LA SINISTRA ALLE PRESE CON LA NAZIONE, L’EUROPA ED IL MONDO.

Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche  alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon,  fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

Tutti e tre gli schieramenti, si ripromettono sia la democratizzazione delle istituzioni europee, sia l’inversione delle politiche neoliberali che le hanno contraddistinte. Il secondo schieramento, quello di Varoufakis, più che inter-nazionale, è trans-nazionale nel senso che a quanto par di intuire, si ripromette di costruire una unica forza politica contemporaneamente presente in più paesi, posizione molto in auge negli ambienti federalisti.

Il terzo schieramento invece, si è trovato subito diviso, una divisione però sopita e rimandata, tra il famoso “Piano B” di France Insoumise e Podemos. I francesi si sono presentati alle ultime presidenziali con un programma corposo “L’avvenire in comune”, nel quale hanno declinato 83 tesi in 7 sezioni. Nella tesi 52, presentavano l’ipotesi subordinata “Piano B”. Si trattativa dell’alternativa all’eventuale (certo) fallimento dei tentativi di correzione della politica europea, l’ultima ratio era la rescissione unilaterale francese dei trattati. Come molti avevano notato ai tempi del referendum greco, le trattative politiche si basano su i rapporti di forza e chi aspira a contrastare il potere dominante deve poter -ad un certo punto- mettere sul piatto l’opzione alternativa, quella che rovescia il tavolo. Senza questa minaccia o concreata alternativa, inutile sedersi a far qualsivoglia trattativa, trattasi di verità negoziale a priori.

Il Piano B francese era “o cambiamo l’UE-euro o usciamo”, rimaneva aperta una successiva  possibilità in cui la Francia sovrana avrebbe poi  stretto patti cooperativi e di collaborazione in ambito educativo, scientifico, culturale. Questa era la tesi 52, la 53 invece, iniziava con un “Proporre un’alleanza dei paesi dell’Europa meridionale per superare l’austerità e lanciare politiche concertate per il recupero ecologico e sociale delle attività” che è appunto ciò che hanno fatto a Lisbona. Con ciò terminava la quarta sezione e si passava alla quinta. La quinta sezione si apriva col titolo “Per l’indipendenza della Francia” e quindi dava outline di ciò che la Francia avrebbe potuto e dovuto fare sia nel mentre rimaneva nelle istituzioni europee, sia a maggior ragione e con più convinzione dopo l’eventuale applicazione dell’opzione nucleare che portava al Piano B, l’uscita unilaterale. La tesi 63, metteva in campo idee concrete di cose ed iniziative  da promuovere  nel bacino Mediterraneo, un Mediterraneo braudeliano quindi considerato sia per la sponda europea (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia), che per quella nord-africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia). Il senso dell’intera questione manteneva una certa ambiguità tra questi tre livelli: Francia sovrana, Francia cooperante con i paesi latino-mediterranei nella lotta contro ma dentro l’UE, Francia perno di un nuovo sistema mediterraneo come già Sarkozy ma anche molti altri francesi avevano pensato in passato, ancora dentro l’UE ma a maggior ragione se fuori.  L’ editoriale del numero in edicola di Limes, rimarca pari ambiguità in Macron quando questo sembra superare di slancio il principio di non contraddizione nel sostenere al contempo la Francia sovrana ed uno stadio superiore di Europa federale.

Podemos, pur avendo firmato la Dichiarazione di Lisbona, pare stia ancor tentennando su Diem25 ma più che altro è interessante sottolineare come Iglesias abbia del tutto escluso la condivisione del Piano B di France Insoumise. Al di là delle opinioni specifiche di Podemos sull’euro, Iglesias ha specificato che in Spagna c’è un forte per quanto vago ultramaggioritario sentimento europeista, lo stesso che posso testimoniare personalmente vivendo lì una parte dell’anno, hanno i greci.  Sentimento europeista non vuole affatto dire adesione a questa UE o a questo euro, si tratta di una intuizione più culturale che politica.

Molta parte dell’opinione pubblica europea, è come se avvertisse che i tempi impongono il fare una qualche forma di fronte comune. Il sentimento è forte nel suo radicamento ed al contempo debole nella sua razionalizzazione, unisce i convinti supporter dell’attuale stato di cose, quanto i suoi più convinti critici oltre che ovviamente gli indecisi ed i confusi che sono la maggioranza. Vedi Trump, vedi Putin, vedi Xi Jinping, i britannici che si mettono in proprio, senti di bombe atomiche coreane, terroristi arabi, migranti africani o asiatici, la incombente matassa intricata della “globalizzazione”, l’incubo delle nuove tecnologie, il temuto collasso ambientale e ti viene facile pensare che davanti a tanta minacciosa complessità, l’unione fa la forza e da soli non si va da nessuna parte. Il passaggio da “unione” come spirito vago ad “Unione” come istituzione precisa è garantito dal meccanismo di analogia che abbiamo nel cervello, “sembra” proprio che l’uno risponda all’altro. Vale per le élite, per i medio informati ma anche per coloro che usano più neuroni della pancia che quelli della scatola cranica. Chi si muove politicamente in forma critica sulla questione europea dovrebbe tener conto di questo diffuso sentimento se non altro perché chi fa politica deve aver per interlocutore pezzi di popolazione prima che l’avversario ideologico. Si fanno discussioni con gli amici ed i nemici ideologici davanti a pezzi di popolazione perché il fine politico è conquistare cuori e menti di questi secondi. Dai temi che tratta al linguaggio che usa, questa avvertenza di parlare sempre alla generica popolazione, è del tutto ignorata dalla sinistra che oggi si interroga su dove mai sia finito il suo “popolo”.

Sembra quindi che France Insoumise abbia costruito una posizione a cerchi concentrici di definizione. Il cuore a fuoco è la battaglia contro questa UE ed euro, la corona interna meno a fuoco è la ricerca di alleanze organiche con forze politiche latino-mediterranee da cui la Dichiarazione di Lisbona, la corona esterna ancora meno a fuoco un po’ sciovinista e molto “francese”, è l’idea in fondo guida di una Francia sovrana al centro di cerchi concentrici di cooperazione asimmetrica che arriva fino a pezzi della Françafrique. Questa ultima posizione occhieggia a più vasti settori dell’opinione pubblica francese, inclusi pezzi di classe dirigente ed è forse merito di questa ampia vaghezza se France Insomise ha preso quasi il 20% al primo turno delle presidenziali. Se Mélenchon declina questo target a fasce concentriche che sembrano volersi distaccare dall’UE, Macron declina la stessa geometria egemonica  rivolta verso più UE[1].  Come mai, pur da sponde opposte, i due francesi si agitano tanto occupando più posizioni al contempo e lasciando intendere tutto ed il suo contrario?

Svegliatici, occorre dircelo, tutti un po’ tardi rispetto a ciò che si era stabilito a suo tempo nel trattato di Maastricht (che ricordiamolo è del 1992), l’analisi critica si è soffermata su gli aspetti economici e monetari, tra neo-ordo-liberismo e posizione dominante tedesca. Ma se andiamo a ritroso del registro storico, si vedrà come tutto ciò che precede Maastricht e l’euro  (ed inclusi questi) a partire dall’immediato dopoguerra, ha il suo baricentro non in Germania ma in Francia. E’ la Francia a promuovere la CECA, è la Francia a non approvare la riforma decisiva che avrebbe potuto dare un futuro politico all’Europa ovvero la CED (approvata già dai Benelux e dalla stessa Germania), è la Francia e non far entrare la Gran Bretagna in UE per poi ripensarci ed è lei stessa a sospendersi dalla NATO per diventare potenza atomica per poi ritornarci, è De Gaulle ad invitare Adenauer a Parigi per sancire il trattato dell’Eliseo (1963) quindi fissare formalmente la diarchia regnante l’europeismo, e così via fino allo stesso Maastricht e l’euro che nascono come  contropartita richiesta alla Germania per il via libera dato alla sua preoccupante riunificazione. I tedeschi, si sono limitati ad imporre la struttura economico-monetaria ai trattati, struttura che per altro avevano già nella loro Costituzione dal 1949 e dalla quale non avevano la minima intenzione di derogare perché fonda la loro nazionale narrativa post-bellica, soprattutto come spiegazione dell’irrazionalità da cui sorse il nazismo. Secondo questa narrativa, il nazismo venne dall’eccesso di inflazione.

Questo ci ha portato altrove a definire il progetto europeista, primariamente un trattato di pace tra Francia e Germania, stante che nei due secoli precedenti, questi campioni della potenza europea, si erano già combattuti e reciprocamente invasi più volte. Il  problema del confine tra Francia e Germania con tutto il portato di carbone, acciaio, metallurgia e siderurgia (quindi armi), è una costante geopolitica ovvero basata sulla politica (gli Stati, la volontà di potenza) e la geografia (confine in comune, passato indistinto, assenza di chiari segni geografici di separazione). Se Mélenchon si agita verso più autonomia e Macron verso più integrazione, l’uno pensa che la relazione con la Germania sarà sempre subalterna, l’altro pensa di poterla dominare o quantomeno contrattare secondo la tradizione del dopoguerra, il punto in comune è la Francia, la sua posizione nei prossimi decenni. Si noti come in tutta la questione europeista si incrocino sempre due assi, quello degli interessi delle classi sociali e quello degli interessi delle nazioni. Ogni governante sa che maggiore è il vantaggio portato alla propria nazione, più relativamente agevole sarà gestire i rapporti tra le classi sociali.

Tutta la faccenda europeista, se da una parte discende dal problema dei confini e dalla turbolenta convivenza dei due potenti vicini, non meno certo che da considerazioni ed interessi dell’ economia di mercato e della élite che ne beneficiano, discende anche da alcune non sbagliate considerazioni che si trovano nel Manifesto di Ventotene non meno che in Carl Schmitt, in Alexander Kojève non meno che nel primo scritto europeista del poi diventato leggenda nera principe Coudenhove Kalergi, la PanEuropa. Questi e molti altri, che data l’estrema eterogeneità non possono dirsi discendenti di una unica ideologia (ci sono accenni di Stati Uniti d’Europa addirittura in Lenin), evincono sin dai primi del Novecento che oggettivamente Europa non è più un campo di gioco unico in cui si riflettono le sorti del mondo. Gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Russia, il mondo arabo su fino all’India, segnano il prepotente allargamento del rettangolo di ogni gioco, politico, geopolitico, culturale, militare ed ovviamente economico. Lo spettro largo di queste riflessioni dura un secolo ed è la versione più colta del sentimento “unionista” di senso comune di cui abbiamo parlato prima.  Improbabile che Europa, dove a fronte di un 7% delle terre emerse si concentrano ben il 25% degli Stati mondiali, possa continuare a pensarsi come una macedonia conflittuale di stati e staterelli di più o meno antico pedigrèe. La doppia tenaglia anglosassone e sovietica per più di quattro decenni, ha reso presente a tutti come la divisione fa imperare altri soggetti, la sovranità prima ancora che monetaria, fiscale e giuridica, la si è perduta militarmente, quella politica ne è solo la conseguenza. Questo ci dice che se prima abbiamo individuato due assi ora ne dobbiamo mettere un terzo, oltre alla lotta tra le classi di una nazione e quella tra le nazioni europee tra loro, c’è anche da considerare che il quadrante di gioco non è più solo quello sub continentale ma quello mondiale.

Torniamo così al nostro discorso principale. Chi si propone di democratizzare l’UE temo stia perdendo altro tempo. Mi domando se “più democrazia” sia una invocazione infantile che serve ad acchiappare voti agitando il nobile drappo dell’autogoverno dei popoli o un preciso piano. In questo secondo -improbabile- caso, mi domando come pensano questi neo-democratici di risolvere il problema dell’oggettiva differenza che corre tra popoli latini e mediterranei e popoli germani e scandinavi, tra gli euro-occidentali e gli euro-orientali. Se domattina Mago Merlino con la bacchetta magica ci donasse il parlamento dell’euro a cui sottomettere la politica della banca centrale, i mediterranei  avrebbero la maggioranza dei 2/3, se ben convinti (e ci sono oggettivi interessi materiali nazionali a largo spettro a supporto) potrebbero far passare la riforma dell’euro facile-facile. Un millisecondo dopo la Germania, l’Olanda, la Finlandia, Lussemburgo ed i tre baltici uscirebbero.  Lo stesso varrebbe per la maggioranza italo-francese nell’eventuale parlamento della piccola federazione dei sei paesi fondatori la CEE-UE.  Così per lo statuto dell’euro ma anche per le altre necessarie riforme economiche e sempre evitando la politica estera che con la sua radice geografica, pone i mediterranei e quelli del Mare del Nord su sponde opposte, interessi diversi, prospezioni ed alleanze altrettanto diverse. Per avere democrazia ci vuole -al minimo- una Costituzione un parlamento, un governo, l’unione dei tre poteri di Montesquieu ed in definitiva niente di meno di uno Stato. Questo Stato che è l’unico sistema conosciuto in cui applicare la democrazia, a 6 se a base storica (?), 19 se su base euro o a 27 se su base UE, non è materialmente possibile per motivi auto-evidenti che i “democratici” non capisco perché si ostinino a non voler vedere. Se per fare un mercato si può essere 19 o 27 e pure eterogenei, per fare uno Stato sono richieste omogeneità giuridiche, culturali, religiose, linguistiche, storiche, politiche. Ogni volta che il sistema di mercato (UE) tenta di fare lo Stato si spacca, ma non lungo le linee ideologiche, lungo le linee geo-storiche. Ancora di recente, Macron si è speso per l’intensione (più governante quasi-federale) e Juncker ha invece ribadito l’estensione (ci sono molti paesi nel sistema, sarebbe più utile allargare il sistema ad altri paesi ad esempio i balcanici), perché le logiche per fare Stati o quelle per fare mercati sono intrinsecamente diverse.

Nessuno vuole in Europa uno Stato federale (anche perché materialmente irrealizzabile), quindi nessuno è in grado di sottomettersi a volontà generali che diventerebbero potere di popoli su altri popoli. Tra il disprezzo nei confronti dei mediterranei ed il ricambiato odio per i tedeschi o l’ironia svagata su quanto si sentono furbi i francesi senza esserlo davvero, mai come oggi stanno tornando in auge sentimenti nazionalistici che categorizzano molto sommariamente l’Altro. Far finta che non esistono i popoli o gli Stati o la storia o la geografia non aiuta, non appena si spinge troppo sull’inflazione retorica unionista, ecco spuntare subito il rimbalzo sovranista. Ma il peggio è che unionisti e sovranisti si disputano il gran premio della chiacchiera perché tanto né sembra si possa andare a più unione, né tornare alla nazione e ciò che impera, alla fine della fiera, è sempre e solo la Commissione, la BCE, i “Nien!” tedeschi. Tra il grande ed il piccolo Stato, alla fine vince sempre il Mercato.

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Siamo nel doppio vincolo, da una parte vorremmo esser più forti ed unirci ma la nostra estrema eterogeneità lo rende impossibile, dall’altra vorremmo ripristinare una accettabile democrazia e tornare a decidere noi sul “che fare?” il che però ci riporta in teoria ai nostri singoli stati che già oggi ma viepiù fra trenta anni, varranno quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Strappare più sovranità oggi, significa perderla senza speranza nell’immediato domani del commercio internazionale, della circolazione dei capitali, della dittatura dei mercati, delle nostre fragilità economiche, dei diktat anglosassoni sulla NATO, delle crescente minorità politica di nazioni piccole, sempre più anziane, sempre meno competitive e significative nello scenario mondo.

In questo dilemma che a volte si presenta come trilemma (dentro la nazione, tra le nazioni europee, nazioni europee vs resto del mondo) la sinistra ha forse una opportunità per quanto la confusione mentale ed ideologica oggi occulti proprio ciò che ha davanti a gli occhi.

Se gli otto paesi firmatari del distinguo rispetto ai sogni devolutivi macroniani sono tutti del nord Europa (inclusa la Germania dietro le quinte), se il gruppo di Visegrad unisce stati orientali confinanti ed eterogenei uniti però nel distinguersi rispetto ai dettami occidentali franco-tedeschi, se la Dichiarazione di Lisbona è firmata dai meridionali portoghesi, spagnoli, francesi ed una particella di italiani è perché l’Europa è fatta di popoli ed i popoli di culture, di storie sovrapposte su un piano geografico costante che unisce alcuni e separa altri. Sono le culture l’ordinatore che consente e non consente le eventuali fusioni tra Stati-nazione in Europa. Nessun paese latino mediterraneo avrebbe grossi problemi ad avere una banca centrale che fa quello che ogni banca centrale al mondo fa (espansione economica, controllo del cambio, aiuto nella gestione del debito pubblico oltre al fatidico controllo dell’inflazione), non così i tedeschi e la loro area egemonica nord europea. E lo stesso gruppo dei latini certo che ha interessi geopolitici comuni verso il Mediterraneo, il Nord Africa ed anche il resto del continente che s’affaccia sul nostro stesso mare (per non parlare delle opportunità di sistema con il Centro-Sud America), quindi interesse ad unire le forze in qualche modo. Interessi diversi da quelli germano-scandinavi o dei confinanti con la Russia.

Tra paesi latino mediterranei si possono fare alleanze senza speranze che si battano per una diversa UE, si possono promuovere  maggior livelli di integrazione e cooperazione fattiva mentre si rimane nell’UE, ci si può dar man forte per coordinare una simultanea uscita dall’euro tornando a chi ci crede alle rispettive valute o per uscire tutti dall’euro tedesco e confluire  in un altro euro mediterraneo espansivo, svalutabile, di aiuto alle gestione dei debiti pubblici (soprattutto quelli collocati all’estero, estero che a quel punto avendo nel nuovo sistema sei diversi paesi, diminuirebbe come impegno nel caso lo si volesse ricomprare per immunizzarsi dagli spread, come è in Giappone), sottomesso non ad un trattato ma ad un parlamento democraticamente rappresentativo.

Nel rompicapo europeo non ci sono soluzioni facili e questa invocazione di un insieme latino-mediterraneo non è esente da problemi. Si tratta però di scegliere la via meno problematica e sopratutto quella che apre a maggiori condizioni di possibilità. La comune cultura latino-mediterranea è l’unica solida base per cominciare a sviluppare progetti politici inter-nazionali per tempi che stanno velocemente scalando indici di complessità sempre meno rassicuranti. Ci conviene oltremodo svegliare tutti dal sonno dogmatico che vuole unioni a 27 o a 19 senza che sussistano gli indispensabili pre-requisiti per farlo, così come ci conviene essere realisti e responsabili e cominciare a pensare  che nel mondo nuovo paesi solitari da 60, 40, 10 milioni di abitanti avranno sovranità men che formali. Coordinarsi tra simili per criticare, provare a cambiare o abbandonare l’euro non meno che la NATO, è condizione necessaria, il fine preciso lo valuteremo assieme, intanto fissiamo il mezzo.

Non esiste una sinistra senza una Idea ed in tempi così complicati, far base su un substrato comune di origine geo-storico, quindi culturale, quindi popolare e reale, a noi sembra il modo migliore per far si che la sinistra torni a pensare e ad agire politicamente. Se le opinioni specifiche su UE, euro e vari tipi di progetti avanzati da più parti fanno perno su quel sentimento istintivo che pensa necessario unire le forze tra alcuni di noi, dare a quel sentimento la prospettiva più limitata e perciò più concreta dell’alleanza progressiva tra noi mediterranei europei (per i paesi-popoli musulmani mediterranei il discorso verrà fatto dopo, non si possono fare progetti di unione federale con paesi del nord Africa, ora), può aiutare a darci identità, egemonia nel dibattito pubblico, spinta creativa a disegnare il mondo che verrà, voglia di tornare a fare politica. Se la sinistra nasce nel conflitto sociale interno, oggi deve anche misurarsi con il formato Stato-nazionale, coi rapporti interni all’Europa che sono tra nazioni prima che tra classi e col problema di ciò che è fuori dal nostro antico mondo. L’Idea deve orizzontarsi su tutte e tre le variabili altrimenti rimane idealismo, inutile sequenza di petizioni di principio e non progetto.

La sinistra uscirà dalla sua crisi quando dimostrerà di avere un progetto positivo sulla realtà, alla funzione critica si può aderire scrivendo e comprando libri (una delle principali attività della sinistra), ma non si costruisce realtà con la “potenza del negativo”. La sinistra nata dal conflitto di classe deve sapersi riattualizzare davanti ai tre scenari sistemici mai davvero trattati in profondo dalla sua pur voluminosa produzione teorica: nazione, Europa, mondo. Niente progetto, niente sinistra.

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[1] Il Piano Macron è stato presentato a settembre 2017 alla Sorbona. Le “corone” del piano Macron erano sicurezza, difesa e politica estera, tre argomenti che si fondono come interesse francese ad agire negli “esteri” identificando l’interesse francese con quello europeo. La partecipazione francese, almeno “ideale”, al bombardamento in Siria e l’orgogliosa rivendicazione valoriale che ne ha fatto Macron il 17 aprile a Bruxelles, confermano di questa vocazione del francese ad intestarsi la funzione esteri. (Sullo sviluppo del business della difesa, si veda questo contributo di B. Montesano su Sbilanciamoci: http://sbilanciamoci.info/difesa-europea-business-della-sicurezza/ a rimarcare la costante ambiguità per la quale non si parla di esercito comune ma di business comune). Oltre ai tre argomenti “estero”, il piano Macron ha ambiente e ricerca tecnologica dove quest’ultima segna una delle croniche debolezze europee. Nessuno stato europeo è effettivamente in grado di mobilitare investimenti significativi in grado di competere con quelli americani e cinesi, mancanza che poi si riflette nelle minori condizioni di possibilità economiche e mancanza di indipendenza in un settore strategico. Infine, l’euro che Macron vorrebbe riformare con un comune bilancio e conseguente allineamento fiscale e con unico ministro delle Finanze.  Difficile che anche volendo (e sull’esistenza di questa volontà è lecito nutrire parecchi dubbi), la Germania in cui le due forze politiche in ascesa e che controllano già oggi un quarto dell’elettorato sono i Liberali euroscettici ed AfD apertamente xenofoba, aderisca al progetto se non rendendolo ancora più ambiguo tra la sua forma narrativa e la sostanza ben meno palpitante. Chissà quindi se ci sono proprio i tedeschi dietro la presa di posizione del 6 marzo, in cui otto paesi euro (Finlandia, Irlanda, Olanda, i tre baltici, Svezia e Danimarca ultimi due non in Eurozona e si tenga conto che fuori Eurozona c’è poi su posizioni simili anche il Gruppo di Visegrad) hanno pensato necessario dichiarare assieme l’assoluta contrarietà ad ulteriori devoluzioni dei poteri nazionali, bocciando in sostanza il piano Macron. A sentire le dichiarazioni di Merkel in preparazione del vertice con Macron sembrerebbe proprio di sì, i settentrionali  non vogliono alcun sistema politico comune coi meridionali, non si capisce perché i meridionali non ne prendano atto e ne traggano conclusioni.

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L’ORA PIU’ BUIA.

[Rompo momentaneamente il format del blog che in questa pagina principale ospita -in genere- solo articoli e studi mediamente approfonditi. Pubblico invece un post delle 8.00 di stamane sulla mia pagina fb, scaturito dalla notizia del giorno. Trattandosi di fatto geopolitico che è non l’unica ma una delle principali questioni intorno a cui articolo le mie riflessioni, corre l’obbligo data la rilevanza degli eventi.]

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine, deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivato il cacciatorpediniere D. Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male. L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest (di cui abbiamo spesso parlato più seriamente e da ultimo qui), continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

[La citazione pare provenga da Paulo Coelho che i miei lettori e lettrici sapranno non essere esattamente un mio riferimento culturale. Ci stava bene però nel contesto, spero verrò perdonato]

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APPUNTAMENTO.

Oggi, 12 aprile, sarò ospite di Senso Comune Bologna, al Dipartimento di Scienze Politiche dalle ore 17.00 per una chiacchierata sulla problematica geopolitica europea. In verità, l’Unione Europea non è un soggetto politico intenzionale, quindi non lo è neanche il senso di politica estera se non in forme assai contraddittorie. Europa però è un territorio e quindi ha comunque problematiche di politica e spazio. Proveremo quindi a dipanare questa matassa complessa proprio nel mentre la geopolitica ha in cartello la grande attesa sulla punizione di Assad. Opporre alle cannoniere la conoscenza è il modo migliore per combattere il gioco che siamo -volenti o nolenti- chiamati a giocare.

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APPUNTAMENTO.

Venerdì 26 marzo alle ore 18.30 a Milano, introdurrò la due giorni di studi geopolitici del collettivo Idee sottosopra, all’ARCI Bellezza, via Giovanni Bellezza 16/a.

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IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE.

Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata,  il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”.  Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

Il che ci porta a dover trattare daccapo il concetto di “multipolare”, prima  in astratto, poi in concreto e nel concreto distinguendo i casi in cui applicarlo al passato o allo stato presente/futuro. Il fine è quello di trarne una interpretazione contemporanea ed una luce che tenta di fendere le nebbiosità dell’immediato futuro.

In astratto, il concetto di “multipolare” dice che in un dato spazio-tempo, si presenta una configurazione d’ordine con più di due attori statali potenti (poli), legati  tra loro da molteplici relazioni di potenziale offesa-difesa o equilibrio, equilibrio che va inteso sempre in modo dinamico. Il concetto s’inscrive nelle premesse del tipico contesto realista ovvero un mondo ritenuto anarchico (non “disordinato”, ma privo di legge superiore ed entità in grado di applicarla, anche con la forza, a tutti), competizione a somma zero (se un polo assume più potenza, qualche altro la perde), gli stati si comportano in maniera razionale, le potenze tendono a massimizzare il loro potere (fino ad oggi non si son presentate potenze che s’accontentano), nessuno stato può esser certo delle intenzioni di un concorrente, la potenza -in ultima istanza- s’intende in senso militare ed infine, il fondo “tragico” cioè la constatazione che la guerra è un modo della politica ed è storicamente una costante.

La teoria realista in Relazioni Internazionali (la dottrina liberale non la pendiamo neanche in considerazione poiché a nostro giudizio infondata e con una componente eccessivamente ideologico-normativa) ha opinioni di giudizio diverse sul sistema multipolare astratto. Per Hans Morghentau (realismo della natura umana) i sistemi multipolari tendono ad auto-stabilizzarsi e sono l’ideale per raggiungere l’equilibrio di potenza. In più, la dinamica di compensazione per la quale se un polo tende ad emergere un po’ troppo o manifesta comportamenti non equilibrati tutti gli altri si alleano per compensarlo, renderebbe questo ordine complesso ma sostanzialmente stabile o forse stabile proprio perché complesso e dinamico. Questo bilanciamento è detto “equilibrio di potenza” e se manca, porta disordine in via automatica, cioè date le premesse realiste. Kenneth Waltz (realismo difensivo) contestava decisamente questa fiducia di Morghentau, sostenendo che l’unico ordine stabile e stabilizzante è il bipolare e quello multipolare è prima o poi soggetto a rottura di simmetria, quindi catastrofe. Infine, John Mearshemeir (realismo offensivo), concorda in pratica con Waltz e poi fa una classificazione con il bipolare più stabile del multipolare ma questo poi distinto in equilibrato che è migliore della peggiore configurazione possibile ovvero il multipolare con uno o più poli superiori a gli altri, il multipolare sbilanciato. L’intera classificazione andrebbe poi dinamicizzata tra ascendenti e discendenti perché se un ordine sembra multipolare in statica ma uno dei poli era l’egemone e uno degli sfidanti sta crescendo velocemente in potenza, le cose certo cambiano. Così cambiano se si dà un occhio alle future prospettive di medio periodo. L’ordine più stabile tipo “pace perpetua” è quello unipolare dove c’è un solo polo detto “egemone”, ma è del tutto teorico in quanto non si è mai presentato nella storia del mondo con tassi demografici inferiori, figuriamoci oggi o domani con 7,5 o 10 miliardi di individui e più di 200 stati con tendenza ad aumentare. L’impero-mondo è più un fantasma metafisico, cosa che la nostra mente può pensare ma che non per questo può essere davvero.

I dolori più intensi e seri per il concetto di multipolare, arrivano però quando si passa dall’analitico al sintetico, quando si va ad applicare la teoria alla realtà empirica. Tra i casi di multipolare rinvenuti più spesso nel registro storico, compaiono l’Italia rinascimentale del centro-nord e l’Europa del XIX secolo a 5 – 7 poli (Russia, Austro-Ungheria, Francia, Inghilterra, Impero ottomano e poi Prussia/Germania ed Italia) ma si sarebbe potuto anche considerare il periodo degli Stati combattenti nella Cina del V-III secolo a.C.  o la Grecia Antica da cui invece alcuni traggono il concetto bipolare della “trappola di Tucidide” per dar lustro con tono colto ai commenti sulla competizione odierna USA (potenza di acqua quindi Atene)  vs Cina (potenza di terra quindi Sparta). Il riferimento all’Antica Grecia è oltretutto doppiamente sbagliato perché per altri versi Atene e Sparta non erano sole e quindi non era un semplice ordine bipolare ma tanto quando si prende di così gran carriera la strada dell’analogia a tutti ci costi, i costi di semplificazione si pagano in imprecisione.

Cosa c’è di così scandalosamente impreciso in questo ricorso al registro storico? La mancanza delle variabili co-essenziali per ogni ricostruzione di fase storica, il contesto e la eterogeneità degli attori.

Quanto all’eterogeneità, l’ordine multipolare diventa una costruzione strutturalista nella scuola realista americana che (si tenga conto  che tutti i pensatori e le idee che animano la disciplina delle RI, sono sempre e solo americani), come dice Mearsheimer, tratta gli stati o potenze come palle da biliardo, al limite più o meno grosse a seconda della potenza. Mearsheimer e tutti i realisti hanno buone ragioni per far diventare gli stati scatole nere di cui c’importa solo l’imput e l’output, ed è il rifiuto di seguire i liberali nelle loro assurde perorazioni sul fatto che le forme di governo interne a gli stati (democrazie vs varie configurazioni di autoritarismo) farebbero la differenza. Ma se i liberali rendono un po’ assurde le considerazioni sulla struttura a grana fine che distingue gli stati tra loro (struttura che si dovrebbe invece dettagliare per: grandi o piccoli? di terra o di mare? con che tipo di demografia, economia, mentalità e tradizioni, collocazione geografica, tradizione filosofico-religiosa e scientifica? a quale punto del loro ciclo storico? etc.), nondimeno queste strutture a grana fine vanno analizzate per capire la natura degli attori prima di portarli dentro le analogie. Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti.

La mancanza decisiva è però il non considerare il contesto. Tanto per dire una sola, unica e principale, questione che differenzia l’ordine multipolare del mondo di oggi rispetto a qualsivoglia porzione del mondo di ieri, è che quelle di ieri erano appunto “porzioni”, quello di oggi è un “tutto” che non ha un fuori. Non c’è un altro mondo in cui far sfogare le contraddizioni dell’attuale mondo multipolare mentre l’Italia rinascimentale era solo un ritaglio di un frame più grande in cui c’erano la Francia, la Spagna, lo Stato Pontificio, il Sacro Romano Impero ed il Mediterraneo, mentre nell’Europa del XIX secolo c’era la corsa alle colonie ed a gli imperi fuori d’Europa. Entrambe erano situazioni occorse in ambiente omogeneo (italiano o europeo) mentre oggi abbiamo attori molto più eterogenei e distanti nello spazio (tra Cina ed USA c’è un oceano, ad esempio, nonché più di due millenni e mezzo di differente longevità). Entrambe le situazioni erano a bassa interdipendenza tra gli attori mentre oggi l’interdipendenza è alta. Entrambe le situazioni erano a bassa o media demografia mentre oggi il mondo è al sua massimo storico di densità, così l’economia che con la demografia fornisce le coordinate del potere potenziale ma non ancora effettivo, ha oggi peso e dinamiche non parametrabili a ieri. E sul potere effettivo, quello delle armi, che differenza fa un multipolare atomico che ha almeno due poli legati tra loro dalla fatidica Mutual Assured Distruction (MAD) ma con un generico “rischio atomico” anche più ampio e diffuso? O anche solo la potenza annichilente dell’armamento “convenzionale” attuale rispetto a gli esempi pregressi? O come agisce il fattore reputazionale in epoca di opinioni pubbliche che fan da spettatori, prima che attori, dei giochi politici inter-nazionali ma i cui giudizi condizionano l’azione dei governi?

Insomma, siamo come detto in terra incognita, lì dove il ricorso all’esperienza precedente non è vietata ma va usata con un molto ampio beneficio d’inventario perché nell’inventario ci sono variabili che rendono falsa l’analogia.

Dirigiamoci quindi con prudenza ad esaminare la nuova versione di sistema multipolare mondiale a cui stiamo tendendo. C’è un’unica super potenza, gli USA e due potenze asimmetriche, una militare -la Russia-, l’altra economica -la Cina-. Chi usa i meccanismi tipici delle tradizioni di pensiero di RI o GP, a questo punto prevede che i poteri potenziali della demografia e della economia cinese, questione di tempo, verranno presto trasformati in potenza militare. Ma c’è qualcosa che potrebbe ostacolare questa predizione, almeno nella sua forma lineare.

Primo, memore della lezioni data dalla guerra fredda, la Cina starà ben attenta a non farsi trascinare nell’over-spending militare a scapito del reinvestimento nello sviluppo e nella ridistribuzione. Solo un analista da think tank americano può sottovalutare il problema delle eccessive diseguaglianze in un sistema di 1,4 mld di persone, errore che nessun cinese che conosca la storia cinese, farà mai.

Secondariamente, la Cina starà ben attenta a non eccitare l’altrui “dilemma della sicurezza”, ovvero quella situazione di incertezza per la quale ogni stato sa che se eccede nella crescita delle dotazioni militari, fossero anche per difesa, non essendo escludibile in alcun modo che ciò che oggi si crea per difesa domani possa esser usato per offesa, altro non fa che sollecitare pari riarmo nei vicini. Oltretutto, la Cina ha bisogno a prescindere di pace ed armonia nel suo quadrante strategico perché la sua principale linea strategica è sviluppare  reti commerciali. Inoltre è suo fine specifico proporsi come “potenza amica” in modalità “cooperazione e reciprocità” ad esempio nei confronti dell’Africa, evitando rozze intenzioni coloniali, aggressive o eccessivamente egoiste. Preoccupazione che poi andrebbe anche allargata poiché la Cina tende ad attrarre “clienti” prima nella sfera occidentale e quindi deve dare qualcosa in più o di meglio. Le dichiarazioni pubbliche di come la Cina vede le interrelazioni estere sono oggi -più o meno-  le stesse dalla Conferenza di Bandung del 1955 e per molti versi sembrano credibili, non per superiorità etica ma per intelligenza strategica di cui i cinesi sono dotati da un paio di millenni prima di von Clausewitz.

Infine, stante che la Cina non è attaccabile via mare dagli USA (potere frenante del mare) e dal Giappone, ha stretto un sostanziale accordo di cooperazione a largo raggio con la Russia (nel passato l’unico vero nemico potenziale dal punto di vista geografico e qualche volta storico) e sembra intenzionata ad avere relazioni amicali-sospettose ma in sostanziale equilibrio con l’India, la sua dotazione di potenza effettiva può limitarsi a rinforzare la marina, la presenza nello spazio, l’elettronica ed il digitale, porre qualche avamposto discreto in giro per il mondo, senza mettersi a sfornare carri armati e missili a nastro. Si tenga poi conto che la Cina è molto grande e popolosa e credo che l’ultimo desiderio dei suoi governanti sia quello di annettere altri territori e popolazioni, ingigantendo un problema già difficile di gestione della sua propria massa. Se la terra manca, meglio comprarla come stanno facendo in Africa o favorire una discreta diaspora come in Siberia orientale.

Gli altri due attori in che traiettoria stanno? La Russia, potenza di mezzo dell’Eurasia, posizione al contempo comoda e  scomoda strategicamente, è da ormai settanta anni oggetto di pressione da parte USA per rimanere avviluppata nella escalation di potenza militare che per lei si trasforma in un “a scapito” del progresso economico. Salvata dalla dotazione di energie e molte materie prime e sovrana alimentarmente, la Russia segue questa escalation per via dell’ovvio riflesso di sicurezza. Ma anche per via dell’interesse ad approfittare degli eventuali cedimenti delle vicine ex repubbliche già interne all’URSS che ha interesse a riportare sotto la sua sfera di influenza, per via del far virtù della necessità di produrre armi poiché sono anche beni per l’export (export che poi lega a sé eventuali partner), per via dell’importanza che storicamente ha all’interno del suo sistema di potere la burocrazia militare ed infine, per via della necessità di supportare alla bisogna alleati periferici a loro volta messi sotto pressione dagli americani. Fintanto che gli europei rimangono dentro il sistema occidental-atlantico, la Russia difficilmente si svincolerà da questa traiettoria. In prospettiva, in Russia si libererà molta terra (per via del riscaldamento globale), il che, in un mondo sempre più denso ed affollato e stante che la Russia è uno dei paesi a più bassa densità abitativa del mondo (nonché in assoluto il più grande), non è una cattiva prospettiva fatti salvi gli ovvi problemi di gestione, logistica ed integrazione di eventuali migrazioni. Per la stessa ragione, la regione polare prospiciente la costa settentrionale, diventa nuovo quadrante “caldo”.

Gli USA sono in una posizione di potenza effettiva, cioè militare, molto lontana dal poter esser insidiata da alcuno. Di contro, la loro pur ragguardevole demografia, è ben superata sia dalla Cina che dall’India, ma in prospettiva, insidiata  anche dalle crescite dei più periferici ovvero l’Indonesia, il Brasile, la Nigeria. Una volta che questi paesi, come sta succedendo con Cina ed India, si metteranno a convertire demografia in crescita economica, anche questo secondo aspetto che l’ha vista a lungo leader senza competitor, diventerà relativo. Si tenga poi conto di alcune altre variabili.

Una è la “rendita di cittadinanza” ovvero il contributo del più ampio sistema di cui si è polo, del sistema occidentale complessivo nella storia pregressa, del sistema asiatico e del sistema africano oggi ed in prospettiva. Il “centro del mondo” si sta già velocemente spostando verso oriente e questo tenderà a limitare le condizioni di possibilità per gli USA, a prescindere da quanto questi saranno in grado di puntellare i loro punti di forza e minimizzare quelli di debolezza.

Un’altra variabile da tener d’occhio sono  le soglie critiche, invisibili punti nei quali i sistemi che si stanno espandendo o contraendo, subiscono una accelerazione non lineare del moto tendenziale. Gli USA possono senz’altro assorbire una riduzione del loro peso di Pil sul totale mondiale ma ci sono appunto soglie oltre le quali gli effetti di contrazione non sono lineari, si pensi, ad esempio, al ruolo mondiale del dollaro ed a gli effetti a cascata che avrebbe anche solo una sua relativa limitazione.  Su questa resilienza nella contrazione, agisce poi in forma problematica, la strana configurazione della scala sociale statunitense che ha una élite assolutamente fuori norma e quindi idiosincratica ad ogni decrescita.

Poi c’è il disordine in cui chi è abituato a competere entro quadri legali e normativi, di norme visibili o invisibili ed in ambienti che per quanto anarchici hanno comunque infrastrutture ed istituzioni multilaterali, potrebbe faticare ad orizzontarsi in un ambiente molto meno regolato e supportato. Poiché -in macro- stiamo transitando da un mondo relativamente più semplice ad uno relativamente più complesso, la complessità diventa essa stessa un problema per chi intende garantirsi un potere così sproporzionato come quello a cui sono abituati gli americani. Di contro, si può anche ipotizzare un interesse ad accompagnare ed anzi, alimentare un certo disordine globale per alzare la domanda di “protezione”. Ma in questo caso, è molto dubbio il poter riuscire a prevedere e quindi governare tutte le dinamiche disordinanti che intenzionalmente si vorrebbero promuovere.

Infine, la vera palla al piede della potenza americana ovvero l’Europa, una Europa testardamente frazionata, bizantina, anziana,  viziata, sospesa in una bolla che riflette la sua eccezionale storia specifica ma la isola da un mondo del tutto nuovo che gli europei sembrano non comprendere realisticamente del tutto. A partire dall’ovvia constatazione che in un ordine multipolare così dinamico, l’Europa non è una potenza e non è neanche un soggetto in termini di politica estera oltreché essere economicamente e demograficamente frazionata, non esser cioè un “totale più della somma delle parti”. Condizione quest’ultima a cui si ritiene di poter far fronte con il vuoto slogan degli “Stati Uniti d’Europa” che non ha la minima condizione di possibilità di veder mai luce e sopratutto funzionare. Questo far fronte al grande problema adattivo di questa parte di mondo usando slogan che non vanno da nessuna parte, rinforza la diagnosi di disadattamento degli europei ai tempi che vengono.

Il mondo multipolare che si sta affermando, ha anche molte medie potenze, potenze regionali e qualche significativa piccola potenza locale in grado di ostacolare giochi che una volta i geografi imperiali britannici progettavano al calduccio dei protetti salotti londinesi sorseggiando il loro tè rituale. Per segnare le cartine del mondo, oggi servono cose un po’ più complesse che non le matite. Più in generale, questo mondo tende alla convergenza degli indici economici (veniamo dalla grande divergenza ma andiamo verso la grande convergenza tra grandi aree), crea reti regionali più dense delle reti genericamente globali, tende al pluralismo dei grandi enti internazionali (banche, investimenti, culture, tradizioni, ambiti di cooperazione, piazze finanziarie, forum diplomatici), offre alternative a quello che prima era un monopolio, pone le economie che si emancipano da posizioni primitive in grande vantaggio dinamico rispetto alle economie mature, oltre a tutte le varie e preoccupanti articolazioni del problema ambientale, semplice da citare ma molto complesso da descrivere. Infine, le grandi cornici ideologiche che legavano élite e popoli nazionali intenti nell’opera di “civilizzazione” del colonialismo e dell’ imperialismo europei, l’afflato repubblicano dei napoleonici, il fascismo, il nazismo, il comunismo ed il liberalismo con i loro antagonisti simmetrici che animarono il ‘900, sono assai depotenziate e non si vede chi altro potrebbe prenderne il posto a parte qualche gruppo di islamisti suicidi finanziati dall’Arabia Saudita. Si può come senz’altro si sta facendo con la Russia, nazificare il nemico dirigendo le fila del concerto mediatico, ma da qui a poterci far perno per convincere le opinioni pubbliche dell’inevitabilità di una guerra diretta ce ne corre.

A quale tipo di ordine multipolare ci avviamo, quindi? E come si comporterà, almeno all’inizio, il sistema multipolare in un mondo denso ed intrecciato, un sistema che per la prima volta è multi-atomico e quindi soggetto a più vincoli di “reciproca, distruzione assicurata” (sempre che si voglia continuare a sottostimare il potenziale bellico convenzionale che per molti aspetti non gli è secondo)? Il quadro prima disegnato ha sintesi nella definizione di “multipolare sbilanciato” in cui la superpotenza americana non può certo sperare di aumentare raggio ed intensità del proprio potere, non può accontentarsi di uno status quo perché comunque trascinata in basso dalla dinamica tra le parti del sistema mondiale e deve quindi resistere il più possibile nel mantenere i propri ancora significativi vantaggi, nel mentre tenta di rallentare l’ascesa degli sfidanti. Deve farlo nel quadro problematico dello stato del mondo prima accennato e con una gran proliferare di attori medi e piccoli che seguono ognuno una propria traiettoria. Ancora con una leadership solida nel potere effettivo (militare), il problema americano risiede nel potere potenziale, nel rapporto tra il suo essere meno del 5% della popolazione mondiale con un potere economico che ancora domina il 25% dell’economia mondiale anche sulla scorta di un ancor più ampio potere finanziario.

Il vincolo della reciproca distruzione assicurata, per gli USA, vale non solo verso i russi ma anche i cinesi poiché è chiaro che questi due, al di là della loro reciproca competizione per altri versi naturale essendo vicini, avendo punti di forza complementari, hanno ben chiaro il comune interesse, loro e di molti altri, a che si stabilisca un vero quadro multipolare bilanciato. La crescita della loro attuale cooperazione è di fatto un’alleanza difensiva non detta. Cina, India, Sud Est asiatico, Pakistan, le due Coree, l’Africa e il Sud America hanno tutti interesse a non imbracciare le armi nel mentre crescono economicamente e socialmente. Anche la Russia, se potesse,  avrebbe urgenza di dedicarsi di più al suo sviluppo piuttosto che dissanguarsi nella rincorsa di potenza col gigante americano. Da questo corso, non sarebbero in teoria distanti, se fossero liberi da condizionamenti di altro tipo, neanche i giapponesi e gli europei. Gli unici che davvero hanno interesse a far pesare nel quadro la super potenza di cui sono ancora proprietari sono gli Stati Uniti d’America e qualche potenza locale in Medio Oriente.  Si potrebbe leggere l’intero quadro come un film della transizione tra un assetto sbilanciato ad uno più bilanciato e quindi segnato dalla sfida economica degli ascendenti verso il discendente americano che resisterà in tutti modi. Ma come, se in ultima istanza il conflitto diretto è sconsigliato dal vincolo atomico?

Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.

Il fattore demografico, la stazza, la massa di un attore, fattore sempre importante, oggi può diventare decisivo e non solo più per alimentare la propria potenza effettiva cioè armata, ma anche per il corrispettivo di crescita economica. Diventa anche un’arma nel caso di procurate migrazioni da paesi terzi verso coloro che si vogliono mettere in difficoltà. Queste migrazioni indotte si creano facilmente con le guerre per procura che oltretutto sono un vivace mercato per la sovrapproduzione dell’industria militare di cui è dotata ogni potenza. Ogni produzione ha un mercato e se la prima è maggiore del secondo, il secondo va sollecitato ad ampliarsi e/o intensificarsi. Questo gioco periferico che non riguarda il confronto diretto tra potenze, ha poi il vantaggio di tenere occupato il nemico dietro gli alleati che combattono i nostri amici in quel specifico teatro e quindi rinforza i legami di amicizia e dipendenza interni al polo. Il mondo è pieno di minoranze, popoli senza stati, confini precari disegnati dai francesi o dagli inglesi nel periodo coloniale, il catalogo delle occasioni di conflitto potenziale è molto ampio. I popoli sono molti di più degli stati e quindi il gioco delle nazioni in cerca di sovranità è facile da attivare.  L’ideologia islamista è un potente alleato di questa strategia per chi ha lo stomaco di usarla mentre sbraita nel simularne il contenimento. Incidenti in acqua o in aria possono sempre accendere l’attenzione su qualche quadrante di mondo e mandare messaggi che sfruttano la naturale paranoia da sicurezza di qualsiasi stato, specie se potenza emergente o alleato debole del polo nemico. Gli incidenti procurati possono essere ottime scuse per elevare sdegno morale propedeutico a più prosaiche sanzioni, dazi commerciali, blocchi navali, interdizioni dello spazio aereo. Molto conflitto non è pubblico ma si avvale delle consuete reti spionistiche e contro-spionistiche ed oggi c’è tutto un campo nuovo in cui giocare a rubarsi segreti e dati, la rete di tutte le reti. C’è poi lo spazio, nuova frontiera per novelli capitani Kirk, satelliti che scrutano, lanciano raggi accecanti o distruttori, coordinano l’ingegneria e l’elettronica dei nuovi sistemi militari soprattutto missilistici e navali. Conflitto è anche mostrare nuove armi che solleticano i generali della parte avversa che chiedono fondi ulteriori per pareggiare i conti disegnando sciagure e tragedie certe ed altrimenti inevitabili, anche perché potranno far leva politica sull’opinione pubblica in stato perenne di sovreccitata paura. Anche solo nell’accezione puramente armata del “conflitto”, evitando il confronto diretto, ci sono molte occasioni in modalità indiretta. Se la linea strategica obbligata è frenare il ribilanciamento tra potenze, cosa meglio di un attrito distribuito ovunque?

Poiché però il conflitto è “multidimensionale” ecco anche la sua versione  economica e produttiva ma anche politica e di opinione. I tentativi di monopolio energetico o di materie prime tutte essenziali, anche e soprattutto quelle per lo sviluppo del digitale che ha il fronte commerciale ma anche quello militare ed aerospaziale. Seppellita la globalizzazione semplice 1.0, si va ad una rete di contrattazioni, aperture-chiusure, formazione di blocchi in un sistema dotato di vari sottosistemi, quindi più complesso. Poi c’è il conflitto finanziario, società di rating, grandi fondi in grado di scuotere il mercato a bacchetta, l’altalena dei cambi valutari, i ricatti su i debiti sovrani.

Poi c’è l’egemonia culturale, mostrarsi i migliori, i più attraenti, i più benevoli quindi far di tutto per mostrare che il nemico è tra i peggiori, fa moralmente ribrezzo, è repellente e malevolo, infingardo, non ha legittimità. Ci sono i boicottaggi, il rinserrare le fila delle proprie istituzioni multilateriali,  i propri fondi monetari, le banche per lo sviluppo, i progetti di cooperazione da cui ostracizzare il nemico ed i suoi amici. Poi c’è da far uscire scandali a ripetizione, fondi neri, paradisi fiscali improvvisamente sotto i riflettori per una settimana, uso di armi proibite, leader nemici dai dubbi gusti sessuali, storie di droghe, perversioni, bugie dette, inaffidabilità degli altrui standard, sgarbi diplomatici, fake news per avvelenare la credibilità generale di tutti indistintamente in modo da paralizzare il discorso pubblico. C’è il controllo digitale e il ricatto (quello pubblico ma molti altri di cui neanche abbiamo notizia), il divide et impera, il bait and bleed (falli scannare tra loro), il dissanguamento economico del nemico stressato in decine di micro-conflitti, il più composto bilanciamento di potenza e lo scaricabarile in cui si lascia la nemico l’ònere e l’onore di districare matasse che si sono ben aggrovigliate con le proprie mani e che si disordinano mentre l’altro tenta di metterle in ordine. Poi c’è l’arte di mettere zizzania dentro gli equilibri del nemico, militari contro politici, imprenditori contro militari, società civile contro élite, varie élite contro altre élite, eccitare i nazionalismi dormienti e poi far chiasso per ogni ingiusta repressione delle minoranze, far confliggere le diverse osservanze religiose. Sovreccitare i vicini del nemico, mettere in dubbio i legami di alleanza dentro un polo, isolarlo, stringergli le condizioni di possibilità, acuirne le contraddizioni.

Infine, per palati forti,  c’è l’angolo si dice ma non ci si crede del Dark Word, innesti uomo-macchina, psicobiologia, manipolazione del clima, agenti tossici selettivi, avvelenamenti alimentari ed epidemie progettate in laboratorio, piani segreti, oscure congreghe, centri di interesse invaginati in centri di interesse, bio-chimica aggressiva e molto molto altro che noi, pur mediamente informati, neanche immaginiamo. Prima di dubitare a priori all’entrata di questo Dark World come se il mondo fosse proprio quello proiettato sullo schermo del cinematografo che scambiamo per realtà,  collegatevi a quella vostra porzione di cervello che è inorridita a leggere il sadismo medioevale o la scientifica atrocità dei nazisti o dei khmer cambogiani, i vari stermini dei nativi, storie di schiavi, stupri, impalamenti, sqartamenti, profanazioni, eccidi, massacri, olocausti e tutta la scienza e tecnica che si è spremuta per giungere a quel risultato. L’uomo è sublime e malvagio da sempre, non c’è motivo di escludere a priori l’esistenza di una costante preparazione al conflitto anche nei dungeon del mondo degli inferi. Oltretutto, questa ricerca silenziosa del primato che darebbe qualche vantaggio non calcolato dal nemico, dà poi una cascata di benefici secondi di invenzioni sfruttabili civilmente.

lnsomma il conflitto è da intendere in forma multidimensionale e diventa permanente poiché non si apre-chiude con una guerra tradizionale, diventa la cifra stessa di un sistema multipolare che alcuni vorranno riportare a bipolare o quantomeno mantenere sbilanciato mentre altri vorranno portarlo a bilanciato per poi farsi venire l’appetito di esser loro la nuova super-potenza che lo sbilancia dandosi un vantaggio di potenza. Il vincolo atomico non porta la pace perpetua ma il conflitto permanente e diffuso a medio-alta intensità. Questa è la condizione di un pianeta a prossimi 10 miliardi di abitanti in lotta, chi per la sopravvivenza e chi per il primato gerarchico, chi per l’essere e chi per l’avere.

= 0 =

Questo è il mondo multipolare a cui dovremmo adattarci, in cui ci piaccia o meno, tutte le nostre preoccupazioni ed interessi, personali e collettivi, politici ed economici, ideali e pragmatici, i nostri sogni e le paure, le speranze e le delusioni, saranno tutte per vie che molti non vedono con chiarezza e molti non vedono per niente, determinate da questo che è il gioco di tutti i giochi. Noi tutti, dentro i nostri stati, siamo le pedine. Siamo più in modalità, lunga e continua sofferenza e crescente disordine dall’esito imperscrutabile, che morte rapida e violenta da “terza guerra mondiale”. Questo è il conflitto permanente che segnerà il gioco di tutti i giochi di questa prima fase del nuovo mondo multipolare e con questo dovremmo fare realisticamente i conti scegliendo il nostro modo di stare al mondo prima che sia il mondo strattonato dai giochi di potenza, a deciderlo per noi.

Bibliografia minima:

H. Morghentau, Politica tra le nazioni, Il Mulino 1997 (introvabile)

K. Waltz, Teoria della politica internazionale, il Mulino 1987

J. Mearsheimer, La logica di potenza, UBE 2003-8

B. Milanovic, Ingiustizia globale, Luiss 2017

G. Arrighi, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori 2006

C. Kupchan, Nessuno controlla il mondo, il Saggiatore 2013

H. Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori 2015

 

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Intervista a Piero Pagliani autore di “Note politiche”.

D. Allora Piero, hai appena pubblicato un libro intitolato “Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini”. So che ami la musica, ma il tema sembrerebbe abbastanza singolare, visto che quando scrivi, scrivi di politica e di matematica. Cosa è successo?

R. Ho una passione per la musica. Da giovane l’ho studiata e da sempre amo Wagner. O meglio, amo la musica di Wagner perché Wagner non lo amo proprio per niente. Ad ogni modo, la lettura che do nei miei studi è politica.

D. Wagner è molto discusso da un punto di vista politico. Basti pensare al suo antisemitismo. Quale interesse politico trovi allora nella sua opera? Fu veramente un precursore del nazismo?

