Termodinamica delle relazioni internazionali.

[ Nato come un post su facebook, Megachip -che ringrazio- ha inteso cortesemente pubblicarlo come articolo, lo riporto per mia documentazione. Sono cose già note ai lettori di questo blog ma almeno ha il pregio di essere relativamente breve -per i miei standard- 🙂 ]

Gli USA sanno che, nel tempo, dovranno ridimensionarsi dato che perderanno inevitabilmente il controllo di ampie porzioni di mondo e che questa perdita, retroagirà sulla loro potenza, quindi consistenza. Alcuni pensano che data questa posizione che sembra priva di alternative, gli USA cercheranno di buttarla in caos e paventano una Terza guerra mondiale, di impellente attualità. Questo corrisponderebbe ad un riscaldamento globale delle relazioni internazionali, una sorta di forzatura verso uno stato eccitato in cui tutte le particelle impazziscono nel rimbalzare reciprocamente in un disordine assoluto che si autoalimenta. Due cose però fanno ritenere questa previsione poco sostenibile.

La prima è che il confronto tra grandi potenze, quello USA – Russia nello specifico, è da più di sessanta anni soggetto al principio paralizzante della Mutua Distruzione Assicurata. Anche idee limitate di confitto locale quasi-tradizionale diventano irrealistiche dal momento che ogni conflitto è soggetto all’escalation di violenza e quindi non importa come inizia ma di certo arriva prima o poi alla massima potenza dispiegabile, quindi alla M.A.D. Alla M.A.D. militar-logistica già prevista negli anni ’50, oggi poi si sommerebbe quella economica e finanziaria che molte blue chip di Wall street certo non gradirebbero.

La seconda obiezione è che non si capisce quale effettivo vantaggio avrebbero gli USA a scatenare una guerra che: a) condurrebbero praticamente da soli in quanto non si vedono alleanze organiche significative (più significative delle repubbliche baltiche ad esempio) e convinte (più convinte dei recalcitranti euroccidentali-NATO); b) non potrebbe essere “vinta”; c) distruggerebbe la residua credibilità internazionale di un attore che non sopravviverebbe all’attribuzione della colpa di responsabilità di un conflitto così grave, anche se seppellita da narrazioni confondenti e depistanti che possono valere in corso d’opera ma non quando la fog of war si sarà depositata.

Infine, considerazione accessoria, non si è mai vista una guerra mossa da un paese che tra fine mandato ed insediamento del successivo, avrà un comandante in capo con poteri effettivi, non prima di un anno da oggi.

Come spiegare allora le tante e continue “provocazioni” NATO-americane, non solo verbali ma sostanziali, che registriamo nelle cronache internazionali? Se il tempo è ciò che porterà alla dolorosa e necessaria contrazione di potenza e di sostanza degli USA, allora occorre rallentare il tempo. Poiché il tempo è la misura degli stati successivi del movimento delle parti, per farle muovere di meno, occorre raffreddarle, idealmente, congelarle. Allo 0 assoluto Kelvin (al suo approssimarsi) tutte le parti rallentano e quasi si fermano e con esse il tempo. Gli inglesi hanno la felice espressione “buying time” per dire appunto “prendere tempo” (per loro essendo il tempo denaro, lo si compra), dilazionare il destino nel nostro caso, pilotare i processi e scegliersi con calma le opzioni migliori.

Con una guerra minacciata e non agita si raggiungono diversi risultati: 1) il complesso scientifico-militare-industriale tira come se fosse in guerra con evidenti benefici economici interni anche in funzione dell’export (Obama toglie l’embargo al Vietnam ed invita tutti gli alleati a spendere di più per gli armamenti, apposta essendo il principale fornitore della merce e l’ultimo G7 tende a sdoganare la ripresa degli “investimenti statali” con tanto di paper IMF che riconsidera i meriti del neoliberismo e suggerisce un po’ di keynesismo giudizioso); 2) gli “alleati” riottosi, sono spinti a superare le proprie resistenze da una continua escalation delle tensioni e con ciò sottratti al dialogo col nemico e riportati nel recinto amico; 3) i nemici, sono costretti a competere nell’escalation degli investimenti militari e con ciò, rallentare il loro sviluppo economico (Cina) o rischiare di diventare una leadership che non dà benessere (Putin) e come tale, che perde consenso sociale e quindi, prima o poi, da cambiare.

Poiché ogni potenza è formata da stratificazioni interne di diversi interessi, alcune parti del complesso militar-industriale russo o cinese, potrebbero avere cieco interesse a seguire questa escalation poiché dà a loro, nel gioco del potere interno, più centralità e forza. Si notano quantità crescenti di minacciosi articoli, libri, dichiarazioni di militari o esperti occidentali che è evidente stiano parlando alle loro controparti russe e cinesi, proprio per riscaldarle e dar loro materiale col quale allarmare le proprie leadership politiche.

Ne consegue una possibile deduzione ipotetica: ogni parola in più spesa nell’aumentare l’isteria da guerra imminente, fa il gioco americano di alimentare l’escalation e con ciò, irrigidire le relazioni internazionali affinché il tempo rallenti, affinché i nemici siano paralizzati dallo sforzo di difesa e gli amici riottosi, congelati nella polarizzazione delle relazioni internazionali del “o di qua o di là”. La guerra ibrida è calda nelle minacce e fredda nell’esito.

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Infografica: elaborazione su immagine © Immagine tratta dal film di Stanley Kubrick, Shining (1980).

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L’EVOLUZIONE DELLA TEORIA DI DARWIN. (2/2)

Nella prima parte di questo studio (qui), abbiamo provato a dare una parzialmente diversa lettura della teoria di Darwin. In questa seconda parte, analizzeremo come venne a formarsi l’immagine di mondo che in parte influenzò lo stesso Darwin ed in parte contribuì a distorcerne l’interpretazione. Questa, è l’immagine di mondo anglosassone.

Ripensare l’interpretazione di Darwin è ritornare all’influente contesto del periodo storico-culturale nel quale la teoria apparve, periodo che contagiò e venne contagiato da Darwin. L’ambiente culturale europeo del tempo (metà XIX secolo), era fortemente influenzato da varie espressioni di pensiero tra loro coordinate in una ben specifica  immagine di mondo che non ha terminato di esercitare la sua influenza sino ad oggi. Le immagini di mondo sono sistemi di pensiero che al contempo, producono ideologie ma anche i criteri di verità e le logiche con cui sono costruite. In senso geo – culturale, parafrasando una deduzione di Marx, le immagini di mondo dominanti una certa epoca son quelle dei popoli dominanti[1] L’immagine di mondo che ha interpretato Darwin in un certo modo è la stessa che ha interpretato il giusto ed il vero di molte altre idee, costruendo un canone, il canone occidentale, che continua a dominare ancor oggi in ragione del perdurante dominio dei popoli che hanno prodotto quella mentalità, gli anglosassoni.

L’opera di Auguste Comte, che anglosassone non era ma ben interpretò lo spirito dell’epoca, a noi dice poco o niente se non che fu alla base di quel “positivismo” che noi 41KY3X3X0dL._SL160_PIsitb-sticker-arrow-dp,TopRight,12,-18_SH30_OU29_AC_US160_oggi mal consideriamo col rischio di espellerlo col giudizio dalla nostra tradizione di pensiero, quando invece nella tradizione di pensiero da cui derivano anche molte altre idee che non abbiamo affatto espulso, essa fu un’opera determinante, nel senso che determinò molto. L’Origine di Darwin è del ’59 mentre l’opera di Comte si sviluppò dagli anni ’20 fino proprio a gli anni ’50 in cui il francese meglio precisò il suo sistema di pensiero, incluso un “Sistema di politica positiva” scritto tra il ’51 ed il ’54. Il positivismo fu il riflesso filosofico e concettuale di una grande affermazione dello sguardo scientifico che accompagnò la più lunga “rivoluzione industriosa”[2] che coronò un lungo percorso intrapreso già nel XVI° secolo (ed in parte anche prima) con la rivoluzione industriale propriamente detta. Tutto ciò diventò il paradigma dell’epoca in cui gli stati europei furono impegnati in una triplice competizione: 1) per l’emancipazione dalla sudditanza dall’ignoranza e dalle incapacità che lasciavano l’uomo ancora troppo soggetto al dominio della natura, viaggio che aveva segnato l’inizio della modernità che subentrò al medioevo; 2) per la concorrenza reciproca tra i popoli che ha sempre connotato il nostro sub-continente la cui geografia produce complessità (molte varietà e molte interrelazioni che formano diversi sistemi in un piccolo spazio), viepiù laddove tutti si ordinavano con le nuove attività economiche; 3) per la gara alla conquista della migliori posizioni nel mondo che era diventato una proiezione dell’Europa in interna competizione, gara che prese le forme del colonialismo e dell’imperialismo. Tutti e tre questi punti, ruotavano intorno all’idea che l’ordine, la potenza ed il benessere di ogni Stato, dipendessero dalla performance economica che beneficiava Stato, popolo e soprattutto le sue élite (politiche, economiche, militari e culturali). Tale potenza era, tra l’altro, data dalla razionalità, tecnicità, scientificità dei processi che la sostenevano. Liberalismo, positivismo-scientista e social-marxismo, furono quindi le tre principali espressioni dello spirito dei tempi. Il liberalismo era l’ideologia delle élite, il social-marxismo del popolo, il positivismo scientista era il paradigma filosofico dei tempi.

Marx, con o senza Engels, produsse il pieno della sua opera tra il 1844 ed il 1859, poi continuò la ricerca sulle sole forme economiche che culminarono nel Capitale del 1867. Siamo dunque sovrapposti all’Origine ed Engels comunicò a Marx il suo entusiasmo per la lettura di Darwin e successivamente, di nuovo Engels, affiancò i due, Marx e Darwin, come scopritori di leggi naturali (l’uno) ed umane (l’altro)[3]. L’implicito era che esiste una evoseed01episteme (la conoscenza “certa” del positivismo) che crede nelle “leggi”, meta- categoria valida tanto per la Natura che per l’Uomo. Il progresso storico era un’evoluzione ed avveniva nella competizione tra classi per la diversa distribuzione delle risorse, quindi dei modi di produrle. La variazione genetica fonte di evoluzione, in economia era l’innovazione nei modi di produzione. Inoltre, sia la teoria di Darwin, sia più in generale la temperie dell’epoca positivista, dicevano della necessità di una mente “scientifica” per catturare quell’episteme che superasse l’inconcludente vociare delle opinioni. Per Marx questo suonava come prova del fatto che il materialismo economico, spiegasse meglio dell’idealismo filosofico, il mondo. Così il marxismo superava ogni idealismo ed utopismo garantendosi un istituto epistemico superiore e concretamente utile per cambiare lo stato delle cose[4] o almeno così ritenne.

Herbert Spencer, nove anni prima dell’origine di Darwin, in un’opera del 1950, usò per la prima volta l’espressione “lotta per la sopravvivenza”. Nell’Origine, Darwin rimarca di aver coniato il termine “selezione naturale” ma giudica altrettanto idonea l’espressione, di cui riconosce la paternità a Spencer di “sopravvivenza del più adatto”. Può darsi che a Darwin, ManVersusState_ePubche rifacendosi a Spencer si appoggiava all’autorità del filosofo ben interno alla cultura delle élite, in parte proteggendosi dalle violente polemiche ingenerate dalle sue idee, le due espressioni dessero lo stesso senso ma a noi no. Il concetto di selezione naturale, sebbene accentui forse troppo questa minacciosa “selezione” che forse non è poi così minacciosa e guardinga è più ampio e generico del dire che sopravvive il più adatto come se solo pochi nel mare magnum di una generalizzata strage perpetua, si salvassero.  Inoltre “sopravvivenza” dava più l’idea che la vita è effettivamente “solitary, poor, nasty, bruty and short” secondo la visione fondativa dell’antropologia anglosassone che è in Thomas Hobbes (capitolo 12 Leviatano).   Da Spencer deriva anche il social-darwinismo che si fonda sulla classica fallacia dell’analogia in quanto trasferisce per altro “presunte” leggi del mondo naturale al mondo umano come se da quello a questo non vi fossero salti di grado e differenze sostanziali. Oggi, parte della socio-biologia e della psico-biologia contemporanee, ancorché percorrere l’incerta catena deduttiva del riduzionismo molecolare, continuano questa tradizione della fallacia analogica. L’individuo di sesso maschile, il maschio alfa come si definisce il capobranco, violento, dispotico, egoista, dominante ed ordinante, nasce da questa mitologia spenceriana che però è solo un di cui di una ben più longeva tradizione della cultura anglosassone divenuta poi “occidentale” in senso esteso dato il doppio dominio imperiale britannico – americano e l’adozione dei principi su cui fondarono la modernità quei popoli, a tutto l’ecumene europeo occidentale.

Di questa formazione culturale di marca anglosassone fa certo parte anche quel Thomas Malthus la cui opera principale è del 1798 (Essay in the Principle of Population) ma continua a precisarsi e diffondersi ancora fino al 1830. Darwin trae il teatro della “lotta per la sopravvivenza” proprio dalle sceneggiature di Malthus e con esse ribadisce una interpretazione del contesto molto cara a tutto il successivo pensiero economico: la scarsità[5]. Al dramma della scarsità maltusiana, risponderà poi l’americano Emerson dicendo che l’uomo è anche inventore (cioè scienza + tecnica).  Se non venisse postulata ed assolutizzata la scarsità non ci sarebbe lotta, non ci sarebbe competizione, non ci sarebbe selezione dei migliori, coloro che, nonostante il contesto sfavorevole, riescono a ritagliarsicopc789 un posto al sole e così dare destinazione all’evoluzione perpetua dei migliori. Che lo debbano fare su i cadaveri degli altri è solo una realistica accettazione di quel particolare disegno di mondo. Tutti i piani di questa quinta rappresentativa concordano con coerenza nel preciso divieto espresso di nuovo da Spencer, a che lo Stato non intervenga mai e per nessuna ragione a migliorare le condizioni sociali pena il disordinamento del meccanismo selettivo che a quel punto, innaturalmente, avrebbe selezionato non più i migliori in quanto più adatti ma anche quelli che andrebbero scartati o usati per il progresso dei migliori. Questo farà del successivo welfare state originariamente inventato, anche se per sola convenienza e non certo per bontà, dal tedesco Otto von Bismarck, un istituto che gli inglesi faranno molta fatica ad accettare. Si imporrà infatti solo a partire dal Rapporto Beveridge, nel ’42, mentre rimarrà del tutto alieno dalla mentalità americana. Questo “divieto” è stato poi ripreso da Hayek e la temperie neoliberale tuttora vigente.

Jeremy Bentham, compie una operazione di strutturazione filosofica decisiva. Decisiva perché le strutture delle immagini di mondo sono registrate prevalentemente attraverso il discorso filosofico. Registrate significa che la filosofia raramente inventa, più spesso come ebbe felicemente a notare Hegel, registra le forme dell’epoca col pensiero, sistematizzandole. Bentham, soprattutto con le opere degli anni ’20 del XIX secolo,  positivizza la morale con un’operazione dalla doppia valenza. Riprendendo Beccaria, Helvétius e Hutcheson (e i temi del più ampio Illuminismo scozzese di Ferguson, Smith, Hume) coniando il principio dell’utilitarismo della massima felicità per il maggior numero 9788841893876di persone, formula un’algebra morale che permetta di quantificare piacere e dolore ottenuti tramite l’azione, una preparazione di quella “scelta razionale della massimizzazione dell’utilità” a base del moderno pensiero economico. Poiché attraverso la mano invisibile, l’egoistica ricerca del massimo piacere va a vantaggio di tutti ecco realizzato d’un sol colpo il bene generale, quello personale, la scientifizzazione del desiderare e dell’agire, con beneficio morale collettivo finale. Mano invisibile e selezione naturale, al cui giudizio debbono sottomettersi i competitori, sono omologhi. La competizione individuale porta benefici generali e quindi ha valore morale. Bentham avrà forte influenza anche su i due Mill, di cui John Stuart sarà l’autore di quel On Liberty (del 1859, anno dell’Origine), altro pilone dell’edificio liberale, in questo caso, con venature socialisteggianti.

Il concetto di evoluzione, è poi in debito con la cultura del XVIII secolo in cui si espresse una parte dell’Illuminismo ed in particolare il concetto di progresso. Questo concetto idealizza un perfetto progresso stadiale della storia umana, originariamente nelle concezioni storiche di Condorcet, poi in Hegel, poi anche in Comte e di nuovo in Marx. Questo progresso è dotato, un po’ per tutti i citati, di motivi che lo fanno inevitabile, forse rallentabile o accelerabile ma non evitabile, in una corsa verso la crescente perfezione. Con una certa inevitabilità che a noi oggi appare assurda eppure che non più di un secolo e 9788843037834gmezzo fa era merce comune nei più grandi pensatori, il “culmine del progresso” sono stati i francesi per Condorcet, i tedeschi per Hegel, gli inglesi per un po’ tutti gli inglesi, di nuovo i tedeschi per Hitler e gli americani con la dottrina del destino manifesto. Per altro lo pensano di se stessi anche gli ebrei, i cinesi ed i giapponesi. E non si pensi che Hitler fosse una devianza nella sua deriva ariana, l’eugenetica è una idea inglese lanciata dal cugino di Darwin, Francis Galton e la manipolazione del genoma è oggi medaglia di prestigio per la ricerca biomolecolare statunitense. Gli anglo-sassoni sono appunto di origine germanica e l’Hitler che voleva unirsi ai cugini inglesi per sottomettere il resto del mondo al dominio ariano, lo sapeva molto bene, così come lo sapevano parti dell’aristocrazia inglese, inizialmente molto attratte dall’ascesa del nazismo tedesco[6]. C’è una doppia componente in questo wishful thinking, che la Storia sia determinata e quindi prevedibile e che chi sta leggendo questo percorso si veda come terminale finale, come frutto dello sforzo evolutivo, come “migliore”.

C’è quindi una determinabilità della storia, c’è un fine di “progresso del migliore” che premia i migliori, c’è un modo scientifico di adattarsi a questo movimento ed è quello che premia la ricerca dell’utilità egoista, poiché questa -grazie alla mano invisibile- porta alla premiante redistribuzione dei benefici. Ma tutto ciò non è che narrazione ex-post. Di base, la prova provata del successo di questa immagine di mondo e della predestinazione dei popoli che l’hanno distillata è il ruolo di vertice che Regno Unito prima e Stati Uniti dopo, esercitarono e continuano ad esercitare sul mondo, in particolare quello occidentale.

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Si tenga conto che nulla di ciò a cui abbiamo appena accennato è veramente, propriamente ed esclusivamente il pensiero dei citati (tranne in alcuni casi) e comunque la citazione fuori contesto fa apparire chiaro e terso il significato che nelle opere o nel più generale sviluppo di pensiero di un pensatore lo sono diversamente. Inoltre, se effettivamente c’è qualche risonanza del pensiero pregresso al pensatore, da parte di questo non c’è certo responsabilità per lo svolgersi della catena dei rimandi a lui successivi. Anche quando c’è questa risonanza poi, occorre vedere da cosa proviene. Possono essere idee riprese e reinterpretate, che viaggiano o compaiono in altri autori o si trovano riferite in altri contesti e non sempre apprese dalla lettura diretta delle opere. Darwin era notoriamente slide_9anti-schiavista  e ne “L’origine dell’uomo” pose severi limiti alla trasferibilità nel sociale di ciò che si presumeva essere lo standard competitivo nella natura. Condorcet era notoriamente un progressista e così Saint-Simon che credeva, come poi crederà anche Comte, che gli aggregati sociali avrebbero dovuto esser guidati dalla tecno-scienza. Spencer era pacifista, anti-schiavista, anti-colonialista, anti-militarista, a favore della parità dei sessi e secondo alcuni addirittura filo-anarchico. Malthus voleva parlare “solo” del disallineamento tra progressione aritmetica delle risorse e progressione geometrica demografica e contenere l’eccesso riproduttivo. Comte era anti-schiavista ed anti-militarista e forse, confusamente social-pre-keynesiano, sebbene “scientificamente” convinto della superiorità maschile. Era però anche convinto che l’uomo avesse parimenti ereditato due caratteri, l’egoismo e l’altruismo, quest’ultimo particolarmente importante proprio per i destini della specie, ad esempio per le cure parentali e la formazione delle società (Comte fu anche fondatore della sociologia).  Le intenzioni di Marx ed Engels sono al di sopra di ogni sospetto. L’illuminismo è un movimento troppo vasto ed eterogeneo per dire che sia stato precisamente in un modo o nell’altro, sebbene Adorno ed Horkheimer[7] vi abbiamo poi voluto vedere un paradigma ben preciso, i pensatori furono tanti e tante le modulazioni dei pensieri[8] . Una buona parte dell’Illuminismo in realtà aveva come negativo il medioevo (o per lo meno una sua semplificata immagine) e la sua motivazione di fondo, almeno quella iniziale, era di tipo emancipativo. Alcuni limiti poi che oggi rinveniamo in alcuni pensatori, non sono meno giustificabili delle considerazioni sulla naturalità della schiavitù fatte a suo tempo da Aristotele. Questo riduzionismo del portare il complesso delle idee o dei fatti di un dato periodo storico, alla supposta origine delle idee espresse in questo o quel libro, porta fallacia di attribuzione com’è nel caso del riportare i fenomeni totalitari del XX° secolo alle ideologie. Nel compiere l’analisi è idoneo un atteggiamento generale anti-determinista, cioè più complesso[9].

Il pensiero di un’epoca, si forma in maniera più complessa che non rintracciando l’origine dei pensati in questo o quell’autore. Le catene sono più lunghe ed intricate e viepiù che si è affermato il mondo moderno, le interpretazioni e le riduzioni, i commenti e le citazioni, le riviste, le televisioni, oggi i social media, le riprese nei  discorsi degli influencer che non è detto poi siano studiosi o intellettuali, hanno più importanza dei pensieri originari[10]. Giustamente ad esempio, Marx identificò a suo tempo la mentalità che stiamo analizzandorobinson-crusoe-riassunto con il Robinson Crusoe di Defoe (1719) che con la sua forma immaginifica e narrativa, ebbe sulla sua epoca e quella successiva un impatto certo ben maggiore di tutti i pensatori da noi considerati. Sempre dei primi del ‘700 è la Favola delle api di Mandeville che per egoismo privato  con ricadute di bene comune e mano invisibile, è senz’altro più influente di Adam Smith (vedi nota 9) e ben precedente.  Come visto nel rapporto tra idea contenuta nel pensiero originario e le intenzioni del pensatore, c’è un diverso allineamento rispetto a quello che poi si trova nell’immagine di mondo di un’epoca. Le idee vengono prelevate dal loro contesto e poste in un altro, poiché il senso è dato dal rapporto tra testo e contesto, cambiando il contesto, slitta il senso. In un cero senso, il pensiero di un’epoca, si auto-organizza in una continua reciproca selezione tra i pensieri e la realtà ma anche viceversa. I grandi pensatori non sono dichiaratamente al servizio di una ideologia sebbene respirino e si nutrano dello spirito dell’epoca ma il loro prodotto è prelevato e riassemblato da una seconda categoria intellettuale che intermedia con l’opinione pubblica, sono loro a costruire gli invisibili raccordi che formano l’immagine di mondo di un’epoca. E’ ormai luogo comune ermeneutico il dover staccare l’autore dal suo “-ismo”, così per Marx, così per Darwin ma forse dovremmo aggiungere anche il necessario distacco tra l’-ismo e la vulgata ed invece la connessione tra questa ed il complessivo Zeitgeist dominante un’epoca, non sempre facile da ricostruire quando da un’altra epoca guardiamo a ciò che non c’è più[11].

L’ideale riduzionista, determinista, tecno-scientista[12], la fascinazione del metodo della causa singola, la vis duramente competitiva, l’individualismo eroico è stato alla base della mentalità delle nazioni dominanti della modernità, prima la Gran Bretagna – Regno Unito, poi gli Stati Uniti d’America[13]. L’ideale è stato apparentemente verificato dal “successo” di queste nazioni, successo che le ha poste in cima alla piramide del potere 31UhP18k52L._BO1,204,203,200_planetario. Ma desumere la verità di quell’ideale dal successo ottenuto da quelle nazioni è, in parte, proprio in base al metodo della causa singola, anche un nesso causale “magico” dove la correlazione che si forma in chi osserva darebbe magicamente dimostrazione della relazione causale tra le due variabili,  un saltare dalle premesse alle conclusioni senza considerare condizioni, situazioni accessorie, accidenti e lunghe ed intricate catene di causazione complessa. Tra queste la più importante, non è certo quella che porta dalla tecno-scienza (via economia) al benessere ma dalla tecno-scienza allo strapotere militare che porta a dominare porzioni di mondo molto più grandi della propria porzione nazionale, da cui si estraggo ragioni che alimentano un sistema economico che porta al benessere. E tutto ciò, comunque, a volerla fare breve perché la trama reale  è ben più intricata a lunga.

Poiché tra intellettuali e sacerdoti il confine è labile, lo è da sempre, ecco spigato come e perché molte menti apparentemente lucide e ben informate, abbiano recitato i salmi del rosario anglosassone, la religione dell’individuo impaurito che lotta contro l’altro individuo impaurito, per sopravvivere nella natura nemica ed il cui ricorso all’oggettività scientifica garantisce armi più affilate per sottometterla (Bacone) e, non avendo gli anglosassoni tradizione di convivenza stanziale e  numerosa, l’unico modo per stabilire la verità tra simili. Questo vero e proprio trauma profondo dell’antropologia dei barbari del Nord Europa (germani poi anglosassoni, goti, antichi indoeuropei di varia origine) è diventato lo standard di una certa mentalità occidentale che élite di altra origine culturale (ad esempio i mediterranei) condividono per puro interesse utilitario, poiché i discendenti degli antichi barbari hanno dominato il mondo, sottomettendolo e loro corrono incopvf soccorso dei vincitori per raccattarne le briciole[14].

L’amore per la libertà di questi popoli è l’insofferenza per ogni istituzionalità, l’amore per un sostanziale stato di natura il cui passo successivo non è lo stato di cultura e civiltà del Leviatano ma lo stato di natura degli egoismi non più totalmente liberi di configgere ma invitati a cooperare nel far mercato, che grazie alla mano invisibile[15], produce ordine dal disordine. Sostituito l’idromele con la birra e poste le asce bipenne al servizio della foga combattente che ha sempre contraddistinto queste genti, gli anglosassoni si sono garantiti la prova del successo del loro modo di stare al mondo con la forza e la prepotenza, deducendo narrativamente che tale successo provenisse invece dall’astuzia del saper far mercato, tecnica, scienza, competizione individuale. Mercato magico poiché misteriosamente in equilibrio come la Natura, intelligente perché redistributore come la selezione naturale, naturale perché sublima il carattere competitivo che determina il più adatto, nobile perché libero quindi soggetto alla legge di natura. L’evoluzione, per gli anglosassoni,  è corsa sempre lungo il continuum di un difficile rapporto con la Natura, prima blandita con atteggiamenti mistico-pagani, poi affrontata con potenza mistico-scientifica.

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Questo sistema formato da scarsità, lotta, egoismo, competizione, brutalità, individualismo, mistica del conflitto, riduzionismo monoculare, l’eterna presunzione che mia verità è più vera della tua, scientismo ed oggettivismo, ha oggi più di centocinquanta anni ed era riferito ad un mondo di un miliardo e poco più di persone, con una Europa centro dello sviluppo politico, militare, economico, sociale e culturale che oltretutto alimentava collezionando vari centri di insiemi imperiali estesi a tutto il mondo. L’ambiente non aveva ancora dato segni di sofferenza, c’era ancora molto da inventare e produrre, le demografie occidentali erano esuberanti ed esportavano umani con le migrazioni, la guerra si faceva ancora guardando negli occhi l’Altro.

Questo sistema di pensiero, oggi monopolizza l’immagine di mondo occidentale in una versione ulteriormente semplificata e radicalizzata dagli americani. Ma noi europei non siamo più centro del mondo, siamo sempre più anziani, facciamo meno figli, non è più nostra mentalità (per fortuna) l’idea di dominare anche militarmente il mondo. Abbiamo debiti e non siamo molto felici. Sebbene la nostra condizione storico – anagrafica – esistenziale non sia delle migliori, sarebbe il caso di darci una robusta svegliata e cominciar a tirar fuori qualcosa di nuovo nelle nostre immagini di mondo, a cominciare dall’interpretazione di quel pensiero del XIX° secolo da cui liberalismo, scientismo para-positivista e parte del marxismo discendono.

