LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (1/2)

Riportiamo in due puntate un breve sunto dei quattordici interventi sul tema posto a cui faremo seguire un commento finale. Il tema lanciato è lo stato del mondo (migrazioni, terrorismo, stati falliti, incremento delle diseguaglianze, demagoghi autoritari, globale – nazionale, crollo dei sistemi intermedi come partiti – sindacati – media e naturalmente la parabola neo-liberista e globalista) al cui capezzale vengono chiamate alcune menti pensanti per fare il punto.

Per Arjun Appadurai, la regressione si legge nella nascente insofferenza verso la democrazia liberale a cui si contrappone una crescente adesione all’autoritarismo populista, il mondo vira a destra (come se la democrazia liberale fosse di sinistra). Di base, c’è l’erosione di struttura operata dalla globalizzazione (ritenuta irreversibile)  che depotenzia ogni sovranità nazionale ma i leader autoritari/populisti si guardano bene dall’affrontare questa causa profonda e si presentano come sovranisti solamente sul più comodo piano culturale: sciovinismo culturale, rabbia anti-immigrazione, identità, tradizioni violate. Il fallimento dei tempi lunghi e di una certa sterilità della politica democratica nell’affrontare i problemi fa crescere l’insofferenza ed alimenta la delega a soluzioni imperative che però rimangono di facciata in quanto nessuno veramente sembra intenzionato a discutere i fallimenti del neoliberismo globale. La ricetta dell’indiano è stupefacente: l’opinione pubblica popolare e di élite, liberale ed europea, dovrebbero fare fronte per difendere il liberalismo economico e politico – “… abbiamo bisogno di una moltitudine liberale.”.

Passiamo al da poco scomparso Zygmunt Bauman che conviene sulla lettura dei tempi come perdita completa di ordine e prevedibilità, nonché di messa in discussione della stessa nozione di “progresso”. Tutto ciò viene catalizzato nel “panico da immigrazione”, reazione emotiva che poggia su una sorta di eredità biologica dell’intolleranza per l’ Altro che cozza contro un fenomeno epocale che si ritiene ineliminabile. Questa reazione emotiva ha fondamento nella “paura dell’ignoto” che non è alimentato solo dalle ripercussioni dei fenomeni migratori ma dal lungo elenco delle problematicità attuali, dalle diseguaglianze economiche alla precarietà esistenziale. Seguendo Ulrich Beck, siamo nell’epoca dell’inevitabile cosmopolitismo senza avere alcuna vera mentalità o attitudine cosmopolitica. Se il pattern fondamentale è storicamente quello del “noi” e “loro”, difficile portare coabitazione, cooperazione, solidarietà a livello di umanità intesa come un tutto che non ha “fuori di sé”. La ricetta del polacco è tratta da Francesco: insegniamo a i nostri figli (che erediteranno il mondo ed i suoi problemi) la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione, dialogo, dialogo ed ancora dialogo. S’impone quindi una rivoluzione culturale: menti lucide, nervi d’acciaio, molto coraggio, pazienza, visione globale a lungo termine, disponibilità a contrattare la verità.

Poi c’è Donatella della Porta, sociologa della Normale di Pisa che analizza le diverse dinamiche che caratterizzano i movimenti di reazione all’offensiva neoliberal-globalista, da destra e da sinistra. A sinistra si è elaborato un pacchetto moderatamente nazionalista (inclusivo e tendenzialmente cosmopolita), appelli alla solidarietà ed ai beni comuni, potenziamento democratico in senso inclusivo e deliberativo, promozione e difesa dei diritti sociali accanto a quelli umani. Ma la tradizione culturale di sinistra che include forti disposizioni normative e sviluppa livelli sofisticati di discorso pubblico, ne limita la “popolarità”. Il sostanziale tradimento delle politiche di “centro-sinistra” che non solo hanno perso del tutto connotazioni di sinistra ma qualche volta anche di centro, penalizzano ulteriormente l’area progressista.  “Popolarità” invece ottenuta più facilmente dalle versioni di destra, dove si elaborano appelli generici e bugie spudorate oltre alla totale cecità verso le contraddizioni intrinseche come nell’esempio Trump, un presidente miliardario che dovrebbe sanare le contraddizioni del liberismo-globalizzato. In questo senso, “populismo” andrebbe interpretato seguendo Kenneth Roberts, come quella forma di relazione politica che parte dall’alto e va verso il basso piuttosto che il contrario. Questa mobilitazione dall’alto è propria di legami e modelli plebiscitari, delega totale a figure paterne ed autoritarie che ricevano mandati vaghi, spesso in regime di aperta contraddizione logica tra ciò che si dice e ciò che realmente si vuol fare. La ricetta della sociologa per una politica popolare ma non populista è pazienza e spazi d’incontro, dibattito ed approfondimento delle pratiche di lotta che hanno mostrato efficacia.

In Nancy Frazer, teorica femminista e filosofa americana già autrice con Axel Honneth del rilevante “Redistribuzione o riconoscimento?” (Meltemi, 2007),  l’orizzonte del suo intervento si limita a gli Stati Uniti come “sintomo” più generale dell’Occidente. Siamo così alla partizione tra neoliberismo progressista e populismo reazionario che occlude ogni spazio alla sinistra poiché il secondo (populismo) ha occupato lo spazio della contrapposizione al primo (neo-liberismo). Iniziato da Clinton (1992) e diffuso da Blair (i Reagan & Thatcher del lib-prog anglosassone), continuato da Obama e dalla femminista di Wall Street Hillary Clinton, il neoliberismo progressista ha unito la soppressione dei diritti sociali e l’esaltazione di quelli umano-individuali, rompendo il fronte delle minorità di genere (donne-LGTB) – generazioni (giovani) – razza/etnia (neri ed ispanici) e classi, promettendo ai primi tre l’accesso alle gerarchie produttive basate sullo sfruttamento dei quarti. Emancipazione e finanziarizzazione vs protezione, questa la promessa neo-lib-prog. Poiché, di contro, oltre ad alcune posizioni forse più genuinamente popolari, anche se chissà poi quanto realmente condivise, il fronte populista reazionario, non rappresenta altro che la voglia di rivalsa dell’élite perdente (ad esempio quella petrolifera ed industriale vs quella ecologista – finanziaria – digitale), il tavolo presenta solo “la scelta di Hobson” ovvero una falsa scelta con cui il sistema capitalistico si dicotomizza in due versioni offrendo “libertà” di scelta della forma di dominio a cui assoggettarsi. Scelta che però “sostanzialmente” non c’è. La ricetta Sanders (Corbyn), emancipazione e prosperità, sembra allora l’unica via perseguibile per riportare la sinistra in gioco e rompere le regole del tavolo accettate troppo supinamente. Frazer si augura un ripensamento dell’establishment democratico, un rifiuto della narrazione giustificatoria di aver perso per colpa di un branco di miserabili (“basket of deplorables” secondo la “felice” espressione usata da Clinton ad un comizio), Putin e manovre dell’Fbi ma da quello che leggiamo di questi tempi, la speranza della Frazer pare davvero malriposta.

Ivan Krastev è uno scienziato politico bulgaro che include nell’analisi il panico demografico. I normali ordini stanno scomparendo per via delle migrazioni e della globalizzazione, i normali lavori stanno scomparendo per via di una “trotzkista” rivoluzione tecnologica permanente, la cultura europea sta scomparendo anche solo per ragioni di bilancia demografica. Kristev riconda che Ken Jovitt (The New World Disorder, Univ. of Cal. Berkeley, 1992) avvertiva che la “fine della storia” celebrata da Fukuyama, avrebbe lasciato campo al grande ritorno delle identità etniche, religiose, tribali. Il mondo iperconnesso corrisponde in paradosso ad un mondo disintegrato, la “globalizzazione connette disconnettendo”, un mondo ricco di esperienza ma che distrugge identità e non crea fedeltà. Nel suo Authoritarian Dynamic (CUP 2010), Karen Stenner spiega che è predisposizione psicologica di ogni individuo diventare intollerante all’aumento dei livelli di minaccia, quando il “noi” dell’ordine morale teme di scomparire. Così, non c’è alcuna ragione sostanziale per la quale i paesi centro europei debbano manifestarsi così allarmati da una invasione dei migranti che -numeri alla mano- non esiste, c’è invece la chiara percezione che la contrazione demografica (anche per la lunga diaspora dei giovani di quei paesi che uscivano dal disgelo post sovietico) sta portando all’estinzione etnica. Di contro, nelle società dell’Altro mondo, se la felicità nazionale era prima indipendente dalle ragioni materiali, l’interconnessione televisiva – Internet ha pubblicizzato un modello di “vita e società felice” che si fa prima a raggiungere migrando, piuttosto che trasformando la propria società nativa. Le ragioni della svolta populista stanno in questo disordine permanente ed incrementale che chiama una qualsivoglia forma di ordine che si è disposti a pagare anche a costo di alcune libertà.

L’argomentazione di Bruno Latour, socio-antropo-filosofo francese, ruota tutta intorno all’impossibilità dell’equazione tra i termini che spingono alla crescita economica neo-lib-global ed i termini ecologico-climatico-planetari che oppongono un invalicabile limite a quella cieca spinta. Accortisi di questa impossibilità, le élite hanno fatto -da tempo (già dagli anni ’70)- il cinico calcolo di accumulare per l’ultima volta il “più possibile” (esplosione delle ineguaglianze, del “privato” vs “pubblico”, deregulation anarco-capitalista), segnare un invalicabile confine sociale tra loro e l’irrecuperabile massa dei dannati, negare, occultare e rimuovere ostinatamente l’evidente per guadagnare tempo, scaricare le esternalità (ambientali, migratorie, disordini di vari tipi) su chi altro non poteva a sua volta scaricarle. Lo stigma del “populismo” serve a coprire ogni ragione di lamento e ribellione al crescente disordine procurato, ora che se ne discute la nebbiosa definizione altro tempo utile è stato accumulato per portare avanti saccheggio e fuga dal mondo. Il confuso sogno neo-imperiale di una Gran Bretagna che abbandona il Titanic europeo per mettersi in salvo da sola e quello ancora più evidente di Trump che rinserra gli americani nella loro isola – isolata, la grande fuga dei precedenti pifferai del “migliore dei globalismi possibili”, la dice lunga sull’egoismo lungimirante di questi irrecuperabili predatori individualisti. L’Europa sarà la prima a pagare il conto, globalmente assediata da competitor economici liberati ed invitati al grande gioco del mercato globale, assediata da migranti esuberanti, disordinata dai cambiamenti climatici in via diretta -come tutti- ma anche in via indiretta vista la totale mancanza di autonomia per energia e materie prime. Il futuro apparterrà  a coloro che per primi, rifiutando l’irresponsabile fuga, sapranno atterrare su un territorio comune abitabile, sempre che gli altri non abbiano prima fatto scomparire il pianeta su cui cercarlo.

Paul Mason, giornalista e scrittore britannico, ha pragmaticamente il pentalogo del “che fare?”: reimportare l’industria nel Nord del Mondo, costringere le imprese a riadottare atteggiamenti di responsabilità sociale, rinazionalizzare i servizi pubblici essenziali, alzare impenetrabili muri per impedire alla finanza di sottrarsi alla pubblica fiscalità, congelare (o ristrutturare o cancellare) i debiti e de-finanziarizzare l’economia. Poiché, secondo il nostro, l’obiettivo dovrebbe esser quello di salvare la globalizzazione uccidendo il neoliberismo, ricostruire il consenso per l’immigrazione passa attraverso tre cambi decisivi delle politiche: 1) gestirla, dirigerla e non subirla; 2) non farla diventare “esercito di riserva” e quindi controllare e gestire anche il mercato del lavoro; 3) inserirla dentro il più ampio progetto di sostituzione dell’austerità con un nuovo ciclo espansivo. Il tutto andrebbe a costituire una nuova e sostitutiva narrazione post-neo liberista. Il finale che abbiamo anticipato, giunge dopo una veloce ricostruzione del cosa è successo in questi anni accompagnati da una narrativa neo-liberale che ora giunge al suo drammatico fallimento conclamato, inclusa la disintegrazione del consenso all’immigrazione, segnalando che quella dell’Est Europa è stata (almeno per i britannici) quella più insidiosa avendo impattato i piccoli centri più che le più attrezzate metropoli. Il nuovo soggetto sociale da compattare ed azionare con il pentalogo di obiettivi è l’essere umano giovane, interconnesso e relativamente emancipato. Altrimenti aspettiamoci  una new wave di capitalismo nazionalista, oligarchico, xenofobo.

Pankaj Mishra, saggista e scrittore indiano, dà una lettura tutta culturale della fase storica in cui le cose vanno male ma potrebbero anche peggiorare. Il punto di Mishra è il fallimento dell’immagine di mondo e di uomo dell’Illuminismo, quel presupposto di un umana razionalità calcolante che, costruendo un presupposto infondato da cui far partire catene di conseguenze logico – normative, ha pensato con ciò di aver reso razionale il reale. I vari maestri del sospetto o fuori dalla definizioni culturaliste, gli intellettuali forse meno colonizzati dall’immaginario dominante, lo hanno continuato a dire inascoltati, l’uomo è altro. Freud, Nietzsche, Weber, Musil, Dostoevskij, Max Scheler, Camus, i dialettici dell’Illuminismo Adorno e Horkheimer, Arendt e Weil, financo Tocqueville, fors’anche Rousseau, hanno svolto un inascoltato controcanto sulle componenti emotive, inconsce, irrazionali, passionali, mammifere intorno alle quali la razionalità svolge la funzione di un sottile e precario velo che incarta una scatola nera di ben altra, contraddittoria, complessità. Se -come ha detto lo storico S. Kotkin-, la Russia di Stalin, con la sua ingegneria culturale, sociale ed economica ultramoderna, è stata “l’utopia illuminista per eccellenza”, ne consegue che anche i fondamenti della seconda diade del pacchetto illuminista, il pensiero marxista, ha radici interne a questo infondato presupposto. Ma questo “altro” dialettico ha pur svolto una funzione equilibrante e stablizzatrice costringendo il dominante liberale a compromessi che ne hanno migliorato le performance finali. Dopo l’89, scomparsa l’antitesi, la tesi ha pensato di essere finalmente libera di dedicarsi alla sua onnipotenza ma ha solo rivelato la sua vena delirante, avviandosi al big bang metafisico attuale. Che fare? Rivedere a fondo i presupposti fondanti delle nostre immagini di mondo e di uomo prima che -citando Tocqueville- fissando ostinatamente le macerie ancora visibili sulla riva, si finisca trascinati dalla corrente verso l’abisso.

E’ nel riuscire a tenere assieme integrati che vogliano ulteriormente progredire ed emarginati o in via di emarginazione che vogliono sentirsi di nuovi integrati, la dilemmatica equazione che si pone alla perdente sinistra, secondo  Robert Misik, giornalista e scrittore austriaco. Il problema è ben esemplificato dall’ondeggiamento tra le leadership del Labour di Blair e quello di Corbyn, dilemma di ogni centro-sinistra che risolto donerebbe quella maggioranza che permette di governare, non risolto porta a rappresentare solo una delle due minoranze che però -politicamente- rimangono tali. La ricetta di questa ratatouille che come tutte le ratatouille nel cercare di sapere di tante cose non sanno di niente, sarebbe una sinistra più assertiva e meno educata con le élite globalizzanti, meno arrogante ed intellettualista quindi genuinamente popolare, attenta ai bisogni di rappresentanza delle istanze concrete oltre alle toilette pubbliche per i transgender, realistica ma sognante, che torni nei territori, che rifletta nella sue forme organizzate di partito la pluralità sociale che vuole rappresentare. Partiti di sinistra in grado di vincere le elezioni nazionali, che però condividano una unica narrazione europea, in grado di formare alleanze tra governi (di sinistra), stante che l’ambiente e la stessa architettura europea odierna è intrinsecamente neo-liberista. Tornare alle analisi di classe ma constatare che la contabilità sociale presenta non più solo la vecchia classe operaia ma anche la nuova classe precaria, più anziana e provinciale la prima mentre più giovane ed urbana è la seconda, istintivamente protezionisti e tradizionalisti i primi mentre cosmopoliti ed innovatori sono i secondi. Misik, come altri di questo libro, è liberale e di sinistra ma di come, quando, con quale elaborazione teorica, si sia pensato vincente o prima ancora possibile questo mix, non è chiaro.

L’argomentazione di Oliver Nachtwey,  socio-economista tedesco, è probabilmente un po’ troppo complessa per stare dentro un articolo e viepiù nella sua riduzione che qui tentiamo. Il tedesco si appoggia alla celebre teoria della civilizzazione di Norbert Elias che lo aiuta a spiegare quella che a lui sembra  l’attuale de-civilizzazione. C’è un nucleo di uomini di mezza età e medio reddito in occidente, che si sentono dispregiati e sfruttati,  dalle élite, dalla globalizzazione, dalle donne e perfino dai migranti. Questa incipiente insicurezza chiama l’eterocontrollo da parte di un capo forte che ripristini l’ordine giusto delle cose. Questa chiamata ad un vertice paladino, sconta la sistematica distruzione di tutte le associazioni e comunità intermedie operate da un liberalismo che ha semplificato la società come una rete di singoli individui, tagliando appunto tutti i sottosistemi intermedi. Agisce così la nostalgia per il vecchio ordine (in parte, immaginario) dato che quello nuovo, ammesso possa definirsi un ordine, ha visto questo gruppo finire tra i perdenti, mentre élite occidentali cosmopolite, inclusi nelle specializzazioni tecniche vincenti (finanza, tecnologie, alcuni servizi) e le nuove classi medie soprattutto asiatiche, sono tra i vincenti. La de-civilizzazione, la rottura della convenzione sociale, provoca anche la violenta reazione delle élite nei confronti di questi amareggiati che devolvono consenso politico a formazioni che sfidano il potere dei dominanti. Quindi, non solo si sentono disprezzati, lo sono a tutti gli effetti. Le società occidentali moderne hanno fatto qualche passo avanti nell’integrazione orizzontale (minoranze) al prezzo di molti passi indietro in quella verticale (classi). A sua volta, non come soggetti sociali ma in termini di soggetti nazionali, è ormai chiaro che l’integrazione planetaria non è gioco a somma positiva e l’ascesa dei nuovo mondi è pagata con la discesa di parti sociali dei vecchi mondi dominanti, l’Occidente in specie. Il mercato (i suoi obblighi, i suoi valori, i suoi voleri)  è stato interiorizzato come paradigma unico ed assoluto (privo di alternative), ma l’autocostrizione e l’interiorizzazione hanno prodotto effetti di estraniazione sociale progressiva alla quale si reagisce con risentimento. Il processo di civilizzazione in Elias, non è mai ritenuto una evoluzione incrementale che si solidifica strada facendo, esso “non è mai terminato ed è sempre in pericolo”, pericolo di volgersi nel suo contrario. Quella a cui assistiamo è appunto una de-civilizzazione regressiva e così si spiega l’inizio del ragionamento del sociologo tedesco che in Trump, vede proprio la negazione dell’immagine che il mondo occidentale ha di se stesso.

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Concludiamo così la prima parte dello scritto. Abbiamo omesso il contributo di Eva Illouz, sociologa israeliana poiché il suo intervento è molto stretto su vicende interne alla società israeliana che hanno poco interesse per noi. In breve, la sinistra askenazita israeliana ha snobbato i mizrahi (ebrei di etnia araba) poi sdoganati dalla destra ed oggi base del partito Shas, ultraortodosso – sefardita, stampella di destra del Likud. Non solo nella Illouz, l’autodenuncia di una sinistra intellettualista, accademica, salottiera, in fondo integrata nella stessa società di cui rappresenta il critico di corte, percorre vari interventi.

Riprenderemo con l’ultimo quarto dei contributi (tra cui W. Streeck e S. Zizek) e nostre considerazioni critiche finali. (Qui la seconda parte)

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L’ETERNO RITORNO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA. Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie.

L’edizione di riferimento del “Discorso della servitù volontaria”  è quella Feltrinelli 2014, introdotta da E. Donaggio e accompagnata da due saggi di M. Benasayag e M. Abensour

Il testo di questo breve ed esplosivo saggio, venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?

In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.

In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi. Di quella temperie umanistica, faceva parte un attivo recupero della classicità greca a cui infatti Etienne si rivolge più volte nel suo scritto e di quella tradizione faceva certo parte l’attitudine scettica di scrivere tesi critiche “contro” qualcosa o qualcuno. L’intera opera di Sesto Empirico è una collezione di tesi “contro” qualcuno o qualcosa[1]. Richard Popkin, ha scritto un ottimo libro sulla temperie scettica che agitò il XVI secolo francese[2] e ricorda che fu proprio per frenare gli esiti più nichilisti di questa tendenza che Descartes scrisse il suo Discorso sul metodo. Descartes infatti, accetta la postura scettica e dubita di tutto ma solo perché è alla disperata ricerca di qualcosa di cui poi non può più dubitare: il fatto stesso che c’è un dubitante. Poi, com’è a noto, trovato lo scoglio solido a cui aggrapparsi, si rese però anche conto di non poter andare da nessuna altra parte perché lo scoglio rimaneva pur sempre al largo di un mare agitato da dubbi ed allora ricorse al ponte di Dio come garante che percezione e ragione non fossero fallibili. Trovato il ponte tornò sulla terraferma e da qui dedusse l’intera sua metafisica razionalistica. Descartes ha solo spostato il dogma da punto di partenza a subordinata.

Il Discorso di La Boétie per lungo tempo rimase dimentico, poi trovò improvvise quanto poco continuative attenzioni, riedizioni, reinterpretazioni, rimanendo però sempre un po’ fuori ed un po’ dentro del perimetro dell’analisi filosofica politica. Vi ci sono riferiti a vario titolo Marat e Lemmanais , irregolari come Bergson e la Weil, anarchici e libertari di varia foggia (da Reich a Deleuze-Guattari ma anche l’anarco-capitalista Rothbard) e Wikipedia cita il fatto che tra il 2006 ed il 2016, il piccolo saggio ha ricevuto l’onore di ben sei edizioni in Italia. Complice forse la copertina dell’edizione Feltrinelli che riporta la maschera-simbolo di  Guy Fawkes, bandiera del piccolo movimento di indignazione che ha accompagnato il disastro politico e sociale occidentale degli ultimi anni, campeggiando su una rivolta che però è rimasto un sussulto, un tremito che poi non ha sortito alcun vero effetto pratico sull’enormità delle ingiustizie del nostro tempo.

Insomma, c’è qualcosa che intriga e stupisce in questo Discorso ma c’è anche qualcos’altro che non gli permette di essere il punto di partenza per lo sviluppo di un discorso più approfondito di quello che poteva fare un ragazzo del 1500. Nel saggio del filosofo politico francese Miguel Abensour che accompagna la lettura dell’edizione citata, tempo e parole vengono spese per difendere il testo dall’accusa di rassegnazione, quasi che dire che c’è una dinamica per la quale è anche il servo a fare il suo padrone, porti di per sé a ratificare il fatto come naturale ed insuperabile. Nessuno che legga il testo del Discorso può ricavare questa impressione, tutt’altro, eppure c’è più di qualcuno che in nome del sacro principio di ribellione degli oppressi, sente l’affermazione come eresia connivente col dominio. Strano. E Abensour è poi preciso anche nel trovare il cardine filosofico che osteggia la ricezione della tesi per ulteriori sviluppi in Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto ed in parte in Hobbes, nel “pactum subiectionis” del contratto sociale che porta alla società politica del Leviatano anche se proprio l’idea di un originario “patto di soggezione” potrebbe invece andare incontro alla tesi del francese. Anche il razionalismo illuminista basato sul primato della ragione forte, descritta in maniera viepiù idealizzata quanto meno si conosceva concretamente come funzionasse un cervello-mente e la psiche , aveva a premessa un perno che rendeva inaccettabile siffatta contraddizione. Ma più in generale, poiché la filosofia politica moderna nasce ai tempi dello scritto, appena anticipata dal Principe di Machiavelli (1532), va notato che tutto il suo successivo sviluppo ha due esiti: quello che concettualizza partendo dalla realtà politica in atto e quello più astratto le cui categorie sono tratte dalla realtà politica in atto o al massimo, da quelle in atto ai tempi di Platone, Aristotele, Polibio. Anche queste concettualizzazioni però, non s’interrogano sul fatto che le varie forme politiche siano ognuna una versione della gerarchia e che il punto in ombra è appunto quello originario: da dove viene la forma gerarchica in sé per sé? Tutto ciò a dire che certo La Boétie stesso, parla di tiranni, monarchi, dominatori di questo o quel tipo ma l’essenza del suo Discorso è forse più generica, tant’è che parte con il discorso di Ulisse nell’Iliade, un discorso da “capo”, non necessariamente politico.

C’è un pezzo scabroso (tanto che non ne ho trovato citazione in nessuno studio che tenta l’esegesi del Discorso) nel testo che fa capire meglio di ogni altro, quale fosse l’istanza che muoveva -forse- il giovane francese. Riferendosi con logica contro fattuale all’ipotesi di avere un ipotetico popolo vergine di ogni condizionamento abituante alla sottomissione, egli deduce che certo questi obbedirebbero solo ad un impianto di leggi da loro stessi stabilite e contrattate, a meno che … “A meno che non fossero quelli di Israele che, senza costrizione né bisogno alcuno, si crearono un tiranno: di quel popolo non leggo mai la storia senza trarne un fastidio così grande da diventare quasi disumano e rallegrarmi dei tanti mali che gliene vennero”. La Boétie era anti-semita? Poiché il tiranno che gli ebrei si auto-crearono era il Dio dell’Antico Testamento,  La Boétie era ateo? Non credo fosse né l’uno, né l’altro o meglio, non credo sia questo l’ambito che aveva in mente nel proferire il suo disprezzo. Credo che si riferisse a quello come ad un caso auto-evidente della pulsione all’auto-assoggettamento  che è proprio ciò di cui l’Autore fa suo oggetto di indagine[3]. Questa pulsione nuda è ciò che urta, tanto che La Boétie nota che essa non ha neanche un nome, è una disgrazia, un vizio, anzi un vizio disgraziato ma poiché fa parte di noi (o di non tutti ma di molti di noi) come parte nera dell’anima, esso non è neanche riconosciuto ed ecco che dal momento che il francese lo ha invece tirato fuori, non si sa bene dove metterlo e come giudicarlo. Tutta la filosofia politica che sfida la forma di dominio del suo tempo, che sia anarchica, libertaria, socialista, comunista, anti-capitalista, femminista, anti-colonialista, anti-imperialista potrebbe girare a vuoto se non affronta questo “vizio disgraziato” in quanto non è la sua forma così o colì il solo problema, ma il motore interno che riproduce la soggezione, motore che -in parte- è dentro gli assoggettati.

Contro l’Uno, è un discorso contro la forma piramidale e verticale delle interrelazioni umane, qualcosa che avrebbe dovuto esplorare non tanto la filosofia politica da sola ma anche l’antropologia, la sociologia e financo la psicologia almeno per la parte che scruta cosa nell’individuo muove questo alle relazioni con gli altri perché si deve essere sempre più d’uno per ricrearne la “disgraziata forma”[4]. Questa ricerca, la ricerca sul principio di gerarchia che noi qui tentiamo da lungo tempo, non viene fatta, in genere. Preferiamo la ricerca sulla differenza tra monarca e tiranno, tra oligarchia ed aristocrazia, tra dominio dei militari, dei sacerdoti, dei capitalisti, dei padri-padroni, degli anziani, di questo o quel popolo che impera su gli altri, le questioni di sesso e genere, preferiamo indagarne le forme piuttosto che la sostanza di cui appunto riconosciamo le forme ma che come materia ha sempre questa strana pulsione alla delega del “potere di decidere”. Questa materia è certo scabrosa per le nostre immagini di mondo eppure nessun progetto di emancipazione dal dominio dell’uomo sull’uomo, può avere alcun vero effetto se non parte da essa, se non l’assume per contrastarla. Infatti, è noto che ogni processo storico o sociale o politico abbia tentato di distruggere la vigenza di una delle varie forme della gerarchia, ne ha poi creata un’altra. Non affrontare questo problema, porta paradossalmente a quella depressione da tentativo di emancipazione che si sconforta nel constatare che il dominio è uno zombie che non si uccide mai davvero. Rimuovere il Discorso di La Boétie, è garantire vita eterna allo zombie, usare il Discorso in generici modelli ribellistici o storicisti è di nuovo garantire allo zombie altro sangue da succhiare per perpetuarsi. La Boétie, ha scritto un appello a cercare quel “paletto di frassino da piantare dove”  possa definitivamente uccidere lo zombie ma questo appello, continua a rimanere inevaso.

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L’analisi del sistema della gerarchia sociale umana ha, per noi,tre livelli.

L’ultimo è quello delle forme che la gerarchia prende a seconda dei tempi e dei luoghi. Di queste analisi abbiamo tonnellate di esempi in tutta la filosofia politica critica o connivente.

Quello di mezzo è oggetto di larga parte della trattazione del giovane francese che, per quanto giovane (e con la mente pulita per accorgersi della nudità del sovrano) e di un’epoca in cui lo sviluppo delle armi del pensiero critico era ai primi passi, mostra una rimarchevole capacità analitica. Sono i motivi per i quali la gerarchia si auto perpetua, si auto rafforza, si auto declina a seconda della forza con cui batte un tasto piuttosto che l’altro. I tasti sono: 1) nel dominio gerarchico noi nasciamo, cresciamo ed infine ci affermiamo come adulti, al sistema siamo abituati e né la storia, né gran parte dei nostri simili, sembrano attratti dallo sviluppo di una qualche alternativa qual’ora si accendesse in noi la fiammella della ribellione. Tutto della struttura sociale, economica, sociale, culturale, politica, militare e religiosa, ci rimanda questo modello unico e naturalmente i beneficiari, i gerarchi o tiranni o capi o padroni o chi vi pare, ne amplificano l’ineluttabilità, la funzionalità, la giustificabilità e financo la virtuosità; 2) meno virtuosa ma non meno efficace la panoplia di divertimenti, sollazzi, intrattenimenti, di “vantaggi” che vengono concessi e spesso promossi per far sì che i vizi individuali sopravanzino le virtù sociali. Inebetire, distrarre, deviare l’energia psichica, assecondare la pigrizia, questa la golden rule di ogni potere. Come nota l’introduttore al testo, siamo alla società dello spettacolo di Debord, con poco più di quattro secoli d’anticipo e del resto “panem et circenses” era già in Giovenale ; 3) una volta formatosi il principio di vertice, certo si dipana una complessa catena di strati piramidali che diventano complici e beneficiari del trickle down di frammenti (o briciole) di potere. E’ il caporalato sociale, che riproduce capi minori assoggettati ai maggiori ma dominanti su quelli inferiori fino a quello che torna a casa e picchia la moglie o i figli o se ha ritegno o ha la moglie troppo tosta, il cane; 4) infine, il fatto che il potere conosce la sua funzione simbolica e proiettiva quindi nasconde il proprio volto umano, troppo umano per interpretare parti verso cui le aspettative son così “alte”. Si trasforma quindi spesso in specchio o bianco telo su cui sono gli assoggettati a proiettare la maschera più idonea all’autoinganno. Il potente sa, il potente può, il potente è sovrumano, superintelligente, superfurbo. Si proietta per spaventarsi ma soprattutto per giustificare attraverso queste immagini sovraumane, la propria disgraziata condizione senza in ciò perdere le ultime briciole di autostima. Più in generale, ogni tentativo di defezione dallo schema, si paga in termini di auto-isolamento dal corpo sociale. Se così fan tutti, non farlo significa diventare l’Altro e l’Altro è solo.

Il più interessante livello d’indagine, però, è il primo, quello da cui la gerarchia origina prima di diventare fenomenologia o incarnazione storica, è questo il “punto La Boétie”, il buco nero che ci invitava a sondare e che generazioni e generazioni di scavatori impauriti ha evitato per dedicarsi alla denuncia della sua veste contingente. Qui, la tesi del giovane francese è presto detta: qualcosa ci porta ad essere da tutti uno a un tutt’uno, questo qualcosa è l’Uno, quindi io (Etienne de la Boétie) scrivo un libro Contro l’Uno. Contro l’Uno non è solo l’imitazione del tono scettico è il senso centrale della riflessione sul “vizio disgraziato”, unirsi, funzionalizzarsi, ordinarsi socialmente perché tutti si riporta ad un Uno[5]. L’Uno è un principio, il principio di vertice gerarchico, il quale prima ancora di agire in vario modo, interpretato da questo o da quello è posto, posto da tutti coloro che poi gli si sottometteranno. Di questo Uno esiste sempre una versione materiale ed una parallela immateriale, quella che chiamiamo “credenza condivisa”. Perché lo pongono loro stessi e non s’impegnano altro che a costruire una piramide a cui tributare ossequio diventano poi schiavi consenzienti ancorché lamentosi, ma perché non s’impegnano a costruire una sfera senza alti e bassi, una sfera che colleghi tra loro tutte le parti anziché collegarle tra loro perché tutte connesse all’Uno centrale? Centrale, non di vertice , l’origine della gerarchia sociale umana quella che si forma nei primi secoli delle società complesse che sopravvenivano le piccole tribù già stanziali, è la funzione centrale, quella che l’intero corpo sociale chiamò a svolgere la funzione di coordinamento del Tutto[6]. La funzione centrale, a gli inizi, era -diciamo così- di “servizio”, poi divenne “primus inter pares”, poi se ne approfittò anche in ragione di una crescente complessità che sempre più allontanò le singole parti dal Tutto intero, è divenne capo, vertice, élite riproducendosi e rinforzandosi progressivamente, sia usando uno o più dei quattro tasti prima esposti (in genere, tutti magari con diverso virtuosismo), sia attraverso l’intera forma concreta della sua manifestazione ovvero questo o quel ordinatore sociale.

Al cuore di questo discorso non ci sono ragioni psicologiche ma funzionali. I gruppi umani, oltre una certa dimensione, hanno -sino ad oggi- che sono trascorsi solo ottomila o forse meno anni dalla nascita di aggregati vasti e complessi, trovato la gerarchia come loro migliore forma di autorganizzazione. Essa è naturale nel senso che culturalmente non si è evoluto un pensiero che la avversasse per strade certo più difficili ma più dignitose. Qualche volta si è provato, a sentire Erodoto già i persiani chissà dove, come e quando[7], la varie poleis democratiche greche che non erano solo Atene, i nativi americani Irochesi o i cosacchi che però erano più simili alle bande di cacciatori – raccoglitori (tradizione forse da estendere ad altri tipi di tribù barbare, vichinghi inclusi), due mesi nella Parigi nel 1871, i diggers e levellers tentarono nella Guerra civile inglese  (poi giustiziati dal “repubblicano” Cromwell), A. Sen ha provato ad allargare gli esempi anche fuori dall’eurocentrismo[8], in Spagna nel ’36-’39 almeno per il fronte anarchico, le varie “comuni”, i primi soviet, piccoli gruppi di credenti o produttori isolatisi dalla massa piramidalizzata ma ogni volta la fiammella si è poi spenta e grande festa intorno alla sue braci hanno fatto danzare non solo le élite sfidate da cotanta improntitudine ma anche, con cinica soddisfazione, coloro che avevano diversi programma di emancipazione, quelli che loro avevano pensato, le élite predenti invidiose di quelle vincenti che volevano comandare sì, ma solo “a fin di bene”.

Questi ultimi amici-nemici della liberazione dell’uomo dal dominio dell’altro uomo hanno il loro simbolo proprio in quel Marat che dopo aver plagiato in lungo ed in largo il Discorso senza mai citarlo, dedusse che il popolo ha dunque bisogno di un amico, unico capace dall’alto della funzione ancora una volta gerarchica e di potere, di rimediare alla stupidità masochista di quel bambino-anziano che è l’informe “popolo”. Marat anticipa per certi versi, il concetto di avanguardia che trascina il popolo alla “liberazione delle masse” nella concezione leninista. Ma l’autoincaricato “liberatore delle masse” non soffre solo di falsa coscienza per quanto animata da pie intenzioni, egli è anche il frutto di una contraddizione intrinseca che si nota all’opera anche in grande parte della filosofia politica. La contraddizione intrinseca è tra il tempo in cui c’è una certa forma oppressiva di ordine, che poi è il tempo in cui vive l’osservatore, pensatore o agitatore che sia, l’urgenza del desiderio di svincolarsi da questa forma oppressiva, tra questo tempo presente ed il tempo della forma gerarchica che ha consistenza di lunga durata. Non c’è coincidenza di tempi, il primo vuole l’immediato e domanda l’atto ma il secondo chiede i suoi tempi ed imporrebbe un lento e difficile processo[9]. Anche La Boétie, avendo osservato l’enigmatica forma della servitù volontaria, in sede di suo superamento, non può andare oltre un davvero ingenuo “Decidete di non servire, ed eccovi liberi”. L’emancipazione umana dalla forma sociale gerarchica, dovrebbe –invece- esser intesa come una vasta impresa,  molto lunga e difficile, forse un lavoro che anche correttamente intrapreso e stoicamente portato avanti nell’avvicendarsi delle varie generazioni, chissà mai se arriverà mai ad un suo pieno compimento, ammesso sia legittimo immaginarsi questo “pieno compimento” e non un costante e non finito “tendere a”.

Qui infatti, non usiamo, né altrove siamo usi farlo, l’ambiguo concetto di “libertà”, faro di ogni critico della gerarchia e del dominio dell’uomo sull’uomo. Liberazione è processo (sarebbe meglio emancipazione), libertà fa pensare ad uno stato immediato, compiuto, perfetto e finito che nell’ambito della società umana, non credo possa mai esistere per come romanticamente lo s’intende. Non sono neanche sicuro sia auspicabile visto che stare in società lo è molto di più sotto molti più punti di vista ed esser liberi in società, se non si specifica meglio il concetto, tende al controsenso visto che la società è fatta di legami. La liberazione, dovrebbe quindi avere due progetti e due tempi. Quello storico immediato che si riferisce al superamento di una data forma come ad esempio, perorare il superamento del neoliberismo magari in favore di una qualche forma di neo-keynesismo, stante che sempre di capitalismo si tratta. Questo è un migliorismo e certo anche l’Unione sovietica, pur criticabile a fondo, era migliore -per molti ma non per tutti-  dei tempi dello Zar. C’è quindi una liberazione migliorista che s’ingaggia con le forme presenti del dominio gerarchico, combatte quella esistente e ne cerca una migliore che però è un migliore relativo e qualche volta neanche tale. Ma deve anche esserci una staffetta di lunga durata in cui ogni generazione dà in lascito il testimone alla successiva, in cui qualche passo in avanti verso la liberazione dal dominio gerarchico di ogni forma e tipo, è il premio in palio. Questa via è assai poco perseguita. Dai filosofi ai politici, c’è affollamento nell’ingaggiarsi contro questa o quella forma della gerarchia (almeno tra coloro che prendono questo impegno, ce ne sono altrettanti, anzi di più, che servono la forma gerarchica di cui sono supporter, dipendenti ed agenti attivi) ma pochi sono coloro che hanno continuato a pensare o provare, movimenti di liberazione senza liberatore, quindi di auto-liberazione. S’intenda l’auto-liberazione come impresa collettiva e sociale, mai individuale poiché il problema che stiamo trattando è un problema di società, non di individuo. L’individuo potrà andare nei boschi, fare lo stilita, l’eremita, fare percorsi spirituali e auto-coscienziali, andare dallo psicoanalista, provare ad emanciparsi dalla sue tare famigliari o apprese nel cammino della vita ma non è quella la “liberazione” di cui stiamo parlando, stiamo parlando della forma gerarchica che ordina le società complesse, la ragnatela di cui ognuno di noi è ragno.

Questa forma, la forma gerarchica, l’abbiamo definita “la più facile”[10] e diagnosticato il vasto ricorso a cui nella storia estesa i più si sono abbandonati col fatto che -in fondo- ottomila anni per un animale che ha tre milioni di anni è ben poca cosa. Come molti filosofi hanno pensato, si potrebbe ancora iscriverci per quanto riguarda l’evoluzione del nostro intelletto sociale al primitivismo, all’infanzia, ai primi passi. Molti fanno fatica a pensarsi come corridori della staffetta umana che ha tempi di centinaia, migliaia di singole vite umane, di cui quella più importante di ogni altra è la propria. L’emancipazione da quella forma che s’impone per la sua facilità, è bene saper che è molto difficile. E’ difficile rinunciare al “liberatore” e trovare maieuti della liberazione, persone che non ci dicano cosa pensare ma come imparare a pensare per conto nostro, politici che non dicano come decidere ma come sperimentare forme di decisione collettiva previo dibattito e contrattazione, filosofi che non ci dicano come giudicare ma come trovare i tempi ed i modi del giudizio, governanti provvisori ed a tempo che non vogliano governare come Solone con gli ateniesi, delegati riottosi che s’attengono al mandato di rappresentanza ma scalpitando per tornare presto alla vita di tutti.  E’ difficile pagare i prezzi degli errori degli esprimenti che pur bisogna continuare a tentare, difficile che ogni fallimento della liberazione -che potenzialmente produce molto disordine- non faccia scappare tutti a pigolare l’immediato bisogno di un qualsiasi –urgente ripristino dell’ordine-, difficile profondere tanto impegno e vedere sì scarsi risultati. Eppure ogni generazione è figlia della liberazione che gli ha lasciato in eredità la precedente, i nostri padri hanno fatto il loro dovere, noi sembra si sia da ascrivere alla tipica generazione fallita, altro che ’68.

Rimane però il fatto che il ragazzo del Cinquecento, vende ancora migliaia di copie nel Duemila e quindi l’enigma è lì, posto sul tavolo, irritante ma come molte cose disgustose, in fondo anche attraente, da indagare. E rimangono lì quel manipolo di pensanti che non si son dati per vinti ed hanno creduto, come molti altri continueranno a credere che una via di fuga dallo scandalo del dominio dell’uomo sull’uomo, c’è. Come diceva S. Beckett, si sbaglia, si sbaglia e si sbaglia ancora ma la prossima volta magari impareremo a sbagliare meglio.

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[1] Dai grammatici ai retori, dai geometri ai matematici, dagli astrologi ai musici, dai logici ai fisici, dai moralisti ai dogmatici.

[2] Richard H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000-2008

[3] “Quelli di Israele” sono il chiaro esempio di una società che non avendo una terra, si strutturò interamente intorno ad una narrazione. Questa narrazione aveva il suo culmine in Dio-Uno ed aveva la casta dei sacerdoti come amministratori di sistema. Questo è l’esempio di una forma pura dell’Uno, non inverato in un re o in un apparato militare o economico o statale ma una forma di “siamo tutti sottomessi (forma poi ripresa da Muhammad nel perorare identico sistema per i frazionati e seminomadi arabi) ad un Uno superiore” che di per sé fa il sistema. Questo è l’Uno che ci fa tutt’uno.

[4] Oggi è di gran momento la “psicopolitica” e l’omonimo libricino di Byung-Chul Han (Nottetempo, Roma, 2016) non è estraneo al nucleo del Discorso. Altrettanto lo è la “microfisica del potere” di M. Foucault.

[5] Come altre volte scritto, questo modello funzionale, somiglia molto a quello delle monadi di Leibniz.

[6] Nello sport del canottaggio ad esempio, nel quattro con oppure otto con, il “con” sta per timoniere. Costui regge il timone ed assicura alla barca, quindi ai rematori, che si andrà per linea retta e detta i tempi della remata. La sua funzione è di servizio, i campioni sono certo i rematori anche se alla fine la medaglia la prende la squadra, quindi anche lui. Le società complesse, inizialmente, erano come quegli equipaggi, il “servizio” coordinava ed anche quando comandava, lo faceva per “servizio”, invitato dai comandati per coordinarsi. Nelle moderne navi complesse a più ponti e funzioni, il comandante che dà rotta e tempi eredita la tradizione ma in forma di gerarchia fissa e plenipotenziaria. La metafora della nave, venne largamente usata in antichità in sostituzione della società e delle sue forme di conduzione politica, si veda.: Giuseppe Cambiano, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, Roma-Bari, 2016.

[7] Il riferimento è al cosiddetto “Dialogo dei persiani” nelle Storie (Libro III 80-82), la prima presenza di quello che poi si chiamerà logos tripolitikòs (monarchia, oligarchia, democrazia).

[8] A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano, 2004

[9] E’ un po’ come nelle diete. Improvvisamente, quando il grasso lentamente accumulato non ci fa più piegare per allacciarci le scarpe insorgiamo “Questo invasore del mio corpo va cacciato, immediatamente!”. Ci si impone allora un radicale processo che in una settimana dovrà risolvere quello che s’è prodotto in anni, ovviamente, con risultati nulli. Per disfare processi di anni, ci vogliono anni.

[10] Qui scegliamo di non approfondire l’argomento che invece è proprio quello che implicitamente ci invitava a fare il giovane francese ma in breve possiamo dire due cose: 1) ogni gruppo sociale ha bisogno di una forma d’ordine per funzionare. Criticare la gerarchia non produce alcun superamento se non pone una alternativa d’ordine, altrettanto o poco meno funzionale se si preferisce il “più giusto” ma sarebbe meglio altrettanto se non più funzionale oltre che più giusto; 2) il fatto che il ricorso alla forma d’ordine gerarchico sia “più facile” dice che l’alternativa sarà “più difficile”. Questo imporrebbe indagine di queste difficoltà e ricerca di dove operare per superarle. Mi riferisco al fatto che l’elenco dei punti in cui agire socialmente, culturalmente e politicamente per costruire una società-sfera in grado di auto organizzarsi permanentemente è vasto e complicato. Questo stona con la tradizione del pensiero del cambiamento sociale e politico che nelle utopie ha promosso disegni finali che nessuno sa mai come raggiungere e con le rivoluzioni ha immaginato possa esserci qualche levetta che debitamente spinta, -oplà- mette sotto-sopra un impianto complesso.

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L’ HOMO DEUS di Y.N. HARARI.

Questo è un semplice sunto del libro di Yuval Noah Harari, Homo Deus, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017. Data l’estensione del testo ed il numero di questioni trattate dall’Autore, non è stato possibile ridurlo ed accompagnarlo con un adeguato giudizio critico.

Questa ultima fatica dell’israeliano, segue la precedente “Sapiens. Da animali a dei” (Bompiani, 2014), parte dalla tesi che la condizione umana antica era segnata da tre minacce al nostro doppio imperativo ontologico del vivere il più a lungo ed al meglio possibile. Carestie, pestilenze e guerre da una parte hanno continuamente potato la crescita umana sul pianeta, dall’altra hanno accompagnato certi tipi di ordine sociale riflessi poi in certi assetti delle credenze condivise. Oggi si muore più per obesità che per malnutrizione, la medicina ha debellato la grande parte delle minacce ed assieme ai nuovi standard nutritivi e d’igiene, si stanno allungando a vista d’occhio gli indici di vita media. Sebbene rimangano per molti uno scandalo inaccettabile, le guerre sono in numero ben minore del passato e il carico di morti, sempre più contenuto. Secondo Harari quindi, termina una lunga fase storica di minorità e soggezione prima alla Natura, poi a Dio e s’inizia un nuovo programma che lo storico individua nella nuova trinità programmatica: 1) ricerca dell’immortalità (o a-mortalità); 2) ricerca della felicità; 3) raggiungimento dello status divino (o semidivino). Da cui la traiettoria: da Homo sapiens a Homo Deus.

Poiché le angosce del dopovita sono state il primo motore che ha dato centralità a grande parte delle credenze religiose, nel nuovo programma, queste sono destinate a diventare sempre più marginali. L’alleanza funzionale tra scienziati ed investimenti del mercato, sta sempre più sfidando l’ineluttabilità della morte. Quanto alla felicità il discorso è più difficile dato lo sfuggente statuto del concetto. Il tasso di suicidi nel mondo sviluppato è ben più alto di quello delle società tradizionali ma l’allargamento della base materiale della vita nei grandi numeri delle popolazioni oggi asiatiche ma domani africane, è comunque un passo in avanti. Nelle società avanzate, alcune ricerche indicano che il livello di soddisfazione esistenziale di oggi è pari a quello di sessanta anni fa e quindi si sta diventando insensibili al costante aumento di vita materiale tanto da riversare la ricerca della felicità più sull’automanipolazione chimica, non certo per “libera” scelta ma perché questo è lo sfogo obbligato di un sistema che vive del risolvere problemi creandone di nuovi che poi risolverà creandone di nuovi, stante che ad ogni passaggio cresce il Pil. Ormai è chiaro a tutti che la felicità del Pil non è direttamente correlata alla felicità umana ma il paradigma di felicità di origine utilitarisitica, fino a che rimarrà a governo delle nostre credenze condivise, questo postula. Di questo paradigma beneficia la stabilità politica, l’ordine sociale, la crescita economica, quindi le auto-manipolazioni psicotrope hanno un grande futuro davanti a sé. Ecco quindi che le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione dell’inorganico, diventeranno -secondo lo storico israeliano- il programma della nostra deificazione. Magari questi programmi non sono ancora del tutto completamente a portata di mano e non è neanche chiaro se hanno una terminazione, una fine. Per società ordinate dalla crescita infinita, programmi infiniti sono l’ideale.

Harari è convinto che si possa sfruttare quello che lui chiama il “paradosso della conoscenza”. Sapendo cosa ci sembra avverrà, si può accettare o deviare la traiettoria prevista. Il libro diventa così una seduta di autocoscienza per la parte di mondo che abita i quartieri alti del mondo-paese, nella quale si cerca di riflettere sul dove stiamo andando, per indagare su i vari futuri alternativi, quelli più probabili ma non necessariamente auspicabili e quelli meno probabili ma forse più desiderabili. Se Dio aveva progetto e potenza di attuarlo, noi certo stiamo acquisendo forse pari potenza ma sull’idea, sul progetto, c’è forse molta meno chiarezza e soprattutto condivisione. L’umanità in via di divinizzazione non è un individuo, non è un mono-deo è più simile all’ assemblea condominiale dell’Olimpo, quindi, tocca discutere il progetto, le regole, i ruoli. Harari imputa questa forma di immagine di mondo (e di uomo) che punta alla nostra deificazione, al dominio di quello che lui chiama “umanesimo”, a dir suo il paradigma di credenza dominante gli ultimi trecento anni. Forse “umanismo” nel senso di sostituzione del soggetto divino con quello umano al centro di una credenza simil-religiosa, è più esatto di “umanesimo” ma vediamo come l’Autore svolge le sue argomentazioni.

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Il 90% di biomassa del totale dei grandi animali sulla Terra, oggi è fatto da umani o da animali addomesticati. Gli umani stanno violando sistematicamente i confini e l’indipendenza delle varie nicchie ecologiche, la nostra antica sudditanza alla natura è stata sostituita da una netta inversione gerarchica. Harari è vegano, quindi spende parecchie pagine a renderci consapevoli del nostro subdolo tentativo di deificarci allontanandoci dalla comune condizione animale e di contro, ridurre gli animali ad algoritmi calcolanti privi di sentimento e coscienza. Su questa necessaria distanza e costruita differenze di genere si basa il nostro imperialismo umano, non diversamente da ogni altra passata cosificazione delle altre razze ai tempi del colonialismo. L’algoritmismo è oggi il perno della metafora dominante, quella che legge il Tutto come informazione e calcolo, così come un secolo fa leggeva tutto come macchine a vapore e prima come ruote dentate ed ingranaggi di orologi e mulini. La rottura dell’egualitarismo delle creature nel quale viveva il cacciatore raccoglitore a sua volta socialmente egalitario, ha portato al monoteismo agricolo socialmente gerarchico, ora basta sostituire il dio con l’uomo ed il programma di emancipazione attraverso il dominio, potenziato dall’abbandono del religioso in favore dello scientifico spalleggiato dall’economico, può aprirsi ad una nuova fase.

L’immagine di mondo scientifica, la stessa Teoria di Darwin, ha escluso l’esistenza dell’anima e quindi l’intera narrazione a promessa dell’eternità immateriale non ha più senso, l’eternità deve esser materiale, il futuro deve rendersi presente. L’anima era un tutt’uno indivisibile quindi o era tutta bene o tutta male, l’uomo composto di parti biologiche e psichiche invece è fatto -appunto- di parti, quindi può essere soggetto del cambiamento, promozione, miglioramento evolutivo, progresso, auto-costruzione. Del progetto fa parte anche il vasto movimento di pensiero soprattutto americano che, seguendo i dettami comportamentisti, tende ad eliminare sia il concetto di mente, sia quello di coscienza in favore di una oggettività che legge solo procedure calcolanti. Harari va a sorvolo su tutti quei contrastati territori che presentano i nodi della contemporanea conoscenza riguardo la Teoria della mente, il “problema delle altre menti”, soggettività ed oggettività, Test di Turing, possibile autocoscienza della macchine, la stessa indeterminazione del concetto di intelligenza che si vuole riprodurre in maniera artificiale ma senza che ve ne sia una accettata conoscenza condivisa del suo essere in partenza “naturale”. Di contro, si nega coscienza a gli animali o almeno autocoscienza senza che -anche qua- si sia certi noi stessi del significato del termine e della stessa condivisione di questo stato con i consimili.

Per Harari, con tesi derivata dal suo precedente lavoro , l’umano è contraddistinto da una sola precisa cosa: l’umana è l’unica specie al mondo in grado di cooperare in modo flessibile su larga scala immaginando un mondo da realizzare. Ogni gerarchia è basata sulla capacità di cooperare entro una limitata élite che s’impiega costantemente a far di tutto affinché non si impari a cooperare nello strato sociale che questa élite domina. L’uomo non è il freddo elaboratore di calcolo postulato dalla Teoria dei giochi ma un caldo mammifero emotivo e sensibile che ha sviluppato anche una certa forma di razionalità. Ogni forma di cooperazione si basa su “ordini costituiti immaginari”, altri la chiamano immagine di mondo, credenza condivisa, come nello schema leibniziano delle monadi, queste si coordinano non interrelandosi direttamente ma perché fanno tutte capo ad una comune e sincronizzante visione del mondo. E’ questa la sede dello sfuggente concetto di verità necessario ad ordinare esseri senzienti e comunicanti linguisticamente, non la sua sede oggettiva pretesa dai profeti dell’assoluto, non la sua sede soggettiva pretesa dai profeti del relativismo, ma la sua naturale sede intersoggettiva di quello che potremmo chiamare relazionalismo. Queste reti di significati condivisi, dominano certi periodi storici ed in quello successivo, le loro verità lampanti diventano semplicemente incomprensibili poiché lette attraverso una nuova rete di significati condivisi. Con questa lode dell’ideologia, del significato e dell’intersoggettività che nel pensiero di Harari va a sostituire l’antropologia dell’homo faber, oeconomicus, calculatores, si passa alla successiva analisi delle sue strutture.