R. Sì e no. Nel libro sostengo che il nazionalismo di Wagner (1813-1883) non poteva essere quello che fu poi dei nazisti. I problemi, anche internazionali, del mondo tedesco all’epoca del compositore erano ben diversi da quelli della Germania unificata e sconfitta nella Prima Guerra Mondiale in un mondo che veniva drammaticamente trasformato dalla crisi dell’Impero Britannico che invece ai tempi di Wagner era ancora ben saldo. Tuttavia, il futuro nazismo condivise con Wagner un aspetto mitologico-politico: immaginarsi che i problemi erano causati da uno specifico e ristretto gruppo sociale. Wagner non pensava ancora ai complotti “demo-pluto-giudaici” ma era convinto che il mondo tedesco stava andando incontro al degrado per colpa degli effetti corruttori degli Ebrei, quasi come se fosse uno spiacevole fenomeno naturale. Una spiegazione mitologica, che in Wagner sopperiva all’incapacità o mancanza di volontà di analizzare in modo serio e scientifico i fenomeni. A tutti gli effetti il suo antisemitismo era un “socialismo degli imbecilli”, secondo la precisa definizione di August Bebel e Lenin.

D. Ma Wagner non aveva avuto anche delle idee socialiste che poi stravolse?

R. Wagner era nel comitato rivoluzionario di Dresda con Michail Bakunin durante la rivoluzione del 1849. Per questo venne condannato a morte in Sassonia. Poi terminò la sua carriera come compositore di Ludwig II di Baviera, che per altro non sopportava il suo antisemitismo, così come non lo sopportava Bismarck e non lo sopportava Nietzsche. Il Ring, cioè il ciclo dell’Anello del Nibelungo, segue parallelamente questa parabola. La segue così fedelmente che il disgustato Nietzsche accusò il compositore di aver tradito le “primitive intenzioni socialiste” del progetto Ring. Ma non poteva essere altrimenti: Wagner inizia il suo percorso sulle barricate di Dresda e finisce perorando una sorta di “socialismo” dall’alto, o di salvezza dall’alto (e perorando soldi e privilegi per sé). Non era nemmeno un percorso insolito. I sansimoniani iniziano socialisti e poi si rivolgono per la “giustizia” al potere statale (persino al pascià d’Egitto e al cancelliere Metternich). George Sand nel ’48 è socialista e rivoluzionaria e nel ’71 chiede apertamente che i Comunardi vengano fucilati, ammaliata dal “socialismo bonapartista” di cui parlava con disprezzo Marx.

D. A questo magari ritorniamo quando parleremo della Bohème di Puccini. Puoi adesso chiarire la parabola dell’Anello, del Ring? Mi sembra che in questo rivolgersi al Potere, Wagner per te abbia comunque visto qualcosa che i marxisti in generale non hanno visto. Un aspetto contraddittorio.

R. E’ contraddittorio sia l’oggetto, cioè il Potere, sia l’approccio di Wagner a questa contraddizione. Ma la contraddizione nell’oggetto è reale. Ovvero non esiste solo il potere economico e non è vero che tutto il resto gli è subordinato in modo monodirezionale. Come ha messo in evidenza Giovanni Arrighi sulla scorta degli studi storici di Fernand Braudel, esistono essenzialmente due poteri, quello economico e quello politico. Sono distinti (anzi, per Marx questa separazione è proprio il segno della fuoriuscita dal feudalesimo), ma devono allearsi e interagire. Hanno però logiche contraddittorie e finalità in linea di principio diverse. In sintesi il potere politico è territoriale, sociale, ha bisogno della società, mentre la società è un limite per il potere economico che è apolide, cosmopolita, antisociale. La contraddizione sta proprio nel fatto che i due poteri hanno però bisogno uno dell’altro. E’ in questa contraddizione che nascono gli spazi per il rovesciamento rivoluzionario. Ma gli spazi, non gli agenti né i moventi. Da qui infatti può nascere anche il rischio di aspettarsi una “rivoluzione dall’alto”, una dittatura illuminata – o nemmeno illuminata. E se non arriva, tanto vale puntare allora sulla fuoriuscita mistica, come alla fine fa il Wagner disilluso col Parsifal.

D. E quindi, l’Anello? Che potere è quello dell’Anello del Nibelungo che tutti vogliono?

R. Wagner lo dice esplicitamente nei suoi scritti: “L’Anello è un portafoglio di titoli borsistici”. Ma riesce a capire che un conto è il denaro e un conto è il potere di utilizzarlo per uno scopo, in particolare lo sfruttamento. Nel Ring il leitmotiv dell’Anello e quello del suo Potere sono distinti, ed entrambi in contrapposizione con quelli del Reno e della Terra.

D. Così i due Poteri e la Terra sono in contrapposizione?

R. E’ uno dei punti centrali del Ring. La Civiltà nasce con una serie di atti di divisione. Innanzitutto quella tra Uomo e Natura, con la mutilazione del Frassino del Mondo da parte di Wotan per fare la lancia (esercizio della forza) su cui scrive le rune, i “patti” che governano la società degli uomini (esercizio dell’ideologia). Poi la Civiltà richiede la divisione tra gli uomini, che è il passo successivo, la strutturazione in gerarchie-caste, prima funzionali e poi fine a se stesse. Le stesse rune divenendo fine a se stesse, finalizzate solo alla riproduzione del potere, saranno causa della corruzione della Civiltà. E non c’è nulla da fare, come ricorda Erda, la dea della Terra, a Wotan. Gli suggerisce però di cedere l’Anello ai Giganti che lo voglio – assieme a tutto l’oro rubato al Reno – come ricompensa per aver costruito il Valhalla, il palazzo del Potere.

D: Aspetta un momento, cos’è questa contrapposizione tra Valhalla e Reno. La costruzione del Valhalla è un capriccio degli dèi?

R: Il Potere politico ha bisogno di un luogo fisico, anche per rappresentarsi. E per difendersi. E’, come si diceva, il suo bisogno territoriale. Il Valhalla non è un capriccio, ma una necessità. Viene costruito con l’oro sottratto al suo stato primigenio nel Reno, cioè facendo violenza a uno stato di natura che però è paradossalmente “natural-nazionale”. In questa riduzione di problemi generali a problemi esclusivamente nazionali, c’è molto del succo del nazionalismo “rivoluzionario”, come quello dei fascismi, ma anche di scorciatoie che oggi vengono proposte non solo da destra.

D. Wotan cerca però di recuperare l’Anello dopo averlo ceduto ai Giganti. Perché?

R. Perché pensa di utilizzare il Potere – un potere unificato – per cambiare il corso rovinoso degli eventi. Per compiere una rivoluzione dall’alto, appunto. Un “socialismo dall’alto” in un certo senso, perché Wotan ha portato via l’oro del Reno e l’Anello al nibelungo Alberich coi quali il nano poteva sfruttare nelle sue fabbriche, descritte con tanto di suono di incudini persone che prima erano artigiani indipendenti E’ esattamente ciò che Marx chiamava la “sussunzione del lavoro al capitale”.

D. Però Wotan fa di tutto per suscitare e far intervenire l’eroe Sigfrido. Perché ne ha bisogno se lui è il signore degli dèi?

R. Wotan sa che è impelagato con le leggi, le rune. Sa che il suo potere deriva da esse, dai famosi “patti”. Glielo ricorda la moglie Fricka, glielo ricorda il gigante Fafner. Sa che il suo potere è limitato e ha bisogno di un eroe puro, non invischiato nella corruzione del Potere. Lui, invece, non è libero. La moglie l’ha costretto ad allontanare dal Valhalla l’adorata figlia Brunilde, la Valchiria, e renderla mortale, proprio perché ella ha seguito la legge del cuore e non quella scritta, parteggiando per il padre di Sigfrido nel suo duello mortale. Che era anche il desiderio di Wotan, ma proibito dalle norme politiche e sociali, che Fricka sbatte in faccia a Wotan. Ora il signore degli dèi ha quindi bisogno di “qualcuno più libero” di lui per fermare la catastrofe.

D. In realtà non si capisce molto bene cosa debba fare Sigfrido.

R. E’ vero! Sigfrido stesso non saprà mai bene cosa fare e perché. Quando uccide il gigante Fafner, tramutatosi in drago, per prendergli l’Anello, Fafner stesso si accorge che Sigfrido non lo ha fatto seguendo un suo piano e Sigfrido non saprà mai nulla del potere dell’Anello. Lui crede solo a ciò che appare, alle cose che vede e che sente. Gli altri protagonisti gli dicono cose a cui lui crede mentre i leitmotive ci avvertono che stanno pensando l’opposto e ci raccontano le trame del Potere che l’eroe puro non intende. L’unione con Brunilde avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni di Wotan, far capire qualcosa a Sigfrido. Ma Sigfrido deve ammettere di non aver compreso nulla di quello che lei ha cercato di spiegargli.

D. Tu a un certo punto parli del “marxista” Sigfrido.

R. Già. Mi riferisco a chi ha una visione, come dire, ideale e astratta del pensiero di Marx, a chi vuole il “ritorno a Marx” dimenticandosi che – piaccia o meno – solo Lenin ha fatto una rivoluzione comunista. E, come scriveva Gramsci, l’aveva fatta proprio “contro Il Capitale”, cioè ad onta delle letture ortodosse di Marx, ma anche ad onta dei begli ideali che su questo Marx “purissimo” si sono cuciti. Senza un pensiero politico e strategico raffinato il “marxista puro” non va da nessuna parte. E un pensiero politico e strategico raffinato non è compatibile con le bellezze ideali parallele alle bellezze logiche del pensiero di Marx che tanto esaltano i “puristi”. Marx scrisse che chi gli accreditava di aver scoperto le “leggi” dello sviluppo storico universale, gli faceva “troppo onore e troppo torto”. Troppo torto perché Marx sapeva bene che le cose sono molto più complesse di come si riescono a raccontare con rigore logico, come ben sapevano Gramsci e Lenin.

D. Detto da uno che si occupa di logica matematica sembra un paradosso.

R. Non più di tanto. Io i risultati li faccio nel dormiveglia e dopo esserci girato intorno menando il can per l’aia e pensando a cose che c’entrano e non c’entrano. La stesura logica di un risultato matematico ha molto poco a che fare col processo della sua scoperta. So che a te Hegel non piace. Beh, questo Hegel effettivamente non lo aveva capito. Nella Fenomenologia critica la Matematica perché sostiene che l’oggetto della dimostrazione sia estraneo alla dimostrazione stessa. In realtà è spesso estraneo all’esposizione della dimostrazione, non al processo della sua dimostrazione.

D. Ritorniamo a Sigfrido. Quali sono i piani di Wotan su di lui?

R. Quando Wotan suscita Sigfrido, è il vecchio Wagner che suscita il giovane Richard delle barricate di Dresda, il portatore degli ideali e delle intenzioni che devono essere fatti propri da chi possiede il potere. Il potere politico, però. Wagner capisce proprio questo: il potere politico può entrare in contraddizione con quello economico e in questa contraddizione occorre intervenire. Questa contraddizione fu ben descritta da Karl Polanyi quando parlò di “doppio movimento” (altro che Stato come semplice “comitato d’affari della borghesia”!). Ma opportunista qual è, Wagner diventa il miserabile e altisonante vate della rivoluzione dall’alto e l’analisi dei problemi economici e sociali viene ridotta all’esistenza di un particolare gruppo sociale, gli Ebrei: socialismo (dall’alto) degli imbecilli! In questo è indubbiamente un precursore del fascismo.

D. Come aveva affermato Theodor Adorno.

R. Si ma con ragionamenti che non condivido del tutto. In particolare non condivido l’approccio, cioè quello della “dialettica negativa”. In realtà è in generale il ragionamento accademico che non mi convince fino in fondo, nemmeno quello raffinatissimo di Adorno.

D. Per finire con Wagner: chi è Brunilde in tutto ciò?

R. Brunilde è l’unica figura positiva del Ring. E’ l’Eterno Femminino che riscatta (immolandosi). Lei capisce, e capisce fino in fondo, le schifezze del Potere, capisce che occorrono eroi puri ma sa che devono essere messi sull’avviso dei trucchi e delle perfidie del Potere. Lei stessa ne rimarrà vittima. Tra Sigfrido e Brunilde non c’è gara: lui è stupido, arrogante, ingenuo. Lei tutto il contrario.

D. Ma, per passare a Puccini, anche Mimì e l’Eterno Femminino?

R. In un modo tutto particolare, sì. E in un mondo tutto particolare, fatto di piccole cose: fiori finti, caminetti, cuffiette rosa, zimarre, manicotti, libri, trombe e cavallini. Persino la crema viene citata nel secondo quadro, quello al Caffè Momus. Qui non ci sono anelli, oro, elmi, draghi, palazzi, lance. Gli unici gioielli sono gli orecchini che Musetta porterà ai pegni per comprare il manicotto alla morente Mimì. Quel che c’è, anche in Bohème, è il Potere del Denaro. Anche se non si vede, ma rimane fuori scena, seppure abbia un ruolo chiave nella tragedia: è il Viscontino che fa ingelosire Rodolfo e che non si vede mai. Ed è giusto che sia così, perché il Potere del Denaro è in larga misura impersonale.

D. Nel tuo saggio c’è una polemica esplicita con un certo femminismo post-moderno che afferma che le grisettes come Mimì erano parte integrante della sottocultura bohémienne. Cos’è che non ti convince di questa affermazione?

R. Quello che non mi convince è la stessa cosa che non amo del modo di ragionare della sinistra oggi. E’ vero, c’è un femminismo che sostiene che Mimì sia una bohèmienne. Questo modo di ragionare è un riflesso di quello che poco prima ho chiamato “approccio accademico”. Secondo questo modo di affrontare le cose, tutto dev’essere riportato all’unico punto di vista che l’intellettuale che scrive ritiene ammissibile: quello culturale. E’ il classico gatto che si morde la coda descritto in modo mirabile da Gayatri Chakravorty Spivak nel suo famoso saggio “Can the Subaltern Speak?”. E’ un saggio di 35 anni fa, che molti citano, ma che in pochi hanno realmente, non dico capito, ma introiettato. E’ un problema politico-epistemologico: “Cosa succede quando un non subalterno pretende di essere la voce di un subalterno, che voce non ha?”. Spesso si pratica una sorta di paternalismo che stravolge la realtà del subalterno perché la descrive a immagine e somiglianza del descrivente e degli strumenti del descrivente. Così dato che il descrivente è un professionista delle costruzioni sintattiche e in queste costruzioni usa i concetti che gli consentono, appunto, di essere un professionista e non essere espulso dal club, tutto diventa un bla bla, i problemi diventano bla bla e le soluzioni bla bla di bla bla. E’ molto post-moderno E’ molto post-moderno escludere dall’analisi la realtà e i suoi fenomeni profondi asserendo, di fatto, che tutto si risolve nel discorso. Lo denunciava già Noam Chomsky anni fa. L’intellettuale deve avere un rispetto filologico per ciò che descrive, direi persino un amore per esso. Altrimenti parla di sè.

D. Quindi quale “tradimento” compiono queste femministe, oltre a quello di essere – ed è paradossale – “paternaliste”?

R. Semplice: Mimì e le grisettes come lei non sono bohémienne donne, sono lavoratrici. Il termine stesso, grisette, viene dal colore della stoffa di poco conto dei loro vestiti lavorativi. Il bohémien (maschio) è invece un aspirante professionista intellettuale che abolite con la rivoluzione borghese le corti che sponsorizzavano artisti, scrittori e pensatori, deve trovare uno spazio nel mercato (capitalistico) delle merci, deve vendere i suoi prodotti e il suo talento. Mimì è una cosa totalmente differente: è una semi-proletaria di recente inurbamento e solo contigua alla bohème.

La differenza è lampante proprio nella reciproca presentazione di Rodolfo e Mimì, quella che si apre col celeberrimo “Che gelida manina”. I due usano linguaggi e dicono cose che più differenti non potrebbero essere. Si pensi a Rodolfo: “Chi son? Sono un poeta. E cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo!”. Come risponde Mimì? “A tela o a seta ricamo, in casa e fuori.”. Che semplicemente vuol dire: io per vivere, invece, lavoro, ricamo a domicilio o in laboratorio. Le grisettes spesso erano anche commesse nei nascenti grands magasins. Cioè facevano parte del ciclo dell’industria tessile urbana della prima metà dell’Ottocento.

D. Però le grisettes e i bohémiens se la fanno tra loro.

R. Certo, abitano tutti nello stesso posto, al Quartiere Latino, perché lì gli affitti sono più abbordabili. Fanno parte dello stesso tessuto urbano ma non dello stesso tessuto sociale e culturale. Certo la contiguità e la curiosità e fascinazione delle grisettes, le porta a interessarsi di ciò che bolle in pentola nella bohème. Ma ciò non vuol dire farne parte. Si portano esempi che non reggono. Fare la modella, ad esempio, sarebbe una prova del loro inserimento. A parte il fatto che le modelle erano solitamente professioniste e organizzate in agenzie, Mimì, nel romanzo-verità scritto da Henri Murger da cui è tratta l’opera, non fa la modella perché è una musa ispiratrice, ma per poter sopravvivere, quando i suoi rapporti con gli amici bohémiens si sono già affievoliti.

D. Sembra di capire che tu non ami molto gli amici bohémiens di Mimì. Ha a che fare con la tua critica alla sinistra odierna?

R. Lo dico apertamente: amo di più la lavoratrice Mimì che i suoi amici bohémiens.

La cosa che mi infastidisce molto di questo pensiero postmoderno è il disprezzo per la lavoratrice Mimì e il tentativo del tutto artificiale di catalogarla in un ambiente diverso, quello di studenti, artisti, artistoidi e letterati che cercavano un loro posto al sole nel mercato culturale – anche attraversando disagi, ovviamente – dove le contraddizioni erano tutte interne al mondo borghese.

E non si accorgono di una cosa che a una femminista della generazione precedente non sarebbe sicuramente sfuggita: tra grisettes e bohémiens – al maschile perché la bohème era un ambiente maschile – c’era una differenza di classe che faceva tutt’uno con la differenza di genere.

Mimì viene invece arruolata d’ufficio in un gruppo sociale nel quale in realtà non è inserita e non può esserlo. Il dato sconvolgente, reale, materiale e storico del processo di emancipazione femminile attraverso il lavoro offerto dalla nuova metropoli capitalistica, un’emancipazione che passa sotto forche caudine materiali, valoriali, antropologiche, questo processo viene di fatto disprezzato perché si apprezza solo la sottocultura bohémienne che si pretende che sia alternativa a quella borghese.  Ma non è così. Non è un caso che a morire sarà Mimì, la cellula debole del gruppo. Nel romanzo di Murger, dopo la morte di Mimì (che avviene solitaria in ospedale) tutti i bohémiens invece si sistemeranno.

D. Quindi la bohème non viene salvata sotto nessun punto di vista?

R. La bohème ha i suoi lati positivi come tutte le contraddizioni. Ma era proprio uno dei problemi che si ponevano Gramsci e Lenin quello di far collaborare la “critica artistica al capitalismo” con la “critica sociale”, per usare i due concetti che Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno introdotto nel loro “Il nuovo spirito del capitalismo“. Per un po’ Lenin ci riuscì, visto che fu il bohémien Vladimir Antonov-Ovseyenko a guidare l’assalto al Palazzo d’Inverno.

D: E’ passato un secolo da allora.

R: Molto di più: è passata un’epoca geologica. Per molta sinistra vociferante e à la page sembra che essere lavoratrici e lavoratori sia una cosa vergognosa, da nascondere. La cosa cool è invece essere parte della “Cultura”, che poi è in definitiva quella “Certa Kual Kultura” di Stefano Benni, quella con la “K”, quella che strepita, che magari dà scandalo, ma non fa danni seri. Fa così pochi danni che alla prima rappresentazione della piece teatrale collegata al romanzo di Murger presenziò niente meno che Luigi Bonaparte.

La Storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, ma certi schemi ricorrono. Noi stiamo rivivendo una sorta di tramonto del Secondo Impero dove una sorta di neo “socialismo bonapartista”, come lo chiamava Marx, (leggi: il buonismo, il politicamente corretto, i “diritti umani”, il sinistrismo filo-imperiale) diventa copertura e scusa per gli affari più loschi e per operazioni senza scrupoli. Anche oggi, come dopo il massacro della Comune, a “ingombrare” gli spazi pubblici “con i suoi lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes” c’è la razza dei vincitori dello scontro di classe “ricca, capitalista, coperta di soldi, infingarda”. Fa impressione rileggere questa descrizione di Marx della Parigi post Commune, perché sembra una descrizione di oggi di New York, di Londra, di Milano.

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Piero Pagliani dopo essersi laureato in filosofia con una tesi in Logica ha lavorato come consulente di intelligenza artificiale, sistemi esperti e gestione della conoscenza. E’ stato professore a contratto di Teoria dei Modelli e visiting professor di varie università indiane nell’ambito della logica matematica e del soft computing, campi nei quali ha pubblicato libri e articoli scientifici e tenuto lezioni e conferenze in diversi Paesi. Piero Pagliani è fellow dell’International Rough Set Society e membro del Calcutta Logic Circle.

E’ autore di libri e di articoli di carattere politico con un fuoco particolare sulla situazione internazionale.

Appassionato di musica, ha studiato chitarra classica e segue l’opera lirica da sempre. Attualmente è immerso nello studio della produzione operistica e strumentale del compositore moravo Leóš Janácek.

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AGGIORNAMENTO CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

Scusandomi per il ritardo, segnalo a lettori e lettrici che le CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA (a cui si accede cliccando il pulsante sulla toolbar), sono state aggiornate dopo lungo tempo. La pagina principale parte quindi dal 1 marzo (Cronaca 620) e contiene anche i commenti sulla recente tornata elettorale. I post dei mesi di ottobre, novembre, dicembre, gennaio e febbraio, invece, li troverete nel menù a tendina che si apre da sé quando puntate il cursore sul pulsante delle CRONACHE. Ricordo che quella sezione del sito ospita i post che quasi giornalmente ospito sulla mia pagina facebook, chi lo desidera può quindi chiedere l’amicizia direttamente lì anche perché spesso si sviluppano interessanti discussioni che contengono altri link che ampliano le questioni.

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RICERCA DELLE ORIGINI DELLA CULTURA DELLA COMPLESSITA’: ARISTOTELE.

Quando si cercano le radici di un concetto che compare molto tempo dopo dal tempo in cui si cercano le radici, occorre improntare la ricerca a criteri non deterministici. Complessità è un concetto di cui -tra l’altro- non esiste una universale codifica accettata, un concetto che prende corpo soprattutto nella seconda metà del XX secolo mentre le radici, per ogni elemento di conoscenza della tradizione occidentale, non possono che retrocedere a gli antichi Greci. Sono quindi circa duemilaquattrocento anni quelli che intercorrono tra il concetto di complessità ed Aristotele. Eppure, qui si sosterrà che almeno due importanti coordinate del pensiero complesso, si ritrovano nell’opera dello Stagirita, in nessuno degli antichi prima di lui ed in nessuno altro dopo di lui, almeno fino al medioevo e poi al moderno.

Queste due coordinate sono: il concetto di sistema, la forma sistematica della conoscenza. Cominciamo dalla seconda. Aristotele, appartiene a quella esigua schiera di filosofi, detti appunto sistematici. Oltre a lui, Tommaso d’Aquino, Kant e sopratutto Hegel. Il filosofo sistematico tratta qualunque oggetto del pensiero. Le tre grandi famiglie della conoscenza umana sono i discorsi sull’uomo, sul mondo, sulle relazioni tra uomo-uomini e mondo. Il filosofo sistematico li affronta tutti con la medesima curiosità ed impegno, “enciclopedico”, termine coniato nel XVIII secolo, è il termine che illustra questa vocazione comprensiva del conato conoscitivo. E che questo fosse lo spirito conoscitivo di Aristotele, lo sappiamo in tutta evidenza da una serie di fatti. Ad esempio aver dato dell’uomo varie definizioni com’era d’uso tentar di fare all’epoca ma a differenza di altri, aver individuato proprio nel conoscere l’essenza umana[1]. Da questo, il ritenere la vita di studio massima felicità ed aspirazione esistenziale, stante che il sistematico sa già che morirà senza aver concluso il suo ampio sforzo di conoscenza e che comunque, se una vita non basta, essa va comunque certo dedicata interamente all’impresa impossibile. Infine sia la forma e l’estensione degli studi del Greco, sia la forma stessa dei saperi trattati nel suo Liceo e la stessa  forma della sua mitica biblioteca, riflettono questa vocazione all’ampiezza: fisica, biologia, anatomofisiologia, zoologia, meteorologia, astronomia, matematica e geometria sebbene solo come linguaggi e lontano dalla fascinazione un po’ mistico-pitagorica provata dai platonici[2], linguaggio, poetica, retorica, logica, epistemologia, psicologia, ontologia, etica ed una prima forma di antropologia, politica, teologia.

Questo stesso approccio sistematico, è implicito nella cultura della complessità. Una cultura terza rispetto alla divisione rancorosa tra scienze dure e saperi umani, che siano definiti scienze umane o saperi umanistici. Molto si è scritto, soprattutto di negativo, verso questa vocazione onnivora della conoscenza e quasi tutto della struttura dei saperi, dalla scuola alle pubblicazioni alle carriere dei docenti, va in senso contrario. Un po’ naturale apertura a chioma dell’albero delle conoscenze, un po’ speciazione di diversi metodi tra cui la traumatica separazione del sapere scientifico e delle varie scienze umane da quello che era l’indiviso approccio filosofico, un po’ forma mutuata da quella celebrazione della divisione del lavoro che con la sua specializzazione aumenta la produttività di ogni compito[3], l’architettonica del sapere moderno è strettamente divisionalizzata . Tutto questo ha dato alla forma della conoscenza umana occidentale, un carattere sempre più micro, particolare, irrelato,  perdendo inevitabilmente l’aspirazione macro, generale, correlata che soggiace all’impostazione sistematica. Se Hegel vedeva l’intero come unico luogo del vero, non si capisce come la nostra forma delle conoscenze ci si possa avvicinare visto che inquadra solo parti, ultimamente sempre più piccole.  Non è questa forma che si critica ma la sua unicità, il fatto che lo sforzo conoscitivo paga i vantaggi dello sguardo limitato e ravvicinato con la totale assenza di inquadrature generali. Del resto rimane incomprensibile il ragionamento di coloro che contestando alla mente umana la capacità di afferrare gli interi fanno di questa minorità il motivo per istituire il paradigma unico della specializzazione. Per il pensiero il problema è semmai verificare se esistono o meno degli interi e poi attrezzarsi per scalarne la conoscenza.  In più, che fosse il Dio di Tommaso o lo Spirito di Hegel o la Ragione di Kant, i tentativi di sistema di conoscenza sono apparsi mossi da una di volontà di potenza omniesplicativa, un voler chiudere gli interi, se non il Tutto, in un letto di Procuste che li riducesse a formuletta passepartout.

Ma in Aristotele, così come al fondo della stessa cultura della complessità, non c’è alcuna foga riduttiva, il sistema non chiude, rimane vocazione aperta che mai giunge al termine ma non per questo rinuncia al compito. Non c’è una formuletta chiave che permette ad Aristotele di scardinare tutte le serrature e fa convergere tutte le prospettive ad un fuoco. Come ci sottolineano gli autori di questo studio, Aristotele, secondo la definizione di Ingemar During, è un filosofo Problemsystematiker, un sistematizzante i problemi, non di soluzioni. L’espressione del filosofo che continuamente cerca e si stupisce delle cose che osserva, compendia bene questo spirito esploratore del Tutto, che cerca di mettere ordine nel Molteplice eppure prova altrettanto piacere a sapere che questo molteplice da ordinare non finirà mai,  la famosa ricerca che ha fine in se stessa di cui ci ha parlato Aristotele nell’Etica nicomachea[4]. Altresì, è chiaro che tale immenso compito, pur essendo poi condotto sempre da un singolo, certo migliora il suo risultato se condotto da un gruppo di intelletti in sinergia[5], sia essa una scuola sincronica, sia essa la tradizione diacronica. Del resto, sebbene ci fossero trattati essoterici aristotelici in forma di dialoghi, lì dove il pensatore parla a tutti, quelli che non solo ci sono giunti ma su i quali evidentemente l’Autore spese il maggior tempo, sono gli esoterici che intendevano tesaurizzare il sapere a beneficio di tutti coloro che a questo compito si sarebbero dedicati.  Con i “libri di studio”, Aristotele anticipava quella che poi sarà la rivoluzione quattrocentesca della stampa, la condivisione del sapere come opera aperta collettiva, sviluppata nel tempo. Altresì, la nota formula “… le opinioni condivise da tutti o dalla maggioranza o dagli esperti[6] a cui ricorre spesso, riepiloga questo tesoro di conoscenza ereditato per correggerlo o migliorarlo ma poi lasciarlo a sua volta eredità ad altri poiché il sapere appartiene e serve a gli uomini tutti. Lo spirito del sistematico, del cartografo del Tutto che osserva più le architettoniche per servirsi di un concetto che Kant usa a chiusura della sua prima e più famosa Critica, non porta  alla vanità di chi ha inventato questa o quella colonna, capitello, scalinata, fregio o arco. Ed ecco anche quella premura di chiarire ex-ante al lettore di quale perimetrato aspetto del Tutto si tratterà nello specifico trattato tematico, quali i suoi confini e contesti. Così quella altrettanto buona abitudine, poi ripresa dall’Illuminismo tedesco, di introdurre i concetti con la specifica del loro significato “con xyz intendo …” e non già quelle opache matasse affabulatorie che dopo quattrocento pagine ancora non ci danno chiarezza precisa il cosa l’Autore volesse intendere, quello sconfinamento del filosofo nell’impressionista linguistico, che fa perdere al concetto risoluzione. E’ questo impegno a conoscere che Aristotele giunge a sacralizzare nella figura del “pensiero che pensa se stesso” la cui dichiarazione di amore, Hegel userà a chiusura della sua Enciclopedia delle scienze filosofiche[7]. Un impegno umano patrimonio dell’umanità intera[8].

Nel più specifico, colpisce il fatto che nel Liceo, fossero collezionate ben 158 costituzioni di altrettante poleis o l’aneddoto che vuole Platone colpito dalla mancanza del collega nella Accademia dire a gli altri “Andiamo a casa del lettore” con una punta di veleno ironico nel rimarcare questa dedizione allo studio, piuttosto che il librarsi voluttuosamente nella libera creatività intellettuale o il fatto che ben un terzo degli scritti aristotelici fossero di biologia ed il fatto che in uno di essi notasse “… l’infantile disgusto” che molti provavano “verso lo studio dei viventi più umili[9]. Probabilmente molti suoi colleghi ridicolizzavano questa sua attenzione ad ogni tipo di sostanza, ma l’orgogliosa rivendicazione di questo come vero e proprio metodo, lo portava a contro giudicare “infantile” l’atteggiamento di chi già aveva diviso a priori il mondo tra “alto e basso”, prima ancora di entrarvi in contatto, di chi si occupava più di giudicare che di comprendere. Non c’è disciplina umana più intrinsecamente dedita allo sguardo complesso della biologia, lo stesso fondatore della moderna Teoria dei sistemi, Ludwig von Bertalanffy era biologo e di questa tradizione, Aristotele fu il fondatore.

Nel suo continuo corpo a corpo con l’impianto del maestro Platone, continua è la critica a due esiti fatali di quel modo di procedere: separazioni e gerarchie. Aristotele, purtroppo, come poi vedremo a proposito dell’ontologia sistemica, non aveva il concetto di relazione così come noi lo intendiamo, non c’era nel pensato del suo tempo. La sua critica di queste continue separazioni, non giungeva ad un indistinto olismo quale poi invece frequenteranno molti neo-platonici, ma a ricostruire la fitta rete di relazioni tra cosa e mente che la conosce, tra materia e forma da una parte e ragion pura (categorie, logica) dall’altra, tra potenza ed atto come traccia del divenire. Togliendo di mezzo il termine medio delle idee che raddoppiava ontologicamente il mondo per permettere all’intelletto di parteciparvi, dissolve anche ogni giudizio di valore che portava Platone a costruire continuamente piramidi in cui l’ideale era il bene e l’incarnazione particolare la degradazione di quel bene assoluto. Non era nella strumentazione concettuale del tempo, ma la battaglia gnoseologica (oggi si dice epistemologica) di Aristotele era in favore della relazione, quindi all’opposto dell’assoluto. Ne discendeva implicitamente anche una pluralizzazione delle cause (ed era questa condizione plurale che portava il filosofo, propriamente il “conoscitore delle cause”, a dover indagare il Tutto nei suoi specifici aspetti) e l’impossibilità di una via di conoscenza privilegiata, una scienza unica com’era la dialettica per Platone, utile strumento logico ma non chiave che apre tutte le porte (come poi lo stesso Hegel pretese della sua versione di dialettica, nella sua Scienza della logica), poiché le porte hanno tutte serrature diverse. Se le cose sono ontologicamente diverse se la loro struttura è diversa e diverso è il comportamento, la loro “natura”, la loro storia e contesto, come pensare di poter usare una solo strumento per indagarle tutte?

Verrebbe da chiamare a giudizio quegli ostinati che pretenderebbero un primato del sapere umano su quello scientifico o viceversa del sapere scientifico preciso e quantificante per cose che precise non possono essere e di cui non ha senso il giudizio di sola quantità. Quella bufera di metafore e analogie confondenti che fanno dell’uomo un atomo o dell’atomo un indiviso o della facoltà auto regolatrici del mercato una forma di provvidenza (mano invisibile) o tante altre assurdità logiche ed epistemologiche nelle quali ancora naufraghiamo di continuo. Inclusa quella forma di riduzionismo epistemologico che pretenderebbe di sostituire la parola e la proposizione con le matematiche, laddove queste sono pertinenti ed utili ai soli fenomeni della natura non intenzionale, per non parlare dell’incredibile longevità dello sconclusionato dibattito su natura e cultura o meglio sulla loro disputa su chi accoglie al suo interno categoriale l’umano.  E per venire all’oggetto privilegiato, l’uomo, ecco che Aristotele rimproverava a Platone quello che l’intera cultura della complessità rimprovererà a Descartes, quell’orribile separazione mente o anima o psiche da una parte e corpo dall’altra[10]. Infine e di nuovo, la eterna battaglia tra idealismo e realismo che portava Aristotele a giudicare il progetto della città ideale di Repubblica, bello senz’altro ma senz’altro anche impossibile, irrealistico, non concreto, non viabile, quindi inutile. Di contro, la fusione degli orizzonti ideali e razionali in quel “desiderio razionale” che deve registrare i rapporti tra idee e realtà, per esser davvero perseguibile e non sfogo nevrotico della mente semplificante insofferente ai condizionamenti della realtà. Quel “desiderio razionale” che molto assomiglia all’utopia concreta e possibile, magari nel tempo lungo, di Ernst Bloch. Infine, quella Via della medietà che risulta invisibile nello spazio tracciato dalle grandi opposizioni polari che da dicotomiche ed in fondo indecidibili, vanno portate a reciprocamente relative, quel solvente che trasforma il pensiero sostituendo alla congiunzione “o”, la “e”. Ne nasce una via moderata alla verità, una endoxologia[11] che media i vari sensi comuni qualificati, una verità magari provvisoria e meno nitida, ma forse più umana oltreché più vera.

da qui

Non tutto è chiaro nel sistema aristotelico[12] e non tutto precisamente può corrispondere al nostro modo odierno di pensare, egli pur sempre proveniva da venti anni di Accademia e le condizioni di pensabilità del suo tempo, gli stessi vincoli della sua condizione esistenziale, sociale e politica, lo legavano al senso comune filosofico del suo tempo e soprattutto alla attrazione esercitata  nel pensiero greco dal centro di gravità platonico. Inoltre, la stessa trasmissione delle sue opere, per non parlare delle interpretazioni, non ci danno sicurezza testuale se non appellandosi alla stessa totalità dei suoi scritti al cui studio, pochissimi dedicano la vita. Ma se torniamo alla splendida immagine della Scuola di Atene di  Raffaello, dovendo scegliere da quale parte trova origine quella lunga catena di pensieri che darà poi vita alla cultura della complessità, non c’è dubbio che l’origine si trovi nell’uomo con il vestito azzurro ed il libro in mano.

Se tutto questo universo molteplice ed eterogeneo da indagare con scienze e discipline appropriate, diverse per metodi e scopi, è proprietà della conoscenza umana, cercare l’ordine, il comune, la riduzione utile a pensare nei limiti delle nostre ridotte facoltà umane come lo si soddisfa? Si tratta allora di riportare la molteplicità ad unità, sebbene questa sia di natura limitata ovvero formale ed analogica, quella “relazione ad uno” che porta le categorie a convergere sul presupposto della sostanza. Che cos’è una sostanza? Quali sono le proprietà comuni a ogni ente in quanto è? Le proprietà, le relazioni (sebbene, ripetiamolo, in una accezione diversa e più limitata rispetto a quella che noi oggi diamo al termine) indagate dall’apparato categoriale, i concetti di atto e potenza, il funzionamento dell’apparato logico. Organon  e Fisica quindi e quei libri centrali (VII-VIII-IX) di Metafisica che indagano la filosofia prima, prima non perché in testa ad una gerarchia ma perché è la prima forma di “pensiero che pensa se stesso” che incontriamo, quella che ha l’oggetto inteso come ente in quanto tale, quella che più tardi verrà chiamata ontologia. Gnoseologia o come oggi si chiama epistemologia ed ontologia, queste le parti essenziali del nostro apparato cognitivo che cerca l’unità e la com-prensione di tutto questo roteante universo che è l’essere.  Come ed a cosa pensiamo, quando pensiamo a ciò che pensiamo.

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Dopo aver analizzato la forma generale della conoscenza, veniamo ora alle definizioni dell’oggetto di ogni possibile conoscenza. Molto tempo dopo Aristotele, nel XVII secolo,  questa area dell’indagine filosofica è stata chiamata “ontologia” (discorso su ciò che è), ma per il Greco, era la filosofia prima poiché non c’è indagine (pensiero, discorso) senza oggetto e quindi l’indagine prima è proprio quella sull’oggetto in quanto tale. L’oggetto in quanto tale è detto ente (ciò che è esist-ente), la sostanza è il significato focale di un ente (l’essenza). In senso statico ciò per cui questa cosa è questa cosa, in senso dinamico come un sostrato che può assumere, cambiandola, una forma. Questa forma è detta appunto eidos (forma) o morphè (struttura). E’ questa che identifica la sostanza. Dei tre candidati a ruolo di sostanza, Aristotele scarta la materia e tiene salva l’unione di materia e forma ma poiché per giungere a questa unione è indispensabile avere come componente la forma, in senso logico-cronologico è questo l’elemento essenziale che fa di una cosa, questa cosa. Sarà questa forma a dare alla materia che è solo “in potenza” qualcosa, il suo essere “quel qualcosa, in atto”. Pensare la sostanza è sempre pensare ad un sistema come sua causa formale.

A questo punto, dobbiamo chiarire quale sia il nostro specifico interesse sul concetto di sostanza. Esso è sia teoretico che pratico. Ci interessa guidare l’intenzione della mente a configurarsi a priori la sostanza per indagarla nel ciò di cui è fatta (materia e forma), come funziona in atto, perché e come altrimenti potrebbe funzionare in potenza per poterla manipolare, per poterla prevedere, per poterla com-prendere nei molti modi in cui e di cui si dice.

In senso sia teorico che pratico, la sostanza di qualsiasi cosa, è descrivibile come un sistema. Ogni cosa materiale o immateriale è descrivibile come un sistema. E questa universalità non è insignificante ma densa di possibili, ulteriori sviluppi di una filosofia che è molto promettente per la nostra attuale condizione-nel-mondo. Lo studio delle molteplicità coerenti che sono i sistemi, le loro nature di base, le loro interrelazioni, in quantità e qualità, il come emerge la ragione che le unisce, che risultati ci sono collegando un sistema ad una rete di sistemi in un meta-sistema di ordine superiore, quali influenze sul sistema stesso che ha partecipato alla costruzione successiva, come tutto ciò reagisce con ed a ciò in cui è immerso, il suo contesto,  l’ambiente. Quanto tempo esistono i diversi sistemi dall’ora e mezza della libellula effimera, ai miliardi di anni delle stelle o delle galassie (o degli ammassi di galassie), dalle idee la cui moda imperversa per un mese o meno ai grandi quesiti esistenziali o quel pensiero di dio che pare antico quanto l’uomo stesso. Insomma c’è un ricco programma di ricerca da svolgere. Questo, più o meno, si propone essere ciò che dovrebbe scaturire e che già scaturisce nella e dalla cultura della complessità. Questo sembra anche il traguardo a cui giunge Aristotele sebbene non esplicitamente, laddove afferma “Infatti, di tutte le cose che hanno molte parti, e il cui insieme non è come un ammasso e il cui intero è qualcosa di più delle parti, c’è una causa (dell’unità);”[13]. Sistema è sostanza più ancora che come pura forma come unione di materia e forma nel mondo materiale, di varietà ed interrelazioni in senso più generale e propriamente immateriale, parti ed interrelazioni legati dalla finalità di essere qualcosa di persistente nel tempo.

Il termine sistema non esisteva nell’antichità classica, sebbene pare ne abbia fatto fugace uso il più tardo Sesto Empirico. Nel significato di parti in relazione o interrelazione che formano una unità sensibile al suo ambiente, emerge in filosofia soprattutto tra XVII e XVIII secolo. Ma nel libro Delta, V, di Metafisica, in quella specie di vocabolario filosofico che chiarisce i significati dei concetti di base, ci sono sia “parte”, sia “intero o tutto”, più o meno inquadrati secondo un senso che permane nel moderno, c’è l’Uno ed il Molteplice. C’è anche “relazione” ma in una accezione particolare e più limitata, accomunata al significato di “relativo”. Di “relazioni” Aristotele enumera i significati di: relazioni numeriche, l’azione che intercorre tra attivo e passivo (relazioni di potenza), nel senso di “riferimento”. Di queste, solo la seconda ha similitudini con il significato moderno ma ne è solo uno dei molti modi in cui s’intende relazione o interrelazione, come struttura che connette le parti. Al precedentemente citato passo del Libro VIII di Metafisica, Aristotele aggiunge che “infatti, anche nei corpi causa dell’unità, talora è il contatto, talaltra, è una viscosità o qualche altra affezione di questo tipo[14] . E’ chiaro che ad Aristotele, nell’ottica della sua indagine sulla sostanza, interessava meglio definire altri aspetti che non la sua natura sistemica e non è un caso che questo concetto emerga più facilmente nel moderno quando tra sistema astronomico (Galilei) e scoperta del sistema circolatorio (Harvey), s’impone la concettualizzazione della cosa fatta di diverse parti tra loro in un qualche forma di coerente e non accidentale rapporto stabile o dinamico e continuato. Si forza dunque la proiezione a ritroso delle intenzioni nel dire che quella di Aristotele è una ontologia sistemica. Però sia la identificazione della sostanza nella forma o struttura, sia la presenza concettuale delle parti, dell’intero e delle relazioni (sebbene non indagate a fondo), la differenza tra ammasso e intero e la non riducibilità di questo alle singole parti (o come più tardi si dirà, “il tutto è più della somma delle singole parti”) sono tutte componenti già presenti. La celebre massima prima citata e che è alla base dell’emergentismo che nega a priori quella reverse engineering che porta al riduzionismo, che è cardine della cultura complessa e che si potrebbe anche aristotelicamente dire quel processo che porta la potenza in atto che a sua volta diventa in potenza per successive forme in atto di crescente complessità, venne forgiata in ambito della psicologia della Gestalt, a sua volta promossa da quel Christian von Ehrenfels che aveva studiato con Franz Brentano le cui lezioni di filosofia erano gravide di ontologia aristotelica, la stessa condivisa da Alexius Meinong, a cui dobbiamo il termine “complessione”.

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Aristotele non sarà il fondatore di una cultura della complessità che emergerà solo duemilatrecento anni dopo, troppo il tempo per ritenerlo seme della pianta. Ma rispetto a due aspetti cardine di questo sistema di pensiero, l’oggetto della conoscenza ed il sistema della conoscenza, l’ontologia e la gnoseologia, ci sono in lui chiari segni di comune genetica. La natura esoterica dei suoi scritti, natura non priva di oscurità e qualche volta contraddizione visto che non  sempre chiara la cronologia degli scritti, né la fedeltà e soprattutto neutralità dei trasmettitori, nonché le peripezie interpretative che dagli arabi a gli scolastici arrivano a Kant ed Hegel, il ritorno con Brentano tenuto poi sottotraccia dalla levata di scudi contro la “metafisica” genericamente intesa (termine mai usato da Aristotele che si sarebbe certo imbizzarrito per una approssimazione concettuale così priva di essenza), fino alla ripresa di interesse per l’ontologia contemporanea[15], ingombrano il cammino a ritroso di chi voglia capire se e quanta genetica in comune c’è e per quali strade s’è persa prima di riemergere solo nel XX secolo e specificamente nella sua seconda parte col concetto ancora nebuloso di “complessità”.

Poiché la cultura della complessità più che un sistema preciso tipo galassia, genera una nebulosa, forse la difficoltà a dargli definizione, concretezza sintetica, fondazione per quanto approssimata, può esser affrontata proprio tornando alle origini onto-gnoseologiche della conoscenza. La cultura della complessità ha al suo interno anche il concetto di -dipendenza dalle condizioni iniziali-. Forse essa stessa dipende per certi versi dalle condizioni iniziali del pensiero occidentale, lì dove l’antico “maestro di color che sanno” (Dante Alighieri), cercava con irrefrenabile curiosità onnivora ed ordine mentale, di fare mappe per meglio comprendere l’Uomo, Il Mondo, la loro relazione.

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[1] Metafisica I, 980a21-b25

[2] “Per i filosofi di oggi la filosofia ha finito per identificarsi con le matematiche” Metafisica I Alpha, 9, 992a32 sgg. . La stessa sindrome sembra oggi divorare gli economisti e molti scienziati sociali, soprattutto di ambito anglosassone.

[3] Che troviamo nella pagine di apertura della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith che, con disinvoltura, passa dalla fabbrica degli spilli alla proposta divisione delle cattedre di studio della filosofia stessa di cui lui era docente (filosofia morale).

[4] EN X, 7, 1177b19-31

[5] EN X, 7, 1177a32 sgg.

[6] Topici, I, 14, 105a35 sgg.

[7] F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza 2009

[8] Metafisica II, 1, 993a30-b11,

[9] Parti degli animali I, 5, 645a15 sgg.

[10] De Anima

[11] Da endoxa: “premesse condivise da tutti, o dalla maggioranza, o da tutti gli esperti, o dalla maggioranza di questi, o almeno dai più famosi” Topici I, 1

[12] Deliziosa la metafora usata da Strabone il quale ci racconta delle peripezie dei manoscritti di Aristotele che sarebbero stati addirittura mangiati dai vermi sicché, chi poi li ha ricostruiti, ha dovuto inventare qualcosa da mettere nei buchi, oscurandone il senso.

[13] M, H, VIII, 1045 a 3 sgg.

[14] M, H, VIII, 1045 a 10-12

[15] Storia dell’ontologia, a cura di M. Ferraris, Bompiani, 2008

 

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COMPLESSITA’, SOCIETA’ ADATTATIVA E SISTEMI DI PENSIERO.

Questo articolo non affronta nessuna questione d’attualità stretta, ma questioni di ciclo storico  che si misurano col metro della lunga durata.

Consapevoli o meno, noi pensiamo entro i limiti di un determinato sistema di pensiero[1]. I sistemi di pensiero hanno diversi obblighi, quattro principali: 1) debbono tener fissi una serie di presupposti ed al limite muovere tutto il resto che li compone; 2) debbono mantenere una coerenza interna anche approssimata, di modo da non produrre troppe contraddizioni o troppo gravi o troppo a lungo; 3) sebbene ognuno di noi abbia il suo sistema di pensiero, questo è in genere una variante o un personale assemblaggio di sistemi impersonali condivisi da più individui. Credenze, religioni, ideologie, culture sono appunto sistemi impersonali condivisi; 4) i sistemi di pensiero debbono in qualche modo riferirsi al “fuori di noi”, realtà o mondo che dir si voglia. Riferirsi significa che il sistema di pensiero aiuta a categorizzare, giudicare, collegare, archiviare fatti, nella sua funzione passiva, significa pensare, progettare ed ordinare l’azione nel mondo, nella sua funzione attiva. Al decisivo cambiamento dei tempi, della realtà e del mondo umano, consegue un radicale cambiamento nei sistemi di pensiero. Il termine “radicale” qui significa che cambiano i presupposti ed a cascata l’intero sistema.

Quelli che abbiamo chiamato “presupposti” possiamo anche dirli “principi”. Qual è il principio che ha ordinato il sistema di pensiero moderno, sin dalla sua prima formazione cinque secoli fa[2]? Non sembra esserci un termine-sintesi efficace da poter opporre in risposta alla domanda. Il più accettato nel mondo dello studio è il termine “disincanto” proposto da M. Weber[3]. Disincanto però non  è un vero principio, è un termine che descrive un atteggiamento, una emancipazione da un sistema di pensiero precedente, definito “incantato” e sostituito da un atteggiamento di razionalità calcolante, finalizzata a compiere azioni. Che tipo di azioni? Quello che sembra sia accaduto nel secolo successivo al 1350, fu un crescente “darsi da fare”, quelli che altri hanno poi chiamato “rivoluzione industriosa” (De Vries, 1994)[4] sebbene l’abbiano riferita al più stretto ambito della storia economica e ne abbiamo datato la comparsa al XVII secolo inglese. In termini di sociologia generale, quella sviluppata a partire dal XV secolo, secolo in cui inizia la transizione al moderno,  fu una vera e propria rivoluzione industriosa, una esplosione artigiana e mercantile guidata dalle città, fu questa l’essenza del “darsi da fare”.  Da un punto di vista più generale, di atteggiamento esistenziale, fu un dare all’uomo il compito di basarsi solo sulle sue forze, investirlo della responsabilità del suo stesso destino. Questa mobilitazione attiva, si ebbe probabilmente per reazione ad un collasso, quello provocato dalla Peste Nera di metà XIV secolo. Con la morte atroce di ben un terzo della popolazione europea, concentrata in soli cinque anni e del tutto inspiegabile secondo i sistemi di pensiero del tempo, crollò appunto la fiducia nel sistema allora vigente. Né quel sistema dava possibile interpretazione, né dava indicazioni di efficaci reazioni. Il mondo si rivelò non garantito, d’improvviso non sembrò più ordinato da entità superiori di cui si omaggiavano i rappresentanti terreni (clero-aristocrazia), non era un intreccio incantato di cui l’uomo era parte passiva. Il mondo andava sperimentato, conosciuto, costruito, conquistato e ordinato a proprio modo. Bisognava dunque “darsi da fare”.

Ne è conseguito un vasto modo di stare al mondo, centrato sul lavoro come missione prima di ogni singola esistenza. La società che chiamiamo capitalista ne è stata la conseguenza successiva, così l’affermazione del pensiero scientifico e tecnico, l’interconnessione dalle grandi navigazioni alla globalizzazione, il poderoso sviluppo materiale e tutto quanto questo principio si è portato appresso, nel bene e nel male, nella storia di questi cinque secoli.

Il “darsi da fare” che ha segnato il progresso umano dal XV secolo ad oggi, ha preso le forme di un poderoso meccanismo  che, alimentato da energie, materie, capitale ed idee, ha trasformato gli imput in output che sono stati consumati o accumulati per migliorare il nostro stile di vita e complessivamente darci il nostro nuovo modo di stare al mondo. Che alcuni abbiamo tratto da questo sistema del guadagno di potenza che li ha posti al vertice della piramide sociale, scalzando quelli precedenti che traevano potere da altre pratiche e valori, non cambia l’essenza del sistema che definiamo “modo di stare al mondo” e questo modo di stare al mondo ha rappresentato -complessivamente- un indubbio miglioramento delle condizioni di vita generali. A suo modo, al pari di ogni altra forma precedente, è stata una forma di adattamento alle condizioni generali di un dato tempo che muoveva dal fallimento di quella precedente. Correttamente, dopo la sommaria esecuzione del medioevo nel giudizio totalmente negativo che ne diede il sistema di pensiero illuminista, gli storici hanno diversamente illuminato i “secoli bui” rivelandone una grana ben più policroma ed una trama ben più ricca. Ma in termini comparativi, non si può negare che un più che abbondante raddoppio dell’aspettativa di vita media sia stato un progresso, per coloro che non credono alla “vita oltre la vita”, ma forse anche per quelli che fanno finta di crederci o che comunque tengono molto a questa prima fase della vita incarnata. A questo miglioramento quantitativo della durata della singola esistenza, ma anche della salute generale e della minor mortalità infantile, ha poi fatto seguito anche una miglioramento della qualità materiale della vita stessa, individuale ed associata.  Questo meccanismo ha ordinato il nostro modo di stare al mondo, il modo occidentale, oggi variamente diffuso in tutto il pianeta.  Ha dato “ordine” alle nostre società, che fosse inteso come disposizione degli elementi all’interno del sistema sociale ed esistenziale o che fosse inteso come l’ordinare il da farsi nel sistema di pensiero (valori, credenze). Questo complesso lo chiamiamo economico e nel moderno occidentale, oggi mondiale, è diventato l’ordinatore. Certo l’economico è sempre esistito, ma solo nel moderno è diventato ordinatore, prima vigevano altre configurazioni dell’ordinatore sociale. L’economico, è diventato il principio del sistema di pensiero e di vita, il presupposto di cui parlavamo all’inizio, il “darsi da fare” è diventato un sistema complesso che oggi ordina la vita umana, individuale e collettiva, su tutto il pianeta. Dobbiamo leggere questa storia ed i concetti che troviamo a grana grossa perché a grana fine le cose, come sempre, son tutte ben meno nitide. Se Weber esaltò la razionalità calcolatrice del moderno subentrata alla passività fideistica, Benjamin[5] ebbe poi  le sue ragioni nel leggere nel sistema economico come ordinatore sociale, tracce di non minor fede, partecipazione collettiva al culto, sacerdoti e santi. Ragione ed emozione non sono dissociabili nella natura umana, ciò che cambiò però fu la loro combinazione ed il principio che portò la postura umana da passiva ad attiva.

Oggi ci troviamo a cinque secoli dall’affermazione progressiva e sempre più estesa ed intensa di questo principio ordinatore. Poiché il mondo è nel frattempo cambiato e molto di questo cambiamento è stato guidato proprio da questo sistema che ha la sua versione nel modo di vivere e quella del sistema di pensiero che vi corrisponde, è legittimo domandarsi se questa doppia versione intrecciata del sistema, quella pensata e quella agita, vale ancora. Detta così sembrerebbe una interrogazione intellettuale, una movimento gratuito del pensiero magari mosso da qualche insoddisfazione, da una vena critica o dall’osservante applicazione del dubbio metodico che pure inaugurò il moderno. Ma ci sono molti segnali del fatto che invece questa interrogazione non sia solo mossa da una presunta  capacità del pensiero di essere causa di se stesso. Una serie sequenziale ed incrementale per ritmo ed intensità di segnali, sembra dirci due cose: a) i rapporti interni al doppio sistema di pensiero e pratiche vigenti mostrano sempre più nodi e sempre più problematici; b) il rapporto tra il doppio sistema e le diverse popolazioni, l’umanità e ciò che tutti ci contiene, mostra ulteriori crescenti problemi.  Si potrebbe anche farla più semplice: è molto probabile che un modo di stare al mondo inaugurato in una parte specifica e limitata della superficie terrestre sei secoli fa, quando la popolazione europea era pari a quella dell’odierno Afghanistan, non sia più idoneo oggi. Alcuni che comprendono  quanta informazione non esplicita contenga questa apparentemente rozza comparazione sulle condizioni adattative possono soddisfarsi della via breve, altrimenti andiamo per vie appena più lunghe per toglierci gli ultimi dubbi.

