STATI DIVISI D’AMERICA.

torn_flagIgor Panarin è un personaggio assai curioso, qui il suo wiki abbastanza completo[1]. Si tratta di un cervellone russo stante che i russi hanno un tradizione sistemica tutta loro[2], che non origina cioè da quella della teoria dei sistemi di L. von Bertalanffy, è precedente come è precedente la radice da cui nacque lo stesso Bertalanffy che da giovane frequentava il Circolo di Vienna. Questa è un radice che risale all’illuminismo tedesco, a Kant (in parte) e prima ancora a  Leibniz e che, come tutte le radici, ha a sua volte radici ancora più antiche ma che lasciamo lì dove sono altrimenti andiamo fuori tema. Poiché la cultura tedesca influì non poco anche su quella russa, ne conseguì la successiva biforcazione tra sistemica russa e sistemica dell’austriaco poi migrato in Canada ed influente sulla cultura americana.

Insomma, Panarin nel 1998 se ne esce con la previsione del crollo dell’impianto economico americano che poi avverrà nel 2008 ed in conseguenza di questo, prevede un processo di secessione interno a gli Stati Uniti d’America.
Il cuore della previsione diceva di una frattura tra l’Ovest che sarebbe entrato nel circuito asiatico – pacifico, un Sud che sarebbe entrato nel circuito ispano-centro americano, un Est che sarebbe entrato nel circuito euro-britannico ed un Nord, felicemente annesso al Canada. Motivo del terremoto, una serie di guerre civili dovute a migrazioni di massa, conflitto tra centro federale e stato locale, declino economico, fallimento delle élite, rottura del “sogno americano” anche in seguito a condizioni economiche sempre meno comode, il tutto in assenza di un profondo senso di americanità, nazione giovane ed incerta essendo multietnica, con debole tradizione, priva di un significativo collante religioso comunitario. p1-ao116_ruspro_ns_20081228191715Le differenze interne al sistema americano che in periodi di espansione sono state energia creativa, in periodi di contrazione potrebbero diventare delle identità reciprocamente incompatibili e base per l’hobbesiana guerra di tutti contro tutti.

Queste ultime considerazioni sul delicato rapporto tra unità e differenza sociale, non sono degli universali. Si riferiscono più precisamente alla tradizione e cultura di antichi popoli che si chiamavano sassoni, angli, juti e frisoni, barbari in pratica, barbari della costa olandese, germanica e danese che presero a sciamare nel V secolo, verso l’isola britannica occupandone le coste sud – ovest e da lì si inoltrarono nell’interno dove si impiantarono scacciando i britanni ed i celti[3]. E’ una lunga storia di cui si sa poco per tre bui secoli (unica fonte e non si sa quanto affidabile Gildas, De Excidio Bitanniae del VI secolo), sino a quando un monaco inglese, Beda il venerabile, non redasse la Historia ecclesiastica gentis Anglorum del forse 730 o giù di lì. Non è poi che Beda, il cui intento di dar lustro alla cristianità anglosassone è ben chiaro, sia da ritenersi  fonte limpida ma assieme all’unica altra fonte antica delle Anglo Saxons Chronicles (annali compilati da IX al XII secolo, sempre da monaci) è tutto ciò che abbiamo assieme al De origine et situ germanorum di Tacito e poco altro, per ricostruire la forma culturale originaria degli anglo-sassoni.

Si dirà “va bene, però è storia di millecinquecento anni fa, cosa c’entra con gli inglesi e pure gli americani di oggi?”. Non possiamo qui effonderci nella interessante storia di queste genti sanguinarie e prive di civiltà (da civis-civitas), che detestavano la natura e adoravano l’oro, divisi in clan più che in tribù,  ma dalla Magna Charta Libertatum del 1215  al regno Tudor e poi a gli Stuart, sino ad Hobbes il primo antropologo degli anglosassoni che non parlava dell’uomo in generale ma proprio e specificatamente dei ed a i suoi conterranei alanglo-saxon_map tempo della Guerra Civile, sino a tutto il successivo che dalla Gloriosa rivoluzione, va al parlamento delle élite, la Rivoluzione industriale, l’Impero  ed a latere i Puritani del Mayflower, contiene chiari segni di questa antica e comune radice culturale. Il “capitalismo” non nel senso ristretto poi dato ad una specifica forma economica ma nel senso di società ordinata dal fatto economico declinato in una specifica forma (cicli di produzione e scambio attivati dall’impiego di capitali, materie, energie ed idee) è il compimento di quella cultura.  Genti pugnaci, divise in clan, riottose a stare vicine le une alle altre e quindi idiosincratiche al concetto di società tanto quanto gelose di quello di libertà, da cui la tendenza individualista ben sposata poi con il protestantesimo ma a loro modo abituate a prender decisioni in assemblea comune, determinate a dominare la natura con loro non certo prosperosa madre e quindi a sviluppare scienza e poi tecnica ma anche produrre e commerciare come unico possibile contratto sociale, da cui ciò che noi impropriamente chiamiamo “capitalismo”[4]. Quando K. Polanyi dirà che questa forma economica è “disembedded” dalla trama sociale intenderà dire che per la prima volta, quella forma che è l’economia, non è dipendente da quella trama ma la domina, la “ordina”, le fornisce gli imput di funzionamento e quindi le dà l’ordine, l’organizzazione.

Del resto se noi mediterranei al capitalismo ci siamo dovuti adattare ma non ci abbiamo mai fatto grandi cose, se avevamo città e un impero quando lì si vagava nella tundra scambiandosi anfore globulari e massacrandosi dopo ampie libagioni di succo di mele fermentato, se siamo cittadini e quindi sociali d’antica stirpe e facevamo ecclesia e loro no, se siamo cattolici o ortodossi e statalisti e loro protestanti e diffidenti verso lo Stato, se abbiamo avuto voluminose leggi scritte e loro una costituzione che sta su un foglietto, se loro hanno le contee e noi i Comuni, se noi eravamo agricoltori e loro cacciatori, noi stanziali e loro semi-nomadi, se lo loro hanno il barbecue e noi la tavola conviviale, se noi abbiamo da conquistarci la salvezza e loro hanno la predestinazione di cui cercare il segno da esibire, se a noi non dispiace l’ozio anche perché abbiamo luce e sole e loro si concentrano su i loro compiti con abnegata concentrazione tanto il cielo è coperto e fa pure freddo,  è perché, come diceva il buon Braudel, le strutture sociali e culturali che vi sono intrecciate, hanno lunga durata, durata “geografica” in un certo senso. Quindi, l’origine c’entra perché la storia è dipendente dal percorso che è dipendente dalle condizioni iniziali, cioè dall’origine.

La razionale di tutto ciò al fine del nostro discorso che tende continuamente a scivolare per oscuri antefatti, è che le società di origine anglo-sassone, sono socialmente fragili com’è ben noto anche a chi le ha descritte in tempi recenti secondo indicatori contemporanei[5]. Il image_bookmotivo è che “società” è per loro una ancestrale costrizione che mal sopportano e storicamente hanno prodotto una rete di concetti e giudizi, di credenze e verità condivise, di ideali e prescrizioni comportamentali che vanno da tutt’altra parte, rassegnandosi infine a stare assieme solo per seguire i codici della produzione, scambio e dell’accumulazione egoista, cioè producendo assieme sforzo economico che poi si ripartiscono individualmente per godersi la loro sacra “libertà”. Già quando si massacravano in faide, convennero infine ad un sistema diciamo “giuridico” esclusivamente basato sul fatto che una vita umana aveva un prezzo, si veda il guidrigildo longobardo. Non ci si doveva ammazzare, non in base ad imperativi etici o paura della punizione divina ma perché costava troppo. Con questo contratto sociale (solo genti del Nord potevano inventarsi un concetto come il “contratto sociale”, mai ad un mediterraneo che nasce e da sempre è in una società, sarebbe venuto in mente di dover giustificare la socialità con un “contratto”) vanno alla grande fino a che la ricchezza sale, tendono all’homo homini lupus quando la ricchezza scende, perché è solo la ricerca di questa che li tiene “assieme”.

Panarin quindi non ha fatto altro che leggere questa dinamica di sistema per la quale sistemi ordinati da un convenuto orientato ad un interesse ben specifico, problematizzandosi questo, si problematizzano a loro volta, cioè tendono a spaccarsi, ritornando a piccoli frammenti. Così per il referendum scozzese poi perso per un pelo, così per la decisione di rintanarsi nell’isola visto che si va incontro a tempi difficili (Brexit) che potrebbe chiamare un nuovo referendum scozzese ma anche gallese e nord-irlandese, così per analoga decisione di Trump sul ripristino dei confini materiali ed immateriali, così per le tensioni tra i popoli franchi (valloni e fiamminghi), così per questa incredibile serie di piccoli segnali che andiamo a riportare, che dopo quasi venti anni sembrano andare incontro alla coraggiosa profezia di Panarin.

In California si stanno organizzando per la secessione, la Calexit. C’è un movimento indipendentista con tanto di pagina facebook che ne divulga le attività  che punta al referendum nel 2019. E se la secessione californiana è da sinistra (si fa per dire, diciamo “democratica” e progressista, certo irritata da Trump), in Texas se ne parlava già da destra (anche qui). Ma l’autorevole testata americana Politico, ne censisce ben cinque, tutte nate all’indomani della Brexit. Si va dal New Hampshire NHexit, il Vermont Vexit di ispirazione non lontana da quella alla base di Sanders (si ricordi che Sanders non è democratico, non ha mai preso la tessera del partito democratico, aveva promesso di prenderla solo se avesse vinto le primarie e viene regolarmente eletto al Senato dal Vermont, da anni, solo come “indipendente”). Le già citate Texit del Texas e la Repubblica di California ed infine pure le Hawaii con la Hawexit e c’è anche chi sostiene che fra un po’ s’aggiungerà la Northdazotx7 Carolina, il Montana, l’Alaska, i nativi della Repubblica Lakota che si stanno facendo le ossa nelle lotte contro l’oleodotto Keystone, i vecchi stati del Sud, il progetto sulla Repubblica di Cascadia degli stati Nord orientali  e molti ma molti altri, alcuni giocosi, altri molto meno (qui e qui).  Time ha messo quelli di Cascadia e soprattutto i ribelli intellettuali del Vermont, tra le 10 più importanti aspiranti nazioni, assieme a gli scozzesi, i baschi, i curdi. Quelli del Vermont addirittura, ne fanno una teoria che ha un suo interesse ovvero decomporre tutti i grandi stati del mondo (Russia e Cina incluse) e tornare alle nazioni-regioni, l’esatto contrario dell’Uno-mondo promosso dalle élite global-finanziarie per certi versi ma per altri una idea di mega-network di città-stato (un “modello post fenicio”) come ipotizzato da non pochi[6] che potrebbe andare incontro all’anarco-capitalismo tipo Murray Rothbard, così come però anche all’anarco-municipalismo di Murray Bookchin a cui si è votato il capo del Pkk turco Ocalan e con lui i comunitaristi curdi del Rojava (Kurdistan siriano) che tanto hanno infiammato i cuori di certa sinistra orfana di miti.

= = =

La nostra digressione sulla natura incerta delle società anglosassoni, le previsioni di Panarin e i precoci fermenti secessionisti americani non fanno certo un fatto e forse neanche una previsione, solo una eventuale possibilità. Dobbiamo quindi vedere meglio questa “possibilità” a quali eventi va incontro per capirne le eventuali probabilità.

Gli eventi non sono certo rassicuranti. Gli Stati Uniti d’America vanno incontro, a meno di una conflagrazione bellica mondiale, ad una relativa e forse lenta contrazione di potenza. Si contrae l’intero sistema occidentale di cui sono il centro e poco possono fare per evitare la contrazione europea e giapponese che sono le due più significative del sistema occidentale. Ascende la Cina, l’India ed altri ma soprattutto il “potere” va regionalizzandosi, in un certo senso, diffondendosi. Così per gli aspetti economici globalpower2020attualmente previsti in lunga stagnazione. Non meno problematiche sono le previsioni per quelli finanziari sempre che non accadano rivolgimenti anche più traumatici che già si temono come la relativizzazione del ruolo del dollaro e della istituzioni internazionali figlie di Bretton Woods. Problematico rimane l’iper-volume finanziario con rischi di crack a catena poiché quelle scritture contabili sono dappertutto dai bilanci delle società quotate in borsa (non solo le banche) ai nostri fondi pensione.  Continuerà a crescere il volume demografico del mondo ma non per la parte occidentale che diventa sempre più relativa. Si stagliano all’orizzonte gli impatti con le rigidità date dalle retroazioni ambientali e dei limiti delle risorse, tenuto conto che queste sono poi parti in interrelazione nei sistemi di conflitto geopolitico ed in quelli di mercato, mercato che per la parte finanziaria tende poi a produrre feedback accrescitivi che ingigantiscono i già problematici effetti scarsità.

Tutto ciò tende ad accerchiare quella delicata sproporzione che sussiste tra quel meno del 5% di popolazione mondiale ed il poco meno del 25% del prodotto lordo che è il peso che gli USA hanno sul totale-mondo. Accerchiamento che crea pressione, pressione che crea attrito, attrito che disordina una società il cui contratto sociale è “crescere e prosperare”. Niente crescita, niente prosperità, niente redistribuzione, risultato: conflitto. Ed è il conflitto l’insidia maggiore per quella società debole ovvero per quel debole collante che tiene i diversi interessi individuali entro il campo del comune oltre il quale tendono a divergere innescando una possibile decomposizione del corpo di cui sono parti.

= = =

Il nuovo ciclo(ne) Trump potrebbe avere due effetti reciprocamente contrari su questo quadro. Il primo è forse positivo. Già dal suo slogan elettorale, “Make America Great Ageain”, il magnate sembra aver avuto ben chiaro il fatto che la perdita di potenza non è solo un rischio ma già un fatto. Rimandiamo ad altrove l’analisi a grana più fine di quanto la sua strategia abbia le possibilità che s’intesta[7] ovvero arrestare l’emorragia, stante che il “problema americano” qualsivoglia sia l’ideologia e le competenze con il quale lo si affronta non solo non è facile da risolvere ma non è neanche detto sia possibile risolverlo sul piano pratico. In quella contrazione di potenza, ci sono soglie invisibili oltre le quali l’effetto non ècover-final proporzionato alla causa. La rimessa in discussione del ruolo internazionale del dollaro, l’obbligo a rivedere le composizione di voto delle istituzioni internazionali (IMF, WB, WTO, BIS etc.) o la nascita di vere e proprie istituzioni alternative (AIIB, SCO, BRICS Bank), la decomposizione europea che faciliterebbe come “divide”  l’ “impera”   degli americani ma che a quel punto potrebbe vedere anche qualche scheggia d’Occidente imparentarsi altrove, lo sviluppo di reti regionali che complicherebbero molto la geopolitica americana, sono tutti fatti che potrebbero rendere l’emorragia improvvisamente più grave con effetti interni destabilizzanti. Altresì, Trump è chiamato ad una cura radicale ed ad un radicale ri-orientamento del sistema americano (interno ed esterno) ma avrà contro l’élite perdente che è comunque molto forte e che come dicono le ultime sugli hacker russi ha intenzione di condizionare permanentemente la sua politica, a fargli pagare un “prezzo” per ogni sua più eterodossa scelta. Altresì dovrà ben ricordarsi che il voto popolare l’ha perso e non di poco (3 milioni di voti) e quindi il fatto che la società è oggettivamente spaccata ed ha scadenze a due anni (elezioni di mid term) e quattro anni (nuovo incarico), cioè molto più ravvicinate di quanto qualsivoglia strategia riesca a produrre in termini di effetti benefici e stabilizzanti. L’effetto negativo potrebbe esser innescato proprio dai tentativi di Trump di forzare le tappe o le contrarietà provenienti dal contraddittorio pluralismo di quella società.

= = =

Nulla di quanto detto porta ad una possibile conclusione significativa. L’impossibile arte della previsione è di sua natura votata al fallimento. Inoltre, per quanto attiene gli eventuali e fantapolitici processi di secessione qui siamo in prospettive per i prossimi venti anni, non stiamo parlando di domattina. Di base, a parte Panarin che ci è servito da spunto, è un fatto che le società dei popoli anglosassoni vengono da secoli vincenti e non vanno verso secoli altrettanto vincenti. E’ un fatto meno solido ma fortemente indiziario, che la loro natura e cultura non ha lo stare assieme come suo codice fondante. Altresì, è evidente che il loro contratto sociale -soldi, crescita & sogni-  è basato su un punto che verrà messo a dura  prova dagli eventi futuri, forse non -blood, sweet & tears- ma qualcosa che rischia di andarci pericolosamente vicino. Qualcosa nella società americana ha già cominciato a muoversi e non solo col secessionismo ma anche ddn-blacklivesmattercon le periodiche rivolte dei neri, la mobilitazione dei nativi, la nuova destra, la possibile ripresa del conflitto su i diritti civili, addirittura il ripensamento sull’Internet “total open”  ed altro.

Vedremo se fiumi di dollari ed investimenti, basse tasse e tassi alti la acquieteranno. Time ha eletto Trump “2016, Person of the Year” mettendo in copertina un “Divided States of America” volendo segnare appunto quanto l’America sia divisa: tra evangelici e post-genderisti, tra globalisti e protezionisti, tra costa e interno, tra città e campagna, tra etnie, tra classi, tra popolo ed élite, industria e finanza, petrolieri ed ecologisti, tra ideologie e credenze, sogni ed aspettative. A Trump quindi, l’onere di ripristinare l’unità del sogno americano ed una sua qual certa perseguibilità. Altrimenti, saluteremo forse la venuta al mondo della Repubblica del Vermont e con lei, di un mondo sempre più inaspettato, in cui l’Impero forse cambierà indirizzo ed a seguire tutta la nostra -sempre critica- attenzione. Non è infatti affatto garantito che la perdita  della pur tanto criticata “nazione indispensabile” sia la nascita di un mondo migliore, certe strutture sono più longeve dei loro interpreti.

0 = 0

 

[1] Panarin, tra le altre cose, è un euroasiatista che voleva mandare sotto processo Gorbaciov per tradimento della patria. Per Panarin, la decomposizione potrebbe essere violenta o pacifica rispettivamente su i diversi modelli ex-Jugoslavia, ex-Cecoslovacchia.

[2] Se ne parlò nell’ambito di questo studio sulle tradizione di pensiero in cui ambientare la filosofia di Putin: http://www.sinistrainrete.info/filosofia/5856-pierluigi-fagan-la-filosofia-di-putin.html . Il paragrafo è il penultimo “I cosmisti ed altri”, prima della Conclusioni.

[3] Invero alcuni se ne andarono, in Galles, in Cornovaglia, in Bretagna e soprattutto Irlanda ma i più rimasero. Gli anglo-sassoni che erano cattivissimi ma non tantissimi, divennero l’élite da cui origina l’aristocrazia terriera inglese. Tutta l’aristocrazia europea è di origine barbara e quindi terriera perché per i semi-nomadi, la terra fu ciò che li trasformò portandoli al concetto di potere stanziale, cioè territoriale. In Inghilterra, questa partizione terriera, prese le forme poi delle contee. Sulle radici sociopatiche dell’ideologia liberale che ha forti radici anglosassoni scrivemmo qui.

[4] L’aver usato come unità metodologica unica la classe, ha portato Marx a non leggere il fatto che il capitalismo è un sistema dei popoli del Nord. I popoli del Nord poi hanno dominato il mondo (si vedano i nessi tra capitalismo ed imperialismo da Hobson a Lenin) e il capitalismo è diventato una Internazionale delle borghesie. A questa Internazionale della borghesia egli volle opporre una Internazionale del proletariato ma oggi molti si domandano se l’antidoto di questa vocazione globalista non sia invece lo Stato. Chissà se sulla lettura del sistema che ne diede Marx influì il fatto che egli stesso fosse dei popoli del Nord. Di Marx, abbiamo anche una acuta descrizione dei germani in Forme economiche pre-capitalistiche che fa parte dei Grundrisse.

[5] R. Wilkinson, K. Pickett, La misura dell’anima, Feltrinelli, Milano, 2009. Il fatto che il duo anglosassone in questione come anche certo comunitarismo (Taylor, Sandel, MacIntyre) abbia ampie radici anglosassoni, che ci siano sociologi come Sennet, così come il fatto che a gli albori della storia che porterà al capitalismo ottocentesco vi fossero fermenti democratici, che il pensiero anarchico origini inaspettatamente da un inglese (Godwin), così come il movimento cooperativo (Owen), dice come la storia culturale sia complessa  ed intrecciata. Non è questo il luogo ma si potrebbe derivare una radice della democrazia proprio da quello stesso individualismo clanico delle origini, ad esempio seguendo l’antica forma di democrazia vichinga ma ne parleremo un’altra volta. Del resto le famose enclosures inglese vennero fatte sul precedente bene comune che in inglese è il longevo concetto di common – wealth.

[6] Tra cui B.R. Barber, Saskia Sassen e da ultimo il geopolitico Parag Khanna di cui il recente: Connectography, Fazi editore, Roma, 2016

[7] Ne abbiamo cominciato a parlare qui.

Pubblicato in anglosassoni, regno unito-gran bretagna, usa | Contrassegnato , , , , , | 6 commenti

QUATTRO ANNI.

img_0052Esattamente quattro anni fa, s’inaugurava questo blog come diario di ricerca su i temi della complessità con un post che s’intitolava “Siamo alla fine di quale tempo?”. I temi erano poi quelli su cui più volte siamo tornati in questi anni, con 173 articoli (circa 43 l’anno) più le 506 Cronache dell’era complessa sul cui aggiornamento sono colpevolmente in ritardo, per circa 190.000 page view e circa 85.000 visitatori di cui 245 follower. Nel libro che come sapete è in uscita a Gennaio 2017, alla pagina finale degli scarni ringraziamenti, ho messo Voi, i lettori del mio blog. Con alcuni di Voi abbiamo intrecciato qualche commento o discussione, altri mi hanno scritto, i più sono lettori muti di cui non so nulla. Gli articoli qui liberamente pubblicati sono stati più volte ripresi da più testate tra cui Megachip, Sinistrainrete ed Eunews sono le più assidue e quindi ringrazio anche loro qui e nei ringraziamenti del libro.

Nella mia precedente vita sono stato un professionista della pubblicità e del marketing, diciamo ad abbastanza “alti” livelli. Conoscenti mi chiedevano perché non promuovessi le mie idee, perché non cercassi una maggior notorietà, perché non applicassi le mie precedenti conoscenze a me stesso. A parte quella sorta di integralismo inverso che porta gli ex fumatori a diventare intolleranti sul vizio altrui e le ex pornostar a diventare pie e spirituali e che ha agito anche su di me rendendomi refrattario al glamour ed al chiasso egotista (tendenze che comunque non ho mai avuto), volevo vedere se quello che pensavo, il puro piano delle idee frutto di studio e personale elaborazione, aveva senso anche per altri. Avevo bisogno di quello che A. Honneth chiama “riconoscimento”, sostanziale non formale, spontaneo non sollecitato. Così, qualche mio articolo è capitato in mano ad un editore che mi ha chiesto di provare a scrivere un libro e poi l’ha pubblicato. Sapete che ne parlo da un po’ e non è ancora uscito, uscirà addirittura tra un mese! Non ne parlo per pubblicità, se era per quella bastava parlarne a ridosso dell’uscita, qualcosa di marketing ancora mi ricordo. Ne parlo perché era mio desiderio, coronare questi tredici anni di studio con una pubblicazione e sancire così la mia definitiva conversione esistenziale da professionista a studioso. Se sono riuscito a coronare questo mio intento, lo debbo certo a me, alla mia famiglia ed amici, alla fortuna ma molto anche a Voi, perché nude idee vivono solo se c’è qualcuno che le legge e le apprezza. Anche sapendo quanto -a volte- la mia scrittura sia involuta, usando concetti chiari magari solo a me, con periodi lunghi in cui è facile smarrirsi. E sapendo anche che il mio standard (5 pagine Word, corpo 11) è pesante.

Eppure, i numeri che oggi sono andato a recuperare nelle statistiche di WordPress, dicono che nonostante ciò, non pochi hanno letto, capito e pare, apprezzato. Per questo ci tenevo ad onorare il compleanno rivolgendomi direttamente a Voi, che buona parte di ciò avete reso possibile: grazie davvero.

Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti

DOVE VA L’AMERICA DI TRUMP?

definitivo-cover

In libreria dal 13 Gennaio 2017

Il 9 Novembre scorso, il giorno dopo le elezioni americane,  mi son ritrovato a dover correggere le bozze del mio libro che stava per andare in stampa, un libro di geopolitica ma non solo. Trattandosi di geopolitica, era certo ben presente non solo una descrizione del ruolo e strategia degli Stati Uniti nell’ordine mondiale ma ovviamente anche una previsione sul comportamento futuro della potenza egemone. In accordo col sentimento generale, si dava per scontato che questo comportamento futuro avrebbe sviluppato le logiche già ben note ed assai prevedibili della nuova presidente Hillary Clinton. Il 9 Novembre quindi, mi sono ritrovato con un problema e con davvero poco tempo per risolverlo perché comunque si doveva chiudere il lavoro da lì a giorni. Avevo certo seguito le elezioni americane e su Trump mi ero fatto una idea che fortunatamente, non seguendo in genere e del tutto la communis opinio, aveva almeno colto alcuni punti solidi della sua logica. Non ero caduto cioè nel tranello della propaganda americana che dipingeva Trump come poco più di un cretino. Debbo però ammettere che non avevo approfondito più di tanto seguendo un sommario calcolo delle probabilità che all’inizio aveva anche preso in considerazione le previsioni di Michael Moore ed Andrew Spannaus che ammonivano sulle concrete possibilità di vittoria del magnate ma che poi si era adagiato sul più unanime consensus generale che aspettava solo l’incoronazione della Signora del Caos.

Staccatomi di botto dal flusso del commento che imperversava in quella mattina presto di un mercoledì, privandomi del piacere sadico di gustarmi la Botteri colpita da sindrome post-traumatica e con lei tutte le élite del commento in crisi di panico, incontrato al volo l’editore per fare il punto sulla situazione, mi sono ritrovato a dover scrivere il futuro della politica estera di Trump in settantadue ore, stante che ciò che scrivevo sarebbe stato letto a partire dalla successiva metà Gennaio senza più poter rimettervi mano.  Il problema era non solo capire meglio cosa avesse in mente un tizio che a parte una intervista a NYT e qualche accenno nelle sue torrenziali affabulazioni, non si poteva certo dire portatore di un chiaro quadro strategico generale ma anche fare tabula rasa di strati e strati di ricostruzioni basate sulla fog of war della contesa elettorale che proponevano opinioni in forma di fatti. Ancora oggi, nel numero in edicola della nostra principale rivista di geopolitica (Limes, 11 – 2016) si rimane un po’- molto sul vago riguardo alla strategia d Trump ed è passato un mese. Purtroppo però, in un libro del genere, io non potevo rimanere sul vago e dovevo capire cosa avesse in mente Trump, lanciando un messaggio in bottiglia con due mesi di differita e su un punto non certo secondario della geopolitica dell’era complessa.

Riprendo allora la ricerca di analisi un po’ più ravvicinate e mi rileggo tre articoli a suo tempo pubblicati da Politico e frugo tra Foreign Affair e Foreign Policy e qualche blog non allineato, in quel poco di materiale americano disponibile on line che avevo archiviato, tra cui Ballotpedia, l’enciclopedia della politica americana che almeno dà fatti più che opinioni. Scopro così che il comitato elettorale di Trump ha una commissione esteri  di quattro membri abbastanza ignoti che, assieme a qualcun’altro come il capo dell’intero team di campagna Manafort o il precedente collaboratore Page, poi costretti alle dimissioni, hanno tutti un  interesse in comune: il petrolio. La scandalosa revisione trumpiana del giudizio su Putin che tanto aveva sconcertato i pubblici commentatori non aveva nulla a che fare col Bene ed il Male, la libertà e la tirannia, il populismo e la democrazia liberale ed altre categorie imposte dalla propaganda atlantista neoliberale ma su un interesse concretissimo, il caro vecchio interesse delle nazioni. Ma certo, che cretini che siamo stati, ha senso, è logico! Si trattava di una ben congegnata, per quanto radicalmente diversa, interpretazione dell’interesse americano.

Trump finalmente mi si rivelava trasparente e come al solito la verità era lì in bella mostra sebbene impossibile per noi da leggere perché non la si guarda con gli occhi ma con ciò che li muovono e ne filtrano l’osservato, con ciò che già ci si aspetta di trovare secondo le nostre immagini di mondo e categorie a priori, accettando solo conferme e scartando ciò che secondo noi non è coerente, non in sé ma per noi, per il nostro giudizio a priori. Trump era tutto lì, in una promessa che a noi svagati nichilisti post moderni imbarazza nella sua rozzezza e che sempre a noi, conoscitori delle tecniche di propaganda non poteva che apparire banale a fronte del sofisticato apparato di soft power della Signora del Caos: Make America Great Again!

Questo slogan era stato sbeffeggiato ed anche duramente criticato da Obama – Clinton che lo tacciarono di disfattismo, i dioscuri WP & NYT nonché tutti i neolib-neocon che sognavano l’estensione infinita del “secolo americano” lo resero barzelletta, era la prova provata della white supremacy omofoba e razzista. Ma quello slogan, implicitamente, ammetteva invece che l’America aveva un problema, non piccolo, sostanziale: perdeva potenza. L’intera costruzione dell’economia finanziaria che aveva lasciato quella di produzione e scambio alla nuda concorrenza globale impossibile da vincere con gli emergenti, l’infatuazione per il delirio prometeico che portava alla strategia dello state-building, l’esportazione della democrazia liberale e diritto-umanitaria condita di ONG, il soft power di Nye, il privilegio concesso alla new economy celebrata dai Rifkin e persino dai cultori di casa nostra del Frammento sulle macchine di Marx, il doppio ostracismo a Russia e Cina ovvero come unire un competitor che non ha alcuna potenza economica ma la ha militare con quell’altro che non ha alcuna potenza militare ma la ha economica, i conseguenti alti costi per l’operatività NATO che è un finto outsourcing del complesso militare – industriale americano, i tassi bassi che creano l’economia delle bolle ritenuta da Summers l’unica possibilità per sostenere il capitalismo che in quanto americano è globale e  porta il flusso dei dollari a finanziare la crescita altrui arricchendo solo l’1% dei supermiliardari che poi condizionano -finanziandola- la politica americana, la retorica multiculturale che lascia porte aperte a manodopera a basso costo mentre si lasciano libere le imprese nazionali di de-localizzare (anche quelle militari), l’ecologismo obamiano che sostiene la smaterializzazione industriale in favore del post-materialismo della Silicon Valley, la pace con l’Iran che è uno dei principali fornitori di energia alla Cina nonché passaggio obbligato per la Via della Seta, gli accordi di libero scambio che come ai più noto nulla avevano a che fare seriamente con il commercio ma molto avevano a che fare con l’uniformattazione giuridica che portava all’accoppiamento geopolitico, tutto questo non funzionava affatto. Tutto questo portava ad un risultato contrario alle intenzioni, altro che “secolo americano” era tutto deflusso di potenza. La strategia era coerente certo ma sbagliata, radicalmente sbagliata.

Ecco allora che si spiegava la riproposizione trumpiana dell’economia di produzione e scambio in primo piano e la riconversione della banco-finanza prima americana poi mondiale a finanziare non la crescita mondiale ma quella americana (ed ecco le nomine dei Wall Street boys il cui compito sarà riportare le scommesse sul profitto a casa), l’ipotesi certa di un prossimo rialzo dei tassi che tanto la Yellen è da un anno che cerca di farlo, rialzo che creerà deflusso dai mercati delle economie emergenti togliendo loro l’ossigeno nel momento di maggior sforzo aerobico,  i messaggi a gli alleati che il servizio NATO da oggi ha un prezzario,  addirittura le ipotesi sul congelamento delle lobbies di cui molte estere che condizionano il Congresso, i due mandati limite dopo i quali si torna a casa di modo da non creare una oligarchia avulsa dal tessuto sociale che è poi ciò che esprime di per sé l’interesse nazionale, le ricette reaganiane al posto di quelle Bill-clintoniane (il ritorno del liberismo al posto della degenerazione neo), il ripristino dei confini, la sostituzione della logica degli accordi pan-giuridici con quelli bilaterali basati su precisi calcoli di bilancia commerciale e che tra l’altro metteranno l’un contro l’altro gli astanti strappando le migliori condizioni al ribasso con la  minaccia dei dazi. Make America Great Again! ovvero ridare potenza concreta, industriale – occupazionale, politica, militare altro che start up e Soros!