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Questi ordini costitutivi immaginari, ovviamente generano una loro burocrazia gestionale ed una propria élite e questa società maggiore (“maggiore” in termini di potere sociale, quantitativamente è minore) è quella che amministra l’ordine sociale. La scrittura aumentò di molto la capacità di strutturazione e complessificazione sociale ma al punto che nessuno poteva più avere una visione completa del Tutto. Inizialmente giocò una vasta interdizione alla comprensione ed uso della scrittura, poi si distribuì la facoltà ma quando ormai la complessità sociale rendeva non pericolosa la distribuzione della stessa. Il corpo sociale, si sottomette così ad un gigantesco ed impersonale algoritmo che da una parte è sufficientemente realista per far funzionare -più o meno- la società, dall’altra rimane pur sempre legato a qualche ordine immaginario per legare a sé l’immaginazione umana. La fantasia ordina la realtà come quando nei film americani si giura sulla Bibbia, si giura di dire la verità toccando con mano un concentrato di fantasticherie. L’importante è che funzioni, dove il “funziona!” è la capacità di coordinare l’agire collettivo ed i suoi ordini. Le religioni sono state le strutture narrativo – fantastiche più potenti e motivanti della storia e, secondo Harari, esse contengono sempre tre dispositivi: 1) giudizi etici; 2) asserzioni fattuali; 3) un miscuglio dei primi due al fine di dare orientamenti fattuali, un dover essere. La religione si interessa quindi principalmente da dare ordine mentre la scienza che molti hanno ritenuto -erroneamente- fosse in contraddizione competitiva con la religione, si interessa soprattutto di potere, di dominio sulla realtà concreta. Harari pensa che l’umanismo moderno, sia un patto basato sulla divisione del lavoro e la cooperazione tra i due ordini, religioso o ideologico e scientifico.

Lo storico israeliano giunge quindi ad individuare quello che -secondo lui- è il patto della modernità: gli esseri umani hanno accettato di rinunciare al significato in cambio del potere, una incessante e progressiva ricerca di ulteriori poteri in un universo svuotato di senso. Tale potere, è a sua volta mosso dal binomio del potere scientifico e la crescita economica, l’anima del “progresso” che, per natura del binomio, deve essere infinito. La “crescita” è una promessa di futuro che deposita benessere nel presente, l’inveramento della promessa è delegata ai progressi della tecnica e della scienza. Crescita è promessa di maggiore felicità, di emancipazione per i popoli che solo di recente si sono resi autonomi e votati al mercato, anche solo per mantenere il nostro attuale livello di vita materiale occorre crescere. Ormai, non c’è più alcun paese del mondo che non giochi a questo promettente gioco e questo gioco lascia ai margini come danni collaterali la compromissione ambientale, l’equilibrio sociale, i valori tradizionali, l’etica ed appunto, il senso. Complessivamente, è questa la nuova credenza condivisa che però non si sarebbe affermata senza un puntello ideologico, una sorta di nuovo credo che ha radicalmente cambiato la natura stessa della credenza sostituendo natura e dei con l’uomo in quanto tale. L’ “umanismo” è ciò che rimane dopo la “morte di Dio”.

Nell’umanismo di Harari, il valore supremo di conoscenza è dato dalla formula: ESPERIENZA X SENSIBILITA’. I due stati si coimplicano e così per fare esperienza bisogna attivare le nostre sensibilità che a sua volta, si raffina solo in base a traiettorie di esperienza. Questo paradigma, è condiviso ma meno condivisa è l’idea di come farlo esprimere. Si sono così venuti a creare tre interpretazioni: quella liberale, quella socialista, quella evoluzionista. La prima -diciamo così-, di centro e fondata su uno strenuo individualismo, la seconda di sinistra e fondata sulla relativizzazione dell’individuo rispetto alla società, la terza di destra e fondata anch’essa su un individualismo ma molto conflittuale di modo che la selezione naturale dei migliori faccia avanzare ulteriormente l’umanità. Seguono alcune considerazioni assai eterogenee e francamente assai leggerine di analisi delle fondazioni teoriche di queste tre supposte interpretazioni, nonché una ricostruzione a volo d’uccello (l’uccello Harari vola molto alto e molto veloce nella sua narrazione e quando va in picchiata per articolare -come si conviene in ogni best seller- la narrazione in esempi, la sue scelte sono sempre letterariamente succose ma metodologicamente opinabili) dell’intero secolo che va dal 1914 al 2014. Il secolo lungo e breve secondo i diversi autori, un classico per ogni interprete della storia, ha visto nella prima metà, un liberalismo che ha preso pugni e schiaffi tanto da destra che da sinistra ma, nella seconda parte, dopo aver a lungo sofferto e temuto financo di soccombere, ha trionfato sbaragliando tutti. Si arriva così alla constatazione che “Nel 2016 non esiste una seria alternativa al pacchetto di individualismo, diritti umani, democrazia e libero mercato” (p.407) sebbene –aggiunge l’Autore con una punta di veleno – “trovare falle nel pacchetto liberale” sia l’attività preferita di accademici ed attivisti i quali, per altro, si guardano bene dall’avventurarsi nella ricerca di qualcosa di meglio. Né la Cina che è in un limbo ideologico travestito da un pseudo comunismo confuciano, né il nazionalismo induista, né l’Islam che nel radicalismo ha solo una forma di dialettica interna segno per altro di impotenza e disadattamento al destino moderno, sono reali alternative. Quanto ai socialisti, secondo Harari, se Marx tornasse in vita, consiglierebbe i suoi adepti di leggere di meno il Capitale e studiare di più Internet ed il genoma umano. Tutto bene quindi, “fine della storia” reloaded? No, ci sono delle prospettive che sembrano minare proprio dall’interno il programma umanista – liberale e questo è il tema della sezione finale del lungo viaggio.

Le questioni che s’affacciano in prospettiva allo sviluppo del programma umanista privo di competitor esterni ma non privo di virus interni è compendiato da quattro domande: 1) Cosa accadrà al mercato del lavoro al pieno sviluppo del programma di automazione – infomatizzazione?; 2)  Cosa ne sarà dalla vasta classe degli inutili?; 3) Cosa ne sarà delle relazioni e dell’intero ordine sociale quando gli ottanta anni saranno i nuovi cinquanta; 4) Cosa succederà quando la superclasse di chi può, potrà progettare il proprio corpo, i propri figli, le proprie esclusive abilità di potenza che porteranno il loro dominio su un inedito piano biologico e non solo ideologico?

Secondo Harari, la moderna indagine interna alla mente, sta sgretolando il perno del programma liberale, noi non siamo uni-individui e non siamo dotati di ciò che chiamiamo “libero arbitrio”. L’arbitrio è la finale di una complessa equazione fatta di processi deterministici ed altamente casuali che si presentano come finale desiderio di far qualcosa che per noi funziona come un ordine. Siamo consapevoli solo della parte finale del processo, il voler far qualcosa ma questo “volere” è determinato, non ha alcuna spontaneità primigenia. Altresì, altri esprimenti, hanno reso evidente che la nostra bilateralità cognitiva ospita almeno due sé, quello esperienziale e sensitivo e quello narrativo. Alla fine noi riteniamo il nostro vero sé solo quello narrativo ma questo si limita a cucire assieme le varie contraddittorie pulsioni di quello sensitivo. Inoltre, è quello che ci obbliga a seguire la coerenza della nostra immagine di mondo anche quando questa ci ha portato a compiere molte azioni dannose, senza senso, fallaci.  Infine, tende a difendere la vigenza di una certa immagine di mondo anche quando questa colleziona serie sempre più fitte di falsificazioni e problematicità. Tentativi ne facciamo tanti, errori anche di più ma la supposta capacità di imparare da questi è avversata dalla strenua difesa della nostra coerenza interna anche quando questa si è dimostrata ampiamente incoerente con la realtà là fuori. Queste attuali convinzioni della ricerca scientifica sulla mente, stanno anche depositando uno strato di inquietanti conoscenze specifiche su come sradicare i ricordi malevoli, come sentirsi gratificati anche a fare cose non gratificanti, come tacitare l’assemblea condominiale che siamo per concentrarci inumanamente su un compito, come tacitare le emozioni per condurre al fine compiti sovrumani. Tutte conoscenze che soprattutto gli apparati militari e poi i tecnici del neuro marketing, stanno avidamente collezionando per farci essere “più efficienti” con gioia e tripudio del business sanitario – farmaceutico e del casinò finanziario che sulla loro crescita, scommette.

I progressi dell’AI + biotecnologie renderanno superflui molti esseri umani, sia nell’economia, sia come componenti di quegli eserciti nazionali che assieme a gli eserciti della produzione, hanno fatto da base per il moderno liberalismo dello stato nazionale. Harari teme l’AI non necessariamente forte come descritta o predetta in molte distopie (ad esempio autocosciente ed intenzionale) ma anche quella debole, una superintelligenza velocemente calcolante su immense basi dati a cui progressivamente delegheremo di buon grado molte funzioni oggi tipicamente “umane”. Molti già oggi, gli algoritmi in uso e sostituzione delle umane abilità fisiche ma già al lavoro anche quelli di sostituzione cognitiva che auto apprendono. Questo mondo superiore, un mondo che si verrebbe a formare sinuosamente e con la stessa collaborazione degli inferiori, sarebbe nelle mani di un élite potenziata biologicamente, una élite che domina su un oceano di nullità confinate in qualche micro mondo di eterna auto-stimolazione psichica, dediti come topi da laboratorio a premere compulsivamente qualche levetta per l’auto-gratificazione chimica. Una vasta “classe inutile” senza più alcun valore economico, politico e financo artistico a giudicare dalle performance di alcuni recenti software che scrivono ottime sinfonie ed haiku. Oltre ai canali sociali, al divertimento ed intrattenimento, è la promessa di curarci e proteggerci meglio di quanto noi stessi potremmo fare da soli, la prossima ondata di seduzione.

Devolvere il controllo su praticamente tutti i nostri bio-dati, inclusa la mappatura genetica, allacciati in rete, pieni di nano robot e piccole stazioni di controllo info-elettroniche negli organi principali, in cambio della promessa di salute e vita allungata, questo il programma che vede Harari. La dis-connessione come anticamente era l’ostracismo, è la minaccia terrificante che normalizzerà ogni obiezione e riserva. Naturalmente, la superclasse avrebbe sempre aggiornate le ultime versioni mentre la classe inutile sarebbe attaccata alla coda lunga che porta inevitabilmente ogni tecnologia premium a diventare obsoleta e quindi di massa. L’aspetto meno avvertito, secondo l’israeliano, è proprio la seduzione intrappolante (una ennesima versione delle “servitù volontaria” à la Boétie?), così come ci stupiamo che i selvaggi africani cedettero i diritti sulle loro terre ai tempi del colonialismo per “specchietti e collanine”, già oggi tutti noi cediamo la ricchezza dei nostri profili psicografici più intimi mettendo like e postando stati d’animo in cambio del servizio gratuito di mail ed un diluvio di deliziosi gattini. I tanti test gratuiti di Internet  su nostri gusti e preferenze sono la risposta al delfico ed enigmatico “conosci te stesso!” mentre qualcuno accumula i nostri profili nelle banche dati. Il liberalismo fondato sul valore supremo della libertà degli individui, almeno sul piano dei diritti umani, uguali, lascerà il posto ad una gerarchia che non prevede alcun possibile ascensore, gerarchia nella quale una massa di inutili ed indistinti soggiace ad una élite di superuomini e superdonne ormai collocati in un loro Olimpo privato, quel Giardino delle Delizie in cui sono già collocati quei sessantadue miliardari che detengono una ricchezza pari a 3,6 miliardi di già inutili. E chissà se a quel punto, verificata la loro sostanziale ed effettiva inutilità, non si deciderà di revocar loro anche quei tenui fili che ancora li tengono attaccati al treno dell’umanità, una qualche forma di potatura demografica sarebbe opportuna per via dei limiti planetari, stante che la colonizzazione degli altri mondi è immaginata ma ancora lungi dall’essere effettivamente perseguibile.

Harari giunge così alla fine, l’analisi di una nuova credenza condivisa che guidi il nostro modo di stare al mondo, una sorta di neo-religione intesa nel senso di ideologia strutturata fornitrice di senso. La prima versione sarebbe una sorta di tecno-umanismo, un programma di potenziamento dell’umano a base bio-info-tecnica. Il programma sarebbe una promessa di ancora maggior potere ma per farci cosa non è dato sapere. Sulla seconda invece, ha idee ben più chiare e ben critiche: il datismo. Il datismo, la creazione di una rete sempre più vasta, iperconnessa e portante, potrebbe essere la ragion per cui si creda alle tre promesse iniziali: vite sane sempre più lunghe che aspirano all’a-mortalità, felicità pret-à-porter, deificazione progressiva sotto forma di quasi onnipotenza. La forma concreta del datismo è l’Internet-di-tutte-le-cose, una ontologia dell’iperconnessione, il suo presupposto paradigmatico è il nuovo dogma scientifico per il quale il senso della vita è prendere decisioni e gli algoritmi che accedono alla totalità dei dati, possono prendere queste decisioni molto meglio di qualunque altra entità, inclusi noi stessi avvolti in diversi veli d’ignoranza. Al pari della concezione olista della rete della vita, del mercato come rete delle transazioni, dell’ecologia come autorganizzazione del biota, il datismo pensa ad una rete in cui viaggiano quanti più dati possibili ed algoritmi che li prelevano per fornire decisioni, una seconda natura infomazionale. Il modello è sempre quello distribuito che ha mostrato di funzionare incomparabilmente meglio di quello centralizzato, che poi questo impersonale distributismo abbia i suoi centri, nodi, punti di accumulo e potere, la metafora non lo ricorda. L’illusionismo di questa abusata metafora, dice che il potere non c’è più, è distribuito, è impersonale, si è sciolto e frantumato annullando il suo stesso concetto. Harari come molti altri lettori della Rivoluzione informazionale, cita sempre Google o Facebook o Amazon ed Apple ma non sembra che citare questi agenti intenzionali con tanto di consiglio di amministrazione e proprietà del pacchetto azionario di controllo, gli dia l’idea che quello sia un grumo di potere. La Borsa è una rete che determina il valore istantaneo, che ci sia Blackrock o Goldman Sachs è solo fatto collaterale.

La visione informazionale della Grande Storia umana ha visto l’aumento quantitativo delle entità che processano informazione, poi l’esplosione varietale di queste entità, la loro differenziazione, poi l’aumento delle interconnessioni tra queste entità varietali, infine la totale libertà di flusso all’interno di questa rete. Le entità possono essere chip o umani o altre entità biologiche ridotte a chip in quanto processori di informazioni. Poiché la coscienza umana è un fatto soggettivo non esperibile scientificamente, l’uomo può essere ridotto ad algoritmo e quindi ecco che la Mecca degli algoritmi che è la rete, prende il posto di ogni altro regolamento sociale o politico, rimanendo per altro in totale sintonia con quello economico. Pur cautelandosi con l’eccezione della non linearità che impedirebbe di principio il fare previsioni, viepiù a lungo termine, Harari dà a questo programma il probabile monopolio per il prossimo secolo. Tutto sommato egli stesso umanista e liberale, Harari ha voluto usare quello che lui chiama il paradosso della conoscenza per dirci: così sembra vadano le cose, vi piace? Se sì abbandonatevi e gioite, se no, allora tocca pensarci più approfonditamente prima di consegnarci a questo enigmatico futuro.

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Harari ha quaranta anni, vive in Israele in un moshav (istituzione originariamente inventata da sionisti socialisti, meno estrema quanto a sperimentazione sociale dei kibbutz), insegna World History all’Università ebraica di Gerusalemme, è vegano. Autore del best seller mondiale “Breve storia dell’umanità” (tradotto in 30 lingue), questo Homo Deus, uscito nel 2016, ha già avuto già 10 diverse traduzioni incluso il turco ed il coreano. Harari è un seguace di S.N. Goenka, maestro di meditazione buddhista Vipassana. E’ omosessuale e si definisce moderatamente tecnofobo. Del tutto estraneo alla cerchia della critica sociale colta di tipo euro-continentale, Harari è un ampio fenomeno che oltre ai milioni di copie vendute, somma ampi tour di conferenze ed una fitta presenza di video e corsi su Internet.

Siamo già troppo lunghi per fare ora una critica ragionata del suo lavoro. In estrema sintesi: a favore, lo sforzo titanico di inclusione di archi di tempo storico molto ampio ed una discreta facoltà di tenere assieme nel discorso una gran mole di variabili oltre naturalmente -visto il grande successo editoriale- una fluida e piana capacità narrativa, basata su conoscenze precise della attuale produzione ideologico – scientifica almeno di stampo anglosassone[1]. A sfavore, scelte non sempre spiegate su quali variabili osservare, mancanza di concettualizzazione che si paga quando si deve parlare ai Molti, esempi infilati un po’ a caso per sostanziare ed alleggerire al contempo il discorso che svolge (legge del best-seller). Ma più di tutto, Harari sembra aver compiuto uno sforzo immane che però è uscito proprio l’anno (2016) in cui molti paradigmi che lui dà per scontati sono andati -parzialmente o in toto è ancora da capire- in crisi. Evidente, una certa distorsione della totalità che cerca di com-prendere, limitata dal punto di vista fermamente piantato nell’occidental – centrismo[2].

Più in generale, la letteratura su gli enigmi del futuro immediato e prossimo, è in grande sviluppo e questo è un buon sintomo poiché almeno segnala una certa vivezza della cognizione. Il tema è sempre quello della Grande Complessità nella quale siamo capitati con vene d’angoscia per i contraccolpi adattivi soprattutto negli osservatori occidentali. Poi ognuno sviluppa il suo metodo di riduzione per quanto al lettore sembrerà strano definire una “riduzione” seicento pagine di testo. Su una epistemologia critica delle nostre stesse scelte di riduzione, siamo solo ai primissimi passi. Come spesso ci capita di chiosare, la strada è ancora molto lunga ma in compenso il tempo che abbiamo per percorrerla è sempre più breve. Di contro, il fatto si sia capitati in una transizione o metamorfosi epocale, comincia a penetrare sempre più coscienze pensanti e questo è ciò che tiene ancora in vita il “principio speranza”.

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[1] Harari riporta in nota una gran mole di studi e pubblicazioni, tutte molto aggiornate. Se non si è un ricercatore professionale sul Tutto e quindi un lettore bulimico, la sua lettura vale almeno come crash course di ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, un settore tipicamente anglosassone a cui noi italiani, purtroppo, contribuiamo poco.

[2] Su questo punto, come su altri, Harari sembra mostrare una consapevolezza critica, ad esempio nell’esame della distorsione WEIRD ovvero il fatto che i Western, Educated, Industrialised, Rich and Democrats ovvero lo standard degli studiosi e dei fatti presi in esame per stabilire la consistenza della realtà, porti ad universalizzazioni indebite. Ma qui, come altrove, non sembra che l’osservazione critica sia poi del tutto incorporata nel suo apparato interpretante.

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QUANTO LUNGHE SONO LE NOSTRE RADICI?

Riflessioni sulla lettura di – D.L.Smail, Storia profonda, Bollati Boringhieri, Torino, 2017

Daniel Lord Smail, professore ad Harvard, ha ereditato dal padre (a sua volta professore di storia) una passione istintiva per la -grande storia naturale dell’umanità-. Portata avanti l’indagine nei corsi si è risolto a buttare giù una introduzione per un volume di storia naturale che ne riportasse i contenuti ma poi si è accorto che l’una e l’altra, introduzione e storia, metodo e contenuto, avrebbero dato vita al classico mattone sulle seicento pagine. Ha quindi deciso di scrivere una libro di sola riflessione metodologica sull’ipotesi di “storia profonda”, la riunificazione di tutti i domini della storia (geologia, biologia, paleoantropologia, linguistica e storia dei fatti umani) alla ricerca di quel sfuggente oggetto che è la fenomenologia dell’umano.

 Il tempo che prendiamo in esame, la sua durata o estensione, è la condizioni di pensabilità prima della profondità storica. Darwin non avrebbe mai potuto intuire e poi sviluppare la sua teoria, se poco prima i geologi non avessero cominciato a dilatare a dismisura il tempo naturale. Fu in un certo senso, lo sviluppo urbano a portare a quegli scavi da cui affiorarono resti atipici di animali che infiammarono il dibattito sulle classificazioni ai tempi di Cuvier. I paleontologi, forse non ancora consapevoli essi stessi della loro categoria (erano ancora solo “biologi” perché il “paleo” non esisteva come concetto), inizialmente riportarono quei resti a delle anomalie delle specie note ma sia la comparazione inter-specie, sia lo sviluppo delle classificazioni da Linneo in poi, sia proprio i geologi consapevoli che ogni strato scavato corrispondeva ad una fascia di tempo, arrivarono piano piano a capire che il tempo della vita biologica e del pianeta stesso era molto ma molto più lungo del ritenuto, le specie non erano fisse, alcune erano vissute ma poi scomparse, altre erano profondamente cambiate, la Natura aveva un suo motore creativo interno di cui poi Darwin tentò di carpirne i segreti.

Un vincolo fisso dell’immagine di mondo occidentale, vietava questa difficile presa di coscienza dell’estensione temporale che -si ricorda- si sviluppò a partire solo dalla prima metà del XIX secolo, non molto tempo fa.  Il vincolo era dato dalla credenza condivisa a paradigma dell’intero mondo occidentale: la Bibbia. Il vescovo Ussher, nel 1650, aveva pubblicato il suo “calcolo scientifico” della nascita del mondo in seguito al conteggio delle varie generazioni che seguono la Genesi dell’Antico Testamento, ed il verdetto collocava l’inizio della settimana creativa di Dio, al mezzodì del 23 ottobre del 4004 a.C. . Altri conteggi sbordarono di un migliaio di anni in più o in meno ma nella sostanza, il tempo percepito come inizio del tempo stesso, era quello, una qualche migliaia di anni prima di Cristo. Del resto, anche a “logica degli eventi”, tra Adamo e Noè poi Mosè, poi Cristo, Dio certo non poteva aver aspettato molto tempo per rivelarsi alla sua creatura per dare senso al mondo ed alla missione umana. Ogni cultura, tende ad iniziare il tempo con la propria ipotesi di origine. L’Isis, come i talebani ma anche il “clero” wahabita, è dedito alla distruzione di quei manufatti storici testimoni di grandi forme di civilizzazione ben precedenti il VII secolo nel quale Maometto ha ricevuto la rivelazione. Lo stesso Smail, testimonia di come negli Stati Uniti d’America, l’insegnamento universitario della storia abbia già quasi completamente eliminato la storia antica, abbia opacizzato la storia medioevale europea e stia addirittura minando lo stesso inizio della storia moderna. Già le facoltà di economics hanno -pare- cancellato da tempo i corsi  di storia del fenomeno economico poiché ogni “altro modo”, per quanto passato, mina la vigenza assoluta dei paradigmi contemporanei. Insomma, tra le condizioni di pensabilità, il tempo è la prima coordinata fondamentale.

L’intera auto percezione delle società complesse occidentali, ha teso a contemplare il tempo storico come originato dalla rivoluzione agricola che, guarda un po’, ha la stessa tempistica del racconto biblico. E poiché di questa auto comprensione ha fatto parte lo sviluppo della conoscenza scientifica e la scienza si applica non in via ipotetica ma su dati certi, ecco che i dati sono stati solo quelli riportati dalla scrittura la cui origine -di nuovo- si pensa coincidente col pacchetto Bibbia + società complesse figlie-della-rivoluzione-agricola. Infine, tutto ciò che è tempo, incrocia l’altra coordinata della mente trascendentale (avrebbe detto Kant, la sua “estetica”) occidentale che in quanto spazio, come culla dell’origine, prevede il Medio Oriente (sempre per l’intero pacchetto Bibbia + società complesse + scrittura = Civiltà occidentale) ovvero la culla da cui nasce l’Europa e da qui, il nostro ostinato occidetal-centrismo.

Come accadde ieri con i geologi, oggi gli archeologi, i paleoantropologi, l’analisi di reperti materiali che testimoniano reti di scambio ad incredibile distanza e per tempi molto remoti,  l’antropologia e l’etnologia comparate, i biologi molecolari, la linguistica con la ricerca su i ceppi originari delle lingue ancestrali, la nostra miglior comprensione sulla storia del cervello quale ad esempio abbiamo citato nell’articolo sul lavoro di Jaak Panksepp (qui), hanno ormai forzato i rigidi limiti della storia iniziata seimila anni fa. Paleolitico, neolitico, postlitico sono ormai da intendere frazioni di un’unica storia, l’Africa è da considerare la nostra madrepatria di genere e specie, l’interdisciplinarietà è da considerare l’unico approccio che può consentire di elaborare una vera conoscenza realistica ed umana del senso del nostro tempo trascorso dalle origini, origini collocate nel tempo profondo che Smail vuol cominciare a raccontare come “storia profonda”. Smail insegna Storia del Mediterraneo soprattutto il tardo medioevo. Egli quindi è andato senz’altro a lezione di “lunga durata” da F. Braudel e credo voglia prendere quella lunghezza ed estenderla ancora di più, almeno fin dove le nostre attuali conoscenze lo rendono possibile.

In gioco c’è molto. I più antichi lettori di questo blog forse ricorderanno che uno dei primi articoli pubblicati (qui) era proprio sul tempo storico e prendeva a caso da meglio indagare l’ormai noto sito archeologico di Gobekli tepe, una incredibile serie di circoli megalitici costruiti chissà da chi, chissà come e soprattutto perché, ben dodicimila anni fa. Gobekli tepe potrebbe  testimoniare una precoce facoltà umana di collaborazione inter-tribale al fine di far ruotare un vasto areale frazionato in piccole società autonome  ma tutte gravitanti intorno ad una credenza condivisa, uno spazio delle idee comune. Così per il Cimitero 117, un sito di sepolture nel sud Sudan di un paio di millenni antecedente Gobekli tepe che è l’unica testimonianza che abbiamo di una possibile strage dovuta a conflitto inter-tribale. In questo caso, non è il sito a dirci qualcosa ma il fatto che molti ritengono che queste stragi da conflitto siano state lo standard dell’umana storia profonda quando questa è solo una credenza senza prove proprio perché l’unica vera prova che abbiamo è “solo” di quattordici mila anni fa. Ne potrebbe conseguire l’ipotesi che i conflitti appaiono sistematicamente molto tardi ed andrebbero forse messi in relazione ad una intensificazione della densità abitativa di una certa area, alla demografia irritata magari da qualche rovescio ambientale, non alla genetica. Così per le ormai numerose prove di villaggi paleolitici con centinaia di abitanti che vivevano di caccia e raccolta che falsificano la convinzione che stanzialità e quindi complessità sociale siano derivati del modo di produzione agricolo, evidente proiezione dell’economicismo moderno.

In ballo ci sono almeno due cose importanti. La prima è l’informazione su cui basare i nostri tentativi di risposta alla domanda chi siamo? Quante variazioni e di che tipo fanno l’umano? Come si sono comportati i paleo-antichi e modulando i comportamenti rispetto a quali variabili? La seconda è la scoperta ancora non debitamente trattata e codificata di quanto è complessa la mentalità che muove il comportamento umano. Quante “teorie fantasma” abbiamo nella mente quando esprimiamo una analisi o un giudizio? Quali condizioni ambientali e non certo bio-genetiche giocano nella differenza tra la strage sudanese e la possibile anfizionia anatolica? Quali strutture mentali proprie di una credenza religiosa o politica o epistemologica, ordinano il flusso delle nostre immagini di mondo che si vorrebbero rispecchiamento di una realtà che vediamo e percepiamo a sua volta solo dopo averla filtrata con i vincoli nascosti di quelle credenze, magari credenze che singolarmente non abbiamo neanche a livello individuale ma che agiscono come “spirito dei tempi” o mainstream o verità dai più ritenute tali o sentieri obbligati da metafore condivise che “pensano al nostro posto”. E non parlo solo delle informazioni in quanto tali ma delle logiche, degli improvvisi sensi vietati o dei flussi autostradali per i quali ripetiamo assunti infondati che accettiamo in forma irriflessa, quelle “condizioni di pensabilità” che impediscono di andare da una parte e ti portano irrimediabilmente da un’altra parte, magari proprio quando stai cercando una via alternativa al consueto modo di pensare le cose. Kant ci aveva ammonito sull’apriori della ragion pura ma ora dovremmo andare avanti e cominciare ad indagare l’apriori della ragione impura e storica, immagine di mondo, mentalità, epistème, dominio paradigmatico che di dir si voglia.

Su questo secondo aspetto della faccenda, Smail basa l’intero secondo capitolo, una analisi di come gli stessi storici si siano auto assoggettati alla convinzione ombra dei tempi biblici anche quando questo paradigma non era invero più vigente in forma esplicita. E’ un capitolo di epistemologia storica che da Vico a Ranke, da Langlois a Seignobos, da Labberton a Guizot, con pesanti influenze anche dei filosofi, Hegel più di ogni altro,  ripercorre le ragioni razionali avanzate per una irrazionale difesa dell’invisibile assunto di partenza. Contorsioni dell’immagine di mondo o mentalità, che mostrano con quale finezza e creatività, con quanto spreco logico ed arguzia delle motivazioni, gli esseri umani siano in grado di giustificare l’ingiustificabile. Il Diluvio cancellò ogni elemento intelligibile del passato, la storia è solo la storia delle testimonianze scritte (quando le testimonianze scritte sono sempre imbevute di  ideologie, “cariche di teorie”), “una società può essere oggetto di scrutinio storico solo quando quella società possiede una coscienza storica”, la storia può essere solo storia della civiltà, la storia è solo storia documentata dei grandi uomini, le tradizioni orali non sono affidabili, la storia paleolitica è impossibile perché l’uomo era un anima individuale che non esprimeva socialità (?). Tutte ragioni utili per problematizzare l’epistemologia storica del passato profondo ma che in sé, non possono sostituire il punto dove il punto è: ci sono radici lunghe dell’umanità e tocca scoprire fin dove arrivano ed in cosa sono piantate.

Si tenga anche conto di quanto peso ha l’intera massa di questa produzione e tradizione, quanto le tonnellate di scritti che si rimandano l’un l’altro, un intero sistema di credenze puntellate da paradigmi astrusi di cui i professori e gli accademici sono i sacerdoti, impedisce anche solo di prendere in esame l’inquietante lunga galleria di Chauvet  con i suoi 500 metri con più di 500 diverse opere di pittura rupestre datate a 32.000 anni fa. Il bellissimo documentario di Werner Herzog Cave of Forgotten Dreams, tra l’altro, mostra la geografia del posto e pone subito la domanda su quale fosse il contesto realizzativo  e l’uso di un sito che bisogna raggiungere con molta fatica e forse anche qualche pericolo, segno di una intenzionalità molto complessa, sia da parte degli autori, sia dei fruitori. Non certo l’improvvisata domenicale vena pittorica di un manipolo di Cro Magnon che volevano far colpo sulle rispettive fidanzate. O a proposito della scrittura, si veda il volume  “Origini della scrittura” a cura di G. Bocchi e M. Ceruti (Bruno Mondadori, Milano, 2002) che raccoglie quei molti studiosi il cui contributo racconta una storia meno improvvisa delle tavolette sumeriche, un lungo processo che inizia forse addirittura 10.000 anni fa. O nell’archeologia linguistica, l’ipotesi nostratica che pone una lingua originaria da cui poi sarebbero discese le varie forme di indoeuropeo ma anche le uralo-altaiche, dravidiche e lo stesso sumero, una superfamiglia derivata da una lingua originaria parlata nella Russia di 12.000 anni fa. Per non parlare delle eterodosse tesi continuiste del grande Mario Alinei che retrocedono appunto a 40.000 anni fa i ceppi linguistici originari, ipotesi corroborata da solido metodo interdisciplinare che attinge alla genetica delle popolazioni, all’archeologia, all’etnologia e paleoantropologia. Ipotesi certo, ma non meno ipotetiche di quelle che reggono le nostre attuali credenze condivise ma aprenti però, tutt’altre euristiche.

Veniamo allora al quarto capitolo, l’ipotesi sia possibile ricostruire una neuro storia. Il capitolo è una sorta di riepilogo ben informato su i raggiungimenti di tutte le discipline che dalla biologia alla psicologia, ruotano intorno alla mente umana. Impossibile e comunque poco utile, riassumere qui i termini del problema, ci limiteremo quindi alle questioni di cornice. La faccenda potrebbe essere compendiata come una sorta evoluzione dell’evoluzionismo in direzione dell’adattamentismo. L’adattamentismo è -secondo noi- il vero paradigma interno alla teoria di Darwin ovvero il presentarsi del fuori di noi come perno problematico della nostra esistenza di genere (umana), specie (sapiens), sociale ed individuale. A questo fuori di noi, a volte ambientale e naturale, a volte sociale e culturale, rispondiamo con una complessa stratificazione di sistemi che ci compongono, sistemi biologici quindi ereditari, culturali e sociali quindi storici, spesso del tutto casuali. L’adattamentismo a differenza dell’evoluzionismo non prevede alcuna verità precisa dato che l’adattamento al fuori noi dipende dall’estrema variabilità di questo “fuori di noi”. Se quindi il concetto di “evoluzione” è relativo, lo è anche il concetto di “progresso”. Inoltre, più l’analisi entra con attenzione dentro un comportamento umano, più scopriamo che questo è la somma non precisa di tanti segmenti creati dalle retroazioni tra biologia e cultura ma anche condizionati in un certo senso dalla logica dell’intero sistema che dal genotipo deve portare al fenotipo. L’epigenetica, ad esempio, sta presentando quel modello ricorrente in natura per il quale se il codice ereditato propone varie soluzioni è la relazione a contatto con il qui ed ora a determinare l’espressione genetica. Processi senza oggetto, ricchi di ridondanza ed imprecisione ma comunque dotati di tendenza, determinanti una certa abitudine chimica, una certa architettura dei cablaggi per altro molto variabile, riutilizzo e bricolage di materiali altrimenti finalizzati. Nel complesso, tutto ciò “funziona” in molti casi, in molti altri molto meno, in alcuni punti forse per niente. Soprattutto, le nostre immagini di mondo ipostatizzano dicotomie e notano contraddizioni a posteriori ma la nostra storia amalgama con ben più ampia tolleranza il nostro essere maschile ma anche un po’ femminile, socializzante ma anche un po’ individualistico, etico-morale ma anche un po’ furfante, altruista ma anche tanto egoista. Le immagini di mondo allora forzino i caratteri, estremizzino i giudizi ma non si sostituiscano alla onesta e realistica lettura della nostra intricata complessità di partenza.

Ne consegue la sparizione della dicotomia natura-cultura, la crescita di interesse per la microevoluzione piuttosto che per quella macro, la selezione delle popolazioni più che degli individui, l’imprecisione comunque funzionale di quelli che Paul Ehrlich chiama “strascichi evolutivi”, l’effetto Baldwin, la conta degli adattamenti positivi che assomma a pacchetto anche quelli negativi e quelli neutri, la loro stessa variabilità nel tempo dato che quello che era adattativo cinquecentomila anni fa (e dove poi, in zone forestali, di costa, di montagna, con picchi di temperatura alta o bassa? etc.) potrebbe non esserlo oggi o viceversa, gli exattamenti (il riciclo a nuovi usi e scopi di strutture selezionate con originarie diverse ragioni), il superamento dell’altra dicotomia tra continuismo ed equilibri punteggiati (dato che esistono, pare, entrambe le modalità), la sovrabbondanza di produzione della natura al fine di tenere larghe certe condizioni di possibilità che essa stessa vuole non precisare ex-ante dato che il gioco si sa che sarà complesso e dinamico e quindi non pre-vedibile con precisione, l’estrema complessità che denota il passaggio tra genotipo e fenotipo che ci siamo immaginati un po’ tropo semplice, lo scetticismo per l’approccio di “reverse engineering” dato che la stessa metafora di riferimento ovvero il fatto che si abbia a che fare con un prodotto ingegneristico è fallace. Di base, c’è un mondo complesso bio-culturale dentro ogni individuo, gli individui umani si sono viepiù dovuti adattare ai gruppi umani (le società) che non alla natura, erano proprio i gruppi umani nel loro complesso ad avere questo compito e quindi vana è la sola ricerca di linee corte e dirette tra essere individuale e natura. Quale natura poi, di quali luoghi e di quali tempi ? Siamo cresciuti scavando tuberi, raccogliendo bacche e cozze, inseguendo conigli o organizzando complesse battute di caccia coordinata alla megafauna?  L’impressione è che ci sia troppa fretta a mettere il coperchio su una pentola che ha appena cominciato a bollire e che la norma sia retro imporre categorie attuali su fenomeni altrimenti ordinati. Sarebbe meglio, forse, una fase anarchica tipo “anything goes”, à la Feyerabend per riaprire una euristica interpretativa che non pensi al prima con le categorie del dopo.

L’ultimo capitolo, Smail lo dedica ai rapporti tra le civiltà e la manipolazione della chimica corporea, mentale e quindi psichica nello specifico, indotte ed autoindotte da determinate pratiche o sostanze psicotrope. Canti, balli, preghiere, riti di vario tipo, gossip ovvero la versione umana del grooming dei primati, addirittura lo shopping, sesso ma anche le gerarchie di dominanza hanno un corrispettivo stato neurochimico, in qualche modo fissato nella nostra neurofisiologia. Pratiche attese ma che poi rinforzano determinato sentieri neurali tanto da arrivare a stati di dipendenza. La modernità, col suo carico di spezie e coloniali esotici, portò prima alle élite, poi al mercato di massa, una gran quantità di stimolanti e calmanti che, secondo l’autore, avrebbero anche svolto il ruolo di compensatori della mancanza di una vita religiosa quale quella che ordinò il medioevo. Le droghe propriamente dette e l’alcool  sono poi le sostanze più direttamente usate per questa auto manipolazione dello stato d’animo mentre il grande mondo delle sostanze farmacologiche, nella sua vistosa inflazione, denota abitudini ormai di massa nel giocare al piccolo chimico con la propria anima. Anche la continua masturbazione dell’attenzione col cellulare, l’esibizione del proprio corpo e del desiderio, i social network, il porno on line, i videogiochi, gli stati perduranti di autostimolazione continua che hanno poi il contraltare dell’apatia e della noia esistenziale, inducono a pensare a quel “mondo nuovo” di Huxley (1932) in cui tutti sono dipendenti, nel senso di “addicted”, di qualcosa. La piramide di Maslow andrebbe così aggiornata con questo bisogno di auto-manipolazione chimica su cui prospera l’attuale sistema ordinato dal fatto economico che chiamiamo “capitalismo” ma che il capitalismo si è limitato a sfruttare, non a creare. L’argomento ha un suo interesse, senz’altro nel renderci maggiormente consapevoli del corrispettivo chimico di tanti comportamenti che poi diventano fenomeni macroscopici, economici, culturali e financo politici, nonché come possibile taglio di analisi storica, ad esempio al pari delle malattie virali e delle grandi epidemie del world historian McNeill ma francamente, non ci sembra poi così decisivo per perorare la causa della storia profonda.

Smail trae, alla fine, le conclusioni della sua indagine sulle condizioni di pensabilità di una storia profonda. Invoca la necessaria multidisciplinarietà per ricostruire l’immagine del passato, indebolisce a priori i risultati ipotetici che si possono ottenere sostituendo le leggi di natura che nell’umano vengono ad amalgamarsi coi fatti di cultura, determinando al massimo “pattern” o tendenze, schemi indicativi la cui interpretazione ne dà la variabilità. Di contro, qualcosa di questa natura umana emerge se a distanza di luogo e di tempo, tante “invenzioni” (dall’agricoltura alla scrittura, dalle classi sacerdotali alla gerarchia sociale) sembrano seguire pattern ricorsivi comparendo qui e lì ed al netto di prestiti e possibili influenze quali postulati dal diffusionismo. L’agente storico, l’uomo, è crogiuolo di cultura e biologia e questa invocazione a superare la dicotomia delle due culture è forse il messaggio metodologico più forte che ci lascia Smail.

Confesso di essermi immaginato altro nel desiderare la lettura di questo libro. Forse se Smail avesse corredato la sua indagine di qualche esempio fattivo di questa storia profonda, qualcuno dei tanti fatti fuori teoria come lo sforzo templare di Gobekli tepe in assenza di società centralizzata o la mancanza di prove di quella antropologia che ci vorrebbe intrinsecamente violenti e competitivi o l’irragionevole grandezza della Cappella Sistina paleolitica di Chauvet, per non dire di molto altro quale anche la citazione che fa nelle conclusioni del lavoro di Marshall Shalins che demistifica l’avvento dell’agricoltura come un triste ripiego su una dieta povera, non meno incerta della caccia e raccolta ma soprattutto molto ma molto più dispendiosa da produrre, la sua perorazione avrebbe acquistato maggior concretezza.

Sta di fatto che alcuni di noi, soprattutto quando i tempi mostrano il cedimento vasto e profondo dei piloni delle credenze condivise che sostengono un certo modo di stare al mondo, volgono lo sguardo all’indietro per tornare ad indagare l’Origine. Quella Origine che ogni immagine di mondo ricostruisce a modo suo per dare fondamento a ciò che si è e che invece sarebbe -proprio ora che non sappiamo più chi siamo- il caso di indagare cercando di strappare al tempo profondo le sue pur vaghe e sempre provvisorie verità.  La ricerca continua, per seguire le nostre lunghe radici occorrerà continuare a scavare sempre più a fondo, fuori e dentro di noi …

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SEIMILA ANNI DI SOCIETA’ COMPLESSE.

Su gli ultimi raggiungimenti dell’archeologia complessa[1] su cui basare la proto-storia[2], ci informa M. Liverani con la riedizione del suo: Uruk, la prima città, Laterza, Bari Roma, 1998-2017. Il periodo è quello Antico Uruk – Tardo Uruk in Mesopotamia, tra il 4000 ed il 3000 dove una società a doppia circonferenza centro-periferia, ruota intorno ad una forte credenza condivisa[3], amministrata da un centro templare. Questo possiede una sua élite e sua mano d’opera ma si avvale anche di corveé generali stagionali per la coltivazione di propri campi di orzo che poi, sottratto l’automantenimento del centro templare, viene accumulato e reinvestito in scopi sociali. In termini di libertà, concetto caro ai moderni, il popolo era suddito per le questioni politiche e fiscali ma libero dal punto di vista economico. Le élite templari  dicendosi suddite degli dei ed amministrando la credenza condivisa, accumulavano potere gerarchico sociale. L’economia era mista tra pubblico e privato, sia nel possesso di terra che nella sua lavorazione, non meno che nell’artigianato e nel sistema di scambio esterno mercantile.

L’emersione di queste prime forme di gerarchia che iniziano la prima complessità delle società sembra provenire da un processo funzionale, l’autorganizzazione sociale trova la via più facile per reggere la propria crescente complessità[4] riducendosi spontaneamente in un centro che quindi non si afferma per coercizione. Da dopo circa il 4500 le superfici in mq dei templi cominciano ad impennarsi, i “palazzi” del potere laico ancora non ci sono e le superfici delle case rimangono indifferenziate. Sul piano della progressione storica, a questa bassa complessità iniziale corrispose probabilmente massima auto-soggezione e minima coercizione, ma in seguito la seconda crebbe poiché scendeva la prima stante che le richieste del “centro” si fecero sempre più pesanti ed il passaggio dal potere religioso a quello politico depotenziò la forza ideologica della credenza condivisa. La biforcazione originaria che porta allo sviluppo delle società gerarchiche e complesse, è alimentata da un semplice delega più o meno spontanea ma certo volontaria, ad un perno che coordini il sistema sociale.

L’auto-soggezione è un fenomeno che troveremo molte altre volte nella storia. Molti individui sembrano accettare di buon grado uno scambio apparentemente ineguale,  per il quale devolvendo completamente il proprio potere sociale, ottengono in contropartita la certezza di una collocazione e l’orizzonte chiuso ed ordinato della casella sociale semplificata nelle responsabilità, che vanno ad abitare. La gerarchia è una forma di riduzione della complessità,  funzionale al sistema generale ma funzionale anche ai limitati e più controllabili orizzonti che molti individui vogliono prossimi, certi, prevedibili anche se a condizioni imposte. Le ben sei edizioni (2006-2016) della versione italiana del Discorso sulla servitù volontaria di Etienne La Boétie, dicono dell’attualità dell’indagine  su questa “misteriosa” attitudine rilevata dal francese già nel 1576 che la sociologia e le analisi della psicologia tanto di massa che individuale non hanno forse ancora ben indagato a fondo. La relazione di subordinazione sembra si formi per l’incontro tra una volontà di dominare ed un bisogno di circoscrivere il proprio impegno sociale, tra volontà di potenza e bisogno di tranquillità[5].

La funzionalità centrale del sistema di potere ad Uruk, era interpretata dai servi degli dei, amministratori del culto e delle narrazioni connesse che purtroppo non ci sono note. Come nel caso della preistoria che per lungo tempo abbiamo letto solo come “età della pietra” perché solo queste ci sono arrivate, così queste prime forme di gerarchia sociale pronunciata ci sono sembrate basate solo sulla gestione dei magazzini delle eccedenze produttive perché le famose “tavolette” in cui compaiono le prime forme di scrittura, solo questo testimoniavano. E’ invece molto interessante notare che deve essersi formata una ideologia condivisa a base religiosa prima che questa struttura unificante producesse una élite centralizzata, le condizioni di possibilità di quest’ultima derivano dalla struttura unificante della precedente credenza condivisa. Naturalmente, le nascenti élite che all’inizio ebbero un mandato funzionale spontaneo e condiviso, fecero poi di tutto per rinforzarlo, ampliando le narrazioni in un discorso complesso che giustificasse ed ordinasse quanta più delega di potere al centro di cui erano gli amministratori beneficiari.

Questo processo di formazione di “un popolo” non più tribù o clan, per certi versi, è la stessa meccanica della nascita e diffusione dell’islam e del concetto di umma che precede e giustifica i successivi califfati. Diversamente dal cristianesimo che nacque e si affermò inizialmente in contrapposizione e competizione con il potere militar-politico romano che storicamente lo precedeva di molto, il popolo di dio musulmano nasce contestualmente alla credenza ed anzi è molto probabile che l’intera narrazione avesse proprio questo fine stante che Maometto ben conosceva la minorità araba spezzettata in conflittuali tribù disperse su un territorio difficile (tendenzialmente arido) e molto vasto. Minorità evidente in rapporto non solo all’Impero bizantino (anatolico) ed a quello sasanide (iranico) ma anche al popolo ebraico che esisteva in quanto tale proprio e solo perché unificato da una credenza condivisa.

Liverani osserva “Quando definiamo la Venezia del Cinquecento una <città mercantile>, o la Manchester dell’Ottocento come una <città industriale> …” (p.89 op. cit.) e prosegue specificando che questa attività distintiva non è certo l’unica che viene svolta ma la principale, al punto da divenire il generatore di ordine generale dell’intera società ovvero quello che noi qui chiamiamo “ordinatore”. L’ordinatore della prima società gerarchica complessa, Uruk, fu la credenza religiosa. Anche le società contemporanee si basano su una credenza, la credenza che il fare economico, sia socialmente che individualmente, sia il miglior ordinatore. Marx ma in fondo anche i liberali, hanno pensato e i loro epigoni continuano a pensare sia questo l’ordinatore sociale universale, la produzione e la forma d’ordine che ne discende. Uruk era una città-tempio, le nostre sono città-mercato, altre volte nella storia si incontrano città-caserma o fortino anche quando si hanno popoli nomadi che non hanno “città” ma rimangono socialmente strutturate come un’orda di rapina e saccheggio che non intende minimamente fermarsi ad amministrare la complessità territoriale. Qualche volta come l’Atene classica, troviamo città-politiche. Ognuna di queste definizioni dice solo dell’ordinatore ma la trama complessa della società prevede sempre la compresenza di tutti i fattori religiosi e culturali, economici, militari, politici, solo che questi sono ordinati da quello che svolge la funzione principale, appunto, di ordinatore.

Quando successivamente al periodo Uruk, l’ordinatore mesopotamico passò dal religioso al politico, il periodo dei re e delle dinastie, la relazione funzionale all’interno della credenza cambiò. I precedenti servi degli dei erano chiaramente umani solo più vicini degli altri a gli dei, vertice della credenza condivisa. I re invece, presero il ruolo di semi-dei, via di mezzo tra l’umano ed il divino, invenzione probabilmente scaturita dalla creatività adattiva degli stessi sacerdoti che dovendo cedere il potere, mantennero almeno quello di testimoniare e giustificare il re-guerriero che tanto si sarebbe affermato per conto suo quando il territorio di quelle società si ingrandì o la densità competitiva locale si fece minacciosa al punto da richiedere offesa e difesa militare di livello superiore. Nasce allora il condominio tra potere politico-militare e sacerdotale, una diade che troviamo poi molte altre volte ed in una grande varietà di assetti nel registro storico, ad esempio con la figura del “figlio del Cielo” dell’imperatore cinese. Anche la relazione economica cambiò. Le prime società che erano templari, potevano mantenere regimi di economia centralizzata ed economia privata mentre le società palatine, avevano logistica, costi ed ambizioni molto maggiori[6] per cui l’economia privata si contrasse in favore di una economia statalizzata. Le attuali élite della società di mercato, di contro, aborrono ogni minima forma di economia centralizzata poiché tutto l’ammontare del prodotto generato dal fatto economico deve rendersi disponibile di modo che loro se ne accaparrino la maggior fetta. Altresì, le élite delle società di mercato, non solo non hanno bisogno se non in forma servile-funzionale del politico ma senz’altro sono diffidenti nei confronti di quelle religiose ad esclusioni di quelle forme di religione come il protestantesimo o il buddismo, che non producono vere élite centraliste.

Una volta di più, la teoria degli ordinatori sociali appare essere lo schema che meglio spiega l’alternarsi degli ordini sociali, alternanza che non è dovuta in genere da alcun fattore interno alle società ma quasi sempre da fatti di adattamento ai contesti. Il motore del cambiamento è più spesso esogeno o meglio, risiede nella relazione tra l’interno di un sistema ed il suo esterno, è mosso da un adattamento. Nello schema di Arrighi[7]-Braudel ad esempio, la città-mercato di Venezia e la città-banca&finanza di Genova vengono superate per molti motivi che diressero lo sviluppo storico-sociale-culturale dal Mediterraneo al Mare del Nord e lì, le Province unite si presentarono come la miglior fusione della funzione mercantile e di quella banco-finanziaria. Non ci furono ragioni interne al modo di fare mercato di Venezia o di fare banca e finanza di Genova che vennero superate dai modi olandesi, né decisive innovazioni di “prodotto”,  si trattò solo di un adattamento alle mutate condizioni geo-storiche. Così il subentro di Londra e dell’Inghilterra-Gran Bretagna che solo dopo generò l’industria, industria che la piccola popolazione olandese certo non avrebbe mai potuto sviluppare significativamente per semplici ragioni demografiche e che gli italiani non svilupparono unitariamente perché funzione mercantile, bancaria e politica erano frazionate.

E’ proprio della visione economicista della storia e delle società avere questa cecità selettiva alle condizioni di contesto. Leggendo fatti economici per principio epistemico fondativo, l’economicismo vede solo fatti economici e pensa che questi siano autogenerati chissà se dalla foga del profitto della “borghesia”, dalla spontaneità innovativa, dalla superiore intelligenza impersonale della mano invisibile. Come ogni forma di fede epistemica a base di uno sguardo monodisciplinare, l’economicismo cade inesorabilmente nell’aporia dell’autofondazione. Ogni movimento si pensa causato internamente dalla logica economica ma il movimento primo non si troverà mai perché il baratro del regresso all’infinito è appunto non finito. Cosa muove il primo movente rimane uno sfumato mistero.

Insomma, 5-600 anni fa, almeno in Mesopotamia, la complessità sociale raggiunse un nuovo stadio e si autorganizzò intorno ad una credenza condivisa di tipo religioso. La condivisione della credenza produce funzionalità quindi le credenze condivise non sono poi così astratte come si ritiene nella stramba partizione riduttiva tra struttura e sovrastruttura, anche le credenze rispondono al vaglio finale del funziona – non funziona. Questo funzionamento è dato da il complesso di una società abbastanza ordinata, dinamica processualmente, dotata di senso e significato condiviso, adattativa alle condizioni geo-storico-ambientali, garante per la massa critica degli individui che ne fanno parte, di una moderata soddisfazione esistenziale che ha il suo lato primario nel bisogno materiale. In più, giustificano l’élite di governo che è il modo universale con il quale gli esseri umani -sino ad oggi- hanno inteso organizzare l’intenzionalità del sistema sociale, da quando questo ha preso e poi rigenerato dimensioni e forme complesse. Le élite militari, politiche, religiose e culturali, economiche e le rispettive funzionalità di cui sono espressione, entrano tra loro in determinati rapporti di gerarchia che richiedono che una di loro, o meglio la funzionalità di cui sono espressione, funga da ordinatore. La scelta dell’ordinatore è data da eventi storici spinti dalla ricerca di adattamento ad un certo contesto variabile per caratteristiche nello spazio e nel tempo. Il tutto è accompagnato dal formarsi di un’ampia credenza condivisa.

Una certa propensione alla servitù volontaria fa sì che i margini di tolleranza della subordinazione in cambio della tranquillità, siano molto dilatati per cui il “funziona” è un giudizio che nella realtà sociale si da con molta più generosità di quanto non concedano coloro che sono mossi da approcci critici, nobili intellettualmente ma poco pratici realisticamente. Il bisogno di “ordine” è evidentemente una richiesta sociale primaria, antecedente il bisogno di “giustizia”. Se è da valutare complessivamente quanto una società funzioni o non funzioni e quindi la critica anche la più acuminata poco la smuove fino a che “funziona”, di contro c’è poco da difenderla quando “non funziona più”. Quando “non funziona più” si apre la crisi ma l’esito di questa è di nuovo pesantemente condizionato dalla primaria richiesta di ordine per cui crisi che potrebbero aprire finalmente ad un superamento, finiscono in realtà per alimentare una parossistica richiesta di ordine immediato che porta le crisi ad irrigidire sempre più le forme conservative della società che è andata in crisi. O le transizioni sono ordinate o debbono essere molto brevi, rivoluzionarie, l’ordine si deve mantenere o ripristinare velocemente.

A noi sembra che la società occidentale basata sulla moderna credenza condivisa-funzione che il miglior ordinatore possibile sia quello economico[8], non funzioni più. Non funziona in termini adattivi come si evince dal bilancio ecologico e geopolitico. Non funziona più dal punto di vista del senso e significato come si evince dalla desertificazione culturale e dal diffuso collasso psichico socio-individuale. Non funziona più neanche dal suo stesso punto di vista data la condivisa ormai certezza di una lunga stagnazione, dall’abnorme proliferare dei tumori finanziari, dalla mancata redistribuzione, dai minacciati fallimenti dei bilanci statali e dall’ipertrofia del debito. Non funziona più proprio in termini di contratto sociale dato sì che Adam Smith che ne codificò il testo, scrisse che quella che lui ancora chiamava “economia politica”, basata su produzione specializzata di massa e libero mercato, si riprometteva di “… arricchire sia il popolo che il sovrano”[9]. Stati semifalliti e riduzione delle classi medie, scomparsa del reddito e dello steso lavoro, a parte qualche eccezione (la Germania e pochi altri), segnano -per l’Occidente ma non per il resto del mondo- il crollo della promessa contrattuale centrale moderna.