Quali  sono le novità più rilevanti che hanno o stanno cambiando la nostra condizione generale? La  prima novità è che questo modo di stare al mondo, nei cinque secoli passati, è stato una prerogativa di una sua specifica parte: l’Occidente. Oggi e sempre nel futuro, questo modo estende il suo dominio al mondo complessivamente inteso anche se ogni grande cultura storica declina il ruolo dell’economico come ordinatore sociale, diversamente. Ne conseguono due fatti correlati. Il primo è che diminuisce la differenza. Questo modo si è basato su un sequestro sistematico di energie e materie operato dalla parte di mondo che ne era ordinata, la nostra. Oggi tutti cercano queste materie ed energie per cui non è più possibile prenderle con la facilità con cui le predavamo prima, oggi più nessuno è lì ad aspettare l’invasione delle nostre produzioni semmai il contrario. Si va verso una tendenziale entropia di sistema in cui non ci sono più facili e vistose differenze da sfruttare. Il secondo fatto correlato al primo è che aumenta vistosamente la concorrenza tra sistema occidentale e tutti gli altri. Diminuzione della differenza ed aumento della concorrenza, avvengono rispetto ad imput parzialmente finiti. Non è finita l’energia poiché nel cosmo ce n’è in abbondanza ed in teoria non sono finite -per la stessa ragione- anche le materie sebbene la nostra capacità di prendere materie dal cosmo e portarle qui sulla Terra sia ancora più teorica che pratica. In attesa quindi di poter dilatare il nostro “oltre il giardino” all’Universo, dobbiamo considerare gli imput sulla via della scarsità relativa in un ambiente competitivo.

La seconda novità è che dopo cinque secoli, l’Occidente ha soddisfatto quasi interamente il suo bisogno di darsi da fare per darsi un modo soddisfacente di stare al mondo. Con l’ultima grande onda di progresso materiale degli anni ’50 del secolo scorso, sembra si stia saturando la nostra fame di cose, ma prima ancora la stessa capacità di inventarle e produrle. Presupporre che l’apporto che le varie esplosioni di innovazioni tra fine XIX secolo e primi del XX (elettrica, meccanica, motore a combustione, chimica, agricola) possa essere mantenuto costante  dalla sola informatica (che comunque ha già sessanta anni) o dalle biotecnologie, riporta ai fasti del pensiero magico da cui la modernità pensammo rappresentasse una emancipazione[6].  La razionalità calcolante inaugurata col moderno non è riflessiva, presuppone una costante condizione di possibilità di novità, ha fede nella ripetizione costante delle condizioni. L’essere umano presuppone sempre la costanza, altrimenti dovrebbe vivere sempre all’erta per anticipare i cambiamenti[7]. Per lo più, questo presupporre funziona, salvo quanto effettivamente si incontrano discontinuità, lì si paga il prezzo del presupporre la costanza. Se materie ed energie non sono più così abbondanti, cioè “facili” da trovare, anche le idee risentono di una sorta di rendimento decrescente, molto necessario e superfluo lo si è già inventato. Anche i capitali erano entrati in relativo regime di scarsità, tant’è che per stare appresso ad imperativi irrealistici di crescita che il sistema presupponeva necessari, abbiamo dovuto dilatare a dismisura il capitale fittizio inflazionando la parte finanziaria del sistema. I quattro pilastri della poderosa macchina creata dal principio moderno del “darsi da fare”, energie, materie, capitali ed idee, per vari motivi, non sono più così abbondanti e vanno oltretutto condivisi tra molti.  Infatti, questa fame di cose è ancora tutta da saturare per il resto del mondo. Ha sì ancora ampi margini di fare crescere l’economia e quindi lo stile di vita e la complessità sociale ma non dove questo sistema ha già dato i suoi frutti migliori, cioè in Occidente.

La terza novità è che una volta relativamente saturata la nostra fame di cose, la fame che è un motore pulsionale che agisce in maniera cieca e costante ha continuato a richiamare soddisfazione ma, qui in Occidente, abbiamo perso l’idea di cosa ci soddisfa. Accanto ad una costante e continua crescita della soddisfazione materiale ha cominciato a crescere una smarrita insoddisfazione psichica. L’incanto si è già rotto più di cinquanta anni fa quando al raggiunto culmine dell’esuberanza produttiva (lavatrici, frigoriferi, televisori, radio, riscaldamento ed acqua corrente domestica, automobili a basso prezzo, treni, aerei, navi, moto, abiti e cibo relativamente variati ed abbondanti, arredi e corredi), per tenere costante la pressione del flusso di sistema e per ottemperare all’imperativo categorico della crescita costante insito nel particolare modo di intendere l’economico moderno,  tra obsolescenza programmata, strategie push-pull (marketing, distribuzione, pubblicità) e debiti al consumo, si è cercato di sostenere artificialmente la domanda. I bisogni originariamente propri dell’essere umano, si sono trasferiti al sistema, era il sistema ad avere sempre più bisogno che la sua esuberanza produttiva venisse consumata. C’è stata una evidente inversione di termini per cui un modo strumentale nato per soddisfare nostri fini è diventato il fine di cui noi siamo gli strumenti. Questo bisogno di far consumare l’eccesso produttivo, già allora e sempre più al crescere della produttività altro dogma del nostro particolare sistema economico, negli anni ’60, produsse un disincanto che arrivò a molta letteratura lucidamente critica ed a una ribellione giovanile sul senso della vita moderna che si è poi normalizzata ma la cui sintomaticità è rimasta sebbene, in parte deviata, in parte introiettata in varie forme di disagio psichico che ha alternato esuberanza e depressione nella più classica figura del dis-equilibrio psico-esistenziale.

A questi rilevanti cambiamenti, se ne è poi aggiunto un quarto, figlio dello stesso modo di stare al mondo. La tecnica umana è stata da sempre volta  fare di più o meglio ciò che l’uomo poteva fare solo da sé, con la sua limitata strumentazione psico-fisica. Oggi questo progresso tecnico sembra esser giunto alla soglie di un ennesimo salto in cui le macchine e gli algoritmi, sono sul punto di esautorare tendenzialmente la necessità stessa di buona parte del lavoro umano, mentre le biotecnologie sono tecniche che applichiamo su noi stessi per farci vivere ancora meglio ed ancora più a lungo. Quest’ultimo fatto ingenera l’ennesima contraddizione di sistema per la quale sembra noi si debba lavorare ancora più a lungo per problemi di bilancia pensionistica, quando tutto sembrerebbe dire che il lavoro è sempre meno necessario. Di contro, le società che già da molto tempo si sono fatte ordinare dall’economico, si riproducono sempre meno. Sono dunque diminuite le differenze facili da sfruttare, sta aumentando la concorrenza, i limiti fisici della dotazione energetica e materiale premono creando ulteriori difficoltà, abbiamo quasi saturato il nostro bisogno di cose e l’innovazione è diventata una pallida copia di quella che ha trasformato la nostra vita nell’ultimo secolo e mezzo, non siamo poi più così soddisfatti dall’accumulare cose o atti d’acquisto, non abbiamo più tutta questa necessità di darsi da fare a produrre visto che macchine ed algoritmi lo faranno sempre più al posto nostro, ci aspettano anni lunghi di esistenza apparentemente improduttiva, facciamo sempre meno figli. Ma la quarta novità è che stiamo scoprendo che tutto questo macro-meccanismo oggi esteso ad un popolazione mondiale dieci volte maggiore di quella del 1750, non è compatibile con i limiti fisici ed ecologici del posto in cui viviamo.

Come abbiamo già più volte segnalato, al cambiamento di periodo storico, s’imporrebbe anche un cambiamento del sistema mentale che lo riflette. Ciò che seguirà il moderno e che noi provvisoriamente proponiamo di chiamare complesso[8], si dovrà porre il problema del suo principio, del suo presupposto. Riproponiamo ancora una volta la domanda: vale ancora quel “darsi da fare”? e se sì ha ancora lo stesso senso?

Naturalmente il darsi da fare all’interno della macchina di produzione e scambio, l’innovazione e la ricerca, la battaglia per meglio ridistribuire i suoi benefici e tutto ciò che a questo denso capitolo è connesso, rimane, prosegue. Come il moderno superò ma non cancellò la fede, il complesso non cancella certo il meccanismo prodotto dal darsi da fare. Ma a questo darsi da fare si dovrebbe cominciare a dare anche un significato meno materiale sebbene più pratico[9]. Proprio i problemi prima velocemente elencati, come ricollocare l’attività economiche nelle nostre vite, non solo quelle singole ma quelle di società, di civiltà, sono uno dei problemi che dovremmo cominciare ad affrontare. Come convivere tra più culture, come affrontare la riduzione degli imput, cosa fare del capitale inesistente che ci siamo inventati per continuare a far crescere l’economia, dove dirigere la creatività dell’ideazione che certo non può limitarsi all’invenzione di app e algoritmi, la questione ambientale, la questione geopolitica ovvero come convivere tra popolazioni sempre più dense con differenti stadi di sviluppo, aspettative e prospettive, cosa fare degli Stati-nazione occidentali ma più precisamente europei figli del moderno in evidente disagio nel mondo denso e complesso, cosa fare del tempo che va a liberarsi dall’impegno del lavoro produttivo, come recuperare una sensazione di dominio su gli eventi da cui ci sentiamo strapazzati, sono un parziale elenco di questioni su cui dovremmo darci da fare con una certa urgenza.

Questa seconda accezione del “darsi da fare” reclama tempo. Tempo per studiare, per discutere, per decidere, per provare, sperimentare e poi far retroagire i dati empirici su i sistemi di pensiero. C’è da cambiare l’intero modo di stare la mondo ed il sistema di pensiero che vi deve corrispondere,  è una transizione epocale. Ma “tempo” sembra anche sempre più teoricamente disponibile data la progressiva inutilità del darsi da fare produttivo-scambista e l’incipiente assorbimento di lavoro precedentemente umano da parte delle macchine e degli algoritmi, nonché dai limiti posti dal contesto ambientale ed al già raggiunto picco di benessere delle società occidentali.  Travasando il problema in opportunità, sembra che procedere a convertire tempo di lavoro in tempo disponibile sia non solo possibile, ma doveroso. Si tratta allora di tornare alla sala macchine del pensiero e specificare diversamente  l’imperativo del darsi da fare, dalla società performativa alla società adattativa. Ma cos’è una società adattativa?

La società adattativa è un sistema fatto di individui autocoscienti che dovrebbe raggiungere una sua propria autocoscienza sistemica. Tutto quanto brevemente ricordato del processo storico che ha animato la fenomenologia umana del moderno dal XV secolo ad oggi, non è stato pensato, voluto, sentito e riflesso prima o durante i fatti. Weber riflette a ritroso, lui era nel 1919, l’oggetto della sua riflessione parecchi secoli indietro. Come aveva notato Hegel con la metafora della “nottola di Minerva”, il pensiero umano arriva ex-post, razionalizza poi quello che proviene da una serie di atti ciechi, ricostruisce il vero nell’intero solo quando si eleva da cotanta complessità, indecifrabile sin tanto che ci si trova al suo interno. La stessa critica post-moderna alle grandi narrazioni, sottolinea questa natura di razionalizzazione posteriore che il pensiero fa del già accaduto. Questa condizione del rapporto tra sistema di pensiero e modo di stare al mondo, assomiglia molto alla condizione dei cacciatori-raccoglitori quando una relativa abbondanza permetteva di tenere catene corte tra il bisogno (ho sete, ho fame, ho freddo, arriva la notte) ed azione che doveva soddisfarlo. Quando la relazione tra dimensione e densità dei gruppi umani ed ambiente nel quale si trovavano, diventò meno agevole e comoda, quando la soddisfazione dei bisogni divenne meno facile ed immediata,  il ricorso a contributi incrementali di sussistenza di agricoltura selvatica, orticultura e poi agricoltura ed allevamento intenzionali, crebbe e con la crescita di queste attività che pre-vedevano i bisogni creando catene lunghe tra pensiero ed azione, cambiarono sostanzialmente i sistemi di pensiero, i sistemi sociali ed il modo di stare al mondo. Fu proprio lì che nacquero quelle forme politico-sociali che sono le società complesse ordinate gerarchicamente, lì dove il potere sociale e politico è nelle mani dei Pochi, come dicevano gli antichi Greci.  La prima forma di complessità sociale nacque allora ed è molto probabile noi si sia sulla soglia della creazione di una seconda forma, diversa da quella originata seimila anni fa.

La società adattativa autocosciente si trova un po’ nella stessa situazione di quelal storica transizione tra caccia e raccolta e previsione organizzata della sussistenza. Non può più contare su rapporti agevoli tra bisogni e possibilità di soddisfarli. Tutto si sta facendo terribilmente più complicato. Le economie occidentali crescono a fatica, si sostengono con dosi inestinguibili di debito, per mantenere la propria gerarchia ordinante stanno polarizzando la distribuzione di ricchezza in modi che retrocedono alla condizione di secoli dai quali pensavamo di esserci emancipati. E’ stato giustamente notato che questa è una effrazione decisiva dei termini del nostro contratto sociale[10]. Si faccia molta attenzione alle rotture dei contratti sociali poiché storicamente sembrano essere queste le cause dei periodi più bui, quelli che quando leggiamo le narrazioni storiche ci fanno domandare “ma come hanno fatto ad arrivare a quel punto?”, il punto del collasso che è anticipato da un irrigidimento, una sclerosi impaurita che già provammo in Europa nella prima parte del secolo scorso. Le economie occidentali non sanno più cosa debbono produrre ora che molto viene prodotto a minor prezzo da altri. Le società occidentali non sanno più come gestire i rapporti con le altre società ora che queste si stanno emancipando dal precedente dominio ed oltretutto rischiano di diventare esse stesse dominanti. E nessuno sa come affrontare il nuovo macroscopico problema dei limiti ambientali e la stessa ridistribuzione del freno e dell’acceleratore tra chi è già cresciuto a sufficienza e chi deve invece ancora compiere il ciclo. Noi analizziamo l’intera questione come fossimo su un satellite che orbita intorno alla Terra ma le civiltà che sulla Terra abitano, con diritti veri o presunti, sono di natura egoiste e pronte a tutto pur di preservare il proprio privilegio o perseguire le proprie aspettative. Aumentano dunque vertiginosamente i rischi di disequilibrio, disequilibrio tra sempre più e sempre meno garantiti all’interno dei nostri sistemi sociali, rischi di frizioni e conflitti tra società tanto in ambito europeo ed occidentale quanto nei rapporti tra Occidente ed altre parti del mondo in ascesa,  rischi di disequilibrio del rapporto generale tra umanità e pianeta. Storicamente, dal disequilibrio poi si passa al conflitto ma un conflitto nel mondo denso tra società potenziate da tecnica e scienza, non si può pensare ed accettare come evenienza. Questa stessa impossibilità razionale del conflitto è una novità storica.

Sembra dunque consigliarsi una profonda revisione del principio moderno del “darsi da fare”. Da un primitivo significato declinato in “arraffare, produrre, consumare, accumulare” a cui società, politica, scienza e tecnica, sistemi di pensiero hanno fatto da coadiuvanti, ad un salto di pre-visione simile a quello che connotò il salto di atteggiamento dalla caccia e raccolta al sistema agricolo. Si tratta di un enorme salto di complessità. Non possiamo aspettare che il nostro cieco agire modifichi i nostri modi di stare al mondo da cui poi arriverà molto dopo il cambiamento dei sistemi di pensiero, dovremmo invertire i rapporti e procedere al contrario, dai sistemi di pensiero all’azione consapevole, meditata e concordata tra molti. Non si fa retorica esagerata a segnalare l’epocalità del compito ed  è bene segnalare l’inversione radicale tra storia e pensiero con la prima che forniva materia al secondo, all’assetto inverso, al pensiero che deve progettare la storia che vivremo, con una intenzionalità consapevole che ci è evolutivamente e storicamente, sconosciuta. Sapere che questa intenzionalità complessa, ove la si è pratica nel passato storico, ha variamente fallito per via dell’eterogenesi dei fini o per via della rozzezza con cui pensiamo le cose complesse o per via del fatto che nel pensare e discutere scelte e valori ognuno tiene più al tornaconto personale che la bene generale, al contingente che alla prospettiva, deve ammonirci sulla difficoltà del compito, ma non può certo opporsi a quanto abbiamo sin qui dedotto. Se non sappiamo nuotare, si impari, affogare non è una opzione.

Nelle nostre auto-attribuzioni tassonomiche, ci siamo definiti sapiens e poi sapiens sapiens da una parte e habilis, abili a fare, dall’altra. Il salto richiesto è quello di diventare collettivamente autocoscienti del nostro fare adottando un nuovo principio il “pensare prima al cosa fare” che subentra al moderno “darsi da fare e poi giustificarlo nel pensiero”. Molte le conseguenze del cambio del principio, tra cui lo sviluppo di una cultura che riesca a mettere assieme i vari tagli disciplinari con cui indaghiamo l’uomo ed il mondo. Tali discipline, sono raccolte in tre distinte aree di conoscenza, quelle che si riferiscono all’uomo, quelle che riferiscono al mondo e quelle che indagano sul nostro essere e fare nel mondo, individuale e collettivo. Nel mentre i più continuano ad approfondirle singolarmente, qualcuno dovrebbe pur cimentarsi alla loro riunificazione in un meta sistema generale, altrimenti il salto di consapevolezza complessa non sarà possibile, al pensiero mosso dall’imperativo adattativo mancherà il suo oggetto, oltreché il metodo. Molto altro si renderà necessario per il cambio del principio, tra cui la distribuzione di conoscenza che ha indici di Gini financo peggiori di quelli della distribuzione di ricchezza, l’astiosa separazione delle due culture, l’uso non dialogico e permanentemente ideologico del concetto di verità e molto altro.

Dovremmo tutti pretendere di avere più tempo per scalare assieme queste difficoltà, continuare a presupporre la costanza di ciò che sino ad oggi siamo stati, abbiamo fatto e pensato, è la ricetta certa per finire vaporizzati nel buco nero del periodo storico nel quale, malgré-nous,  siamo capitati.

[1] L’argomento “sistemi di pensiero” è molto complesso e tutt’altro che sistematizzato. E’ un po’ un paradosso che la riflessione umana non abbia portato avanti una sistematizzata indagine sulle forme di ciò che la fa riflettere.  La sua versione filosofica più attinente è nel concetto di Weltanschauung, termine inaugurato da I. Kant e W. von Humboldt, ripreso in concetto  da W. Dilhey, M. Weber, K. Jaspers e C.G. Jung. Le credenze religiose e le ideologie sono altresì sistemi di pensiero. T. Khun lo ha indagato nel campo epistemologico con la sua teoria del paradigma, il cui cambiamento consegue la rottura del principio precedente  e lancia una rivoluzione scientifica. Paradigma, presupposto e principio dicono più o meno la stessa cosa. M. Foucault, ha trattato qualcosa del genere col concetto di episteme. Ha anche una pertinenza nelle teorie linguistiche, si veda l’ipotesi Sapir-Whorf o in logica con l’olismo di Quine-Duhem. Come sempre, tutto parte dai Greci e quindi il dibattito eracliteo-permenideo sul logos e l’analisi della conoscenza operata da Platone in Repubblica e da Aristotele in Metafisica, sono le radici più antiche.

[2] Moderno è termine, come spesso accade, tutto da precisare. In termini storici il moderno inizia nel XV secolo, in termini di pensiero con Descartes e Galilei, alla fine del XVI, poiché il pensiero arriva sempre dopo. Descartes venne anticipato e mosso da una vasta temperie scettica, sarebbe salutare promuoverne una seconda. Per molti versi siamo in una tipica fase decadente, al crescere del disordine del mondo, crescono le sclerosi dogmatiche nel pensiero, non un bel segnale.

[3] M. Weber, La scienza come professione, Einaudi, 2004

[4] J. De Vries, The Industrious Revolution: Consumer Demand and the Household Economy, 1650 to the Present, Cambridge University Press, 2008

[5] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il nuovo melangolo, 2013

[6] R. J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth: The U.S. Standard of Living Since the Civil War. Princeton University Press. 2016.

[7] L’argomento ha oggi la sua attualità in quella che gli psico-sociologi chiamano “epidemia d’ansia”. L’ansia è un meccanismo biochimico, evolutosi per mettere in pre-allarme la nostra attenzione, ma il meccanismo ha senso se vige per tempi limitati. Molta incertezza esistenziale della società contemporanea invece, attiva dosi incrementali di ansia in forma pressoché stabili e continue. Ciò avvelena letteralmente la biochimica cerebrale e quindi il modo stesso di funzionare della mente.

[8] Come più volte specificato, sia noi che il mondo abbiamo una complessità intrinseca costitutiva. Si propone di segnare il cambiamento di era, da moderna a complessa, non perché la complessità sia oggi una novità ma perché si sta manifestando in dimensioni ed intensità molto maggiori proponendosi come “il” problema.

[9] Di solito, su questo punto, c’è chi oppone al progresso materiale, quello spirituale. I termini che usiamo sono sempre polisemici e poco precisi. Possiamo dirlo spirituale ma dobbiamo anche considerare il lato molto pratico che struttura i modi di vivere. Se produrre e consumare cose sono atti pratici, oggi sembra richiedersi una praticità un po’ meno istintuale e conativa, una praticità adattativa. Il lato “materiale” della vita non scompare, diventa più complesso. Se il moderno si accontentò del “penso quindi sono”, il complesso pretende un “prevedo quindi vivo”. A suo tempo, lo fece già presente Hans Jonas in termini di volontarismo etico. Oggi la faccenda si presenta con ben altra urgenza imperativa. Riflessioni in merito anche nel “Cosa è successo nel XX secolo?” di P. Sloterdijk (Bollati Boringhieri 2017).

[10] Steen Jackobsen: http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/11/12/la-fine-del-contratto-sociale-che-spiega-trump-brexit-e-marine-le-pen/

 

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IL DESTINO DEGLI EUROPEI. (2/2)

[Prima puntata, qui] Vediamo allora meglio quali possibili eccezioni si possono avanzare alla correlazione massima sovranità = grande Stato. Innanzitutto si possono comparare solo entità che abbiamo qualche forma di analogia, ad esempio, uno stesso livello di sviluppo. Se il Vietnam (che ha comunque 90 milioni di abitanti) cresce impetuosamente è anche perché proviene da una recente conversione all’economia produttivo-scambista nata in occidente. Questa dinamica di “lancio” che si ottiene all’inizio dei processi di sviluppo, non è ripetibile nei paesi molto maturi come quelli europei soprattutto dell’ovest. La seconda discriminazione taglia gli Stati che fungono da snodo banco-finanziario, i depositi o mercati della ricchezza con opacità fiscale e benevolenza giuridica. Lussemburgo, Lichtenstein, Cipro, Malta, Singapore, Svizzera et simili, sono come piccoli vascelli pirata che fanno categoria ma solo a certe condizioni che non sono raggiungibili da chi ha milioni di individui in popolazione. I casi misti come Irlanda od Olanda non cambiano il giudizio finale. La terza è il contesto, trovarsi come la Corea del sud tra Giappone e Cina e stante che anche la Corea ha iniziato il suo sviluppo solo da qualche decennio, non è come trovarsi al centro dell’Africa, tra Tanzania, Angola e Sudan. Così per i Paesi in target dello sviluppo delle Vie della seta cinesi o per la centralità che la Turchia ha sia verso l’Oriente che verso il Mediterraneo. Vale per le opportunità ma vale anche per i problemi, l’Italia ad esempio, ha volente o nolente, il problema del rapporto con Francia e Germania. Se come tutti ritengono, l’Asia sarà il fuoco del futuro sviluppo planetario (già oggi 60% della popolazione mondiale) essere stato in Asia avrà problemi ed opportunità diverse dall’essere stato in Europa, in un caso le condizioni di possibilità vanno ad aprirsi, nell’altro -tendenzialmente- a chiudersi. La quarta sono gli stati con materia-prima che poi sembrano portarsi appresso anche la relativa “maledizione”, è chiaro che fanno categoria a sé e che nessuno stato europeo si trova in questa condizione, anzi siamo tutti dipendenti da materie prime ed energie ampiamente esterne. La quinta è il momento e l’arco storico. Stiamo cioè parlando di un problema che si presenta nel recente e che si imporrà ancor più decisivamente nel futuro, riferirsi al passato per reperire casi di successo economico nello spazio piccolo, fosse anche il neo-keynesismo post bellico e ricostruttivo degli stati europei anni ’60, non ha alcuna utilità.  Questa discussione fatta qualche anno fa con un amico, vedeva come contro-caso la Finlandia ed il suo gioiello Nokia. Oggi, la finlandese Nokia è stata venduta all’americana Microsoft ed è stata venduta perché forte di esser stata un primum movens, non poteva poi reggere la concorrenza asiatica, a prescindere da quanto fosse appoggiata dal suo stato di riferimento. Competere su certe produzioni avanzate con chi, come la Cina, sfornerà assieme all’India il 63% dei laureati in materie scientifiche entro il 2030 (OECD-OCSE), sarà dunque molto difficile. Altresì, è certo che i grandi stati saranno in grado di mobilitare grandi capitali per R&S, si veda il caso americano DARPA o per sviluppo infrastrutturale come fa la Cina e si apprestano a fare gli USA. Il caso Finlandia dice anche che i casi da porre in dibattito vanno valutati in un corso storico decennale altrimenti si finisce come Ricardo a credere che anche il Portogallo con le sue bottiglie di vino porto, aveva “solide” opportunità di vantaggio comparato con cui partecipare alla danza del libero mercato mondiale. Era proprio List a contraddire questo assunto molto generico, una economia-Stato dovrebbe avere una buona parte delle sue produzioni fondamentali interne, se non vuole essere maltrattata dalla potenza produttiva di qualche “fabbrica del mondo” esterna, magari coadiuvata dalla cannoniere come la patria di Ricardo ci ha insegnato. I piani di re-industrializzazione in Francia ed USA, dicono che la favola bella della mano invisibile che mette ordine nel mondo del mercato, è stata illusione che ieri c’illuse e dalla quale oggi dovremmo risvegliarci in fretta. Vale anche per le valute, dipendere dalla valuta di un altro Stato sottrae ovviamente sovranità. Ma naturalmente la valuta deve essere poi di un peso che venga riconosciuto dal mercato, non basta avere carta e tipografia di proprietà.  La sesta discriminazione deve poi escludere quei paesi che di madre o seconda lingua inglese, hanno davanti a loro nel mercato globalizzato una più ampia prospettiva per l’economia dei servizi che oggi rappresenta dal 70% in su del totale contributo al Pil degli stati ad economia matura. La settima è la verifica oltre economica. Definire sovrana la Corea del sud, vista la dipendenza che ha dalla protezione militare americana, pecca di manica molto larga. Purtroppo è proprio il fatto militare, tanto il suo piano produttivo che di  effettiva potenza, a condizionare grandemente l’autonomia dei paesi e s’illude chi legge solo come geopolitica la dipendenza militare poiché gli stati sono sistemi integrati. E’ difficile ospitare una base NATO e mettersi ad amoreggiare con l’economia cinese accettando yuan contro valuta nazionale, perché prima parte una telefonatina, poi qualche tentativo di destabilizzazione per rischio di disallineamento. Di contro, pensare di avere autonomia militare partendo da un singolo stato europeo è ovviamente fuori di senso. Infine, è chiaro che i rapporti tra Paesi dotati di maggior massa e potenza, militare ed economica, quindi politica, determineranno i regolamenti dei giochi planetari, influiranno su gli standard, sulle policy delle istituzioni globali, su i lineamenti giuridici del sistema mondo a cui tutti, volenti o nolenti, dovranno partecipare in vario modo ed intensità. A gli altri, rimarrà l’opzione tra il come ed il quanto integrarsi in un gioco in cui si troveranno gettati senza alcuna voce in capitolo, sapendo che il protettore che si sceglieranno sarà inevitabilmente anche il proprietario del sistema che darà loro i limiti di possibilità. Il soggetto UE che compare nelle classifiche per Pil è un mero ente statistico, non è un soggetto intenzionato, non fa investimenti di alcun tipo, non sviluppa ricerca propria, non è autonomo militarmente (e si fa imporre ad esempio l’ostracismo commerciale alla Russia che gli sarebbe partner naturale), non partecipa al consesso internazionale con voce in capitolo.

Tornando alle premesse  iniziali è chiaro che nulla di tutto ciò impone leggi ferree di dimensioni, si potranno avere casi particolari di buona tenuta in qualche nicchia economica sebbene precaria nel tempo ed assai assediata muovendosi nei limiti dati dall’allineamento geopolitico a qualche superpotenza, la dinamica però della distribuzione dei pesi e delle egemonie, ci sembra tendenzialmente orientata. Hobsbawm scriveva che ai tempi ottocenteschi del dibattito sulla taglia dei nuovi stati, se non proprio legge, faceva chiara tendenza la sequenza dal locale al regionale e dal regionale al nazionale, su fino al mondiale perché sebbene a molti intelletti metafisici sfugga, nel frattempo la popolazione aumenta ed è ovvio che un macrosistema sempre più denso si ripartisce in sottosistemi per avere un ordine per quanto dinamico. La destinazione finale di questa sequenza non è l’impero-mondo, di nuovo incurabile metafisica politica, ma una tavola rotonda di quasi pari che cooperano ed in parte competono tenendosi in reciproco equilibrio e non accettando la prevaricazione di alcuno.  Sembra meno stabile di un impero-mondo ma in realtà è così che si organizza la complessità in natura, ovunque la si osservi distribuisce peso in molteplici, complessi ed interrelati.

Come detto queste considerazioni sono variamente presenti già nel dibattito ottocentesco, addirittura Alexis de Tocqueville prevedeva un futuro bipolare in cui l’Europa sarebbe stata espropriata di significato e potenza da i due giganti americano e russo. Kalergi nel 1923, prevede non solo America e Russia (la suo tempo già URSS) ma anche Giappone e Cina. Schmitt vede britannici come al solito impegnati a spezzettare l’Europa per evitare si venga a formare un soggetto per loro minaccioso, americani, russi e di nuovo l’Asia mentre il destino della noce schiacciata nella morsa Stati Uniti – Russia/Asia angustia anche Spinelli e Rossi. Nel frattempo, i meno di venti Stati europei nella cartina politica europea del 1914, sono diventati cinquanta[1]. La scomparsa dell’impero austro-ungarico, la riduzione di quello germanico, l’implosione sovietica che ha liberato quindici nuovi Stati (non solo europei) e quella jugoslava altri sei, i riconoscimenti di sovranità dopo la seconda guerra mondiale che seguivano anche la logica di interposizione tra fronte occidental-americano ed Unione sovietica, la compiacenza con gli stati-banche in cui dare asilo politico ai capitali in cerca di libertà dal giogo fiscale, furono processi tutti interni alla logica sub-continentale che è andata dalla parte opposta al discorso che qui sviluppiamo. Logica sì interna ma anche molto manipolata dai due giganti URSS ed USA, la sovranità in Europa è un concetto al tramonto dalla fine delle seconda guerra mondiale. Le questioni scozzese, basca, catalana, corsa, fiamminga e vallone e via di questo passo in un  elenco sempre più lungo, promettono altre eventuali invaginazioni. Di contro. Il processo unionista dalla CECA del ’51 a Maastricht – Lisbona – euro, ha dato l’impressione di compensare questa coriandolizzazione delle sovranità europee, operando sintesi a più alti livelli. Ma le ha operate davvero?

Troppo vasto e complesso il sistema europeo allo stato attuale dell’opera per addentrarci al suo interno, rimaniamo all’esterno considerandolo “un” sistema (UE+euro). Allo stato attuale sia dell’opera che delle intenzioni (sia dei fatti che dei discorsi), il sistema unionista europeo è una confederazione, una alleanza su base di trattati, alcuni pensano, vorrebbero, sognano possa poi diventare una federazione, cioè uno Stato ma che una confederazione diventi una federazione non è affatto detto e tra gli assai pochi esempi storici, è significativa solo la Svizzera, confederazione per circa sei secoli e poi federazione dal 1848. Proprio la Germania e la sua formazione unificata in Impero nel 1871, ci dice non fu certo lo Zollverein fatto inizialmente con l’Austria a portare all’unificazione. Ci fu una guerra contro l’Austria (tra “tedeschi”) e poi la creazione di  un problema tale da farsi dichiarare guerra dalla Francia di Napoleone III, per spingere i riottosi principi tedeschi a farsi inglobare dai prussiani sulla spinta unificatrice del comune nemico.  Si ricordi poi sempre che la nostra tendenza alla modellistica astratta (confederazioni, federazioni, Stati, unioni, leghe etc.) occulta le particolarità decisiva di dimensione e contesto. Se ad esempio, gli Stati Uniti d’America nascono fondendo colonie oltremare di una unica sovranità, che si sono ribellate con una guerra d’indipendenza, in un continente praticamente vuoto, abitato da 2,6 milioni di anglosassoni con la stessa lingua, cultura e religione e nel disinteresse geopolitico dell’epoca, questo “esempio” non è di nessuna utilità per il caso europeo. E se le confederazioni si sono create storicamente soprattutto come alleanze militari, cosa comporta una confederazione economica che ha poi chiamato una moneta unica per evitare i potenziali conflitti sulle parità di cambio, che sta ora chiamando leggi commerciali, standard, leggi fiscali e di bilancio che arrivano fino al cuore della sovranità economico-politica degli Stati nazionali? Soprattutto, è quella del sistema economico una logica che può supplire alla mancanza di un più nitido processo di unificazione dichiaratamente politico? Decisamente, no. Una confederazione economico-monetaria con qualche forme giuridica di omogeneizzazione rimane un sistema vago, non è un soggetto multipolare intenzionato, è una gerarchia di sovranità comandata dal o dai più forti. Una confederazione economico-monetaria ordinata dai principi imposti dal soggetto più massivo (la Germania), contrattati e scambiati con contro-concessioni esclusive al junior partner francese,  non ha alcuna possibilità di diventare una federazione in cui gli stati entrino col desiderio sincero di sciogliersi in un totale maggiore della somma delle parti poiché non siamo in regime cooperativo ma competitivo, non è una fusione, è un’annessione.

Il sistema economico nel suo pensiero, nasce già in uno stato e non tratta minimamente di stati, anzi, nella sua versione ideologica neo-liberale che ne è ideologia ortodossa tanto de definire le altre ideologie economiche “eterodosse” (!), spinge verso il “meno Stato e più mercato” come se le comunità umane territoriali fossero riducibili al loro mercato, una credenza la cui assurdità lascia esterrefatti soprattutto volgendoci a coloro che sembrano pure prenderla sul serio.  Il sistema economico europeo assomiglia strutturalmente al sistema della credenza cristiana del medioevo. Ogni società piccola o grande, medioevale o moderna, è attraversata da fatti economici quanto religiosi ma  quello che Schmitt chiamava il “nomos” della terra, chiama la partizione politica e giuridica, non quella economica, né quella religiosa. L’islam ha provato alle sue origini a comprendere in un unico Stato (califfato-sultanato) tutte le terre dei credenti ma si è ogni volta frantumato perché per quanto comune sia la credenza spirituale e financo parte della legge (sharia), questo è solo un di cui delle società territorializzate. Gli ebrei hanno in effetti fatto nazione senza vincolarsi ad uno stato territoriale (almeno fino alla nascita di Israele), ma sono l’unico esempio storico in merito ed hanno anche pagato alti prezzi per questa atipicità sgradita -in genere- alla gran parte delle popolazioni territorializzate. Quando le popolazioni crebbero in Europa e le nuove partizioni politico-territoriali statali andarono in urto con l’ecumene cristiano, prima si ruppe l’unità cattolica con Lutero, poi ci fu uno sciame di conflitti che con Augusta – Westfalia sancì definitivamente il “cuis regius, eius religio”, la sottomissione del religioso al politico. Anche Enrico VIII inventò la chiesa anglicana per non aver intromissioni di sovranità da parte del continente (papato romano) così come i britannici hanno poi ribadito con la Brexit nei confronti del’UE. Per quanto si voglia complicare la faccenda, arriva sempre un punto di decisione (la fatidica domanda “chi decide?”) in cui o si segue una logica eteronoma (sistema della credenza, sistema economico e soprattutto finanziario che tendono a superare i confini, sistemi che tendono all’universale) o una logica autonoma e l’unica logica autonoma che esiste è quella politica, la sovranità che la comunità esercita su un territorio. Io non posso vivere accanto ad un vicino che risponde alla sovranità di un micro-stato fondato su una ex-piattaforma petrolifera che rilascia passaporti on line e dire che effettivamente facciamo “società”. Io faccio società coi miei simili, lui è straniero, ognuno risponde a sistemi con logica diverse, non c’è “in comune”, abbiamo firmato due diversi contratti sociali.

In effetti il sistema europeo attuale, è una sistema di Stati-nazionali dominato da i due più forti, la Germania e la Francia, ed è un sistema economico, in parte monetario e poi parzialmente giuridico che non ha nulla a che fare con un processo di unificazione politica. Lamentarne la scarsa democraticità ha poco senso perché è una libera alleanza economica contratta da soggetti sovrani, non direttamente dai popoli sottostanti. I popoli sottostanti semmai dovrebbero lamentarsi della scarsa democrazia dei loro Stati ma una volta che i parlamenti-governi hanno deliberato questo o quello ed avranno regolato i loro pesi nei rapporti di forza tra stati nel loro Consiglio dell’Unione (cioè della confederazione), nel sistema confederale si farà questo o quello com’è ovvio che sia. Questo sistema non ci pensa nemmeno un po’ a diventare un sistema federale, cioè un futuro stato anche perché il fine dovrebbe ordinarne il processo, cosa che non avviene osservando il processo “unionista” in atto. Se si volesse fare uno Stato comune è tutt’altro il processo di pur lenta sintesi progressiva che occorrerebbe fare. Se economicamente ci piace fare sistema con l’Ungheria e perché no con la Turchia piuttosto che con Israele come ad un certo punto qualcuno proponeva,  solo un pazzo scriteriato può pensare di fare uno stato federale europeo con i britannici e i turchi, i polacchi ed i tedeschi, gli scandinavi ed i greci. Per quanto sia difficile liberarsi dall’impianto mentale che ci hanno mineralizzato in testa, un impianto che parla di economia come nel medioevo si parlava di Dio, della mano invisibile come si parlava della Provvidenza,  del debito pubblico come si parlava del peccato,  invito i lettori e lettrici a recuperare un minimo di autonomia mentale e fare l’elenco dei punti che connotano una sovranità e domandarsi quale principi culturali, educativi, stili di vita, interessi geopolitici, forme economiche, lingue che aiutano a pensare oltreché comunicare, tradizioni storiche e politiche, odi reciproci, avrebbero in comune i candidati europei a fare uno Stato assieme?  Forse -appunto-, solo gli odi reciproci.

Si dirà “be’ certo non è facile ma dobbiamo provarci proprio per quanto hai sin qui sostenuto con il principio di taglia minima”. Ma il punto è che, a parte il fatto che non ci stiamo affatto provando perché se ci stessimo provando davvero dovremmo fare tutt’altre cose per fare uno Stato comune, se il “principio di taglia minima” ci dà il pavimento della casa comune da costruire, c’è un altro principio da osservare e che ci dà il tetto: il principio di omogeneità relativa.  Non stare da soli ed unirsi a qualcuno non porta ad unirsi a tutti, se non altro perché agisce il principio naturale di progressività che dal semplice si arrampica lungo la scala della complessità, scala che ha pioli, che non è un collasso spazio-temporale per il quale si va da 0 a 100. Sebbene con la meccanica quantistica abbiamo scoperto che contrariamente a quanto ritenuto nel medioevo la natura fa salti, li fa per passare da un sistema ad un altro sistema, non per passare direttamente dall’elettrone all’Universo, gli elettroni guidano solo il salto che dall’atomo porta alla molecola.  Quali sarebbero le molecole da creare per salire lungo processo di sintesi dell’estrema eterogeneità europea? Quali sarebbero cioè le fusioni politiche, costituzionali ed a quel punto certo “democratiche” e sovrane di maggior taglia, possibili? Quali sarebbero le forme della prima semplificazione della complessità europea che s’illude (o fa finta di illudersi dandoci vaghi sogni come gli inconcepibili “Stati Uniti d’Europa”) di passare dai molti all’uno perché abbiamo la stessa moneta? Quelle che ci indica il principio di omogeneità relativa.

Se riuscissimo a liberare la mente dagli impianti mentali che utilizziamo per pensare le cose, impianti che tra liberali globalisti, neo-liberisti con tendenze anarco-capitaliste, marxisti praticamente senza una teoria dello Stato, sovranisti semplificati, post-moderni confusi e confondenti,  non sembrano centrati sulla natura intrinseca del problema che abbiamo, se riuscissimo a sostituire gli ordini del pensiero economico che di loro natura sono del tutto inidonei per pensare a Stati e sovranità, con ad esempio quelli del pensiero geo-storico che oltretutto parla di cose realmente esistite e successe e non di interessi materiali travestiti da metafisica, penso sarebbe intuitivamente compreso cosa s’intende con “principio di omogeneità relativa”. In breve, come italiani o francesi o spagnoli o inglesi o germani (che sono un sistema storico ben meno preciso dei primi quattro), si formarono in nazione partendo da gruppi diversi non proprio uguali ma con “qualcosa” in comune, così stati di maggior taglia semmai si volessero seguire le conseguenze principali del principio di taglia minima, saranno possibili solo tra coloro che hanno avuto e quindi hanno “qualcosa in comune”, per seguire quello di omogeneità relativa.

Con ciò concludiamo tornando all’apertura di questo scritto, lì dove si indicavano le quattro-cinque famiglie storico culturali europee che si pongono a metà tra la partizione stato-nazionale attuale e l’idea astratta di popolo europeo magari ammassato nei quanto mai improbabili Stati Uniti d’Europa. Come i britannici hanno un loro istinto formatosi nella geo-storia di lungo periodo in quella che è di per sé un’isola, come gli iberici, gli italici ed i greci (ma anche i danesi e gli scandinavi) sono popoli di penisole, così i germano scandinavi o i latino-mediterranei e gli slavi almeno quelli del nord, hanno una loro geo-storia comune o quantomeno fortemente intrecciata. Questo “in comune” culturale, linguistico, geopolitico, storico, istituzionale, sociale, di stile di vita, di valori, di religioni è l’unico presupposto per tentare la scalata alla complessità per fare nuovi macro-Stati. Il punto è tutto nell’impianto mentale che usiamo per fare analisi e sintesi, per fare descrizioni e darci norme. Usando un impianto economicista appaiono possibili ed opportune alcune cose, usando un impianto geo-storico, altre, il primo ragiona per mercati il secondo per Stati, il primo è astrattamente cosmopolita il secondo s’impegna al più concreto livello di far convivere diverse nazioni tra loro perché ne riconosce la storica esistenza sistemica, il primo si basa sul diritto del più forte e non potrà mai esser democratico, il secondo è politico, quindi costituzionale, sovrano ed idoneo alla pretesa di democrazia. Il primo si basa su una “fede”, il secondo sulla ragione.

Se pensate sia opportuno far fronte ai tanti e svariati problemi che abbiamo velocemente elencato  in termini di adattamento tra le nostre popolazioni al mondo complesso e multipolare, denso e competitivo, con un impianto economicista e non geo-storico,  continuate a costruire il vostro mercato comune dominato dalla potenza condominiale franco-tedesca, uniti dalla ritrovata pace reciproca fatta pagare a tutti quelli che gli stanno attorno. Potrete anche andare in giro a raccontarvi che la fine della storia saranno gli Stati Uniti d’Europa, tanto quanto il papa ed i suoi grassi e laidi cardinali e preti andavano in giro nel medioevo a raccontare che con loro si realizzava l’ecumene del regno di Dio in terra mentre rubavano terre e ricchezze al popolo ignaro, sottomesso e pregante. Oppure se seguite un impianto sovranista elementare potrete concentrarvi con soddisfazione a dire l’esatto contrario di quello che dicono i neo-liberali. Non costruirete nulla che sia possibile nel mondo nuovo ma vi toglierete la soddisfazione di non esservi omologati a parole. Nei fatti lo sarete comunque dato che o soverchiati dai dominanti “europeisti” o semmai beneficiati di qualche rimbalzo d’opinione messi davvero nelle condizioni di tornare allo Stato-nazione di taglia europea, sarete comunque soggetti a più poteri eteronomi, quelli dei sempre più potenti sistemi vaghi e quelli dei sistemi non vaghi come gli Stati Uniti e la Cina.

Se invece siete davvero convinti che Stato e sovranità se non proprio degli universali siano almeno quanto di più logico la storia ci mostra in termini di auto-organizzazione ed auto-nomia delle umane forme di vita associata, se non riuscite a trovare il perché non applicare i due principi connessi della taglia minima e dell’omogeneità relativa, allora dovrete staccare lo Stato e la nazione  e concluderne che solo una grande Stato federale, costituzionale e democratico tra popolazioni relativamente omogenee, nel nostro caso i  popoli latino-mediterranei, ci può dare le migliori condizioni di possibilità di avere un futuro degno del nostro passato[2]. Incrociando i principi di taglia minima e di omogeneità relativa, restando nel limite di ciò che è geo-storicamente suggerito, occorre cominciare a pensare a Stati in grado di essere un polo nel gioco multipolare[3], altrimenti la sovranità sarà da parziale a nulla.

Il destino degli europei, quindi,  è tutto nel sistema col quale lo pensiamo.

[Fine. 2/2, qui la prima puntata]

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[I libri usati per accompagnare il testo sono altrettanti contributi utilizzati dall’Autore per sviluppare il ragionamento]

[1] Poco meno di cinquanta stati su circa 200 in cui si compone il mondo fa il circa 25%, ma rispetto alle terre emerse, Europa è solo il 3,5%. Così, se lo stato medio statistico mondiale è su i 37,5 milioni di abitanti, solo 7 stati europei pareggiano o superano questa media. E’ evidente che il frazionismo europeo ha uno standard tutto suo, figlio della peculiare geo-storia di tempi che non sono più.

[2] Ne abbiamo parlato ed argomentato più volte nei nostri scritti. Il riferimento teorico è ad A. Kojéve, L’impero latino, (in Il silenzio della tirannide), Adelphi, 2004. Più di recente, era una linea indagata anche dall’economista, oggi scomparso, Bruno Amoroso. Ricordiamo ancora una volta che una Unione federale tra Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro (da vedere Malta), sarebbe composta da duecento milioni di individui che manterrebbero ampie autonomia nei precedenti confini nazionali, ma con devoluzione anche a livelli macro-regionali e provinciali, stante che “democrazia” è una forma politica inversamente proporzionale alla quantità di persone che debbono giungere alla decisione politica. Questo soggetto varrebbe la terza economia del mondo e sarebbe senz’altro un soggetto di peso per i giochi multipolari, a partire da tutti quelli che americani, russi, israeliani e monarchie del Golfo stanno già giocando nel mare davanti casa: il Mediterraneo. Per non parlare dell’Africa o dei possibili rapporti di amicizia col Centro – Sud America ispano-portoghese.

[3] Il nostro ragionamento prende quindi a contesto principale il mondo, non le vicissitudini europeiste o il sistema dell’euro che tanto -giustamente- condizionano l’attuale analisi politica. Va però segnalato che non pochi economisti di buonsenso, tra cui l’ultimo J. Stiglitz, L’euro, Einaudi, 2017, da tempo hanno conseguito che ragionando per aree monetarie ottimali (Mundell 1961), l’area latino mediterranea ha una sua omogeneità parziale interna così ce l’ha quella dei paesi nord europei, ma le due non ce l’hanno tra  loro. Stante che l’idea di avviarci ad una discussione su un possibile nuovo macro-Stato latino-mediterraneo non ha obiettivi politici concreti immediati, già coordinarsi tra questi stati all’interno del sistema UE e promuovere una secessione dell’euro-sud, andrebbe nella direzione auspicata. Se non altro per trattare con qualche minaccia di poter “rovesciare il tavolo”, evenienza la cui necessità hanno scoperto i greci quando si sono trovati a dover dar seguito alle loro promesse elettorali con Syriza. Soprattutto le malconce sinistre di questi paesi stritolati dalla morsa infernale del sistema bruxellese, ne gioverebbero visto che sono immobilizzate dal doppio legame tra “superamento delle nazioni e dei nazionalismi” da una parte e “rifiuto degli impianto neo-ordo-liberisti” che connotano l’attuale costruzione dall’altra. La sinistra occidentale, alimentata ad overdosi di idealismo, dovrebbe recuperare presto una qualche attitudine pragmatico-realista se non vuole scomparire definitivamente. Fare un progetto latino-mediterraneo ci sembra una possibile alternativa ai vaneggiamenti su un’Europa democratica (idea promossa da un economista, non a caso),  e della democrazia impotente del ritorno all’impossibile autonomia nazionale.

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IL DESTINO DEGLI EUROPEI. (1/2)

La definizione di “europei” è geo-storicamente, notoriamente, precaria. Ma, per quanto precaria come ogni definizioni di “popolo-nazione”, concetto che ha spesso bordi sfuggenti[1], ha senso in posizioni comparative. Si constata l’esistenza dell’europeo quando lo si mette accanto al non europeo. Al suo interno, il sistema europeo, risulta dotato di molti sottosistemi ognuno con all’interno un sottosistema che a sua volta ha un sottosistema e così via. Al secondo livello, dopo gli “europei” e prima di arrivare alle “nazioni”, si trovano le grandi famiglie storico-culturali che sono per lo meno quattro: gli europei del nord che includono anglosassoni, germani e scandinavi; gli europei del sud-ovest che includono francesi, iberici, italici e greci (i franchi erano popoli appartenenti sia a questo sistema ed in parte al precedente) detti “greco-latino-mediterranei”; gli europei del nord-est (polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi e baltici) e quelli del sud-est i balcanici, bulgari e rumeni. Due di queste aree sono storicamente attratte dal fuori del sistema europeo: gli anglosassoni che hanno avuto storica propensione atlantica e comunque in generale “oceanica”; l’area del sud-est bulgara-rumena-moldava che è contigua all’Ucraina e quindi all’area ponto-russa e quella balcanica dove si mischiano popolazioni ortodosse (Montenegro, Macedonia, Serbia)  cattoliche (Slovenia e Croazia) e musulmane (Bosnia Erzegovina,  Albania), dove la dominazione ottomana ha lasciato impronte durevoli data una presenza in loco per più di cinque secoli.

Dopo lo shock di metà del Trecento (la Peste Nera), la storia degli europei si è sviluppata lungo cinque direttrici. La prima è stata un costante crescita demografica che è giunta a moltiplicatori significativi già da metà XIX secolo per poi assestarsi ed ultimamente ristagnare, se non ad  invertirsi. Nel frattempo, il resto del mondo è cresciuto molto di più per cui se ai primi del XX secolo, gli europei dominavano il mondo anche attingendo al loro peso (20% del mondo, circa), oggi questo peso si è di molto contratto (8%) e viepiù si contrarrà nell’immediato futuro. La seconda direttrice è stata quella che a partire dalla fine del XV secolo in Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, si sono formati stati che manterranno fino ad oggi più o meno la loro dimensione nativa, arrivando ad omogeneizzare le loro popolazioni interne in “nazioni”. Da qui il significato originario, prettamente europeo,  di “Stato-nazione”, stati che tendono a coincidere con una popolazione che ha una sua relativa omogeneità storico-culturale. Ciò che appare abbastanza nitido nell’origine dello Stato-nazione europeo  nell’Europa occidentale del XV-XVI secolo, lo diventa molto meno mano a mano che ci spostiamo ad est. La terza direttrice è quella di una inversione tra ordinatori per la quale proprio a partire dalla pace di Augusta (1555) e poi Westfalia  (1648), si afferma sempre più l’ordinatore politico aristocratico-militare a scapito dell’ordine medioevale che includeva quello religioso che spesso sovra-ordinava tutti gli altri o comunque interferiva pesantemente. Ma a partire dalla successiva Gloriosa rivoluzione britannica (1688-89), si assiste anche da una modificazione interna all’ordinatore politico (e militare) che diventa sempre più un sistema binario con quello economico affiancando all’aristocrazia una nuova borghesia prima commerciale, poi industriale e finanziaria. Ciò in ragione di un potente sviluppo della stessa attività economica, espansione il cui inizio si nota già da dopo la Peste Nera. La quarta direttrice accompagna le prime tre. Popolazione, Stati e loro ordinatori, soprattutto quelli economici e militari, si allacciano tra loro in una dinamica che se in parte porta ad una lunga sequenza di guerre europee interne, almeno sino al 1815, dall’altra porta ad una progressiva appropriazione del resto del mondo tramite colonie e poi imperi. L’ultima direttrice, la quinta, parte dalla conflittualità endemica in quel territorio europeo che sembra fatto apposta per produrre popolazioni diverse senza che nessuna di esse abbia mai potuto pensare di sottomettere tutte le altre realizzando una unità imperiale. Crollati i Romani, dopo Carlo Magno e forse Carlo V e dopo il penultimo grande tentativo di Napoleone (l’ultimo fu quello di Hitler), i britannici allora dominanti, sovraintendono una sorta di pace armata che dura quasi un secolo nel quale gli europei si dedicano per lo più alla conquista e consolidamento delle proprie colonie/imperi in accompagno ad una fase di crescita economico-materiale e di equilibrio di potenza nelle relazioni reciproche. L’esternalizzazione della concorrenza interna dona una pausa ma poi si torna a fare i conti in casa una volta affermatesi le sovranità dei tedeschi e degli italiani. Alla vigilia della prima guerra mondiale, l’Europa sembra assestata  in grandi partizioni che semplificano il governo della sua parte centro-orientale dove troviamo l’Impero tedesco, quello austro-ungarico e quello russo e null’altro. Ma tra la seconda metà del XIX secolo e il 1915, si creano anche i presupposti del disastro europeo. Gli europei torneranno imperterriti a scannarsi tra loro mentre il resto del mondo si emancipa dal loro dominio. Il sistema europeo non è più isolato o dominante il mondo come è stato nelle prime due lunghe fasi (antico-medioevo e moderno), il mondo circonda l’Europa e le pone la domanda su ciò che vorrà e potrà essere nel nuovo contesto[2]. Questa domanda esterna rivolta a tutte le nazioni e stati europei, si riflette sulla loro stessa consistenza e sulle loro dinamiche di relazione. Se lo Stato-nazione è stato l’attore della storia europea moderna, la successiva storia complessa nella quale siamo entrati, sembra porre seri limiti a questo sistema nato per adattarsi ad un diverso contesto.