Ed ecco allora il ritorno di Kissinger, la logica dell’hub&spoke, il divide et impera con russi e cinesi, carezze a gli uni, schiaffetti a gli altri, il divide et impera con i bizantini europei che sciolgano quel obbrobrio germano-centrico dell’UE e soprattutto dell’euro che il dollaro reclama di nuovo il suo spazio visto che lo yuan lo insidia da altra parte. Ecco che il primo invito ufficiale va a Theresa May ed il secondo ad Orban, che i mercantilisti germanici comprendano bene le nuove regole del gioco. Ed ecco la denuncia degli accordi sul clima perché qui si torna a gas, petrolio e se necessario pure il carbone che l’industria ha fame e la strategia non prevede dipendenze esterne. E mentre Hillary si beava tra l’endorsement di Springsteen e quello di Lady Gaga e le profferte orali di Madonna, ecco perché poco notati perché assai meno “sexy” , con Trump si schieravano duecento generali (tra cui, in teoria, alcuni ex-democratici come il poi eletto a consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn) a cui Trump prometteva più militari, più navi, il rifacimento dell’arsenale strategico atomico non per fare guerra domattina ma per preparasi ad un futuro che si prevede difficilino. Tanto “difficilino” che è meglio mettere anche qualche generale a governo dell’ordine interno (John Kelly) perché potrebbe tendere presto al disordine. Ed ecco che ci facevano tutti quegli amici di petrolieri nella commissione esteri  e quel Manafort già a capo dell’intero staff di Trump che NYT aveva costretto alle dimissioni a Settembre, avendolo pizzicato  ad avere nel curriculum consulenze per Yanukovich e pare addirittura ruolo strategico ad organizzare manifestazioni anti-NATO in Ucraina mentre Soros organizzava quelle che hanno poi portato al regime change. Infine la ciliegina sulla torta, il nuovo Segretario di Stato, quel presidente ad amministratore delegato di Exxon-Mobil, quel  Rex. W. Tillerson che da buon petroliere sa come vanno le cose nel mondo (E-M ha presenza ed interessi in 50 dei 200 paesi del mondo) facendo il mestiere che più di ogni altro ti porta a dover conoscere la perfetta radiografia di ogni luogo in cui devi o meno fare investimenti miliardari di trivellazione o devi far passare le tue preziose condutture che non sono esattamente network immateriali post-geografici come s’è andato a celebrare nell’unanime retorica sul new-internet-one-world. Quel Tillerson che nel 2013 riceve la medaglia dell’Order friendship russo, attiva molteplici joint-venture con Rosneft e poi si imbizzarrisce contro le sanzioni perché gli congelano gli investimenti sullo sfruttamento del Mar di Kara e al largo di Sakhalin. Mr Tillerson, il front man della cara vecchia industria petrolifera alle spalle della scalata di Trump al potere, che ora farà passare un oleodotto in camera da letto di Zuckerberg che poi ha anche una moglie cinese.

Incomprensibile come ancora oggi dopo il crollo delle interpretazioni lungo tutta la campagna elettorale, i commentatori mainstream non riescano a capire che non è Trump che s’è alzato una mattina ed ha deciso che Putin gli piace contro tutto e contro tutti ma che Trump è il front man di una visione di potenza che economicamente si basa sul tentativo di un grande recupero su industria ed energia e che poiché il futuro dei giacimenti non ancora trivellati è in Russia o nei mari intorno alla Russia, coi russi conviene farci affari caldi invece che guerra fredda. Rimozione forzata che chiude gli occhi anche davanti alla elementare constatazione che spingere russi verso i cinesi e viceversa è creare un supernemico quando gli annali raccontano di quando Kissinger riuscì a dividere i due unici paesi comunisti del tempo inviando una squadra di ping-pong e un presidente conservatore di destra a stringere la mano a Mao.

Meno male. La tesi centrale del libro che voleva gli Stati Uniti riformulare la strategia di potenza in vari modi ma specificatamente separando russi e cinesi per evitare il formarsi dell’incubo eurasiatico, il cambio di tattica saldato dall’interesse energetico – industriale oltreché geopolitico commerciale e militare, è salva. L’essermi tenuto stretto alla strategia secolare che parte dall’ammiraglio Mahan prima ancora di Mackinder ed al realismo analitico legandomi al palo dell’interesse nazionale per non cadere nelle seduttive letture post-moderne, neo-con/neo-lib, post-veritiere ed altri confusioni che fanno dei nostri difficili tempi un caso limpido di disadattamento alla transizione all’era complessa, mi ha salvato. Certo Tillerson dovrà sopravvivere all’ultima battaglia inaugurata dalla CIA, un mese di lotta furibonda tra le élite del sistema precedente e quelle del sistema in ascesa che si concluderà con il voto della Commissione esteri e poi al Senato. Ad appoggiare il texano, secondo WP, scenderanno in campo la Rice (massima esperta del quadrante centro-asiatico)  e Gates, Baker ed addirittura Cheney se necessario.

Comunque vada però, le mie ventisette pagine sulla “Trump’s Grand Strategy” scritte febbrilmente al buio dei successivi eventi in quelle settantadue ore di grande confusione generale, saranno leggibili anche quando Mr. President entrerà il 20 Gennaio alla Casa Bianca. Io sarò lì, dal 13 Gennaio, ad aspettarlo su i banconi delle librerie a tentar di spiegare cosa comporta che lui voglia fare la sua “America Great Again” e molto altro di questi tempi difficili che ci è toccato in sorte di vivere. Quel “gioco di tutti i giochi” di cui noi europei saremo spettatori paganti, nel senso che ne pagheremo per primi e di più i costi del riassetto multipolare del mondo discutendo di migranti sì-no, luce in fondo al tunnel, austerità, valori cosmopolitici, sovranità sul nostro metroquadro di mondo e non c’è più destra né sinistra, populismo, leader carismatici, stabilità. Meno male che noi italiani schiariamo Alfano, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi …

Pierluigi Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump. Fazi editore, Roma, 2017, in libreria del 13 Gennaio 2017

 

Pubblicato in geopolitica, usa | Contrassegnato , , , , , , , , | 1 commento

ANDANDO INCONTRO ALLA TEMPESTA, SENZA MAPPE E BUSSOLE, LITIGANDO, IN UN VASCELLO DI CUI NON ABBIAMO IL TIMONE.

giu10-21. Tra coloro che si trovano nella poco invidiabile condizione espressa nel titolo, c’è un gruppo di persone che nella loro vita hanno desiderato, sognato, immaginato un modo di stare al mondo in cui all’interno dei gruppi umani, grandi e piccoli, la differenza umana non si ordinasse attraverso una gerarchia fissa, il dominio sistematico di alcuni umani su altri. Questo sentimento sociale che chiamiamo sentimento d’uguaglianza, ha preso varie forme nella storia: piccole comunità religiose, produttive, militari, politiche, guidate dal principio d’uguaglianza. Nella grandi comunità, è stato molto più difficile trovare la forma che tende all’uguaglianza del potere sociale tra individui e la sua ricerca, ha preso per lo più la forma della rivolta a qualche odiosa condizione di sudditanza. Molte di queste rivolte sono poi state soffocate o normalizzate. In qualche raro caso, sono arrivate a conseguire il potere generale della comunità ma purtroppo, hanno poi subito una trasformazione che le ha portate a replicare, magari cambiando i segni della rappresentazione sociale sul solo piano formale, il potere dei pochi su i molti.

Questo sentimento di uguaglianza è non solo esteso a tutto il tempo umano ma anche a tutto il suo spazio, lo si può dire con cautela su i precisi confini della sua consistenza, forse, un universale. Probabilmente, si basa su un dispositivo di logica individuale naturale. Questo dispositivo accoppia due moduli, l’uno dice di non voler per sé l’esser dominato da alcuno, l’altro dice in base al funzionamento dei meccanismi empatici/simpatici, che tale volere è anche negli altri, da cui la risultante: liberarci assieme dalla coazione dominante/dominato. In pratica, ciò che Erodoto diceva “coloro che non vogliono né dominare, né esser dominati”, l’uomo libero. Poiché però, sino all’odierno livello di evoluzione sociale, non è stato possibile dargli esecuzione in forme concrete, stabili e durature, la storia registra vari atteggiamenti di sopravvivenza alla sconfitta di questo sentimento. I più, hanno accettato di convivere con le ragioni della sua sconfitta e si sono posizionati sulla scala sociale di modo da avere quanti meno altri sopra e quanti più sotto. Poiché questa strategia è relativa, abbiamo avuto individui che avevano “potere” su interi popoli ed altri che avevano potere solo sul loro cane. Uno sparuto gruppo, pur alla fine adeguandosi per ragioni di realismo della sopravvivenza, ha continuato a coltivare il sentimento, scrivendo, parlando, provando e riprovando, pur andando incontro a contraddizioni e regolare frustrazione. Visto l’attrito tra questo sentimento che è diventato viepiù “ideale” e l’altro che ha spadroneggiato nel reale, l’ideale è diventato l’oasi mentale in cui ristorarsi delle tante e continuate frustrazioni del reale. Altri, poco riflessivi, hanno continuato a coltivare il sentimento a parole ma nei fatti sono stati di piena intenzione dei gerarchici.

2.L’applicazione storica di questo dissidio tra l’aspirazione all’uguaglianza nei sistemi delle relazioni sociali e la difficoltà di dargli esito concreto, prendendo la storia di un preciso luogo ossia l’Europa ed una porzione di tempo ossia gli ultimi trecentocinquanta anni, ha visto lo svolgersi di due pratiche politiche diverse e parallele. La prima si è espressa in forma lieve e presto repressa nella Guerra civile inglese di metà XVII secolo (diggers, levellers), e si è di nuovo espressa in forma ben più corposa nella Rivoluzione francese di fine XVIII secolo. La seconda ha preso forma nei moti politici e della riflessione teorica con le prime forme di socialismo “ingenuo” francese[1] e si è poi formalizzata nell’edificio concettuale costruito da Marx. Da qui ha preso ad esprimersi in pratiche politico-sindacali in vari punti d’Europa ed è poi assurta a manifestazione concreta e decisiva per la presa del potere in Russia ed in seguito in Cina.

Tolti i casi concreti sovietico, cinese, cubano e poco altro, la pratica di questa ispirazione nota come “comunismo”, soprattutto nei luoghi natii, ovvero l’Europa, ha preso più che altro la forma di un movimento politico che ha portato la classe sociale perno della teoria comunista -il proletariato-, a battersi ed ottenere prima la riduzione parziale dell’orario di lavoro, poi il riconoscimento del diritto sindacale, poi qualche battaglia vinta sulla remunerazione delle prestazioni da lavoro e limitazioni ad alcuni abusi tra cui il lavoro infantile[2] prima largamente praticato. Nel mentre, poiché il sistema politico dominante l’Europa, a partire dalla rivoluzione cosiddetta “gloriosa” degli inglesi a fine XVII secolo, si era conformato secondo sistemi di rappresentanza, il movimento comunista e socialista europeo, si addensò anche in partiti politici che esprimevano rappresentanza. Questo movimento portò alle lotte per un suffragio sempre più ampio, fino all’ottenimento progressivo di una piena democrazia rappresentativa popolare a cui i partiti socio-comunisti parteciparono per contendersi il consenso ed il potere di governo. Tutto ciò pur avendo, in teoria, una ben diversa, per quanto vaga, teoria dello Stato.

Dallo snodo francese del Luglio del 1789 in poi, la parte di coloro che più degli altri, portavano avanti le istanze del desiderio d’uguaglianza, prese a dirsi “sinistra” relativamente alla divisione spaziale delle assemblee rappresentative in cui gli altri, i portatori dell’opposto principio di diseguaglianza, si posizionavano a destra degli emicicli[3]. Questa “sinistra” si diceva “democratica”, riprendendo una codificazione del governo popolare che aveva un solo esempio storico, per altro molto antico: l’Atene del V secolo avanti Cristo. Invero, non era pacifico che il sistema ateniese di partecipazione diretta avesse parentela con quello rappresentativo. La confusione dei tempi fece sembrare ovvio che grandi nazioni moderne non potessero politicamente strutturarsi come i trenta/quarantamila maschi adulti di famiglie proprie di quella antica polis ma si pensò che se la forma era diversa l’ispirazione del “governo del popolo per il popolo “ era la stessa. L’uguaglianza e la diseguaglianza, vennero quindi inizialmente intese rispetto al diritto di voto e di proporzionalità nella rappresentanza. Qui c’è un equivoco fondamentale poiché essendo la sostanza forma e materia, se cambia la forma, cambia in parte anche la sostanza ed in effetti, come poi si dimostrerà nei due secoli successivi, tra la democrazia reale ateniese (per quanto imperfetta e contraddittoria) derivata dl concetto di isonomia e quella delegata del ‘900 in poi, le sovrapposizioni vanno sempre più fuori registro. Tra l’altro anche per il fondamentale divario tra l’ordinatore dell’intera organizzazione sociale: politico nel caso ateniese, economico nel caso dell’Europa moderna. Che quella rappresentativa con partecipazione diretta una volta ogni quattro anni per delegare qualcuno alla decisione politica, fosse un finta libertà, Rousseau l’aveva ben detto già a metà del XVIII secolo  ma nella storia del pensiero quasi mai  il dire una cosa cambia il corso degli eventi, debbono sincronizzarsi vari fattori per far dell’idea un fatto, variabili che ai tempi non erano sincronizzate e tali son rimaste sino ad oggi. In tutto ciò, l’alone mitico portato dal concetto di “democrazia” continuò a sostenere una sostanza che era democratica in maniera molto discutibile. Di fatto, i rappresentanti (senza vincolo di mandato), erano una élite, erano i Pochi, però con legittimità aumentata, erano una formazione oligarchica prodotta con metodo di voto democratico.

Non è chiaro se anche il marxismo di Marx si potesse dire di “sinistra”[4]. In fondo, tale codice, era proprio nato in una assemblea di delegati parlamentari e tra l’altro, per lo più della classe sociale borghese. Ma il marxismo non prevedeva né tale primato della borghesia, né assemblee parlamentari di delegati. In verità, non si sa bene cosa prevedesse nello specifico del funzionamento della attività politica poiché l’elaborazione teorica del tedesco si era dedicata a destrutturare le tesi dominanti da cui far uscire dialetticamente l’antitesi , sulla sintesi c’era una attesa, chi dice meccanica, chi dice messianica, chi dice semplicemente “vaga”. Secondo Marx, non stava a lui scrivere le “ricette delle osterie del futuro”, a lui spettava semmai solo definirne l’ impianto generale che muoveva la Storia. L’azione creativa dell’antitesi[5], prevedeva il proletariato che lottando per liberarsi dalla sua condizione di subordinazione (oppresso dagli oppressori), distruggendo ed annullando l’ordine in atto, avrebbe per effetto connesso, distrutto la struttura che Marx riteneva essere  il portante di ogni storica forma sociale di diseguaglianza: il possesso dei mezzi di produzione. L’emancipazione del proletariato avrebbe emancipato e liberato tutti gli uomini. Cosa aveva portato all’alba delle società complesse, la prima asimmetria nel possesso dei mezzi di produzione e da lì in poi al dominio dell’uomo sull’uomo, venne indagato con gli strumenti del tempo, sostanzialmente con l’antropologia di L. H. Morgan e H. S. Maine[6], antropologia primitiva di un secolo e mezzo fa.

Però, la distinzione destra – sinistra, era ormai entrata nella cultura politica del tempo ed ogniqualvolta si formeranno due parti in disputa dell’intenzione politica, se più popolare o più elitaria, se più per i molti o più per i pochi, se più per lo status quo o più per il cambiamento, si riprodurrà tale dicotomia distintiva. Del resto all’origine del secolo XIX, effettivamente, la contabilità sociale vedeva pochi borghesi e molti proletari ed i primi erano gli oppressori dei secondi. I comunisti non amavano dichiararsi democratici, i “democratici” erano di vario tipo ma senz’altro non comunisti e comunque “democratico” era soltanto colui che si riconosceva nelle istituzioni del parlamento dei rappresentanti eletti a suffragio universale in chiaro disallineamento tra nome e cosa. I socialisti, mediarono le due tradizioni in una via di mezzo che accettava il gioco parlamentare ed una democrazia rappresentativa rinforzata in senso popolare, quindi dal basso, per giungere ad un certo controllo dei mezzi di produzione (non assoluto) tramite il potere dello Stato. Nel tempo poi perderanno anche questo ultimo legame con l’origine marxiana e si porranno solo obiettivi di costante riequilibrio sociale pur all’interno del modo economico -cosiddetto- capitalista nella versione social-democratica.

3.Queste radici nate dal sentimento di uguaglianza, attigue ma diverse, presero ad arborizzare una ampia ramificazione di forme politiche, sia pratiche, sia teoriche. Dal punto di visto teorico, il ramo più scarno fu quello democratico, quello più esuberante fu il ramo comunista, quello socialista era in mezzo. Il dominio del reale sull’ideale si nota proprio comparando due torri di libri, minima quella dell’elaborazione teorica sulla democrazia, sempre vincolata al modo rappresentativo e tra l’altro quasi sempre critica (sia da destra, che da sinistra), che gratta il cielo quella social – comunista anche se più votata alla critica che alla costruzione. Chi dominava il reale non aveva bisogno di riflettere, questa attività era riservata a gli “idealisti”. Dal punto di vista politico pratico, il ramo comunista si divise tra i comunisti che partecipavano -pro tempore- al gioco rappresentativo detto democratico per puro spirito realista e comunque mantenendo a livello teorico il traguardo rivoluzionario, e quelli più a “sinistra”, che sia teoricamente, sia praticamente, credevano solo nella via insurrezionale. I comunisti occidentali, per lo più, persero nel tempo questa ipotesi insurrezionale ma rimanendo ambigui poiché non in grado di tornare alla sala macchine del pensiero genetico e riformulare la teoria originaria da cui prendevano nome così da avere ormai forme e credo essenzialmente socialista ma continuando a chiamarsi comunisti. Al dispositivo dell’uguaglianza si dava sfogo nelle teorie, a quello della diseguaglianza si dava seguito nei fatti, al più si tentava di render la diseguaglianza meno aspra sul piano concreto.

I pochi, le élite, magari non più definibili borghesi sebbene si sia continuato ad usare il termine  (impropriamente visto che tra l’altro la borghesia venne ad ampliarsi ad una mega-classe mediana che nel XIX secolo non esisteva, diventando sempre più i “molti”) avevano imposto il loro gioco della politica mossa dalla diseguaglianza. I pochi dominavano l’economia, la politica (sia nella forma che nella sostanza), la cultura, il gioco sociale e financo le strutture dei partiti, dei movimenti e dei sindacati tanto di sinistra che comunisti, viepiù nella versione ultra-elitaria della dottrina rivoluzionaria leninista. Sul piano dei codici concettuali, della pubbliche narrazioni condivise, si agitava un mondo assai confuso ed ambiguo di termini in libertà: democratici che non erano davvero demo, rivoluzionari però in parlamento, rivoluzionari leninisti e quindi elitisti che si auto investivano della funzione di guida della liberazione del popolo, popolo che manifestava un cospicuo fondo conservatore quando non dichiaratamente di “destra”,  ampio dominio dei maschi sulle femmine, gerontocrazia diffusa (a parte i movimenti studenteschi della seconda metà del ‘900 per altro mossi da i figli della borghesia illuminista), teorici sempre più alieni dai doveri segnati nell’XIa tesi su Feuerbach, élite minori incistate in élite maggiori (in termini di potere), rivoluzionari per lo più borghesi, borghesi che non possedevano alcun mezzo di produzione, termine dell’attualità del significato di proletario, destre frattali in ogni dove cioè anche nei sistemi che si dichiaravano di sinistra, internazionalisti pericolosamente contigui ai globalisti e molto altro che il lettore e la lettrice potrà sottolineare da par suo, fino all’odierna sinistra diritto-civilista sostanzialmente capitalista ed anche para-imperialista ed un’altra che comincia a pensare che “populismo” non è un termine poi così malvagio ed il leader carismatico può avere la sua funzione liberatrice. Data la caotica pluralità del comparto, l’attribuzione del termine “sinistra” è stato oggetto di sanguinosi diverbi, le idee non solo litigavano con la realtà ma anche i portatori tra loro. Il tutto in un progressivo svuotarsi del bacino di persone realmente interessate a definire cosa la “sinistra” fosse, il tutto lungo una penosa sequenza di sconfitte politiche nonché in una sostanziale perdita della rotta traguardata sul principio di uguaglianza.

Nel frattempo, anche capitalismo, termine su cui si potrebbe scrivere un trattato sul disallineamento tra nome e cosa, tra senso e significato, tra teoria e pratica, tra semplificazione teorica e complessità concreta, tra astrattezza della sua descrizione sistemica e concretezza della sua applicazione in questa o quella nazione, mutava e da “popolare” ovvero produttivo e commerciale, andava a trasformarsi in finanziario, cioè prettamente elitario, almeno in Occidente. Anche le destre si frantumavano tra conservatori ed innovatori che si unirono coi progressisti, tra pochi difensori della nazione e molti di più a favore di un utopico (poi distopico)  unico mondo-mercato tra democratici elitisti (oligarchi con consenso) e gerarchici puri ovvero i cultori dell’uomo forte  che con la spada del comando scioglie i nodi gordiani della complessità. La confusione tra teorie, termini, pratiche, arriva di recente a formare posizioni di destra sovrapposte su alcuni punti a quelle di sinistra in una sorta di frontismo anti-capitalista così da avere gli scopritori del  “non c’è più destra e sinistra”, medioevalisti socialisti, putiniani di sinistra, antimperialisti trumpiani, fascisti autarchici quindi no global, decrescisti ed ecologisti, eco socialisti comunitari, socialisti keynesiani, anti-illuministi e molte altre variabili ibridazioni tra cui i populisti carismatici ed  i censurati “rosso bruni” .   I partiti centrali, originariamente di centro-destra e centro-sinistra, sono stati costretti ad unirsi a difesa del fortino del loro potere nel mentre la sottostante classe media che avrebbero dovuto difendere cominciò, lentamente, a scomparire. Di contro, notata la confusione nella bassa cucina politica, i proprietari del ristorante hanno cominciato ad introdurre di soppiatto un sentimento spaventoso che però ha la forza di un’auto-evidenza: la “democrazia” non funziona più.

4.Nel frattempo che la confusione scala i vari gradi di complessità che portano al delirio caotico, la nave in cui s’inscena questa storia, ha cambiato forma e direzione. Questa nave che non si chiama più Europa ma Occidente, passa da un terzo della popolazione mondiale a quasi un decimo. La sua posizione di assoluta élite mondiale diventa sempre più relativa. Gli asiatici sono ormai il sessanta e più percento del mondo e con Cina, India e varie realtà sud-est asiatiche, hanno adottato quasi lo stesso modo occidentale di ordinarsi sul piano economico (capitalismo) ma non quello politico (democrazia rappresentativa). I sud americani eterna colonia occidentale prendono ad emanciparsi. Gli africani che un secolo fa erano tra volte meno degli europei, tra trenta anni saranno tre volte di più. Capitalismo produttivo e commerciale e quello finanziario hanno divorziato i reciproci destini. Quello produttivo – commerciale dei paesi maturi è stato abbandonato alla competizione senza vincoli e protezioni con quello dei paesi in crescita mentre quello finanziario sempre dei paesi maturi è andato a riprodursi proprio alimentando la crescita del sistema produttivo-commerciale dei paesi a più alto tasso di crescita. Col risultato di rompere il contratto sociale (arricchire sia i sudditi che il Sovrano)[7] visto che pochi ricchi diventano sempre più ricchi, pagano le tasse off-shore (quindi non le pagano) mentre tutti gli altri diventano sempre più poveri, inclusi gli Stati che debbono ricorrere al debito ed al regime imposto dalla polizia banco-finanziaria che ha cancellato la nozione di rischio prima connessa indissolubilmente alla nozione di investimento .

Qui da noi, in Occidente, anche volendo ripristinare la centralità del produttivo – commerciale, non si saprebbe bene più cosa altro produrre visto che il piano materiale dell’esistenza è già ampiamente coperto ed anche compresso visto che le invenzioni sulle intensificazioni di consumo sono ormai parossistiche ed arrivate ad un punto in cui è difficile immaginare un oltre. Inoltre, non solo c’è sempre meno reddito distribuito ma l’impersonale motore dell’innovazione dalle spolette volanti a gli algoritmi che ormai auto-apprendono le proprie codifiche (cioè si scrivono da soli in base “all’esperienza” che fanno nella libera ricerca del proprio senso), ha fatto sì che di ore lavoro, ci sarebbe sempre meno bisogno in sé per sé visto che produciamo sempre di più in sempre meno tempo. Infine, visto che si stanno sciogliendo i ghiacci e le riserve di materia naturale stanno andando ad un futuro esaurimento o quantomeno alla curva discendente che a fronte della maggior scarsità ne aumenta il prezzo, ci sarebbe da rallentare anche per motivi di principio di sopravvivenza. Infine, poiché la ripartizione di materie prime, energie e sistemi economici relativi a diversi Stati si è fatta assai complessa, si è fatto assai complesso e rischioso anche l’orizzonte geopolitico. Alcuni intravedono lavori socialmente utili finanziati dal debito statale ma è dubbia la proporzione tra lo sgonfiamento del bisogno materiale privato e la sostituzione con un bisogno del bene comune, pubblico. Tutto questo ed in particolare l’irreversibile perdita del dominio su un vasto mondo che riforniva di materia, energia, mano d’opera e mercati per gli scarti o le produzioni eccedenti e secondarie ovvero quel complesso modo economico nato del XVI secolo e che abbiamo improvvidamente chiamato “capitalismo” come se fosse solo uno strutturalismo del denaro, sta portando alla deriva la nave occidentale. Eh sì, in Occidente, la democrazia rappresentativa non funziona più e guarda un po’ le coincidenze, non funziona più nemmeno il sistema che gli è geneticamente entangled, il “capitalismo”. In effetti non funziona più la nave, la mappa, il pilota (il cibernauta, o il Sovrano), la bussola ha perso la magnetizzazione e l’equipaggio litiga. Che fare?

5.Fare palla. Il mio professore sardo di disegno alle medie, guardando i nostri penosi tentativi di dar una qualche forma al DAS per gli esercizi nell’ora di disegno, diceva con aria disgustata: fare palla!. Un’epoca ci lascia ed un’altra ancora non ha preso forma dando vita ai fenomeni più perversi. Democrazia rappresentativa abbinata ad un preciso sistema e modo economico di un parte del mondo che dominava l’altra sono un “sistema”, il sistema della Modernità occidentale che oggi sembra aver finito il suo ciclo storico. Fare palla anche di destra – sinistra? Se ci riferiamo a comunismo, socialismo, parlamento francese giocobino, conservatorismo-progressismo in parte sì ma se ci riferiamo ai sistemi di idee politiche che dividono chi ha quel meccanismo mentale naturale che porta a desiderare l’uguaglianza, forse mai raggiungibile ma utile quanto lo era il motore immobile per Aristotele, (come fine infinito), da quelli che scambiano il realismo della gerarchia che si autoriproduce come il più invincibile dei tumori con l’idea che siccome così è così deve essere, beh, allora no. Se ci piace rottamare i termini delle geometrie parlamentari possiamo anche farlo basta che sotto siano chiari i concetti, i quali sfuggono al nostro potere di rottamazione. Uguaglianza e diseguaglianza sono una dicotomia vera, il tendere all’autogoverno dei molti o accettare la legge ferrea delle oligarchie, potere della decisione ai molti o ai pochi è dicotomia nei fondamenti politici.

EPILOGO INTERROGATIVO. Il mondo è cambiato molto ma è a ridosso di un salto di stato da cui uscirà completamente trasformato. L’Occidente va a perdere la sua unicità e condizione privilegiata di dominante, L’Europa è –rispetto a gli Stati Uniti d’America- la parte che già ne soffre e sempre più ne soffrirà in termini di contrazione delle condizioni di possibilità. L’intero sistema economico moderno, prima europeo, poi occidentale, oggi mondiale, ha vari gradi di ulteriore espansione per i paesi orientali (ed in teoria anche per quelli africani  e sud americani se non interverranno -come certo interverranno- disturbi di vario tipo) ma non più per quelli occidentali. Cosa ne facciamo di questo sistema che da una parte non ci è mai piaciuto ma di cui siamo stati e siamo parte? Oltre che senso teorico ha possibilità concrete di realizzarsi una unione democratica e non elitista, politica prima di economica degli europei o non ha alcuna possibilità strutturale[8]? Se no, ha senso tornare a vagheggiare lo Stato nazionale in questo scenario[9]? Come si può sognare l’uguaglianza sociale interna quando all’interno del sistema  occidentale si è strutturalmente dominati dalla potenza degli Stati Uniti?  Cosa ci facciamo del concetto di democrazia e la sua forma attuale e siamo sicuri sia quella attraverso la quale si può esercitare lo sforzo l’uguaglianza? Ma se accettassimo poi di perderla, cosa rischiamo nella bilancia tra rischi ed opportunità dell’erratico cambiamento? Cosa ne facciamo del sistema economico conosciuto e della sua funzione ordinatrice, ora che dopo due secoli sono scomparse -per noi- le condizioni che lo fecero nascere e prosperare? Siamo ancora sicuri che il senso politico dell’anti-capitalismo esaurisca i compiti di chi non accetta il dominio dell’uomo sull’uomo? Cosa abbiamo da dire ai molti che sono smarriti ed incerti, prede dei piazzisti di analgesici, degli spacciatori di semplificazioni, dei pifferai che sanno portare il branco di topolini lontano da dove gli sembra brutto, per finire dove poi è orrendo? Sappiamo ancora parlare la lingua dei nostri simili o tra “potenza del negativo”, “sussunzione”, “general intellect” ormai siamo diventati una triste casta di scolastici che si pubblica e neanche più si legge vicendevolmente tanto è minata la fiducia reciproca dell’effetto concreto che ha il nostro dire? Ci accontentiamo di una blanda lotta di classe (ma di quale classe? che pesa quanto nel cento percento nelle nostre società? ha ancora senso il concetto sociologico e sopratutto politico di “classe”? ) rivendicativa di una minor distanza di reddito e qualche diritto sempre più formale dentro un sistema che continuerà a contrarsi ed in cui la lotta per la distribuzione dei problemi e delle opportunità vedrà fiorire i mille ed uno negazionismi, le mille ed una rimozioni, le mille ed una soluzione immediata di problemi che hanno fitte radici storiche complesse? Tra fare politica, pensare e discutere di politica, rivolgersi al potere o tornare a lavorare politicamente presso il popolo, quali priorità? Abbiamo chiara la differenza tra uguaglianza delle differenze ed uguaglianza che annienta le differenze e quindi la termodinamica sociale e quindi la stessa vita della comunità? In quale sistema ci piacerebbe vivere, come è fatto, quali le sue linee di progetto tra Stato e mercato, tra individuo e gruppo, tra generi e generazioni, tra provenienze etniche, tra benessere e compatibilità geopolitica ed ambientale, tra “uomo che tende al lavoro” ed “uomo che tende al sapere”? Come potrebbe esprimersi l’intenzione politica in questo sistema ideale, cioè: chi decide? E se pensiamo che sia il popolo a dover decidere, il popolo è in grado di decidere su cose complesse? Nel frattempo, quale il nuovo e necessario “contratto sociale” visto che il precedente è stato rotto dalle élite sempre più egoiste ma che non sembra comunque ripristinabile, anche volendo? Che ci facciamo con l’impianto di pensiero del tedesco che “apprendeva il suo tempo col pensiero” oggi che da quel tempo siamo distanti circa un secolo e mezzo o poco più? O pensiamo invece che il tedesco avesse trovato degli a-temporali universali immuni alla relatività storica?

Siamo in grado di disegnare nuove mappe, di scendere in sala macchine e rimettere mano ai concetti di democrazia, socialismo, comunismo, rivoluzione e progressione, produzione della sussistenza, soddisfazione esistenziale, pace-guerra ed ecocompatibilità, sistemi di decisione politica, preparazione della maggioranza dei cittadini a prender decisioni complesse, cooperazione e competizione inter-nazionale? Crediamo ancora nel sogno del tendere all’uguaglianza e liberarci dalla primitiva coazione del dominio dell’uomo sull’uomo[10]? E’ questo il punto interrogativo che lascia sospesi tutti gli altri. Un mondo con le sue teorie e pratiche dettate dal contesto ci sta lasciando. Forse prima di pensar di voler e poter cambiare il mondo dovremmo tornare a pensarlo, altrimenti prepariamoci ad un naufragar in questo mar, sempre meno dolce e sempre più tempestoso.

= = =

[1] E. Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli, Milano, 2011; Marx, Engels e il socialismo premarxiano, pp. 24-55

[2] “Proletariato” deriva proprio dai tempi in cui, la prole era forza lavoro e quindi apporto di reddito della famiglia. A rigore, il termine avrebbe dovuto esser sostituito da poco dopo metà del XIX secolo, quando questa forma di sfruttamento cessò. Oggi in Italia, tre quarti della popolazione vive in casa di proprietà.

[3] L’intera requisitoria svolta da Michéa (vedi nota seguente), parte dal fatto che, secondo lui, l’utilizzo del termine “sinistra”, parte dal definire un’alleanza tra borghesie piccole e grandi sotto una tradizione di origine giacobina, poi riaffermata ed ampliata nell’affaire Dreyfus che è di fine XIX secolo – primi XX.  Ma a rigore, la genesi del termine e quindi del suo significato primo, origina poco prima della rivoluzione di Luglio, nella seduta dei rappresentanti del Terzo Stato all’assemblea degli Stati generali. Il discrimine originario passava sul concetto di una testa un voto in una Camera unica (quindi un principio di uguaglianza sebbene all’interno di quelle che comunque erano fasce non del tutto popolari) ma poi ribadito nelle sedute dell’Assemblea del ’91 dove la sinistra più connotata (Basire, Chabot, Merlin de Thionville) era a favore del suffragio universale (uguaglianza del diritto di voto) in accordo con i Cordiglieri, Danton e Marat.

[4] J-C. Michea, I misteri della sinistra, Neri Pozza, Milano, 2015

[5] Questo meccanismo verrà ripreso dall’economista Schumpeter con la formula della “distruzione creatrice” che muoverebbe il sistema capitalista.

[6] K. Marx, Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli, 2009

[7] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. UTET, Torino, p.553

[8] Possibilità e impossibilità strutturale non va letta a seconda degli interpreti della cronaca politica. Non è cioè un problema di Mekel – Junker vs Varoufakis – non so chi. E’ il problema del se si possono unire in un unico sistema popoli grandi e piccoli che parlano lingue diverse, hanno storie diverse e financo una antropologia diversa, oltreché ovviamente culture, etiche e preferenze diverse, religioni diverse e quindi economia e modi di produrre diversi. Se non c’è questa possibilità -e francamente non vedo come si possa pensarla diversamente su questo punto- allora l’unione di tutti gli europei è impossibile strutturalmente, non perché c’è un paradigma dominante neoliberale e se ce fosse uno socialdemocratico (vero, non quello incarnato dai partiti che fintamente vi si richiamano) sarebbe diverso.

