che il mondo non è e non stia, radicalmente cambiando. Ma anche portate da subito a regime e supposta una quanto mai improbabile adesione collettiva priva di resistenze da parte delle élite a quella che comunque è una profonda rivoluzione di paradigma, esse si riveleranno insufficienti se non riconsiderassimo nel profondo il ruolo del lavoro come perno principale su cui far ruotare, in equilibrio ondeggiante, la nostra trottola sociale. Questa profonda, necessaria, ineludibile ed urgente revisione ha per titolo la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Ci aspetta una revisione profonda con interventi certo progressivi ma continui, poiché il dislivello tra le attuali 8 ore e quanto realisticamente è possibile produrre dato lo scenario a cui andiamo incontro, non si quantifica in una o due ore. Inoltre occorrerà un meccanismo stabile che riconverta incrementi di produttività ( che continueranno inarrestabili ) in work time saving, sia con una legislazione centrale ma anche con una gestione periferica di accordi sulla flessibilità utile alle aziende e se normata decentemente, altrettanto utile ai lavoratori. Infine, andrà equiparata in qualche modo la condizione dei lavoratori a contratto , con quella di chi lavora da sé. Questa questione va posta con forza ai massimi livelli del dibattito politico, sociale, sindacale, economico poiché comporta una revisione con redistribuzione che sa di rivoluzione e che trascina con sé diverse modifiche dei quadri generali e strutturali, non solo qualche tassa in più[7].

Ma quest’ultima considerazione ci porta anche un inaspettata possibilità. Questo tempo recuperato all’imperativo de “il tempo è denaro”, è un capitale. Questo capitale va certo investito nella sfera privata dell’individuo assediato dai doveri ed a corto di piaceri affettivi e relazionali, ma una parte, va investita anche nella sfera pubblica, cioè politica. Senza partecipazione politica, senza alimentazione democratica di pensiero, dibattito, deliberazione congiunta, tutto ciò semplicemente non avverrà, nessuna transizione adattiva sarà possibile.

Se la nostra repubblica si fonda sul lavoro o diamo alla base di occupazione una nuova consistenza adeguata ai complessi tempi che ci tocca vivere o i piloni che reggono la nostra costruzione sociale e politica, affonderanno lentamente tra tensioni sociali, divaricazioni di classe, fughe politiche nella semplificazione, ripresa dell’aggressività tra nazioni e quindi una o più guerre. In fondo per tutto il “secolo breve” altro non si è fatto che onorare il principio per cui” la guerra è l’economia condotta con altri mezzi”.


[1] Introduzione al IV° capitolo della Ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 2006, pg.553

[2] D. Harvey, L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano, 2010

[4] J. Rifkin, La fine del lavoro, Mondadori, Milano, 2002 p. 61-64. Passata al Senato e nella commissione della Camera, un attimo prima della scontata approvazione alla Camera venne impugnata da Roosvelt.

[5] E. Helpman, Il mistero della crescita, Il Mulino, Bologna, 2008

[7] In A. Marchetti, Il tempo e il denaro, Franco Angeli, Milano, 2010 c’è una attenta valutazione comparativa della diversa conduzione del processo di riduzione dell’orario di lavoro, tra l’esperienza promossa da M. Aubry ( 1998 ) e l’esperienza tedesca che proprio coinvolgendo intellettuali, società civile, sindacati, lavoratori e forze politiche riuscì ad imporre alla locale Confindustria, riduzioni che poi divennero irreversibili.

Questo articolo è già uscito qui: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/8241-una-repubblica-affondata-sul-lavoro.html; e qui: https://solleviamoci.wordpress.com/2012/05/20/una-repubblica-affondata-sul-lavoro/

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I LIBERALI SONO SOCIOPATICI ? Fenomenologia dello Spirito barbaro.

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Incapacità di conformarsi alle norme sociali (e democratiche), disonestà (il soggetto mente e truffa gli altri), incapacità e rifiuto  a pianificare, aggressività, irresponsabilità verso gli altri, mancanza di rimorso”  è questa la breve descrizione del Disturbo Antisociale di Personalità (ADP in inglese). Una rapida carrellata mentale che include i principali “eroi” della banco finanza contemporanea (da Madoff  al CEO di Goldman Sachs L. Blankfein), piuttosto che i grandi corsari e pirati del ‘500 e del ‘600 ( da sir F. Drake a H. Morgan di cui non si sa se J. P. Morgan di Morgan Stanley possa dirsi legittimo discendente )  può dar corpo a questo idealtipo sociopatico.

2845906Nell’indagine condotta da R.Wilkinson e K.Pickett[1] collezionando e sovrapponendo tutti i database a loro disposizione emerge un quadro chiaro ed incontrovertibile del contenuto contradditorio delle società anglosassoni, quelle da cui proviene il codice utopico del moderno liberalismo, basato sull’antropologia dell’individualismo possessivo. USA e UK sono sistematicamente in testa, rispetto all’insieme dei paesi cosiddetti occidentali ( o a capitalismo di mercato, quindi includendo Giappone, Singapore ed Israele ) per i seguenti item: sfiducia verso il prossimo, minori percentuali di reddito devoluto a gli aiuti internazionali ( egoismo ), mobilità sociale, nonché più alte percentuali di popolazione che soffre di disturbi mentali, consumo di droghe, obesità, minori speranze di vita, disturbi del comportamento derivati da stress, gravidanze adolescenziali, omicidi, violenza e conflitti tra bambini, detenuti in carcere. Il tutto si interseca con la stabile leadership di questi due paesi quanto a diseguaglianza sociale e dei redditi (indice Gini). L’antropologo di riferimento di questi popoli – culture è quel T. Hobbes[2] per il quale la vita era: “solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve”, l’esatta descrizione della trama sociale della storia degli anglosassoni.

Sembra che gli anglosassoni abbiano un punto cieco nella loro vista cognitiva e questo punto cieco è la società. Dopo essersi massacrati l’un con l’altro per secoli, giunsero a dirsi una nazione, più sull’onda della reazione alla sconfitta della Guerra dei Cent’anni ed alla costituzione della Francia come primo stato nazione della storia occidentale, che per fermo convincimento. Pur limitati alla sola unione di Inghilterra e Galles (alla cooptazione violenta del Galles sotto il dominio inglese), rimasero assai bellicosi ed instabili, tanto da giungere nel 1642 ad una bella guerra civile. In seguito si sposarono per convenienza con gli scozzesi (con permanente odio reciproco) e cooptarono per invasione e dominio gli irlandesi. Gli stessi americani faticarono non poco a passare dal localismo al federalismo ed anche qui servì infine una bella guerra civile per stabilire le gerarchie interne. Il regno delle isole si dice “unito” e gli stati d’America si dicono “uniti”, quasi che senza questa necessaria reiterazione il sistema tendesse allo sfaldamento. Nel primo caso simbolo dell’unione è una bandiera che sovrappone quelle precedenti inglesi, scozzesi ed irlandesi accanto alla figura unificante del monarca, nel secondo caso simbolo dell’unione è la stars and stripes ( con una stella per ogni stato ) accanto alla figura del Presidente – sovrano.

Cosa fa stare assieme questi popoli ? La fondazione della loro ragion d’essere si può trovare nella litigiosa accoppiata Hobbes – Locke. Il primo suggerì ai contemporanei presi dalla guerra civile, che senza un contratto sociale, cioè senza stipulare un formale accordo che superasse la naturale entropia dei clan baronali, si sarebbe rimasti allo stato di natura che secondo lui era la “guerra di tutti contro tutti”. Il secondo aggiunse che l’oggetto del contratto fosse la difesa della “vita, della libertà” ma aggiunse anche “della proprietà”. Questo concetto della libertà, per gli anglosassoni e per il pensiero liberale, fino al moderno liberalismo, s’intende libertà “da”, dal sovrano, dallo stato, da tutto ciò che limita l’intenzione dell’individuo di fare ciò che più gli pare e piace con ciò che gli riesce di trarre dal fare mercato. Con la garanzia di uno Stato che protegge dai criminali e quindi ha il monopolio della violenza sia sul fronte interno, sia su quello di difesa-offesa verso l’esterno, garantisce le libertà individuali e soprattutto protegge la proprietà privata, si compila l’oggetto statuale del contratto che unisce gli individui anglosassoni in società. Questo è un contratto di protezione non un contratto regolamento, è sempre una libertà “da”, non una libertà “di”. Non è una libertà sociale è una libertà strettamente individuale.  Con un simile contratto si stabilisce cosa non deve essere una società non cosa può essere. Dove stabiliscono quindi gli anglosassoni cosa la loro società sarà, ovvero da quale regolamento sarà ordinata ?

produzione_1_smithLa risposta nella realtà storica dei fatti la si trae dalla letteratura secondaria. B. de Mandeville nel 1705 ci dà un vivido affresco, sotto tracce di metafora, di quella che era la società inglese, una società fondata sul cieco perseguimento degli egoistici interessi personali, su i vizi privati, che la mano invisibile del mercato, trasformava non senza una certa dose di magia, in pubblici benefici. “Vizi privati, pubblici benefici” è infatti il sottotitolo della sua operetta favolistica[3] che dà conto del regolamento sociale degli anglosassoni ben 70 anni prima di Adam Smith. Ecco allora che la società anglosassone si compone così di un regolamento effettivo sebbene non codificato che è il mercato, il far soldi, l’accumulare individualmente quanta più ricchezza è possibile all’interno di una serrata costante competizione interpersonale. Un regolamento che M.Weber poi chiamerà “spirito del capitalismo” ovvero trasformazione mondana di una etica della salvezza derivata da certo protestantesimo puritano e quindi “giustificata” anche dal principio religioso. Quello culturale, fatto di scienza, tecnica, razionalismo, empirismo, potenza individuale andrà al seguito. Quello giuridico – politico si limiterà nell’espressione di una costituzione leggera, tutta garantista della libertà individuale e della sacralità dell’individualismo proprietario.

Per l’americano J.Madison la democrazia pura è ciò che va evitato con ogni forza, pena l’eterna disputa tra le fazioni mentre a J. Mill e più ancora a J.Bentham si deve la formulazione del principio utilitario della società come “massima felicità, per il maggior numero”, massima felicità data ovviamente da ricchezza e libertà di usarla in ogni modo all’individuo piaccia. Si noti che sino a qui, vige il principio secondo il quale votano i maschi adulti che pagano un certo importo di tasse e che quindi hanno un certo volume di proprietà, questo sono “i migliori” (gli aristoi)  di questa aristocrazia senza altra tradizione che non la proprietà in parte ereditata, in parte costruita in vita, industriandosi o facendo il pirata. J.S.Mill addirittura propone che da una parte si estenda il diritto di voto, dall’altra si contino per 10 i voti dei migliori riequilibrando così il loro minor numero con un loro maggior peso. M.Weber ed ancor più J.A.Schumpeter si fanno meno scrupoli e dichiarano apertamente che il sistema migliore è quello delle élite tra loro in competizione davanti al popolo – pubblico che attribuirà all’uno o all’altro il peso del governo dei Tutti. Curiosa la motivazione che poi è sempre la stessa che ricorre nei ragionamenti degli anti democratici, per cui il popolo non sarebbe in grado di governare perché non sa le cose. Ma allora in base a cosa scelgono i loro rappresentanti tra le élite  in competizione, su quale oggetto è dato il mandato di rappresentanza ? Il bello è che lo stesso Schumpeter si duole della demagogia e dell’invasione manipolatoria (tipo psicologia delle folle à la G. Le Bon, più tardi la “propaganda” di Bernays ) della pubblicità, distorsioni che intervengono proprio nell’interstizio tra partecipazione attiva ed informata e distratta delega del leader che “sembra” idoneo o che ci cattura col suo fascino carismatico, come un testimonial che ti vende un sogno.