Rinnovare l’interpretazione di Darwin in senso adattativo è un tentativo, poiché  il principale problema teorico-pratico che oggi abbiamo è proprio il come adattarci a tempi nuovi superando le mentalità vecchie. Mentalità e popoli che con esse si identificano, mentalità e popoli che pur con un brillante passato, non sembrano più adatti al presente e viepiù al futuro.

(2/2 La prima parte è qui)

(Qui, l’articolo in formato completo)

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[1] Forse l’unico a cui è diventato per primo chiaro che oltre alle divisioni di classi interne alle nazioni, c’è una divisione di classe tra nazioni, fu Lenin nel suo lavoro sull’imperialismo (ma anche J.A.Hobson). L’idea è poi passata alla scuola sistemica di Wallerstein che suddivide il sistema-mondo in Centro, Semi-periferia e Periferia.

[2] Il concetto di rivoluzione industriosa si deve allo storico Jean de Vries. Già dal XVII 51d4NhuTDvL._UY250_secolo, si notano in varie parti del mondo e non solo in Occidente, una serie di profondi mutamenti della domanda. Le popolazioni aumentavano di volume, si moriva meno di malattie e pandemie, alcune società si complessificavano, le varie élite chiedevano simboli di status che di loro prima natura sono “esotici”. Questo diede vita ad una rivoluzione degli scambi e solo due secoli dopo, la rivoluzione industriale accompagnerà il movimento con un mutamento dell’offerta. La rivoluzione industriale, secondo questa ipotesi storica, si sarebbe sviluppata per ampliare il target della domanda e far di tutta la società, una società desiderante, desiderio diffuso che ne ha poi alimentato la crescita e lo sviluppo del moderno sistema economico (una terza rivoluzione fu quella consumistica del ’50-’60 e successivi). La rivoluzione industriale fu un amplificatore ma il segnale originario, nasce con l’inizio della modernità, nel ‘600.

[3] Lenin  in Cosa sono gli “Amici del popolo”?, 1894.

[4] Quanto la presunzione di scientificità del marxismo, si debba a Marx o Engels o al solito Kautsky (noto pervertitore dell’interpretazione del canone), è difficile dire. Le parti del pensiero di Marx che non siano la critica dell’economia politica, sono notoriamente frammentarie ed a-sistematiche per quanto le polemiche iniziali col socialismo utopistico, facciano pensare che qualche grado di oggettività fosse auspicato dallo stesso Marx. Ma ai fini del nostro discorso, in questo caso, l’interpretazione è anche più importante del pensiero originario dell’autore, poiché è proprio quella che ha attraversato un’epoca, segnandola con un discorso che risulta, almeno metodologicamente, accordato al discorso dominante. Marx comunque lesse ed apprezzò Darwin tanto da inviargli una copia del Capitale con dedica (resoconto delle tracce di Darwin nel pensiero di Marx, alla voce Charles Darwin, qui: https://en.wikipedia.org/wiki/Influences_on_Karl_Marx#Charles_Darwin

[5] Si consideri l’effetto sorpresa che colse gli anglosassoni trapiantati in Nord America, Lì, per ragioni geografico – ambientali, si manifestava invero una terra dell’abbondanza, ben diversa dalle steppe e foreste del Nord Europa che avevano fatto da culla ai popoli barbari originari. Da ciò, gli “americani” trassero l’idea di essere i predestinati, poiché Dio aveva dischiuso loro la terra delle opportunità.

[6] Su i rapporti tra nazisti ed aristocrazia nera inglese si veda G. Galli, Hitler ed il nazismo magico, Rizzoli, Milano, 2005

[7] Adorno – Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino, 2010

[8] J. I. Israel, Una rivoluzione della mente, Einaudi, Torino, 2011

[9] Il caso forse più eclatante è quello della Ricchezze della nazioni di Adam Smith che c’è da pensare sia un libro in cui la proporzione tra lettori effettivi e citatori, sia di 1 a parecchie decine. Contrariamente a quanto riportato nell’articolo della nota 15, a me risulta che la mano invisibile, nella RdN, compaia non tre ma solo una volta e che tale concetto origini da B. de Mandeville che Smith sbeffeggiava pubblicamente per la sua cinica pretesa che l’egoismo porti a pubblici benefici.

[10] E’ il caso, ad esempio, della poco conosciuta Ayn Rand, americana acquisita , fondatrice di una specie di 41TbEywJ2cL._SX288_BO1,204,203,200_idea filosofica detta “oggettivismo”. La Rand disprezzava in modo generalizzato quasi tutti i filosofi ma uno più di tutti, colui il cui pensiero definì addirittura “mostruoso”: Immanuel Kant (!). A. Greenspan e la prima Hilary Clinton si sono dichiarati suoi simpatizzanti. La Rand scrisse la sua specie di filosofia sotto forma narrativa e quindi il suo impatto fu ben maggiore e profondo di molti altri, più strutturati  e noti, pensatori.

[11] Inoltre, il ruolo di questa seconda categoria di intellettuali assemblatori e sviluppatori del pensiero dei “grandi” è occultato dall’aristocrazia intellettuale che ovviamente li disprezza anche perché invischiati nei prosaici interessi della commercializzazione del pensiero, essendo questo il loro lavoro specifico.

[12] A questo dominio paradigmatico che si espresse nel XIX secolo, si deve anche la annosa questione dello statuto delle scienze umane, quell’intermedio campo che si trova tra le scienze dure e gli umanesimi storico-filosofici. Lo statuto e la discussione sul metodo di queste discipline è una questione centrale nel processo di revisione dell’immagine di mondo dominante.

[13] Questo ideale ha toccato i vertici negli Stati Uniti d’America, una vera Repubblica delle scienze positive, inclusa la politica, infatti battezzata “scienza politica” (e l’economia politica ribattezzata “economics”), soggetta al paradigma postivista – comportamentista della Scuola di Chcago (H. Lasswell. D.Truman, D.Easton oltre al fondatore C.E.Merriam). Questa tradizione, a cui iscrivere anche il filosofo politico A. Kaplan, consegue quella più generale del pragmatismo (o pragmaticismo) filosofico di C.S.Peirce, W. James e J. Dewey.

[14] Chi scrive non condivide affatto quella critica della tecnica e della scienza che arriva la rifiuto di entrambe. E’ triste constatare che da una parte c’è l’intera immagine di mondo anglosassone (che critichiamo nell’insieme non nello specifico di contributi al pensiero che non sono da minimizzare) e dall’altra un confuso senso di nostalgia di non si sa cosa, che oscilla tra Hegel, Heidegger, il medioevo e la new age.

[15] http://evonomics.com/the-invisible-hand-laissez-faire/

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L’EVOLUZIONE DELLA TEORIA DI DARWIN. (1/2)

 

La sopravivenza del più adatto, questa è la sintesi che condensò l’intuizione e laCharles_Robert_Darwin_by_John_Collier successiva teoria su essa basata di Charles Darwin. Non è, nello specifico, una frase di Darwin ovvero non fu Darwin a dare questa sintesi, essa quindi è una ricezione, come venne recepito il discorso del naturalista. Queste ricezioni, dovendo sussumere tanto in poco (l’Origine delle specie è abbastanza voluminoso e l’argomento di cui tratta è complesso ed originariamente poco determinato nello specifico), fanno scelte linguistiche che vengono operate da mentalità orientate epistemicamente, a loro volta orientate a comunicare qualcosa ad altre menti epistemicamente orientate secondo i codici vigenti in una data epoca.

Cosa succede se pluralizziamo la frase se cioè il condensato del pensiero darwiniano diventasse “la sopravvivenza dei più adatti”? Apparentemente poco ma in realtà, invece, si crea subito una scena diversa. In questa scena non c’è più l’Uno contro Tutti ma i Molti. Questi Molti poi potrebbero ben essere in competizione tra loro e con Altri per downloadcvsopravvivere ma anche in competizione con Altro. Questo “altro” sarebbe l’impersonale fronte naturale, l’ambiente, il contesto in cui ogni situazione biologica è di sua natura posta. In effetti, il registro naturale che è ciò che affascinava Darwin, è spesso il venirsi a creare di progressivi affinamenti di organi o di prestazioni di organismi, relativamente al loro ambiente. La gran parte di queste caratteristiche fenotipiche, non sono volte alla competizione inter-individuale ma alla fitness con l’ambiente. Del resto, Darwin titolò la sua opera al plurale, parlò delle” specie” e terminò il volume con la famosa dichiarazione di meraviglia per questo bellissimo e complesso spettacolo delle diversità biologiche, un vero inno all’autocreazione del Molteplice[i] che è la “vita”. L’essenza dell’intuizione di Darwin sembra proprio essere il come la relazione con l’ambiente modelli le varie specie.

Questa formulazione plurale, “i più adatti” non direbbe immediatamente una seconda cosa ma creerebbe maggiori condizioni di possibilità per pensarla. Ci riferiamo al fatto che la selezione plurale, la selezione dei Molti, alluderebbe immediatamente al fatto che, oltre che alla competizione interindividuale, c’è quella tra gruppi e quella tra specie sempre sullo sfondo di quella della ricerca di fitness con l’ambiente. La competizione tra gruppi ealbere-delle-specie-darwin specie vedrebbe confrontarsi non più singoli ma collettivi. Ciò porta al concetto di “veicolo adattivo”, i gruppi sono strategie di adattamento che hanno scoperto che gli individui sopravvivono meglio all’adattamento con la natura se inglobati in un totale maggiore della somma delle parti. La selezione naturale, ci vede meno bene quando ha a che fare con sistemi sociali, nel senso che seleziona il sistema più che l’individuo. Sul piano umano, il fatto che nella nostra breve storia sul pianeta, abbiamo creato gruppi, famiglie, clan, tribù, unioni di tribù, regni, stati e civiltà, si spiegherebbe meglio se il succo cognitivo della teoria di Darwin non suggerisse sempre ed univocamente l’individualismo metodologico dell’Uno contro Tutto e Tutti. Per creare gruppi, infatti, quelli che sono stati selezionati, sono più i caratteri cooperativi, che non competitivi.

La frase “selezione del più adatto” fa pensare ad una continua selezione dei migliori il che, dopo milioni di anni di questo gioco, dovrebbe portare ad un campionato delle eccellenze. Da qui, l’idea di “evoluzione” cioè di cambiamento per l’affinamento qualitativo che ha anche una sua teleologia: la ricerca della sempre maggior perfezione. Ma in natura, di questa presunta eccellenza, di questa teleologia della perfezione non si vede traccia. fringuellim654Continuano a riprodursi codici genetici che portano all’esistenza individui lenti, distratti, pigri, poco intelligenti, senza alcuna particolare qualità. Continuano a sopravvivere genotipi che portano a fenotipi che più che “più adatti”, sembrano non del tutto “inadatti”. Insomma, talvolta, la selezione, dentro un certo margine di necessaria compatibilità, sembrerebbe esser assai di manica larga.  Del resto è proprio nel concetto di selezione il fraintendimento. L’ambiente a cui specie, gruppi ed individui debbono adattarsi cambia. L’avevano spuntata i grandi e grossi (i sauri) ma quando le condizioni sono cambiate, sono tutti morti e sono sopravissuti i piccoli ed i furtivi da cui buona parte del regno mammifero discende, quindi anche noi. Certe condizioni, selezionarono i grandi e grossi, altre condizioni li fecero estinguere e selezionarono i piccoli e più fragili ma agili e flessibili.  Nel loro piccolo, i batteri hanno l’invidiabile primato di specie più longeva, circa tre miliardi di anni. Alle volte, piccolo e semplice è bello, grande e complesso è forse relativamente meglio in certe occasioni (noi ad esempio, talvolta, siamo in grado di combattere i batteri forse meglio di quanto loro combattono noi), ma nel lungo tempo rischia di più il disadattamento il grosso e complesso del piccolo e semplice. I cambiamenti repentini e profondi di condizioni sono talvolta letali per i sistemi più complessi proprio perché la maggior complessità è uno sforzo di affinamento adattivo più fine e preciso a condizioni date, cambiando le condizioni, cambia la domanda di adattamento e chi ha troppo da dover cambiare, rischia di più.

Darwin trasse le condizioni di pensabilità del suo concetto di affinamento delle specie,12 poiché stimolato dalle recenti scoperte dei geologi francesi che avevano enormemente dilatato il tempo della Terra che, ancora ai primi del XIX secolo, si credeva essere quello dell’Antico testamento, poco più di 6000 anni. Ed è anche noto che in tutta la polemica che venne sostenuta da Darwin a proposito dell’implausibilità dell’evoluzione di una cosa così complessa come l’occhio, trovò soluzione proprio nel tempo. Per andare dalle cellule epiteliali fotosensibili all’occhio, ci vogliono due cose: 1) una prestazione che anche se in forma molto primitiva è garantita da subito (la capacità di orientarsi alla luce anche se ancora senza vista nitida) e mantenuta ad ogni stadio; 2) molto tempo[ii]. Le specie si affinano in molto, molto tempo[iii]. Per certi versi, Darwin stava celebrando quello che in campo umano è la storicità di lunga durata ed il divenire incessante, due concetti con cui non siamo ancora ben confidenti nel costruire le nostre immagini di mondo.

Cosa succederebbe se la frase che ha senso di addizione (la somma dei pochi adatti) la volgessimo al contrario nel senso della sottrazione, tipo “l’eliminazione dei meno adatti”? Anche qui, apparentemente poco o niente se non un senso di allusione alla morte che in genere la mentalità umana non gradisce. Eppure questo secondo senso del concetto, qualcosa cambierebbe. Invece di una corsa ad ostacoli ad eliminazione per cui pochi ce la fanno, avremmo una ampia maggioranza variegata sempre promossa e l’espulsione di qualche inadatto specifico. Il significato biologico (che ha sempre una sua brutalità)imagesc4 sarebbe che più che eccellere, è importante non avere dei bug di sistema gravi. Se l’importante è passare l’esame, dal 6 al 10, è tutto sommato indifferente il valore della prestazione specifica. Col 5 si rischia ma non è detto che non gliela si faccia comunque. Il fatto è che la competizione intraspecifica (dentro la stessa specie) ed interspecifica (tra specie)[iv], per nutrizione, risorse, luce, territorio, possibilità di accoppiamento, avviene nelle più disparate condizioni, in cui la pressione e la scarsità sono assolutamente relative e richiede la più disparate attitudini. La selezione naturale dei viventi somiglia al giardiniere che pota i rami di un albero col fine, però, di farlo crescere. Solo che non ha l’intenzionalità di un giardiniere ed il nostro ricavare dal comportamento della natura una analogia stretta per le cose umane è una delle più tipiche fallacie della nostra mente.

Infine, che tutta la faccenda dell’adattamento delle varie forme di vita (nei vari regni in cui si esprime), che la varietà di strategie e situazioni relative ai vari stadi del tempo e dell’ambiente, possa essere succosamente condensata nel significato di in un concetto espresso con poche parole, è forse alla base di molti fraintendimenti. L’intuizione di Darwin è un processo complesso, alla base della relazione vita-ambiente. Così come non la si può matematizzare per eccesso di variabili in gioco e relative eccezioni, non la si può sussumere in un spremuta di significato. Questa riduzione al significato, è necessario per la mente umana che ha i suoi limiti di forma, stoccaggio e processo ma far di questi limiti una legge positiva, porta a ritenere di aver capito cose che forse non abbiamo veramente compreso nel senso di “prendere assieme, cum-prendere”. Se consideriamo l’estrema variabilità della condizioni ambientali, le quali non evolvono affatto ma semplicemente si susseguono in un procedere che ha dell’orizzontale stocastico e non certo del verticale unilineare e finalistico, ne consegue il dissolvimento di quella strana teleologia insita nel concetto di evoluzione. I famosi equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge, disegnano un processo di ampie stasi ed improvvise, drammatiche e radicali cambiamenti. Questi cambiamenti radicali, diffusi e repentini possono derivare sia da qualche casuale innovazione dell’interrelazione che i geni hanno nel genoma (le parti rispetto al sistema), sia da qualche collo di bottiglia imposto dall’ambiente, una di quelle “catastrofi” che periodicamente cambiamo tavolo di gioco e regolamento tale per cui –improvvisamente- copcnon valgono più le regole precedenti ed anzi, ciò che funzionava prima diventa dis-adattativo nel poi. Questa successione stocastica delle condizioni generali, escluderebbe in via di principio una chiara linea della presunta evoluzione.

Eppure anche in questo caso, si può pensare questo che abbiamo detto ma esso stesso non è sempre vero. Alcuni invarianti come ambienti d’acqua, terra e cielo rimangono, rimangono condizioni più o meno oscillanti entro bande di valori abbastanza precisi per lungo tempo e quindi –limitatamente a quell’ambiente, quel tempo o a quel luogo- si possono vedere progressioni per sommatoria ed affinamento come il collo delle giraffe o le capacità di mimetismo della phalera bucefala. Ma allora più che Evoluzione, abbiamo molteplici evoluzioni relative.  L’unico significato complessivo dell’evoluzione della vita sulla Terra, fino ad oggi, è stato il procedere non lineare ed aritmico dal poco al molto e dal semplice al complesso, dall’Uno più semplice al Molteplice più complesso. Sembra esserci quindi una “legge della giungla” non nel senso che vince il più forte ma nel senso che il più forte è la giungla che è metafora del complesso[v]. Altri significati, riguardano sacche spazio-temporali più specifiche e non hanno quindi significato generale. Se si dovesse spremere un succo concettuale del significato complessivo, questo sarebbe la relazione non l’essenza, ogni essenza, caso vitale individuale, qualità dell’individuo, speranze di vita e riproduzione, sono definite da una relazione. Relazione tra i geni, relazione tra individui , relazione tra gruppi, relazioni tra specie e tutte sia competitive che cooperative, dirette ed indirette ma soprattutto relazione complessiva tra un qualsiasi sistema vivente e l’ambiente da cui dipende. La teoria di Darwin è quindi una teoria della relazione, le selezioni per eccezioni modellano le specie, la somma delle specie dà il sistema dei viventi, il sistema dei viventi – è – nell’ambiente generale che determina i criteri selettivi .

La teoria dell’evoluzione, dovrebbe rinominarsi e riconcettualizzarsi come una teoria dell’adattamento. La sopravvivenza non è sempre una cosa così “difficile” semmai si rileva che “alcuni” non ce la fanno perché troppo poco adatti a certe condizioni. Non c’è sempre questa ossessiva scarsità da cui conseguono stragi ed ecatombe seriali ma un generico controllo qualità che scarta certe difformità relative e contingenti. I principi su cui si “scarta” sono inoltre assai variabili.  Questi “qualcuno” che sono selezionati mostrano grande pluralità di caratteristiche che rispondo soprattutto a contingenze ambientali, alla competizione tra specie, all’adattamento al gruppo, oltre che alla competizione inter-individuale. Molte innovazioni della riproduzione del codice sono neutre, molte sono affogate nel fenotipo ed il fenotipo può esserlo nel gruppo. Il presentarsi dei neuroni specchio e di una teoria della mente in alcune specie, dice che questa è la selezione di una attitudine utile ad intuire cosa pensa l’altro, il che è tanto adattativo nella competizione interindividuale che adattativo per costruire veicoli adattativi, gruppi, società, branchi,cop67 banchi, stormi, colonie, in cui alla selezione si presenta la strategia “totale maggiore della somma delle parti”. Così per la “simpatia”, l’imitazione, il contagio, l’etica della reciprocità è molti altri incentivi relazionali che ereditiamo da una storia che è stata premiata dalla selezione naturale: l’interrelazione costruttiva di sistemi sociali[vi]. Di questo totale fanno parte individui egoisti ed individui altruisti ma più che altro individui che selezionano la due modalità a seconda della situazioni. Anzi, è facile che la monodimensionalità, l’individuo totalmente dedito a gli altri e quello pervicacemente aggressivo ed egoista,  siano entrambi disadatti, il primo perché la sopravvivenza è esistenzialmente e biologicamente un fatto individuale, il secondo perché per seguire il proprio unilaterale egoismo mette a rischio gli interessi degli altri che esistenzialmente e biologicamente non sono meno egoisti ma più intelligentemente, hanno capito che l’Uno ha forti interessi ad interrelarsi positivamente con gli Altri invece di combatterli.

Come una teoria non deterministica, complessa e non riduzionista, che è propria del concetto di relazione tra sistemi individuali, collettivi, di specie, alle prese con il giudizio dell’adattamento ambientale, sia diventata la risultante dell’individualismo egoista, la sceneggiatura del mors tua vita mea e la celebrazione del diritto del più forte di Trasimaco[vii], va spiegato non con Darwin ma con la sua ricezione, non col testo ma con la sua interpretazione.

(Prima di due parti)

[i] L’essenza propria della vita, cioè del fenomeno vivente, è la molteplicità. Questo concetto è primario, cioè irriducibile. La vita, nell’unità vitale (l’individuo) chiama due funzioni primarie, l’alimentazione e la riproduzione. Gli stili alimentativi sono assai vari ed i carnivori sono solo una parte, pare, non maggioritaria. A loro volta si dividono tra i saltuari e gli obbligati, i predatori ed i saprofagi. I carnivori predatori obbligati, che sono quelli in cui più di ogni altra specie si è spinti ad una lotta competitiva vitale-mortale, sono una minoranza assoluta. La riproduzione asessuata ovviamente non porta competizione. Quella sessuata è più spesso basata su rituali di corteggiamento in cui il maschio si propone e la femmina dispone, forse è per questo che “selezione” è genere femminile. La scelta ovviamente premia la buona salute e tutto ciò che a giudizio della femmina sembra portare ad una prodotto riproduttivo efficace, capacità di sensibilità interpretativa e valutazione olistica che caratterizza anche le femmine umane. Anche qui, la competizione con annientamento dei rivali è solo un caso specifico, assai minoritario.

[ii] Nel nostro recente studio su Tempo e Politica, ci siamo spesi ripetutamente per introdurre questo concetto del miglioramento progressivo nel lungo tempo, anche per le forme politiche. Ad esempio, per il concetto di democrazia, potremmo considerare quella rappresentativa uno stadio primitivo tipo “cellula fotosensibile” ed altresì per una democrazia con vista nitida a diverse messe a fuoco con policromia di visione, c’è da mettersi comodi e far molta strada. Ma ad ogni passo di questa strada, un grado seppur minore di democrazia deve “funzionare”, e ad ogni scalino, la forma successiva deve migliorare la precedente.

[iii] C’è anche l’interpretazione a “salto” di Gould – Eldredge, lunghe stasi ed improvvisi e radicali cambiamenti ma seguendo un pluralismo esplicativo, questa non annulla l’altra.

[iv] La competizione inter-specie è più spesso indiretta, cioè eco-sistemica e gli stessi eco-sistemi cono oggetto di selezione naturale (ambiente + specie). Altrettanto spesso però le relazioni tra due specie possono essere cooperative, simbiotiche o semplicemente compatibili. In quel caso il sistema tende allo stato di equilibrio eco sistemico.

[v] http://hierarchygroup.com/library/video/

[vi] http://evonomics.com/how-bad-biology-is-killing-the-economy/

[vii] “Il giusto altro non è che l’utile del più forte”, Platone, Repubblica.

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TEMPO e POLITICA.

Le tre puntate del saggio già pubblicato su questo sito, in un’unica soluzione qui.

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TEMPO e POLITICA. (3/3)

Nella prima parte di questo studio (qui) abbiamo analizzato il rapporto tempo e politica nella teoria, nella seconda parte, nella pratica politica (qui). Ora ci avviamo ad analizzare il tempo in politica degli individui ed il rapporto generale tra democrazia e tempo.

TEMPO INDIVIDUALE IN POLITICA, DA TROPPO A TROPPO POCO.

La democrazia rappresentativa, spacca in due l’universo politico degli individui. L’elettore è coinvolto pienamente solo in occasione delle scadenze di voto, l’eletto è un professionista della politica che lo porta a vivere un suo universo particolare, viepiù distante da quello 41gocsKuapL._AC_UL320_SR204,320_comune. Intorno a gli “eletti” si forma anche una classe di professionisti della politica sebbene non direttamente coinvolta nella gestione della cosa pubblica.

Il coinvolgimento dell’elettore in occasione delle scadenze di voto è parossistica. Persone, di solito, del tutto digiune ed aliene dai temi politici, vengono chiamate ad esprimere la loro delega complessiva (complessivamente inerente un grandissimo numero di cose quasi sempre non esplicitate nel contratto elettorale), in un crescendo di pressione improvvisa. Il meccanismo è quello del puh & pull, tratto come del resto tutto il marketing politico, da quello commerciale visto che la democrazia è oggi intesa come un mercato delle opinioni (vedi Schumpeter) il cui atto d’acquisto è il voto. Il “push” è la spinta, spinta a votare ed a farsi una frettolosa opinione, agita dai mezzi di informazione ed oggi, anche dai social media. Il “pull”, l’attrazione, è data dai vari partiti o candidati che imperversano e strabordano in ogni dove per circa un mese prima del voto. Il tutto basato su strategie fashion-seduttive, quindi non razionali, com’è proprio delle tecniche dell’advertising e del marketing. Le dimensioni degli stati-nazione, impongono macchine elettorali grandi, quindi costi grandi, quindi selezione ab origine di chi può permettersi tale impegnativa sfida. Non è prevista uguaglianza delle opportunità.

Da tempo, nella cosiddette “democrazie occidentali” si registrano ampie e crescenti percentuali di individui che rinunciano al voto, percentuali che, in alcuni casi, vanno ad approssimarsi alla metà degli aventi diritto o a superarla. Ogni volta che si registra una di queste discese nell’esercizio del diritto di voto, che poi dal punto di vista del contratto sociale sarebbe un dovere oltreché un diritto conquistato spesso col sangue, i politici si mostrano preoccupati. Ma invero, è almeno dagli Stati Uniti degli anni ’60 che si è teorizzato e fattivamente messo in pratica, il principio del silenzio – assenso, le maggioranze silenziose. In sincronia, le teorizzazioni sulla democrazia spettatoriale apparvero poco dopo che le élite occidentali avevano dovuto concedere il suffragio universale. La “democrazia di massa” fu una concessione quantitativa ma non appena data, scattò la teorizzazione sull’elitismo qualitativo.  La “democrazia per eccezione”, starebbe41GOZZuK0dL._SX331_BO1,204,203,200_ nel conteggiare come soddisfatti dello status quo coloro che non si esprimono, ipotizzando con logica claudicante, che se volessero dissentire lo farebbero votando. Più  cose congiurano invece fattivamente a creare questa distante indifferenza se non rifiuto dei sempre maggiori “non vontanti”.

La prima è data dai sistemi maggioritari di origine anglosassone che formano due schieramenti orientati al potere inteso come stato delle cose, secondo due diverse interpretazioni dove la “diversità” è assai sfumata, ove esiste. Chiaramente, questa impostazione non riflette l’eterogeneità della società sottostante e quindi, la parti senza rappresentanza, si astengono dal voto. Recentemente, anche la politologia accademica anglosassone ha cominciato a guardare criticamente il sistema bi-partitico, ottimo (secondo un punto di vista che premia la stabilità) per le fasi di riproduzione strutturale stabile, molto meno efficiente, quando le società ed i contesti generali hanno torsioni o accelerazioni che chiamerebbero un cambiamento deciso. Di fatto, i sistemi maggioritari bi-partitici, sono tendenzialmente conservatori rispetto alle grandi novità storiche, “resistono” al cambiamento sostanziale, difendono ostinatamente il contingente anche quando si muovono a riformarlo per renderlo “più adatto ai tempi che corrono”. Questa politologia ha, ad esempio, salutato con entusiasmo la comparsa di terzi partiti (quasi sempre “liberali”, esempio Germania, Olanda, Gran Bretagna) proprio perché l’articolazione politica favorirebbe la comparsa di innovazione, ragionamento che in parte porta laddove sono ben salde da sempre le convinzioni dei proporzionalisti[1].  Anche dove non ci sono sistemi rigidamente maggioritari ma sostanzialmente tali (due partiti molto grandi che si alternano al potere), 412f9cSioYL._SX296_BO1,204,203,200_nel tempo, le forze laterali che non arrivano mai al governo conseguono una mentalità di sola opposizione che non sempre merita la mobilitazione del voto ridotto a “testimonianza”.

La seconda ragione del “distacco” dalla fiera del voto, deriva dalla prima. Lungo cicli di gestione del potere senza modifiche apprezzabili, si sedimenta l’impressione tutt’altro che immotivata, che il cambiamento significativo non avverrà mai ed è quindi inutile andare a votare per esso, ancorché spesso non si trovino reali proposte politiche che intercettino questo bisogno di nuovo. Nei sistemi rappresentativi, governi delle forze maggioritarie  tendono a deludere le aspettative, il che unitamente alla longeva occupazione del potere da parte di forze centriste, rilascia la fatale impressione che “tanto non c’è niente da fare”.