[9] Chi scrive è ovvio pensi di no. E’ altresì ovvio che lo Sato-nazione, anche parlamentare, è senz’altro più democratico delle private alchimie delle forze inter, trans e sovra nazionali che strutturano l’UE, il problema è però quali condizioni di possibilità ha oggi uno Stato-nazione, ben che ti vada di media taglia, nel mondo contemporaneo?

[10] Per riprendere il ragionamento di Michéa, il “significante principale” da lui individuato è un movimento di liberazione dal capitalismo mentre qui di propone il concetto del tendere all’uguaglianza, va da sé che tendere all’uguaglianza significhi superare il capitalismo ma non il contrario. Inoltre, c’è forse qualche speranza di superamento del dominio dell’esistente se si propone al mondo qualcosa di “altro”, che ha suoi fondamenti teorici ma anche pratici, non se si propone l’antitesi a qualcosa.

Pubblicato in democrazia, modernità, occidente, politica | Contrassegnato , , | 3 commenti

05/16. Come anticipato, siamo stati sequestrati dalla necessità di chiudere un lavoro che sta andando in stampa e sarà in libreria a Gennaio. Torniamo quindi a pubblicare le nostre riflessioni. Molte volte abbiamo detto che questo spazio è un diario di ricerca, alle volte si pubblicano idee, ragionamenti e giudizi più fermi, altre volte si pubblicano pezzi di ragionamento non ancora approdati alla lucidità ed alla sintesi. A seguire, riprendiamo la pubblicazione di articoli proprio con una riflessione inconclusa su gli orizzonti politici della transizione all’era complessa, argomento su cui torneremo più volte in seguito. Benvenuto il dialogo con chi volesse partecipare alla riflessione.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Aggiornamenti CRONACHE della COMPLESSITA’.

In attesa di avere tempo per tornare a sfornare le consuete analisi, ho aggiornato le CRONACHE della COMPLESSITA’ le cui pagine trovate cliccando sulla bacchetta nera della testata.

Si tratta delle Cronache 503 con vari post dalla mia pagina facebook per il periodo 21.10 – 04.11 e delle sette Cronache del periodo 08.11 – 15.11 per lo più dedicate alle elezioni americane, riunite nel gruppo complessivo della 504. Da oggi, comunque, si riprende l’aggiornamento delle Cronache, stabilmente.

995938_10201297812262907_175317378_nRinnovo l’invito, per chi è interessato a leggerle più o meno in diretta, a richiedere l’amicizia facebook, è una pagina di lavoro, non personale. Il nome lo conoscete. Grazie ed a presto. Quella che vedete è l’immagine del mio profilo.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Avviso ai lettori e lettrici.

Volevo solo dirVi che la lunga assenza dall’aggiornamento del blog è dovuta al fatto che sono piuttosto preso dalla finalizzazione della lavorazione del mio prossimo libro che dovrebbe uscire ai primi del 2017.

Tratterà di geopolitica e complessità. La parte sulla complessità è semplice, quella davvero complicata è la geopolitica. L’ effetto Trump mi ha costretto a qualche intervento last minute a bozze in corso.

Si dovrebbe chiudere definitivamente alla fine della prossima settimana ed andare, finalmente, in tipografia per cui tornerò a scrivere per Voi dal prossimo 22 (circa) in poi che di cosa da dire, ce ne sono parecchie… . Tra un po’ vi dirò titolo, editore, prezzo, data ed anche di cosa tratta più in specifico, ammesso Vi interessi, altrimenti rimarranno i soliti articoli di approfondimento di libera lettura.

Grazie, a presto.

Fagan

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

IL PRIMO CONFLITTO GLOBALE.

banksy-sorry-the-lifestyle-you-ordered-is-currently-out-of-stock_60972312Nominare cose e fenomeni è un esercizio delicato. Da come nomineremo un fatto ne determineremo la percezione e la categorizzazione, con conseguenze seconde su gli atteggiamenti ed i giudizi che prenderemo nei suoi confronti. La ricerca del nome da dare alla situazione internazionale nella quale siamo capitati, va avanti da un po’ di tempo. Si va dalla nuova guerra fredda 2.0, alla guerra ibrida, alla terza guerra mondiale portata avanti a pezzi ma sempre passibile di precipitare in un unico vortice fuori controllo dalle conseguenze terrificanti.

Le prime parti di queste definizioni però sembrano almeno concordare sul fatto che siamo in guerra. E’ invece proprio questo fatto a dover esser discusso. Tutte le definizioni summenzionate ed in particolare la seconda che con “ibrida” tenta di relativizzare i significati ben precisi del termine “guerra”, vertono su un concetto di cui poi si cerca di modificare il significato. In questi casi, dove si tenti ripetutamente di forzare un significato dato, per allargarne lo spettro, si fa prima a cercare un altro termine, soprattutto se l’esercizio viene condotto sul termine “guerra” il cui significato è inequivoco da qualche migliaia di anni.

Guerra è decisamente ed apertamente confronto armato tra due o più contendenti. Al momento, abbiamo effettivamente una serie di guerre nel pianeta ma quella che potrebbe degenerare in una guerra mondiale è solo una, la Siria mentre in Ucraina c’è uno scontro locale ad intermittente e bassa intensità. In Siria, l’ultimo strato della cipolla conflittuale vede Stati Uniti e Russia con la Cina interessata ma poco partecipe al momento ma vi sono poi molti altri strati che vedono Turchia, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Qatar, indirettamente Yemen ed Israele che avvolgono curdi frazionati in cerca della da sempre agognata statualità, l’improbabile Stato Islamico e una variegata composizione di forze anti Assad, oltre al legittimo esercito siriano. E’ sempre possibile che i due maggiori contendenti, quelli che porterebbero il conflitto locale a diventare mondiale, saltino gli intermedi e decidano per il faccia a faccia ma è poco probabile. Primo perché hanno molti attori terzi da muovere prima di impegnarsi nel confronto diretto, secondo perché sul quadrante hanno forze aeree e navali ma non di terra cosa che renderebbe lo scontro inconcludente, terzo perché comunque, sono impegnate in un confronto su un territorio terzo la cui terzietà si può mantenere senza per questo giungere a lanciarsi le più di 7000 testate nucleari in testa, l’uno su quella dell’altro.

Eppure, c’è qualcosa unanimemente riconosciuto come allarmante, qualcosa molto più grande del pur tragico conflitto siriano. Sul piano militare, per il momento, di schieramento e non ancora di aperto conflitto, la  lista dei fatti si va pericolosamente allungando. Da Nord a Sud e poi da Ovest ad Est abbiamo l’ipotesi che la Finlandia stia pensando di rivedere la sua storica posizione di neutralità per entrare in orbita NATO, ci sono gli schieramenti di truppe NATO nei paesi baltici ed in Polonia, non tanto da paventare una invasione della Russia ma quel tanto da far scattare l’articolo 5 dell’Alleanza nel caso fossero i russi ad invadere, ci sono i missili schierati in Romania, c’è sempre la tensione ucraina, Ucraina che con la Georgia potrebbe sempre entrare nella NATO, c’è stato il fallito colpo di stato in Turchia, l’irrisolvibile conflitto libico, il ginepraio siro-iracheno, il sempre possibile reintegro dell’Iran nella lista dei conflitti possibili, la tensione nel Mare cinese meridionale, le grandi manovre della flotta americana nel Pacifico e l’intensificazione di molte collaborazioni militari americane con l’Australia, il Vietnam, la Corea del Sud mentre in Giappone, da un po’ di tempo, va avanti il ripensamento progressivo della scelta di disarmo imposta dalla costituzione post bellica. Quello citato è in pratica un cordone che gli Stati Uniti stanno stendendo intorno all’asse russo-cinese. Al momento, questo cordone serve per mettere in difficoltà l’espansione cinese con i quali però gli USA hanno forti rapporti di interdipendenza mentre con la Russia l’obiettivo è far fallire la sua attuale amministrazione, il regime change. Inoltre, l’obiettivo secondo è quello di isolare il continuum russo-asiatico dall’Europa affinché non si saldi il temuto sistema euroasiatico.

Non c’è però solo il piano militare. Ci sono continui attacchi informatici tra Cina – Stati Uniti – Russia. Alcuni ci sono noti ma c’è da pensare che molti vengano tenuti ancora al riparo dalla pubblicità presso le rispettive opinioni pubbliche. Probabilmente ci sono anche reciproche attività spionistiche in intensificazione. Ci sono attività di pressione economica come le sanzioni comminate ai russi, le minacce di esclusione dai circuiti bancari internazionali come il SWIFT, il crollo del prezzo del petrolio, attacchi alle valute, attacchi alla stabilità dei mercati borsistici come avvenuto in Cina qualche mese fa. C’è poi una gigantesca guerra informativa che ha il fine di mobilitare le rispettive opinioni pubbliche che, piano-piano, si stanno accorgendo di avere un nemico che appena qualche anno fa era impensato come tale. Generali e think tank, analisti e commentatori stanno indossando l’elmetto e moschetto già da tempo, o di qua o di là, polarizzarsi è necessario. Tra un po’, i non allineati saranno -come di norma-, ritenuti ignavi, vigliacchi, pavidi.

Il tutto avviene in un mondo, inteso nel senso più ampio, in cui l’economia ristagna e sembra ristagnerà a lungo. La globalizzazione comincia la sua parabola discendente, si parla apertamente di ripresa del protezionismo, il commercio estero segna il terzo anno di contrazione dentro una crescita mondiale sempre più anemica la cui percentuale media gli indici ancora ben positivi degli asiatici con quelli degli zero-virgola dei mercati più maturi, falliscono i grandi sea-carrier. La finanza cresce di volume ormai senza limiti possibili e disordina sempre più l’economia ristagnante creando l’inedito fenomeno dei vortici nello stagno. L’indebitamento che noi ossessionati dalla Germania leggiamo soprattutto come pubblico ma la cui dimensione privata, sul piano globale, si fa ogni giorno più rilevante, cresce senza sosta e senza ormai la più pallida possibilità di esser onorato. La fragilità dell’intermediario bancario, dopo gli armageddon delle banche investors (Lehman Bro)  si manifesta addirittura nel cuore di un gigante retail come Deutsche bank, oltretutto di un paese ritenuto sano, ricco e consistente come la Germania. Gli squilibri dello sviluppo nel mentre si assottigliano le classi medie occidentali, le guerre ed i conflitti a cui l’inedito islamismo armato manovrato dai petrolieri wahhabiti, l’erratico ed acefalo procedere della mano invisibile globale, le vistose asimmetrie demografiche, accendono potenti treni migratori che agitano vieppiù lo stagno. Per le questioni ambientali basta la citazione stante che i loro tempi medio-lunghi ci danno la fallace impressione che le urgenze siano sempre dilazionabili, rendendole così sempre più potenzialmente drammatiche ed irrisolvibili. Sul piano culturale sembra che ci si dia la triste alternativa tra la sociologia della suburra dei social network, Zizek che rivaluta la fenomenologia di Kim Kardashian e l’esasperato tecnicismo che ci aiuta a fare meglio cose sempre più insulse ed inadeguate ai tempi complessi che ci è toccato in sorte di vivere. Idee poche, energie nulle, confusione tanta. Del resto, in Occidente -ma nello specifico noi europei ed i giapponesi- invecchiamo, viviamo sempre più a lungo (per cui dobbiamo lavorare sempre più a lungo, stante che di lavoro ce ne è sempre meno) e facciamo sempre meno figli. Quindi?

Quindi siamo entrati nel primo conflitto globale. “Globale” per estensione ed intensione. Per estensione perché non è più l’Europa il teatro del conflitto ma il mondo intero (oltre all’Eurasia ed al sempre instabile Medio Oriente, c’è conflitto e competizione in Africa e Sud America), per intensione perché non è più solo il piano militare ma anche quello cibernetico, economico, finanziario, demografico, culturale, religioso, politico ed ambientale a veicolare frizioni, attriti, sortite ed attacchi, capovolgimenti ed improvvise riconfigurazioni sistemiche (Brexit), paralisi e dinamiche atipiche fuori controllo. “Conflitto” perché la categoria sociologica del conflitto è più ampia e comprensiva di quella strettamente polemologica della guerra anche intendendo questa nel nuovo senso ipermoderno e quindi non tradizionale. Conflitto include vari tipi di guerre ma anche molto altro, dando molteplici estensioni alla vecchia intuizione di von Clausewitz della “guerra condotta con altri mezzi”. “Primo” perché è la prima volta che registriamo un fenomeno così esteso e complesso.

Questa “prima volta” spiega anche perché falliscono i tentativi di nominare una cosa inedita usando categorie sedimentate nella storia precedente. Questa “prima volta” consegue il nuovo stato del mondo ovvero 7,5 miliardi di individui prossimi 10 miliardi, cresciuti di quattro volte in un secolo, di 7-10 volte in un secolo e mezzo o poco più, sempre più interconnessi ed interdipendenti, ormai tutti alle prese con le ambizioni di vita spinte dal modo economico moderno quale ordinatore unico per tutte le partizioni politiche del pianeta, partizioni (cioè Stati) che erano cinquanta appena sessanta anni fa ed oggi sono più di duecento e crescenti nonostante si vaticini la fine dello Stato da decenni. Aumentano le varietà, aumentano le interrelazioni, cresce la complessità sistemica ed aumentano le retroazioni dovute anche alle frizioni col contesto.

Dentro questo quadro tellurico e nuvoloso, la potenza egemone, gli Stati Uniti d’America, viziata dalla recente condizione di unicità di potenza, a sua volta derivata da un lungo condominio con una forza che le resisteva (Unione sovietica) ma lasciandole ampio spazio di potere su porzioni molto vaste di mondo ed una macedonia di non allineati sottosviluppati, è l’agente che più ha più da perdere da praticamente ogni possibile previsione si possa credibilmente e razionalmente fare su cosa sarà il mondo tra dieci, venti, trenta anni. Gli USA non possono perdere l’essenziale dominio sull’Europa perché è questa l’estrema propaggine orientale del sistema occidentale di cui loro sono il centro sistemico e perché l’Europa è il loro pied-à-terre per evitare la tragedia che più di un secolo di riflessione geopolitica di marca anglosassone ha paventato sotto ogni profilo ed angolo d’analisi: il formarsi di un macrosistema euro-asiatico. Il sistema euroasiatico, il 70% del pianeta interrelato, farebbe degli Stati Uniti una periferia ed in periferia si vive male, con poca libertà e limitata speranza. Quindi gli USA faranno di tutto, fino all’estrema volontà mossa dalla più profonda spinta imperativa ontologia, affinché non si saldi alcun sistema tra Europa – Russia – Cina.

George F. Kennan, uno dei massimi strateghi americani della guerra fredda,  alla fine degli anni ’40 commentava “Possediamo circa il 50% della ricchezza mondiale, ma solo il 6,3% della popolazione … . In questo contesto, non possiamo che essere oggetto d’invidia e risentimento. Il nostro vero compito nell’immediato futuro è individuare un modello di relazioni che ci permetta di conservare questa posizione di disparità”. Oggi, gli americani sono solo il 4,4% della popolazione mondiale e la loro percentuale di Pil è il 24% e scende costantemente di anno in anno. C’è un limite a questa discesa, un limite oltre il quale l’intero sistema americano e parliamo di economia ma anche di sociologia, cultura, contratto sociale, tradizione storica, mentalità, eterogeneità etnica e piramide delle classi con finto ascensore per elevare la speranza e sopportare la sudditanza, si disintegra. Quel limite non deve esser raggiunto per nessun motivo, costi quel che costi, sapendo che a loro, al riparo tra due oceani, in una terra che dall’agricoltura all’energia ha ampi margini di autosufficienza, costerà sempre meno che a noi europei. I due occidenti si trovano così e per la prima volta, in conflitto di interessi.

Queste le ragioni del primo confitto globale che sarà lungo, aspro, cattivo, confuso e disordinante ma solo nella migliore delle ipotesi. Altrimenti sarà breve il che però non è una bella ipotesi per ragioni che si possono facilmente intuire. Questa, quella che Mao Zedong chiamava la “contraddizione principale”. La pseudo-democrazia occidentale, il neoliberismo, l’euro, Renzi, il PD, la Raggi, il battesimo del figlio di Vendola, sono solo strati interni. Pensare globale per agire locale, fu l’imput distillato dal movimento alter-globalista che per primo prese le misure di questo nuovo mondo complesso. La sinistra occidentale oggi è difficile dire se è meno capace di agire nel locale o di pensare globale e forse l’una cosa dipende dall’altra.

= = =

Questo articolo è stato scritto per il sito -facciamosinistra!- in occasione dei raggiunti 2 milioni di visite in meno di un anno. Ringrazio G. Graciolini dell’ospitalità e gli auguro ancor maggior successo per una di quelle attività che aiutando a pensare, aiuta l’agire. Lo speciale dedicato all’occasione lo trovate qui

 

Pubblicato in complessità, geopolitica, mondo, occidente, società complesse | Contrassegnato , , | 4 commenti

PER LA DEMOCRAZIA LA FORMA NON E’ LA SOSTANZA.

paris-manifestoParliamo di democrazia, urtati dal dibattito Scalfari-Zagrebelsky. Il punto è questo: l’intera tradizione della filosofia politica occidentale, muove il pensiero intorno alle forme della decisione politica. Uno, Pochi, Molti ovvero la nota tripartizione di cui esistono forme “positive” e forme “negative”. Inoltre, c’è la constatazione di ciò che è ed è sempre o quasi sempre, stato, quasi che lo stato di fatto fosse anche ciò che dovrebbe essere. Le forme del potere della decisione politica però sono solo il riflesso dello stato della distribuzione della capacità di decisione politica. E’ quindi tautologia dire che siccome sono Pochi coloro che sono in grado di prendere la decisione politica sul bene comune, allora l’unica forma di decisione politica concepibile è che siano i Pochi a decidere il bene comune. Per giungere a tale determinazione, non è necessario smuovere l’intelletto, né la filosofia, basta un cultore della tradizione, un semplice conservatore, un sacerdote del “così è stato e sempre così sarà” che officia il rito di ubbidienza alle presunte leggi ferree della società umana.

Aristotele, non in Politica ma in Metafisica, affronta (insuperato) il problema della sostanza, la sostanza è “composto di materia e forma”. Noi, a proposito del dibattito tra Pochi e Molti (oligarchia – democrazia) parliamo solo della forma, dov’è la materia? La democrazia, la forma, non anticipa la materia, la democrazia si adagia sulla materia che trova. Se in qualsivoglia gruppo umano, le informazioni, le conoscenze, le capacità di espressione, sono assortite in maniera asimmetrica, quel gruppo umano prenderà una forma della decisione comune in modo asimmetrico.

Per avere democrazia non si può prendere una materia asimmetrica ed apporgli per decreto una forma simmetrica, il risultato sarà comunque asimmetrico per la gioia del sacerdote della ferrea legge. Per avere democrazia bisogna agire sulla materia.

Agire sulla materia significa distribuire informazione, conoscenza, capacità di espressione e di ragionamento. Atene classica aveva il teatro pubblico, Euripide ti emozionava, Aristofane ti faceva ridere amaro, discussioni continue per strada, voltavi l’angolo e ti ritrovavi Socrate che ti faceva scomode domande, i sofisti insegnavano a tutti (quasi) i trucchi dialettici, ci si vedeva una volta a settimana sulla Pnice a discutere tutto il giorno, ognuno aveva l’onere di entrare in contatto con qualche funzione pubblica e “sapeva” in cosa consisteva il bene comune anche perché controllato da tutti coloro con cui condivideva l’in comune. Purtroppo anche molti difensori teorici della democrazia, dimenticano che il democratico non ha traguardo nel discutere del potere con il potere ma con quel popolo che il potere lo subisce.

Il democratico dovrebbe sentirsi solo un funzionario dei Molti che ha per fine, l’emancipazione dei Molti, aiutare le persone a servirsi del proprio intelletto Purtroppo questo non produce fama, notorietà, cattedre, visibilità mediatica, “riconoscimento” da parte di quella società asimmetrica sempre pronta ad acclamare passivamente il suo oligarca intellettuale. La contraddizione dell’intellettuale democratico è questa, diventare uno dei Pochi che, celebrando i Molti, perpetua l’asimmetria.

Per uscire dalla contraddizione, l’intellettuale democratico dovrebbe rivolgersi ai Molti, parlando in modo comprensibile, offrendo conoscenza e sapere a tutti, scrivere per fonti di informazione o commento indipendenti (che cioè non siano in conflitto d’interessi con le oligarchie), partecipare a forme di scuola (sarebbe preferibile un altro termine poiché sarebbe preferibile una altro tipo di istituzione di scambio del sapere ma usiamo quello che c’è) orizzontali e popolari. Nella decisione in comune, la prima forma di uguaglianza a cui aspirare è l’uguaglianza informativa, conoscitiva, interpretativa e dialettica per disputarsi l’opinione. Sapere del bene comune, come ammoniva Rousseau, non è sommare i punti di vista del bene individuale ma condividere il sapere generale che riguarda il sistema di cui si è parte. Una qualche forma di democratici deve pre-esistere alla democrazia propriamente detta altrimenti la forma non incontra nessuna materia e com’è ovvio, poiché la forma non può creare la materia, rimane “formale” ovvero proprio il tipo di democrazia che abbiamo in Occidente da qualche decennio.

Come diceva l’elitista ex socialdemocratico poi fascista, Robert Michels: “le correnti democratiche nella storia sono come il battito continuo delle onde: si infrangono sempre contro uno scoglio, ma vengono incessantemente sostituite da altre”. E’ il senso profondo della giustizia umana che alimenta quelle onde. Il fatto che nelle poche migliaia di anni delle società complesse le onde non abbiano infranto lo scoglio non vuol dire che così sempre sarà. Come ben sanno coloro che vivono in riva al mare, nel lungo tempo è il moto dell’acqua a sagomare la costa, fino a che la materia non incontra la sua forma e riposa in pace, nella raggiunta sostanza.

Pubblicato in democrazia | Contrassegnato | 8 commenti

ITALIA – EUROPA – MONDO.

 

 Jakub J. Grygiel insegna alla P.H. Nitze School della Johns Hopkins 41bekadhkzl-_uy250_University ritenuta il vertice dell’insegnamento per le Relazioni Internazionali (in compagnia di F. Fukuyama e Z. Brzezinki), consulente OECD e World Bank, pubblica su American Interest e Foreign Affairs. Proprio sul numero di Settembre della rivista americana  che dà voce a gli studiosi degli scenari internazionali e della geopolitica dal punto di vista americano, Grygiel lancia la visione (qui) di una Europa in cui ritornano di centralità gli Stati-nazione. Ma non lo fa come lo farebbe un giornalista decerebrato dal tormentone retorico del terrore per il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, lo fa da sano realista, intuendone la necessità e poi cogliendone le opportunità.

Grygiel definisce l’UE “sconnessa, inefficace ed impopolare” e più avanti “in chiaro deficit democratico”. Crisi dei migranti, asimmetrie non più sostenibili all’interno della zona euro, paralisi geopolitica nei confronti della Russia, del Medio Oriente, del Nord Africa, senza più il fidato (per gli americani) sergente britannico, scollamento ormai palese tra progetto ed opinioni pubbliche. Forze destabilizzanti che, in assenza di risposte e soluzioni, portano sempre più leader politici nazionali ad un ritorno alle leve di sovranità interna. L’utopia europea sembra aver perso la scommessa contro la sovranità nazionale.

Un ritorno allo Stato-nazione che, secondo lo studioso, non porta di necessità ad un traumatico scioglimento dell’UE ma ad una richiesta di minori vincoli unionisti e maggior libertà nella gestione delle essenziali leve del potere stato-nazionale, sul modello della linea del Gruppo di Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. A Grygiel  non è sfuggito il recente meeting di Atene per una -secondo lui giusta- rivendicazione di un interesse comune degli stati mediterranei a lungo ignorati da Bruxelles (si scrive Bruxelles ma si legge Berlino).  Questo ritorno all’interesse nazionale non porta necessariamente allo spettro del nazionalismo ma ad un sano “patriottismo” (!). La sovranità non porta dimapa1363531761051602500 necessità l’ostilità tra le nazioni e queste potranno ben mantenere in comune il loro mercato come la Gran Bretagna vorrebbe fosse nel dopo Brexit. Del resto, sulle contraddizioni tra Unione e Nazione, secondo l’americano, soffia da tempo la Russia fiancheggiatrice dei molti gruppi populisti e nazionalisti attivamente supportati e finanziati e se si lascerà loro il monopolio della pulsione al ripiegamento nazionale, allora sì che gli spettri più inquietanti usciranno dai sepolcri.

Ecco allora il sano realismo tipico della maggior scuola di IR americana: “Una rinazionalizzazione dell’Europa potrebbe essere la migliore speranza del continente per la sua sicurezza”. Gli USA hanno sponsorizzato il progetto Europa ma dal momento che gli europei non sono stati in grado di portarlo ad efficace compimento, continuare a supportarlo significherebbe porsi sul versante sbagliato, lasciando sole (cioè ai russi) le forze oggettive che reagiscono a questo fallimento. Ed ancora: “Washington non deve temere lo scioglimento della UE” (si scrive -non deve temere-, si legge -deve favorire-). Ed a proposito dell’inazione e la passività dell’UE sul caso ucraino, meglio allora fiancheggiare direttamente come USA  gli stati di contatto confinario con la Russia: “Le persone sono molto più disposte a combattere per il loro paese, per la loro storia, il loro territorio, la loro comune identità religiosa, piuttosto che per un organismo regionale astratto, creato per decreto” . Dunque si prevede che qualcuno dovrà “combattere” come ha ben intuito la Germania che ha varato -di recente- le sue allarmanti guideline per una “protezione civile” che tenga conto dei rischi di guerra chimica e nucleare e quel qualcuno dovrà esser aiutato generosamente da chi non vede l’ora di soccorrerlo.

E poiché al realismo si può sempre unire il perseguimento di fini utilitari strategici, ecco -rispetto al nuovo spezzatino degli insignificanti staterelli europei tornati “sovrani”-, domandarsi “come altro potrebbero difendersi dalle minacce alla propria sicurezza?” sia tra quelle presenti, sia tra quelle dell’immediato futuro che gli americani obama7-1000x600-1 saranno sempre più pronti a spandere a piene mani ai quattro angoli del globo? Ma rinforzando il vincolo NATO, è ovvio! E non solo, si parla di paesi “sopraffatti dalle migrazioni di massa”? Ecco allora il discorso di Obama alla Nazioni Unite che annuncia un coordinamento americano di 50 paesi pronti ad accogliere rifugiati. Qui non s’improvvisa nulla, gli americani creano i problemi e poi piazzano anche le soluzioni, del resto il marketing -più o meno- l’intelligence del nostro modo economico, di norma fa proprio questo. E poiché anche il “soft” del “power” ha le sue esigenze, ecco che Kant sarà pur stato tedesco ma visto che i tedeschi non sono capaci di gestirne l’eredità,  ora l’imperativo categorico lo verniciamo a stelle e strisce (qui), perché la leadership ha da essere anche etica.

Si va quindi a chiudere  con uno squillante: “ l’Europa sarà in grado di affrontare le sfide per la sicurezza più urgenti solo se abbandona la fantasia di unità continentale e abbraccia il suo pluralismo geopolitico”. “E pluribus unum” è il motto americano dal 1776, noi “pluribus” siamo e “pluribus” è meglio che si torni ad essere.

= = =

Tecnicamente parlando, questo è lo scontato ed eterno revival del “divide et impera”. La locuzione latina è sovraesposta e pochi ne colgono il ruolo essenziale nella dottrina imperiale di ogni tempo e luogo. Il “divide et impera” coglie e rinforza anche l’altro dispositivo storico di relazione tra entità politiche sovrane diverse, il “nemico del mio nemico è mio amico” (ve ne sono poi varie versione a seconda di come assortite i tre termini che come il famoso “problema dei tre corpi” di H. Poincarè, è alla base delle situazioni complesse). Questi concetti, percepiti come motti di semplice saggezza popolare storica, sono appunto storicamente saggi perché veri, utili, provati e riprovati. Oggi veniamo tutti educati al “nuovo” ma in queste faccende concrete e non ideali, l’empirico dàkeep-calm-and-divide-et-impera molte più garanzie e soddisfazioni.

Gestire “from behind” i territori che intermediano tra un impero (USA) ed il nemico (Russia), nel nostro caso l’Europa, è lo standard di una gestione geopolitica sistemica. Si possono così ottenere una serie di situazioni estremamente vantaggiose:  1) la possibilità dello “sherry picking” ovvero scegliersi  i partner utili a questo o quello, volta per volta, mettendo anche gli uni contro gli altri in una gara alla fedeltà imperiale che ne abbassi le pretese e ne rimuova le resistenze; 2) sabotare l’emersione di un nuovo polo europeo pronto a giocarsi la partita nel mondo nuovo che oramai s’è capito sarà multipolare (vedi ambizioni della Germania);  3) sobillare le paranoie dei singoli stati più propensi alla frizione con la Russia e poi con la Cina facendo impantanare questi ultimi che debbono dare approdo alla loro Via della Seta, nella pari complessa gestione del vociante pollaio europeo con cui -soprattutto i cinesi- non hanno alcuna dimestichezza.

Del  resto i britannici questo hanno preso a fare con l’idea di trattati commerciali one-to-one ora che non sono più legati ai vincoli unionisti e tra l’altro, ora che non ci sono più loro, ecco che tedeschi e francesi si fanno strani disegni in testa come la nuova forza armata europea o l’affossamento del Ttip. L’euro, così com’è, non solo non serve a niente visto che la Germania non si allinea alle allegre politiche espansive stile Fed o BoJ e con l’ossessione austera deprime la domanda inceppando l’intero meccanismo globale a proprio esclusivo vantaggio e chissà se qualche quota delle riserve mondiali che andranno necessariamente perse per far posto allo yuan, non potranno esser recuperate dal dollaro, togliendolo di mezzo definitivamente. La Via della Seta, infine, bussa ai confini dell’Iran ed Erdogan di conseguenza ha cominciato a prepararsi come tappa successiva, manca poco che le infrastrutture arrivino a destinazione, cioè proprio in Europa. Meglio frammentare il territorio per rendere la vita difficile ai cinesi, altrimenti l’Europa è persa e con essa la guerra intera poiché, come ogni studente al primo anno di IR sa, l’atlantismo è il paradigma indiscutibile del Sistema Occidentale guidato dagli Stati Uniti. Persa l’Europa, ecco l’Eurasia, l’incubo geopolitico madre di tutta la geopolitica anglosassone.

= = =

E poiché si stava parlando di atlantismo eccoci alla cronaca recente. L’Atlantic Council, il think tank nato nel 1961 per sovraintendere allo sviluppo e gestione dei legami che fanno il Sistema Occidentale, tramite le mani di John Kerry, ha attribuito il Premio Cittadino 20160920_0342-755x515Globale 2016 a Matteo Renzi. Dal vertice di Atene con i paesi mediterranei, Renzi ha intrapreso una manovra di distinzione dal precario “direttorio” messo in piedi in maniera improvvisata da Merkel ed Hollande dopo Brexit. Della divergenza, si è vista palese evidenza al recente vertice di Bratislava ma anche nella firma italiana di un documento assieme ad altri 11 paesi europei che vogliono continuare le trattative sul Ttip (qui) ed infine, nel non invito al vertice di Berlino del 28 Settembre tra Merkel, Hollande e Juncker che per altro ha fatto sapere a Renzi che di “flessibilità” ne ha avuto anche troppa, il che significa guai. Nel mezzo, appunto il premio americano che Kerry ha conferito dicendo che “l’Italia è sulla buona strada”, “buona strada” per andare dove?

Dopo Ventotene e gli annunci di impegno comune per la difesa europea, si sono incontrati il ministro francese con quello tedesco ma non con quello italiano. La difesa italiana quanto ad industria, è legata a doppio filo prima con quella britannica e poi con quella americana e poiché il senso del nuovo programma della nuova difesa europea è legato proprio alla sviluppo di una ricerca ed un produzione competitiva per questa industria, ecco che, tornati dall’isola sul continente i tre leader, le strade si sono subito divise. O stai di qua o stai di là.

Quella italiana rimane la strada di una fedeltà atlantica senza alternative, la “buona strada” per la quale Renzi è stato premiato non solo all’Atlantic Council ma anche con il principale servizio di Vogue America (qui) con tanto di foto di Annie Leibovitz nel quale Renzi è presentato come il riformatore che ha liberato il suo partito liberal da ideologie retrodatate, il riformatore dell’Italia ma anche il prossimo riformatore dell’Europa (?).  Premiato infine, con l’invito ad una inedita “cena personale” alla Casa Bianca, il prossimo 18 Ottobre con la famiglia Obama. Atlantismo di ferro, sempre più attivo in casa nostra vista la possibile, prossima nomina anticipata dall’Espresso, del Presidente RAI -Monica Maggioni- a responsabile della sezione italiana della Commissione Trilaterale (qui). Allineamento già rimarcato in Afghanistan, Iraq e Libia.

= = =

Arrivando alla somma che fa il totale, si potrebbe pensare che il pensiero profondo dell’élite geopolitica americana cominci a puntare alla disgregazione dell’Europa e conseguente eutanasia dell’euro e chissà se Joseph Stiglitz, “annusando l’aria” ovvero questo nuovo consensus che vien formandosi a Washington, abbia anche da ciò tratto motivazione a riproporre la vecchia idea della separazione degli euro a cui ha dato gran pubblicità proprio qui da noi con un inedito tour estivo. L’Italia sembra assurgere a paletto di frassino da conficcare nel cuore germanico che gli americani sanno che -da sempre- non batte certo per loro, da cui multe ad Apple e ritorsioni su Deutsche Bank. E dal dopo Brexit che la stampa ecofinanziaria anglosassone ha lanciato la nuova profezia dell’Italia come secondo uscente dall’impianto europeo (dall’euro) ed in questi casi si sa che certe profezie servono proprio per auto avverarsi. La sequenza delle prossime elezioni in Euroland: referendum ungherese, Austria, ennesimo tentativo spagnolo, Olanda, Francia per concludere a Settembre 2017 con la Germania, garantisce un’Europa sempre più scettica su se stessa e paralizzata dai rinnovi di potere, se Renzi fosse lanciato da una vittoria referendaria, potrebbe attaccare proprio mentre son tutti distratti. Non è detto vada tutto liscio ovvio, potrebbe ad esempio spuntare fuori un Trump che scombina un po’ i piani americani ma chissà poi di quanto, l’interesse americano ha una sua oggettività che prescinde dall’interprete che abita la Casa Bianca. A gli americani piace l’idea dell’uomo del destino ma la sostanza è che sono un sistema e l’uomo del destino ha invero un solo destino possibile: servire l’interesse del sistema. In otto anni, Obama, non è riuscito neanche a chiudere un carcere (Guantanamo), se firma una tregua coi russi in Siria il sistema manda i bombardieri a farla saltare, cosa di più potrà fare il -very powerful man- con i capelli color giallo pulcino?