Democrazia e liberalismo si configurano come due regolamenti incommensurabili, essi sono la dicotomia prima della moderna teoria politica. La democrazia è il primato sociale della politica e dell’uguaglianza nell’ambito politico, il liberalismo è il primato sociale dell’economia  e dell’oligarchia nell’ambito politico determinato da quello economico. Il liberalismo di derivazione anglosassone sopporta la società come forma calmierante gli eccessi di potenza, aggressività e competitività individuali ma la obbliga ad ordinarsi solo rispetto alla funzione del mercato, poiché è solo questo che l’individuo proprietario riconosce come regolamento a lui esterno.

Anticipati dall’americano S. M. Lipset che negli anni ’60 celebra la fine delle ideologie, la scomparsa della fastidiosa dicotomia destra – sinistra ( che essendo una dicotomia politica, non è giustamente riconosciuta dagli aedi del principio impersonale ed a-ideologico del mercato ) e la validazione della bontà della democrazia debole (poche persone che vanno a votare, assenza di dibattito, di “fazioni” come temeva Madison) poiché se la maggioranza è silenziosa vuol dire che le va tutto bene, giungono alfine i paladini del neo – liberalismo. R. Nozick[4] anticipando di un decennio la Signora Thatcher , non creda esista nulla che chiamiamo società “ci sono solo individui, individui differenti, con le loro vite individuali”. Se non c’è la società, che senso ha lo Stato ? 350px-The_anarchocapitalismDa questa domanda senza risposta o meglio con una risposta che porta al dissolvimento totale dello stato di fronte ad una società ordinata dal principio di un “mercato puro” (tutto è individuale quindi privato, regolato dal sistema dei prezzi formatisi nella relazione tra domanda e offerta) originano l’anarco capitalismo di M. Rothbard e le correnti libertariane, vivaci oggi in ambito statunitense. Se non proprio del tutto solvibile nell’acido mercatistico, lo stato va comunque ridotto al minimo, ridotto a livello di agenzia protettiva (ma con possibile appalto privato dei servizi di polizia, carcerazione e militari). F. von Hayek[5] ha il dono della chiarezza: se democrazia significa “ il volere illimitato della maggioranza”, egli dichiara “non sono un democratico”, evviva, e con quale orgoglio ! Per Hayek la giustizia distributiva e sociale è la “Via della schiavitù” (in polemica non con i più estremi marxisti ma con il neokantiano J.Rawls), la libertà è il mercato poiché privo di presupposti di potere (!? ). Via allora welfare state, paternalismo assistenziale, sindacati ed altre burocrazie faziose, tutto va privatizzato e regolato dai flussi impersonali del mercato.

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Alcuni di questi pensatori non sono di stretta origine anglosassone, anche se hanno vissuto a lungo e con piacere in Gran Bretagna e negli USA, ma la stragrande maggioranza sì. Cosa collega gli anglosassoni a questo fastidio per la società ? solo ideologia a rimorchio della centralità dell’economia di mercato ? In buona parte sì, in buona parte esso deriva dalla scelta originaria di ordinare la propria società non attraverso la politica che è strettamente limitata al bipartitismo perfetto in cui due leggermente diverse interpretazioni della stessa cosa, si alternano in elezioni saltuarie (whig e tories, conservatori e laburisti, democratici e repubblicani), ma attraverso l’economia di mercato. Ma a sua volta, da dove derivava questa scelta ?

A rispondere a questa domanda, ci può aiutare Marx, ma non il Marx economista simmetrico contrario al suo amore – odio D. Ricardo (da una parte, dall’altra Hegel), il Marx delle legge bronzee del capitale, ma il Marx storico – antropologo che nelle Forme economiche pre-capitaliste[6], uno dei quaderni dei Grundrisse, ci fornisce una acuta indagine di chi fossero i popoli germanici, specie quelli dell’estremo Nord, ovvero proprio quei Sassoni (anche Marx era sassone sebbene di origine ebraica, come Ricardo che però era portoghese, quindi cacciato dalla Reconquista), quegli Angli (e Frisoni e Juti e Franchi), che poi migreranno violentemente verso le coste sud est dell’isola britannica. Sentiamo le sue parole “La comunità appare dunque come riunione, non come unione, come accordo i cui soggetti autonomi sono i proprietari fondiari, non come unità”, ciò anche in ragione di quanto detto prima, ovvero che i germani vivono in famiglie e clan, dispersi nel territorio, lontani gli uni dagli altri, alle prese con una terra avara, un natura con la quale combattere, ossessionati dalla scarsità. Perennemente in guerra gli uni con gli altri, dilaniati da lunghe e complesse faide alle quali rinunciarono solo in favore di un principio di pagamento per i torti subiti, sublimando nel denaro, l’atavica paura e sete di vendetta. Insomma barbari che non hanno la polis, la res pubblica, la piazza, la cultura del discorso, la legge, l’arte, nel loro retaggio.

image002E’ più o meno questo anche lo spirito che anima l’acuta analisi di T.Veblen, americano ma di precise origini norvegesi che più di un secolo fa ci diede la sua penetrante analisi dello spirito di un certo animale capitalistico quale si trova nel suo storico “La teoria della classe agiata”[7]. Le famiglie potenti, sono clan dinastici le cui ramificazioni collegano impresa, banca, finanza, e in cui i singoli individui perpetuano fedelmente la tradizione etica, politica, psicologica che contraddistingue gli aventi potere. Noi oggi le chiamiamo élite. Veblen scopre anzitempo, che l’accumulo di proprietà e di ricchezza non derivavano da capacità di procurarsi il massimo conforto materiale, ma da un certo spirito predatorio che ostentava la ricchezza per bisogno di considerazione (e financo invidia) sociale. Da qui quel peculiare fenomeno del consumo esibitivo come linguaggio che posiziona nel ranking della società competitiva. Non più l’elsa della spada forgiata dai metallurgi sarmati ma l’ultima versione di I-pad, non la cosa in sé ma il mostrare di potersi permettere (quindi meritare) il simbolo del successo da mostrare fieri a gli altri, per essere “riconosciuti”. La competizione ossessiva era un torneo barbarico, il costo della rivalità senza fine dei ricchi era la miseria sempre più profonda dei poveri. Il tutto era stato riquadrato in una potente fusione che amalgamava la cultura baronale degli antichi sassoni, con Adam Smith e la provvidenziale “mano invisibile”, sublimato infine nell’evoluzionismo spenceriano in cui la guerra di tutti contro tutti di Hobbes era diventato la lotta per la supremazia del più forte, celebrato come “migliore” e santificato dalla predestinazione puritana. L’etica e la morale, dal libertinismo cinquecentesco al materialismo hobbesiano, passando per la caparbia ignoranza del pensiero proveniente da Spinoza, avevano spianato la strada. Una sorta di Fenomenologia dello Spirito barbaro.

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9781164219828E’ attribuita a Rosa Luxemburg l’espressione “socialismo o barbarie” ( Junius pamphlet, Chapter 1 – 1916 ) sebbene ella la riferisse come di Engels. I barbari anglosassoni succedettero in un Medioevo parallelo a quello continentale, alla lunga civiltà greco – romana, una civiltà che come tutte le civiltà ebbe un suo andamento organico di nascita – espansione – morte. Al lungo intermezzo medioevale, fece seguito la Modernità che, nata in Italia e nel continente, trovò poi la sua forma tipica in Inghilterra con la Gloriosa rivoluzione del 1688-89. I barbari edificarono un nuovo sistema che portò scienza, tecnica, economia, finanza, élite a costituire un sistema che ebbe molti meriti al prezzo di altrettanti demeriti. In particolare, il bisogno di alimentare l’ordine interno alle loro società ed a quelle che sulla struttura del loro sistema si andarono piano piano a conformare ( il continente si uniformò al nuovo sistema solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, resistendo tra Ancien régime, potere della Chiesa romana, aristocrazia nobiliare, borghesia opportunista, fascismi vari, contadini e latifondisti conservatori alternativamente resistenti in precarie e variabili alleanze) soggiogando, sfruttando, rapinando tutto quanto fuori del loro perimetro di neo civilizzazione. Oggi questo, a fronte dell’impetuosa crescita dell’Asia, del Sud America, della ostinata diversità del Medio Oriente e la prossima probabile emancipazione dell’Africa, semplicemente – non è più possibile – .

Ci troviamo dunque nuovamente ad un crocevia, un crocevia in cui ci si presentano domande difficili, domande su come intendiamo sviluppare il nostro adattamento al nuovo assetto del mondo. Cosa reca in scritta l’indicazione del nostro bivio ? socialismo o barbarie ? decrescita o barbarie ? civiltà ( già ma quale ? ) o barbarie ? indipendenza e sovranità o barbarie ?

Io credo che l’alternativa alla non società degli individui barbari basata sul principio del mercato, governata da élite espertocratiche nella migliore delle ipotesi se non da clan di sociopatici insicuri, bellicosi ed egoisti, da regimi di vita basati sull’esclusione e la competizione ossessiva sia ciò che più di ogni altra cosa costoro hanno dimostrato di aver temuto, la comunità riunita nell’autogoverno di se stessa, la Democrazia. Riunire le nostre comunità sfrangiate e depresse, riunirle intorno al principio politico del darsi la legge da soli, trovare il modo di vivere tanti quanti siamo, con le nostre ricchissime differenze e preferenze, assieme. Dal materialismo storico incarnato nel dominio del principio economico non si esce con un nuovo principio economico, ma con un principio di diversa natura. Questo principio alternativo è quello più naturale per le comunità degli uomini sociali ovvero dei cittadini (i viventi nella polis) cioè la Politica. Questa politica sarà il risultato del gioco componente delle opinioni, interessi e volontà individuali, il gioco il cui regolamento è la Democrazia.

L’alternativa alla società ordinata dal principio economico è la società ordinata dal principio politico. L’alternativa al capitalismo, non è una nuova forma economica, ma una nuova forma politica. L’alternativa al capitalismo è la democrazia. E’ dalla democrazia in essere che nascerà la nuova funzione economica, è solo dalla civiltà (dalla civis) che può provenire l’emancipazione dalla barbarie.


[1] R. Wilkinson, K. Pickett, La misura dell’anima, Milano, Feltrinelli, 2009

[2] T. Hobbes, Il Leviatano, Bari – Roma, Laterza,

[3] B. de Mandeville, La favola delle api, Bari – Roma, Laterza, 2008. Utile per comprendere un certo tipo di mentalità anglosassone possono essere due romanzi di D. Defoe; Moll Flanders e il mitico Robinson Crusoe. In particolare il secondo ci mostra l’ideal tipo della mitologia anglosassone: l’individuo solo, coadiuvato da uno schiavo, in lotta con l’astuzia, la tecnica e la forza, contro la Natura.