La terza ragione, è la somma delle altre e del risultato concreto di questi tipi di governo. Si ha l’impressione che i professionisti della politica, vadano a costituire una élite staccata dalla realtà, che si attacca ai propri privilegi, che non conosca le difficoltà del mondo normale, sviluppando una sorta di metalinguaggio (il politichese) astratto e criptico-repellente. I rappresentanti non rappresentano altri che se stessi al servizio degli interessi politici delle lobbies. L’ansiosa richiesta del voto una volta ogni quattro o cinque anni, porta i politici a ricordarsi che lì fuori c’è un mondo in maniera utilitaria e i giochi pirotecnici con cui cercano di attrarre elettori, risultano quasi un insulto per chi da anni, ha problemi che mai vengono risolti e sa che non verranno risolti neanche questa volta.  Il non voto ha quindi una componente passiva ma anche una attiva nel senso di risposta419mRmt8fCL._SX314_BO1,204,203,200_ negativa alla domanda di partecipazione ad un gioco truccato, inutile, poco interessante per l’elettore-cittadino. Tutto ciò ha agito nel ben noto quadro generale del dominio dell’economico ovvero della società produttivo – consumistica che ha atomizzato e separato gli individui tra loro[2], distruggendone sistematicamente le condizioni di possibilità politiche. L’economico che teorizza la distruzione creatrice della concorrenza esasperata, quando si rivolge al politico, chiede stabilità e premia i monopoli del potere[3] il che indica con chiarezza la dipendenza strutturale che l’economico ha dal politico.

L’elettore o meglio l’individuo politico, è quindi una specie reietta, frustrata e delusa ma, come detto, c’è una precisa ideologia che tende ad allontanare le persone dalla politica. Si comincia dal fatto che -mediamente- le persone non hanno tempo a disposizione per ciò che esula dal lavoro, dalla gestione della quotidianità e ciò che rimane per gli affetti e le cure personali. Su questo si somma il senso di inutilità di questo interesse o addirittura impegno che deriva in parte dai tre punti esaminati, ma per altra parte dal fatto che le democrazie rappresentative ormai sono un potere secondo a quello economico o terzo se si conta a parte quello finanziario o addirittura quarto se, come in Europa, si sommano ambiti istituzionali extra-nazionali, verso i quali non c’è alcun controllo, sebbene influiscano in maniera determinante nella vita politica delle persone. Poco notata è poi una quinta influenza che è l’allineamento geopolitico che molti ritengono inerente la sola politica estera ma che ha fattive ricadute anche su quella interna se non altro nel controllo che viene esercitato in molti modi non evidenti e assai poco pubblici, per garantirsi che l’élite al governo sia “allineata”. L’evidenza per la quale forze misteriose e potentissime di origine finanziaria, bancaria, economica, geopolitica planetaria, governano su élite continentali a loro volta 475abdd3ecf89cb9f73cacbaa3a57b6e_w600_h_mw_mh_cs_cx_cydominanti su élite nazionali il cui peso politico si riduce costantemente, nutre la sfiducia per il voto ad una classe politica tanto incapace, quanto inutile. Manca cioè l’oggetto del contendere, manca propriamente la “contendibilità politica” poiché molti giochi della politica sono riservati a tavoli ad accesso riservato nei privé del potere e vi sono divieti insuperabili ed indiscutibili tanto invisibili quanto determinanti. Avendo sottratto l’oggetto del contendere, il potere di decidere, la contesa elettoral-politica è chiaro sia diventata un beauty-contest.

I media, che raramente sono indipendenti, amplificano la nullità dell’attività politica, non intermediano neanche linguisticamente con fatti o concetti politici che risultano di difficile lettura, risultano schierati a-priori e quindi non si ha mai vera e libera circolazione di idee e di opinioni magari differenti tra loro. I media poi, hanno la loro crisi tra una televisione generalista che riduce l’informazione al minimo salvo esagerare nell’includente dibattito tra presunti specialisti  (il format talk show che costa poco ed occupa molto palinsesto), la carta stampata che è in via di scomparsa e le cui tirature dicono dell’espandersi vertiginoso dell’analfabetismo funzionale ed Internet che poiché offre tutto, in pratica, non dice niente. Il fatto che i media siano tutti imprese commerciali legate al profitto quindi legate al consenso d’acquisto è considerato naturale. Ma così si determina l’infanticidio sistematico di ogni nuova idea che per definizione, quando nasce, nasce piccola. Anche i sistemi rappresentativi a soglia o maggioritari sono settati sulla soppressione del nuovo. Entrambi i sistemi sono conservatori, amplificano solo ciò che è già grande sopprimendo il 9788896904138gpiccolo. I social media hanno una struttura di feedback positivo, chiudono cioè cerchie che si auto confermano nella credenza di questa o quella dottrina e dato lo scarso interesse ed impegno politico, in realtà esaltano la coltivazione degli interessi ed hobby tra i più disparati e di nicchia. Mancando la piazza, il luogo fisico in cui tutta la città si ritrova  a prescindere dal genere, anagrafe, classe sociale, ognuno si chiude nella cerchia delle identità  particolari da cui la complessità plurale della realtà e della necessaria politica che dovrebbe affrontarla, è esclusa in via di principio. La privatizzazione di tutto, dalle scuole a gli ospedali, si muove sulla stessa logica castale per cui i simili debbono stare coi simili e l’esposizione al contatto con il differente diventa impossibile ed indesiderato.  A tutto ciò si aggiunge la disgrazia del postmoderno, del liquidismo, dell’edonismo consumista, del partito packaging, della mitologia del leader carismatico weberiano (bisognerebbe rileggersi Max Weber per capire come certe sue teorizzazioni descrittive siano poi diventate prescrittive).

La distruzione dei partiti di massa, gli unici ambiti se non di pratica democratica almeno di incontro, scambio di idee, formazione alla pratica politica (discorso, argomentazione, dibattito), presenza sul territorio, rapporto con la cittadinanza, cinghia di espressione e di copbg789trasmissione coi leader, ha definitivamente raso al suolo ogni presupposto di rapporto tra politica ed individui. In effetti, si è compiuta una decennale, silenziosa e metodica distruzione del politico e di quella vaga democrazia che prometteva l’ambiguo  sistema rappresentativo, in favore delle élite dalle mani libere e del subordine del politico all’economico-finanziario. Letto come sistema, il sistema politico è diventato alieno, indecrittabile, indesiderato, poco attraente, socialmente non gratificante, composto da individualità poco stimabili, quasi superfluo. Nello spettro delle nuove idee, si presentano addirittura posizioni anarco-capitalistiche (il libertarismo à la Rothbard) che teorizzano il dissolvimento dello Stato in favore del Mercato, posizione in sé priva di senso e di conoscenza della struttura profonda che sostiene il “sistema” capitalistico ma che svolge bene la funzione di indebolire ulteriormente il politico nel sistema delle idee. Laddove si dimostra che mentre il popolo vagheggia inconcludenti rivoluzioni, il potere dei Pochi conosce molto bene la legge delle trasformazioni progressive e la legge della rana bollita[4], poiché tutto ciò non è accaduto per un genetico destino degenerativo endogeno ma per una chiara intenzione di sollevare i ponti della cittadella dei poteri.

I principi fondativi della democrazia ovvero la brevità delle cariche di governo per non sedimentare poteri personali distorsivi del funzionamento politico, lo scambio continuo tra ambito politico e civile per portare le questioni dell’uno nell’altro e tenere così il politico ben al servizio del civile ed il civile consapevole della complessità del politico, il tempo per la conoscenza, l’informazione e soprattutto la discussione, la frequenza estesa del voto, sono tutti decisamente e sembra quasi programmaticamente, contraddetti dalle forme che ci ostiniamo a chiamare “democratiche”. Il tempo politico è massimo nei Pochi ed è minimo nei Molti, questa è la condizione strutturale per la democrazia delle élite, lacopnb78 natura dei nostri sistemi politici che si basano su un ossimoro ovvero nominare un sistema strutturalmente oligarchico con il termine democrazia. Questa apparentemente innocua discrasia tra la parola e la cosa, in realtà è un potente anestetico delle coscienze individuali che si convincono di vivere in un universo immaginato che si sovrappone, celandolo, a quello ben meno rassicurante della concreta realtà. Il re può ben girare nudo per la città, ricevendo commenti ed apprezzamenti da parte di un popolo che non crede più a quello che pur vede mentre coloro che non si raccapezzano più in questa contraddizione, volgono la testa dall’altra parte per ridurre la dissonanza cognitiva.

LA DEMOCRAZIA ED IL TEMPO.

Con democrazia intendiamo l’autogoverno quanto più diretto possibile degli individui associati. Volendo abbandonarci ad una analogia, la democrazia è lo stato adulto della società, passato lo stadio in cui la società bambina è stata governata da un ristretto gruppo di adulti simile alla famiglia e la società infantile è stata governata da uno solo anzi da una sola, la mamma (il padre nell’inversione che ne fece la tradizione indoeuropea)[5]. Ma così come per essere adulti dobbiamo raggiungere diverse facoltà di autonomia, soprattutto mentali, per avere democrazia prima ancora di dilettarci ad esaminare schemi, forme e condizioni giuridico – istituzionali, occorre avere democratici non meno che per avere la Chiesa romana si ebbero prima cristiani e prima dell’islam si ebbero musulmani e prima del capitalismo si ebbero i possessori di capitale. Le parti, ontologicamente, anticipano il sistema come gli ingredienti la torta. Certo, quando i possessori di capitale, raggiunsero un potere governante quale il sistema rappresentativo inglese del XVIII° secolo, o quando i copng70musulmani raggiunsero califfato  o i cristiani il sistema della Chiesa romana, del papato e dello Stato Pontificio, l’intero loro sistema diventò un organismo e funzionando in maniera circolare con anelli di retroazione potenzianti, crebbe, si assestò e mostrò una forza “maggiore della somma delle parti”. Ma -di base- se non si inizia dagli individui, poiché sono gli individui la materia prima di ogni costruzione sociale, non si fa niente che funzioni o stia in piedi con le proprie gambe e resista a gli attacchi distruttivi che fanno da levatrice ad ogni fenomeno sociale. L’edificazione del comunismo prima di avere una congrua massa critica di comunisti in Russia testimonia del fallimento dell’idea contraria. L’intera teoria politica occidentale, ha ecceduto nella attenzione alle forme sistemiche quasi che queste siano le formine per stampare le individualità politiche quando il sistema è solo una macchina semmai per riprodurli e porli –appunto- a “sistema”. Questa dimenticanza della dipendenza dalla “materia prima” è la stessa delle teorie dal capitalismo che eccedono in strutturalismi che rendono ciechi del fatto che senza la materie coloniali la Rivoluzione industriale non avrebbe avuto ciò su cui esercitarsi. Va bene il genio inventivo, il proletariato, il capitale, l’intraprendenza, le macchine, il credito bancario e financo il capitale finanziario ma prima che tutto ciò abbia senso ci vuole una cosa semplice -il cotone- ed il cotone non cresce in Inghilterra.

Nella condizione attuale, l’individuo democratico manca del tempo essendo questo denaro ed essendo il denaro l’unità energetica della società, esso viene investito appunto per procurarsi denaro. Non c’è tempo per conoscere, non c’è molto tempo e molta offerta per l’informazione di qualità, ci sono invece molte distrazioni e molte pulsioni ad evadere dalla realtà (procurarsi denaro) che prosciuga la gran parte delle energie psichiche ed anche fisiche degli individui. Non solo non c’è tempo, ma non c’è nemmeno modo e luogo per dibattere. Si assiste al dibattito altrui, dibattiti condizionati dalla grammatica del mezzo televisivo che quanto a tempi non è sede naturale dello sviluppo di un discorso logico – critico – argomentativo, si assiste al dibattito di prescelti (opinion leader decretati da chi?)  per farsi un’opinione ma così come non s’impara una lingua senza mai provare a parlarla, noncopxd è assistendo passivi alla passerella delle opinioni convulse di questo o quel opinion leader che si forma un pensiero proprietario ben fondato sulla competenza logico-linguistica. Non c’è modo di catturare il complesso col pensiero perché non c’è tempo di studiarlo e di parlarlo ma anche e soprattutto perché la divisione del lavoro ha invaso anche l’intelletto e la società dell’educazione per cui abbiamo specialisti per tutto ma nessun generalista, si analizzano parti ma non il sistema che è il risultato dell’interrelazione tra le parti.  Scatta qui la prima applicazione fondamentale del principio di delega, pochi sanno ed i molti possono al massimo scegliere da quale di loro farsi passivamente rappresentare nel dibattito delle idee[6]. Il motto kantiano che fa da esergo a questo diario di ricerca “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza” è l’esatto contrario di questa coltivazione della passività spettatoriale intellettiva che è l’essenza della gerarchia in base alla quale, da sempre, i Pochi dominano i Molti.

La democrazia rettamente intesa, ha la natura di un’idea limite, di un punto messo su un orizzonte che si sposta allontanandosi, tanto più ci avviciniamo. Tale natura quindi, usa il tempo progressivo, un percorso lungo nel quale vi sono molte stazioni intermedie, in cui come nelle scalate alpine, in ogni momento possiamo deluderci nel constatare quanto ancora ci manca ma in cui possiamo anche rincuorarci guardando indietro a quanta strada si è fatta. Un percorso in cui ogni stazione intermedia ha l’aria progressivamente più covernh120frizzantina e da cui l’orizzonte diventa viepiù ampio e chiaro. Tra democrazia e rivoluzione non vi è quindi alcun rapporto funzionale, l’eventuale concetto “rivoluzione democratica” può essere inteso solo come slogan nella battaglia delle idee. Potrebbe sempre accadere che nella concreta pratica sociale e politica, si verifichino momenti in cui occorre passare dalla relazione dialogante costruttiva all’azione brusca ma non sono queste le corde, i moschettoni ed i rampini che aiutano la nostra scalata. O meglio, si può e probabilmente si deve prevedere che azioni politiche di massa, pressioni forti, azioni diffuse, disobbedienze ferme, entrino a far parte di un movimento democratico ma sono da intendersi solo come strumenti di lotta politica contro gli anti-democratici e non è solo da questo confronto agonistico che sorge un percorso costruttivo di democrazia reale. L’importante è che quando c’è il corretto confronto democratico, i veri democratici siano di più (parecchio di più) dei confusi e dei falsi democratici.

La “lunga marcia democratica”, dovrebbe articolarsi nel raggiungimento di una serie di concreti obiettivi di progressiva democratizzazione. Il decalogo è semplice: 1) democratizzare costantemente l’istruzione e la formazione; 2) l’informazione; 3) creare occasioni e forme di partecipazione; 4) difendere il primato politico dall’economico ed ancorpiù dal finanziario, 5) difendere la possibilità strutturale di avere autonomia all’interno del contesto istituzionale dato (Stato, federazione, unione, confederazione); 6) ridurre costantemente i divari e le asimmetrie di conoscenza, possibilità, competenza politica, reddito e capitale; 7) liberare tempo per la sviluppo dell’aristotelico zoon politikon (che forse era protagoreo); 8) difendere le differenze di anagrafe, genere, etnia ma combattendo strenuamente la tendenza a comporle in gerarchie dominanti; 9) non smettere mai di cercare, ricercare, sperimentare nuove forme di funzionamento politicodownloadb67 democratico; 10) far retroagire costantemente i parziali risultati ottenuti modificando in base all’esperienza, la strategia in vigore precedentemente. Il tutto affiancato da una vigorosa ripresa dell’interrogazione teorica.  La “lunga marcia democratica” che poi dovrebbe essere una staffetta tra più generazioni, dovrebbe usare movimenti, associazioni ed eventualmente partiti per formare democratici e per implementare costantemente la propria democrazia interna. Questi universi minori, dovrebbero servire proprio come laboratorio democratico prima ancora di lanciare idee e proposte al loro esterno. L’azione politica democratica dovrebbe avere in oggetto sia il mondo politico – sociale – istituzionale (economico e culturale), sia i singoli individui della società intera e dei sottosistemi in cui è strutturata. In linea generale, l’obiettivo dovrebbe esser quello di ripristinare il dominio progressivo del politico su ogni altri ordine (economico, militare, religioso, culturale), del modo democratico su quello oligarchico o monarchico, la democrazia reale cioè inintermediata (diretta) su quella rappresentativa e comunque, fintanto questa in vigore, portarla su standard proporzionali coadiuvati dal ricorso all’espressione diretta (referendum propositivi ed abrogativi, iniziative di legge popolare etc.), ad elezioni frequenti, al mandato di rappresentanza vincolata, alla osmosi tra professionisti della politica e non, al più breve rapporto tra territorio e sistema generale (Stato, federazione). Ma si tenga sempre in conto che sebbene molto importate l’innovazione e la conformazione istituzionale in direzione della democrazia progressiva, sempre più importante sarà la costruzione e diffusione dei democratici. Quanti più numerosi, convinti e strutturati questi, tanto meno difficile sarà conseguire gli obiettivi politici che oggi possono sembrare utopici, tanto più le conquiste di percorso saranno irreversibili e potranno quindi cumularsi.

Arriviamo così all’ultimo punto che è poi è stato il primo che abbiamo analizzato, il rapporto tra pensiero politico e tempo, declinato sul caso di un progetto democratico.  downloadnb880Poco o nulla della nostra tradizione di filosofia politica e molto poco della nostra stessa essenza culturale, va in favore della democrazia. Soprattutto, la democrazia, risulta un modo politico assai scarsamente frequentato (mancanza di esperienza e registro storico) ed assai poco teorizzato. In più, la nostra tradizione di pensiero, riguardo i tempi dei progetti trasformativi è in un certo senso, ancora infantile. Infine, la democrazia è  naturale nei piccoli gruppi ma molto difficile da mantenere nei sistemi complessi umani. L’idea di porsi obiettivi limite da conseguire con la declinazione di una non dogmatica strategia ampia, passibile di continui aggiustamenti se non reindirizzamenti in base ai feedback ottenuti dalla pratica trasformativa, ben condivisa e partecipata (quindi essa stessa democratica), paziente nel conseguire obiettivi progressivi lungo assi di tempo che esuberano anche dalla lunghezza della singola vita media, può essere considerata una utopia in sé. In effetti, non abbiamo poi così bisogno dei “menù per le osterie del futuro”, di utopie che descrivano la proiezione dei nostri individuali interessi e desideri particolari sulla totalità. Quello di cui abbiamo più bisogno è di una procedura trasformativa e la democrazia reale è l’unica che utilizza tutti coloro che dovrebbero al contempo esser soggetti ed oggetti della pratica trasformativa, l’unica forma che crea l’autogoverno in base all’autocoscienza del sistema sociale che pensa ed agisce come un Uno che è tanto singolare quanto plurale, individuale e collettivo.

Il primo passo per un rilancio democratico consapevole dei rapporti strutturali tra tempo e politica, allora, sarà partire proprio da qui, dal lavoro teorico poiché ciò che non è abbastanza chiaro nelle menti, mai lo sarà nelle prassi.

(Terza ed ultima parte di tre. Qui la prima e qui la seconda)

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[1] La Gran Bretagna, patria del bipolarismo, ha oggi una diffusa varietà di partiti. Gli USA, hanno nella presente campagna presidenziale, almeno quattro candidati (due per partito) che potrebbero rappresentare altrettanti partiti. La Francia ha almeno tre/quattro forze nazionali, anche l’Italia ed anche la Spagna. Il paradosso dei sistemi bipolari è che stante che la società è ripartita in almeno tre se non quattro parti (ma spesso anche di più), porteranno al governo una minoranza. Se poi si considera che i votanti sono sempre di meno, si arriva all’assurdo di sistemi che si definiscono maggioritari quando portano al potere frazioni assolutamente minoritarie. Da cui la crisi della rappresentanza. Non ci vuole un genio del costituzionalismo per capire che anche seguendo il solo lessico, la rappresentanza fa naturale rima con proporzionalità. Si noti come il mainstream commenti positivamente terze forze quando, come nel caso dei partiti “liberali”, incarnano istanze di riforma della società per meglio accordarla al mercato mentre quando spuntano fuori fenomeni come AfD tedesca o UKIP britannico o Fn francese o M5s italiano o Podemos spagnolo, allora scatti l’infamante categoria del “populismo”.

[2]L’isolamento è quel vicolo cieco in cui gli uomini si trovano spinti quando viene distrutta la sfera politica della loro vita, la sfera in cui essi operano insieme nel perseguimento di un interesse comune”, H. Arendt, Le origini del totalitarismo, op. cit.

[3] In effetti, l’unica cura contro la stasi politica sarebbe la competizione ma i sistemi maggioritari sono la negazione della competizione aperta.

[4] Se mettete una rana nell’acqua di una pentola sul fuoco, quando la rana percepirà l’eccesivo calore e proverà a saltar fuori non vi riuscirà perché i muscoli sono già in parte bolliti. Noi ci abituiamo ad ogni progressione e quando ci accorgiamo di abitudine in abitudine siamo giunti a condizioni indesiderate, s’è fatto tardi ed al pensiero (saltiamo presto fuori dalla pentola) non può più conseguire azione alcuna.

[5] L’utopia socio-religiosa di Gioacchino da Fiore (circa 1200), ugualmente pensava ad una prima età del Padre, una seconda età del Figlio ed una terza dello Spirito Santo, secondo Bloch una “democrazia mistica, senza signori né chiesa” (Il principio speranza, op. cit. p. 584).

[6] Questa democrazia spettatoriale è incredibilmente addirittura teorizzata da una non meno incredibile sequenza di teorici: gli elitisti, Max Weber, i democratici di ispirazione cristiana, A. Schumpeter e la vasta congerie di “liberali” che spadroneggiano nell’accademia soprattutto anglosassone, che poi è quella di riferimento per i giochi che contano.

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TEMPO e POLITICA. (2/3)

La prima parte di questo studio ha affrontato i rapporti tra tempo e politica nella teoria. Tra sguardo alla contingenza e quella che Mumford chiamava “utopia della fuga”, ci è sembrata poco sviluppata la parte intermedia, l’utopia concreta à la Bloch o l’idea di lunga transizione, cioè di cambiamento progressivo direzionato e continuato. Dopo la teoria, ci volgeremo ora alle pratiche.

AZIONE POLITICA TRA BREVE E LUNGO TERMINE. Limiteremo le nostre considerazioni entro il modello della democrazia rappresentativa occidentale, perché è il modello “in atto”. Per “azione politica” intendiamo sia quella istituzionale, l’azione di governo, sia quella dei partiti e movimenti tanto al governo che all’opposizione. A parte, si tratterà dell’azione politica volta direttamente alla società, non cioè con immediati fini istituzionali.

copg67hCom’è noto, la democrazia rappresentativa, rinnova la rappresentanza ogni quattro o cinque anni (in genere), se le legislature hanno corso naturale. Questo tempo soffre su entrambi i lati dei suoi limiti, quello corto e quello lungo. Dal punto di vista della democrazia reale, votare ogni quattro o cinque anni, significa dare un mandato eccessivamente lungo. Difficile che i contenuti del mandato, quali di solito sono noti come piattaforma elettorale (al dl là del fatto che nella democrazia depotenziata ormai si voti a sensazione o tradizione più che per adesione razionale ad un piattaforma di idee e contenuti conosciuti), soprattutto in tempo di cambiamento come l’attuale, contengano effettivamente le questioni quali poi il personale politico si troverà a trattare.  Questo si trasforma in una delega per lo più in bianco su molti temi dell’azione politica, bianco che permetterà all’eletto di manovrare una o più soluzioni politiche, al netto dell’opinione di colui/coloro che dovrebbe rappresentare. Questa libertà dell’eletto rispetto al mandato è spesso sancita nell’impianto costituzionale stesso[1]. Ma se l’eletto agisce senza un mandato con disposizioni vincolate, non si ha autogoverno cioè democrazia (governo dei Molti), si ha governo degli eletti che ha assonanza con “governo delle élite” (governo del Pochi).

Dal punto di vista dell’azione politica invece, vi sono progetti, soprattutto progetti strutturali e specialmente e di nuovo, in periodi di profondo cambiamento, che meriterebbero ben più tempo per dispiegare l’intero processo di varo – implementazione – verifica dei primi risultati – correzioni parziali – secondi risultati – valutazione finale degli effetti. Ve ne sono anche altri, progetti di strategia profonda, che semplicemente non si riescono neanche ad impostare durante una media legislatura, col risultato che l’azione41uyth+5rmL._BO1,204,203,200_ politica manca del tutto della capacità di riformare la complessità sociale, strutturale ed istituzionale in vista del futuro. Lo stesso meccanismo della rappresentanza a medio periodo, impone al politico di portare risultati concreti all’elettore per vedersi confermata la delega. Questi progetti costruttivi del medio-lungo periodo mancano quindi sia nella teoria, che nella pratica, che nelle concrete possibilità offerte dalle forme e dai funzionamenti delle istituzioni[2].   Stati in cui esiste una certa convergenza tra le parti maggioritarie e le classi dirigenti sulla coltivazione dell’interesse nazionale, chissà poi con quale consapevole mandato degli elettori, in qualche modo vi riescono, in parte. Stati più agitati dalla dialettica governo – opposizione o dove le idee sulla costruzione sistemica sono plurali e tra loro incommensurabili o Stati in cui per ragioni intrinseche, si richiederebbe una strategia molto profonda e trasformante, quindi molto impegnativa, semplicemente si lasciano andare alla gestione corrente e così, si condannano al fallimento politico. Nell’uno o nell’altro caso, poiché non sono questi di solito gli oggetti del mandato di rappresentanza, i temi della profonda ristrutturazione dei sistemi in cui viviamo, non entrano nell’agenda politica e così non entrano nella cultura politica della società. Ciò è tanto più dannoso, laddove come detto per l’oggi, ci si trova in periodi di transizione storica non dovuti solo alle questioni interne di questo o quel paese. La mancanza di questo tempo della strategia profonda, del resto, fa il paio con la mancanza di progettualismo politico complesso che nella teoria politica dovrebbe porsi tra la continua emendazione dell’esistente e la fuga nell’utopismo. Il tempo, nei sistemi rappresentativi è troppo lungo per avere mandati che abbiano senso e condivisione e troppo breve per affrontare problemi strutturali profondi. Ciò si soffre di più in periodi di transizione che da una parte sottopongono molti problemi nuovi di continuo e dall’altra parte richiederebbero progetti di cambiamento profondo a media lunga scadenza. Il sistema rappresentativo sembra inidoneo a gestire le transizioni, tant’è che sempre più, le élite, richiamano ad un necessitato, ulteriore, accentramento del potere. Più però si accentra il potere, più questo potere frattura il ruolo politico dei Pochi rispetto a quello dei Molti. Le transizioni aprono una biforcazione tra efficienza (il potere direttivo dei Pochi) ed efficacia (la consapevolezza condivisa dei Molti).

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$_35Rispetto al sistema politico in atto, l’azione politica si orienta su quattro atteggiamenti.

I primi due si riconoscono nel sistema in atto con uno che si orienta alla gestione dell’esistente ed un altro che vorrebbe apporvi qualche modifica, dal punto di vista strutturale più di forma più che si sostanza. E’ questa la partizione conservatori – progressisti. In periodi di transizione, la partizione rimane ma gli interpreti possono invertirsi, chi era conservatore quando il sistema in atto funzionava, può diventare riformista perché avverte la necessità di modificarne sensibilmente le forme al mutare dei tempi e chi era un progressista volto a migliorare il sistema, può arretrare alla sua ostinata difesa ora che rischia di dissolversi in qualcos’altro.