Leggendo alcuni ragionamenti politici e strategici di questo ultimo secolo e mezzo, si nota che già verso la fine del XIX secolo, prima quindi dell’inizio della grande conflitto in due puntate che coinvolgerà l’intero mondo e produrrà tra gli 80-90 milioni di morti distruggendo tutti i presupposti di potenza degli europei (e gli stessi diritti di eccezionalità dei suoi fondamenti culturali) , si presentava una forte preoccupazione per una situazione-mondo che disegnava scenari nei quali l’Europa nel suo complesso, andava a perdere la sua centralità/dominio. Era una consapevolezza ancora appena intuita del fatto che tra Stati Uniti d’America, Russia, Giappone (e qualcuno, sopratutto dopo la prima guerra mondiale vedrà con preveggenza anche un nuovo massiccio attore: la Cina), il “mondo” non era più quello di una volta. Soprattutto non era più una massa informe che “chiamava” l’opera di partizione, dominio e sfruttamento da parte degli europei. Questa consapevolezza si rinforza all’indomani della prima guerra mondiale poiché già lì si può toccare con mano il sorpasso di potenza degli Stati Uniti d’America  rispetto alla Gran Bretagna in quel 1919 da cui inizia il “secolo americano”. Dalla Pan Europa del conte Coudenhove-Kalergi (1922)[3], al tramonto dell’Occidente di Spengler (1923)[4], alle più tarde riflessioni di Schmitt (1938-39)[5], nel mentre alcuni intelletti ragionano problematicamente sul rapporto tra stato interno al sub-continente ed il resto del mondo, le dinamiche competitive e il disequilibrio di potenza europeo portano alla seconda definitiva disgrazia, quel secondo conflitto che accelererà la verticale perdita di potenza del sistema europeo nel suo complesso. Anche il manifesto europeista di Ventotene (1941-1944)[6], parte sia dalla necessità di sedare la secolare coazione bellica degli europei, sia dalla necessità di prender atto che ormai le questioni non sono più solo quelle interne al sub-continente ma anche quelle del rapporto tra questo come sistema integrato ed il più vasto e problematico mondo, quel mondo “grande e terribile” di cui si accorge anche Gramsci. Da Kelergi a Spinelli, nessuno di questi progetti europeisti partiva dalle sole considerazioni economiche, partivano tutti da considerazioni storiche, culturali, politiche e geo-strategiche, parlare di Europa solo con le lenti economiche e monetarie è nevrosi tipicamente contemporanea.

Come si riflette nel pensiero questa tramontante condizione europea? Nel suo “Nazioni e nazionalismi dal 1780”, E. Hobsbawm [7]ci dà conto di un dibattito a più voci che sorse già nel XIX secolo che, rispetto alla consistenza degli stati, prendeva la forma di un vero e proprio principio indicatore: il “principio di taglia minima”. L’economista tedesco -per altro in linea di massima liberale (ma di buonsenso)- F. List (1841), aveva introdotto più generali considerazioni sulla dimensione e forma dei sistemi economici nazionali, anticipato in parte dall’economista canadese John Rae (1834) e prima ancora dal federalista americano Alexander Hamilton sulle relazioni tra nazione, stato ed economia. Di List, Hobsbawm, riferisce la convinzione che “… la nazione doveva possedere sufficiente estensione territoriale da formare una unità in grado di svilupparsi. Nel caso quindi non raggiungesse questa estensione non avrebbe giustificazione storica[8]. A questo dibattito prendevano parte dal Dictionnaire politique di Garnier-Pagès del 1834 che definiva “ridicola” la pretesa di sovranità di entità come il Portogallo ed il Belgio, a John Stuart Mill, Giuseppe Mazzini, Frederich Engels, il nazionalista economico irlandese Arthur Griffin. Senza un adeguato livello di popolazione e risorse, non era possibile dare al principio astratto di sovranità politica la concretezza di un adeguato sistema economico. Altresì, secondo List, i sistemi economici nazionali dovevano essere per molti versi “protetti” durante l’infanzia, prudentemente “semi-aperti” nell’adolescenza e definitivamente partecipanti a network libero-scambisti solo quando in grado di competere alla pari o giù di lì e sempre che avessero il peso per farlo. Lo seguiva il prussiano Gustav Cohn che confermava i vantaggi dei Gross-staaten riferendosi ai casi britannici e francesi, traendone addirittura una normativa di una futuro processo di costruzione progressiva di stati sempre più grandi, qualcosa di simile ai ragionamenti futuri di C. Schmitt sul Gross-raum. I termini Kleinstateerei (sistemi di mini-stati) o balcanizzazione perpetueranno in sintesi, questo auto-evidente giudizio di insufficienza per sovranità non in grado di partecipare ai sistemi mondiali che s’andavano formando, sia dal punto di vista della consistenza economica, finanziaria e valutaria, sia come poi si rivelerà plasticamente nei due conflitti, dal punto di vista militare. Ai primi del XX secolo , c’era anche una sottile polemica di molti europei (anche liberali) contro quel “diritto all’autodeterminazione dei popoli” (anche i più microscopici) concepito dal presidente americano Wilson, un idealista-astratto nel migliore dei casi, un furbo manipolatore del divide te impera secondo i più maligni.   Visto che i pensatori tedeschi sembrano i più convinti assertori di questa scalata alla potenza data da soglie minime di dimensioni, val bene ricordare che l’attuale Germania unita, è di circa un terzo più grande di Gran Bretagna, Francia ed Italia e nella speciale classifica di Stati per Pil, è superata dal Giappone che è quasi mezza volta più grande, dagli Stati Uniti che sono quattro volte più grandi, dalla Cina che è diciassette volte più grande mentre viene insidiata nel suo quarto posto, dall’India che ha proporzioni di poco inferiori alla Cina. Del resto, nello studio PWC[9] su i leader economici per Pil al 2050, la Germania, che è l’unico paese europeo previsto nella top ten è solo nona, sopravanzata da tutti paesi più grandi (tra cui le new entry Indonesia, Brasile, Russia e Messico). Quest’ultima considerazione porta  a sottolineare come il “principio di taglia minima”, essendo un principio relativo, se nel XIX secolo era relativo a gli stati europei tra loro, oggi e sempre più domani, lo sarà rispetto a ben diversi standard mondiali. La conformazione geo-storica dell’Europa non è affatto sintonica con lo standard che si andrà sempre più affermando sul pianeta e le sue parti avranno non poche difficoltà storico-culturali a passare dal riferimento sub continentale a quello mondiale. Nelle nostre culture sociali e politiche l’economia è dominante e l’argomento è dominato da una ideologia che non prende affatto in considerazione la dimensione degli stati, solo modelli astratti.

Su questo punto dimensionale c’è da segnalare che, lungo il Novecento, il resto del mondo è cresciuto prepotentemente di dimensione, contribuendo a quella iper-inflazione demografica per la quale da i 1.500 milioni di inizio secolo, siamo oggi arrivati ai 7.500 milioni e tra trenta anni ai 10.000 milioni di cui gli europei saranno un minima frazione (poco più o forse meno del 5%). Ma a questa discontinuità potente se ne aggiunge un’altra, quella per la quale soprattutto dal discorso di Deng Xiaoping sul “socialismo con caratteristiche cinesi” del 1982, già da poco prima o da poco dopo, l’intera Asia si è volta al sistema economico moderno formatosi in Europa già nel XVII-XVIII secolo, seguita più di recente da Sud America ed Africa. Naturalmente la globalizzazione ha ulteriormente potenziato questa crescita di volume e peso economico e finanziario del resto del mondo, ma questo si sarebbe comunque sviluppata magari accompagnato ad una più tipica internazionalizzazione[10]. I progetti sulle vie della seta cinesi, nonché le nuove istituzioni internazionali come l’AIIB o la SCO o i BRICS, in prospettiva l’imprescindibile sviluppo soprattutto dell’Africa , dicono che l’ambiente competitivo del’economia-mondo, si farà sempre più affollato. Proprio il declino del ruolo degli USA come supervisore e promotore del mercato mondiale che ormai va per conto suo, il loro trincerarsi verso una più realistica posizione di giocatore superpotente ma non più in grado di imporre standard di gioco mondiali a tutti, l’apertura quindi di un fase multipolare del tutto inedita a livello mondiale[11], fanno pensare ad un futuro ordine mondiale molto dinamico, in cui il peso e la potenza daranno le carte migliori in ogni tavolo di gioco, sia che si agisca, sia che si contrattino le regole sul come agire. Vale per l’economia, la finanza, le valute, la disciplina dei flussi migratori, le energie e materie prime, le questioni ambientali, lo sviluppo delle aree influenza, il mercato delle armi, gli ombrelli atomici, la crescita o la decrescita controllata, la politica economica, lo sviluppo delle nuove tecnologie, lo sviluppo tecno-scientifico in generale,  i rapporti tra civiltà e grandi credenze, il modello economico e quello sociale, nonché quello politico, nel cui campo si registra il declino delle forme post-belliche della democrazia rappresentativa occidentale. La “potenza” è classicamente definita dal rapporto tra volume economico e forza militare e la potenza è quella che serve per farsi largo nella oscura selva dei temi più sopra appena accennati. Questo è il mondo complesso che pone le domande a gli europei sulla loro organizzazione interna, la consistenza, la strategia di adattamento alle nuove condizioni che rendono obsoleto ogni riferimento al periodo moderno ormai terminato.

Il “principio di taglia minima” dice a gli Stati che oggi e viepiù domani dovranno fare i conti con la resilienza del proprio sistema economico nazionale, che significa anche in quali produzioni potranno essere autonomi se non esportatori e di quali esser dipendenti, cioè importatori più o meno obbligati, che significa anche di quale meta sistema che dalla R&S va in relazione con la capacità produttiva interna ci si dota, che significa anche con quale valuta si partecipa alla rete di scambi internazionali, che significa anche quale sovranità fiscale si ha in regime di libera circolazione dei capitali o scegliendo una minore libertà come ci si approvvigiona di capitali d’investimento, che vale per politiche di gestione degli scambi internazionali che non significa autarchia ma regolazione fine e selettiva delle aperture-chiusure in base all’ovvio principio di reciprocità, non trascurando i problemi di forza militare (anche solo difensiva), di peso nelle relazioni internazionali che sceglieranno gli standard dei modi di vita planetari (diritti sociali e del lavoro, ambiente, condizioni di lavoro, stile di vita). Tale principio di taglia minima è relativo, nel senso che va comparato alle taglie di coloro che s’individuano come competitor principali, dei differenti contesti in cui si è collocati ed è relativo anche nel senso che non per forza dobbiamo diventare tutti inquadrati in sistemi di 1,5 miliardi di persone come Cina ed India sembrano indicare.

Prima però di analizzare velocemente le eccezioni a questa freccia che sembra puntare a produrre una megafauna di soggetti più potenti, occorre ricordarci che i soggetti di cui stiamo parlando, i soli soggetti previsti da questo descrizione del mondo odierno e futuro, non sono soggetti vaghi. Vaghi sono tutti i sistemi che non hanno una intenzionalità politica direttiva del loro comportamento. Sistemi nebbiosi come quelle dell’Impero negriano, la “globalizzazione”, le “élite mondialiste”, le civiltà, il “mercato regolato dalla mano invisibile”, il “capitalismo apolide”, l’Occidente o l’Oriente o l’islam, Internet e le sue vaste diramazioni virtuali, tutte le organizzazioni formali ed informali sovranazionali, sono senz’altro sistemi, ma sistemi vaghi. Russia, Cina, Stati Uniti, India, Germania, Giappone ed i nuovi affluenti, non sono sistemi vaghi. La loro sovranità serve proprio a districarsi in questa rete piena di problemi e di opportunità che taglia orizzontalmente o diagonalmente la verticalità sovrana che dal problema o dall’opportunità porta all’intenzionalità, al fare scelte, a fare leggi, a mobilitare risorse, a fare piani e strategie, a metterle in pratiche ed a correggerle all’occorrenza. Lo Stato come un’entità politica sovrana, costituita da un territorio e da una popolazione che lo occupa, declinato in istituzioni, diritto, forza militare ed una specifica cultura, soggetto a problemi di vicinato, di relazione e scambi, Stato non aggettivato con nazione o moderno o democratico o capitalistico o quant’altro di carattere eurocentrico e recentista, esiste dalla nascita delle società complesse, or sono seimila anni fa. Imperi, città-Stato, regni, principati, comuni, federazioni (non confederazioni che sono semplici alleanze su base di trattato), califfati, sultanati, khanati, non importa quindi con qual spazio o forma giuridica a variabilità culturale li si intenda, sono Stati[12]. La storia e la logica non ci hanno sino ad oggi dato altro modo di intendere  le forme organizzate al completo livello di sovranità. Se non ci interessa la sovranità, possiamo ben perderci in post moderni sogni o incubi da fluttuazioni quantistiche tipo schiuma del falso vuoto, comunità che s’inseriscono in reti di reti acentriche magicamente autoregolate, finte sovranità formali comandate e strattonate dal diritto del più forte in qualcuno dei giochi orizzontali o diagonali (mercato, partecipazione ad alleanze miliari come complementi, varie forme di servitù o schiavitù volontaria), soggettività desideranti cosmopolite, metafore che vorrebbero assimilare il virtuale di Internet al reale del Mondo, ma a noi qui non interessa questo mondo del possibile per quanto improbabile. Vorremmo rimanere stretti ad un realismo concreto e quindi fare i conti con l’unica forma di individuazione conosciuta in questo contesto, lo Stato. Per quanto intersecato da altri sistemi, lo Stato è l’unità metodologica del discorso sull’ambiente in cui vivono ed agiscono i gruppi umani, famiglie, classi, popoli, civiltà, alternative non se ne vedono. Le potenti interferenze alla sovranità, che non vorremmo dar l’impressione qui si vogliano sottovalutare, esistono e sono proprio quelle che chiamano una sovranità dotata di autonomia e potenza, solo gli Stati forti potranno governare queste interferenze. Né gli USA, né la Cina, né la Russia, né l’India, né il Giappone sembrano soffrire di quella “crisi dello Stato” che potrebbe essere una sindrome europea peggiorata dalle forme che si stanno sviluppando nell’Unione, nel sistema-euro e dal nanismo degli Stati del sub-continente, in rapporto al ben diverso standard che si va affermando nel mondo grande.

Dicevamo che quello della taglia minima è un principio che sembra puntare a stati più grandi come standard di un mondo multipolare, demograficamente denso, saturo di soggetti in competizione, almeno per coloro che ambiscono ad alti livelli di autonomia. Sulla natura di questo mondo siamo ancora incerti in quanto non si è mai verificato nella storia del pianeta e si sta formando e definendo proprio ora. Altresì è del tutto impensato come si potrebbero formare questi stati più massivi visto che l’unico esempio storico che abbiamo sono le annessioni di tipo imperiale, quindi in forma coattiva, di cui è ben difficile immaginare un futuro storico in un mondo denso, affollato e competitivo[13]. Mondo denso, affollato e competitivo, è una descrizione che dice multipolare e multipolare porta con se il principio di equilibrio di potenza. L’equilibrio di potenza fa sì che tutti osservino tutti, non appena uno si sbilancia diventando più forte e minaccioso, molti altri si compattano per bilanciarne il peso. L’equilibrio di potenza in un sistema anarchico come quello mondiale, funge da principio auto-regolatore. Erroneamente l’accademia anglosassone che spadroneggia nella disciplina della Relazioni Internazionali ha ritenuto quello unipolare un ordine massimo, quello bipolare un ordine dinamico e quasi-stabile e l’ordine multipolare un disordine anarchico, al pari di coloro che ritenevano il governo dell’Uno quasi-divino, quello dei Pochi accettabile ma instabile e quello dei Molti l’inferno in terra. Come è evidente, questa è teologia politica, metafisica e pure scadente. Più è grande la massa da ordinare più questa si suddivide in sistemi (pianeti, sistemi solari, galassie, ammassi di galassie), sistemi plurali tra loro in interrelazione, tendono a formare reti e nodi/hub ed un hub è propriamente ciò che chiamiamo “polo”, tanti hub, tanti poli. Più grande e denso il sistema più hub ed articolazioni ci sono, questo indica la multidisciplinare cultura della complessità che taglia in orizzontale gli steccati disciplinari tra scienze dure, umane e sapere umanistico. Multipolare in un sistema denso e massivo, non sarà un sistema con poche superpotenze e qualche potenza regionale, ci saranno anche medie potenze, alleanze regionali, reti di cointeressenze, partecipazioni a tema nei network che uniranno stati più piccoli a quelli più grandi che fanno “hub” di un certo polo. Naturalmente, più potente sarà il nodo/hub, maggiore la sua sovranità, maggiore il suo grado di autonomia[14]. Tanta pluralità complessa, tendenzialmente autoregolata dal principio di equilibrio di potenza, potrà permettere la sovranità a Stati medio – piccoli, se sì a quali condizioni?

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[1] Il concetto di popolo o nazione è soggetto ad una doppia traenza, esaltante e critica. Di recente è stato ripubblicato il classico  di Benedict Anderson, Comunità immaginate, Laterza 2018, che noi abbiamo integrato col forse più ampio saggio di Hobsbawm su nazioni e nazionalismo che citeremo dopo e dal più vecchio ma sempre interessante, F. Chabod, L’idea di nazione, Laterza, 1961-2011”. Si tenga ben distinto il concetto di nazione da quello di nazionalismo, la nazione è un sistema, il nazionalismo ne è esaltazione ideologica, l’una non porta per forza all’altro. In breve, nell’ambito della storia europea, lo Stato del XVI secolo, si affermerebbe ancora su un concetto debole ed eterogeneo di nazione e sarebbe proprio la sua affermazione a mettere ordine e precisione nella definizione della nazione. Questo porta alcuni a dire che furono gli Stati a creare le nazioni, probabilmente per ragioni di opposizione dialettica a coloro i quali sostengono il contrario. In verità, sembrerebbero estreme tutte e due le posizioni. Se come pare, il Giuramento di Strasburgo che è del 842 d.C., contiene doppie formulazioni in proto-francese ed alto-tedesco antico, si deve conseguire che i due ceppi linguistici si formarono molto presto e si svilupparono all’interno di due areali che avevano buone ragioni geografiche per ritenersi relativamente omogenei e distinti. Ciò non porta a dire che alla nascita della moderna Francia, esistesse una compatta e del tutto omogenea comunità nazionale di “francesi” e certo l’istituzione dello Stato favorì la successiva omogeneizzazione, ma tutto ciò non vuol neanche dire che non esistessero caratteristiche storico-culturali di omogeneità relativa precedenti. Altresì, le ragioni che sostengono la definizione propria di nazione, sono molte e non sempre tutte presenti nell’analisi di questa o quella identità nazionale. Hobsbawm, sulla scorta anche di Anderson, ne conclude che nella misura in cui un gruppo umano si crede nazione, è una nazione, estremizzando forse un po’ troppo il lato soggettivo della questione. Personalmente, ritengo che quello di nazione sia un concetto dai bordi sfumati e dalla giustificazione variabile, ma che compare a fuoco e significante in comparazione: esistono francesi, italiani e spagnoli ed un francese non è un italiano che non è uno spagnolo che non è un francese. Ovviamente, le nazioni statalizzate possono avere nel loro territorio altre sub-nazioni, così come appartenere a sistemi di livello superiore (uno spagnolo è anche un ispanico, un latino, un europeo, un occidentale). “Bordi sfumati” significa anche che questi sistemi, ai loro confini difficili da tracciare con precisione, si mischiano con altri sistemi. Quale sia il popolo dei germani propriamente detti, ad esempio, è problema diverso dal domandarsi chi sono esattamente gli inglesi, la geografia e la storia che in essa si è ambientata, fa la differenza tra maggiore o minore precisione.

[2] Una visione generale dei processi europei si può rinvenire in vari libri di “grandi narrazioni storiche”, da Arrighi a Landes, da Bairoch a Braudel. Una, attenta proprio alle dinamiche di potenza nell’arco storico che va dal 1500 al 1987, è: P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1989-1999

[3] R. Caudenhove-Kalergi, Pan-Europa, il Cerchio, 2017

[4] O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente (varie edizioni, l’ultima è Longanesi 2008)

[5] C. Schmitt, Stato, Grande Spazio, Nomos, Adelphi, 2015

[6] A. Spinelli, E. Rossi, Il manifesto di Ventotene (varie edizioni, l’ultima è Mondadori 2017)

[7] Einaudi, 1991-2002

[8] p. 35

[9] https://www.pwc.com/gx/en/issues/economy/the-world-in-2050.html

[10] La differenza tra globalizzazione ed internazionalizzazione è poco notata. Essa è nella semantica, se la seconda è una rete tra nazioni, la prima non aspetta il formarsi di un sistema per tessitura tra le sue parti, impone un sistema unico a cui tutte le parti si iscrivono trovando istituzioni e norme valide per tutti. Scambiare la globalizzazione per il motore unico della crescita degli scambi commerciali tra stati è un errore, la globalizzazione ha inciso sulle forme, non ha creato il fenomeno. La confusione terminologica è propedeutica a quella mentale. Non è vero che siccome Trump rifiuta i trattati di libero scambio pluri-nazionali allora diventa nazionalista e porta gli USA a ritirarsi dal mondo, questa è voluta confusione mentale indotta. Trump ha solo detto che invece di trattati pluri-nazionali, lui ne vuole fare altrettanti one-to-one. Solo un facente finta di essere stupido può confondere le due cose. L’una modalità di commercio internazionale si affida alla mistica della mano invisibile, la seconda si affida al conto di bottega di entrate (export) ed uscite (import) valutando caso per caso, sia la reciprocità, sia il saldo finale.  “Magicamente”, dopo un anno di articoli scriteriati sull’argomento, recentemente a Davos, molti si sono accorti della differenza tra commercio sregolato e contrattato sulle singole partite. Poiché non possiamo pensare che all’Economist o Foreign Affaris siano davvero così stupidi, ne dobbiamo concludere che si tratta di guerre ideologiche che si disputano l’egemonia presso il vasto pubblico che non sa proprio di cosa si stia parlando e scodinzola come i cani di Pavlov al pronunciarsi dei propri vaghi concetti di riferimento “globalista”, “libertà”, “nazione”, “egoista”, “isolazionista”, “sovranista”, etc.

[11] Sistemi multipolari locali come nel Rinascimento italiano o in Europa nel secolo della pax britannica (il “Concerto” delle nazioni tra circa 1815-1914) possono costituire solo riferimenti vaghi. Entrambi furono sistemi in tutt’altra condizione demografica e di sviluppo e le loro dinamiche erano parte di un meno ampio contesto.

[12] Su una possibile archeologia della sovranità, sembra molto promettente l’ultima fatica congiunta di D. Graeber e Marshall Sahlins: https://haubooks.org/on-kings/

[13] Sul concetti di -impero- si veda l’indagine dello storico: H. Munkler, Imperi, il Mulino, 2008

[14] Autonomia non significa starsene per conto proprio, significa darsi la legge da sé, sottomettersi solo alla propria intenzione.

 

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PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA.

In Europa è in atto una unione tra 27 stati, con una sezione rinforzata che adotta una moneta comune a 19 Paesi. Cosa s’intende per “Unione”? Nei fatti, l’Unione europea è una confederazione. Una confederazione altro non è che una alleanza intorno ad uno o più aspetti della politica interstatale. Tali alleanze sono giuridicamente regolate da un trattato o da una rete di trattati. Una confederazione, nonostante l’assonanza, non ha nulla a che fare con una federazione. Una federazione  è un modo di organizzare internamente uno stato sovrano mentre nella confederazione gli stati associati rimangono sovrani individuali tranne che per le questioni che hanno deciso di mettere assieme nell’alleanza. Nessuno al momento ha dichiarato, né sembra avere intenzione ed obiettivo, di voler fare della confederazione europea una futura federazione[1].

Il perno del piano confederale europeo, non è la Germania,  è la Francia. L’ Unione europea è in primis, è in essenza e ragion d’essere, il trattato di pace tra Francia e Germania, convivenza storicamente difficile che ha segnato la storia europea negli ultimi due secoli. Lo stato della relazione tra Francia e Germania è oggi in un impasse. La Francia ha superato la crisi politica di una paventata affermazione delle forze politiche più nazionaliste e critiche su i prezzi di sovranità pagati da Parigi per serrare Berlino in una rete di condivisioni che senza portare ad alcuna effettiva fusione che ripetiamo, in realtà nessuno vuole, garantisse l’impossibilità di ritrovarsi in una situazione di reciproco conflitto. La soluzione alla temuta crisi francese che arrivava alle elezioni con una classe politica devastata,  è stata una faccia nuova, un partito nuovo, una classe dirigente presuntivamente nuova, una triplice novità formale per continuare la strategia politica ed economica ormai tradizionale dell’area euro-liberale, francese nello specifico. A sei mesi dalle elezioni però, Macron ancora non si è politicamente espresso, sta aspettando di siglare un accordo sostanziale con la Merkel, ma la Merkel è alle prese con la difficile soluzione della sua crisi per la formazione di un governo stabile in Germania.

Di questo patto franco-tedesco al cuore del progetto confederale, che tutti suppongono esistere (e che parte dal Trattato dell’Eliseo del 1963) ma di cui nessuno conosce precisamente il contenuto, fanno parte le due grandi aree costitutive i sistemi di vita associata: l’economico-monetario e, prossimamente, il militare[2]. Quanto all’economico, è fuori di discussione che le regole sono e verranno imposte dalla Germania, sebbene la stessa Germania avrà interesse a salvaguardare la posizione di Macron. Macron è chiamato ad operare in maniera sostanziale sulle  forme socio-economica della Francia, la quale ha goduto sino ad oggi di molti permessi speciali in termini di allineamento alle severe linee stabilite dalla Germania e condivise dai paesi del nord Europa. Questo intervento è improcrastinabile ma a Macron dovrà esser garantita qualche contropartita effettiva altrimenti il dissenso che il suo intervento provocherà in Francia, lo brucerà. Macron è per molti versi l’ultima possibilità per la Francia, se salta è imprevedibile la rotta che potrebbe prendere l’esagono. Ecco allora che in attesa la Merkel si possa presentare al tavolo della trattativa franco-tedesca,  a dicembre spunta fuori un Rapporto strategico di difesa e della sicurezza nazionale  della Repubblica francese ed un paper congiunto di think tank francesi e tedeschi, di cui è interessante seguire i ragionamenti[3]. Questa mossa, più della nebulosa frittura di parole vuote che ha viaggiato nel pubblico dibattito sotto l’etichetta “Europa a più velocità”, sembra prefigurare la mossa francese per sdoganare una nuova fase strategica della confederazione europea: a voi l’economia, a noi la difesa.

Questi documenti dicono che si è attori geopolitici, si è giocatori in grado di sedersi al tavolo del gioco di tutti i giochi del mondo multipolare, giocatori in grado di imporre e non subire una strategia a protezione e promozione dei propri interessi sovrani, laddove -in termini di politica estera- si verificano le piene condizioni di autonoma decisione politica, capacità operative, autonomia produttiva dei sistemi d’arma. La sequenza in realtà va letta al contrario, senza una autonomia produttiva di competitivi sistemi d’arma né si è operativamente in grado, né si può esser sovrani politicamente. Stante la necessità ovvia di discutere, precisare e firmare tra Francia e Germania documenti di intenti chiari, la prima condizione necessaria sarà chiarire le questioni relative ai soldi,  a gli investimenti nella ricerca, sviluppo e produzione dei nuovi sistemi d’arma. Qui ci sono tre problemi.

Il primo è che i due consoli confederali, sul fatto militare sono asimmetrici poiché mentre la Francia ha costantemente cercato di reggere il passo della competizione sull’argomento, la Germania si è volutamente astenuta[4] avendone come doppio vantaggio sia una maggior leggerezza di bilancio pubblico, sia la libertà, forse anche più importante, di spadroneggiare economicamente dato che non costituiva una minaccia militare.

Il secondo non è esattamente un problema ma una constatazione. Ora che non c’è più l’UK e che Trump, da una parte reclama il “giusto” contributo alla NATO di cui però gli USA e la stessa UK rimangono i comandanti in capo e visto che l’interesse geo-strategico anglosassone andrà nel tempo e divergere da quello sub continentale, la necessità di recuperare la piena sovranità di difesa si fa improcrastinabile. Ma questa è anche una opportunità poiché sarà cifra del nuovo mondo multipolare, aumentare gli investimenti in arma[5], investimenti che oltre che occupazione, portano notoriamente ad un parallelo grande sviluppo tecnologico che ha positivi fall-out sull’economia civile. In più, essere competitivi su questo importante segmento, oltre che autonomia, porterà vantaggi all’export e con l’export militare oltreché bilancio si fa strategia poiché così come si è sovrani se si è autonomi, non lo si è se si dipende dalle forniture terze, appunto le forniture che una nuova industria europea d’armi potrebbe garantire ai partner geopolitici che verranno catturarati nella propria sfera d’influenza. Su questo punto, Cina, Russia ed ovviamente USA sono già molto presenti, l’UK ha già deliberato di voler sviluppare una propria nuova competitività, Turchia ed Arabia Saudita, nel comprare armi dai russi, hanno chiesto di avere in patria anche gli impianti industriali per produrle, preludio per l’acquisizione di un know how di partenza che possa emanciparle -almeno in parte-  dalla dipendenza verso terzi. Avere un mercato di sistemi d’arma plurale, sarà necessario in un mondo multipolare e chi sarà solo compratore non sarà autonomo, quindi sovrano.

Il terzo punto invece torna a presentare problemi. E’ chiaro, sottintende Macron, che tutto ciò ha dello straordinario, quindi prescinde dalle norme economiche standard tanto care ai tedeschi, stante che la Francia è sicuramente almeno all’inizio in vantaggio sull’argomento, ovvero reclamerà la parte del leone sullo sviluppo di questa strategia il che le permetterà di bilanciare il negativo dei tagli e degli interventi per neo-liberalizzare l’economia transalpina con importanti investimenti e relativa occupazione nel nuovo sviluppo di questo settore.  Ma questo punto rischia di non essere digeribile per gli stomaci tedeschi che notoriamente non hanno l’elasticità tra le loro qualità digestive. Tre sono le difficoltà digestive tedesche: la prima è condividere il potere tenendosi l’economico ma sostanzialmente subordinandosi su quello di politica estera dove per altro non è affatto detto che la pura strategia geopolitica tedesca -come poi vedremo-  vada naturalmente a coincidere con quella francese; il secondo è che ogni eccezione al rigore, all’austerity, alla rigidità dei limiti eventualmente concessi ai francesi accenderà la già baldanzosa opposizione tedesca ma anche quella di tutti i Paesi europei costretti invece al più rigido allineamento; il terzo è che, in linea generale, i tedeschi non amano sentir parlare di armi, eserciti, guerre anche solo temute e ventilate e francamente anche molti altri nel mondo e nell’Europa stessa.

Si tenga infine conto che al di là degli interessi francesi in termini di equilibrio di potere ai vertici della confederazione, il seggio francese al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite potrebbe presto esser revocato se non fosse in grado di rappresentare qualcosa di più che la sola Francia ed inoltre, come abbiamo già ripetutamente notato negli ultimi mesi, la Francia sa che una eventuale perdita del suo potere e ruolo nel quadrante occidentale africano, sarebbe per lei esiziale. Perdita che va anticipata portando Germania ed anche Italia a condividere i costi di presenza e manovra nell’area. Questo obiettivo, affiancare alla già fitta rete di disposizioni ed istituzioni comuni sul piano economico la cui egemonia strategica è tutta in mani tedesche, una nuova rete di interessi e strategie concrete sul piano della difesa, è essenziale per Macron e la Francia, lo è in chiave di bilanciamento europeo ma prima ancora, lo è sul piano dell’esistenza futura della Francia stessa.

In sintesi, i due consoli della confederazione sembrano voler andare ad un rinforzo con spartizione e bilanciamento della loro diarchia, quella fase che è stata pomposamente annunciata come “Europa a più velocità”. Per quanto l’iper produzione di discorso economico e valutario imperi ancora oggi nelle analisi sulla causa unica dei processi europei, nel mondo “grande e terribile”, si ragiona ormai da tempo coordinando interessi economici, valutari e geopolitici. Russia, Cina, la nuova America di Trump, l’India, le locali potenze islamiche (Arabia Saudita/EAU, Turchia, Iran, Egitto, Pakistan), ma anche la Corea del Sud ed il Giappone, sono già alle prese con questo tipo di gioco sconosciuto a gli osservatori economici e non è un caso che al di là delle specifiche convenienze nel necessario riequilibrio delle forze tra Germania e Francia sia proprio quest’ultima a portare avanti l’argomento in uno scenario discorsivo altrimenti ingombro di fiscal compact, euro e bilanci. Il patto per una nuova fase confederale quindi, dovrà basarsi su due egemonie, quella economica e valutaria tedesca e quella di difesa e politica estera francese che poi porteranno i due a dover contrattare, l’un con l’altro, anche gli aspetti di cui sono leader dato che i due argomenti sono strettamente intrecciati. La confederazione europea, lungi dal voler diventare uno Stato federale, tenderà ad evolversi legando tra loro ulteriormente i due contraenti il trattato di pace, accentrando sempre più su di loro i poteri decisivi. Tutto questo ci porta a due considerazioni. La prima è che nonostante le sue difficoltà di sviluppo ed attuazione, questa strategia non ha -al momento- alternative se non portare l’intero e decennale progetto confederale sull’orlo o oltre l’orlo del collasso, non ha alternative ovviamente stante l’attuale assetto della confederazione europea ed il suo decennale percorso. La seconda è che occorre cominciare a prevedere un piano B, pensare appunto ad una alternativa, sia perché certo l’avranno certo fatto tanto i francesi che i tedeschi, sia perché il piano A certo non può piacere ad un italiano che non abbia un cervello seriamente danneggiato.

Quale potrebbe essere un piano B per i tedeschi? La Germania potrebbe non sentire così pressante la necessità di dotarsi di una potenza  militare, in fondo una blanda politica estera già la fanno a traino dei loro interessi economici. Potrebbero aderire alle richieste di Trump di incrementare i contributi NATO, magari più assegni e mezzi tecnici che uomini, magari facendoli pesare sull’altro piatto della bilancia sbilenca, ovvero la bilancia commerciale. Altresì, ai tedeschi, è probabile interessi non rompere tutti i legami con gli inglesi temendo grandemente la britannica concorrenza banco-finanziaria ed anche geopolitica relativamente all’area dell’est Europa a cui i tedeschi guardano come loro Grossraum (grande spazio) naturale e dove già agisce in maniera disordinante gli Stati Uniti. E’ natura di una Germania potenza solo economica avere interesse ad adottare, come sino ad oggi hanno fatto, un basso profilo geostrategico, amici di tutti perché gli affari si fanno con tutti. Una Germania più assertiva e schierata, potrebbe essere una Germania meno benvenuta in sede di commercio internazionale. Una Germania tendenzialmente ambigua, passiva e neutrale, come sino ad oggi è stata, potrebbe piacere anche alla Russia con la quale la Germania ha un dialogo geo-storico longevo e naturale. Una resistenza passiva tedesca a gli intenti francesi, un convenire ma ritardare, accettare ma complicare, non dispiacerebbe in fondo neanche a molti altri partner europei certo non contenti di dover diventare feudo periferico non solo dell’economicismo tedesco ma anche del militarismo francese. Alcuni poi, soprattutto i Paesi dell’est e dell’area balcanica, preferiscono dichiaratamente sottomettersi direttamente all’ombrello USA/NATO rispetto ad un ipotetico esercito europeo, poiché ravvedono forte il comune interesse a contenere la Russia ed è certo che per contrastare l’ipotetico contro-potere dei due europei, gli americani useranno molto questa leva. Non incrinare troppo i rapporti con questa area che i tedeschi ritengono per loro decisiva, potrebbe esser vantata come causa per rallentare o dilungare la costruzione di una effettiva alleanza militare più stretta. Nel caso poi di una ipotetica implosione dell’euro e della stessa UE, la Germania forte del suo ruolo economico nell’area del nord Europa, può sempre contare su un grande spazio di più di 6000 mld  US$ di Pil. Infine, extrema ratio, la teoria geopolitica dice che al di là delle contingenze attuali, un sistema binario Germania – Russia sarebbe assai temibile per tutti e non poco conveniente per entrambi i partner (energia/mano d’opera  vs tecnologia). Non è detto quindi che la Germania seguirà con convinzione il piano A francese che per lei ha convenienze problematiche  e comunque ha diverse opzioni alternative.

E la Francia? Quale potrebbe essere un piano B per i francesi? La Francia è notoriamente una sorta di media europea, occidentale quanto centro europea, meridionale quanto settentrionale, franca quanto latina, atlantica quanto mediterranea e da ultimo neoliberista non meno che storicamente statalista. Se non si concretizzasse lo sviluppo della strategia di diarchia coi tedeschi, consapevole pur con dolore di lesa maestà che da sola non andrebbe da nessuna parte, non le rimarrebbe che il Mediterraneo, i Paesi latini. Una più stretta confederazione tra i Pesi latini mediterranei, conterebbe su una popolazione di circa 200 milioni, per un Pil di poco meno di 6000 mld US$ che avrebbe, per consistenza, il terzo posto nella classifica mondiale. Dal seggio nel Consiglio di sicurezza a tutti tavoli in cui si discutono le regole del nuovo gioco del mondo, fino al proporsi come terzo nella dialettica cinese – americana, nonché potendosi così garantire il diritto di primazia sulla sempre più turbolente area mediterranea, questo sistema ha molti punti di prospettiva.  Questa configurazione avrebbe una qualità in più rispetto a quella attuale ovvero una certa omogeneità relativa delle popolazioni e delle istituzioni dei Paesi associati. E’ ad esempio chiaro che i latino mediterranei avrebbero tutt’altro atteggiamento nei confronti di una loro eventuale moneta comune alternativa, tutto quanto di indigeribile c’è nell’attuale sistema dell’euro, potrebbe non esserci in questa diversa configurazione, ad esempio una moneta d’aiuto a rientrare dai picchi più gravi di indebitamento, una moneta a disposizione per investimenti e politiche espansive, una moneta diversamente prezzata su i mercati internazionali ovvero maggiormente di supporto all’export. Proprio i francesi potrebbero trarre molto giovamento da scambi regolati da una valuta meno impegnativa dell’euro, poiché più di altri volti a mercati non europei. Ma anche la politica estera sarebbe più naturalmente condivisibile dal momento che la dicitura “latino-mediterranea” richiama appunto un comune quadro geografico e storico di lunga durata, un quadro di interessi comuni naturali poiché amalgamati da un tempo e spazio comune. Portoghesi e spagnoli, potrebbero aprire a più strette relazioni col mondo centro-sud americano mentre Africa occidentale e mediterranea e Medio Oriente sarebbero altrettanto naturale obiettivo di relazioni multiple e strategiche, anche in termini di sviluppo, sviluppo viepiù potenziato dall’utilizzo di una moneta libera dai dogmi tedeschi. Soprattutto, questa seconda linea avrebbe maggiori possibilità di puntare con decisione ad un esito finale chiaro e pre-definito, un esito il cui obiettivo potrebbe ordinare tutto il precedente processo di condivisione: una futura effettiva fusione istituzionale federale, quindi politica, quindi democratica. Sulle questioni strategiche decisive, non ci sarebbe decisione possibile nell’ipotetico futuro parlamento federale latino-mediterraneo, senza accordo tra Francia ed Italia che farebbero assieme il 63% dei seggi parlamentari. Questo piano B però, non è oggi nelle agende dei decisori francesi.

Una federazione dei pesi latino-mediterranei è pensabile a differenza degli impossibili Stati Uniti d’Europa e questa prospettiva è l’unica che può riquadrare la doppia esigenza di superare lo stato nazionale da una parte e darsi un nuovo sistema ordinabile politicamente e democraticamente dall’altra, creando un soggetto geopolitico di tutto rispetto per i giochi multipolari. L’Unione europea o il sistema dell’euro non sono sistemi politici e quindi democratici proprio perché sono confederazioni, alleanze laddove le alleanze sono degli accordi contrattati da Stati sovrani. Questi Stati si definiscono e cercano di essere (pur in maniera molto approssimata) “democratici” ma solo al loro interno, in termini di trattati internazionali agiscono tramite mandato nazionale stante che effettivamente, le deleghe nel voto di rappresentanza, contengono in genere assai poco in termini di contenuto condiviso su ciò che effettivamente va fatto -con chi e come- in politica estera. L’omogeneità strutturale tra i Pesi latino-mediterranei, a partire dalla lingua che è poi il presupposto di ogni costruenda nazionalità, ma anche la cultura (incluso il fondo religioso), lo stile di vita, lo spirito, oltreché come abbiamo accennato l’interesse economico e geopolitico che sono i due assi centrali di ogni strategia di sopravvivenza nel nuovo mondo complesso e multipolare, danno consistenza e lasciano intravedere possibilità di ulteriore sviluppo storico di questa idea.

E l’Italia? L’Italia ha tre strade davanti a sé.

La prima è quella di continuare a farsi trascinare dentro i meccanismi della insidiosa confederazione europea. Qui va chiarito ai meno realisti, ovvero coloro che pensano che una cosa basta pensarla per renderla possibile, che questo non porterà mai a nessuna ipotetica federazione degli Stati Uniti d’Europa che oltreché nessuno davvero vuole e comunque impossibile in linea di principio[6]. Poiché nessuno ha in animo la costituzione di una unione politica democraticamente contendibile, è da stamparsi bene in mente che un assetto confederale mai e poi mai potrà esser soggetto a decisioni democratiche, richiedere la “democrazia” in una confederazione non ha semplicemente senso. Si sta quindi accettando la lenta dissipazione di ogni forma democratica in favore di trattative dirette e non pubbliche  tra Paesi forti, ovvero Francia e Germania, ma questo sacrificio non sembra poter avere un fine compensatorio da tutti gli altri condivisibile. I tedeschi non accetteranno mai di rimandare le decisioni politiche, economiche, fiscali, valutarie che li riguardano ad un parlamento democratico poiché quasi due terzi di quel parlamento, nel caso del sistema euro, voterebbe per un diversa politica monetaria. Quanto all’Italia nell’attuale Unione, non si tratta di nostra mancanza di protagonismo o bassa assertività o pugni sul tavolo, noi -semplicemente- non abbiamo alcuna ragione, peso, potenza e possibilità di intrometterci nel trattato di pace franco-tedesco. Dopo aver ceduto la politica economica ai tedeschi, cederemo anche la politica estera ai francesi, poi altri pezzi di sovranità ad entrambi, diventando come quei personaggi dei film horror che si trovano nello stato di non morte, privati ormai di ogni potere per dirsi vivi, eppure formalmente ancora con un Presidente, una bandiera, un inno nazionale, una squadra di calcio e poco altro, imbozzolati in una Unione che ci toglie più di quanto ci dà, senza neanche la falsa promessa di poter un giorno sperare di avere una democratica sovranità condivisa.  Più si va avanti nella costruzione della ragnatela confederale, più -nei fatti- diventerà praticamente impossibile divincolarsi e disfarsene.

La seconda strada davanti a noi, è quella di pensar possibile e necessario un rimbalzo violento da questa situazione ovvero immaginare una uscita dall’euro e da questa UE, per decisione unilaterale o come gli apparentemente  più realisti sperano ovvero aspettando la sua conflagrazione spontanea. Questa conflagrazione spontanea rischia però di essere puro wishful thinking. Al di là delle notevoli difficoltà in cui si dibattono e dibatteranno i tedeschi ed i francesi nel regolare i loro contraddittori reciproci rapporti di potere all’interno dei vertici confederali, è molto difficile immaginare sia accettabile per le rispettive élite e per buona parte dei rispettivi sistemi-paese, una demolizione controllata dell’Unione e dell’euro. In questi casi, al crescere delle contraddizioni, si preferisce il cercar di mettere toppe di qui e di lì, anche per anni, pur di non ammettere che il matrimonio non regge più ed è ora di andare dagli avvocati. Né la maggioranza dei tedeschi, né dei francesi, sembra così scontenta della loro collocazione ai vertici confederali da spingere ad un collasso. Se Macron è l’ultima speranza francese ed anche tedesca, in un modo o nell’altro, finirà il suo primo ed anche un secondo mandato e semmai se ne riparla fra dieci anni, dieci anni che non ci possiamo permettere. La nostra uscita unilaterale -invece- è cosa che possono pensare solo gruppetti di indomabili utopisti dalla penna arrabbiata, che sta bene scritta su qualche foglio o pagina web ma che nel “mondo grande e terribile” delle cose reali, non ha alcuna possibilità concreta di realizzarsi.

Poi c’è la terza possibilità. Questa è la via del farci noi per primi, catalizzatori di un interesse latino-mediterraneo, un interesse che oggettivamente c’è almeno in potenza e che nessuno cura. Andrebbe fatto anche solo per formare un contro-potere che sebbene non invitato nel privé franco-tedesco, potrebbe comunque cercare di intromettersi su molte questioni. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) potenziato oggi anche con l’Austria, mostra come posizioni chiare e concrete, possono opporsi alla ragnatela tessuta dai franco-tedeschi, opponendo dei “no” che poi diventano delle importanti basi di successiva trattativa. Ma andrebbe fatto anche per perseguire una linea strategica alternativa che aiuti le contraddizioni dell’Unione e dell’euro a far implodere o indebolire le strutture che ingombrano il campo delle possibilità. Andrebbe fatto anche solo per spingere una Francia che per gran parte delle sue élite rimane franca e nord europea, a prenderla in considerazione come alternativa, anche per influire nelle loro dinamiche politiche interne, ma anche in Italia dove all’europeismo confederale del PD si oppongono mugugni di vario tipo che non paiono in grado di prefigurare alcuna vera alternativa viabile.

Andrebbe fatto per prefigurare un piano B che per noi sarebbe A, un piano che dovremmo fare anche a prescindere dalle spinte ad uscire dalla ragnatela euro-confederale, poiché anche riottenendo -non si sa come-  una ipotetica autonomia di ripristinata sovranità, nel mondo multipolare in cui siamo entrati, un Paese di 60 milioni di persone tra l’altro con sempre più anziani, su i piani energetici, economici, valutari e militari, delle nuove tecnologie e relativi investimenti di ricerca e sviluppo, nella gestione di una politica estera rivolta all’Africa ed ai problemi migratori, non può che avere una autonomia meramente formale[7]. Se l’Unione e l’euro sono i problemi ravvicinati in cui i poteri delle nostre decisioni vanno rinforzati, quelli di una minorità oggettiva in balia di russi, cinesi, indiani, trambusti africani ed islamici, britannici con rinnovato spirito piratesco ed americani alle prese con la loro inevitabile contrazione di potenza, lo sono in immediata e certa prospettiva. La sovranità -in teoria- decide certo come giocare la partita ma questa ha i limiti che sono imposti dal tavolo di gioco, le grandi dinamiche del mondo complesso e la strategia di gioco dei giocatori principali.  La sovranità dipende da condizioni di possibilità che riceve da contesti che non controlla, “sovranità” suona come un assoluto ma è un relativo.

Cosa saremo tra venti anni? Le forze sociali, intellettuali e politiche che si identificano con le idee di democrazia popolare, di emancipazione, di volontà di liberazione dal dominio delle logiche economiche e delle loro interpretazioni più estreme, neo-liberali o ultra-capitalistiche o come le si voglia definire, italiane ma anche latino-mediterranee, dovrebbero a nostro avviso, pensare a questa strada poiché è l’unica strategia che si fa carico non solo di dire no ai poteri dominanti ma anche di dire si ad altre forme di potere stante che i nostri sistemi di vita associata debbono per forza avere strutture con poteri[8]. Lamentandosi, criticando, insultando, corrodendo con le parole, i pensieri e le strutture dominanti, non accade nulla di concreto, accade qualcosa se realisticamente al problema dato si dà non la risposta A ma quella B, senza un piano B non c’è alcuno sbocco possibile ai crescenti malumori verso l’euro e l’UE, non c’è alcun peso negoziale da far valere a difesa dei nostri interessi minimi. Se si vuole essere forza alternativa occorre una viabile idea alternativa, questa di una confederazione dei più simili che attragga i francesi su una via alternativa,  vale in vista di negoziazioni su gli sviluppi dell’attuale UE ed euro ma di più vale in vista di una piena federazione politica latino-mediterranea. Questo di un futuro soggetto politico al contempo dotato di massa e pienamente sovrano e democratico,  è l’unico che vediamo, possibile e desiderabile.

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[1] La recente ricerca YouGov condotta in alcuni Paesi europei (dic.’17) sull’idea di Schulz di puntare alla concreta realizzazione degli Stati Uniti d’Europa ha dato risultati interessanti: d’accordo un 30% in Germania ed un 28% in Francia, percentuali invece gravemente minoritarie in Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia. Altri Paesi non sono stati intervistati ma si può immaginare una forte contrarietà all’est ed una forse maggior adesione a sud. Come la solito il campione scelto dall’istituto di ricerca è molto esiguo ma più in generale, è molto dubbio che sia chiaro a gli intervistati il complesso portato di questa opzione. Difficile da immaginare che il restante 70% di francesi e tedeschi sia convertibile e soprattutto lo siano i tedeschi una volta chiarito che questo progetto porterebbe ad uno strappo con la propria area naturale di partner nord europei e che semmai gli Stati Uniti d’Europa andrebbero fatti  solo tra Germania e l’Europa latino-mediterranea. Se dopo 25 da Maastricht, questo è il sentimento, non si vede per quale ragione esso possa evolvere in positivo nei prossimi otto anni (Schulz parlava infatti di un processo costituzionale da chiudere nel 2025), soprattutto quando dall’empireo delle petizioni di principio si dovesse passare ai dettagli concreti.

[2] A novembre, è partita la Permanent Structured Cooperation (PeSCo) all’interno dell’UE con 22 partecipanti su 27. Dal 2021 ci sarà anche un Fondo europeo per la difesa e con il Rapporto annuale comune sulla difesa (CARD), costituiranno la base per lo sviluppo di questa nuova gamba della confederazione. Al momento, il tutto si muove ancora nell’ambito della NATO ma non credo sia questa la destinazione finale pensata dai francesi. QUI  

[3] Un articolo che presenta le idee dei piani: QUI  (all’inizio dell’articolo il link al pdf della Repubblica francese). Il documento congiunto SWP-IFRI – QUI 

[4] Un rapporto presentato al Parlamento tedesco nel 2014, dava un quadro disastroso dello stato di condizione della Bundeswehr. Da allora gli investimenti sono aumentati e così gli arruolati ma la strategia tedesca sembra esser un’altra. Con il Framework Nation Concept, ha dato il via all’accorpamento di alcune divisione estere (olandesi, rumeni e cechi, ma già si parla anche di scandinavi), ovvero formazioni di battaglioni misti tra tedeschi e stranieri. La strategia tedesca è sempre la stessa, legare i partner con molteplici fili, ognuno dei quali singolarmente poco rilevante, che nell’insieme però riducano l’altro ad una condizione di compromissione tale da rendere impossibile l’eventuale distacco. QUI 

[5] Dal 2005, ogni anno si è verificato un aumento dei volumi dei trasferimenti d’arma nel mondo (SIPRI Yearbook 2017 QUI ). C’è poi da vedere i volumi dei trasferimenti non ufficiali che si pensano ingenti. La Francia è il quarto esportatore nel mondo dopo USA, Russia e Cina. La Francia è anche il terzo Paese per dotazione nucleare. Pur avendo un esercito ritenuto oggi al di sotto dei minimi standard di efficienza, la Germania ha però continuato a sviluppare industria militare (sopratutto armi a mano e mezzi di terra) ed è oggi il quinto esportatore. Francia e Germania hanno annunciato di voler sviluppare un nuovo caccia comune di quinta generazione, teoricamente competitivo con gli F-35 USA.

[6] Non possiamo qui dettagliare le ragioni di questa apodittica affermazione. Invero però, prima di esser noi coloro che negano una possibilità, dovrebbero esser coloro che la mettono sul tavolo a presentare le proprie ragioni. Che persone serie e intellettulmnete e politicamente responsabili, possano pensare ad una idea del genere senza che ne esista la benché minima traccia di un serio studio di possibilità, fattibilità, opportunità, dice di quanto -in fondo- si stia facendo del puro intrattenimento. Si usa l’idealità degli “Stati Uniti d’Europa” che si basano su un analogia insostenibile (con gli Stati Uniti d’America ovviamente), per non pensare le cose concrete. Dico solo che quando gli americani decisero di risolvere le loro contraddizioni unioniste, lo fecero con una sanguinosa guerra ma sopratutto erano -in tutto- trenta milioni e parlavano pure la stessa lingua! (Una precedente versione di questo testo indicava erroneamente sei milioni, mi scuso dell’errore). L’UE conta oggi 500 milioni di persone circa e il sistema dell’euro 300 milioni circa.  In linea generale, tutto il dibattito sul tema Europa, sembra essere gravato da una molteplicità di modi con cui se ne legge la sostanza. Pensare che l’Unione europea sia d’origine una macchinazione delle élite neoliberiste o il trattato di pace tra Francia e Germania, cambia parecchio in termini di analisi. Fare finta sia un oggetto contendibile politicamente dai popoli e non una alleanza contrattata da capi di Stato, ognuno con il peso che gli compete secondo la dura logica della potenza, ci porta a perdere tempo appresso a discussioni irrealistiche ed infondate.

[7] L’esiguo e pur ostinato “movimento sovranista”, dovrebbe farsi un serio esame di coscienza. E’ davvero necessario illudere coloro che pur hanno avvertito l’insostenibilità dell’attuale situazione, con l’opzione di una presunta sovranità nazionale risorgimentale e mazziniana? Al di là dello sfoggio di originalità retorica, quanto può esser sovrano uno stato europeo nato nel XV secolo come dimensione, quando cioè le questioni inerivano solo i nostri rapporti interni al subcontinente? Saremo sovrani di cosa in un mondo in cui un cartello di fondi può attaccare la tua valuta e farne oscillare il prezzo in maniera da farti fallire in un pomeriggio? Nell’essere vaso di coccio tra vasi di ferro in qualsiasi rapporto commerciale bilaterale potremmo far valere i nostri interessi? Non essendo autonomi energeticamente ancora per molto tempo, in attesa di volgerci alle energie alternative, quanto dovremmo mediare la nostra sovranità? Con una popolazione in contrazione e sempre più anziana come la difenderemo?  Saremo sovrani lasciando che tutto il mondo scorrazzi nel Mediterraneo vendendo armi ed organizzando guerre sulle coste dirimpette? Dichiarandoci pacifici in un mondo che si sta armando a piene mani? Diventando cosa in un mondo complesso, multipolare, ipertecnologico, instabile e sempre più competitivo? Convincendo come, una massa critica di almeno un 60% di connazionali votanti, per portare avanti questo miraggio fondato su slogan inconsistenti, sempre che i servizi segreti esteri e le stesse élite che ci dominano dall’unificazione del ’61, ce lo lascino fare?