[4] R. Nozick, Anarchia, stato, utopia, Milano, Il Saggiatore, 2008

[5] F. von Hayek, La società libera, S.M., Rubbettino, 2007-2011

[6] K. Marx, Forme economiche pre capitalistiche, Roma, Editori riuniti, 1974

[7] T. Veblen, La teoria della classe agiata, Torino, Einaudi, 2007

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COME TI SMONTO IL NEOLIBERISMO IN 23 MOSSE. Recensione.

23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo - H.J.Chang - Il Saggiatore editore

23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo – H.J.Chang – Il Saggiatore editore

Ha-Joon Chang è un economista coreano trapiantato in Gran Bretagna dove insegna a Cambridge. Mr Chang non è un anticapitalista ovviamente, è solo un economista eterodosso che si rifà alla tradizione istituzionale di scuola americana, quella per intenderci dei Veblen, Commons e Galbraith. La teoria economica sta attraversando un tale periodo di monismo ideologico che gli economisti si dividono in ortodossi (il mainstream più o meno neo-lib) ed eterodossi dove sono ammucchiati tutti gli altri, gli “eretici”. Questi eretici sono poi una categoria assai diversificata, includente tanto quelli della complessità-bioeconomisti-evoluzionisti-ecologisti, che i marxisti, i neo-keynesiani, le femministe, gli sraffiani, gli istituzionalisti ed a tratti, financo gli austriaci che porre fuori dalla tradizione liberale è assai arduo. Ma tant’è.
Chang scrive un libricino di facile lettura (ormai i libri non sono più scritti dagli autori ma dagli editor): 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, Il Saggiatore, Milano, 2012 in cui introducendo per ognuno dei 23 capitoli tipiche tesi mainstream, le smonta una ad una.

1 )Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
2) Le aziende condotte dal principio del “valore per gli azionisti” non creano valore produttivo ma finanziario e spesso lo fanno tagliando dipendenti ed investimenti e strozzando fornitori. J.Welch, ex CEO di GE che nel 1981 coniò il concetto di “shareholder value” pare che recentemente abbia mutato giudizio definendola “l’idea più stupida del mondo”.
3) I lavoratori non vengono pagati per il loro valore assoluto, ma relativamente alle cornici di contesto delle singole economie-paese. Pensare di mettere tutti i lavoratori in uno stesso mercato planetario è una truffa. Un guidatore di autobus svedese ha un salario 50 volte superiore a quello di un collega indiano quando semmai l’indiano ha ben più capacità visto che deve muoversi tra carretti, pedoni indisciplinati, animali e biciclette. In realtà agisce un potente sbarramento, di nuovo politico, un protezionismo del lavoro agito tramite barriere all’immigrazione che nessun liberale si sogna di rimuovere. Così, “produttività” è un concetto sistemico, quindi economico-nazionale, non certo dipendente dal singolo individuo e dalla sua “flessibilità”.
4) La quarta tesi è ad effetto: la lavatrice ha cambiato il mondo più di internet. Chang picchia duro su uno di quei topos con i quali si costruisce la nostra visione del mondo. L’economia dell’immateriale è stata una falsa promessa, un fenomeno di ben più misurata significanza rispetto a quanto si vada ripetendo nei mantra post moderni.
5) Il presupposto dell’egoismo razionale dal quale discende l’intera teoria economica quantificabile, individualista, razionale è del tutto arbitrario. L’individuo asociale è un disturbato e così la teoria economica che da questo patologico presupposto discende (autistic economy).
6) La stabilità economica che dipende dall’azzeramento dell’inflazione, quindi dalla gestione della moneta, serve solo come protezione di chi ha ingenti capitali da investire. Nel dopoguerra con inflazione si cresceva più del doppio degli ultimi trent’anni senza inflazione. Una moderata inflazione addirittura potrebbe fare bene alla crescita e comunque è certo che zero inflazione non porta di per sé alcuna crescita correlata.
7) Le politiche liberiste sul commercio internazionale rendono più ricchi i paesi ricchi e non certo i paesi poveri. Riecheggiano qui le osservazioni dell’economista tedesco F.List (1789-1846). Tra l’altro, gli Stati Uniti furono protezionisti almeno dal 1830 al 1940 e la Gran Bretagna dal 1720 al 1850. Si può così notare come la furia libero mercatistica emerga solo quando il paese a capitalismo egemone sull’intero sistema-mondo, inizia la sua fase più prettamente imperiale. La libertà allora è quella dell’agente imperiale che “deve” poter entrare nella tua economia per eterodirigerla a sua convenienza.
8) La transnazionalità globalizzata va ridimensionata. Vere e proprie imprese transnazionali sono pochissime, per lo più sono imprese nazionali con prospezione internazionale. Nei servizi poi questo radicamento nazionale si accentua data l’impossibilità di prestare servizi a distanza. La maggior parte degli investimenti esteri comprano aziende già esistenti ( per ristrutturarle e rivenderle ) e non ne creano di nuove e molte aziende manifatturiere svolgono sull’ estero soprattutto attività finanziaria e non produttiva.
9) Anche la favola dell’era post-industriale va ridimensionata. Spesso l’industria contribuisce al Pil meno che in passato perché le attività dei servizi hanno un valore più alto, anche in ragione dell’aumento di produttività che è più marcato proprio nelle attività industriali. Outsourcing e riclassificazioni di attività prima conteggiate come manifattura alterano le statistiche. Diminuzione dell’industria inoltre provoca dipendenza, sbilancia la bilancia dei pagamenti, depotenzia le possibilità di crescita e deprime l’occupazione. L’unica vera economia post industriale è quella delle Seychelles.
10) Gli Stati Uniti non hanno il tenore di vita più alto del mondo. Molto dipende da come si effettuano conteggi e comparazioni ma empiricamente un paese con tra i più alti indici di diseguaglianza, criminalità, ore lavorate (quindi mancanza di tempo libero), vita meno lunga e maggiore mortalità infantile non si può dire un paese felice.
11) Non esiste alcuna ragione strutturale che condanna l’Africa al sottosviluppo. La mancanza di possibilità al cambiamento è dovuta per lo più dall’ingerenza occidentale che continua a condizionare per sfruttare, le immense ricchezze del continente. Il dato peggiorativo proviene proprio dalla dissennata applicazione coatta di politiche di libero mercato e di programmi di aggiustamento strutturale imposti da Fmi e WB.
12) Anche l’assunto per il quale la capacità di intervento dello stato sulla complessità del mercato sarebbe impedita da un velo d’ignoranza è falso. L’autore che è coreano, riporta proprio casi del suo paese che è passato da economia primitiva ad economia di punta grazie ad un strategia coordinata in cui c’è la visibilissima mano dello stato. Così per Giappone, Francia ed anche se non lo dicono gli stessi Stati Uniti per quanto attiene alle tecnologie dell’informazione, biotecnologia, aerospazio. Altresì casi come Windows Vista o Nokia N-Gage dimostrano possibili errori macroscopici anche da parte del mercato. Di fronte all’errore, stato e mercato quantomeno si equivalgono.
13) E’ qui la volta del famigerato “trickle down” ovvero quella irrazionale convinzione per la quale facendo i ricchi sempre più ricchi poi la ricchezza di questi “colerebbe” sugli strati inferiori tramite investimenti che producono poi crescita e quindi ricchezza per tutti. Anche qui si possono leggere dati empirici del tutto contrari comparando il trentennio post bellico redistributivo e crescista con il trentennio neoliberale, che fa corrispondere bassi e stentati livelli di crescita a fronte di una impennata degli indici di diseguaglianza. Ma anche il senso comune può soccorrerci. Un milione in più ad un miliardario diventa proprietà accumulata o investimento che date le caratteristiche degli attuali mercati beneficerà un altro sistema paese. Cento euro di più ad un metalmeccanico diventano consumo, il consumo chiama produzione che chiama occupazione e il tutto fa crescita e circolazione della ricchezza.
14) Gli esorbitanti stipendi dei top manager non sono fenomeni spontanei del mercato. Essi sono determinati in buona parte proprio dal potere che questi top manager hanno assunto, potere di autodeterminare il proprio stipendio. Questo è schizzato a ordini di centinaia di volte quello dei sottoposti e negli USA a tre, quattro volte quello degli omologhi europei o giapponesi.
15) Nei paesi più poveri non è vero che manchi intraprendenza, anzi ce ne è sicuramente di più di quanta ce ne sia in Occidente proprio perché maggiore è la richiesta di arte di arrangiarsi. Altresì la figura dell’eroe individuale che con la propria forza di volontà riesce ad emergere, a fabbricare il proprio destino è pura letteratura. Senza politiche di contesto, infrastrutture, legislazioni, sistemi complessi spesso promossi da una autorità statale, non c’è alcuna possibilità di far crescere ed affermare una impresa.
16) il presupposto dell’iper-razionalità delle scelte economiche individuali, il presupposto che regge come “se”, l’”allora” dell’intera presunta scienza economica è palesemente inconsistente. La nostra razionalità è assai limitata, condizionata, agita entro grandi semplificazioni di complessità e routine fideistiche ed abitudinarie senza le quali non potremmo vivere. Viviamo immersi in oceani di incertezza e non abbiamo alcuna possibilità di fare calcoli neanche probabilistici del rischio effettivo.
17) Altresì non esiste alcuna correlazione provata tra il livello medio di istruzione generale di un paese ed il suo successo economico. Molte attività meccanizzate o informatizzate addirittura richiedono solo mansueti esecutori. Le materie di insegnamento servono ad altro che non ad aumentare la produttività e l’inflazione di “alti studi” non fa che rendere maggiormente classista l’entrata nel mondo di quei lavori a maggiori opportunità. La Svizzera è uno dei paesi più ricchi del pianeta ed ha il tasso d’immatricolazione universitaria più basso tra i paesi sviluppati. Da buon istituzionalista, Chang rimarca l’importanza di condizioni di contesto per creare benessere economico, condizioni alla portata di istituzioni collettive, tra cui lo stato.
18) Gli interessi dell’imprenditori privata non coincidono sempre con quelli della nazione. Gli interessi della nazione debbono essere promossi dal governo, cioè dallo stato, anche come regolamento di contesto nell’interesse stesso dell’imprenditoria privata.
19) L’ostracismo alla pianificazione in economia non è totalmente giustificato anche perché anche le cosiddette economie di mercato hanno parti abbondantemente pianificate. Certo la totale pianificazione centralizzata, soprattutto all’evolversi ipercomplesso delle nostre economie fallisce, ma la pianificazione dei contesti o “pianificazione indicativa” è stata ampiamente praticata con successo dalla Francia, alla Finlandia, Norvegia, Austria, Giappone, Corea, Taiwan, così le politiche economiche di settore e la politica industriale in particolare. Esiste ancora intrapresa economica statalizzata e il settore della ricerca e sviluppo è totalmente supportato negli Stati Uniti d’America. Così le aziende, tanto più grandi sono tanto maggiore è la loro pianificazione pluriennale, con grande articolazione di strategie. Così per i paesi, più grandi e diversificati sono più controllano ed agiscono in favore della propria economia.
20) L’uguaglianza delle opportunità è nulla se non c’è uguaglianza delle possibilità (il vecchio dibattito tra “liberta da” e “libertà di”).
21) Lo stato sociale aiuta ad assumersi rischi ed assumendosi i rischi del cambiamento la società è più dinamica ed aperta. Le automobili più veloci hanno anche i migliori impianti frenanti. Questo è un dato solido e concreto che si può desumere dalla comparazione tra indici di spesa sociale e crescita del Pil a livello delle economia più sviluppate.
22) Tra mercati finanziari ed economia reale c’è una asimmetria nei tempi. Il capitale impaziente della speculazione ha una logica diversa dal capitale paziente che si richiede nello sviluppo di una iniziativa economica reale. Occorre render più difficili le acquisizioni ostili, vietare le vendite allo scoperto, aumentare gli obblighi di margini, introdurre restrizioni alla libera circolazione dei capitali. Occorre cioè domare e limitare la finanza la cui totale libertà è altamente dannosa.
23) Minore crescita, maggiore instabilità economica, maggiore diseguaglianza, crisi ripetute e crollo del 2008. Questo il pacchetto dei risultati dell’economia liberista. Di contro, l’intero pacchetto della formidabile crescita orientale degli ultimi anni è stata fatta in totale assenza di economisti. Gli economisti liberisti non solo hanno fatto cattiva economia ma soprattutto hanno svolto un ruolo altamente ideologico basato sulla sistematica inversione del buonsenso: l’ineguaglianza fa bene, le tecnologie sono tutto, l’incertezza esistenziale è propedeutica alla crescita, svendere la propria industria fa bene, non bisogna occuparsi di politica economica perché l’economia si autoregola, abbandoniamo lo stato ed abbandoniamoci al mercato, diamo più soldi ai ricchi, esaltiamo l’egoismo, distruggiamo la società. Un lungo delirio istituzionalizzato.