Alcuni (in genere economisti) pensano che sia solo un problema di teoria economica ma molti altri, tra cui chi scrive, pur condividendo il giudizio certo molto critico sulle forme neoliberali che come tutte le degenerazioni ideologiche tendono all’assolutismo totalitario viepiù che i fatti che dovrebbero ordinare mostrano crescenti malfunzionamenti, pensano che la funzione ordinatrice di questa credenza abbia esaurito il suo compito storico perché ha saturato la sua finalità funzionale. Oggi abbiamo assicurata grande parte della base materiale di sussistenza e confort mentre forte e inevaso è il bisogno di tempo, di studio, di conversazione e dibattito, di formazione culturale complessa, di partecipazione diffusa alla ridefinizione di un nuovo contratto sociale. Dotazioni necessarie anche per varare urgentemente una strategia adattativa alle minacce dell’era complessa stante che le condizioni materiali si possono soddisfare ampiamente con una economia moderna rivista e pluralizzata nella sue forme interne.

Gli economisti possono certo ben suggerire che tipo di economia sarebbe altrimenti possibile ed opportuna ma le condizioni di possibilità ed opportunità vanno definite dal nuovo ordinatore e l’unico si conosca in grado di far questo, tolti i militari ed i religiosi che già provammo in passato con esiti finali catastrofici, è l’ordinatore politico. Una nuova forma di società adattativa non deve però solo cambiare la geometria tra ciò che ordina e ciò che è ordinato, cambia anche le forme interne al principio che da ordinato diventa ordinatore o viceversa. Così “politico” di per sé dice poco o niente se non se ne dettaglia almeno a grandi linee le caratteristiche. Il monarca (l’Uno) che sia dispotico o illuminato; l’oligarchia o élite, autoimpostasi, espressa dall’ordinatore vigente o addirittura “eletta dal popolo” (i Pochi); i quanti più è possibile intesi come individui componenti la società (i Molti), al di là del protagonismo dei vari filosofi politici che hanno provato a cambiarne parzialmente la scansione e definizione, rimangono -a grandi linee- i tre principi guida per pensare all’ordinamento politico.

Le forme e l’ordine sociale delle società occidentali, sempre più perturbato dalle intricate condizioni del mondo entrato nell’era complessa, necessitano di una logica tipicamente complessa, quale l’autorganizzazione sistemica che, sul piano politico, altro non è che una forma molto potenziata e diffusa di democrazia. Per riscrivere il contratto sociale, per modificare la logica sociale in senso adattivo, per mantenere un ordine omeostatico (che poi sarebbe “omeodinamico”) resiliente alle numerose perturbazioni a cui andiamo incontro e di cui già vediamo gli scossoni, non sembra esserci altra strada che promuovere una nuova credenza condivisa. Non ci salveranno né gli dei distratti, né la forza, né le élite di qualsivoglia credo ed intenzione, ci salveremo solo diventando un sistema autorganizzato che bandisce l’acquiescenza  e la passiva tendenza primitiva alla servitù volontaria sul piano individuale e decide da sé cosa fare per mantenere l’ordine nel crescente disordine a cui andiamo incontro correndo in avanti con la testa rivolta all’indietro.

Le tesi sopraesposte sono ancora malferme e bisognose di conferme archeologiche più numerose ed approfondite. La civiltà della Valle dell’Indo, ad esempio, appare vasta e forse complessa ma sembrano del tutto assenti centri templari o palatini. Forse, inizialmente, ci fu più di un modo ed allora sarà importante capire perché si è imposto il solo principio di gerarchia. Tanto meglio capiremo come si formarono le prime società complesse, tanto meglio sapremo come intervenire nella loro meccanica e dinamica per adattarle ai nuovi gradi di complessità necessaria.

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[1] S.E. van der Leeuw –a cura di- Archeological Approaches to the Study of Complexity, Amsterdam 2000

[2] A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, Bari Roma, 2000

[3] J. Cauvin, Nascita delle divinità, nascita dell’agricoltura, Jaca Book, Milano, 1994-2010

[4] Sulle cause di questa crescente complessità, non mi pare che Liverani sia poi così chiaro. Partito per verificare o falsificare le tesi egemoni prima del marxismo di V. Gordon Childe, poi quella economicista classica di F. Heichelheim, poi il neo evoluzionismo americano, sull’innesco del processo, Liverani ricorda l’antica contrapposizione tra Childe (innovazione dei mezzi di produzione) e Ester Boserup (adattamenti progressivi trainati dalla crescita demografica endogena). La sua analisi che muove dalla decodifica delle tavolette di registro dei magazzini templari  scritte in pre-cuneiforme, resasi possibile solo a partire dagli anni ’90, non contiene però dati demografici.

[5] L’idea che la società sia preminentemente un “riduttore di complessità”, informa la sociologia della complessità di N. Luhmann. Se la società nel suo complesso è un riduttore adattativo di complessità, la gerarchia è un riduttore funzionale della complessità interna della società.

[6] Tra cui le forme fisiche più esibite di sfarzo e ricchezza che distinguessero l’élite dal popolo, necessità che i religiosi ben diversamente giustificati dalla metafisica, non avevano.

[7] G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[8] Tesi dell’intero, mirabile, lavoro di K. Polanyi

[9] A. Smith, La ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 1996 p. 553

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IL “BURRO E CANNONI” DEL SOGNO IMPERIALE SAUDITA .

L’anziano re saudita (83 anni, malato) Salman, ha sovvertito la linea di successione al trono, ponendo il figlio Mohammed bin Salman (32 anni) in diretta linea successoria[i]. Il giovane principe è anche Ministro della Difesa e da oggi anche vice Primo Ministro mentre il suo precedente rivale bin Nayef, precedentemente Ministro degli Interni, non solo ha perso la posizione di principe ereditario ma si è dovuto anche dimettere dal suo ministero.  Il giovane bin Salman, che assomma molte altre cariche ed è il promoter tanto della guerra in Yemen che dell’ostracismo del Qatar passando per la “danza delle spade” con Trump,  è l’autore di un ambizioso piano strategico sul futuro del regno, un piano chiaramente neo-liberale, presentato l’anno scorso prima a The Economist e Bloomberg e poi ai sauditi, dal titolo “Vision 2030”[ii].

Prima di indagare i contenuti del piano, c’è da indagarne la natura. E’ la prima volta che il regno saudita espone pubblicamente la propria visione ad un sì largo raggio temporale. Se ci si domanda quale sia il target di questa iniziativa, si può ragionevolmente supporre sia il target interno, ovvero un messaggio programmatico ai sauditi ed il target esterno, l’ambiente internazionale e sunnita nello specifico. Volendo in sostanza dare una svolta alla struttura, al posizionamento e ruolo, alla strategia dello stato arabico, c’è da dare l’annuncio di una volontà e Vision 2030 è certamente un roboante annuncio. La ragione perno del piano è la volontà di emanciparsi dalla dipendenza petrolifera. Questa intenzione, segue probabilmente alcune analisi di prospettiva che i sauditi hanno fatto sul futuro del mondo, del ruolo della materia prima, delle loro disponibilità. Le disponibilità petrolifere dell’Arabia Saudita non sono note ma si teme che -in prospettiva- vadano incontro al loro limite naturale, forse hanno già superato il picco di estrazione. A seguire, incerte sono le previsioni sul consumo internazionale in quanto una parte di mondo affluente (soprattutto l’Asia) certo crescerà in consumi ma l’area di consumo storico, l’Occidente, decrescerà in virtù del minor peso che le attività industriali hanno e sempre meno avranno. La molto moderata crescita mondiale non sembra avere ragioni di impennate future. Soprattutto, si fa molto affollato l’ambiente competitivo. La grande novità è stata l’introduzione dello shale gas, oggi americano ma in prospettiva, una tecnologia che potrebbe interessare molti altri. Cinesi e giapponesi affermano di avere tecnologie sicure ed economiche per estrarre metano dai clatrati idrati di cui sono ricchi i loro fondali marini.  Lo sviluppo delle rinnovabili è lento ma inesorabile anche perché gli alti costi iniziali di ricerca e produzione, sono destinati col tempo a scendere. Ancorpiù, si continua a trovare nuovi giacimenti, dal Brasile all’Africa, dal Mediterraneo a soprattutto la Russia. La liberazione dai ghiacci nord-polari e del permafrost nella Siberia settentrionale, promette ancora molti anni di ricerca e sfruttamento. Dentro tale scenario, uno scenario che al netto di un improvviso conflitto militare nell’area o con la Russia non promette un ritorno dei prezzi a livelli alti, è ovvio che i sauditi cerchino di trovare un nuovo posto al sole fintanto che hanno ancora materia prima da convertire in denaro da convertire in investimenti che permettano di costruire una nuova struttura economica che porti il paese fuori dalla “maledizione delle materie prime”.

Ma un piano di così ampia, indeterminata quanto ambiziosa e futuribile strategia, si presta comunque ad alcuni sospetti. Il primo è che il piano non dica tutto quello che è nelle intenzioni della nuova leadership saudita. Liberato da un principe che non era neanche il candidato ufficiale alla successione e che oggi deve parlare ma non troppo visto che il re è ancora vivo, il piano sembra prevedere una torsione della società saudita che fa impallidire i più utopici dei costruttivisti sociali. Se quanto contenuto in esso dovesse essere veramente ciò che il futuro monarca saudita ha davvero intenzione di fare, per la vecchia élite viziata e iper-conservatrice, sarebbe la condanna a morte. In effetti, sembrerebbe non esserci realistica alternativa ma le élite non sono ragionevoli ed in genere la somma dei ciechi egoismi degli individui che ne fanno parte, porta alla catastrofe sistemica perché l’interesse individuale prevale sempre rispetto  all’interesse sistemico come si nota in Occidente.  Di contro, bin Salman ha poco più di trenta anni e dato che diverrà un monarca assoluto e lo sarà -si presume- con il supporto di tutti coloro che debbono ereditare il futuro saudita, quindi di una intera generazione che sotto i trenta anni oggi pesa per il 60% del regno, ha davanti a sé tempo ed –almeno per questa generazione- un certo sostegno interno. Quello esterno se lo dovrà andare a cercare ma alcune mosse già dicono dove si dirigerà.

La struttura del piano Vision 2030 è questa.

  • La premessa è de-petrolizzazione dell’Arabia Saudita per le ragioni sopra esposte. Più una necessità che una libera intenzione.
  • Tutte le risorse finanziarie oggi accumulate e disponibili, più quelle che dovrebbero entrare dalla collocazione sul mercato delle azioni di minoranza della compagnia nazionale Aramco (la più grande del mondo), più quelle che entreranno grazie al collocamento di ulteriori tranches della compagnia (oggi è il 5% ma si può arrivare –nel tempo- fino al 49%) più quelle che comunque continueranno a prodursi nell’estrazione e commercializzazione petrolifera, confluiranno tutte in un nuovo fondo sovrano che diventerà uno dei più grandi ed importanti al mondo.
  • Internamente, la torsione del baricentro economico prevede modernizzazione, espansione dell’imprenditoria privata, lotta alla corruzione, investimenti in educazione, apertura del Paese all’investimento estero, piani edilizi e logistici di grande portata (i sauditi dovranno incrementare l’importazione di mano d’opera, dagli “schiavi” a gli ingegneri), investimenti in tecnologia ed ancorpiù in capacità di produrla in proprio come si sta cercando di fare nel solare (un’altra materia prima di cui il Paese e senz’altro ricco) che diverrà la fonte principale del consumo energetico interno. Poi ci sono altre due voci da analizzare attentamente.

La prima è il turismo, già oggi seconda voce del Pil saudita. Il programma prevede di sfruttare Mecca e Medina ancora più di quanto non stiano da tempo facendo. Aeroporti, autostrade, musei, alberghi,ristoranti, servizi, svaghi pur nei limiti della cultura locale ed un inedito museo della cultura islamica, naturalmente “il più grande del mondo”. il piano ha un preciso obiettivo di raddoppiare i siti archeologici definiti “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Il turismo è una industria che trascina con sé molte altre industrie, si presenta nell’immaginario come un prodotto soft ma per arrivare al suo godimento, c’è molto hard da costruire.  I musulmani nel mondo sono 1,6 miliardi e per imperativo della loro credenza debbono tutti, almeno una volta nella vita ma meglio se più d’una, andare a Mecca. In più, diverranno 2,0 miliardi nei prossimi trenta anni, quindi c’è da fare. Ma la faccenda del turismo potrebbe avere anche un altro esito parallelo. Soprattutto sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha luoghi spendibili non meno di quelli inventati dagli egiziani con l’aiuto di molta imprenditoria occidentale, italiana tra l’altro (Sharm el Sheik ad esempio). E chissà se le due isolette di Tiran e Sanafir di fresco acquistate non senza controversie dagli egiziani, non rientrino nel pacchetto, magari accompagnando la colonizzazione (oggi sono deserte) anche con una piccola base militare a protezione della zona, leggasi “imbocco del Golfo di Aqaba”[iii]. Di questa idea del turismo non solo religioso, si notano alcuni cenni negli investimenti che i sauditi stanno facendo alle Maldive, interi atolli comprati per nuove iniziative ancora non pubblicizzate. L’invecchiamento della popolazione mondiale sta in molte parti del mondo, creando una quarta età, la terza diventa più attiva, ha tempo e qualche volta denari (i molti neo-milionari indiani e cinesi da qualche parte dovranno pur andare) da spendere. Ma anche la versione “religiosa” ha le sue ambizioni, sfruttare in termini di soft power[iv] le due capitali della fede per diventare il centro indiscusso dell’islam, una assicurazione perenne per uno stato che ha un antico e grosso problema di legittimità storico-politica. Molti osservatori alzano il sopracciglio sapendo quanto conservatrice sia l’élite dei chierici wahabiti ma è probabile che anche lì ci sia una sorta di faglia generazionale con nuovi predicatori con iPad in grado di raffinare un nuovo conservatorismo moderno.

La seconda voce è l’industria militare. Dovrebbe esser lanciata a fine di quest’anno una nuova holding statale proprietaria poi di molte partecipate, dedicate alla produzione e sviluppo di nuova tecnologia militare. Gli investimenti in militare stanno crescendo costantemente da anni in tutto il mondo ed il mondo multipolare non farà che farli crescere ancora. Ogni nuovo player del gioco di tutti i giochi, dovrà avere la sua Smith&Wesson sotto il tavolo in cui si danno le carte. Si multipolarizzerà quindi anche questa industria specifica. Indiani e cinesi sono già ben avviati su questa strada già familiare a russi, americani, francesi, inglesi mentre nuovi appetiti stanno prendendo turchi e tedeschi. I turchi hanno appena acquistato batterie di S-400 dai russi pur essendo paese NATO e non essendo gli S-400 interoperabili in ambiente NATO. Pare che i turchi siano stati sedotti dalla promessa (la stessa che offrono oggi i cinesi sul mercato) di condividere parte del sapere tecnologico produttivo, un sapere su cui fondare una propria successiva produzione per rendersi geopoliticamente autonomi poiché nel gioco geopolitico se non sei militarmente autonomo non sei un player ma un servo come ben stanno intuendo i tedeschi ed anche i giapponesi.

Se si unisce il progetto saudita di egemonia soft dell’islam con questo hard, ecco un ampio potenziale mercato per una grande futuro di armi islamiche. Soft e hard, burro e cannoni,  poi conditi da generosi investimenti del fondo sovrano che fungerà da appuntito ago in cui infilare i fili che dovrebbero tessere il nuovo impero sunnita a guida saudita.

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Veniamo ora alle valutazioni critiche. Il piano è stato da più d’uno giudicato severamente[v] come un “dream book” (ad esempio l’Fmi)[vi] reticente o peggio[vii] sorvolante su i fondamentali di un paese che si trova in tutt’altre che rosee condizioni valutarie e finanziarie, da ultimo inserito addirittura nella lista dei possibili prossimi “stati falliti”[viii]. Può darsi che bin Salman abbia tutt’altro in testa e si sia prodotto in una gigantesca fake news di copertura? Beh per certi versi direi di no[ix]. Il problema del futuro di questo ingombrante ma al contempo fragile paese, è un problema serio, un problema da noi già studiato anni fa quando si cercavamo i perché profondi, strategici, di quell’invenzione bizzarra che abbiamo conosciuto col nome Stato islamico che da allora, noi indichiamo come una specifica e pura creatura saudita mentre i più vi hanno ravvisato frammenti di materia genetica di qatarioti, turchi, israeliani ed addirittura degli americani. Certo questi, più altri stati del Golfo e gli immancabili inglesi, vi hanno in qualche modo messo mano o messo mano alle lor favorevoli condizioni di possibilità e chiuso entrambi gli occhi e le orecchie mentre dichiaravano di combatterli bombardando innocue dune di sabbia in Siraq, ma la ragione strategica era più profonda della pur importante guerra in Siria, era un piano generale di manipolazione dell’islam che è la struttura profonda di un grande numero di paesi, arabi, africani, asiatici. Quel piano, rispondeva alla angosciata domanda saudita: che ruolo e giustificazione avremo nel futuro? La risposta Isis, forse, già si prevedeva di sacrificarla come oggi sta avvenendo, su qualche pagina di un nuovo accordo con i protettori americani una volta ridestata la loro attenzione ovvero una volta riportati ad occuparsi della zona dopo i sogni di disimpegno obamiani. Altresì, non è che il piano poteva esplicitare tutte le necessarie innovazioni  ad esempio di tipo politico o sociale, che farebbero prontamente muovere al sabotaggio quella parte dei sauditi (soprattutto la burocrazia statale[x] e forse buona parte del “clero” wahabita) che anche per ragioni anagrafiche e culturali, sarà la fazione perdente di questo eventuale cambiamento.

Il giovane principe, negli ultimi mesi, oltre a presentarsi a Washington per legittimarsi e creare la rete dei contatti che torneranno utili per lo sviluppo concreto del suo ambizioso piano, è stato in Cina e soprattutto in Giappone[xi] mentre il padre è stato in Indonesia[xii]. La crisi in Qatar ha fatto accorrere a Riyad tutti gli altri. Un via vai di contatti diplomatici e di affari per presentare le guideline del nuovo progetto e stendere linee di credito politico stante che a breve loro stenderanno le loro di tipo finanziario, soprattutto nella speranza di attrarre tecnologia e nuovi progetti che facciano del regno di sabbia, un luogo di interesse internazionale. Ma di recente, abbiamo visto anche fatti più clamorosi. Dei veri contenuti del patto con Trump, oltre all’acquisto delle armi e la promessa che intuiamo dell’abbandono della strategia dell’Isis, sappiamo poco e niente, ma se bin Salman non è un cretino integrale, avrà pur previsto che il suo piano gioca su i prossimi trenta anni (anche se sembra targettato a quindici) quando Trump sarà sotto una lapide o in procinto di. Dispiace notarlo ma sono proprio gli stati autocratici quelli che mostrano concrete capacità e volontà strategiche di lungo respiro e sarebbe un errore valutarlo solo nell’immediata contingenza. Non è detto che in futuro, l’Arabia Saudita che s’immagina a capo dell’islam sunnita, non preveda di buttarsi da qualche altra parte magari accettando quotazioni del greggio in qualche altra valuta che non il dollaro, il mondo va a cambiare, questo i più attenti lo sanno molto bene.  Ma intanto, abbiamo letto di contatti diplomatici prossimi a rivelare nuovi accordi o assetti che sottotraccia già si notavano da tempo con gli israeliani, un “riconoscimento” reciproco salderebbe un nuovo asse nella regione. Abbiamo anche notato la strana amicizia con l’Egitto, “strana” poiché tra i due territori –storicamente- c’è competizione non collaborazione. Abbiamo poi seguito attentamente la mossa Qatar.

Se i sauditi cambiano strategia debbono cambiarla per ragioni di simmetria anche i qatarioti. I sauditi con l’Isis ed il Qatar soprattutto con i Fratelli Musulmani ma anche con al Qaeda, erano entangled in un gioco di equilibri geopolitici locali a base tribal-salafita. Se l’Arabia Saudita deve diventare il centro propulsore, finanziario e normativo dell’islam sunnita, Doha deve allinearsi anche perché il modello dell’islam politico dei FM da loro sostenuto è la più pericolosa insidia alla legittimità non solo del regno saudita e degli emirati del Golfo ma di tutti paesi che questi vorrebbero portare dalla loro parte. Doha è leader nella produzione del gas ed in grado di far concorrenza sensibile alle mire egemoniche di Riyad. Doha ha ormai dichiarato la sua propensione a collaborare con l’Iran, ovvero col mortale nemico di Riyad saldando un inedito triangolo turco-iranico-qatariota. La stessa Doha che in teoria è wahabita come Riyad, è un modello in atto[xiii] di quella modernità schizofrenica ma per i luoghi funzionale, la modernità da free shop,  che i sauditi vorrebbero imitare col loro piano. E Doha è anche il principale fornitore di gas per Giappone, Cina e Corea del Sud che Riyad invece vorrebbe portare a gravitare sul suo nuovo progetto. Insomma Doha deve morire perché Riyad possa fiorire. Su questo strangolamento del parente-serpente e su gli esiti tuttora disastrosi della guerra in Yemen, il giovane principe si gioca la carriera ma essendo proprio all’inizio, non ha altra alternativa che andare cocciutamente fino in fondo. Questa sorta di “obbligo” programmatico è un bel problema data la precarietà dei nuovi equilibri multipolari.

E’ probabile che il piano pubblicizzato sia rimasto volutamente reticente su un punto. Bin Salman e l’élite dei giovani internazionalisti-modernisti sauditi che hanno studiato a Londra o negli Usa e fanno le loro vacanze su i lussuosi yacht su cui conducono vite molto poco wahabite, hanno ragioni e tempo per sviluppare le condizioni del proprio futuro ma prima di iniziare la loro start up che ha a modello Dubai, Abu Dhabi, Singapore e la grande trasformazione cinese post Deng Xiaoping, debbono da subito pre-formare alcune condizioni geopolitiche. Forse l’intera galassia global-neo-lib sta cominciando a guardare con occhi golosi questi modelli che contraddicono la retorica della democrazia diritto-umanitaria, offrendo opzioni dirigiste e tecnocratiche in politica e liberiste lì dove conta davvero.

La prosopopea della NATO araba, prefigurazione dell’armata islamica sunnita con centro in Riyad che è una delle visioni del piano 2030, si è dimostrata infondata. Nell’affaire Qatar, oltre all’Egitto che ha forte il problema di sradicare le basi ideologco-finanziarie dei FM e degli Emirati Arabi Uniti che pare svolgano la funzione di etero direzione del giovane principe[xiv], i paesi che hanno aderito al blocco del Qatar sono o stati falliti o stati ininfluenti o stati vassalli afro-occidentali della finanza saudita. Algeria, Sudan, Nigeria e soprattutto Pakistan si sono chiamati fuori e il movimento del Pakistan che contemporaneamente è entrato con l’India nella Shanghai Cooperation Organization-SCO, ha fatto sensazione[xv].  SCO nella quale è ad un passo dall’entrata anche Teheran. Turchia ed Oman si sono schierati con Doha e lo stesso Kuwait, occupando prontamente la casella del “mediatore” si è fatto terzo nella contesa. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo in pratica non c’è già più e così l’OPEC. Tanta fretta, la stessa dell’annuncio di ieri sulla successione al trono, dice che qualcosa è previsto a breve, qualcosa che possa sfruttare l’alleato Trump prima che questo venga definitivamente inghiottito dalla massiccia manovra che vorrebbe espellerlo dalla Casa Bianca. Magari dargli una mano con un bello “stato d’eccezione” che come si sa certifica il vero sovrano, la chiamata irrinunciabile ad accorrere in aiuto all’alleato dell’area, con l’amico Israele[xvi], contro il nemico dei miei amici: l’Iran.  Dopo i due attentati a Teheran ed il continuo martellamento terroristico su gli sciiti iracheni, solo negli ultimissimi giorni, sono ripetuti gli incidenti confinari nella acque del Persico che dividono sauditi ed iraniani[xvii] e qualche incidente con i droni iraniani si registra anche in Siria dove la concretizzazione del famoso canale sciita Teheran – Mediterraneo via Iraq e Damasco, sta infiammando anche la convivenza mai rilassata tra russi ed americani. Il giovane principe aveva lanciato la sua fatwa anti-iranica già a Maggio[xviii] e da allora è stata tutta una escalation di tensioni e non solo a parole. Nel frattempo, per mandare segnali chiari e forti, l’Iran ha da poco condotto manovre navali congiunte con la Cina a dire che chiudere Hormuz non sarebbe una passeggiata[xix], ha fatto viaggi diplomatici ad Ankara, ha rilanciato la joint venture con gli indiani per un porto che pareggi quello che i cinesi stanno costruendo in Pakistan, sta mitigando il blocco navale del Qatar facendo la spola con le sue navi e da ultimo, ha anche inviato navi da guerra all’imbocco del Mar Rosso dove si notano altri “movimenti” strani come la ripresa dell’attrito Gibuti-Eritrea.

La guerra con l’Iran, forse non una guerra definitiva e decisiva, un conflitto iniziato e poi magari presto freezato per intervento di tutte le potenze mondiali, avrebbe l’indubbio vantaggio di chiarire a tutto il complesso quadro delle forze in campo le nuove regole del gioco[xx], alzando immediatamente la reputazione interna nel mondo sunnita del nuovo corso saudita. Darebbe l’immagine di una Arabia Saudita leader e con le idee ben chiare sul futuro suo e di tutti quelli che intorno a lei ruotano, sancirebbe definitivamente e palesemente le nuove alleanze, amici di qua e nemici di là. Gli americani distrarrebbero gli iraniani dalla Siria e magari assesterebbero qualche colpetto last minute prima di accettare la fine del conflitto. Soprattutto, il petrolio schizzerebbe a quota 200 US$, anche magari solo per un po’ (il blocco di Hormuz, in attesa di lunghi colloqui che sanino le poche ferite reciprocamente inferte, potrebbe prolungarsi, strozzando definitivamente il Qatar), rimpinguando le esauste casse saudite a quel punto ben più favorite per dare l’avvio alla nuova start up.

Difficile essere certi in caso di previsioni, in questo caso particolarmente. Chi scrive si è molte volte rifiutato di iscriversi alla fazione dei commentatori che davano per certa ed imminente la guerra all’Iran, sempre sottotraccia ma mai veramente arrivata alla soglia del vero conflitto. Questa volta però, abbiamo atti concreti, interessi chiari di più attori che si stanno tra loro saldando, movimenti sottotraccia e neanche troppo sotto che disegnano un gran trambusto da quelle parti. La debolezza della presidenza americana, unita alla sua spregiudicatezza, alla sua contraddittorietà, al suo timore di esser travolta da inchieste paralizzanti e delegittimanti,  potrebbe essere la chiave per indurre i sauditi a gettare il sasso per vedere l’effetto che fa. L’estate è appena iniziata ed è il momento migliore per far scoppiare qualche problema petrolifero, vediamo come andrà a finire …

[i] https://www.theguardian.com/world/2017/jun/21/saudi-king-upends-tradition-by-naming-son-as-first-in-line-to-throne?CMP=share_btn_fb

[ii] http://vision2030.gov.sa/en

[iii] La linea marina della Via della Seta cinese, ha previsto di eventualmente utilizzare il Golfo di Aqaba come alternativa qualora si dovesse bloccare Suez. In fondo al golfo c’è Eliat – Israele. I cinesi stanno costruendo una ferrovia ultraveloce che collega Eliat ad Ashdod sulla costa Mediterranea, rinforzando le strutture portuali di quest’ultima.

[iv] In Occidente ed altrove, qualora il piano andasse in porto, ci si dovrebbe aspettare una forte offensiva di soft power. Il piano, infatti, prevede la triplicazione delle ONG saudite, il che significa egemonia (monopolio?) del mondo religioso islamico nel suo generale.

[v] https://mei.nus.edu.sg/themes/site_themes/agile_records/images/uploads/SMEP_24_Al-Rasheed_.pdf

[vi] http://www.meforum.org/6397/saudi-arabia-flawed-vision-2030

[vii] Damp squib, “petardo bagnato” per questo articolo http://uk.businessinsider.com/saudi-arabia-vision-2030-oil-economy-diversification-mohammed-bin-salman-2016-4

[viii] Il piano è modulato su un rapporto di audit sulla situazione economica del regno prodotto da McKinsey, il che certo non depone a favore della sua realizzabilità. Le società di consulenza, infarcite di giovinetti cocainomani che applicano modelli inventati di sana pianta,  sono le centrali di massima produzione di favolistica e wishful thinking nel business neo-lib contemporaneo.

[ix] Naturalmente ben meno critico l’ex direttore generale di al Arabya, sat-tv saudita: https://english.aawsat.com/abdul-rahman-al-rashed/opinion/opinion-vision-2030-propaganda-truth. Più argomentata ed interessante questa lunga intervista per l’Hudson Institute che parla di “Al Islam al Wasati” “centristi dell’islam” una versione meno estrema dei wahabiti che muove il nuovo progetto di riforma: https://www.hudson.org/research/13110-saudi-arabia-in-the-crucible-a-conversation-with-abdulrahman-al-rashed

[x] 70% della forza lavoro saudita

[xi] http://www.mei.edu/content/article/future-riyadh-tokyo-relations

[xii] https://www.bostonglobe.com/opinion/2017/06/10/saudi-arabia-destabilizing-world/ivMeb7TWGk1fQaVjZWWKGP/story.html

[xiii] https://www.internazionale.it/reportage/francesco-longo/2014/11/04/lo-stato-del-gas

[xiv] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/gulf-crisis-royal-ambitions-shaky-alliances-170615112812051.html

[xv] Sebbene l’entrata fosse solo la fine di una procedura già nota iniziata esattamente un anno fa.

[xvi] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/blockading-qatar-targeting-iran-170618070407788.html

[xvii] http://www.aljazeera.com/news/2017/06/iran-denies-saudi-claim-revolutionary-guards-arrest-170619153159361.html

[xviii] http://english.alarabiya.net/en/media/television-and-radio/2017/05/02/Saudi-Deputy-Crown-Prince-to-appear-on-MBC-.html

[xix] https://sputniknews.com/middleeast/201706181054734556-china-iran-navy-drills/

[xx] Molto difficile prevedere una vera guerra tra i due capifila del mondo islamico. L’Arabia Saudita è già impegnata in Yemen per altro con scarsi successi ed a basso regime anche in Siria, il reciproco immediato bombardamento dei terminali petroliferi getterebbe l’intero pianeta nel caos (la zona dei terminali sauditi è abitata da sciiti), i sauditi pur con Israele e USA prenderebbero probabilmente un sonoro schiaffone sul piano militare almeno nelle fasi iniziali. Cinesi, indiani e russi scenderebbero in campo e così gli europei.

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DALLA STORIA PROFONDA A L’ARCHEOLOGIA DELLA MENTE.

Il presente scritto dialoga con un capitolo de “L’archeologia della mente” di Jaak Panksepp (il capitolo 2), il fondatore delle neuroscienze affettive morto lo scorso Aprile. Il dialogo a distanza, verte sulla mentalità, l’immagine di mondo, il sistema del nostro pensare, un oggetto immateriale poco indagato ma fondamentale viepiù oggi che sembra necessario riformarne la sua longeva struttura che mostra diffusi segnali di disadattamento al mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere.

Nel recente “La storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia” (Bollati Boringhieri, 2017) il professore di Harvard Daniel Lord Smail presenta un nuovo paradigma per la ricerca storica. Da una parte l’estensione temporale, già allungata da F. Braduel nel continuum della lunga durata[1], dovrebbe a questo punto riconoscere il tempo precedente l’ingiustificato taglio che fa iniziare la storia appena cinque-tremila anni fa. Biologia evoluzionistica, paleoantropologia, archeologia chiamano lo storico a superare gli autoimposti confini dello sguardo che osservando solo il recente, non vede che la fine convulsa di processi molto più lunghi. Dall’altra, unendo scienze dure, scienze umane e storia, si va al superamento del confine immaginario tra culture: “se avete a cuore il superamento delle due culture, quello proposto dal buon Charlie Snow, leggete -Storia profonda-“ come recita un post della pagina facebook del traduttore italiano dell’opera[2]. Altresì, questo richiamo alla lunga sequenza temporale in cui si sono formate le cose, riguarda da vicino anche l’organo che pensa, il CervelloMente, un richiamo che ha mosso tutta la vita di Jaak Panksepp, uno scienziato estone migrato in America, di recente scomparso al termine di una lunga e solitaria battaglia per sovvertire alcuni paradigmi non meno recentisti e riduzionisti, dell’indagine pischico-biologica.

Il punto di partenza, per Panksepp,  è considerare la “Mente” il prodotto di ciò che fa il Cervello, non c’è alcuna entità terza tra le due e, in termini di sostanza, non ci sono neanche due entità ma una sola che a volte descriviamo solo per il come è composta e funziona (Cervello) ed altre volte, osservando il risultato del suo funzionamento (Mente). Tutto parte da qui, da una Teoria della mente che ci dia una immagine di uomo da cui ripartire per la revisione dell’immagine di mondo. Se non si segue questa via, ecco apparire mille contraddizioni della nostra immagine di mondo che inventa non solo entità immaginarie ma deve poi architettare impossibili  contorsioni per tenerle assieme nelle descrizioni esplicative e causali. Cosa motiva questa nostra ostinata negazione dell’evidenza empirica che esiste una sola cosa-funzione ovvero la MenteCervello?

Noi esseri umani riteniamo di essere Mente. La nostra Mente è ciò che ci identifica, qualifica e distingue dal resto del vivente, è la nostra “specialità”. Nel corso del tempo, specificatamente noi occidentali, abbiamo costruito un impero di discorsi su questa specialità, l’abbiamo staccata dalla sua base biologica e l’abbiamo attribuita ad improbabili entità di livello trascendentale che giustificassero ancora di più il nostro sentimento di unicità e specialità. In effetti, il senso di “specialità” potrebbe esser tranquillamente coltivato ed anche con buone ragioni data l’evidenza della nostra storia di specie ma a noi non basta che esso sia relativo alla comparazione con altre specie viventi, esso deve essere assoluto e quindi la specialità che è l’estremo comunque di un continuo (differenza di grado), deve diventare “unicità” ovvero differenza di tipo. Noi siamo cosa a sé.

L’idea della separazione tra Spirito e Materia è molto antica. Prima ancora che da condizioni culturali quali poi esamineremo, essa deriva internamente alla nostra stessa condizione bio-psichica. Il nostro bio è un sistema a tempo che si forma dall’incontro tra due cellule gametiche, cresce e vive per un certo periodo, poi comincia a disfarsi nella sua organizzazione e funzionalità fino a cessare di essere, si scompone e gli ingredienti rientrano nella danza atomica del Tutto. Questo sistema organizzato a tempo, produce attività psichica, cioè mentale. Questa attività ha la facoltà di pensare tutto, anche se stessa. Accortasi presto che la propria potenza era limitata dalla permanenza a tempo del fisico sottostante, ha pensato di svincolarsi dal dolore del pensare la propria fine. La fine dell’essere altrui, secondo i vari gradi dei nostri affetti verso terzi, è dolorosa, massimamente lo è la nostra stessa fine ma più che dolorosa, essa è inaccettabile. Nulla, sia della nostre costituzione fisica che di quella mentale, prevede la fine (tranne quando sta per arrivare) anzi, tutto della costituzione di entrambe le funzionalità si è evoluto per farci essere il più a lungo ed al meglio possibile. E’ quindi normale che entità che tendono con ostinazione cieca ad essere, non abbiano confidenza col concetto del proprio non essere, fino ad arrivare alla sua negazione.

Sebbene faccia parte della nostra infantile tendenza a ritenerci unici, una tendenza che per ragioni storico-culturali noi occidentali abbiamo portato a livelli assai elevati, l’idea che esista un “noi” immateriale che sopravvive alla fine della nostra forma materiale sembra comparire nel registro paleoantropologico già dai Neanderthal (sepolture di Shanidar) ma non è affatto detto fosse ben molto precedente. Diventa comunque fatto culturale complesso con le più antiche civiltà e giunge nell’Antica Grecia dall’Oriente, sotto forma del concetto di metempsicosi ovvero reincarnazione dell’anima in diversi corpi successivi, fino alla “liberazione” dalla materia. Avendo, noi occidentali,  applicato alla nostra storia culturale lo stesso schema della specialità-unicità prima descritto, ci è piaciuto pensare che la nostra civiltà-culla, quella Greca, fosse a sua volta nata dal nulla, non avesse avuto prestiti, influenze, cause antecedenti. Così per lungo tempo, abbiamo ad esempio creduto che la religione degli antichi fosse la mitologia mentre invece la loro religione intima e popolare era una serie di ancora non ben conosciute pratiche e credenze che passiamo sotto il nome rivelatore di “Misteri”. Dei “Misteri” faceva parte la reincarnazione sulla quale già da tempo stavano speculando ad oriente e da lì arrivò nella costa anatolica che era un lato, il più evoluto, della ancora nascente grecità.  Un recettore di queste concezioni, Pitagora, portò la narrazione ed il correlato suo sciame di concetti dentro un alveo di pensiero tipicamente greco, l’autoriflessione che chiamiamo “razionale”, conosciuta anche come “filosofia”.

Abbiamo virgolettato “razionale” perché anch’esso fa parte del problema della specialità-unicità. Come poi vedremo, la razionalità è un prodotto di una parte specifica del cervello, la neocorteccia, un foglio di neuroni collegati tra loro in colonne dello spessore circa di 4 mm, questa è la mente terziaria. Alle sue spalle ed entrando nel cervello in direzione del suo centro spaziale c’è la corteccia che dovrebbe essere quella parte del CervelloMente atto ad interagire ed assumere informazioni da e con ciò che è fuori di noi, questa è la mente secondaria. Al centro, il nucleo primario del cervello e della mente, è dato da una serie di sistemi molto antichi dato che il cervello si è evoluto come rivelano gli alberi quando li tagliamo orizzontalmente, partendo da cerchi più antichi al centro e cerchi progressivamente più recenti andando verso l’esterno. Secondo Panksepp, questa parte del cervello (da qui in poi usiamo cervello e mente come sinonimi anche quando usiamo un solo dei due) l’abbiamo in comune con gli animali ed è la sede propria delle emozioni primarie. Questo cervello primario, è collegato a due vie con quello secondario ed entrambi con quello terziario, quella neocorteccia che è la sede delle facoltà più esclusivamente umane (sebbene anche altri animali abbiano neocorteccia altresì meno sviluppata e spessa della nostra). Razionale quindi l’abbiamo virgolettato per ricordarci che in questo schema, il razionale è una parte di un sistema ben più complesso da cui riceve influenze e che influenza e non un mondo a sé distaccato dal resto del cervello, quindi dal corpo.

In breve, anche la filosofia che nasce razionale è il tentativo di leggere riflessivamente se stessa esaltando la propria specialità rispetto ai meandri confusivi dell’emotività primaria o animale, ma spesso sino al punto di ritenersi una unicità scollegata dal resto. Questo sforzo di emancipazione del mentale, dal fisico di cui è espressione, potrebbe essere esso stesso il portato di una emozione, non solo il rifiuto della caducità corporea ma anche il bisogno di perfetto ordine mentale come riflesso di quello che riteniamo l’ordine spaziale ed ambientale, una sorta di senso del controllo della situazione ovvero della relazione tra sistemi, il nostro, quello in cui siamo immersi, la relazione tra i due. Senso di controllo che proviene dal senso di ordine, stante che le emozioni tutto sono tranne che ordinate ed ordinanti. Le neuroscienze affettive, hanno chiaramente osservato la problematica dialettica tra questi due mondi che poi sono un mondo solo con diverse polarità. Quando funziona e domina la neocorteccia, funziona a molto più basso regime la mente primaria emotiva e sono più attive le afferenze top-down e così il contrario com’è evidente quando piangiamo, godiamo, tremiamo, soffriamo, desideriamo, giochiamo, al punto che “… l’attività del cervello superiore tende ad inibire la risalita dei sentimenti dalle regioni cerebrali inferiori” (p.55). La parte della mente che dovrebbe osservare l’altra sua parte, tende a disattivarla, quindi renderla amorfa, per il solo fatto di reclamare a sé il primato di funzione, una sorta di principio di indeterminazione cognitiva.

L’astinenza dalle emozioni, il loro ripudio, un intenso sforzo ritenuto “emancipativo” dalla nostra origine mammifera (ed anche un po’ rettile), hanno una lunghissima storia riflessa nei comportamenti umani più estremi quali quelli di molti religiosi, mistici, razionalisti e financo filosofi, quasi sempre maschi. Sono stati i maschi, nella divisione del lavoro esistenziale umano, ad essersi maggiormente dedicati alla gestione del fuori di noi più che altro riferito al mondo delle cose mentre le femmine si sono più dedicate alla gestione delle relazione inter-umane con alti condimenti di emotività. E’ quindi conseguente che le nostre immagini di mondo, essendo l’ordine pensato del mondo delle cose e degli esseri umani ridotti a cose, ed essendo prerogativa della funzione maschile il pensarle-tornirle-imporle, abbiano estremizzato il senso del razionale, sino al punto da ritenerlo antagonista dell’emotivo. Questa scotomizzazione figlia di una ancora ampia elementarità con la quale viviamo la difficoltà di tenere assieme pezzi così eterogenei del nostro CervelloMente[3], la saniamo in quelle isole comportamentali che ci concediamo con voluttà facendo guerre, tifando negli sport, accoppiandoci in privato nei modi più passionali e fantasiosi, drogandoci di farmaci e non solo, prendendoci cura di animaletti o talvolta figlioli, vecchie mamme o impegnandoci in giochi di vario tipo, alcuni che si presentano in modo faceto altri che si presentano in modo molto più serio ma la cui dinamica rimane intrinsecamente di “gioco”, ovvero relazione codificata con variazioni. Questo abbandono emotivo è concesso ma non è concesso farlo oggetto di riflessione anche perché così, la riflessione prenderebbe atto del fatto che tutto ciò non è “altro” da noi ma parte del noi stessi integrale.

Oggi , in quella megagabbia di Skinner che è facebook, abbiamo anche i pulsantini emotivi, che servono a profilare la nostra psiche per sviluppare marketing commerciale e politico sempre più sofisticato, sofisticato almeno al livello dei piccioni danzanti di Skinner. L’enorme successo dei social network la cui compulsiva e continua frequentazione rasenta il comportamento di dipendenza chimica, effettivamente potrebbero basarsi su una continua eccitazione del più importante dei sette sistemi individuati da Panksepp, quello della RICERCA. Nel famoso esperimento Olds/Milner del 1953, topini da laboratorio finivano col morire dal piacere dimenticandosi di mangiare e dormire pur di procurarsi continuamente, azionando furiosamente con le zampette una leva, piccole scosse elettriche che attivavano la neurochimica di questa zona del cervello. Una forma di masturbazione mentale a base di dopamina. Questo sistema (tecnicamente detto MFB-LH) è alla base dell’espressione artistica e di tutti i tipi di dipendenza, dalle droghe pesanti al sesso.

Torniamo allora a Pitagora che credeva nella metempsicosi come recitano i manuali di filosofia. Quando un filosofo crede in qualcosa, essendo la sua come qualsiasi altra mente un tutto integrato con bisogno di quella coerenza che altrove chiamiamo “logica”, quella credenza non è una cosa a sé ma un pezzo che condiziona tutti gli altri. Ne consegue che per avere reincarnazione ci vuole uno spirito, un’anima e da qui discende tutto un modo di separare mondo materiale ed mondo ideale che porta dritti a Platone, certificato allievo spirituale ed intellettuale del primo pitagorismo e di Parmenide. Platone, fonda così l’idealismo occidentale, quella ostinata convinzione che ritiene esserci un mondo immateriale fatto di idee, spirito, anima, che è staccato, quindi gerarchicamente dominante la realtà materiale e fattuale o solo sopra e non staccato ma pur sempre dominante. Questo è il mondo del soprasensibile, del divino, dell’umano che ne è riflesso, del mentale puro, del razionale ma anche del mistico, dell’eterno, dell’incondizionato, quindi dell’assoluto. Foreste e foreste sono state abbattute per ricavare la carta sulla quale abbiamo scritto pagine e pagine di descrizioni, deduzioni, induzioni, esplicazioni, indagini, narrazioni, deliri su questo mondo del quale non abbiamo avuto mai alcuna conferma sensibile  ma pari incrollabile certezze di esistenza. Avendolo poi riempito di presupposti, assiomi, teoremi, idee, logiche, postulati che abbiamo condiviso tra noi ovvero nella nostra materiale e fattiva vita associata, non occasionalmente ma stratificandone le tracce nel tempo lungo, gli abbiamo in un certo senso dato quel “corpo” che questo mondo non ha. Condividendo tra noi il presupposto d’esistenza, questo mondo immaginario in un certo senso esiste davvero, un ampiamente diffuso e condiviso soggettivo diventa di per sé oggettivo, anche se è un oggettivo per noi e non un oggettivo in se per sé.

Aristotele non condivideva in toto l’intera struttura dell’immagine di mondo del Maestro ma come altresì si verificherà tante altre volte nella storia del pensiero, ad esempio Marx con Hegel, l’allievo cambia alcuni fattori e/o qualche relazione tra essi, “evolve” il sistema di pensiero ma non produce veri salti discontinui nella struttura profonda. Così, Aristotele ci parla di una’anima come forza impersonale ed immateriale di tutta la natura[4]. Tra l’anima dei filosofi e l’anima dei religiosi cambiano gli accenti e le origini, a volte il ruolo ma l’idea è quella, così dalla Patristica alla Scolastica e quindi anche per i mille anni “medioevali” del nostro pensare, scrivere, dibattere, formare menti ed immagini di mondo, sa va sans dire che il mentale umano ma anche divino, razionale ma anche spirituale, ha avuto l’impianto dualistico idea-materia.

Capita spesso verificare che chi ascolta queste ricostruzioni abbia un moto di dubbio sul fatto che questa storia dei pensieri abbia una qualche attinenza con il ciò che lui stesso pensa “oggi”. Convocare nell’analisi Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso e poi il grande imputato del moderno, Cartesio, sembra un gratuito ed esibitivo sfoggio di nozionismo intellettuale. Ciò deriva dal fatto che noi accettiamo la storia dei pensieri ma non abbiamo confidenza con una storia del pensare. Se avessimo confidenza ovvero se avessimo sviluppato una storia del pensare, ci apparirebbe un ente ai più ancora sconosciuto: l’immagine di mondo. Da ciò la sua logica, le sue persistenze di lunga durata necessarie, le sue leggi di coerenza interna, il rapporto tra quella individuale e quella sociale e collettiva che si condivide in un dato tempo e luogo, il ruolo degli intellettuali e dei chierici, la sua storia connessa con quella di una civiltà, di un particolare modo di stare la mondo con la sua costellazione di valori, l’intricata relazione tra il pensare mitico, quello religioso, quello razionale ideale ed empirico, quello scientifico, quello artistico-estetico, tra il pensare ed il fare, le sue tracce di memoria e molto altro. In questa entità, il pensiero ha i suoi limiti e le sue possibilità nell’offerta della sua genetica culturale e la genetica è data da forme stabilite molto ma molto tempo fa e mantenute, anche se sotto diverse apparenze, per lungo tempo. Questo sistema del pensiero ricorre a concetti che hanno una loro genetica di lunga durata e i concetti più generali, quelli che condizionano lo sviluppo in un senso o nell’altro del’intero sistema, hanno origini storiche molto lontane. E’ una evoluzione condizionata o molto influita dai punti di partenza e questi sono stati definiti da chi è arrivato prima di noi al pensiero fondamentale.

Nessuno di noi si meraviglia di pensare che se la divinità esiste davvero essa debba essere “una” ma questo concetto del Dio-padre è storico, non pare esistesse da nessuna parte ed in nessun luogo tremila anni fa. Al pari del dio-Uno, essere e divenire, la contraddizione, l’idea e la materia, il senso di giustizia, i temi dell’etica relazionale, l’uno e di molteplice, sono concetti di lunga durata la cui definizione persiste e condiziona ancora oggi il nostro pensare contemporaneo, ma lo è anche la dicotomia, la relazione antitetica tra due concetti che Hegel si sforzò di indicare “dialettica” mentre i cinesi da sempre li ritengono complementari.  Oggi il nostro mondo sociale è governato da una immagine di mondo ordinata da teorie di uno specifico argomento che è quello derivato dal paradigma ordinatore delle nostre società: l’economico. Questo ordinatore tanto materiale che mentale ha nel mentale fortissimi elementi di platonismo. Poiché facciamo storia dei pensieri ma non del pensare, c’è chi crede addirittura che Platone nella sua svalutazione del commerciante e del vile denaro, dell’appetizione materiale, fosse senz’altro un “anticapitalista” ma non so se chiamandolo “capitalismo” ma chiamandolo società regolata dall’attività economica riflessa in teorie anti-empiriche ordinate dal calcolo astratto, da irrealistici presupposti di razionalità assoluta e da idee a priori non ricavate, né verificate estensivamente dall’esperienza concreta, apparirebbe chiaro che il nostro imperversante  idealismo economico è senz’altro appoggiato su un platonismo di fondo che struttura la nostra mentalità occidentale. Così, non è che il fondo della credenza nella “mano invisibile” sia poi molto più razionale di quella che ha in oggetto le mani del Signore e la Provvidenza, la credenza negli “uomini del destino” sia poi lontana da quella negli “eroi” mitologici, le nostre gif animate siano molto lontane dalle pitture rupestri che sembravano muoversi tremolando alla luce incerta delle torce infuocate trentamila anni fa. Ma torniamo alla storia del pensare.

Cartesio è il massimo imputato della separazione mente-corpo con la sua dicotomia tra “res cogitans e res extensa” ma giustamente nota Pankspepp, Cartesio molto probabilmente concesse questa separazione per salvarsi il corpo dalle minacce che già aveva visto all’opera con Galileo, si hanno corrispondenze private con padre Mersenne che lo provano. Di nuovo, una storia del pensare renderebbe subito chiaro che nel contesto del tempo, se volevi intellettualmente e fisicamente sopravvivere eppur cercare di portare il pensiero da qualche nuova parte, dovevi lasciar in concessione ai religiosi ancora forti e dominanti, il presupposto del triangolo anima-uomo-Dio. E di nuovo, non ha senso domandarsi cosa realmente pensasse Cartesio perché nei fatti e nella complessità sistemica dell’immagine di mondo, una volta che hai accettato un dato postulato, hai deciso di muoverti solo nello spazio cognitivo coerente con quel presupposto.

Tutta la tradizione di pensiero che va da Pitagora a Cartesio, è stata accompagnata da convinzioni mediche già definite da Ippocrate, il vitalismo era la controparte medica dell’anima. Quando la medicina comincia ad emanciparsi dall’immagine di mondo condivisa da filosofia e religione, quando secessiona apertamente in favore della “scienza”, ecco il club dei biofisici di Berlino, XIX secolo. Ma cosa fanno gli scienziati del tempo, un tempo in cui ancora Darwin doveva lottare strenuamente per non soccombere nell’arena del pubblico dibattito al potere ostracizzante della Chiesa anglicana? Decidono che le forze non fisiche non possono ovviamente essere oggetto d’indagine scientifica ma non avendo il potere epistemico sull’immagine di mondo complessiva, non dicono con ciò che questo mondo sopra il naturale non esistesse, dicono solo che loro si occupano di quello che si può vedere e toccare. Similmente oggi, la “scienza economica” può pesare, misurare e dando numero “oggettivare” solo alcune cose e quindi a ritroso deve postulare che il comportamento economico umano che è l’oggetto della disciplina, è dato da un singolo individuo che agisce mosso da unilaterale egoismo potenziato da facoltà di calcolo costi/benefici, cioè razionale. Questo individuo de-socializzato, de-storicizzato, de-emotivizzato ovviamente è una pura e pure un po’ sciocca astrazione ma essendo necessaria, diventa convinzione condivisa ed incrollabile. Complice la gerarchia delle immagini di mondo che mette quella economica sopra quella psicologica o sociologica o antropologica e complice la rigida separazione delle discipline con interdizione rigida delle reciproche intromissioni in campi del sapere separati, gli economisti imperversano nel campo narrativo con questi loro modelli astrusi senza che vi sia una pesante e definitiva censura epistemica sulla loro insopportabile favolistica. Tanto meno nessuno si premura di avvertirli che un riduzionismo così infantile tra micro a base del macro, non si contempla più in alcuna provincia dell’ indagine scientifica[5]. Se c’è la fede c’è l’ordine e del resto la tua cattedra deve sfornare individui utili al gioco che ordina l’intera società quindi  non è proprio il caso di dire che il re è nudo o che la Terra gira intorno al Sole, siamo sempre nell’era della fede ma adesso è “scientifica”.

Arriviamo così a quella che Panksepp chiama la “dittatura comportamentista”. In pratica, il principio è ancora quello dei biofisici berlinesi, la scienza tratta ciò che può trattare ed ad esempio, è certo condizionata dal parallelo sviluppo tecnologico, non c’è il microscopio sei convinto di certe cose, arriva i microscopio ti convinci di altre, così con telescopi ed acceleratori. I comportamentisti hanno così postulato che osservabile e misurabile oggettivamente è il comportamento, ciò da cui proviene è una “scatola nera”. Come funziona la “scatola nera” non possiamo saperlo quindi, scientificamente, non esiste, è sospeso, possiamo solo impegnarci sul suo prodotto evidente e ciò che era evidente era che il comportamento è appreso in base ad una somministrazione meccanica di premi e punizioni. Siamo sempre all’hypotheses non fingo (non faccio ipotesi) di Newton il che non è un principio in sé sbagliato, semmai lo è il come noi cancelliamo a priori -visto che non possiamo conoscerlo con certezza- quello che indubbiamente c’è anche se sopra vi campeggia l’etichetta dell’enigma. Inoltre, non è che questa autolimitazione all’osservabile e misurabile sia poi così neutrale, da questa grammatica dell’azione-reazione si proietta poi una immagine per dire che la “scatola nera” è un cablaggio sofisticato di imput-output di azione e reazione.  Si deduce dall’effetto la struttura della causa, per lo più in maniera lineare, il che, col CervelloMente è sicuramente una di quelle cose che non vanno fatte per via del primo principio di complessità.