I secondi due non si riconoscono nel sistema in atto. Uno dei due si pone come critica istituzionalizzata ad oltranza quasi che questo esercizio di costante ed ostinata negazione avesse una sottesa e misteriosa capacità di generare il nuovo[3]. Questa pratica, invero, ha una sua funzione correttiva di alcune variazioni più unilaterali ed a loro modo estremistiche, delle pratiche di chi è al governo, una buona opposizione ha funzioni contenitive e riesce ad esercitarle viepiù riflette un movimento sociale concreto che si manifesta politicamente nella società reale. Nel tempo, però, essa finisce con il mono colorare l’identità politica della forza d’opposizione, la quale dicendo NO a tutto non rende chiaro il suo SI a cosa realmente andrebbe. L’immagine che queste forze proiettano di se stesse è di mancare di un quadro strategico chiaro perché una strategia alternativa non è una strategia dialetticamente simmetrica. Nel tempo, questo esercizio del negativo, sforma la capacità politica complessiva dell’opposizione più radicale poiché in effetti si subisce l’agenda e le impostazioni di chi è al potere del sistema e si esercita il libro arbitrio solo su i singoli temi, per altro reiterando il monotono NO che è solo il simmetrico contrario. Nel tempo, altresì, questa testimonianza negativa, attira mentalità eccitate dal rigore critico ed allontana quelle dalla volontà costruttiva poiché passare una intera esistenza politica  a far fare le cose concrete a gli altri, riservandosi il gusto del solo dissenso, può essere molto frustrante e molto sterile. Semmai queste forze andassero a condividere qualche parziale pezzo di potere concreto, la distanza2309115 tra il loro idealismo programmatico e la dura e refrattaria realtà delle cose, creerebbe un fallimento che allontanerebbe immediatamente il consenso momentaneamente ricevuto. Anche perché lo si è ottenuto spesso su petizioni di principio che di per sé non fanno una realistica strategia politica[4]. L’altro modo di questa posizione anti-sistema, si tiene distante dall’ingaggio istituzionale o perché non ritiene di poterlo usare in proprio favore o perché teorizza che per funzionare, la posizione della dialettica di negazione debba essere più radicale ancora ed agita nel sociale, fuori dalle istituzioni. Ponendosi fuori dal sistema, non per questo si chiarisce l’alternativa perseguibile e si rimane in attesa di qualche evento trasformativo di solito confusamente insurrezionale proiettato su i teli del cinema Utopia. La resistenza sociale e culturale, politica, ha una sua nobile funzione, anche pratica qualora si eserciti su singoli tempi specifici ma “agire come se si fosse già liberi” (D. Graeber, 2009) si rende possibile solo se si opera su porzioni molto limitate dello spazio e del tempo politico. Di contro, questi esprimenti pratici di un altro modo politico, sono estremamente utili per sviluppare, pur dentro molti limiti e condizionamenti, l’alternativa possibile. Nei grandi numeri della politica in atto, però,  viepiù i problemi delle transizioni macroscopiche si fanno numerosi, concreti e pressanti, viepiù gli spettatori del cinema Utopia disertano e cominciano a frequentare una qualche forma di apparentemente “più concreta” demagogia.

L’azione politica nelle nostre democrazie rappresentative ha per lo più accettato questo sistema come unico modo possibile ed auspicabile. Le azioni alternative, si sono volte alla 5403648_282455rappresentanza del disagio sociale e al lavoro politico volto alla società, alle sue contraddizioni contingenti, scegliendo qualche soggetto o oggetto come riferimento principale (ad esempio, la classe operaia o dei lavoratori, le popolazioni di qualche zona, i “verdi”, gli “onesti”, la “nazione”, una qualche disobbedienza civica).  Così come la teoria politica è rivolta al presente, l’azione politica lo è in pari grado. Il medio-lungo periodo è fuori dai radar concettuali e pratici, della politica pensata ed agita.

Un caso emblematico è il rapporto tra democrazia e sistema politico-territoriale. Ai fini dello sviluppo di una democrazia, fintanto che si accetterà il formato stato-nazionale come dogma cioè, fintanto che non si progettino forme di comunità più piccole tra loro federate, il rappresentativo nei grandi numeri produrrà solo quello che questa logica può produrre: élite. Progetti di unione sovranazionale produrranno élite di élite. Pratiche concrete di esproprio del potere politico in funzione di quello economico o peggio, finanziario, su scala planetaria (detta “globale”) creano élite planetarie che subordinano élite continentali che subordinano élite nazionali. Questo percorso si sa già dove porta, porta a formare blocchi imperiali, una ristretta magafauna in violenta, reciproca competizione per la leadership planetaria, con i sistemi in atto che richiameranno élite sempre più strette e decisioniste ed una agile catena di comando volta a strutturare in ogni modo il corpo collettivo per renderlo idoneo alla competizione continua verso l’alto. Il democratico dovrebbe simmetricamente andare dalla parte opposta, tornare al basso, ma il democratico non ha ancora base politico-sociale formata e non ha tradizione teorica, quindi viene travolto dagli eventi.

TRASFORMAZIONE POLITICA E TEMPO.

I programmi di trasformazione politica sono stati sempre legati al tempo umano. Il tempo umano, che siano individui o loro formazioni sociali, è sempre stato nei limiti del “mio – nostro presente” e del “mio – nostro futuro” intesi come tempi di esistenza personale. Poiché la politica verte sulla ricerca di soluzioni a problemi, questi problemi diventano i miei – nostri problemi dell’oggi e semmai dell’immediato futuro. Questo assetto ècope4 unilateralmente sbilanciato, nel senso che potrebbero ben darsi problemi la cui natura non prevede alcuna soluzione effettiva, neanche parziale, nell’oggi o nell’immediato futuro. Già il porre l’ipotetica soluzione in un futuro ancora per noi possibile (lungo cioè il raggio della nostra singola esistenza) ma distante, ci allontana molto dall’ingaggio nel pensiero ed ancorpiù nell’azione trasformatrice. Se poi, si dà il caso di problemi strutturali profondi ed estesi, ad esempio una trasformazione radicale della società, problemi le cui soluzioni potrebbero porsi certo non entro l’estensione della nostra singola esistenza, allora questi problemi non vengono neanche presi in considerazione. O meglio, non vengono presi in considerazione nella loro natura di lungo tempo, vengono cioè de-temporalizzati, in modo da confortarci sul fatto che potremmo affrontarli e risolverli in tempi che ancora ci prevedono.

Ma se ci volgiamo all’esperienza concreta, se cioè analizziamo la storia, la storia delle società, dei loro modi organizzativi, del come i problemi si sono presentati e di come sono stati affrontati e di come e quando sono stati risolti o meglio, di come si sono evoluti per Copertina_Cosimo_Quarta_Homo_utopicus_Edizioni_Dedaloconto loro ed alla fine risolti perché affogati in problemi maggiori o di diversa forma sistemica, vediamo che il tempo delle trasformazioni è sempre più lungo di quello di una singola esistenza. Se facciamo questa analisi del tempo storico, in cerca del movimento trasformativo strutturale e sistemico che ha portato da una epoca ad un’altra, da un modo all’altro, da una forma all’altra, la metrica temporale ha base più su i decenni ed i secoli, che su gli anni. Vediamo cioè che “nella realtà”, i sistemi sociali cambiano continuamente ma decisivamente solo se poniamo la partenza e l’arrivo del processo trasformativo, su un asse temporale che non prevede mai la copertura di una singola esistenza umana. Anche quando la storia sembra accelerare e portare ad una trasformazione rapida, occorre vedere in quanto tempo quante gocce si sono dovute sommare per arrivare a quella che ha fatto traboccare il vaso. Bisogna anche vedere se quella che ci appare una radicale trasformazione è veramente tale nei suoi più profondi aspetti strutturali e se è ben riflessa nella mentalità delle persone coinvolte, se cioè è irreversibile[5].  Si può fare la Rivoluzione francese e segnare importanti pagine di storia, ma se poi all’Uno del monarca assoluto, subentra l’Uno dell’imperatore non meno assoluto, allora si deve conseguire che la trasformazione è stata solo formale e non sostanziale o appena iniziata ma non sviluppata o posta ma subito, potentemente avversata.

Ne conseguiamo la fotografia di un altro problema di relazione temporale quello che si registra sistematicamente tra la natura delle trasformazioni complesse che è un tempo lungo e quello della natura dei nostri pensieri ed azione politica che è traguardato raramente sul tempo medio e più spesso su quello breve e mai su i tempi di lunga durata. Questo problema si sovrappone a quello iniziale, alla mancanza cioè di un pensiero teorico politico la cui ambiziosa meta è molto al di là della sua raggiungibilità per una singola
hellermazzeo-265x198esistenza ma che è in grado di dettagliare una mappa di viaggio che renda significativa la transizione anche per la singola esistenza.

Per fare un esempio, l’idea di una società pacifica, egalitaria e perfettamente autocosciente in ogni sua singola componente (in pratica, il contenuto se non di tutte, del maggior numero di utopie pensate nella storia umana), è probabilmente una idea-limite, o un’idea-guida (un’utopia concreta à la Bloch), la cui perfetta raggiungibilità non sappiamo neanche se mai sarà possibile ma di cui sappiamo che sicuramente non sarà possibile neanche intravedere una lontana idea di traguardo entro il raggio della nostra singola esistenza. Ciononostante è possibile tenere questa idea come guida di un processo che orientato da essa, consegua una serie di tappe di avvicinamento progressivo che portino dei benefici parziali che ricadano anche sulla singola esistenza e così via di generazione in generazione. Se l’alternativa è tra la cura ottusa della contingenza e la fuga impossibile nell’utopia o la fuga nella credenza su i poteri taumaturgici della rivoluzione, dovremmo procedere verso una utopia da realizzare o seguire attraverso passaggi intermedi ma passaggi che diano senso all’azione trasformatrice e che rappresentino dei guadagni immediatamente spendibili per migliorare il nostro stato di mondo attuale. Il presente si cambia costruendo futuro.

Tutte le mancanze rilevate rispetto al modo trasformativo progressivo e permanente, hanno fatto si che il modo d’intendere la trasformazione radicale in vista di una utopia o meglio, di un radicalmente diverso stato di mondo, sia collassato nel concetto di rivoluzione. L’analisi delle rivoluzioni come compressione storica del mutamento strutturale e sistemico, ci porterebbe via troppo tempo e meriterebbe un saggio a sé. Orientativamente, se sono relativamente improvvise e non conseguono processi di mutamento diffuso e cumulativo nonché di lunga durata, se muovono da reazioni e non sono accompagnate da costruzioni, da un progetto direzionato non solo dalla fuga dall’insopportabile esistente, servono a poco o non servono a niente[6].

Rinominata la Rivoluzione americana per quello che è stata e cioè una guerra d’indipendenza, la Rivoluzione francese ha aperto un processo che però ha portato alla repubblica parlamentare quasi un secolo dopo i suoi rumorosi accadimenti, ammesso cheUtopia(31911)_1 la repubblica parlamentare fosse l’effettiva destinazione di tutto l’impeto rivoluzionario, cosa su cui si può dubitare. La Rivoluzione russa ha portato ad un sistema che non credo si possa dire conforme alle intenzioni originarie e terminata l’Unione sovietica,  è bastato qualche mese per uniformarsi al modello capitalista con grande ritorno della religione ortodossa come vera identità russa. La Rivoluzione cinese ha cambiato qualcosa di più, visto che si proveniva da una millenaria struttura imperial-confuciana ma anche qui i risultati non sono stati conformi alle intenzioni teoriche ed anche qui, è bastato poco per virare verso il modello capitalista ed un grande ritorno del neo-confucianesimo come vera identità profonda di quella cultura. Stalin si può pensare come uno zar rosso, Mao come un Rosso Imperatore, strutturalmente il cambiamento effettivo è stato inferiore alle attese, più di forma che di sostanza. Nel comunismo marxiano, la rivoluzione, ovvero il cambiamento strutturale collassato in un punto spazio-temporale decisivo, consegue l’idea che tutto il modo di stare la mondo discenda dai rapporti di produzione. E’ ovvio e conseguente quindi ritenere che modificati questi, anche d’imperio, cambi tutto. Ma il tentativo pratico di seguire questa intuizione di una presunta legge socio-storica riduzionista ha dimostrato che tale riduzione è eccessiva e la legge non copre tutti i fenomeni della realtà.  Forse l’unica rivoluzione compiuta è stata quella delle élite inglesi che in due riprese (Guerra civile e Gloriosa rivoluzione), nel XVII° secolo, hanno anteposto alle élite dell’aristocrazia e del clero, quelle della ricchezza che votano i loro rappresentanti in parlamento (in seguito, rinominata “democrazia rappresentativa”). Ma vi furono molte condizioni particolari che hanno congiurato a questo successo, condizioni che limitano il significato di questo successo al particolare, non consentono cioè di ritenere la “rivoluzione” un modello trasformativo di utilità universale. Inoltre, quella francese, quella russa e quella cinese (che comunque ebbe anche caratteri di guerra d’indipendenza saggiamente denominata “lunga” marcia), furono rivoluzioni che ruppero lo stato di cose precedente nella speranza di dar luogo ad un diverso sistema, quella inglese invece, ruppe sì lo stato di cose precedente ma avendo già nei fatti sociali, il nuovo sistema di funzionamento già in atto, la società era già parzialmente innervata da una diffusa e fiorente attività di produzione e scambio. La Gloriosa rivoluzione fu la presa del potere di un sistema che già esisteva nella società e reclamava la funzione istituzionale di governo per alimentare il successo della propria struttura già in atto. Nei fatti iniziali, fu Utopia(35671)_1più la sostituzione di una élite con un’altra. Infine, tecnicamente, non fu affatto una “rivoluzione” nel senso popolare del termine ma un colpo di stato elitista con ricorso all’esercito di un re straniero invitato ad invadere l’Inghilterra. Bisogna avere la faccia ben tosta di uno storico whig per chiamare questa una “rivoluzione”, sebbene gli effetti del colpo di stato elitista, furono apparentemente “rivoluzionari”.

Concettualmente, la rivoluzione sembra essere una dinamica adatta ai vertici dei sistemi. Si affermano nuove élite (partito rivoluzionario), nuove classi dominanti (Marx notava –forse con un tratto d’invida– che la borghesia è eminentamente “rivoluzionaria”), nuovi paradigmi (T. Khun), nuovi mezzi di produzione (macchine-industria), singole idee (rivoluzione copernicana). Essendo un mutamento piccolo ma decisivo, perché avviene ai vertici dei sistemi, porta al “cambiamento a strascico (o a “cascata”)”. L’affermazione e continua implementazione di un modo democratico, sostanzialmente non sa che farsene di questa dinamica che per avere efficacia prevede sistemi a struttura gerarchica del cui cuore s’impossessa repentinamente.  La “rivoluzione democratica” della Comune di Parigi (1871), sebbene abbia arricchito la mitologia dell’idea, durò poco più di due mesi prima di esser annegata nel sangue, la democrazia, non s’improvvisa. L’espressione “rivoluzione culturale” è un ibrido interessante. Qui, l’ambito sistemico, la “cultura”, già di per sé determina una cauta aspettativa complessa, nessuno s’immagina di sovvertire un sistema culturale in maniera catastrofica (improvvisamente e totalmente). In questo contesto, “rivoluzione” perde il significato di tempo compresso e mantiene solo quello di riorientamento complessivo. L’implausibilità del concetto di rivoluzione politica per come la si è storicamente intesa sul portato del XIX° secolo, emerge da questa stessa considerazione poiché il politico ha certo in sé una forte componente culturale e se non è possibile modificare le culture catastroficamente non si vede come possa esserlo il “politico”.

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Rimaniamo quindi con la nostra mancanza di una teoria politica del cambiamento strutturale progressivo, con strutture politico-istituzionali delegate alla gestione del contingente, deleghe troppo lunghe per avere significato condiviso e troppo brevi per dirigere processi profondi, con l’evidenza che le trasformazioni significative irreversibili sono rare e molto lente, con la disillusione per le promesse rivoluzionarie che apparentemente muovono tutto ma per non cambiare niente di decisivo e nonostante la rassicurante conformazione “dialettica”, niente di irreversibile. Del resto, anche per cambiare noi stessi, sebbene ogni tanto ci abbandoniamo a fantasie radicali che ci promettono un nuovo noi stessi domattina, ci vogliono decenni. Dimagrire, recuperare tonicità, imparare una lingua, modificare la nostra posizione sociale, l’atteggiamento esistenziale, il giro degli amici, non sono cose difficili in sé, solo, richiedono costanza del medio-periodo se non del lungo. E’ questa costanza che viene tradita sistematicamente dalla nostra volubilità, dal ricatto del contingente, dalla fretta di conseguire risultati immediati anche quando non è possibile.

Il complesso, richiede tempi medio lunghi di trasformazione profonda, semplicemente perché è dotato di tante parti e di ancorpiù interrelazioni che formano ordini e funzioni. C’è una inerzia ed un attrito quantitativo che si oppone alla trasformazione qualitativa.

Oggi, rapiti dal nuovo stato di mondo che impone soggetti macroscopici quali non sono41e+cxC9R1L._SX305_BO1,204,203,200_ storicamente gli stati-nazione europei, ci avviamo recalcitranti a forme di unione continentale che ordinate dal sistema rappresentativo, produrranno élite di primo livello che subordineranno quelle nazionali rendendole di secondo livello. Alla luce di questo peggioramento delle condizioni di democrazia, riscopriamo addirittura che il vecchio Stato-nazione era meglio di quanto credessimo opponendo questo alle nuove costruzioni ultra-elitarie delle unioni. L’idea del socialismo, addirittura è fondata sulla necessità dello Stato che dovrebbe svolgere il ruolo di imprenditore – redistributore per cui l’opposizione al progetto imperial-mondialista è diventata la difesa della “sovranità” nazionale. Si ricordi che lo stato-nazione fu una invenzione delle élite monarchiche per accrescere l’income fiscale per pagarsi eserciti con cui giocare al gioco di tutti i giochi per quel tipo di élite: il torneo infinito delle nazioni combattenti.  L’idea che la democrazia ci imporrebbe di riformare i nostri sistemi di vita associata andando esattamente per la strada opposta ovvero riformando comunità di città-regione poi da federarsi in sistemi di sistemi è del tutto ignorata così da continuare a sperperare tempo, parole ed energie nel declamare mondi viepiù improbabili (tipo l’Unione europea democratica) se contenuti dentro strutture che non danno le condizioni di semplice possibilità[7] per il sistema dell’autogoverno detto “democrazia”.

(Seconda parte di tre. Qui la prima)

[1] Il famoso vincolo di mandato è giudicato irrealistico ma è da intendersi tale solo nel più complessivo sistema politico della democrazia rappresentativa. Quando si critica l’assenza di vincolo di mandato, lo si fa alla luce di un principio per il quale la sovranità scivola dall’individuo delegante al delegato o meglio da molti individui deleganti ad un solo delegato. Vorrei però segnalare un altro aspetto del problema che è forse ancora più importante. Se non ci si obbliga ad avere cittadini conoscenti  ed informati al punto da dare un mandato di rappresentanza vincolata, implicitamente si ammette che il cittadino copnhc4non sa della cosa politica se non in un senso molto vago. Tutto il problema della democrazia, risiede a mio avviso in questo punto: non solo debbono porsi forme che diano all’individuo il potere di decisione sovrana ma si debbono soprattutto porre condizioni perché l’individuo sia in grado di partecipare alla sovranità politica. Se i cittadini fossero veramente in grado di partecipare con scienza e coscienza alla gestione politica della propria comunità, le forme pratiche della delega o dell’espressione diretta diverrebbero quello che dovrebbero essere, aspetti tecnici e funzionali. Il problema non è in questa o quella forma costituzionale, funzionale o processuale ma nella perdita di politicità degli individui, gli individui non sanno di ciò che è la comunità, dei suoi problemi, delle conseguenze di questa o quella scelta. Tutta la riflessione filosofica e politica, critica sulla democrazia, verte su questo punto: i Molti non sanno, non sono in grado. Questa critica nella quale ci sono sicuramente delle furbizie utilitarie, va però anche presa sul serio perché, per buona parte, il problema è proprio lì. Ma tale problema non è una definitiva condanna, non è legge di natura. La prima cosa che dovrebbe affrontare il pensiero democratico è proprio come affrontare questo problema.  Data una buona diffusione in quantità e qualità dei contenuti e della capacità di giudizio, il dibattito sulle forme e financo sulla leadership avrebbe caratteri più funzionalistici.

[2] Laddove esistenti sistemi bicamerali si sarebbe in teoria potuto dare una camera al51pHTC6h-CL._AC_US160_ breve periodo ed una al lungo ma i sistemi sono stati pensati in un periodo che non prevedeva il suo stesso trapasso ad altro. Il bicameralismo nasce in Inghilterra con l’impianto del potere parlamentare diviso in due classi, quella aristocratiche e quelle borghesi.

[3] Convinzione dei poteri generativi della dialettica hegeliana, convinzione mal risposta.

[4] Occorre ammettere che spesso, le opposizioni, speculano sulla stessa ignoranza politica su cui prosperano le élite dominanti. Demagogia e populismo (termine sdrucciolevole) ne sono figlie.

[5] Una trasformazione sociale è irreversibile solo quando i contenuti culturali della precedente non sono più mentalmente rappresentati e rappresentabili nella mentalità della popolazione e nello stato concreto della società.

[6] Il giudizio è senza sfumature se consideriamo gli obiettivi dati. Certo, ogni rivoluzione porta un qualche grado di emancipazione relativa, consegue qualche obiettivo sebbene poi perda momentaneamente la posizione ottenuta, “segna” la storia di un dato popolo e scrive esperienze irreversibili ma noi qui stiamo cercando una dinamica trasformativa che abbiaTommaso-Moro_Utopia relativo successo, non la gloria di una partita ben giocata ma infine persa, del passo avanti pagato con due indietro.

Mumford (Storia dell’utopia) nota che due terzi delle utopie scritte si concentrano nel XIX° secolo, secolo in cui si condensa anche il concetto di rivoluzione. Il XIX° fu il secolo in cui capimmo che il mondo era trasformabile. Ma così come le utopie del tempo furono quasi tutte basate su mezzi, nel senso che riflettendo la grande esplosione tecnico-scientifica ed economica si volsero all’immaginazione strumentalista, così la “rivoluzione” venne immaginata essere lo strumento per cambiare. In metafora, così come la pressione del vapore azionava la ruota che compiva il lavoro trasformativo, così l’energia sociale avrebbe mosso le ruote della storia trasformando il mondo ed il nostro modo di viverlo. La rivoluzione par exellence del tempo, fu la “Rivoluzione industriale” ma oggi sappiamo che per arrivare a quel culmine si partì molto tempo prima. Lo storico olandese Jan de Vries ha coniato a proposito l’influente  concetto di “Rivoluzione industriosa” che datò a più due secoli prima di quella industriale. Anche la cosiddetta “Rivoluzione agricola” (V. G. Childe, archeologo marxista), abbiamo poi scoperto che fu una lentissima trasformazione che durò addirittura millenni. Ancora una volta, il movimento storico sembra esser soggetto alla “longue dureè” di braudeliana memoria.

[7] Questo del pensare a riformare poleis sebbene poi intelaiate in federazioni plurilivello è ritenuta una “utopia”. Così, si accetta di giocare dentro i tavoli ed i regolamenti di “più democrazia per l’Europa” o in quell’altro non meno surreale del “torniamo allo stato-nazione democratico (?)”. Ma cercare di fare democrazia entro entità di milioni, decine o addirittura centinaia di milioni di individui associati con i sistemi rappresentativi è come pretendere che un elefante diventi sinuoso come un’anguilla, logica surreale che però pensa di sé di essere il massimo del realismo. Surrealismo cubista (cioè al cubo). Non vorremmo scomodare Aristotele ma se la forma non è da sola la sostanza quantomeno ne limita di parecchio le condizioni di possibilità.

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TEMPO e POLITICA. (1/3)

Con “politica” s’intendono le attività svolte da individui e gruppi per risolvere i problemi del vivere associato. Per “attività”, s’intendono sia gli aspetti teorici, le idee, i sistemi di idee, che orientano i giudizi e progettano l’azione politica; sia le pratiche interne alle istituzioni giuridiche e sociali che danno forma al vivere politico associato. Le prime danno il pensare politico, le seconde danno l’agire politico ma data la loro inestricabile correlazione le nominiamo “attività” entrambe.

Con “tempo” intendiamo sia il tempo investito singolarmente e collettivamente in politica, sia il tempo che si prevede necessario per conseguire gli obiettivi dell’azione politica che è sempre una attività trasformativa, sia il rapporto che s’instaura nel mondo del pensiero tra descrizione (ciò che è) e normazione (ciò che dovrebbe essere) il quale può esser traguardato tanto a breve quanto a lunghissima scadenza. Quest’ultimo senso attiene quindi al pensare politico, i primi due, all’agire politico.

La riflessione (articolata in tre puntate) verte sulla finalità di traguardare i vari sensi del tema “tempo e politica”, in funzione di un potenziamento della democrazia come metodo per trovare le soluzioni ai problemi del vivere associato. Con “democrazia” non s’intende il sistema misto oggi in vigore in occidente[1] ma l’autogoverno del sistema sociale e politico, quanto più in-intermediato, partecipato e diretto possibile.

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PENSIERO POLITICO TRA BREVE E LUNGO TERMINE. La diade iniziale del pensiero politico occidentale è quella nota: Platone ed Aristotele. Il primo, attraverso i suoi 9788841894248-220x341Dialoghi, opera sia una critica della contemporaneità (ciò che è), sia  ipotesi a più lungo raggio (ciò che dovrebbe essere). Poiché erriamo se giudichiamo con la mente del dopo un prima, si deve rimarcare che Platone non pensava di scrivere utopie (concetto del XVI° secolo) ma idee, idee che potessero orientare l’azione politica, una azione molto concreta visto che una delle ragioni più importanti della sua Accademia, era formare filosofi “consulenti” politici concretamente attivi[2]. Egli stesso s’impiegò per ben due volte in rapporti con la politica attiva nel caso di Siracusa. Fondativo per il pensiero politico che solo poi si chiamerà “utopico”, il dialogo Repubblica ma Leggi, pur essendo ampiamente meno noto, non lo è di meno. Aristotele, procede invece, nel suo Liceo, collezionando costituzioni e questo perché, rispetto al tema “politico”, riteneva che ai fini di una buona politica, la legge dovesse venire prima delle persone. Ne conseguì l’altro testo fondativo della filosofia politica occidentale: la “Politica”.  La critica del’esistente, sia come forme storico-sociali, sia come forme costituzionali, unisce i due pensatori e fonda la filosofia politica che si concentra su un presente figlio di un passato che deve esser portato ad un nuovo, possibile, futuro. Solo che il possibile futuro, si declina in prossimo e remoto, corrispondendo a due nuove categorie del pensiero: realistico ed idealistico.  Quando si declina il pensiero politico al futuro, Aristotele rimane abbastanza generico trattando alcuni principi guida come l’importanza del baricentro sociale rappresentato dalla classe media o una forma costituzionale mista che lui chiama politeia, Platone si dedica invece ad un disegno assai più complesso e curato nei particolari sociali, educativi, economici, del funzionamento politico. Ne risulta un Aristotele apparentemente più “realista”, ed un Platone più “utopista”. Altresì, da Aristotele ereditiamo la convinzione che le forme politiche e sociali siano più importanti delle persone che le interpretano, convinzione che darà vita alla maggior corrente del pensiero politico che potremmo chiamare costituzionalismo o socio-strutturalismo e che si svilupperà da Polibio a Marx mentre Platone che non è esente da$_35 attenzioni alle forme (la tripartizione socio-politica in Repubblica e l’intera organizzazione della città ideale in Leggi) è sia convinto che tutto l’edificio politico debba culminare in un Uno (il re), sia che questi debba essere formato secondo certi principi (re-filosofo). Quella di Platone è un’altra linea tradizionale della filosofia politica che potremmo chiamare “leaderismo” che si svilupperà da Machiavelli sino a Weber. Tutte le linee strutturali convergono nel nodo di un potere che s’identifica con l’intenzione e l’azione del potente a cui i teorici della politica, daranno consigli.  Così, mentre il costituzionalismo pensa che la vita associata possa strutturarsi secondo un sistema, il leaderismo pensa invece debba ridursi ad un corpo che culmina in una testa intenzionale agente.

Si tenga conto del fatto che, assenti le opere di Protagora, la filosofia politica occidentale dimenticherà la democrazia fino a J.J. Rousseau (1762), il quale la riproporrà più su un piano ideale che concreto. Rispetto alla democrazia, i “classici”, da Platone (di più) ad Aristotele (di meno), da Tucidide a Polibio, stratificano una monocorde tradizione critica[3].  Quando la democrazia verrà ripensata all’indomani della Rivoluzione francese, si presenterà nella sola forma rappresentativa con B. Constant (1819), A. de Tocqueville (1835-40) ed i federalisti americani, dato che la si considerò alla luce dei già formati stati nazione. Tenuti fermi questi, non si poteva che articolare il sistema per delega visto che veniva a mancare la ristretta e compatta polis. Nella successiva produzione teorica, fatta eccezione per il giurista tedesco H. Kelsen e del politologo americano R. A. Dahl, se ne parlerà per lo più in forma critica (M. Weber) o distorta (A. Schumpeter) o demistificante (Mosca, Pareto, Michels). Anche la maggiore corrente critica ed alternativa al sistema politico in atto in occidente, il marxismo, evita la messa a fuoco delle opportunità e dei problemi del sistema democratico poiché l’agente politico considerato non sono i Molti ma una classe sociale e il problema dato non è la decisionalità politica ma la struttura del possesso dei mezzi di produzione. La democrazia per Marx è quella in atto ai suoi tempi, la democrazia borghese, ed in quanto tale rientra nella feroce critica che egli fece dei sistemi dominati da quella classe.