“E’ tempo di sentirsi a disagio” chiude Mr Chang. Si riferisce al suo ambiente quello dell’accademia mainstream che invita senza troppi compimenti a pentirsi e ravvedersi, ma può essere un buon consiglio anche per chi ne è fuori. Si tratta di rimettere sul tavolo i sistemi delle idee economiche per giungere a nuove sintesi avanzate. Marx, Keynes, Minsky, ma anche List, Kaldor, Hirschmann, Simon, insomma una sorta di unione degli eterodossi alla ricerca della fondazione di un nuovo paradigma economico, perché per quello vigente sta giungendo “la fine dei tempi”. O almeno così speriamo.

Articolo già uscito qui: http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/2387-c-wolff-come-ti-smonto-il-neoliberismo-in-23-mosse.html

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LE ISOLE DEL TESORO. Recensione.

Le isole del tesoro, N.Shaxson, Feltrinelli ediore.

Le isole del tesoro, N.Shaxson, Feltrinelli ediore.

Nicholas Shaxson è un giornalista britannico, di quei pochi che evidentemente sentono ancora il fuoco sacro della professione del ficcanaso. Shaxson affronta un tema scabroso: i paradisi fiscali. Questo il duro impatto dell’inizio del primo capitolo del suo libro che qui recensiamo per i lettori di Megachip: “Più della metà del commercio mondiale passa [ … ] attraverso i paradisi fiscali. Oltre la metà di tutti gli attivi bancari ed un terzo dell’investimento diretto estero effettuato dalle imprese multinazionali vengono dirottati offshore. […] l’’85% delle emissioni bancarie ed obbligazionarie internazionali si svolgono in […] una zona offshore. Nel 2010 l’Fmi ha stimato che i soli bilanci dei piccoli centri insulari ammontavano complessivamente […] ad una somma equivalente a circa un terzo del Pil mondiale”.
Si continua con il fatto che l’83% delle maggiori impresi statunitensi possedeva società off shore e secondo Tax Justice Network, il 99% di quelle europee. La sede off shore fa venire subito in mente una isola dove vige una giurisdizione segreta, opaca ad ogni velleità di controllo. Infatti nel 2007, l’Fmi ha individuato nella Gran Bretagna ( appunto, un’isola ) una giurisdizione segreta, l’altra è l’isola di Manhattan. La giurisdizione segreta serve a diverse cose: evasione, elusione, irrintracciabilità dei soci di una impresa, irrintracciabilità dell’origine dei flussi finanziari, riciclaggio, false fatturazioni ed altre pratiche spinte. Tra queste scambi di favori con i narcotrafficanti, piazzisti d’armi, corruttori e tangentari di varia taglia che si comprano i loro rappresentanti all’interno del sistema politico per l’appunto detto “rappresentativo”, monarchi, generali, dittatori sanguinari e conduttori di stati canaglia che qui, dato l’ambientino, è titolo di merito. L’off shore è la concreta condizione di possibilità perché esista sia la globalizzazione del traffico delle merci, sia la costituzioni di multinazionali, sia più di ogni altra cosa, la globalizzazione finanziaria, nonché il riciclaggio dell’economia del debito. Queste “giurisdizioni segrete” sono circa sessanta. I due gruppi principali secondo l’intrepido Shaxson sono quello britannico e quello americano. Chi si aspettava una elenco di spiaggette tropicali con palme e mojito condite da nomi esotici deve rivedere le sue nozioni non tanto di geografia, quanto di storia. Le piazze citate sono tutte attuali o precedenti colonie ancora sotto la giurisdizione Union Jack & Stars and Stripes o entità ufficialmente autonome dove però la casa madre esercita una autorità di fatto.
L’aggregato più importante, quello che conta circa la metà di queste giurisdizioni segrete è la patria della moderna Massoneria, la Gran Bretagna. Ai britannici piacciono da morire i segreti e gli omicidi rispettabili basta leggere Conan Doyle ed Agatha Christie o guardare la Signora in Giallo o il Commissario Barnaby . Capofila Jersey, Guernsey, ( difficili da controllare perché sono località nel lontano canale della Manica ) e l’Isola di Man ( ancora più difficile perché spersa nel remoto Mare d’Irlanda ) sono seguite dalle Cayman ed altre dove veleggiavano i vecchi pirati come H. Morgan . Sembra incredibile ma la forma politica di alcune di queste dipendenze della Corona britannica sono baliaggi, una rara forma feudale che risale al Medioevo. Con quelle controllate indirettamente, come Hong Kong, Singapore, Bahamas, Dubai ed Irlanda e conteggiando anche gli attivi del sistema bancario della City, i britannici controllano la metà degli attivi bancari del mondo, quado si dice il ricardiano vantaggio comparato. Il posto dove si fanno le operazioni più schifose pare sia Gibilterra, poi c’è Malta ( ed anche Cipro ), Bermuda, le Isole Vergini ( un po’ di verginità non guasta mai in questo porcaio ), Turks & Caicos. Le Isole Cayman sono il quinto centro finanziario del pianeta con 80.000 società ( per 44.000 abitanti ) e sede dei tre quarti degli hedge fund del mondo.
Poi c’è il polo americano, perché anche loro sono anglosassoni d’origine e le tradizioni di famiglia contano. Gli americani si sa è gente pratica e quindi alcune faccende le sbrigano direttamente in casa. Così le banche della Florida o gli affari svolti nel Wyoming, Delaware, Nevada ( dove se vi rimane qualche spicciolo i casinò di Las Vegas vi aspettano scintillanti ) non hanno nulla da invidiare quanto a segretezza e favore fiscale rispetto ai Caraibi britannici. Poi se volete l’esotico, ci sono le solite Isole Vergini, ( ci sono vergini inglesi e vergini americane ) e le Marshall che con Liberia e Panama offrono un porto sicuro ad ogni traffico battente la bandiera di chi non vuol far sapere la sua identità. Tanto varrebbe rispolverare il jolly roger. Enron aveva 862 controllate off shore, Citigroup 427, New Corporation dell’ineffabile Murdoch 152. Le multinazionali fatturano dalle località con vantaggio fiscale alle sedi piazzate nei paesi normali, I profitti di questi, vanno a quelle ed evitata la tosatura fiscale, da quelle partono per le scorribande conosciute anche con il pomposo nome di “responso dei mercati”. Gli europei si limitano alla Svizzera, Andorra, Monaco, Liechtenstein, Lussemburgo, ma favori sui bilanci si possono ottenere anche in Irlanda e soprattutto nella altrimenti prodiga di consigli sulla virtuosità dei bilanci statali, Olanda. In Italia potete sempre bussare a San Marino o in Vaticano se avete buone entrature nella mafia. Stati nel cui nome potrete imbattervi se cultori della parole crociate di Bartezzaghi come Vanuatu, Nauru e Mauritius sono conduit heaven dove i vostri traffici da e per la Cina, l’India e l’Africa possono cambiare identità fiscale senza problemi. La finanziarizzazione non esisterebbe senza l’off shore. Questa ragnatela di paradisi allettanti per la riproduzione asessuata dei capitali, sottrae income fiscale a gli stati che sono poi costretti a chiedere soldi in prestito su quei stessi mercati in cui questi capitali gonfi di illegalità, operano.
Questo è quanto del solo primo capitolo, nel libro – Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro. Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione, Milano, Feltrinelli, 2012, 19 euro – ce ne sono altri 11. L’impressione che ne trae è duplice ma collegata. La prima è che quando si parla di capitalismo e capitalisti sembra ci sia una superclasse transnazionale che vive in un “non luogo”, secondo l’espressione di Augé che molti ha affascinato nel mainstream del postmoderno a cui sono andati appresso anche i Negri, gli Hardt ed altri critici conformisti. Qui invece viene fuori forte e chiaro che questi sono sistemi non tollerati ma debitamente costruiti, protetti ed incentivati dagli Stati Uniti d’America e dal Regno Unito, ovvero l’hot spot della finanza e l’hot spot della banca che si saldano in quel sistema banco-finanziario che oggi domina quella economia che già da tre secoli dominava le nostre società. Son questi gli “stati canaglia” e del resto certe espressioni ti vengono in mente solo se ne hai familiarità, ognuno usa l’insulto che più teme di ricevere. La seconda impressione che se ne trae è la più sgradevole. Quando si citano economisti americani o britannici, cosa che ultimamente fanno anche molti critici-critici nostrani, quando si affoga nei marosi di discussioni zeppe si involuzioni semantiche fatte a posta per farti capire che tu sei cretino e non puoi capire i misteri della curva di Phillips o l’equazione di Fischer, bisognerebbe scuotersi e scuotere gli interlocutori per dir loro “ Ma de ché state a parlà ?”.
L’intera faccenda si riduce ad un assioma semplice, semplice. Gli anglosassoni hanno varato dalla decisione di Nixon di creare moneta per volontà ( fiat money ) senza alcun corrispettivo reale di ricchezza materiale ( si ricordi che la moneta essenzialmente è un semplice debito ). Il presupposto venne poi sviluppato con la globalizzazione, il monetarismo, la deregolamentazione e la finanziarizzazione, per ordinare l’economia stante che l’economia già ordinava cultura, società e politica dei vari paesi e dei vari popoli. Ordinando l’economia con la finanza, si sono costruiti l’impero della circolazione finanziaria che attira capitali da ovunque per vivere di commissioni, di occupazione correlata e per gestire questa massa di soldi, in parte veri, in parte da loro stessi stampati su foglietti di carta verdognola o su certificati di nessun valore reale, per una nuova stagione di geopolitica della ricchezza e dei rendimenti crescenti. Comminando premi e punizioni a piacere, gestendo la ricchezza dell’élite mondiale e dei popoli che a queste sono subordinati, hanno pensato così di sopravvivere alla loro decadenza economica, demografica, culturale e politica. I baroni anglosassoni del 1215 imposero il “no taxation without rappresentation”. Ora la rappresentation se la comprano al mercato della democrazia rappresentativa con i soldi salvati dal “no taxation”. Questa è la libertà dei veri liberali.
Come diceva F.Braudel, la fase finanziaria è sempre l’autunno di una egemonia che sta perdendo il potere reale il ché ci apre alla speranza che s’alzi un nuovo vento. Purtroppo però Ungaretti ci ricorda anche che noi, come i soldati, “ si sta come d’autunno su gli alberi le foglie”.