Noi in quanto cittadini del sistema italiano, rimaniamo sempre un passo indietro. Contro952_romero_la_notte_dei_morti_viventi l’euro e contro l’UE facciamo il gioco degli americani imperial-globalisti, a favore facciamo il gioco della Germania ordoliberista che ci devasta con le sue “riforme”. Per il “nostro gioco”, il turno non arriva mai. I tanti che si deliziano e dilettano sul concetto di sovranità, dovrebbero ogni tanto dare un occhiata a quanto il mondo è complesso (nazione, regione, pianeta), a quante poche speranze di emancipazione ha un soggetto cieco e fragile che come nei film di Romero, scappa impaurito da un orda di zombie ordoliberisti, per finire nelle braccia dei Dottor Stranamore e viceversa. “Interesse nazionale” concetto davvero incomprensibile per un paese che al massimo è diventato uno Stato ma non ancora una nazione.

= – = – =

NOTA. Huang Hui, esponente della Nuova Sinistra cinese, in questo articolo (qui) ricordava che Mao Zedong cambiò le priorità di analisi tra il 1926 dove privilegiava il campo interno della lotta di classe, al 1930 quando l’imminenza dell’invasione giapponese e il dilagare del fascismo internazionale, lo portò a ritenere che la “contraddizione principale” si andava spostando dalla lotta interna alla lotta tra le nazioni. Oggi, oltre all’ambito interno ed a quello internazionale, si somma anche quello globale ed il pensiero dell’emancipazione, dovrebbe far forse qualche sforzo in più per rilevare meglio la complessità dei contesti nei quali collocare le analisi. Oltre a sviluppare “critica” su cui siamo campioni mondiali, prender coraggio nel sviluppare anche qualche brandello di più concreta e coraggiosa strategia complessiva. Altrimenti si tratterà solo di preferenze di cottura, se quella lenta della padella o quella sfrigolante della brace. “Tertium non datur”?

 

Pubblicato in euro, europa, geopolitica, italia, occidente, usa | Contrassegnato , , , , , , , | 6 commenti

ETERODOSSI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!

Recensione del libro: S. Cesaratto, Sei lezioni di economia, Imprimatur, 2016

lezioni_economia_lowIl fine del libro di Cesaratto è condividere conoscenza economica per una più democratica partecipazione politica ai destini del tempo che ci è toccato in sorte da vivere. Corre l’obbligo di ricordare l’abusata citazione del biografo di Keynes (Skidelsky) il quale, dell’economista britannico, raccontava il sottile piacere che provava di origliare -ai party- le conversazioni tra membri dell’ élite, conversazioni che i soggetti conducevano senza rendersi conto di star replicando null’altro che sistemi di idee forgiate da qualche economista a loro ignoto. Se si è un pensatore economico come Keynes, questo potere sulle menti che fanno il mondo, certo fa piacere. Ma se si è un cittadino, corre l’obbligo di capire meglio quali sono questi sistemi di idee, come sono strutturati al loro interno, quali conseguenze portino, sia per lo sviluppo del sistema di pensiero che diviene poi così condizionante per il pubblico dibattito, sia e soprattutto per gli effetti che i tramiti politici ne danno nella  applicazione all’organizzazione economica che poi impatta sulle nostre forme di vivere associato.

Credo sia questo ad aver mosso il professore di Siena a darci le sue sei lezioni, approfondite e comprensibili pur se rigorose e poco inclini alla narrazione, soprattutto rivolgendosi a quanti hanno animo critico verso lo stato economico (quindi politico) della nostra realtà e però scelgono la via facile ma sterile dell’olismo negativo (no a questo, no a quello ed in definitiva no a tutto) senza penetrare il dovuto, la complessità delle idee che poi portano alle scelte. Scelte che andrebbero fatte per proporre non solo una resistenza negativa, ma anche qualche possibile e realistica alternativa percorribile. In particolare, sembra, rivolgendosi a quella sinistra che nata da un economista politico, ha perso la prima parte in favore della sola seconda diventando impotente, nel mentre la disciplina –l’economics– perdeva la seconda parte, trincerandosi nella presunta oggettività scientifica della prima.

Il filo rosso della visione del problema economico di Cesaratto, sembra essere il rapporto tra il conflitto per la distribuzione già ben chiaro nell’origine di Ricardo e Marx e il vincolo estero, il che porta in conseguenza la centratura sul perimetro economico di un preciso stato-economia-paese. Nei primi tre capitoli, oltre ai Classici, (i due citati più la Legge di Say e Adam Smith che Cesaratto non riduce come fanno i più alla vulgata irriconoscibile tipo il citato Adam Smith Institute che lo scozzese non avrebbe, credo, riconosciuto come propria emanazione), c’è ben spiegata la fatidica svolta marginalista, l’opposizione incompleta nei fondamenti  tentata da Keynes e quella ben meglio riuscita secondo il nostro, di quel Piero Sraffa a cui Cesaratto si rifà a livello teorico (anche integrando la ripresa che ne fece P. Garegnani).

A proposito dell’inconsapevole uso di sistemi di idee che hanno forgiato altri pensatori, sarebbe anche interessante ricondurre a loro volta gli economisti ai filosofi. I presupposti della svolta marginalista ad esempio, possono risultare improvvisi e mal compresi se non ambientati nel clima intellettuale del trionfo utilitarista, contornato dal positivismo e dal darwinismo spenceriano.  E del resto, presupposti filosofici sono senz’altro presenti in Smith che tra l’altro insegnava filosofia morale, nonché nella travagliata discendenza di Marx da Hegel ma non meno presenti in Keynes, lo stesso Sraffa amico personale ed intellettuale tanto di Gramsci che di Wittgentein (wow, che mix interessante!) Hayek e perfino l’orrido Friedman. Ed ancor più proficuo per la com-prensione se poi  i sistemi filosofici, politici ed economici fossero messi in asse con il trascorso storico. Storia che, come sottolinea Cesaratto, storia del pensiero economico e storia economica in quanto tale, s’insegna sempre meno per lasciare campo unico alle nozioni che possano servire di pronta beva per inserirsi nell’acritica riproduzione del pensiero dominante applicato che, di per sé, esclude il pensante. Nel testo in questione e nelle ricche e puntuali bibliografie, non mancano invece accenni a messe in quadro più ampie (K. Polanyi, A. Hirschman, C.P. Kindleberger) e critiche. Critica che non è sempre e solo antitesi secca ma anche pesatura delle verità, loro relativizzazione a precisi contesti, bisturi logico che tagliando e separando mostra la complessità del molto che sempre si vuol ridurre  al poco.

Si arriva così, dopo le prime tre lezioni su i fondamenti del pensiero, alla quarta su misteri della moneta, meno misteriosa del dovuto e del necessario ed  alla quinta in cui il racconto della “lunga caduta” parte dagli anni ’50 ed arriva ai fatti più recenti, osservando proprio nella storia economica e politica italiana, interpuntata da percentuali di crescita sempre più esigue, l’inesorabile declino corrispondente alla scelta incomprensibilmente condivisa anche dal PCI e dai sindacati, di tutelare sempre meno la maggiore eguaglianza o se non altro, una più equilibrata distribuzione dei redditi e soprattutto la folle scelta di rinunciare alla benché minima strategia di politica economica. Un tacito accordo per evitare il conflitto che ha portato a scaricare sul debito crescente le contraddizioni che oggi ereditiamo, peggiorate e sclerotizzate dalla gabbia d’acciaio del vincolo esterno e della inflessibilità della valuta unica. Siamo già dentro l’euro e l’Europa che torna poi, nell’ultima lezione, con una spiegazione minuziosa, della politica BCE – Draghi, le sue lentezze, la sua timidezza, la sua cautela dovuta alle pressioni tedesche, la sua incerta efficacia, figlia come sempre di un sistema di idee che, anche al di là di diverse preferenze teorico-ideologiche, più che altro ha ormai dato ampiamente prova di non funzionare, di non poter conseguire i risultati attesi e dichiarati.

Cesaratto non la vede bene. Stante che una unione intorno ad una moneta senza una unioni di stati è palesemente un assurdo sotto tutti i punti di vista, è proprio questa unione di stati ad esser impossibile rendendo quindi l’assurdità permanente e senza sbocco. Vince così la predizione di Hayek di un federalismo leggero unica mediazione possibile ed accettabile per entità troppo disomogenee, un massimo comun divisore davvero minimo. Minimo ma comunque in grado di espropriare l’oggetto del contendere democratico, il conflitto distributivo. Si rimane così nell’impasse del triangolo divergente di forze tra una irrealizzabile promessa di impossibile unione politica,  paesi periferici resistenti quanto impotenti, arroccamento teutonico in un mercantilismo egoista che non consente alcuna forma di cooperazione organica. Impasse che può continuare a lungo prorogando l’agonia fino alla definitiva dissipazione di ogni forza e resistenza o tracollare prima in una qualche crisi finanziaria fuori controllo, piuttosto che non una politica tipo Le Pen o affini. E’ a questa seconda che si dovrebbe lavorare, accelerare la crisi interna al sistema in modo che auto-imploda permettendo così di sgombrare il campo e volgerci al dopo. Dopo sul quale -però- sarebbe il caso di cominciare a chiarirsi le idee. Chiarimento a cui le sei lezioni di Cesaratto portano un ottimo e propedeutico contributo di conoscenze necessarie per il pubblico dibattito.

====

La parabola complessiva del pensiero economico occidentale moderno sembra esser passata dalla produzione di parole in rapporto alla realtà, alla produzione di meno parole e più numeri che però hanno gradatamente perso il contatto con la realtà. La fuga dal pericolo ideologico e l’inseguimento degli standard oggettivo-scientifici da “scienza dura” dell’economics ha prodotto una paradossale ideologia para-scientifica, una “ideologia dura”. La cessione di sovranità del pensiero politico a questa ideologia dura, ha fatto perdere alla politica la funzione di gestione dello scontro per la ridistribuzione, lasciando contendibili (e facilmente concessi) i soli diritti civili. Scontando la evidente mancanza di una vera teoria dello Stato in Marx, la sinistra internazionalista ha finito con l’imboccare una vaga e confusa vocazione cosmopolita (un vecchio retaggio addirittura del pensiero stoico), porgendosi così idealmente prona e di supporto  ai vari salti di intensità della globalizzazione rampante.

Per quanto Cesaratto insista anche nella nota finale dell’Epilogo, sul fatto che la teoria neo-classica dominante vada attaccata proprio al suo interno, nei suoi meccanismi che sarebbero sbagliati sul piano logico-empirico e mostri un certo fastidio per gli approcci eterodossi (ad esempio neo-keynesiani) che sembrano introdurre altri punti di vista, “soggettivi” o “morali”, il mondo eterodosso è ben più ampio e variegato. Oltre ai citati da Cesaratto ( tra cui anche Kalecki, List, Myrdal), egli stesso  riconosce che “un esito è una combinazione di molteplici cause”. Sia quindi per spiegare i sistemi di idee, sia per spiegare i loro effetti storici che non sempre discendono linearmente da questi sistemi analitici, sia per riformulare i concetti economici, nonché per ripristinare un pensiero organico e concreto che includa la politica, ed a proposito di vincolo estero, tramite la geoeconomia anche la geopolitica, forse può esser utile dare anche uno sguardo più ampio.

Poco tempo fa, ho letto “Economia. Istruzioni per l’uso” di Ha-Joon Chang (il Saggiatore,economia_pcMilano, 2015) di cui già recensimmo un libro (qui) che insegna Economia dello sviluppo a Cambridge. Anche il coreano appartiene alla plurale e variegata pattuglia degli eterodossi, una definizione che già in sé la dice lunga sullo stato dogmatico del pensiero economico dominante contemporaneo che mutua le categorie dalla teologia. Ha-Joon Chang è un economista istituzionale (Veblen, Connors, Galbraith, ma alcuni adepti di questa scuola inseriscono anche Marx nelle fondazioni) che ci parla anche degli sviluppisti, degli austriaci, dei schumpeteriani come i keynesiani in versione anche “neo” (prefisso che assieme a “post” spadroneggia nelle pigre classificazioni tardo-novecentesche), dei comportamentali e sperimentali (e dei neuroeconomisti) oggi in grande ascesa, mentre la vasta tribù eterodossa si arricchisce anche dei termo-bio-ecologisti e degli evoluzionisti (qui, un sito interessante da seguire a riguardo) in un pluralismo di approcci che si allarga viepiù all’antropologia, la sociologia, la geo-storia, varie forme delle varie versioni di teorie critiche, l’ecologia e financo il femminismo. “La realtà economica è complessa e non può essere analizzata per intero con una singola teoria” dice Ha-Joon (pg.429). Il bilancio da contendersi nel conflitto della distribuzione come nota Cesaratto stesso, deve fare i conti con il suo ammontare generale nell’economia-Paese, spesso dipendente dal livello di sviluppo tecnologico, di innovazione e competitività,  di relazione con l’estero, di sostenibilità ambientale, di divisione internazionale del lavoro, di sostenibilità finanziaria e monetaria, di equilibrio e compromesso tra regole economiche e regole socio-politiche che non sembrano accordate naturalmente tra loro. I rapporti tra dinamica e stabilità, tra equità ed ecologia, tra novità e varietà, tra resilienza e potenza, tra dimensione delle economie nazionali e vastità dell’ambito dei mercati planetari o di quelli che si formano regionalmente pur sempre inter-nazionali, nonché le decisioni tra quanto essere totalmente “aperti” o parzialmente “chiusi” nella circolazione finanziaria come in quello dello scambio commerciale, non sono decisioni tecniche ma prettamente politiche. Altresì non sono decisioni basate su leggi ma su ipotesi per quanto corroborate da logica razionalità ed un minimo di verifica empirica, ipotesi plurali, ipotesi basate su questioni che mostrano effetti intrecciati e non lineari, complessi.

Solo una democrazia di cittadinanza attiva può farsi carico del dialogo tra queste opzioni e decidere consapevolmente cosa ritenere imprescindibile e quali prezzi pagare per queste imprescindibilità, stabilire i fini e farne conseguire i mezzi. L’economia è un intricato sistema di ampolle e tubi la cui capienza idraulica è ben maggiore del liquido che effettivamente vi circola, il suo “può essere” più ampio del suo “essere”. Si tratta quindi di decidere, decidere quanto liquido è necessario, quanto costa averlo, dove e come produrlo, quanto è opportuno che circoli ed a che velocità, dove ristagni e dove cada a pioggia, irrorando chi, quando ed in quali quantità. Viepiù oggi che limiti ambientali e limiti geopolitici,  limiti sconosciuti ai tempi in cui i fondamenti delle principali teorie economiche vennero piantati, premono con diversa forza ed urgenza su questa complessità idraulica. Viepiù oggi che il dominio dell’ideologia dura che domina la disciplina, ha prodotto il massimo di diseguaglianza ed il massimo di paralisi economica che altro non sono che due facce della stessa medaglia, l’asimmetria che concentra il liquido in un sistema che fa di tutto il mondo un mercato e nel sottosistema di riproduzione finanziaria che più che ampolle, usa bolle.

Riagganciando dunque la politica all’economia, ben vengano quindi le lezioni dei nostri professori e speriamo che dall’altra parte, non alunni ma cittadini, sentano l’urgenza di capire meglio su cosa debbono decidere e pretendano poi l’essenziale sovranità di queste decisioni e responsabilità degli effetti che comportano. Ma ben venga anche una nuova comunità intellettuale critica e pur plurale negli approcci, che corroda il dominio ideologico del pensiero unico aprendo ad un nuovo uso pubblico ed argomentativo della ragione economica. Anche questo è decisivo per l’ “adattamento” all’Era Complessa.

Pubblicato in economia, recensioni libri | Contrassegnato , | 4 commenti

MILLE E UNA SETTA.

L’islam è un sistema basato sul concetto di unicità, quindi di unità ma da quando è nato ad oggi, non ha fatto altro che dividersi al suo interno. Altresì vorrebbe essere un sistema in cui il religioso è l’ordinatore primo, quello a cui il sociale, l’economico, il militare ed il politico sono subordinati ma da tempo ormai si assiste, in diversi casi, all’inversione della subordinazione. Ne nasce una certa dinamica, un movimento che è difficile da leggere e capire, soprattutto per noi occidentali che usiamo un ben diverso sistema di immagine di mondo.

Arrivano in questi giorni, due notizie che segnalano un certo movimento nella tettonica a placche dell’islam. La prima è stata inspiegabilmente ignorata in occidente ed è il pronunciamento (fatwa), di un certo numero di ulema sunniti, riunitosi a Grozny in Cecenia, a fine Agosto. La seconda è la polemica al calor bianco tra sauditi ed iraniani a proposito della gestione del tradizionale hajj, il pellegrinaggio rituale a Mecca e dintorni, il quinto pilastro della fede islamica, che si terrà il prossimo 10 settembre.

42-18223663

Partiamo da quest’ultima. Com’è noto, l’Arabia Saudita è sunnita e l’Iran è sciita ma l’hajj è precetto tanto dei sunniti che degli sciiti. Teheran ha esplicitamente lanciato l’idea di togliere ai sauditi la gestione dell’hajj. Mecca e Medina dovrebbe esser poste sotto una tutela più neutra che non quella di uno stato che: a) è militarmente e politicamente attivo, direttamente ed indirettamente, in guerre intestine all’islam (Siria, Iraq, Yemen); b) è seriamente sospettato di collusione (se non peggio) con gruppi terroristi che hanno prodotto decine di migliaia di vittime il cui 95% circa è musulmano; c) sposa una interpretazione specifica dell’islam sunnita, il wahhabismo, che non è praticato in alcuna altra parte del mondo islamico e che non è una corrente storica (nasce nel XIX° secolo) della tradizione, spostata sullo spettro delle interpretazioni verso i gradi più estremi e radicali. Ci sarebbero poi le accuse già a suo tempo lanciate da Bin Laden e di recente rilanciate dall’ayatollah Ali Khamenei, sulle collusioni tra sauditi ed americani che noi leggiamo dal punto di vista politico ma in stretti termini religiosi, effettivamente configurano una possibile trasgressione della sacralità del dar al-Islam, la terra sacra dei musulmani, sulla quale sarebbe assai improprio ospitare basi militari di credenti in altri religioni che oltretutto sono lì, in genere, per far guerra ad altri musulmani. Insomma, quello che dovrebbe esser un luogo neutrale di bene comune per l’intera comunità, è letteralmente posseduto e gestito da un potere fazioso, settario e sanguinario oltretutto divisivo della comunità stessa, la Umma.

In effetti, tra i tanti disastri come al solito compiuti dai britannici a suo tempo, l’aver ambiguamente appoggiato le mire egemoniche della famiglia al-Sa’ud (che è originaria di una zona interna della penisola arabica, il Najd), permise a questi la prepotente annessione dei luoghi sacri, Mecca e Medina, che si trovano in una zona di costa, l’Hijaz. Questi luoghi e l’intera zona che è la zona da cui proviene tutta la storia di fondazione dell’islam, erano governati dagli eredi della tradizione hascemita (la tradizione che risaleold-najd cioè al fondatore dell’antica tribù di cui faceva parte Maometto), l’unica realmente in diritto di rivendicarne la potestà. Fa parte di questo pezzo di storia, la creazione del regno dell’Iraq (sciiti, sunniti e curdi, un mix che poteva venire in mente solo ai britannici) e della Transgiordania, inventate da Londra per dare ai due figli dello sceriffo di Mecca, la compensazione della tradita promessa fatta al padre di dare autonomia politica all’Hijaz, promessa fatta per usare le truppe arabe contro l’Impero ottomano. I discendenti degli hascemiti sono oggi la casa regnante giordana, quella che in teoria sarebbe l’unica monarchia ammissibile nell’islam sebbene il concetto di monarchia non sia in realtà compatibile con la cultura politica islamica.

Dopo ripetuti incidenti che hanno visto sciiti perdere la vita per aver manifestato contro la gestione saudita a Mecca mentre altri sono morti lo scorso anno calpestati dalla folla, secondo gli iraniani mal gestita (o addirittura gestita con criminale intenzione) dall’organizzazione saudita, e considerando la manifesta guerra multi-teatro che oppone l’Iran e l’Arabia Saudita (Siria, Iraq, Yemen, la costante tensione in Bahrein tra popolazione sciita e monarchia sunnita, nonché la continua repressione degli sciiti sauditi), quanto sopra riportato sarebbe semplice conseguenza dello stato già degradato dei rapporti e non rappresenterebbe di per sé motivo per scriverci un articolo di riflessione sopra.  Lo diventa però per motivi di sincronia con un’altra notizia, la prima che abbiamo dato.

Accade infatti che sotto auspici ed attiva promozione russa e si suppone egiziana, si sia svolta tra il 25 ed il 27 Agosto scorso, una conferenza islamica che ha radunato: “200 dignitari religiosi islamici, dottori coranici e pensatori islamici da Egitto, Siria, cecenia-groznyGiordania, Sudan, Europa. Fra questi vanno citati personalità come il grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb; il gran Mufti d’Egitto, Cheikh Chawki Allam; il consigliere del presidente egiziano e rappresentante del Comitato religioso al parlamento del Cairo, Cheikh Oussama al Zahri; il gran Mufti di Damasco Abdel Fattah al Bezm; il predicatore yemenita Ali al Jafri; il pensatore Adnan Ibrahim e molti altri” secondo quanto riportato qui da Asia News, l’unica fonte occidentale che sembra aver dato la notizia. Asia News è un portale di informazione religiosa collegato al Pontificio Istituto Missioni Estere. Un altro sito islamico (qui) afferma che ci sarebbero stati rappresentanti qualificati di circa 30 paesi, oltre quelli citati da Asia News, anche dal Kuwait, Libia, Giordania.

Il titolo della conferenza di Grozny era: chi sono i seguaci della Sunna? quindi, chi sono i “veri” sunniti? La Sunna è un corpo di scritture che integra a livello di storia ed interpretazione il Corano ed i sunniti sono circa il 90% del mondo islamico, circa 1,5 miliardi di persone, poco di più dei cattolici e quindi prima interpretazione religiosa al mondo. La notizia è che il comunicato finale in risposta alla domanda, dice che i sunniti sono due varianti teologiche (ashariti e maturiditi), i sufi, le quattro scuole giuridiche tradizionali. Sette moderne fuorviate (takfir), invece, sarebbero i Fratelli Musulmani, Daesh (ISIL) e tutti i wahhabiti, cioè i sauditi a pacchetto. Nell’islam non c’è una Chiesa, un papa, un concilio e neanche un clero propriamente detto, quindi è tradizione di questo mondo scomunicarsi a vicenda (fatwa) ed è improprio pensare che questo pronunciamento abbia valore assoluto.

Interessante però il pacchetto di contrasto (che trovate nell’articolo di Asia News) messo in campo contro l’egemonia wahhabita e salafita che conta su i potenti investimenti in moschee, madrase, pubblicazioni, borse di studio, televisioni satellitari (tra cui Al Jazeera-Qatar, Al Arabiya-EAU) messo in campo da sauditi e regni del Golfo.  Mettendo in campo una contro-replica basata sull’attivazione di una diversa rete dei religiosi, borse di studio, una nuova rete televisiva e materiale di propaganda, sembra si sia voluta dichiarare l’inizio di una guerra per l’egemonia del sunnismo.

I sauditi non l’hanno presa bene, qui la risposta dell’International Islamic Fiq Academy di Jeddah che lancia la linea di difesa, sunniti sono coloro che rispettano i cinque pilastri dell’islam e sicuramente non coloro che vogliono dividere l’Umma (l’unità dell’Umma sebbene storicamente ampiamente non praticata sarebbe altresì un precetto fondamentale e del resto il richiamo all’unità è un topos di ogni organizzazione di pensiero umana, religiosa quanto politica). Altrove, altri che non sappiamo discriminare tra coloro che parlano per conto della propria testa e coloro che sono vicini al circuito economico e di potere messo in piedi dalla potente macchina propagandistica del Golfo, hanno più direttamente messo il dito nella piaga degli sponsor dell’iniziativa, degli “ulema di Putin”. Non v’è dubbio infatti, che come segnalano alcuni articoli, l’iniziativa abbia ricevuto un fondamentale impulso dai russi, dagli egiziani e dai siriani di area politica vicina ad Assad. Tra l’altro, mentre egiziani e siriani fanno comunque parte della normale accesa e contrastata dialettica interna il mondo islamico, i russi certamente sono visti come estranei ed esplicitamente spinti da interessi alieni alla contesa religiosa.

al-azhar

Al-Azhar

Altresì, l’’iniziativa percorre un solco che invero è stato tracciato dai sauditi stessi e dalle loro forze armate e propagandistiche esplicite ed implicite. I morti musulmani per stragi terroristiche ovunque nell’islam cominciano ad essere decine di migliaia, il sentimento di sospetto sulle comunità musulmane fuori dai confini dell’islam diventa pesante da sopportare, la mancanza di una istituzione centrale che si dissoci ufficialmente dai deviazionismi violenti pesa sulla stessa percezione del fenomeno salafita ed affini che possiamo stimare con qualche generosità riguardi forse un 3% (tra teorici, simpatizzanti ed affiliati saltuari e militanti tra cui, nel caso dei Fratelli musulmani, militanti politici e non terroristi propriamente detti) del totale dell’islam e che non ben distinto è finito col diventare impropriamente l’immagine stessa dell’islam. Questa assenza e questo silenzio, di contro all’opposta presenza forte e voce ancorpiù udibile visto i pesanti investimenti in propaganda dei sauditi e qatarioti, chiamava una reazione ed al di là dei pur presenti motivi politici e geopolitici dei suoi sponsor è chiaro che in questa dichiarazione di battaglia per l’egemonia dei sunniti, c’è anche la reazione del “centro” prima lungamente egemone, le posizioni di Al Azhar e quelle della stragrande maggioranza dei musulmani. Soprattutto in Europa, ora, le posizioni centrali e quietamente tradizionali, hanno qualcosa a cui appellarsi per il dibattito interno e la controffensiva sia verso l’egemonia wahhabita, sia verso le accuse occidentali di non pronunciamento, di non distanziamento su i supposti rapporti tra islam e terrorismo.

Su piano geopolitico, l’ Arabia Saudita, sta perdendo molto del suo smalto. Dalla sostanziale sconfitta in Siria al disastro ISIS, dalla guerra palesemente ingiusta e fratricida in Yemen ai camion bomba a Baghdad, dalla distruzione dell’industria turistica e degli affari internazionali tunisini, egiziani, giordani e nel Bangladesh alla nuova simpatia con Israele, dal pericolante riyal al terrorismo in Africa, dalla sua stessa conduzione degli affari isis-5-year-plan-mappetroliferi e monopolio dell’OPEC alla situazione del suo bilancio statale una volta invulnerabile dall’alto del suo immenso deposito di petrodollari, alle difficili ed oscure successioni tra vecchissime e nuove generazioni di principini viziati, i sauditi cominciano a perdere smalto e a dar fastidio a troppi. E’ quindi consequenziale che questa attiva ma ingombrante potenza regionale, oggi in un momento di incertezza, viepiù per il fatto che i rapporti con l’amico americano non sono poi stati così brillanti nella gestione Obama e non si sa se domani si avrà a che fare con il nemico Trump o l’amica Clinton, abbia risvegliato una contro-reazione.

Contro-reazione che sul piano religioso vede certo attivo il “centro” della cultura islamica ma non meno i sufi (la reazione saudita bolla il presidente ceceno ospitante la conferenza, con l’accusa di essere un “sufi ubriaco”, vecchia accusa che i rigoristi arabi hanno da sempre usato contro il movimento spirituale) che temono di diventare le nuove vittime, dopo gli sciiti, della furia salafita-takfirista e su quello politico, di tutti i poteri politici (in genere militari) che non vogliono esser sovvertiti e travolti dall’islamizzazione eterodiretta da Riyad. Infine, tornando al piano geopolitico, alla conferenza cecena non risultano invitati turchi che nell’area Erdogan sono vicini ai Fratelli musulmani e quindi al Qatar. Ma altresì, i turchi sembrano oggi convergere verso una amicizia di fatto con russi ed iraniani per scongiurare il pericolo curdo e quindi se non su quello religioso, sul piano geopolitico sembrano allontanarsi dall’alleanza organica coi sauditi che tanta ambiguità ha generato nella guerra contro l’Isis, ribelli siriani, la stessa Siria ed appunto i curdi, vera spina nel fianco di Ankara.

= = =

Possiamo così concludere il commento a queste due notizie. Non s’immagini domattina d’intravedere pezzi di islam alla reciproca deriva con insulti, accuse ed anche peggio. Tanto più è in dubbio che i singoli musulmani leggeranno nitidamente cosa è successo e cosa altro succederà. Però la sfida è lanciata, la squadra non è di secondaria importanza, i mezzi cb-2015-1-issue_infographic12e la volontà ci sono, l’occasione e propizia, gli alleati (si veda questo interessato commento indiano) dovrebbero accorrere. In particolare quella Cina che ha piazzato Jack Ma (Alibaba) come consulente speciale per la crescita economica dell’Indonesia (il più grande paese musulmano), ha invitato irritualmente Al Sisi al G20 di Hangzhou come -special guest-, ha interessi forti in Iran sia in termini di energia che di passaggio della sua Via della Seta terrestre, non credo sia aliena da una qualche pressione per favorire il riallineamento turco visto che la via che passa in Iran dopo dovrebbe arrivare in Turchia (attraversando territori curdi iraniani e turchi), controlla insieme ai russi che le repubbliche musulmane centro-asiatiche restino immuni al virus salafita, reagirà con tutta la sua spietatezza qualora a qualcuno venisse in mente di usare gli uiguri cinesi già presenti in Siria, per portare il tornando islamizzante nel Paese di Mezzo.

A questo punto, c’è da vedere anche se, un domani, non possa verificarsi una convergenza che avrebbe un significato decisivo: non più solo la richiesta sciita di una gestione neutrale dei luoghi santi ma la stessa richiesta posta dal corpo maggioritario dei sunniti. Sarebbe quella fine del Regno degli al Sa’ud che alcuni temono, altri sperano, potrebbe esser la prossima puntata del lungo romanzo islamico dai mille e uno racconti.

 

Pubblicato in geopolitica, islam | Contrassegnato , , , , , , , , , | 1 commento

LA SPOSA OCCIDENTALE E L’AMANTE ORIENTALE.

Russia, Iran, curdi, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Francia, Germania, Unione europea, Stati Uniti d’America, Tutti questi attori sono stati variamente invocati e convocati per spiegare il fallito colpo di stato turco e tutti loro sono sotto esame per capire dove si volgeranno le prossime relazioni internazionali turche. Ma non ci siamo scordati qualcuno?

Tre anni fa, nel mentre la Turchia ribadiva la sua fedeltà atlantica e nel mentre si sottoponeva al decennale corso di idoneità per sposarsi con l’Unione europea, processo kafkiano che dal 2005 ha rinnovato esami e scadenze senza mai approdare a nulla di concreto, la Turchia si faceva l’amante e ad Aprile 2013, entrava come osservatore nella Shanghai Cooperation Organization SCO. La SCO, ha come membri effettivi la Cina, la Russia, i tagiki, i kazaki, i khirghizi e gli uzbeki. Questi ultimi quattro, tutti musulmani e tutti sunniti, sono nazioni della zona da cui -in parte- originano i popoli turchi che non sono indigeni dell’Anatolia. India e Pakistan hanno appena firmato il protocollo formale di adesione alla SCO e quando il processo si concluderà, presumibilmente Giugno dell’anno prossimo (2017), diverranno membri effettivi. Sono gravitanti intorno alla SCO in qualità di membri osservatori: l’Iran,  la Mongolia, la Bielorussia e l’Afghanistan. Sono invece partner di dialogo: lo Sri Lanka, il Nepal, la Cambogia, l’Azerbaigian, il Bangladesh e l’Armenia. Per ora solo “ospite”; il Turkmenistan, il quale ha solide relazioni di fornitura gas ed investimenti in impianti con la Cina. L’Ucraina aveva presentato domanda nel 2013 ma né è stata ritirata, né ne è stato sollecitato l’iter. Tutti compresi, oltre ad essere il cuore dell’Eurasia, sono circa metà dell’umanità.

map_the_centro_asian_500 (1)

La SCO[1] ha varie articolazioni. Si collabora contro il terrorismo, il separatismo, si sviluppa la difesa e la sicurezza comune, si fanno esercitazioni militari congiunte, si contrasta il traffico di droga e si sviluppa la cybersicurezza ma si fanno anche affari, patti commerciali e di libero scambio, si mettono in piedi istituzioni bancarie e finanziarie, si fa cooperazione culturale. Deve esser interessante la SCO visto che gli Stati Uniti vi hanno chiesto di esser accettati come osservatori già nel 2005, richiesta respinta perché in tutta evidenza, non ci sono confini contigui e quella del rispetto dei reciproci confini era una delle ragioni fondative del gruppo. Non volevamo però fare della sottile ironia nel sottendere che gli Stati Uniti tendono a non rispettare gli altrui confini ma solo che oggettivamente gli Stati Uniti d’America stanno, geograficamente parlando, da un’altra parte o almeno questo recita la motivazione ufficiale al diniego. Infine, a Giugno 2016, hanno presentato domanda d’entrata anche l’Egitto, la Siria ed Israele. Cosa spinge iraniani ed israeliani, pakistani ed indiani, turchi e siriani a far parte della stessa organizzazione? La Cina.

soc2

La Cina ha i soldi e sono pochi a trovarsi in questa fortunata condizione soprattutto oggi che i più stimati economisti dichiarano la prospettiva di una secolare stagnazione. La Cina ha in progetto e progressiva realizzazione, ben due vie infrastrutturali piene di ferrovie, strade, porti, aeroporti, stazioni, pipeline, cavi elettrici e di comunicazione[2]. Il Financial Times l’ha definito il nuovo Piano Marshall, con ironia tutta britannica. Chissà, magari è per questo che quelli dell’IMF, che ormai sformano paper a mitraglia in cui promuovono tutto e l’esatto contrario[3], ha invitato i G20 a tornare a considerare lo stimolo dell’investimento statale[4]. Pur di relativizzare il potere degli investimenti cinesi, sono disposti anche a rispolverare Keynes. La Cina ha soldi e progetti di cooperazione, non ti chiede se sei bianco o nero, se sei democratico o meno, a quale dio sei devoto o se rispetti i diritti dei gay, ti chiede solo di essere collaborativo e stabile. Stabilità che impone di mettere posto in casa prima di ospitare progetti ed investimenti. “Mettere a posto in casa” significa esser stabili, non manipolabili esternamente, non divisi tra chi vorrebbe andare da una parte e chi dall’altra, avere confini certi.