Quanto alla diade realista – utopico, nella romanità antica, prevale il solo pensiero “realista” mentre nel medioevo, le questioni della “città degli uomini” interessano solo per polibioil riflesso che hanno in relazione con la “città di Dio”. Più che altro, si fanno deduzioni giustificatorie, per lo più dei principati, poi monarchie o nell’Italia del XV° secolo, delle repubbliche.  Tali giustificazioni vengono dedotte dalla teologia o in alternativa, dal raffronto con la tradizione di Roma (con il De officiis, De re publica, De legibus di Cicerone a far da riferimento, assieme a  Polibio), in qualche altra parte soprattutto nell’Umanesimo, per lo più con la tradizione greca (intermediata dai romani) ma molto più Sparta, modello di costituzione mista, che non Atene. Influente anche il raffronto con l’impero, quello romano più di tutti ma in alcuni casi, anche Alessandro sebbene più da un punto di vista culturale che non politico. Si tenga conto che Politica di Aristotele venne tradotto in latino nel 1260 e Repubblica ed altre opere di Platone, solo nel XV° secolo.

Arriviamo così a gli inizi del XVI° secolo in cui si ripropone la diade originaria, con Machiavelli[4] che del realismo è l’oggettivo fondatore e Thomas More che lo è altrettanto dell’utopismo. Il titolo dell’opera di More, farà categoria, nel senso che si formerà come concetto, il concetto di qualcosa che non solo non c’è (luogo) ma -forse- non potrà mai esserci (tempo). Retroattivamente, alla categoria vengono iscritte anche le due opere politiche di Platone[5] e successivamente, la costellazione di pensieri politici emersi tra fine XVIII° ed inizio del XIX° secolo che lanciano l’anarchismo ed il socialismo utopico. Il41bG6e0iE7L._SX318_BO1,204,203,200_ Rousseau del Contratto sociale, che precede tutti essendo del 1762, si muove non diversamente da Aristotele ed Hobbes sul piano dei principi, ma con una consapevolezza del fatto che quelli da lui stabiliti, fossero concretamente inarrivabili. L’ultimo iscritto alla tradizione, sarebbe il comunismo di Marx ma questa appartenenza è contrastata. Marx pone il comunismo molto sullo sfondo della sua teorizzazione e com’è noto, indugia assai poco nel descrivere come quel tipo di società avrebbe dovuto funzionare. L’intero impianto marxiano è più che altro una critica dello stato presente e, stante che il nucleo che produce quella realtà è data dal possesso privato dei mezzi di produzione, ipotizzando un diverso possesso diffuso e distribuito degli stessi, si dovrebbe dar condizione di possibilità per un nuovo stato di cose. Quasi tutta la sua opera, per altro non organica, è sbilanciata sulla analisi e la critica, fugaci le indicazioni sulla transizione, appena accennate le pennellate sullo stato finale pienamente comunista. Poiché Marx vuole raccogliere ma superare le tesi del socialismo utopico, non indugerà nel “prescrivere le ricette delle osterie del futuro[6] ma si concentrerà sull’individuazione del meccanismo che dovrebbe renderle “realisticamente” possibili[7].  Successivamente, Ernst Bloch[8] conierà il concetto di “utopia concreta” per intendere non qualcosa che non potrà mai accadere ma qualcosa che potrà accadere sebbene in tempi lontani. L’utopia concreta di Bloch è il concetto di “idea guida” che però, infine, giunge a compimento.

UtopiaSi noti che l’Utopia di More (e la Città del Sole di Campanella) è un intero libro che ben si diffonde sul disegno della città ideale sebbene molti tratti (dallo stesso conio del termine -utopia = nessun luogo- ad altri usati da More nel trattato), dicano che l’autore voleva mostrare di non aver la pretesa di parlare di qualcosa di concretamente o immediatamente possibile. Di contro, Marx dedica poche righe alla sua città ideale ma sembra ritenerla più che concretamente possibile, una previsione addirittura “scientifica”, dotata di una sua necessità. Molti particolari per ciò che non è possibile e di cui quindi non si conosce il percorso d’approdo e pochissime indicazioni per ciò che invece si ritiene possibile e necessario, una strana asimmetria[9].

Concludendo questa prima parte del discorso, sembra che il pensiero politico si sia orientato senza problemi all’analisi del passato e della forme presenti. Quando ha affrontato il poter o il dover essere, lo ha fatto pensando principi poi da declinare in forme relativamente a portata di mano, principi da rinforzare, da sottolineare, da anteporre ad altri ma nella sostanza, già dentro la realtà che qui sta per “presente”. La stragrande maggioranza del volume complessivo del pensiero politico si è mosso in questa scansione del tempo. Solo raramente si è avventurato su un poter e dover essere più in prospettiva. Scontando però il framing dato dall’opera che segna questa categoria, l’Utopia di More, a questo pensiero in prospettiva è stato dato un carattere irrealistico, utopico è diventato un termine oltre il limite del possibile come se il possibile fosse solo quello che è possibile a breve. Si viene così a formare la diade del pensiero politico moderno che si rinomina nel poli del realismo e dell’idealismo. “Realismo” va quindi a prendere il particolare significato non solo di ciò che fa i conti con la realtà ma che nel farli si appiattisce sull’esistente. Viceversa, “idealismo” prende i caratteri di ciò che è nella lunga prospettiva, svincolato dal contingente ma rischiando di involarsi nell’impossibile . Marx ha cercato di divincolarsi dalla dicotomia, avanzando una idea di quella che poteva sembrare un’utopia ed il cui contenuto era in effetti lo stesso delle principali passate formulazioni utopiche  ma ritenendola invece un punto concreto in un futuro, però, “a portata di mano” dell’azione politica, forse addirittura un destino.

Nel ‘900, I paladini del primato dell’economico (Hayek) hanno vietato ogni pretesa di copvcostruzione umana intenzionale politica se non quella di subordinarsi ai poteri ordinanti dell’economia ed i tentativi di spiegazione dell’euforia totalitaria del secolo, hanno addebitato le cause alle ideologie[10] , cioè alle forme teoriche della costruzione politica alternativa allo stato di cose[11].  Per il pensiero liberale, l’uomo non sa costruire complessità e quando pensa di farlo seguendo una idea immaginata, ottiene il contrario di ciò che aveva sperato. Da ciò, è conseguita una auto-imposta limitazione nella trasformazione politica dell’esistente. Si può trasformare quello che già c’è, manipolando la gerarchia dei principi e quindi rimanendo astratti o attraverso pratiche di riforma che migliorano un po’ certi aspetti piuttosto che altri, ma lasciando sostanzialmente intatto l’impianto vigente. Quando il principio “speranza in un diverso modo di stare al mondo” si ribella a queste pratiche di prematuro soffocamento, gli è consentito una libera ed innocua cavalcata verso i non luoghi e i non tempi dell’Utopia. Marx, ha voluto dar luogo e tempo al suo progetto di trasformazione radicale ma la sua teoria della transizione -che è quello che manca endemicamente nel pensiero politico occidentale mancando progetti complessi a medio-lunga scadenza- è assai scarna, ambigua (dittatura del proletariato, scalata democratica e si presume riformista nei paesi a capitalismo avanzato), contraddittoria (il possesso dei mezzi di produzione è pubblico o comune? come si passerà dal primo al secondo ed in entrambi i casi, come ci si dovrebbe comportare con lo Stato visto che in prospettiva lo si dovrebbe estinguere? e cosa differenzia questo ultimo stadio comunistico dall’assai meno scientifico anarchismo? e come regolarsi sul vincolo necessario di una sincronia delle trasformazioni radicali in buona parte dell’Occidente quando le forme storiche sono ancora quelle degli stati-nazione?). Soprattutto: come funzionerà concretamente la gestione politica del collettivo umano? Cosa si nasconde in concreto dietro l’ambigua definizione di “dittatura del proletariato”? Tale bilancio problematico non è stato migliorato dal leninismo, dallo stalinismo e dal maoismo, né sul piano teorico, né nelle pratiche effettive, ancorpiù alla luce di risultati concreti che non si possono definire che altamente problematici e qualche volta fallimentari. L’uomo è prodotto dalle forme di produzione e se si cambiano queste cambierà tutto secondo Marx, la complessità del rapporto uomo-mondo è qui collassata in un riduzionismo determinista che esime da ulteriori dettagli. Il fallimento dei tentativi di copcrealizzare il comunismo, sono la falsificazione di questa convinzione strutturale che, essendo il nocciolo razionale del metodo marxiano, determina l’irriformabilità del suo pensiero[12].

Nei tentativi di spiegazione delle cause dei totalitarismo novecenteschi che addebitano all’eccesso di furore ideologico la causa di questo fenomeno, spiegazione che chi scrive non condivide affatto, va pur detto che la mancanza di un pensiero della transizione, la non concezione del tempo necessario a costruire altri modi di stare la mondo, ha in parte giocato un ruolo. E’ chiaro che, arrivati al potere, quando si vede quanta inerzia e resistenza fanno il corpo sociale e la complessità strutturale che informa le grandi società novecentesche di fronte all’auspicato cambiamento, si forza, si forza e poi si forza di nuovo perché quando si comincia a forzare non c’è più modo di tornare ad una più delicata gestione delle trasformazioni. La disordinata complessità sociale della realtà è refrattaria alla modellazione logico – meccanica con cui si costruiscono i progetti del futuro e quando la prima continua a negarsi alla seconda, si applicano dosi sempre maggiori di rigidità e coartazione per far tornare conti che non tornano. La guerra poi e più in generale la competizione inter-statale, impose i suoi ritmi e le sue forme imperative che rinforzarono le rigidità che portarono a gli altamente indesiderati esiti ben noti[13]. Esiti che retroagirono negativamente sulla convinzione di poter cambiare il nostro modo di stare al mondo con la volontà.

In conclusione, la teoria politica occidentale privilegia le forme (costituzionalismo) o il leaderismo, gli approcci negativi (il liberalismo che è in sostanza il porre una serie di limiti invalicabili al politico in favore dell’economico), liquida sbrigativamente la democrazia in quanto tale (diretta) in favore di una forma (rappresentativa) che è dubbio possa fregiarsi del termine, forma per altro demistificata e continuamente ridotta alla fascinazione per i leader o per la potenza ordinante dei mercati. L’intera tradizione di politica pratica e teorica è divergente dal percorso democratico. La principale formadownloadm9 alternativa di organizzazione politica pensata (il comunismo) deriva dall’economico e nella seconda metà del secolo scorso, ci si auto-impone un divieto anche alla fuga nelle regioni del pensiero libero (utopie) poiché foriero di eterogenesi dei fini (divieto e morte delle ideologie). Quanto al tempo, c’è il presente (riformismo) o il futuro senza termine preciso (utopia) ma manca del tutto un progetto di futuro concreto e l’abitudine a pensare i processi di costruzione progressiva, tant’è che il radicale modo trasformativo principe sarà inteso come “rivoluzione”. La teoria è preda di una polarizzazione che rimbalza dal realismo del presente, all’idealismo del futuro remoto, manca del futuro prossimo. La filosofia dell’avvenire è scarna e vaga, le utopie sono più un genere letterario che edifica il nuovo come delirio demiurgico privato. Manca del tutto un meccanismo idea – azione che faccia retroagire l’esperienza dell’azione sull’idea, modificandola mano a mano che si procede nelle trasformazioni.

(Prima parte di tre)

[1] Il sistema politico oggi in vigore nell’occidente, assomiglia più a quella  costituzione mista che aveva promosso Polibio e che è stata riproposta in teoria nell’Umanesimo rinascimentale ed in pratica, nel periodo moderno. Nei fatti, figure come il presidente americano o francese ed in tono minore, primi ministri, cancellieri e presidenti del consiglio, svolgono la funzione dell’Uno. Classe politica professionale, lobby economiche e finanziarie, corpi burocratici dello Stato, svolgono la funzione dei Pochi. L’Uno ed i Pochi, vanno dai Molti una volta ogni quattro – cinque anni a chiedere l’investitura formale in base ad una delega dai contenuti approssimativi e capacità di giudicarli ancor più vaghe.

[2] E. Berti, Sumphilosophein, Laterza, Roma-Bari, 2010

[3] Questa asimmetria è scarsamente considerata. Non solo l’intera tradizione classica si basa su pensatori se non apertamente anti-democratici (Platone), quantomeno assai critici e terrorizzati dalle forme degenerate (demagogia), ma questi stessi –ci riferiamo a Platone ed Aristotele-  sono le due forme di immagine di mondo filosofica più importante nella 44c478fcover13924tradizione occidentale. Poiché le immagini di mondo sono sistemi, se la parte etico – politica esprime questi valori e giudizi, si deve conseguire che l’intero impianto di pensiero è orientato in senso diverso a quello democratico. Quando -con solida e logica ragione- H. Kelsen dice “Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone” (H. Kelsen, Essenza e valore della democrazia, in La democrazia, il Mulino, Bologna, 1981), poiché in essenza l’opera di Platone (ma anche quella di Aristotele) rappresenta il più sistematico tentativo di distruzione del relativismo sofistico, si dovrebbe conseguire che l’essenza anti-relativistica della filosofia occidentale è anche anti-democratica. Gli strati romani e medioevali certo non hanno invertito questa impostazione, né quelli liberali anglosassoni, né quelli idealistici tedeschi. La democrazia è un sistema ampiamente estraneo alla riflessione filosofica occidentale, è un sistema che pensiamo di conoscere molto bene ma che in realtà non conosciamo affatto.

[4] Il Principe  è del 1513, l’Utopia di More del 1516. La Città del Sole di Campanella, invece, è del 1602

[5] Tratti o forme propriamente utopiche, si trovano anche negli stoici, in Evemero e Iambulo, in Gioacchino da Fiore.

[6] Poscritto alla seconda edizione del Capitale.

[7] I rapporti tra idea e realtà e più in generale la migliore descrizione del metodo marxiano sono riportati sempre nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale come analisi effettuata da una rivista russa (Viestnik Evropy di Pietroburgo) da cui Marx conclude con la famosa rovesciata della dialettica hegeliana il cui nocciolo razionale è liberato dal guscio mistico.

[8] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano, 2005. Sul pensiero utopico,copn imprescindibili sono le pagine riservate da Bloch nel suo opus magnum, alle utopie sociali nel celebre 360 capitolo. Vale anche la pena E. Bloch, Spirito dell’utopia, Rizzoli, Milano, 2009. Si aggiunga quantomeno K. Mannhein, Ideologia ed utopia, Il Mulino, Bologna, 1999; L. Mumford, Storia dell’utopia, Donzelli, Roma, 2008 e per giungere più ai nostri tempi il F. Jameson  Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli, Milano, 2007. Nel suo opus magnum, Bloch conclude il 36° capitolo con l’identificazione del marxismo come utopia concreta (e di nuovo nel 55°). Bloch ha correttamente individuato il problema di dare processo all’utopia, cioè realismo all’idealismo, ma nel celebrare questo avanzamento con le lodi al marxismo, ha probabilmente ecceduto nell’esercitare la sua spinta alla speranza. Dovremo ripartire da quel punto, dal punto in cui Marx stesso, nella Seconda tesi su Feuerbach ci dice che ciò che il pensiero non consegue dei suoi obiettivi concreti, va ripensato (non negli obiettivi ma nel come si è pensato di conseguirli).

[9] La lacuna descrittiva del futuro in Marx, da lui non era ovviamente ritenuta tale. Nel riduzionismo strutturalista di Marx, l’essenziale era la modificazione strutturale, tutto il resto sarebbe disceso di conseguenza.

[10] Le origini di questa interpretazione del totalitarismo e la nozione stessa di totalitarismo, vengono in genere addebitate ad H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2004. Giustificare o meno la definizione di totalitarismo per le tirannie nelle società di massa moderne, ci porterebbe lontano, segnalo solo che l’assunzione di totalitarismo a categoria assoluta è forse più dovuta alla scelta dell’editore americano di dare questo titolo all’opera che l’Autrice aveva titolato “Il fardello del nostro tempo”, che dell’uso forse più relativo che ne fa l’Autrice nel testo. Sicuramente però, l’idea che i totalitarismi siano discesi dalle ideologie, non è lo specifico della opera della Arendt che fa una analisi più complessa. Veloce riprova ne è l’esclusione che fa la Arendt del fascismo e del comunismo cinese dalla categoria, pur discendendo da ideologie identiche a quelle naziste – comuniste staliniane. Per altro, né l’Unione sovietica prima di Stalin, né quella dopo Stalin, secondo Arendt, sarebbero ascrivibili alla categoria, per cui si tratta di due fenomeni specifici connessi ad Hitler e Stalin. Il riduzionismo del totalitarismo come conseguenza necessaria dell’ideologia è più figlio dell’ideologia liberale che ha visto nell’economico (nel mercato) e non nel politico, l’unico modo valido di strutturare la società.

[11] I concetto di ideologia è controverso. Noi intendiamo il termine, semplicemente come 146459-MarxEngel300dpi-285x403discorso su-da l’idea ovvero un sistema di idee interconnesse che viene usato per interpretare il mondo ed ordinare l’azione che in esso vi si conduce. Secondo questa definizione, il concetto non ha alcuna negatività intrinseca ed anzi, lo si ritiene un fatto naturale della mente umana individuale e sociale. Quella della “fine delle ideologie” è una ideologia auto-falsificante ma falsificata anche dall’evidente presenza di molte altre ideologie come la credenza negli assoluti poteri ordinativi del mercato, l’ecologismo, il nazionalismo, il darwinismo, l’individualismo, il tecnicismo e lo scientismo e molte altre, incluse quelle politiche classiche di destra e sinistra, e quelle religiose. Che esistano sistemi di idee “scientifiche” e non ideologiche, qualora non si stia parlando di scienze dure, è anch’essa una ideologia.

[12] I rapporti tra l’indomabile ricerca di un modo diverso di stare al mondo e l’opera del tedesco sono ancora vincolati. Marx lo si è difeso ad oltranza, quando non si è potuto più far finta di non aver visto il fallimento del comunismo realizzato, si è cercato di operare uno scorporo tra il pensiero marxiano e la “degenerazione” marxista. Marx sarà restituito alla sua più nobile funzione di antenato nobile della famiglia degli emancipatori umani quando capiremo di lasciarlo intatto per quello che ha pensato e scritto e semplicemente “salire sulle sue spalle” per guardare oltre.

[13] Costante dell’idealismo utopico è infatti il sistema chiuso. Dalle isole che sono le location privilegiate di tutte le utopie letterarie, all’aperta teorizzazione de “Lo stato commerciale chiuso” di Fichte (1800) alle contemporanee constatazioni di quanto la globalizzazione limiti l’autonomia stato-nazionale. Del resto, l’intuizione, riscontra quanto poi si è scoperto nell’origine delle specie di Darwin: le nuove specie nascono e crescono solo in territori isolati o separati (si veda il concetto di “speciazione” in E. Mayr). Lastato-commerciale-chiuso questione del “socialismo in un paese solo” fa parte di questo antico dilemma dell’irriformabilità dei sistemi locali quando questi sono tra loro allacciati in un sistema generale. In economia, è il noto problema tra apertura o chiusura delle frontiere. In psicologia umana la differenza tra una lunga e lenta terapia psicoanalitica mentre si continua la vita sociale o l’eremitaggio. In complessità, la differenza tra sistema chiuso e sistema aperto. In realtà, i sistemi chiusi sono un’astrazione della termodinamica mentre non esistono per definizione, sistemi completamente aperti. La stessa ontologia sistemica prevede di necessità una qualche differenza tra il dentro ed il fuori di un sistema, altrimenti non si avrebbe un “sistema”. Si tratta solo di definire quanto il sistema sarà o dovrà essere chiuso o aperto, quando, come e rispetto a cosa.

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LOGICA DEL LIMITE. Per una etica della complessità.

Vi ricordate l’apeiron? Iniziando le prime pagine di una qualsiasi storia della filosofia occidentale, dopo Talete e semmai qualche accenno alla sapienza arcaica, vi trovate Anassimandro. Di costui c’è arrivato un solo, piccolo, frammento che dice che l’inizio di tutte le cose è l’apeiron. Fiumi di parole sono state scritte su questo concetto e prima ancora sulla sua traducibilità ma in sostanza, sembrerebbe che la questione sia abbastanza semplice. Se la cosa è ciò di cui possiamo dire, vedere, toccare, pensare i contorni, cioè i limiti, prima della cosa c’è l’apeiron, ciò di cui non si può dire, vedere, toccare, pensare i

anassilimiti. Prima di partire per la tangenziale dell’infinito però, dovremmo sostare un attimo sul punto stretto. L’apeiron è un concetto negativo in relazione alla cosa, è la non-cosa, quello da cui proviene la cosa, lo cosa è un ritaglio di qualcosa di precedente più grande. Dire, fare, toccare, pensare la cosa significa dargli i limiti. Prima c’è l’apeiron, dopo c’è la cosa, la cosa introduce il concetto di limite. Su questo pensiero potremmo indugiare a lungo perdendoci in una nuvola di rimandi del prima (Esiodo, il Rg Veda) e del dopo (su fino ad Heidegger) ma andremo oltre perché a noi, qui, non interessa l’apeiron ma il concetto di limite. Diremo solo che, in sostanza, Anassimandro fonda una branca del pensiero filosofico, quella che poi Aristotele sistematizzatore del pensiero greco, chiamerà filosofia prima e noi oggi -ontologia-, discorso (logos) su ciò che è (ontos), discorso sulla cosa. La fondazione inizia dunque con questa semplice constatazione, prima non c’è la cosa, dopo c’è la cosa e la cosa è tale per via dei suoi limiti, dei confini che la separano, la estraggono dalla non cosa. Tutto il resto della filosofia viene dopo, prima c’è la necessità di avere qualcosa su cui dire, vedere, toccare, pensare, questo qualcosa è la cosa e prima della distinta cosa c’è l’apeiron, l’indistinto.

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Nel suo agile libricino (Limite, Il Mulino, Bologna 2016), Remo Bodei, ci ricorda che quella del superamento del limite, è una fissazione della modernità (l’or ora, l’odierno), iniziata, nel pensiero, con la triplice sfida a gli arcana naturae con Telesio, Galilei e Bacone, gli arcana Dei con Spinoza e gli arcana imperii con Machiavelli. Ma “spirito dell’epoca” o meglio già del suo inizio, fu anche la ricerca del Grande Oltre condotta da italiani, portoghesi, spagnoli ed olandesi che si avventurarono alla ricerca delle terrae incognitae. Da allora, è un susseguirsi di invenzioni ed innovazioni, di allargamento progressivo dei limiti. Fisica, chimica, biotecnologie, informatica, cosmonautica, cibernetica, ibridi, chimere,Warehouse-VERSION-6403 clonazioni, robot, protesi, tecnologie, psicofarmaci, realtà virtuale, intelligenza artificiale, costruttivismo biomolecolare, aumento della vita media, superamento degli Stati, superamento delle ideologie, delle identità, globalizzazione, una lunga ed affannosa corsa per andare continuamente oltre l’ultimo oltre, oltre l’ultimo uomo e questo troppo stretto mondo. Questa coazione non ha limite, è illimitata.  L’intero percorso ha prodotto, come sempre accade, la sua ideologia riflettente. Il moderno, come società sovversiva di ogni limite, è subentrata alla precedente di tipo medioevale che verteva sull’ordine di Dio, un Super Io imperativo che imponeva limiti, norme, divieti con minaccia di punizioni dappertutto. Il superamento di Dio (il superamento della credenza dei limiti imposti dalla credenza in Dio), ha comportato anche l’abbandono dei limiti morali ed etici poiché questi erano inclusi a pacchetto nel vecchio modello di ideologia e società.  Ne è venuta fuori quella società liquida in cui il liquido sta per opposizione al solido, il processo sta al posto della cosa, una sorta di ritorno all’apeiron che Esiodo però chiamava Chaos.

Come è ben noto, il moderno si suole farlo coincidere col capitalismo e col liberalismo. Il liberalismo, nacque nel XVII° secolo, in Francia o meglio a Parigi, come ribellione urbana ed alto borghese, ai limiti della vecchia mentalità e costume. Si chiamò libertinismo e la sua natura edonistico – sensista, segnerà una buona parte dell’evoluzione dei costumi, ancora fino al ’68 del “vietato vietare” ed oltre. Questo primo conato, diventerà quel meccanismo che portando il desiderio a legittimo bisogno, baserà la vita associata sul meccanismo del bisogno di soddisfare individualmente il desiderio, meccanismo di sua natura illimitato visto che il desiderante è un principio senza oggetto. La ribellione individuale downloadseche pretende la libertà del perseguimento di ogni desiderio, nel tempo, porterà il soggetto a vincolarsi da solo a sempre nuove “catene di seta”, poiché ogni soddisfazione ha un costo, il cui prezzo è una piccola schiavitù. Del resto, è noto dal tempo degli antichi che sono le aspettative il motore dell’insoddisfazione, quindi dell’infelicità.

Il primo libertinismo, in seguito, prese le forme del discorso politico ma non ex ante come poi si ritenne dovesse essere il ruolo dell’ideologia politica ma ex post, dopo che si erano compiuti fatti liberali. Questi furono appannaggio degli inglesi che, mentre i francesi si limitavano a rivendicare la libertà degli individui che se la potevano permettere, capirono che doveva essere ciò che ordina la società a diventare liberale e così superare l’ordinamento precedente. Dopo una precoce ribellione che portò alla Guerra Civile (1642-51), ritentarono e questa volta con successo, retrocedendo di un gradino il potere del monarca e della Chiesa e sopravanzando al loro posto, un parlamento eletto dalle élite della ricchezza non più solo ereditaria ma anche quella prodotta dalle nuove attività commerciali. Fu John Locke, nel 1690, con i Due trattati sul governo[ii], a fornire questa giustificazione ex post, introducendo sul piano dei diritti le nuove libertà di opinione e culto e sul piano dei doveri, il rispetto della proprietà privata che Hobbes non aveva introdotto nel suo stato di civiltà subentrante quello di natura. Fu quello il momento ideologico preciso, in cui l’economico subentrò al politico ed al religioso e, per ironia della storia, fu fissato “politicamente”. In seguito, come ricorda il Keynes nel suo “La fine del lasseiz faire”[iii] del 1926, anche il giovane pensiero economico, nato in quel di Francia, registra la mitica risposta del mercante Legendre al centralista ministro dell’economia Colbert che chiedeva cosa avrebbe dovuto fare il governo per favorire l’espansione e la vivacità economica, sentendosi appunto rispondere l’equivalente del “Voi non dovete fare niente, lasciate fare a noi”. L’economico chiese ed ottenne di esser lasciato il più libero possibile dal potere politico più liberale dei tempi, quello anglo-britannico e fu lì che si crearono le condizioni8231634a1b667f2c49652e419810b526_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy per tutto il successivo sviluppo a cui solo dopo più di un secolo, aderirono anche i francesi, poi ancora dopo i tedeschi e gli italiani, mentre gli americani che correvano paralleli ad i britannici, alla fine superarono tutti.