Articolo già uscito qui: http://www.megachip.info/rubriche/3-libri-consigliati/8700-le-isole-del-tesoro.html

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PRINCIPI DI ECONOMIA RELATIVA.

Il pensiero economico moderno, nasce nell’ambito della Filosofia Morale ( A.Smith ). Permane un po’ dalle parti della Filosofia Politica ( K.Marx,J.Bentham, J.Mill, J.Stuart Mill ), poi, da D.Ricardo in poi, si smarca con risolutezza e si specia nel nascente ambito delle Scienze Umane, ma con lo sguardo costantemente rivolto alle Scienze Naturali. Prende allora il nome anglosassone di economics sintesi contratta di economic science e per essere effettivamente “scientifica” prende a parlare il “matematese”, dandosi così un “tono”. Volendo far di sé stessa una disciplina dell’oggettivo, pronuncia solo formulazioni assolute.

Il processo di assolutizzazione dei pronunciamenti economici, prescrive alcune ben precise scelte epistemiche. La prima è quella di recidere ogni confondente legame con i suoi contesti, l’economics deve essere disembedded[1] dal suo contesto sociale, deve essere espiantata da quel groviglio di contraddizioni senza ordine apparente che è la società umana. La seconda è quella di agganciarsi alla scienza classica, quella newtoniana. Ciò accade, più o meno in sincronia con il rivoluzionario scarto che la regina delle scienze, la Fisica, sta compiendo rispetto a se stessa. Tra la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX°, la fisica porta a segno una triplice rivoluzione ( in senso kuhniano[2] ) con la Termodinamica, la Meccanica Quantistica e la Relatività. I concetti di tempo irreversibile, di entropia, di indeterminazione e di relatività ( quindi di negazione di ogni pretesa di Assoluto ) evolvono la Fisica da classica ( galileiana – newtoniana ) a moderna, ma l’economics non gradisce e rimane attaccata conservativamente ai principi di fine ‘600. Caparbiamente, l’economics snaturalizza anche il fondamento del suo individualismo metodologico: l’uomo, la sua psiche, il suo agire. Nel mentre fiorisce la poderosa primavera del pensiero che ha per oggetto l’umano ( la sociologia, la psicologia, la psicoanalisi, l’etnologia e l’antropologia moderna ) l’economics si isola nell’autofondazione della sua assiomatica. L’individuo umano non è mai in cerca dei simili ( come pretendeva lo stesso Smith nella sua Teoria dei Sentimenti Morali, della loro “simpatia” ) egli è una leibniziana monade egoista. L’individuo umano non è mai tumulto della Passione che soverchia la Ragione, egli è freddo calcolo delle convenienze e delle utilità. L’individuo umano non ha mille modi di organizzare la sussistenza a seconda del tipo di società storica che si trova ad edificare e vivere, egli è sempre stato un animale di un mercato ipostatizzato il luogo assoluto. Egli non è mai conoscenza relativa, ha sempre tutte le perfette informazioni sulla cui base operare il bilancio del giudizio che orienta la scelta. Infine, l’economics, recide i suoi ultimi impegni familiari con la Morale, l’Etica, la Politica, la Storia e la Geografia e collassa cotanta complessità confondente producendo i suoi enti assoluti, senza luogo e senza tempo: l’Uomo utilitario, il Mercato, il Prezzo al margine, l’inesausta ricerca del Vantaggio competitivo, il Valore, la Competizione concorrenziale.

Ritagliata dai suoi contesti, assiomatizzata in principi monodimensionali, de-fisicizzata ( quindi meta fisicizzata ), de – umanizzata, matematizzata per renderla sguardo oggettivo di precisione, l’economics è dunque pronta a sostenere le sue tesi di verità. La Verità in linea con la tradizione della metafisica occidentale che è sempre Una, Semplice ed Assoluta.

Scienza normale, Scienza rivoluzionaria.

T.Kuhn, nel suo celebre “Struttura delle rivoluzioni scientifiche”, ci dice che i periodi di scienza normale, quelli in cui tutto scorre fluido nell’inquadramento esplicativo che è dato dalla vigenza di un forte paradigma da tutti usato e condiviso, collezionano progressivamente delle anomalie, delle incongruenze, delle inspiegabilità, quando non delle aperte contraddizioni. Nel tempo, questi fatti fuori teoria, giungono ad una massa critica insostenibile. E’ qui che un singolo o una nuova comunità epistemica,  compie la rivoluzione offrendo un nuovo paradigma che non solo spiega tutto quello che spiegava il precedente, ma spiega anche quello che il precedente non spiegava più. Si compie così, la rivoluzione scientifica, il cambio di paradigma.

Noi oggi proveniamo da decenni di “scienza” normale, l’economics.. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. D.Harvey[3] ha reso icona mondiale dello scetticismo epistemico sulla validità dell’economics la Regina Elisabbetta II che nel 2008, in visita alla prestigiosa London School of Economics, lasciò attonita la platea dei sapienti chiedendo con finta ingenuità perché mai nessuno di loro, con la loro scienza, fosse stato in grado di capire e prevedere quale immane disastro si stava per produrre. L’elenco di fatti “fuori teoria”, l’uso dell’economics come Letto di Procuste sempre meno agevole, i balbettii dei Grandi Professori, il contrastare teorie di 40 anni fa ( à la Friedman ) con teorie di 70 anni fa ( Keynes ) quando non di 150 anni fa ( Marx ), l’impotenza a dar un quadro esplicativo ed al fornire la benché minima soluzione di prospettiva, dicono che siamo proprio lì dove il corso normale della vigenza paradigmatica della scienza normale si frattura, lì dove si reclama un “nuovo paradigma”.

Sincronicamente  a questa dilaniante decadenza dell’intelligenza economica, spuntano qua e là, spezzoni di nuovo pensiero e soprattutto di nuova economia agita, praticata, realizzata. Decrescita, Bene Comune, Microcredito, Eco-riconversione, Monete locali, Compratori collettivi, Geografia corta ( Km 0 ), Cicli lunghi ( riuso e riciclo ), la grande questione del Tempo di lavoro – Tempo di vita, la ridefinizione di Benessere, Dono, Scambio senza profitto, Uso e non proprietà, Merci e Beni, Reciprocità e Redistribuzione, Economia e Biologia, revisione dell’Antropologia utilitaristico – hobbesiana.   Possiamo dunque cominciare a domandarci: qual è il possibile principio comune che possa sintetizzare questa ricerca e produzione di nuove economi-e  ?

La Nuova Economia Relativa.

La prima cosa che si può notare è la rottura del monismo idealistico dell’economics classica. Non esiste “un modo” di fare economia, in quanto non esiste un solo tempo, un solo luogo ed una sola tradizione sociale e culturale. Le nuove economie plurali e il loro pensiero dovrà esser Molteplice com’è molteplice il mondo. Non potrà più essere irrealistica e quindi non potrà più esser così semplice com’è nelle equazioni che sopprimono la Complessità intrinseca dell’uomo, individuo, sociale, storico, politico. Non potrà più venerare enti e verità Assolute ma dovrà condizionare le sue determinazioni relativamente a ciò nel quale, l’attività economica, è naturalmente immersa. Proviamo a tratteggiarne un primo profilo di una Nuova Economia Relativa:

  • Relativa ai limiti: limiti posti dal contesto naturale e da quello geopolitico, in rapporto alle popolazioni ed allo loro dinamiche crescenti/decrescenti, ai loro stili di vita.
  • Relativa alla scienza: una scienza che già da un secolo non è più determinista, riduzionista, lineare.
  • Relativa alla storia: a quale progetto intenzionale di mondo immediatamente futuro, dovrebbe corrispondere.
  • Relativa all’uomo: ed alla sua complessità antropologica, biologica, psichica, sociale, relazionale, intenzionale, simbolica, dotata di senso. Una economia umana che si riferisca e serva, il bene adattivo più tipico dell’uomo, il suo far comunità, società.
  • Relativa all’etica della responsabilità: verso il futuro, verso l’ambiente, verso la società intesa come progetto democratico in perenne costruzione e non passivo contesto per le scorribande dei pirati del mercato.
  • Relativa alle differenze: tra nazioni grandi e quelle piccole[4], tra società anziane e società giovani, tra chi ha dotazioni naturali e chi no, tra chi con il libero mercato può solo vincere e chi può solo perdere, tra chi può sempre competere e chi può solo soccombere, tra chi vuole dominare tutto e chi non riesce neanche a dominare se stesso, tra chi è all’inizio del suo ciclo decadente ( l’Occidente ) e chi di quello ascendente ( l’Oriente ).
  • Relativa al concetto di benessere: che deve superare la sua pigra definizione ottocentesca ultra materiale e tra l’altro, andare di chiedere “all’altra metà del cielo” la sua idea di bene-essere, per una definizione che sia “umana” in senso pieno e non dominata dall’escissione di un genere posto sotto il dominio dell’altro.
  • Relativa ad una aggiornata definizione di scopo, fini e mezzi stabiliti in Politica: le società umane non possono essere il risultato di un regolamento eteronomo, perché le società umane debbono essere il risultato intenzionale delle decisioni delle sue parti componenti. Queste decisioni intenzionali debbono provenire dal consesso politico, ovvero dai cittadini riuniti nell’esercizio del proprio potere ordinante ed autodeterminante.

 

E’ dunque giunto il momento che l’economia, l’oikos-nomos, la norma, legge della gestione della casa si renda conto che non siamo noi che stiamo a casa sua, ma è lei che sta a casa nostra, essa è relativa a noi e non noi a lei. Non è un caso che proprio nella metafisica perdente, quella massacrata da Platone,  composta per le esequie da Aristotele e definitivamente seppellita dai cristiani, troviamo il concetto puro di questo relativismo, in Protogora, di cui quasi nulla ci è pervenuto se non un piccolo concetto: Molteplice, Complesso e Relativo: … di tutte le cose misura è l’uomo[5].

 


[1] Polanyi, K., La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 2000

[2] Kuhn, T.S., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1999

[3] Harvey, D., L’enigma del capitale, Milano , Feltrinelli, 2011, p.10

[4] Un esempio di sistema relativo nel commercio internazionale è ad esempio la Clearing Union contenuta nel progetto perdente di J. M. Keynes nell’abito delle trattative che portarono al sistema di Bretton Woods nel ’44, il progetto che si riferiva ad una comune moneta scritturale mondiale, il bancor.

[5] I Presocratici, Frammenti e testimonianze, Bari – Roma, Laterza, 2004  p.891

Questo articolo è stato originariamente pubblicato qui: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/8149-principi-di-economia-relativa.html; e qui: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/principi-di-economia-relativa

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CHI DECIDE ?