[8] L’idea di un contro-potere latino-mediterraneo, è presente qui e là sebbene non supportata da una più convinta attenzione, sopratutto da parte italiana. Più di un anno fa, Tsipras ha promosso un forum di coordinamento dei Paesi latino mediterranei -EUROMED- che  si è già riunito tre volte ed un quarta sarà il prossimo 10 Gennaio a Roma. Questa “alternativa mediterranea” è presente nei programmi di France Insoumise di J-C Mélenchon, come di Podemos e certo non dispiacerebbe al Bloco de Esquerda portoghese. L’intero movimento italiano critico verso UE ed euro dovrebbe riflettere sulla propria dispersività concettuale e sull’assenza di una vocazione ad alleanze strategiche. Improbabile il risolvere problemi inter-nazionali partendo solo dal dentro di una nazione.

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IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, Nuovi Stati, Nomos del Mondo (2/2).

Questa seconda parte, conclude lo studio iniziato qui.

Tornando all’”inquietante attualità” di Schmitt, e volgendoci allo scenario extra-europeo, la composizione del parterre del gioco mondiale ha subito diversi cambiamenti negli ultimi due secoli. Da un dominio eurocentrico che termina ai primi del secolo scorso,  ad un sistema binario americo-europeo che va a comporre il fantomatico “emisfero occidentale” passando per le due guerre euro-mondiali, al mondo “troppo piccolo per due sistemi tra loro contrapposti” dell’ideologia global-idealista[1] in accompagno alla guerra fredda e successivo breve dominio unipolare americano, ad un oggi in cui s’annuncia un mondo nuovo, tendenzialmente multipolare.

In questa idea dell’One World, del Piccolo pianeta, del Villaggio globale ritroviamo anche il famoso strabismo teoria e prassi, riflesso di quello idea-realtà. Se la lettura economicista dell’immagine di mondo (che sia a base metodologica liberal-individualista o comunista-classista) vede l’ineluttabilità dell’One World tessuto dalla globalizzazione (o dai sincronici movimenti di emancipazione del proletario che supera la nazione), dal Segretario di Stato americano H.L.Stimson e la sua presunta affermazione del 1941 alle sorprendenti letture del problema impero-globalizzazione di Antonio Negri , la verifica del campo di gioco in termini realistici, legge invece un tendenziale pluralismo di potenze.   Come altrimenti definire la Cina, la Russia, l’India ma in diversa misura anche il Giappone e la Corea del Sud ed almeno il mondo arabo-islamico a guida Arabia Saudita-EAU ma animato anche dagli interessi di grande spazio neo-ottomano della Turchia, neo-sciita dell’Iran, dell’Egitto e del Pakistan? E cosa sono gli ormai nove possessori di armi nucleari se non altrettanti poli inattaccabili per paura di ritorsione atomica che con l’offrire il loro “ombrello” di copertura, si formano un loro grande spazio in cui i nemici non possono attaccare nella rinnovata logica Monroe? Ed anche rimanendo nel monoteismo economicista come non accorgersi del cambio radicale di composizione, peso e primato,  confrontando la Top Ten dei Paesi per Pil tra 1980 e le previsioni 2030? Sembrerebbe che la logica teorica, che per sue esigenze di discorso tende ad asciugare molto in concetti nitidi una realtà dai bordi molto più sfumati e sovrapposti, vedendo il mondo troppo piccolo per un pluralismo o forse mossa da una teologia dell’Uno, diverga dalla logica pratica per la quale sistemi più densi[2] diventano più complessi e sistemi complessi si ripartiscono in più nodi o attrattori per darsi un ordine[3]. Nella crescita di massa c’è un aumento di complessità non una tendenza alla semplificazione dell’Uno.

Tutti i sempre più numerosi giocatori del mondo multipolare sembra stiano accrescendo la loro potenza, tutti fanno piani e agiscono di conseguenza per darsi un grande spazio nel loro immediato intorno che sia di terra o di mare. Gli americani con la globalizzazione dollarizzata a trazione banco-finanziaria o la NATO o il nuovo “pivot indo-pacifico”, con la BRI e lo sviluppo africano i cinesi o con l’internazionale wahhabita-fraternità musulmana l’islam che ha iniziato un sua guerra per l’egemonia interna, con l’UEE e la nuova egemonia su Caucaso – Siria dei russi o le mire neo-ottomane di Erdogan, con la rinnovata autonomia di Londra che punta al Commonwealth 2.0, tutti stanno correndo a rinforzare la propria costituzione di potenza dandosi prospettive di grande spazio, tranne lo Stato europeo che non c’è. La stessa Germania che è una potenza economica[4] è un nano geopolitico ed un fantasma sul piano militare. Lo stesso scenario di gioco è in transizione, dall’assetto euro centrato a quello atlantico dominato del sistema occidentale a quello mondiale in cui al talassocratico sistema occidentale si va a contrapporre il terraneo sistema afro-eurasiatico tessuto dai cinesi (e russi)[5]. Disputa titanica che verte essenzialmente sull’Europa la cui oscillazione da una parte o dall’altra, può determinare l’esito della transizione e la sua stessa natura, pacifica o, come da molti temuto, bellica.

La “crisi dello Stato” che anima molte riflessioni occidentali, come la dobbiamo intendere? L’impressione è che a questo topos critico manchi un aggettivo di precisazione: “europeo”. Sembra che anche i più avveduti critici dell’eurocentrismo, alfieri del multiculturalismo e del relativismo applicato a gli altri ma non a se stessi, non s’accorgano che la proclamata “crisi dello Stato” fase suprema di un capitalismo finanziario assoluto (ma il capitalismo è a guida finanziaria sin dalle sue origini nel XV secolo se non prima, secondo F. Braudel[6]),  a sua volta de-geo-storicizzato[7], non è un universale, ma una sindrome -almeno nelle sua forme più virulente- dello Stato europeo. Né le pratiche, né il concetto di Stato, sembrano in crisi negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in Russia o in Cina o in India o altrove. La globalizzazione alcuni la subiscono, ma altri la sfruttano, così come la “tecnica” oggetto di molte analisi sulla modernità. I fenomeni si offrono all’intenzionalità degli agenti e se non si riesce ad essere agenti si diventa agiti, ma è improprio diagnosticare la minorità con la sola potenza ordinativa del fenomeno, del dispositivo e della sua ineluttabili facoltà governamentali. I nuovi poli con tendenza ad ampliarsi e segnare il proprio grande spazio, sono centrati  su Stati che hanno  intenzionalità, potenza e condizioni di possibilità per essere tali[8]. Se altri tipi di Stati, denunciano una difficoltà a governare i fenomeni e ne diventano governati, piuttosto che diagnosticarne la “fine dello Stato”, forse si dovrebbe riflettere su come potenziarli. Forse in Europa sta finendo il tempo degli Stati-nazione ma non per la parte Stato, per la parte “nazione”. Forse, in Europa, è giunto il momento di domandarci se ci possiamo ancora permettere i nostri piccoli Stati, il che non porta necessariamente però a darsi come unica risposta l’Unione di tutti, subito ed a qualsiasi condizione.

A riguardo, anche alcuni teorici ed analisti politici della plurale tradizione detta “sinistra”, tra i tanti punti di autointerrogazione che dovrebbero porsi per verificare la realtà dei loro sistemi di pensiero, realtà che sta sfumando in una appiccicosa ed inservibile scolastica (come ammoniva per altro lo stesso Marx nella seconda Tesi su Feuerbach), dovrebbero contemplare il sistema dei fatti demografici, geografici, storici di lunga durata, nonché quelli altrimenti sottovalutati nel concetto di “sovrastruttura” e la stessa politica internazionale anche perché rimanendo abbarbicati al paradigma economicista, diventano sempre più simmetrico-inversi ai liberali, in fondo “simili”. Far scattare lo sprezzante giudizio di “rossobrunismo” ogni volta che si pone a sinistra la questione geopolitica, aiuterà forse a sedare l’ansia da -non comprensione del mondo- ma l’abuso di questo tipo di ansiolitici, può portare al disordine mentale permanente, invecchiando. E sistemi di pensiero nati centocinquanta anni fa, forse, dei sintomi di senilità disfunzionale, è naturale li mostrino.

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Come inquadrare allora la sindrome europea di una ipertrofica Germania in tandem con la Francia, che si muovono in uno scenario di sovranità azzoppata anche per loro, in un contesto di così complesse trasformazioni mondiali? E noi, come rispondiamo al nostro specifico “che fare?”, stretti tra fuga nell’Unione e ritorno alla Nazione? Riepiloghiamo ed andiamo ad una prima -provvisoria- conclusione.

In Europa è terminata da tempo la fase storica iniziata nel XVI secolo con la nascita dei moderni Stati. Alla fine del XIX secolo, gli europei vanno tendenzialmente a saturare gli spazi esterni all’Europa con la colonizzazione, processo di lunga durata iniziato a fine XV secolo e costitutivo dell’equilibrio europeo e della stessa consistenza dello Stato europeo[9]. Contemporaneamente si siedono al tavolo della spartizione dello spazio mondiale due nuovi attori non europei gli Stati Uniti ed il Giappone. Si rinforza la Russia poi Unione Sovietica e nel XIX secolo si formano due nuovi Stati europei (l’Italia e la Germania), appena compensati dall’implosione e sparizione dell’Impero asburgico.  La risultante di questo linee di pressione, fu la prima e la seconda guerra mondiale, intervallate sia dalla grande depressione[10], sia dal trasferimento della posizione di egemone mondiale dalla Gran Bretagna a gli Stati Uniti, sia dalla crescente esuberante assertività della nuova Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, il pluriverso europeo è ripartito tra l’area occidentale a supervisione americana e l’area orientale a supervisione sovietica. Gli Stati Uniti, se da una parte aiutarono la ricostruzione euro-occidentale, dall’altra cancellarono sistematicamente ogni potere coloniale extra-europeo. Da verso la fine del XX secolo ad oggi, gli europei si trovano sempre più confinati nel loro angusto e molto affollato sub-continente. Dentro si forma un ordine funzionale alle logiche americane che vogliono un mercato unito ma nessuna vera unificazione statale (e militare), poi si permette alla Germania la sua riunificazione che la porta ad una massa fuori standard (la RFT era al livello di massa di Francia-Italia-UK) che si somma alle note caratteristiche geopolitiche di centralità spaziale in uno spazio europeo già di suo saturo. Allora i francesi ed i tedeschi pongono una appendice al loro trattato di pace già base del progetto unionista europeo: l’euro[11].  I tedeschi accettano a condizione di fissarne loro i parametri tecnici che poi diventano politici, i francesi a patto di esserne sostanzialmente esentati fungendo da legittimante e junior partner. I tedeschi controlleranno i paesi nordici e dell’est, i francesi quelli latino-mediterranei. Nel frattempo è collassato lo spazio euro-orientale sovietico ed a seguire quello balcanico,  con gli americani che danno alla Germania un nuovo grande spazio di espansione economica, tenendosi però il controllo delle leve politiche e militari che usano sempre più contro la Russia. Fuori d’Europa, si sviluppa velocemente l’Asia ed al Giappone si affiancano Cina ed India mentre l’ordine del mondo è fissato dalla prima globalizzazione a guida anglosassone che -ideologicamente- compendia il regolamento del buon comportamento economico nei decaloghi neoliberali che impongono lì dove possono, cioè soprattutto nel loro grande spazio. Gli americani, che certo non hanno alcuna intenzione di crearsi un Leviatano concorrente ma solo una eterogenea macedonia condannata al “divide et impera”,  hanno gioco facile a spingere gli europei ad unirsi economicamente, ma non politicamente e militarmente. E’ un gioco facile questo di non pensare dall’inizio all’unione in termini politici, primo perché i singoli popoli nazionali e quindi i singoli Stati non ci pensano minimamente a fondersi davvero, né questo è al fondo il desiderio delle loro stesse élite politiche ognuna delle quali esiste proprio perché appartiene ad un suo specifico spazio nazionale, né la condizione geopolitica ad eventuale ragione dell’unificazione  è “sentita” dalle rispettive opinioni pubbliche[12] che diventano sempre più ignare della complessità di questo enorme e complicatissimo scenario. Ma a ben vedere, l’ idea stessa di unire gli europei in quello che per avere sostanza politica[13] non può che non essere uno Stato, magari federale[14], ha sostanza fantasmatica. Non perché nessuno in fondo la vuole questa unione, ma perché non sta nel novero delle cose che è concretamente possibile fare.

Lo stesso Schmitt ci ricorda che la precondizione ovvia per pensare ad uno Stato più grande di quello che ci ha dato in sorte la nostra storia passata, sta in quella physis-terra composta di immagini, concezioni del mondo, religioni, tradizioni, “ricordi storici, saghe, miti e leggende, simboli e tabù, abbreviazioni e segnali del sentimento, del pensiero e del linguaggio”, insomma la materia che fa la sostanza assieme alla forma.  Fuori di questo presupposto dell’in comune c’è solo la conquista e subordinazione coattiva per poter formare uno Stato. Ma essendo il progetto UE una fusione e non una incorporazione, incorporazione che se pure qualcuno immagina è del tutto fuori luogo discutere visto cha la storia europea ci ha abbondantemente mostrato l’impossibilità di una conquista di Uno su Tutti,  quanto di quel “essere in comune” ha davvero in comune un presunto “popolo europeo”? Nulla. E’ l’atto giuridico politico che fonda lo Stato a fare il popolo o bisogna prima avere un per quanto mal definito popolo prima di poter pensare possibile uno Stato che lo amalgami e meglio definisca? Dove mai si è condivisa la discussione pubblica e popolare sul cambio di paradigma per cui se i nostri vecchi Stati si son fatti tra “noi” e contro quelli dei vicini, oggi i ragionamenti sul nuovo scenario del mondo del secondo millennio, ci imporrebbero di trovare un nuovo “noi” contro i nuovi attori multipolari?  E gli “europei” definizione che parafrasando Metternich non parte da una entità storico-politica ma da una mera espressione geografica, possono pensarsi come “noi”, possono davvero diventare e sentirsi un “popolo” o debbono rifiutare questa categoria e pensarsi come una società per azioni? Se non sono un popolo e non possono diventarlo in tempi storici ragionevoli, se nessuno realmente pensa e vuole immaginare possibile uno Stato europeo, se non potendo mai divenire uno Stato non potrà quindi neanche mai esser democratico, se non potendo  mai essere un vero Stato mai potrà esser un soggetto geopolitico nel gioco multipolare, su cosa stiamo buttando via tempo continuando ad affidarci con sempre minor entusiasmo al sistema UE – euro?  Queste cose, credo appaiano auto-evidenti al netto di qualsivoglia inclinazione ideologica ad uno storico, il problema è che il processo politico di presunta unificazione è discusso e teorizzato principalmente da economisti. Purtroppo però lo sguardo economico tende ad una metafisica platonica che, con logica geometrico-numerica, non legge la logica concretamente incarnata negli individui, nelle società, nelle istituzioni e nelle culture e nelle storie e nelle geografie che fanno i “popoli”, eterogeneità che fanno del complesso pluriverso europeo un frattale di multipolarità in sé. Da questo punto di vista, con Schmitt si vedono cose che  con Smith non si possono  vedere, pensando teoricamente possibile quella che è una tragica astrazione.

Si può lasciare questa idea dell’uni-verso europeo come idea regolativa della ragione, come punto di fuga ideale kantiano a cui tendere. Ma detto per inciso non secondario,  Kant parlò più di confederazione che di federazione ad al solo scopo giuridico-militare in modo da evitare l’eterno riproporsi della coazione hobbessiana del tutti contro tutti, Kant non ha mai parlato di uno Stato federale europeo ed è probabile che la sola idea gli facesse ribrezzo[15]. Se questo è un punto di fuga in prospettiva, telos da traguardare nei (molti) decenni a venire,  nel frattempo, occorrerebbe pensare a qualcosa di meno sbilenco ed impossibile e che -tuttavia-  aiuti gli Stati europei a sopravvivere nel difficile e caotico scenario del mondo nuovo. Forse non c’è solo la dicotomia Stato ed Impero ma Stato piccolo ed impotente, Stato grande e potente ed Impero. Forse dobbiamo aprirci un pertugio nelle condizioni di pensabilità e sdoganare l’apparentemente banale e volgare considerazione di buon senso che -in questo discorso- le dimensioni contano. L’eterogeneità europea andrebbe forse pensata per gradi di prossimità, si dovrebbero prima fare federazioni basate su un comune  secondo le grandi ripartizioni dello spazio geo-storico europeo, magari tra loro confederate in una semplice alleanza militare che tra l’altro ci emancipi tutti dalla NATO e solo dopo federazioni di federazioni, ovvero l’ipotetico e molto remoto Stato europeo. Questa idea dell’effettiva unione politica sub-continentale -in prospettiva- sarà anche una necessità , ma pensare sia perseguibile nel delirio dell’impossibile analogia detta “Stati Uniti d’Europa” che ha più ruolo pubblicitario che realmente programmatico, dove la forma (unità) ignora la materia (pluralità storica dei popoli) e quindi non giungerà mai  a sostanza, non è guadagnare tempo, ma perderlo.

Quanto tempo possiamo ancora perdere invece che iniziare un nuovo viabile percorso di adattamento al mondo nuovo e complesso?

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In questo periodo sto studiando le faccende che riguardano questo complesso argomento e questo Autore che oltre a dare suggestioni utili alla riflessione, dà anche tanti problemi in quanto non si può relativizzare la sua piena e convinta adesione al nazismo da cui il problema del provare a separarne il pensiero puro e critico-teorico da quello pratico-pragmatico contingente. Sentire un tedesco, per giunta approssimativamente nazista, che parla di “impero” e di “grande spazio” fa scattare le saracinesche dell’ostracismo prima ancora di poter cogliere qualche idea magari poi da trasformare per altra utilità, non  facile visto che la nostra ragione è anche tanto emotiva, ma lo sforzo forse merita un impegno.  Il nostro “leninista” titolo sul Che fare? di Schmitt, allude al “Che fare di Carl Schmitt?[16]” che è il bel titolo di un altrettanto interessante libricino che si pone la stessa questione: cosa fare di certe riflessioni che sembrano fatte oggi, che sembrano assai lucide e predittive del dominio liberal-anglosassone, dell’universalismo mercatistico imperialista di cui oggi vediamo la piena espansione globalizzante -tra l’altro- in crisi di riformulazione, della pari confusione universalista dell’internazionalismo di sinistra che legge solo classi e non i popoli, dell’ingombrante volontà di potenza teutonica, della crescita di binomi impero-grande spazio tutti non europei, cosa fare della sua acutezza critica e della sua inservibilità normativa, malattia endemica dei pensatori tedeschi in genere? Jean-Francois Kervégan, l’Autore del libro citato, dà la sua diagnosi, così Stefano Pietropaoli  nella monografia dedicatagli[17], così nel suo lungo lavoro di scavo ed approfondimento Carlo Galli[18], così Giovanni Gurisatti curatore dell’edizione italiana della raccolta di scritti schmittiani di politica e diritto internazionali[19] e poiché amalgamati anche con considerazioni su “terra e sul mare”[20] validi anche in termini di geopolitica teorica, così il curatore tedesco originario di Stato, Grande Spazio e Nomos, Gunter Mashke nell’Epilogo post-fazione dello stesso volume. Così le riflessioni stimolate da Schmitt che hanno svolto a vario modo, qui da noi, Cacciari, Duso, Marramao, Tronti, Negri ed Agamben ma anche Julien Freund, Alexander Kojève o il “maoista” tedesco J. Schickel nel Dialogo sul partigiano del 1970. Ma di tutto questo, della “questione Schmitt”, parleremo altrove.

Convegno 16-17 Gennaio 2018, Villa Mirafiori, Facoltà di filosofia La Sapienza Roma – Micromega dal titolo “Lumi sul mediterraneo”.

La questione delle questioni poste da Schmitt ed il suo stesso statuto di pensatore, ha per noi rilievo di attualità sia in termini di geopolitica sulla teoria multipolare[21], sia in termini di concreta geopolitica europea (incluse le aggrovigliate matasse dei sistemi Unione europea ed euro), sia in termini di geocultura e geofilosofia e proprio sul fatto della questione teoria-prassi. Lo facciamo con Hegel come con Marx, con Nietzsche come con Heidegger, con i francofortesi e fino a Sloterdjik ed in parte con Schmitt, si finisce sempre col pascolare nelle radure del pensiero critico tedesco ma poi il mondo, il nostro mondo occidentale, continua imperterrito ad esser ordinato dal nomos anglosassone. Per parafrasare un francese (Deleuze)[22] “i tedeschi progettano mondi, gli anglosassoni li abitano” o li governano, si potrebbe meglio dire[23]. E non è tutto. Questa riflessione sullo Stato e sulla potenza, sulla condizione multipolare ed  il grande spazio che per noi italiani è  il Mediterraneo e la costa dirimpetta in cui tutti i grandi giocatori del gioco di tutti i giochi vengono a disordinare e far danni di cui poi noi paghiamo immancabilmente le conseguenze, cosa ci porta? Dove ci dovremmo dirigere per divincolarci dalla nostra passività subalterna che oscilla tra l’astratto unionismo europeo e l’improbabile ritorno ai confini nazionali di un Paese che sta scivolando nella gerarchia dei soggetti che contano oltre il limite di ciò che ha significato? Come possiamo trasformare questa progressiva insignificanza che ci condanna ad ogni tipo di eteronomia, dalla globalizzazione passiva  all’ineluttabilità neoliberista, dalla NATO ed ai diktat euristi del binomio franco-tedesco alle pressioni russe e cinesi non meno che americane, britanniche ed islamiche, dove volgere un diverso progetto, finalizzarlo a cosa, organizzarlo come? Chi gli amici, chi i nemici? Sovrani come e di che spazio, con quale regolamento ed intenzione? Come districarsi nella selva oscura fatta di imperi, comune, Stati, nazione, popoli, mercato, terra-mare-aria, teorie e fatti, mondo e sua immagine, politico ed economico e ritrovare la diritta via, oggi smarrita? E come rispondere a queste inevitabili domande poste dal primato di realtà, cercando di portare avanti anche le nostre non meno legittime ispirazioni ideali di giustizia sociale ed emancipazione, democrazia reale e buona vita sostanziale?

Riprenderemo  queste urgenti riflessioni in prossimi articoli.

[2/2, la prima parte qui]

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[1] In “Mutamenti di struttura del diritto internazionale” di Schmitt (1943), l’Autore fa un preciso riferimento ad un presunto discorso fatto da Stimson (Segretario di Stato ed alla Guerra americano) a West Point nel 1941 da cui sarebbe stato tratto il virgolettato, riferimento che ripete in altre opere successive ma al curatore dell’edizione tedesca Maschke, questo discorso di Stimson non risulta verificabile. Altresì, lo stesso Maschke, accetta che, esistente il preciso riferimento o meno, questo è stato effettivamente il pensiero “… dell’ideologia dei globalist che circondavano F.D.Roosevelt” (Nota 35 p.255 di Stato, Grande spazio, …. op. cit.).

[2] Nella vasta letteratura che indaga questi fenomeni di mondializzazione ed egemonia, si sottovaluta sistematicamente il dato demografico. Se non si considera la diversa massa e distribuzione di densità della popolazione mondiale che passa dal 1,5 mild dei primi del secolo, ai 7,5 mld più recenti (in poco più di un secolo) è facile cadere in narrazioni che hanno più del letterario che del concreto. Purtroppo, come la geopolitica ha lo stigma del suo utilizzo teorico-pratico da parte dei nazisti, la demografica lo ha con Malthus, ma così come non si può negare l’esistenza di una logica geo-storica a base della politica internazionale, sarebbe il caso anche di far pace con l’evidenza che spesso (non sempre e non da sola), motore attivo della Storia, è proprio la crescita o decrescita delle popolazioni.

[3] Oggi c’è anche una nuova linea dell’universale dell’Uno ma versione  pluralista, non quindi nel distopico addensamento nell’impossibile Un Mondo – Uno Stato (una idea, Schmitt direbbe, di teologia politica, monoteista nella fattispecie) ma nella riduzione degli Stati a regioni o città-Stato, connesse in un  network di scambi di materie, energie, individui, culture ed informazione. Un Uno non piramidale e monolitico ma a “rete” secondo la metafora del tempo (ogni tempo ha la sua). P. Khanna ne è il principale, ma non unico, cantore.

[4] Ma il mercantilismo tedesco (e cinese) quanto verrà ulteriormente permesso in un mondo che s’avvia ad una condizione stabilmente multipolare?

[5] Si segnala questa analisi di G. Doctorow, il quale vede un riproporsi di bipolarismo più che un avvio di multipolarismo https://consortiumnews.com/2017/10/23/russia-china-tandem-changes-the-world/

[6] F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981

[7] Tanto la tradizione liberale che quella comunista, parlano spesso di mercato o capitale come se questo non fosse ripartito in aree territoriali governate da intenzionalità statali. Eppure i geoeconomisti (ad esempio il R. Gilpin di Economia politica globale, EGEA-Bocconi 2008) sanno bene che il “capitalismo” tedesco non è quello americano che non è quello giapponese che non è quello britannico ed oggi quello cinese. Forse molti non considerano che la Washington del “Washington consensus” non è solo l’addensamento ideologico delle élite transnazionali neo-liberali ma il nome della capitale degli Stati Uniti d’America.

[8] Chi in Europa potrebbe mandare in giro il proprio presidente a richiedere più che con le buone con le cattive il riequilibrio delle bilance commerciali, nel frattempo piazzando missili ed ottenendo nuove sottoscrizioni del debito pubblico “monstre”? Chi potrebbe fare la sua “exit” dall’UE senza rimanere polverizzato dal bombardamento finanziario dei “mercati” da cui Londra è immune? Chi potrebbe subire l’attacco al proprio grande spazio ucraino e siriano e reagire come ha reagito Putin? Chi potrebbe gestire e non esser gestito dalla globalizzazione investendo miliardi in strade, porti, linee e logistica per innervare la propria espansione mondiale come la Cina? I teorici della fine dello Stato vadano a spiegare ad americani, britannici, russi e cinesi che loro sono fatti fuori teoria e non teoria che sotto non ha alcun fatto della dimensione raccontata in  analisi che hanno costruito un falso luogo comune, come sempre “universale”. Intendiamoci, problemi ce ne sono parecchi nel conflitto strutturale tra Stato e mercato e sono certo cresciuti ad ogni ondata di mondializzazione, ma sono drammatici solo dove non c’è uno Stato in grado di esser tale.

[9] Nel caso francese ad esempio, dove ancora oggi questo Stato-economia vanta una privilegiata posizione di egemonia sull’Africa occidentale, come dovremmo valutare le sue performance capitalistiche? La Francia è ancora la 6a – 7a economia mondo perché ha sostanzialmente ancora benefici coloniali? E il Regno Unito? E manterranno questo privilegio nei prossimi dieci anni? E cosa succederà se la risposta, com’è probabile, sarà “no”? La Francafrique concetto noto ai geopolitici, è noto anche a gli economisti?

[10] Questo crocevia è tutto da riesplorare. Messi in sequenza prima guerra – depressione e seconda guerra abbiamo trenta anni di stato d’eccezione del normale funzionamento delle società e quindi del capitalismo. Ma poi abbiamo altri trenta anni di eccezione (’45 – ’75) perché la ricostruzione post bellica (europea – asiatica – sovietica) è stata una condizione eccezionale. Poi abbiamo trenta anni (’75 – 2007/8) di espansione globalista soprattutto finanziaria a guida dollaro fiat money. Poi abbiamo il crollo dell’esagerazione finanziaria con crisi dei debiti privati e sovrani ipertrofici. Ma allora sono 100 anni che il “capitalismo” funziona in condizioni di contesto eccezionali. Come allora dovremmo considerare questo modo economico se volessimo immaginare un futuro normale ovvero un diverso ruolo sociale e politico del fatto economico?

[11] La moneta unica è solo una ovvia conseguenza del mercato unico altrimenti ciò che avrebbe dovuto unire (lo scambio commerciale) avrebbe riproposto le dinamiche concorrenziali tra Stati europei, generando nuova energia di frizione ed attrito. Qui si deve riconoscere l’apporto degli economisti critici che hanno ben analizzato e spiegato l’effetto che l’euro produce in termini di sottrazione di inter-competitività tra le economia nazionali del sistema euro.

[12] Sin dagli anni ’60, a partire dagli Stati Uniti, inizia un lento processo di degradazione culturale delle opinioni pubbliche. Chi ha una certa età e prova a mettere anche solo “a sensazione”, l’uno accanto all’altro il frame anni ’60-’70, col frame del ventennio del nuovo millennio, non potrà che rendersi immediatamente conto di quanto la “cultura” media sia regredita, in sostanza ed in valore stesso del concetto di “cultura”. Il fatto è viepiù preoccupante poiché incrocia con dinamica inversa la crescente complessificazione del mondo. Dovremmo sviluppare adattamento ad un mondo sempre più complesso con una dotazione culturale sempre più scarsa e mal distribuita? Le élite che si lamentano della vampata populista ed alla post verità a cui ricorrono come i tossicodipendenti che “domani smetto”, dovrebbero piangere se stesse poiché son loro ad aver boicottato la formazione culturale popolare che oggi, non trova altro sbocco di reazione che quella “istintiva ed intestinale”.

[13] Ovvero piena autonomia e sovranità in tutti gli aspetti, oltreché essere l’unico presupposto per l’esercizio della sovranità democratica.

[14] Dove “federale” non è una complicata e confusa struttura di relazioni plurilivello a diversa intensità ma una ben precisa forma di organizzazione politico-amministrativa che si applica in tanti Paesi che complessivamente sommano più o meno la metà della popolazione mondiale, tra cui India, USA, Brasile, Russia, Germania, Pakistan, Messico, Canada ed Argentina.

[15] Il Settimo articolo del progetto filosofico di I. Kant Per la pace perpetua (1795, in Kant, Scritti di storia, politica e diritto a cura di F. Gonnelli, Laterza, 2009), cita espressamente lo statuto giuridico di una confederazione (altrove Kant parla di una lega, sul modello dell’anfizionia dell’Antica Grecia) pacifica (foedus pacificum), che renda permanente quello che un normale trattato di pace rende episodico e precario. Tale permanenza, per quanto reversibile, sarebbe altresì assicurata dal Terzo articolo preliminare dove si indica la progressiva sparizione di eserciti permanenti. Perché per evitare la coazione alla guerra europea non sia scelta originariamente la strada di darsi un esercito comune in Europa che sottraesse materialmente la stessa possibilità del conflitto (difficile farsi una guerra senza avere un proprio esercito) ma si sia scelto il mercato comune (che tra l’altro contravviene il Quarto articolo che vieterebbe di contrarre debiti pubblici reciproci tra i contraenti confederati o il Quinto che vieta ad uno Stato di intromettersi nel governo e costituzione di un altro Stato) e ciononostante si citi Kant come padre spirituale dell’Unione europea è un mistero. Mistero viepiù fitto se si considera che Kant dava espressamente come opposto modello a ciò che voleva intendere con l’espressione Volkerbund, il Volkerstaat degli Stati Uniti d’America, la federazione dei popoli non portava affatto ad uno stato federale. Non quindi un super-Stato federale unico quale vagheggiano i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa (analogia falsa ed improponibile), ma una confederazione a mo’ di alleanza di Stati sovrani. E che i singoli Stati dovessero rimanere pienamente sovrani, lo esplicita altrove e più volte negando a priori l’idea di una Universalmonarchie, ribadendo così la necessaria autonomia (darsi la legge da sé) su cui è basato l’intero impianto della sua filosofia della ragion pratica. (Sulla controversa questione si veda anche M. Mori, Studi kantiani, il Mulino, 2017 capitoli IV e V).

[16] J-F Kervégan, Che fare di C. Schnitt? Laterza, 2016

[17] S. Pietropaoli, Schmitt, Carocci editore, 2012

[18] C. Galli, Lo sguardo di Giano, il Mulino, 2008 ma anche Genealogia della politica, 2010

[19] C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, op. cit.

[20] C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002

[21] Per “teoria multipolare” s’intende una riflessione che non c’è, se non resuscitando qualche paragone con il Concerto europeo o l’equilibrio post-Westfalia (passione del lucido Kissinger che fra un po’ ci lascerà, lui “nemico” intelligente, con tutti “nemici” stupidi), quindi in un ambito parziale più ristretto ovvero quello europeo. Il soggetto politico mondo inteso non più solo nel limitato senso geografico, c’è da poco più di un secolo. Dopo la fase unipolare britannica e le due guerre, c’è stata la fase bipolare (debolmente tripolare) e poi quella breve unipolare americana, quindi non c’è riflessione multipolare contemporanea perché il fatto multipolare è assai recente e per altro in iniziale divenire. In più, c’è un monopolio americano di riflessione in politica internazionale e certo che a Washington non fanno il tifo per la multipolarità. Ne abbiamo parlato nel nostro “Verso un mondo multipolare”, Fazi editore, 2017.

[22] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? Einaudi, 2002, all’interno di nota 15, p.99.

[23] Questione già nota al Marx del “Per la critica alla filosofia del diritto di Hegel”, in cui nota che “I tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto” che anticipa (visto che è di due anni prima) la celebre XIa Tesi su Feuerbach sulla questione  teoria e prassi, relativa forse proprio alla mania tedesca di rimanere troppo astratti ed alla fine, inconcludenti o pragmaticamente inservibili.

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IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, nuovi Stati, nomos del mondo (1/2).

A cominciare da questo scritto, tratteremo una materia aggrovigliata che comprende l’attualità e la crisi del concetto di Stato, la risposta data con l’Unione europea e l’euro, questi due argomenti in relazione al divenire multipolare del Mondo, quale altra possibile strada si potrebbe percorrere riconoscendo l’esistenza di un problema-Stato ma non riconoscendosi nelle attuali soluzioni date. Lo faremo “con” e “contro” C. Schmitt che ci aiuterà anche a sviluppare -in seguito- una riflessione sulla geofilosofia. Questa è la prima parte di due di un primo approccio al non semplice tema.

Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza. Il “bordeggiamento” citato è in qualche modo fisiologico visto che la destinazione della filosofia politica è la ragion pratica ma un conto è prevederla nel pensiero, altra cosa è piegare il pensiero alle occasioni della partecipazione della contingenza pratica. La linea del pensiero politico -diciamo così- “puro” la possiamo rappresentare con Aristotele, Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Kant, Marx; la linea teorica che ha avuto contatti con la pratica la possiamo rinvenire in Platone, Bodin, Locke, Montesquieu, Hegel, Lenin-Mao. Ognuno di essi fa coppia con il corrispettivo dell’altra linea che gli è a volte coevo, a volte di poco successivo o comunque connesso per ispirazione od opposizione ideologica[1]. La prima linea ha il suo problema detto “problema teoria-prassi”, la seconda linea ha il problema di come la prassi, che essendo storica è sempre contingente, ha piegato la teoria. Carl Schmitt, il cui pensiero ha rilievo sul concetto del politico soprattutto in senso  giuridico, si inserisce in questa seconda linea ed ha in Hans Kelsen il suo corrispettivo inverso. Qui ci occuperemo solo del suo pensiero di politica internazionale per i rilievi critici mossi al modello anglosassone e la riflessione sulla crisi del concetto di Stato a cui diede soluzione con le idee di impero e grande spazio (Grossraum).

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L’idea di Schmitt, in politica internazionale,  era quella di collocare un termine medio tra lo Stato la cui logica e potenza vedeva in via di superamento già dai primi del Novecento e la posizione universalista-liberale basata su mercato e diritti individuali che sfociava nell’utopico (ma invero distopico) “One World”. Questo termine medio che egli basava sulla coppia “impero-grande spazio”, rivela concretamente  l’ intreccio di teoria ed opportunità pratica e contingente di cui dicevamo. Il concetto di impero, supererebbe lo Stato ma cosa sia l’impero per Schmitt non è facile da definire. Si tratterebbe specificatamente del Reich tedesco -o meglio- dei “tedeschi”, un soggetto politico-giuridico basato su una entità-identità etnica o come lui dice “nazional-popolare”. Per lo Schmitt nazional-socialista, sarebbe la nazione a determinare lo Stato e non viceversa. Schmitt non solo è un giurista ma è anche tedesco e conseguentemente, di solito, lucido e preciso nelle definizioni, come possa ritenere di fondare un diritto internazionale spostando il concetto della varietà a base del sistema da Stato a nazione in quanto popolo, non è però del tutto chiaro. Più chiaro diventa se ambientiamo la sua trattazione del 29 Marzo 1939 “L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale. Con divieto di intervento per potenze straniere[2], all’attualità dell’istituzione del Protettorato di Boemia e Moravia  che datava -guarda il caso-, due settimane prima, il  15 Marzo 1939 e la precedente annessione dell’Austria. Il blitzkrieg della Campagna di Polonia invece, sarà del settembre dello stesso anno, previo patto di spartizione Molotov-Ribbentrop di Agosto.

Lo scritto quindi cercava di dare forma e dignità giuridica all’idea  della diade impero-grande spazio, per porla come principio di un nuovo diritto internazionale che modificava la struttura di quello dominante, quale i francesi e gli anglosassoni avevano ratificato ed imposto a Versailles nel 1919. L ‘impero dei tedeschi, la terza versione del  Deutsches Reich, doveva diventare il baricentro di un nuovo grande spazio,  stante che non tutti i popoli erano in grado di svolgere questa funzione ordinatrice, funzione che ora -diceva lui- con la guida del Fuhrer, i tedeschi erano in grado di svolgere riscattando una secolare debolezza politica che aveva fatto dell’Europa centro-orientale, un ventre molle, pulviscolare e disaggregato la cui funzione era stata quella di tenere in equilibrio il gioco della grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Russia). S’era imposta quindi una unificazione dei tedeschi che diventavano il popolo a base del concetto di impero che superava quello di Stato, che a loro volta imponevano la propria versione tedesca dell’americana dottrina Monroe rivista nel concetto di grande spazio, prefigurando un nuovo ordine internazionale di equilibrio e bilanciamento di potenza mondiale, basato appunto sulla logica degli imperi-grandi spazi, essenzialmente multipolare. Questa nuova unità metodologica, che riscriveva i parametri del diritto internazionale, “s’imponeva” nel senso che era frutto del decisionismo tedesco, stante che il “decisionismo” era la tipologia del diritto che Schmitt aveva già teoricamente perorato in opposizione al normativismo positivista di Kelsen,  mentre il grande spazio, era l’area amica del nuovo impero da interdire ai nemici secondo la partizione amico-nemico che Schmitt dava come definizione stessa del “politico”. Nel suo contingente, l’impero-grande spazio dei tedeschi, era la resistenza alla doppia -minacciosa- pressione dei due universalismi, quello a guida anglosassone del mercato con diritti individuali ad ovest e quello sovietico del comunismo dei diritti sociali ad est. Per Schmitt, parafrasando la Thatcher, non c’erano né individui, né classi ma solo il popolo etnicamente omogeneo che si fa Stato. In seguito sarà il caso di tornare su questa tripartizione dell’unità metodologica che divide liberali, comunisti e nazionalisti ovvero se c’è davvero un primato dell’individuo, delle classi o del popolo-nazione e soprattutto se ciò che si sceglie come primato, escluda gli altri due concetti o li metta in gerarchia, stante che -a prima vista- le tre unità sembrano tutte legittime in quanto esistenti e non si capisce bene quali sono le ragioni per sceglierne una sola che tende ad escludere le altre due. Nel grande spazio, un’area circondante l’impero a cui veniva impedito l’accesso militare dall’esterno, rimaneva l’apertura al commercio mondiale ed alla pacifica interrelazione inter-nazionale. Il concetto di impero, si doveva fondare sulla omogeneità interna, ovvero sull’esistenza di una comune sostanza spirituale, culturale, storica, delle tradizioni e dei modi di vita di un dato “popolo”[3]. Gli Stati dei grandi spazi invece, ancorché tutelati dalle minacce esterne dal loro baricentro imperiale, dovevano rimanere politicamente, giuridicamente ed economicamente indipendenti e per tutti i versi, autonomi.

Distillando l’idea dalla contingenza, il puro dal pratico, Schmitt vedeva un mondo in cui il piccolo-medio Stato europeo non era più idoneo al nuovo ambiente politico mondiale, già da tempo.  Con la prima guerra mondiale era terminata la lunga modernità a baricentro europeo, e quindi era terminata la logica di quell’equilibrio concertato nel quale le potenze europee, con l’accaparramento coloniale,  avevano tutte trasferito il conato espansivo fuori del sub-continente. Avevano colonie nell’oltremare: Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia ed Olanda mentre gli Asburgo si erano espansi a danno degli ottomani ed i russi verso Asia Orientale e Centrale e la Siberia. Il Reich che rappresentava la rinascita e l’affermazione dei tedeschi e occupava ora quel territorio centrale prima camera di compensazione dei conati espansivi degli altri, non aveva possibilità di trasferire il proprio conato espansivo fuori d’Europa. Impedito per condizione geografica terranea (al pari dell’Austria-Ungheria e della Russia) e non -anche o solo- marina, ma anche perché era arrivato tardi alla spartizione essendo ormai gli appezzamenti coloniali saturati dagli altri. In più, alla prima fase moderna monopolizzata dagli europei ora subentrava la fase mondiale in cui oltre agli europei si presentavano alla contesa mondiale anche gli Stati Uniti ed il Giappone, nonché i russi in versione sovietica, ognuno a suo modo impero con i suoi conati di espansione ed egemonia su un loro grande spazio. Più tardi e già nel 1952, (L’Unità del mondo), intuisce che l’allora dualità americo-sovietica si sarebbe risolta in un nuovo mondo multipolare di cui però vede tracce già prima della seconda guerra mondiale. Oltreché per vocazione teutonica quindi, l’idea di impero in quanto Stato più grande, s’imponeva per ragioni storiche e di differente struttura della competizione che da europea, si era fatta mondiale.

La successiva spartizione polacca del ’39, rientrava ancora nei diritti di “riappropriazione dei tedeschi” che facendosi popolo unito e concedendo pari diritto di grande spazio in regime di reciprocità ai russo-sovietici, provavano ad imporre nei fatti la nuova logica del nuovo diritto internazionale. L’inizio della seconda guerra mondiale, ovvero la reazione anglo-francese proprio in occasione della spartizione della Polonia, altresì precedentemente silenti su Austria e Boemia-Moravia, si potrebbe quindi leggere come l’inammissibilità di questo nuovo diritto da parte dei detentori dello standard.  In ogni epoca l’idea dominante è quella delle potenze dominanti e chi muove guerra lo fa sul piano della potenza quanto su quello delle idee fondate su un qualche principio di legittimità. Schmitt, come molti teorici tedeschi con visione geopolitica, non era in favore della successiva esplosione imperialista nazista, a cominciare dalla disgraziata campagna di Russia. Il suo impero era uno Stato grande ed omogeneo etnicamente, una volta raggiunta la sua “naturale” espansione includente tutti i “tedeschi”, doveva rimanere in sé, pacifico a meno di non essere attaccato nel suo “grande spazio” di cui -per altro- Schmitt non dettagliò mai con precisione i confini. Tale potenza imperiale ma non imperialista, avrebbe esercitato la sua tutorship sul suo grande spazio non diversamente da quanto era nella logica iniziale (1823) della americana dottrina Monroe.

Schmitt si richiama positivamente e più volte nei suoi scritti del tempo alla dottrina Monroe, sia perché concettualmente concorde, sia per fondare il suo impianto su un atto di decisionismo già posto dal “nemico”, riconoscendo la logica del nemico si sarebbe potuto convenire un nuovo diritto internazionale comune. Ma la dottrina Monroe era intesa nella sua “logica iniziale” difensiva e non offensiva come poi gli americani più volte la reinterpretarono allargando tra l’altro l’area del loro unilaterale diritto prima all’intero emisfero occidentale (Americhe più i due oceani antistanti), poi oltre avendo in obiettivo l’egemonia sull’intero mondo. Secondo Schmitt, gli americani ereditavano la logica base del loro ordinatore di mercato dagli inglesi e tendevano per forza di questo a diventare una talassocrazia commerciale senza limiti e confini perché -in effetti- è nella logica stessa del “mercato” non avere limiti e confini, così come adottare l’ordinatore del mercato è proprio di tutti coloro che sono fisicamente isole e non risentono della logica del nomos della terra. Nei fatti però, né gli americani, né i sovietici, né Hitler seguivano la logica pura del diritto che seguiva Schmitt. La sua cattedrale giuridica fondata sul sistema impero-grande spazio, avrebbe -nei suoi auspici-, rappresentato il nuovo ordine mondiale in un sostanziale equilibrio di potenza multipolare nel quale le potenze imperiali rimanevano in dialogo economico, politico, giuridico, astenendosi dalla guerra nel riconoscimento del diritto reciproco tra nemici, pacifici quindi non per astratto “pacifismo” ma per reciprocità nello stato d’equilibrio. Ma la contesa delle posizioni in questo primo accenno di situazione multipolare, non era ancora pronta per la via giuridica, come sembra non lo sia ancora oggi. La divergenza tra pensatore e realtà nasce sempre dal fatto che il pensatore, vincolato al suo sguardo specialistico, non pensa assieme tutte le variabili del sistema e del suo contesto, la sua teoria può spesso essere in anticipo sulla realtà (non è sempre l’hegeliana “nottola di Minerva”), in più, la realtà è sempre sovradimensionata in complessità rispetto alla teoria che ne è immancabilmente una “riduzione”.

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Questa parte pura del ragionamento di Schmitt ha -oggi- innegabili ed inquietanti aspetti forti di attualità. La sua percezione sulla crisi e superamento dello Stato (europeo) di allora, e ci riferiamo addirittura a gli anni ’20,  sembra del tutto esente da considerazioni demografiche, economiche, culturali e religiose, è una percezione del tutto polarizzata da fatti politici, giuridici e militari. Ma se era a suo tempo attuale (e condivisa da coevi scritti francesi ed inglesi) questa sensazione di inadeguatezza dello Stato europeo, oggi che sommiamo a gli aspetti politici, giuridici e militari tra l’altro viepiù vincolanti e limitanti, quelli economici e finanziari ma anche culturali della globalizzazione, nonché l’esuberanza del mondo islamico e le asimmetriche demografie, nonché i problemi planetari quali quelli ambientali, tale attualità  è da rilevarsi addirittura in misura maggiore. Colpisce però questa sicurezza nella diagnosi di insostenibilità del formato di Stato europeo proveniente da lunghe durate precedenti, nella letteratura di un secolo fa, colpisce il fatto che forse -oggi- monopolizzati da immagini di mondo economiciste, noi si faccia diagnosi superficiali di problemi che affondano radici nella lunga durata ed in fenomenologie più complesse.

Se il Deutsche Reich, il grande Stato dei tedeschi in forma di impero, lo soddisfaceva come potenza europea continentale di prima grandezza, è per noi altresì evidente, nella nostra attualità, che la Germania riunificata è fuori standard rispetto al livello dell’Italia, della Francia e per quanto non prettamente “europea” anche della Gran Bretagna, oggi -rispetto ad allora- ben più ridimensionata. Altresì, sebbene interpretato per via economica-monetaria oltreché giuridica con l’Unione europea e l’euro, dobbiamo rilevare attuale anche l’idea del grande spazio di cui lo Stato potente si circonda ma gli stati non tedeschi di questo grande spazio, invece che avere piena sovranità com’era nella teoria, in pratica, oggi sono tutti politicamente, economicamente-monetariamente e giuridicamente subordinati alla potenza tedesca. Schmitt non dettagliò mai la composizione del suo grande spazio ma a noi -oggi-, l’idea di fare da grande spazio ai tedeschi, non credo quadri.

In più, invece che essere i tedeschi militarmente potenti e tutor della difesa europea, siamo tutti noi e tedeschi inclusi, grande spazio degli Stati Uniti d’America. Non più solo come nella guerra fredda in via difensiva (Art. 5 della NATO) ma complici e partecipi di un sostanziale allargamento del grande spazio americano che offende il grande spazio russo (Ucraina, Georgia-Caucaso, Balcani, Baltico). Questa condizione subalterna, aggiunge a noi la privazione della sovranità nella politica estera, privazione che si somma a quelle inflitte dal dominio dell’”impero” di Berlino sul piano monetario-economico-giuridico. Poiché dire “impero” di Berlino è concedersi una semplificazione polemica che non spiega di come si sia venuta a creare questo dominio che di solito spieghiamo con la cooperativa degli interessi cosmopolitici delle élite neoliberali europee e non, occorre specificare che senza Parigi, Berlino non sarebbe stata in grado di imporre la sua visione dell’UE e neanche l’euro in quanto tale. Quando diciamo che l’UE e l’euro si basano sull’asse Parigi-Berlino descriviamo un fatto ma non ne ricaviamo una teoria. Sarebbe invece interessante sviluppare la teoria che oltre ai criteri economici e monetari delle élite dominanti potenziate dall’ideologia neo-liberista e del ruolo tutelare svolto da Washington, osservi anche quelli geopolitici che legano tra loro i due soggetti ingombranti. Europa, euro, globalizzazione, ancorché sistemi che hanno fini a promotori economici, sono pur sempre figli di una deliberazione giuridica, deliberazione che in qualche modo deve pur sempre far capo ad uno o più Stati.

Se ci si immerge nella mentalità dell’altro, dei francesi e dei tedeschi, nel loro “inconscio storico” segnato da Napoleone che esonda in Germania, la Crisi del Reno, il conflitto franco – prussiano del 1871 che portò i tedeschi a Parigi a terminare la Comune, la prima guerra mondiale e la lunga contrapposizione nell’orrore delle  trincee, a cui fa seguito Versailles con l’annessione francese dell’Alsazia-Lorena, l’umiliazione della Renania e l’occupazione della Ruhr, a cui fa seguito il disordine di Weimar e la reazione orgogliosa dei tedeschi versione nazisti che poi sfocia nella seconda guerra mondiale in un altro mattatoio e nuova occupazione di Parigi, non si può non considerare il fatto che tedeschi e francesi abbiano avuto -ed abbiano- forte il senso della problematicità del loro vicinato[4].

Ed è la cronologia dei fatti storici del dopoguerra a dirci che tra le tre diverse forme europee post-belliche di comunità (del carbone e dell’acciaio, atomica, economica) tutte degli anni’50 e la successiva fusione unificante del ’67, si colloca quel trattato dell’Eliseo tra De Gaulle ed Adenauer (1963) che, trasformando la storica inimicizia in promessa di amicizia, sancisce la diade politica direttiva egemone sull’intero processo unionista, diade tutt’oggi agente e proprio oggi richiamata in campo dal nuovo progetto Macron-Merkel.  Ed è la storia del processo di istituzione dell’euro a dirci quale fu il ruolo dell’intesa tedesco-francese, intesa basata sul diritto tedesco di imporre i suoi parametri a tutti meno che alla Francia la quale ha goduto in questi anni di molte esenzioni nel mentre occupava ruoli direttivi non sempre proporzionati alla sua effettiva potenza e reale brillantezza economica[5]. L’UE e l’euro hanno ovviamente molte cause e ragioni ma in buona sostanza, potrebbero ben definirsi il trattato di pace franco-tedesco il cui prezzo viene pagato da tutta l’Europa. Ogni volta che ci ricordano che queste istituzioni, “evitano la guerra”, è a questa problematica convivenza franco-tedesca, a questo antico motore della guerra sub-continentale  che si allude. Non si può spiegare quindi l’”impero” di Berlino se non considerando il ruolo di garante e legittimante offertogli da Parigi, “poliziotto buono” della coppia[6] in cambio del ruolo di co-leadership, con loro comune beneficio finale di aver scaricato le tensioni reciproche sul resto d’Europa, rimescolando in un minestrone mal digerito, il “sogno di una cosa” dei francesi Abate di Saint-Pierre e Rousseau da una parte e del tedesco Kant dall’altra. Ed anche il repertorio mitico, visto che non c’è una Costituzione politica europea effettiva, ha riesumato quel Carlo Magno che in quanto franco è l’unico antenato comune tanto dei francese che dei tedeschi.

Il sistema EU-euro, sembrerebbe quindi pensabile come una risposta alle contraddizioni interne del sub continente travagliato dalla conflittuale convivenza dei due pesi massimi, che scarica i costi di mediazione su tutti gli altri e concede ai due diarchi pace, potenza relativa e vari tipi di egemonia, per affrontare l’impegnativo gioco multipolare. La Francia, nella modernità, avrebbe preso il ruolo che nel Medioevo aveva il papa, quello di legittimante. Forse nelle nostre critiche all’europeismo, ci concentriamo troppo su Berlino ed osserviamo tropo poco Parigi, forse guardiamo troppo i fatti economici e troppo poco quelli geopolitici, le classi e non le nazioni, i mercati e non gli Stati.

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[1] Mentre Platone, nell’Accademia, formava veri e propri consulenti di governo che ebbero poi altrettante esperienze pratiche e lui stesso con Dionigi di Siracusa (e come cambia il pensiero politico attribuito a Platone tra Repubblica, Politico e Leggi, forse proprio in ragione di quelle esperienze), Aristotele nel Liceo, colleziona costituzioni e per ragioni politiche dovette addirittura scappare da Atene. Mentre Machiavelli perde la sua posizione di Segretario e scrive appassionato tutto quello che avrebbe detto al suo Principe se solo gliene fosse data l’occasione, Bodin fa  da Consigliere a Enrico III, è egli stesso parlamentare. Mentre Hobbes scrive il Leviatano stando in Francia ed osservando da lontano la Guerra civile di Cromwell, Locke è segretario del Lord cancelliere Shasftsbury e con i Due trattati sul governo, deve giustificare ex post la Gloriosa rivoluzione. Il nobile di toga Montesquieu è senz’altro più inserito del Rousseau che vaga per l’Europa ospitato da amici, coltivando sempre più un senso paranoide di solitudine. Mentre Hegel elabora la dottrina dello Stato etico prussiano ricavandone la cattedra di Berlino, Kant si auto imbavaglia per non polemizzare oltre il dovuto con Federico Guglielmo II. Così mentre Marx teorizza la fine dello Stato e la sua definitiva estinzione, Lenin ci pensa su e scrive Stato e rivoluzione e Mao fa la rivoluzione con la Lunga marcia che in realtà era una lotta di liberazione nazionale dall’invasione Giapponese, una riappropriazione dello Stato cinese (da sempre un impero) che ancora oggi non ci pensa minimamente di estinguersi.

[2] Lo scritto è contenuto in: C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, Adelphi, 2015. Questo volume è ricco di molti altri spunti nei suoi altri dodici saggi che lo compongono. Per evitare note ipertrofiche, abbiamo omesso i successivi, precisi, riferimenti.

[3] E. Hobsbawm, notò -a ragione- che l’idea dei popoli (diritto all’autodeterminazione) come unità base del politico, venne introdotta nel diritto internazionale da W. Wilson nel Trattato di Versailles. E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi, 1991. Peraltro, prima di lui, lo aveva notato anche lo stesso Schmitt sempre a caccia di principi di legittimità presi dal “nemico”.