Com’è altrettanto noto, Max Weber, pensò che in origine, forse era stata la nascita del protestantesimo a creare quelle condizioni ideologiche etico – morali, idonee a tutto il successivo sviluppo capitalistico poiché questo, sdoganava l’intraprendenza, sia togliendo di mezzo l’élite interpretante le Scritture il cui accesso era libero per tutti, sia stabilendo che il successo sociale fosse sintomo di grazia e salvezza, quindi modello. Weber, coniò anche l’espressione “disincanto”[iv] per dire che l’epoca moderna era quella che superava la vecchia concezione di un mondo incantato per approdare all’idea di Telesio che la natura si muove iuxta propria principia, ovvero indipendentemente dalla Provvidenza. Ne conseguiva in linea di principio la conoscibilità (Galilei) e dopo la manipolabilità (Bacone) del mondo, da cui la scienza, la tecnica, il razionalismo (Descartes), il costruttivismo politico dei parlamenti di color che sanno e possono (Locke), le élite che agiscono ai propri fini ma inconsapevolmente anche per il bene comune, il common wealth (l’etica utilitaria). Ma forse si legge il passaggio dal medioevo alla modernità, stando con lo sguardo troppo dalla parte di quest’ultima, forse dovremmo andare un po’ più vicino a quando è cominciata questa inversione per capirne le ragioni. Già, ma quando è iniziata questa inversione? Cosa agì prima della borghesia, della scienza, del pensiero liberale e del capitalismo?[v]

Alcuni storici, hanno individuato questo turning point in una disgrazia, la Peste nera che colpì l’Europa alla metà del ‘300. In cinque anni, morì un terzo della popolazione. Occorre immedesimarsi nella mentalità di qualcuno che visse quegli aventi per capire cosa significò per tutti i sopravvissuti, l’aver visto morire -preda di atroci sofferenze- un terzo dei propri affetti[vi], amici e conoscenti, nel breve giro di cinque soli anni ed anche meno visto che questi cinque anni segnano il diffondersi della pandemia a tutto il continente da Lisbona a Mosca, che localmente agì in ben meno tempo. Anche “un terzo” è una misura statistica, il che significa che in molti luoghi fu la metà o anche più.  L’errore fatale dei custodi della credenza condivisa del tempo, la Chiesa, fu dar causa degli eventi a Dio che, adirato contro 51QwyyRgdmL._SX362_BO1,204,203,200_gli uomini per i loro peccati, aveva scagliato la tremenda punizione, una sorta di Provvidenza negativa. Ma, è probabile che questo tentativo di spiegazione sia stato sentito, magari non consapevolmente, come altamente incongruo. Altresì, le istituzioni politiche, economiche e culturali, non essendo state in grado di spiegare, affrontare e risolvere il problema, crollavano in credibilità assieme al ruolo intermediante delle Chiesa. Il tutto prendeva forma di un gigantesco fallimento adattivo a cui occorreva far fronte con un nuovo paradigma: una nuova credenza condivisa. Questa nuova credenza condivisa si formò nei decenni e secoli successivi ed è quella le cui linee principali abbiamo disegnato in precedenza ma un punto psicologico e sociologico fu necessario si formasse prima, il cambio di atteggiamento nei confronti del mondo esterno: da passivo ad attivo. Non fu quindi un caso che la prima nuova espressione culturale che troviamo nell’hot spot del tempo, l’Italia[vii], fu l’umanesimo, il porre l’uomo al centro del cosmo. Questo uomo era stato tradito da coloro ai quali si era affidato per ricevere ordine ed ordini: Dio, la Chiesa, i principi, le concezioni pre-scientifiche e magiche. A questo punto, l’uomo doveva far conto più su se stesso. Sul piano pratico, fu la stessa improvvisa penuria di esseri umani a richiedere un impegno ed attivismo maggiori per reggere l’organizzazione sociale dei sopravvissuti, ricevendone subito in cambio più terra, più opportunità, mobilità sociale, scomparsa della servitù della gleba, salari più alti. Tanto significativa fu la mancanza di persone che iniziò lì il macchinismo, ovvero la sostituzione parziale del lavoro umano con lavoro delle macchine che oggi giunge alla nemesi del prossimo finale esautoramento del lavoro umano con quello degli artefatti. La macchina a stampa di Gutenberg, ad esempio, si rese necessaria anche perché erano morti più della metà degli amanuensi. La Morte Nera, anche nell’iconografia, apparve come agente democratico, la Grande Livellatrice, una sorta di benefico reset che spinse i sopravvissuti a ripartire su nuove basi[viii]. La democrazia mortuaria darà un duro colpo alle pretese giustificatorie della gerarchia sociale.

Da questo punto di vista semplificato e ridotto allo scatto mentale che cambiò giocoforza l’atteggiamento tra Io e mondo, mettendo Dio un po’ da parte e diffondendosi in maniera diffusa in molte menti ed in breve tempo, nasce quello che poi leggeremo come moderno. Quello scatto originato da un fallimento fu l’apertura, la condizione di possibilità per tutto il successivo processo. Si comprende meglio allora l’affermarsi ed il successivo successo della mentalità umana attiva, intraprendente, materialista, razionalista,  auto-centrata sullo sforzo umano a spostare i limiti oppressivi delle incapacità e delle ignoranze, prima un po’ più in là, poi un po’ più oltre. Noi ultimi moderni, siamo ancora figli di quella reazione che fece dellaWEBER2 necessità di occupare lo spazio apertosi per crollo dei limiti precedenti, la virtù di spingersi ciecamente oltre ogni limite sospettato di essere sempre un limite apparente. Una intera macchina di organizzazione sociale con la sua riflessa credenza condivisa si andò formando e diede il suo ordine, significato e premio adattivo che portò l’Europa degli scarsi 50 milioni di sopravvissuti alla Grande Livellatrice a diventare il modello di moderno che dominerà terre, mari e popoli, con commerci, eserciti, saperi spinti sempre un po’ più oltre, non riconoscendo altro che limiti apparenti, sfide che chiamano il superamento. Commerci, eserciti e saperi, costituirono un sistema, il sistema moderno in cui nessuno dei termini ha altro fine che supportare l’altro e tutti insieme l’adattamento al mondo delle genti che vi si riferiscono.

In questo contesto, il liberalismo altro non è la vocazione a liberare l’individuo da ogni costrizione esterna, sia essa di natura che di cultura (religiosa o ideologico-politica) ed il capitalismo, la forma delle attività economiche che si pone l’obiettivo utilitario del maggior benessere per il maggior numero, scaturito dal perseguimento infinito del desiderio umano. Dobbiamo vedere queste due vocazioni come principi, principi fondativi del moderno occidentale che nacque dal rimbalzo fallimentare del passivo comunitarismo impaurito, vigente nel Medioevo. Famiglia e comunità, le forze sistemiche del medioevo, sono state soppiantate da una costruzione che verte su individui potenziati dal mercato e protetti (almeno fino a poco tempo fa) dallo stato.

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H. Matisse, Icaro, 1947 (particolare)

Riflesso di questo stato di cose fu poi l’affermarsi di due altri concetti funzionali a questa organizzazione della società e della credenza condivisa: il progresso e l’evoluzione. Progresso ed evoluzione sono concettualmente la stessa cosa, un po’ di più ed un po’ meglio del dopo rispetto al prima. Nei fatti, progresso ed evoluzione sono pensati, in via semplificata, come privi di fine e fini, cioè non hanno termine e non hanno oggetto finale da conseguire, sono a-teleologici. Entrambi sono concetti auto-centrati ovvero concetti centrati su se stessi, il cui significato deriva da una comparazione tutta interna ad un processo cieco ed a-finalistico, che ne dà l’illimitatezza. Ma questo “nei fatti” è dato dall’interpretazione generale dello spirito del moderno poiché il progresso o l’evoluzione dovrebbero esser tali pur rispetto a qualcosa. Il progresso dovrebbe valutarsi non all’indietro ma in avanti, a quanti passi in avanti si stanno facendo per arrivare da qualche parte e l’evoluzione non ha altro fine che l’adattamento a qualcosa che cambia in continuazione. Se non cambia, o il progetto è semplice e ben fatto, si può rimanere più o meno eguali a se stessi anche per tre miliardi di anni, com’è nel caso dei batteri o delle spugne e meduse, che hanno centinaia di milioni di anni.  Inoltre, lì fuori nel mondo, non c’è nulla che non abbia limite. Se il limite medioevale era autoimposto da una vasta e profonda condivisione della credenza che imponeva limiti in abbondanza sebbene con scarsa ragione e se la modernità è stato il movimento che ha spinto a trascendere questi limiti che l’uomo cedeva di avere, oggi incontriamo un nuovo stato di cose che pone la modernità nella stessa posizione che ebbe il medioevo rispetto ad essa. Incontriamo cioè nuovi limiti ma non limiti imposti dalla credenza condivisa, non limiti autoimposti dalla mente o ragione umana ma limiti imposti da ciò che è fuori la mente umana, limiti nel Mondo.

Questi limiti sono di due tipi. Quello che abbiamo scorto per primo è quello naturale[ix], quello che stiamo scoprendo in questi tempi travagliati è il limite che ci diamo reciprocamente tra gruppi umani. Si sta formando cioè un del tutto nuovo contesto rispetto a quello passato, abbiamo cioè la formazione di un sistema macroscopico, l’umanità, che si ambienta in un sistema maggiore di tipo fisico-chimico che è il mondo, il pianeta. L’umanità incontra limiti nel pianeta che non è più un apeiron ma una cosa dai confini ben precisi, con quantità non infinite e complessi processi auto-organizzati che dipendono dalla stabilità di molti fattori,  e ciò le pone un problema ed in questo la rende consapevole di se stessa come Uno, per la prima volta. Questo problema è l’adattamento, come adattarsi a ciò che la contiene che ha limiti e pone limiti. L’umanità si sente, per ora debolmente e solo in alcune menti, Una per la prima volta davanti a questo problema a cui giunge con una credenza non condivisa poiché storicamente, l’umanità non è che un concetto vago, una sorta di macrocategoria della ragione che non ha mai avuto significato ontologico per noi che ne siamo parte, se non per operare distinzioni verso altre specie, cioè esaltare la nostra. Non essendo un soggetto autocosciente non ha una credenza condivisa ma molte, tante quante sono le culture in cui è suddivisa. Di tutte queste, quella moderna occidentale, è la meno soggetta al concetto di limite, il che crea un pericoloso, potenziale conflitto, sia contro le altre, sia perché antitetica al problema che l’umanità ha con ciò che la ospita, i limiti del pianeta.

copertina-atlante2okdrittaScopriamo poi un secondo significato inedito del concetto di limite, inedito per noi moderni: il limite che ci diamo l’un l’altro come individui, come classi, come popoli, come nazioni, come stati (il “limes” della geopolitica). Fino ad oggi, individui, classi, popoli, nazioni e stati, hanno agito avendo come concezione di ciò che li conteneva l’apeiron, l’illimitato. Anche il gioco della classi in Occidente, è stato ambientato dentro un sistema che dominava, più o meno, l’intero pianeta. Ma proprio per questo, ben diversa è la logica distributiva della ricchezza dentro un sistema sempre più ricco, rispetto a ciò che si dovrà fare quando questo sistema sarà solo un sistema tra i tanti e sarà già tanto se rimarrà stagnante e non decrescente. Il gioco dei limiti reciproci nell’illimitato e ben diverso da quello che si dovrà giocare nel limitato. Il primo può essere un gioco a somma incrementale, win-win come recita la cultura dell’epoca, il secondo è un gioco a somma zero, se io +1, tu -1, il ritorno del win-lose. Si tratterà quindi di gestire un doppio adattamento quello degli umani tra loro e quelli dell’umanità al pianeta.

Ma se questo stato di cose si presenta chiaramente come nuova “era dei limiti”, cosa fare della nostra credenza condivisa che proviene dai secoli in cui reagimmo ad un fallimento adattivo scoprendo che i limiti imposti dalla allora credenza condivisa e la relativa organizzazione sociale, erano causa di fallimento, sdoganando un atteggiamento volto all’illimitato? Come cioè riusciremo a reintrodurre i limiti nella credenza condivisa senza ricorrere a qualche immagine di mondo specifica che reintroduca la magia, l’incantamento, Dio e la Provvidenza, leggi storico-sociali immaginarie, che sono concetti a cui non possiamo più ricorrere come se il tempo non fosse passato e le esperienze ed i fatti non fossero accaduti? Come si comporteranno i concetti di liberalismo limitato, capitalismo limitato, progresso limitato, evoluzione limitata? Limitati da cosa e soprattutto da chi?

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Dovremmo qui aprire una lunga riflessione che esula dai “limiti” di un semplice articolo. Accenniamo solo a quella che ci sembra la natura della nuova strada che ci sta di fronte. Questa natura ci sembra essere la necessità di incorporare il concetto di limite in noi stessi seguendo quindi una storia che dal limite dato da qualche credenza eteronoma (da i vaghi divieti della sapienza greca a quelli precisi dati da Dio), passò alla convinzione che l’uomo978880620105MED dovesse superare tutti i limiti che incontrava, alla constatazione che oggi ne incontra due di natura intrascendibile: quelli dati dalla natura e quelli che ci diamo reciprocamente, uno all’altro, come umani. Si tratterebbe quindi, inizialmente, di una introiezione dei limiti esterni, all’interno delle nostre mentalità. Successivamente, si tratterebbe di contrattare limiti collettivi, all’interno delle singole società, delle società tra loro, dell’umanità col pianeta. Si tratterebbe in sostanza, di passare ad una cultura della limitazione autonoma, cioè data da sé, dell’individuo a se stesso, della singola società a se stessa, delle società componenti l’umanità, le une alle altre e tutte assieme nei confronti di una convenuta accettazione dei limiti planetari. Quanto a questi ultimi, è ben chiaro che non vi sia, in teoria, alcuna legge chiara del limite planetario in sé per sé. Si potrà e si dovrà continuare ad estendere, nei limiti del possibile, il limite naturale e planetario, tanto al suo interno (forzare la resilienza naturale) che al suo esterno (planetario). Ma questa doppia estensione dei limiti, soprattutto quella dei limiti interni, comporta rischi che vanno assunti collettivamente e con coscienza e poiché non ci possiamo aspettare grandi e decisive soluzioni, non ci possiamo aspettare in tempi brevi ad esempio la trascendibilità planetaria, non si può far affidamento ciecamente su questa possibilità come pass par tout per aggirare la logica del limite. Continueremo a sfidarli ma dovremmo porvi coscienza diffusa delle conseguenze e coscienza del fatto che i rendimenti della nostre ricerche saranno probabilmente decrescenti e più lenti delle attualità che i limiti ci pongono. In sostanza, nel mentre continuiamo a provare a trascenderli, dovremmo agire e pensare “come se” fossero intrascendibili ed agire con cautela condivisa seguendo quello che H. Jonas chiamava “principio di precauzione”[x]. 9788842072058Ma questo inedito, delicato ed anche pericoloso gioco del porre e gestire l’approssimarsi ai limiti, a quale logica dovrà fare riferimento?

Tutto ciò porta ad una forma ben precisa di preliminare credenza condivisa, l’unica credenza che possiamo tutti condividere poiché prevede le credenze di tutti: la democrazia. Intendiamo con democrazia, la forma di decisione collettiva condivisa, presa dopo libero dibattito informato e senza alcuna delega che non sia mera scorciatoia funzionale (non sia cioè la forma della democrazia rappresentativa). Dovremmo cioè convenire che l’unica ammissibile forma di decisione su quanti e quali limiti porre al nostro essere ed agire, è quella in cui ognuno e tutti, previa contrattazione delle opinioni, decidono di darsi. La nuova credenza condivisa di cui abbiamo bisogno non è questo o quel modo di vedere la questione dei limiti, ma una procedura che favorisca la consapevolezza distribuita dello stato delle cose, su cui basare i processi di decisione collettiva ed al contempo, favorire l’introiezione individuale del nuovo atteggiamento.

Forme meccaniche o poco realistiche sempre presenti nella storia del pensiero umano, stanno portando alcuni critici del moderno, del liberalismo, del capitalismo, a vagheggiare un ritorno al pre-moderno. Ma questo, semplicemente, non è possibile e neanche auspicabile. Inviterei a leggere le cronache medioevali della Peste nera per apprezzare fino in fondo i moderni guadagni della medicina. Se poi riteniamo come forse è giusto ritenere, la medicina odierna, sequestrata non più da gli ordini del giuramento di Ippocrate ma dall’interesse dei capitali e dei loro possessori, non è al re-incantamento del mondo che dovremmo volgerci, ma al dissequestro della logica della ricerca scientifica, riportandola all’interesse umano nel generale e non nel particolare. Il fallimento della logica capitalistica è nell’utilità (che poi sarebbe la sua etica di riferimento, in teoria) poiché la medicina capitalistica tende sempre più a portare il benessere al minor numero e quindi ilslide_61 malessere al maggior numero. Così la ricchezza che produce, così i benefici di un modo di stare al mondo che produce benessere per sempre meno ed esternalità e problemi per i più. L’esatto contrario del suo mandata utilitario originario. E’ che nessun altro ha diritto e ragione di decidere le nostre utilità, né Dio, né il mercato. Solo noi, consapevoli dei limiti entro i quali possiamo agire, dovremmo deciderle. E solo questo lento esercizio adattativo, potrà trasferire la necessaria logica del limite dentro le nostre singole psicologie. Diffusione necessaria, senza la quale non ci potrà esser adattamento alla nuova Era complessa.

In definitiva, il periodo storico che ci si presenta innanzi, sul piano dei comportamenti sociali, economici e politici e sul piano dei sistemi di idee che informano le credenza condivise, sembra porci la nuova sfida: dare e darci limiti. Dovremo darceli noi se non vogliamo che sia l’armageddon bellico o la catastrofe ambientale e darceli. Questi limiti, dovremmo darceli previa diffusa conoscenza ed informazione alla base di una estesa e consapevole assunzione di responsabilità, una nuova società a responsabilità illimitata e ad azione consapevole e limitata. Dai limiti eteronomi del medioevo, alla ribellione dell’illimite del moderno, ai limiti che ci dobbiamo dare tutti assieme, consapevolmente, realisticamente, in autonomia. Ecco perché tutti coloro che desiderano cambiare lo stato del mondo e del nostro modo di viverlo, tutti coloro che sono mossi da principi di giustizia ma anche quelli che più semplicemente sono mossi dalla paura fondata di un nostro fallimento adattivo all’Era complessa, coloro che ritengono la guerra un fossile da rinchiudere nei libri della nostra prima storia, dovrebbero concentrarsi su una nuova credenza condivisa che evolva l’ordine democratico, l’unica forma che permette di darsi liberamente limiti in autonomia. L’evoluzione non è fine a sé ma all’adattamento alle cangianti forme del mondo, il progresso non è più dato dall’aumento estensivo delle quantità ma da quello intensivo delle qualità.

Se la cosa è data dai suoi limiti, dare nuovi limiti produrrà un nuova cosa, la “cosa nuova” che andrà oltre il liberalismo, il capitalismo ed il moderno. Il mondo nuovo apparirà così dai limiti che porremmo al vecchio.

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[ii] J. Locke, Due trattati sul governo, Rizzoli, Milano, 2009

[iii] J.M.Keynes, Sono un liberale?, Adelphi, Milano, 2010. In effetti, il keynesismo è un liberalismo limitato, ovvero a cui si sono posti dei limiti. Nel suo articolo, Keynes, sosteneva che il manifestarsi di un netto pensiero liberista, in economia, fu invero assai tardo, non prima della seconda metà del XIX° secolo con la Scuola di Manchester. Il conato iper-liberista, in economia, risulta collegato a fasi imperiali, fasi ben diverse dal mondo multipolare a cui andiamo incontro.

[iv] M. Weber, La scienza come vocazione, F. Angeli, Milano, 1996

[v] Nella generazione dei fenomeni, noi siamo soliti indagare la causa efficiente ma spesso, il primo passo del cambiamento è il solo aprirsi di una nuova condizione di possibilità.

[vi] In realtà di più visto che il dato è una media statistica europea, ed alcune zone furono risparmiate dal contagio.

[vii] Le visioni del mondo hanno le loro capitali ed il loro fallimento porta al fallimento di questi centri. Così fu Atene con Roma, così Roma con Londra (con una lunga transizione che procederà dal Sud al Nord Europa), cioè il medioevale dominio del paradigma Dio a cui subentrò il moderno dominio del paradigma dell’azione illimitata dell’uomo.

[viii] Vari i testi sulla Peste Nera, tra cui: W.H. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012

[ix] Si rimanda al classico Club di Roma. Limits to Growth, 1972. Un buona visione aggiornata sulla stessa linea: J. Rockstrom, E. Mattias Klum, Grande mondo, piccolo pianeta, Edizioni Ambiente, Milano, 2015.

[x] H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 2009

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QUATTRO BREVI PUNTI PIU’ UNO CHE E’ UTILE CONSIDERARE QUANDO DISCUTETE DEL PROBLEMA ISLAMICO.

Ad estrema e brutale sintesi dello studio che svolgemmo sull’islam in diversi momenti e più puntate (qui, qui), vorremmo mostrare quattro punti della sua costituzione teorico – storico – politica, che è utile –a nostro avviso-, conoscere. A premessa, va detto che l’islam è un corpo di dottrine che si fonda come credo religioso ma comporta anche disposizioni giuridiche che poi diventano sociali e politiche e che si basa non su una scrittura sacra com’è il caso degli altri sue monoteismi ma divina, nel senso che le parole contenute nel Corano sono parola di Dio, espresse e trasmesse senza interpretazioni terze, da Dio stesso. Dio, nel Corano, dice di aver parlato chiaramente  e quindi esclude debba esserci qualcuno che intermedi ovvero interpreti le sue parole, tant’è che ritiene questa Sua rivelazione, l’ultima, quella dopo la quale non ve ne saranno altre. Avvicinandosi con fede e cuore aperto alla scrittura, chiunque può entrare in contatto con la parola di Dio, quindi con Dio stesso. Questo porta ad escludere in via di principio vi possa essere una Chiesa islamica che intermedia tra Dio e fedeli per cui, ciò che è scritto nel Corano, è valido per l’eternità e non ha declinazione storica. Detto ciò, ci sentiamo di segnalare quattro punti critici perché invece, una problema di interpretazione -a nostro avviso- rimane:

  • Muhammad ricevette la rivelazione divina lungo ventidue anni (610-632). Fintanto che fu in vita, sia lui che i credenti che lo seguivano, recitarono i versetti ricevuti da Dio a memoria, l’intero corpo era orale. I musulmani sono molti decisi nella protezione della figura del profeta perché egli è l’unico anello di trasmissione della parola di Dio. Questo unico anello, -deve- ritenersi affidabile e neutro ovvero ininfluente nella trasmissione, altrimenti ogni dubbio di intervento umano nel processo di trasmissione, depotenzierebbe la credibilità della parola di Dio e quindi della scrittura di origine divina ed aprirebbe un problema ermeneutico ovvero di interpretazione, foriero di divisioni e confusioni ed in sostanza di tenuta e credibilità dell’intero impianto.
  • Poiché il Corano non dice tutto e non è sempre vero che quello che dice lo dice chiaramente in quanto è natura della parola o se preferiamo, della capacità umana d’ intendere la parola, avere un alone di significati che eccede il perimetro della sola parola, si è generata comunque una tradizione interpretativa che ha dato vita ad una seconda scrittura, umana ma ritenuta sacra (non divina ma sacra, facente parte del canone della religione): la Sunna. Nella Sunna sono tra l’altro riportate anche frasi che avrebbe pronunciato Muhammad, non frasi divine che sono il contenuto esclusivamente del Corano, frasi umane del pensiero interpretativo di Muhammad ritenuto importante in base alla deduzione che se Dio ha scelto Muhammad per trasmettere il suo messaggio, Muhammad è uomo degno di fede. Inoltre, la Sunna è stata composta tra l’VIII° ed il X° secolo e poco oltre, dopodiché si è ritenuta finita la finestra interpretativa (più o meno) del Corano. Quindi, la Sunna, è opera umana storicamente riflettente la cultura del periodo in cui è stata composta. Vi è poi un tradizione giuridica che ha continuato l’interpretazione solo per quanto attiene la sua materia.
  • Il Corano è la collezione dei versetti che Dio ha trasmesso in varie sedute lungo ventidue anni di rivelazione a Muhammad. Questi versetti sono stati assemblati da umani e messi in forma scritta solo dopo la morte di Muhammad, non si sa come e secondo quale logica, in 114 capitoli (sure) la cui inspiegabile prerogativa è quella di essere riportati in sequenza a partire dal più lungo che occupa diverse decine di pagine (nella mia edizione 39), al più corto, l’ultimo, composto da quattro righe. Alcuni di questi capitoli racchiudono versetti del primo periodo trascorso a Mecca (dodici anni, quasi 60% di tutto il Corano), altri del successivo periodo di Medina[i]. Vi è una netta differenza di stile e contenuto tra i due periodi, più ispirato e religioso per il periodo di Mecca, più concreto e giuridico per quello di Medina. Alcune interpretazioni islamiche minoritarie, hanno proposto di riferirsi con adesione totale solo ai contenuti coranici e nel Corano a quelli meccani perché fondamenti propri della metafisica religiosa mentre per quelli medinesi, il contenuto etico e le disposizioni di legge andrebbero storicizzate al tempo della rivelazione e quindi trattate diversamente. Per intenderci, il periodo meccano è pura metafisica monoteista, nel periodo medinese invece, compaiono tutte le più controverse disposizioni relative al rapporto uomo – donna, diritto di famiglia e successione, la shari’a nel suo complesso, il jihad, il rapporto con le altre religioni etc. .
  • Avendo ritenuta chiusa l’interpretazione teologica, ritenuta foriera di divisioni, i musulmani si sono concentrati solo su quella giuridica, dividendosi in quattro diverse scuole[ii]. Si ricordi che il mondo arabo, Maghreb (nord Africa) e Mashreq (Medio Oriente) pesa solo per circa il 20% del totale islam. Una di queste scuole (hanbalita), quella di gran lunga meno diffusa, ha un impostazione molto tradizionalista[iii]. Di questa scuola giuridica, fanno parte, tra le altre, sia la tradizione salafita (che ha contenuti più politici) che quella wahhabita (che ha contenuti più giuridici). La tradizione wahhabita è presente in un solo posto in tutto l’islam: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è al contempo uno degli stati più ricchi dell’islam (il secondo per Pil nominale dopo l’Indonesia), lo stato che ospita i due massimi luoghi sacri (Mecca e Medina), lo stato in cui vige una unica interpretazione giuridica che è poi quella della scuola più tradizionale (scuola hanbalita) e di questa, la versione più estrema (il wahhabismo). Il “clero”[iv] wahhabita, è ciò che garantisce la legittimità della casa reale degli al Saud, altrimenti difficilmente sostenibile[v].

+1. Il perno saudita. Questi quattro punti ruotano intorno ad un perno che condiziona lo sviluppo interpretativo dell’islam e con esso molte sue espressioni religiose, politiche, 2853 (1)militari, economiche che stanno contribuendo molto alla produzione del caos sistemico planetario. Si consideri che 15 dei 19 presunti dirottatori degli aerei poi schiantatisi contro i grattacieli di New York l’11/9 erano di origine saudita (+ 2 degli EAU che è una dependance saudita).

Osama bin Laden, qualunque sia stata la sua effettiva posizione e ruolo nei fatti che l’hanno coinvolto, era saudita. Così, si suppone, gran parte dei fondi e dello dotazioni militari e facilitazioni logistiche di al Qaida.

I documenti pubblici diffusi dall’Is, parlano di una percorso di formazione a cui si sottopongono i nuovi adepti che prevede un corso di teologia coranica tenuto da imam wahhabiti e che il wahabismo è praticato solo in Arabia Saudita[vi], stato che confina via deserto col territorio controllato da Is. L’Arabia Saudita è l’unico stato al mondo in cui si applica la shari’a versione più integralista e tradizionalista qual è quella che promuove l’Is. I nemici dell’Is, curdi, zoroastriani, sciiti iracheni e siriani, sono nemici del wahabismo e dell’Arabia Saudita. Sebbene la composizione etnica di Is sia varia e veda la preminenza soprattutto di iracheni e tunisini, il gruppo etnico di gran lunga maggioritario è saudita. Sebbene i sauditi ed i media occidentali, abbiano più volte parlato di minacce dirette che l’Is avrebbe proferito contro l’Arabia Saudita, non risulta un solo attentato o atto terroristico, compiuto da Is inObama_meets_King_Abdullah_July_2014 Arabia Saudita o arresto di affiliati Is compiuto dai sauditi.

L’Arabia Saudita è l’1,3% del peso demografico dell’islam e lo 0,27% del mondo ma è il primo acquirente al mondo di armi.

Furono i sauditi a finanziare ed organizzare i talebani in funzione anti-russa e da allora hanno mantenuto un’influenza non secondaria sul movimento politico-religioso delle genti pashtun (afgano-pakistane). C’è chi sostiene che l’Arabia Saudita avrebbe un accordo di fornitura di testate atomiche da parte del Pakistan, qualora fosse necessario disporne e questa relazione che più che amichevole sembra basata sul ricatto, è forse alla base di molte questioni che hanno agitato l’area del confine pakistano-afghano recentemente.

L’Arabia Saudita è il principale sponsor della diffusione di moschee e scuole coraniche nel mondo, scuole ovviamente gestite da imam wahhabiti. L’intero mondo islamico che ruota intorno a Mecca e Medina, ruota quindi intorno anche all’Arabia Saudita intorno a cui ruotano storicamente gli interessi e le strategie occidentali prima britanniche, poi americane ma anche quelle francesi tant’è che lo scorso 4 Marzo, inspiegabilmente, Hollande ha conferito la Legion 5069e59b-1c82-491b-9674-3d80b47de4c3_16x9_788x442d’onore al ministro degli interni saudita per meriti speciali nella lotta al terrorismo[vii].