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Cràtos, in greco antico, significa “potere di decisione”, colui o coloro che impongono la deliberazione esecutiva. In buona parte, il primo problema della “politica” è proprio stabilire chi detiene il “cràtos”, il potere di decidere ciò che poi s’impone. Diverso significato ha invece “árchìs” che si può intendere come “governo” e sfuma in un significato più complesso.

Chi decide, dunque, nelle moderne forme stato nazionali occidentali ? “Il popolo” o più ad effetto “il popolo sovrano”. Infatti, questi sistemi si appellano come “cràtos” del demo[1], ovvero potere al popolo, democrazia[2]. Democrazia è una di quelle parole a cui Ivan Illich[3] dava la qualificazione di “parole ameba” o “idoli” termini stretti per significati larghi, sfuggenti, stratificati e confusi. Oggi noi ( in senso ecumenico ) ad esempio, usiamo il termine composto “democrazia di mercato”, ma nell’uso disinvolto dell’espressione non ci rendiamo conto di star dicendo “una democrazia oligarchica” che farebbe sussultare il buon Aristotele che tanto si spese per chiarirci cos’è un potere dell’Uno, dei Pochi o del Molti[4]. Il principio della democrazia è l’isonomia, che si traduce nell’espressione “una testa – un voto” ovvero ognuno conta come un altro, il principio del mercato è il capitale che si traduce nell’espressione “una moneta – un voto” ovvero ognuno conta per quanto capitale ha. Democrazia è quindi potere dei Molti ( come approssimazione realistica dei Tutti ), il mercato genera inevitabilmente l’oligarchia che è potere dei Pochi. La locuzione quindi tradotta in concetti suona come “il potere dei molti dei pochi”, un assurdità, com’è evidente.

Il fatto è che democrazia è una cosa connessa ad una parola. La cosa ha una sola approssimazione storica conosciuta ( o meglio accompagnata da altre forme similari, ma a noi assai meno note[5] ) che risale all’Atene del V° secolo prima dello 0. Parola e cosa sonnecchiarono per più di due millenni, poi la sola parola viene riesumata da Benjamin Constant nel 1819[6], e posta a denotare il sistema politico liberale con una società ordinata dal mercato e la sua politica ( subordinata al mercato ) ordinata da un sistema rappresentativo che genera élite votate da una minoranza. All’inizio del ‘900 questa minoranza dei votanti viene progressivamente allargata sino a raggiungere il  suffragio universale, con scadenze diverse per diversi paesi. L’Italia, insieme alla Francia, giunge al suffragio universale solo dopo al Seconda Guerra Mondiale.

Oggi ci si trova dunque in questa bizzarra situazione, a volte sentita come senza alternative, per la quale vi sono élite in competizione che si presentano ad un corpo elettorale teoricamente popolare, per disputarsi il ruolo di “eletti” ( termine di origine religiosa ) con mandato di rappresentanza. In pratica la “democrazia rappresentativa” è al contempo: 1) un sistema di legittimazione delle oligarchie; 2) una rappresentazione ( ovvero uno spettacolo inscenato per simulare ) la democrazia quale cràtos del popolo, ma in realtà cràtos degli eletti; 3) un sistema di elezione ( molto saltuaria )[7] di una élite di governo di una società che però non è ordinata dal principio politico, ma da quello economico e specificatamente dalla sua versione liberale fatta di – laissez faire – al mercato, alla sua mano invisibile, alla sua capacità di autoorganizzazione, al vantaggio ricardiano o vantaggio comparativo delle nazioni, alla cinica legge di Say per la quale è la produzione a creare il suo consumo ovvero è l’offerta che crea la domanda. Su quest’ultimo punto, si noti che le tre teorie paradigma,  non sono più recenti di duecento anni fa, alla faccia della modernità ! Si badi bene, non stiamo parlando dell’Europa di Bruxelles, né tantomeno dell’Occidente in preda a conati di neo liberismo furioso, né del sistema ai tempi di Benjamin Constant, ma della genetica di un sistema che origina dalla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89. Tale sistema con cràtos delle élite elette in forma bicamerale con separazione dei poteri, da allora, ha solo ampliato la base elettiva, ma nella sua forma di cràtos oligarchico[8], è tale da trecentoventi anni.

Questa cosa che ci hanno portato a chiamare democrazia e che tutto è meno che un sistema puramente politico e tantomeno con potere di decisione in mano all’intera composizione sociale della comunità ( continentale, nazionale, regionale, comunale o come la si voglia ritagliare ) si configura come una enorme operazione pubblicitaria. In questo senso “democrazia” in termini moderni, è chiaramente una esagerazione che tende a profumare e rendere brillante tutt’altro sistema sottostante.

Ciò porta, da più parti, a smarrimento, cecità ed a una diffusa pigrizia nell’affrontare il punto centrale della questione: sino a che non ci chiariamo, a chi dare il potere di decidere all’interno di una società ordinata dal principio politico e non certo da quello economico ( o religioso, o militare ), ogni sforzo di uscire dalla decadente società occidentale che sta affrontando con terminali convulsioni il suo inevitabile pre – finale di partita, risulterà del tutto vano. Tale questione, la riesumazione della cosa connessa alla parola, la riconnessione tra democrazia nominale e democrazia reale, ci porterà a dover discutere e rivedere tante cose: quali sono le porzioni di territorio connesse alla comunità politica ( municipalismo puro, municipalismo confederato, regioni-bioregioni-macroregioni-distretti, sistemi regionali confederati, nazioni, nazioni confederate ).Che tipo di comunità economica abbiamo in prospettiva programmatica ( di mercato, di stato, mista, con o senza o in parte proprietà privata, con o senza o in parte con proprietà collettiva e collettiva in che senso: dei lavoratori o dei cittadini, individuale, collettiva o integralmente demotica – cioè una economia democratica -, con frontiere aperte o chiuse o semi chiuse, crescista o decrescista, quanto redistributiva, quanto centralizzata o decentralizzata, finanziarizzata sì, no, come e da chi ). Che tipo di comunità culturale ( formazione, conoscenze, informazione da distribuire quanto più in forma isonomica possibile ad ogni membro della comunità ) ad esempio chiarire se siamo all’interno della secolare tradizione élitaria che origina da Platone o dai sacerdoti che scrissero l’Antico Testamento oppure se siamo all’interno della tradizione seppellita da oligarchi e cristiani, cioè quella del relativismo protagoreo. Se siamo immersi in una cultura élitaria difficile ne possa scaturire un impeto democratico. Che tipo di comunità sociale ( la reale isonomia di uomo e donna per esempio, il ruolo degli anziani sempre più longevi, l’inclusività o l’esclusività etnica, dov’è il tempo per conoscere, dibattere, partecipare per poi decidere ); ed infine in che tipo di Mondo ( del tutto aperto, debolmente o fortemente interconnesso, interconnesso da cosa, chiuso in monadi competitive, chiuso in monadi che tentano d’ignorarsi, in competizione o in collaborazione, tra chi e come ). Ne discenderà una Idea composta di molteplici aspetti tra loro correlati ed una idea minore relativa al tempo necessario ad una transizione, i primi passi da effettuare, le prime parole d’ordine, gli obiettivi comuni su i quali mobilitarci insieme ad altri[9].

Ma prima di decidere ogni “cosa”, rispetto alla decisione bisogna stabilire il “chi”.  

Movimenti sull’energia, sulla transizione, sulle lotte di genere, critici della globalizzazione, del potere finanziario, delle élite particolari o globali, esplicite o arcane, difensori del territorio, stanchi del post moderno, orfani del sogno comunista, libertari, progressisti umanisti, beni comunitaristi, decrescisti, disgustati dall’utopia negativa del consumo, monetaristi localisti o popolari[10], ecologisti di varia impostazione, pacifisti, gente che non ha più il lavoro, chi ce l’ha ma non sopporta più dovergli dedicare l’intera esistenza per realizzarsi in una carriera o nell’ossessiva produzione dell’auto alienazione, affamati di tempo umano, chi non ha un posto nella società, chi lo sta perdendo, chi ce l’ha ma non gli piace, chi ha figli, i più giovani, tutti costoro aspettano un progetto politico. Un progetto politico che non riduca i mille mondi dei mille punti di vista ad una ricetta precotta di mondo migliore, che sarà sempre migliore per me ma non per te, mondo migliore che ognuno dovrebbe provare a costruire coinvolgendo la comunità dei propri simili, nel proprio ambito, nel proprio territorio. Questo progetto comune, semplice e al contempo difficilissimo, ha un nome antico: democrazia ( senza più il bisogno di doverla specificare come diretta, popolare, totale, globale. Reale e non mediato potere ai Molti, basta ed avanza ), ma richiede ancora tanto lavoro e tanta pazienza per essere riportata nella spazio della reali condizioni, prima di pensabilità, poi di possibilità.

Io credo, noi ci dovremmo far carico di questo progetto, questa dovrebbe diventare la nostra ambizione. L’alternativa è la restituzione del cràtos dall’economico al politico, dalle élite dei Pochi alla comunità dei Molti. L’Alternativa è la democrazia.           


[1] In senso specifico, il demo era  una particolare costruzione pluri circoscrizionale ateniese, introdotta nella riforma di Clistene, precedente all’Atene periclea.

[2] Qui si dovrebbe fare una nota molto lunga che non possiamo permetterci. Si tenga comunque conto, che “democrazia” era per lo più, un termine usato in senso spregiativo o almeno ciò risulta dal contenuto numero delle fonti di quei tempi, a noi pervenuteci.

[3] Illich Ivan, Un archeologo della modernità, Milano, Elèuthera Editore

[4] Aristotele, Politica, Roma-Bari, Laterza, nel cui Libro I, Aristotele ci chiarisce quanto poco idoneo allo spirito della comunità, della polis, sia la “cremastica” ( arte di arricchirsi e guadagnare denaro ).

[5] Di cui alcuni esempi vengono dati in: A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori

[6] Constant, Benjamin, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, Liberilibri, Macerata; Finley Moses, La democrazia degli antichi e dei moderni, Roma-Bari, Laterza.

[7] “Liberi un solo giorno ogni quattro anni” come ebbe a ironizzare J.J.Rousseau a proposito degli inglesi.

[8] Per questi motivi lascia un po’ interdetti lo sconcerto rumoroso di coloro che sembrano solo oggi rendersi conto che esistono le élite.

[9] Obiettivi immediati, a titolo d’esempio possono essere il ritorno al proporzionale puro, l’istituzione di referendum attivi e forme di iniziativa popolare, i bilanci partecipati, le consultazioni comunali assembleari, la politica e la gestione democratica dei beni comuni, forme sperimentali di Democrazia Diretta Elettronica come si sta sperimentando per la compilazione della nuova carta costituzionale dell’Islanda. Non sono sempre l’optimum dell’ideale democratico, ma possono diventare gradini intermedi da cui la strada da percorrere ci sembrerà meno impossibile.