Negli anni ’70-’80 iniziò la rivoluzione cognitivista che si sovrappose al dominio comportamentista, l’uomo divenne un computer che calcola processando informazioni, massimizzando il piacere (premi) e rifuggendo dai dispiaceri (punizioni)[6]. Ecco così mostrarsi per intero il dominio esteso della nostra immagine di mondo: nel mondo domina l’economia, la società è una composizione di individui in cerca di utilità (utilitarismo), l’utilità è oggettiva se misurabile, la ricchezza è misurabile, ottenere ricchezza è premio, non ottenerla punizione di comportamenti che si possono apprendere e gestire secondo il nostro elaboratore mentale a base di informazione e di programmi logico-linguistici. Condite con un po’ di darwinismo spenceriano ovvero competitività e lotta di tutti contro tutti ed individualismo proprietario, a loro volta derivati da Hobbes e Locke, un po’ di weberiano Beruf, di dover esser  e voler/dover mostrare i segni del nostro esser stati scelti dal Dio protestante, uno spruzzo di positivismo logico ed ecco l’immagine di mondo anglosassone che domina la loro società che domina l’occidente che domina(va) il mondo. La società è fatta di tanti aspetti, ognuno è oggetto di una disciplina separata ma poi tutto si tiene coerentemente assieme nella realtà (mondo) e nel suo riflesso (immagine) che -anche se non ne siamo pienamente consapevoli- è una unica e coerente se non col mondo, almeno in se stessa. Proprio per tenere le immagini di mondo massimamente logiche e coerenti in sé stesse, meglio staccarle progressivamente dal mondo disordinato. Nei rapporti col mondo, basta che siano “utili” e quella anglosassone, ai fini di adattamento ad una società governata da fatti riflessi seppur idealmente in questa immagine,  indubbiamente lo è.

Quando i cognitivisti portarono sulla scena la mente terziaria, quella distintivamente umana, le emozioni divennero un riflesso confuso che proveniva da qualche indistinta parte della mente (comunque al massimo la mente secondaria, quella corticale, non certo quella primaria, quella emotiva) ma che prendeva spessore e tridimensionalità cosciente solo quando vi veniva posta l’etichetta linguistica “soffro perché so di soffrire perché mi sono detto che provo -sofferenza-“. Panksepp è uno scienziato non un filosofo della conoscenza quindi è molto stretto nelle sue spiegazioni e nei giudizi, anche quelli che si sentono “polemici” ma più e più volte si meraviglia di come stimati scienziati possano diventare ciechi davanti all’evidenza dei fatti. Gli animali decorticati, privi quindi di neocorteccia non solo continuano imperterriti ad avere emozioni ma ne sono praticamente totalizzati. T. Kuhn il cui seminale “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” spesso citiamo nei nostri articoli sull’immagine di mondo, ha ben descritto l’inesauribile resistenza che le immagini di mondo fanno quando ancora riconoscono il dominio del loro paradigma fondante. La nostra razionalità è tutta mobilitata a tenere assieme e coerente in sé per sé, un costrutto cognitivo ormai bombardato da fatti contrari, ma non lo molla fino a che non ha una funzionale alternativa. La funzionale alternativa fu -ad esempio- la relatività che finalmente riuscì a spiegare i dati del perielio di Mercurio che non tornavano con la meccanica newtoniana, con la relatività si spiegava tutto quello che già spiegava Newton ma anche quella piccola cosa che Newton non spiegava. E comunque, questo subentro paradigmatico, avviene molto lentamente e con dinamiche molto più complesse di quelle messe in evidenza da Kuhn che a sua volte indugia -a volte- in un certo idealismo razionalista.

Uno dei vantaggi perversi della nostra immagine di mondo la cui  unitarietà agisce ma all’ombra della nostra piena consapevolezza, si rivela anche nel come gli scienziati stessi trattano il binomio emozioni-animali. Gli scienziati si dichiarano tutti allineati ad una certa interpretazione di Darwin ma il vantaggio delle interpretazioni è quello che si permettono delle libertà nel mentre si dichiarano ortodosse. Così, Darwin certo riteneva le emozioni lo stadio dell’evoluzione che abbiamo in comune con gli animali mentre i darwinisti non conseguono da questo l’ovvia credenza che Panksepp ha in comune a MacLean a proposito dei vari step dell’evoluzione cerebrale. Questa credenza pensa che il cervello o mente primari, quello che abbiamo in comune con gli animali è la sede delle emozioni primigenie mentre il nostro specifico viene in parte dalla secondaria (apprendimento ed azione dal e sul mondo) e soprattutto dalla terziaria, la neocorteccia. Noi stessi nell’infanzia, mostriamo un dominio della mente affettiva e solo dopo la comparsa di quella comportamentale e cognitiva secondo lo schema dell’ipotesi euristica per la quale l’ontogenesi ripercorre la filogenesi. Tutto ciò è conseguente la concezione progressiva e continuista dell’evoluzione che aveva Darwin mentre molti neo-darwinisti, pensano che ci sia stata una discontinuità tale da creare ex-novo l’umano sapiens  già tutto comportamentale-cognitivo-linguistico, da cui molte farneticazioni della prima sociobiologia e della psicobiologia à la Pinker, appoggiate al paradigma linguistico che è l’unica vera specialità concettuale del Novecento, da Wittgenstein a tutta la “filosofia” analitica. Dai “neo” darwinisti ai “neo” liberali si dimostra che la novità non è sempre garanzia di progresso. In questo senso, le immagini di mondo, mostrano una volta di più, la loro tendenza a controllare la coerenza dei loro assunti generali che sono definiti ex ante ed emotivamente. Per non parlare del’innamoramento frutto del puro senso estetico (una emozione) per la “bellezza delle teorie”, soprattutto quelle controintuitive e per quell’imbarazzante fenomeno che sono le eiaculazioni matematiche che come nella prova ontologica di Anselmo danno per dato quello che debbono dimostrare e poi s’infiammano perché l’hanno logicamente dimostrato come se il logicamente vero producesse l’ontologicamente vero. Il “sonno della ragione genera mostri” ma qualche volta, anche la ragione accusa qualche gravidanza indesiderata.

Sembra così che la mente cognitiva superiore non voglia spesso riconoscere, né rileggere in modo accurato, ciò che accade nella mente affettiva inferiore” sottolinea Panksepp. La “grande intuizione” del filosofo morale Adam Smith, fu quella che incanalando le passioni del dominio, dell’accumulazione egoista, del guadagno tesaurizzato in un sistema di cosa da fare, si poteva rendere la società funzionale e progressiva, potente ed ordinata. Ma il tumultuoso disordine delle passioni ha continuato ad affliggere tutto il razionalismo moderno tanto che quando le si sono aperti spiragli di libera uscita, ecco che sono state presentate come prorompere liberatorio del dionisiaco, dell’irrazionale, della passionale ed animale volontà di potenza, dell’inconscio insondabile. Certo così si manifestano le emozioni se vengono segregate nelle prigioni cieche del silenzio ma se le si approccia come parte della mente unitaria, di una mente “naturalizzata” e non idealizzata, integrata e non scotomizzata, se la mente terziaria le leggesse non come altro da sé ma come parte dello stesso sé, forse l’autocomprensione dell’umano farebbe un bel salto in avanti. Ad esempio verso un razionalismo emotivo consapevole di se stesso.

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Il lavoro scientifico di Panksepp, dettaglia per esteso i sette sistemi delle emozioni di base, ne rivela il funzionamento chimico, strutturale e funzionale, tra topi che ridono a ultrasuoni e gamberetti tossicodipendenti, mostra l’evidenza senza appello del trionfo del cervello emotivo negli animali privati chirurgicamente della neocorteccia, mostra per comparazione l’ostinata rimozione dell’evidenza dei fatti da parte degli scienziati prigionieri della doppia carcerazione in strutture sociali (università, cattedre, pubblicazioni)  e di pensiero (l’immagine di mondo scientifica auto reclusa nel recinto del “ciò di cui si può parlare può esser detto e su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”). Ripetuto l’appello a prender atto dell’evidenza biologica avversata da grande parte della letteratura teorica anglosassone che, coerente con le preferenze individualiste competitive ed egoiste che fanno da triste modello alla “scienza triste”, nega che “uno sviluppo emotivo sano si basa fortemente sul mantenimento di interazioni umane solidali”. Da parte del suo interesse scientifico, l’orgoglio della neuroscienza affettiva a presentarsi come terzo incluso nel dialogo con le neuroscienze comportamentali e cognitive al fine di costruire una teoria della mente davvero umana e davvero realistica.

A noi interessava soprattutto convocarlo al tribunale della ragione per giudicare la stessa storia della nostra ragione. Una storia monopolizzata da maschi bianchi per lo più anziani, mobilitati per secoli ad evitare in ogni modo noi sia apra la scatola magica per vedere davvero come funziona al suo livello materiale stante che certo questo non determina tutto ma molto, sì. L’interdizione allo studio del CervelloMente ha funzionato fino a solo pochi decenni fa, è da molto poco tempo che studiamo ciò che ci fa essere ciò che siamo e pur avendo superato questo primo tabù, siamo solo ai primi passi. Passi resi ancora difficili dall’ingerenza silenziosa di presupposti epistemici-normativi invisibili ma sul piano del pensare non meno decisivi. Condizionati da finanziamenti che chiedono solo come intervenire sul comportamento e la cognizione al fine di dilatare i profitti di Big Pharma, dell’industria militare, del controllo digitale e del neuro-marketing. Da assetti dominanti la professione del pensatore sia esso teorico o empirico, da immagini di mondo che governano il nostro mondo pratico e sociale e non possono esser falsificate senza che crolli l’ordine sociale che ne consegue. Da credenze ritenute fatti sulle quali prosperano i confini disciplinari che segnano il proprio di intere categorie professionali che campano su conoscenze parziali e chissà quanto realistiche.

L’audizione del testimone Panksepp, ci dice una volta di più che oggi, il problema centrale del pensiero occidentale è rivedere a fondo come e cosa pensiamo, visto che si notano allarmanti segnali di disadattamento tra la nostra mentalità e il mondo a cui dobbiamo adattarci dopo averlo cambiato così velocemente e profondamente, l’auto-analisi del pensare e dei pensieri è compito prioritario. Mente, Natura e Storia, questo il triangolo (a proposito delle persistenze pitagorico-platoniche) che dobbiamo approfondire, il sempre attuale da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Formuletta usata con intenzioni ironiche spesso, svilimento e ridicolizzazione di una importanza auto-evidente a cui si vuole interdire l’accesso. C’è una lotta di classe anche nel campo del pensiero, i dominati ascoltino, preghino, lavorino, ripetano a pappagallo ed apportino qualche inessenziale nota aggiuntiva all’impianto che domina, applaudano, deleghino i dominanti che tali sono  e sono stati nei secoli anche perché essi solo in possesso delle risposte giuste alle tre domande aperte proprie di ogni singola esistenza pensante.

E’ invece ora di tornare al “conosci te stesso” in una democrazia della ricerca e della conoscenza.

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[1] L’autore del testo è professore di Storia del Mediterraneo ad Harvard ed è stato quindi fortemente influenzato dal concetto braudeliano di longue durée.

[2] https://www.facebook.com/tempiprofondi/

[3] A cui si aggiungono quelle a suo tempo già segnalate da Freud nel “disagio della civiltà”, stante che grande parte della nostra complessione è stata adattativa ad un mondo molto diverso da quello in cui viviamo solo da cinquemila anni, un tempo ridicolo per immaginare serie riconfigurazioni adattative del CervelloMente.

[4] Panksepp però si rivolge spesso nel testo al concetti aristotelico di phronesis, accettazione e gestione saggia delle emozioni. Non è che Epicuro fosse poi molto distante sebbene ci sia stato tramandato in modo distorto.

[5] http://evonomics.com/why-economists-have-to-embrace-complexity-steve-keen/

[6] Val la pena di ricordare l’abusata notazione di tanti storici delle idee su questa mancanza di fantasia dell’analogia per la quale la metafora guida nel XVI secolo era l’orologio, poi il mulino, poi nel XIX secolo la macchina a vapore e di recente, il computer. Ora ci possiamo aspettare qualche brillante articolo sul fatto che il mondo è un fidget spinner o una criptovaluta?

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IL PROBLEMA DELLA SINTESI DEL COMPLESSO UMANO.

Questo articolo ha in oggetto la conoscenza del fenomeno umano nel suo complesso. E’ un articolo di riflessione sul metodo, sull’unità e diversità delle discipline, degli oggetti, delle menti che tentano di catturarli.

Io sono solo e  lo specchio infranto.

S. Esenin, L’uomo nero. 1925

In una articolo del 1960[1], F. Braudel torna su un tema a lui -ed a noi- particolarmente caro, il problema dell’unità e diversità delle scienze sociali. Schematicamente, la conoscenza umana, si modula su tre ambiti generali. Le scienze naturali si occupano del mondo fisico-chimico e biologico, la filosofia, l’arte e la religione si occupano dell’uomo in quanto tale, le “scienze” umane si dovrebbero occupare di quel territorio in comune in cui l’uomo (psicologia) incontra ed entra in relazione con gli altri uomini (demografia, etno-antropologia, sociologia, linguistica), per fare cose (economia, politica, storia evenemenziale cioè basata su gli “eventi”, date, luoghi, uomini illustri; storia delle idee e delle culture) all’interno di un contesto (geografia) e di un tempo (storia di media-lunga durata). Il cruccio di Braudel è leggere con evidenza che l’oggetto generale di questo gruppo di discipline intermedie è comune ed unico -l’interrelazione, l’organizzazione e l’azione umana, singola e collettiva, nel contesto dello spazio-tempo- ma gli sguardi (ed i metodi di osservazione, analisi e categorizzazione) delle varie discipline sono assai diversi. La specializzazione della varie discipline, istituzionalizzata in dipartimenti non solo incomunicanti ma addirittura in competizione tra loro, sviluppando metodi, patrimoni di conoscenza, linguaggi del tutto eterogenei, crea una babele di prospettive che non arriva mai a sintesi. Insomma l’oggetto è uno ma i soggetti che l’osservano sono piantati in differenti prospettive che leggono con diverse lenti solo le luci e non le ombre, gli infrarossi ma non lo spettro del visibile, le onde lunghe ma non quelle medie, le corte ma non le cortissime. Per fare un esempio, questo breve filmato dell’Istituto Nazionale di Astro Fisica (INAF), mostra come la recente immagine completa della nebulosa del Granchio, sia la sovrapposizione delle rispettive immagini di cinque telescopi: uno leggeva le onde radio, uno l’infrarosso, uno lo spettro visibile, uno i raggi x  ed un altro l’ultravioletto (qui). Quello di cui Braudel lamenta la mancanza è l’immagine finale, la sovrapposizione di tutte le lenti di lettura di quello che è un solo ed unico fenomeno, per quanto assai complesso (dotato di molte parti in interrelazione).

La prima cosa che stupisce di questo discorso è che le considerazioni di Braudel, considerazioni se vogliamo di una sconcertante banalità e buon senso, non siano patrimonio comune di qualsivoglia studioso, epistemologo, filosofo della conoscenza. Che nessuno o assai pochi, sentano grave questa mancanza di immagine finale. Nessuno di noi si sognerebbe di incontrare un amico e dire “oh ecco una costruzione sistemico-molecolare mobile” oppure “oh ecco un nevrotico compulsivo funzionale” o anche “o ecco un decisore razionale di utilità posizionato nel cluster di medio reddito ma alta cultura”, se non “o ecco un liberale progressista con venature socialisteggianti” per non parlare delle etichette “hegeliano” o “parlante lingua di origine indoeuropea” o “di terza età” etc. Insomma, un “gavagai” di quineiana memoria[2].  Qui non si parla solo del fatto che non ci sia un unico sguardo ma del fatto che i molteplici sguardi la cui utilità di specifico analitico è indubbia e certo superiore alla immediata percezione olistica del “tutto è uno”, non trovino un luogo, un metodo, un momento, una disciplina a sé, in cui riunificarsi stante che il loro oggetto di osservazione certo è plurale al suo interno ma anche unico nella sua forma sistemica. Poiché i nostri sforzi conoscitivi tendono a dotarci di conoscenza su gli oggetti e su i fenomeni, questa ampia ma frammentata e conoscenza, ha una utilità molto parziale.

Sul perché storico di questo stato di cose si possono fare delle ricostruzioni e delle congetture. Quanto alla ricostruzione, se prendiamo Aristotele che non va preso (come Platone) solo in quanto tale ma in quanto a capo di una scuola (Liceo per lo stagirita, Accademia per l’ateniese), vediamo tutto l’ampio spettro della conoscenza dell’epoca, riunita in un unico discorso. Non in un unico studioso, anche Aristotele ad esempio, semmai fu lui e solo lui a scrivere la Politica, lo fece certo sulla base dell’enorme collezione di costituzioni della varie poleis greche (più di cento a quanto pare) racchiuse nella biblioteca del Liceo, a loro volta certo studiate, sistematizzate e compendiate da un nugolo di scolari (studiosi). E possiamo -ahinoi- solo immaginarci i momenti di dialogo collettivo, in cui questa enorme mole di conoscenza specifica, veniva centrifugata nel lavoro del cervello collettivo della scuola, cercandone sia la condivisione, sia la sintesi al fine del poter rispondere alla domanda che aveva mosso tutto questo sforzo: qual è la costituzione migliore? Ancora nel medioevo, nella formazione degli studi che prevedeva prima il trivio, poi il quadrivio, questa conoscenza era indivisa ed in parte, tale rimase nell’umanesimo e nel rinascimento. Ma già nel medioevo, ecco comparire le scuole di logica, di calcolo (abaco), di giurisprudenza e le varie professioni informate come quella medica e poi con il big bang Copernico – Galileo – Descartes – Newton, dalla Royal Society in poi, non solo compare l’intero ambito di studi naturali (la scienza) ma anche la profonda separazione delle filosofie ancora indivise in Tommaso d’Aquino. Quelle specializzazioni che poi trionferanno nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, le cattedre ed infine, nel XIX secolo, la nascita a ripetizione di tutte le discipline “sociali”, ognuna con un suo fondatore che ne è stato anche primo epistemologo. Questa storia è ancora storia di fatti, per quanto i fatti non siano esenti  dalla soggettività interpretativa di chi li cita e li presenta al tribunale della ragione.

Ma questa  ricostruzione deve ricorrere alle congetture per tentar di spiegarne le ragioni. Si potrebbe dire che al tempo dei Greci, la quantità di conoscenza era ancora molto limitata, tale da poter entrare nel lavoro di un gruppo di scolari e da questi, al ruolo di sintetizzatore del caposcuola. In seguito, nel medioevo, si può dire che il taglio a priori della conoscenza, limitata a metter le virgole al discorso già bell’è pronto svolto nell’Antico e Nuovo testamento, ne facilitava certo il compito. E’ quando si è rotto il vaso di Pandora dell’immagine di mondo teo-religiosa dominante che gli sguardi sono usciti in libera diaspora (poi mica tanto libera se leggiamo le biografie dei primi scienziati e pensatori, ed ancora fino alla Londra anglicano-protestante di Darwin), contemporaneamente alla rottura dell’ecumene dei chierici e del latino. Tanti stati nazionali, tanta conoscenza espressa in diversi lingue, tante corse diverse ad oggetti specifici dall’economia di Petty e di Quesnay; alla giurisprudenza e poi alla politica di Grotius, Althusius, Puffendorf, poi Hobbes, Locke, Rousseau; alla fisica terrestre diversa da quella cosmica, all’alchimia che trapassava in chimica, le varie branche della nuova medicina scientifica e così via. Due forze quindi s’incrociano a base di questo fenomeno: l’oggettivo aumento della complessità interna al sistema della conoscenza umana che si pluralizza, la perdita di un centro che fosse il caposcuola o il dominio di uno stretto paradigma ordinante e limitante, come la fede nel Signore onnipotente ed onnisciente. Di contro, l’oggettiva pluralità linguistico-culturale e la funzione guida dei paesi nord-europei che maggiormente liberi dal dominio soffocante del potere pontificio, convertirono il loro atavico paganesimo naturalistico in pathos scientifico. Intorno, di contesto, una società sempre più impegnata a fare, a svilupparsi, a produrre da sé la materia che arredasse ed alimentasse la vita concreta. Non a caso, Smith ricorre alla locuzione “mano invisibile” per segnalare come tutto questo apparente disordine pluralistico, alla fine “quasi magicamente” produce un ordine, quindi inutile cercarlo con l’intelletto. Divieto a lungo reiterato poi da Hayek ma vizio masochista di auto-subordinazione e finta modestia già presente in Agostino sebbene in favore di una “mano invisibile” di altra natura, se di “natura” si può parlare in ambito di fantasmi metafisici.

Questo movimento, è accompagnato dalle contorsioni del canone filosofico. Ancora con gli enciclopedisti francesi ed in Leibniz ed in Kant, abbiamo filosofi che includono nel loro pensiero,la conoscenza scientifica[3] ma con l’idealismo tedesco e stante che gli inglesi certo non si ponevano questo problema tanto poi da dar successivamente vita a quell’unica filosofia logico-linguistica che si chiama “filosofia analitica”, la filosofia lascia andare per la sua strada la scienza. Hegel, ci prova una ultima volta a restituire un quadro complessivo con l’Enciclopedia delle scienze filosofiche, Marx azzarda una definizione “scientifica” del suo socialismo, Comte cucina un confuso minestrone scientifico-religioso-politico che come una cattiva ratatouille, ha solo sapori grigi. La scienza intanto inanella una serie impressionante di successi teorici e pratici, guida il pensiero di società espansive (quindi dimostra di essere sintonica ed utile al reale concreto) e quando sorgono i diversi sguardi sociali, questi non trovano di meglio che distanziarsi immediatamente dalle nebbie filosofiche e tendere all’iscrizione nella vivace e ben considerata famiglia delle scienze. La società occidentale, persa la verità trascendentale, ha bisogno di un canone dell’oggettività altrimenti s’instaurerebbe la democrazia delle opinioni.

Nascono così le “scienze” sociali, con metodo che si vorrebbe derivato dalla conoscenza della natura non umana, applicato a fenomeni generati dalla natura umana. Poiché nessuno tiene più il bandolo della matassa, a nessuno viene in mente che l’applicazione di un metodo usato per certi oggetti, non può funzionare perfettamente su oggetti ontologicamente assai diversi e del resto, “cos’è l’umano?” è una domanda a cui ormai risponde solo la mano invisibile. Peccato che nella conoscenza non ci sia alcuna mano invisibile (e chissà poi se c’è nell’economia a base di mercato).  Tant’è che seguendo una sottolineatura data dal Fornero nella Storia della filosofia con Abbagnano  (UTET), ovvero che ogni filosofia e quindi ogni filosofo parte da una raramente esplicita e più spesso implicita risposta alla domanda cruciale, ecco il proliferare di una serie di antropologie parziali e quindi basicamente infondate. L’uomo è mosso dall’Idea, no dalla condizioni materiali, no è un animale politico, no è razionale, no mica tanto ha l’inconscio e la volontà di potenza, sì ma è individuale o sociale?, parla o è parlato dal linguaggio? guarda che è particolare – ma no, è universale! E’ violento! No, è cooperativo! No è egoista! No è perso nel dolore della sua esistenza. Ragazzi, diamoci un taglio, è  solo un contenitore a perdere per l’egoistica riproduzione di geni! Massimizza l’utilità? L’egoismo riproduttivo? Anela all’assoluto mentre cerca un posto in banca? Stante che questo “uomo di tutti gli uomini” è invariabilmente maschio, bianco, europeo. Insomma, la qualunque, in una multisala in cui si proiettano film con la stessa trama ma in cui l’autosservazione britannica bitanicizza l’universo mondo, così quella francese, quella tedesca, infine quella americana (un popolo che ha tre secoli di storia che vuole spiegare a tutto il mondo come questo deve essere) la classe dominante tutte le altre ed ogni film ha la sua casa di produzione concorrente alle altre ed i registi si fregiano dell’ambito titolo di Maestro. Infine, col postmoderno, questo caleidoscopio di frammenti diventa una celebrazione in sé e via con gli studi sul ruolo del bicchiere negli ultimi sei secoli.

Nel frattempo, il mondo è diventato più complesso quindi fatto di parti, l’interrelazione è garantita dall’ordine economico di mercato che fa sistema, la conoscenza è frantumata in altrettanti parti e fa sistema anche lei con l’ordine economico di mercato. L’uomo per istinto tende a conoscere ma cosa e come lo deciderà la logica con cui organizza la sua economia sociale. Va da sé che, quando questa forma di organizzazione, come oggi accade, perde copi a ripetizione poiché non dà alcun senso se non il “funziona”, quando non “funziona” più, essendo tutti embedded al sistema che va in crisi, va in crisi anche la pletora di studiosi. Come nell’epica scena di Blues Brothers in cui John Belushi elenca in parossistico sequenza crescente le ragioni per cui non si è presentato al matrimonio con Carry Fischer, enucleano in un coro dissonante, diagnosi e prognosi a casaccio. Chi sa più dire cosa è il complesso umano, nel suo individuale come nel suo sociale? Se va in crisi il sistema complessivamente inteso, chi saprà dare diagnosi di questo intero che -in quanto tale- esso solo è il vero? A cosa ridurlo? Come determinarlo? Come sintetizzarlo? A quale contesto metterlo in risonanza per comprenderne i problemi e le opportunità adattative? Babele. Ma non una proficua babele ricca di idee sullo stesso oggetto, ma un babele su porzioni diverse dello stesso oggetto, di riduzioni ingiustificate dell’oggetto ad una sua parte, per altro con altrettante idee diverse, più che altro una “canizza”[4].  Insomma “Io sono solo e lo specchio è infranto” come recitava il poeta. Ma torniamo a Braudel che su questo argomento,  ci fa da Maestro.

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La vita è troppo breve per permettere a uno di noi di acquisire molteplici specializzazioni[5] diceva il francese, per poi aggiungere, su metafora mercantile, come fosse altresì assai improbabile che il mercato comune delle scienze dell’uomo si potesse realizzare per somma e sovrapposizione di accordi bilaterali ed unioni doganali il cui cerchio si sarebbe poi espanso a poco a poco, ma inesorabilmente.  Preso ormai dalla possessione della metafora, aggiunse che sarebbe stato  meglio dichiarare un libero mercato con abbassamento simultaneo dei diritti doganali. Si poneva però allora il problema del vocabolario comune, quindi dei concetti che Braudel immagina potersi formare secondo la logica delle lingue creole o dei pidgin, mischiando e storpiando i termini a cui dare nuova fonologia, crasi, prestiti incrociati, insiemi di definizioni con qualche sovrapposizione. Ma ecco un’altra possibilità. E’ il richiamo a Aleksander Gieysztor, capo scuola degli storici polacchi, il quale propone il lancio di un nuovo tipo di studio, gli “studi complessi”. Gli “studi complessi” di Gieysztor vedevano un oggetto delimitato da alcuni principi (anche più d’uno) come ad esempio, la porzione geografica, la cronologia, la natura stessa dell’oggetto, osservato in simultanea da un nugolo di diversi specialisti, un po’ come negli “area studies” di origine americana. Insomma se non c’è una unica scienza si chiamino le diverse scienze al capezzale di uno stesso oggetto. E fa sorridere il giudizio del vecchio Maestro che rimprovera ai colleghi di Harvard, della Columbia e di Seattle del tempo, lanciatesi in questa nuova avventura epistemica, di voler comprendere la Cina o l’India raramente invitando uno storico e mai un geografo, come se sociologi, economisti, linguisti e psicologi potessero da soli mobilitare la sintesi della scienza umana. Fa sorridere questo antico vizio anglosassone-moderno di sradicare gli oggetti dallo spazio e dal tempo per poi osservarli “scientificamente” perché così non si muovono, stanno fermi, non hanno condizioni, non cambiano, sono praticamente morti come già Vico rimproverava a Descartes, se ben ricordo.

Siamo così a due possibili stratificazioni della conoscenza di questo vasto campo. Lo strato attualmente vigente di meno di una decina di discipline che nel frattempo hanno prodotto articolate radici a loro volta sempre più limitatamente specialistiche. In questo strato condominiale, ognuno ignora l’altro e se lo incontra in ascensore, il silenzio alimenta l’imbarazzo oltre ad alimentare surreali fenomeni come quello per il quale un’intera disciplina dall’istinto imperialista quale l’economia, discende da un postulato sulla natura umana che farebbe rotolare dal ridere uno studente al primo anno di psicologia o un antropologo o credo, anche un sociologo alle prime armi. Per non parlare di un seguace di Freud o Nietzsche o Marx o un artista o un religioso. Salvo poi ricredersi e consegnare un Nobel nel 1978 a Herbet Simon perché gli aveva dimostrato matematicamente che la razionalità umana è “limitata”. Accipicchia! Questa sì che è una scoperta  … .

Un secondo strato non vigente ma possibile, da sperimentare, è quello  dell’orchestra polifonica che interpreta lo stesso spartito con strumenti diversi ma senza direttore d’orchestra. Già meglio. Ma nelle strutture di pensiero codificate poi da scuole e compartimenti disciplinari, è assai difficile si venga a produrre una reciproca fertilizzazione laddove eterogenei rimangono le prospettive, i postulati, i metodi ed i linguaggi, cioè i concetti. Lo stesso Braudel accenna alla possibile unificazione con l’adozione del metodo matematico o del concetto di struttura che imperversava in Francia con Levy Strauss e andava codificando oltreché l’antropologia culturale anche la linguistica. Del resto, la “struttura” nasce in linguistica con De Saussure o meglio … . Se ricordo bene, nel Corso generale di De Saussure (1916) che com’è noto è scritto dai suoi allievi, compare una o due volte il termine struttura, in realtà De Saussure usa ovunque e ripetutamente il termine “sistema”. Si potrebbe allora dire che struttura è una sottospecie specifica del concetto di sistema e quantomeno convenire su questo come unità ontologica. Le scienze umane si occupano di sistemi umani, economici, sociali, mentali e psichici, linguistici, culturali, etno-antropologici ed ovviamente storici e geografici. Ogni oggetto di studio è un sistema, più o meno arbitrariamente ritagliato dal flusso del reale. Ne discenderebbe anche una certa possibilità normativa in metodologia visto che la cultura sistemica ha già una sua approfondita tradizione. I sistemi sono fatti di  unità, individui, punti di una rete, ruoli parentali o professionali o sociali o anagrafici o di genere, strati sociali o classi o cluster altrimenti definiti, funzioni, ordinatori, agenti, popoli, stati, civiltà, insomma “parti”, tra loro in interrelazione. Già una concezione sistemica dell’uomo, dissolverebbe le antiche dicotomie del razionale-emotivo, individuo-società, strutturale-sovrastrutturale poiché i sistemi sono così ospitali da permettere di includere ciò che nelle dicotomie è ritenuto alternativo. I sistemi non soffocano le differenze in una mistica unista ma fotografano l’oggettiva convivenza in un unico sistema (ad esempio “l’uomo idealtipico”) di caratteri diversi, anche conflittuali. Ciò che non si capisce di molti studiosi che si fregiano del crisma di scientificità è come possano prender parte a queste tenzoni di senso affermando che l’uomo è l’uno o l’altro quando è palese che è, sia l’uno che l’altro.   I sistemi hanno uno o più ordinatori, fini, strutture ricorsive ed invarianti o varianti a certe condizioni, un’architettonica, una ecologia. Tutti i sistemi hanno interrelazioni con altri sistemi e con il contesto o “ambiente” nel quale si trovano. Tutti i sistemi hanno una storia. Quale scienza umana avrebbe dissonanza con questa base definitoria generale? Ma chi dovrebbe proporre questa novità del condividere il primo passo di ogni conoscenza, l’ontologia?

Veniamo allora ad un altro scritto di Braudel[6], la pudica e continuamente deviata risposta alla domanda su quale fosse la sua formazione di storico, incessantemente fattagli per il Journal of Modern History da un altro grande, William McNeil, tra i padri della World History di cui abbiamo parlato qui e qui. Braudel trasforma  la propria biografia intellettuale, nel racconto di chi prima di lui, ha tracciato sulla cartina del pensiero, il tracciato del nuovo percorso che poi diverrà il percorso della scuola delle Annales. Troviamo lì un personaggio molto poco noto, eppure alla base di una intuizione fondamentale: Henry Berr. Già nel 1892, Berr scriveva che al Collége de France, si insegnava “…la storia dell’arte, la storia della filosofia, la storia delle legislazioni, la storia economica, vi si insegnano delle storie ma non vi si insegna la storia”. Nel 1910, ripropone la sua candidatura al Collége per una cattedra di “Teoria e storia della storia”, una metastoria. Nel verbale della commissione del consiglio dei docenti, il relatore che sponsorizza questo innovativo progetto è H. Bergson, il filosofo che ha pensato per primo che il tempo è fatto invero da diverse durate. Ma Bergson non è un “cuor di leone” e la sua prolusione in favore di Berr è assai fiacca, così che il progetto non riceve neanche un voto di assenso. Certo, nessun potere locale cede spontaneamente pezzi della propria sovranità, anche di quella epistemica, ad un potere centrale di ordine sintetico superiore ma forse c’è dell’altro a ragione di questo rifiuto.

La precedente tesi per l’abilitazione all’insegnamento di Berr, aveva un lungo titolo fatto di due assunti. Il primo era “La Sinthése des connaissances et l’histoire” , un programma che già tracciava l’idea di una storia come amalgama delle cronologie di tutti i fatti che conosciamo del fenomeno umano. Il secondo però, che Braudel suggerisce di leggere come più importante era “Essai sur l’avvenir de la philosophie”. Ed ecco il nostro Maestro con occhio lucido segnare il punto “Ma forse per questi primi e necessari sguardi d’insieme occorreva precisamente un filosofo”. Non si trattava di mischiare tra loro indagini che hanno ontologie, logiche e metodi diversi che in una certa misura è bene rimangano tali. Non si trattava di obbligarle a convergere in una meta-conoscenza operata da una di loro, fosse stata anche la storia che come sequenza di cronologie era quella più neutra rispetto alle scelte di taglio epistemico fatte nelle singole discipline, al limite coadiuvata dalla geografia cioè le coordinate di “tempo” e “spazio”, l’estetica trascendentale di Kant. Si trattava semmai di chiamare un punto di sintesi terzo, esterno al panorama degli scienziati dell’umano, il punto di chi per suo metodo pensa alla riflessione, alla conoscenza di quel tipo di conoscenze. Questa era la possibile sintesi, l’afferenza di tutti i guadagni conoscitivi locali a grana fine se non finissima, ad un Io penso che pensa per concetti, a grana grossa. Ecco l’architettonica di una possibile conoscenza sintetica del fenomeno umano dato dalla collezione del suo agire empirico, individuale e sociale. Il circolo del pensiero che pensa se stesso, si sarebbe poi ricorsivamente attivato negli scambi tra studiosi locali e sintesi generali, i primi avrebbero visto riflesso il loro e l’altrui lavoro in un unico possibile discorso, i secondi avrebbero assunto le informazioni da sintetizzare in concetti ed in sistemi di concetti, direttamente dal lavoro dei primi. Né più, né meno, il lavoro dei Khun, dei Fereyabend, dei Lakatos, dei Popper, dei Duhem e di molti altri che però, agirono nei confronti delle scienze dure. Ci voleva una epistemologia filosofica che non si riducesse alle dispute sul metodo sebbene certo la critica del metodo, anzi dei metodi, sarebbe stata altresì di grande utilità (si pensi all’utilità di una severa censura condotta non sul piano politico ma gnoseologico, dei postulati surreali sulla natura umana operati dagli economisti[7]). Accanto al discorso sul metodo, qui andava operata una conoscenza sintetica a posteriori, la sovrapposizione delle immagini di mondo di tutti i telescopi che hanno oggetto la stessa nebulosa, la nebulosa che là fuori nel mondo reale è “una”: la vita umana.

Secondo Braudel, Berr fu “l’amministratore dell’eresia” e dal suo circolo intellettuale di discussioni collettive tra portatori di varie discipline, nacquero le Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre nel 1929. Ritroviamo qui il sistema delle menti in interrelazione alla base delle varie scuole di Atene, delle università medioevali, dell’umanesimo e del rinascimento, della Royal society e dell’accademia leibniziana di Berlino, dell’Encyclopédie di Diderot, dell’idealismo tedesco, delle conferenze Solvay dei grandi geni quantistici (e relativistici), delle conferenze Macy da cui origina tanta cultura della complessità. Ma le Annales, non  erano ancora la “synthèse” a cui Berr aveva nel frattempo dedicato la sua rivista ma un inizio, rivoluzionario ma ancora parziale, in cui geografia, storia, economia interferivano le loro onde a ricostruire un primo profilo complessivo del fenomeno umano sociale in un dato tempo di lunga durata.

L’intuizione di Berr, la necessaria sintesi che solo uno sguardo terzo può fare di una così ampia ed eterogenea e ricca proliferazione di conoscenze,  rimane lì e noi da lì vorremmo ripartire, sviluppando in seguito, successivi ragionamenti. Da gli “studi complessi” di Gieysztor, la “Revue de synthèse” di Berr, un “pensiero globale” per citare un’ultima volta Braudel, arrivano gli stimoli per pensare una nuova disciplina fatta di generalisti che studino la vita umana nel suo intero, quella che poi noi qui chiamiamo : filosofia della complessità, la sintesi del “complesso umano”.  Questa “filosofia della complessità” sarebbe chiamata ad aiutare l’umano a capirsi meglio, a raccogliere -ancora una volta e per sempre, perché tale programma di ricerca non potrà mai avere termine-, l’accorato consiglio che risuona dalla antichissima sapienza greca: conosci te stesso.

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[1] “Unità e diversità nelle scienze dell’uomo”, del 1960, in F. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, Milano, 2001-2016, pp. 73-82

[2] Cito l’intero pezzo riportato da Wikipedia: –L’esempio proposto da Quine in proposito, ora divenuto leggendario riguarda la parola gavagai pronunciata da un nativo in presenza di un coniglio. Il linguista potrebbe tradurla con “coniglio”, o con “Guarda, un coniglio”, o “mosca del coniglio” (nome di un supposto genere di insetto che non abbandona i conigli), oppure “cibo” oppure “Andiamo a caccia”, o “Stanotte ci sarà una tempesta” (se i nativi hanno particolari credenze sui collegamenti conigli-tempeste), o anche “momentaneo stadio del coniglio”, “sezione temporale di una estensione tetradimensionale spazio-temporale di un coniglio”, “massa di coniglità”, o “parte di coniglio non individuata”. Alcune di queste ipotesi alla luce di ulteriori osservazioni possono diventare meno probabili—cioè ipotesi meno maneggevoli. Altre possono essere scartate solo ponendo ai nativi delle domande. Una risposta affermativa a “È questo lo stesso gavagai di quello precedente?” farà scartare “momentaneo stadio del coniglio”, e così via. –  Quine si riferiva all’indeterminazione delle traduzioni linguistiche ma l’esempio è pertinente al nostro discorso come indeterminazione delle definizioni. Questo elenco surreale ha probabilmente ispirato alcuni giochi nel Diario minimo di U.Eco. Del ’60 Quine, del ’63 Eco e certo Eco doveva conoscere il lavoro di Quine per strette ragioni professionali. Il pezzo è tratto W.O.Quine, Parola e oggetto, il Saggiatore, Milano, 1996. Da qui potrebbero partire tutta una serie di considerazioni sull’olismo della conferma (tesi Duhem-Quine) e l’utilità del relativismo ontologico per il nostro discorso ma questa è solo una nota e quindi lo faremo un’altra volta.

[3] Kant, in uno scritto ancora pre-critico, consiglia vivamente di dotare lo studente in formazione di una solida formazione di base in geografia ed antropologia.

[4] Rumore caotico auto-alimentato da più cani che abbaiano contemporaneamente l’un l’altro.

[5] Da qui in poi, le citazioni di Braudel o Berr si riferiscono a “La mia formazione di storico” (1972), in F. Braudel (2001-2016) op. cit., pp.271-295

[6] Vedi nota 2

[7] O si pensi all’utilità della liberazione dei marxisti dalla errata convinzione che le idee sono sempre e solo quelle che promanano dalla struttura sociale e questa dalla struttura economica ed in particolare dal possesso dei mezzi di produzione, convinzione paradossale dal momento che è derivata dagli scritti di un pensatore che di per sé dimostrava il contrario. Anche se la prima revisione profonda da fare è su quello statuto “scientifico” dato al comparto che Weber sintetizzò per primo dandone imprinting poi mai più seriamente discusso.

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XI JINPING E L’OCHETTA MARTINA.

La Belt and Road Initiative – BRI (che, come acronimo, prende il posto del precedente One Belt One Road – OBOR, detta anche “Vie della Seta”) ha avuto il suo primo summit fondativo. Si tratta di un progetto infrastrutturale (strade, porti, stazioni, ferrovie, reti elettriche – tlc, gasdotti etc.) che vorrebbe innervare l’eurasia, coinvolgendo Medio Oriente ed Africa, per cui sarebbe più giusto dire “afro-eurasia”. Il capofila è la Cina che traina l’economia asiatica (presa senza India e Giappone) che pesa un 21% dell’economia mondo. Assieme all’area russo-centro asiatica, arrivano al 23%. Coinvolgendo Pakistan, Iran e Turchia, si supera il 25%, un quarto dell’economia mondo. Questa rete potenziale di stati-economie ha dalla sua tre carte importanti: 1) la continuità geografica di aree differenti sia in longitudine, che in latitudine; 2) ricca dotazione di energia (Russia, repubbliche centro-asiatiche, Iran); ma soprattutto 3) ampi margini di sviluppo potenziale. Quest’ultimo punto dice che se oggi questa parte di mondo pesa un 25%, fra dieci anni (o forse prima) potrebbe crescere al 30%, è cioè all’inizio o poco dopo l’inizio, di un ciclo di sviluppo potenzialmente lungo. Lo sviluppo porta crescita di potenzialità, cioè essenzialmente “dinamica” e poiché la “dinamica” è molto attraente per tutti, non è detto che anche il Giappone (6,5% economia-mondo) ed area indiana (3.4%) oggi alieni dal progetto, non cambino idea. Poi c’è l’area del Golfo che vale un altro 2% mentre l’Africa che oggi vale solo il 3% dell’economia mondo è non solo apertamente in target al progetto ma è anche l’area di sviluppo più promettente del pianeta. Volenti o nolenti, i destinatari finali del network, sono gli europei oggi ancora il 22% dell’economia-mondo come UE ma, al di là del “peso quantitativo”, portatori di un ben maggiore peso qualitativo in termini di conoscenze e tecnologie. L’Europa è un’area storicamente in contrazione ma per il progetto in questione questo potrebbe essere un bene in quanto i valori quanti-qualitativi sono ancora -e per un bel tempo rimarranno- “alti”, così che un’Europa divisa, anziana, in contrazione ma ancora ricca e pesante, potrebbe essere partner e non dominus come è stato nella sua trisecolare storia imperial-coloniale.

Su questo progetto (BRI) si possono dire alcune cose. Questo è il quarto progetto-mondo della storia. Il primo invero non fu un progetto ma la risultante di una serie di spinte progressive mosse dalla concorrenza intra-europea che portò olandesi, portoghesi, francesi e britannici a muovere verso est, passando dall’Africa e bypassando gli arabi. Gli europei si presentarono qui e lì, occupando zone, commerciando in forme ineguali, usando spesso la forza militare. Fu quindi più che altro un fenomeno di rapina organizzata alimentato da volontà di potenza. Il secondo fu un progetto che si strutturò nel suo sviluppo, ovvero l’Impero britannico. Questo accentuò il controllo dei territori che nella fase precedente si limitava a porti o tratti di costa per commerciare con l’entroterra, accrebbe l’uso della forza e portò a forme di dominazione istituzionale e finanziaria. Il terzo è l’impero informale americano che superò l’imperialismo formale britannico, addirittura promuovendo la decolonizzazione formale, ma sviluppando tramite World bank, Fondo monetario internazionale, dollaro, sistema banco-finanza-off shore, network delle multinazionali e network di basi militari, una nuova forma assai sofisticata di controllo e dominio, non direttamente territoriale ma proprio per questo, con più ampie condizioni di possibilità in termini di estensione.

BRI si presenta quindi come la nuova puntata dell’interconnessione planetaria ma con punti di distinguo ben marcati: a) è il primo progetto non occidentale; 2) non è un progetto imperial-coloniale di dominio e controllo promosso da un solo agente; c) non è un progetto a base finanziaria e militare ma spiccatamente commerciale; d) è il primo progetto che si svilupperà in concorrenza ad altri interessi, quelli della potenza egemone che abita su un’isola (il Nord America può essere assimilato ad un’isola per quanto continentale). I progetti o le dinamiche precedenti hanno avuto scontri per l’egemonia come ben sostenuto da Braudel ed Arrighi ma non sulla logica del progetto o della dinamica. Si tratta cioè di un “progetto” che ha chiaramente un leader (la Cina) che col suo peso del 15% dell’economia mondo complessiva è certo egemone ma non dominante. Ciò porta alla formazione di una rete di cointeressenze che dovranno portare le entità coinvolte a cooperare. Ad esempio, la forza commerciale, produttiva e finanziaria della Cina non è anche forza militare ed energetica che sono atout russi; i ricchi di spazio non coincidono coi ricchi di fondi finanziari e così i ricchi di materie prime non coincidono con i ricchi di capacità trasformativa; il controllo e la difesa delle reti da stendere dovrà esser fatto dagli attori locali e non da quelli centrali; ogni eccesso di influenza e controllo potrebbe spingere i singoli pezzi della catena a defezionare magari sotto pressione ed inviti più o meno allettanti del concorrente principale (gli USA); la risultante dell’intreccio complessivo dei flussi commerciali dovrà mantenere una convenienza condivisibile, un grave problema locale -trattandosi di reti- diventerà generale e ciò porterà tutti i partner a condividere in simultanea l’interesse del bene comune infrastrutturale; sulla carta -e più ancora nel corso del tempo sul piano concreto- è un progetto-processo il che dovrebbe portare a forme di cooperazione di più alto livello (proprie istituzioni banco-finanziarie, nuove forme di valuta globale, nuove istituzioni politiche multilateriali, fors’anche inedite collaborazioni militari). Insomma, alla luce di un’analisi non ideologica, BRI sembra corrispondere in potenza, a quanto affermano i suoi promotori: un progetto cooperativo mondiale che può portare pace e sviluppo, equilibrio dinamico e premessa per una nuova forma di convivenza planetaria. Qui non c’è da essere fiduciosi o diffidenti di quelle che certo rimangono dichiarazioni d’intenti, è l’analisi  obiettiva delle linee generali del progetto a dire che o questo riuscirà a mantenere le sue promesse migliori o si disintegrerà ancor prima di compiersi.  Se manterrà le sue promesse migliori, risulterà davvero una delle possibili precondizioni strutturali per lo sviluppo di un sistema mondiale complesso ma non caotico.

Sul progetto in quanto tale, ne sappiamo ancora molto poco. Non è ancora perfettamente chiara la cartina logistica delle reti, le stazioni ed i terminali, la natura dei canali e le zone coinvolte appaiono e scompaiono in versioni successive delle versioni pubbliche del piano. Ma, a parte il fatto che poiché il piano ha rilievo geopolitico e non è privo di concorrenti e nemici è ovvio tenere le carte anche un po’ coperte, è anche natura di un progetto cooperativo aspettare che si vada formando la rete dei cooperatori, la dimostrazione concreta dell’impegno di ciascuno per stabilire esattamente cosa fa chi, dove, come e quando. E’ natura del progetto essere per certi versi “ridondante”. Questa rete deve avere sempre pronte una o due alternative di flusso poiché dai disastri naturali a quelli geopolitici procurati volontariamente o anche involontariamente (rivolte locali), il suo flusso principale est-ovest non si potrà interrompere mai del tutto. Altresì, per evitare l’effetto autostrada che desertifica le antiche reti locali, gli assoni principali dovranno comunque essere centro di più ramificate reti locali aumentando di molto la complessità logistica del progetto, complessità che conosce solo chi è in loco. L’impegno logistico e soprattutto finanziario quindi, ha solo stime ma è intrinsecamente difficile da stimare perché è un progetto che probabilmente avrà solo alcune parti definite ex ante ma molte più parti legate all’effettiva cooperazione tra partner diversi, cooperazione che potrebbe non accadere dove previsto ma accadere dove prima non si era previsto, secondo flessibile opportunità. Più che un piano di logica ingegneristica quindi è un piano di logica agricola, si semina, si cura, si vede che ne vien fuori, poi si taglia, si corregge etc. Abbiamo quindi a che fare con un progetto aperto, flessibile, ridondante la cui arborizzazione dovrà per certi versi seguire una logica di bio-geografia cooperativa per prendere l’esatta forma di ciò che dovrà strutturare.

Quello che invece già sappiamo è che il progetto ha sì capofila la Cina ma assomiglia ad una sorta di versione attiva dei “paesi non allineati”. Questa forma di cooperazione che nacque a Bandung nel 1955, ebbe una storia più passiva che attiva e la BRI sembra essere la sua evoluzione appunto in forma attiva. Questo dice anche dell’enorme rilievo geopolitico del progetto, molti stati di varie dimensioni e della più varia natura e cultura che si mettono assieme per fare una cosa di comune interesse, lasciandosi reciprocamente liberi di esercitare le proprie forme di sovranità. E’ questa la forma più conforme all’idea del destino multipolare di un mondo a 7,5 miliardi di persone, prossimi  10 miliardi. Il progetto non crea il fenomeno multipolare, lo accompagna. Non è possibile nella logica dei sistemi pensare ad un mondo di 7,5-10 miliardi di persone dominato da una gerarchia di vertice stretto, la reiterazione del “secolo di qualcuno”, semplicemente, non può funzionare “fisicamente”. Poiché quindi, ci piaccia o no, un aggregato così ampio ed eterogeneo, formerà spontaneamente i suoi grumi più fitti, i suoi attrattori naturali, BRI sembra essere l’ipoteca di un progetto che tende a tenere in relazione queste parti, secondo il più antico interesse che ha mosso qualsivoglia comunità umana di ogni tempo e luogo: scambiare le eccedenze con le mancanze, ovvero, commerciare. Tolti gli anglosassoni (britannici ed americani) è poi quello che hanno fatto anche veneziani, genovesi, portoghesi, olandesi, arabi, indiani, cinesi e financo giapponesi per lungo tempo, senza per questo che l’uno dominasse l’altro pensando di infine dominare il mondo intero. Anche se era proprio Braudel a pensare che ogni ciclo di potenza iniziava con lo sviluppo dei trasporti, a cui seguiva l’espansione commerciale, a cui seguiva l’intensificazione industriale, a cui seguiva “l’autunno” di potenza segnato dalla falsa primavera dell’egemonia finanziaria.

E’ lecito domandarsi allora, se questa è la precondizione di una nuova forma di globalizzazione. Qui sarebbe il caso di definire meglio i termini che usiamo altrimenti rischiamo di nominare nello stesso modo forme non analoghe. Lo scambio tra economie-nazioni è antico quanto le società complesse e forse anche più antico, non è questo che porta alla globalizzazione, lo sono le forme giuridiche-politiche-finanziarie che sovraintendono lo scambio, oltreché la formazione di una partizione densa dell’umanità sul comune pianeta. La globalizzazione WTO (in via di archiviazione) ad esempio, prevede un azzeramento  degli attori statali e quindi anche delle loro forme politico-giuridiche e regola lo scambio tra privati, secondo regole esclusivamente di libero mercato stante che la valuta di transazione internazionale è il dollaro. Quella che si avrebbe con una ramificata e complessa rete di scambi inter-nazionali secondo ad esempio, accordi bilaterali, regolati dalla mediazione tra le doppie giurisdizioni ed assecondata da un riferimento ad un paniere di valute, sarebbe internazionalizzazione. Si deve allora anche notare, che è in effetti da qualche anno (almeno quattro) che il volume delle transazioni commerciali mondiali ristagna e che stante che la BRI certo ha natura ovvia di supporto allo scambio commerciale, forse non è questa la sua prima ragione d’essere. La BRI potrebbe avere anche un significato economico in quanto tale e senz’altro un significato geopolitico, che i più attenti credono sia la sua prima ragion d’essere.

Il significato economico primo va riferito alla sua realizzazione più che al suo uso. La BRI è una forma di keynesismo planetario in quanto la domanda di  tubi, acciaio, ferro, rame, mattoni, cavi, traversine, locomotori, vagoni, navi, sistemi di controllo, ingegneria logistica, banchine, gru, magazzini, uffici, asfalto e cemento dovrebbe essere positivamente stimolata. Così la forza lavoro che dovrà dare forma a tutta questa materia iniziale ma anche in seguito alla manutenzione. Reimpiego del surplus cinese ovviamente, ma anche forme di finanza mista pubblico-privato in capo alle nuove istituzioni banco-finanziarie che si svilupperanno intorno al progetto. Certo il capitale privato, viziato dagli ultimi anni di redditività geometrica intorno alla finanza algoritmica, faticherà un po’ a vedere l’opportunità di un ritorno a medio-lungo termine e chissà poi quanto incentivante ma altresì, non è neanche possibile credere ad altri venti o trenta anni di finanza delle bolle, prima o poi tra Cina, Fmi che ha di recente sponsorizzato l’idea di riprendere gli investimenti pubblici infrastrutturali o il piano interno a gli USA che chissà se Trump arriverà a poter mettere in essere, i grandi attori dell’economia-mondo potrebbero recintare gli spazi di manovra dell’haute finance e costringerla a tornare ad investire nel mondo del concreto. Già Arrighi ci ammoniva sul fatto che quella tra potere del territorio e potere dei soldi è una dialettica dell’esito ricorsivo se si analizza il cosiddetto capitalismo nella sua lunga durata. Gli investimenti per produrre la rete potrebbero ritornare poi come spesa minuta per la nuova offerta di merci, l’industria dei paesi meno sviluppati potrebbe svilupparsi un po’ di più e così renderli maggiormente strutturati. E’ chiaro che in questo spazio economico, si dialogherebbe con più valute, almeno inizialmente. Da vedere poi se la richiesta di imprescindibile stabilità finanziaria, porterà a panieri che esprimono un nuova moneta di conto o se lo yuan prenderà forma egemone. Inoltre, è ancora tutto da vedere a chi andrà la proprietà di queste infrastrutture e quali saranno i rapporti tra consorzi internazionali che realizzano, quelli che gestiscono e le sovranità territoriali, nonché i pressanti e fondamentali problemi di compatibilità ambientale e di redistribuzione sociale. Se tutto questo mostrerà di poter crescere nel tempo, se le promesse verranno mantenute dalla difficile messa in opera delle intenzioni, questo aspetto del progetto è auto attrattivo: più cresce, più calamita risorse e partner, più cresce. Prima quindi di arrivare a definire le forme dello scambio cooperativo, si formeranno le logiche cooperative per realizzare il progetto.