[4] I fatti brevemente ricordati che in sede storica sono addirittura categorizzati nell’espressione “ostilità franco – tedesca” o “inimicizia franco – tedesca ereditaria”, vennero declinati in quella franco – prussiana, franco – asburgica, in quella, continua, del Rinascimento e del Medioevo -indietro- fino alla spartizione ereditaria dell’unità carolingia dalla quale partono anche le prime formazioni delle rispettive lingue nazionali.

[5] Di contro, si noti l’asimmetria militare per la quale la Francia, pur scivolando nel tempo a rango di media potenza per ragioni internazionali, ha a lungo mantenuto una sua autonomia militare, inclusa l’atomica ed il seggio di rappresentanza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre la Germania è rimasta praticamente disarmata. Chi ha l’arma non ha la moneta, chi ha la moneta non ha l’arma.

[6] Si torni alla crisi greca del Luglio 2015 e si ricordi il ruolo mediatore giocato da Hollande o la sorridente umanità dei burocrati francesi di Bruxelles che sembra tanto preferibile -nella forma- rispetto ai prestanome tedeschi (in genere olandesi e finlandesi), quando non differisce da questi -nella sostanza- di una virgola.

 

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CINA: UN FATTO FUORI TEORIA.

Le teorie hanno due nemici impenitenti, le contraddizioni tra teorie e piccoli fatti e i grandi fatti fuori teoria. Il primo nemico lavora di guerriglia accumulando anomalie fino a che c’è una rivoluzione paradigmatica che impone il cambiamento delle teoria. Quella nuova si troverà di nuovo con la stesso problema e con lo stesso esito finale ma per un certo tempo sarà vigente perché più “adatta”. Il secondo nemico invece convive con la teoria dominante semplicemente spartendosi le aree di dominio. In sostanza le teorie hanno una vigenza locale, presuppongono un universale da una particolare, almeno fino a che eventi di contesto non rendono impossibile ignorare questo altro mondo in cui quella teoria incontra grandi fatti del tutto alieni ai suoi paradigmi. Questo secondo caso è quello del nuovo incontro tra mondo occidentale e mondo cinese. La Cina è un grande fatto fuori teoria per i paradigmi occidentali e quindi anche il reciproco, tant’è che i cinesi, quando usano concetti provenienti dal linguaggio-pensiero occidentale,  ci tengono a specificare la dicitura “con caratteristiche cinesi”. Quali sono queste “caratteristiche cinesi”?

Dal 221 a.C., la Cina è un sistema unico, ovvero che ha una sua omogeneità interna maggiore di quanto non abbia col suo esterno. La cultura cinese ha alcuni paradigmi inviolabili, uno di questi è la sua longeva sostanziale unità interna che guarda al periodo di poco più di duecento anni precedente il -221, detto degli “Stati combattenti”, come ad un paradigma assolutamente negativo. Se gli Stati combattenti cinesi, all’inizio, erano solo sette, il nostro medioevo è stato una macedonia impazzita di tutti contro tutti. Ancora quando ci si addensò nei nuovi Stati-nazione, Hobbes aveva gioco facile e ricordare che ogni uomo è lupo per l’altro uomo, una antropologia impensabile per un cinese. Dal punto di vista cinese, questa idea è propriamente barbara ed è l’esatto opposto del significato di civiltà dove per civiltà s’intende uno spazio comune ordinato in qualche modo, che tenta di regolare le contraddizioni ma in primis, congiura per non renderle esplosive garantendo la vivibilità del vivere associato. L’armonia della vita associata dovrebbe rispecchiare idealmente quella naturale (il concetto di Cielo). Penso che ad un cinese che studi la storia europea e poi occidentale, l’intero nostro iper-conflittuale quadro storico  sembrerà abbastanza insensato come del resto appare a molti di noi la loro storia fatta di riti, culto della relazione indiretta, ordine prima e sopra ogni altra cosa.

La prima dinastia cinese estesa, quella Han, costruì una tradizione a ritroso secondo la quale, l’unità indivisibile della Cina, risaliva addirittura al 1500 a.C. circa. Tre dinastie antiche, la Xia poi ritenuta storicamente dubbia, la Shang e la Zhou divisa in due diversi periodi, precedevano la rottura dell’unità sfociata nei famosi due secoli di conflitto ed instabilità, prima che uno dei regni, il regno di Qin (che si legge “cin”) da cui il primo imperatore Qin Shi Huangdì autore tra l’altro della muraglia cinese e dell’esercito di terracotta, prevalesse su tutti gli altri fondando  l’Impero. Questo terminò ufficialmente nel 1911 ma per molti versi, si potrebbe dire che pur cambiando la sua forma e le logiche interne, esso è continuato ancora fino ai giorni nostri. La Cina quindi, ha due caratteristiche storiche diverse dalle nostre. La prima è l’unità di luogo, quando si dice “Cina” si dice un luogo ben preciso e non uno spazio dinamico con centro erratico (Atene-Roma-Parigi-Amsterdam-Londra-New York) com’è nella nostra storia. La seconda è la coerenza culturale che ha radici e sviluppo di un unico tronco che parte forse addirittura quattro-cinquemila anni fa ed attraverso uno snodo posto circa duemilacinquecento anni fa (Confucio, Laozi ed il taoismo, scuole dello Yin e dello Yang, scuole di strategia etc.), giunge poi ai giorni nostri. Diversamente, la nostra successione di Antica Grecia, periodo alessandrino, periodo romano, medioevo, modernità europea e poi anglo-americana è un sentiero ben meno lineare in cui ogni tratto si è formato spesso in opposizione-distruzione al precedente, superandolo, mantenendone solo alcune caratteristiche, introducendone di nuove. Quali sono le ragioni di questa storia così diversa dalla nostra?

Da wikipedia Di Bambuway (talk) - Trasferito da en.wikipedia su Commons da SchuminWeb utilizzando CommonsHelper.(Testo originale: I (Bambuway (talk)) created this work entirely by myself.), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10426871

Densità abitativa della Cina al 2009.

La ragione principale è probabilmente di origine geografica. La Cina attuale, pur essendo più grande come territorio rispetto a quella antica, non ha fatto altro che allargare un po’ i confini intorno ad un centro che si situa tra i due grandi fiumi principali che corrono più o meno paralleli in orizzontale da est ad ovest, non molto distanti l’uno dall’altro. Intorno a questo cuore fertile, non c’è semplicemente nulla di rilevante, terre con risorse o altre civiltà con cui commerciare o guerreggiare. A nord i contrafforti mongoli e la Manciuria e poi la Siberia orientale che sono aperte ai venti polari; a ovest il deserto fino alle catene montuose che separano dal centro Asia, ad est l’oceano, a sud per una parte i contrafforti dell’altipiano Yunnan-Guinzhou e del Tibet, per l’altra parte le foreste tropicali del sud est asiatico, anticamente poco abitate, non coltivabili e quindi poco interessanti. Di contro, il cuore fertile era eccezionalmente fertile poiché i due fiumi ed i loro affluenti davano ai corsi una portanza eccezionale, soggetta a flussi impetuosamente irregolari quindi esondazioni frequenti e coprenti le sponde in  grande profondità. Infine, la geografia botanica, offrì miglio ed orzo ma poco dopo il riso ed il riso ha più raccolti l’anno, quindi la sussistenza era di tipo relativamente abbondante ed agricolo, quindi generatrice di un potere gerarchico centralizzato a cui si è chiesto il governo delle acque. Questo insieme di geografia-clima e sussistenza, generò una popolazione molto grande in rapporto a quella nostra già in antichità, poco meno di quattro volte superiore rispetto a quella dell’Impero romano alla sua massima estensione. In un certo senso, i cinesi erano obbligati a stare assieme un po’ come avviene con i diversi ingredienti della loro cucina quando si usa quella loro pentola profonda e svasata che si chiama “wok”[1].

La loro è quindi stata una forma di civilizzazione precoce, per lo più unitaria, molto popolosa cioè densa. La loro cultura è cresciuta non con la nostra distruzione creatrice ma per più lenta e coerente evoluzione interna, non si è valsa dello scontro dialettico di opposizioni irriducibili ma di complementarietà, flessibilità, lento mutamento, non si è alimentata di competizione ma di cooperazione. Tolto il problematico periodo storico del grande Balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, anche il periodo maoista precedente e successivo ma soprattutto il dopo-Mao, non ha spinto più di tanto il tasto del conflitto di classe perché il conflitto interno è sconsigliato dalla loro cultura che promana dalla loro storia che promana dalla loro geografia. Il primo e più importate principio del loro vivere associato è tenersi uniti per non precipitare in una anarchia suicida di tutti contro tutti e del resto una sostanziale unità culturale profonda rende un fatto l’estrema coerenza dell’essere cinese. Il loro relativo isolamento geografico e la massa importante di cui sono da sempre costituiti li ha concentrati sul problema della gestione interna e la loro società che, pur passando sotto la categoria dell’impero, non è stata una storia di invasioni e conquiste, tant’è che sono invece stati facilmente ed a lungo conquistati da giapponesi, europei, mancesi e mongoli. Di contro, mancesi e mongoli hanno sì conquistato il potere formale con le armi ma un attimo dopo sono entrati in un suadente percorso di sinizzazione che li ha inglobati nella tradizione culturale facendoli diventare esse stessi “cinesi”. I conquistatori vennero conquistati, inversione tipicamente cinese.

Questa condizione antropologica massiva e costretta a confluire nel suo stesso centro dalla mancanza di un intorno di possibile fuga ha lungamente forgiato la mentalità cinese. Francois Jullien ne ha magnificamente descritto l’essenzialità ed al contempo la sostanziale diversità rispetto alla nostra, nel suo bellissimo “Essere o vivere”, frutto di decenni di studio e frequentazioni di quella cultura. Rimando alla lettura delle sue venti coppie di differenze nella comparazione tra noi e loro ma -in breve- si può dire che mentre la nostra cultura è fondata sull’ontologia dell’essere, la loro è fondata sull’ontologia della relazione. La Cina è il fatto macroscopico che esonda sistematicamente da ogni nostra teoria poiché ogni nostra teoria, espressa nella nostra lingua-pensiero che offre un set di concetti pensati e pregiudizi impensati, deriva da una diversa matrice geo-storica.

La loro quindi- è una storia ricca ma totalmente priva di soggettività significative, ordinata da una -per noi strana- forma. Questa “strana forma” la stessa che ha avuto la ribalta recente delle cronache col XIX Congresso di quello che loro chiamano Partito comunista cinese (comunismo o socialismo con “caratteristiche cinesi”) è stata ed ancora oggi è, un mondo ridotto che governa un mondo molto più esteso. Oggi, quel “partito” che invero non è una parte ma praticamente l’unica parte ridotta di un universo madre più grande (vi sono invero altri otto partiti che collaborano col PCC esternamente in forma di “opposizione dialogante”), come è sempre stato nella loro storia, conta circa 90milioni di membri e fatte le debite proporzioni, dovrebbe essere più o meno simile in rapporti alla dimensione della burocrazia provinciale e centrale della forma imperiale, forma che aveva al suo culmine il Celeste, oggi Rosso, imperatore. Ma non un imperatore di tipo occidentale che tutto vede e comanda, bensì un imperatore “emergente”, un saggio figlio del Cielo che svolge funzione di sintesi di un mondo vasto e complesso il cui ordine dipende dall’intero funzionamento del sistema di cui è l’emersione pubblica.  L’antica tradizione di filosofia politica imperiale cinese, diceva che il miglior imperatore è quello che non fa nulla oltre a presenziare ai riti simbolici. Se non faceva nulla voleva dire che tutto funzionava e se tutto funzionava voleva dire che la struttura a lui sottostante aveva ben svolto il suo compito. Così per l’antico stratega della guerra Sunzi, il miglior generale era quello che lavora indirettamente sulle condizioni di possibilità, sulla situazione in cui si colloca la tenzone intesa in senso -noi diremmo- “olistico”. Xi Jinping , in un certo senso, è un prestanome[2], per questo occupa tutte le possibili cariche di uffici che mai un singolo uomo potrebbe materialmente dirigere effettivamente, occorre solo capire in nome e per conto di chi o cosa.

Così, noi ciecamente convinti sempre di essere “il mondo” e non “un mondo”, ancora oggi, come occidentali ed includendo nella definizione nord americani ed oceanici, siamo circa 950 milioni divisi in ben 50 Stati mentre loro sono uno Stato per ben 1.450 milioni di persone. Se immaginassimo la complessità di gestione, governo e ordine di un Impero occidentale comprendente tutti i nostri variegati popoli, non arriveremmo neanche a due terzi della loro massa. E’ chiaro che dal nostro punto di vista costruito su una storia e geografia del tutto diversa, si facciano teorie non in grado di comprendere quello che succede nell’altra metà del mondo. C’è un problema di in-comprensione tra questo nostro sistema ed il loro, viepiù grave dal momento che in questi giorni più che reportage che sfidino l’impenetrabilità delle dinamiche interne al PCC che governa quella entità geo-storicamente per noi così aliena, si leggono addirittura giudizi. Giudizi? e come proferire giudizi se neanche si sanno i fatti e seppure li sapessimo avremmo comunque il problema di iscriverli in una realtà per noi incommensurabile?  E che pertinenza avrebbero poi questi giudizi dato che i parametri sono iscritti in una immagine di mondo che dovrebbe giudicare un altro mondo a cui attiene semmai una propria immagine relativa? Eppure la civiltà della democrazia di mercato (un evidente ossimoro la cui stravaganza si continua a non notare) dà continuamente giudizi sulla civiltà del Paese di Mezzo, senza sottoporsi alla fatica dell’apprendimento alcuno e della indeterminatezza della traduzione concettuale. Così la Cina, non può che rimanerci un fatto fuori teoria. Molto grosso il fatto e molto fuori dalla teoria.

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Data questa lunga premessa, veniamo al XIX Congresso  appena conclusosi. A cappello, condividiamo questo articolo di China files[3] il quale -con lucida onestà- dice in sostanza che si può raccontare tutto ed il suo contrario rispetto alle dinamiche sottostanti gli eventi di ciò che succede all’interno del PCC, tanto poco ne sappiamo ed ancormeno possiamo dimostrare a supporto delle nostre tesi. Iscrivendoci quindi al libero campionato del “proietta anche tu le tue ipotesi”, avanziamo una doppia considerazione, dopo sul Congresso ma prima sulla sua narrazione occidentale.

Questa racconta una storia per la quale il “presidente di tutto” diventa ancorpiù “presidente” ed ancorpiù “di tutto”, assurge ai fasti dei grandi padri costituenti comparendo  accanto a Mao e Deng, si contorna di uno staff di amici, non inserisce nel Politburo nessuno dei due possibili successori né alcuno dei altri sei sodali potrà sostituirlo per ragioni anagrafiche e quindi si suppone che potrebbe ulteriormente rimanere in carica anche dopo il 2022 avviandosi ad una lunga reggenza. Di contro la stessa lunga relazione introduttiva di Xi Jinping, diceva -tra l’altro- che il partito deve rinforzare la sua ideologia o sistema di pensiero ricordandosi di essere di matrice socio/comunista-cinese e quindi assumere come nuova contraddizione principale lo squilibrio quantitativo della distribuzione interna dei benefici dello sviluppo e quello qualitativo che nella fase quantitativa è stato messo in secondo piano (insomma un maggior benessere in senso largo ossia relativo, per il maggior numero ossia diffuso, riprendendo il canone utilitarista). Combattere la corruzione ovvero rinforzare la credibilità del politico nei confronti del popolo (che è stata anche letta come “usare” lo stigma della corruzione per fare fuori i fuori linea all’interno della diffusa dirigenza, nel più tipico riflesso dell’intrigo di Palazzo) perché il partito deve essere più presente, protagonista e direttivo nei diversi aspetti del funzionamento della società riportando altresì tutti i sistemi sociali ed istituzionali sotto il suo controllo e per farlo, deve essere credibile[4]. Occorrerà sviluppare cautamente ma risolutamente un impianto legislativo che sia il regolamento di gioco del funzionamento sociale, una tradizione anch’essa antica apparentemente fuori del canone maggiore, introdotta nel III secolo a.C. e nota come “legismo”. Si dovrà sviluppare la democrazia interna al PCC sempre però secondo l’interpretazione cinese del concetto di democrazia, interpretazione particolarmente oscura per noi occidentali. Rimaniamo stretti su questo argomento senza prendere in esame altre questioni sociali, economiche, militari, ambientali, di strategia e politica estera, pur presenti nella relazione di Xi Jinping. Questi punti sono coerenti e se sì come ci sembra, cosa dicono della visione che come alcuni hanno sottolineati arriva fino all’orizzonte degli eventi addirittura del 2049, un orizzonte temporale che a noi è precluso per principio visto che deleghiamo la dinamica del mondo a gli imperscrutabili funzionamenti magici del mercato che ci obbligano a rinunciare ad ogni pianificazione, progettualità, intenzionalità complessa, tanto c’è la provvidenziale “mano invisibile”?

Al di là delle semplificazioni di cappa e spada della narrazione occidentale che non vuole realmente comprendere ma solo giudicare, ci sembra che il cuore del governo e potere cinese sia preoccupato. La preoccupazione standard del potere cinese degli ultimi millenni (millenni non secoli o decenni) è sempre e soltanto una: il potenziale disordine. Il disordine è la malattia genetica per un sistema che oggi conta 1,4 miliardi di individui. Viepiù oggi dopo una lunga e tumultuosa cavalcata di crescita che è stata figlia anche di un necessario allentamento dei controlli e delle pianificazioni precise. Ancorpiù se si considera l’ambiente economico, finanziario e geopolitico del mondo a bassa crescita, multipolare, alle prese con i ritorni negativi della prima fase della globalizzazione anarchica che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Non solo il mondo che è il contesto da cui tutti dipendono ed in particolare i cinesi che debbono alimentare la propria espansione per ottenere stabilizzazione interna, è sempre più disordinato ma questo effetto della prima vera interconnessione di tutti con tutti, sta dando vita ad una serie di reazioni ulteriormente disordinanti. Dalla Brexit a Trump, dalla lenta e senile agonia europea al ritorno dei russi,  dal riarmo dei giapponesi alla pari situazione di difficile equilibrio indiano, dalla forte ma contraddittoria speranza africana alla sempre agitata convivenza tra le tribù mediorientali, per non parlare delle questioni ambientali, demografiche, culturali, tutto è in agitazione. E su tutta questa agitazione spontanea, quella indotta da coloro che rischiano di perdere le loro migliori condizioni di possibilità, ovvero gli USA. Di per sé, l’aumento degli attori e dei fattori della scena mondiale è di buon auspicio per i cinesi, se c’è mutamento, chi meglio della civiltà che si fonda su un antico libro che ha titolo “Classico dei mutamenti” (Yi Jing) può sentirsi a suo agio? Ma è altrettanto indubbio che in questo quadro aumenta la complessità e qui si pone il problema del rapporto tra complessità interna ad un universo di 1,4 mld di individui in marcia verso un futuro obbligato di crescita ma anche di potenziale aumento delle contraddizioni interne quindi disordine e la complessità esterna, competitiva, brusca, non sempre prevedibile e con molti soggetti interessati a creare ai cinesi più problemi di quanti essi non abbiano già di per sé al loro interno. Ecco allora i continui richiami all’unità nazionale, all’intolleranza immediata verso ogni autonomismo, al rapporto aperto ma controllato col mondo esterno, a non cadere vittime di trappole ideologiche che importando senza adattarli i concetti occidentali, creerebbero motivi di ulteriore contraddizione con la condizione cinese che ha diverso genotipo e fenotipo.

A governo e disciplina dei flussi tra questa ampolla esterna da cui la Cina dipende sempre più e quella interna che deve essere aggiustata ed alimentata ma non a qualsiasi prezzo, si pone la strozzatura del rinnovato ruolo del PCC e della sua dirigenza. Verranno tempi difficili, l’imperatore Segretario-Presidente deve poter rimanere simbolo longevo e continuativo per cui neanche si parla più di successione, lo si eleva a rango di padre nobile e saggio, si curerà sempre più la sua simbolizzazione a costo di reintrodurre una sorta di moderato e moderno culto della personalità. De resto, questa idea del mandato lungo, ha ampia tradizione dal lussemburghese Juncker al singaporiano Lee Hsie Loong, dal russo Putin alla tedesca Merkel e tendenzialmente anche il giapponese Shinzo Abe, non meno del turco Erdogan, delle dinastie americane e molti altri. Ma Xi è solo la punta dell’iceberg come lo sono poi anche tutti gli altri citati. E’ pigrizia e semplificazione della nostra filosofia politica pensare che sia mai davvero esistito il governo dell’Uno. In realtà ci sono certo diverse forme e percentuali di composizione del potere  ma anche Napoleone, Hitler, Stalin o la regina Elisabetta I, hanno agito sempre assieme, in nome e per conto di un sistema sottostante. E’ stato sempre a comunque un governo dei Pochi, bisogna vedere quanto “pochi”. Con la pubblicizzazione della lotta per bande di potere del variegato Deep state americano, abbiamo appena intravisto quanto sia complessa l’articolazione di un potere che, nel caso americano ma non più di ogni altro caso, è sempre di dimensioni ed articolazione direttamente proporzionale alla grandezza e complessità del sistema che deve governare. Ridurre questa articolata complessità -ad unum- è difetto storico del nostro impianto analitico oggi peggiorato del dominio della semplificazione giornalistica e mediatica.

C’è dunque un leader riconosciuto e c’è sempre una élite che a sua volta emerge da una sottostante struttura e questa linea articolata è la colonna vertebrale di una più ampia struttura che è il Partito comunista che è la colonna vertebrale di una più ampia struttura che è l’amministrazione pubblica cinese affiancata dall’area intellettuale, dall’ impresa privata e pubblica e dall’esercito, che sono le altre colonne vertebrali dell’intero corpo sociale dei 1,4 miliardi di cinesi. La Città proibita rappresentava in proporzione l’intero impero, il suo centro rappresentava in proporzione la Città, l’edificio centrale dove l’imperatore svolgeva i riti rappresentava in proporzione, il centro, la Città e l’impero tutto, come in un frattale[5].  L’imperatore celeste prendeva il mandato dal Cielo che era un concetto di ordine natural-religiosa, l’imperatore rosso prende il mandato dal Popolo che è un concetto di natura socio-storica. Ecco quindi che il “discorso del Congresso” ha detto  che il Popolo ha ancora molti bisogni quanti-qualitativi da soddisfare, continuando la lunga marcia per l’impervia strada della crescita interna ed esterna come presenza nel mondo, che la prima riduzione deve svolgere ancora meglio i suoi compiti ovvero che per l’impresa privata ci saranno obiettivi di fare ancora di più e meglio coordinando l’interesse individuale con quello collettivo, quello nazionale da coniugare con l’espansione globale (e con obiettivi specifici per l’impresa pubblica). Che gli intellettuali dovranno coniugare la difficile equazione tra modernità cinese, ispirazione socio-comunista e longeva tradizione detta “confuciana” ma da intendersi come canone e quindi di ben più ricca ed articolata tradizione. Che l’amministrazione pubblica verrà misurata sull’efficienza e la correttezza di servizio (corruzione, competenza, raccordo territoriale), mentre l’esercito dovrà portare avanti lo sviluppo qualitativo nelle difficili sfide soprattutto della marina e dell’elettronica, senza incidere troppo nel bilancio generale che ha molti fattori da riequilibrare.  Su tutti, i compiti del Partito che è la riduzione della riduzione, e che sarà chiamato a riprodurre al suo interno tutte queste istanze per governarle e coordinarle tramite la costruzione a gradoni che culmina con l’Assemblea, il nuovo Politburo e il confermato leader. Una concezione di partito che segue dappresso la tradizione leninista ma ovviamente con “caratteristiche cinesi”. Questa strategia vigerà a lungo e quindi non c’è motivo di pensare, in prospettiva, ad un cambio di leadership, poiché il leader è il garante del mandato e della strategia, questo richiamo al partito come riduzione strutturale delle altre strutture, tenterà di svolgere i difficili compiti di armonizzazione di tutte le forze che agitano e preoccupano le previsioni sul futuro cinese. Se ci riuscirà o meno, è un altro discorso.

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Se appare chiaro che il Partito è di ispirazione socio-comunista ma con caratteristiche cinesi dove queste ultime lo assimilano alla burocrazia imperiale confuciana, a molti occidentali anch’essi di ispirazione comunista, non sembra chiaro quanto questo richiamo ideale sia sincero e concreto o meramente formale. A costoro, per un più articolato e pertinente giudizio, forse mancano delle coordinate. Ad esempio la disponibilità a studiare la complessità dell’oggetto alieno Cina, quella contemporanea come quella dell’ultimo secolo che emerge da un sottostante plurisecolare a sua volta poggiato su un fondo addirittura millenario. Il comunismo cinese prese il potere nel 1949 dopo una lunga battaglia di liberazione nazionale, fu costretto dentro i limiti angusti di una condizione obiettivamente difficile sia per l’arretratezza interna, sia per l’inesperienza della sua classe dirigente aggravata da picchi di ideologia dogmatica, sia per la pressione limitante e condizionante di una congiuntura internazionale monopolizzata da occidentali e sovietici. Eppure, a differenza de sistema sovietico, sopravvisse e con Deng, facendo tesoro degli errori del periodo maoista, rilanciò una nuova fase molto  pragmatica-realista i cui risultati odierni non possono che confermarne il relativo successo. Certo si è trattato di una diluizione della perfezione ideale del canone ma compensata dalla sua esistente concretezza a dimensioni che, ricordiamolo, assommano ad una volta e mezzo l’intero sistema occidentale euro-anglosassone. Capita spesso di notare che i “materialisti storici” sembrano non tenere in debito conto gli aspetti del materialismo che loro, aristocratici hegeliani dell’Idea, chiamano “volgare”,  come la dimensione demografica, la collocazione geografica, la sostanza di cui sono fatti molti problemi concettualizzati da loro in una sorta di strutturalismo spesso più idealista che materialista. Appare dunque curiosa ma vera la situazione descritta a chiusura del suo pertinente “Il marxismo occidentale” da Domenico Losurdo, ovvero la persistente  “scomunica” che gli scolastici marxisti occidentali continuano a reiterare verso quelli orientali: “Tanto più che la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale ha promosso la fine non dello scomunicato ma del protagonista della scomunica”. Una Chiesa ieratica quella del marxismo occidentale per lo più accademico, saccente e rancorosa ma senza fedeli che, ormai fuori da ogni concreta realtà che non sia il culto ermeneutico e molto litigioso dei Sacri Testi, condanna una pratica articolata e complessa che sopravvive da qualche decennio a contatto con gente reale, problemi reali, risultati reali, mondo nella sua accezione più estesa (e quanto “estesa”!), reale. In tal senso può esser utile, oltre al segnalato Losurdo, la lettura del bel libro di Diego Angelo Bertozzi “Cina. Da sabbia informe a potenza globale” che ripercorre con competenza quest’ultimo secolo di storia del gigante asiatico e per quanto riguarda la realtà concreta cinese il sintetico riassunto dello stato del’arte espresso in numero-peso-misura (un codice materialistico che tende a sfuggire ai materialisti storici) nel paragrafo “Da dove si parte”, di questo articolo (qui).

Forse riportare il fatto cinese dentro la teoria marxista potrebbe aiutare a modificare questa, se non altro portandola a misurarsi non sempre e solo con l’esercizio esegetico ma anche con le contraddizioni tra teorie e fatti concreti, non più solo nell’ipertrofico quanto ormai poco utile esercizio critico ma anche in quello costruttivo e programmatico. Fatti di un mondo sempre più complesso, potrebbero suggerire qualche revisione ad una teoria nata centocinquanta anni fa nel triangolo Germania-Francia-Gran Bretagna, il particolare che continua a credersi universale, e potrebbero favorire quella riviviscenza di un marxismo occidentale o marxismo con caratteristiche complesse, di cui avremmo tutti un gran bisogno, marxisti e non.

Riferimenti bibliografici:

F.Jullien, Essere o vivere.  Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti. Feltrinelli, 2016

D.Losurdo, Il Marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere. Laterza, 2017. Il pezzo citato si trova praticamente alla fine del saggio a pg. 193.

A. Bertozzi, Cina. Da sabbia informe a potenza globale. Imprimatur, 2016

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[1] La Cina è grande poco meno dell’Europa ma la sua parte abitabile è meno della metà di quella nostra. In questo spazio che dunque è ben meno della metà di quello europeo, vive un popolazione quasi tre volte la nostra. Solo il 15% del suo territorio è arabile ma con questo che è solo il 7% del terreno arabile del mondo, sfama il 20% della popolazione mondiale. La storicamente sofisticata regolamentazione della vita associata cinese, deriva da questo convivenza in uno spazio ristretto.

[2] “Prestanome” è forse esagerato ma poiché in questi giorni ho letto sulla stampa occidentale non pochi articoli-inchieste su chi è Xi Jinping, il padre, la moglie, vizi e virtù, penso sia contro-bilanciante suggerire una lettura meno personale e più strutturale.

[3] http://www.chinafile.com/reporting-opinion/viewpoint/why-do-we-keep-writing-about-chinese-politics-if-we-know-more-we-do

[4] Il problema dell’insofferenza verso la dilagante corruzione, portò ad un altro trauma della storia antica cinese, la Rivolta dei turbanti gialli (184-205) con cui finì la dinastia Han, portando altresì ad una nuova fase di conflitto interno detto Periodo dei Tre Regni.

[5] L’espressione “scatole cinesi” riprende questa geometria con cui il minore controlla il maggiore.

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LA VISIONE DI PARAG KHANNA.

L’ultima fatica di Parag Khanna è questo libricino leggero ma denso di argomenti . Khanna sostiene con innocente leggerezza un modello politico che chiama demo-tecnocrazia, richiamandosi alla Repubblica di Platone, dove i Guardiani sarebbero squadre di tecnocrati strategico-amministrativi, i quali consultano con una certa frequenza il popolo-cliente, per sapere se questo è contento dell’amministrazione e di cosa altro ha bisogno. Il modello è una fusione concettuale tra Singapore e Svizzera.

Ne parlo, sia perché Khanna “piace alla gente che piace” e leggendo quello che ha da dire si prende nota delle prossime tendenze e mode concettuali nel globalismo, sia perché il nostro è comunque indiano, è cresciuto nel Golfo, poi in America, risiede a Singapore oltre a partecipare a numerosi think tank americo-britannici mondialisti[1], sia per un altro motivo. Khanna infatti assume come scenario la complessità del mondo ed ha molte informazioni che sceglie ed elabora poi a modo suo ma comunque applica il ragionamento a cose e problemi che esistono nel mondo reale e non a cose che s’inventa alla tastiera raccontandoci un mondo che è solo nella sua testa.  Khanna quindi, a suo modo, si occupa pragmaticamente di complessità del mondo il che è meritorio e propone soluzioni e queste soluzioni, che ovviamente sono in favore della prorogabilità, adattabilità, salute del Sistema, le trova in un originale miscuglio di una certa occidentalità con una certa orientalità. Non già il dominio di un modo-mondo sull’altro ma un sincretismo e per certi versi, il sincretismo è forse l’unica via possibile per sintesi in un mondo multipolare, anche se bisogna poi vedere come lo si confeziona. Se c’è un autore che possiamo definire geneticamente globalista dal punto di vista culturale, questi è proprio il giovanotto di 40 anni che vive su gli aerei e rimbalza da un hot spot ad un altro, incontrando élite di vario tipo, collezionando fatti ed esperienze, idee e modi di fare le cose, restituendoci poi la sua sintesi.

Il libro si intitolava “Technocracy in America” ma l’editore italiano (Fazi) lo ha cambiato spostando l’asse sul “ritorno delle città-Stato” un “piccolo è meglio”, che nasce automatico dal generatore di dicotomie che alberga nelle nostre menti.  Laddove il gigantismo americo-cinese-indiano, sembra imperare, in tempi di megafauna, nasce spontanea la lode per la microfauna che gli è complementare. Invero, Khanna si premura di non esser preso per l’ennesimo modellista di letti di Procuste, premettendo che non esiste un modello standard valido per tutti. Ma salvata l’eccezione, poi è in pratica quello che fa: cantare le lodi del nodo di una rete fortemente interconnessa, una applicazione della Teoria delle reti che oggi va molto forte. Ai tempi dei mulini e degli orologi i sistemi ideali erano meccanismi, al tempo del carbone e del vapore tutti i sistemi dovevano somigliare a fabbriche e locomotive, ai tempi di Internet il sistema è una rete di nodi interconnessi. Il nodo ideale è la città-Stato, piccola, agile, non soffocata dalla burocrazia, vibrante alle frequenze delle onde gravitazionali della dinamica complessa del mondo intero, ormai interconnesso in un unico sistema.

La faccenda del titolo però dobbiamo indagarla meglio perché in effetti il libricino è spaccato in due. La prima parte dà conto del titolo italiano e concettualmente presenta e promuove un nuovo modello politico basato sull’asse tecnocrazia – democrazia (l’ordine gerarchico dei due concetti è esattamente questo, quindi è un modello top-down) ovvero Singapore – Svizzera dove la Svizzera non è una città-Stato ma una cosa a metà tra la confederazione e la federazione di entità locali assimilabili alle città-Stato. La seconda parte del libro però, è dichiaratamente rivolta a gli americani di cui Khanna critica con una certa puntigliosità il sistema politico-amministrativo, invitandoli a guardare al modello singaporiano ma anche cinese (con espliciti riferimenti a gli aspetti di governance del Partito comunista cinese), per trarne nuovi insegnamenti. A questo, aggiunge l’interconnettività tanto da qualificare il suo modello tecno-democratico come un “info-State”, un “Google-Sate powered by Big data”. Poiché gira voce che Zuckerberg potrebbe avere intenzione di scendere in politica, si potrebbe ipotizzare che il libricino di un Autore che normalmente viaggia sulle 500 pagine (mentre qui si contiene a livello di pamphlet), sia un possibile pre-manifesto di una ipotesi politica che vorrebbe scalare il potere americano la cui crisi ontologica è manifesta e chiara a tutti. Vediamo meglio di cosa si tratta.

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Racconteremo e commenteremo il libro al contrario, partendo dalla fine e risalendo i capitoli, una ingegneria inversa del discorso. Il succo è questo “Una tecnocrazia diretta è il modello migliore per la governante del XXI secolo, laddove combina un esecutivo a presidenza collettiva e un parlamento multipartitico di tipo svizzero con l’amministrazione pubblica di Singapore, guidata dall’utilitarismo e dall’analisi dei dati. Un blend di democrazia e tecnocrazia, in altre parole, assistito dalla tecnologia”. Mi scuso con i lettori e lettrici ma non citerò le pagine, lavoro su una edizione e-book e preferisco seguire il flusso del discorso che merita un approccio olistico. Questo succo è premesso da una constatazione brutale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”.

Attenzione perché questa premessa è fondamentale e condivisa da chi scrive. Poiché ci occupiamo anche noi di complessità sebbene in modo diverso e diversissimo esito normativo, la constatazione del fatto che siamo capitati in una epoca storica eccezionale e assolutamente discontinua è comune. Tale eccezionalità, chiama ad un approccio realista e quindi la mia critica a Khanna non sarà sul terreno tanto facile quanto inutile dell’ideologia ma della pragmatica, condivido l’appello forte alla pragmatica (che tanto include l’ideologia in background) di Khanna anche se abbiamo due pragmatiche diverse. Altresì, opporre a Khanna l’iperglicemica sequenza di buone intenzioni, sentimenti, etiche perfette che ci fanno sentire buoni e giusti, lascia il tempo che trova. Il gioco sarà duro e per giocare occorrerà concretezza, le chiacchiere stanno a zero. Il “successo” secondo Khanna, io direi piuttosto il raggiunto adattamento, si misurerà in termini di “capacità di gestire la complessità”[2]. Nei prossimi trenta anni, avremo forse 250 Stati, per 10 miliardi persone con tutti che producono, commerciano, estraggono materie, vivono più a lungo, mangiano, bevono ed usano acqua per vari scopi, usano energie fossili, sognano una vita migliore in un pianeta i cui limiti oggettivi non sappiamo se coincideranno con le nostre aspettative o forse lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo. Sarà un mondo con economie capitaliste o semi-socialiste, globalizzate o inter-nazionalizzate, laico o religioso, democratico o oligarchico, competitivo e cooperativo, questo lo vedremo, ma in ogni caso, sarà un mondo complesso e né noi, né le forme di nostra vita associata ,siamo culturalmente idonei a vivere in questo contesto, quindi è il caso di darci tutti una bella svegliata e di capire bene in che epoca siamo capitati.

Khanna racconta che nel suo essere impollinatore di idee global-competitive, non c’è élite di stati emergenti o desiderosi di esserlo, che non gli invii o presenti il suo Vision …  (e qui si va da piani decennali a trentennali se non più). A dire che fuori del mondo occidentale, il tema del giorno è “il futuro”[3]. Futuro su cui si cerca di fare piani e strategie poiché il futuro tutto è tranne che garantito. Gente giovane, con aspettative, che vuole crescere (in tanti sensi), vuole costruire. Questo è un atteggiamento comune a tutto l’asse afro-asiatico che nel 2050 sarà l’80% della popolazione mondiale. A parte gente “strana” come Attali, i vari Bilderberg o quelli di Davos, conoscete qualcuno in Occidente che si spreme le meningi per capire come rispondere al “che fare?” per i prossimi trenta anni in senso ampio e strutturale? Se la risposta è no, allora dovete cominciare a preoccuparvi seriamente perché non è affatto detto che le idee del singaporiano Lee Hsien Loong o del giovane principe saudita Muhammad bin Salman, vi piaceranno di più di quelle di Zuckerberg o Macron.

Il programma di Khanna rivolto a gli States (ma molte cose valgono in senso Occidente allargato) è dunque quello di saltare a piè pari l’intermediazione politica divenuta disfunzionale, sottraendo l’amministrazione ai mestieranti corrotti ed incapaci secondo uno schema che ha sia la sua versione populista (tipo Trump) sia la sua versione di una tecnocrazia orientata da continui sondaggi d’opinione e quasi partecipazione dal basso. Il futuro “casaleggiano” di Khanna vede il trasferimento integrale della consultazione basso-alto su Internet, con la California primo info-Stato in USA. E vede la devoluzione progressiva da un centro immobile, ostaggio di interessi di minoranze egoiste ad un locale in cui ci sono solo domande problematiche (democrazia) e risposte adeguate (tecnocrazia). Vabbe’ “adeguate” a cosa non si sa bene ma ne riparliamo più avanti. La tecnocrazia è in grado di misurare gli obiettivi e dar conto della loro raggiungibilità, un recupero del codice che fondò il moderno nell’Inghilterra del XVII secolo, il -numero-peso-misura- o come dice Bloomberg “Quello che non sai misurare non sai governare”. “Conoscere” quindi è diventato manipolare Big data. Di contro, dallo spirito della comunità di Rousseau al municipalismo di Tocqueville, dall’Atene di Clistene e Pericle al demo-anarchismo di Murray Bookchin, che la vera democrazia richieda relazioni di prossimità e che sulle distanze della rappresentanza dalle lunghe deleghe il contenuto perda progressivamente senso e significato, è un fatto.  La dimensione locale potrà poi ben coordinarsi con una supertecnocrazia centrale com’è nel modello cinese, dice il nostro.

Il pragmatismo di Khanna fa vittime illustri. Il nostro sembra sorridere divertito ed  ironico davanti alla nozione-dogma del lassaiz-faire.  Ma quale lassaiz-faire, idea del XVIII secolo da rottamare in fretta scrollandosi dal torpore ideologico! Il futuro sarà in un ibrido tra privato, cooperativo e statale, sussidi e protezione pubblica per aziende di “interesse nazionale”, fondi sovrani, manipolazione intenzionale  della valuta (qui alla Merkel -che pare abbia incontrato più volte l’indiano- sarà venuto uno stranguglione), agenzie nazionali di credito all’export, attiva diplomazia politica commerciale, aperture e chiusure selettive e sempre revocabili secondo il bene del proprio sistema. Piani deca-ventennali gestiti con flessibilità e decisione, con misurazione dei risultati ed anche brusche correzioni di rotta, attivando tutte le leve possibili ed immaginabili. Siamo nel pieno della cultura giapponese, coreana, cinese di cui Singapore è solo il crocevia frattale. L’unico parametro sarà rispondere alla domanda: funziona? Ed il funziona, sarà sia misurabile oggettivamente, sia rilevabile soggettivamente dai like che la popolazione darà come giudice sovrano. Certo Khanna, mischia il modello Repubblica di Venezia ed Hansa baltica con la Repubblica popolare cinese che è una cosina un po’ differente ma teniamoci olisti e seguiamo con beneficio del “all’in circa”, lo spirito del suo argomentare, non stiamo commentando il “nuovo Hobbes” ma un giovane consulente-sforna-best seller che salta un po’ di qua ed un po’ di là con però molte informazioni ed una certa fresca propensione visionaria.

Se questa è la soluzione, qual è il problema americano e per esteso occidentale? La percentuale di voto democratico in Occidente è crollata dall’85% del 1970 ad una media del 60% del 2014, perché? Per gli USA (e non solo) il problema è che c’è stata una degenerazione verso una politica senza democrazia, verso il “liberismo non democratico”, una oligarchia governata da una élite corrotta, avida, autoriferita, egoista ed anche un po’ stupida[4]. Una finanzocrazia (wow! echi di Gallino dove non ti saresti mai aspettato!). Un Congresso fatto di businessmen miliardari, che prima e dopo l’incarico erano e tornano ad essere lobbisti, ostaggio di un Deep state[5] in mano ai ciechi egoismi della finanza e del complesso militar-industriale. Un continuo gerrymandering ovvero l’arte di manipolare i distretti elettorali (eredità antica dei rotten borroughs inglesi) che portano alla dittatura della minoranza. Perché allora non ripristinare l’obbligatorietà del voto? Magari ci facciamo una app e così colleghiamo strutturalmente governanti e governati. Una tecnocrazia diretta a base di Big data questi errori non li farebbe, i dati diranno qual è la politica migliore (?), la democrazia info-connessa-istantanea dirà se va bene o no, se e come modificarla alla bisogna, popolo ed esecutori preparati, chi altro serve? Quello che ci vuole è una “tavola rotonda” di sette-otto tecnocrati multidisciplinari, una presidenza collettiva, ma pur sempre dotati di specifiche competenze che lavorano per fare strategie complesse, cioè integrate. Accanto, gruppi di esperti tematici che però non incarnano una sola visione ma tutte le possibili visioni ovvero “team di rivali” sul modello svizzero, incontri frequenti con la “gente”, audit del popolo e tanta connessione permanente anche qui sul modello del referendum continuo à la Svizzera. E perché cambiare sempre tutto e tutti e non affidarsi anche all’expertise almeno consultivo di chi ha già governato, consigli dei saggi sul modello singaporiano? E’ questa anche “circa” la struttura del Partito comunista cinese, sette membri al vertice, Politburo di 25, Comitato centrale di 350, scuola confuciana di partito di un anno ogni cinque di governo per ogni funzionario pubblico e continui re-invii al “lavoro di provincia” per i più tardi. Altro che fine della storia che avrebbe distrutto con democrazia liberale ed Internet l’autoritarismo cinese, è avvenuto l’esatto contrario, la Cina ha oggi ben più legittimità e successo del triste spettacolo della Sodoma e Gomorra di Washington! La Conferenza consultiva del popolo e la piattaforma intranet interna al Partito comunista cinese, funzionano ben meglio della medio-crazia finanziarizzata americana a senso unico.  Khanna sarà anche un confezionatore di best seller ma nell’invitare  gli americani ad invidiare il modello del PCC, ci mette anche un po’ di coraggio, riconosciamoglielo. Infine, altro che mandati brevi, una strategia a meno di dieci anni non potrà mai esser tale e certe volte meglio una non perfetta strategia che una non strategia. Alla fine, il vertice assoluto, il Xin Jinping o il singaporiano Lee Hsien Loong[6] della situazione, sarebbe non un grande semplificatore come Trump o il temuto “cattivo imperatore” ma un direttore di grande orchestra, un gestore di complessità delegata.

Perché gli americani si ostinano ad avere due soli partiti? Come possono rappresentare l’articolata dialettica della società riducendo la complessità a due polarità che mediando mediazioni alla fine non sanno di niente e per altro tendono a coincidere? Nella classifica a multi-indicatori della salute democratica occidentale, tutti i ventiquattro paesi che sopravanzano gli USA hanno sistemi multipartitici con esecutivi espressi dal parlamento e sono pure demograficamente e socialmente più piccoli e meno complessi. Oltretutto gli altri occiddentali si fermano a far campagna per le elezioni solo per due-tre mesi e non per due anni come negli USA. Oltretutto hanno partiti grandi ma anche piccoli, che possono finanziariamente esistere anche senza le tonnellate di miliardi che obbligano i due contenitori americani ad essere ostaggio della finanzocrazia. Vengono in mente tutti gli esperti nostrani che hanno provato ad ammannirci le magnifiche progressive sorti del bipolarismo in nome della governabilità che però non tenevano conto del fatto che i tempi che chiamano cambiamento, richiedono altresì articolazione. Perché poi avere senatori se ci sono già i governatori, cos’altro serve oltre a rappresentanti locali a contatto con l’elettorato che hanno esperienza amministrativa e di governo pragmatico e concreto invece che essere avvocati o manager o dentisti e commercialisti dalle dubbie competenze pubbliche? E poi, ancora col Secondo emendamento (possesso privato di armi) che è del 1791, suvvia! Meglio la Wiki-Costituzione tipo Islanda, la Carta va scritta da tutti e deve essere flessibile al cambio dei tempi.  La verità, dice il nostro, è che l’impianto legislativo americano è vecchio, polveroso, desueto, più simile ai fasti della burocrazia sovietica che della modernità complessa, agile e flessibile. Assimilarli all’URSS e consigliarli le virtù confuciane dei comunisti cinesi, l’indiano va giù duro. La classe politica americana non segue le procedure di selezione dal basso con continui esami confuciani come nella burocrazia cinese, salta subito al posto di comando (comprandosi il seggio) non sapendo di nulla di ciò di cui si dovrà occupare. Meglio allora pagare a dovere chi esercita la funzione pubblica (la “casta” non è nel costo ma nell’inefficienza), pretendendo però pari prestazione professionale. Competenza, meritocrrazia, utilità, le tre coordinate del difficile compito politico sono sistematicamente evase, come le tasse. Insomma una chiara accusa di inefficienza complessiva, assenza di merito, etica pubblica del tutto assente, interesse personale strabordante, un disastro.

La formula finale è “meritocrazia democratica verticale”[7], info-Stato e tecnocrazia, etica dell’utilitarismo benthamiano originario (il maggior benessere per il maggior numero, non per il minor numero com’è poi degenerato). Basta con gli obbrobri come le politiche d’austerità ed il bail-out di Wall Street, se i sistemi collassano vuol dire che sono male impostati e vanno lasciati fallire (Hayek),  che nascano mille piani di finanziamento diretto alla classe media sul modello CFPB della ultra-democratica Elisabeth Warren. Khanna ne ha per tutti!

Il tutto si fonda sul triplice modello empirico di Svizzera – Singapore – ed in parte Cina (ma anche balto-scandinavi), prime due in cima a tutte le classifiche su gli indicatori delle istituzioni global-capitaliste, salute, ricchezza, bassa corruzione, alto tasso di occupazione, istruzione, Pil, alti investimenti statali nella formula magica: ricerca, sviluppo ed innovazione. Città-Stato o distretti interconnessi, federalismo spinto per i più grossi, protezione verso i moderni virus degli attacchi migratori, contagi finanziari, hacker e terroristi, società aperte ma pragmaticamente non spalancate, dedite al mercato ma non passive rispetto alle del tutto presunte qualità mistiche della mano invisibile,welfare e previsione delle future difficoltà, casa, lavoro stabile (magari con applicazioni che cambiano ma senza vuoti paurosi di inoccupazione), protezione della prossima vecchiaia di massa. Tecnologia per tutti, pragmatici tecnocrati elettivi e problem solver su obiettivi dichiarati e monitorati, decision making attraverso processi consultivi allargati, educazione civica di massa, referendum continui, sanità pubblica ma efficiente (se costa meno ed è parimenti sociale perché non anche privata?), piani di risparmio obbligatori per la vecchiaia sempre più lunga, scenaristi, pianificatori, capacità di autocorrezione, politiche della “felicità” (?), formazione continua, multi allineamento multipolare (!), governance d’impresa miste sul modello tedesco, controllo del short-termismo finanziario che uccide innovazione e sviluppo strategico (e quindi potenziamento di finanza pubblica che fornisca i cosiddetti “capitali pazienti”[8]), infrastrutture, lotta alla burocrazia e naturalmente tanta e tanta attenzione ecologica e piena sostenibilità.

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Che dire? Be’ la critica puntuale e precisa di ogni singolo punto non la farò. Sarebbe inutile data l’intelligenza dei miei lettori e lettrici che saranno ben in grado di notare incongruenze, contraddizioni, imprecisioni, aporie, financo distorsioni dei famosi “dati” che dimostrano una volta di più che questi non sono neutri. Diamo per fatta la tiritera su questo nuovo sogno dispotico e distopico che sono i due giudizi critici che vanno per la maggiore nelle critiche che ho letto. Mi dedicherò invece ad un critica positiva, diciamo “costruttiva” anche perché ultimamente sto diventando idiosincratico alla retorica del criticismo radicale del capitalismo e delle sue multiforme pezze ideologiche di accompagno. Non perché non le condivida -in linea di massima- ma perché ne avverto con dolore l’assoluta inutilità visto che lavorano incessantemente da centocinquant’anni senza aver portato il benché minimo risultato di reazione ed anzi costruendo la percezione di un Leviatano invincibile, un iper-sistema (ultimamente gli aggettivi superlativi stanno finendo e dopo “ultra”, “assoluto”, “mega” non si sa più cosa inventare) troppo forte, troppo intelligente e cinico, pervasivo e governamentale, panoptico e subliminale, ortopedico e biopoliticamente decerebrante che è così perfetto che ti credo che non si riesca poi a fare nulla per modificarne le traiettorie. Mi sa che troppa critica ci deprime e l’attenzione microfisica alle giunture fini del sistema non porta altro alla sua percezione critica che passività da impotenza. Rifugiarsi in questo affollato“luogo comune” (ormai quando leggo “neo-liberismo” nel titolo di un articolo o saggio, salto a piè pari) invece che prendere di petto il “che fare?” mi porta a quella XIa Tesi su Feuerbach che ci stiamo dimenticando di onorare, ormai da decenni.

Come detto, anch’io, nel mio piccolo, mi occupo di complessità ma per me, la complessità è ciò che risulta da sistemi in interrelazione tra loro dentro un certo contesto-ambiente. La mia è quindi un’ottica (o a volerla fare colta, una ontologia) sistemica. Il punto alla base del discorso di Khanna è che i sistemi istituzionali di cui pure apprezzo l’importanza nell’analisi, non spiegano tutto il successo di A o B[9]. Voglio dire che se Singapore  fosse posizionata nei Caraibi, a dispetto delle convinzioni di Khanna che ritiene superata la geografia e la sua versione dinamica che è la storia, forse produrrebbe musica e cocktail ma non sarebbe il successo che Khanna esalta. Per altro, linko questo articolo di un connazionale che lì insegna filosofia in una di queste famose scuole d’eccellenza per dare luce da una altro punto di vista visto che quella di Khanna è un po’ troppo monodimensionale[10]. Quindi, se tutta l’Asia si mette in moto nel dopoguerra e Singapore funge da porto franco e centro avanzato degli affari oltretutto extraterritoriale e quindi “neutro” rispetto a gli egoismi e le gelosie tra le nazioni dell’area, non è che tutto il presunto successo di Singapore possa esser ricondotto alla sua cultura nepotista illuminata, tecnocratica, affaristica, statalista, simil-socialista, che però ogni-tanto-ascolta-il-popolo. Così per la Svizzera dove l’ indiano dice che si insegna “cultura finanziaria” addirittura alle medie, non si può evitare di richiamare il suo territorio, la sua collocazione centrale europea (non è incastonata tra Congo, Ruanda e Burundi per dire) ed ha una densità di istituzioni bancarie e finanziarie figlia di precise scelte del porsi come centro banco-finanziario (oltretutto a lungo nella lista nera dei paradisi fiscali), non alla portata di tutti. Inoltre, va detto che Singapore e la Svizzera, esistono e prosperano sul loro vantaggio comparato proprio perché è unico, ossia non possono essere un “modello” perché se tutti facessero come loro, il loro modo non sarebbe più un vantaggio ma uno standard. Di base, la crisi del Politico e della democrazia in Occidente è figlia di molti genitori, inclusa la sostanziale mancanza di definizione, conoscenza precisa, ambizione teorica rispetto al concetto. Né Internet, né i like ai tecnici, né la capacità gestionale pragmatica (che comunque è utile e da non sottovalutare), ci daranno quello di cui abbiamo bisogno.  Parafrasando Latour “noi non siamo mai stati democratici”. Non è democrazia il sistema rappresentativo, non è democratico l’impianto teorico del marxismo, non sono democratiche le élite intellettuali critiche (basta vedere come si esprimono). Guardiamo sempre in alto, alle forme istituzionali, alla presa del potere, alle procedure quando invece dovremmo guardare in basso, alla presenza di informazione, conoscenza, capacità di analisi, capacità discorsive, logiche ben salde, tempo per discutere ed apprendere presso gli individui che dovrebbero auto-governarsi.

Tuttavia, come abbiamo detto in precedenza, in ottica olistica, il manifesto tecno-democratico di Khanna se non nelle soluzioni, almeno forse nell’elencazione dei problemi, qualche spunto utile lo dà. Che la democrazia occidentale sia in profonda crisi e che questa non dipenda tutta e solo dalla globalizzazione neoliberista mi pare da considerare. Tutti quanti abbiamo una classe dirigente, per lo più, disastrosa che per altro riflette con precisione la disastrosità mediamente intesa e diffusa del nostro stato medio culturale[11]. Vale per la politica ma non è che l’industria, l’informazione e la cultura vadano poi molto meglio. Altresì, non è che i nostri sistemi economici scoppino di salute, neanche quelli che la moneta sovrana se la sono tenuta e non si sono auto-flagellati con il delirio dell’austerità. Ed ancora, tra afflati unionisti privi di senso, ritorni alla nazione la cui sovranità è ridotta alla moneta in pieno riduzionismo monetarista ed addirittura sciame sismico delle secessioni, non è che le idee sulle nostre forme di vita associata siano limpide e chiare. Così il deserto ideologico tra un neo-liberismo che Khanna ha gioco facile di prendere in giro, lui che parla a nome del capitalismo pragmatico del futuro che se ne sbatte delle coerenze liturgiche ed il non si sa cosa di frammenti di keynesismo con slanci di egalitarismo e difficile ripristino di una democrazia stancata da populismi grezzi ed ignoranza popolare assai diffusa, con qualche soprassalto nel leggere o far finta di leggere Slavoj Zizek che ti dà la sensazione del fremito ribellista che però poi non porta da nessuna parte.  Così per gli incipienti drammi della disoccupazione tecnologica, del collasso ambientale, la degradazione dell’intelletto, la dittatura di specialismi e tecnicismi, la china demografica con invecchiamento di massa, il problema africano che non è tutto contenibile in un gommone in cui discutiamo di razzismo ed accoglienza, l’islam e l’infuriante battaglia per l’Ordine Mondiale Multipolare. Problemi tanti e forze ed idee per affrontali pochine, energia sociale ancora meno per affrontare non come ha notato di recente la Klein[12] una serie di crisi interconnesse ma una unica, ontologica crisi: il modo occidentale di stare la mondo.