Noi non sappiamo come è andato davvero il fallito colpo di stato turco, se e per quale ragione è stato precipitato alla sera invece che esser condotto prima dell’alba come si conviene in questi casi, se Erdogan ne era completamente ignaro o moderatamente pre-allertato, se ne era del tutto consapevole e l’ha controllato ex-post. Sappiamo però che l’ha definito “un dono di Dio”, non il fatto che lui abbia salvato la pellaccia, proprio il tentativo di colpo in quanto tale. Perché?

Andando sul piano congetturale ancorpiù spinto, proviamo a mettere in fila alcuni recenti avvenimenti geopolitici dell’area e del comportamento turco. Indubbiamente, Erdogan ha accarezzato con presenza e decisione la strada dell’alleanza organica con il Qatar (a cui lo lega la comune adesione o simpatia al progetto islamista dei Fratelli musulmani) e per traslato con l’Arabia Saudita. Ne ha quindi appoggiato le mire siriane e tra un bombardamento della Siria curda ed un appoggio allo Stato islamico, ha finito anche col buttar già un caccia russo. Chi segue queste cose, il mattino dopo la notizia, ha temuto che Erdogan non si fosse inventato la provocazione, si temeva che la NATO, visto che presuntivamente il caccia aveva sorvolato lo spazio aereo turco, quindi NATO, sarebbe arrivata in soccorso facendo la voce grossa, con successiva potenziale escalation. Invece non l’ha fatta. Erdogan forse ha cominciato a sospettare di esser una pedina anche non delle più importanti, quello che gli avevano detto e assicurato forse non stava esattamente come detto e assicurato. In seguito, ignorato volutamente da Obama che ha evitato una esplicita richiesta di contatto a quattr’occhi, ha mandato Davutoglu, allora primo ministro, in Europa. Il turco, pur diplomatico e sorridente, aveva l’ingrato compito di far richieste abbastanza impegnative non solo relativamente ai soldi che Erdogan pretendeva per fare da frena-profughi, ma precisi impegni per porre fine all’interminabile esame davutoglud’ammissione all’UE, inclusa l’abolizione dei visti su i passaporti per i cittadini turchi diretti in Europa. Mentre Davutoglu si sottoponeva ai delicati compiti diplomatici, Erdogan da Ankara, lo bombardava con dichiarazioni francamente inopportune nella loro arroganza. Tant’è che qui in Europa, s’è presto formato un vasto schieramento di più che perplessi sull’eventualità di considerare la Turchia, davvero un partner. Si ricordi gli incontri nella reggia kitsch di Ankara tra Merkel ed Erdogan. Forse Erdogan voleva saggiare quanto le paroline dolci e le promesse sussurrate a suo tempo dalla tedesca fossero dati reali e concreti e quanto no e forse voleva farlo per assecondare ancora una volta le potenti élite occidentaliste che aveva in patria ma chissà poi quanto convinto. Tant’è che non sono passati poi molti giorni da quando Davutoglu aveva portato a casa almeno i milioni di euro per il servizio trattieni-profughi che Erdogan ha raddoppiato la cifra richiesta. Sembrava quasi che Erdogan avesse voluto o dovuto, concedere una chance al diplomatico Davutoglu notoriamente più liberale, filo europeo ed atlantista, ma non ci credesse molto nella strada europea e stesse quasi facendo di tutto per esser mandato a quel paese. I primi di Maggio, Davutoglu si dimette, evidentemente per insanabili divergenze con Erdogan, poco prima un disguido di agenda, aveva mandato a monte un incontro Davutoglu – Obama che per il turco sembrava fissato ma per l’americano, evidentemente no.  I turchi volevano chiarirsi con gli americani ma gli americani sfuggivano, i turchi volevano chiarirsi con gli europei ma gli europei tergiversavano. Prima del tentato golpe, la Turchia si arrabbia di brutto per una presa in giro televisiva di un comico tedesco, poi diventa preda di attentati che non portano solo ai soliti curdi (o supposti tali) ma forse anche a gli islamisti. Poi Erdogan manda la fatidica lettera di scuse a Putin per avergli buttato giù il caccia e poco dopo, abbiamo visto i carri armati sul Bosforo.

Erdogan certo è un personaggio assai curioso nella sue giravolte ed espressioni politiche ma anche il neo-sultano (usiamo questa espressione per variare il testo ma non la condividiamo poi molto come categoria analitica) deve fare i conti col paese che ha. Ed ha: curdi indipendentisti, imprenditori e borghesia occidentalisti che vorrebbero entrare nell’élite euro-atlantica, militari che lo vorrebbero morto, militari amici degli americani, militari amici dei russi, militari amici degli islamisti, islamisti più o meno arrabbiati a loro volta amici non solo del Qatar ma anche dell’Arabia36590C2500000578-3693729-image-m-3_1468712263969 Saudita (che non sono esattamente la stessa cosa), il misterioso Gulen che è dovuto scappare in Pennsylvania ma ha lasciato  molti suoi amici nei posti chiavi del potere sociale, economico, culturale, a spingere verso Occidente, più tutta la sarabanda di piccole e grandi potenze estere che lo vorrebbero con loro contro quell’altro e poi in fondo, avendo capito il tipo, manco si fidano poi più di tanto. Questo non è esattamente un quadro stabile e forse con “dono di Dio”, Erdogan indicava la possibilità data dalla dovuta reazione al colpo di stato, di mettere finalmente ordine, non con i tempi lunghi e molto incerti delle buone ma con quelli rapidi e senza riguardi delle cattive.

La Cina avrebbe un doppio interesse a cooptare la Turchia in un sistema di amicizia organica. Oltre quella ovvia di terminale della Via della Seta terrestre che ha nella Turchia l’ultima stazione prima di entrare in Europa, i cinesi hanno problemi con gli Uiguri[5] (che sono una etnia turcofona e musulmana pur abitando una provincia cinese, il Xinjiang, l’estremo occidente cinese) che nella loro lotta per l’indipendenza, sono capeggiati da estremisti islamici. Pechino non solo ha ripetutamente segnalato che gli uiguri del Xinjiang vanno in Siria a combattere per lo Stato islamico (e poi tornano a fare attentati a casa) ma anche che prima di andare in Siria, il loro terminale è proprio in Turchia[6]. Si tenga conto che il Xinjiang è strategico sia per i pozzi di gas, sia soprattutto perché è da lì che passa la futura Via della Seta, Alanshakou vicino a Khorgos[7] (terminale energetico) è la porta d’entrata di tutto il complesso ferroviario che arriverà fino in Europa. La lunga marcia dell’avvicinamento turco – cinese ha visto anche la Turchia sottoscrivere il capitale della nuova megabanca per lo sviluppo AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank con sede a Pechino) dotata di 100 miliardi di dollari e la sua partecipazione è stata ratificata da AIIB giusto lo scorso 15 Gennaio[8].  AIIB è uno dei principali (ma non l’unico) finanziatore di infrastrutture, di e intorno alla Via della Seta terrestre (ce ne è una anche di mare).  Turchia, nei progetti della Via della Seta terrestre, come detto, è il terminale finale prima di saltare in Europa ma la linea proverrebbe dall’Iran, purtroppo, attraversando l’area curda. Diciamo “purtroppo” perché è nota l’instabilità della questione turco-curda e la ventilata intenzione dell’amministrazione Obama di dar appoggio alle rivendicazione di autonomia dei curdi, forse la più grande comunità etnica (sono in Iran, Iraq. Siria e Turchia)[9] senza una terra politicamente unita ed autonoma, è stato uno dei massimi attriti tra Erdogan ed Obama. Essere occupato dalla NATO va bene, essere preso continuamente in giro dall’Europa insomma, ma trovarsi uno stato curdo con basi militari americane ai confini[10] che prima o poi pretenderà di portarti via almeno un 30% del tuo territorio, beh… . Sarà un caso, ma giusto pochi giorni fa, alcune testate geopolitiche[11], hanno segnalato una ripresa di conflitto tra curdi e Teheran, conflitto da lungo tempo semi-dormiente.

AIIB-Asian-Infrastructure-Investment-Bank-Countries

Da tutto ciò,  dovrebbe conseguire il già annunciato riallineamento con la Russia (San Pietroburgo, 9 Agosto, incontro Putin – Erdogan con firma delle ripresa del progetto Turkish Stream, dice Reuters[12]). Quindi, pur mantenendo il legame con il Qatar (ma non con l’Arabia Saudita), una conferma di amicizia con gli iraniani, un disimpegno dal fronte siriano e la già annunciata sostanziale neutralità con Israele, una intensificazione della repressione dei curdi, una sostanziale freddezza con la NATO condita da una certo fastidio per gli USA, una nuova forma politica pronunciatamente islamizzata ma sopratutto presidenzializzata, si andrà sempre più verso una un’ostentata antipatia[13] per la sposa europea, Sposa riluttante, dalle eterne promesse mai mantenute, anziana, presuntuosa ed  inaffidabile.

Forse il colpo di stato voleva interrompere la continuità territoriale dell’avanzamento inesorabile della Via della Seta dei cinesi che, tra una convention del miliardario cafone e l’altra della troppo ambiziosa e ricattabile donna senza qualità, tra un come sempre inconcludente vertice Hollande – Merkel – Renzi ed una inquietante riunione NATO, pazientemente, inesorabilmente, continua a deporre traversine, binari, firmare trattati, accordi, fondare banche, investire denari, fare esercitazioni militari, saldare pipeline. Ma gatta frettolosa fa i gattini ciechi, il golpe non ha funzionato ed ora, sostanzialmente persa la Turchia, anche tutta la fatica fatta con l’Ucraina risulterà sprecata. Il Turkish Stream[14], portando i tubi turkgaspipe-webfigdalla Russia alla Turchia europea via Mar Nero, potrebbe collegarsi al Trans Adriatic pipeline[15] portando l’energia dal confine turco di Ipsala, via Grecia, fino in Italia. Magari Renzi ne ha parlato con Putin nella sua recente visita a Mosca. La catena delle conseguenze potrebbe prevedere che gli ucraini perdano molto del loro fascino visto che non servono sostanzialmente più a niente (a meno non vengano prontamente cooptati nella NATO), i bulgari si arrabbieranno non poco visto che il South Stream doveva passare da loro e sono stati costretti da Bruxelles a rinunciare, si arrabbierà molto anche Angela che sognava di raddoppiare il North Stream visto che giù non si passava ed in questo gioco di arretramento a chiudere i bocchettoni che avanzano, fortissime pressioni potrebbero trasferirsi sull’ultima trincea: in Grecia ed Italia.

Nel mentre i più, immersi nel loro platonico mondo ideale, continuano a trattare le ruvide questioni geopolitiche con le categorie dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo ed altro, come se fossero degli “universali” con cui giudicare il mondo prima di capirlo, sembra proprio che Erdogan voglia metter in ordine la casa prima di aprirla festante per l’arrivo non più della eternamente promessa sposa occidentale ma della ben più interessante, ricca e seria, amante orientale. Ex Oriente lux.

= = =

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Shanghai_Cooperation_Organisation; http://www.sectsco.org/

[2] https://chinageopolitics.wordpress.com/2016/05/09/wang-yi-a-roma-il-ruolo-dellitalia-lungo-le-vie-della-seta-cinesi/

[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/01/fmi-listituto-internazionale-si-converte-e-condanna-il-neoliberismo/2786037/

[4] http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/07/26/brexit-crollo-di-zero-virgola-fmi-stati-spendete/?ref=HROBA-1

[5]http://www.limesonline.com/la-cina-la-campagna-antiterrorismo-nel-xinjiang-e-il-rischio-boomerang/76227

[6] http://www.limesonline.com/cartaceo/la-cina-e-lossimoro-turco?prv=true

[7]https://next.ft.com/content/80c6e51a-4ccf-11e6-88c5-db83e98a590a

[8] http://euweb.aiib.org/html/aboutus/introduction/Membership/?show=0

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan

[10] https://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/11/isis-obama-friends-iraq-kurds-islamic-state metto un link tra i tanti. Cercando su Google troverete molti articoli che speculano sulla possibile creazione di un nuovo stato curdo american-friendly.

[11]http://linkis.com/nena-news.it/ceUSz

[12] http://www.reuters.com/article/us-russia-turkey-idUSKCN1061GM

[13] http://www.ilgiornale.it/news/mondo/bomba-migranti-sulla-ue-larma-segreta-erdogan-1289123.html

[14] http://turkstream.info/project/

[15] http://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/Russia-Remains-Set-On-South-Stream-Pipeline-Project.html

 

Pubblicato in cina, geopolitica, globalizzazione, oriente | Contrassegnato , , , | 13 commenti

DUEL.

C’è solo una cosa peggiore del morire a grappoli, passeggiando sul lungomare una sera d’estate: non sapere il perché. Nei prossimi giorni saremo al solito inzuppati dal diluvio del commentario e la rabbia si dissiperà in smarrimento, impotenza, silenzio interno, interpretazioni sbagliate. Is-Isis è un progetto che: 1) doveva monopolizzare l’islamismo radicale; 2) doveva costruire uno stato islamico tra Iraq e Siria per ragioni geopolitiche d’area; 3) doveva combattere nelle due periferie dell’islam (Asia ed Africa) oltreché nel Maghreb per sostituire governi laici, filo-occidentali, militari con governi islamisti. Il primo obiettivo è ormai raggiunto, il secondo probabilmente non verrà raggiunto, il terzo diventa la nuova priorità. Il nemico principale dell’Isis nel quadrante africano è la Francia per ben note questioni di presenza post-coloniale (Nord-Africa, Ciad, Niger etc.), finalizzata a coltivare il longevo interesse nazionale per quell’area.

La Francia verrà costantemente inseguita dal misterioso camion omicida, alla cui guida c’è download2l’Arabia Saudita, ovvero il demiurgo dell’Is-Isis, fino a che non lascerà la presa sul terreno conteso. Onorare i morti di Nizza è dar loro sepoltura non gettando false, distratte ed inutili parole nella fossa, ma ragioni che tentino di dare un senso alla loro fine, oltre alle nostre private, umane lacrime.

= = =

[La nostra analisi che concludeva sulle responsabilità saudite relativamente all’Isis, analisi di quasi due anni fa, si trova -in due puntate- qui e qui. Quella più “politica” e “geopolitica” è la seconda]

Pubblicato in geopolitica, islam | Contrassegnato | Lascia un commento

DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (2/2)

La Prima parte di questo articolo (qui) ha argomentato su quella che sembra una potente transizione storica nella quale ci è toccato in sorte di vivere. Essendo all’inizio di una transizione in cui ad un mondo nuovo corrispondono ancora istituzioni umane e forme di pensiero provenienti dal periodo precedente, si palesano seri rischi adattivi.   

4. NUOVO PENSIERO: IL COMPLESSO.  In questi settanta anni, nel mondo dei pensieri, nasce anche un nuovo modo di pensare le cose, quella che chiamiamo “cultura complessa”. La sua doppia origine ha radici nel pensiero biologico che è la disciplina elettiva del concetto di complessità sin dai tempi del biologo-filosofo Aristotele ed in quello tecno-scientifico. La prima radice si chiamerà Teoria dei Sistemi e viene piantata da un austriaco poi migrato in Canada, Ludwig von Bertalanffy, la seconda radice si chiamerà Cibernetica e verrà coltivata da un fisico-matematico americano di origine tedesca, Norbert Wiener. La prima origine ha una tradizione lunga che retrocede nella cultura tedesca post e pre romantica ( da Hegel a Meinong, alla Gestalt, qualcosa addirittura in Nietzsche ma anche nella Scuola di Vienna), ma anche nell’architettonica kantiana e prima in Leibniz, nello logica di Duns Scoto e prima, per certe intuizioni non sviluppate, nello stesso Aristotele, previo passaggio in Plotino ed altro pensiero neo-platonico. Nella cultura francese ha radice in Bergson. Nella cultura anglosassone ha radici in Alexander, Bradley, Broad e poi in A. N. Whitehead e Randall. Nella cultura russa ha varie radici, tra cui la sophia di Soloviev, il geochimico Vernadskij, l’economista Kondratiev e molti altri. C’è anche una radice teologica nel gesuita francese Teilhard de Chardin che ha ispirato fortemente, la recente enciclica di papa Francesco “Laudato sì”.

La seconda è una miniera di intuizioni dinamiche che contagerà l’antropo-socio-psicologo Gregory Bateson ed un consesso di studiosi della mente (Maturana, Varela ed altri), primi teorici dell’informazione (Shannon, Weaver), epistemologi (von Foerster), matematico-informatici (il poliedrico ed inquietante von Neumann, colui che convinta la Marina militare degli Stati Uniti a dargli una vagonata di dollari, realizzerà materialmente ciò che Alan Turing aveva solo immaginato: il computer; ma anche il teorico, con O. Morgenstern, della Teoria dei giochi a cui tanto si riferiscono sia il pensiero economico che quello delle relazioni internazionali), neurofisiologi, psichiatri e psicologi e parecchi altri. In maniera meno nitida, vi sono altre significative anticipazioni di queste forme di pensiero che possono trovarsi in vari luoghi, tra cui una precisa tendenza del pensiero russo nei confronti dei sistemi dinamici (si veda la tectologia del marxista Bogdanov).

Dalla prima generazione dei sistemico-cibernetici diparte un sempre più vasto albero che ha incluso molti fisici (l’elenco è troppo lungo da riportare ma diciamo che si va dallo scopritore dei quark, Murray Gell-Man alla cosmologia quantistica di Lee Smolin, ai nostri Parisi e Rovelli), chimici (che assieme alla biologia è disciplina elettiva per lo sguardo complesso) tra cui spicca Ilya Prigogine, la maggioranza dei biologi che sono “sistemici” per definizione (Margulis ma l’elenco è ampio) così come gli ecologi (l’olista Lovelock e la sua Gaia ed il matematico-meteorologo E. N. Lorenz a cui si deve la nota metafora dell’effetto farfalla), gli scienziati della intelligenza artificiale (la “famigerata” Artificial Intelligence deriva l’origine proprio dalla cibernetica), gli psicologi da Piaget in poi, gli scienziati della mente (Edelman, Damasio, Luria) i sociologi dai funzionalisti sistemici a Niklas Luhmann, gli antropologi che con lo strutturalismo avevano impostato la griglia interpretativa sul concetto di –struttura– che è figlio del tic francese di rinominare i concetti non francesi che nel qual caso era il concetto di sistema nel Corso di Linguistica generale del francofono svizzero De Saussure, i paleontologi (Gould, Eldredge) gli archeologi, i linguisti, gli storici (elenco anche qui ampio ed in via di ampliamento dalla scuola sistemica di Wallerstein che eredita il lascito di Braudel, alla World history[1]) ed altri che saltiamo per necessità di contenimento non prima di aver segnalato la piena sensibilità e sintonia di molti matematici (problema dei tre corpi, frattali, teoria del caos e delle catastrofi, teoria delle reti, topologia, turbolenze) che addirittura hanno anticipato alcune forme di questo pensiero (Poincaré, scuola russa tra cui Ljapunov, Kolmogorov) e dei logici (ad esempio fuzzy logic, logica abduttiva, cigni neri e limiti dell’induzione  etc.).

Kandinsky-Studio-per-Composizione-II-1910

All’appello mancano due discipline che resistono per certi versi allo sviluppo per contagio delle idee, una è l’economia, l’altra è “stranamente” la filosofia. In filosofia, come sempre, il discorso sarebbe lungo e complicato, in breve si segnala il solo E. Morin che di origine è un sociologo, il quale occupa quasi in solitario, la posizione di “filosofo della complessità” con esisti senz’altro interessanti sebbene non così profondamente “filosofici” come la disciplina ha in uso nel sviluppare il proprio canone. La reticenza a questo specifico sviluppo del concetto di complessità, in filosofia, forse potrebbe esser spiegata col fatto che il concetto di complessità deposiziona un po’ l’intera tradizione di pensiero occidentale che non va intesa solo come “moderna” ma ha fondazioni decisive nel pensiero di Platone, nella interpretazione cristiano-medioevale di Aristotele ed in quella latino-neoplatonica del cristianesimo originario. La triade Uno – Semplice – Assoluto oltre ad un certo “fissismo” della tradizione non solo metafisica, è simmetricamente parallela e contraria a quella del Molteplice – Complesso –  Relativo  tendenzialmente “dinamico” che anima il nuovo paradigma complesso. Se “dinamico” era Eraclito e “relativo” era Protagora ben si nota come le radici siano alternative a gli sforzi fondativi del pensiero parmenideo-platonico mentre con Aristotele il problema è più complicato dipendendo certo dal residuo platonismo dello stagirita ma anche molto dalla interpretazione e ricezione medioevale del suo pensiero. Così, di una filosofia del Molteplice si rinvengono tracce molto incerte prima di arrivare a qualcosa di più chiaro (?) come si esprime in Deleuze, Simondon e parzialmente in altri francesi mentre di una filosofia della relazione e dei sistemi si potrebbe trovare porto in Kant ma non nei sensi in cui è di solito interpretato. Non a caso, Morin, rimane in fondo confinato nell’epistemologia (l’epistemologia della complessità è stata poi l’area più sviluppata, anche da altri) ovvero nella filosofia della scienza poiché la scienza, staccatasi dalla tradizione metafisica (anche se non del tutto) ed essendo una forma di pensiero relativamente più recente, ha meno vincoli nel suo a priori. E comunque anche qui, tra determinismo e riduzionismo, non tutto fila liscio visto il lungo dominio del paradigma platonico – newtoniano.

Kandinsky-Firenze-744x445

In economia, il discorso è più facile. Il pensiero economico originario in Smith e Marx poteva certo sviluppare una propria successiva stagione complessa (per Marx si veda Bogdanov) ma giunto giovane all’impatto col delirio positivista, sradicata la desinenza politica (da economia politica ad economics), sposata la matematizzazione galileiana a costo di ignorare fatti e fenomeni non matematizzabili, sposato il più rigido riduzionismo e determinismo che in forme così primitive ormai non si praticano più neanche nella più remota provincia dell’impresa scientifica, ignara della termodinamica nonché dell’indeterminazione quantistica ma anche della relatività spazio-temporale, ignorata bellamente la “scuola del sospetto” e tutto il successivo indebolimento del razionalismo neo-positivista, postulando la “scelta razionale” dell’individuo robinsoniano, contraendo il fenomeno sociale all’individualismo metodologico, ipostatizzato il sistema economico anglosassone come modello idealtipico in spregio ad ogni considerazione di buonsenso sulla relatività dei contesti spazio-temporali, sostenendo una ”negazione nevrotica” della relazione tra Stato e mercato, isolando il sistema economico dall’incarnato storico-sociale ma anche dalla realtà fisica e termodinamica in cui è oggettivamente immerso, ampiamente idealizzato il principio di autorganizzazione della “mano invisibile”, si è chiusa in un esercizio sacerdotale che salmodia le disposizioni necessarie a giustificare le prassi politico-economiche dominanti, trasformandosi in una teologia che, come ogni teologia, presuppone pure l’esclusività sul Sacro Gaal del pensare occidentale: la Verità (di sua natura Assoluta). Ha le sue sacche di resistenza, come la bioeconomia e l’economia evolutiva che sono figlie dell’albero del complesso, ma trattasi di riserve indiane, limitate ed assediate. Addirittura un suo canonico come Keynes, già mainstream nel dopoguerra, è diventato oggi eterodosso. Il guaio del pensiero economico è che è diventato la teologia del sistema reale con il quale organizziamo il mondo e così come il marxismo primo-novecentesco per l’URSS ed i partiti e movimenti comunisti in lotta politica in Occidente, quando il pensiero è direttamente connesso alle strutture del mondo reale ed ha responsabilità di ordinare o giustificare fatti concreti di grande importanza in cui si concentrano interessi duri, perde molto della sua libertà e diventa anelastico e dogmatico.

imagec5

5. I CONCETTI DEL COMPLESSO. Il sistema di pensiero del complesso, in breve, si fonda su una ontologia di parti plurali che tendono ad interrellarsi in sistemi e sistemi di sistemi. Un sistema non è mai completamente aperto altrimenti non avrebbe la sua stessa consistenza, non è mai del tutto chiuso come una monade leibniziana. Ogni ente è un sistema e ogni sistema è fatto di relazioni. Quindi l’essere è relazione. Questi sistemi hanno limiti spaziali e temporali (nascono e muoiono) e nella loro danza reciproca all’interno di un ambiente/contesto che al contempo li determina e ne è determinato, danno vita al divenire di ciò che è, cercando l’adattamento e con esso le condizioni di possibilità per continuare ad esistere, il più a lungo ed al meglio possibile, autorganizzandosi. Le interrelazioni tra parti dei sistemi e quelle tra sistemi, sono a corto e lungo raggio e producono effetti non lineari, fanno emergere nuove strutture non riducibili alle componenti che han dato loro vita (emergenza) e spesso sono retroflesse ovvero basate su feedback. I feedback sono a volte potenzianti anche in forme geometriche, a volte de-potenzianti e quindi stabilizzanti come nell’omeostasi. C’è molto poco di preciso e meccanico in questo “complesso” e l’intero non è riducibile alle sue singole parti. Il “complesso” si colloca oltre il determinismo e naturalmente il riduzionismo ma anche oltre l’olismo, ha l’ambizione di comprendere il suo funzionamento sia nelle sue parti che nel suo intero, sia del suo interno che del suo esterno. Non si accontenta  di notare che il Tutto è Uno, né s’illude che l’Uno sia Tutto.  Il sistema di pensiero del complesso, guarda con sospetto l’ipostatizzazione delle dicotomie[2], sa che in ciò che osserva più che “leggi” troverà tendenze, sa che nell’oggettivo c’è molto -ineliminabile- soggettivo, l’osservazione stessa modifica l’osservato. Tendenzialmente, il complesso sa che il pensiero è sotto determinato rispetto alla natura di ciò che ha in oggetto. Soprattutto, avendo in oggetto cose intere, ed a scalare verso l’alto l’intero di tutti gli interi, ricorre a tutti gli sguardi umani, tutte le discipline in cui è frantumato il nostro sguardo sul mondo. Nel mondo, le cose son tutte sincronicamente presenti e tutte assieme procedono nel cambiamento che dà la diacronia, cioè il tempo. Così, uno sguardo che non sia interdisciplinare e storico, non adegua l’intelletto alla cosa. Nel politico del complesso, non ci sono individui ciechi della loro natura sociale e non ci sono società cieche agli individui che le compongono, non c’è solo un dato popolo ed il suo Spirito ma anche gli altri che compongono l’avventura umana e l’avventura umana non è sospesa nell’universo liscio delle idee ma si muove nel mondo screpolato degli attriti naturali. L’Uno che è il sistema ed il Molteplice che lo compone e che lo accerchia, sono entità coimplicate nella stessa “cosa”[3].

1418717318_wassily-kandinskys-148th-birthday-5655681428357120-hp

6. LA REAZIONE ALLA CRISI ADATTIVA. Come si sarà capito, essendo proprio a gli inizi di una nuova era, concetti ed interpretazioni non si sono ancora stratificati e diffusi ed è quindi necessario premetterli anche se in assai poco complessa e forse difficilmente comprensibile sintesi. Le prime intuizioni sistematiche del concetto di complessità sono a cavallo tra XIX e XX secolo e le seconde più nitide, degli anni ’50-’60. Da allora, il pensiero complesso è cresciuto prima a cespuglio, poi a foresta. L’idea di Hegel del tempo appreso nel pensiero, suggerisce il fatto che ci siamo accorti che le cose sono complesse, proprio nel mentre queste si manifestavano tali, più che non in passato.

Quello che ci appare oggi è un mondo nuovo e complesso ed istituzioni strutturali e sovrastrutturali dell’era precedente, quindi un disallineamento che dà il senso di disadattamento. Il disadattamento prende forma di crisi, tutti i sistemi vanno in crisi, la crisi sembra ontologica e non periodica, non si vedono comprensioni in grado di analizzarla e prognosticarla. Al cambio di era infatti, la prima deficienza di pensiero che si nota è nel metodo come ebbe a sottolineare la volta scorsa Cartesio. Intuizioni complesse sembrano emergere qui e lì in varie discipline ma i vecchi paradigmi fanno resistenza tenace, per dirla alla Lakatos, il “nucleo” del programma di ricerca moderno, resiste al cambiamento e dopo aver sacrificato il contorno con le “ipotesi ausiliarie”, si irrigidisce sempre di più. La compiuta divisione del lavoro intellettuale che mima quella della fabbrica degli spilli di Adam Smith, esalta cieche specializzazioni sempre più decontestualizzate che non producono com-prensione. Soprattutto, al sistema divisionalizzato ed iperspecializzato del sapere umano, soggiogato all’imposizione della sua impossibile quantificazione ed “oggettiva” valutazione, finalizzato a produrre “valore” per il mondo degli scambi economici, sfugge per principio ciò che è l’intero, la sua critica transizione, il complesso movimento tra le parti ed i riaggiustamenti interni alla ricerca di nuovi equilibri, dettati dalle nuove condizioni di mondo. E’ certo che un pensiero “dipendente” dal mondo che sino a qui è stato (ma non è più) non ha la libertà di rincorrere il nuovo. Così la ricomparsa di grandi dogmatiche, rigidità, semplificazioni infantili, una certa inconcludente aggressività e rissosità (in cui i social network con i loro format sincopati e la mancanza di comunicazione di contesto, sono moltiplicatori di disordine epistemico) ed una vasta produzione di pensiero impalpabile e sempre più “formale”. Con il post-moderno, addirittura si è postulata la rinuncia alla comprensione globale e ci si è rifugiati nel naufragio nel frammento. Certo è che se uno dei nuclei del problema è il non poter più produrre valore economico incrementale nei modi e quantità di recente tradizione, non è un sistema di pensiero tarato sull’imperativo del produrre valore incrementale che aiuterà a risolvere il problema.

sky-blue-1940_1_

Così, invece che aprire una stagione di ripensamenti del nostro modo di stare al mondo, la foga accumulatoria che non sa più dove aspirare sostanze rifiutandosi almeno un minimo di ridistribuirle, una ricchezza dei pochissimi che sostituisce lavoratori, cioè futuri acquirenti, con robot,  diventa paradossale. Ciò che era il motore ordinatore del precedente sistema, ora diventa il suo primo disordinatore. Forse sfugge che il cosiddetto “neo-liberismo” che è il sistema di idee dominante il pensiero economico così egemone sul nostro odierno pensiero generale, è un pensiero disperato. Solo premettendo che le cose non vanno più tanto bene come prima si comprende questa estremizzazione di tutti i dettami della vecchia economia neo-classica che era già liberale per sua, ottocentesca costituzione. Il neo-liberismo sta al pensiero liberale come l’Inquisizione stava al precedente indiscusso dominio del pensiero religioso. Questi irrigidimenti e totalitarismi teorici, annunciano sempre la loro morte, la loro improvvisa e tardiva ortodossia, il loro rigore, è sempre l’annuncio del prossimo, definitivo, “rigor mortis”.

resize

Così, invece che concentrarci su i ripensamenti del nostro stare la mondo, includendo un nuovo atteggiamento convivente nel condominio planetario, si gonfia a dismisura la volontà di potenza statunitense. L’ultimo disperato paper di uno dei più “nuovi” think tank di Washington[4] che, visto l’accerchiamento di dissenso interno ormai maggioritario negli stessi Stati Uniti ha dovuto fondere neo-con repubblicani con neo-con/neo-lib democratici in un nuovo afflato unitario “bi-partisan”, titola su come “estendere” il potere americano sul mondo. Estendere? Come si può seriamente porre l’obiettivo di una sempre maggior estensione quando nei fatti si è dentro un movimento di contrazione? Chissà, forse anche nei think tank romani di fine impero, si cercava con le parole di rimuovere la realtà. Poi ci pensarono i barbari a far presente che era finita, per sempre.

L’intera impresa del pensiero a dominio scientifico, dandosi come “metodo” la quantificazione delle citazioni e la peer review, la ricerca a cui è chiesto in anticipo di sapere cosa scoprirà  prima di dargli credito finanziario, sono chiuse in circoli di continua auto-conferma. Sono cioè diventati sistemi che escludono l’innovazione di paradigma per principio, sono sistemi conservativi che riproducono il già noto come se fossimo in periodi di grande stabilità. La dittatura della certezza che impera nell’insegnamento a stile anglosassone che è poi quello dominante, esclude in via di principio il complesso, il critico, il non previsto.  L’inquietante progressiva espulsione degli studi umanistici e del pensiero filosofico e dello storico in particolare, dai corsi d’insegnamento, preannuncia l’inizio di una paurosa notte della ragione e dell’intelligenza. Sembra che per glorificare la società aperta, si debbano prima chiudere le menti.