Ma forse, il primo motore di questa ambiziosa iniziativa, più che economico o commerciale è geopolitico. La Cina sa di avere bisogno di alleati per proteggere ed alimentare la sua lenta ma inesorabile crescita di volume economico che poi diventerà immancabilmente politico. Questi alleati si trovano in forma naturale nella dinamica del mondo contemporaneo e sono rappresentati dall’avanguardia che il rapporto PWC The World 2050 ha definito gli E7 (emergent) ossia: Brasile, Russia, India, Cina (BRIC), Indonesia, Messico e Turchia. Oggi più o meno alla pari con i G7 come peso sull’economia mondo, nel 2050 varranno più del doppio degli occidentali (Pil a PPP). La dinamica è inesorabile, crescono poderosamente non solo gli E7 ma anche un seguito fatto di Egitto, Nigeria, Pakistan, Malaysia, Filippine, Bangladesh, Vietnam; scendono ed a volte crollano tutti gli occidentali che tra dollaro ed euro, IMF, WB, OCSE, BIS, Società di rating, grandi fondi ed assicurazioni, Wall street e City, controllano ancora oggi il gioco economico del mondo. Del resto, se si combinano i dati demografici, con quelli che premiano le economie che hanno ancora ampi e necessari margini di sviluppo, stante che ormai il mondo intero adotta il modo economico occidental-moderno come standard, seppur adattato, non c’è altro possibile risultato. Il tutto prende schematicamente l’aspetto di quella “grande convergenza” in cui c’è un ancient règime calante e decadente ed una pletora di sfidanti che hanno il comune interesse a prenderne alcune posizioni e leve di possibilità, sempre che non si mettano a competere gli uni contro gli altri. Il BRI a guida cinese o cinese-russa, condivisa al momento nella Shanghai Cooperation Organization ma domani in chissà quanti altri forum di cooperazione pronti a nascere, sembra allora proprio la strategia per compattare il fronte degli aspiranti di modo che non si perdano per strada in qualche ottuso egoismo particellare magari incentivato dal divide et impera e del vecchio gioco de ”il nemico del mio nemico è mio amico” (e varianti) alimentato dall’universo occidentale in contrazione. L’obiettivo è che il fine comune prevalga su quello particolare e la “squadra” protegga tutti i suoi membri dalle inevitabili ritorsioni ed insidie procurate da chi sta perdendo il dominio e con esso, le comode condizioni di possibilità che sostengono i rispettivi sistemi sociali. BRI è una strategia sottile e lenta, una tela tessuta a più mani per accompagnare delicatamente ma solidamente, la grande convergenza che segnerà la storia planetaria per i prossimi trenta e più anni, anche se il capo-tessitore, chi ha preso l’iniziativa (per quello si chiama “iniziative”  e non project), ha chiaramente gli occhi a mandorla.

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Amanti del discorso metaforico, i cinesi hanno citato a metafora del BRI, le anatre cigno selvatiche che in formazione, riescono a volare tra venti e tempeste mantenendo il loro ordine sistemico perché fanno branco e si aiutano a vicenda[1], alternandosi alla guida come i ciclisti in fuga. Ecco allora tornarci alla mente l’ochetta Martina di K. Lorenz, l’oca selvatica[2] che avendo avuto come imprinting della nascita lo studioso austriaco, lo seguì tutta a vita come fosse la sua guida. Chissà se Xi Jinping conosce Lorenz o se quel suo “Come diciamo spesso in Cina -l’inizio è la parte più difficile-” citato nella seconda delle tre parti del suo lungo discorso d’apertura del summit, è solo una sovrapposizione casuale. L’inizio, l’impriting del progetto è quindi fondamentale[3]. Xi ha riassunto i principi alla base del progetto così: BRI può essere  la struttura per la pace, BRI è la pre-condizione per lo sviluppo e lo sviluppo è la precondizione per l’ordine sociale e politico, BRI porta ad aprirsi ma non a dissolversi, BRI alimenta l’innovazione, ma ricordiamoci che BRI non collega solo economie diverse ma civiltà diverse.

Noi, in Occidente, abbiamo ormai smesso di credere ai discorsi cerimoniali e farà strano che io mi soffermi su i pistolotti retorici del presidente rosso. Ma quando si ha a che fare coi cinesi, consiglio di procedere con cautela nell’applicare copia+incolla le nostre logiche perché loro sono un sistema, certo umano, ma nato, cresciuto e sviluppato parallelamente al nostro e in molti punti ha un diversa genetica, un modo diverso d’intendere le cose, una logica propria, un senso comune diverso. Nei cinque classici confuciani, ad esempio, il Libro delle odi (Shijing  诗经, X – VII secolo a.C.), veniva usato dagli ambasciatori dei vari stati, spesso in lotta tra loro, anche come codice allegorico per dirsi le cose senza dirle direttamente, una sorta di canone diplomatico-poetico per essere franchi o allusivi, ma mai diretti. Le parole pubbliche quindi hanno un peso, quelle dette e quelle non dette, un peso diverso dal dovere retorico che ha da noi il discorso istituzionale pubblico. Consiglio quindi al lettore più attento e curioso di leggerselo tutto il discorso di Xi[4], prima di far scattare l’interpretazione standard del comunista globalista che eccita la Davos neoliberale. Peggio di non capire le cose c’è il pensare di averle capite avendole capite male o per niente.

L’etologo austriaco premio Nobel (1973), scrisse nello stesso anno del premio, gli “Otto peccati capitali della nostra civiltà” (Adelphi, 1973). L’ottagolo lorenziano, snocciolava queste insidie: la sovrappopolazione della Terra, la devastazione dell’habitat umano, l’accelerazione di tutte le dinamiche sociali a causa della competizione fra uomini, il bisogno di soddisfazione immediata di tutte le esigenze, primarie o secondarie che siano, Il deterioramento genetico causato dalla scomparsa della selezione naturale, la graduale scomparsa di antiche tradizioni culturali, l’indottrinamento favorito dal perfezionamento dei mezzi di comunicazione, la corsa agli armamenti nucleari. Lorenz vedeva, in sostanza, un rischio adattivo per la nostra civiltà, una civiltà che ha teso ad emanciparsi dai vincoli (biologici, geografici, delle risorse, dei limiti naturali e storici) ma che non ha ancora trovato un suo senso positivo, che è scappata da qualcosa ma non ha ancora definito bene dove andare e soprattutto “se” ci può andare. Forse Xi non conosce Lorenz ma per una naturale convergenza del pensiero umano, sembra che lui ed i cinesi abbiano risposto ai warnings di Lorenz, abbiamo definito dove “loro” vogliono andare, come e con chi. Cooperazione e competizione sono i due atteggiamenti naturali di ogni specie vivente, chi ha sviluppato più l’una, chi l’altra. La lotteria adattiva ha talvolta premiato l’una strategia o l’altra, tenendo conto che le due non sono solo in alternativa secca ma più spesso sono amalgamate in qualche “giusto mezzo”. Ad oggi, almeno a leggere le cronache, “loro” vantano cooperazione, “noi” -solo- competizione.

Va detto che il nostro Gentiloni  è stato uno dei pochi occidentali ad aver raccolto l’invito, uno dei 29 capi di Stato presenti. Ma l’Italia fa parte anche dell’UE e della NATO e sebbene usa (come del resto tutti gli altri) a farsi anche degli affari in proprio, potrebbe esser frenata a seguire il suo istinto naturale (che è geografico come si evince prendendo una qualsivoglia cartina), poiché il capobranco americano che tra l’altro abita un altro continente, decide diversamente. E’ allora importante che noi tutti si cominci a domandarci da che parte stare, come ci vogliamo presentare a quell’incontro di civiltà che propone Xi ma non solo. L’irruzione del “problema geopolitico” nel dibattito pubblico italiano è ben segnato dal numero in uscita di Limes dove il titolo “A chi serve l’Italia?” può e dovrebbe anche esser letto come “All’Italia chi serve?”, qual è il nostro interesse nazionale oggi e per i prossimi decenni? Chissà che nel nuovo mondo multipolare, per la terra di Marco Polo, non si aprano nuovi-vecchi orizzonti, quegli orizzonti mediterranei cantati da Braudel che suonano così diversi dalla metrica teutonico-anglosassone. Ora è quel momento iniziale, il momento dell’impriting, lì dove l’ochetta Martina decide che direzione prendere, a quale branco appartenere. Forse c’è politicamente qualcosa di più importante che seguire la mondezza romana o le vicende della tecnocrazia neoliberale europea o l’istant poll su quanto è cafone Trump o il dramma della dissipazione introflessa della fu-sinistra[5] o mettere i cuoricini su i post di che parlano bene di Putin. C’è da decidere cosa noi dovremmo fare per i prossimi trenta e più anni per darci nuove condizioni di possibilità senza le quali dovremo rassegnarci ad un futuro di utenti di  like e dislike ininfluenti.

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[1] http://www.atimes.com/article/xis-wild-geese-chase-silk-road-gold/

[2] Quella di Lorenz era una Anser anser mentre quelle citate dai cinesi sono Anser cygnoide, di origine mongola. La logica delle geometria variabile migratoria però è la stessa.

[3] Nella cultura della complessità, analogo (non identico) è il concetto di path dependence.

[4] https://america.cgtn.com/2017/05/14/full-text-of-president-xis-speech-at-opening-of-belt-and-road-forum

[5] Può essere interessante per coloro che vogliono ragionare sul diverso modo di sviluppare il marxismo la lettura dell’ultimo D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, 2017. Nel mio piccolo, convengo con  lui sull’insostenibilità dell’atteggiamento eccessivamente idealista del marxismo occidentale e per altro, sono i fatti del sempre più esiguo ed anziano suo seguito politico concreto a dimostrare questa insostenibilità.

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LA CRESCITA DEL DUECENTO – Note per una concezione adattiva della storia.

Tra il mille e la fine del milleduecento, la popolazione europea cresce decisamente, quasi raddoppia. Accanto a questo fenomeno di cui indaghiamo il ruolo causale (causante e causato) si riformano o formano ex novo le città mentre il possesso delle terre passa dalla centralizzazione regale alle signorie. Le signorie favoriscono la crescita della produttività nella coltivazione agricola, tanto da produrre eccedenze che vanno a sviluppare lo scambio nelle città (mercato). Questo aumento della produzione chiama ulteriori investimenti per dissodamento, deforestazione, bonifica, irrigazione che vogliono dire manodopera e strumenti prodotti dall’artigianato. Si pongono problemi di rete viaria per collegare città con città e città con campagne e si pone il problema della moneta, del suo valore e della sua circolazione. A sua volta, la moneta è chiamata anche dalla sincrona espansione dell’attività mercantile ed artigiana ed in mancanza di una risposta puntuale ed adeguata, nascono i primi strumenti finanziari e creditizi. La crescita del Duecento è l’innesco di un lungo processo che porterà alla modernità. Giovanni Arrighi, nel suo monumentale “Il lungo XX secolo” pone qui l’invenzione dell’alta finanza[1] dei Bardi e dei Peruzzi, poi dei Medici, in quella Firenze che accoppiò il commercio religioso per conto di Roma, con quello della lana che importava dai Paesi Bassi e dalla Francia e poi da tutte le nuove altre fonti, finanziando anche le produzioni del Nord Europa e collocando i prodotti nel Levante in cambio di spezie, tinture e prodotti esotici che rigirava alla nuova classe affluente europea. A seguire, la prima forma di capitalismo finanziario (che secondo Braudel è l’unico, vero, capitalismo in quanto tale), sviluppata da Genova, quello più spiccatamente commerciale di Venezia e la prima industria del milanese e del Nord Italia.

Cosa causò la crescita del Duecento? Il modello di causa semplice, prevede una causa che poi determina a cascata tutte le altre. Un modello di causa complessa può anche prevedere una prima causa con funzione di accensione del ciclo espansivo ma dovrebbe considerare l’intero processo come strutturato da un sistema. Ogni parte del sistema alimenta la crescita del sistema stesso e rinforza le altre cause talché l’innesco iniziale può essere anche una fluttuazione casuale che attraverso rinforzi non lineari, produce attraverso il “sistema” che alimenta se stesso, il nuovo fenomeno macroscopico. La descrizione del modello allora, tratterebbe il fenomeno di causazione come centrato sul sistema, un sistema certo innescato inizialmente ma in cui questa causa prima ha una funzione causale ma anche casuale. In realtà la causa forte del fenomeno è plurale ed interna al sistema stesso. E’ anzi proprio l’autopoiesi del sistema la causa forte del fenomeno e sarà la descrizione delle sue sincronie e diacronie a costituire la descrizione della sua logica causale. Infine, un sistema non è mai nel vuoto e quindi reagisce a molte sollecitazioni e limitazioni esogene mentre tenta la sua riconfigurazione.

Nella storiografia medioevale, si è ritenuto per lungo tempo che questa causa, “prima” in senso temporale, la causa della crescita del Duecento, fosse da ricercare in un abbinamento tra cambiamento climatico e momentanea riduzione delle diffusioni epidemiche che portarono ad un beneficio quantitativo demografico, ma con ulteriore beneficio qualitativo in seguito alla fine della triplice minaccia portata dagli invadenti popoli esterni (vichinghi e normanni, ungari, saraceni) . Questa spiegazione è stata promossa dagli storici mentre gli economisti hanno promosso la propria interpretazione, riportando la causa all’aspettativa di un crescita della rendita da parte dei signori che per rinforzare il proprio potere, hanno cominciato a fare investimenti che permettessero  un maggior e miglior sfruttamento della terra.

Tra 1000 e 1350 in Europa la popolazione cresce, si stima, da 30 a 70 milioni. Si tenga conto che dopo il 1350, la popolazione crolla di un terzo e ci metterà poi molto tempo a crescere di nuovo. Lo stesso incremento del 233% di questi tre secoli e mezzo, partendo dai 70 milioni raggiunti nel 1350, impiegherà quasi cinque secoli per prodursi di nuovo (circa intorno al 1815)[2]. Si tenga anche conto che produrre una crescita sistemica partendo da 30 non è come produrre una crescita partendo da 70, quanto più contenuto è il sistema tanto più è sensibile alle fluttuazioni causali e casuali.

Tenendo conto di questa considerazioni, appare allora non esistere una dicotomia tra causazioni climatico-epidemiche a loro volta supportate indirettamente dalla cessazione della pressione dei popoli esterni e quelle della prima comparsa della brama del profitto da parte dei signori. Queste cause sono in competizione descrittiva solo perché lo sono le discipline dei rispettivi studiosi. La causa prima a livello di sequenza fu a sua volta l’interazione di più cause, quelle predilette dalla lettura storica e quella prediletta dalla lettura economica. Un causazione pluralizzata dalla sincronia tra clima, minori epidemie e minor pressione delle invasioni barbare (che potrebbe anche esser stata causa delle minori epidemie) produsse non solo una prima fluttuazione demografica ma anche le ragioni per le quali, dato che il potere centrale ebbe minor ruolo e necessità poiché la funzione dei re era di accentrare e coordinare le milizie offerte dai signori, si sviluppò il diverso ruolo dei signori della terra. Questi, per altro, avrebbero dovuto “sentire” l’avvento di tempi favorevoli in quanto convergenza di variabili, prima di investire nell’aumento della produttività creando così l’innesco per la formazione dello scambio, quindi dei mercati e della rinascita cittadina. Questa poi portò sia alla comparsa di una nuova attività artigianale, sia della nuova rete che collegasse i centri tra loro e le città meglio alle campagne e non solo quelle immediatamente vicine, che portò poi allo sviluppo di un nuovo atteggiamento verso la moneta e l’attività finanziaria e creditizia a seguito della grande espansione commerciale. Questa espansione, godette in primis dell’aumento della domanda in seguito all’aumento della popolazione ma anche della fine delle turbolenze barbariche, variabili a loro volte condizionate dal clima.

La contrapposizione tra storici ed economisti non è l’unica, c’è anche la contrapposizione tra endogeni  ed esogeni della causa ovvero tra coloro che cercano le cause dei cambiamenti nei rapporti adattivi tra un sistema ed il contesto e coloro che le cercano all’interno del sistema al netto del contesto. Su questo piano, ci pare che la ragione rimanga dalla parte degli storici e degli esogeni più che degli economisti e degli endogeni e che il sistema economico non sia il senso primo delle forme umane di vita associata ma una funzione affiancata ad altre nel più generale sistema sociale che deve continuamente adattare le sue forme interne alla logica con cui la società si adatta al suo esterno, un esterno che è sempre in cambiamento anche se meno o più pronunciato. Se infatti, pur dandole il ruolo di minima fluttuazione iniziale che di per sé non è la causa determinata ma solo la condizione di possibilità, una causa singolare prima delle cause plurali prime va cercata nel caso in oggetto, essa rimane quella del cambiamento climatico. Fu il cambiamento climatico, principalmente, a determinare l’esaurirsi della spinta migratoria dei barbari che divennero stanziali. Ottenendo le loro migliori condizioni di possibilità dove già si trovavano, non ebbero più molta spinta a premere ed invadere i confini della prima Europa che, per altro, aveva evoluto le proprie capacità difensive. Questo portò anche un vantaggio di minor contagio epidemico che, com’è noto, dipende in gran parte dai contatti tra popoli che sono cresciuti a lungo separati, sviluppando proprie immunità che sono diverse le une da quelle degli altri[3]. Non solo gli abitanti della prima Europa, vissero un po’ di più ed un po’ meglio perché non trucidati dagli invasori e falcidiati dalle epidemie ma anche loro, cominciarono ad ottenere primi benefici dal cambiamento climatico in termini di produzione e quindi di alimentazione. Se l’assenza delle minacce invasive diede minor ragione dell’esistenza dei poteri centrali che ai tempi avevano l’unica funzione di coordinare l’attività militare svolta dalle forze dei tanti signori legati dai patti feudali alle monarchie, questi si poterono certo meglio dedicare allo sviluppo delle proprie terre anche mossi dalle migliori condizioni di possibilità generali tra cui il trasferimento della proprietà e il suo lascito in eredità. Certamente questa visione di un futuro per la prima volta da molto tempo più roseo e promettente, li mosse all’intraprendenza ed a tutto ciò che gli economisti hanno notato come aumento della produttività e conseguente produzione di quelle eccedenze che innescarono tutte la cause sistemiche seconde.

Se tutto ciò lo adottiamo come descrizione esplicativa, ne traiamo quattro possibili considerazioni epistemiche:

  • La prima è che nei fenomeni complessi non esiste la causa singolare ma le cause al plurale. Il che certo diminuisce il ruolo del pensiero determinista ed aumenta quello del pensiero casualista non al punto di sostituire quello con questo ma al punto da relativizzare entrambi gli assunti estremi (caso e necessità) che sono più polarizzazioni concettuali utili alla logica binaria della nostra mente che fatti concreti del reale.
  • La seconda è che i sistemi umani, fatti di società, economia, cultura, storia etc., sono mossi da una generalissima regola che impone l’adattamento a condizioni esterne e se queste non cambiano è meno probabile cambino anche i sistemi umani. Anche qui, ha minor senso l’estremismo endogeno e maggior quello esogeno senza per questo ricadere in un determinismo stereotipato stante che il risultato finale di una adattamento risulta sempre dalla relazione tra la forma e la storia del sistema ed il suo contesto e né solo il primo determina tutto, né solo il secondo.
  • La terza è che il cambiamento è dipendente sia dalla dimensione ovvero strutturazione e resilienza del sistema, sa dall’entità della o delle cause esterne. Significative queste ultime, ci vuole comunque un sistema sensibile alle fluttuazione e perché s’inneschi un cambiamento significativo, ci vogliono cicli non lineari di imput – output che moltiplichino e diffondano treni di causazioni innescati anche da sole fluttuazioni.
  • La quarta è che il cambiamento strutturale dei sistemi è costante e progressivo nel tempo ma quando agiscono cause plurali esterne di una certa entità (misurabile sia in quantità che in qualità) alla configurazione adattiva interna ai sistemi, è richiesto un salto, una riconfigurazione che porterà ad una radicale trasformazione, ad una “forma nuova”. Questo lo registriamo nel passaggio delle ere e -in parte- delle epoche.

Tornando alla storia dell’economia del medioevo centrale, se ad esempio la densità abitativa dell’Europa fosse stata minore e le eccedenze fossero state scambiate tramite mercanti itineranti (come -in parte- nel mondo musulmano), non si sarebbero formati i mercati, non si sarebbero formate le condizioni forti per la rinascita cittadina, non si sarebbe sviluppata una attività economica che viene spesso sottovalutata: l’artigianato. La rete di città tra loro collegate che andava dall’Italia[4] alle costa del Mare del Nord, città accompagnate da campagne che a latitudini diverse producevano prodotti diversi quindi maggiormente scambiabili (l’islam, ad esempio, si sviluppò lungo lo stesso parallelo, Rabat-Tripoli-Damasco e Bagdad sono allineate tutte poco sopra il 30° parallelo; tra i prodotti svedesi e quelli del Maghreb importati dalle flotte delle città stato italiane invece, passano ben quattro paralleli, dal 30°, al 60°), fu la condizione di possibilità principale affinché le varie cause potessero agire di concerto. In più, sarà questa “vivacità commerciale” la ragione stessa della transizione successiva prima all’alto medioevo e poi alla modernità, non prima di essere però passati per la catastrofe dei cinque anni della peste del Trecento, un evento decisivo per molte ragioni tra cui il crollo dell’immagine di mondo che dominava la mentalità del medioevo. Fu proprio questo passaggio a cancellare l’uomo imbozzolato nella fede provvidenziale con tutto il portato di gerarchia terrene a modello di quelle celesti e ad aprire all’uomo intraprendente mosso da varie ragioni ma presto anche temperato dalla razionalità calcolante già sottolineata da Weber.  Nell’unità metodologica “società” in cerca di adattamento, non esiste una divisione netta tra strutture e sovrastrutture, l’uomo fa ciò che pensa e pensa secondo quanto ha già fatto e realizzato di efficace, nel più classico dei cicli ricorsivi.

L’impostazione adattiva della storia racconta dei successi e dei fallimenti che le forme dell’umano vivere associato (clan, tribù, etnie, società, regni, imperi, stati, civiltà) incontrano nel corso della loro reciproca interrelazione e della relazione con il contesto geo-climatico che le ospita. Il “sistema” scelto come forma del vivere associato, ha sempre il compito di ridurre il disordine intrinseco che la dinamica del mondo ha e quindi di produrre ordine. La società è un veicolo adattivo usato dagli individui per vivere il più a lungo ed al meglio possibile, questo è il significato originario del vivere associato che è strategia primitiva del biologico. Usando in analogia il funzionamento alla base dell’origine e del mutamento delle specie, le innovazioni tecnologiche, le dinamiche tra classi, i grandi uomini possono corrispondere alla casuale proposizione di innovazione genetica dovuta ad errori di replicazioni del DNA ma alla fine sarà il rapporto tra organismo (la società) e gli altri organismi (le altre società) e l’ambiente (il contesto geo-storico-climatico) a dare l’assenso o meno sulla favorevole esistenza di questa novità. Le civiltà, le società, i grandi sistemi egemoni della storia umana, ad un certo punto falliscono perché nati inconsapevolmente e non intenzionalmente per qualche ragione che ne determinò il primo positivo adattamento, non riuscirono a produrre novità adattiva alle mutate condizioni di ciò a cui dovevano nuovamente adattarsi. La storia, racconta questi successi e questi insuccessi.

A proposito di contesti, gli economisti farebbero bene ragionare includendo le variabili geografiche e farebbero meglio ad adottare logiche sistemiche e complesse a cui, in genere, sembrano allergici. Sembra costitutiva della presunta “scienza”[5] economica, la tendenza a ridurre il complesso sociale a quello economico (un “materialismo storico” che sembra accumunare tanto i marxisti che i liberali), trovare in questo presunte leggi di natura (con una definizione di natura umana che è sconcertane) che diventano oggetto di formule dall’oggettiva apparenza, scollegarsi da discipline come la demografia, la sociologia, la psicologia umana, l’antropologia, la geo-storia attraverso l’abuso di quel “ceteris paribus” che ipotizza comode parità di condizioni che invece pari mai sono, concentrarsi solo sulla vista endogena visto che i contesti non contano (?), abusare di descrizioni a grana grossa quando il racconto storico mostra un tal numero di variabili componenti i fenomeni da suggerire di tener conto di una costante rete delle cause, per altro dinamiche. Due sono i modelli scientifici principali della modernità, quello di Newton e quello di Darwin. Il mondo della complessità fisica ha trovato il suo paradigma in Newton, quello della complessità biologica l’ha trovato in Darwin (un Darwin che noi consideriamo come teoria adattiva non come teoria dell’evoluzione). Il pensiero economico farebbe bene a dimenticare Newton ed a ripassare la lezione di Darwin.

Quanto detto per gli economisti, non vale solo per loro, i sociologi che sarebbero in teoria più attrezzati a considerare l’unità metodologica “società”, che è poi il vero ed unico soggetto oggetto di dinamica adattiva macroscopica, adottano più variabili ma cercando la “struttura delle relazioni interne”, tendono anche loro a decontestualizzare il loro oggetto di studio. Isolando l’oggetto dal contesto, loro ma anche molti altri, finiscono in quel relativismo con ambizioni universalizzanti che è l’occidental-centrismo. Dimenticandosi di contestualizzare all’Europa o all’isola americana abitata prevalentemente da ex-europei, finiscono con il confondere ricorrenze locali con leggi generali. Poi vanno a leggere l’islam o la Cina o l’India e rimbalzano perplessi perché i fatti violano le teorie ma lungi dall’assumere questa falsificazione per  tentare nuovi modelli, fanno finta di niente e con ciò, rinforzano le infondate pretese universali della cultura europea che rimane coloniale nel suo DNA epistemologico. Meglio gli antropologi che almeno per costituzione, vanno a studiare gli Altri anche se solo quelli allo stadio pre-civile. Nel complesso, se queste discipline si parlassero un po’ di più, la somma delle loro parzialità forse migliorerebbe il totale, ma questo appello alla reciproca interferenza è anatema per il bon ton accademico che protegge la divisione del lavoro cognitivo più di quanto Taylor proteggesse la segmentazione produttiva nella catena di montaggio.

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La cultura della complessità, a livello paradigmatico, invita a rifuggire dal riduzionismo, dal determinismo ed invita positivamente ad includere nei sistemi interpretativi (dove anche le descrizioni sono interpretazioni), eterogenei contributi pluri-disciplinari. Il riduzionismo è una forma di compressione algoritmica, un sussumere molte cause in una. Il determinismo è la pre-decisione si debba individuare strette necessità quando ciò che chiamiamo “caso” (più spesso un coacervo di cause minori legate da un gomitolo di interrelazioni non lineari che assume l’aspetto di “fluttuazione”) ha spesso altrettanto ruolo. L’appello a darsi impianti interpretativi che nel caso in questione non possono escludere la storia del prima e del dopo, la climatologia, la geografia, la demografia, le mentalità, ciò che è intorno, la sociologia quanto l’economia e financo l’epidemiologia, serve proprio per produrre descrizioni più attinenti alla complessità del descritto senza costringerlo nel letto di Procuste dato dai confini fissi della disciplina di cui siamo specialisti. Altresì, le cause efficienti vanno rapportate a quelle permettenti, le condizioni di possibilità si aprono e si chiudono favorendo o impedendo l’azione casuale ed il fatto “nuovo” che si cerca immediatamente per dar ragione di un evento “prima no-poi sì” può non esser qualcosa di veramente nuovo ma qualcosa di vecchio che si comporta in modo nuovo o permette ad altri fenomeni di comportarsi in modo nuovo. Infine, tra la perfezione formale povera di contenuto dei “modelli” e delle “leggi” a la rugosità del reale pieno di eccezioni e localismi, si consiglia una continua spola tra le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Se la nostra cognizione abbisogna di grana grossa (astratto) per sussumere il tanto in poco dato che la nostra capacità mentale è poca, si deve sempre ricordare che il mondo che interpretiamo è fatto della trama a grana fine (concreto), se non finissima perché è “tanto” e “complesso”.

Insomma, il mondo è complesso e dovrebbero esserlo anche i nostri sforzi descrittivi ed interpretativi.   Poiché è con queste descrizioni ed interpretazioni che produciamo quella conoscenza, che è l’unica risorsa umana per sviluppare positivo adattamento al cambiamento dei contesti nel tempo, in un mondo sempre più complesso com’è il contemporaneo, questo invito prende forma di imperativo. Imperativo confermato dalla obiettiva difficoltà di rispondere alla domanda: le nostre società sono adatte al contesto nel quale si trovano e sempre più si troveranno? Il modo di stare al mondo che originò da quella crescita del Duecento, un mondo frazionato in zolle di civiltà tra loro scarsamente collegate e complessivamente sottopopolate (circa 500 milioni di abitanti il pianeta), è adattivo anche in un mondo iperconnesso benché frazionato in più di 200 stati, con 7,5 miliardi di abitanti? Continuerà ad esserlo con i 10 miliardi che avremo tra tenta anni?

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[1] Ma invero molti altri otre a lui, ad esempio Braudel.

[2] Apparirà allora ben significativa il dato di crescita della popolazione mondiale che tra il primo ‘900 ed oggi (poco più di un secolo) ha registrato un +400%.

[3] McNeill (2012)

[4] L’Italia era a sua volta il terminale degli scambi con Medio Oriente ed Africa.

[5] Chi scrive sostiene che scienza si ha dei fenomeni esclusivamente naturali. Si possono avere prestiti metodologici, suggerimenti sperimentali, si può usare in modo analiticamente proficuo per ottenere sintesi per elaborare ragionamenti il linguaggio e la logica matematica ma questo “tendere” ad una conoscenza certa e riproducibile rimarrà costitutivamente   sempre un “tendere” e mai un “essere”. Sarebbe allora meglio, trovare un altro termine per quelle discipline che usano iscriversi alla categoria delle “scienze umane”.

Piccola bibliografia:

  1. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, 2014
  2. Bordone, Sergi, Dieci secoli di medioevo, Einaudi, 2009
  3. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, 2001-2016
  4. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981
  5. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012
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COMMANDER IN CHIEF.

Speak softly and carry a big stick; you will go far (“Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”). Conosciuta come “politica del grosso bastone” o “diplomazia delle cannoniere”, la strategia allude alla più antica “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, già presente (con altra formulazione) nelle Leggi di Platone e poi nella tradizione latina. La politica del grosso bastone, fu memorabilmente promossa da Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti (1901-1909) che per altro, venne poi anche insignito del Nobel per la pace, diventando una delle quattro facce scolpite sul costone del monte Rushmore. Il senso è intuitivamente chiaro: poiché le parole rischiano di rimanere “flatus voci”, devi metterci sotto qualche atto conseguente di modo che prendano la consistenza dell’anticipo dell’atto. Insomma se domani ti siedi ad un tavolo per trattare qualcosa, è meglio che gli interlocutori sappiano che le chiacchiere non stanno a zero, le parole hanno conseguenze. Il momento topico dell’attacco missilistico “one off” coi 59 Tomahawk è stato quando Trump si è chinato a cena a sussurrare all’orecchio di Xi Jinping “…ah sai, sto bombardando la Siria”. Trump ha colto al volo l’occasione (o qualcuno ha “preparato l’occasione”, questo non lo sapremo mai) dell’infrazione chimica, per segnare alcuni punti che tornano utili per le sue molteplici trattative.

Il primo punto lo ha rivelato in anticipo lui stesso qualche giorno fa. Secondo Trump, Obama ha preparato le condizioni per il disordine siriano laddove pose la famosa “linea rossa” ma poi non conseguì la punizione alla minaccia del suo superamento. L’advisor del National Security Council – H.R.McMaster – è conosciuto come uno dei più grandi strateghi militari americani, già autore di un testo di strategia militare -Dereliction of Duty (1997) – in cui sosteneva che l’azione militare deve comunicare la volontà politica e solo se questa non basta, deve allora risolvere il problema in senso puramente militare, senza tentennamenti. Sostenne che fu questa vaghezza a monte a portare gli USA a far la figuraccia che fecero in Vietnam. Gli USA avrebbero dovuto usare subito con una certa trattenuta decisione l’opzione militare per portare al tavolo della pace il Vietnam del Nord, ovviamente all’inizio del conflitto quando la posizione Washington-Saigon era ancora forte e se e solo se ciò non avessero conseguito l’obiettivo desiderato, allora avrebbero dovuto procedere ad una azione militare massiccia e definitiva. Trascinare una guerra lunga con volontà incerta, fu la responsabilità del duo McNamara – Johnson, una responsabilità terribile in termini di risultati pratici: lunga scia di vittime e sconfitta sul campo[1]. Il primo punto quindi è: alle parole conseguono fatti, prendeteci alla lettera e regolatevi.

Il secondo punto segnato è che gli USA ribadiscono di diventar massimamente informali. Se ne fregano a priori dei riti di condivisione e degli equilibri diplomatici, rilevano un problema, agiscono, poi discutono se c’è ancora chi vuole discutere. E’ una postura da gioco multipolare, specificatamente unilaterale mentre quando il mondo era unipolare si consigliava la multilateralità, potenza della simmetria uno-molti. Gli USA accettano la riduzione a giocatore tra i giocatori ma ne conseguono il diritto a perseguire unilateralmente e in base alle carte che hanno in mano, il proprio interesse nazionale ed il tipo di gioco che gli permetterà di perseguirlo, per altro, da una posizione ancora molto forte. Per inquadrare l’improvvisa pioggia di Tomahawk, alcuni analisti hanno anche scomodato il vecchio Kissinger, fautore di una sorta di melange tra la strategia “Ivan il pazzo” (si ricorderà lo film “Caccia all’Ottobre rosso” con un carismatico Sean Connery) ovvero la pura imprevedibilità e una cosciente vocazione ad accrescere il caos. Al riparo su una isola confinata tra due vasti oceani, gli Stati Uniti d’America, hanno tutto l’interesse ad accendere complicate carambole di “divide et impera” e “il nemico del mio nemico è mio amico” in afro-eurasia. Questo mette in oggettiva difficoltà i competitor e porta gli –a volte- ambigui, indisciplinati e riottosi alleati, a sottomettersi a quella “servitù volontaria” lucidamente descritta da De La Boiéte, già nel XVI secolo, giusto una trentina d’anni dopo Il Principe di Machiavelli.  Ciò vale tanto per il quadrante asiatico, che per quello euro-russo e per quello mediorientale e naturalmente, di più per lo specifico siriano e il futuro tavolo che dovrà chiudere in qualche modo il conflitto ma vale anche per i tavoli di trattative commerciali o all’interno delle istituzioni globali (ONU, Fmi, WB, BRI). Il secondo punto quindi è: state preoccupati, allineati, coperti ed in mancanze di previsioni certe, aspettatevi il peggio.

Il terzo è un punto di politica interna. Già gravemente sanzionato dai sempre più disastrosi sondaggi d’opinione, poco amato da ampie parti della maggioranza repubblicana al Congresso, costantemente accusato di rapporti ambigui con i russi, Trump sconta la sua oggettiva minoranza nel paese reale, nello Stato profondo e nelle istituzioni che dovrebbero ratificare gli atti politici conseguenti la sua impegnativa strategia di medio-lungo periodo. Catalizzare queste disordinate forze contrarie rispolverando il “commander in chief”, è un classico delle strategie del consenso. In particolare, bombardando alleati dei russi, bombarda a sua volta coloro che lo hanno bombardato con le accuse di connivenze con il nemico storico ma altresì, aiuta ad alzare in volo il Boeing che porterà Rex Tillerson prossimamente a Mosca[2]. Ufficialmente c’è da “spiegare” ai russi le nuove regole del gioco (Nord Corea, Ucraina, Siria, contro-terrorismo) ma è anche assai probabile che, nel chiuso delle stanze, si continuerà quella complessa trattativa portata avanti già da Manafort, Page, Flynn (tutti “pizzicati col topo in bocca” dalla stampa americana e tutti costretti alle dimissioni) e chissà chi altro, la trattativa su i nuovi assetti delle relazioni geopolitiche certo ma anche quella sulle nuove relazioni petrolifere. Del resto, se fai Segretario di Stato il capo della Exxon-Mobil , è evidente che non stai solo giocando a Diplomacy. Senza perdersi nelle analisi borderline su i siti di geopolitica del cosa-c’è-sotto, bastava guardare il servizio di ieri sera dell’asciutto Mark Innaro da Mosca su i Tg RAI per capire che se avverti al telefono i russi e quindi i siriani che stai per bombardare, spari 59 bomboni ma ne arrivano meno della metà, distruggi vecchi Mig, la mensa ed un radar ed il giorno dopo i siriani usano le piste bombardate per riprendere i raid su Idlib, stai giocando più a fake-wrestling che ad una vera scazzottata di strada. Il terzo punto, rivolto all’interno quindi è: follow me e lasciatemi fare, ho un piano per ripristinare il prestigio della nazione.

Insomma, ci metti un po’ di bastone per disciplinare l’interpretazione delle parole su i tanti tavoli di trattativa che hai aperto e dovrai aprire, dai contributi NATO ai disavanzi commerciali, passando per la Corea, la stessa Siria, i rapporti con gli amici (dai riottosi ai convinti)) ed i nemici, il Messico piuttosto che l’Iran; fai capire che non sarà facile capire cosa hai in mente e soprattutto cosa, come e quando farai quello che farai sebbene una cosa è certa: lo farai; fai capire ai tuoi che stai lì per fare l’interesse nazionale e non per bieche ragioni di bottega personale chiedendo fiducia e mani libere dal sospetto. Tutto ciò a premessa del fatto che il tempo corre e fra due anni, devi portare alle elezioni di mid-term, risultati tangibili e non equivochi, per darti quella maggioranza effettiva senza la quale non potrai conseguire l’obiettivo fondamentale: sviluppare la “storicità” della tua presidenza.

Funziona? Mah, il problema, per chi frequenta queste pagine, è noto. Il mondo sta sviluppando una crescente complessità nel mentre gli equilibri generali vanno naturalmente (ovvero per via della ridistribuzione dei pesi demografici ed economici) in sfavore dell’Occidente, Occidente che è sempre meno coeso nell’asse USA – EU ed all’interno dell’Europa stessa dopo che i britannici hanno chiamato il “tana libera tutti”. Di contro, Trump è minoranza assoluta tanto rispetto al suo Paese complessivamente inteso, quanto rispetto alla composita accozzaglia di forze che lo hanno portato alla Casa Bianca e queste, all’interno del partito repubblicano e nello “stato profondo”. Dover invertire il trend nello score e cominciare a produrre risultati positivi crescenti per arrivare a medio termine all’incasso elettorale sarà molto ma molto difficile. Il paradosso della strategia di Trump è che a fronte di un già nutrito numero di nemici naturali ed acquisiti, essa stessa ne produce nella misura in cui  una postura decisionista, aggressiva ed egoista produce conflitto nel mentre cerca di gestire i conflitti. Il momento storico di crescente complessità, ha prodotto nel sistema dominante americano, la sua reazione istintiva: il grande semplificatore. Tra i tanti aforismi attribuiti (probabilmente erroneamente) ad Albert Einstein che girano sul web, c’è quello che dice “Fai le cose nel modo più semplice possibile ma senza semplificare”. L’idea che il mondo sia un tavolo in cui l’azienda USA ha un problema da trattare coi fornitori per ottenere il massimo risultato per assicurarsi benessere e longeva prosperità, è la tipica semplificazione da falsa analogia. Poi è doveroso aggiungere che il mestiere critico, ancorché affetto da cronica impotenza, ha anche i suoi lati facili. L’ideale stratega degli Stati Uniti d’America, anche fosse Sunzi (Sun Tzu, stratega cinese del VI-V scolo a.C.), non potrebbe non constatare che al tavolo da gioco, ha ancora un bel montarozzo di fiches ma le carte di medio-lungo periodo son proprio bruttine.

Se abbandoniamo l’album di figurine degli “uomini illustri” tanto caro al modo anglosassone di leggere la storia e leggiamo i fenomeni impersonali, le potenti forze mareali e sistemiche che tramano il modo di essere del mondo attuale, gli Stati Uniti d’America appaiono come quell’Impero romano a cui spesso si son paragonati. Anche per quell’impossibilità a ripensarsi in altra forma che non quella della coazione espansiva o comunque al centro di un ampio disequilibrio tra consistenza ed ambizioni. Questa incapacità a ripensarsi che vale tanto per gli americani che per gli europei, è la frattura storica più allarmante tra il Noi ed il Mondo, sia esso quello naturale, sia esso quello abitato dagli altri popoli e civiltà. Mai come di questi tempi, nessuno risponde presente, nell’intellettualità anglosassone ed occidentale, all’appello delle idee, nessuno -pare- ha idee messe a sistema di come poter affrontare i tempi. Nelle sue forme di vita associata, l’essere umano occidentale, sembra ancora essere al livello evolutivo in cui si replicano i modi di consueti, senza avvertire che i feedback che il comportamento genera nella sua azione sul mondo, comunicano l’urgente inversione delle logiche, la responsabile accettazione dei limiti che pervicacemente continuiamo a forzare, il faticoso varo di strategie costruzioniste che non siamo capaci di pensare, figuriamoci mettere in pratica. Troppo difficile prendere atto, troppo difficile conseguirne piani di ristrutturazione adattiva delle nostre società e dei nostri modi di vita e della nostra stessa “mentalità”, troppo difficile anche per i critico-critici uscire dalla facile posizione del “negativo” per avventurarsi -ora che suona la campana- per gli impervi sentieri dell’immaginazione di un nuovo ma concreto modo di stare al mondo.

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[ A questo quadro mediorientale, aggiungo un più sintetico quadretto sull’area pacifica aggiungendo in copia-incolla il post sul mio facebook mattutino.]

IL BASTONE PACIFICO. In un precedente post, avevamo proposto la strategia Roosvelt della diplomazia del grosso bastone, come ragione dell’improvvisa pioggia di Tomahawk sulla Siria ed avevamo segnalato la non fortuita coincidenza tra lo show pirotecnico ed il primo vis à vis tra Trump e Xi Jinping. A seguire, Trump sposta la 3° flotta da Singapore e la manda in un imprecisato “Pacifico occidentale” che tutti immaginano essere non lontano dalle acque territoriali nord-coreane. Il tutto preparato da un precedente dichiarazione di Tillerson che aveva avvertito Pyongyang che la pazienza strategica era terminata e l’opzione militare era sul tavolo. Zerohedge (grazie a F.F.Polizzotto che ha segnalato la news), riprende testata sud-coreana che sostiene che Pechino sta ammassando la bellezza di 150.000 soldati al confine con la N-Corea. Ed è subito panico.
Qual è la razionalità strategica di questa mossa? Tentiamo una risposta:

1) La N-Corea è capofila di un possibile fenomeno che inquieta non solo gli USA ma l’intero Consiglio di Sicurezza ONU, Cina e Russia comprese. Si tratta del fatto che ogni potenza nucleare è a sua volta a capo di un potenziale polo, il che in un mondo multipolare vale parecchio. Ogni altro paese che tenta di dotarsi di un’arma nucleare, oltre ad accendere catene di “la voglio anch’io, perché lui sì ed io no?”, defeziona dal pigolante seguito di questo o quel possessore di ombrello nucleare, si mette in proprio e così facendo diventa un attore -quantomeno militare- della scacchiera geopolitica. Il che diminuisce il potere dei grandi nucleari ed aumenta l’entropia del gioco internazionale. Gli USA debbono impedire lo svolgimento di questo processo, prima che sia troppo tardi.

2) La N-Corea, a questo punto, minaccia potenzialmente Tokio e Seul, non minaccia nel senso di voler vaporizzare i vicini ma nel senso che eventuali escalation d’area per qualsivoglia motivo, possono portare Pyongyang a valutare questa opzione. La famosa “deterrenza nucleare” funziona così. Tokio e Seul sono i pied à terre USA nell’area che è l’area cinese e russo siberiana. Ma Tokio e Seul (assieme a Taiwan)sono anche i destinatari delle prime telefonate di Trump appena eletto e della visita dell’appena eletto Tillerson e lo sono dopo che Trump ha dichiarato che il TTP era ritirato dal tavolo. Tokio è il terzo deficit commerciale USA appena una ticchia sotto la Germania (il primo è la Cina, com’è noto intorno al 50%), Seul è il nono, praticamente a pari con l’Italia. In S-Corea e Giappone, gli americani hanno uomini e piattaforme missilistiche costose. Oltre a Tokio e Seul, l’area conta altri attori dalla Manila del bizzarro Duterte all’ondivaga Malaysia ad Hanoi.

3) Naturalmente, l’elefante nella stanza (versione asiatica della mucca nel corridoio di Bersani) è la Cina e qui la partita strategica è troppo grossa per entrare in un post. Non va dimenticata anche la Russia che giunge all’area con le propaggini siberiane, il supporto non visibile a Pyongyang, il nuovo gasdotto che potrebbe rifornire il Giappone.

Ritratto di Kim Jong-un da cucciolo

Ecco allora una splendido quadretto per fare questo: “scordatevi i trattati commerciali in cui pietiamo qualche vantaggio tattico facendoci invadere dalle vostre merci. Da oggi o state con noi o state contro di noi e stare con noi significa fare quello che noi vi diciamo di fare e soprattutto pagare per il servizio di protezione (l’Australia ha già firmato un lucroso contratto con Raytheon per i sistemi di difesa a terra) . Protezione da cosa? Beh qualche minaccia già c’è ma noi provvederemo ad aumentare la tensione dell’area e voi vi cagherete sotto dalla fifa e verrete a piagnucolare per essere protetti. Noi vi proteggeremo (pare che a Washington stiano pensando di mandare testate nucleari in S-Corea e questo alla vigilia di elezioni in cui è dato vincente un social-democratico che altresì avrebbe voluto ridiscutere la presenza USA nel paese per fare pacifica area di scambio con la Cina) ma questo è il listino (segue elenco che potete facilmente immaginare)”. Riallineare i riottosi alleati dell’area spendendo meno che col TPP ed anzi facendosi pagare i già correnti costi di difesa. Costringere la Cina a rendersi conto che è accerchiata da amici del nemico principale, assumere il ruolo di regista delle dinamiche dell’area tenendo tutti sulla corda dato che con un piccolo strappo, il nodo scorsoio stringe la gola. Rimarcare il principio già espresso in Siria, con specifica declinazione atomica. Kim Jong-un, nel frattempo, ha fatto ammazzare il fratellastro di modo che non ci sia possibile liscia (dinastica) successione per un ipotetico regime change.

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[1] Per altro, senza faticare a scrivere 446 pagine e tagliar inutilmente alberi, bastava l’aforisma 6 del capitolo II del definitivo “L’arte della guerra” di Sunzi (Sun Tzu): “Non c’è esempio di stato che abbia tratto beneficio da una guerra prolungata”.

[2] Al momento, Reuters conferma il meeting dell’ 11-12 Aprile prossimo. Se “qualcosa” dovesse accadere tra oggi (9 Aprile) e mercoledì, potrebbe saltare ma ci scommetterei che verrebbe fissato nuovamente, magari proprio per discutere il “qualcosa”.

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CHI CONTROLLA I CONTROLLORI ?

 

La nuova rivoluzione industriale è quindi una spada a doppio taglio. Essa può essere usata per il benessere dell’umanità […]. Ma se noi continueremo a muoverci sui binari liberi ed ovvi del nostro comportamento tradizionale, e a seguire il nostro tradizionale culto del progresso e della quinta libertà – la libertà di sfruttare – è certo che dovremmo  aspettarci un decennio ed anche più di rovina e disperazione.

N. Wiener, 1950[1]

 

Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori  sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani.  Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione  tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4]. Lo stato interconnesso delle nostre economie intorno la principio di concorrenza, imporrà il cambiamento come nuovo standard planetario, lo si desideri o meno.

Il libro inchiesta di Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Einaudi, Torino, 2016, è un competente ed onesto lavoro sul tema, una aggiornata overview sul fenomeno su cui l’autore, già centrato da anni su i temi delle nuove tecnologie, ha raccolto informazioni negli ultimi cinque anni. La posizione di Staglianò è critica verso il tecno-entusiasmo[5] e cerca di indagare fattivamente quanto il fenomeno sia in effetti preoccupante[6], soprattutto in via previsionale.

Ma al di là delle ancora non stabilizzate previsioni c’è anche un segnale indiretto che avverte con chiarezza di dove la bilancia stia pendendo. Ci riferiamo alla mobilitazione dei grandi del settore (Google, Facebook, Amazon, Apple etc.), in favore di un set di idee che vanno dal reddito  di base, alla partecipazione azionaria diffusa al capitale delle imprese che sfornano innovazioni di modo che quegli stessi che perdono il lavoro o parte del reddito ne recupererebbero almeno un po’ in quanto azionisti[7], alle spinte a rivedere a fondo la formazione scolastica in direzione meno specializzata e più complessa, alla commissione di studi (Deloitte, Forrester research, PWC ed altri) che cerchino di ribilanciare le previsioni più allarmate ed allarmanti. Stante che -comunque- nessuno di loro ha la minima intenzione di mettere in discussione quei 100-130 miliardi di dollari di sottrazione fiscale dovuta alla ricca offerta di tassazioni di favore di cui approfittano con implacabile sistematicità. Così, le previsioni sul futuro espanso dell’economia digitale, oltre a prevedere consistente crescita della disoccupazione tecnologica, indicano anche l’ennesima creazione di valore ristretta a sempre meno persone[8] con conseguente ulteriore radicalizzazione di quella diseguaglianze che ci sembravano già insopportabili ma il cui fondo insondabile siamo -pare- ancora ben lungi dal toccare.

Se a tutto ciò, uniamo i quarti di luna su i “web nazionali” che secessionano dall’impero delle signorie della Valle del Silicio[9], i propositi di web tax che aleggiano in molte parti d’Europa (con il significativo distinguo del nostro ex Presidente del Consiglio ormai colonna portante dell’internazionale libertarian-liberista-liberale, di recente proprio a prendere il brief in Silicon Valley), il sempre più vasto movimento di conflitto contro le ricadute perverse di Uber, Airbnb, Foodora e company e da ultimo, la certificazione pubblica data da Wikileaks (Vault 7) sull’utilizzo dei device personali e casalinghi (Internet of Things, IoT) da parte della Cia e dei suoi 15 tra fratelli e sorelle (più amici privati che ne hanno comprato le tecnologie sottobanco tanto tutto ha un prezzo), allora vediamo che il problema c’è, ci sarà sempre di più e le reazioni che s’annunciano preoccupano quelli stessi che prosperano sul fenomeno che crea e sempre più creerà tali problemi.

Loro sanno, prevedono e si preoccupano, quindi vanno presi sul serio e non come taluni hanno fatto, pensando che Bill Gates che si danna per propagare la “sua” idea di tassare i robot (guadagnare meno, guadagnare a lungo), ha i neuroni deteriorati dall’età e si è trasformato in un tecno-luddista. Questa gente si vede, si parla, fa piani e strategie comuni salvo poi azzannarsi nell’agone competitivo e pare evidente che questa cupola di tecnologi è preoccupata degli effetti del proprio stesso agire, stante che su questi effetti, ne sanno senz’altro più di noi avendo sdoganato fondi massicci su ricerche che hanno previsto gli effetti finali di ciò che si ripromettevano di produrre. Non certo preoccupati al punto da fermarsi ma al punto da spingere gli stati a fornire le migliori condizioni di possibilità sociali affinché loro possano continuare a sfornare salti quantistici di performance tecnica. Addirittura disponibili a far tassare i loro clienti, cioè le aziende che comprano robot e software per sostituire lavoro umano, stante che i margini sono così abbondanti (il caso medio sembra essere un vantaggio di costo di 1.10 se non di più) che un po’ di redistribuzione non fa male a nessuno[10]. Si preoccupano loro e con loro, l’industria finanziaria che li sorregge, i servizi d’informazione dello stato da cui provengono (sono tutti americani), il complesso militar-industriale che sulle loro invenzioni prospera, il complesso educativo-intellettuale che fornisce loro il personale e la giustificazione culturale nonché l’attraente immagine di mondo, l’area politica lib-dem che scambiando il concetto di progresso come incremento dell’emancipazione umana con la Legge di Moore, li coccola e li protegge. Ecco quindi la mobilitazione in direzione dell’ampio ventaglio di soluzioni-vasellina, sempre che Zukerberg, Bezos, Page e company non meditino di scendere direttamente in campo se le cose dovessero mettersi davvero male. Le operazioni di basic lobbyng ovvero usare gli utenti per premere sulle istituzioni locali in favore di questo o quel servizio-azienda della sharing economy, prefigurano nei fatti, un potenziale elettorato[11]. Potenziale elettorato affascinato dalla disintermediazione, la partecipazione diretta e dal basso che si veste di idealismo democratico quando, in assenza di concrete condizioni per una reale democrazia, si rivela  solo come demagogia sfocata preda della sindrome da petizione stile Change.org et affini.  Petizioni che fanno bene all’animo del “democratico indignato” che lascia poi la sua mail che verrà venduta al mercato dello spam.

Se quindi i nostri dioscuri si agitano tanto, vuol dire che i rischi sono all’orizzonte degli eventi. Staglianò apre ogni capitolo evidenziando la categoria che rischia l’impatto distruttivo delle innovazioni di cui poi ci fornisce il racconto aggiornato delle possibili minacce. Commercianti e vari addetti, distribuzione, logistica, trasporti, call center, traduttori, giornalisti, insegnanti e professori, industria già pesantemente aggredita ed anche la più esposta allo standard di concorrenza internazionale, giornalisti, fotografi, bancari, assicurativi, finanziari, medici, infermieri, farmacisti, tassisti, addetti alle attività turistiche, moltissimi lavoratori autonomi, sono solo le principali categorie che vanno variamente incontro al big bang info-tecnico. Per l’Italia, sono poco meno di 20 milioni di occupati a fonte ISTAT che vanno a rischio. Il rischio è rappresentato da una sempre più vasta rete di innovazioni che allargano il dilemma tra il vantaggio del consumatore e lo svantaggio del lavoratore stante che i due aspetti si riuniscono nello stesso individuo. La rete di innovazioni è fatta di laser, scanner ottici, braccia e mani servo-meccanici, robot antropomorfi e non, nano-tecnologie, reti di sensori auto-diagnostici, stampanti 3D che ormai stampano case, algoritmi imputati ma anche quelli che auto-apprendono, quel deep learning o learning machine che con il rientro dell’informazione che corregge o incrementa se stessa porta l’info-elettro-meccanico ad una soglia prima della soggettività. Tutto ciò messo in rete, una rete che convoglia tutte le informazioni uso-performance-utente in enormi stoccaggi di dati (Big Data) che fanno la memoria delle menti-corporation della Valley a cui l’intelligenza strategica del governo americano ha normalmente pieno accesso sebbene si premurino di farci sapere il contrario (tanto siamo in regime di post verità).

Un Internet che ci sta penetrando psico-biologicamente, costituendo un nuovo sistema accanto a quello respiratorio, circolatorio, nervoso, immunitario con la differenza che diversamente da questi, non fa capo a noi ma noi a lui (ad esempio). Un progetto che a sua volta aspetta di potersi congiungere alla biologia tecno-sintetica per aumentare la sua potenza strutturale. Lo sgretolamento progressivo del sociale e soprattutto dei suoi aspetti lavoro-reddito, inclusione-esclusione, identità-nullità, autonomia-eteronomia porterà i più ad un pulviscolo di lavoretti a cottimo, di collaborazioni gratuite che dovremo fornire per sperare di aumentare la nostra awareness dato che a quel punto ognuno di noi diventerà una marca (brand) col suo patrimonio di like e stelline e dovrà curare la sua reputazione, una marca che compete in un mercato globale di concorrenze al ribasso. Se di questo mercato globale sino ad oggi abbiamo temuto i concorrenti cinesi e vietnamiti de-sindacalizzati e sotto-pagati, in quello che viene dovremo temere le macchine che costano meno dei vietnamiti e fanno comunque di più e meglio di noi e di loro messi assieme. Macchine nate sofisticate ma che apprendono da noi e dai loro stessi sempre più residui sbagli fino all’errore zero, guasti zero, manutenzione zero, costo quasi zero quando ripartito su indici di produttività da distopia fantascientifica.  Una realtà che non si chiama più “virtuale” ma “aumentata” e che punirà critici eccessivi ed eventuali ribelli con la più antica delle pene sociali: l’ostracismo (la de-connessione).