A farla semplice, c’è un mondo che si è affacciato al capitalismo, alla crescita e sviluppo ed al progresso materiale da pochi decenni ed ha quindi molto spazio davanti a sé e c’è un mondo che quella strada l’ha percorsa già da un secolo e mezzo ed incontra progressivi limiti di ulteriore spazio per procedere. Non si tratta di modelli ma di condizioni di possibilità. Viepiù ora che gli “altri” usati in precedenza come periferia da cui attingere energie, materia prime, mano d’opera e mercati su cui scaricare gli eccessi produttivi, hanno deciso di mettersi in proprio e competono. Chi ha molto da perdere e poco da guadagnare vs chi ha molto da guadagnare e poco da perdere. Il favore di scenario dei secondi verso i primi non giustifica alcuna proposta di ricetta salvifica da imitare. Così come non era vero che fosse la democrazia liberale a dar conto del successo occidentale, non è vero che il dispotismo benevolo tecnicizzato dà conto delle performance dei nuovi arrivati. Purtroppo però, sarà inevitabile che qualcuno qui da noi prenderà qualche parte della ricetta di Khanna (non magari l’obbligatorietà del voto, il ruolo del pubblico nell’economia, il finanziamento diretto delle classi medio-basse) per dirci che effettivamente le élite debbono poter governare per decenni senza essere votate, che i tecnici sono meglio dei politici, che la democrazia la trasferiamo armi e bagagli su facebook, che occorrono scuole più tecniche a quiz e punteggi e che con i Big data a cui dobbiamo tutti cedere la nostra privacy, il mondo sarà migliore. Si prenderà il modello e per altro senza l’etica confuciana che l’accompagna e così il frittatone sarà servito.

Chiuderei riprendendo l’avviso iniziale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”. Forse ci converrebbe far delle nostra intelligenza collettiva un think tank informale che cominci a redigere una nostra Vision 2050. Il futuro per noi è stretto, senza una strategia che medi i nostri valori con la realtà delle condizioni di possibilità, sarà tragico.

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Parag_Khanna

[2] Il “collasso da complessità” è un classico per la spiegazione dei crolli di civiltà da Tainter a Diamond.

[3] Tra l’altro, non tutti gli asiatici pensano al futuro come Khanna, ma comunque si pongono il problema: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/chandran-nair-geopolitica-stati-disagiati/

[4] Esiste un avviato dibattito in America sulla questione. Da Yascha Mounk che si occupa di Political Theory a Lawrence Lessing che si occupa di Legge, entrambi ad Harvard, al classico e pluricitato studio di M. Gilens di Princeton e B. Page della Northwestern University (https://www.cambridge.org/core/journals/perspectives-on-politics/article/testing-theories-of-american-politics-elites-interest-groups-and-average-citizens/62327F513959D0A304D4893B382B992B) di cui qui parla il New Yorker https://www.newyorker.com/news/john-cassidy/is-america-an-oligarchy

[5] Mike Lofgren, The Deep State,Penguin Books, 2016

[6] https://www.internazionale.it/notizie/gabriele-battaglia/2017/08/10/viaggio-singapore-cartacce-sfruttamento-lavoro

[7] La definizione è di Daniel Bell, The China Model. Political Meritocracy and the Limits of Democracy, Princeton University Press 2016

[8] M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014

[9] E’ d’obbligo il riferimento al recente classico di D. Acemoglu – J.A.Robinson, Perché le nazioni falliscono?, il Saggiatore, Milano, 2013

[10] http://megachip.globalist.it/cervelli-in-fuga/articolo/2012613/il-futuro-della-nostra-scuola-come-a-singapore-un-momento-parliamone.html

[11]http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/01/25/news/il_trionfo_della_mediocrazia_spiegato_dal_filosofo_canadese_alain_deneault-156837500/

[12] https://ilmanifesto.it/la-sinistra-deve-fare-una-vera-rivoluzione-morale/

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LO SPAZIO DEL POLITICO NEL MONDO MULTIPOLARE. Nuovi Stati, secessioni, sovranità.

Politico, com’è noto, si riferisce alle questioni relative alla comunità o società che nell’Antica Grecia si chiamava polis e che oggi si chiama Stato. Non ha cambiato solo il nome, la polis greca era una città (o al più un’isola), la più grande e famosa, Atene, contava al suo massimo forse 130.000 abitanti ma non tutti erano soggetti politici di diritto. Oggi, uno Stato medio,  secondo una brutale operazione che divide la popolazione terrestre per i poco più di 200 stati accreditati, conta poco più di 35 milioni di abitanti. Chiaramente, se la dimensione di Atene sosteneva ancora il concetto di comunità, lo Stato moderno contemporaneo verte sul concetto di società che, a sua volta, può basarsi o meno su una rete di comunità. Queste, possono  a volte coincidere con etnie che i greci ritenevano una istituzione barbara, una istituzione imposta perché subita alla nascita[1].

Lo spazio del politico nel mondo, sembra attraversato da due correnti potenti. Da una parte, la popolazione mondiale è cresciuta di due volte dal 1950 e fra trenta anni, ad un secolo dalla data posta, risulterà cresciuta di tre volte. Fatte le debite proporzioni, per dare una approssimata idea della vistosità del fenomeno, è come se l’Italia, nel prossimo secolo, diventasse una nazione di 240 milioni di persone dai 60 che ne conta oggi. Dall’altra, sempre usando il 1950 come termine di riferimento, il numero di Stati -ad oggi- è quadruplicato. Quest’ultimo dato contrasta con l’immagine del mondo rispetto alla quale organizziamo le nostre ricognizioni di pensiero. Impegnati a dibattere e profetare la fine dello Stato, il neo-liberismo globalizzante, il sogno-incubo di un Governo Mondiale, noi stessi alle prese con la nebulosa formazione di una entità europea sovranazionale come l’UE, ci siamo convinti che lo Stato non ha futuro il che è ben strano visto che se ne sono prodotti quasi centocinquanta solo negli ultimi settanta anni. A voler arrischiare una ipotesi correlativa, sembrerebbe che all’aumento della popolazione corrisponda una geometrica produzione di nuovi stati. A voler seguire questa strada ipotetica  da rivedere data la natura complessa e non lineare di questo tipo di fenomeni, la proporzione ci porterebbe ad immaginare al 2050, un mondo di 10 miliardi di persone, porzionato in poco più di 270 stati. Ma quali fattori agirebbero in favore o contro questa ipotesi a prescindere da l’impossibile predizione delle esatte quantità? Gli Stati, aumenteranno o si addenseranno diminuendo in senso complessivo?

A favore di un ipotetico trend accrescitivo, si possono segnare quattro forze.

La prima è proprio la frizione tra comunità e società. La crescita della popolazione che nel prossimo futuro riguarderà soprattutto in parte l’Asia ed in maggior parte l’Africa, può esser letta come crescita della società in quanto crescono le comunità ma laddove la società data si basa su uno statuto storico precario poiché tale s’è definita solo in tempi relativamente recenti e su basi aleatorie (dove cioè non c’è un forte concetto di Nazione), in realtà quello che crescerà saranno le popolazioni delle comunità. C’è anche la possibilità che queste società, ad esempio nel caso di presenza di minoranze musulmane, abbiamo una natalità asimmetrica generando fenomeni di riequilibrio delle varie demografie etniche come è vistosamente accaduto in Libano. Laddove le comunità giungeranno a dimensioni tali da potersi pensare “Nazione” la rivendicazione di un potere politico autonomo (uno Stato), potrebbe conseguire[2]. Tale rivendicazione potrebbe basarsi su effettive ancestrali tradizioni o su “tradizioni inventate” come le definì in un celebre studio Hobsbawm[3]. Spesso il confine tra effettiva tradizione e tradizione inventata, è sfumato e storicamente difficile da sostenere o escludere del tutto[4]. Né il diritto internazionale fornisce alcun certo riferimento quando si parla di fenomeni storici in quanto questi vengono prima di quello.

La seconda ragione a supporto di un incremento della formazioni statali potrebbe provenire dalla fascia afro-asiatica in cui, contemporaneamente, più forte sarà l’incremento demografico e meno forte è la consistenza statale. In questa fascia, gli Stati sono sovranità per lo più di matrice post bellica (dato che segnala anche il fatto che il concetto di “Stato” è stato importato e non fa parte della cultura politica autoctona) e prima vi erano regni sfocati o la tradizione islamica di imperi la cui consistenza diminuiva in rapporto alla distanza dal centro. Queste entità neo-statali sono spesso la formalizzazione di precedenti Stati coloniali o regioni amministrative disegnate dai francesi e dagli inglesi seguendo il proprio unilaterale interesse economico e geopolitico, senza cioè attinenza con la geo-storia specifica e sulla scorta della demografia primo-novecentesca. In Africa, ad esempio, abbiamo un territorio che è tre volte l’Europa (sebbene con una significativa parte desertica) ma ha -più o meno- lo stesso numero di entità statali. Da qui a trenta anni, la popolazione africana sarà tre volte quella europea. Poiché ci sarà sempre più gente, c’è spazio, non c’è tradizione del concetto di Stato, la partizione naturale è clanico/tribale, partizione particolarmente refrattaria ad accettare che un clan/tribù abbia potere su tutti gli altri, la previsione di un incremento di entità nella geografia politica di questa fascia è conseguente. Su questo ed estendendo il discorso alla fascia asiatica non cinese, s’innesta il problema musulmano. “Muslim” significa sottomesso, sottomesso a Dio, perché un muslim dovrebbe esser sottomesso ad uno Stato oltretutto non avendo mai lui avuto alcuna parte nella definizione né del concetto, né della sua applicazione al suo territorio e dal momento che la religione islamica sembra vietare alcun ente intermedio tra la comunità dei credenti (Umma) e Dio tanto da non avere neanche una Chiesa? Come agiranno queste due forze, tribalismo e islam (tra loro in non contraddizione), nel futuro di un’area che già sappiamo avrà la più grande percentuale del futuro aumento della popolazione? Questi “popoli” sono stati ammassati con vecchi nemici o innaturalmente divisi nella geografia politica post coloniale in vari Stati, Stati che, di loro natura, tendono alla reciproca competizione, quindi alla rottura del senso di comunità dei musulmani. La natura clanico-tribale, complementare alla centralizzazione imperiale, diventa focolaio di conflitto nel caso dello Stato e ciò sebbene una qualche recente tradizione statuale è pur presente per quanto difesa solo dalle élite assurte a tale ruolo in seguito alla funzione servile svolta precedentemente in favore delle potenze coloniali. Elite che sul piano politico, hanno quasi sempre origine militare poiché è chiaro che il militare dipende da un esercito e questo dipende dall’esistenza di uno Stato. Militari statalisti vs imam islamisti alle prese con un senso dello Stato precario, inflazione demografica (e spesso costante discesa dell’età media) e turbolenze economiche e belliche, non certo uno scenario statico.

Così per il Medio Oriente condizionato oltreché dalla invasiva nascita di Israele, prima ancora dal famigerato trattato segreto franco-britannico Sykes-Picot la cui geografia politica del tutto dadaista continua a produrre frizioni da più di un secolo. O vogliamo parlare dell’Afghanistan, del Pakistan, del Bangladesh, della Birmania-Myammar le cui peripezie di convivenza forzata tra buddisti e musulmani sponsorizzati e di recente armati da Riyad sono l’attualità delle ultime e prossime settimane mentre il contagio potrebbe sempre arrivare in Malesia? E le Filippine coi suoi 40 gruppi etnici? E l’ Indonesia, coi suoi 54 gruppi etnici? E quanto possiamo dire solida l’India (formalizzata nel 1950), la seconda entità dopo l’Africa per varietà culturale, linguistica e genetica, con un ricco corredo di credi religiosi e per dimensioni con la seconda comunità musulmana dopo l’Indonesia? E le repubbliche centro-asiatiche e il Caucaso, figli dell’implosione sovietica? Ed oltre alla fragilità geo-storico-istituzionale, le frizioni clanico-tribali, l’incommensurabilità tra Stato e comunità dei musulmani, la crescita demografica, gli endemici problemi di sviluppo e mettiamoci anche un po’ di siccità qui ed alluvioni là poiché il cambiamento climatico afferirà queste zone più che altrove, che ruolo giocheranno i grandi giocatori nella grande partita per il riassetto degli equilibri geopolitici del mondo multipolare?

Quest’ultima citata, la grande partita dei riassetti geopolitici del mondo,  è la terza forza di quadro generale che va intersecata con tutte le altre prima considerate. La competizione è su un duplice piano, quello economico-finanziario e quello dell’egemonia geopolitica.

Il primo, vede l’Occidente europeo in tendenziale ritirata dalla fascia che diede i fulgori a gli imperi coloniali su cui si è basata grande parte della ricchezza della nostra parte di mondo. La caratteristica primordiale del sistema economico moderno, l’esistenza di un centro con una sua contenuta corona semi-preriferica ed una vasta prateria periferica che tributava energie-materie-mano d’opera e mercati di sfogo in cui riversare parte della sovrapproduzione, nonché gli scarti, non c’è più. Si va verso un assetto ben diverso con più poli sviluppati, una generale messa in scambio dei fattori all’interno di mercati in cui nessuno ti regala niente (“rubare” in senso coloniale), la presenza di una vera concorrenza, cioè presenza di alternative, un vasto e complesso intreccio tra fatti economici, finanziari e tipicamente politici, qualche volta anche militari. “Rubare” in senso coloniale è oggi certo più difficile (sebbene rimangano alcuni veri e propri scandali coloniali come l’area afro-occidentale in cui è egemone la Francia) ma l’autentica epidemia di corruzione fotografata dalle istituzioni globali mainstream (IMF, WB, OCSE-OECD), dice che la cleptomania occidentale ha trovato altre forme  d’espressione e che l’esproprio delle ricchezze locali sia fatto lasciando la mancetta alle élite locali che poi tornano i capitali nel grande circo –on and off shore- della finanza mondiale, rende il processo solo più complicato ma non meno dannoso. Accanto, l’importanza dell’export militare per Francia, UK, Italia e naturalmente gli USA che hanno in questa fascia dell’instabilità, il maggior mercato oltre alla petromonachie che poi rigirano parte degli acquisti a questo stesso ambiente.

Sul secondo aspetto, quello geopolitico,  quello che già vediamo da un po’ di tempo, (Ucraina, Siria, Yemen, Kurdistan, Afghanistan, prossimamente Myammar ed altrove) è l’utilizzo delle contraddizioni post coloniali da parte della potenza che sta perdendo il vantaggio unipolare, gli Stati Uniti d’America. In ciò, gli Usa sono coadiuvati dall’aspirante potenza delle monarchie del Golfo che cercano di manipolare l’assetto delle comunità musulmane, sia dove queste sono il totale della popolazione, sia dove queste sono maggioranza o minoranza. Cecenia, musulmani filippini di Mindanao, Rohingya birmani, talebani afgani, minoranze indiane, uiguri cinesi, conflitto indo-pakistano in Kashmir, sunniti vs sciiti in vari contesti arabi (Siria, Iraq, Yemen), le due/tre Libie, Somaliland, Nigeria-Niger-Ciad,  sono elenco in continuo ampliamento ed aggiornamento. I poli di seconda fascia Russia e Cina, quelli che debbono naturalmente sfidare il dominio unipolare americano, agiscono come forze conservatrici ovvero tendenti a mantenere il quadro geografico-politico fotografabile allo stato attuale delle cose. Naturalmente quando queste frizioni riguardano la propria stessa sovranità (Cecenia, Xinjiang) ma anche quando afferiscono a paesi amici, alleati o partner con i quali si hanno rapporti in sviluppo (Siria ed Iran ma anche Turchia per la Russia, Pakistan e Myammar ma anche Filippine per la Cina). A maggior ragione la Cina, il cui piano di investimenti infrastrutturali esteri per sviluppare la Belt and Road Initiative, chiama a gran voce stabilità e continuità. Gli USA e le petromonarchie invece, pur con obiettivi diversi ma al momento integrabili, spingono forze apparentemente “rivoluzionarie” che si battono per la fatidica “autodeterminazione dei popoli”[5] o per il compimento di un qualche “destino musulmano passibile di jihad” andando a frugare nelle oggettivamente precarie composizioni di stati con più etnie (clan/tribù) e più religioni.

Questa terza forza ci dice che non solo ci sono molte ragioni per pensare ad un tormentato processo di proliferazione futura  degli Stati soprattutto nella fatidica fascia afro-asiatica ma ci sono giochi geopolitici di grande posta in corso che utilizzeranno in vario modo e per varie ragioni (economiche e geopolitiche) queste contraddizioni per far avanzare le proprie pedine e controllare pezzi di scacchiera a proprio vantaggio e quando non è possibile, almeno a svantaggio degli avversari.

In ultimo ed al di là della fascia afro-asiatica con i suoi maldipancia post-coloniali, collegandoci a quanto appena detto, una quarta ragione per l’ipotesi di nuovi stati, potrebbe esser data da condizioni di crescita economica limitata che pongono dilemmi di ridistribuzione all’interno di stati disomogenei per ricchezza, attingendo come in Europa ad un ricchissimo campionario di “popoli” che possono vantare un qualche precedente storico (scozzesi, catalani, veneti – sardi e siculi, valloni e fiamminghi, bavaresi, corsi, bretoni, irlandesi britannici e financo gallesi, ma volendo l’elenco è anche più lungo dato che in Europa si contano 56 minoranze etniche) o come in Canada (Quebec) o forse anche all’interno dei tre top player (USA, Cina e Russia tenuto conto che queste entità sono tutte e tre multietniche). Nelle analisi del voto sia di Brexit che francesi nonché nella geografia del voto che ha eletto Trump e la redistribuzione in più partiti dell’elettorato tedesco, abbiamo già visto frizioni tra  le “metropoli globali” che viaggiano ad un diversa velocità, o determinati distretti industriali alcuni in crescita altri in crisi, centri finanziari o di servizi, che marciano lasciando la palo il resto del Paese, rottura dell’omogeneità economica nazionale che diventa subito sociale e potrebbe poi diventare politica. Un mondo reso più difficile dai rendimenti decrescenti di certo capitalismo occidentale preda di una incurabile demenza senile, potrebbe infondere in qualche enclave l’idea che -da soli- si potrebbe far meglio. L’ambizione di élite locali non integrate a livello nazionale, potrebbe farsi agente tessitore di istanze separatiste. A ciò si potrebbe aggiunge una reazione culturale alla cosiddetta globalizzazione. Questo movimento all’Uno “che omologa ma non universalizza, comprime ma non unifica”[6] crea un vuoto di identità collettiva che non è meno richiesta di quella individuale promossa unilateralmente dai fautori del “tutto il mondo è un mercato”. La domanda di appartenenza e la rassicurazione del gruppo, viepiù dove religione e politica sono ordinatori tramontanti, potrebbe allora trovare conforto nel riconoscersi parte di un popolo antico, una tradizione, un modo di essere ricco di significati, una minorità da riscattare.

Abbiamo dunque visto quattro forze che congiurano al prosieguo della spinta a produrre nuovi stati: 1) crescita demografica che ingrossa taluni stati riproponendo al loro interno il problema degli equilibri tra partizioni etniche; 2) una fascia afro-asiatica per lo più islamica la cui attuale partizione statale è figlia del colonialismo, il quale ha operato ignorando il tessuto geo-storico amalgamando cose diverse e dividendo cose uguali; 3) un forte interesse tattico e strategico da parte degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita nel suo sogno di allargare la propria area di egemonia, ad usare la precaria e contraddittoria costituzione degli stati post coloniali, sponsorizzando conflitti e scissioni; 4) possibile tendenza ad una ripresa delle nazioni (vere o presunte) all’interno degli Stati, alla ricerca di un sogno di autodeterminazione più vantaggioso rispetto a l’inefficace equilibrio redistributivo gestito dal centro. Come abbiamo visto in analisi, promotori attivi e strategicamente interessati del principio wilsoniano (1919) di “autodeterminazione dei popoli” non mancano, internamente ed esternamente alla attuali partizioni statali.

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Sembrerebbe dunque sia possibile e forse probabile un ulteriore  incremento quantitativo degli Stati, nei prossimi due/tre decenni. Ma con quale concetto di sovranità? La piena sovranità statale è stata negli ultimi decenni erosa da più fenomeni, questi fenomeni agiranno ancora nel futuro e saranno ancora così intensi o verranno sostituiti da altri fenomeni?  L’argomento è un po’ troppo complesso per stare in un semplice articolo senza soffrire delle riduzione ma detto ciò, accenniamo a grandi linee a questa seconda parte del ragionamento che bisognerebbe esplorare con il dovuto tempo e spazio.

Geografia politica al 1700. Fonte Wiki By Urnanabha – Own work. Blank map from File:World_Map_Blank.svg., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23813465

Sul piano militare -ad esempio- segniamo tre discontinuità. A seguito della rottura del Patto di Varsavia, non solo la NATO ha allargato a dismisura la propria composizione (con nuovi 13 Paesi) ma sembra tendere alla modifica della propria postura strategica da esclusivamente passiva e difensiva ad attiva sebbene ancora non dichiaratamente offensiva.  La sua omogeneità interna però segna qualche possibile frattura e la spinta a creare una forza armata europea, ancorché ancora grezza, contraddittoria e certo difficile da attuare, segnala una divergenza di interessi, di priorità e financo di metodi tra l’interpretazione occidentale anglosassone e quella euro-continentale occidentale (quella orientale è del tutto servile verso la protezione USA). Altri modelli però s’affacciano, come la Shanghai Cooperation Organization, basati su collaborazioni e coordinamento ma tra forze armate che rimangono totalmente in capo alle rispettive nazioni.  La seconda discontinuità  è il probabile declino delle operazioni di comunità internazionale, ovvero le cosiddette missioni di peace-keeping a base ONU, quindi multilaterali. In linea generale, le istituzioni sovranazionali multilaterali non sembrano avere un futuro significativo dato che il mondo è sempre più un tavolo di gioco in cui si affrontano attori-giocatori tra loro in aperta competizione e quindi, radicale divergenza di interessi. Il terzo punto è la composizione del gruppo delle potenze atomiche che in logica multipolare, potrebbe portare ad un allargamento della compagine. La questione nord coreana, è presto per dire che esito avrà ma sembra proprio che Pyongyang sia riuscita ad imporre lo stallo, poco o nulla si può fare e per via militare e per via diplomatica, non per congelare ma per far retrocedere i coreani verso un disarmo. Se Pyongyang finisse con l’occupare la casella numero nove dell’elenco degli “atomici”, chi potrebbe fermare un lento dilagare del fenomeno? Se si accetta (anche non formalmente) Pyongyang, per leggi di simmetria (sul modello India-Pakistan), Seul che fa? E Tokyo che già scalpita? E perché Tokyo sì e Berlino, no?  Varsavia dormirà tranquilla con arsenali a destra e sinistra? Ed il mondo delle monarchie del Golfo, si accontenterà dell’attuale blanda ed ambigua amicizia nucleare con il Pakistan ora che Islamabad flirta con la Cina? E se Riyad si arma, Teheran starà ferma? E Ankara allora? Il Cairo?  Un mondo multipolare, è assai probabile diventerà almeno all’inizio, anche un mondo multi atomico ed il riflesso in seno al Consiglio di sicurezza sarà cruciale poiché Germania ed India potrebbero cambiare un po’ i grandi pesi del rapporto tra atlantisti e resto del mondo. L’arma nucleare che è essenzialmente dissuasiva, realizza il massimo principio della sovranità militare, l’intangibilità, il dotato di arma atomica non può esser attaccato viepiù se in logica multipolare, ogni attore per quanto minore, è posizionato in una rete di relazioni che lo dotano di alleati nel caso di attacco. Il segnale di inizio della logica multipolare lo si rileva già nel tratto 1996-1999 quando la curva degli investimenti miliari (fonte SIPRI) mondiali, dopo una flessione conseguente il rilassamento post ’89, ha ripreso slancio portando, dal 2007, la spesa complessiva a superare stabilmente quella pre ’89.

Geografia politica al 1900

Sul piano giuridico che attiene sia alle forme istituzionali delle relazioni internazionali, quelle politiche (ONU, G7-G20) e quelle di economia e finanza internazionale (WTO, OCSE-OECD, BIS, IMF, WB, circuito SWIFT, dollaro-yuan etc.) si nota un duplice movimento con, da una parte l’attore precedentemente egemone su piano mondiale che tende a ritirarsi dalle istituzioni multilateriali e globaliste mentre dall’altra, gli sfidanti cominciano a produrre proto-istituzioni alternative. Trattati di scambio specifici che uniscono gruppi di Stati, stanno prendendo il posto del WTO che ormai non esiste più. Le nuove banche collegate ai BRICS ed al progetto cinese BRI (ad esempio la AIIB), erodono il monopolio IMF-WB. Qui si gioca una partita per gli equilibri, se gli sfidanti non verranno riconosciuti ovvero se non verranno aumentate di peso ed importanza le loro quote nelle istituzioni già esistenti, formeranno istituzioni alternative e concorrenti. In linea generale, la direzione sembra voler seguire un nuovo percorso creando una rete assai complessa ed a geometrie variabili di accordi inter-nazionali per gruppi, piuttosto che la precedente direzione di confluenza generale in accordi globali. L’attore unico di questi accordi, non può che essere lo Stato e la presenza di alternative e di geometrie variabili, rende lo Stato più forte nelle contrattazioni dei limiti oltre i quali c’è una erosione di sovranità.

Geografia politica al 1950

Financo Internet comincia col risentire della rottura del globale[7] dato che più d’un Paese si sta dotando di reti interne protette da firewall e la presunta verginità della neutralità della rete  è stata ormai definitivamente affossata dalle rivelazioni su tutti i numerosi processi con cui americani, britannici, russi e cinesi, controllano la “spontaneità” del traffico in rete. Di contro, emergono sempre più strategie di soft power informativo e culturale che pluralizzano l’ambiente, depotenziando quell’intrusione di forme culturali sovranazionali a senso unico in grado di controllare popoli terzi tramite l’influenza che si esercita sulla loro mentalità. Altresì, molti Stati, dopo un primo momento di passiva arrendevolezza guidata dal concetto della “società aperta”, stanno attivando strumenti di selezione, controllo e gestione dei flussi migratori. Come per i trattati economici multilaterali che porteranno la mondializzazione a diventare una rete complessa di inter-nazionalizzazioni, non si tratta di una oscillazione ondivaga raccontata come “chiusura egoista” ed impossibile impermeabilità dei confini ma di una selezione più discriminante di quanto, come  e dove aprire la società. Nessun sistema in natura è totalmente aperto altrimenti non sarebbe un sistema, nessun sistema è totalmente chiuso altrimenti cesserebbe di esistere. Così, si notano sempre più attenzioni a gli investimenti esteri sempre ben accetti ed anzi assai richiesti ma meno sul modello della totale arrendevolezza e più sul modello sviluppato dai cinesi di apertura controllata o partecipazione mista. Addirittura l’Unione europea fondata sulla logica del totalmente libero mercato, mostra recentemente l’intenzione di voler riportare le potenti multinazionali del web e del digitale americane ad un regime fiscale normale (mentre altri cominciano a domandarsi se i loro vistosi monopoli siano legittimi) e di impedire alla Cina una entrata troppo facile nel proprio perimetro degli scambi[8]. Così per il ritorno dell’agognato “investimento statale”, invocato addirittura dall’IMF, unica posta -sembra- in grado di rianimare la circolazione della ricchezza assai ristagnante. Così per la sfiducia per gli effetti delle teorie su i vantaggi comparati che porta molti pentiti della mano invisibile oggi a pensar necessario reindustrializzarsi. Così per le necessarie operazioni di riequilibrio redistributivo che s’impongono laddove ormai in molti hanno capito che molta ricchezza concentrata in poche mani va nel senso esattamente contrario alla logica che già a gli esordi dell’economia moderna leggeva il sistema come assai simile a quello della circolazione sanguigna dove la giusta quantità di sangue deve arrivare dappertutto nel minor tempo possibile. Giuridico ed economico sembrano quindi voler superare la fase della nebulosa mondialista omnicomprensiva e dettagliarsi in parti che controllano le interrelazioni, un processo la cui logica non può che essere quella concordata tra Stati in recupero di sovranità.

Geografia politica oggi.

In definitiva, quello che leggiamo è la crescita esponenziale dei problemi da gestire ma l’unico attore in grado di intenzionalità ragionata e strategica è e rimane lo Stato. Gestire le retroazioni dei limiti ambientali, tessere relazioni inter-nazionali sul doppio livello dell’economia e della geopolitica, tenere i mercati aperti/chiusi, disciplinare le relazioni che dall’esterno vengono all’interno e viceversa (vale per gli investimenti esteri come per i migranti ed altro ancora), le geopolitiche specifiche della logistica e dei trasporti, del cibo e dell’acqua, dell’energia e delle telecomunicazioni, la sovranità ma anche difendibilità valutaria, la redistribuzione interna, la stessa gestione del sistema-Paese in senso strategico poiché nei tempi in cui siamo capitati le condizioni si fanno viepiù strette e vivere alla giornata significa non poter contare su buone condizioni di possibilità future, il menù è ampio ed impegnativo.  I compiti non mancano, il problema semmai è la capacità dello Stato di assolvere ai molteplici e difficili problemi connessi per avere une effettiva sovranità.

Soprattutto, appare diversa la situazione tra gli Stati impostati secondo forme più o meno illuminate di centralismo decisionista ed al limite vero e proprio dispotismo e gli Stati provenienti da sistemi di democrazia rappresentativa. Questi ultimi, hanno visto una crescita di dimensione, ruolo e potere di diverse forme di élite, di oligarchie, di lobbies, di cartelli visibili ed invisibili poiché l’ordinatore che domina le forme di vita associata occidentale è l’economico. Il politico è stato confinato al ruolo di fornitore e protettore di condizioni di possibilità per l’economico. Queste élite vedono solo l’interesse particolare ed a breve termine il che contrasta con le richieste teoriche di salvaguardia e gestione dell’interesse generale valutato anche a medio e lungo termine. Ma questo addensamento di corpi egoisti che come virus si alimentano voracemente a scapito della salute dell’organismo generale, viepiù famelici ora che sentono il restringimento delle condizioni di possibilità generali (il neo-liberismo può esser diagnosticato come forma patologica ed estrema del mercatismo onnivoro laddove evidentemente la macchina economica tradizionale ha cominciato da tempo a non funzionare più come una volta), è solo la metà di un fenomeno. Dall’altra parte c’è stata la progressiva scomparsa degli enti intermedi (partiti, sindacati, gruppi di opinione a comporre la mitica e sempre meno consistente “società civile”), del senso di partecipazione civile e politica, di vivacità democratica, di buona intensità e distribuzione di informazioni corrette e conoscenze vaste quanto approfondite sul ricco campionario di parti e dinamiche che compongono il mondo complesso.  Nelle democrazie occidentali le élite vanno ormai appresso al puro interesse di nicchia disposte quindi a lasciare lo Stato come vuoto a perdere intorno a cui come mitili, si attaccano le ultime rimanenze provinciali di un “politico” stanco e senza slancio ma anche le popolazioni sembrano non aver più gli strumenti per interpretare il mondo e di conseguenza adattarvisi cambiandolo al contempo. In fondo, ogni popolo ha l’élite che si merita.

A gli Stati europei, tutti concettualmente formati da vicende di parecchi secoli fa in un mondo che non c’è più, si pongono diverse questioni attinenti la dimensione necessaria a riconquistare e difendere la sovranità in un mondo così affollato e competitivo ma soprattutto si pone il problema dell’adeguatezza dei soggetti occidentali a capire quale nuovo modo di stare al mondo si rende necessario adottare per dare un futuro alla loro longeva ma non necessariamente eterna forma di civilizzazione. Non stiamo evidentemente parlando di politica a breve respiro, per altro l’unica che sembra interessare i pochi che ancora vi si dedicano, stiamo parlando di strategia dei prossimi tre decenni. Molti rifiutano questo appello pressante che proviene dalla poderosa dinamica di cambiamento del mondo poiché si tende a non leggere il fondo impersonale dei fenomeni ma solo quello personale di chi li cavalca e ciò è -in parte- comprensibile. Alla lunga però, resistere alle potenti forze mareali del mondo nuovo e complesso, porterà inevitabilmente a diverse forme di caotica frammentazione a cui faranno da contrappeso reazioni identitarie ed irrigidimenti di vario tipo, reazioni -in Europa- tristemente note. Pare richiedersi di accettare il cambiamento, lo sforzo di una propria via adattiva alle mutate condizioni e quindi pare richiedersi facoltà di progetto e non più solo di critica e resistenza. La critica da sola non cambia lo stato delle cose e la resistenza al cambiamento è foriera sempre di irrigidimenti che sfociano in qualche disastro storico. Ma “accettare il cambiamento” non significa seguirne la partitura imposta da certe interpretazioni di parti minoritarie interessate a mantenere il loro potere ed è su progetti alternativi che queste vanno sfidate più che nella difesa di un “come eravamo” che storicamente non è mai buona guida.

Forse è giunto il momento di rimettere in discussione i contratti che hanno fondato in Europa il concetto di Nazione prendendo atto che lo spazio statale di tipo europeo non garantisce già oggi il mantenimento efficiente della sovranità e viepiù non la garantirà in futuro. Stati (Stati non vaghe “Unioni”) più grandi, federali, fatti di più “nazioni” o “etnie” tra loro integrate, promossi da un movimento fondativo radicalmente democratico, di portanza tale da garantire difesa dello spazio e gestione dei corsi economici, nonché delle relazioni con il resto del mondo e tutte le altre questioni che abbiamo visto, sembrano l’unica strada per resistere alla doppia pressione del globalismo mercatistico nel macro e della reazione micro-identitaria dall’altra che per altro gli è simmetrica. Soprattutto, sembrano l’unica risposta possibile per partecipare  e non subire gli effetti del nuovo gioco di tutti i giochi del riassetto multipolare. Se da una parte gli Stati aumenteranno, altri in altro contesto geo-storico, potrebbero avere interesse invece ad addensarsi. Tali progetti dovrebbero ricorrere ai suggerimenti della geo-storia, ovvero modularsi secondo le linee che marcano lo sviluppo storico a sua volta contenuto in spazi geografici: mediterranei, europei del Nord, Slavi nella loro diverse configurazioni. Queste sono tre aree geo-storiche ben precise e prima di pensare all’improbabile fusione in un unico calderone degli altamente eterogenei (l’improbabile “unione dei popoli” che rispetto all’unione delle “élite” non discute il format ma solo l’agente costruttore), dovrebbero addensarsi al loro interno dove le differenze sono meno pronunciate. Ciò che non è nella geo-storia, verrebbe rigettato dalla stessa geo-storia e quindi conviene ascoltarne i suggerimenti diversamente da quanto fatto da élite europee trainate dall’unico mito in comune del mercato. l’Unione europea è e rimarrà per sempre un mercato con qualche istituzione di supporto o poco più ma nel mondo multipolare, l’economia è soggetta alla politica e ciò che non è soggetto politico dotato di tutte le leve di sovranità sarà subordinato alle regole imposte dai principali player.

Cambiare si deve ma sul come sarebbe il caso di aprire urgentemente il dibattito, soprattutto occorre fuggire presto dalla minorità passiva di oscillare tra Unione (inconsistente tanto nella versione elitista che ipoteticamente popolare), la tardiva riscoperta della Nazione e nuove rivendicazioni secessioniste. Nuovi Stati in grado di partecipare al gioco multipolare, più grandi ma fondati politicamente e su basi di compatibilità geo-storica, pluri-nazionali e di conseguenza federali, declinanti nel locale lo specifico che ricalca mentalità e storie di ricca diversità, locale che meglio si presta alla volontà imprescindibile di “osare di più democrazia”. Dobbiamo osare più democrazia perché con la complessità del mondo nuovo dovremmo farci i conti tutti se non vogliamo che l’ennesima élite malintenzionata o anche solo inetta ed incapace ci porti là dove il futuro sarà incubo.  Questa potrebbe esser l’unica via che abbiamo per non finire a far da camerieri al tavolo in cui atlantisti, islamici, cinesi, indiani, russi e quanti altri decideranno in che mondo vivremo.

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NOTA: la testata on line Megachip, ha ripreso questo articolo qui. Ha poi deciso di lanciare un dibattito per esplorare meglio le questioni correlate all’indagine, invitando più pensatori ad esprimersi in merito.

> Il primo intervento è di Fabio Marcelli, giurista democratico, ricercatore di studi giuridici internazionali del CNR di cui spesso leggiamo gli interventi sul blog del Fatto, qui.

> A seguire l’intervento di Paolo Bartolini, analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici, qui.

> Ed ecco l’intervento di Lelio Demichelis, Docente di Sociologia presso la Facoltà  di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria (Varese), collabora con Alfabeta2, MicorMega e sbilanciamoci.info (più numerose pubblicazioni), qui.

Intervento di Matteo Vegetti  filosofo, insegna presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio (Università della Svizzera Italiana). Tra le sue pubblicazioni: L’invenzione del globo(Torino, 2017), La fine della storia (Milano 2000), Hegel e i confini dell’Occidente(Napoli 2005), Lessico sociofilosofico della città (curatela, con P. Perulli, Varese 2006), Filosofie della metropoli (curatela, Roma 2009). qui.

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[1] M. Marconi, Nel groviglio delle etnie, in Geopolitica delle prossime sfide, a cura di G. Lizza, UTET, Torino, 2011. Da questo contributo ho anche tratto la numeriche sulle etnie filippine, indonesiane ed europee.

[2] Il romanzo Soumission (2015, Sottomissione che è la traduzione di “musulmano”) di M. Houellebecq, è uscito il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo il che è stata una macabra fortuna per l’editore ma non necessariamente per le intenzioni dell’Autore. Il dibattito infatti è esploso su una serie di questioni connesse più allo stato politico della questione musulmana nel presente, che non nel futuro che era il tempo di cui forse Houellebecq voleva parlare. Proiezioni demografiche al 2050 basate su gli indici di natalità (quindi anche al netto degli effetti migratori) indicano che se in Europa si stima una presenza di un 20% di musulmani, in alcune aree, si sforerà il 50%. Cosa succederà quando la minoranza diventerà maggioranza o anche solo vi si approssimerà? Le demografie asimmetriche hanno già cambiato radicalmente paesi come il Libano (nato a maggioranza cristiana con parto francese ed oggi a maggioranza sciita) e la questione si proietta anche negli equilibri interni ed esterni tra l’Israele ebraica e quella araba e palestinese.

[3] E. Hobsbawm, H. Trevor-Hoper, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1879-1994

[4] Accanto ad Hobsbawm un altro classico di riflessione su i processi di individuazione ed identità nazionale (più “costruiti” che naturali) in Benedict Anderson, Comunità immaginate, manifesto libri, Roma, 2009

[5] Gli anglosassoni si sono già lanciati su questa strategia, questo è uno degli ultimi “manuali” del buon secessionista: R. Griffiths, The Age of Secession, CUP, 2016

[6] G. Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008

[7] Il concetto di “globale” è altamente indeterminato. Qui lo intendiamo non rispetto alla costituzione di un macro-sistema mondiale che è fatto tendenzialmente fuori discussione ma rispetto alla forma. La “mondializzazione” ovvero il formarsi del macrosistema mondo, ha avuto la fase globalista che noi vediamo calante sostituita oggi dalla crescita di una nuova tessitura a più mani, diverse intensità ed intenzionalità. Il risultato sarà più o meno lo stesso (il nuovo sistema-mondo) ma la forma ne cambierà la logica sostanziale.

[8] Tali difese son sono state annunciate su imput francese – tedesco ed italiano, da J.C. Juncker nel Discorso sullo stato dell’Unione a metà settembre 2017. E’ un fatto interessante poiché mostra il peso che i rapporti di reciprocità avranno nella tessitura multipolare. L’Europa mostra di voler “specchiare” l’atteggiamento cinese e quindi in qualche modo, l’atteggiamento cinese fa da format per le relazioni bilaterali. La reciprocità sarà lo stile di relazione per tessere l’ordito multipolare ed è per questo che l’America si sta ritirando dalle contrattazioni globali.

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CAMBIAMO NOI STESSI MENTRE PROVIAMO A CAMBIARE IL MONDO.

Diversamente dallo standard di questo spazio, al posto di un articolo questa volta pubblico una intervista ad un amico col quale intreccio pensieri sin dal tempo di una comune esperienza politica poi naufragata. Entrambi scettici sulla fregola con la quale si vuole liquidare la dicotomia destra-sinistra, siamo altresì d’accordo sulla possibilità di unirsi su intenzioni politiche comuni, pur partendo da immagini di mondo parzialmente diverse. A dire che se la ricerca del comune denominatore spinge ad allargare le file dei diversamente pensanti, c’è una insopprimibile natura di questo “in comune” che qualche volta si ha, altre no.

Buongiorno Paolo. Il titolo del tuo saggio è “Desiderio illuminato e spiritualità laica” e nelle intenzioni che hai dichiarato, è una possibile risposta all’esortazione che ad un certo punto fai di “non vivere a tua insaputa”, una sorta di “conosci te stesso” rivisto – nel tuo caso – attraverso tre strumenti: la filosofia, la psicologia e la spiritualità. Prima di avventurarci nel campo designato, puoi dire a me che non ho familiarità col concetto, cosa intendi per “spiritualità”?

Grazie Pierluigi per l’opportunità di questo dialogo. Per spiritualità intendo diverse esperienze che attraversano la nostra esistenza e la rendono unica proprio per il fatto di non essere qualcosa di “personale”, bensì per la capacità di esprimere nella singolarità di una vita la corrente di una Vita più ampia. Siamo allora su un piano che va ben oltre il soggettivismo psicologico, sebbene per il nostro tempo, almeno in Occidente, credo non si dia spiritualità senza “interiorizzazione”. Faccio riferimento a un’apertura originaria, al dilatarsi dell’esperienza verso una dimensione del vivere che oltrepassa l’autoriferimento e la passione che l’io coltiva per se stesso; dicendo questo affermo anche che la spiritualità è un movimento, un transito, uno  sprigionarsi (direbbe Francois Jullien) che consente allo Spirito, appunto, di attraversare e nutrire gli esseri senza doversi installare in una qualche “sostanza”, in uno spazio-tempo esclusivo e delimitato, quindi facilmente opponibile ad “altri” spazi e tempi da esso separati. La spiritualità, dunque, non ha a che fare, a mio parere e sulla scia degli autori con cui sono in dialogo da alcuni anni, con qualcosa di statico, con un aldilà, con una trascendenza assoluta, quanto piuttosto con ciò che, invisibile, penetra e avvolge la realtà in un processo di trascendimento interno che spinge ogni creatura (creature siamo, perché non ci siamo fatti da soli) ad armonizzarsi con un Mistero che eccede le logiche di appropriazione e di chiusura in sé. Poi, parafrasando il filosofo Roberto Mancini, è necessario aggiungere che la spiritualità non si pone affatto agli antipodi della corporeità e dei fenomeni. Tutt’altro. Non potrebbe esistere, infatti, se non fosse anche una “sensibilità”, tenera e viscerale, per la dignità infinita dei viventi, un amore che spira alimentando relazioni e forme di vita esenti da violenza. Riassumendo potrei definire la spiritualità vissuta come la percezione sottile e coltivata di una Realtà libera che permette all’uomo di decentrarsi dal proprio io per scoprirsi parte di una creatività infinita, incarnata, completa e tuttavia dischiusa in ogni istante. Non dobbiamo pensare, sia chiaro, che tutto questo alluda a un’esperienza per pochi, né fare l’errore di confondere la spiritualità con le religioni che tendono a istituzionalizzare e sovente a imprigionare l’eccedenza che costituisce noi e tutto ciò che “divien-è”.

È per questo che il vento rimane un meraviglioso simbolo dello Spirito, perché è invisibile, non delimitabile, ma sperimentabile per gli effetti che sprigiona nella realtà quotidiana. C’è un potenziale di vita che è diffuso, infinito e reclama una fedeltà, meglio: una fede/fiducia, che converta l’esistenza di ogni giorno, la riorienti verso ciò che vale di più perché irriducibile ai giochi di potere, al male e alla dissipazione impietosa di tutto ciò che è bello e buono. La spiritualità, per come la intendo, compenetra quindi le sfere dell’etica, della politica, dell’estetica e, soprattutto, della filosofia. Sì, perché senza un pensiero desto e coraggioso, laico e radicale al tempo stesso, è altamente probabile che la spiritualità venga fraintesa e avvilita, ridotta a ricette facili (e meschine) per il benessere “individuale”. Ma è proprio la crisi dell’individuo, come presunto soggetto separato dagli altri, l’occasione decisiva per aprirsi alla spiritualità autentica. Tutto il resto è merce.

Di questa postura aperta a ciò che è “oltre il visibile”, nel libro, rimarchi l’origine incarnata (cioè corporea, quindi concreta) e l’apertura relazionale. Altresì, ho trovato un passo in cui ribadisci che individuazione e socializzazione non vanno ritenuti alternativi dicotomici ma correlati, ci si individua attraverso il rapporto con gli altri e con l’Altro e viceversa. Di questa relazione difficile ma necessaria e financo naturale sebbene non esente da contraddizioni, si danno vari livelli:  individuo-gruppo, comunità-società, Stato-ambiente internazionale. Che diagnosi faresti in termini di equilibrio auspicabile, dello stato attuale del soggetto occidentale, individuo o civiltà e passaggi intermedi (nazione, Stato) che dir si voglia?

Bella domanda e molto impegnativa. Visto lo spazio a disposizione provo a offrire solo alcuni spunti, ben sapendo che andrebbero ripresi e approfonditi puntualmente. Fai bene a parlare di “soggetto occidentale” perché faticherei a pronunciarmi su scenari culturali e geografici “altri” da quello europeo e nordamericano. Il soggetto moderno e borghese, d’altronde, per come lo conosciamo e studiamo, è stato prodotto all’intersezione tra colonialismo, scienza e capitalismo, e reso funzionale alle logiche appropriative e di conquista che contraddistinguono da secoli l’Occidente. La crisi dei fondamenti esplosa nel Novecento, sul piano politico e su quello epistemologico, riguarda quindi in massima parte “noi”, noi che fatichiamo a maturare un pensiero e degli stili di vita all’altezza di questo sconvolgimento. Partiamo col dire che il soggetto non è un individuo separato che incontra gli altri in relazioni solo “esteriori” che non ne modificano l’essenza interna (considerata stabile e dunque sostanziale). Questa favola, totalmente smentita dalle scienze della complessità e dal confronto con il pensiero e con i concreti modi di essere di altre civiltà e culture, è stata utile per dare una parvenza di legittimità all’astrazione idiota dell’homo oeconomicus, l’individuo separato alla ricerca della massimizzazione dell’utile personale e disposto a “relazionarsi” con gli altri per via contrattuale. Parlare di “individuazione” è allora decisivo, perché ci consente di uscire dall’illusione dell’atomismo sociale, dalla eccessiva divaricazione tra singolo e collettività, dalla frattura ontologica che opporrebbe un ego incapsulato nel corpo ad altri “soggetti” comunque autosufficienti. Oggi sappiamo al contrario – ce lo dicono l’antropologia, la psicologia e una filosofia finalmente libera dal culto della sostanza e dalla dicotomia monismo/dualismo – che ognuno di noi diventa se stesso in un processo periglioso e sempre aperto. Siamo presi in un divenire che, dal grembo della madre fino al termine della nostra esistenza, ci vede in progressivo accoppiamento strutturale con il mondo a cui apparteniamo e che a nostra volta tendiamo a riprodurre. Siamo animali culturali e veniamo messi in forma, tramite la famiglia e le istituzioni educative di prossimità, da gruppi umani sempre specifici. Crescendo, se facciamo i giusti incontri (quelli davvero “educativi”), possiamo cominciare a chiederci se ci riconosciamo in questa determinata e storica costruzione di soggettività e, in caso di risposta negativa, imparare a “plasmarci” da soli, ad assumere posture esistenziali differenti da quelle promosse dalla nostra cultura. Siamo insomma implicati in un processo di individuazione complesso e largamente imprevedibile. Le psicologie del profondo ci hanno inoltre ricordato che anche Psiche è “luogo” di contesa, abitato da molteplici anime e pulsioni. Dentro ciascuno di noi esiste una società di complessi psichici (così li chiamò Carl Gustav Jung) che ci richiede un continuo lavoro di armonizzazione basato sul dialogo interiore. Detto questo potremmo rappresentarci l’umano come un essere “in croce”, definito da due assi: quello orizzontale delle relazioni formanti con gli altri e quello verticale della relazione interna tra mente e corpo, tra pensiero logico-discorsivo e sfera degli affetti e delle immagini ancora inconsce. Alla luce di quanto espresso fin qui la situazione odierna mi colpisce per la tremenda frammentazione a cui è sottoposto il soggetto ipermoderno. L’obiettivo del potere tecno-capitalista mi sembra quello di separare singoli e gruppi sociali dalla loro potenza di agire, potenza che – ricordiamolo – deriva proprio dal fatto che le persone, per loro natura (intrinsecamente culturale), non sono monadi chiuse in sé, scisse dalla realtà, ma ne partecipano in ogni istante. Chi riesce a scoprirsi intero assumendo consapevolmente la molteplicità delle relazioni presenti con gli altri e con se stesso (asse orizzontale e asse verticale, come si è visto) può mobilizzare energie trasformative e costituirsi come soggetto attivo di democrazia. Il mio interesse, per vocazione e per professione, è da anni quello di esplorare, alla luce della mutazione antropologica avviata dal neoliberismo e dalle nuove tecnologie digitali, come la soggettività umana venga plasmata dai dispositivi del tecno-capitalismo e resa conforme alla riproduzione del sistema. A mio avviso è solo comprendendo questo processo che potremo chiederci come dar vita a una soggettività rivoluzionaria, democratica e capace di rispondere alle criticità gigantesche sollevate dalla crisi egemonica dell’Occidente (crisi peraltro necessaria e rivelativa). Prima Gramsci e poi altri intellettuali di sinistra (tra cui ricordo il mio maestro Romano Màdera) lo avevano già capito: è folle pensare di “capovolgere” i rapporti di forza tra classi dominanti e classi subalterne se le persone che dovrebbero incarnare il cambiamento sono dialetticamente catturate dalle medesime logiche del potere. Ritengo, come orientamento emancipativo di massima, che a livello micro, medio e macro (persona-coppia-famiglia-gruppi di interesse-comunità locali-nazione-civiltà-pianeta Terra) l’emergenza del nostro tempo sia quella di liberare la facoltà di “immaginare altrimenti”, di pensare la realtà in modo complesso senza cedere alle semplificazioni brutali e alla logica binaria (uniformante) dell’accumulazione economica. Credo che i poteri divisivi di oggi (mercato, burocrazia, tecnologie digitali…) operino congiuntamente per impoverire e persino disattivare il nesso – filosoficamente, antropologicamente e spiritualmente fondante – tra possibile e reale, sacro e profano, potenza e atto. Secondo me, se non ci spingiamo a questo livello “psicopolitico” e filosofico della questione, rischiamo di ingannarci sulle reali possibilità di una risposta democratica al tecno-capitalismo nella sua fase neoliberista.

Dimmi  di più sulla relazione appena evocata tra potenza e atto, possibile e reale, vorrei comprendere meglio il cuore della questione, visto che nel tuo libro ci sono diversi cenni sul tema che lo posizionano sulla soglia tra trasformazione di sé e trasformazione sociale.

Come ho lasciato intuire in precedenza la natura umana non esiste nel singolo individuo, perché si viene piuttosto a realizzare come risultato di una relazione costitutiva e performante tra il singolo e il gruppo umano che lo accoglie fin dalla nascita (dimensione transindividuale della cultura). Homo sapiens, d’altronde, non possiede istinti guida specializzati che gli garantiscano un adattamento sicuro all’ambiente. Anzi, propriamente l’uomo non ha un ambiente come gli altri animali, ma un mondo privo di contorni stabili, indeterminato, da conquistare e manipolare con lo scopo di ricavarne una nicchia eco-storica abitabile. Se l’agire istintuale è caratterizzato dall’attivazione automatica di determinati schemi motori, finalizzati alla sopravvivenza e stimolati da segnali scatenanti ben precisi, l’essere umano si definisce piuttosto per il graduale e progressivo disaccoppiamento tra istinti e azioni. Il nostro modo di stare al mondo si fonda sullo iato tra stimolo e risposta, sullo spazio di libertà (dilatato enormemente dai processi culturali) che ci permette di riflettere, di produrre alternative comportamentali e di scegliere tra esse la più consona in certe situazioni. La creatività della specie, che non smette mai di sorprenderci, è garantita dalla plasticità del nostro cervello, dalle enormi possibilità di apprendimento che ci contraddistinguono e dal fatto di partecipare al linguaggio e ad altre dinamiche sociali complesse. Non potendo avvalerci di istinti forti, come insegna l’antropologia filosofica, noi umani possiamo però fare affidamento su alcune “facoltà” e “disposizioni” estremamente flessibili (linguaggio, forza-lavoro, disponibilità a provare piacere, pensiero riflessivo ecc.). Qui viene alla luce tutta l’importanza del binomio potenza/atto e anche la sua natura intimamente perturbante.