Così, le pseudo-democrazie occidentali, diventano sempre più elitiste ed oligarchiche. Reclamano di dover avere “più potere per fare le cose” ma l’oggetto del mandato richiesto è sempre più contro-intuitivo: c’è crisi del lavoro? Lavorate di più e guadagnate di meno! C’è crisi nel welfare stante sempre più disoccupati, migranti, anziani di lungo corso e malferma salute? Tagliamo gli investimenti in welfare! C’è crisi di comprensione? Meno discussione e più azione! L’opinione pubblica media è sempre più aliena e confusa? Votiamo di meno e chiamiamo più tecnici, loro si che sanno cosa fare (?)! Secondo questa logica, l’adattamento è mantenere il sistema sacrificando le parti quando in natura sono le parti che usano i sistemi per adattarsi meglio. Se un sistema dà segni di mal-adattamento va cambiato il sistema, non le parti.

Insomma, Disordine chiama Ordine ma Ordine non sa più come pettinare il Disordine e strappa la capigliatura, più nodi incontra, più fa forza.  Più non sa più cosa fare per adattarsi al nuovo, più fa quello che ha sempre fatto ma con molta più decisione e progressiva disperazione. La mosca non sa come uscire dalla bottiglia e sbatte la testa sempre più forte contro l’invisibile parete di ciò che non comprende: il limite[5]. Quando una civiltà nata dall’Hybris incontra Limite, la civiltà nata da Hybris è morta.

tutti-i-santi-Kandinsky

7. DAL MODERNO AL COMPLESSO. Nel moderno, è cambiato l’atteggiamento tra Io e mondo L’Io ha preteso una certa sovranità su se stesso e sul mondo e la relazione si è invertita da passiva ad attiva. Il senso profondo del moderno, ciò che lo ha distinto dal medioevo, è stato primariamente questo senso “attivo”, un Io che ha rivendicato la sua propria proprietà, prima con l’umanesimo, poi col razionalismo, poi con l’illuminismo, con lo sviluppo di una sostenuta poietica che ha sviluppato tecnica prima e scienza poi al fine di emanciparsi dalla cieca dipendenza dalla natura, invertendo la relazione Io – Mondo da passiva ad attiva.  L’epoca del fare ha fondato, successivamente, il regolamento sociale centrato sull’economico e l’economico ha sancito nuove interpretazioni del principio di gerarchia, quelle interne alla singole società, quelle tra i diversi stati e civiltà. Il macchinismo non solo leonardesco anticipò la “rivoluzione industriosa” (Jean de Vries, 1994) del XVI-XVII secolo che anticipò quella industriale del XIX secolo. Economico, tecnica, scienza, atteggiamento pratico – pragmatico sono stati portati a paradigma dai popoli dominanti, gli anglosassoni, i quali hanno ulteriormente sviluppato la propria vis bellica, contro la natura e contro gli altri popoli, dando al senso attivo, il carattere della volontà di potenza: il dominio[6]. L’immagine di mondo pratico-pragmatica, coadiuvata da scienza e tecnica, ha ordinato l’agire  nel senso sia di avergli dato ordine, procedura e fini, sia di avergli imposto (ordinato) tempi e modi dell’ agire. Questo “modo”, il modo moderno, è oggetto di critica o di esaltazione, cioè di giudizio di adeguazione tra realtà e nostra immagine di mondo ma oggi si pone un problema di natura ben diversa. Si pone il problema del giudizio di possibilità, se cioè è possibile prorogare questo modo nel nuovo contesto che è il mondo di oggi e dell’immediato futuro. Tutte le possibili letture della realtà, se condotte onestamente, ci pare dicano di no. Non ci è chiesto cioè se “ci piace” o “non ci piace”, se lo si ritenga “giusto” o “ingiusto ma funzionale”, si pone il problema “è possibile?”. Ecco, non sembra più possibile.

thm_entwurf-3-zu-komposition-vii

L’era complessa, ci pone un senso ben diverso. Il senso profondo del complesso è l’ adatt-attivo, un senso che pone l’agire alla fine di un processo di precedente pensiero che ha un preciso fine. L’essere attivo non è ciecamente mosso solo dall’interno del nostro mondo dei bisogni ma cerca l’adatto perché fuori di noi, c’è Altro ed Altri, ogni azione provoca una reazione, treni di effetti non lineari si attivano ad ogni nostra perturbazione di ciò in cui noi stessi siamo immersi e dipendenti[7] ed in un sistema denso ogni nostra azione è potenzialmente una perturbazione. Dopo aver preso coscienza di sé ed aver coartato il mondo alla propria sovranità, l’Io dovrà imparare a riconoscere la relazione[8], la relazione tra sé e mondo, tra un sé e gli altri sé, le relazioni che lo compongono e quelle che compongono il mondo. L’atteggiamento di dominio, dovrà far posto a quello da con-dominio, la volontà di potenza dovrà far posto alla capacità di con-vivenza, più che “potere infinito” si dovrà “gestire entro i limiti”. L’agire dovrà quindi esser premesso dal pensiero, dalla strategia e dalla valutazione di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, dalla più ampia condivisione dei rischi e delle opportunità. Questo pensiero dovrà avere due caratteristiche principali. Così come non c’è un solo Io che agisce ciecamente dominato dalla sua volontà di potenza, non c’è un solo pensiero che può ordinare l’agire. L’Io, il mondo, la loro relazione, vanno com-prese dal pensiero ed il pensiero dovrà sforzarsi di superare i propri limiti che lo fanno tendere alla semplificazione.

Questo pensiero va comunicato e contrattato con quello degli altri Io in una “democrazia dei pensanti”. L’adattamento al mondo e quello tra gli Io tanto individuali che sociali che culturali e politici, presuppone questa azione prima pensata e contrattata altrimenti non ci sarà alcuna con-vivenza e se non ci sarà con-vivenza ci sarà il fallimento dell’adattamento e la doppia, tremenda, sanzione prima socio-storica, poi naturale: guerre civili e  guerra tra popoli prima, estinzioni di massa[9], poi.

Sottolineiamo di nuovo che questa indicazione non sembra provenire da un unilaterale preferenza etica o politica o antropologica, sembra provenire da una lettura realistica delle condizioni di ciò a cui dobbiamo adattarci: un mondo finito che ospita prossimi 10 miliardi di individui, cresciuti tanto in brevissimo tempo dentro un contenitore finito, che ragionano ancora come se intorno a loro non ci fossero limiti, limiti dati da Altri e da Altro. In questo contesto, il contesto in cui ci avviamo volenti o nolenti ad essere assieme in un unico sistema macroscopico, la competizione diventa un disvalore, la cooperazione diventa l’unica via per tenere assieme, mediando, gli interessi di tutte le parti e dell’intero.

wassily-kandinsky-05721

8. IL COMPLESSO NEL POLITICO Adattarsi ad un nuovo “fuori di noi” e tra i tanti e diversi “noi” esterni ed interni, implica necessariamente una riformulazione profonda del nostro stesso “dentro di noi”, quello sociale e collettivo tanto quanto quello individuale. L’Occidente dovrà prender coscienza della sua diversità interna, l’Europa continentale ha natura, materiale ed immateriale, essenzialmente diversa dalla tradizione anglosassone. Gli occidenti dovranno separarsi perché diverso è il loro destino, le loro opportunità, la loro posizione geo-storica[10]. Gli Stati Uniti d’America sembrano esser i primi a non volersi o potersi render conto della mutazione del mondo. Ogni sistema dominante il cui tempo stava per finire ha sempre mostrato questa incapacità adattiva perché tutta la sua struttura istituzionale e mentale, lo spinge ad essere sempre e solo in quella maniera. L’Europa continentale, dovrà prender coscienza anche della sua irriducibile molteplicità interna e trovare nuove vie tra l’inconcludente idealismo dell’unità irrealizzabile e se forzata, distopica e l’insostenibilità della sua eccessiva frammentazione stato-nazionale figlia di una storia ampiamente terminata come condizione di possibilità.

I vecchi popoli europei, i mediterranei più di altri[11], riconoscendosi in un unico sistema che ha più coerenza interna di quanto non abbia col suo esterno (coerenza data dalla geo-storia) e riconoscendo la necessità di superare la piccola dimensione dello Stato-nazione di taglia europea per meglio contrattare l’adattamento dei nuovi sistemi alla condizione planetaria condivisa, dovrebbero porsi in atteggiamento di dialogo con gli altri popoli e la propria condizione naturale. Dovranno, forse prima di altri, superare l’ordine economico e tornare all’unico ordine che fonda la molteplicità, la relatività, la complessità sociale e permette di sviluppare adattamento condiviso: il politico. La prima e più fondamentale battaglia di chi vuole gestire e non subire la transizione dovrebbe essere la ri-politicizzazione della società.

L’essenza di questo politico in cui i Molti dovranno registrare il proprio agire ai criteri di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, vicendevolmente, non potrà altro essere che il democratico, minimizzando il rappresentativo in funzione del diretto[12]. Solo comunità informate ed ordinate sulla necessità di relazioni intelligenti, potranno sviluppare adattamento e sottomettere la volontà di dominio individuale alla più opportuna capacità di convivenza collettiva nel condominio planetario[13]. Di nuovo si segnala, che il democratico diretto non è tanto una nostra preferenza ideologica. Far circolare tutta l’informazione possibile tra tutte le parti, combattendo strenuamente tutte le asimmetrie informative e di potenza che sono quelle che creano le differenze Pochi vs Molti si rende necessario affinché tutte le parti introiettino quel mondo rispetto al quale debbono decidere il modo di abitarlo. Prima di domandarci contro chi e cosa siamo, dovremo domandarci cosa vorremmo e prima ancora cosa sia possibile. Prima che prevalga lo scoramento da impossibilità si comprenda la metrica del tempo storico, stiamo qui parlando dei prossimi decenni non di domattina, sebbene ciò che poi sarà nei prossimi decenni, inizia domattina.

L’attivo del moderno non basta più, deve esser intenzionato dall’adattivo del complesso e questa intenzione, prima di dar forma a nuove istituzioni materiali ed immateriali, dovrà esser quanto più introiettato dagli individui che formano i sistemi. A questo serve il politico, il democratico diretto, a scambiare informazioni, conoscenze, valutazioni e prospettive in seconda e terza persona, ad equalizzare le intenzionalità individuali o dei piccoli gruppi, in una intenzionalità media del “noi”[14] temperata dai limiti posti da Altro e Altri.

wassily-kandinsky-con-e-contro-ca-1929

9. TRANSIZIONI DI FASE. Insomma, il mondo è cambiato profondamente e sono necessarie nuove e più adatte istituzioni umane e nuovo e più adatto pensiero per interpretare il mondo e progettare il nostro adattamento ad esso. Nel mentre cerchiamo di sviluppare questo difficile riallineamento, è importante l’atteggiamento.

L’atteggiamento è la precondizione perché questo processo si diffonda e fertilizzi la partecipazione attiva allo sforzo senza il quale la transizione rischia di non andare in porto. I sistemi intellettuali in fase di declino, in genere, accanto a gli irrigidimenti ostinati producono una temperie scettica, necessaria a sviluppare la coscienza critica su ciò dal quale dobbiamo ritirare la credenza per cominciar a far posto a nuove credenze basate su nuovi sistemi. E’ quindi un buon segnale, trovare esercizi di scetticismo diffuso, un atteggiamento di “ripensarla daccapo” senza il quale non usciamo dal vecchio e non c’incamminiamo verso il nuovo. L’esercizio è consigliato a tutti, quelli che hanno dominato e quelli che hanno subito il dominio. Lo stesso fatto che hanno continuato a subire il dominio dovrebbe consigliare loro una profonda revisione dei propri quadri analitici e delle prognosi fatte. In onore al testamento ideale del precursore del pensiero critico-alternativo Karl Marx, occorre tirare un riga di totale e dirci che il mondo non lo abbiamo cambiato e quindi forse l’interpretazione non era giusta e se pure era giusta sul piano astratto non aveva contenuti pratici utili al cambiamento attivo reale. Non è concedendo qualche blanda riforma sulle ipotesi ausiliarie che compiremo questa operazione, è il nucleo che ve messo nel braciere del fuoco critico.

OvaleRosso

Ragionando dell’intero, assumendo la civilizzazione occidentale come “nostra” sia che la si abiti nel comodo vertice delle élite, sia che si abiti negli stentati bassifondi della necessitata lotta per la sopravvivenza, la dimensione del cambiamento di mondo che abbiamo tratteggiato non implica solo l’uscita dal moderno, che già di per sé non sarà cosa semplice, ma forse addirittura una rimessa in profonda discussione delle radici del nostro pensiero, le radici greche. I filosofi, poiché è da loro che dipende la custodia dei fondamentali del sistema del pensiero, dovrebbero forse tornare all’Accademia ed al Liceo o nel loro intorno e precedente pre-socratico, e capire se c’è qualche biforcazione[15] nella quale si è presa la strada che dobbiamo cambiare. Noi crediamo che questa biforcazione ci sia stata, in due casi almeno. Il primo fu il rifiuto parmenideo del Molteplice diveniente, rifiuto poi riconfermato e sistematizzato da Platone, il secondo fu il rifiuto platonico dell’essenza relativa di ogni essere. Pensiero classico, greco e romano, medioevale e moderno, non hanno mai provato phileîn, cioè amore, per la democrazia. Il disprezzo per i sofisti che furono il pensiero e lo sviluppo di quelle che oggi chiamiamo “pratiche discorsive” al servizio del dialogo su cui si fondò l’imperfetto tentativo democratico ateniese (e non solo), dice di quanto l’aristocrazia del pensiero detesti la democrazia. La democrazia è un sistema politico sostanzialmente impensato, sino ad oggi. Noi non siamo mai stati “democratici” se non in qualche sbuffo di storia presto coartato dalla più realistica ferrea logica del dominio dei Pochi[16]. Tutti i primi ottomila anni di storia delle umane società complesse, mostrano il dominio di questa logica per la quale nei grandi aggregati umani, a differenza di quanto avveniva nei piccoli, s’impone il dominio dei Pochi. E questi Pochi sono stati maschi, anziani, militari, religiosi, intellettuali, politici, una etnia sull’altra, tutti sistemi che non si sono necessariamente basati sul possesso dei mezzi di produzione per imporsi inizialmente come élite. L’invariante di questi primi ottomila anni di società complesse è proprio la gerarchia fissa. Per esser adattivi nel complesso, si dovrebbe aprire un’era il cui fine di orientamento politico è la costante riduzione di gerarchia fissa[17] in favore di quella variabile.

Coloro che frettolosamente vogliono trarre da questa millenaria invarianza un senso di “legge ferrea” calmino subito la loro patologica ansia alla certezza, non c’è alcuna legge, non c’è ferro nella cose umane (<0,05% della massa umana). Ottomila anni possono sembra tanti a chi ha inventato un dio che s’è fatto vivo duemila anni fa ma la nostra specie di anni ne ha tre milioni e passa. Tra ottantamila o ottocentomila anni, quando i discendenti leggeranno le false certezze dei pensatori ansiosi che, nelle cose umane, hanno postulato leggi di qui e di là, avranno un sorriso di tenera compassione per i limiti mentali dei lontani antenati, come noi lo abbiamo verso i nostri. Forse è questa l’unica legge da tenere a mente.

= 0 =

10. A CHIUDERE. L’essenza del complesso è una molteplicità di parti tra loro in interrelazione in cui la gerarchia è molto plastica, vaga, sempre in riformulazione e diffusa, dipendente dalle necessità adattive. Parti ed interrelazioni che creano una dinamica, dinamica che pone poi ogni sistema in essere/divenire in relazione adattiva con ciò che gli sta intorno. Dovremmo forse tornare ai nostri antichi bivi e vedere che strada si dipana prendendo la via che gli antichi scartarono. Ripensarla daccapo significa tornare all’origine e, modificando le antiche scelte, vedere che nuova storia si apre, sottrarsi alla dipendenza dal percorso dandoci un nuovo percorso, quindi una indipendenza da ciò che fino ad oggi è stato. Tale indipendenza sembra necessaria per quel salto di mentalità che precede ed accompagna l’innovazione istituzionale, politica, economica, geopolitica dei nostri modi di abitare il mondo,  senza il quale il fallimento adattivo è rischio con molte, troppe, probabilità. Il tempo è poco.

(Fine seconda ed ultima parte, qui la prima parte)

= 0 =

[1] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/01/26/una-nuova-eta-assiale-storia-e-complessita/

[2] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/10/28/logica-della-conoscenza-complessa-12/

[3] Se l’individualismo è sez’altro fondamento del liberalismo e l’organicismo lo è nella visione politica che da Platone arriva a vari tipo di comunitarismo, la concezione politica dell’Uno-Molteplice risale, in parte, ad Aristotele che tendeva a coimplicare le due istanze, poiché questa è in definitiva ed al di là degli estremi in cui si balocca il pensiero astratto, la natura umana, né solo sociale, né solo individuale.

[4] http://www.cnas.org/sites/default/files/publications-pdf/CNASReport-EAP-FINAL.pdf

[5] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[6] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/29/la-vita-nasty-short-and-british/

[7] Il passaggio evolutivo più importate tra i precedenti della nostra storia, fu quando la raggiunta maggior dimensione dei gruppi umani, impedì un libero nomadismo ed impose una progressiva stanzialità dalla quale emerse il modo agricolo e successivamente le società gerarchiche e complesse. Così come passammo dalla spensierata caccia e raccolta alla più ragionata agricoltura con esternalizzazione bellica delle contraddizioni, oggi sembra necessario superare questa spensierata esternalizzazione, l’introiezione dei problemi adattivi, la condivisione e contrattazione della soluzioni, la convivenza ed una serie di ragionate auto-limitazioni previa ampia redistribuzione di oneri ed onori. La chiamerei “società corta”. La “società aperta” (Popper) è un concetto impreciso e tautologico, come già detto tutti i sistemi sono né completamente chiusi, né completamente aperti, per definizione. Il problema oggi è restringere la piramidalità delle opportunità, delle conoscenze, della partecipazione, accorciare la scala sociale, compattarsi, unirsi, condividersi.

[8] https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/02/18/essere-una-relazione/

[9] Riflessioni sul crollo delle civilizzazioni in una recensione ad un libro dell’archeologo E. H. Cline: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/01/12/complessita-e-crollo-delle-civilizzazioni/

[10] Sulla divergenza degli interessi tra l’Occidente americano e quello europeo: https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/10/29/geopolitica-dei-trattati-di-libero-asservimento/ e sulla strategia americana nei confronti dell’Europa: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/11/29/pivot-to-europe-il-piano-che-non-ce-ma-si-vede/

[11] Sulle nuove forme politiche che può darsi l’Europa  https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/07/24/tra-leuropa-impossibile-e-la-nazione-impotente-ridefinire-il-progetto-per-i-tempi-a-venire/

[12] Una articolata riflessione su i rapporti tra Tempo e Politica, in particolare per quanto attiene al modo democratico: http://www.sinistrainrete.info/teoria/7173-pierluigi-fagan-tempo-e-politica.html

[13] Riflessione su un’etica del limite che sia adattiva https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[14] Sull’intenzionalità del noi: https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/06/16/coopero-quindi-sono-racensione-del-libro-di-m-tomasello-unicamente-umani/

[15] Si torni al topos delle due vie che la Dea mostra nel poema Sulla Natura di Parmenide ed alla critica che ne fece Gorgia. Se è discorso che crea la nostra idea di realtà, questo discorso può e deve esser contratto tra tutti, da cui la “democrazia dei pensanti”.

[16] La parte finale del “Sulla rivoluzione” di Hanna Arendt, Einaudi, 2006-2009, il sesto ed ultimo capitolo, ha titolo “La tradizione rivoluzionaria e il suo tesoro perduto”. Questo “tesoro perduto” è la collezione dei casi di democrazia spontanea ed auto – organizzata (le comuni, i consigli, le assemblee di comunità, i soviet) che sono state le prime forme politiche che il movimento del cambiamento si è sempre, spontaneamente dato. Proprio perché spontaneo ma soprattutto perché contrario di principio alla “ferrea” legge dei Pochi su i Molti, questo naturale principio democratico è stato sistematicamente, successivamente cancellato. Forse la teoria politica, dovrebbe vedere meglio cosa è possibile fare per non farlo cancellare, proteggerlo e dargli condizioni di possibilità per lo sviluppo. Le forze sociali, politiche, intellettuali del cambiamento, dovrebbero forse abbandonare i loro dogmi eterogenei ed inconcludenti e dire cosa non gli va della democrazia reale. Se non ci sono obiezioni, allora si cominci a lavorare sullo sviluppo di idee e sistemi che sono stati da lungo tempo orfani di pensiero e volontà pratica. Cambiare, a volte, non è produrre cose che prima non c’erano, novità assolute, ma rimuovere gli ostacoli che non hanno permesso condizioni di possibilità per l’affermazione di cose che già si producevano.  L’uomo che domina il mondo è un di cui dei mammiferi ma i mammiferi si son potuti esprimere solo dopo che un evento accidentale ha tolto di mezzo i grandi sauri. Per portare in atto ciò che è solo in potenza, s’impongono sottrazioni, rimozioni, riformulazioni.

[17] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/03/13/dell-origine-della-disuguaglianza-come-che-nati-liberi-finimmo-in-catene-1/

 

Pubblicato in complessità, democrazia, economia, europa, filosofia, modernità, mondo, occidente, teoria dei sistemi | Contrassegnato , , , , , | 6 commenti

DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (1/2)

La presente riflessione, non breve perché l’argomento non lo consente, raccoglie un percorso di pensiero che ho sviluppato da tempo in vari articoli che gli interessati troveranno  riportati nelle note. Riepiloga ed argomenta intorno alla tesi che noi si sia entrati una nuova era, l’era della complessità. Entriamo in questa nuova condizione del mondo, con istituzioni, credenze ed immagini di mondo, ereditate da una lunga storia che va indietro anche oltre la modernità, una storia che aveva caratteristiche del tutto diverse. Ne consegue il concreto rischio di dis-adattamento.

L’epoca in cui siamo capitati (Heidegger avrebbe detto “siamo stati gettati”) la definiamo “complessa”. Questa complessità ne è il concetto, come moderno è stato il concetto di quella che sta finendo. L’era della complessità subentra al moderno e termina anche quella lunga incertezza definitoria che è ricorsa all’utilizzo dei “post-qualcosa” per segnare la fine del moderno ma non ancora la nascita di qualcos’altro.

Vorremmo argomentare su tre punti: 1) perché definiamo la nostra, addirittura una “nuova era” e perché la definiamo complessa; 2) che cosa intendiamo per complessità; 3) cosa differenzia il complesso dal moderno e cosa ci indica, sul piano del cambiamento adattivo, questa differenza. I primi due punti si co-implicano e quindi l’argomentazione verrà svolta in un’unica soluzione prima di argomentare sul terzo

81FYftk7Q-L._SL1200_

1) UNA NUOVA ERA? Da tempo è in questione, presso i geologi e da loro alla comunità scientifica in senso più ampio, se definire la nostra era in maniera nuova rispetto alla precedente. L’ipotesi in discussione è sul termine “antropocene”, l’era antropica ovvero l’era in cui non è più e solo la Natura a determinare il suo stesso stato e divenire ma la relazione tra questa è l’umano. L’umano ha, per quantità e qualità di impatto delle sue azioni, raggiunto un ruolo perturbativo del naturale tale da co-determinarlo (la Natura determina l’uomo che determina la Natura). Questo sul piano della Natura (geologia), ma anche sul piano dell’ Uomo (storia) si contano diverse novità. Da tempo, si notano dei sinistri scricchiolii in una serie di istituzioni umane che hanno segnato e fondato l’epoca moderna in Occidente: il sistema detto capitalismo tanto nelle sue forme economiche che politiche (dette “democrazie di mercato”), il tramonto dell’occidental-centrismo, l’infelicità occidentale che subentra ad una lunga stagione di hybris, un ritorno di presenza delle religioni, la degenerazione delle élite, il ricorso ansioso ai criteri di verità tecno-scientifica, la paura ed il senso diffuso di rischio, il disordine, l’occlusione dell’orizzonte detto “futuro” e l’evaporazione del concetto di progresso, l’invecchiamento demografico, lo smarrimento valoriale, il degrado quasi totale del politico. Gli intellettuali, sono necessariamente compresi in questo movimento apparentemente degenerativo e si fa fatica ad aprire anche una sola mano ed a porre su ogni dito contante un pensatore di riferimento, una mente lucida in grado di narrare il presente ed indicare il futuro, chiarificandolo. Il nostro “tempo appreso nel pensiero” sembra trovare a fatica pensanti in grado di apprenderlo (prenderlo assieme cum-prehendo) e mancando la lucida interpretazione, manca la possibile predizione. Sembra quindi che i tempi siano difficili, da vivere come da comprendere e forse l’una difficoltà è in funzione dell’altra.  Questo parziali elenco di crisi e novità, avanza il dubbio noi si sia finiti in un transizione storica, ma da cosa a cosa?

2. LA STORIA E IL TEMPO In genere, in settanta anni, cambia poco nelle strutture e sovrastrutture umane. Cambia poco perché strutture e sovrastrutture umane sono enti complessi, dotati cioè di molte parti e molte interrelazioni, per cui il movimento interno, che è costante, diventa decisivo e radicale (transizione di fase) solo dopo un tempo necessariamente lungo. Ne fece perno del suo metodo lo storico Fernand Braudel a cui spesso ci riferiamo nei nostri scritti[i], il quale osservò che la storia dei fatti (evenemenziale) è una cronaca  interessante ma non decisiva per comprendere il movimento essenziale che ha tempi di lunga durata[ii]. Capita ancora oggi di leggere del capitalismo o dello Stato-nazione europeo o del moderno, riferendosi implicitamente al teatro storico del XIX secolo quando tutti e tre i fenomeni, nel consenso di molti studiosi, mostrano la loro origine nel XV e XVI secolo. Certo la loro fenomenologia in quel del XIX secolo è stata esplosiva e molto significativa ma senza una comprensione profonda della loro origine, difficile capirne l’essenza e se non si capisce quale ne sia l’essenza, difficile farne una diagnosi ed una prognosi.

Se settanta anni son quindi pochi per leggere i movimenti profondi della geologia storica, la lettura dei nostri ultimi ci mostra comunque qualcosa di molto rilevante: il mondo è incorso in una trasformazione profonda più veloce della capacità dei sistemi umani sovrastrutturali (culture) e strutturali (istituzioni sociali, politiche, economiche) di registrarla. Quando si capita, come ipotizziamo si sia capitati, in una transizione storica in cui i cambiamenti di stato sono sia estesi che intensi, vasti e profondi, in cui lentamente e contraddittoriamente si sovrappongono stati di cose vecchi e nuovi,  è normale che tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane ci sia disallineamento. E se c’è questo disallineamento tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane, viepiù c’è tra entrambi e mondo del pensiero. I tempi portano cambiamenti che facciamo fatica a registrare, che abbiamo difficoltà a comprendere, a cui facciamo fatica ad adattarci. In un mondo molto più semplice, quello che transitò dal medioevo al moderno, furono necessari secoli per riallineare i tre tempi-modi, quello del mondo, quello della sua interpretazione istituzionale e di quella culturale. Tra la fine della monarchia assoluta inglese e quella russa corsero più di due secoli, tra i soprassalti dell’Inquisizione e l’annuncio che Dio era morto più di tre, tra Galileo e la dittatura neopositivista della cultura tecno-scientifica americana quasi quattro, tra l’intensificazione dei commerci mondiali dei beni voluttuari delle élite cittadine alla globalizzazione della produzione e consumo di massa planetario, cinque. Tra l’inizio della fine del medioevo e l’inizio dell’era complessa, sei, cioè sei secoli è la durata del moderno in senso esteso ma molto di questo tempo, è servito per diluire la coda del periodo precedente e consentire l’affermazione del nuovo modo con lenta progressione. Questa transizione lunga avvenne in un sistema meno ampio e denso di quello in cui oggi ci troviamo e sopratutto, beneficiò della possibilità di esternalizzare le contraddizioni. Tale transizione lenta, infatti, riguardò l’Occidente mentre quella attuale riguarda il Mondo.  Data quindi l’estensione, la densità e la mancanza di un esterno in cui scaricare le contraddizioni del sistema in transizione di fase, quella attuale, sarà probabilmente più brusca e caotica.

bQCmcvw

3. LA NUOVA ERA SI PRESENTA COME CRISI DELLA VECCHIA. Ma cosa è successo in questi sessanta anni? La popolazione mondiale è cresciuta da 2,5 a 7,5 miliardi di persone. Se il nostro oggetto di comprensione è il mondo umano, materialisticamente (e col termine s’intende la semplice consistenza fisica di un oggetto osservato), è assai rilevante che l’oggetto abbia triplicato le sue dimensioni ed in così poco tempo. Mai nella storia umana, l’umanità si è triplicata in settanta anni e partendo poi già da una dimensione mai prima raggiunta[iii]. Se poi prendiamo gli inizi del XX secolo e il traguardo del 2050 (o forse prima), avremo un salto volumetrico da 1.500 a 10.000 milioni di individui, in un solo secolo e mezzo. In questi settanta anni, gli Stati-nazione sono quadruplicati da circa 50 a poco più di 200, movimento che sembra voler continuare. La grande varietà di popoli, culture, lingue, religioni, modi di vita, ha preso ad interconnettersi alla velocità con cui prende ad arborizzarsi  il cervello infantile nei primissimi mesi di vita. Quando aumentano in poco tempo sia la varietà (le parti) che le relazioni tra le parti (le interrelazioni), si ha una inflazione di complessità. I sistemi strutturali, gli Stati, i sistemi economici e finanziari, le reti di comunicazione e trasporto (merci e persone), quindi gli scambi materiali e i sistemi sovrastrutturali, le culture, le visioni del mondo, i paradigmi, le logiche, le idee e le credenze quindi gli scambi immateriali, hanno tessuto velocemente un sistema nuovo, un sistema molto più complesso che non abbiamo  ancora pienamente registrato come fatto compiuto. Globalizzazione e migrazioni sono certo fenomeni tessitori importanti ma questa spinta al crearsi di interconnessioni e dipendenze ha una natura più complessa e dipende, in gran parte, dalla semplice densificazione del pianeta.

Nel qualitativo, l’Occidente che è stato il sistema guida del moderno, si è trovato in poco tempo (anche se un po’ più ampio che non i settanta anni) dal pesare il 30% circa del mondo umano a poco più del 10%. L’Europa che inizio secolo scorso era la maggioranza di quel “occidentale” tende a diventare minoranza in favore del mondo anglosassone ed invecchia a ritmi sostenuti deformando le tradizionali piramidi demografiche  che nel lungo tempo, molto svasate alla base e corte in altezza, si sono prima allungate e ristrette ed ora quasi invertite visto che si vive sempre di più e si fanno meno figli. Il modo occidentale di stare la mondo, spesso detto “capitalismo” ma più precisamente definibile come sistema sociale ordinato dalle attività economiche[iv], è diventato il principale standard planetario. Parallelamente, la potenza dominante il sistema, gli Stati Uniti, subentrata a gli inglesi nei sessanta anni che vanno dal 1870 al 1930, preoccupata da questa espansione del mondo non occidentale, preoccupata dal fatto che allargandosi il mondo si diluiva il suo controllo e posizione, introduce il fiat-money (Nixon 1971) per trasferire il controllo del sistema economico dalla produzione e scambio alla banco-finanza, riservandosi del modo tradizionale di produzione e scambio, più che altro le punte tecno-scientifiche che coltiva anche in funzione del necessario primato militare. Il Nasdaq apre, appunto, nel 1971 ed Internet discende da una rete militare (Arpanet). In seguito, ha condensato un set di disposizioni economiche che hanno dato al sistema economico mondiale, le forme a lei gradite per mantenere una posizione di sostanziale controllo.  Se la cosiddetta rivoluzione industriale è stata un movimento prodotto dai britannici più come somma di molti atti non intenzionati da un soggetto centrale, la rivoluzione finanziario-digitale è stata invece promossa intenzionalmente per cercare di garantirsi il doppio obiettivo di dar ulterior sviluppo ad un sistema che andava a ristagnare o quantomeno a frenare bruscamente il suo impeto accrescitivo, mantenendo la leadership assoluta del sistema stesso. La cosiddetta “finanziarizzazione” non è stata quindi un mutamento endogeno dell’acefalo sistema economico che chiamiamo “capitalismo” ma, in accordo con la visione Braudel – Arrighi, un movimento intenzionale guidato dal “contenitore di potere” che ospita il quartier generale del sistema “capitalistico” della nostra fase storica: gli Stati Uniti d’America[v].

CAM00245

Nel politico, l’Occidente ha visto una sempre più pronunciata subordinazione dell’Europa continentale al sistema anglosassone. La guerra mondiale svolta nella prima parte del XX secolo in due puntate per complessivi circa 86 milioni di morti e radicale distruzione materiale, terminava in Europa, una lunga era cominciata con la Guerra del Peloponneso, quella della guerra interna al sub-continente più complesso (complice la sua peculiare geografia) dell’intero pianeta. Quel modo era giunto alla sua impossibilità ma cosa quindi fargli succedere per darsi un ordine, ancora ce lo domandiamo rimbalzando tra idealismi sfocati (Stati Uniti d’Europa), pragmatismi elitisti (il sistema euro, la Commissione EU) e il sempre confortante “come si stava bene una volta” (il ritorno allo Stato-nazione). Facendosi viepiù difficili le cose per il sistema occidentale non più materialmente in grado di dominare e subordinare il pianeta con imperi (formali ed informali) e colonie, nei settanta anni, si è passati da pseudo-democrazie comunque redistributive e relativamente equilibrate a pseudo-democrazie tendenzialmente oligarchiche con sfumature tecno-tiranniche. Movimento questo che si riflette non solo all’interno dei sistemi politici occidentali ma anche nel modo con cui l’Occidente a guida americana, si atteggia col mondo esteso. Mal si comprende questa degenerazione se non la s’inquadra dentro l’altra contrazione, quella della lenta perdita progressiva di potere e controllo occidentale sul mondo.