A questo punto, facendo perno sulla fallacia della linearità che postula che questa distruzione sarà pur sempre e come sempre è stato (dove “sempre” vale centosettanta anni o poco più[12]), sì una distruzione ma anche creatrice di nuove opportunità, ci si spiega con paterna accondiscendenza che l’umano evolverà sviluppando di più se stesso e che tutti dovremo acquisire capacità creative e di cognizione complessa, di modo da far del problema una opportunità[13].  Ci sono tre errori in questa linea di ragionamento. Il primo è proprio la linearità, cigni neri, salti non lineari che portano emergenze, tempi compressi, reti di feedback dicono che la previsione del “come è stato sempre sarà” è puro wishful thinking proiettato sull’indomabile disordine del mondo. Anche la globalizzazione doveva garantirci il migliore dei mondi possibili, anche la finanziarizzazione di massa, anche l’-Europa della conoscenza- promessa a Lisbona nel 2000.  La seconda è che la prima distruzione di lavoro già avvenuta, ha devastato proprio l’ambito creativo e culturale (giornali, edicole, librerie, case editrici, case discografiche, musicisti, fotografi, riproduzioni gratuite e senza diritti) e proprio Staglianò indagando sulle promesse di farci diventare tutti youtuber o self-published-star, mostra le ridicole proporzioni tra le migliaia che ci provano per l’uno che ci riesce, forse. La piramide dell’auto-successo, al di là della critica che se può fare sul piano socio-culturale, ha invero una forma ben poco attraente anche rispetto alle sue stesse promesse. Il terzo è che la cultura dell’info-digitale va di sua natura dalla parte opposta a quella della creazione di un vasta e diffusa cultura complessa che si reclama come necessaria visto che ormai la cultura semplice verrà portata avanti dalle macchine[14]. Il diluvio della quantità informativa non si traduce in qualità conoscitiva. Insomma promesse infondate, esagerate, sbagliate. Infine, che sia la distribuzione di ricchezza individuale, che sia la distribuzione della ricchezza imprenditoriale e finanziaria, che sia la distribuzione della  share of market[15], la geometria della piramide di questo macro-fenomeno è invece una certezza: base larghissima, sezione media in contrazione, punta sottile e sempre più affilata. Sempre più Pochi su sempre più Molti[16], la statica della società-Eiffel su cui si basa la geometria gerarchica contemporanea.

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Ma vediamo meglio il punto tre di questa impalcatura di promesse traballanti. Oggi siamo letteralmente annegati nell’informazione ma stiamo scoprendo che questa inflazione di informazione, disorienta e non fertilizza la conoscenza. La prima ragione di questa paradossale ricchezza sterile è che, con l’accesso individuale alle fonti del nuovo e potente informadotto che è Internet, ognuno di noi si trova in una bolla solipsistica. Il nostro “daily me” sarà anche tagliato a pennello su i nostri gusti e tendenze ma -nel tempo- tende a scavare un solco di reciproca incomunicabilità. Sia perché la fruizione dell’informazione è viepiù solitaria, sia perché temi e linguaggi specialistici formano il nostro vocabolario e la nostra mentalità senza alcun filtro, determinando menti “isola” che hanno forma, linguaggi ed aspettative sempre meno comuni, sia perché tendiamo a confermare i nostri interessi tanto da farli diventare “manie” e tendiamo a diventare del tutto alieni a quelli degli altri. Semplicemente, la modalità Internet + social network, tende a costituirci come mondi separati, il che, nell’epoca della comunicazione, è davvero un paradosso. Anche la complessità del mondo che in sé è un unico sistema, è rifratta in un caleidoscopio di frammenti di cui ognuno di noi conosce sempre più la parte ma ignora sempre di più il tutto. Emittenti e distributori generalisti dell’informazione, vanno perdendo ruolo e con essi, la nostra possibilità di capitare -per caso- nei pressi di una conoscenza inaspettata. Di contro, emittenti e distributori di informazione on line sono per molti versi, pre-decisi dall’architettura dei link quando non dall’offerta dei semimonopolisti della rete . Questi architetti invisibili decidono ex ante che in base al nostro profilo, ci potrebbe interessare questo o quello ma così facendo la vantata libera individualizzazione diventa invece massificazione poiché i profili previsti sono sempre di meno dell’effettiva varietà sociale, sono “medie” di comportamento, definizioni statistiche, incasellamento in un numero prefissato di cluster idealtipici. Cluster definiti poi in base a specifici interessi commerciali.  Questa continua riconferma narcisistica  ci sta modellando nel profondo e da qui discende sia la violenza verbale di alcune discussioni su i social che presto deragliano in due paralleli “tu non hai capito che … “, sia la base cognitiva sempre meno in comune sulla quale prospera l’egotismo narcisistico. Così come la scrittura modificò sensibilmente i modi di trasmettere l’informazione rispetto all’oralità e modificò la forma ed anche il contenuto del messaggio, la sua fruizione, la struttura stessa dell’apparato cognitivo che come tutte le componenti biologiche rinforza i sottosistemi più usati e fa decadere e disconnette parzialmente quelli meno usati (o usati molto saltuariamente), c’è da aspettarsi che i formati espressivi molto brevi, il primato dell’immagine, la sintesi grafica, la seduzione musicale, daranno il format prevalente di ogni possibile messaggio. Spesso, chi scrive sul computer, non calcola che il suo messaggio sarà letto su uno smartphone, magari camminando o in attesa di qualcos’altro.  Con ciò, un nuovo primato dell’emozione, dell’attention getting ed una progressiva decadenza della riflessione e con essa della razionalità[17]. Inoltre, si sta presentando anche lo spettro della perdita storica di informazione affidata a supporti che poi diventano obsoleti, a siti che poi verranno cancellati, a bisogni di “memoria” semplicemente impossibili da fornire stante una produzione ormai quantitativamente fuori controllo. Nel decidere cosa trattenere e cosa lasciar evaporare nell’entropia, si fisserà una certa memoria del tempo ma a chi deleghiamo questo compito storico?

Infine, il pur limitatamente positivo proliferare delle fonti informative sta portando le élite a introdurre la pericolosa nozione di “falsa verità” che se non prendesse le forme di un ostracismo repressivo della spontaneità informativa, sarebbe semplicemente da sbeffeggiare ricordando che i più ampi cultori del pensiero umano -i filosofi- si interorgano senza soluzione di continuità da più di due millenni sul sfuggente concetto di “verità”, del “fatto” e della sua “interpretazione”. Che ora sia la banda Zuckerberg a dirci quale sia la verità, ci pare segno dei tempi, brutti tempi, tempi in cui sbeffeggiare non basta più[18].

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Tutto lo sviluppo info-digitale è figlio di una intuizione originaria di Norbert Wiener, il fondatore della nuova scienza cibernetica, da lui stesso definita:  scienza del controllo. Ma lo stesso Weiner, passò il resto della sua vita ad ammonire che per usare e non esser usati dalla scienza del controllo, occorreva averne il controllo[19]. Questo controllo, che siano capitali, tasse, flussi di merci o di persone, distribuzione dei redditi, monopoli commerciali, programmi di ricerca, conseguenze ambientali del nostro agire, decisioni da prendere su i conflitti e la pace, rilievi etico – sociali – culturali e politici dell’innovazione tecno-scientifica, censure, non è nelle mani di nessuno che faccia l’interesse generale. Tutto ciò è sempre e solo nella mano invisibile del mercato ed in quelle visibilissime della Prima potenza geopolitica planetaria.

Per controllare questo che non è che l’ennesimo fenomeno di cambiamento profondo delle forme della nostra vita associata (oltre quello geopolitico, quello demografico, quello ambientale, quello distributivo), mancano due cose: la sufficiente conoscenza e l’istituzione della volontà generale che lo governi secondo il più ampio e responsabile interesse.

Il deficit di conoscenza che si rivela qui come altrove è proprio relativo alla complessità intrinseca di questo come di altri fenomeni. Ho letto analisi di economisti, tecnologi, sociologi, filosofi prima di scrivere questo articolo ma rimane sempre insoddisfatto il senso di completezza, di completa definizione della cosa. Come lavorano tutti questi fatti messi assieme nel reale? L’informazione non produce conoscenza se non fertilizzando un intelletto già ben formato. Ed è proprio la coincidenza tra massima produzione e diffusione dell’informazione e minima strutturazione e capacità dell’intelletto contemporaneo di processarla, il dato di prima preoccupazione. Da cui consegue che un vero soggetto generale in grado di valutare il suo interesse non c’è. La formazione è sempre più spezzettata in sottodiscpline e specialismi, il dibattito pubblico è sempre ostaggio di opinionisti al servizio dello status quo, le forme stesse dell’interrelazione sociale date dalle nuove tecnologie portano a stereotipie, semplificazioni, riduzionismi, esaltazioni a priori e sfoghi di rabbia impotente, la politica oscilla tra ignoranza, visione tattica a breve termine e sudditanza nei confronti dell’ordinatore economico che è il primo agente di disordine. La domanda di benessere economico, in tempi difficili, si fa sempre più isterica e quelle sull’adeguatezza del nostro modo di pensare e delle strutture sociali che dovrebbero riflettere le nostre consapevoli intenzioni è accolta col sorriso e l’indulgenza che si riserva all’ingenuità dei fanciulli.

Controllare la scienza del controllo è l’ennesimo punto in agenda per la democrazia che non c’è.

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[1] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino, 1966-2001, pp. 203.204

[2] BANG = Bit, Atomi, Neuroni, Geni, messi in interrelazione, genereranno il nuovo macro-sistema.

[3] S. Jay Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, Milano, 2008

[4] Personaggio inquietante. Ray Kurzweil, autore di La singolarità è vicina (Maggioli PDE, 2013), ha profetato che la “legge dei ritorni esponenziali” (qui)  ci porterebbe alla nascita di macchine autocoscienti entro il 2050. Kurzweil che di primo acchito può sembrare un tipo eccentrico, ha lanciato la Singularity University in California con la partnership di Google, NASA, Nokia, LinkedIn ed altri ed è membro influente dell’Army Science Board  (qui) snodo di incontro tra gli alti vertici dell’esercito americano e la più avanzata parte della comunità scientifica. L’impasto di genetica, nanotecnologie e robot lo fa l’esponente di punta del trans-umanesimo.

[5] L’atteggiamento verso la rivoluzione info-tecnica, è stato definito non senza malizia epistemica come tecno-entusiasta o tecno-scettico. Non si vede la necessità di apporre categorie dell’emotività al giudizio su i fatti. I fatti sono l’insieme degli aspetti coinvolti e componenti la rivoluzione info-tecnica, semmai le analisi si dividono tra ingenui e critici, tra coloro che accettano la narrazione del migliore dei mondi possibili e coloro che assumo un atteggiamento più critico, leggendo non solo gli aspetti migliori ma anche quelli peggiori e derivandone indicazioni per altri mondi possibili oltre a quello sfornato dalle dinamiche del mercato. Qui Staglianò intervista Eughenji Morozov (secondo filmato della pagina) sull’argomento:

[6] Due professori del MIT, A.McAfee e E.Brynjolfsson, in Race Against Machine (2011), dimostrano che dal 2000 le curve dell’incremento della produttività e dell’occupazione, cominciano a divergere. Classica ormai, la citazione del The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation 2013, C.B. Frey e M. A. Osborne della Oxford University che dimostrerebbero fondate preoccupazioni per poco meno del 50% dei mestieri, da qui a venti anni. Nel 2013 l’Economist, in Rise of the Software Machines  (qui) decreta la prossima fine di tutte le imprese  prosperate sulla tendenza all’outsourcing. Federal Reserve Economic Data, certifica che negli USA, dal 1987, si producono l’85% dei beni in più con due terzi della forza lavoro di allora.  UNCTAD-ONU, prevede impatti molto negativi sulla forza lavoro dei paesi emergenti (qui). Anche se con stime meno tragiche, il tema di come “gestire” la quarta rivoluzione industriale di cui si ammette sia l’impatto occupazione, sia l’aggravio delle diseguaglianze, è stato al centro dell’annuale Forum di Davos 2017.  Link commentati attraverso cui approdare ai rapporti Bank of America e Merrill Lynch (qui) e McKinsey (qui) . Economisti quali Jeffrey Sachs e L. Kotikoff, T. Cowen e Larry Summers (ex rettore di Harvard, tra le altre cose) ma anche P. Krugman, R. Reich e N. Roubini, oltre a R. Prodi, hanno sviluppato punti interrogativi sull’argomento.

[7] Idea promossa da R. B. Freeman economista di Harvard.

[8] I rapporti tra impiegati e capitalizzazione di borsa di queste imprese è ridicolo, specie se raffrontato con quello delle industrie o dei servizi “tradizionali”.

[9] Cina, Corea del Sud, Russia, Iran, Bielorussia, Arabia Saudita hanno già un loro Internet nazionale o pesanti firewall che ne limitano il libero accesso. L’India ha mostrato crescente nervosismo per certe invadenze esterne, l’hackeraggio e la pirateria internazionale ma anche lo spionaggio dati, privato o industriale, preoccupano più o meno tutti. La Germania, è capofila dell’idea di creare in Internet europeo. Poiché l’infosfera tende a coincidere con l’anglosfera è ovvio che in un processo di riconfigurazione multipolare del mondo, anche Internet “rete delle reti” diventerà un po’ meno la prima cosa ed un po’ più la seconda. Il BRICS Cable, 34.000 km di cavo sottomarino con portanza di 12,8 Tbit/s, prefigura la volontà di creare proprie reti da parte del mondo emergente.

[10] E’ il classico aggiustamento della mano invisibile che riguarda sempre gli altri. Gli stati spendano un po’ di più in welfare, le aziende acquirenti di robot vengano un po’ tassate, i lavoratori accettino un po’ meno ed un po’ di precarietà creativa in più, così noi possiamo continuare a prosperare.

[11] http://formiche.net/2016/01/30/internet-informazione-e-potere-la-versione-di-morozov/

[12] La datazione del cuore esplosivo della Rivoluzione industriale, ha subito varie oscillazioni. Oggi si ritiene che il più decisivo impatto (ciò che segna il tempo in cui accade effettivamente una “rivoluzione”) sia da collocare tra il 1850 ed il 1870 e non prima.

[13] C’è anche chi vede solo opportunità come Michael Nielsen, (Le nuove vie della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 2012) per il quale “La conoscenza scientifica non è piú il frutto dell’avventura, eroica e solitaria, del grande uomo e dell’intelligenza singolare, o delle diverse convergenze fra industria, apparati militari, capitale finanziario e istituti di ricerca. La cultura scientifica contemporanea ha incorporato ormai come parte integrante degli stessi oggetti, obiettivi e protocolli della ricerca, fin dall’atto della loro primitiva elaborazione, il criterio della necessaria, e il piú possibile ampia, condivisione di teorie, scoperte, modelli e paradigmi”. Ma se la fase di ricerca è sharing, lo è anche quella dell’applicazione brevettata?

[14] Ne accenna J.C. De Martin nell’introduzione a L. Floridi, La rivoluzione dell’informazione, Codice edizioni, Torino, 2015 e credo lo riaffermi nel suo Università futura, Codice edizioni, Torino, 2017. “Credo” perché non l’ho ancora letto ma ne ho desunto tesi da vari articoli.

[15] http://www.businessinsider.com/top-100-websites-web-traffic-2017-3?IR=T

[16]Come ripete Jeremy Rifkin, la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica” riporta in una intervista a Wired, Andrew Keen autore di “Internet non è la risposta” Egea, 2015 (qui). In verità ha una struttura più simile a quella dell’economia finanziaria.

[17] http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/03/02/news/la-liberta-e-fuori-dalla-bolla-il-consumo-di-informazione-non-puo-viaggiare-solo-sul-web-1.296424?ref=twhe&twitter_card=20170302125511

[18] Clamoroso il caso di censura operato dagli algoritmi di Facebook della famosa foto di Nick Ut/1972 (premio Pulitzer) dei bambini vietnamiti piangenti in fuga da un bombardamento al napalm perché compare una bambini nuda. (Qui)

[19] L’anello controllato – controllore prefigura una tipica situazione quale descritta nella cibernetica di second’ordine, si veda H. von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Firenze, 1987

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PER UNA SOCIETA’ DIVERSAMENTE ORDINATA. Una concezione adattativa della storia.

Con questo ultimo articolo di taglio storico-filosofico[1], si chiude una ideale trilogia di cui abbiamo già pubblicato una prima (qui) ed una seconda (qui) parte. La tesi generale che abbiamo più ampiamente trattato nel nostro “Verso un mondo multipolare” ( Fazi editore, 2017)) è che siamo entrati in una nuova era, l’era  complessa. La geopolitica ovvero la dinamica politica del tavolo-mondo giocata dai vari soggetti prevalentemente statali, diviene il gioco principale, quello che condiziona ogni altro. Per giocare a questo gioco, gli europei dovrebbero riflettere sulla propria consistenza e strategia adattiva, creando soggetti dotati di intenzionalità politica in grado di agire a livello dei giocatori più forti e potenti. Infine, in quest’ultimo scritto, si sostiene che tali soggetti, dovrebbero progressivamente sottomettere l’economico al politico e quest’ultimo al principio di una democrazia diffusa, un deciso cambio di paradigma senza il quale, l’adattamento ai tempi nuovi è fortemente a rischio.

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In un poemetto del 1025, Adalberone di Leon, poeta e vescovo francese, dava la prima e più nitida descrizione di quello che poi verrà conosciuto come l’ordine trifunzionale della società medioevale. Lasciamogli direttamente la parola:

In questa valle di lacrime alcuni pregano, altri combattono, altri ancora lavorano; le tre categorie stanno insieme e non sopportano d’esser disgiunte, di modo che sulla funzione dell’una restano le opere delle altre due, tutte e tre a loro volta assicurando aiuto a ciascuna[2].

Jacques Le Goff, compagno di medievalistica di George Duby e Marc Bloch in quel della Scuola degli Annales di L. Febvre e F.Braudel, ce la spiega così:

coloro che pregano (oratores), ovvero i chierici, che rappresentano la funzione deloratores sacro, coloro che combattono (bellatores); ossia i guerrieri, espressione della forza fisica; e coloro che lavorano (laboratores), ovvero i contadini e, più tardi, gli artigiani, che incarnano la funzione economica”.[3]

George Dumézil, storico delle religioni, linguista e filologo francese, ne aveva tratto una teoria di lunga durata, nel senso che ravvide tale tripartizione, proiettarsi indietro nel tempo storico sino alle società di coloro che parlavano la lingua ancestrale, gli indoeuropei[4].

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I tre ordini medioevali del religioso, dell’economico e del militare, concludevano del tutto la descrizione della società? Le società più antiche erano in genere più piccole di quelle moderne e -mano a mano che saliamo la scala storica- vediamo come le società aumentino di numero, aumentano il proprio volume interno, distinguano funzioni prima accorpate. Il faraone egiziano o il re dell’impero accadico erano -al contempo- figure di intermediazione tra terra e cielo quindi religiose ma anche militari e politiche, come l’imperatore cinese. Così, società in cui è molto forte o dominante la presenza del religioso (ad esempio il nostro Medioevo o la civiltà islamica), tendono a sovrapporsi due funzioni altrove distinte e cioè quella religiosa e quella culturale ma nel moderno, il religioso ed il culturale si dividono distinguendosi reciprocamente. Il cittadino ateniese era spesso un produttore ma anche un oplita quindi un militare e partecipando alla gestione politica democratica, svolgeva anche funzioni piramide-sociale1politiche. Nel Medioevo abbiamo ordini religiosi combattenti o altri che producono (nella grande famiglia dei benedettini), nei vichinghi abbiamo militari -a volte- commercianti e poi più in generale nei corsari anglosassoni. Storicamente, la funzione politica è stata svolta da sacerdoti o militari o altri dotati di qualche presunta “nobiltà”, oggi anche da imprenditori o magnati. Dalla nascita del parlamento inglese moderno però (1688-89), il politico tende a darsi un ordine più chiaramente a sé stante. Distinguendo così il religioso dal culturale e dando rilievo proprio al politico, arriviamo quindi ad ampliare la descrizione degli ordini non più a tre ma a cinque: politico, economico, militare, religioso, culturale. Questi sono i cinque ordini funzionali che infrastrutturano ogni tipo di società, sebbene più indietro si va nel tempo o più piccola è la società in esame (le due cose tendono a coincidere), più gli ordini tendono a sovrapporsi.

Se prendiamo questa descrizione degli ordini componenti le società umane e la intersechiamo con la regola millenaria che vuole le società complesse sempre ordinate dal principio di gerarchia che vede pitagoricamente una società-triangolo con punta sottile, sezione media e base larga ovvero la tripartizione gerarchico-politica già in Erodoto (Storie) poi in Platone (Repubblica) ed ancora in Aristotele (Politica) dell’ Uno, dei Pochi e dei Molti, possiamo individuare la classe dominante di ogni ordine. Infatti, la funzione sarà pure militare ma un generale o ammiraglio non sono solo un soldato o marinaio, oppure la funzione è religiosa ma il papa o un vescovo  non sono solo dei preti, oppure la funziona è culturale ma un rettore o professore universitario o un premio Nobel non sono al livello di un giovane ricercatore o insegnante, così un grosso capitalista non è il commerciante sotto casa e Trump o Putin non sono la giovane sindaca di un paesino nellaLeviathan of Hobbes funzione politica. Le società più piccole, mostrano o assenza di gerarchia[5] o gerarchie variabili ed ad hoc tanto quanto una certa sovrapposizione funzionale degli ordini. Quelle oltre una certa dimensione invece, oltre a mostrare separazione e distinzione funzionale sembrano ordinarsi sempre secondo l’analogia morfologica della celebre copertina del Levitano di Hobbes: una testa intenzionale, una serie di funzioni vitali collegate, il tutto che ordina un corpo ben più vasto e passivo. La società che è un sistema inintenzionale, viene ridotta in analogia ad un individuo in cui Uno o più spesso Pochi mediano l’intenzionalità facendola diventare propria dell’intero sistema. Così è stato per gli assiro babilonesi come per i cinesi antichi, per gli egiziani come per i macedoni, i romani, in varie forme nel Medioevo, nell’assolutismo monarchico come nei califfati e prima nelle civiltà pre-colombiane. Nel moderno occidentale, la testa diventa un condominio di politico ed economico.

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La  appena accennata descrizione della società a cinque ordini si può chiamare “Teoria sociale degli ordinatori” e dice che le società umana di tipo complesso quale si ha da circa sei-ottomila anni fa,  hanno sviluppato cinque ordini: politico, militare, economico, culturale e religioso. Ognuno di essi è regolato da un principio che varia nel tempo, il principio di ogni ordine è molto simile a quello che T. Khun nella sua teoria sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche chiamava “paradigma”[6]. Ogni società geo-storicamente 61do-edmaxllocalizzata, ha trovato il suo integrale ordine funzionale nel porre un ordine a governo degli altri. Il principio di gerarchia all’interno di una singola società, si applica quindi non solo nella composizione sociale e funzionale dentro ogni ordine ma anche nel regolare i rapporti funzionali tra gli stessi cinque ordini. Questo ordine che dà ordine e dà gli ordini (le disposizioni di ruolo, funzionamento e regolamento del gioco) a tutti gli altri, lo chiamiamo “ordinatore”. Ogni società umana, vede l’espressione di un ordinatore a governo di tutti gli altri e per questo la teoria non si chiama “degli ordini” ma “degli ordinatori”. Questo primato, può trovare forme di condivisione o condominio forzoso anche di due ordini ad esempio nella conflittuale diarchia medioevale di religioso e politico-militare o come nel moderno con la diarchia stato (politico) e mercato (economico). Ma queste coppie, spesso conflittuali e sinergiche al contempo, se analizzate più finemente, mostrano sempre una seppur minima prevalenza di uno dei due ordini su l’altro ed -assieme- su tutti gli altri. La Teoria degli ordinatori ha per oggetto le società umane e dice che la società è un sistema adattivo che si compone di cinque ordini di cui uno, funge da ordinatore. A sua volta, ogni ordine ha la sua gerarchia funzionale e quella dell’ordine che funge da ordinatore, esprime il gruppo umano dominante della sua epoca in quella data società. Il gruppo umano dominante, sempre maschile, è stato via via composto da una famiglia, da una etnia, da uomini di casta (nobili, aristocratici, figli di un dio, eredi di un fondatore), da sacerdoti seguiti dal loro clero, da generali o condottieri seguiti dai loro ufficiali, da possessori di ricchezze, proprietà o capitali liquidi, seguiti dalle classi sociali affluenti.

Cosa muove la rotazione degli ordini tra loro e soprattutto come si afferma un ordinatore su tutti gli altri? A condizioni iniziali, sono esistite molti tipi di società con differenti sviluppi degli ordini funzionali e con la più varia gerarchia desunta dalla scelta di questo o quell’ordinatore. E’ per molti versi casuale questo tipo di varietà di assetto, è una relativamente libera esplorazione del campo delle possibilità, non c’è da indulgere in alcun determinismo a riguardo visto che la contingenza geo-storica gioca un ruolo primario. Quello che premia e fissa l’ordine generale (il sistema degli ordini tra loro con uno specifico ordinatore) è la capacità adattiva. Le società che hanno trovato il miglior assetto tra gli ordini e quindi l’ordinatore adatto a quel tempo e luogo nonché alle forme interne (dimensioni demografiche, caratteristiche climatiche e naturali del territorio e9788833901268_0_0_303_80 caratteristiche dell’agone competitivo coi vicini), hanno avuto migliori condizioni di possibilità ed in base a queste si sono espanse e viepiù ordinate e strutturate, riconfermando e potenziando ricorsivamente la propria specifica struttura ordinativa. Il presunto ciclo organico (nascita-espansione e maturità-morte) letto come storia di molte società ed addirittura civiltà[7], altro non è che il ciclo di esistenza di ogni cosa che è, non solo nel biologico, anche nel minerale e fianco nel mentale. Questo ciclo propone delle forme alcune delle quali si affermano più a lungo di altre resistendo all’entropia naturale perché idonee ed adatte al loro contesto. Queste forme crescono e si complessificano diventando dominanti. Ciò però avviene in contesti che sono sempre in lento sebbene costante cambiamento, le ragioni che hanno permesso l’affermazione di qualche società ordinata in un modo o nell’altro, cambiano, decadono, si rarefanno ed infine vengono sostituite da nuove.  Poiché però il sistema nato assieme a gli altri ma affermatosi prima e più intensivamente ed estensivamente degli altri, ha una certa inerzia nel riprodurre se stesso replicando la ricetta che l’ha fatto crescere ed affermare, esso va progressivamente fuori sincronia col contesto, continua ad applicare modi che diventano “vecchi” rispetto a contesti nuovi. Così il sistema ed il contesto vanno in dissonanza e si registra il fallimento adattivo, sistemi che hanno a lungo vissuto producendo adattamento, lentamente o improvvisamente si disintegrano e scompaiono dalla storia, sostituiti da nuovi. Le civiltà e le società “muoiono” perché non cambiano ordinatore ed ordine funzionale. I greci si ostinano nel particolarismo delle città-Stato mentre vengono fagocitati uno dopo l’altro dalla forma imperiale macedone. I romani si ostinano a farsi ordinare dai generali quando il confine dell’impero doveva esser gestito e non ampliato, semmai ridotto,  importando crescente disordine. La società medioevale arriva a bruciare la gente in piazza invece di accettare il fatto che l’ordinatore religioso doveva rinunciare ad una funzione che non svolgeva più alcun adattamento. La monarchia francese si ostina a non vedere che quella britannica, lasciando l’intenzionalità alla diarchia politico-economico, ha prodotto un nuovo sistema adattivo più adatto alla socio-demografia del moderno.

Questi diversi assetti strutturali tra gli ordini e la preminenza di questo o di quell’ordinatore, vede anche la modifica dei principi che li ordinano singolarmente, quello che altrimenti possiamo chiamare “paradigma”. Popolazioni sparse nel territorio e non centralizzate politicamente -nell’ordine religioso- sono in genere politeiste mentre il monoteismo è stato sia causa che effetto proprio dell’accorpamento e della centralizzazione militare e politica[8]. L’ordine culturale greco era laico ed era subentrato al mitologico-religioso; nel periodo medioevale era dominato dal religioso mentre dalla prima modernità è tornato  laico. Popolazioni poco interconnesse al loro esterno e moderatamente stratificate al loro interno si sono spesso accontentate di una economia agricola mentre lo sviluppo di interrelazioni interne ed esterne è stato sia causa che effetto del dominio di un paradigma commerciale. La scalata del benessere materiale ha favorito l’espressione di più industrie ma quando questo ha rallentato il suo sviluppo  come è avvenuto negli anni ’70 in occidente, la crescita ritenuta necessaria per garantire la consueta dinamica alla società ordinata dall’ordinatore economico, è stata demandata ad un ipertrofico e inusuale sviluppo del finanziario. L’ordine militare è stato talvolta ordinato dall’esercito di terra (Sparta, Unione sovietica), dalla marina (Atene, Impero britannico, Stati Uniti d’America),  da grandi eserciti o dalla guerriglia, da armamenti analogici o digitali, chimici (prima guerra mondiale) o fisici (bombe atomiche). Quindi non solo cambiano gli ordinatori, non solo cambiano i sistemi di assetto delle interrelazioni funzionali tra gli ordini, cambiano anche i principi -o paradigmi- a governo degli ordini stessi. Quando tutto funziona si ha adattamento, sviluppo e crescita ma solo fino a quando le condizioni esterne a cui ci è adattati non cambiano significativamente, lì c’è la crisi che in termini di civiltà e società, è stata spesso ontologica, cioè letale.

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Lo spazio di un articolo non ci permette di indugiare sull’ampia casistica storica che ci mostra sia sovrapposizione e distinzione tra gli ordini, sia l’alternanza dei principi che li hanno regolati, sia l’alternanza di uno di loro a svolgere la funzione di ordinatore e la conseguente affermazione di una classe o casta o élite dominante. Limitandoci quindi alla nostra parte di mondo, l’Occidente ed al periodo storico che parte un migliaio di anni fa, vediamo di fare una breve descrizione seguendo appunto al Teoria degli ordinatori.

La diarchia militar/aristocratica – religiosa che reggeva il Medioevo di nulla era responsabile rispetto all’incremento demografico registrato spontaneamente per miglioramento delle condizioni climatiche intono al X-XI secolo. Ciò che infrastrutturava primariamente questa crescita nelle società del tempo, fu più che altro l’ordine economico che già nel XIII secolo, vedeva una rigogliosa esplosione funzionale di commercianti, artigiani, banco-finanzieri con qualche prima ricaduta anche nella razionalizzazione 978880615253medproduttiva agricola e qualche prima avvisaglia di creatività tecnica con i mulini e le navi mediterranee e del  Mare del Nord[9]. Tutto ciò anche e seguito dell’addensamento urbano che modificava la distribuzione territoriale premiando la rinascita delle città rispetto alle campagne e la parziale subordinazione di queste a quelle. Il disordine bellico ed il sequestro dell’impegno umano nel lavoro militare nonché l’imprevedibilità del futuro data da uno stato di conflitto diffuso erano nemici del nuovo ordine commercial-artigiano-urbano, delle sue forme, della sua filosofia, della classe sociale che lo promuoveva. Così la repulsa per il denaro e la strenua resistenza contro l’affermarsi delle pulsioni materialistiche che erano portate dall’affiorare di nuovi ricchi la cui nascente potenza non era controllata dall’impero mentale della religione. Gli ordinatori aristocratico/militar e quello religioso erano già in potenziale conflitto con l’esuberanza dell’ordine economico, già nel XIII secolo. Quando la Peste nera della metà del Trecento, decimò in poco tempo la popolazione europea, l’impero mentale della religione cominciò a sgretolarsi perché non aveva fornito adattamento alcuno ed aveva subito passivamente la clamorosa decimazione. Ma anche le guerre che continuarono indefesse anche nel panorama demograficamente devastato dalla Peste, dimostrarono palesemente che l’ordine feudale non aveva più alcuna capacità adattiva visto che continuava a macinare vite umane in un contesto in cui la vita umana si era drammaticamente rarefatta. Questi traumi portati dal principio di realtà a gli ordini sociali sono simili alle falsificazioni più clamorose di cui sono oggetto i paradigmi culturali, solo che nel sociale-reale c’è meno agio di far finta di niente.

Ne conseguì la successiva affermazione di ordini politici più ampi di quelli feudali e quindi la nascita dei primi Stati-nazione da una parte e la progressiva relativizzazione dell’impero mentale della religione dall’altra (Umanesimo, poi Rinascimento ma anche macchinismo,intraprendenza esploratrice ed infine speciazione della scienza e ripresa della filosofia laica razionalista scaturita da una fase di diffuso scetticismo). All’interno di questa sovversione degli ordini, ed al conclamato fallimento ordinativo del religioso-aristocratico/militare, si apriva lo spazio per l’affermazione del nuovo ordinatore della successiva modernità: l’economico. La lunga marcia dell’ordine economico, si può far partire già nel XIII secolo ma sarà solo quattro secoli dopo che diventerà ordinatore. Questo nuovo ruolo dell’economico (da semplice ordine ad ordinatore) ha già prima espressione in contesti piccoli come Genova, Venezia, la Hansa balto-scandinava, le Province Unite olandesi ma con la Gloriosa rivoluzione inglese (1688-89) prende definitivamente potere di un grande Stato e s’impone come modello a cui si adegueranno progressivamente, tutti gli stati occidentali. Lì si salda per la prima volta la conflittuale diarchia di Stato e mercato in cui l’ordinatore è il mercato (economico) e lo Stato (politico) ne è il protettore (militare e giuridico[10]) ma anche ciò che ne crea le condizioni di possibilità (militare e culturale).

L’economico, nel suo affermarsi gradatamente come ordinatore, spinse l’affermazione di una nuova interpretazione religiosa consona alla propria natura (protestanti vs cattolici), premiò le società “nuove” del Nord al posto di quelle antiche e tradizionaliste del Sud, riformulò l’etica e la morale in senso utilitario, frantumò il comunitario nell’individuale, subordinò il militare non al capriccio della volontà di potenza dell’individuo-re o principe o signore ma a quella del  sistema Stato-nazionale che dava condizioni di possibilità allo sviluppo dell’economico stesso (grandi navigazioni, colonialismo, poi imperialismo) aprì la cultura al principio del piacere (libertini antesignani dei liberali) e ne democratizzò la funzione (cultura popolare, lingua volgare, stampa tipografica, intellettuali non più chierici e successivamente scolarità diffusa, società civile), produsse infine una forma di politico (il parlamentare inglese) al servizio dell’interesse economico stesso. Oggi si occupa di diritti individuali e civili perché la sua forma ordina che nel sociale ci debbano esser solo doveri (produrre e consumare). Questa è la nostra società, la società moderna, la società ordinata dall’economico che Marx, nella “concezione materialistica della storia”, pensò essere una “costante della storia” quando invece è solo l’ordinatore della nostra specifica forma storica. Caratteristica di questa forma storica è l’aver dato all’economico un solo principio, il capitalismo, esattamente come nell’Islam e nel Medioevo, quando il religioso divenne ordinatore, lo fece nella forma monoteistica particolarmente sensibile ad ogni forma di deviazione eretica. Il delirio di onnipotenza che prende ogni potere, il sentirsi l’Uno-Unico-Totale, porta l’ordine che diventa ordinatore a sentirsi appunto onnipotente, il suo principio a darsi la forma dell’ortodossia stretta, la sua classe o casta o élite dominante a sentirsi investita di funzioni “superiori”, quasi mistiche. Da ciò è derivata la nostra attuale divisione e funzionalizzazione degli ordini e della classi sociali con una interpretazione attualizzata dell’antico principio di gerarchia che impone il potere dei Pochi: le oligarchie, le élite, la classe dominante, le nazioni dominanti, le imprese dominanti, i grandi possessori di capitali dominanti, individuali (l’1%) ed istituzionali (holding, banche, fondi, assicurazioni on-shore o più spesso off-shore).

Il “capitalismo” come modo economico mosso dall’incremento di capitale ed accumulazione di profitto, è esistito per certi versi da quando esiste la monetizzazione (circa 700 a.C.) ma anche senza monetizzazione sin dal tempo dei grandi imperi con altre forme di accumulo e tesaurizzazione del “valore”. Nella modernità esso ha subìto alcune trasformazioni diventando prima il principio economico prevalente, poi l’unico (come notò K. Polanyi[11]) ma il punto decisivo è stato quando ha assunto la funzione di ordinatore. E’ solo a quel punto che l’economico ha preteso che tutti gli altri ordini ne fossero funzione, è71busscs31l da lì che raggiunge la sua forma monoteistica, espande in più modi ed a più riprese la sua sistemica funzionale passando dal commerciale all’industriale, dall’imprenditore alla società di capitali, dall’industriale ai servizi, dal produttivo al finanziario, dall’inter-nazionale al globale, degenerando infine nel delirio dell’Uno-Mondo-mercato-fine della Storia. Questa descrizione non è la descrizione di una presunta natura intrinseca del “capitalismo” ma della sua recente storia in quanto ordinatore, ordinatore della civiltà occidentale ed all’interno di questo sistema della sua élite dominante che è un condominio di stati nazionali anglosassoni (USA-UK) ed élite nazionali europee.

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Questo tipo di forma storica, la società occidentale moderna ordinata dall’economico a sua volta ordinato dal principio unico del capitalismo, sembra oggi giunta al limite delle sua facoltà adattive. Ha mostrato l’inizio del suo declino già a partire dagli anni ’70, quando si è andato affermando un cambio del suo principio. Il suo principio storico era certo il “capitalismo” ma mentre storicamente questo si era espresso sempre attraverso attività che transitavano per l’universo materiale (terra, commercio di cose, industria financo servizi che hanno una componente materiale almeno per la parte occupazionale), da allora prende uno sviluppo immateriale sia nel digitale informatico ma più ancora nel dominio del finanziario, funzione interna al sistema storicamente dedicata a supportare la produzione, non a sostituirla. Ma considerando anche la sua forma materiale, essendo una 9788806180201_0_0_300_80forma dell’illimitatezza necessitante un vastissimo fuori di sé per alimentare l’ordine interno di un ben più piccolo dentro di sé, oggi va in urto con due limiti esterni. Quello della finitezza delle risorse e del sempre maggior disequilibrio ambientale da una parte, quello offerto dal proliferare di sistemi geopoliticamente concorrenti dall’altra. Ci sono poi anche limiti interni dovuti alla degenerazione gerarchica portata dall’affermazione del finanziario sul produttivo che possiamo definire una forma di capitalismo meta-fisico, tra l’altro estremamente instabile non essendo più ancorato a l’universo materiale (Nixon ’71 – finanziarizzazione),  che ha portato i Pochi alla esasperante contabilità del famoso 1%[12] ma anche alla avvenuta certificazione della saturazione dei suoi compiti adattivi. I “bisogni” primari e secondari mortificati nel Medioevo, si sono espressi e sono stati ampiamente soddisfatti, cos’altro pensa di dover soddisfare questo ordinatore? Quello che manca da soddisfare, i bisogni di libertà, autonomia ed emancipazione umana e sociale, progresso psico-socio-culturale, pace nella diversità, maggior uguaglianza delle differenze, equilibrata relazione uomo e natura, questo ordinatore non li può intrinsecamente soddisfare come la religione non poteva soddisfare la fame e la salute, come l’esercito romano non poteva più garantire pace, tranquillità e sicurezza.  Nell’ostinarsi a replicare fuori contesto la sua funzione ordinativa, l’economico non solo non può soddisfare i bisogni insoddisfatti ma ne aumenta l’urgenza.

Quello che l’ordinatore e la sua configurazione sociale stanno facendo e continueranno a fare  con molte probabilità, sarà replicare ossessivamente la loro forma sistemica ovvero continuare ad essere così come son sempre stati, così come hanno avuto -sin qui- “successo”. Poiché però questo “modo inadatto” produrrà ritorni decrescenti e varie forme di disadattamento, tenderà a muovere disordinatamente e compulsivamente tutte le variabili accessorie (dalla distruzione della democrazia al ritorno del militare, dal recupero dell’etnico e del religioso ad una sempre più pronunciata desertificazione culturale, all’aperto conflitto geopolitico)[13] pur di mantenere intatto il suo principio e la sua funzione ordinatrice. Dopo aver9788842809227 promosso il servo a salariato, sarà pur disponibile a riportarlo a servo, se necessario, le società “aperte” diverranno chiuse, la ragione che soverchiò la fede diverrà a sua volta soverchiata dalla nuova fede nell’assunto per il quale “non c’è alcuna alternativa ragionevolmente possibile”, la vantata pragmatica tornerà alla dogmatica, il “non ci sono più le ideologie” è già divenuta l’ideologia unica. Più lo farà, più aumenteranno i ritorni decrescenti, le reazioni inconsulte, l’attrito sociale e geopolitico e con esse il fallimento adattivo, il disordine. E con l’aumento del disordine, nelle società umane, si sa come va a finire: si chiederà sempre più acriticamente ed imperativamente: ordine! Subito, a qualunque costo. Le società sono veicoli adattivi e la fornitura di ordine e prevedibilità è una loro caratteristica funzionale essenziale, una qualche forma di ordine è il segnale dell’avvenuto adattamento, segnali incrementali di disordine reclamano soluzioni anche brutali.

Quello che le genti soggette a queste forma storica potrebbero (dovrebbero) invece cominciar a fare è pensare come pluralizzare il principio dell’economico ricorrendo ad altre forme di espressione della sua funzione ma soprattutto, attrezzarsi per un cambio di ordinatore sottomettendo l’economico al politico ed il politico al democratico -in prospettiva- più articolato che non il solo rappresentativo.  Nessun programma, potrà effettivamente produrre adattamento all’era complessa per gli occidentali moderni se non si comincerà ad affrontare seriamente la relativizzazione del principio di gerarchia[14]. La forma gerarchica delle società umane è una costante ma non una legge, è -in un certo senso- l’ordine più semplice che abbiamo copertina_report_eea_adaptation_in_europetrovato, quello idoneo al segmento iniziale della storia delle società complesse, una storia che se guardiamo indietro ci sembra molto lunga ma se guardiamo avanti ci sembrerà più correttamente nulla più di un prologo alla storia effettiva. Pluralizzare l’economico e subordinarlo all’ordine politico è solo metà del cambiamento necessario, passare dal principio dell’Uno o dei Pochi a quello dei Molti nel politico è la seconda, essenziale, metà del processo. Il salto adattivo che intravediamo nella nuova epoca, per le genti occidentali che hanno prosperato nei secoli recenti dominando natura e mondo (cioè altre genti), sembra proprio esser quello di imparare a convivere, con la natura e col mondo degli altri, introiettare i limiti. Salto adattivo significa che non stiamo parlando di cose che si fanno e risultati che si ottengono domattina, stiamo parlando di strategie di lunga durata, la stessa lunga durata dei fatti e dei fenomeni di cui siamo il risultato storico.  Questa arte della convivenza con limiti esterni, per società grandi e complesse, non può che scaturire da una introiezione, da una auto-coscienza delle istanze individuali, sociali, politiche, ecologiche, culturali di modo da decidere tutti, continuamente, cosa fare per gestire il viepiù problematico adattamento delle nostre forme di vivere associato. La volontà generale presuppone una coscienza generale. L’unica forma di autocoscienza delle società umane a quel punto in grado di deliberare una volontà generale di tipo adattativo, possibile per quanto difficile da raggiungere, è solo nella società ordinata politicamente da una democrazia diffusa. Non ci salverà un dio o la forza o il mercato o un grande uomo o il circolo dei migliori ma solo il pensiamo, discutiamo e decidiamo, quindi siamo.

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[1] La concezione del funzionamento storico che qui si tratteggia, si differenzia dalla due impostazioni internaliste del XIX secolo. Marx, nella celebre Prefazione de “Per la critica dell’economia politica” (1859) ci illustra sinteticamente la sua posizione inversa (dialettica) a quella di Hegel “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Entrambi però, tanto Hegel che Marx, cercano una filosofia della storia come motore interno alle società. Quella qui tratteggiata è invece una impostazione relativa all’adattamento tra forme esterne e le società stesse, dove tanto la coscienza che le forme dell’essere sociale trovano diversi tipi di assetto a seconda dei contesti. La società è un veicolo adattivo e risponde alle condizioni adattive del contesto in cui si colloca, il motore interno alle forme sociali non è indipendente ma dipendente dalla relazione coi fattori esterni.  La geometria sociale è purtroppo costante ovvero di tipo gerarchico, in ogni tempo e luogo della storia delle società complesse, cambiano solo gli interpreti. Questa concezione adattativa della storia, supera la divisione tra idealisti e materialisti (così per gli enti struttura e sovrastruttura), già figlia di quella all’origine del moderno nel mente-corpo di Descartes, anche perché non si vede possibile dividere l’umano ed il sociale a cui l’umano dà vita, in questa presunta dicotomia che è -per noi- inesistente in quanto dicotomia.

[2] F. Cardini, M. Montesano, Storia medioevale, Le Monnier Università, Firenze, 2006, p. 200

[3] Jacques Le Goff, Il Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1996-2008

[4] G. Dumézil, L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Il Cerchio, Rimini, 1988-2003

[5] Nella lettura socio-economica di Marx, questo è il -comunismo primitivo- ma non si trattava solo di uguaglianza economica bensì sociale, politica e culturale. E’ proprio delle società più piccole essere relativamente indifferenziate ed assi poco  gerarchiche. L’ordine gerarchico è un portato della complessità sociale, almeno in quella fase primitiva della storia umana al cui interno siamo tuttora e sebbene ci sembri di essere molto “evoluti”. Il motore delle società è primariamente demografico-ambientale, forme sociali e politiche, ordini ed ordinatori si muovono in conseguenza dei prodotti di quel motore primario che è una relazione tra sistemi.

[6] Ma come poi vedremo, gli si può affiancare ad integrazione, anche la teoria di Imre Lakatos

[7] O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Guanda, Milano, 2002

[8] I monoteismi hanno sempre manifestato un pronunciata valenza politica. Il primo comandamento pare sia stato invero l’ultimo ad esser codificato dalla casta sacerdotale ebraica nella cattività babilonese ed in qualche modo è questa che ha favorito l’identità di un popolo che non aveva più la propria terra. Quello cristiano, è un monoteismo che ha preso sostanza quando è diventato credo centrale dell’Impero romano. Anche la predicazione di Muhammad aveva la funzione di dare un’unica identità politico-militare ai popoli arabi schiacciati tra bizantini e sasanidi.

[9] Sintetizza felicemente M.Bloch nella sua analisi della società addirittura dell’alto Medioevo “La società di quel tempo non ignorava certamente né la compera, né la vendita. Ma non viveva come la nostra di compera e di vendita”. Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino, 1999 p. 84

[10] Il “giuridico” è una sezione del politico condizionato dal culturale.

[11] K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 2000

[12] Problema spesso oggetto di censura etico-morale ma che mostra fallacia prioritariamente funzionale in quanto è dato storico quello per il quale adattamento massimo di un strettissima minoranza a scapito di un adattamento minimo della grande maggioranza, porta a varie forme di rottura sociale.

[13] I. Lakatos, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Il Saggiatore, Milano, 2000. Questa teoria prevede che più che con una sola specifica teoria, noi si abbia a che fare con un sistema di teorie che condividono un territorio centrale detto “nucleo”. Poiché tali sistemi non sono mai immuni da contraddizioni e periferiche falsificazioni, si difendono ad oltranza ponendo una serie di ipotesi ausiliari a difesa e protezione del nucleo. Talvolta, questi sub sistemi protettivi sono positivi e permettono un progresso del sistema che rimane sostanzialmente immune dalle falsificazioni minori. Altre volte, invece, questa costruzioni sono ostinatamente conservatrici e degenerano progressivamente rifiutando di fare i conti con le falsificazioni più decisive.

[14] Il “fallimento” del socialismo reale dice che non è cambiando il modo economico che cambia il mondo poiché qualsiasi nuovo modo finisce sempre e comunque e riprodurre la regola gerarchica. Le élite dei vari partiti comunisti al potere, è stata solo morfologicamente diversa da quella delle società capitalistiche o teocratiche o militari, rimane pur sempre una versione dei Pochi. L’unico modo che cambia la regola è l’affermazione nell’ordinatore politico del modo democratico, l’auto-governo.

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GEOPOLITICA DELL’EUROPA.

Questo articolo è di taglio storico-politico quindi attiene all’attualità non per richiami contingenti all’Unione europea o all’euro ma perché l’Europa è un sub-continente in cui si pone il problema geopolitico in forme pressanti e decisive, problema da affrontare con una prospettiva temporale di lungo respiro. 

EUROPA – EUROPE.

  1. Europa, è considerata espressione geografica ma con alcuni corollari. Il primo corollario è che anche solo “geograficamente”, Europa è un sistema impreciso avendo tre confini certi ed uno -quello orientale- incerto, per lo meno per la piana  tra fine degli Urali ed i tre bacini del Mar Nero, del Caspio e il lago d’Aral, che rimane aperta al Centro Asia. Il secondo corollario, è che la stretta vicinanza con Turchia, Medio Oriente e Nord Africa, la rendono molto sensibile alle interrelazioni con ciò che lì succede, Europa non è un sistema isolato. I due corollari, portano al terzo ovvero la constatazione che per quanto attiene alla Russia si ha a che fare con un sistema che geograficamente (anche se non demograficamente) è più asiatico che europeo. Per quanto attiene all’Europa del Sud Est, si ha a che fare con un sistema storicamente molto influito sia dalle migrazioni centro-asiatiche, sia dalla penisola anatolica (impero bizantino e poi ottomano), sia dalle divisioni determinate dalla contrapposizione est-ovest del Novecento. Per quanto attiene la Gran Bretagna, non solo questa deriva da una storia isolana (non isolata ma isolana) ma ha manifestato molta più propensione storico-culturale verso l’America del Nord che non verso l’Europa, almeno dal XVII secolo. Definito così il sistema con incertezza dei confini (più certi quelli nord-ovest, meno quelli sud-est), l’Europa è un territorio assai complesso. Dotato di penisole grandi (scandinava, iberica, italica, greco-attica) medie europa(danese) e piccole (bretone), penisole che favoriscono la speciazione di caratteri locali poiché aperte (e nel caso iberico-Pirenei ed italico-Alpi neanche così “aperte”) solo da un lato.  A ciò si aggiungono varie isole maggiori e minori. Ha poi fiumi relativamente grandi tutti di linea verticale (Senna, Mosa, Reno, Weser, Elba, Oder, Vistola, Neumas, Divina a nord, Dnester, Dnper, Don, Volga, Ural a sud est), una linea diagonale composta da Reno e Danubio che la divide in due più o meno su quello che era il limes dell’Impero romano e di nuovo, una seconda (Vistola, Dnester) che la divide da quell’est che diventa un po’ più asiatico. Poi ci sono le catene montuose, gli stretti e vari mari su cui c’è affaccio, incluso l’Atlantico.  Climaticamente, dai deserti spagnoli di famiglia nord africana, ai ghiacci norvegesi ed islandesi di famiglia polare, c’è altrettanto varietà. Tutto ciò a dire che l’Europa, ha una geografia fatta apposta per creare speciazioni, un gran numero di popolazioni con un più o meno pronunciato grado di differenza. Sarà poi la storia a dirci quanto differenti e quanto sovrapposte, stante che la geografia ne ha certo segnato i limiti di espressione.
  1. Questa “propensione” europea alla speciazione, ha generato sia il primo spazio storico in cui si è formato lo Stato-nazione, che la più ampia collezione di stati-nazione del mondo per territorio. Stato (istituzione) e nazione (popolo) sono due enti che si tende a far coincidere nel dibattito pubblico  ma così come il primo nucleo di molte nazioni europee data al IX-X secolo cioè molto prima che diventassero “Stato”, così si può immaginare uno Stato fatto di più “nazioni”, come più spesso è capitato fuori Europa. Considerando che dal punto di vista geografico per Europa s’intende anche la Russia al di qua degli Urali e considerando l’estensione territoriale che è più o meno pari per USA, Cina ed Europa, nei primi due casi abbiamo un solo Stato, nel terzo quarantacinque più quattro. Dopo la lunga fase europa_politicamedioevale che subentrò al collasso dell’Impero romano, a partire dal XIV secolo e fino al XVI secolo, si formarono in sequenza i più o meno attuali stati di: Svizzera, Francia, Inghilterra (solo molto dopo Gran Bretagna -1707 e poi Regno Unito – 1801), Portogallo e Spagna, non a caso, stati della parte geografica europea più certa, quella nord-occidentale. Gli Stati-nazione europei, nacquero non per esigenze interne ma per esigenze esterne, belliche per la precisione[1]. Gli svizzeri per difendersi dagli Asburgo[2], i francesi e gli inglesi l’un contro l’altro alla fine della Guerra dei Cent’anni, la Spagna contro i musulmani che avevano invaso l’Iberia sin dal 700, il Portogallo per differenziarsi dalla Spagna. Le vicende che porteranno a gli stati nazionali anche fuori di questa parte dell’ Europa occidentale, sono molto complesse e durano almeno fino al 1861 per l’Italia ed il 1870 per la Germania. L’Europa dell’est, tra il 1917 ed il 1993, ha registrato nove cambi di confine e quattro diversi sistemi ordinativi (impero, indipendenza, periferie dell’URSS, autonomia). Anche Norvegia (1905) e Finlandia (1917) sono nazioni giovani. La decomposizione sovietica ed jugoslava, la separazione dei cechi e degli slovacchi ed il timore si esprimano nuovi diritti di nazionalità (fiamminghi-valloni, scozzesi, catalani), dicono di quanto rimanga inquieta la geografia politica europea. Ma se ai primi del Novecento, quando si chiude gran parte del processo di formazione stato-nazionale europeo, il mondo contava 1.5 miliardi di persone, oggi siamo 7.5 miliardi, tra trenta anni saremo 10 miliardi. Cambia quindi radicalmente il contesto in cui continua a svolgersi il nastro storico europeo.
  1. Non diversamente dalle vicende storico-politiche, l’Europa è segnata da una grande varietà culturale. Quattro sono gli alfabeti usati e quattro anche i principali ceppi linguistici (lingue romanze, germaniche, slave, baltiche) mentre le prime 10 lingue (di cui una è il turco) coprono solo 2/3 di quelle parlate, per non parlare dei dialetti a -volte- non intellegibili dagli stessi connazionali. Quattro anche le principali religioni language-families(cattolica, ortodossa, protestante, islamica) ma molte di più le chiese nazionali (ad esempio anglicana, irlandese, greca, romana etc.). Diversissimi gli stili di vita tra nord-sud-est-ovest, la cultura alta come quella bassa, i miti, le tradizioni ed i valori fondativi ed irrinunciabili. Naturalmente questa sottolineatura di diversità vale solo se rimaniamo chiusi dentro il sistema europeo, se preso complessivamente in quanto tale certo mostra maggiore omogeneità interna di quanto non abbia con sistemi arabi o asiatici o africani. Al tempo della guerra civile che portò all’unificazione americana e stante che in termini di “nazione” gli americani erano già potenzialmente tali (etnicamente, linguisticamente, religiosamente), questi erano 32 milioni e saldarono le loro fratture con 600.000 morti. Oggi Europa dell’Unione  conta 500 milioni di abitanti e quella dell’Euro, 330 milioni. L’espressione “Stati Uniti d’Europa” perciò è da intendere soltanto come vaga analogia, nulla del materiale umano, sociale e culturale eventualmente da unire in Europa, mostra similitudini con l’esperienza americana, né per quantità, né per qualità, né per contesto storico e geografico.
  1. L’intera storia europea, dal confronto Impero romano vs migrazioni dell’est al triangolo merovingi – longobardi – papato, da Carlomagno alla Reconquista e la Guerra dei Cent’anni, da Carlo V alle guerre di religione, dall’Impero austro-ungarico alle guerre per l’egemonia dei mercati tra Inghilterra e Province unite, da Napoleone a Bismarck, fino alle due mondiali e quindi incluso Hitler, ha registrato una “costante del conflitto”, guerre geopolitiche per quanto spesso vestite da più barocche ragioni ideologiche[3]. Va infatti da sé che in una spazio fisico limitato ritagliato in un gran numero di sovranità ben distinte e rimarcate da differenze storico-culturali di lunga durata, la crescita demografica o l’adozione di certi modi di vita (un certo tipo di modo economico, un forte ruolo della credenza religiosa) accendono dinamiche amico-nemico che mettono i reciproci confini in tensione. Il periodo di relativa pace (1815-1914) detto Paxmappaukok britannica, invero si basò su un meccanismo per il quale, le tensioni e le competizioni interne al sub-continente, vennero sfogate all’esterno con la grande stagione coloniale che per altro era già partita nel XVI secolo. C’è sin dai primi del Novecento, il sistema Europa, comincia a perdere la sua egemonia sul mondo, le contraddizioni interne conclamate nei due rovinosi conflitti non potranno più esser gestite scaricandole all’esterno e forse, proprio visti i due conflitti e le condizioni di contorno al mondo nuovo che nel frattempo si è venuto a creare,  neanche più all’interno. Ciononostante, l’attuale configurazione stato-nazionale citata ovvero i 45 più quattro, è la più frammentata, probabilmente dai tempi dellAlto medioevo. L’Europa conta il 25% degli stati del mondo, pur occupando meno del 7% delle terre emerse, con il 10% della popolazione mondiale (inclusi i russi).