L’Arabia Saudita presiede anche, tra lo sconcerto dei più, la commissione consultiva del Consiglio ONU per i diritti umani. E’ il terzo paese per condanne a morte (lapidazione, impiccagione, decapitazione, ma si segnalano anche crocefissioni, per lo più pubbliche) rispetto alla popolazione. Sul resto delle libertà individuali non ripetiamo cose, ai più, ben note.

L’Arabia Saudita è il membro leader dell’OPEC ovvero dei 13 paesi produttori di greggio che sommano circa il 40% della produzione totale, leadership che ha recentemente imposto a tutti gli altri (quindi all’intero mercato) quel mantenimento di alte quote di produzione a fronte di domanda calante, che ne hanno depresso il prezzo con gravi ripercussioni per tutti gli altri produttori e l’ intera economia mondiale[viii].

L’Arabia Saudita sta conducendo, nel disinteresse dell’opinione pubblica mondiale, unachina-president-xi-jinping-saudi-arabia-king-salman-bin-abdulaziz-al-saud sanguinosa guerra in Yemen che ha prodotto già più di 7000 morti, 1,4 milioni di sfollati, più di 20 milioni di persone con problemi di tipo umanitario. Già nel 2011 invase il Bahrein per sedare la locale primavera araba condotta dalla popolazione sciita contro la monarchia fantoccio sunnita, sponsorizzata dagli al Saud. Inoltre, è notoriamente sponsor militar – finanziario delle frange qaidiste che combattono il governo di al Assad in Siria.

Questi i fatti, l’opinione di chi scrive è che L’Arabia Saudita (che controlla anche Bahrein, EAU, ed altre entità del Golfo che le sono subalterne) ricatta l’intero mondo arabo e l’intero mondo islamico tramite gli investimenti, diplomazia feroce, frange terroriste alimentate dal network della scuole coraniche e delle moschee che finanzia, quando non per intervento militare diretto o finanziando tribù secessioniste di cui, sopratutto il mondo arabo è storicamente dotato.  Ricatta altresì buona parte di quello occidentale che però è sua volta complice, avendone in cambio protezione degli interessi nel mondo arabo &NCS_modified=20150624124012&MaxW=640&imageVersion=default&AR-150629528nonché generale allineamento geopolitico e cospicui ritorni in investimenti dei fondi sovrani ed acquisto armamenti. Con penetrazione nel Caucaso e nel Xinjiang cinese, ricatta anche Russia (che subisce anche il dumping sul prezzo del petrolio) e Cina, nonché India con le recenti, note, azioni terroristiche. Tutte cose ampiamente note ma che è bene tenere a mente tutte in una volta sopratutto se si comprende lo spazio di interpretazione che la dottrina islamica lascia di sua natura (i quattro punti iniziali) pur dicendo a se stessa che in verità, lo spazio per l’interpretazione è da tempo chiuso. Forzare quello spazio e ricattare mezzo mondo anche con la ritorsione terrorista è la strategia scelta dalla monarchia saudita per dare un futuro all’incerta sorte della sua dinastia.

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Documentario:

> SAUDI ARABIA UNCOVERED <

della televisione britannica ITV (qui).

[i] L’ermeneutica coranica che è varia e non unanime, ha ravvisato molti casi di versetti meccani nelle sure (capitoli) medinesi e viceversa.

[ii] Questo vale ovviamente solo per il mondo sunnita, quindi non sciita. I primi sono tra l’85 ed il 90% del totale islam.

[iii] Storicamente, questa scuola ha avuto esclusivamente riflessi di teoria giuridica, non è cioè di per sé responsabile in alcun modo di atti politici armati, tantomeno del terrorismo. Non tutti gli hanbaliti ritengono i wahhabiti legittimi appartenenti alla scuola. Tantomeno i salafiti che in realtà sono una versione più prettamente “politica”. Le altre tre scuole che si riconoscono pienamente tra di loro come compossibili, non sempre riconoscono il diritto di scuola all’hanbalismo. Tanto per farsi un’idea, si pensa che gli hanbaliti (non necessariamente tutti  salafiti, tantomeno wahhabiti) pesino complessivamente tra il 5 ed il 7% del totale islam.

[iv] Naturalmente non esiste un “clero” nell’islam dando la termine l’accezione cristiana. Esiste però un gruppo di studiosi ed insegnati di teologia, giurisperiti, imam che svolgono una funzione, solo per alcuni versi, analoga.

[v] La monarchia in sé è una forma tra le meno giustificate nella tradizione islamica. Quella saudita non ha alcun diritto tribale di relazione privilegiata coi luoghi sacri di Mecca e Medina essendo originaria del centro-deserto della penisola arabica. I primi segni di un qualche al Saud si hanno nel XV° secolo, Muhammad era del VII°. Il regno saudita è del 1926, è cioè fratello delle invenzioni coloniali britanniche (Regno della Transgiordania, Regno dell’Iraq) che ridisegnarono il Medio Oriente all’indomani della sconfitta dell’Impero ottomano. Oltretutto i sauditi s’imposero con le armi contro la tribù che per legittima tradizione occupava i luoghi santi di Mecca e Medina. Per “legittima tradizione” s’intende discendenza dal lignaggio originario di Muhammad, i Banu Hashim. Gli eredi moderni di questa linea sono la casa reale giordana mentre la discendenza della dinastia del regno del Marocco è più incerta, sebbene vantata.

[vi] In parte anche in Qatar e nell’EAU.

[vii] Notizia che sarebbe rimasta segreta se non fosse stata rivelata dall’agenzia di stampa saudita.

[viii] Notori, gli accesi ed aperti scontri in ambito OPEC tra i sauditi e gli allora rappresentanti del governo libico ai tempi di Gheddafi. Storica l’uscita di Gheddafi ad un summit dei paesi arabi: “Ormai è provato che è stata la Gran Bretagna a crearvi e sono gli Stati Uniti che vi proteggono” (Reuters, 30.3.09). I sauditi furono poi i primi arabi a schierarsi con la coalizione occidentale che rovesciò il dittatore libico.

> L’articolo si trova anche qui <

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DELL’ ORIGINE DELLA DISEGUAGLIANZA. Com’è che nati liberi finimmo in catene. (2)

Proveniamo (qui la prima parte) dall’indagine su i piccoli gruppi umani pre-istorici che nel caso sapiens, hanno già mostrato una propensione alla dimensione, alla varietà, all’interrelazione e quindi alla produzione di complessità. Ci avviamo alla transizione che porterà alle società gerarchica, base delle future ed attuali civiltà.

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La grotta di Chauvet, oggi visitabile nella riproduzione, per non danneggiare le antiche (32.000 a.f. circa) pitture: http://www.bbc.com/news/science-environment-32403867

IL GRUPPO MEDIO EGALITARIO. Questo stato è in genere poco indagato per via del fatto che è assai difficile avere prove concrete su cui appoggiare le ipotesi. Inizialmente, quando tali prove provenivano solo nel registro litico, ovviamente, non si sentì il bisogno di presupporlo. Ma poco dopo, già tra Paleolitico e Neolitico, si era cominciato ad infilare uno stadio intermedio detto Mesolitico o Epipaleolitico[1], uno stato di transizione, sebbene può darsi che le novità strutturali che cerchiamo di indagare non corrispondano affatto ad una qualche innovazione negli strumenti di pietra[2]. Nel tempo e soprattutto con l’avvento della radio datazione e lo sviluppo dei metodi d’indagine, nonché ampia progressione degli scavi e delle possibilità di interpretarli, emersero alcuni fatti nuovi. Abbiamo sepolture di rango cioè sepolture che segnano la distinzione del seppellito ma senza che questa significhi per forza un suo ruolo sociale e politico di comando[3]. Abbiamo opere straordinarie come il sito di Gobleki tepe (11.500 a.f., molto prima degli ziggurat sumeri e delle piramidi egizie), frutto di un imponente sforzo collettivo senza per questo avere schiavi o servi, società gerarchiche e forse neanche stanziali, élite che manipolano surplus[4]. Prima ancora abbiamo centri rupestri affrescati come Lascaux o Chauvet che non possono esser opera di un solo piccolo gruppo, né è credibile che un solo piccolo gruppo ne fruisse. Abbiamo ipotetici segnali di simbolismo molto più precoci del ritenuto, blocchetti di ocra e strani graffi su ossa e pietre che hanno datazioni incredibilmente antiche, molto più antiche delle pitture rupestri.  Sicuramente abbiamo siti stanziali (natufiani, balcanici, cinesi, giapponesi) ed anche ceramica (Siberia, Asia) ma senza agricoltura[5]. Abbiamo la comparsa di quei comportamenti mediani di cura del selvatico o proto allevamento dello stato brado, la comparsa dell’orticultura quando i gruppi si fermavano stagionalmente o addirittura in pianta stabile. Più tardi, nei Balcani, abbiamo addirittura scrittura (Vinca) tremila anni prima dei burocrati sumeri[6]. C’era quindi una grande pluralità di comportamenti adattivi ed una complessità in pieno sviluppo, prima del salto stanziale – agricolo.

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Gobekli tepe, Turchia, 11.500 a.f.

La visione metafisica andava chiarendosi e l’indistinto Uno-tutto in cui affluivano individui, gruppi, natura, credenze, si popola di antenati ed anime o spiriti della natura. Più chiara è anche la presenza degli intermediari col trascendente, gli sciamani[7] che erano anche medici ed officianti i riti sociali viepiù importanti laddove i gruppi si ampliavano. I gruppi di caccia avevano un loro capo ma non è detto che questo fosse poi anche il capo del gruppo fuori dell’attività di caccia. Inoltre, chiari gli oneri di pertinenza del capo non è detto che gli onori fossero più che simbolici[8]. Attività e mobilità più complesse nei vasti territori, speciarono probabilmente i primi geo-cosmografi che leggevano i segni del terreno, ricordavano le rotte, si orientavano col cielo. Un inizio di divisione del lavoro permetteva di diversificare le attività nel gruppo senza che il gruppo perdesse la sua omogeneità interna e questa maggior efficienza permetteva gruppi un po’ più grandi, qualche nascita in più, qualche maggior cura ai malati o la longevità degli anziani[9]. Gli anziani permettevano la trasmissione della tradizione ma anche la trasmissione delle conoscenze e questo cominciava a fare “la storia” dei gruppi. Storia e tradizioni che poi si raffinava in identità, storia comune e quindi identità in comune che era un collante in più per gruppi un po’ più vari e grandi. La seconda parte di questo processo aumenta le quantità ma fa comparire anche nuove qualità. All’aumento della dimensione e resilienza dei gruppi, dovette aumentare anche al densità territoriale e le dimensioni maggiori frenarono il nomadismo. La densità territoriale spinse fisicamente alla reciproca interrelazione, probabilmente di scambio[10]. Scambio di eccedenze con mancanze poiché ogni gruppo aveva più di qualcosa  e meno di qualcos’altro a seconda dei territori frequentati, scambio di parole e narrazioni, scambio di persone e di donne. L’esogamia cominciò ad imporsi e con essa le prime culture miste e le proto-lingue. Ciò portò anche grande benefici in termini di scambio genetico, culturale e comparsa di molteplicità eterogenee, nonché reti parentali composte da più tribù e non più solo individui, ovvero reti di alleanze. La diversificazione individuale (complessità varietale), andava aumentando con la precisazione dell’identità individuale. Nei casi di stanzialità periodica o fissa, l’orto, un primo artigianato, i figli (più di uno), la cucina forse ancora collettiva, la raccolta nei dintorni, l’approvvigionamento d’acqua, diventarono i compiti di chi si occupava del raggio interno; caccia, trappole, raccolta a lungo raggio, esplorazione, contatti con altre tribù, i compiti di chi si occupava del raggio esterno ma non è detto che la partizione in questi due gruppi fosse quella rigida che abbiamo immaginato tra maschi e femmine.  Mano a mano che procediamo verso il passaggio 2 ed allo stadio successivo, compare anche l’affiancamento delle prime produzioni di agricoltura ed allevamento intenzionale e l’economia, spesso potenziata dallo scambio, diventa assai mista e variegata.

Sta di fatto che rispetto al nostro catalizzatore, la risposta alla domanda -chi decide-, segniamo solo una mezza novità. La mezza novità è quella che chiamiamo “delega funzionale” ovvero divisione del lavoro parziale[11], episodica e controllata. L’individualizzazione della psiche, dell’immagine di mondo e delle funzioni procede ma è parallela all’interrelazione all’interno del gruppo e la-civilta-della-dea-vol-2-il-mondo-dell-antica-europa-libro-74928non si perde ancora la condivisione dell’orizzonte degli eventi del gruppo come uno. Si annunciano le diversità ma non le diseguaglianze, non c’è una norma terza che sanziona una gerarchia delle diversità. Le decisioni fondamentali, il potere dell’intenzione del gruppo come uno, è ancora condivisa. Qualcuno, rispetto a qualcosa di specifico, ha più voce in capitolo, voce competente ed apprezzata da tutti ma i linguaggi sono ancora reciprocamente comprensibili, i problemi tanti, le voci che portano le idee tante, la decisione una. Questa lievitazione numerica e delle distinzioni è come un panettone in cottura in cui le uvette si distanziano relativamente ma rimangono nello stesso, unico e condiviso oggetto sociale, il gruppo come uno.

PASSAGGIO 2.  E’ chiaro che qui si compie il misfatto. Ora, l’unica condizione comune cui sono stati soggetti i vari territori che vanno dalla Mezzaluna fertile alla Cina, fu il processo di de-glaciazione. Questo è un tempo sincronico ma al passaggio 2 non tutte i nuclei di quelle che poi saranno le civiltà storiche, arrivano nelle stesse condizioni, né i territori hanno le stesse caratteristiche per cui la tempistica finale di nascita di queste proto-civiltà, il passaggio allo Stato, alla gerarchia, alla proprietà privata e quindi alla finale diseguaglianza, non sarà sincronico. Una condizione comune delle terre che passarono al nuovo regime climatico furono[12]: ritiro dei ghiacci e quindi allargamento delle terre vivibili da una parte, restringimento delle coste dall’altra, grande abbondanza d’acqua, rigoglio della natura vegetale con nuova abbondanza, esplosione demografica delle specie animali in ragione delle precedenti condizioni (sebbene quelli abituati a neve e ghiaccio simapPrehistory ritirino sempre più a Nord creando un problema alle tribù che della loro caccia vivevano), clima umido, piogge abbondanti. L’abbondanza d’acqua è qualche volta eccessiva com’è nelle varie cronache dei diluvi e nella comparsa nella mitologia cinese dopo Nüwa  (che è forse il corrispettivo femminile di Noè)[13] del mitico imperatore Yu[14] la cui qualità era appunto l’aver irreggimentato le acque[15]. Successivamente però, queste condizioni eccezionali si stabilizzano e parzialmente s’invertono. I mari sono saliti e quindi si sono allontanate le linee di costa ed i fiumi terminano le grandi portate e si restringono anch’essi, spesso cambiano anche corso deposizionando i siti, il clima diventa più secco, appare una nuova scarsità relativa, relativa al precedente regime d’abbondanza. Il restringimento delle acque è probabile che abbia spinto popolazioni prima disperse ad addensarsi presso i grandi fiumi, con relativi problemi di diritto, di terra, convivenza, comprensione linguisica ed attrito dentro e tra i gruppi. Tutte le grandi successive civiltà saranno dette potamiche poiché originano in riva ai grandi fiumi (Nilo, Tigri-Eufrate, Indo, Fiumi Azzurro e Giallo). Anche questo “paradiso perduto” è registrato nelle varie mitologie. Dio dirà ad Adamo “col sudore del tuo volto mangerai il pane (Genesi, 3,19)”, segnando l’improvviso sincronico maggior ricorso a quella agricoltura che già nota, da complemento, diverrà standard obbligato per popolazioni ormai stanziali e di medio-grosse dimensioni, improvvisamente esposte a regimi di relativa scarsità[16], sempre più legati ad una sola forma di sussistenza. La ricca e resiliente economia mista diventa monoculturale e quindi più fragile. Il limite più alto dei gruppi umani era stato fino ad allora talvolta raggiunto ma così come fanno i primati, come era successo in passato e come ancora faranno molti popoli tribali (ad esempio i primi angli e sassoni migranti dal continente verso la Britannia o i vichinghi), al raggiungimento del limite, i più giovani erano usciti ed avevano fondato un nuovo gruppo in cerca di nuova terra. Ora, la densità abitativa in alcuni territori, impediva questa strategia, occorreva trovare un modo di crescere dentro lo stesso gruppo. Ma il processo di crescita dei gruppi, favorito dall’abbondanza post glaciale, prese a restringere le sue stesse condizioni di possibilità e le cose si fecero, improvvisamente, ancora più difficili quando le condizioni ambientali diedero una nuova, brusca, sterzata.

IL GRUPPO MEDIO EGALITARIO CRESCE, SI TROVA IN UN NUOVO REGIME DI SCARSITA’E DIVENTA GERARCHICO, SI AFFERMA LA PIENA DISEGUAGLIANZA. In pratica, il passo decisivo, dovrebbe esser stato quello per cui una già spinta al limite LA_RIVOLUZIONE_URBANArelativa complessità sociale basata su un processo di diversificazione tenuto ancora assieme dall’esercizio della delega funzionale, passa abbastanza celermente ad un esercizio stabile dei diversi poteri non più delegati. Soprattutto, l’orizzonte degli eventi di ciò che succede fuori del gruppo ma anche la conoscenza fine e sincronica in ogni punto della compagine sociale di ciò che succede dentro il gruppo, non è più presente in parti uguali in ogni mente. Gli stessi interessi individuali sono ormai traguardati all’ambito particolare e non più a quello generale. Solo per alcuni, l’interesse personale perfettamente coincide con quello di qualche funzione generale, questa saranno le successive élite. Il passaggio è reso repentino e quindi urgente e quasi necessitato dalla dipendenza che si ebbe dalle condizioni esterne, condizioni ambientali che pur avevano favorito la crescita dando abbondanza ora la toglievano e presto compare il disordine geopolitico tra tribù in competizione per le risorse e la terra, lavori ciclopici per portare acqua costante nei campi visto che non giungeva più dai cieli, ripetuto caos organizzativo che produsse miseria, estrema sensibilità alle condizioni ambientali, in breve: domanda di un potere problem – solving[17]. In assenza di capacità dei molti, la domanda riceverà risposta dai pochi, a volte, dall’Uno.

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Sepoltura della sciamana a Hilazon Tachtit, 12.000 anni fa.

La proprietà privata segue questi avvenimenti con una propria dinamica. Già ancora quando le società si ingrandivano e diversificavano prudentemente ed il regime politico rimaneva diciamo democratico e la redistribuzione tendenzialmente egalitaria, si cominciarono a creare problemi poiché le diversità pretendevano una gestione meno livellante delle risorse. Non era ancora diseguaglianza ma adattamento alla incipiente diversificazione. La richiesta proteica di un agricoltore non poteva esser quella di un artigiano, quella del maschio con le sue nuove funzioni specializzate non era quella della femmina con le sue nuove funzioni  specializzate, quella di chi aveva tre figli non era quella di chi ne aveva uno. I magri bottini di caccia o pesca e la raccolta in territori più piccoli e più poveri, non permettevano porzioni eque per duecento o più convitati. E’ quindi probabile che la gestione dell’uguaglianza nella sussistenza si fece viepiù problematica. Tra l’altro, mentre per lungo tempo la divisione del cibo era fatta da tutti davanti a tutti, ora c’era sicuramente l’afferenza del prodotto ad un posto centrale ed una funzione centrale di redistribuzione. E’ quindi probabile che una qualche forma di proprietà privata, di autoproduzione ovvero di prodotto trattenuto e non versato all’in comune, si formò spontaneamente con possibile comune e democratica ratifica della sua necessità. C’era una produzione per sé ed una produzione per l’in comune ma è facile che questo regime si disordinò presto poiché ormai si era sanzionata la biforcazione tra interesse personale e collettivo, tra il particolare ed il generale. I surplus che in regime di abbondanza erano stati gestiti senza problemi per lo scambio e le relazioni esterne (quelli per le funzioni improduttive non erano surplus ma normale redistribuzione all’interno del gruppo che aveva bisogno di quelle funzioni e le manteneva di buon grado e comune accordo), in regime di scarsità dovuta alla contrazione origini-della-scrittura-250x373di possibilità dettate dall’ambiente e di produzione collettiva minata dall’accaparramento personale, sparirono improvvisamente e chi aveva delega funzionale al coordinamento del gruppo ormai complesso, sanzionò aumenti di produzione, aumenti che confinarono sempre più gli individui nelle loro funzioni ma che prima o poi portarono anche all’esproprio della produzione privata (a questo punto solo di alcuni, i più socialmente deboli, le ultime famiglie associate al gruppo, il gruppo più piccolo affluito in quello più grande, i profughi ed i migrati economici) per il bene comune che poi diventava sempre più il bene di alcuni. Quando il sistema andò a regime, queste divennero le tasse con la loro burocrazia di riscossione e gestione. I conflitti inter-tribali che avevano convertito cacciatori sempre più part-time o allevatori in funzioni militari, accrebbero la domanda specifica e le neo-élite favorirono questa specializzazione creandosi anche la necessaria “forza” ad uso interno ai gruppi che nei gruppi piccoli non poteva esser usata ma in quelli grandi sì. La funzione sciamanica evolveva in quella sacerdotale, da protettiva e materna passava a prescrittiva e paterna, prescrivendo il -come in cielo così in terra-, un “come” evidentemente conforme alle nuove necessità ed ai nuovi poteri in cui si osserva lo specchiamento reciproco tra re in terra e dio del cielo. Le gerarchie divennero frattali, gli anziani su i giovani, alcune famiglie su altre, alcune tribù di una certa provenienza su altre, i maschi sulle femmine, il raggio interno su quello esterno, le funzioni generali su quelle particolari, il saper parlare sul saper zappare, il rango divenne status, l’esibizione dello status comunicava il tipo di relazione da intrattenere tra individui che mal si conoscevano ed ormai poco o nulla avevano davvero “in comune”. La trama plurilivello della gerarchia diventava l’infrastruttura che teneva in piedi e funzionante, una società sempre più grande in cui la diversità sempre più pronunciata, diventava diseguaglianza.

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Civiltà della Valle dell’Indo circa 5500 – 3500 a.f.

Si deve sottolineare che nulla di realmente economico  o di innovazione nei modi di produzione, fu causa prima di questo processo anche se certo questi furono anelli di retroazione che lo rinforzarono. La disuguaglianza precede l’istituzione della proprietà privata o meglio il suo affermarsi come unico modo di ripartire la produzione. Il processo fu multi-causato, dipese da un disallineamento repentino tra condizioni ambientali ed organizzazione umana che si era spinta molto in là in regime di abbondanza ma soprattutto, ebbe il suo centro decisivo nei cambiamenti politici, i cambiamenti strutturali ed impersonali che portarono al frazionamento dell’intenzionalità e quindi alla privatizzazione del diritto, dovere e potere di rispondere alla domanda -chi decide?-, in gruppi sempre più grandi ed eterogenei. La gerarchia s’impose date le condizioni ed il fallimento della democrazia naturale, non adatta a gestire problemi complessi e crisi continue in medio – grandi gruppi. La democrazia fallì, forse più tardi di quanto siamo soliti ritenere[18] ma fallì perché la democrazia è una istituzione culturale legata da una proporzione inversa alla dimensione del gruppo in cui si esercita ed inversa al tasso di diversità naturale. La più decisiva diversità però fu quella nella restrizione del raggio di competenza ed interesse negli individui. Gli individui omogenei dei gruppi piccoli egalitari dovevano adattarsi solo alla natura, quelli dei gruppi grandi, già diversificati, dovettero per lo più imparare ad adattarsi al gruppo sociale stesso stante che qualcun altro decideva di come questo si sarebbe adattato all’ambiente (naturale ed umano) esterno[19]. Prima di perdere il diritto alla equa partecipazione politica si perse la competenza per poterlo pretendere. Da allora, è questa mancanza di competenza la prima ragione che si oppone a chi chiede conto alle élite della decisione presa anche in loro nome e per conto. Così come Dio non dà giustificazioni delle sue intenzioni, il pastore non fa certo le riunioni di briefing sentendo cosa ne pensa il gregge, così il sacerdote, così il generale, così l’amministratore delegato o il direttore o il caporale di giornata. Il dominio dell’uomo sull’uomo fondato sull’asimmetria delle conoscenze era sancito, imposto ma anche accettato e, date le condizioni di primitiva coscienza sociale umana, strutturalmente senza alternative.

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8875780218IN SINTESI. L’intero processo può dunque condensarsi nelle grande linee a questo: una specie, l’homo sapiens, ha mostrato una maggior attitudine psico-fisica all’interrelazione inter-individuale. Questo ha dato al sapiens, accesso ad una fase mediana in cui i gruppi hanno raggiunto  una maggior  dimensione relativa. Questo processo è stato accompagnato da una maggior differenziazione interna i gruppi, differenziazione dei caratteri e delle funzioni. Questi sotto processi si sono vicendevolmente rinforzati aumentando la resilienza del gruppo e con essa, sia un aumento della natalità, sia della vita media, cose che hanno portato più gruppi sull’orlo demografico del terzo livello, quello dei gruppi-società più grandi. Ma fino a che era possibile, gli individui più intraprendenti hanno lasciato i gruppi natali e ne hanno formato di nuovi. L’aumento relativo della densità territoriale ha favorito lo scambio e lo scambio in genere, favorisce l’aumento di differenziazione e resilienza interna ai gruppi. L’intero processo multifattoriale ha subito una accelerazione repentina con la fine dell’era glaciale, a partire da 12.000 a.f., accelerazione ed intensificazione di tutti i precedenti processi formativi anche in ragione di una relativa maggior abbondanza. Le nuove dimensioni dei gruppi umani hanno richiesto l’inizio di qualche strategia di sussistenza intenzionale poiché prevedibile (cura del selvatico, orticultura, piccolo allevamento). L’intenzionalità di gruppo, ancora a questo stadio, è rimasta condivisa sebbene la funzionalità interna ed esterna si sia resa più complessa, incluso l’utilizzo della delega funzionale ed una prima divisione delle funzioni e dei lavori. Quando circa 5000 a.f., intorno a questo processo accrescitivo sono cambiate drasticamente le condizioni poiché si era esaurita l’eccezionalità post glaciale e la densità territoriale restringeva le possibilità di scorporo, tutti i processi si sono disordinati, si è rotto l’equilibrio generale arrivato alla sua massima tensione, una parte della società (una società più piccola, i pochi) si è gerarchicamente imposta sull’altra (la società più grande, i molti). Il modulo gerarchico si è riprodotto a cascata a tutti i livelli, in tutte le funzioni, nelle funzioni tra loro, nei territori tra tribù, prima, più o meno conviventi in equilibrio. Fu questa la prima e più semplice soluzione che si diede al problema della decisione del bene comune in regimi di complessità crescente: affidarla (pretenderla – farsela dare) ad un gruppo più piccolo che governasse su quello più grande, poiché solo i pochi erano in grado di rispondere alla domanda -chi decide?- ed i molti, non più.

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La nostra attuale società è giunta all’apice di queste tendenze. Fondata sia sulla divisione9788807111426_quarta esasperata dei lavori, delle funzioni e delle conoscenze[20], sia sull’estrema privatizzazione in capo all’individuo, riproduce il modulo gerarchico in ogni dove, nei rapporti tra gruppi e natura, tra gruppi e gruppi (civiltà, etnie, nazioni, stati), tra i sottogruppi di uno stesso gruppo (caste, élite, classi), tra generi, generazioni e tra individui. Ovviamente, l’impianto è riflesso fedelmente nelle immagini di mondo perché è a questo punto che l’unica cosa davvero in comune che rimane è la cultura, la visione del mondo, la narrazione dominante. In Occidente, la gerarchia è riflessa dalle religioni monoteistiche, in specie quella cristiana, dalle filosofie derivate più o meno consapevolmente dal platonismo (e pitagorismo) mentre anche le scienze con la loro scelta di fare e non pensare (riflessivamente) si subordinano al regime gerarchico a cui a capo c’è il committente di ricerca coi suoi volgari interessi e tutto l’eterogeneo complesso è ridotto a poche leggi di natura e fuori del raggio di certezza oggettiva della formulazione matematica, non si fanno ipotesi.