Nel culturale, la tecno-scienza che ha sin dall’inizio accompagnato lo sviluppo di questo modo moderno, ha raggiunto capacità tali da segnare ad un certo punto, l’inversione della posizione umana rispetto alla natura, da subordinata a subordinante. Questo punto ha avuto la sua rivelazione con il doppio sganciamento delle bombe atomiche sul Giappone, è stato quello il “segno spaventoso” che  ci ha confermato la raggiunta capacità demiurgica del poter manipolare la materia nei suoi costituenti fondamentali. Di questa nuova potente ed inquietante capacità si son poi dati, in sequenza, altri avvisi:  la questione ambientale si pone infatti dagli anni’60, quindi nasce l’ecologia moderna, poi si pongono le questioni delle risorse ai primi anni ‘70, poi compare l’inquinamento ed infine si registra il cambiamento climatico. Quindi i geologi si domandano dell’opportunità di definire l’era “antropocene” e poco prima, il filosofo Hans Jonas propone di porre a paradigma delle nostre immagini di mondo il “principio responsabilità” perché se Prometeo è arrivato finalmente al compimento del suo sogno di dominio, sarà anche il caso cominci a domandarsi cosa farci di questo dominio e prenderne più giudiziosa responsabilità.

images34

Sul piano dell’ordinatore, il sistema economico come ordinatore delle entità sociali, mentre la retorica ufficiale celebra i fasti di un’umanità creativa, innovatrice ed audace, tutta intenta a far fiorire cose dagli algoritmi (vecchio vizio occidentale del delirio neoplatonico di processione dall’Idea alla Cosa), in realtà la vera innovazione sia ideativa che produttiva finalizzata alla alimentazione dei cicli di “creazione – distruzione” del modo economico, sembra esser giunta ad un periodo di senile sterilità. Certo che vapore ed elettricità non sono stati rimpiazzati da Google ed Apple, il solo pensarlo denota menti rapite dal bisogno di confortarsi applicando lo schema dell’analogia con le pere e le mele, con cose cioè che non sono affatto analoghe in essenza. Di fatto, negli ultimi venticinque anni, l’Occidente ha perso 14 punti percentuali di peso nella composizione del Pil globale, la svolta finanziaria ha moltiplicato la ricchezza dei già ricchi, fuori di questa élite i consumi si sono contratti e questo, oltre alla penetrazione di merci di altri sistemi geo-economici, ha deperito la produzione occidentale e contratto l’occupazione ed i salari. Per sostenere i sistemi nazionali, dato che il sistema economico è entrato in questa spirale contrattiva, si è ricorso al debito ma, fallendo sistematicamente il rilancio, il debito si è solo accumulato entrando in un aspirale accrescitiva dovuta a gli interessi così dal finire di diventare oltretutto inutile, se non come ulteriore alimentazione della accumulazione finanziaria. L’invocazione testarda e penosa alla “crescita” è diventata una religione del cargo.

Essendo allora oggi in grado di manipolare i costituenti primi della materia, atomi e molecole, si aprono serie di domande su chi crea, cosa e perché, inclusa l’automanipolazione della vita e dell’umano. Questo massimo raggiungimento poietico, coincide con il punto minimo di sviluppo dell’autoriflessione etico-morale. Georg Simmel argomentava che “L’oggetto della scienza della natura è ciò che accade, l’oggetto dell’etica è ciò che deve accadere” ma noi ci troviamo nell’inversione per la quale la scienza della natura è alla sua massima potenza di possibilità e non si limita più a comprendere il mondo ma a crearlo sotto dettato di un groviglio di necessità e bisogni i cui unici indicatori sono gli indici di borsa, su i quali nessuno esercita più il senso di responsabilità, la riflessione meditata sul dover essere. L’idea di governare la transizione di un mondo complesso sempre più denso e chiuso nei suoi limiti oggettivi, con le indicazioni che provengono dal luogo in cui si concentra la massima isteria umana, cioè la Borsa, denota la nostra manifesta inadeguatezza adattiva, un plasticamente allarmante senso di confusione, non comprensione, irresponsabilità.

imagesw

In sintesi, in settanta anni il mondo umano ha intrapreso un processo di dilatazione quanti-qualitativa impressionante, l’Occidente si è riformulato perdendo la sua millenaria origine euro continentale, sta perdendo peso e quindi potere sul mondo, ma continua ad ordinarsi secondo istituzioni materiali quali il sistema economico-finanziario e politico moderno e conseguenti istituzioni immateriali, quei sistemi di cedenze, logiche e pensieri che chiamiamo immagini di mondo, forgiate in tempi in cui peso e potere erano ben diversi. L’immagine di mondo si è tecno-scientificizzata perdendo sia la capacità riflessiva, sia la possibilità di discutere i suoi stessi fini. Perdendo capacità riflessiva ed intenzione dei fini ha perso “intelligenza”. L’ordinatore economico, ha dato energia e sviluppo fintanto che l’Occidente è stato in grado di dominare quelle vaste porzioni di mondo che ha usato per alimentarlo. Oggi questo utilizzo del “fuori il sistema” per dar condizioni di possibilità al “dentro il sistema” non è più possibile, oggi “tutto è sistema” e conseguentemente diminuiscono le possibilità nel mentre i pesi degli attori del sistema, non più solo occidentali, si redistribuiscono. Le élite, tali definite dalla posizione sociale all’interno delle società ordinate dai processi economici  finanziari, si sono riservate i modi per non solo resistere ma addirittura migliorare l’accumulazione di capitale, scaricando su tutto il resto della società i costi materiali ed immateriali della oggettiva contrazione.  Ne conseguono sintomi di disadattamento complessivo poiché abbiamo modificato radicalmente il nostro ambiente (in senso ampio e non solo ecologico) ma continuiamo ad abitarlo con i modi che erano adatti precedentemente. Siamo capitati in una nuova era, continuiamo a viverla e pensarla in modo antico[vi] che però continuiamo a chiamare “moderno” (più o meno “l’odierno”) confondendoci ancora di più. Soprattutto, non abbiamo percezione consapevole e diffusa dell’essere in una transizione, di quel processo in cui l’essere che non è più, non è ancora altro.

(Prima parte)

= 0 =

[i] Su F. Braudel: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/01/la-concezione-realistica-della-storia-in-fernand-braudel/

[ii] Della tradizione braudeliana, fa parte anche Giovanni Arrighi: http://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/7506-vincenzo-marineo-quanto-e-lungo-un-secolo.html

[iii] Diversamente da gli apparati analitici che privilegiano l’innovazione economica (tanto liberali che marxisti) come motore della storia, qui si ritiene che le grandi soglie del’evoluzione delle società umane, sono comparse al raggiungimento di certi volumi demografici in rapporto al territorio, cioè alla densità. Da cacciatori  raccoglitori a stanziali (la stanzialità non fu effetto dell’agricoltura ma causa), da stanziali ad agricoli, da tribù agricole a società che fondevano più tribù, al sistema della città, poi regni, poi stati con fiammate imperiali nei vari passaggi di fase delle ultime tre forme. Tutto ciò è avvenuto in vasti spazi e bassa densità. Ora, il gradino successivo, dovrà tener conto del fatto che gli spazi sono ristretti e la densità molto alta.

[iv] La differenza sostanziale tra l’impostazione di K.Marx e quella di K. Polanyi è che Marx riteneva questa forma (materialismo storico), una sorta di legge della natura sociale umana di ogni tempo e luogo mentre invece Polanyi la riteneva l’essenza propria solo del moderno occidentale, di quei cinque/sei secoli relativi alla nostra specifica storia. Noi concordiamo con Polanyi.

[v] La visione “economicista” della storia, non può spiegare il suo stesso movimento. Anche solo esaminando il trapasso delle varie fasi storiche del capitalismo occidentale, se si levano le leggi, gli eserciti, il ricircolo e reinvestimento del prelievo fiscale, cioè il ruolo del potere politico, statale, colonial-imperiale, si sarebbe avuto un sistema amorfo che si sarebbe disintegrato al primo tornante della storia.

[vi] Marxismo, economia neo-classica pensiero liberale, socialdemocrazia, l’individualismo metodologico, l’imperialismo, tecno-scienza come motore dello sviluppo, democrazia rappresentativa sono tutte idee e pratiche del XIX secolo. Nel XIX secolo, il mondo era abitato da un miliardo di persone che sciacquavano nei suoi vasti spazi.

 

Pubblicato in complessità, evoluzione, filosofia, modernità, mondo, occidente, società complesse | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 4 commenti

BABEL-EXIT. Ovvero farsi “una” idea sulla Brexit.

[Sono le 09.30 del 24 Giugno, quindi questo è un commento “a caldo”. Privo cioè di note e di immagini. Segue quanto scrivemmo dieci giorni fa, qui]

Una delle principali caratteristiche dell’Era complessa è che affrontando fatti unitari da molti punti di vista reciprocamente escludenti, si crea un enorme caleidoscopio di opinioni e giudizi frammentati. Questi pezzi irrelati che trattano approfonditamente solo un aspetto del fatto, sono il materiale di costruzione del labirinto. Il labirinto è il luogo in cui siamo invitati e spinti dal rumore delle opinioni, il luogo in cui entriamo per cercare la verità e l’ancoraggio di un nostro giudizio ed in cui ci perdiamo girando per un tempo infinito, senza trovare mai l’uscita dal dubbio. Questa è la condizione della Biblioteca di Babele che ospitava tutti i possibili libri di 410 pagine del grande J. L. Borges, la condizione del paradosso del bibliotecario del matematico norvegese Thoralf Skolem ed anche del paradosso del barbiere di B. Russell. Fatta semplice e brutale, c’è un problema di gerarchia, si deve porre un sopra sopra il quale non c’è più altro e sotto il quale c’è tutto il resto, altrimenti si gira in tondo all’infinito. Fu lo stesso Russell, assieme ad A. N. Withehead a risolvere il paradosso logico (in realtà un’antinomia) che lui stesso aveva scoperto nella Teoria degli insiemi e lo fece con la Teoria dei tipi logici, una legge che impone una gerarchia che permette di dare ordine alla logica di modo che non fagociti se stessa riflettendosi internamente all’infinito.

Persa già la metà dei lettori con questa introduzione, per i pochi rimasti, procediamo ad illustrare il caso pratico: cosa significa la Brexit? Della faccenda della Brexit si sono illuminate diverse facce.

anarchy-in-the-uk-main-image

All’inizio sono arrivati i politici e le loro diverse considerazioni. La prima, intuitiva, è il rapporto tra UK ed Unione europea. La seconda è il significato cosmopolitico che alcuni si ostinano a vedere nel progetto europeista (un tipico caso di confusione tra forma e sostanza), da cui per rimbalzo, si è vista la Brexit come scelta isolazionista. La terza è il significato politico che la Brexit avrebbe avuto per gli altri europei ed in conseguenza, i timori per l’effetto imitazione che potrebbe portare altri paesi a seguire la Gran Bretagna. Come nel caso precedente, si è sovrapposto un significato a queste scelte, si è diviso l’opinione tra pseudo-progressisti che sarebbero stati gli unionisti e pseudo-conservatori o addirittura reazionari che sarebbero stati coloro che tifavano per la Brexit. In Italia, si è distinto il noto teorico politico Mario Monti che ha sentenziato che il referendum indetto da Cameron era un abuso di democrazia ed infine Renzi che, dall’alto del suo peso influente ed della sua capacità di visione da statista navigato, ha scritto ai britannici via The Guardian spiegando loro con tipica lievità diplomatica che in caso di Leave sarebbero diventati piccoli, isolati ed ininfluenti.

Poi sono arrivati gli economisti. La stragrande maggioranza ha profetato catastrofe e sciagura nel caso di exit, verso la fine sono comparsi i più ragionevoli semi-neutralisti per i quali, alla fine, non sarebbe cambiato un granché. Assenti gli entusiasti, ovvero coloro che eventualmente avrebbero letto un possibile vantaggio. Accanto, i monetaristi e gli esperti del mercato, più estremizzanti sul pericolo sciagura – catastrofe – cavallette – diluvio – inverno nucleare. Si deve dire che i giudizi degli economisti sono stati tutti sul breve periodo, sono stati tattici. Nessuno pare (o pochissimi) si sono avventurati sul fall-out strategico di una tale evenienza e ciò denota come tra economisti e concetto di strategia (ovvero tempo medio-lungo) vi sia una sorta di incompatibilità concettuale. Del resto, questa epidemia di short-termismo derivante dall’idolatria della slot machine che chiamiamo “borsa” o “mercati”, con la sua ossessione per lo status quo e la prevedibilità necessaria a instradare gli investimenti è concettualmente l’esatto opposto del concetto di strategia. Se aveva ragione F. Braudel e la storia è mossa da fenomeni di lunga durata, ben si capirà che ordinare il mondo con le Borse che scambiano conati d’ansia, è la scelta più demenziale che si possa fare. Keynes che due o tre libricini non di economia li aveva letti, l’aveva ben capito, a suo tempo.

Poi sono arrivati i sociologi a dirci che in gioco c’era la paura dell’Altro, il migrante in sé per sé o forse come considerazione più sofisticata tipo “perché sì ad un ennesimo barista italiano e no ad un qualificato chirurgo indiano?”. I geo-sociologi avvertivano che scozzesi, irlandesi e forse anche gallesi avrebbero votato compatti per il Remain e la profonda campagna inglese per il Leave (effettivamente), il che avrebbe creato l’ennesima spaccatura nell’unità del regno, foriera di ulteriori exit. I socio-sociologi hanno avvertito una sorta di strano assortimento tra due insiemi bizzarri, uno fatto di élite e popolo europeisti e l’altro fatto di élite e popolo nazionalisti, insiemi cioè tagliati non dalla categoria di “classe”, forse da quella anagrafica, non da quella di genere.

Poi sono arrivati i confondenti l’opinione ed hanno iniziato il gioco “ah, stai con Murdoch eh?” di modo da sentirsi rispondere “ah e tu stai con Soros, eh?” e via con dicotomie circolari che hanno dato l’impressione, sarebbe meglio dire la fotografia perché la faccenda ha una sua oggettività,  che non ci si raccapezza più, i “cattivi” stanno da entrambi le parti e quindi non si vede approdo sicuro per i “buoni”. Questo del cercare di capire cosa fare e pensare osservando il tuo opposto, un portato della fede mistica nella dialettica hegeliana, è il motivo principale del nostro permanere in uno stato di subordinazione mentale e culturale proprio verso coloro da cui vorremmo emanciparci, una trappola logica. Ad un certo punto, si è presentato anche il fatto di cronaca nera della deputata laburista e progressista uccisa dal nazista pazzo e sembrava che almeno questo permettesse finalmente di mettere un punto fermo da cui ordinare tutti gli altri ma non ha funzionato un granché, se non a rialzare gli indici di Borsa. Fatto che ha costretto i giornalisti ad introdurre la categoria del “rialzo triste”, una sorta di erezione malinconica che gli psicologi faranno fatica a spiegare.

Per ultimi, in ordine sparso, opinionisti di varia taglia hanno tirato in ballo Shakespeare, Carnaby Street, I Beatles, Agatha Christie, i nazisti, i fish-and-chips, la Regina, Churchill …. Churchill? hai detto Churchill? Winston Churchill?

= 0 =

Beh Churchill ha il suo peso poiché gestì l’interesse nazionale nel secondo peggior momento della storia di quell’entità che tecnicamente si dovrebbe chiamare Regno Unito (since 1800-1) e prima Gran Bretagna, (1707) e prima ancora Inghilterra. Il primo lo aveva gestito Elisabetta I. Churchill ci lasciò una bottiglietta di memoria con questo ammonimento:

“If Britain must choose between Europe and the open sea, she must always choose the open sea”

Il lettore attento a questo punto obietterà: perché dare a Churchill un rilievo maggiore di un economista o un sociologo o un politico o un letterato o di un Monti e Renzi. No, forse il lettore attento questo ultimi due non li citerebbe ma gli altri, forse si. Diciamo subito che Churchill dimostrò di sapersela cavare al tavolo in cui gli altri avevano fiches e poker, con pochi spicci ed una coppietta aspirante tris minore. Il che, nel mondo inflazionato di chiacchiere, essendo un “fatto”, ha il suo peso. Ma Churchill in fondo, dava voce e pensiero ad una vecchia, vecchissima preferenza degli isolani, risalente anche ad un misconosciuto ed invece influentissimo  libricino che si chiama “Fable of bees” (1705) di un medico olandese trapiantato sull’isola, alle scelte strategiche fatte dalla regina vergine e prima di lei lo strappo di Enrico VIII e poi giù fino alla Guerra dei Cent’anni ed addirittura al rifiuto dei baroni di seguire Giovanni nella sua paranoia crociata, tanto da imporre un trattato che fece storia: la Magna Charta Libertatum (1215) di cui sono, visto la data, giustamente orgogliosi. L’espressione “Tornado nella Manica, il continente è isolato” che mi ha ricordato recentemente un mio contatto facebook, dà ben l’idea di come si vede il mondo da un’isola. Da un’isola, il timore proviene dal grosso continente dirimpetto che ti vuole fagocitare nel suo disordine annientante, la libertà (intesa come autonomia) proviene da remote terre al di là degli oceani che sono troppo lontane per esser temibili ma raggiungibili per fare affari. I primi a scoprirlo furono invero i portoghesi che erano bloccati dagli spagnoli e da gli spagnoli che erano bloccati dai genovesi, veneziani e francesi e gli olandesi bloccati da francesi e tedeschi. Poi la cosa prese piede e ne venne fuori la modernità europea che colonizzerà il mondo intero ed affermerà quello strano modo di stare al mondo che chiamiamo “capitalismo”, previo colonialismo prima ed imperialismo poi.

Insomma, Churchill sembra darci la chiave per aprire un pertugio nel labirinto confondente, il punto di vista superiore dal quale tutti gli altri dipendono, l’oggettiva condizione geo-storica del soggetto in esame. La condizione geo-storica è una sorta di ontologia delle nazioni, la categoria prima che anticipa tutte le altre possibili letture politiche, economiche, di classe, culturali, militari e financo religiose, quelle che ricorrono a ieri e quelle dell’altro-ieri e quelle post-qualcosa, l’unica che influisce sulle altre più di quanto ne sia influita. La categoria che determina tutte le altre condizioni di pensabilità e possibilità, il tipo logico primo. Ecco il nostro insieme di cui sopra non c’è n’è uno più rilevante, le 410 pagine con senso e significato che cercava Borges, il catalogo che include tutti i cataloghi senza includere se stesso di Skolem, il barbiere che può radere tutti quelli che non si radono da soli ma anche se stesso di Russell. Che poi sarebbe il cretese che può dire che tutti i cretesi mentono senza auto contraddirsi, del cretese Epimenide.

Ma lasciamo da parte i dilemmi logici che fanno venir il mal di testa e concentriamoci su il consiglio di Churchill.

Come precedentemente scritto a 10 giorni dal voto (qui), la Brexit, è stata una scelta geopolitica. La scelta di dar retta a Churchill e non a tutti i portatori di opinioni in favore del Remain. Questi, peroravano una causa contingente che non ha radici nella geo-storia britannica, l’innaturale (per i britannici) afflato unionista con una terra di cui loro sarebbero diventati la periferia. Strali ed ammonimenti di Obama, G7, NATO, Fmi, Bruxelles, la City, l’intera cupola della banco-finanza mondiale, nulla hanno potuto contro quelle nervature dell’essere che Platone diceva che si debbono seguire “per forza”, intendendo che vi sono delle forme delle cose che non si possono contraddire, senza contraddire la cosa stessa. Le forme geo-storiche sono appunto natura profonda dell’essere che poi noi leggiamo ed analizziamo con i filtri politici, economici, monetari, ideologici, culturali etc.

E adesso?

Commonwealth-Map-Countries

Lasciamo allo sviluppo della storia a breve, della cronaca e dell’altrui acuto commento che certo non mancherà, il clamoroso sviluppo della traumatica fenomenologia da abbandono. Noi, in prospettiva, vediamo il sorgere di un nuovo polo del mondo multipolare, l’anglosfera di un nuovo Commonwealth, quello che si trova oltre “il mare aperto” di Churchill. Vediamo gli oceanici, gli indiani, alcuni africani, forse il Canada, coagularsi intorno ad un nuova forza terza o quarta o quinta che potrebbe andar a sommarsi alla EU (la cui storia sarà però tutta da scrivere), a gli USA, alla Cina, alla UEE euroasiatica con centro in Russia. E’ possibile, è congruo, è adattivo per i britannici e per i loro partner, se accadrà o meno non lo sappiamo, la Storia, si sa, è un evento caotico quindi non prevedibile.

Il mondo transita ad una nuova Era, l’Era complessa. Per muovere il mondo in accordo ad una transizione così grande e profonda, nulla meglio che articolarsi, produrre snodi, vertebre. I britannici, crediamo, proveranno a fare il loro snodo. Noi, speriamo, digerito il fallimento delle nostre impostazioni analitiche subalterne alle impostazioni date dai padroni del gioco da cui pur vorremmo emanciparci ma di cui condividiamo lo sguardo ossessivamente tarato sulla cronaca, reagiremo e, prima o poi, faremo anche noi qualcosa. Magari una comunità mediterranea dei greco-latini. Domenica c’è la Spagna, poi gli USA, l’anno prossimo elezioni in Francia e Germania e chissà se anche in Italia. I tempi cambiano, accadono fatti, le cose si muovono. Questo è bene. Alziamo lo sguardo, usciamo dalla babele dei punti di vista frammentati nelle varie discipline di cui siamo gli “esperti” e cerchiamo di comprendere il lento e profondo movimento unitario delle cose là fuori. Magari capiremo meglio dove dirigere i nostri sforzi.

= = = = =

NOTA: Questo blog, contesta l’utilizzo della frase di Churchill, nel senso che gli hanno dato i supporter della Brexit. Noi però usiamo la stessa frase solo come “simbolo” di un certo, ci pare longevo, punto di vista tipicamente britannico. Sono i fatti storici e culturali di lungo periodo che lo sostengono. Churchill viveva in un tempo in cui non c’era l’euro, la EU, Bruxelles e la Merkel, è quindi improprio poggiarsi sulla sua autorità sia per sostenere l’idea del Leave, sia quella del Remain se non uscendo dalla cronaca ed entrando nei tempi più corposi della Storia. Tra l’altro, e lo abbiamo scritto dieci giorni fa e lo hanno sostenuto anche gli economisti e commentatori meno isterici, nessuno sostiene che il Regno Unito non rimanga uno stato (a modo suo) europeo, legato da rapporti di forte interesse congiunto col continente. 

 

Pubblicato in anglosassoni, europa, geopolitica, regno unito-gran bretagna, storia | Contrassegnato | 4 commenti

Commento ai risultati delle amministrative del 5-19 giugno 2016

Il commento dal titolo “MATTEO vs PETER”, si trova qui, alla Cronaca 467. Buona lettura.

Peters_principle.svg

Pubblicato in italia, politica | Contrassegnato , | Lascia un commento

COOPERO, QUINDI SONO. Racensione del libro di M. Tomasello, Unicamente umani.

Michael Tomasello è condirettore del Max Plank Institute di Lipsia per l’Antropologia evolutiva. Note bio-bibliografiche (qui), una lunga intervista (51.13) qui . Il libro: Unicamente umani. Storia naturale del pensiero; Il Mulino, Bologna, 2014.

5747618Il libro di Micheal Tomasello, sostiene una tesi: a) ciò che ci fa propriamente “umani”, specie a parte del mondo animale, anche di quello delle grandi scimmie antropomorfe, è la nostra peculiare forma di  pensiero; b) il pensiero umano ha una sua precipua forma scolpita dal processo di adattamento continuato: la forma che serve a farci cooperare tra consimili; c) ergo, l’essenza adattiva umana è la tendenza alla cooperazione[1]. Dalla Prefazione: “gli esseri umani non solo comprendono gli altri come agenti intenzionali, ma si uniscono a loro anche nelle più diverse forme di intenzionalità condivisa, dalla soluzione collaborativa di problemi alla creazione di complesse istituzioni culturali” (7-8). I pilastri funzionale di questa mente tendente alla cooperazione cioè alla condivisione e coordinamento dell’intenzionalità sono la rappresentazione di tipo cognitivo, la capacità inferenziale, l’automonitoraggio ricorsivo. La costruzione di questo sistema mentale distintivo della specie, che poi fu anche ciò che ci distinse dal ceppo evolutivo delle grandi scimmie, ebbe una prima definizione iniziale e poi una seconda che ampliò e precisò ulteriormente questa forma peculiare. L’Autore quindi ritiene esser questa la nostra specificità: interrelarci per formare sistemi umani. La nostra peculiare strategia adattiva, che visti i risultati comprativi con le altre specie e considerato che di per sé siamo animali abbastanza disarmati e fisicamente relativamente performanti e abbastanza aspecifici è stata di vero successo, è stata costruire “sistemi adattivi” (gruppi, società) nei quali infilarci tutti assieme perché, semplicemente, l’unione fa la forza.

Il testo di Tomasello è di tipo scientifico e quindi è corredato di richiami alla vasta letteratura specifica sull’antropologia evolutiva, la linguistica, la primatologia, la psicologia evolutiva ma il primo capitolo, inizia con una batteria di più ampi riferimenti culturali, dato che l’Autore mostra di sapere che ogni ipotesi quale poi cercheremo di suffragare inle-origini-della-comunicazione-umana-1248 vari modi, empirici, logici e teorici, nasce già carica di teoria. I riferimenti di questa epistemologia a priori, per Tomasello, sono: Hegel, Peirce, Vygotskij, Bachtin, Mead, in parte Wittgentstein e forse il più rilevante per lui, visto che specificamente egli si occupa anche di psicologia dello sviluppo, Piaget che apre in esergo l’intero studio. Tale costellazione, si trova nella nostra galassia concettuale, la galassia del pensiero della complessità. Il tutto, porterà Tomasello, come già lo ha portato nello sviluppo di tutti i suoi studi, ricerche, libri che ne riportano gli esiti, a sostenere un paradigma tripartito fatto di accentuazione del nostro specifico culturale su quello naturale, ontogenetico su quello filogenetico, cooperativo-sociale su quello competitivo-individuale. Su una base naturale, filogenetica, individual-competitiva che ereditiamo dal tronco dell’albero della famiglia delle antropomorfe, noi siamo quel ramo che dandoci una lunga ontogenesi in cui agisce cultura, società e trasmissione dei codici, ha sovraimposto a gli istinti individuali competitivi, quelli cooperativi sociali. Questo ramo, ha due snodi che l’Autore ci porta, con dovizia di esempi, specifiche e comparazioni, a mettere a fuoco.

Il discorso di Tomasello, inquadra più o meno questa sequenza: a) alcune forme della nostra mente sono ereditate dal comune ceppo delle scimmie antropomorfe; b) il nostro ramo, il ramo Homo, sembra aver comportato nuove forme che hanno permesso intenzionalità condivisa; c) questo ramo che già ha qualcosa di diverso dal tronco originario, qualcosa che già si mostra nei bambini prelinguistici e non è quindi frutto di apprendimento culturale, ha poi un altro snodo che ci ha portato all’intenzionalità collettiva (Homo sapiens sapiens). In termini di sistemi, potremmo dire che la prima forma di intenzionalità è quella che forma il sistema laddove le parti si scambiano intenzionalità attraverso le reciproche interrelazioni, la seconda forma fa agire il sistema del noi come un soggetto unitario e nel tempo, produce sistemi culturali. Il primo sistema nacque per collaborare alla scala di piccoli gruppi per la ricerca del cibo e si avvalse dello scambio comunicativo a base gestuale e mimica che implicano già una mente capace di fare e ricevere rappresentazioni prospettiche (da più punti di vista) e simboliche, fare 2209421inferenze socialmente ricorsive (il ricevente cercava di pensare “cosa mi sta dicendo?”), automonitoraggio in seconda persona (l’emittente doveva preliminarmente simulare nella sua mente cosa il ricevente avrebbe potuto capire). Tali forme mentali comuni, si può dire cementassero una logica comune. Questa è l’intenzionalità congiunta, il secondo sistema, l’intenzionalità condivisa, si è sviluppato in seguito alla necessità di coordinamento di gruppi più grandi, eventualmente tra loro in competizione (ma non so se “competizione” sia il termine più appropriato). Qui il terreno comune non era più solo dato da forme mentali comuni ma costruito da una “cultura” fatta di convenzioni, norme ed istituzioni, tessuta da interrelazioni pienamente linguistiche, la logica mentale comune diventava comune razionalità, il soggettivismo prospettico (basato su diversi punti di vista) diventava oggettivo (da tutti i punti di vista). Le rappresentazioni diventavano quindi anche convenzionali ed oggettive, le inferenze divennero anche autoriflessive e poggiate su “ragioni”, l’autoregolazione si apriva alle norme di razionalità della cultura d’appartenenza. Lo sviluppo di tutto questo secondo sistema, secondo Tomasello, non ha basi biologiche ma culturali, è cioè “appreso” nell’ontogenesi.

Il punto di partenza di tutto lo sviluppo mentale fu quello dell’intenzionalità individuale, l’attività off line del pensare prima di agire che è di forma superiore al modello stimolo-risposta, istintuale. Questo pensiero già produce schemi, categorie e modelli, adopera l’immaginazione, è in grado di valutare ed auto modificarsi, financo scegliere di non agire di trattenere la risposta allo stimolo, fare analogie, perseguire propri scopi, simulare prove e dedurre dai possibili errori, attribuire cause, auto monitorare il proprio comportamento e quindi distillando esperienza far interagire mentale e reale. Inoltre, è in grado di quantificare, usare strumenti, usare l’operatore inferenziale “se…allora” (molto importante) ed usare la negazione, inferenze causa-effetto ed effetto-causa, abduzioni (inferenza alla migliore spiegazione), sapere di non sapere, Queste sono caratteristiche che abbiamo pienamente in comune con le grandi antropomorfe (scimpanzé, bonobo, gorilla, oranghi) da cui ci separammo evolutivamente circa sei milioni di anni fa. Questa mente31YEfyHQ-2L._SX320_BO1,204,203,200_ non solo è individualmente intenzionale ma riconosce anche l’altrui intenzionalità con cui comunica usando un ristretto numero di gesti o suoni. Ma tali sviluppi, sembrano esser rimasti al servizio del potenziamento individuale, individui sociali ma fondamentalmente competitivi tra loro. Non sbaglierebbero quindi tutti coloro che leggendo il comportamento degli scimpanzé, ravvedono le basi dei nostri più feroci istinti individualisti e competitivi. Sbaglierebbero però  a non considerare quali altri strutture mentali si sono formate nella nostra specifica evoluzione, strutture che hanno incapsulato -usandole- queste capacità cognitive, al fine di sviluppare cooperazione inter-individuale prima e collettiva poi. Questi sarebbero sistemi di ordine superiore non in base ad astratti giudizi di antropo-ideologia ma in base al ruolo evolutivo che hanno svolto nel permetterci di diventare “umani” e non più solo “scimmie”, cioè farci pensare diversamente e quindi farci agire diversamente. La nostra stessa esistenza ed affermazione, testimonia del successo dell’innovazione cooperativa che abbiamo apportato all’origine competitiva.

Questo primo salto nell’umano si ebbe, secondo Tomasello, creando cooperative di individui. Nel concetto cooperativo, gli individui svilupparono l’attitudine a congiungere le proprie individuali intenzionalità. Scopi congiunti, attenzione congiunta, coordinamento attraverso una più ampia gestualità comunicativa. Opportunamente, Tomasello rileva che i dilemmi sociali della Teoria dei giochi danno per assunto il contesto in cui scopi e preferenze degli individui siano conflittuali mentre quelli del contesto cooperativo, scopi e preferenze sono coincidenti. Il problema nell’utilizzo della Teoria dei giochi quindi, non è nella sua grammatica ma nel presupposto infondato essa definisca gli unici, possibili, assetti delle relazioni umane[2]. Più indietro andiamo nel tempo evolutivo della nostra specie, lì dove vennero a formarsi le nostre strutture interne fondamentali, meno si può fare appello al principio di scarsità che obbliga alla competizione. Semmai il problema era trovare il modo di cooperare per passare dalla caccia alla lepre, alla ben più remunerativa caccia al cervo che in sé, era del tutto preclusa ai singoli individui. Si trattò più di una 31fEDcXdEQL._SX327_BO1,204,203,200_scalata ad una sempre maggior abbondanza o sicurezza alimentare quindi, non un girone infernale hobbesiano di disperata scarsità. La scarsità fu un problema del tutto più recente e sarebbe da considerare quando già si son formati grandi gruppi sociali. Quindi: a) non siamo mai stati disperatamente individualisti ma da subito, cooperativi; b) quando eravamo pochi, in piccoli gruppi, la cooperazione fu al servizio dell’affrontare sfide sempre più impegnative che in quanto individui ci erano precluse; c) quando diventammo tanti (anche grazie al successo della precedente strategia), la semplice cooperativa diventa una complessa società ed è tra società che semmai s’instaura la competizione. Quest’ultima modalità, come da noi precedemente già segnalato, è molto recente (15.000 anni? forse meno?) e non ha quindi alcuna ”base biologica”. Naturalmente rimane in noi la mente delle antropomorfe, con i suoi istinti e modi, ma quella mente in noi è solo una parte allacciata ad altre parti più Homo-specifiche ed in quanto tale, essa stessa è -in parte- modificata.