Se quindi Europa è una definizione geografica complessivamente unitaria sebbene aperta e molto frazionata, quella storica è decisamente plurale. Questa pluralità, financo la perdurante coazione al conflitto, è stato motore di varietà e ricchezza poiché molte varietà in interrelazione fanno sempre “sistema complesso”.

UNIAMO GLI EUROPEI!

  1. La situazione di conflitto endemico che ha caratterizzato la storia d’Europa, mosse ripetutamente alcuni pensatori a trovare il meccanismo di disattivazione di questa coazione. Due le strade principali percorse. Una, quella kantiana, vedeva soluzione in una alleanza militare che -mettendo assieme il principale strumento della guerra, cioè gli eserciti- impedisse di fatto l’espressione della coazione[4]. L’altra, quella di più ampia tradizione illuminista, infine giunta al Manifesto di Ventotene, pensò necessario dfe2cf84d0ec78a9d119ff94f173fe5e-300x270superare la partizione Stato-nazionale quale s’era formata nella geo-storia riportando il conflitto degli interessi locali a comporsi in un nuovo super-Stato con un superiore interesse generale. Va detto che tutto il poi non così largo spettro delle trattazioni che affrontarono questo problema, non andò mai oltre un approccio tra quello che oggi chiameremo un pamphlet e il libero corso di una immaginazione utopica. In queste tanto rare quanto disparate trattazioni, non abbiamo un Capitale o una Ricchezza delle nazioni, nel senso che nessuno pare si sia peritato di affrontare, pur a livello di pensiero, i tanti e complessi problemi connessi all’idea di una unità di sistema a più alto livello degli europei o di una loro cooperazione a fini superiori. Evocare una vaga idea è una cosa, scendere nel dettaglio del volgare mondo del possibile con fini, tempi e condizioni particolari, un altro. Infine, da Kant a Spinelli, il movimento del pensiero è scaturito per lo più dal problema guerra e comunque, sempre muovendo da ragioni interne all’Europa, la sua divisione, la sua conflittualità, il suo ottuso particolarismo. Lo Stato-nazione invece, come abbiamo visto, ebbe sempre i natali in una causa di competizione esterna. Mentre le sollecitazioni interne ad un sistema rimangono pur sempre opzionali, dilazionabili, oggetto delle buona volontà, le sollecitazioni esterne, quelle che ci pongono altri, non completamente da noi gestibili, richiedono un adeguamento imperativo. E’ questo motore esterno a permettere sullo slancio, di superare le tante difficoltà e contraddizioni che si incontrano nel mutamento strutturale.
  1. Nel dopoguerra del secolo scorso, si interpretò il problema europeo come mosso dal conflitto economico. In effetti si fece di necessità virtù nel senso che le nazioni europee, uscite dilaniate dal conflitto, dovevano ricostruirsi e questo movimento si pensò necessario ingabbiarlo entro accordi e trattati che regolamentassero la competizione onde non farla di nuovo sfociare in guerra di tutti contro tutti. Era tra l’altro proprietà del sistema “mercato” tendere al superamento dello stretto confine nazionale e quindi si pensò essere questa virtù, la via per superare la necessità di evitare un nuovo conflitto. Ma si deve anche notare che questa situazione, per la prima volta, si colloca entro uno scenario non più eurocentrico. Per la prima volta nella sua storia,nato-expansion “Europa” si trova condizionata da una doppia supervisione di controllo e disputa. Eliminato assieme il fenomeno emergente del nazi-fascismo, due giocatori parzialmente esterni al comune europeo, gli Stati Uniti d’America e l’Unione sovietica, avevano non solo forte interesse ma anche forte capacità di imporre i propri interessi per altro divergenti, alla libera formazione delle dinamiche interne al sub-continente. In più, come detto, gli europei perdevano gradatamente la proprie proiezione esterna e venivano viepiù confinati dentro i precisi limiti della loro posizione geografica. Usa e Urss non solo limitavano e controllavano gli eventi su quello che per loro era lo scacchiere europeo ovvero il piano di gioco tra loro ma, partendo da questo, ridisegnavano il gioco-mondo andandosi a spartire le più ampie regioni del tavolo-mondo. In maniera molto più soft di quanto non era accaduto ai popoli colonizzati dagli europei, gli stessi europei di ritrovarono per la prima volta oggetto delle altrui cure interessate a condizionarne la sovranità. Le singole nazioni europee si trovarono così in dovere di schierarsi con gli uni o con gli altri ed al loro interno, si replicò la divisione sfruttando l’oggettiva divisione tra le classi essendo il gioco a due poli, interpretato da due opposte incarnazioni ideologiche basate su due modi opposti di intendere la vita associata.
  1. Gli ultimi cinquanta anni d’Europa vedono due dinamiche importanti. Gli europei, supervisionati dagli interessati americani (coadiuvati dai britannici sempre diffidenti verso il per loro minaccioso continente dirimpetto dal quale avevano deciso di alienarsi sin dal XV secolo), sviluppano un mercato comune accompagnato da due diverse versioni di “serpente monetario”[5], poi una serie di istituzioni comuni per quanto deboli, poi una moneta che legò 17 (poi 19) di loro non a fare qualcosa assieme ma a non farla. La moneta, la valuta, elemento essenziale di una politica economica nazionale ed elemento storicamente determinante della sovranità, veniva congelata in un trattato che delegava un istituto ritenuto tecnico (la banca centrale) ad amministrarla secondo parametri imposti soprattutto dalla nazione che si riteneva la più necessaria per domare la coazione competitiva continentale: la Germania. Il patto fu obbligare la Germania a far qualcosa assieme a gli altri in modo da non ritrovarsela contro in una delle mille tenzoni europee offrendogli la rinuncia alla svalutazione competitiva (potenziale miccia di più ampio conflitto) e fu ulteriormente pagato accettando le condizioni tedesche riguardo il come intendere ruolo e gestione della moneta comune. In più, si era già accettata anche la riunificazione tedesca che andava formando il di gran lunga più grande stato (oggi circa 83 milioni) in un’area di medio-micro stati. La posizione ideologica tedesca sull’economia e la moneta, venne ampiamente condivisa dalle élite finanziarie europee e da molta parte di quelle economiche di tutti gli altri Stati-nazione. Il tutto, avvenne dentro una congiuntura economica positiva (o che si riteneva tale) e sotto bi_graphics_globalfirepoweril benevolo giudizio del supervisore americano, lo Stato multietnico in cui la prima etnia è quella germanica.

La seconda dinamica, fu il lento sgretolarsi endogeno del sistema avversario degli americani ovvero l’Unione sovietica. La sequenza Muro di Berlino (1989), riunificazione tedesca (1990), fine dell’URSS (1991), Trattato di Maastricht (1992), euro (1999-2002), liberava il territorio europeo dalle tensioni delle guerra fredda, portava l’Europa occidentale a riunirsi con quella orientale (una “ri-unione” inedita nel senso che storicamente non c’è una grande storia comune tra queste due parti), sanciva la centralità tedesca come perno del sistema, definiva “sistema” un insieme di comuni interessi prettamente economici pur mantenendo la partizione stato-nazionale, poneva il sistema così ricostruito sotto la precisa egemonia ed indiretto controllo americano che sequestrava la sovranità militare (a parte la Francia). Il sistema europeo così costruito, era il sogno realizzato di una delle due parti della storica contraddizione capitalistica, quella Stato-mercato. Il “mercato” dominava lo Stato e si serviva di questo sia per gestire le specifiche contraddizioni nazionali (governi nazionali), sia per gestire le contraddizioni dello stesso sistema europeo (governo europeo ovvero -di fatto- la riunione dei capi di Stato nel Consiglio europeo).   In mezzo a queste due parziali e condizionate sovranità politiche, una pletora di istituzioni parziali formali ed informali, una voluminosa burocrazia, una complessa rete di norme, regole e libero gioco di interessi finalizzati a far ben funzionare le istituzioni di mercato, eliminando la gestione flessibile della moneta dallo stesso gioco.

Ereditata una tradizione forte di pluralità conflittuale, si è pensato non di dar retta al vecchio Kant che consigliava di mettere assieme gli eserciti così da non aver più lo strumento per farsi guerra ma di metter assieme i mercati e per alcuni, anche la moneta. Il mercato avrebbe sciolto la tenace resistenza dello stato (e della nazione) come se una istituzione la cui sopravvalutazione funzionale (tanto liberale che marxista) è cosa assai recente, potesse magicamente ordinare fattori che hanno agito per più di due millenni. Del resto anche il papato medioevale era convinto che l’istituzione ecumenica della cristianità avrebbe potuto unificare il sub-continente, finendo travolto e costretto infine ad occuparsi di cose spirituali visto che il temporale risponde ai fatti duri e non alle ideologie. Ogni epoca s’abbaglia alla luce assoluta del suo ordinatore, prima quello militare (romani), poi quello religioso (medioevo), infine quello economico (modernità recente).

EFFETTI DEL MONDO SULL’EUROPA.

  1. A questo punto, torna a rifarsi vivo l’esterno del sistema. Finanziariamente, il sistema mondo giunge nel 2008-9 ad un collasso dovuto a quello che in geopolitica degli imperi si chiama “over-streetching”, né più – né meno che espansione irrazionale delle funzioni, come nell’eccessiva riproduzione cellulare che chiamiamo “cancro”. Ogni sotto-sistema ha un suo ruolo i cui confini sono vincolati dal funzionamento e ruolo degli altri sotto-sistemi, quando eccede oltre questi confini funzionali, dopo una breveresposs-infographic euforia di potenza, va incontro al collasso per eccessiva espansione funzionale. Economicamente, la globalizzazione giunge al suo picco funzionale nel 2008 arrestando, da allora, la crescita degli scambi internazionali. Potenti retroazioni negative quali la dipendenza tossica dal debito, il disordine migratorio, la scomparsa della crescita sostituita nell’orizzonte degli eventi da stagnazione e recessioni, segnalano che il meta-sistema ha terminato la sua funzione ordinante ed ora diventa disordinante. Le società occidentali, accusano le retroazioni di questo meta-sistema andato oltre le sue possibilità funzionali: forte divaricazione sociale-reddituale, contrazione della classe stabilizzatrice (la media, nelle sue molteplici sfumature), blocco dell’ascensore sociale, stato permanente di incertezza con outlook negativo (da cui anche la minor spesa di chi potrebbe permettersela), aumento del debito pubblico e privato contratto in attesa di una crescita ora soggetta al principio di scarsità, se non di sparizione. Un macromovimento di “grande convergenza” innalza le posizioni dei Paesi di seconda o terza fascia mentre quelli della precedente prima fascia, ristagnano. Il tutto si riflette sul piano politico occidentale con una progressiva delegittimazione delle élite (a vari livelli).  Sul piano sociale comincia a total-debt-by-countryfarsi insostenibile l’incertezza, sul piano culturale mai la società occidentale è stata così desertificata ed infertile, sul piano demografico soprattutto gli europei ed i giapponesi sono diventati praticamente “sterili”. Sul piano sociale-culturale, interessante quanto segnala per la prima volta il centro ricerche del Credit Suisse ovvero che tra i più preoccupanti rischi sistemici all’orizzonte, si segnala una inedita “stanchezza del consumismo”[6].
  1. Nel mentre gli europei stentano a rendersi conto che i tempi stanno profondamente e rapidamente cambiando, l’anno scorso, i britannici defezionano dall’UE per riappropriarsi della completa sovranità nazionale, Trump con analogo disegno batte la Clinton alfiere di quello ormai irrecuperabilmente in crisi (globalismo finanziarizzato e militarizzato), Putin compie una serie di capolavori tattici per difendersi internamentesilk_road_600-005 ed esternamente dalla pressione americana riuscendo addirittura ad aumentare la sua sfera d’influenza, Xi Jinping accentra i poteri e sviluppa con la BRI[7] il più potente disegno strategico-mondo alternativo a quello americano, Modi tenta di governare ed indirizzare la crescita indiana ed annuncia un Pil superiore a quello del Regno Unito. A questo punto ed anche per altre pressioni non precedentemente enumerate (quelle migratorie ad esempio), gli europei capiscono che il loro modo di stare la mondo non è più adeguato alla realtà del mondo stesso, le negatività superano di molto le positività, tale condizione non è passeggera come ci si era irrazionalmente auto-convinti fosse dopo la crisi del 2008 reiterando la “religione del cargo” della “luce in fondo al tunnel”.

Il dramma principale è che il nuovo gioco di tutti i giochi del tavolo-mondo è ordinato dalla geopolitica ma Europa non è un soggetto geopolitico.

La disordinata rincorsa a recuperare una soggettività geopolitica fugge in due direzioni opposte: 1) rinforzare l’unione politica e militare; 2) tornare a recuperare la piena soggettività stato-nazionale. Ma sarebbe fin troppo positivo interpretare queste due risposte come reazioni lucide alla domanda proveniente dall’esterno. In effetti, le due posizioni, sembrano più che altro rimbalzare come reazione a dinamiche ancora interne. 3731-004-acd90ca6La prima vuole proteggere la sua opera di mercato e moneta comune, la seconda vuole proteggere dai danni sociali inflitti da questa costruzione. Nessuna delle due in effetti sembra muovere da una comprensione razionale dell’inadeguatezza “storica” dell’essere Europa. Anche i più sfrenati unionisti ( di cui si vedono tracce sempre più flebili) non credono davvero di unirsi in un super-Stato (a 27 o a 19) con tutte le leve di potenza coordinate a disposizione mentre i sovranisti non vedono che i nemici più prossimi (gli unionisti) ma non quelli che si affacciano all’orizzonte: i grandi e potenti stati extra-europei. Sfugge che lo Stato-nazione europeo è un sistema figlio della geostoria e data al XV-XIX secolo, quando il mondo era abitato da 500 – 1300 mila esseri umani, quando Eruropa era un sistema semi-isolato e potevamo quindi dedicarci all’essere gli uni contro gli altri, non c’era lo sviluppo economico-sociale-tecnico che chiamiamo capitalismo (o era alle prime mosse), i limiti ambientali non erano in vista, gli europei erano larga parte del mondo e progressivamente superiori in molte performance decisive, tra cui quelle militari. Anche i pur brillantissimi antichi greci non s’avvidero del salto quantico della condizione del loro intorno-mondo e continuarono a litigarsi i reciproci egoismi di città-stato nel mentre iniziava l’era degli imperi. Infatti è così che termina una civiltà, per dis-adattamento alla condizione-mondo, quando rapiti dalle dinamiche interne, non ci si avvede di quelle esterne.

10. Questioni demografiche, geografiche, ambientali, storiche, economiche e culturali, sembrano convergere su un tavolo mondo a cui si siedono 200 stati, ognuno in cerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Le dinamiche più importanti, verranno determinate dalla megafauna intendendo con ciò, gli stati che hanno più potenza (economica, finanziaria, militare, culturale, quindi politica). Con Cina, India, USA, Brasile, Giappone, Russia siamo sempre oltre i 100 milioni di popolazione[8]. La Germania che appartiene a questo gruppo, ne ha 83 ma la Germania conta anche su una fitta rete di partner più o meno confinanti (Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Rep. Ceca, Austria, Olanda, Belgio, Lussemburgo)[9] che la rendono sistema più ampio della sua singola consistenza e sembra che stringere questa rete, sia la più idonea traduzione dell’enigmatico “Europa a più velocità” recentemente pronunciato dalla Merkel. E comunque la Germania è molto lontana dal’essere una potenza militare, il che -in termini geopolitici- conta non poco. Inoltre, occorre vedere la dinamica perché se ilwpds-2009-2050-table rank degli stati-economie per Pil nominale ha subito un sovvertimento delle gerarchie nei soli ultimi dieci anni, già oggi quella del 2050 per PIL PPA vede spuntare all’8° posto i 250 milioni di indonesiani e non vede più europei tra i primi otto. Infine occorrerà vedere la dinamica d’area perché appartenere a sistemi crescenti come saranno l’Asia e l’Africa, sarà ben più favorevole che non appartenere a sistemi statici o in contrazione, come sembra destinata da essere l’Europa e più in generale l’Occidente.

L’elenco dei regolamenti di gioco che queste potenze dovranno contrattare formalmente o informalmente, cooperando o competendo, parlandosi o minacciandosi, va dai regolamenti ambientali alle sfere d’influenza geopolitica e geoeconomica, dall’architettura banco-finanziaria -che nella sua struttura dollaro-Fmi-WB-BIS verrà ovviamente ridefinita visto che ormai siamo a più di settanta anni da Bretton Woods- alle nuove alleanze commerciali o militari a geometrie variabili. Gli europei già da tempo contano poco o nulla e più che altro come “foederati” dell’impero informale americano ma ora, non solo gli stessi americani ed i britannici hanno annunciato la nuova politica del “mani libere” ma non è detto che non comincino a vedere nell’Europa una preda da dividersi per costruirsi una loro più formale periferia protettiva.

CONCLUSIONI

Siamo in un momento frastornante in cui veniamo strapazzati da eventi a ripetizione, eventi complessi, inediti e spesso fuori scala. Molti pur tra i sensibili ovvero coloro che cercano di farsi una mappa del mondo, sono e sempre verranno magnetizzati da Trump, dall’euro, da Putin, dalla sequenza Olanda – Francia – Germania e da qualche parte anche Italia delle elezioni nazionali del 2017. Il 25 Marzo, al sessantesimo dal Trattato di Roma, gdp_ppp_2016_selection_en-svgvedremo se si tratterà solo del trionfo del’inutile retorica o se le annunciate mosse della Merkel su un nuovo disegno di Europa asimmetrica (sostanzialmente la libertà per la Germania di procedere per conto proprio e “chi la ama la segua”) annunceranno una nuova fase e di che tipo. Quello che però occorre forse inquadrare meglio è il momento nel flusso storico, uscire dall’esasperato presentismo in cui cerchiamo di non annegare saturandoci di informazione che ci forma a suo piacimento facendoci sapere tutto ma comprendere quasi niente. Occorrerebbe recuperare sguardo di prospettiva e capire cosa dovremmo fare nei prossimi trenta anni, nulla di ciò che compone e condiziona la nostra vita si è formato ieri, nulla di ciò che possiamo fare per darci nuove condizioni di possibilità si fa domani anche se comincia domani.

La Geuropa (l’Europa germanica) non è una prospettiva auspicabile ma per fortuna non è neanche praticabile, il che non vuol dire che i tedeschi ed i loro alleati nelle varie élite nazionali non cercheranno di perseguirla ostinatamente. Non vorremmo abbandonarci allo sciocco determinismo del “non c’è due senza il tre” ma se la Germania che è stata l’ultimo grande stato europeo a formarsi, ha provato per ben due volte con effetti disastrosi a dilatare il proprio dominio, ciò forse vuol dire che lì ci sono una serie di questioni geo-storico-culturali irrisolte o quantomeno non tali da permettere all’entità tedesca di svolgere funzioni di leadership aggregante per egemonia e condivisione. Stante comunque che Europa, con la sua storica e geografica tendenza alla insopprimibile pluralità, le sue pronunciate linee di faglia e di frattura, non è mai stata dominata da alcuno perché semplicemente non può esserlo.  Di contro l’idea (non si comprende fondata su cos’altro se non un ormai insopportabile e del tutto inopportuno idealismo dei principi), di unire gli Stati-nazione europei nella figura mitica de “l’Europa dei popoli” democratica-solidale-ambientale e diritto-civilista, tutte ottime petizioni di principio che nulla dicono su come si vogliono affrontare i drammi adattivi all’era complessa ordinata dal conflitto geopolitico. Al mito dell’Europa del mercato, si oppone con tic dialettico l’Europa democratica, una disputa oziosa che forse sta in cielo ma non certo in terra. Semplicemente, Europa va trattata come un problema politico ed Europa non si può unificare politicamente tutta2af1abf400000578-3178933-this_graphic_shows_how_the_world_population_is_projected_to_hit_-m-39_1438199791699 in una volta perché nulla della sua geografia, storia, cultura, tradizione, religione lo consente e solo chi insegue vaghi enti come il mercato e la moneta, può soprassedere a queste tenaci “nervature dell’essere” -come le chiamava Platone- che il buon macellaio sa che non si possono tagliare. Senza intento polemico, segnalo che far discutere il “problema Europa” solo dagli economisti è come far discutere gli esperimenti del CERN dagli ingegneri che fanno funzionare l’acceleratore.

Ecco allora che l’europeo stordito ma non domato, si ricorda con la passione poco lucida del mito, di quando c’erano gli Stati keynesiani e sicurezza, benessere ed una certa approssimata maggior giustizia sociale (?) o quando la Nazione garantiva l’identità e la funzionalità della comunità, quando c’era il banchiere centrale e il massimo dell’esotismo etnico era il turista americano (bianco) a Trinità dei Monti. Ne fa una questione di ideologia economica o monetaria o religiosa o etno-culturale o di una politica quale si usava quasi un secolo fa. Gli Stati-nazione di taglia europea, ripetiamo ad nauseam, sono figli di dinamiche endogene europee del XV secolo, ancora più o meno valide fino al XIX secolo. Il XX non fa testo alcuno essendo diviso tra una parte di guerra totale ed una di ricostruzione o se lo fa, dice che la convivenza tra le eterogenee frazioni d’Europa è tra il molto difficile e l’impossibile, tendenzialmente molto conflittuale. A grana grossa, le Europe sono almeno quattro[10]. Nulla delle condizioni del mondo che pongono tutte le pressioni fuori dal sistema Europa, pongono le principali dinamiche ambientali, economiche, valutarie e finanziarie, culturali, religiosi, demografiche, come “esogene”, dovrebbero portare a ritenere possibile far sopravvivere la macedonia dei cinquanta staterelli europei. Ma se c’è chi si perde nelle ideologie, c’è anche chi rincorre i miti che poi sono ideologie di lunga durata.

Stretti tra l’impossibilità della Geuropa e della sua versione demo-utopica e l’insostenibilità del vessillo nazionale ottocentesco, forse dovremmo abbandonare per sempre sia il concetto di nazione, sia quello di unione e concentrarci su quello di Stato. Forse dovremmo coltivare l’aristotelico “giusto mezzo” e rivolgerci a progetti di nuovi Stati, a fondere tra loro alcuni vecchi Stati, non 27 o 19, di meno come si fa volendo incorporare tra loro diversi ingredienti. Unire popoli diversi è certo molto difficile ma se prendiamo germanici e latini, slavi e baltici da unire tutti in una volta, nel mentre americani, britannici, russi, arabi e cinesi certo non stanno lì a fare il tifo per te, più che difficile è impossibile.  Di contro, anche il rifiutare e voler sciogliere l’attuale configurazione dell’unione mercatistica e della moneta neo-liberista ha bisogno di un traguardo lontano perché dovrebbe esser in funzione di quello, che si agisce nell’immediato.

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Al tavolo del grande gioco del mondo, chi scrive, vorrebbe veder un giorno sedersi lo Stato latino-mediterraneo (Stato, non Unione), un progetto più volte da noi e non solo da noi promosso anche se il dibattito pubblico viaggia su tutt’altre frequenze. Sin da subito, l’Europa come sistema formato da diversi sistemi che ora sembra accettarsi nell’opzione “Europa a più velocità”, potrebbe vedere la luce di una più stretta Unione dei latino-mediterranei che si potrebbero dotare in tempi altrettanto brevi di una propria moneta, gestita ben diversamente da come s’è stabilito nei trattati euro-tedeschi poi passati alla gestione della BCE. Questo è un orizzonte da vedere se utile e comunque a breve, quello a medio – lungo dovrebbe essere uno Stato ovviamente federale e parlamentare, con una sua Costituzione, esercito, istruzione e un suo welfare. Uno Stato che nascerebbe come terza economia del mondo, quinto per dimensioni demografiche, in grado di influire in tutti i giochi del mondo nuovo. Uno Stato la cui definizione linguistico-culturale-geografica (latino e mediterraneo) è garanzia di possibilità perché non si fa “Stato” che è “cosa politica” con chi parla[11] e vive troppo diversamente e da sempre abita dall’altra parte dello spazio geo-storico.

Il nuovo Stato di chi ha inventato la polis, la civitas, il Comune, la Repubblica, lo Stato-nazione moderno e non si rassegna a scomparire dai registri della Storia. Non ora, che la Storia annuncia di volerci passare al vaglio di un nuovo, difficile, esame.

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[1] Le ragioni di difesa/offesa portavano con loro, ovviamente, anche le ragioni fiscali, entrambe centralizzate.

[2] In effetti, con la pace di Basilea del 1499, gli svizzeri non crearono uno stato ma una confederazione, termine poi rimasto ancor oggi in uso, sebbene dal 1848, la Svizzera sia uno Stato federale.

[3] Lo stesso concetto di “nazionalismo” è da leggere in questa ottica, tanto quanto è geopolitico lo scontro tra sauditi ed iranici sebbene vestito da scontro di religione sciiti vs sunniti. Al nazionalismo si può ricorrere per guerre di indipendenza, per compattare lo spirito nazionale spesso per segnare una distinzione con qualche confinante o ad uso del potere di certe élite, come retorica di condimento a guerre d’aggressione che hanno però altre cause scatenanti. La storia europea mostra nazioni che non hanno espresso un forte nazionalismo o nazionalismi innocui come quello dei greci. L’intero concetto è molto sfocato ed usato con troppa disinvoltura da una parte ed eccessiva paranoia dall’altra, nell’attuale dibattito pubblico.

[4] L’idea kantiana è stata chiamata a supportare una presunta tradizione del pensiero unionista federativo ma Kant non ha mai parlato di federazione ma di confederazione. Una confederazione, non è altro che una alleanza, in genere, militare. Usare i due pamphlet di Kant per dar tradizione al progetto di Europa unita è altamente improprio, forse leggere ciò che si cita aiuterebbe a tornare a quelle idee “chiare e distinte” di cui oggi si sente grande mancanza.

[5] Il serpente, con le sue da 100 a più di 500 vertebre, è l’idealtipo di un sistema a coordinamento flessibile. Lo SME, ebbe due versioni, l’ ERM1 dal 1971 con possibilità di svalutazione +/- 2,25%  l’ERM2 dal 1979 con banda di oscillazione portata al +/- 15%. Il sistema ha lasciato il passo al sistema euro nel 1999.

[6] Il “consumismo” è una forma di intensificazione sistemica, prodottasi dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Inizialmente supportato da una vasta e reale innovazione di prodotto industriale che riciclava la precedente potenza produttiva bellica americana, ha poi preso le forme di una vera e propria scienza della vendita (marketing,  pubblicità e diffusione dei media di massa), per poi passare alla morte programmata di prodotti altresì potenzialmente molto più longevi (obsolescenza programmata), ai cicli di modesta creazione necessitanti precedente distruzione ovvero le “mode”, al debito al consumo, all’usa e getta. In breve, sembra che dalla fine degli anni ’60 in poi, si sia strizzata la sola capacità di assorbimento dell’offerta fino al punto di non saper più cosa altro inventarsi. La reale innovazione di prodotto è andata invero degradandosi, la televisione a colori è una novità di prodotto ma è degli anni ’60, da allora la si è fatta più grande, più piccola, piatta, portatile, stereo surround, home theatre, si è provato pure a riciclare il 3D che era innovazione (debole) degli anni ’50 ma queste sono solo innovazioni di sostituzione (intensificazione dei tempi nel ciclo di consumo) non di prodotto. L’unica consistente innovazione è stato il digitale-informatico ma non regge da sola il confronto con l’onda elettro-chimico-meccanica dei primi ‘900 e con quella industriale-largo consumo del dopoguerra.

[7] BRI, Belt and Road Iniziative prende il posto del precedente acronimo One Belt One Road – OBOR, in sostanza, le due Vie della Seta, mare e terra.

[8] Questo   “temerario” studio PWC (previsioni a trenta anni all’interno delle vivaci dinamiche di riconfigurazione del mondo attuale non possono che esser definite “temerarie”), dice una cosa prima di ogni altra: le dimensioni demografiche conteranno sempre di più.

[9] Per tutti i paesi citati, la Germania è sempre il primo o il secondo partner per scambi commerciali.

[10] B. Amoroso (purtroppo di recente scomparso e col quale ho intrecciato opinioni proficuamente nel recente passato su questo argomento), le identificava così (qui). Io ne darei altra partizione (latino-mediterranea, del Nord, del Nord Est e del Sud Est) ma -più o meno- il discorso è lo stesso. La razionale di questa linea di pensiero è semplice: 1) Siamo obbligati per ragioni di contesto storico-mondiale a formare stati (stati non confederazioni, unioni, leghe o altre ambigue forme) più grandi di quelli ereditati dalla storia; 2) tali stati dovranno essere probabilmente federali ma soprattutto democratici; 3) la democrazia presuppone una certa omogeneità del suo demo, omogeneità culturale, storica, linguistica. La logica per fare Stati non è uguale e neanche simile a quella utilizzabile per fare mercati o unioni monetarie sebbene risalendo la catena le monete debbono essere armoniche con il tipo di sistema economico che si ha e questo -fatalmente- avrà configurazioni più omogenee tra coloro che hanno una geo-storia simile.

[11] Uno Stato che almeno in tempi ragionevoli non parla una qualche forma di lingua comune non potrà mai essere democratico essendo il dialogo (logos tra due) l’essenza della democrazia. Una comune radice linguistica, ne è il presupposto.

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DALLA GLOBALIZZAZIONE ALLA GEOPOLITICA. Come le nazioni dominanti si adattano all’era complessa.

“Le idee della nazione dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”

Anonimo istituzionalista

definitivo-coverL’ordine del mondo sta subendo una modifica strutturale, si sta passando da un impianto prettamente economico e finanziario ad uno in cui l’economia e finanza saranno pilotate dalla logica geopolitica. Il cambio che verrà imposto dal giocatore principale ovvero gli Stati Uniti, è motivato da una diversa lettura del come perseguire l’interesse nazionale.

L’interesse nazionale è un concetto che è diventato invisibile negli ultimi decenni ma è più probabile lo sia stato per ragioni narrative che per effettiva sua scomparsa. La narrazione globalista, narrazione inaugurata ai tempi del “Washington consensus” il cui varo risale a venticinque anni fa, ha teso a raccontarci l’esistenza di un “interesse mondo” che scioglieva gli egoismi nazionali in un meta-ente indifferenziato a cui tutti avremo partecipato all’insegna del “poche regole e vinca il migliore”, invito rivolto ad entità private, tanto istituzionali (imprese, banche, fondi, intermediari, reti distributive) che individuali (imprenditori, lavoratori, investitori). Un lento scioglimento dello Stato ne era sia precondizione che l’effetto.

La narrazione ha esteso il suo dominio e credibilità, aiutata da vari portatori d’interesse. I primi sono stati ovviamente i credenti nel sistema cosiddetto “capitalista” nella versione storicamente maggioritaria, ossia “liberale”. Questo sistema, di sua natura, è formato da due logiche: una è quella della sede d’origine del soggetto capitalista che partecipa della cura che ogni Stato dà alla sua economia (protezione giuridica, investimenti pubblici, formazione del capitale umano, dotazione della prima clientela), sede che è sempre geo-localizzata, l’altra è quella che lo stesso soggetto privato ha laddove persegue il suo interesse o cercando di vendere qualcosa a quanti più è possibile  o cercando di investire – ricevere l’investimento di capitale o cercando  la mano d’opera a minor costo, delocalizzando o attirandola con le migrazioni economiche. Questa seconda logica non ha limiti geografici, anzi, combatte strenuamente per forzarli. Si determina così una di quelle forme di interesse conflittuale (parte in comune, parte in conflitto) che accanto a quello ben noto del capitale-lavoro, prevede la coppia Stato e mercato[1].

I secondi portatori d’interesse che hanno sorretto la narrazione sono stati alcuni, potenti, stati. Stati Uniti, Gran Bretagna da una parte e Germania, Francia, Giappone[2] dall’altra, hanno pensato che i propri campioni nazionali potessero così meglio performare e con ciò, promuovere lo stesso interesse nazionale, che fosse poi di ritorno fiscale o occupazionale, con un secondo beneficio indotto: quello di ordinare il mondo imponendo un gioco (il “libero” mercato di merci, persone e capitali) in cui si ritenevano campioni assoluti. Ma la narrazione non avrebbe conquistato davvero cuori e menti globali se non fosse stata condivisa da altri che vi hanno visto la possibilità di promuovere anche il loro specifico interesse nazionale: la Cina, la Corea del Sud, il Brasile, l’India e molti altri. Dopo venticinque anni, si è scoperto che il rendiconto finale di queste intenzioni, è diverso dalla aspettative. Il secondo gruppo, gli stati affluenti, ha effettivamente conseguito i suoi obiettivi ma nel primo, solo una sparuta minoranza di privati ne ha beneficiato e soprattutto, si è registrata una costante perdita di potenza di alcuni stati occidentali (i primi due) che si sono accorti di perdere progressivamente la facoltà di ordinare il mondo mentre nel secondo gruppo, tolta la Germania, ne hanno tutti più o meno sensibilmente, risentito[3].

In Occidente, curioso il caso di quella parte di pensatori e portatori di interesse politico, che avrebbero dovuto avversare il dominio di questa narrazione ovviamente propria -in primis- dell’interesse dei Pochi o élite o  classe dominante, tre definizioni che dicono in termini analitici sostanzialmente la stessa cosa. Qui, almeno inizialmente, si formò il classico polo dell’antitesi, l’anti-globalismo poi alter-globalismo ma non andò molto oltre la petizione di principio e quindi perse progressivamente sostanza[4] . Quasi subito, in questo frastagliato mondo dei Molti (popolo, classi subalterne), si distinse una corposa maggioranza di acquiescenti ovvero coloro che in fondo condividevano l’interesse a che il sistema generale (economico-finanziario-occupazionale) crescesse, riservandosi semmai il compito di promuovere diversi modi di ridistribuirne i benefici. Poi, ad esempio le sinistre europee, hanno perso anche questa intenzione rapite dalla difficile responsabilità di dover fan funzionare il sistema verso il quale, una volta, erano in opposizione e paralizzate dalla logica duale dell’interesse dello Stato vs quello di mercato. Infine, una sparuta ma influente élite di pensanti, influente perché agisce sull’immagine di mondo, ha addirittura teorizzato che ciò era anche interesse dei Molti. Affascinati dalla flautata dolcezza di alcuni concetti cari alla tradizione di queste forme di pensiero quali “cosmopolitismo”, “internazionalizzazione”, “general intellect”, “comune”, “post-nazionale”,  unitamente alla pervicace cecità sul concetto di Stato ed alla confusione tra i concetti di Stato e Nazione, si è finiti per produrre una sillogismo demenziale: siccome il capitale è globale, io son contro il capitale, ergo, dobbiamo farci classe globale che combatte il capitale[5]. Che poi sarebbe come se il Crotone, incontrando il Barcellona, teorizzasse di doversi votare al tiki-taka per sconfiggerlo. Tutte e tre queste forme di aspiranti antitesi (forse eccetto la prima che in effetti teorizzava il pensiero globale ma l’azione locale) sembrano non aver capito che l’agente principale di questo gioco è sempre e solamente lo Stato che promuove il suo interesse nazionale[6].

Lo Stato definito come intenzionalità politica, giuridica e militare (spesso anche fiscale), che ha sovranità su un certo territorio su cui insiste una data popolazione, è un ente che appare in sincronia con la comparsa della società complesse, 5000 anni fa o addirittura prima. Ha declinato la sua forma spaziale in regno, impero, città-stato, signoria o principato, stato-nazione o stato non nazionale; ha declinato la sua forma funzionale in feudale, centralizzato, federale; ha declinato il suo ordinatore in politico, militare, teocratico, capitalistico; ha declinato la sua forma politica in monarchia o tirannia, oligarchia o aristocrazia, raramente in democrazia o demagogia[7] o forme intermedie tra cui l’oligarchia votata “democraticamente” che chiamiamo democrazia rappresentativa; ha declinato la sua composizione in nazionale (concetto originario della sola Europa e della sua peculiare geo-storia) o pluri-etnico, ha avuto confini certi o sfumati, si è addensato intorno ad un credo religioso o più d’uno  ma l’ente soggetto della storia politica ed oggetto del discorso è sempre è solo uno: lo Stato.

Le teorizzazioni anti-statali, che siano quelle dell’anarchia o del mercato autoregolato che risolve tutti i problemi (l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard), svolgono una funzione critica ma non si è mai visto governare effettivamente porzioni di territorio con popolazioni concrete, da altro che non sia una qualche forma di Stato. Anche l’ispirazione anarchica, quando ha provato concretamente a gestire popolazioni (da gli anarchici ucraini di N. Makhno alla Settimana rossa di Malatesta, alla guerra civile spagnola), è diventata una forma di socialismo consigliare o democrazia molto diretta e permanente che se non fosse stata presto stroncata dal flusso storico, non avrebbe potuto prendere altra forma che quella di Stato, non centralizzato, non militarizzato, non capitalista, probabilmente iper-federale-comunitario ma comunque, Stato. Forme reticolari quali le anfizionie, le leghe, le confederazioni, esistono in quanto mettono in interrelazione Stati o unità politiche di popoli territoriali. Financo i seminomadi che erano certo  meno territoriali degli stanziali, ebbero forma di unità politica-economica-militare-fiscale come nel caso degli Unni e dei Mongoli. Solo la condizione tribale, per altro dipendente da un rapporto molto basso tra popolazione e spazio territoriale, esce dallo schema e nel caso delle confederazioni dei nativi americani, poi, neanche del tutto.

Infine, la reiterazione del concetto di capitalismo che sembra non aver necessità di qualificazione geografica[8], ha portato -erroneamente- a ritenere di aver a che fare davvero con un miracoloso ente autorganizzato, acefalo e liquido come ci viene raccontato dai tempi di Smith (1776) stante che lo stesso Smith parlava sì di ricchezza ma delle “nazioni”, nel senso di degli “stati”. Marx, nel XXIV capitolo del Libro I del Capitale, dice che il capitale si è servito principalmente del potere dello Stato ma sembra relegare questa funzione solo al fine della accumulazione originaria, mentre invece non c’è aspetto dell’affermazione e dello sviluppo del modello capitalistico madre, ovvero quello britannico, che non dipenda direttamente o indirettamente da qualche Act del parlamento a cui era demandata la funzione generale dello Stato sin dal 1688-89, fino alla sua fase imperiale. Così per la successiva fase americana. Del resto, non è che il Washington consensus si sia formato in un club privato di capitalisti internazionalisti e si sia imposto per spontanea accettazione nella magica convergenza di interessi delle classi dominanti, si chiama Washington perché quella è la capitale politica degli Stati Uniti d’America, così per la wave liberista Reagan-Thatcher  e per quella neo-liberale Clinton-Blair, così per quella che ci aspetta nazional-liberista di Trump-May, stiamo sempre e solo parlando di Stati Uniti e Gran Bretagna che fino a prova contraria sono Stati, stati dominanti . La culla del pensiero neo-liberista (Chicago, Illinois, USA) è giunta infine a dare presunto spessore teorico alle disposizioni operative di quello che si chiamava Washington consensus, recuperando teorizzazioni austro-tedesche già degli anni ’30 che erano finite nel dimenticatoio, e comunque l’ha fatto partendo da una università americana.

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Reso così invisibile, l’interesse nazionale  delle “nazioni dominanti” categoria politica che sarà meglio affiancare  a quella sociologica delle classi dominanti ed a quell’altra che ha unità metodologica nell’individuo, è diventato una struttura in bundle con una narrazione che voleva far di tutto il mondo un mercato, stante che Wall Street, la City e la stragrande parte delle Top 500 di Fortune sono appunto banche, aziende o centri di mercato delle nazioni dominanti e quindi dominando il gioco si pensava di poter dominare o quantomeno ordinare in proprio favore, lo spazio-mondo che nel frattempo diventava sempre più complesso e non solo per via della globalizzazione che –appunto- è stata un tentativo di dominare quella crescente e minacciosa complessità.

A conti fatti, però, sono apparse molte minusvalenze in questo gioco. Il capitale nazionale ha tradito spesso e volentieri l’interesse nazionale sia de-localizzando la produzione che la sede fiscale, con riflessi occupazionali negativi e crescita dell’interdipendenza in molti settori. Trump si sta accorgendo che se gli USA dovessero far guerra alla Cina, ad un certo punto la macchina bellica si bloccherebbe in attesa dei pezzi di ricambio prodotti -appunto- in Cina. Inoltre, la distrazione fiscale porta lo Stato a debito ed uno Stato a debito è come un gladiatore in catene. Infine, a conti fatti, ci ha guadagnato  solo il capitale finanziario che notoriamente è in mano a pochissimi i quali, pur nelle men che formali democrazie occidentali e pur controllando tutte le fonti che formano ed informano l’immagine di mondo (accademia, informazione, editoria), contano pochi voti. Poiché della narrazione faceva parte l’assurda novella del trickle down, scoperta che questa è una post-verità e che in realtà i salari ristagnano, l’occupazione cala ed il futuro è viepiù incerto, capita poi che il popolo s’imbizzarisce e magari vota come non dovrebbe, da cui la canèa su i populismi. Certo, tutti questi effetti erano facilmente prevedili ed alcuni studiosi critici li avevano annunciati ma le tempeste ideologiche e gli spezzoni di società che le promuovono, durano finché non vengono palesemente falsificati, ovvero estensivamente ed intensivamente contraddetti dai fatti. Poiché lo Stato e l’interesse nazionale hanno una intenzionalità collettiva, questa ci mette un po’ di tempo a cambiare assetto, il tempo in cui i fatti reclamano una diversa interpretazione, quindi una diversa élite. L’epistemologo T. Kuhn, ci ha fatto su una teoria madre per tutti i sistemi di pensiero, il paradigma ordinante resiste fino a che i fatti fuori teoria non sono così tanti e clamorosi da spingere qualcuno a trovare un nuovo paradigma da cui far discendere un diverso sistema di pensiero in grado in interpretare anche le scomode anomalie.

Ma questo sarebbe niente se, sempre a conti fatti, le nazioni dominanti non avessero fatto il bilancio da cui emerge con impietosa chiarezza che USA e UK sono in pauroso deficit commerciale (e Germania e Cina sono in pauroso surplus), dollaro e sterlina non hanno un futuro pari al loro passato, Brasile, India e Cina non staranno a lungo nell’Fmi e nella Banca mondiale a farsi trattare da uscieri quando assieme fanno un quinto del Pil mondiale (e possono solo crescere), il sistema di cui sono centro ovvero l’Occidente è in sistematica contrazione demografica e di ricchezza complessiva, la favola bella che ieri c’illuse -le magnifiche sorti progressive dell’economia smaterializzata-, oggi non c’illude più, o Ermione. Si aggiunga quell’ostinato di Putin, i costi insostenibili dell’Impero-mondo che alla fine perde tutte le guerre (ad eccezione della prima “limitata” in Iraq di Bush senior), le vie setose basate sulla reciprocità confuciana dei cinesi, i pazzi cavali arabi dell’Arabia Saudita petro-wahhabita che vorrebbero scorrazzare su tutto l’ecumene musulmano che consta di ben 1,5 miliardi di persone, le sinistre populiste sud-americane oggi domate ma sempre pronte a rifarsi vive visto che le ragioni che le determinarono non sono scomparse, gli sgangherati europei che viaggiano a sbafo nell’Alleanza atlantica e occupano congrue porzioni delle riserve valutarie mondiali con l’euro ed oltretutto deprimono la circolazione della ricchezza perché hanno creduto così alla lettera alla favola del meno Stato e più Mercato da votarsi alla monastica austerity dogma della teologia teutonica. La teoria non funziona più ed i fatti fuori teoria hanno raggiunto il limite, urge quindi un cambio di paradigma, un nuova dottrina immagine di mondo, una nuova élite.

Il bello degli anglosassoni è che da secoli perseguono con inflessibile coerenza il loro esclusivo interesse nazionale ma o riescono a farti sentire partecipe di ciò perché anche tu iscritto al “mondo civile”, cioè il loro modo di vivere e pensare il mondo o quando scartano bruscamente, non ti resta che ammirarli perché sono intrinsecamente “rivoluzionari”[9]. Sono rivoluzionari per un motivo ben semplice: sono realisti. Il realista non detta l’idea al mondo, registra la realtà ed adegua l’idea ad essa per cui se il cumulo dei fatti che fa la realtà passa bruscamente di stato, eccoli subito pronti a dire il contrario di quello dicevano ieri. Tu invece sei idealista e prima di tutto coltivi idee che rimbalzano sulla realtà non importa quanto corrosive ti sembrino (secondo un principio di relazione inversa, più ti sembrano corrosive più non corrodono nulla) e poi ci metti decenni a modificare il tuo complesso sistema di immagine di mondo perché se fino a ieri eri fondatamente “internazionalista” hai qualche difficoltà oggi a riconoscerti “nazionalista”, stante che nonostante coltivi idee e concetti come ogni buon idealista  non è poi sempre chiaro che significato preciso tu dia a questi enti sfuggenti che spesso utilizzi secondo l’andazzo del “così fan tutti”. In più, collezioni concetti ma ti guardi bene da capirne l’architettonica perché ti hanno insegnato che un “sistema di idee” è intrinsecamente totalitario visto che si occupa del totale. Tu non devi occuparti del totale, ci pensa Dio o la Mano Invisibile o la lotta di classe o le ferree leggi della storia, non è roba da essere umani. Fatti un bel convegno sulla vitalità inossidabile del concetto di comunismo e non preoccuparti che in quanto storicista dovresti preoccuparti di credere che ci sia qualcosa che è inossidabile al corso del tempo, non riflettere ovvero applicare i concetti a se stessi. Sogna, che a rimboccare le coperte ci pensiamo noi.

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Stante quindi che quello con cui abbiamo a che fare è sempre l’interesse nazionale, interpretato in questo o quel modo, a seconda della sensibilità che i decisori politici hanno nei confronti di questa o quella élite economica e/o finanziaria a cui sono legati da forti cointeressenze e del “calcolo politico” che deve portargli consenso per essere riconfermati al potere, è da vedere ora il significato dei due eventi cataclismatici del 2016: la Brexit e Trump.

La duplice sequenza del riorientamento strategico delle due nazioni dominanti, converge verso un significato ben preciso: riappropriarsi della piena intenzionalità politica a governo di tutti gli altri processi. La Gran Bretagna ha disdetto la sua partecipazione alla rete giuridico-politica-commerciale che la legava all’Europa, gli USA hanno disdetto la loro partecipazione alla rete giuridico-commerciale del TPP, hanno definitivamente abbandonato l’idea del TTIP, hanno annunciato la ricontrattazione del NAFTA, mostrano segnali di prossima revisione della posizione nell’ONU, dichiarano non più scontata la NATO e prima o poi sarà conseguente revisionare anche il FMI e la WORLD BANK. Ovviamente la WTO è defunta e qualcosa avrà effetti anche sulla BIS[10]. Dal Washington consensus al Washington dissensus. Questo “sciogliersi dai legami” è stato sinora inteso come un possibile ripiegamento su se stessi, ripiegamento decisamente improbabile per nazioni che, come nel caso degli Stati Uniti, fanno il 24% del Pil mondiale con il solo 4,4% della popolazione mondiale e che, come nel caso di Londra, rappresentano la seconda piazza banco-finanziaria planetaria ed è pur sempre erede di quelle genti che dopo il colonialismo, ha fatto il più grande Impero della storia. Si disdice la partecipazione ad alcune reti, ma per farne altre, con altra logica.

Ed infatti, Theresa May ha fatto un discorso in cui ripete più volte il concetto di Gran Bretagna Globale (qui), accompagnandolo da quanto da noi già anticipato tre settimane prima del voto di Giugno (qui)  ovvero la formazione di un nuovo Commonwealth e la possibilità di diventare un macroscopico risucchio di capitali liquidi e financo un paradiso fiscale nei confronti dei capitali europei. Di contro, inascoltato dai frastornati media ed esperti la cui agilità mentale è pari a quella di un bradipo sazio di valium, Trump ha annunciato di voler riformulare integralmente la rete degli amici-nemici del gigante americano, andando da ognuno a trattare possibili accordi bilaterali. Insomma da “globale” si torna a “inter-nazionale”. A suo tempo, H. Kissinger, aveva disegnato un modello detto “hub & spoke” ovvero “mozzo e raggi” come nella ruota di una bicicletta, cosa guiderà la composizione di queste reti centrate rispettivamente su gli hub di Londra e Washington? Una specifica interpretazione dell’interesse nazionale, quella che pone come soggetto l’agente geopolitico (USA, UK) e come oggetto una rete di partner ed alleati definiti tali per uno o più aspetti tra quelli che compongono l’interesse nazionale: aspetti economici, commerciali, finanziari, politici, militari, culturali e financo religiosi. Non solo uno o più di questi, a guida della logica per tessere le singole relazioni ma uno o più di questi subordinati all’interesse primo che diventa quello geopolitico come logica che tesse l’intera rete. L’interesse geopolitico, ovvero la versione esterna dell’interesse nazionale (poiché ogni sistema ha un interno ed un esterno), comune a quelle che sono due isole (gli Stati Uniti con un muro a sud, montagne e foreste a nord e due oceani ai lati possono essere intesi anch’essi come un’isola, per quanto di dimensioni semi-continentali) è garantirsi in vario modo il controllo su porzioni significative del mondo ovvero impedire che la più vasta porzione di mondo esistente ovvero l’Eurasia, si saldi in sistema auto-organizzato a sua volta centrato su i suoi tre poli principali: Germania, Russia, Cina. Ne va della loro “centralità”, ovvero della posizione in cui l’interesse nazionale domina e non subisce.

La logica operativa che animerà il nuovo disegno sul mondo delle due nazioni anglosassoni, ricorrerà alle due semplici e sempiterne tattiche di relazione tra stati: il “divide et impera” ed “il nemico del mio nemico è mio amico”. La logica verrà applicata tenendo conto del fatto che un potenziale partner può essere utile magari per ragioni di fornitura di materie prime o per ragioni geografiche o per ragioni commerciali più ampie o per ragioni valutarie o per ragioni di rottura di schemi locali (ovvero le unioni regionali che sono i sistemi naturalmente avversari per chi vuole controllare porzioni di mondo stando su un’isola) o per ragioni militari in vista di potenziali conflitti d’area, per una o più di queste definizioni, perché utili in sé o per sottrarne la potenziale utilità a gli avversari. Le trattative per formare le reti hub&spoke, si avvarranno della tattica del “premi e punizioni” ovvero mostrare all’ambiente delle trattative generali, quali vantaggi esclusivi avranno coloro che si sottometteranno per primi o con minori resistenze e viceversa quali tragici eventi potranno capitare a chi recalcitra, defeziona o flirta col nemico. In questo senso, il Messico, diventa il caso paradigmatico, quello in cui ne punisci uno per educarne cento, i cento che saranno chiamati ad altrettante, complesse, trattative bilaterali. E’ un gioco difficile e molto rischioso ma quali altre alternative concrete avevano USA ed UK?

Naturalmente, se volete perdere tempo e confondervi le idee, potrete seguire analisi e profezie settoriali e così economisti potranno spiegarvi quale assurdità è per l’UK isolarsi dall’UE o seguire sociologi che vi spiegano i mali della rinuncia alla “società aperta e cosmopolita” o seguire politici che non capiscono come la Gran Bretagna possa vende armi alla Turchia o specializzati in globalizzazione dirvi che la rete commerciale dell’Uno-Mondo è un fatto irreversibile, un destino–mondo che solo un parvenue come Trump o una sbiadita funzionaria di second’ordine come la May possono pensare di contraddire. Del resto, cambiando paradigma, gli “esperti” di settori diversi da quello che si affermerà, son destinati a non com-prendere gli eventi, perché ne prenderanno uno o due alla volta. Ma se volete una opinione franca, domandatevi se chi vi propone analisi ha il quadro generale, se non è in conflitto cognitivo tra l’apparato epistemico di cui è specialista e l’oggetto che deve interpretare e domandatevi anche se è mai possibile che il mondo venga fatto dalla collezione delle figurine Panini degli Uomini Illustri. Il mondo e la storia sono fatti da processi, i processi vengono mossi da interessi, gli interessi sono promossi da questa o quella rete di interessati che deve mediare il proprio egoismo con l’interesse di altre reti, con quello della comunità di cui fa parte, con quello dello Stato che ha un suo specifico interesse nazionale di tipo strategico e comunque tutto -alla fine- risponde al semplice setaccio del “funziona – non funziona”. Gli uomini e le donne di copertina, sono gli interpreti di una sceneggiatura che altri scrivono e di cui molta parte, si scrive addirittura da sola stante che stabiliti alcuni principi primi, il resto va più o meno di conseguenza ed i margini di scelta son di molto limitati, non determinati ma limitati.