[10] Il nostro recente dibattito interno ha affrontato di nuovo, di sfuggita e più con nervosismo che con raziocinio ( con un notevole contributo polemico, anche dello scrivente e di cui faccio pubblica ammenda ) il tema della sovranità monetaria. Ma che sia monetaria o alimentare, militare o giuridica, la sovranità è di nuovo il problema del “chi decide?”. La scelta euro – lira mi lascia indifferente se non stabiliamo prima a chi questi istituti monetari debbono rispondere, a quale sistema decisionale e quindi a quale forma politica. Troverei paradossale fare una battaglia politica con Tremonti per poi consegnare a lui ed al suo principale, il titolo di sovrano, oltretutto dotato di facoltà di stampare denaro in nome e per conto “del popolo”. Altresì, in una vera democrazia, mai nessuno avrebbe delegato ad un pallido professore – funzionario, il cràtos della nazione. Di nuovo, il problema primo è: chi decide ?

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 13.03.2012 qui: http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7909-chi-decide.html; e qui: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/chi-decide

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SIAMO ALLA FINE DI QUALE TEMPO ?

viverefinegrandeSlavoj Žižek, filosofo contemporaneo, acuto lettore del presente occidentale , ha scritto il suo “Vivere alla fine dei tempi[1]” in cui si domanda non “se” siamo alla fine del capitalismo, ma “come” gestire la nostra transizione in questo delicato passaggio. La sensazione che aleggia sempre più nel dominio delle opinioni, lo Zeitgeist della nostra epoca, è che abbiamo l’impressione che stia finendo un tempo. Ma quale tempo ? Iniziato quando ? Lungo quanto ? Quale significato sta finendo e cosa c’è dopo ? Lo storico francese F. Braudel, ci invitava a contestualizzare i fenomeni che noi reifichiamo in date simbolo ( la nascita, la morte ) lungo l’asse del tempo lungo, scomponendone le parti per capire, quando e perché iniziò quella cosa che poi portò a quell’altra cosa che infine compose il fenomeno .

A Braudel, ad esempio, pareva che il capitalismo cominciasse ad iniziare con la nascita della borghesia e la nascita della borghesia con la nascita dei borghi, cioè in Italia intorno all’anno 1000 o poco più. A Weber pareva, che il capitalismo iniziasse con l’affermazione della razionalità economica, con l’affermazione del “numero-peso-misura” e della contabilità, con la previsione razionale di costi, tempo e profitti, ciò che più o meno andò condensandosi nell’Italia del 1400. A molti , tra cui i rappresentanti della scuola sistemica come G.Arrighi e I.Wallerstein, parve che l’inizio del capitalismo si datasse al secolo successivo, il secolo delle Grandi Navigazioni, delle Grandi Scoperte ma in definitiva anche quello dell’inizio della propensione imperiale dell’Occidente. Poco più in là, con le enclosures inglesi già condotte ai tempi di Elisabetta I, Marx pone l’accumulazione originaria premessa del capitale che poi dà vita alla sua riproduzione costante in quel sistema che noi chiamiamo capitalismo ma che Marx chiamava “modo di produzione borghese”, ovvero rapporto sociale connesso ad un determinato modo di  produrre la – sussistenza – che, secondo il tedesco, era il perno della costituzione societaria, del perché gli uomini si mettono insieme in comunità. Secondo questa linea interpretativa che in un certo qual modo accumuna, anche se con considerazioni diverse sui tempi,  Marx e da lui Weber, Braudel, Wallerstein, la Modernità è consustanziale al capitalismo e la fine dei tempi, sentita da Žižek, quel profumo dolciastro di decomposizione incipiente che stiamo respirando ogni giorno di più, sarebbe la fine del capitalismo ( quindi della Era moderna ) o quantomeno di molte delle sue determinazioni strutturali. Sicuri ?

Facciamo allora un salto da una altra parte per assumere un fatto nuovo, utile per la ricerca di una risposta alla nostra domanda inziale, un salto che ci porta al confine tra Turchia e Siria dove troviamo un fatto archeologico. Di che fatto si tratta ? L’uso di lenti monocrome, ovvero la nostra propensione culturale a guardare il mondo ed i fatti che lo manifestano con le lenti disciplinari monodimensionali, ad esempio solo l’economia, solo la sociologia, solo la storia, porta a vedere alcune cose ( anche con estrema precisione ) ma non altre. Capita così che saltare da Marx all’archeologia possa esser per alcuni monovedenti, disturbante, sebbene l’archeologia dell’ultimo secolo debba molto proprio ad un convinto marxista V.G. Childe, il quale, in ossequio alle premesse dell’immagine di mondo storico-materialista, andava cercando proprio i modi di produzione come struttura condizionante della socialità, socialità che era riflessa ad esempio nell’urbanistica e nella topografia dei siti, che come archeologo, Childe[2] doveva e voleva andare a scoprire ed interpretare. Ma non divaghiamo, andiamo in Anatolia a prendere visione del nostro fatto archeologico.

La Mezzaluna fertileSiamo in un posto che si chiama Gobekli Tepe[3]. Qui, a partire dalla casuale scoperta di un pastore curdo che vede affiorare gli spigoli ben definiti di grandi pietre squadrate, iniziano gli scavi di quella che ancora non si è capito se definire “la più importante scoperta archeologica” degli ultimi 30, 50 o 100 anni, quindi più o meno di sempre. Dal 1995 ad oggi, gli scavi di Goblekli Tepe hanno restituito ben 40 monoliti, alti in media 3 metri per 10 tonnellate cadauno, fatti di una lastrone squadrato posto in verticale e di un lastrone squadrato posto in orizzontale in cima all’altro ( o scavati come blocco unico a forma di T ). I monoliti sono ornati da incredibili bassorilievii con figure animali e sono posti l’uno accanto all’altro in cerchi, si contano allo stato attuale degli scavi 4 diversi cerchi. C’è anche un monolite solitario della ragguardevole altezza di 7 metri. Ma il bello è che analisi geomagnetiche del terreno sottostante, dicono che lì sotto, di pietroni squadrati ce ne sono almeno altri 200 ! Analisi del terreno ci dicono che quando questo incredibile complesso fu fatto ( e per il momento, per amore del colpo di scena, non rivelerò questo “quando” ) lì, diversamente da oggi che è una brulla e inanimata pietraia, c’erano boschi, prati, fiumi e laghetti e un clima paradisiaco. Gobekli Tepe EngravingPerò, a Gobekli Tepe non ci viveva nessuno, il monumentale complesso che portò probabilmente via dai 3 ai 6 secoli di ininterrotto lavoro di centinaia, se non  migliaia, di lavoratori, artigiani, mastri, artisti e chissà chi altro, era un sito simbolico. Non sappiamo, né ai nostri fini ci interessa, stabilire se fosse un sito religioso, astronomico, politico, di scambio mercantile, culturale o quant’altro o tutte queste cose assieme. Ci interessa solo sottolineare tre cose: 1) non era una città ma un sito a sé; 2) doveva presupporre una massa di persone organizzate che lo costruirono per lungo tempo ed una ben più grande massa di persone che lo utilizzavano per cerimonie di chissà quale tipo; 3) tutto ciò è stato fatto in un tempo in cui le nostre precedenti cognizioni antropologiche, storiche, archeologiche non prevedevano che ciò potesse esser stato fatto.

gobeklitepe_nov08_631Gobekli Tepe fu infatti fatto a partire dal -10.000 e fu completamente interrato volontariamente, seppellito sotto tonnellate di terra da riporto, entro il -8000. Qui c’è il fatto che c’interessa. E ci interessa perché l’agricoltura occidentale, nasce negli stessi luoghi ( la famosa Mezzaluna fertile ) ma, qualche secolo – dopo – l’interramento di Gobekli Tepe ! E allora ? Allora non è vero come abbiamo sin qui creduto, che scoprendo la nuova tecnologia della sussistenza, la cura intenzionale del ciclo semina – cura – raccolto che chiamiamo agricoltura, abbiamo dato vita alla Rivoluzione neolitica, alla nascita delle prime società complesse, stanziali, urbanizzate, sociali, con produzioni delle élite, la divisione del lavoro e tutto il resto della nostra consolidata, precedente narrazione. Non è dall’agricoltura che nascono le società complesse ma è dalle società complesse che deriva l’agricoltura. Molti di voi, forse, non apprezzeranno appieno il significato di questa inversione dei fattori causativi, ma è invece piuttosto importante, anche perché oltre ad aprire a completamente nuove visioni sul chi siamo, risolve anche alcuni problemi, tra cui la comparsa semi sincronica dell’agricoltura in luoghi così distanti da far escludere lo scambio delle informazioni ( Mezzaluna fertile, Valle dell’Indo, Cina ), problema che ha a lungo, angustiato gli studiosi.

vincent-j-musi-pillars-stand-at-gobekli-tepe-the-oldest-known-templeGobekli Tepe fu costruita da tribù nomadi o meglio, seminomadi, tribù diverse le une dalle altre, probabilmente federate in un territorio comune che gli studiosi stimano di un raggio di almeno 100 km, al centro del quale costruirono il sito simbolico e nel costruirlo assieme e nell’utilizzarlo assieme lungo un arco di tempo di più di 3000 anni, crearono un sistema sociale complesso, molto complesso a giudicare da ciò che crearono ed a prescindere dalle supposizioni che possiamo fare sul suo utilizzo[4]. La complessità sociale dunque, discende da prima dell’agricoltura che fu un adattamento e non principio primo di causazione. Da dove veniva questa complessità sociale paleolitica che poi transitò nel Mesolitico e da qui al Neolitico e poi ai Metalli ed alle epoche storiche che culminano con la nostra Modernità ? Probabilmente da un semplice incremento della densità abitativa ( per quanto ancora basata su caccia e raccolta o micro agricoltura selvatica ) ovvero da un semplice “sbuffo” demografico. Che cos’è uno sbuffo demografico ? Per la legge degli incrementi proporzionali ( geometrici e non aritmetici, cioè 3,6.12.24 e non 3,6,9,12 ) ad un certo punto, la densità umana in un dato territorio raggiunge soglie critiche[5] che danno vita a nuovi fenomeni, nuovi modi di organizzare l’adattamento umano o visto dagli occhi umani, di “autoorganizzarsi”. Uno dei principali motori della storia umana, non è il genio o l’invenzione, non è la tecnologia o la scoperta, non è la lotta tra classi al fine dell’organizzazione della sussistenza, ma tutte queste cose si mettono in moto quando diventiamo improvvisamente tanti in un territorio in cui prima eravamo pochi. Cambia la nostra richiesta adattiva e rispondiamo a questa richiesta inventando nuovi sistemi, migrando, agitandoci, inventando ciò che ci serve per rispondere a questa richiesta. Questa richiesta proviene da un problematico rapporto uomo – natura e l’uomo reagisce innovando la società che è il veicolo adattivo col quale l’uomo gestisce i suoi rapporti di adattamento con la natura.