La moderna teoria economica e socio-politica liberale, farebbe quindi una inversione confusiva terribile perché non direbbe nulla della competizione tra gruppi e società (ed infatti non legge le classi, i gruppi sociali, gli stati e le civiltà ma solo individui) che è la vera competizione esistente mentre cerca di convincerci del fatto che siamo monadi egoiste impazzite appena più furbe (non necessariamente “intelligenti”) degli scimpanzé quando invece tutta la nostra struttura mentale è stata selezionata per incapsulare lo scimpanzé individualista dentro l’umano cooperativo e che è solo per questa ragione, ragione che portò al nostro “successo”, che oggi ci sono pensatori in grado di pensare teorie economiche e socio-politiche, per altro sbagliate.

Vediamo meglio questo primo sistema, il sistema cooperativo. Questo è una evoluzione del sistema delle antropomorfe (leoni, lupi, zoologia prediletta dai narratori liberali) che è comportamento di gruppo in modalità privata. I primi cacciatori raccoglitori (i primissimi erano forse più raccoglitori e pulitori di carcasse, onnivori ma a dieta prevalente vegetale), invece, agiscono coordinandosi in gruppo, riportano il bottino all’accampamento e lo dividono tra tutti. Per tutto ciò, gli individui si aiutano, si cambiano informazioni e si trasmettono capacità, prendono decisioni precedenti l’azione in comune. La nostra progressione del volume cerebrale[3], è stata messa in relazione proprio allo sviluppo dei sistemi mentali cooperativi e sociali. La parte procedurale di molta parte della nostra intelligenza è di natura primate, lo sviluppo di complessità mentale si sarebbe avuto per tridimensionalizzare le nostre capacità al fine di infilarci nella testa, anche le teste degli altri, le interrelazioni, le capacità linguistiche, gli BB_Nuovi Saggi_Tomasello_Altruisti natiOK.inddschemi i modelli e le categorie di questo nuovo mondo dentro di noi adatto a farci agire in quello fuori di noi, fatto di altri come noi, assieme a loro. Lo stigma sociale verso imbroglioni e scansafatiche deriverebbe da questa antica necessità di doversi fidare dell’altro e contare sul suo attivo apporto a risolvere i problemi comuni e questo, poiché la pressione selettiva ci aveva portato a formare gruppi fatti di interdipendenti. Oggi, siamo alla svolta storica per la quale l’interdipendenza sta per presentarsi come imperativo anche per i gruppi a cui abbiamo dato vita. Vale per le classi e vale per gli stati-nazione e le civiltà, ma questo è un altro discorso. Non possiamo qui riportare i passaggi specifici dell’argomentazione di Tomasello che entra molto nel tecnico delle strutture e dei moduli cognitivi del pensiero relazionale ed intersoggettivo che porta all’intenzionalità congiunta, il lettore li troverà nel terzo capitolo del libro. Diciamo solo che le evidenze empiriche delle tesi esposte, stanno negli esprimenti con bambini piccoli che mostrano con chiarezza le differenze cognitive tra umani ed antropomorfe e che queste attitudini allo scambio di informazioni ed indicazioni per coordinarsi (gesti, suoni ed intonazioni e la mimica che è precursore di ogni simbolismo) sono il primo fondamentale passo della nostra speciazione. Questi “modi” anticipano anche il successivo sviluppo di un’altra grande facoltà: l’immaginazione), sono i precursori del linguaggio che quindi fu solo una evoluzione della portanza e qualità espressiva. Questi modi collegati in sequenze, inaugurarono l’espressione proposizionale  Da qui anche la nozione di fiducia nella verità che è pre-condizione per tali scambi (di vitale importanza). La menzogna, nota opportunamente Tomasello,  funziona solo come eccezione a questa convenzione di verità e fiducia che è intesa come paradigma a governo universale delle interrelazioni umane. Così notò la Arendt (Sulla rivoluzione, 1963. p.111), l’ipocrisia è vizio dei vizi, appena un gradino sotto il male radicale. Questa linea può portare allo sviluppo di un discorso sulla umana ragion pratica naturale (morale-etica) che è infatti l’ultimo libro di Tomasello, non ancora uscito in Italia.

Arriviamo così al secondo sistema o stadio umano, quello dell’intenzionalità non più solo condivisa ma congiunta, collettiva, l’intenzionalità del noi. Qui siamo a gruppi di una certa dimensione e le dimensioni contano. Spesso seguiamo discorsi economici o geopolitici o storici di entità comparate azzerando la loro condizione fisica di cui la dimensione e la localizzazione e la storia sono le principali coordinate. Per i gruppi umani questo prende le forme della demografia e della geo-storia. Quando la demografia dei gruppi umani superò una certa dimensione, questi divennero sempre più stanziali e cominciò la trasmissione diacronica delle abilità e conoscenze, cioè la cultura. Quanto prima detto a proposito delle interrelazioni individuali divenne “convenzione”, un pacchetto di strumenti cognitivi, preferenze, credenze, modi. Questa “mentalità in comune” ospitava nuove importanti 51Zl5Dk7ykL._SX340_BO1,204,203,200_conquiste: l’oggettività (il valido per tutti, da tutti i punti di vista), la razionalità (il supportato da ragioni da tutti riconosciute come valide), i processi di autoregolazione normativa validi per tutti, il processo di incremento cumulativo delle dimensioni ed affinamenti dei tratti culturali poi diventata “tradizione”. Questa diventava la cultura di quel gruppo ed ogni gruppo cominciò a creare la propria. Questo iniziò con il sapiens sapiens, quindi da dopo dei 200.000 af e portò altre due novità: a) gli individui dovevano a questo punto adattarsi al gruppo visto che era il gruppo ad adattarsi alla natura; b) i gruppi dovevano adattarsi tra loro. Il primo punto prende le forme del conformismo sociale (inteso nel senso di con-formarsi, formarsi assieme), il secondo prende le forme della competizione tra gruppi[4]. Noi oggi siamo giunti ad un nuovo scalino evolutivo, quello in cui questo secondo punto dovrebbe portarci ad una nuova evoluzione, quella per la quale i gruppi umani (nel nostro caso gli stati, le civiltà, le culture) dovrebbero imparare a convivere poiché non c’è più abbastanza spazio, risorse e possibilità di regolare l’interrelazione tra gruppi, competendo.

Ogni gruppo prese quindi a sviluppare e trasmettersi internamente la propria cultura ed ogni individuo inidoneo alla gruppalità venne ostracizzato come sappiamo ancora in uso nell’Antica Grecia. Tomasello nota opportunamente che la teoria del “contratto sociale” in realtà presuppone proprio ciò che dovrebbe spiegare. Noi non siamo mai stati individui l’un contro l’altro armati che poi “ragionevolmente” hanno trovato un accordo (contratto) per sopportarsi nella comune convivenza (sociale), non avremmo avuto tra l’altro né una 978880615526MEDmentalità, né modi di esprimerla (linguaggio) comuni per discutere di questo accordo. La nostra socialità è primitiva, la società fu la conseguenza dell’incremento demografico, l’istituzionalizzazione fu la conseguenza del venire a formarsi di una mentalità e di una serie di pratiche condivise e trasmissibili. Colpa, vergogna, stigma sociale, conformismo introiettato e proiettato su gli altri in quanto giudizio, capacità di argomentare secondo (comune) ragione, ansia di accettazione, riconoscimento sociale, ricerca della altrui benevolenza, reputazione, status, potere, simbologia della posizione sociale, regolamenti di convivenza, convenzioni sociali basate su dati concreti o anche sul “tutti facciamo finta che…”, giustizia, discorso pubblico, rete olistica delle credenze, modi di pensare-dire-fare-giudicare “tradizionali”, decisionalità condivisa e riconosciuta e naturalmente il linguaggio, la logica ed i loro prodotti tra cui i concetti, sono tutti portati di questo sistema di intenzionalità condivisa che è la società umana. Questo è quello che nei nostri scritti spesso chiamiamo “immagine di mondo”.

Dalla capacità ed abitudine ad esternare e condividere con altri pensiero complesso, deriva anche la facoltà di riflessione cioè di pensare il proprio pensiero, ciò che Aristotele chiamava “dio” ed Hegel poneva in cima la processo di sviluppo dello Spirito, alla fine della sua Enciclopedia. Il “logos” non sarebbe quindi una facoltà primigenia individuale ma deriverebbe dalla trattativa su un logos comune, un logos tra due, il dia-logos, il dialogo. Si noti la testarda asimmetria dei fondamenti della cultura occidentale ed in specie della sua fondazione platonica. Ogninews_1162482270product essere è frutto di una relazione in natura ma nel nostro pensiero ci siamo convinti sia la discendenza da un Uno, ogni verità è frutto di una convenzione tra due (o più) ma ci siamo convinti sia solo il pallido riflesso di una verità in sé. L’Uno Vero in sé è il Bene per Platone mentre pare che sia il Molteplice Relativo lo statuto ontologico del nostro essere sociale. Siamo noi che stabiliamo il reale, il vero ed il giusto e se la smettessimo di pensare che esista nelle forme del Reale, Vero e Giusto (cioè dell’Assoluto) forse impareremo a stabilirlo democraticamente con coscienza sociale invece di farcelo imporre da qualcuno più abile e furbo di noi. Infine, questa costruzione della cultura comune ha sempre radici geografiche (di quel gruppo e non di quell’altro) e storiche (di quel periodo e non di quell’altro). Questo secondo passaggio fu quindi prendere il pensiero cooperativo e prospettico dei primi Homo e collettivizzarlo dandogli il crisma da tutti riconosciuto dell’oggettività, del valido per tutti, per convenzione. Il pensiero collettivo, oggettivo, riflessivo, normativo, cioè “umano” nel senso proprio.

Insomma, Cartesio l’avrebbe fatta  un po’ troppo semplice, in realtà la sequenza avrebbe dovuto essere: 1) in quanto stimolato dal mio intorno sociale; 2) penso riflessivamente: 3) e quindi so di essere. E l’avrebbe fatta troppo semplice anche Hobbes in quanto per fare un contratto di creare-il-mondo-sociale-428società ci vogliono tutta una serie di cose che si hanno solo se c’è già una storia di convivenza ed azione collettiva, una società. Così gli innatisti (tutti di discendenza platonica) in quanto le facoltà di possibilità sono ereditate ed a priori ma provenendo da una storia collettiva e soprattutto, non si attivano se non quando si esprimono per ciò per cui si sono fissate nella nostra filogenesi, non si esprimono se non in un certo tipo di ontogenesi che com’è noto, per la nostra specie, è in assoluto la più lunga del regno animale (la nostra “lunga” infanzia”). Un po’ quello che noi abbiamo altrove definito “essere una relazione”[5]. La società proviene da una mente sociale e la mente sociale proviene da una storia sociale che inizialmente ebbe un primo scarto rispetto alle antropomorfe dove comparì il primo set che ci portò alla condivisione, condivisione che ci permise di vincere la nostra prima partita adattiva dandoci la possibilità di diventare quello che oggi siamo.

Alla fine, l’aveva vista giusta Aristotele. L’uomo è animale politico nella misura in cui è proprio di una città-stato, cioè di una comunità ed è razionale o ragionante nella misura in cui usa questa mente ed il supporto linguistico per interrelarsi e cooperare con gli altri.  Se questo è lo stato politico o sociale, lo stato di natura, per gli uomini, fu comunque non individuale, formato attorno alla famiglia nucleare[6] o forse più d’una di modo da avere chi curava la prole e chi andava a caccia e raccolta[7], basato sull’interrelazione, la cooperazione e la condivisione. Meno Hobbes, più Kropotkin[8].

= 0 =

In conclusione, il nostro specifico è mentale e questo mentale è vocativamente relazionale. Quando i numeri della demografia dei gruppi sono cresciuti, questo impianto è salito di grado in una spirale di aumento della complessità mentale e di quella sociale. Oggi siamocopd ad un nuovo salto in avanti. Di nuovo i numeri della demografia, ma non quelli dei gruppi ma dell’umanità tutta, ci portano ad un pianeta tutto pieno. Siamo spinti gli uni verso gli altri ma la nostra mentalità è ancora quella che ha dato vita a società separate e l’un con l’altra, in competizione. Ma competizione tra stati e civiltà, data la demografia generale, le risorse e i chilometri quadrati vivibili della superficie terrestre, porta ad un fallimento adattivo generale, ad un lose-lose. Per salire di una altro grado e trovare l’adattamento interno al sistema generale del tutto pieno occorrerà ristrutturare a fondo le nostre società, le nostre culture, le nostre credenze, i nostri modi sociali, economici e politici. Dovremmo tornare a cooperare, non solo tra individui ma tra gruppi. tra società, tra stati. Per farlo, occorrerà sviluppare una mente di diversa complessità ed è a questo compito che è dedicato il nostro impegno.

= = =

[1] La cooperazione è diversa dalla semplice socialità, né vale –ovviamente- l’analogia con gli insetti eusociali ( si veda E. O. Wilson)

[2] La moderna Teoria dei giochi è sorta (J. Von Neumann, O. Morgenstern, 1944) in ambito matematico-economico ma è risultata molto applicata nelle strategie della guerra fredda. E’ stata cioè usata sia per comportamenti individuali che collettivi, nelle relazioni sempre di tipo competitivo. Tomasello ci dice che quelle tra gruppi, collettivi e stati sono effettivamente competitive ma quelle tra individui sono antropo-geneticamente cooperative.

[3] Dunbar, R., The social brain hypotesis, in “Evolutionary Antropology” 6, pp.178-190

copyu[4] Abbiamo anche in precedenza espresso qualche riserva su questa spiegazione attraverso la pressione competitiva. Per ragioni di densità abitativa, è molto improbabile che vi siano state pressioni competitive territoriali almeno fino a tempi relativamente recenti. In termini di sistemi, non è affatto necessario che vi sia una pressione competitiva con altri gruppi perché si rinforzino le strutture dell’autorganizzazione sistemica.

[5] https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/02/18/essere-una-relazione/

[6] Chapais, B., Primeval Kinship, Cambridge, MA, Harvard University Press, 2008

[7] Hrdy, S., Mothers and Others, Cambridge, MA, Harvard University Press, 2009. Nella bande di cacciatori – raccoglitori, probabilmente i due ruoli non erano coincidenti coi sessi nel senso che la raccolta era attività forse presentemente femminile ma più probabilmente mista. La cura dei bambini era forse esercitata a rotazione in una sorta di asilo di comunità da una o più donne a turno, almeno fino a quando non si cominciò a vivere di più e comparvero le nonne.

[8] P. A. Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

 

Pubblicato in antropologia, complessità, evoluzione, mente e cervello, recensioni libri, scienza, scienze cognitive | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 5 commenti

SOGNI DI UNA NOTTE D’INIZIO ESTATE. Brexit o no?

Il riepilogo del sondaggio dei sondaggi del Financial times (qui), dà la Brexit al 43% vs l’opzione del rimanere in EU, data al   45%, ad oggi. E’ una media di vari sondaggi e ce ne sono di molto sbilanciati in un senso (ORB) o in quello opposto (ICM). Non ho approfondito le metodologie, posso solo dire che quelli a base intervistati più ampia (su i 2/3000 casi ) sono preferibili, in linea di principio. I sondaggi non sempre possono fotografare le reali intenzioni, manca ancora del tempo e comunque sembra che la questione sia in bilico. Ma non è del come andrà che vorremmo parlare ma capire il cosa potrebbe succedere nell’un caso o nell’altro e cosa possiamo noi augurarci che accada.

boris-johnson-4-665560_tnLa ragione più forte per la Brexit è geopolitica a riprova del fatto che è questo il gioco che ordina e dà le condizioni di possibilità a tutti gli altri. Il valore geopolitico della Brexit è la libertà, l’autonomia di sviluppare qualsiasi strategia tra quelle più convenienti, attività nella quale i britannici hanno sviluppato -da qualche secolo- uno storico attaccamento e preferenza.  Ad esempio, dal trattare o non trattare e se trattare farlo alle proprie condizioni, gli eventuali trattati di libero scambio, soprattutto scegliendo il “chi”. Non è un mistero che i britannici ritengano strategicamente gli USA una potenza in declino e sanno che una potenza declinante può diventare molto ingombrante da avere come partner, ancorpiù se dominante nella reciproca relazione. Occorre riconoscere ai britannici, di aver saputo gestire abbastanza bene la loro contrazione di potenza nei primi decenni del secolo scorso anche se in un certo senso facilitati dal chiasso delle due guerre mondiali che in quanto stato di eccezione, ha sopravanzato i dolori della contrazione e qualche volta, ha aiutatobritish_empire_map_by_duke_nidhoggr-d77phii anche a dargli un causa nobile per il pubblico interno. Non sembra che americani mostrino pari capacità ed è quindi saggio per i britannici che sanno di che si tratta, prendere un po’ il largo. Questo “mettersi in proprio” ha già preso le forme di una costante apertura all’Asia, la Cina in particolare. Oggi la Gran Bretagna è la prima destinazione per gli investimenti cinesi in Europa, la prima piazza extra asiatica per la trattazione dello yuan e Londra è stata la prima, tra gli europei, ad aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) oltre a molto altro di cui diamo per scontata la conoscenza del lettore.

In caso di Brexit, Londra potrebbe ancora reclamare un proprio seggio nelle istituzioni internazionali nelle quali i posti per gli europei, potrebbero ridursi a quello dato alla sola Unione (a cominciare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU) visto che tener fuori Cina e Brexit-Graphic-2-1300x650India (e Germania e Giappone), diventa sempre meno possibile. Potrebbe altresì liberarsi normativamente, nel senso che le aziende che guardano all’UE, manterrebbero gli standard specifici imposti dalla UE ma le molte altre che guardano ad altri mercati, sarebbero più libere di uniformarsi ai diversi contesti. E non è detto che la Gran Bretagna possa anche porsi a centro di riferimento diplomatico-economico della ex galassia del Commonwealth, venendo a formare una nuova anglosfera e dando alternative anche a tutti coloro che, al pari dei britannici, cominciano a sentire la presenza USA come un po’ troppo opprimente e vincolante. Inoltre, lanciati su i servizi avanzati e bisognosi di energia, cibo e materie prime, è certo che i britannici hanno i loro partner commerciali strategici nel vasto Mondo e non certo negli europei continentali e negli americani che per molti versi sono a loro omologhi.

Altresì i britannici, sono anche ben in grado di far tesoro delle esperienze passate, soprattutto quelle negative che denunciavano il permanere di un mentalità colonial-imperiale e di aver, a suo tempo, presuntuosamente ristretto la leadership del Commonwealth ai soli anglo-sassoni. Insomma un po’ meno rule Briannia ed un po’ più primus inter pares, perno di una’alleanza che avrebbe insospettabili potenzialità di ampliamento. Se poi metti a sindaco di Londra un post-pakistano, beh ti presenti davvero bene… . Per omogeneità storica, culturale e giuridica, ha quasi più possibilità di riformarsi un neo-Commonwealth che unificarsi la litigiosa Europa, in cui tra l’altro i britannici sarebbero condomini con francesi, tedeschi ed italiani, non proprio una passeggiata tra amici. Naturalmente, quanto vale in termini economici e geopolitici di imagesvfrquesta ipotesi, vale per la parte militare (in cui la Gran Bretagna è dotata di nucleare e di seggio permanente al Consiglio di sicurezza ONU) e soprattutto per la sterlina che dalla ripresa della vecchia idea del paniere di valute, avrebbe tutto da guadagnare. J.M. Keynes ai tempi di Bretton Woods, ben intuì, la necessità di articolare al plurale le valute (bancor) e le compensazioni di mercato (clearing union), necessità che coincideva per altro con l’oggettivo interesse britannico che come ex-impero, volgeva e volge al multipolare per definizione (se non comandiamo noi, allora che non comandi nessuno).

In breve, il massimo punto di obiettivo interesse per l’ipotetica  Brexit, interesse per i britannici che la debbono decidere e per noi che la stiamo commentando, è la previsione ormai certa che il futuro del mondo sarà multipolare e ben si troverà chi si porrà come uno dei possibili poli, con un buon posizionamento ovvero con un buon assetto tra ciò che può offrire a gli altri e ciò che pretenderebbe di ricevere in cambio, oltre al “peso” sprigionato 20151017_SRC764_0dalla propria consistenza economica-culturale-militare e politica. Certo che la UE, che è solo un mercato e mai e poi mai sarà un soggetto geopolitico, da questo punto di vista, è un cavallo morto e data la nota passione che i britannici hanno per le corse dei quadrupedi, difficilmente vorranno rimanere attaccati al ronzino stanco. Tant’è che anche le concessioni di eccezioni pretese da Cameron nelle trattative con la UE, hanno teso appunto a mantenere il massimo dei vantaggi di permanenza nell’unione mercantile, liberandosi quanto più è possibile da quella politica e giuridica (siamo poi sicuri che Cameron  sia poi così contrario ad una possibile exit? Se sei così contrario, vai proprio tu ad indire un referendum?). Non è poi detto che al di là dei ricattatori e catastrofisti proclami, le relazioni UE – Gran Bretagna, per la loro parte “naturale” che indubbiamente c’è a prescindere da più contorte considerazioni, possano rimanere non poi molto afflitte da una eventuale rescissione dei patti unionisti. Questa dei trattati è, come nel caso del Ttip, più una faccenda giuridica a sfondo politico-geopolitico che strettamente commerciale.  Una Gran Bretagna atomica, non più minaccia imperiale e quindi collegata ad una catena di “liberi amici”, amica ma autonoma da USA ed UE, liberale e democratica per fondazione ma molto realista nella relazioni internazionali, moderna, dotata della massima legittimità, forse il paese in cui si è storicamente concentrato il maggior know how di mondo (saper come avere a che fare col mondo), ancora centrale piazza finanziaria e vogliosa di riprender peso nell’intricata ragnatela che si verrà a formare nel mondo multipolare (immagino un 100% di Brexit al seggio del Foreign Office e al MI6), è davvero un ottimo posizionamento.

Sull’altro piatto della bilancia, oltre alla City (che pesa poco in termini di voti reali anche se qualcosa in più per quelli che influenza), alcune multinazionali, la pancia dei due principali partiti (o forse solo quella dei loro funzionari), la paura di una possibile catena di secessioni (subito gli scozzesi, ma forse anche gli irlandesi), l’instabilità politica, i contraccolpi e la destabilizzazione pilotata dall’esterno (non è che gli americani certe cose non le sappiano e come dimostra il caso brexit-4Panama papers – padre di Cameron, non staranno alla finestra a guardare), la lunghezza e la complessità delle procedure di ritiro dall’UE che aumenterebbero l’incertezza, gli strali delle élite globali che potrebbero meditare qualche ritorsione anche per frenare il contagio da “voglia di autonomia”. Certo una UE rifiutata, con tutti i populisti e nazionalisti sul piede di guerra, con una sequenza certa di richieste di altri referendum ed il rischio concreto di implosione, non parteciperebbe alla procedura di divorzio con piglio consensuale. Ma chissà se, a parte i gelatinosi burocrati di Bruxelles, ci sarebbe poi veramente chi vuole insistere nella inconcludente e contraddittoria impresa unitaria. Chissà se in Germania dove, secondo chi scrive e non solo, i sentimenti di ritorno all’autonomia del marco e di una geopolitica coltivata in piena autonomia sono molto più forti dei risultati elettorali dell’AfD, non si pensi di prender la palla al balzo, dar per persa la sempre più complicata gestione della scombinata banda euro prima ed euro continentale poi e riquadrarsi finalmente in una più ordinata Unione del Mar del Nord, una Lega anseatica che correrebbe prontamente a far accordi commerciali con gli stessi britannici lasciando i mediterranei al loro destino africano-mediorientale con supervisione americana. Questo del continente frantumato dal “tana libera tutti” di Londra, sarebbe un eterno ritorno per i britannici, la cui posizione storico-geopolitica è stata -da sempre-  dedicata a contropesare la pluralità congenita dell’Europa attraverso il classico divide et impera , anche per evitare di farsi imperare, ciò che i britannici non potranno mai ed in nessun modo accettare, almeno per i prossimi immediati due/tre secoli.

Naturalmente, tutto ciò non è affatto oggetto del pubblico dibattito britannico sul referendum del prossimo 23 Giugno, impegnato in migranti, paura di clash finanziario, delegittimazioni tra leader ed altre risse minori. Non lo è e non lo potrebbe essere dato che questo tipo di questioni sono strutturalmente fuori la portata della mentalità media del tutto brexitvb78impreparata a partecipare democraticamente alle scelte politiche dell’era complessa. Ma a giudicare da questo intervento di Slavoj Zizek (qui) che consiglia ai britannici di rimanere nell’UE sebbene come alleati alla critica al neoliberismo e bastione contro il populismo nazionalista delle destre, forse tali questioni sfuggono anche a menti che si presumerebbero ben più preparate. Si può condividere senz’altro il giudizio del filosofo sloveno di sostanziale inutilità e totale subordinazione che ogni nazione da sola (ma questo vale per la Slovenia, l’Italia, la Spagna non per chi da solo non rimarrebbe e magari sarebbe ben meglio accompagnato) avrebbe nel panorama mondiale dell’era complessa ma solo se accompagnato da un pari giudizio di impossibilità verso una unione politica e geopolitica degli europei. Solo le menti che disegnano il mondo su fogli privati e lisci, quelli in cui non ci sono i confini storico-culturali, la oggettiva complessità e divergenza degli interessi stato-nazionali, continuano a coltivare questo disegno impossibile. Il buco nero mentale che alberga nelle mentalità marxiste a proposito dell’entità stato-nazionale, dà questa cecità geopolitica, semplicemente mancando il concetto, manca l’attitudine a leggere l’ordito. La battaglia per un’Europa di sinistra, anticapitalista, ecologica e democratica non è di per sé sbagliata sul piano ideale è semplicemente irrealistica poiché accetta l’unità continentale come dogma indiscusso, dogma che come tutti i dogmi, nasconde una inconsistenza di principio. Si può certo convenire che sarebbe bello e desiderabile un soggetto così e colà ma se l’oggetto è impossibile di cosa stiamo parlando esattamente? E se stiamo parlando di un oggetto che non è politicamente possibile, il nostro dire che effetto ha su quelle condizioni di mondo che dovremmo cambiare e non più solo interpretare? Ma, a volte, sembra che il pensiero marxista sia più interessato a sopravvivere in forme pubbliche – accademiche che danno lustro ai suoi portatori, che effettivamente impegnarsi in quella modifica del mondo che muoveva con forza il suo fondatore.

Quanto alle reazioni geopolitiche all’eventuale Brexit, scontata la contrarietà della attuale UE e degli USA che per altro si sono espressi con chiare parole per bocca del presidente uscente che forse non ha ben capito a chi stava parlando, scontata la positività da parte russa,imagesx meno facile intuire le reazioni cinesi. Gli analisti occidentali, per lo più conformi al giudizio negativo delle élite da cui sono stipendiati, hanno abbondantemente riportato giudizi negativi, anche in ragione dei copiosi investimenti fatti nel Regno Unito che sono letti come strategicamente orientati a ritenere l’UK un avamposto strategico di collegamento all’Unione europea che, in parte, i cinesi certo preferirebbero intendere come un mercato unico e non un rompicapo giuridico-politico di pezzi di puzzle indecifrabili. Queste considerazioni sono legittime, però se ne potrebbero affiancare altre anche perché presupporre che i britannici siano più stupidi degli analisti che li studiano è abbastanza improbabile. Una Gran Bretagna esterna all’UE non sarebbe necessariamente contro la UE ed i rapporti commerciali, come detto, sarebbero facilmente mantenuti tali e quali a quelli storici, cioè intensi. E forse, l’idea di avere un polo in più, un nuovo attore importante sullo scacchiere mondiale, potrebbe non dispiacere ai cinesi. Certo i britannici non si farebbero troppi problemi dell’espansione asiatica del Paese di Mezzo, a differenza degli americani, e potrebbero anzi stornare le intenzioni geopolitiche neo-zelandesi ed australiane in favore dello “sviluppo armonioso” del Pacifico, in luogo del ben più minaccioso Tpp. Come piazza di banca-finanza-assicurazione, Londra non avrebbe conflitti d’interesse con lo sviluppo cinese sia per le due Vie della Seta, sia in Africa e financo in Sud America, anzi. La relativizzazione degli USA, forse più come principio che Brexit-Grexit-EU-Cartoonnon subito come sostanza è la pre-condizione di possibilità per avviare una nuova stagione di relazioni multipolari che è il futuro voluto da Pechino e un nuovo polo britannico, magari costellato da alcuni paesi in cerca di una occidentalità meno militarista ed unilaterale di quella di Washington, creerebbe questa multipolarità di fatto. Infine, la carambola degli effetti eventualmente disgreganti l’Unione europea, se da una parte è certo un fastidio di non poco conto per le relazioni bilaterali, dall’altro scompaginerebbe  quel monolite acefalo che è passivamente diretto geopoliticamente da Washington. Magari, scompaginandosi, poi si riformula…

Una Brexit potrebbe realmente dare una svolta storica ai processi geopolitici, a partire proprio dal puzzle europeo. Nonostante i meno avveduti pensino ancora possibile in Europa un ritorno delle nazioni ottocentesche e solo i più testardi si immaginano un futuro per la UE, nuove e diverse unioni potrebbero formarsi. In fondo l’Europa ha tre/quattro blocchi costituenti fondamentali (esclusi i britannici che vanno comunque considerati a parte): quello tedesco/scandinavo, quello mediterraneo e quello balto-slavo eventualmente divisibile in due con diverse possibilità di dove porre la linea di faglia. Questa Europa del Molteplice,imagesd che non ripiomba nel delirio degli stati-francobollo tra loro in rovinosa ed inconcludente competizione, avrebbe la concreta possibilità di formattarsi in poche, ampie e significative federazioni. Federazioni concretamente possibili perché basate su forti consistenze storiche, linguistiche, culturali, religiose e geografiche comuni (che sono poi quelle che maggiormente influenzano l’interesse geopolitico) che sono l’ineludibile pre-condizione per avere una unione politica. Il non compreso dell’ipotesi Unione europea/euro, è che non si sono mai fatte né mai si faranno nuove entità politiche basate su forme date dagli interessi economici semplicemente perché la complessità di uno stato e sottostanti popoli non ha la stessa natura della complessità di un mercato. C’è anzi una ontologia divergente, geografica per gli stati, meta-geografica per i mercati.  Vere federazioni, cioè stati, sono unità giuridiche, politiche, geopolitiche, quindi entità stabili orientate dal legittimo giudizio popolare democraticamente espresso e con potere di decisione e consistenze, comunque, non trascurabili. Per una eventuale federazione mediterranea che includa la Francia, parliamo di più di 200 milioni di persone per quella che sarebbe comunque la terza economia-mondo dopo Usa e Cina. Per Pil, l’UE è oggi prima ma la UE è un’entità statistica, non politica.  L’UE potrebbe diventare così felicemente ed utilmente per gli stessi europei, una confederazione, magari con unità militare che al contempo liberi dalla dipendenza NATO ed immunizzi preventivamente da ritorni di fiamma della storica competitività armata che ci affigge dalla Guerra del Peloponneso in poi. Naturalmente potrebbe benissimo riformulare un proprio naturale mercato comune e se ci tiene, anche un serpente monetario che leghi un po’ ma non troppo le sue nuove tre quattro nuove valute.

Siamo convinti che prima o poi, questa sarà la strada che ci riserva il futuro. Nel frattempo, tempo triste in cui unionisti e nazionalisti si contendono la verità che sfugge ad entrambi, può darsi che la Brexit non passi ma visto che comunque il risultato non schrank_camerondovrebbe essere così chiaro (una forte affermazione dei SI) e stante una forte regionalizzazione degli stessi SI in Scozia, Irlanda e forse Galles e quindi dei NO in Inghilterra che rimane la pancia storica dell’unione dei britanni, l’ambiguità e l’agonia delle relazioni tra UK ed UE e quelle interne all’Europa non potrà che aumentare (il quesito referendario è: Should the United Kingdom remain a member of the European Union?). Ci risparmieremmo volentieri questo “tanto peggio tanto meglio” ma è evidente che lo stato delle idee e delle intenzioni tra gli europei, tra le élite, anche quelle intellettuali, non possa dare altro esito che continuare ad aspettare e, purtroppo, soffrire della nostra mancanza di spirito nel trovare i nuovi modi di stare al mondo che l’era complessa richiede come necessari.

La notte d’inizio estate del 23 Giugno andremo a dormire, forse con ancora il punto interrogativo. Alcuni sogneranno la continuazione delle sorti progressive dei paesi imagescfespropriati dai mercati impersonali di cui sono la mano visibile, Juncker andrà a letto sicuramente ubriaco, la Merkel pensosa, Obama tra il preoccupato ed il sollevato per il suo prossimo fine mandato, Putin forse rimarrà alzato a seguire gli exit-poll e lo spoglio. Altri sogneranno che dalla continuazione dell’incubo europeo un bel giorno si sveglierà, come la principessa delle favole, una Miss Europa democratica, ecologica, uguagliante ed anticapitalista, altri ancora sogneranno il grande ritorno delle identità impaurite che inneggiano all’uomo forte, altri dell’Impero. Noi la complessità multipolare che per chi s’interessa di geopolitica è come la mattina di Natale prima della corsa ai doni sotto l’albero.

Poi, l’indomani, quando ci sveglieremo davvero, ci troveremo in un mondo che di nuovo ci interrogherà su quali intenzioni abbiamo per far fronte alla nuova era complessa. Il mondo complesso è la vera entità dalla quale non ci è possibile una -exit- e sempre più ci imporrà la realistica responsabilità del doverci a lei adattare. Noi, speriamo di cavarcela, alla Regina, come sempre, ci penserà Dio.

= 0 =

[L’articolo di commento del 24.6 , su come poi è andata, qui]

Questo articolo ha abbondantemente tratto spunti da questi di eurasia, LSE Economist, ed altri di minori.

Pubblicato in geopolitica, occidente, regno unito-gran bretagna | Contrassegnato , , , , | 2 commenti