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In molti s’era capito che dal mondo ordinato dall’economico (quello che chiamiamo con termine strutturalista, a volte fuorviante, “capitalismo”) si poteva uscire solo usando l’ordinatore politico poiché la contraddizione funzionale base del moderno è da sempre quella tra Stato e mercato, quindi tra il politico e l’economico. Le nazioni dominanti oggi tornano ad abbracciare lo Stato ed il politico in chiave geopolitica, una geopolitica di potenza, unilaterale, conflittuale, che premi le nazioni anglosassoni con beneficio per le loro élite ma anche un po’ di più il loro popolo ed infatti ecco che la May è conservatrice sì ma “sociale” e Trump vince coi voti degli operai della cintura della ruggine. L’appello al popolo, lo stesso di Sieyés ai tempi del Terzo Stato, ricorre laddove una élite fa alleanza col popolo contro un’altra élite, quella dei neolib inglesi ed americani oggi in declino. A questo punto, poiché  il gioco diventa disputarsi l’intenzione politica nella competizione tra Stati, si spera che le brillanti menti critico-critiche, si ricordino che la disputa fondamentale di chi deve gestire l’intenzionalità politica di uno Stato è ancora quella di Erodoto: Uno, Pochi, Molti ovvero una qualche forma di dispotismo più o meno ben intenzionato e popolare, una qualche forma di oligarchia che promuove un interesse particolare vestendolo da generale e l’unica forma che fa coincidere l’interesse nazionale con quello generale: la democrazia reale.

La speranza è l’ultima a morire ma la Storia ci insegna che è morta molte volte e questa volta il funerale potrebbe essere davvero molto triste, lungo e costoso.

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I temi trattati nell’articolo sono più ampiamente trattati nel libro dell’Autore in

Verso un mondo multipolare” Fazi editore, 2017

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[1] Il conflitto Stato – mercato  viene addirittura prima di quello capitale – lavoro in quanto questo secondo è proprio solo della specifica forma che si diede lo Stato moderno occidentale e dipende dal bottino nazionale da spartirsi.

[2] Riuniti in una, a volte formale, a volte informale, confederazione cioè alleanza detta Occidente (anche se il Giappone è in oriente).

[3] Un effetto di questa narrazione che poi è diventata stratega operativa, è stato quello di ritenere persa l’industria visto che s’andava a competere senza barriere con sistemi il cui costo del lavoro era non comparabile. Oggi, Francia, UK ed USA hanno una contribuzione alla determinazione del Pil nazionale da parte dell’industria, che oscilla tra 19% ed il 21%. La media mondiale è 29%, la Germania ha un 30% e la Cina, addirittura un 43%. E’ dall’industria e non certo dai servizi che si genera il disavanzo che vede gli USA importare 4 volte di più di quanto riescono ad esportare in Cina e l’Europa il doppio di quanto esportano sempre ai cinesi.   La perdita dell’industria ha avuto contraccolpi occupazionali gravi ma ha anche portato a quella interdipendenza che, a volte, rende impossibile perseguire l’interesse nazionale.  I libri di fanta-economia di Rifkin e tutta l’apologia dell’immateriale, del libero scambismo, del vantaggio ricardiano ed altre sciocchezze ben confezionate, purtroppo hanno avuto l’effetto nefasto di far credere vero che il mondo si potesse ordinare con Internet ed il “doux commerce”, oggi scopriamo con dolore, che non è così. Del resto, nel 1350 c’era chi credeva che la Peste fosse una punizione divina e non l’effetto della mancanza di una scienza, medica anche se i veneziani, inventando la “quarantena”, cioè il parziale controllo delle frontiere, avevano empiricamente trovato uno straccio di prima soluzione.

[4] La lettura della globalizzazione effettuata al tempo, vedeva un ennesimo tentativo coloniale del primo mondo sul terzo e non vide con sufficiente chiarezza l’alleanza tra classi dominanti del primo, del secondo e del terzo.

[5] Come è noto, negli Stati Uniti ci sono molte cattedre accademiche appaltate ad estimatori di Negri-Hardt, Foucault e financo genuini marxisti. Forse, ai portatori di una corposa teoria centrata sull’interesse delle nazioni dominanti, la cattedra (come ha detto un mio amico) gliela darebbero, ma in testa. Anche il “liberale” ha il suo limite.

[6] Essendo europei, usiamo disinvoltamente il concetto di Stato e nazione come equivalenti perché i due concetti si sovrappongono alla perfezione nella geo-storia europea ma si tenga conto che Stato è una cosa, nazione un’altra. Qui come altrove, per interesse nazionale si dovrebbe intendere “interesse di quel specifico Stato” senza implicazioni etniche.

[7] Come “populismo” che è una categoria recente che oltre a rinominare la demagogia non si capisce bene a cosa serva se non a fare confusione, nonostante gli sforzi di Laclau e Mouffe. Demagogia, in filosofia politica, è detta anche oclocrazia (Polibio).

[8] Il capitalismo “anglosassone” tendenzialmente liberal-imperialista, il capitalismo “germanico” tendenzialmente ordoliberale da i tempi di Otto von Bismarck ovvero da prima che fosse pensato come “ordoliberale”, il capitalismo francese tendenzialmente statalista, il capitalismo giapponese o asiatico tendenzialmente imperiale (imperiale ed imperialista sono due concetti diversi) dalla sua origine Meiji alla versione recente del PC cinese.

[9] Rivoluzione inglese detta “gloriosa” e quella americana che poi era una guerra d’indipendenza, quella industriale dei britannici e quella postindustriale-digital-informativa degli americani, quella sessuale, quelle scientifiche, quelle tecnologiche. Rivoluzione è in effetti un concetto anglo-sassone, preso in prestito da Marx, forse perché era sassone o forse perché troppo eccitato da quella francese.

[10] TPP = accordo commerciale USA, alcuni stati del Sud America, del Pacifico, dell’Asia; TTIP = simile al TPP tra USA ed EU; NAFTA = Accordo commerciale già in essere USA-Mexico-Canada; FMI e WORLD BANK = istituzioni bancarie e finanziarie già derivate dagli accordi di Bretton Woods; WTO = Organizzazione del commercio mondiale; BIS = Banca dei regolamenti interbancari.

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24.01.17 Per un po’ di tempo, gli obblighi delle cure parentali in favore del libro appena uscito non mi permetteranno l’aggiornamento della main page, con studi corposi. In compenso ho ripreso con vivacità (che spero di poter mantenere quotidiana) l’aggiornamento delle CRONACHE della COMPLESSITA’. Si ricorda che chiedendo contatto facebook, gli stessi commenti (più altri che magari non riporto qui), si possono avere in diretta.

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Fiocco rosso e blu.

definitivo-coverE’ oggi (12.01) in consegna nelle principali librerie (reali e virtuali) “VERSO UN MONDO MULTIPOLARE” Fazi editore. Ringrazio Paolo Bartolini di questa prima recensione (qui). Nella apposita pagina del sito (qui) troverete anche la pagina di presentazione uscita pochi giorni fa su il Fatto Quotidiano (link a fondo pagina) ed in seguito, lì si daranno notizie delle successive segnalazioni, critiche ed eventuali presentazioni.

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LA RICONNESSIONE DEI DISCONNESSI. Dal moderno al complesso.

L’immagine è quella della metropolitana o della sala d’aspetto, individui con capo chino su qualche device che li collega al “loro” mondo che non è mai nel qui ed ora  ma in un altrove. Non ci si connette col proprio intorno che è un aggregato di disconnessi, ci si connette con altri o altro. Non ci si connette nelle quattro dimensioni ma solo attraverso quella dello scambio di informazione e non lo si fa secondo i complessi codici dell’interrelazione umana ma attraverso quelli delle strettoie codificate della mediazione elettronica.

978880621390medLa situazione è coerente con quella che in senso più ampio, si dice “sociale”. Dato che la promessa moderna fondamentale  è rivolta all’ individuo a cui si promette libertà e realizzazione, la società moderna di tipo occidentale è più un aggregato che un sistema. L’enfasi sulla competizione va a scapito della collaborazione, le relazioni utilitarie portano ad intendere l’altro come mezzo e non come fine in sé, il mondo del lavoro che domina l’esistenza è un perenne campionato di sempre maggior individualizzazione competitiva e la retorica del “gioco di squadra” cerca, invano, di recuperare quelle qualità adattive che le pratiche standard tendono a mortificare. Altrettanto fa l’inurbamento, l’assenza di luoghi e riti della condivisione sociale, l’ossessione per le relazioni a breve, fugaci, mobili, non impegnative, i modelli agonistici rilanciati dal discorso pubblico, la fruizione delle narrazioni nell’unica modalità emittente-ricevente.

I disconnessi vengono poi  riconnessi in entità superiori come lo Stato o il mercato o la rete. Nel mercato siamo tutti iperconnessi ormai a livello planetario, nello Stato siamo riconnessi nel concetto di interesse nazionale ma  l’importante è che l’interesse della comunità nazionale non sia connesso con l’interesse del mercato che è post-nazionale, anzi sia in conflitto. Del resto, se non è connesso è facile che sia in conflitto  perché a quel punto vige la competizione sistemica: sistema politico nazionale vs sistema economico o peggio, finanziario, ormai a dimensione planetaria, ognuno ritaglia lo spazio a modo suo. Nel nuovo sociale virtuale delle rete delle reti che raggiunge il massimo grado di iperconnessione dei disconnessi, non s’incontra più il differente, ci si riconferma continuamente tra simili, una nuova partizione tribale a-territoriale, più che un “gruppo” potenzialmente attivo, un cluster di consumo passivo basata sulla condivisione di alcune identità. Lo sviluppo del discorso su questi 9788856806458media elettronici è sincopato, decontestualizzato, riportato ad una emotività da celenterato, le passioni tiranneggiano sulla ragione. Ci sono persone solissime che hanno più di mille “amici”.

Tutto ciò è coerente con la narrazione che in metafora ci vorrebbe degli “atomi sociali”. Una analogia falsa perché “un” atomo ed “un” individuo umani non sono affatto analoghi se non nel quantificatore. Errore elementare perché l’individuo umano è vivo ed autocosciente mentre l’atomo è semmai esistente e comunque non certo autocosciente.  Infine, errore da matita rossa, in natura (se non altro quella del nostro pianeta) non si danno atomi solitari se non in quella particolare colonna della tavola di Mendeleev che raggruppa i cinque gas nobili per altro molto rari, cinque su novanta elementi naturali. Se in natura si presentano solo una così bassa percentuale di atomi disconnessi perché usare la metafora dell’atomo quando la condizione naturale prima degli atomi è il loro farsi sistema in molecole[1], quindi connettersi? Tutto ciò ricordando anche che l’idea di atomo, ripescata ai primi del XIX, venne riproposta da Dalton ancora seguendo il suo etimo greco che lo voleva impossibile da tagliare, ovvero semplice, non fatto di parti (e quindi di relazioni interne, oltre a quelle esterne). Scoprimmo poi, verso la fine del XIX secolo, che tanto l’atomo quanto la psiche individuale non sono semplici ma composti, piccoli universi cover-2complessi. Tutta la materia è iperconnessione di sistemi e sistemi di sistemi in una scala di cui non siamo in grado di trovare gli estremi (la stringa e l’Uni-verso)  o meglio di cui ci ostiniamo a pensare gli estremi postulandoli.

Così il capitalismo è iperconnessione di individui monadici (senza relazioni) orientati dall’egoismo dell’utilità individuale quando tutta la storia umana è fatta di gruppi, clan, bande, tribù, società, popoli. Non solo così è evidente sia stato nella storia umana ma così è giusto che fosse visto che a nostra volta, la scienza ci dice che discendiamo da primati sociali che discendevano da mammiferi che discendevano da rettili prima anfibi che discendevano da pesci o qualcosa del genere che comunque stavano nell’acqua spesso in banchi o colonie, che discendevano da sistemi pluricellulari, cellule che a loro volta sono sistemi aggregati di entità primitive che si sono evolute per connessione. La vita è iperconnessione che scala la freccia della complessità[2] cercando di opporre ordine all’entropia e lo fa creando “forme” ovvero relazione tra le parti che fanno sistemi viventi. Anche i geni da soli non fanno niente se non connessi in tratti di genoma che a sua volta rimarrebbe lettera morta se non vi fossero sistemi che ne estraggono l’informazione e quindi noi siamo semmai fatti (anche) dal genoma non da singoli geni ed il genoma è solo condizioni di possibilità che diventa in atto quando c’è una relazione con capitalismo-e-modernita-991altro. Tutto è relazione ma a noi piace pensare sia fatto da tanti Uno irrelati, astiosi e respingenti, potenzialmente in conflitto.

Così siamo soggetti di cui si tacitano le dipendenze strutturali con gli altri, con il contesto, con la sequenza dei cambiamenti che fanno il tempo. Così siamo razionali sebbene questa sia solo un’emergenza per altro impura essendo composta e condizionata dai centri del piacere – dispiacere che hanno origine addirittura cellulare, gli stessi che muovono i nostri sogni, desideri, amori, passioni. Il nostro strato umano include quello mammifero che include quello rettile.  Così siamo “egoisti” tacendo dei neuroni specchio che ci predispongono altrettanto all’empatia, alla simpatia ed alla condivisione. Si può così ben vedere come le immagini di umano dominanti siano opera di scultori che traggono dal nostro tutto una determinata forma ma che avrebbero potuto trarne un’altra ed in molti casi non solo si estrae una forma di essere tacendo delle altre che le coesistono ma come nel caso del’atomo sociale si costruiscono metafore che sono inconsistenti e palesemente infondate. L’identità, l’individuazione, il permeabile perimetro ontologico, sono tratti per escissione, separazione, disconnessione, quando invece si determinano per relazione, hanno cioè la relazione come concetto fondamentale della loro ontologia. Ma il paradigma moderno postula la disconnessione, esterna ma anche interna, atomi, monadi, individui, sistemi a volte ma isolati gli uni dagli altri e meglio se in conflitto. La mentalità occidentale moderna è un impero culturale fondato sulla negazione della relazione, impera perché divide, separa, distingue. Conseguentemente, la società moderna è un aggregato di individui disconnessi, riconnessi ai più alti livelli dell’astratta comunità nazionale, nel gioco “vendo il mio tempo e con l’incasso soddisfo bisogni che neanche sapevo di avere[3]” e di recente, nella matrice delle comunità immaginarie che ci astraggono da quelle concrete. La nostra è la società dell’iperconnessione dei disconnessi.

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Il Moderno[4] che è stato pur sempre figlio della mentalità occidentale, che ha origini -come al solito- più antiche,  originò da una serie di disconnessioni. L’intero sistema di pensiero dominante al tempo de XIV e XV secolo, rifletteva l’altrettanto dominante sistema socio-politico medioevale[5] e per indebolirlo, occorreva prima mostrarne la natura composta di modo da sottrargli il dominio assoluto, riservarsi qualche territorio jan_matejko-astronomer_copernicus-conversation_with_godlibero dalla sua totalizzante ingerenza e da lì far base per allargare le condizioni di pensabilità prima e praticabilità poi, del nuovo “modo di stare al mondo”. All’interno del movimento umanistico-rinascimentale che tornava alla classicità greca per dimostrare implicitamente che un altro modo era esistito ed era quindi possibile, Copernico tornò ad Aristarco di Samo. Il concetto di “rivoluzione” nel titolo della sua opera (1543[6]), sta a significare proprio un “ritorno” dopo lungo cammino[7]. Con questa mossa si creava una alternativa al dominio paradigmatico dell’astronomia tolemaico-aristotelica, stante che Aristotele governava l’impianto della teologia dominante, quella tomistica. Galilei s’intrufolò nel buco creato da Copernico per allargarlo. Galilei diede forma pensata ad un movimento di ritorno alla realtà che già si era diffuso nella società, una società che già da tempo si era messa alla ricerca di un pensiero che accompagnasse la trasformazione del mondo iniziata dagli abitanti delle città, dai mercanti, di navigatori, da gli ingegneri delle nuove macchine che aiutavano la “costruzione” di un nuovo modo di stare al mondo. Galilei pensò che il tutto andasse scomposto in parti, precisamente quelle che si potevano descrivere in linguaggio matematico – geometrico, le uniche chegalileo-galilei permettessero l’oggettività.  Isolare la parte dal tutto, si rendeva necessario proprio per capire meglio quale fosse la natura del tutto e questa doppia impostazione riduzionista e determinista diverrà poi “sistema” nell’epistemologia scientifica moderna, con Newton. Cartesio, concesse al pensiero dominante del tempo di cui temeva oltremodo le ritorsioni e gli ostracismi che già si erano scatenati su Galilei, la separazione tra il volgare corpo e la divina mente, di cui lui scopriva l’altrettanto divina razionalità fondando così il soggetto moderno. Anche Cartesio si proteggeva dietro l’implicita autorità degli antichi poiché tale separazione era già ben presente in Platone e se la teologia ufficiale dominante era quella aristotelica di Tommaso  d’Aquino, la Chiesa cattolica era del tutto intrisa di neoplatonismo sin dai fondamenti di Paolo di Tarso, di Agostino e dell’intera patristica. Corpo ed anima erano già una relazione problematica, fuggevole e precaria. Infine, il soggetto cartesiano razionalmente in grado di conoscere il mondo poiché Dio stesso garantiva dell’allineamento tra Mondo e facoltà di indagarlo e rene-descartes-youngcomprenderlo,  altro non era che la versione razionale dell’individuo protestante perfettamente in grado di conoscere Dio stesso ed il suo volere, senza intermediazioni ingombranti e fuorvianti. E se Galilei e Cartesio si dibattevano rischiosamente contro il potere ancora forte delle istituzioni fondate su una certa immagine di mondo, Francis Bacon era ben più libero di porre una terza disconnessione, quella tra uomo e Natura con il primo in diritto e dovere di sottomettere la seconda ai suoi voleri e desideri, come l’uomo fa con “una prostituta”. L’agonismo con la natura darà poi vita alla stramba partizione “natura vs cultura” come se l’essere umano sviluppasse la sua cultura in senso antagonista alla natura, come se la cultura prodotta da esseri umani fosse un artefatto non naturale pur essendo prodotta da enti naturali.

E dopo la separazione tra autorità dell’immagine di mondo a priori e quella ben più cogente della realtà concreta da osservare prima di fare, dopo quella del tutto ridotto alle sue parti più minute per impossessarsi delle sue leggi di funzionamento oggettive aprendo alla separazione tra sguardo scientifico ed ogni altro possibile, dopo quella tra mente e 300px-bacon_stautecorpo, dopo quella tra uomo e Natura, tra natura e cultura, dopo quella tra potere politico/territoriale e quello religioso/ ecumenico sancita nella Pace di Augusta e la separazione luterana tra Dio e la sua Chiesa intermediante ponendo in alternativa il contatto diretto tra l’individuo e Dio tramite la Scrittura, dopo che Hobbes aveva separato stato di natura da stato civile con Locke che però lasciava nello stato di natura la proprietà privata, dopo che gli inglesi avevano separato la forma economica da quella sociale ponendo la prima a governo della seconda e quindi il parlamento delle élite economiche sopra il popolo, la monarchia e la Chiesa anglicana (1688-89), il Moderno si avvia alla sua piena realizzazione caleidoscopica.  La divisione in parti del Tutto medioevale era compiuta, ora ci si poteva avviare a riconnettere le parti in un diverso gioco.

Arriviamo così  alla divisione del lavoro intellettuale invocata da A. Smith come analogia di quella divisione del lavoro nella fabbrica degli spilli che apre la sua celebre Ricchezza delle nazioni : “… e questa suddivisione di occupazioni nella filosofia, come in ogni altra attività, migliora l’abilità e risparmia tempo[8]. Smith stesso ci informa in una nota a piè di pagina (la 24) che più avanti nella sua trattazione (pp. 949-950) dirà del prezzo da pagare per ottenere questo vantaggio produttivo della conoscenza e più in generale nella produzione. Ed ecco cosa dice il padre del pensiero che ordinerà la società capitalista 210moderna di coloro che, diventando parte irrelata di un processo, perdono la connessione col tutto: “… generalmente diventa tanto stupido ed ignorante quanto può diventarlo una creatura umana”. E continua significando che il “torpore della mente” non solo “impedisce di godere e partecipare di una discussione razionale” ma anche di “concepire un sentimento generoso, nobile o tenero” corrompendo irrimediabilmente la facoltà di giudizio necessarie alla vita privata e sociale. Infine “egli è completamente incapace di giudicare dei grandi e vasti  interessi del suo paese” concludendo che “sembra così che la sua abilità nel suo particolare mestiere venga acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e marziali [9]”. Insomma a Smith era nota la relazione tra il vantaggio lavorativo della divisione del lavoro anche intellettuale (più efficienza in meno tempo) ed il suo costo (alienazione[10] ed abbrutimento nonché perdita delle stesse facoltà intellettive, etiche ed emotive relazionali). Tanto da consigliare vivamente allo Stato, di investire soldi, attenzione e tempo nell’istruzione pubblica, soprattutto per le fasce più deboli e non solo per i giovani, per compensare queste dissociazioni alienanti . E si noti anche quel “incapace di giudicare dei grandi e vasti interessi del suo paese” su cui si basa la deriva elitista della cosiddetta democrazia moderna, l’inconsistenza del concetto di cittadinanza politica su cui dovrebbe basarsi una qualsivoglia minima forma di democrazia. In pratica, si è andato ad applicare il principio di dissociazione riflessivamente anche al libro ed al pensiero di Smith, separando l’economia dalla filosofia morale di cui era docente, pendendosi tutti i vantaggi della divisione del lavoro ma non curandosi dei costi umani e sociali, contrabbandando una antropologia egoista iperrazionale ed individualista (egoismo + mano invisibile) basandosi su un filosofo che fece dei contenuti di simpatia ed empatia umana, quale movente primo della vita associata, il suo “opus magnum” che per lui non era la Ricchezza delle nazioni (1776) ma la Teoria dei sentimenti morali[11] (1759). Inmedia_389196_en seguito, il pensiero su i fatti economici che in Smith era ancora amalgamato con quello dei fatti morali, si separò diventando per auto attribuzione “scienza”.

Quanto al sistema del pensiero che abbiamo in testa, dopo la grande cattedrale del pensiero che pensa se stesso edificata da Hegel con l’Enciclopedia (1817-27-30), Marx svalutò l’impianto generale dei pensieri e delle idee dichiarandolo riflesso incosciente di interessi materiali e sociali di una precisa classe e delle sue brame di dominio. Nietzsche lo svalutò dicendo che era costruzione di comodo al servizio di una cieca volontà di potenza. Freud lo indebolì mostrando quanta irrazionalità passionale e pulsionale inconscia stava alla base delle manifestazioni consce della presunta razionalità. La conoscenza si tripartì tra scienze della natura, scienze umane e narrazioni ed all’interno dei tre capitoli, ampia e sempre più parcellizzata fu l’arborizzazione disciplinare. Le enclosures del campo conoscitivo separavano quello che prima era un “in comune”.

Ovvia e finale conseguenza il fatto che psichicamente, la società moderna fondata sulla dissociazione, sia dissociativa di per sé e dalle premesse freudiane sul disagio della civiltà, a gli studi sulla schizofrenia di R.D.Laing e l’Uomo ad una dimensione di Marcuse a questa fotografia aggiornata da G. Monbiot[12] sull’epidemia contemporanea di disturbi mentali, evidenti sono i prezzi pagati alla composizione caleidoscopica  dell’immagine di mondo e dei vari gradi dissociativi della relazione concreta tra Io-Mondo ed in specie del modo moderno di abitarlo che ne è conseguenza.

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Per avere una iperconnessione di disconnessi , bisogna prima avere i disconnessi ed i disconnessi son certi figli di un certo modo sociale ma di nuovo, questo non si sarebbe mai potuto affermare senza una pregressa dissociazione cognitiva. Questa dissociazione origina dal pur utile tentativo moderno di mettere a fuoco le singole parti di un tutto, sebbene separandole, cioè cancellando le loro interrelazioni[13]. Quello che i sociologi leggeranno nel XIX secolo (Marx, Weber, Simmel, Durkheim), il moderno in atto, compie l’origine e l’origine compare nel pensiero del XVI secolo ed a sua volta non fa che accompagnare movimenti del “modo di stare al mondo” già comparsi nel XV secolo, a loro volta originati in reazione dei fallimenti adattivi registrati nel XIV secolo.

pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddOggi, questa separazione cognitiva porta alla difficoltà di comprendere concetti sistemici e complessi stante che l’era complessa si fonda invece su una ontologia ed una gnoseologia sistemico-complessa. Questo è il grave rischio di disadattamento che si corre entrando nell’era complessa con una mente moderna. Essendo gli enti ritenuti irrelati ed essendo essi letti secondo irrelate discipline di studio, non si leggono le matrici che li legano e quindi non si leggono le vie di relazione, i meta-sistemi a cui appartengono. Non leggendo le relazioni non leggiamo le interdipendenze e le conseguenze a medio-lungo raggio dei fatti che accadono e di quelli che vorremmo far accadere. Non mettendo in relazione l’interno dei sistemi con l’esterno, il singolo sistema con gli altri con cui è connesso, le parti con il tutto, invisibile diventa il concetto di limite, invisibile ed irritante, una inaccettabile negazione dell’eterna espansione, del così è sempre stato e sempre così sarà.

Prendendo l’umano, ne collezioniamo descrizioni fisiche, chimiche, biologiche, psico-cognitive, antropologiche, sociologiche, linguistiche, archeologiche, economiche, storiche e filosofiche ma anche letterarie e poetiche e ci sembra normale ma non è normale affatto che non si arrivi mai ad almeno una minima varietà di descrizioni integrate di base. Prendendo la “crisi” in cui abbiamo evidente sensazione di essere, la diciamo economica o finanziaria, politica o culturale, ecologica o socio-psichica, forse di civiltà ma la collezione dei sintomi non ci porta mai a definire esattamente quale sistema principale sia in crisi, chi o cosa sia il malato. Essendo la malattia una crisi adattiva, non potendo pensare complessivamente al senso dell’umano e del moderno ed ai limiti che il mondo nuovo ci pone, non possiamo capire cosa è in crisi e perché.  L’”ordinamento sistematico delle conoscenze umane” (E. Cassirer) non è riflessivo e quindi sebbene vada decifrando i singoli geroglifici delle cose che sono, non li può ordinare in discorso e quindi non ne comprende il significato.

Nel reale abbiamo sempre e solo oggetti iperconnessi tanto al loro interno che al loro esterno ma poiché le nostre discipline d’indagine sono disconnesse, produciamo solo descrizioni disconnesse o solo di parti interne o solo di parte esterne o solo di alcune relazioni tra individuo/i, cose e mondo. Descrizioni moltopgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.indd polarizzate a volte addirittura tra loro competitive (meglio una descrizione scientifica o scientifico-umanistica o umanistica? domanda bizzarra visto che i tre ambiti indagano diversi oggetti e quindi non sono equi-fungibili) se non in aperto conflitto[14]. Ma che senso ha dare rappresentazioni disconnesse di un iperconnesso? L’avrebbe e ce l’ha in effetti,  nel senso che approfondiamo molto determinate questioni che fanno parte di un tutto anche se non sono tutto ed è sicuramente meglio farsi tagliare la pancia da un chirurgo moderno ultra-specializzato che da un barbiere del ‘400, olista e impreciso.  Ma ridurre la comprensione di enti iperconnessi solo ad una selva di sguardi disconnessi e non porsi mai il problemi di riconnetterli tra loro è un evidente limite. Chi riconnette tutti gli sguardi disconnessi? Nel mercato, si pensa sia la mano invisibile dei prezzi a fare l’autorganizzazione del sistema ma il sistema non ha auto-consapevolezza come dovrebbe averlo il sistema umano della conoscenza. Il mercato è un funzionamento ma il sistema della conoscenza umana dovrebbe avere non solo un funzionamento ma anche un significato. Il sistema del mercato segue la logica del fare ma il sistema della conoscenza dovrebbe seguire quella del pensare, prima di fare. Chi fa l’autocoscienza della conoscenza, chi è che fa il pensiero che pensa se stesso? Nessuno, ed infatti non esiste pensiero in questo senso ma solo pensati, disconnessi anche se inconsapevolmente molto più connessi di quanto di solito si sospetti perché alla fine, tutti i pensati nascono da pensanti che -per quanto disconnessi- sono pur sempre essere umani, cioè versioni con moderata variabilità della comune specie sapiens, genere homo. La nostra conoscenza è coscienza del mondo ma essa non ha autocoscienza, coscienza riflessiva. Da ciò consegue anche l’impossibilità della democrazia, dell’autogoverno umano, in quanto l’umano non sa di ciò di cui dovrebbe decidere, non può valutarne gli effetti complessi e quindi non può darne giudizio motivato ed attinente, non sa intervenire sull’ordine del mondo per modificarlo e quindi si affida a funzionamenti impersonali auto-organizzati come il mercato e all’élite che ne cura la continua riproduzione o al sogno ormai spento di cambiare tutto e tutto in una pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddvolta l’ordine dell’esistente con una improbabile “rivoluzione”. “Rivoluzione”, parola abracadabra che vorrebbe cambiare domattina quello che si è tessuto in più o meno cinque secoli. Proprio quella “rivoluzione” che nel titolo del libro di Copernico del 1543 iniziava il moderno e lo iniziava suggerendo un ritorno all’antico, all’indietro, quando poi il moderno si autocomprese come movimento inarrestabile di progresso, in avanti. Dissociazioni dell’evo dissociante.

Il pensiero critico, invece di criticare la forma de-sistematizzante del paradigma centrale della divisione è a sua volta stato spinto ad occuparsi solo di parti[15], da ultimo, nel post-moderno, addirittura di “frammenti”. Si è concessa la “critica” nell’illusione di coloro che la praticano come unica forma di impegno socio-intellettuale, che la corrosione razionale eroda i fondamenti concreti del nostro modo di stare al mondo, concessione facile visto che nessuno è più in grado di prefigurare un diverso modo concreto di stare al mondo. Poiché quindi qualsivoglia sistema necessita di un ordine, possiamo passare anche i prossimi mille anni a criticare l’ordine in atto ma finché non avremo un progetto diverso, esso rimarrà in atto almeno fino a quando non collasserà in una catastrofe autoprocurata. Ecco allora che critica e sogni di fuga si alternano in una rapsodia di improvvisi. Vorremmo società più umane ma lavorando 40 ore la settimana è impossibile, allora vorremmo tornare a dimensioni  di semplicità autarchica ma poi si rimane tutti disoccupati ed allora vorremmo la piena occupazione ma così incontriamo i limiti ambientali e geopolitici della nostra agognata espansione, eravamo cosmopolitici ma poi tra globalizzazione e migranti senza frontiere ci è venuto qualche dubbio ed allora pensiamo che tutto si riduca alla sovranità monetaria o ad un ritorno dello Stato (un ente del XV secolo) ma altri ci dicono che invece il problema è la tecnica, ad allora accusiamo il pensiero scientifico ma questo pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddaccusa quello umanistico di non saper produrre realtà ed allora vorremmo fare la rivoluzione quando non siamo in grado neanche di imporre una moderata redistribuzione fiscale. Ci si salva pregando un dio o andando dallo psicanalista o gettandosi in qualche nevrosi. Giriamo in tondo, non ci raccapezziamo perché non connèttiamo, non siamo più in grado di legare le cose tra loro mentre lì, fuori dalla nostra testa, le cose sono tutte intrecciate tra loro. Se ne è accorto Bergoglio che riattualizza la vecchia e sempre affascinante soluzione del triangolo in cui Io e Mondo son solo due angoli bassi del triangolo che ha Dio al vertice. Soluzione che ha già avuto vasto pubblico nei secoli passati ma che è dubbio possa servire per quelli a venire. Per quanto l’insieme della conoscenza umana non sia esattamente di tipo cumulativo, improbabile ricacciare il genio del moderno nella lampada, più probabilmente lo si dovrà riconnettere, al suo interno, al suo esterno, al come pensa l’uno e l’altro.

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la-divisione-del-lavoro-socialeLe società complesse nate circa 8000 af, si svilupparono assieme ad una sempre più marcata divisione del lavoro, che si portò appresso la divisione delle competenze e poi delle funzioni socio-politiche-militari, poi quelle culturali[16]. La divisione funzionale è portatrice del principio di gerarchia, gerarchia e funzionalizzazione sono due aspetti dello stesso fatto, la dilatazione del sistema[17].  Il cammino della logica divisoria[18] ebbe un salto di grado nel Moderno, sia in termini di prestazioni di lavoro, di economia, sia in termini di specializzazione e separazione degli sguardi cognitivi. Fintanto che il Moderno, come modo di stare la mondo, ha “funzionato”, non si è posto con impellenza il problema di riunificare questi sguardi. Oggi siamo incappati in una forte discontinuità storica, il trapasso dall’era moderna a quella complessa che s’annuncia con constatazioni di crisi multiple ed intrecciate che nominiamo e studiamo l’una e poi l’altra quando invece sono solo fenomeni di un’unica crisi centrale: il modo moderno di stare al mondo. Oggi l’adattamento non è più garantito per il funzionamento inconsapevole delle nostre complesse società, oggi l’adattamento si può ottenere solo agendo consapevolmente sulle forme sociali con l’intenzione politica cercando l’adattamento al mondo nuovo per tentativi ed errori previa introiezione generalizzata del quadro d’insieme. Quadro che ci presenta la novità del limite in tre diverse versioni: quella ambientale, quella geopolitica, il limite che c’è alla divaricazione delle condizioni sociali prima che la società si fratturi irrimediabilmente naufragando su qualche scoglio. Sul piano conoscitivo, il limite di un principio di indeterminaizone conoscitiva per il quale più sappiamo dello specifico meno lo com-prendiamo e viceversa, più comprendiamo in un istante di intuizione meno sppiamo davvero dell’oggetto da conoscere.

Nel mondo non esiste l’economia o la finanza o la politica o l’ecologia o la demografia o la geografia o la storia o la sociologia o l’antropologia o la geopolitica, questi sono solo modi di conoscere un tutto tagliandolo a spicchi, sono solo modi di conoscere definiti da noi in un’epoca in cui abbiamo diviso tutto per meglio conoscerlo e controllarlo. Ma oggi questo tutto sfugge al nostro controllo per eccesso di complessità e le priorità conoscitive diventano quelle che hanno in oggetto solo grandi sistemi e loro interrelazioni. Questo chiama quella capacità di collaborazione che la società dell’iperconnessione deisennett-copertina_2824565_694214 disconnessi ha desertificato[19] e questa collaborazione dovrebbe avere in oggetto il condividere un disegno di mondo realista, integrato e possibile in senso adattativo. Per fare questo disegno, dovremmo quindi poter accedere al patrimonio delle conoscenze non solo usando volta per volta questa o quella conoscenza particolare ma accedendo prioritariamente a forme di conoscenza generale, poi da approfondire in questa o quella particolare. E’ questo il primo passo da compiere per accedere ad un lungo processo di necessaria ritessitura sociale: la creazione di un nuovo modo di conoscere per poi tentare un nuovo modo di vivere. Babele non riuscì a costruire la sua ambizione perché Dio rese i suoi abitanti reciprocamente inintelligibili, così noi non potremo mai costruire la nostra nuova città se non partendo da uno strato minimo di comune conoscenza e se questa non collezionerà molte delle parti ma anche delle reciproche relazioni che tessono il sistema di cui siamo parti.

La riconnessione dei disconnessi parte quindi dalla riconnessione delle loro menti. Sebbene poi queste pesantemente influite dal modo sociale, dal modo economico che porta poi a quello politico, la precedente rivoluzione scientifico-razionalista del XVI-XVII secolo da cui originò il moderno nel pensiero, ci dice che deve poterci essere un inizio, un innesco di un processo divaricatore, qualcosa che crei una possibile biforcazione da cui poi far partire un processo ricorsivo di pensiero ed azione, valutazione risultati e modifica del pensiero per nuova azione e così via, alternativo. Quello che ci portiamo appresso dal moderno è lo sforzo di chiarificazione delle singole parti che formano i 9788861592377_0_0_301_80sistemi altrimenti percepibili solo nel collasso mistico dell’olismo. Quello che lo deve superare è il rimettere assieme queste parti e quindi considerare le loro interrelazioni, la funzionalità e la struttura di ciò a cui danno forma e vita. Il punto da cui partire è lo sforzo intellettuale. Tale sforzo, a gli inizi del moderno, partì come spesso accade da una stagione di ritorno dello scetticismo[20], arma con cui la ragione distrugge le sue stesse convinzioni per far posto a nuove[21]. Oggi dovremmo dare di nuovo benvenuto ad ogni forma di scetticismo ma superando la inarrestabile coazione alla critica del moderno in questo o quell’aspetto, occorre affrontare il principio, il principio di disconnessione, quella separazione tra le parti che oblitera le relazioni tra le stesse. Usando la metrica logica proposta da Hegel, se il Medioevo è stato un Tutto ed il Moderno lo ha separato in parti irrelate per meglio comprenderlo[22], il Complesso deve restituire all’osservazione ed alla comprensione le relazioni tra le parti che assieme formano sistemi e sistemi di sistemi onde tornare ad un Tutto meglio compreso, un Tutto complesso, non olistico. Un Tutto in cui siano “chiare e distinte” non solo le parti ma anche le tra loro relazioni, in cui non si pensi solo all’interno dei sistemi ma anche al loro necessario adattamento con gli altri e con l’ambiente generale che tutti ci ospita.

La società dei disconnessi, poi iperconnessi in entità superiori di tipo astratto (Stato, mercato, rete) è figlia del sistema capitalistico ma questo e figlio del moderno che, a sua volta, è pur sempre parte della famiglia dell’essere occidentale e della sua lunga ricerca dei modi di stare la mondo. Se vogliamo superare la condizione alienata, sterile ed inefficientecover dell’iperconnessione dei disconnessi, soprattutto perché spinti da gli impellenti rischi di fallimento adattivo al mondo nuovo, dobbiamo agire sul pensiero dei disconnessi affinché una nuova mentalità muova alla costruzione di una diversa forma sociale. Le persone reagiscono alle sollecitazioni del mondo in funzione di ciò che hanno in testa e per quanto la testa abbia una sua certa dipendenza dal mondo in cui è immersa, ha anche una sua autonomia[23]. Per prodursi e svilupparsi, la nuova mentalità ha bisogno  di un concetto portante che è la relazione e di una forma che è la pratica di un nuovo  sistema di conoscenza generale che amalgami, tra loro, i diversi sguardi conoscitivi. La figura simbolica di riferimento per questo imperativo alla riconnessione è quella del tessitore che è metafora di sapienza in molte culture, il tessitore come colui che sapeva come intrecciare le cose assieme, intrecciare assieme che è l’etimologia di cum-plexus.

Il primo oggetto da riconnettere è la nostra conoscenza dandogli capacità riflessive che ricostruisca visioni integrate e complesse di cosa è Io, cosa è mondo, cosa è la loro relazione.

(Gennaio 2017)

NOTA: Il pensiero filosofico espresso nel lungo paragrafo su i fondanti del paradigma moderno non ha nulla a che vedere con quello riportato nella Storia della Filosofia di Cassirer. Voleva solo esser un plauso al coraggio dell’editore che lo riedita. 

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[1] La meno considerata legge della fisica atomica è la cosiddetta Regola dell’ottetto che risiede al confine tra fisica e chimica. La regola osservata nel 1916 da G.N. Lewis dice che, a parte i gas nobili, gli altri elementi, tendono ad aggregarsi tra loro per raggiungere il numero di otto elettroni nella loro orbita più esterna. Questo voler raggiungere uno stato di stabilità energetica che si ottiene solo assieme, è il motore che spinge gli atomi a fare molecole e quindi l’Universo intero. Gli atomi sono spinti all’interrelazione dalla ricerca di equilibrio, cioè da soli non sono in equilibrio hanno mancanza ed è questa mancanza che li spinge incessantemente ad interrelarsi. Era semmai in questa versione che andava interpretata la metafora dell’individuo-atomo.

[2] Cèsar Hidalgo, L’evoluzione dell’ordine, Bollati Boringhieri, Torino, 2015

[3] Molti dei bisogni umani del moderno provengono dal tipo di vita sulla quale il moderno è basato. La soluzione crea il problema di cui poi si pone come soluzione. L’essere umano ha una macchina del desiderio in sé sempre accesa ma è un desiderare aperto, un desiderare senza oggetto specifico. Il moderno si è messo al servizio di questa macchina, da una parte eccitandola di continuo con candidati ad esser desiderati, dall’altra creando problemi che richiedono soluzioni che sono poi proprio il ciò che si desidera, che è poi ciò che viene offerto. Si tenga poi conto che il risultato adattivo complessivo del moderno ha portato a città sempre più grandi ed allora l’oggetto o la proprietà sono diventati anche segnalatori di status sociale di immediata necessità. “E’ questo inganno che spinge e tiene in continuo movimento l’industria del genere umano” ammetteva A. Smith nella Teoria dei sentimenti morali.

[4] Il concetto di “Moderno” è assai contrastato. Noi lo usiamo in senso storico-culturale segnando il fatto che le epoche storico-culturali non iniziano dove le precedenti finiscono. Esse cominciano come prime forme di coscienza del fatto che un tempo, la precedente epoca storico-culturale, ha cominciato il suo declino e dall’interno di questa decadenza si scorgono elementi nuovi, primi barlumi di quello che sarà il sistema successivo. In questo senso, il moderno inizia quando emerge la coscienza della fine del periodo precedente al quale viene, per la prima volta, dato un nome “l’evo medio”. Ciò accade la prima volta nell’Umanesimo rinascimentale e proseguirà dal XIV al XVII secolo in un crescendo di novità cumulate, pur sempre all’interno di una sempre più residua vigenza dell’evo precedente. Seguono l’età dei Lumi e l’affermasi dell’ordinatore economico moderno detto capitalismo che giunge nel XIX secolo, alla sua piena vigenza ordinativa, della compiuta modernità sociale. La storia dell’interpretazione del moderno ha la sua nascita proprio nel XIX secolo ovvero quando si manifesta compiutamente l’ordine sociale moderno. Successivamente, nel XX secolo, l’interpretazione di divide tra chi segue l’origine illuministica (Scuola di Francoforte) e chi segue la fase di prima decadenza dell’evo in quella che è stata chiamata post-modernità. Secondo noi, l’origine da studiare è invece del XV-XVI secolo. L’interpretazione dominante il XIX secolo ha in un certo senso fatto coincidere il moderno col capitalismo mentre secondo noi il capitalismo è una conseguenza del moderno e le ragioni di questo vanno cercate nel fallimento del precedente sistema. Così oggi, notiamo i segni del fallimento del moderno e ci spingiamo ad ipotizzare un nuovo evo, quello complesso. Ogni evo quindi, è una forma di adattamento ad un insieme di condizioni materiali e mentali (spirituali), esso nasce, cresce e muore poiché le ragioni che lo hanno affermato lasciano il passo ad altre che le superano. Il sistema nato perché più adattivo, muore perché diventa disadattato e nuove condizioni rispetto a quelle che lo hanno fatto nascere. Cambia il mondo e quindi deve anche cambiare il modo ma il sistema che si è affermato in un certo contesto, resiste a mutare la sua natura fondamentale e quindi nato come risposta adattativa, diventa viepiù disadattato fino a che non nasce quello che lo sostituirà o per catastrofe o per transizione. L’oggetto “modo stare al mondo” è quindi una versione di sistema adattivo con le sue immagini mondo e con e sue strutture di mondo, in vigore in un dato periodo storico in un dato luogo geografico.

[5] Questo sistema era una unità ben serrata tra le sue parti. Immagine di mondo, partizione ed organizzazione politica della comunità, loro stile di vita, erano tutte ben interconnesse ed ordinate dalla comune credenza sull’esistenza di Dio e dei premi e punizioni dell’Eternità. Il movimento di superamento, dal XV secolo in poi, nacque da almeno due fallimenti adattivi del sistema medioevale, nel XIV secolo: le carestie derivate dall’inizio della cosiddetta “Piccola glaciazione”, l’ondata epidemica che culminò nella Peste Nera di metà XIV secolo. Si ricordi che con la Peste Nera, morì circa un terzo della popolazione europea, in soli 5 anni.

[6] De revolutionibus orbium coelestium

[7] Sull’argomento, interessante (in uscita a Febbraio 2017): G. Giorello, L’etica del ribelle, Intervista su scienza e rivoluzione di Pino Donghi, Laterza, Roma-Bari, 2017. I dialoganti, citano le Meditazioni milanesi di C. E. Gadda (1928) su cui questo interessante articolo di S. Caporossi (qui).

[8] A. Smith, Ricchezza delle nazioni, UTET, Torino, 1975-1996, p. 88

[9] Suonerà strano questo richiamo al deterioramento della facoltà marziali ma esisteva una longeva tradizione repubblicana che nella critica della specializzazione delle funzioni civiche, in particolare nella formazione di eserciti non più di “cittadini” ma di professionisti, vedeva un elemento di grave corruzione dell’attitudine al bene comune che indeboliva la solidarietà sociale ed in definitiva, la comunità.

[10] Il concetto di alienazione è assai problematico. Ve ne sono accezioni positive (Rousseau, per la cui idea di delega alla volontà generale  si sarebbe dovuto usare il termine devoluzione ad Hegel che lo vede concettualmente un momento indispensabile alla relazione col “fuori di sé”) e negative (l’ipostatizzazione di ciò che l’umano non è nella religione secondo Feuerbach, l’alienazione produttiva marxiana, quella natura-società di Freud ed altre). Che il “moderno” sia stato più volte associato alla figura dell’alienazione, dipende in gran parte dal fatto che esso è intrinsecamente un modo dissociativo, separativo, distintivo il che, come detto da Hegel, non è in sé un fatto negativo anche se ha un prezzo.

[11] Esiste un longevo “problema Adam Smith” che rivela limpidamente il disordine nei rapporti tra testi ed interpretazioni. Smith era un funzionalista, dal punto di vista funzionalista si può infatti ben dire che nell’umano albergano tanto sentimenti di egoismo individuale quanto predisposizione e bisogno di simpatia sociale, così come si può ben dire che la divisione del lavoro aumenta la produttività dell’impiego del tempo umano nel fare ma al prezzo di una crescente alienazione ed impoverimento psichico e culturale ed infine sociale. Dal  punto di vista ideologico, ci si pone a difesa di una costruzione sociale che ha scelto l’egoismo e l’alienazione sociale come necessari ad un determinato funzionamento e si tacitano gli altri due aspetti, i prezzi del disequilibrio (simmetricamente fa la “critica” al contrario). A quel punto, si rilegge Smith e si nota che egli è “contraddittorio” perché non si capisce se sia a favore o contro i due aspetti che fondano un certo modo sociale e la sua ideologia di giustificazione. Smith, in quanto funzionalista, non era né a favore, né contro, semplicemente notava una correlazione per la quale tanto più si esagera nello sviluppare un lato del binomio, tanto più si deve sacrificare l’altro, regola aurea di ogni principio di indeterminazione.

[12] http://vocidallestero.it/2016/12/21/il-nuovo-ordine-liberale-crea-solitudine-ecco-cosa-sta-facendo-a-pezzi-la-nostra-societa/

[13] Se il Medioevo era basato su un mondo sociale ancora comunitario, del tutto subalterno ad un mondo celeste perfetto che garantiva la perfezione anche di quello naturale, il Moderno compì un doppio movimento: il primo fu quello di portare in primo piano il mondo reale e naturale lasciando alle preferenze individuali il modo di intendere quello celeste, il secondo fu quello di tagliare in tante parti irrelate questo mondo reale e naturale. Questo secondo tratto fu alla base dell’incredibile sviluppo materiale che portò lo sviluppo del Moderno ed alla sua piena affermazione.  Negare il successo materiale, che è pur sempre una componente imprescindibile della vita reale, del moderno è insensato. Piuttosto andrebbe considerato un momento utile ma parziale da superare non nella negazione ma nel superamento per inclusione in un nuova forma di sistema che ordini diversamente le sue parti.

[14] La cultura della complessità, da “Le due culture” di C.P. Snow (1959) ai ripetuti interventi di Morin, ha denunciato da sempre l’irrazionalità della separazione tra sguardo scientifico e sguardo umano anche perché quello scientifico non è meno umano di quello propriamente detto, sebbene differisca ne gli oggetti.

[15] Il punto decisivo in cui si è compiuta questa dissociazione è rappresentato dall’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel, opera sul sistema delle conoscenze, poi additata come estrema sclerotizzazione presuntuosa della volontà di potenza pensate del tedesco. Invece che isolare la forma (sistema delle conoscenze) dalla materia (specifica versione dell’interpretazione del sistema delle conoscenze che ne ha dato Hegel) e quindi semmai buttare via le seconda e mantenere di riferimento l’idea della prima come possibilità da compiere in vari tentativi sempre aperti e provvisori, si è buttato via l’uno e l’altra. Questa “furia del dileguare” ha poi raggiunto il suo apice con il post-modernismo. Il rifiuto del pensiero sistematico nell’ultimo secolo e mezzo ha del patologico (pathos = sofferenza, sofferenza della logica). Segnaliamo disordinatamente tre spunti per proseguire la linea critica di questa impostazione critica (Baudrillard vs Foucault, qui; sulla Theory, qui; di nuovo su Foucault, qui)

[16] Il rapporto tra complessità sociale e divisione del lavoro è letto spesso nella direzione per la quale è la seconda ad aver generato la prima ma si potrebbe invertire la lettura. In realtà sembra più appropriato intendere questo come un rapporto di co-determinazione. La società a bassa differenziazione è piccola, mano a mano si differenzia crescendo e questo la rende più efficiente, la maggior efficienza contribuisce a farla crescere, più cresce più si differenzia. Sia Senofonte che Adam Smith, che Durkheim rilevano questa massima differenziazione nella dimensioni più grandi di cui sono sia causa che effetto. Il motore primo è semmai l’inflazione dei volumi, la funzionalizzazione ne è un adattamento.

[17] La dilatazione delle società umane, non fu inizialmente dovuta alla divisione del lavoro anche perché non si capisce quale dovrebbe essere la ragione per la quale “prima non c’è – poi c’è”. L’innovazione tecnica non è mai il primo motore del cambiamento ma adattamento a qualcosa che si è già messo in moto per altre ragioni, molta conoscenza di 51fdh1radsl-_sx319_bo1204203200_fisica empirica era già ben nota ai greci prima di venir riscoperta concettualmente nel XVI-XVII secolo (si veda il bel libro di Lucio Russo). L’inizio della dilatazione dei gruppi umani avvenne probabilmente per fluttuazioni ecologiche intorno ad un processo di crescita demografica costante e naturale sebbene a basso regime, le fluttuazioni accelerarono la crescita o l’addensamento di gruppi semi-stanziali prima divisi e semi-nomadi. La divisione delle funzioni sociali e quella del lavoro è giustificata da Platone con la naturale differenza umana. Ma la differenza umana non si esprime approfondendosi nei piccoli gruppi e non è detto debba portare a gerarchie fisse. Quello che infatti si può ipotizzare delle prime società umane a bassa differenziazione, è che vi fosse una funzionalizzazione ed una gerarchia ad hoc, inizialmente dovuta soprattutto alla divisione nel procacciamento della sussistenza tra cacciatori e raccoglitori ma anche tra coloro che curavano i villaggi e la nascente loro complessità funzionale interna. Infine, molti altri aspetti della vita comunitaria, rimanevano indivisi prima ed a gerarchia variabile poi. Fu solo al superamento di certe soglie dimensionali che funzionalizzazione e gerarchia si istituzionalizzarono, cristallizzandosi e riproducendosi come unica forma sociale.

[18] Che ha origine nella dialettica platonica.

[19] E’ questa la tesi centrale del lavoro del sociologo americano R. Sennett, Insieme, Feltrinelli, Milano, 2012.

[20] Tra gli altri, sull’approccio scettico ad uno dei bastioni della modernità ovvero la nozione di progresso, si veda la recente edizione italiana di C. Lasch, Il paradiso in terra, Neri Pozza, Milano, 2016. Lasch ricorda che la fede nel Progresso è la versione laica di quella nella Provvidenza, entrata in crisi con le due crisi del ‘300 ma in realtà il corrispettivo logico-funzionale della provvidenza fu la credenza nei poteri provvidenziali della mano invisibile.

[21] Si veda: R. H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000

[22] Il concetto weberiano di “disincanto” (https://it.wikipedia.org/wiki/Entzauberung) ha un significato un po’ diverso dal nostro concetto di disconnessione ma c’è anche parentela formale perché disincanto è anche dis-incatenamento. Oggi quindi non si tratta di “reincanto” poiché la rottura dell’incantamento è “per fortuna” irreversibile. Oggi si tratta di re-incatenamento, di reti di blockchain.

[23] Da Paolo di Tarso a Muhammad a Lutero, dai primi moderni a Marx a Darwin, in un singolo pensatore o in un gruppo di pochi, si è formata una diversa immagine di mondo che è poi stata premessa per tutto un più ampio successivo sviluppo di dati fenomeni storici, politici, culturali. Questo era quello che Bernardo di Chartres chiamava “salire sulle spalle dei giganti”. Il “miracolo” del nuovo nel pensiero si sviluppa inizialmente in una o poche teste che mettono assieme in modo nuovo cose già note, in cui la funzione architettonica è svolta dall’Io penso. Solo dopo, questo primo ed imperfetto nuovo genoma intellettivo si perfeziona e sviluppa, riproducendosi in più menti, nella più ampia condivisione e nelle prime realizzazioni concrete che queste determinano. In analogia, gli errori di riscrittura RNA-DNA da cui origina il nuovo genetico, sono i modi diversi di connettere e qualche concetto dei pensieri dei precoci pensatori del nuovo. Il nuovo origina sempre da una diversa architettura della relazioni delle parti. I neuroni sono sempre gli stessi, sono le sinapsi e gli assoni, i portatori di interrelazione, che modificano il sistema dell’Io penso.

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Introduzione al saggio breve “LA RICONNESSIONE DEI DISCONNESSI”.

Non tutte le riflessioni pubblicate su questo “diario di ricerca” hanno lo stesso peso. Questa che segue, ad esempio, è stata tormentata e riscritta e corretta più volte. Ho preferito pubblicarla in un’unica soluzione anche se è un po’ più lunga del solito. Concettualizza vari enti del pensiero quali la civiltà, la società, i modi di produzione, le forme politiche e le immagini di mondo  in un unico ente detto “modo di stare al mondo”. Questo modo s’intende essere un sistema adattivo che ha una sua origine ed una parabola che lo porta a dover lasciare il posto ad una sua successiva versione. Come ogni sistema, ha un ordinatore, un concetto primo che ordina (dà ordine dando disposizioni) e del modo di stare la mondo moderno, s’individua questo ordinatore nel principio di disconnessione. Se il moderno che va a morire si è centrato sulla disconnessione, il complesso che va a venire dovrebbe basarsi sulla ri-connessione? Cominciando da dove?

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