Il contributo della “sbuffo” demografico alla storia umana è molteplice. L’Occidente nasce dall’unione conflittuale, tra una pacifica società agricola e stanziale posta dove oggi c’è l’Europa dell’Est e popoli nomadi e semi nomadi, patriarcali, armati ed a cavallo, cacciatori, allevatori e guerrieri che chiamiamo con il termine collettivo di “popoli indoeuropei”. Gli indoeuropei, ad un certo punto imprecisato intorno al -4000, presero a migrare[6] violentemente dal centro Asia in direzione dell’ Europa, ma anche dell’Anatolia ( gli Hittiti ) e poi in Siria ( i Mitanni ), fors’anche in Egitto ( gli Hyskos ), dell’altipiano iranico e da qui spingendo le precedenti popolazioni iraniche verso la Mesopotamia ( i “misteriosi[7]” Sumeri ) anche  verso la Valle dell’Indo portando la loro religione ( i Veda ), la lingua poi diventata scrittura ( il sanscrito ) e contribuendo a creare la tradizione indica del nord. Forse andarono anche in Cina ma lì la storia diventa ancor più congetturale e la lasciamo sfumare senza precisarla. Più tardi, altri popoli centro asiatici di lingua turca, migrarono e si installarono in Anatolia facendola diventare Turchia. Popoli greci migrarono in Anatolia e da qui in Italia. I Celti austro-svizzeri se ne scapparono sino all’Irlanda. I popoli anglosassoni, poi danesi, poi vichinghi, migrarono per sbuffo demografico verso l’Inghilterra dando vita appunto alla Terra degli Angli ( gli Angli erano un popolo danese, da cui l’interesse di Shakespeare per l’amletico “c’è del marcio in Danimarca” ). Uno sbuffo demografico ma anche cultural-politico dei puritani dell’Inghilterra del ‘600 portò gli anglosassoni, seguiti da scozzesi ed irlandesi, a fondare gli Stati Uniti d’America e così via.

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Allora ? Allora, sembrerebbe che le ere macroscopiche del nostro profondo passato si dividevano in due ed oggi stiano dando vita alla terza. La prima fu quella della bassa densità paleolitica, la seconda fu quella dell’avvento della complessità in cui gli uomini, prima presero a formare interrelazioni complesse pur mantenendo uno stile di vita semi nomade[8], poi si fermarono dando vita a villaggi, città, regni, imperi, stati nazione, costruendo società ordinate dal principio gerarchico, organizzate intorno alla sussistenza protetta dal fatto militare, gestita dal fatto politico, ordinate da quello giuridico, società omogeneizzate e consolidate dal fatto culturale e da quello religioso. Oggi , questa forma di adattamento dei tanti umani nello spazio planetario è giunta ad una nuova discontinuità. Nell’ultimo secolo siamo passati da “soli” 1.500 milioni di individui a 7.000 milioni, mai si era registrato un incremento così deciso in un sì breve tempo. I tempi che stanno finendo e di cui respiriamo il dolciastro odore di morte, sono quelli dell’era delle società complesse che erano arrivate ad un ordine del mondo, con una parte, l‘Occidente, a dominio e sfruttamento di tutto il resto del pianeta. Poche nazioni ( una mezza dozzina capitanate da due: UK e USA ) dominavano tutte le altre ( quasi duecento ).  Così non sarà più e quando fra 2-3 anni la Cina svetterà solitaria in cima alle classifiche del Pil ( e vedrete che sarà la buona volta che in Occidente si deciderà di non usare più il Pil come dato sintetico del valore di una nazione ) sarà chiaro a tutti che una era è finita.  Ma come sarà la nuova era, l’Era della Grande Complessità, ora che non possiamo più migrare o ammazzarci tutti, l’un con l’altro ?

Si possono esprimere degli auspici. Io spero sarà l’era delle tre D. La prima D è quella della Decrescita del fatto economico, una riduzione dell’importanza e del peso della produzione, dello scambio e della banco finanza nell’ordinare le nostre società ( cosa che comporterà necessariamente una perdita del principio di accumulazione come senso delle nostre brevi esistenze e di conseguenza una larga redistribuzione ). Questo sistema è una macchina che divora tempo, spazio, energia e materia senza limiti e senza fine procedura. Un processo che non prevede la sua terminazione. In un pianeta affollato da 7, prossimi 9-10 miliardi di individui, mettersi tutti ad usare una Macchina Economica così settata come sistema adattivo, significa creare le premesse per il disastro ecologico, il collasso sociale, il big bang militare del bellum omnium contra omnes. La seconda D è quella delle Donne, l’altra metà del cielo o meglio, una delle due metà del Tutto umano. L’assetto rigidamente gerarchico di un genere a dominio dell’altro è stata la risposta semplificante alla prima complessità. La Grande Complessità a cui andiamo incontro non è ordinabile da una sclerosi così innaturale, imposta dal dominio del testosterone bellico. In sistemi iper complessi o c’è interazione totale e simmetria diffusa o non c’è modo di trovare strutture di ordine autoorganizzato, funzionale all’adattamento. Nel nostro caso l’ordine dovrà essere adattivo, poiché ricordiamocelo sempre, il nostro problema è come stare in tanti e sempre di più su un singolo pianeta dai confini fisici definiti ed anelastici, nel mentre la natura trascorre il tempo a cambiare se stessa. Non sarà facile, poiché veniamo da una storia ( quindi una tradizione, quindi una cultura, quindi una immagine di mondo oggi inutilizzabile a fini adattivi ) diversa, in cui eravamo pochi o comunque assai meno di oggi. Non sarà facile in particolar per noi occidentali, poiché non solo proveniamo da una situazione più facile per via dei numeri, ma perché ci facilitammo ulteriormente la vita assoggettando il resto del mondo ai nostri desiderata, ai nostri confort, ai nostri bisogni primari e secondari. La terza D è quella di Democrazia. Una democrazia che si ricongiunga con la propria semantica lasciando al Libro degli Errori del passato primitivo quell’ircocervo che è la “democrazia di mercato”. Una democrazia diffusa ed a trazione permanente, in cui i tutti sono al contempo attori e registi dell’adattamento al nuovo mondo, non delegando ad altri ( le sempiterne élite[9] ) ed a un regolamento alieno ( ad esempio “il mercato” ) il compito di dar ordine alle nostre società. Sistemi ipercomplessi non solo sconsigliano gerarchie di una metà a domino dell’altra, ma consigliano una perfetta circolazione delle informazioni che distribuiscano la percezione dello stato delle cose in tutte le parti componenti del sistema sincronicamente. Solo una ben diffusa percezione dei problemi, una introiezione dei quadri generali ed una conseguente deliberazione maggioritaria delle intenzioni sul “che fare?”,  farà di un sistema umano ipercomplesso, un sistema adattivo.

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Siamo alla fine dei tempi complessi ed entriamo nella nuova era della Grande Complessità. Non sta terminando un’Epoca, sta terminando un’Era. Ognuno dovrebbe partire dal suo territorio, a registrare le proprie strategie adattive, il nostro territorio  è quello dell’Occidente continentale per ragioni geo storiche e culturali. L’ingrediente centrale per una nuova strategia adattiva è:  il tempo. Meno tempo per il lavoro e il consumo, più tempo affinché si possano riequilibrare gli investimenti di impegno nella gestione famigliare, amicale, personale, di modo da tendere all’equiparazione funzionale uomo – donna, precondizione necessaria affinché anche la donna possa partecipare ( e più in generale se non i “tutti”, almeno i “molti”, possano partecipare ) a quell’altra attività che si nutre di tempo che è la democrazia partecipata. Dovremmo cominciare a costruire il nostro Gobekli Tepe, forse un Tempio del Tempo[10],  un luogo comune dove non c’è solo l’interesse economico, dove la differenza relativa di genere, di anagrafe, di opinione, di tradizione culturale, crea ricchezza e non gerarchia, dove gli individui si pongono in cerchio a parlare, discutere, scambiare idee per poi decidere tutti assieme come si sta nel mondo dei nuovi tempi, la nuova Era della Grande Complessità che ci viene incontro a grandi falcate.


[1] Žižek S, Vivere alla fine dei tempi, Milano, A. Salani editore, Ponte alle Grazie, 2011

[2] E’ di Childe il concetto assai fertile e longevo di “Rivoluzione neolitica” ovvero quell’insieme di sedentarizzazione, innovazione agricola, gestione delle eccedenze, élite e gerarchie che spesso si pone all’inizio del nostro lungo tempo.

[3] http://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6bekli_Tepe; Schmidt K., Costruirono i primi templi, Oltre edizioni, 2012

[4] Sulla teoria del centro di gravità di tribù disperse in un vasto areale, di veda anche Lewis Mumford, La città nella storia, collana: Tascabili. Saggi; 3 volumi, Milano, Bompiani, 2002

[5] La soglia critica è data dal rapporto tra contenuto e contenente, cioè tra popolazione e territorio.

[6] In realtà non sappiamo perché. Lo sbuffo demografico ovvero l’improvvisa eccedenza demografica può provenire tanto da un incremento critico della popolazione, quanto da un rimpicciolimento del territorio. Per rimpicciolimento del territorio intendiamo ad esempio un mutamento climatico che modifica l’ecologia di un dato sistema, che sembra impoverirsi di ciò che prima costituiva la sua struttura, struttura di cui alcuni popoli vivevano e di cui non possono viver più, motivo che li spinge a migrare.

[7] La nostra immagine di mondo traviata dal computo del tempo basato sull’anno 0, una arbitraria convenzione imposta dal cristianesimo e dall’Occidente al mondo intero, tende a svalutare tutto ciò che fu prima di allora. Questa visione implicita del mondo, è assunta anche da molti critici della Modernità, del capitalismo, dello spirito occidentale. Capita così che, quando si scoprono cose molte antiche frutto della sorprendente complessità umana, molti abbiano gioco facile a rubricarle come “inspiegabili”. La misteriosità chiama magia, mitologie impastate con metafisica o in sub ordine gli alieni, i rettiliani, forze superiori ( gli “illuminati” vengono dopo, ma sono fatti della stessa confusa sostanza neo platonica ). Chi interpreta questi fatti rovistando nel circo magico dell’improbabile è di solito un anglosassone, si veda History Channel della piattaforma Sky-Fox dell’australiano Murdoch, piuttosto che i vari autori del mistero in forma di best seller. Il vero mistero è perché qualcuno continui a dare retta a questi cialtroni. La cialtronaggine misterica fa da pendant nella tradizione anglosassone, all’ossessione per l’oggettività scientifica, le due cose vanno assieme, compensandosi. Del resto è noto che anche Newton fosse un alchimista con propensioni misterico – teosofiche.

[8] Le grotte paleolitiche dipinte, tra cui le francesi Chauvet ( -32.000 af ), e Lascaux, Altamira in Spagna, svolsero probabilmente lo stesso ruolo di “in comune” tra antichi clan e tribù seminomadi che vivevano separate, ma culturalmente connesse.

[9] Secondo il buon Dumézil, i popoli indoeuropei sono i primi a strutturarsi secondo il principio d’ordine delle élite, principio che poi impongono, con la forza, a tutti i popoli che invadono, condizionandone l’evoluzione. La scoperta che esistono le élite, da parte di certi critici del neo liberismo contemporaneo, come se fosse questo ad averle inventate, mostra l’ingenuità dell’approccio culturale con cui guardiamo i complessi fatti del mondo. L’aristocrazia terriera, militare ed ecclesiastica medioevale non era una élite ? L’aristocrazia e il patriziato romano ? Gli imperatori e i re dell’antichità greca ed ancor più profonda ? i sacerdoti egizi ? La lettura di un buon libro di storia dovrebbe sempre precedere i nostri approcci interpretativi prima di lanciarci nel dilettantismo furioso.

[10] Brand, S., Il lungo presente, Fidenza, Mattioli 1885, 2009

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 25.02.12 qui:http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7805-siamo-alla-fine-di-quale-tempo.html, e qui: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/siamo-alla-fine-di-quale-tempo.

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