Il filosofo Paolo Virno, in un libro bellissimo su questi temi (P. Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Bollati Boringhieri, Torino 1999), scrive alcune righe che vorrei riprendere brevemente per accennare agli odierni dispositivi di controllo nell’epoca digitale: «Le generiche facoltà (da non confondere con un insieme limitato di prestazioni potenziali) comprovano la penuria di istinti specializzati ed esprimono a chiare lettere l’indecisione che ne deriva. Con una sorta di procedura omeopatica, esse oppongono alla indeterminatezza minacciosa del contesto mondano la loro propria indeterminatezza o plasticità, offrendo così un riparo pressoché indistinguibile dal pericolo» (p. 93). Facciamo un esempio di facile comprensione: i singoli atti di linguaggio possono presentarsi nel tempo perché esiste, fuori dal tempo, in una condizione di anteriorità onto-logica e formale, la potenza propria della facoltà di linguaggio. In mezzo troviamo la dimensione transindividuale della lingua (l’italiano, il cinese, il francese, il russo e così via). La potenza è inesauribile, anteriore e simultanea ai molteplici atti linguistici che punteggiano il decorso temporale. Nessun atto può esaurirla – ora che parlo/scrivo non esaurisco di certo le potenzialità infinite del linguaggio – eppure essa necessita di atti concreti per poter uscire dal virtuale e accedere alla realtà temporale. Bene, il rapporto con l’indeterminatezza della potenza è inquietante e ambivalente. Essere animali culturali vuol dire poter costruire come distruggere; “immaginare altrimenti” significa tendere al bene o produrre ogni male. Io credo, se pensiamo all’invasività delle tecnologie digitali e in particolare alle nuove forme di comunicazione presenti sui social networks, che stiamo assistendo oggi all’affermarsi di un pericolosissimo circolo vizioso. La velocità delle comunicazioni ipermediali è quasi istantanea, questo comporta che lo iato sopra ricordato tra stimoli e risposte (precondizione per lo sviluppo della coscienza e del pensiero riflessivo-creativo) venga rapidamente saturato, abbreviando in modo “animalesco” la distanza tra lo stimolo in entrata e la risposta in uscita. Gli umani ipermoderni, immersi nella mediasfera che veicola contenuti linguistici ed emozionali attraverso i suoi meccanismi di trasmissione incentrati perlopiù sul registro visivo, stanno perdendo la capacità di riflettere, di studiare e di elaborare pensieri articolati. Lo scambio febbrile di comunicazioni su internet e sugli smartphone, così come il bombardamento dei messaggi pubblicitari e l’ansia consumistica che immediatamente ne deriva, ci dicono di un appiattimento brutale della vita umana nel “qui ed ora” dell’atto consumistico. Da un lato, dunque, è facile riscontrare una serie perpetua di atti tutti uguali e indifferenti (atti di parola, di appropriazione, di godimento…) che impediscono di pre-sentire l’esistenza di possibilità alternative al dogma dell’accumulazione economica e dell’utilitarismo; dall’altro, ho l’impressione che, a fronte di una complessità crescente e disorientante dovuta all’odierna fase geostorica e politica globale, molti esseri umani tentino illusoriamente di rifugiarsi in comportamenti “istintuali”, automatici, come quelli promossi dalle nuove tecnologie e dal consumismo di massa. Tuttavia, e io lo reputo una fortuna, non è possibile disfarsi dell’angoscia umana, quella dovuta alle stesse facoltà potenziali che ci rendono chi siamo e ci condannano alla libertà della cultura (libertà rinvenibile nel passaggio continuo e inesauribile dalla potenza all’atto, dal sacro al profano).. Assomigliare sempre più ad animali tecnologici, che si muovono con apparente agio nell’immediatezza del “tempo reale”, non ci farà comunque tornare all’istintualità sicura di sé delle altre specie animali, ma renderà solo più drammatica la sensazione di una storia sclerotizzata, dove il Sacro (quell’assenza-presenza in tensione con ogni reale dato, a cui dobbiamo la creatività del mondo e la possibilità di produrre nuove configurazioni sociali dotate di senso) è bandito e sostituito dalle coazioni a ripetere del sistema delle merci.

Dovremmo darci molto più spazio e tempo di quanto ci sia qui consentito per esplorare questa mole di temi tra loro intrecciati ed ancora molto indeterminati. Rimandiamo gli interessati alla lettura dei tuoi scritti. Prima di questo è uscito per Mimesis edizioni “La vocazione terapeutica della filosofia” (2016) e prima ancora una raccolta di interviste ad analisti e filosofi intitolata “Psiche e città” (2014) mentre qui, come detto all’inizio, a filosofia ed analisi psichica si aggiunge la spiritualità. Questo triangolo di interessi e strumenti nel quale operi, sembra voler aiutare l’anima individuale a liberarsi prima ancora che l’individuo sociale agisca sulle forme del mondo che lo carcerano. Che messaggio dà tutto questo al lettore? Possiamo tornare all’iniziale esortazione a “non vivere a nostra insaputa”, riprendendo l’esortazione di Pierre Hadot, poi ripresa da M. Foucault, a riprendere quella vocazione sapienziale antica a modificare se stessi nel mentre si cerca di modificare il mondo?

Hai colto sicuramente nel segno. Non credo più, e forse non ci ho creduto mai davvero, a una trasformazione del mondo (cioè a cambiamenti profondi e radicali negli assetti geopolitici, economici e culturali) che non sia anticipata, accompagnata e seguita da una corrispettiva trasformazione di sé. Proprio sulla scia delle ricerche di Hadot sulla filosofia antica come modo di vivere, e nel dialogo continuo con le psicologie del profondo a partire da Freud e Jung, è nata la proposta nel campo della ricerca e della cura del senso che ha preso il nome di “analisi biografica a orientamento filosofico”. Nei miei libri parlo di questa pratica di consapevolezza, ideata da Romano Màdera e sviluppata con lui dagli amici di Sabof (Società degli Analisti Biografici a Orientamento Filosofico: www.sabof.it) , come di una possibile via per rilanciare una terapia dell’esistenza all’altezza dei nostri tempi. Il cuore della questione è quello di imparare, come accennavo in precedenza, a trascendere l’autointeresse e la centratura egoica come stelle polari del comportamento, al fine di dischiudere una percezione ampliata delle condizioni storiche e culturali che danno intimamente forma alle biografie dei singoli. Non vivere a nostra insaputa significa, in tal senso, riconoscere che la dimensione più “privata” del nostro esistere in realtà è un’intimità dove alberga da sempre l’Altro. Siamo fatti dei nostri legami, come ricorda Miguel Benasayag, e quindi il processo di individuazione va pensato come un cammino nel quale diventare se stessi è sempre anche un essere-con-l’altro. Lungi dal cadere in un sterile soggettivismo, questo modo di intendere la filosofia e la psicoanalisi può rispondere, mentre dentro e fuori di noi assistiamo a una profonda crisi di presenza della cosmovisione occidentale, al disorientamento di chi sente confusamente che il proprio destino di individuo è intrecciato a quello dell’intera umanità. Il Tutto della vita si rispecchia nei suoi frammenti se ciascuno di noi riesce a sentirsi intimamente legato agli altri, sperimentando un senso di collegamento che va oltre la semplice vicinanza e contiguità di interessi immediati. Quando manca questo respiro dell’anima – e torniamo con questo alla spiritualità –, quando non riusciamo ad abbracciare l’altro che ci co-istituisce ontologicamente, ne seguono catastrofi politiche, etiche e ambientali, come dimostrano, ad esempio, il razzismo crescente in Europa e l’incapacità politica di mettere in discussione la logica suicidiaria insita nell’ideologia della crescita illimitata. Per concludere posso dirti che sono tra quelli che non credono affatto alla separazione tra spirito e materia, contemplazione e impegno, pace del cuore e critica del potere. Non mi attendo quindi nessuna trasformazione “umanizzante” senza la concomitanza di tre svolte: una culturale/spirituale, una economica e una politica (su questa tripartizione rimando al bellissimo “Trasformare l’economia” del filosofo Roberto Mancini). Il tragitto è lungo e, dobbiamo dirlo, le tendenze prevalenti nella società odierna non sembrano cogliere a pieno l’urgenza di questa transizione/conversione. Non facciamocene un cruccio e, per riprendere le parole di un cantautore molto amato in Italia, continuiamo il nostro cammino “in direzione ostinata e contraria”. Questo non per il semplice piacere di andare controcorrente, ma per il desiderio di incontrare compagni di viaggio che vogliano ancora rischiare l’azzardo dell’intelligenza.

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Paolo Bartolini è analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici. Tiene un blog legato alla professione di analista filosofo (www.ricercadelsenso.com) e ha scritto diversi libri. Tra di essi ricordiamo: “La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale” (Mimesis 2016), “Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica” (SGEdizioni 2017), (con P. Coppo e S. Consigliere) “Cose degli altri mondi. Saperi e pratiche del divenire umani” (Colibrì 2017).

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LA FILOSOFIA POLITICA CHE CI MANCA

In una lettera del 1951 a K. Jaspers, H. Arendt si interroga sul concetto di “male radicale” che aveva proposto all’interno della celebre indagine sulle Origini del totalitarismo. Confessa di non saper bene definirlo ma di avere la sensazione o intuizione che abbia a che fare con una riduzione dell’uomo a concetto, forse gli uomini hanno solo declinazione plurale e ogni loro singolarizzazione è una riduzione pericolosa, pericolosa perché taglia parti essenziali della loro stessa essenza irriducibilmente molteplice. Aggiunge di avere il sospetto che la filosofia non sia esente da colpe in questa riduzione ad unum e del resto il sospetto viene facile visto che la filosofia pensa appunto per concetti. A questo punto, specifica che questo non porta in conseguenza -come poi invece sosterrà Popper-, una discendenza diretta di Hitler da Platone ma induce a pensare che la filosofia politica occidentale sembra avere un punto cieco nel quale invece di avere un concetto puro della politica come attività che porta i plurali alla decisione singolare, ha sviluppato molti tentativi di singolarizzare la natura umana di modo che la decisione una, possa esserne dedotta in via logico-naturale dall’unità della presunta natura umana.

La filosofia politica occidentale, ha avuto due linee di sviluppo principali. La prima risale a Platone ed è la teorizzazione ideale di un modello di funzionamento della comunità, la seconda risale compiutamente a Machiavelli ed è una teorizzazione pratica dello stesso modello. Se la prima si svincola completamente dalla contingenza è veleggia verso le alte vette dell’ideale, la seconda assume a vincolo la contingenza e cerca di mettere a posto tutte le parti del sistema in atto, dandogli giustificazione o al limite, proponendo degli aggiustamenti. In onore ad Aristotele, molti filosofi politici iniziarono le loro trattazioni con l’esame del modello classico di quello che si chiama trilogos politikos ovvero la tripartizione dell’Uno, dei Pochi e dei Molti sebbene poi lo stesso Aristotele intese specificare che la vera differenza non passa attraverso la semplice quantità dei decisori politici. Ma questo richiamo alla partizione originaria, è stato per lo più fatto -salvo rare eccezioni- per dare tradizione e fondamenti al modello in atto, il modello monarchico o aristocratico/oligarchico. Quando -in alcuni casi più recenti- alcuni si sono spesi per il modello democratico, non hanno minimamente analizzato il suo concetto puro, sono andati direttamente alla contingenza prendendo lo stato delle cose che presentava stati-nazione massivi e non più poleis o comuni medioevali e deducendo da questo vincolo di quantità la possibilità d’esistenza della sola democrazia rappresentativa con suffragio prima ristretto, poi allargato, infine universale sebbene molto saltuario e ben poco informato e partecipato.

Potrebbe invece essere che il problema sia proprio lì dove negava Aristotele, la quantità delle persone che hanno diritto di decidere la politica della comunità, così come Erodoto presentò in origine la formulazione classica del trilogos. Riprendendo la tripartizione e portando avanti l’analisi, si può ulteriormente semplificare. Infatti, non appare realistico il governo dell’Uno come alternativa a quello dei Pochi. Nessun Uno, anche il dittatore più carismatico, feroce e plenipotenziario, nessun re assoluto può agire su una massa composita da solo. Nei fatti, c’è sempre un gruppo di potere con complesse dinamiche interne che portano ad un “primum inter pares” o ad un dittatore in un certo senso “eletto” o “consapevolmente subìto e servito”, catalizzatore di un interesse di un gruppo, per quanto piccolo. Nel Novecento,  alcuni hanno in un certo senso codificato questa diversa partizione nel concetto di élite, il gruppo dei Pochi che occupa la funzione politica direttiva, sia essa di origine militare o religiosa o etnica o aristocratica o oligarchica versione economica o politica come poi si verificherà anche nelle forme più acute delle forme piramidali del potere novecentesco. E’ nostro comodo ipostatizzare il fascismo in Mussolini e non nel partito fascista e successivo sciame di governo, così Hitler col partito nazista e la diffusa “banalità d male” del codazzo funzionariale e sebbene irriti inserirlo nello stesso elenco, anche Stalin ed il partito comunista sovietico. I russi che hanno sempre un modo tutto loro di individuare concetti comuni all’ambito occidentale, gli diedero anche un nome, “nomenklatura” se riferita all’élite diffusa, “apparatchik” se ristretta al partito. La partizione semplificata ci rende più chiaro il campo di gioco, in realtà si danno solo due ipotesi: o la società dei Pochi che regolano i Molti o la società auto-regolata dai Molti, tertium non datur.

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La citazione del ragionamento iniziale della Arendt, la traggo da un libricino edito da Cortina che ripropone un breve scritto della stessa su Socrate, seguito da due saggi di cui il primo di Adriana Cavarero è ben più interessante del secondo. In esso, Arendt mette in opposizione Socrate con Platone. Socrate era da Aristofane, che lo descriveva mentre ancora in vita e quindi citando l’opinione comune degli ateniesi, definito un sofista, un appartenente a quella scuola che non era una vera scuola formale ma un comune punto di vista sull’oggetto del pensiero. Di questo oggetto, logica e linguaggio erano costituenti primi della sua condivisione. La sofistica era l’impostazione filosofica che dominò l’Atene classica, quella in cui si sviluppò la democrazia dei tempi di Pericle. Va da sé che l’istituto democratico presuppone due fatti: il primo è il diritto/dovere di ognuno (pur nei limiti che restringeva il diritto/dovere ai maschi adulti di origine ateniese) di partecipare alla politica, il secondo è che questo pratica è di tipo discorsivo. Ne conseguivano due aspetti, il primo era che ognuno fosse in grado di esprimere la virtù politica che qualora mancante doveva esser insegnata non dandone un contenuto preciso ma come attitudine, la seconda è che ognuno fosse in grado di partecipare al discorso, fosse cioè in grado di ragionare, esprimere, dibattere, convincere e convincersi ed infine votare e poi rendersi disponibile ad un qualche, temporaneo, ufficio pubblico. Queste disposizioni mostrano già un primo concetto poco sottolineato, la democrazia non è una fatto naturale che è solo impedito da chi non vuole che si formi questa modalità di auto-governo della comunità, è una modalità difficile, da conquistare non solo contro chi la avversa ma da conquistare come si conquista una cosa che non si sa fare, che è difficile a farsi. Quest’ultimo punto è assai rilavante perché la cura delle condizioni di possibilità per la democrazia dovrebbe guardare non solo fuori di sé ma anche dentro di sé.

L’essere umano è considerato un animale sociale, nasce-vive-muore in società. Ma la vita umana in società ha una storia fatta di molti livelli, ognuno dei quali ha una temporalità diversa. Le bande di cacciatori e raccoglitori sono un tipo di società, le società stanziali di mille perone sono un’altra cosa, così quelle da diecimila, centomila, milioni, un’altra. Questa progressione delle quantità che aumentano esponenzialmente la complessità sociale, è proporzionatamente inversa al tempo in cui si è sviluppata. Lunghissimo il tempo in cui eravamo piccole bande, brevissimo il tempo in cui nazioni già di qualche milione di individui sono diventate di decine ed in alcuni casi, centinaia di milioni di abitanti. La virtù politica, era consustanziale ad ogni singolo individuo quando la comunità era piccola. Tutti sapevano tutto, forse non tutti facevano tutto e c’era già qualche accenno di divisione dei lavori ma questa divisione non era molto pronunciata, era recente e seppure qualcuno non faceva più del tutto alcune cose, sapeva bene come venivano fatte ed era in grado di giudicare di ciò che non era il suo stretto specifico. Altresì, tutti erano ben consapevoli della caratteristica intera del vivere assieme. Tutti sapevano che la sussistenza non era più importante della difesa che non era più importante della salute che non era più importante della conoscenza dei territori, che non era più importante delle tradizioni che davano la grammatica delle interrelazioni tra individui, che non erano più importanti delle credenze condivise e di tutto il resto che componeva la vita di tutti e di ciascuno. Tutto era importante e di questo tutto essenziale, a quei tempi era ben difficile coltivare il superfluo, tutti conoscevano le parti e le relazioni.  Tutti sapevano che la vita personale era dipendente da quella di tutto il gruppo e viceversa. Le condizioni di vita erano talmente non garantite che la forza necessaria per difenderle, presupponeva ovviamente l’unità e poco spazio c’era per il conflitto intra – individuale quando di giorno dovevi proteggerti dalle tigri coi denti a sciabola e di notte dai serpenti, dalla fame come dal freddo, dai predatori come dalla notte. In tali condizioni, la virtù politica era naturalmente distribuita.

Poi diventò un elemento accumulato ed al contempo scarso, viepiù che le comunità umane si ingrandirono, rientrò nell’ineguale distribuzione dei beni contribuendo al dare vita a varie forme di gerarchia. Poiché quindi la virtù politica era diventata un bene ineguale, i sofisti si prestavano ad aiutarne una più equa distribuzione. Naturalmente gli avversari della democrazia sostenevano che: a) la virtù politica non è equamente distribuita perché appartiene al merito individuale e tale merito è naturalmente asimmetrico; b) era cosa talmente “alta” che faceva inorridire la pretesa di “venderne” l’insegnamento. I sofisti infatti, si facevano pagare per le lezioni di oratoria o logica che impartivano come poi divenne standard solo molti secoli dopo con l’istituzione della scuola pubblica pagata con le tasse dei cittadini mentre i ricchi, da tempo si pagavano i loro precettori privati. I sofisti si facevano pagare perché che la società fosse regolata dalla ricchezza personale era un fatto che non avevano inventato loro, loro si limitavano ad agire in quel contesto, contesto a cui erano superiori solo gli aristocratici dotati di beni ereditati, come era Platone. La distribuzione asimmetrica della virtù politica non era un fatto naturale ma sociale ed era infondato dire che poiché così era, così doveva essere. Dall’Anonimo oligarca ai giorni nostri, questo refrain per cui la gente non sa e quindi non può giudicare è sistematicamente opposta come constatazione alla possibilità democratica ma il fatto che così è, non porta affatto al così deve essere. Quella parte della filosofia politica che parte dalla contingenza, finisce con l’assumere troppo passivamente questa asimmetria, la parte utopica rimanda sine die il concreto confronto con questo riequilibrio. L’autogoverno dei Molti che è difficile a farsi già di suo, non ha curatori, allevatori, protettori.

Nelle “Nuvole” di Aristofane, leggiamo che gli insegnamenti dei sofisti avevano fini pratici ben precisi. Prima ancora che coltivare la virtù politica, oratoria e logica erano essenziali per difendersi o perorare cause legali stante che Atene era governata da leggi la cui amministrazione era popolare, non specializzata, né di classe. La non specializzazione giuridica era di nuovo uno di quei poco osservati effetti della quantità. Le leggi non erano molte, le problematiche per una comunità di un poco più di centomila abitanti (da cui togliere, schiavi, stranieri, donne e bambini) non esondavano la capacità individuale di conoscerle e gestirle in proprio. Altresì non era di classe nel senso che essendo una funzione della vita associata ed essendo la vita associata regolata da attività di decisione ed amministrazione comune, tutti dovevano saperla gestire che ne fossero affetti passivamente (difesa) o attivamente (accusa) o come terzi (giudizio). L’amministrazione della legge, non meno che della politica, presupponeva il discorso ed il discorso è fatto primariamente da logica e linguaggio. Non tecnicamente è fatto poi di contenuto ma oltre al naturale presentarsi delle opinioni politiche in ognuno dei cittadini, l’intero ambiente dialogante, discutente, financo litigante, aiutava a raffinare, precisare e modellare  l’istinto naturale ad avere una opinione su cose e fatti. Ci si dimentica che in Atene si chiacchierava e discuteva sempre, ognuno era in contatto con gli affari pubblici non meno che con quelli privati, sempre. Essenziale per la democrazia è il tempo che si dà per questa continua autoformazione che solo in parte dipende dall’individuo e molto più spesso dalla sua relazione con altri. Certo che una società dedita per un terzo a dormire, per un terzo alla cura personale e relazionale e per l’ultimo terzo a lavorare mai potrà esser democratica.

Questa modo di intendere la stessa filosofia come bene equamente distribuibile, urtava fortemente ogni aristocratico poiché l’origine di ogni differenza sociale non è economica ma culturale, è questa seconda che produce la prima più di quanto non sia l’inverso. Da qui lo sforzo titanico di Platone ad imporre un concetto tipicamente aristocratico se non monarchico, il discorso non è regolato dal raggiungimento di una verità intersoggettiva ma dal raggiungimento di una Verità assoluta, quella che solo il “vero” filosofo conosce. Platone, portò la lotta di classe, lotta condotta di solito dalle élite più che dal popolo, in filosofia e da allora questa gerarchia del Vero, del Buono e del Bello, ordina la forma nuda di ogni nostro cercar di capire ed argomentare sulla realtà politica del vivere associato. La cosa ha del paradossale se ci si pena un attimo. Va da sé che ogni singolo individuo pensa di aver ragione e quindi implicitamente che coloro che la pensano diversamente hanno torto ma invece che prender atto di questa naturale frammentazione del vero accettando la necessaria contrattazione della verità nel pubblico dibattito, si pensa che esista un vero in sé e si perpetua una condizione in cui ognuno pensa di averlo trovato sentendosi in diritto di imporlo all’altro. In questo senso, Platone “porta” ad Hitler, non meno che ad ogni altra forma di dominio di uno o pochi su tutti gli altri in base all’unilateralità della propria, esclusiva, ragione. Platone certo è solo l’inizio. Platone da solo, poverino, ben poco avrebbe fatto se Paolo di Tarso non fosse stato neo-platonico e così Agostino d’Ippona, se il cristianesimo non avesse retro-selezionato l’intera opera dell’ateniese (unico autore dell’antichità di cui ci hanno fatto pervenire l’opera completa, assieme ad Aristotele di cui però non ci è pervenuta l’opera completa e soprattutto le opere essoteriche, rivolte al pubblico esterno come nel caso di tutti Dialoghi del suo antico maestro) come corrispettivo filosofico dell’impianto concettuale della propria credenza di tipo religioso. Anche la scienza che si separò, orgogliosamente, a gli esordi del moderno, dalla filosofia e dalla religione, si presentò come episteme del vero, tornando ai fasti pitagorico-euclidei non estranei all’Accademia platonica salvo poi non notare che le verità degli oggetti e dei fenomeni non umani sono ben diverse cose da quelle umane. E comunque scoprendo poi che anche alcuni fatti parte del mondo quantistico e relativistico, hanno dipendenza dalla natura non universale dell’osservatore tornando in parte al detto “uomo, misura di tutte le cose”. Addirittura l’episteme del vero oggettivo che pure ha in oggetto cose e fenomeni per lo più non umani nel senso compiuto del termine, torna a Protagora di cui tutta la tradizione romana, cristiana ed oligarchica ha visto bene di perdere l’intera opera confinando per lungo tempo i “sofisti” nelle segrete della ciarlataneria, dell’alternative truth si direbbe oggi col tipico sorriso ironico di sufficienza di chi invece la “verità” la possiede. I secoli passano ma la lotta di classe sullo statuto della verità non dorme mai visto che  esso è il fondamento di ogni diseguaglianza sociale.

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Stante che Socrate parlava e non scriveva e di ciò che avrebbe detto ci sono pervenuti solo resoconti da parte di aristocratici antidemocratici (Senofonte e Platone), si può comunque ben dire che fosse un filosofo da strada, dialettico nel senso che intrecciava il discorso con interlocutori occasionali in seduta pubblica. Da questo punto di vista, si può ben dire egli fosse un sofista radicale che poteva rinunciare a gli emolumenti d’insegnante e viceversa si dedicava ad educare al discorso l’intera cittadinanza. Questa propensione popolare, fu ampiamente criticata da Platone, il quale sosteneva che non si può dialogare alla pari tra chi aveva nozioni e formazioni così diverse, pena l’incomprensione, quella stessa che sciaguratamente portò poi la città a condannare a morte il filosofo, per quanto questi pare fece di tutto per arrivare all’esecuzione forse pensando che ciò avrebbe giovato come estremo ammonimento su i pericoli dell’ignoranza non consapevole di sé stessa (il “so di non sapere”). Come sosteneva Hadot poi contagiante Foucault, quel tipo di filosofo faceva della sua propria vita la sua opera, parlava tramite l’esempio di cui lui stesso era la testimonianza. L’obiezione di Platone era per altro corretta in linea di principio, sebbene valgano due corollari: il primo è che se questo è vero, è allora un buon motivo non per rinchiudersi nei simposi tra amici prediletti come poi è diventato longevo vizio dell’intellettualità occidentale ma impegnarsi a redistribuire la conoscenza; il secondo è che in effetti Socrate non veicolava idee ma come “tafano” del corpo sociale in permanente dialogo, andava a pungere e disturbare ogni discorso mal posto, mal definito, contradditorio per aiutare il formarsi delle condizioni di possibilità stesse di un vero discorso pubblico. Che differenza allora con l’allievo che si richiudeva dietro le mura della sua esclusiva scuola in cui non si entrava se non dotati di immagine di mondo “geometrica” a discutere tra simili, scrivendo poi dei libri che passano alla storia come “dialoghi” sebbene l’autore sia colui che pone la tesi e l’antitesi al contempo. Arendt nel suo libro, ad un certo punto si inerpica per una perigliosa strada, critica avanzata giustamente dalla Caravero, che vorrebbe il dialogo interiore, parallelo a quello pubblico. Parallelo forse sì ma con una ben segnata distanza come sa chi si è sottoposto a qualsivoglia dibattito pubblico. La critica, la misinterpretazione, la lenta verifica dei rispettivi linguaggi (ognuno ha sue definizioni dei più importanti concetti), la competizione personale che esula talvolta dall’oggetto del dibattito, il peso delle immagini di mondo e delle teorie fantasma che ognuno ha implicitamente in background nella mente, tutto ciò che -inaspettatamente- esce fuori dal discorso dell’Altro, il segreto conflitto tra la quasi oggettività del razionale e l’estrema soggettività delle nostre irrinunciabili passioni giudicanti, nulla di tutto ciò ha a che vedere che i freddi dialoghi tessuti da una sola mente che si contesta solo ciò che vuole meglio spiegare e confuta solo ciò che gli vien facile da confutare non aderendo e non conoscendo l’irriducibile alterità del punto di vista dell’Altro.

Platone arriva così a teorizzare il governo del filosofo ovvero della Verità, la dovuta e necessaria tirannia dell’ordine del vero che domina la confusione delle opinioni, modello per ogni minoranza fortemente intenzionata a sottomettere la pigramente confusa ed indifferente maggioranza. In più, lancerà il libero concorso sul modello più idealistico o realistico di società che si vorrebbe, concorso a cui poi quasi tutti i filosofi politici aderiranno entusiasti offrendoci modelli di tutti i tipi, libero concorso che continua ancora oggi in cui ogni settimana troviamo in libreria il lancio di un nuovo modello di economia, modo di intendere la società politica, modo di stare al mondo con acclusa costellazione valoriale e norme per il montaggio sociale (questa parte invero poco sviluppata, di solito perché l’aspetto fantasy è più importante e “vende” di più). Come se il problema delle cose fosse pensarle e non il farle. Questa collezione di modelli è tutta interessante e falsa è la posizione di coloro che hanno pensato ci si debba liberare dalla pulsione del sogno della società, poiché è natura del pensante umano prefigurare il futuro atteso, sognato, temuto. Il problema è che una filosofia politica di base, avrebbe dovuto indagare primariamente il “come”, come portare un sistema complesso fatto di parti altamente eterogenee e sempre più disconnesse le une dalla altre ed ognuna dal tutto sociale del sistema in cui si vive in comune, a prendere la decisione, quella sì “una”. Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, di quello che è e di quello che si vorrebbe che fosse, la filosofia politica di base dovrebbe allora aiutarci nel processo di composizione di così tanti punti di vista in una finale decisione di auto-governo, di messa in pratica di ciò che alla fine contratteremo tra noi. Di questa ragion pratica, di questa filosofia della prassi politica basilare, si sente la profonda mancanza.

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Ogni uomo ha una sua immagine del mondo ed ogni uomo è obbligato a vivere con l’altro in questo mondo, così, ogni mondo sociale ha una sua struttura di funzionamento. Questo funzionamento dovrebbe essere il primo oggetto di una filosofia politica, altrimenti il “necessario funzionamento della società” sarà dato da qualche forma di ordine dominante promosso dall’interesse di una minoranza. Questo funzionamento ha solo due possibili esiti: i Pochi su i Molti o l’auto-governo dei Molti. Gravare questa situazione di assoluta impotenza al darsi il funzionamento da sé da parte della società, con l’ennesimo modello ideale o pensare che attraverso la critica corrosiva i funzionamenti attuali cedano in favore di nuovi per altro male o per niente definiti è aggiungere confusione a illusione. Abbiamo ormai un secolo e mezzo di acuta e penetrante critica interna all’Occidente sul nostro funzionamento dominante che però rimane tale, immune ad ogni negatività ed abbiamo decine di mondi sognati dal libero esercizio dell’immaginazione politica che rimangono città celesti dell’iperuranio.  Quello che non abbiamo è un quadro chiaro di cosa si deve fare per cambiare l’assetto decisionale portandolo da una qualche versione dei Pochi alla naturale versione dei Molti, ovvero una società pienamente in grado di auto-regolarsi. La battaglia su i diversi modelli la faremo poi tra noi, quando avremo messo in opera un campo di gioco comune, prima c’è da decidere come si decide delle cose comuni. La filosofia politica che ci manca è tutta qui.

  • Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015
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LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (2/2)

Qui la prima parte. Chiudiamo dunque con gli ultimi quattro interventi, tra cui Streeck e Zizek, a cui faremo seguire una finale riflessione personale.

Riprendiamo quindi da César Rendueles, sociologo e filosofo spagnolo, che vede la crisi non un effetto eccezionale ma uno standard da quando le élite occidentali hanno inteso varare il turbo-capitalismo per far fronte della crisi di accumulo del capitale degli anni settanta. Seguendo Polanyi, vero perno di riferimento per lo sviluppo delle argomentazioni di molti altri interventi, non si dà alternativa tra libero mercato e intervento collettivo ma scelta tra diversi tipi di mediazione politica, “contro movimenti” spinti dagli effetti della distopia mercatistica. Scartate le reazioni di estrema destra, identitarie, nazionaliste, xenofobe, integraliste religiose, populiste reazionarie, rimangono i fermenti di radicalizzazione democratica, già alla base di quella America latina che fu motore del’antagonismo mondiale e che oggi, forse, possono riprendere espressione politica proprio a partire dal Sud Europa. La rivendicazione di democrazia, può rivolgersi ad uno spettro più largo degli interlocutori del tradizionale discorso di sinistra arrivando così a coinvolgere la vera maggioranza sociale. Le gambe su cui far marciare le condizioni di possibilità di questo contro movimento, Rendueles le individua nel precariato e in una alleanza internazionale (europea e non solo) che superi l’”impotenza appresa globale”, una cooperazione globale post-capitalista. Citando Gowan, l’Europa potrebbe diventare il traino (?) di questa globalizzazione post-capitalista, democratica e prospera.

E giungiamo così a Wolfang Streeck. Ripercorsa, in breve, la storia della svolta global-liberista (termini-concetto verso i quali l’Autore dichiara un certo fastidio dovuto probabilmente all’abuso ormai retorico, fastidio poi esteso al termine “populismo”), dal “There Is No Alternative” alla confluenza in essa tanto del centro-destra quanto del centro-sinistra, con acclusa involuzione dei partiti politici e distruzione dei sindacati, Streeck inverte opportunamente il senso di alcuni luoghi comuni. Ad esempio, quello di post-verità, attitudine sistematica del discorso neo-liberale globalista per molti anni prima che l’Oxford Dictionary si accorgesse tardivamente ed in piena falsa coscienza, del suo avvento. Post-verità rinforzata dalla vasta schiera degli esperti menzogneri e da una deriva surreale di narrazioni mainstream che ha toccato vertici inusitati con la campagna elettorale di Hillary Clinton, la miliardaria beneficiata da Goldman Sachs che voleva rappresentare “chi lavora duramente”. Si è arrivati nel caso del referendum britannico ad invocare i test di idoneità per il voto consapevole, dopo aver fatto volutamente degradare ogni forma di democrazia attiva e partecipata. La “situazione spirituale del nostro tempo” e segnata da una scissione culturale inedita, c’è un forte disagio da globalizzazione che è senza rappresentanza ed è senza rappresentanza perché coloro che storicamente rappresentavano le istanze dei perdenti, di loro origine internazionalisti, si trovano concettualmente accanto ai globalisti.  Dal basso, si è espresso -in qualche modo- il disagio da globalizzazione ma dall’alto ciò è stato vissuto come estrema minaccia e la contromisura è stata la reinvenzione della categoria “populista”. Con “populismo” si definisce sostanzialmente un deficit cognitivo di chi “la fa facile” per ignoranza della vera complessità del mondo (anticamente si usava “demagogia” ma oggi è tutto “nuovo” e quindi per dire cose vecchie si usano termini-packaging nuovi)  ed in subordine, lo si accusa di basarsi su un pericoloso fondo di nazionalismo etnico. La non sempre dichiarata ma sempre pensata accusa di fascismo che sarebbe sotteso a questa rivolta degli ignoranti, finisce con l’esserlo di fatto visto che coloro che prima difendevano i deprivati ora si trovano dall’altra parte lasciando il campo a gli organizzatori del dissenso con agenda politica senz’altro non progressista. Streeck nota -a ragione- la grande difficoltà che le élite (tanto neo-liberiste, che progressiste) manifestano nel comprendere i segnali del 2016, da Brexit a Trump, inclusa la sinistra cosmopolita e questo perché quasi più nessuno ha la capacità di volgere lo sguardo “verso il basso” e comprenderlo. Eppure, di fatto, siamo nel gramsciano interregno dove gli effetti sorprendenti prendono il sopravvento sulle articolazioni prevedibili, di cui la rivoluzione populista è un esempio. L’ammonimento verso la sinistra cosmopolita è chiaro: “Chi espone la società a una pressione distruttrice sul piano economico e morale, suscita una opposizione tradizionalista … meglio una democrazia nazionale oggi che una democrazia della società mondiale (ammesso sia possibile, aggiungo di mio) domani”. [Ai tempi della consegna di questo articolo, probabilmente, Streeck era impegnato nella chiusura della sua ultima fatica: “How will capitalismo end? Essays on a failing system” Verso book, 2016. Qui, una intervista sul senso più ampio della sua posizione.]

Storico, archeologo, scrittore e soprattutto attivo sperimentatore di nuove forme di democrazia, David Van Reybrouck, belga-fiammingo, interviene con una lettera propositiva rivolta a Juncker. Il tema è quello della democrazia, messi su un piatto della bilancia i fragili presupposti che condussero all’Unione e sull’altro la collezione di inquietanti fatti politici, sociali ed economici recenti, il ritorno ai cittadini s’impone come unica via per rilanciare l’idea ed il progetto europeista, mai in così rischioso bilico. Reybrouck è fortemente critico verso la forma democratica otto-novecentesca ovvero “rappresentativa” che, citando il lavoro di Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, il Mulino, 2010), riporta alla comune radice delle parole élite ed elezioni, in pratica, l’elezione di una élite. Tra questa élite ed il corpo elettorale, per lo più ignaro del profondo delle questioni e svegliato dal torpore apolitico solo una volta ogni quattro-cinque anni, non c’è alcuna “società civile” ma un mondo di variegati formatori di opinione quasi sempre espressione dell’élite stessa. Non va meglio coi referendum, quiz dicotomici e riduttivi di complessità che spaccano i paesi quando non vengono usati per tutt’altri scopi rispetto al quesito posto, come plebisciti ma anche sonore bocciature come nei casi Cameron e Renzi. Nei social e su Internet, da una parte è dilagata l’informazione inverificata, dall’altra l’incontro tra opinioni diverse lascia i due contendenti con le reciproche accuse di “troll” o “venduto”. Tutto ciò è evidente che non funziona e da ciò scaturisce la “stanchezza per la democrazia”. Torniamo allora al sorteggio ateniese, un campione casuale di cittadinanza a cui si delega un intenso processo informativo di approfondimento, da cui far scaturire una lista di suggerimenti e proposte concrete, al limite poi da verificare con referendum a risposta multipla di modo da meglio rappresentare la complessità e le sfumature dell’adesione o della critica, se non del rifiuto. Al proposito, l’Autore cita un caso concreto che per la seconda volta è stato messo in campo in Irlanda su vari temi. Si potrebbe allora così rilanciare il progetto Europa, coinvolgendo direttamente gli europei realizzando così la promessa democratica non solo di un governo per il popolo, ma del popolo. [Magari non avremmo svolto il discorso rivolgendosi a Juncker  ma l’intervento è comunque interessante]

E chiudiamo con il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek che ha già zippato la sua proverbiale torrenzialità in appena 14 paginette che sono difficili da zippare di nuovo in un più breve sunto. Il punto finale è anche quello di partenza: il capitalismo è globale? L’anticapitalismo non può che combatterlo nello stesso formato, occorre una nuova Internazionale politica ma di questa logica che si vorrebbe auto-evidente, Zizek non dà dimostrazione. Seguono cinque  citazioni, due lineari ovvero la maoista eccellenza della confusione sotto il cielo e lo “studiare! studiare! studiare!” leninista, due invertite ovvero l’undicesima di Marx che dovrebbe rianteporre la fatica dell’interpretazione all’azione compulsiva e cieca e la gramsciana transizione che nell’interregno disvela i più morbosi fenomeni che -prima che vengano normalizzati da un nuovo ordine- diventano ottime occasioni per le grandi re-azioni. La quinta è psicoanalitica ed è il passaggio dalla paura che mobilita verso l’esterno, all’angoscia che ci impone di cambiare noi stessi. Per come si esprimono le sentenze sapienziali dell’Yi Jing cinese, “la situazione è propizia” ma per fare cosa? Promuovere un diritto cosmopolitico di sinistra che affronti appunto nel formato globale il già globale capitalismo, questa la linea per i “liberali di sinistra”. Del quadrilatero di posizioni formato da capitalismo globale e multiculturale, sinistra universalistica, sinistra patriottica antiglobalista e capitalismo con caratteristiche nazionali, etniche e locali, Zizek sposa la seconda (in sostanza, il movimento Diem25 di Varoufakis) e vede come suo territorio geo-storico-politico l’Europa. Un Europa che inquieta tanto Trump che Putin che su questa condivisione potrebbero anche evolvere un’alleanza “populista”. Rispetto a questo “populismo” arrabbiato, sbagliano i liberali di sinistra critici a sottovalutare la debolezza intrinseca dell’egemonica ideologia liberale ma sbagliano anche i nuovi populisti di sinistra che vorrebbero utilizzare il format “populista” sebbene distogliendolo dai suoi attuali fini intrinsecamente di destra per volgerne la forza a fini di sinistra, come se i format fossero neutri in sé. Quello populista-nazionalista, secondo Zizek, non lo è, l’universalità non è qualcosa che possa emergere alla fine di un processo lungo e paziente come vorrebbero Mouffe e Laclau ma ineliminabile punto di partenza per ogni progetto emancipativo.

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COMMENTO. Definendo il perimetro degli interventi attesi, il curatore Heinrich Geiselberger (a cui comunque va il merito dell’iniziativa in quanto a sinistra sembra esserci una certa depressione, ovvero mancanza d’iniziativa collettiva), ha posto i limiti di una fotografia dal titolo “La grande regressione”, alludendo in qualche modo e volutamente alla “Grande trasformazione” di Karl Polanyi che viene infatti più volte citato dagli intervenuti. Ma pur dandosi i limiti ascritti, il tema ha finito spesso per sfociare in una seduta di autocoscienza della sinistra smarrita davanti all’evidenza del fatto che in Occidente siamo in piena crisi oggettiva, che altrettanto oggettivamente questa crisi profonda, ontologica, ha come peggiorativo il tardo capitalismo finanz-global-liberista[1], che ogni giorno di più s’ingrossa l’elenco dei sintomi di una generale dis-funzione degli ordini sociali, politici ed economici (e non da tutti citati ma assai evidenti anche quelli culturali ed ecologici), che quindi esisterebbero tutti i parametri per una affluenza di forze sociali e quindi politiche nelle file di una sinistra in grado di “cogliere il momento”, ma non c’è alcuna sinistra a cogliere il momento. Perché ?

Elitismo della sinistra accademica, involuzione linguistica (è sintomatico come tutti gli autori intervenuti si siamo sforzati di esprimersi in linguaggio umano quando i più, nelle loro pubblicazioni, gigioneggiano spesso con qualche dialetto della loro tribù epistemica), separazione delle già risicate forze tra neo-populisti ed internazionalisti, ciechi e poco avveduti i primi per i secondi, scivolati nell’ossessione dei diritti umani e non sociali i secondi per i primi. Sinistra liberale che finisce con il voler salvare il sistema da se stesso e sinistra radicale che non sa fornire l’alternativa proprio ora che il sistema dominante non distribuisce più dividendi e s’inviluppa nella sua cupa demenza senile. La sinistra finisce così sugli spalti ed in radiocronaca a raccontare i tempi che -sul campo- vedono destra-capitalisti-nazionalisti vs destra-capitalisti-globalisti. Con la sua auto attribuita -inossidabile- lucidità critica, la sinistra sgrida destre nazionali e globali, capitalisti di ogni forma e grado, Trump e Putin, una sua fazione l’altra com’è atavica tradizione ma questo ipervolume di parole a quale sostanza corrisponde? E’ solo un problema di linguaggio o la sinistra campione universale del pensiero critico e destruens non sa esattamente cosa vuole se non in negativo, non ha un posto dove portare la gente, non ha alcuna viabile ipotesi costruens? Forse il tempo della critica è il tempo del dominio di una forma ma quando quella forma sembra perdere le sue funzioni ordinative, si presenta il tempo del progetto e questo progetto nonché le facoltà stesse di pensarlo, mancano?

Nell’ultimo secolo e mezzo, la sinistra occidentale ha svolto il ruolo di contrappeso del sistema dominante, a volte stabilizzandolo, a volte migliorandolo con un po’ di welfare e di pressione su i “diritti”, assicurandogli la coscienza critica nel mentre le pratiche continuavano nel “business as usual”. Una sorta di “religione della buona coscienza”, con le sue pratiche, le sue processioni di piazza, i suoi sacerdoti per altro in reciproco, astioso, conflitto, le sue chiese, le sue insensate guerre di religione su i diversi aspetti secondari della credenza, i suoi dogmi ed i suoi eretici, i suoi libri sacri, le sue preghiere, le icone a cui votarsi nell’incertezza. Una religione che avendo promesso un mondo migliore nell’al di qua, dopo un secolo e mezzo di sostanziali fallimenti, sta morendo di lenta e sembra irreversibile dissipazione per palese mancanza di interesse e credibilità. Religione ormai in regressione, con le idee poco chiare e le chiese vuote ma la cui residua fede sfida tutte le falsificazioni, com’è norma. Tempo fa, qualcuno ritirò fuori con grande successo l’idea di Walter Benjamin che pensava che il capitalismo fosse una forma di  religione[2], una credenza e pratica condivisa di tipo ideologico. Non solo il capitalismo, anche l’anti-capitalismo è una forma ideologica e tutte le forme ideologiche appartengono alla stessa famiglia delle religioni, la famiglia delle “immagini di mondo”. Il capitalismo però parte come pratica e poi si costruisce uno specchio ideologico facilmente falsificabile mentre l’anticapitalismo parte come specchio critico dell’esistente ma privo del tutto di indicazioni pratiche sul come superarlo. Una splendida diade specularmente inversa, una prassi senza filosofia ed un filosofia senza prassi.  In più, c’è il grave pregiudizio del fatto che tutti i sacerdoti dell’anti-capitalismo sono borghesi, borghesi che teorizzano contro il sistema dei borghesi. Per carità, c’è diritto di secessione etico-morale dalla propria classe (come dalla propria civiltà) ma forse questa coincidenza porta a non avere le idee chiare in sede di prognosi, forse quella della classe salvifica che dovrebbe tirarci fuori dai pasticci è una idealizzazione dialettica mischiata a sensi di colpa sociale. Per tornare al problema del come ci si esprime a sinistra, è evidente che molti scrivono per farsi intendere dai propri simili e non certo da tutti gli altri, la sinistra parla di popolo ma non al popolo e forse neanche si sente del popolo.

Venendo al libro, la sinistra liberale sembra non comprendere la durezza dell’iceberg contro il quale è andato a sbattere l’Occidente, visto che la nave s’è data in gestione a gli spiriti animali e quindi nessuno ne governa la rotta, consulta le carte, comprende la difficoltà di navigare in sì perigliosi mari. La sinistra liberale sembra dedita esclusivamente alla coltivazione delle migliori condizioni di possibilità del sistema senza comprendere che quel sistema non è più funzionante. Come spesso ripetiamo, l’Occidente, un secolo fa era un terzo del mondo ed immensa era la distanza che lo divideva in termini di performance dal resto del mondo che infatti dominava. Mal si comprende spesso che “dominare” non è solo un fattore etico, è anche un fattore funzionale. Se domini e non competi, se ti accaparri e non condividi, se dai le norme e non le subisci, tutti i conti tornano con facilità perché c’è “abbondanza di condizioni”. Oggi l’Occidente è poco più di un decimo del mondo e va ulteriormente a ridursi, la sua preminenza di performance si sta velocemente riducendo ed in molto casi è annullata, dovresti allora esser in grado di competere, dovresti comunque prepararti a condividere visto comunque il ridotto peso e dovresti esser in grado di concordare le norme. Ma questo passaggio dal dominio al condominio sembra che non lo si voglia registrare. La regressione è un effetto della contrazione e rispetto ad una contrazione c’è da prendere una posizione radicale perché i sistemi si riducono fino ad un certo punto naturalmente[3], dopo saltano ad un diversa forma e noi siamo proprio al punto che dovremmo decidere quale nuova forma darci. La forma non ha nulla a che vedere con il cosmopolitismo, i transgender, le opzioni morali, l’accoglienza migratoria, ha a che vedere con l’architettura istituzionale (gli storici stati-nazione o nuovi e più massivi stati-federali da costruire con chi e come?), la distribuzione della minor ricchezza e relative opportunità, il senso della società ed il ruolo che vi deve esercitare il lavoro che non è più necessario ai livelli del XIX secolo, la postura inter-nazionale, decidere chi deve decidere , domandarsi se gli euro-continentali sono della stessa natura degli anglosassoni o i destini vanno divisi visto che la contrazione per chi vive in un impero, avrà ben altri effetti e dimensioni. Infine, smetterla di parlare per assoluti e di parlare per conto dell’umanità, rendersi conto che noi qui in Occidente non siamo “il” mondo, siamo solo un frammento geo-storico tra gli altri.

La sinistra radicale si troverebbe così al fatale, storico e sempre sognato appuntamento con la storia, quel punto in cui finalmente si aprono le condizioni di possibilità -che a questo punto diventano di necessità- che portano alla fatidica domanda: che altro fare? Quale altro modo di stare la mondo possiamo esaminare come alternativa? Qui ci si divide ulteriormente in due tradizioni. Quella della fazione ultra-democratica della Rivoluzione francese (che è poi quella che diede natali al termine “sinistra”) e quella dei socialisti, poi comunisti. La prima tradizione sosteneva un metodo per prendere le decisioni all’interno del corpo sociale secondo la contabilità dei Molti. Questa tradizione non ha avuto seguito. Si è accettata la democrazia parlamentare come massimo raggiungimento dell’auto-governo del popolo, una posizione a dir poco demenziale. Son decenni che la teoria politica e sociologica più lucida ha mostrato con chiarezza l’impostazione elitista di questa forma corrotta di democrazia “rappresentativa” che non meriterebbe neanche di appartenere alla categoria “democrazia”,  ma ecco che siamo a rimpiangerla come se avessimo raggiunto un eden che oggi ci vogliono sottrarre.  La seconda tradizione, i socialisti ed i comunisti,  prendevano la struttura sociale creata dal capitalismo, cioè una forma di piramide gerarchica che non ha inventato il capitalismo ma che si perpetua dalla nascita delle società complesse, quindi da più o meno ottomila anni (a dire che il “dominio dell’uomo sull’uomo” è evidentemente un problema sistemico di natura socio-antropologica prima che economica) e ne volevano invertire le gerarchie portando i Molti subalterni a farsi dominanti del sistema di produzione. Visto che poi erano Molti, sostanzialmente si risolveva  così per semplice contabilità, il millenario problema del dominio degli uni su gli altri. Forse si dovrebbe tornare a questa biforcazione e dopo centocinquanta anni, tirar giù una linea di totale, fare somme e sottrazioni e calcolare la “realtà” delle varie forme di pensiero di sinistra, potare selvaggiamente alcuni rami infruttuosi e concentrare la forza vitale che pur rimane in ciò che più promette un futuro concreto. Questo futuro sfuggente ma che già sappiamo molto ma molto problematico poiché portare una intera civiltà a riadattarsi al mondo che le è cambiato intorno non è mai riuscito a nessuno. Prima di disegnarlo col “io lo farei così” “ah, io no, lo farei cosà”, andrebbe affrontato decidendo chi e come si decide. Prima del menù (per le osterie del futuro-presente), c’è da decidere come funziona la cucina.

Delle marxiane Tesi su Feuerbach, a noi piace -in particolare- non l’enigmatica e troppo citata undicesima, ma la seconda che oltretutto ne chiarisce il senso: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”. Dopo centocinquanta anni di “attività pratica” di sinistra, qual è la “verità cioè la realtà e potere”, del pensiero di sinistra? Qual è invece la sua degenerazione scolastica? Perché i ripetuti fallimenti nella pratica che voleva conseguire l’idea del cambiamento del mondo non hanno retroagito come avrebbero dovuto, modificando il pensiero originario? Non solo non abbiamo cambiato il mondo ma molti di noi continuano a ragionare con categorie di centocinquanta anni fa e certo se non impariamo a cambiare il sistema di pensiero in seguito al riscontro della prassi, la vedo difficile poi riuscire a cambiare effettivamente qualcosa di concreto là fuori.

Forse la sinistra radicale, che almeno non ha le illusioni di quella liberale che discute su i titoli delle canzoni che l’orchestrina della nave deve intonare durate il naufragio, deve ancora compiere la sua “grande trasformazione” e regolare i conti con la sua origine otto-novecentesca. Sarebbe forse più utile aggiornare le fonti di analisi dell’umana antropologia (quella di Marx è ferma ai guadagni ottenuti da questa disciplina al 1870!)[4], interrogarsi sulla stessa accettazione supina di una divisione dei saperi che ci fa rimbalzare senza rotta tra sociologismo ed economicismo, tra una antropologia lavoristico-produttiva e l’evidente collasso ecologico,  tra gli appassionati di “struttura” e quelli della “sovrastruttura”, tra vago cosmopolitismo stoico e geopolitica fondata su solide basi storiche e geografiche, materialismo vantato ma poi annegato in una ipertrofia idealistica che soffre atavicamente dello  “schifo del concreto”, analizzare i rapporti tra le diverse culture-civiltà che certo appartengono tutte al superiore ordine dell’umano ma che geografia e storia (di nuovo, non il “capitalismo”) hanno diviso in sistemi diversi che non hanno pratica e tradizione di convivenza reciproca. Chiarirsi anche su i controversi rapporti tra Stato e mercato poiché a volte sembra che a sinistra si sia creduto con troppa acquiescenza dell’esistenza di una dicotomia conflittuale lamentata dai liberali. Senz’altro tra i due ordini c’è storicamente tensione ma francamente nella storia non si vede questa preminenza della struttura (economica) su i sistemi (politici), si vede chiaramente che da Venezia ad Amsterdam, da Londra a Washington, oggi Pechino (ma vale anche per Tokyo e come ben vediamo e sappiamo dalle nostre parti anche per Parigi e Berlino), l’ordine economico si esprime sempre e soltanto all’interno della condizioni di possibilità che gli procura il politico. Anche la finanziarizzazione e certo la globalizzazione libera&bella, nascono da norme giuridiche e decisioni normative promosse da governi ben precisi (anglosassoni), gli stessi che oggi vorrebbero revocare parzialmente la seconda che paradossalmente finisce con l’essere difesa dalla sinistra liberale in preda alla più imbarazzante delle confusioni mentali.

Visto poi che ormai è dedita più all’intellettualità che alla pratica, la sinistra ha dei compiti seri anche in questo campo ristretto.  Il fastidio di Streeck, il fastidio  per quella brodazza di concetti dai confini sbiaditi e dalla consistenza dubbia (neoliberismo, globalizzazione, internazionalismo, cosmopolitismo, nazionalismo, populismo, e mi permetto di includere anche capitalismo, un concetto saponetta che ogni volta che tenti di prenderlo in mano sguscia via da tutte le parti), è -credo- anche il fastidio per una minorità concettuale.  Ci facciamo spesso imporre l’agenda, ci facciamo imporre i concetti, ci facciamo imporre i giudizi traendoli per antitesi meccanica da quelli posti in forma dominante. La sinistra dovrebbe trovarsi lì dove garrisce la bandiera dell’autonomia, del darsi la legge da sé ma se non riesce più ad avere una egemonia nel pensiero sul mondo imponendo sua agenda, sue categorie e suoi concetti , vuol dire che non è una alternativa, è embedded all’intero Occidente in completa regressione, de-civilizzazione, fallimento adattivo.

Notoriamente, il problema del mito della caverna di Platone è che quelli nella caverna non sanno che quella è solo una caverna, non l’universo. Difficile non pensare all’occidentale per un occidentale. Forse sarebbe utile un secondo volume sulla Grande regressione che si dia in oggetto proprio e solo la grande regressione della sinistra occidentale, come uscire da un sistema di pensiero -per lo più- scolastico, un sistema che ha perso visione e si è divaricato tra utopia stanca e gestione della contingenza. Senza una nuova sintesi, non c’è scampo al naufragio che questi “diari collettivi” accompagnano con la mestizia del “lo sapevo, lo avevo capito, ma non son riuscito a fare nulla”. E’ questa impotenza che genera depressione ed è anche questa che contribuisce alla grande regressione.

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[1] Se sia causa prima o peggiorativa c’è poca chiarezza.

[2] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il nuovo melangolo, 1985-2013

[3] “Naturalmente” non significa proporzionatamente. Come osserva nel suo intervento B. Latour, tutta la contrazione è stata scaricata dai dominanti su i dominati. Che la festa fosse finita è diventato il mantra delle élite per far passare aggiustamenti sociali al fine di “passare la nottata”, promettendo vari tipi di luci psichedeliche in fondo al tunnel. Il punto è che la contrazione è definitiva e strutturale, non episodica e momentanea e quindi la festa era finita pure per loro. Ma poiché per loro la festa non può finire mai, tutto il peso dell’hangover è finito in carico a chi alla festa aveva fatto solo da cameriere.

[4] Le forme della gerarchia sociale (dominio di A su B), che siano basate sul sesso, genere, età, classe o etnia, risalgono alla nascita delle società complesse. Leggendo certe analisi, sembra che a sinistra si sia aperto il libro della storia umana solo alle pagine che vanno dal 1850 in poi.

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