Tutto ciò, ad alcuni, è sembrato a lungo ingiusto ma oggi ci sono nuove ragioni e considerazioni per ritenere tutto ciò dis-adattativo. E’ il venirsi a formare di una proto-forma di gruppo umano, il gruppo di tutti i gruppi fatti di umani, la discontinuità. Questo neo-gruppo non è più solo un vago concetto (l’umanità) e non è ancora un vero gruppo (come pretenderebbero gli apologeti del villaggio globale) ma tende a diventarlo per via dell’inflazione demografica (quantitativa ma, ovviamente, anche qualitativa) che va a sbattere contro il fisico limite ambientale, limite di dimensione spaziale del pianeta, limite nelle risorse, limite della sopportazione che l’ambiente ha della nostra violenza ed acefala 31+FjQQ36-L._BO1,204,203,200_perturbazione, limite che non separa più i popoli tra loro, allacciati ad una unica rete di interrelazioni. Le disordinate retroazioni in questo nuovo stato del mondo, dicono che il modo competitivo tra civiltà e stati o nazioni dovrebbe evolvere verso una maggior cooperazione. In geopolitica che a questo punto diventa una disciplina privilegiata per leggere le dinamiche dei gruppi umani (civiltà, stati, nazioni), sul proscenio planetario, ciò è noto come fine dell’uni o bipolarismo ed inizio di una fase multipolare. A cascata, si aprono fitte agende di cambiamenti necessari: il destino degli stati formati nei precedenti secoli (soprattutto quelli europei), il cambio dell’ordinatore del nostro vivere associato che non può più esser quello economico (peggio ancora finanziario), il cambio degli stili di vita, il ruolo del lavoro e del tempo libero, le priorità di ricerca del nuovo (ricerca scientifica ma anche rinnovamento della riflessione che chiamiamo filosofia e dei modi pratico-politici), la ricerca di senso sociale, per chi ne sente la necessità un ritorno dello spirituale, la convivenza tra le diversità, la necessaria programmazione poiché non ci è più data la possibilità di un atteggiamento di spensierata caccia e raccolta nei cicli di produzione in cui immettiamo energie e materie per ottenere prodotti e financo servizi come se fossimo immersi nell’infinito e nell’eterno. La convivenza tra gruppi umani e quella tra umanità e pianeta concludono la lista delle novità che chiedono un nuovo modo di stare al mondo[21]. La grande inflazione di complessità porta una inedita cascata di decisioni su i limiti da porre, porci, rispettare. Tutte queste decisioni afferiscono all’intenzionalità del gruppo, portano di nuovo a domandarci chi e come deve rispondere alla domanda -chi decide?-.

L’ordine dell’uguaglianza nella decisione (l’uguaglianza politica) è propriamente quella che3733594 chiamiamo democrazia ma non certo quella forma bislacca che informa le società occidentali, quella naturale per la quale tutti decidono sul tutto. Quando i gruppi umani hanno cominciato la loro scalata alla complessità, hanno trovato utile dare una qualche parziale delega funzionale, controllabile e ritirabile a giudizio. Sia la forma pienamente diretta che quella parzialmente delegata di democrazia, presuppongono però un dato fondamentale: sapere di ciò che si deve decidere e fare. E’ quando non si realizza più questa condizione di eguaglianza della conoscenza che, a cascata, si formano tutte le asimmetrie che portano alla gerarchia. In preda al panico da complessità o da caos, si arriva addirittura ad invocare il tiranno purché rimetta le cose in ordine e restituisca prevedibilità all’esistenza individuale e comune.

L’azione adattativa principale che si suggerisce a singoli e gruppi che vogliono agire intenzionalmente per darsi, darci e dare a tutti gli altri, maggiori chance adattative al mondo che noi stessi abbiamo e stiamo creando è quindi quella di distribuire quanto più arton24082equamente possibile la conoscenza. Non possiamo tornare ai piccoli gruppi che vivono semplicemente ed ogni mattina si pongono il problema della sussistenza con davanti territori immensi, ricchi ed abbondanti, sgombri e semmai animati da anime e spiriti da farsi amici. Non possiamo immaginare la perfetta programmazione e redistribuzione in complessi così grandi e fitti fatta dalla centralità statale che primo non è in grado e poi comunque diventa l’ennesima élite fuori controllo. Né ci è possibile immaginare un ritorno alla piena indifferenziazione delle capacità e funzioni. Né sopporteremmo il livellamento coatto delle irreversibili differenze individuali perché solo con l’identità degli indiscernibili si ottiene l’Uno. L’unica cosa che possiamo e dovremmo tornare a fare è metterci diffusamente in quella posizione strutturale primigenia in cui alla domanda -chi decide?- si risponde: tutti! A sì che l’intenzionalità dei gruppi torni ad esser la volontà generale[22] e che non solo possa, ma ne sia anche in grado[23].  Farlo nei gruppi grandi e non più dove è naturale e facile, nei gruppi piccoli. Questo sembra indicare lo scalino adattivo.

Come farlo è oggetto di un altro capitolo del discorso. Ma una doppia condizione preliminare ci sentiamo di segnalare: il tempo. Nulla di questa millenaria e complessa storia si modifica con un salto. Quello che ci sembra oggi impossibile va scomposto in livelli, molti livelli ascendenti, in cui si realizza progressivamente anche perché la nostra esperienza e quindi capacità di costruzione sociale intenzionale è quasi nulla. Occorre aversulla-disuguaglianza-107533 ben chiaro il prossimo livello e lasciar sfumati i successivi  che si chiariranno cammin facendo. Sono secoli che sogniamo di cambiare lo stato d’ingiustizia scrivendo utopie, poi addirittura illudendoci esista la versione “scientifica” della storia umana, organizzando élite combattenti e carbonare, affidandoci a qualche Big Men ispirato, presupponendo il ruolo salvifico e liberatore di qualche specifico (classe, partito, ribellione sociale, etnica, di genere, dei più vessati) ed il risultato è dallo scarso al nullo. Abbiamo anche provato con le “rivoluzioni” ma come l’idra, tagliata la testa ai re sono comparsi altri tiranni o confraternite di tiranni o la tirannia autoimposta di strutture e sistemi impersonali da cui alcune élite traggono rinnovata linfa. La gerarchia ha sede in noi[24], nei nostri limiti di non saperla limitare. Forse dobbiamo liberare una strategia progressiva e darci obiettivi e tempi cedibili per raggiungerli. Più che in ogni altro campo, per il cambiamento sociale e la costruzione intenzionale,  s’impone l’adozione di una cultura della complessità. Ma il tempo è necessario anche come precondizione per liberare la individuale cognizione umana. Le persone, i molti, hanno bisogno di leggere, studiare, dibattere, condividere, animare l’unica attività che di sua natura tende all’in comune -la politica- altrimenti l’intenzionalità, a qualsiasi livello e per qualsiasi scopo, non sarà mai condivisa e se non sarà condivisa fallirà sistematicamente il riequilibrio delle ineguaglianze e la gestione della democrazia che è poi cosa tutta da reinventare. La sfida è economica solo nel senso di come ottimizzare la risorsa che è scarsa è passibile di utilizzi alternativi, appunto, il tempo[25].

(2/2. Fine)

Qui la prima puntata.

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[1] La datazione è variabile e poco definita. Orientativamente da 20.000 a 10.000 a.C. o poco oltre nel Levante, dal 10.000 al 5000 a.C. in Europa.

[2] In sostanza, quello che domina, è un paradigma materialista di innovazione tecnica e modi di  sussistenza come motore. Innovazioni casuali portano modifiche nei modi di produzione che portano modifiche sociali, in pratica, il codice desunto da una certa lettura della Rivoluzione industriale. Questo paradigma alimenta sia la tribù marxista, sia quella liberale. Ad esse si oppone la tribù idealista che è minoritaria e con le idee più confuse.

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La sepoltura di Sungir, circa 30.000 a,f,

[3] Si tratta ad esempio, della celebre sepoltura di Sungir https://en.wikipedia.org/wiki/Sungir

[4] Gobekli tepe è uno dei più potenti disturbatori del dominio dei paradigmi sin qui dominanti. C’è anche la scrittura Vinca, la civiltà della valle dell’Indo e molte altre cosucce che non tornano ma la collezione delle anomalie che poi dovrebbero far saltare i paradigmi (Khun) è ancora in atto (vedi nota 6).

[5] Lo schema esplicativo standard ha cominciato a vacillare quando sono arrivati, di recente, i dati di scavo delle culture asiatiche. Le sincronie mesopotamiche che facevano pensare a ben precisi catene di cause-effetti sono allora apparse un caso locale. In Giappone (cultura Jōmon), si coltivava occasionalmente riso (popolazioni stanziali ma ancora cacciatrici e raccoglitrici) e si produceva finisssimo vasellame addirittura nel 10.000 a.C. . Così in Cina, per le culture Pengtoushan e Peiligang intorno al 7000 a.C., società egalitarie, stanziali, con una pre-agricoltura e vasellame (review generale: http://www.treccani.it/enciclopedia/il-neolitico-in-cina_(Il_Mondo_dell’Archeologia)/.

[6] La resistenza accademica a riconoscere ai repertori simbolici Vinca lo status di scrittura, ha del patetico. Si veda: AA.VV. (a cura di G.Bocchi, M.Ceruti), Origini della scrittura, B. Mondadori, 2002. Che poi fa il paio con l’altra lunga resistenza a riconoscere le culture cosiddette della Antica Europa, proposte da M. Gimbutas e, di nuovo, a riconoscere ai successivi simboli vallindi lo status di scrittura.

[7] Uno spettacolare caso di sepoltura di sciamana a Hilazon Tachtit, 12.000 anni fa, periodo natufiano: http://archaeology.about.com/od/hterms/qt/Hilazon-Tachtit.htm

[8] C’è una articolata classificazione intermedia di queste società in cui compare la gerarchia funzionale che non si trasforma ancora in diseguaglianza. Anzi, questi Great Men, Head Men, Big Men (dette società di rango ed in cui è senz’altro esistita anche la versione femminile), sono anche dei funzionari della redistribuzione (T. Earle, 1978).

[9] Anche in epoca più avanzata, gli anziani dirimevano i conflitti, esercitavano la legge comunitaria per comune consenso, presenziavano a delle forme di conflitto intertribale più copr45bsimulate che agite. Pare che appena uno si faceva male sul serio, il conflitto venisse sospeso. Ancora una volta, il mondo di Hobbes stava solo nella testa di Hobbes. Si ricordi che Hobbes, nel Leviatano, mostra di conoscere bene quell’oscuro periodo della dominazione degli angli e dei sassoni che a gli inglesi non hai mai fatto piacere ricordare. Lì effettivamente, il mondo era hobbesiano ma trattasi di barbarie locale non di un universale. Hobbes era inglese, preoccupato della Guerra civile, parlava a gli inglesi e si riferiva alla storia degli inglesi, cioè dei barbari anglo-sassoni. Come di un particolare si sia fatto un presunto universale si spiega solo con il dominio imperiale britannico e poi quello americano che hanno proiettato il loro specifico sull’universo mondo. Hobbes, contestualizzato, va assolto, non così i suoi interpreti.

[10] Questo pattern delle reti di villaggi si trova nelle culture mesolitiche  – neolitiche del Danubio e dell’Est Europa, in Mesopotamia, nella Valle dell’Indo, in Cina ed in Giappone (chi scrive non conosce bene le culture mesoamericane), più tardi nelle culture dei nativi americani. Queste reti rappresentarono la prima infrastruttura per la formazione di “culture” ovvero condivisione di oggetti, modi, idee, credenze, persone. In seguito diedero vita, in qualche caso, a confederazioni o proto-federazioni. Quando le condizioni di possibilità si fecero più difficili, un villaggio ormai città, divenne il centro di un proto-stato e tutti gli altri gli furono tributari. La forma città-stato invece, sopravvive ancora ai al tempo dei greci, poi degli italiani del XV°- XVI° secolo. Oggi a Singapore  ed in parte Hong Kong, Gibuti, Vaticano e pochi altri.

2845906[11] La divisione del lavoro è stato un luogo comune delle spiegazioni della diseguaglianza, tra l’altro proprio a partire da Rousseau che per primo la mise sul banco degli imputati assieme alla proprietà privata. Ma Senofonte invece, la mise correttamente in relazione strutturale alla complessità sociale notando che le specializzazioni erano tante più anguste quanto più grande era la città. Ibn Khaldun invece, la trattò come forma di cooperazione. E’ da Mandeville che se ne parla come efficienza di produzione e così la tratta come inizio della Ricchezza delle nazioni, A. Smith. Smith poi, più avanti, si duole di questo sistema dicendo che alle estreme forme, abbrutisce e consiglia l’istituzione di scuole pubbliche per gli operai che aiutino ad allargare la loro visione del mondo. Il concetto di alienazione poi introdotto da Marx, ha le sue luci ma anche molte ombre.

[12] B. Fagan, (io sono solo un omonimo. Questo Fagan è un celebre archeologo con particolare competenze sul ruolo ed influsso del cambiamento climatico nella storia umana), La lunga estate, Codice edizioni, 2005. Fagan dà un resoconto preciso dell’alternarsi di condizioni positive e solo per piccoli periodi, negative, un trend che complessivamente ha accompagnato il formarsi di gruppi umani di sempre maggiori volumi. Nel 3800 a.C. circa, cominciò una decisa siccità, le eccedenze di cibo scomparvero e dovunque si presentò una decisa carestia. Fu questo il momento in cui, probabilmente, si reagì alla difficoltà, con l’irrigidimento gerarchico. Ulteriori inasprimenti della siccità nel 3500 a.C. e tra il 3200 ed il 3000 a.C. fecero collassare villaggi abbandonati sulle città fluviali e questa divenne la prima manodopera per le grandi opere collettive.

[13] https://en.wikipedia.org/wiki/N%C3%BCwa . Parte della mitologia cinese è di derivazione indoeuropea, vi sono più punti di similarità tra Nüwa ed Atena che, in quanto bionda e con gli occhi chiari, era chiaramente di origine non mediterranea. A Nüwa è collegato il carattere 女 (donna) nel cinese scritto. Il terreno dell’analisi dei punti di contatto e sovrapposizione tra gli antichissimi miti è forse l’unica via percorribile per ricostruire le interrelazioni a lungo raggio degli antichi popoli (insieme alla linguistica). Analisi sempre imprecisa e difficoltosa che, per quanto ricca, è però severamente vietata o malvista dal metodo “scientifico”.

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Y%C7%94

[15] Così il sumero dio Ninurta.

[16] La visione della scintilla geniale dell’invenzione dell’agricoltura è stata quindiimg003 invertita. L’agricoltura, già nota, divenne una necessità obbligatoria. Oggi sappiamo che l’agricoltura portò molte negatività: riduzione varietale e proteica della dieta quindi fragilizzazione ossea e biologica, maggior lavoro e fatica, minor resilienza poiché dipendenti da una sola fonte a sua volta dipendente da molte condizioni ambientali non controllate (da cui la comparsa dei primi dèi meteorologici). I gruppi andarono incontro ad improvvise e rovinose carestie, contagio da virus, topi e scarafaggi,  dipendenza dal commercio estero per integrare le varietà. La visione economica l’ha letta come un progresso ma quella antropologica l’ha sanzionata come un regresso necessario, come adattamento alla complessità.

[17] Da questa dinamica, se ne potrebbe trarre una più generale teoria del potere imperativo (una sorta di contro-origine del totalitarismo che tanto ha affascinato i teorici di ciò che è successo nella civilissima Europa nella prima metà del secolo scorso). Molto semplicemente, quando le cose si fanno molto difficili e si rischia il caos sistemico, l’organismo sociale che è cosciente ma non auto-cosciente, reclama che si decida presto su cose molto complesse. Questa richiesta è sistematicamente evasa solo da gruppi piccolissimi, élite, condottieri, tiranni, dittatori, capi carismatici, grandi narratori e pifferai magici, uomini del destino, ispirati da Dio et varia. Il totalitarismo è l’irrigidimento strutturale ad un periodo di caos potenziale.

[18] La misteriosa civiltà della Valle dell’Indo, scoperta tardi e non ancora pienamente compresa, mostra la perfetta uguaglianza delle abitazioni, la mancanza di centro politico, di strutture palaziali e religiose centrali, di mura cintate. Parrebbe una società pacifica e democratica pur con centri di decina di migliaia di abitanti e con possibile accumulo centralizzato della produzione:  https://it.wikipedia.org/wiki/Civilt%C3%A0_della_valle_dell%27Indo . I vari complessi urbanistici, sembrerebbe progettati tutti in una volta ex ante, il che data la dimensione dice di una capacità sociale e culturale che non siamo in grado di spiegare date le forme della nostra conoscenza del passato.

downloadde5[19] Nel corifeo degli inneggianti alla civiltà ed alla civilizzazione, Rousseau si distingue per indipendenza di giudizio che gli fa scoprire quanto sopra riportato. Adattarsi alla natura è ben diverso dell’adattarsi al gruppo umano (cultura). Sia Kant col concetto di “insocievole socievolezza”, che Freud nel Disagio della civiltà, che altri, hanno posto questo problema che i due schieramenti dalle idee chiare, cioè gli ultraindividualisti per i quali la società è il problema e gli ultracomunitaristi per i quali è la soluzione, tendono a stereotipare. La nostra è indubbiamente una natura sociale ma deriva da decine, centinaia, migliaia e milioni di anni in cui la società era un gruppo piccolo. Per l’eredità primate, l’istinto sociale lì è parte di una complessione a basso grado di autocoscienza. Provenire da questa impostazione e ritrovarsi in società complesse e stratificate, magari metropolitane e poi statali, dove vigono leggi astruse e codici culturali bizzarri, arrivati ad alti gradi di individualizzazione, non porta con facilità all’adattamento per un Io altamente autocosciente.  Noi viviamo i questi sistemi solo da 5000 anni, siamo cioè ai primi stadi di questa nuovo modo di stare al mondo. Che non ci si sia ancora adattati pienamente, e di conseguenza non si abbia ancora le idee molto chiare, è naturale.

[20] “…abbiamo fisici, chimici, astronomi, poeti, musicisti, pittori; ma non abbiamo più cittadini…”, J.J. Rousseau, Discorso sulle scienze e le arti, 1750.

[21] L’ente collettivo che mostra per primo, di aver compreso la nuova situazione, è la Chiesa cattolica romana. Questi signori sono sopravvissuti a più di millecinquecento anni di adattamenti (sono praticamente i più longevi dopo la civiltà imperiale cinese). Quanto ad adattamento intenzionale, proprio loro che predicano l’esserci di un dio che fa la regia delle umane cose e forse proprio sapendo che al dio va data una mano perché arriva dove arriva, hanno da insegnarci parecchie cose, nel bene e nel male.

[22] J.J. Rousseau, Il contratto sociale, Einaudi, 1996. Sul concetto di volontà generale dimaxresdefault Rousseau si è fatto, chissà perché, una non necessaria confusione. Il concetto è ben espresso nel Libro Secondo, par. III° del Contract. La volontà generale mira all’interesse comune, la volontà di tutti è l’aritmetica degli interessi particolari. In pratica, la volontà generale ha in oggetto il gruppo come sistema, la volontà particolare ha in oggetto l’individuo rispetto al gruppo. Il popolo deve essere ben informato (uguaglianza delle conoscenze), deve poter dibattere e discutere, ognuno deve poter decidere ragionando con la propria testa e non debbono esserci partiti od associazioni o pesanti ingerenze di altri sistemi (Chiesa, massoneria etc.) perché diverrebbero volontà particolari che ostacolano la formazione della volontà generale. E’ in pratica l’ampia base delle opinioni, informate e temperate nel pubblico dibattito, che per legge statistica garantisce l’espressione della migliore volontà generale. Non vi è ragione alcuna di pensare che tale sistema non possa regolare tutte le altre diseguaglianze. Quelle di genere si comporrebbero per la semplice simmetria che i due generi hanno nelle popolazioni, quelle economiche si comporrebbero intorno ad un giusto mezzo che la saggezza antica di ogni tempo e luogo ha indicato come via per avere società giuste ed equilibrate, quelle culturali si comporrebbero di necessità poiché sarebbe interesse di tutti che tutti fossero in grado di giudicare e non siano preda di interessi terzi o di fuorvianti ignoranze. Difficile che in questo modo qualcuno possa decidere di far guerra a qualcun altro come già sostenne Kant e via di questo passo. L’eguaglianza di partecipazione attiva e ben formata ed informata in un sistema di democrazia diretta, l’eguaglianza politica, può portare a ben gestire tutte le altre, togliendogli il carattere di potere (che rimane prerogativa unica della politica), cioè il peso del diseguale e trasformandole in diversità relative, semplici e ricche differenze. Naturalmente, questo è una condizione ideale da raggiungere con progressione.

475abdd3ecf89cb9f73cacbaa3a57b6e_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy[23] La democrazia è un metodo per prendere decisioni in un gruppo di individui. Di per sé , il metodo da solo non garantisce affatto il buon risultato. Fallimenti della democrazia sono tanti quanti i tentativi di instaurarla, dalle degenerazioni  demagogiche ateniesi a Luigi Bonaparte, seguendo con la democratica elezione di Hitler e Mussolini et passim. A questo punto, arguti studiosi e commentatori somministrano la sentenza: la democrazia non funziona. Ma anche nella vita individuale non c’è alcun “metodo” per prendere le decisioni migliori, semplicemente occorre informazione, cultura, intelligenza, strategia, ponderazione e dialogo interiore e valutazione realista del meglio relativo, ovvero quello possibile. Inoltre, come diceva H. Kelsen, la democrazia non è certo il metodo più efficiente, è solo l’unico metodo per rimanere liberi, cioè auto-determinati. Dacché discende la più misurata considerazione che la democrazia funziona se ci sono individui democratici. Occorre cioè distogliere un po’ di attenzione dai metodi ed investirla nella formazione delle parti che a quei metodi debbono riferirsi. La formazione dei cristiani in epoca romana, prima che il cristianesimo si affermasse, può essere d’esempio. Il cristianesimo si affermerà solo perché sotto c’erano i cristiani, non il contrario. Lo strutturalismo ha valenze descrittive, non prescrittive.

[24] Freud l’avrebbe diagnosticata come Super Io ma i filosofi prima di lui lo chiamavano “dover essere”.

[25] «Economics is the science which studies human behaviour as a relationship between ends and scarce means which have alternative uses»; la definizione, del 1932, è tratta da Lionel RobbinsEssay on the Nature and Significance of Economic Science, London, Macmillan, 1945, p. 16.

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DELL’ ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA. Com’è che nati liberi finimmo in catene. (1)

Questa la prima puntata, la seconda uscirà tra una settimana. 

copv56nDue secoli e mezzo fa, il filosofo ginevrino J.J. Rousseau, partecipando ad un concorso indetto dall’Accademia di Digione, presentò il suo lavoro: Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes – 1755, conosciuto anche come Secondo Discorso per chi è pratico della messa a fuoco critica dell’intera opera dell’Autore o Discorso sull’ineguaglianza[1]. Non vinse il concorso, aveva vinto quello precedente in cui aveva inaspettatamente risposto negativamente al quesito se il progresso delle scienze e delle arti avessero apportato benefici all’umanità, ma la sua opera rimase nei secoli lì ad occupare in bella solitudine lo spazio dell’indagine sull’ineguaglianza sociale. Prima ancora che nella argomentata risposta di Rousseau, il bello stava già nella domanda in quanto essa stessa dava per scontato che ci fosse una origine della diseguaglianza, che non fosse stato sempre così nella storia umana come i più sono oggi portati a credere. Rimanendo attoniti davanti al fatto che a metà del XVIII° secolo ci fossero accademie che stanziavano borse per premiare elaborati su tali questioni, abbiamo tenuto lì a memoria l’indagine dello svizzero come mappa per avventurarci, anche noi ed ancora una volta[2], sullo stesso sentiero.

La prima cosa che abbiamo scoperto, è che le orme di Rousseau sono ancora ben leggibili, a distanza di tanto tempo, nei lavori di altri che hanno percorso la stessa incerta strada. L’opera ha quindi una sua attualità per quanto possa averla un’opera su fatti indagati a lume di ragione e quindi senza il conforto di tutto il registro paleo-antropologico, antropologico comparativo, archeologico, storico, sociologico, biologico molecolare successivamente prodotto. Da cui la considerazione che non si è gradi filosofi ovvero pensatori di pensiero, per caso. La seconda cosa che abbiamo scoperto è che invero assai pochi si sono avventurati su quel sentiero[3]. Forse l’ineguaglianza è stata data per spiegata dalle teorie marxiste per quanto queste solo in alcuni casi hanno indagato l’origine[4]. Forse ci si è abituati alla questione o c’è un imperativo dell’immagine di mondo dominante che ci ha convinti che si tratta di un fatto naturale e probabilmente eterno ma forse c’è anche altro. Questo altro è il paradigma scientifico che domina le scienze sociali, paradigma che pretende prove e certezze che nel nostro argomento, sembrano semplicemente impossibili. Il guaio dei paradigmi o meglio, di come li subiamocop89jk nella nostra mentalità, è il ritenerli degli assoluti e non dei relativi. Condannarsi a sapere solo ciò che è certo (certo poi per chi, in base a cosa, a quale criterio di verità), significa auto recludersi nei limiti delle proprie vaste ignoranze[5].

L’archeologo inglese Cristopher Hawkes[6], ebbe a formulare nel 1954 una sentenza, che gli addetti ai lavori ritengono ormai proverbiale, che classificava l’affidabilità di interpretazione dei dati archeologici. Agevole era quella sulla tecnologia antica, abbastanza facile quella sulle attività di sussistenza, nettamente più difficile quella sulle istituzioni sociali, impossibile in via di principio quella sulle ideologie e la vita spirituale. L’origine della disuguaglianza si dovrebbe collocare tra l’ultima e la penultima, tra il nettamente più difficile e l’impossibile, ed è quindi questione che non frutta borse di studio e finanziamenti di ricerca e pubblicazioni utili a far carriera, quindi la si lascia lì a collezionare qualcosa in più o qualcosa in meno intorno a ciò che aveva detto Rousseau. Peccato, perché la faccenda della disuguaglianza, ora è di gran moda. E’ sempre stata un pallino di anarchici, marxisti, socialisti e democratici radicali ma di recente, anche altri se ne sono interessati. I dati come quelli del Rapporto Oxfam per i quali, nel mondo, i 67 individui più ricchi possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di individui meno ricchi[7] fotografano un indice di diseguaglianza che punta dritto al paradossale. La cosa comincia a preoccupare anche chi non giudica all’ombra degli astratti principi di giustizia ma per la semplice considerazione utilitaria che la sparizione della classe media e la contrazione dei redditi delle fasce medio – basse e basse porta ad un impoverimento di domanda che deprime l’intera circolazione dell’idraulica di sistema che chiamiamo economia moderna o capitalismo[8].

Ma tutto ciò, la fenomenologia della diseguaglianza,  non ha ancora nulla a che fare con l’origine. L’origine sembra perdersi in una terra di nessuno che si troverebbe oltre le terre civilizzate e scritturate di più di 5-6000 a.f. o al limite proprio all’inizio di quel limite temporale. Indagare oltre quel limite è ciò che dobbiamo tentare e ritentare. Hegel 51RWMHjQHRL._AC_UL320_SR210,320_pensava che il motore della storia fosse nello spirito, una logica immanente ad uomo, società e natura, Marx gli rispose che forse era più nelle relazioni che gli uomini intrattenevano tra loro per risolvere il problema della sussistenza. Procedendo oltre, si potrebbe dire che quello che emerge dopo decenni di ulteriori conoscenze è che effettivamente si tratta anche di relazioni che gli uomini intrattengono tra loro ma al fine di adattarsi nel miglior modo possibile alla relazioni con altri gruppi di uomini e con la natura in cui siamo tutti immersi. La sussistenza è parte importante di questa strategia adattiva ma non è l’unico ordine da tenere in considerazione. Le cause del mutamento storico non sono solo quelle interne all’uomo o alle sue relazioni con altri uomini dentro la sua società, c’è un mondo lì fuori ed è da sempre , quello il motore che a pieno regime produce incessantemente cambiamento al qual dobbiamo adattarci. Le società sono forme complesse adattive, l’adattamento è appunto una relazione. L’origine della gerarchia è l’origine del modo primitivo, del modo a gerarchia fissa (sul modello meccanico), che gli umani hanno sino ad ora trovato utile e possibile per loro, per ordinare società che fossero veicoli adattativi.

Oggi, arrivati a 7,3 miliardi di individui, più di 200 stati, con un modo di stare al mondo che crea una sempre meno sostenibile pressione sulla natura che ci contiene e che ha sempre portato, in passato, a formare gerarchie planetarie (nord-sud, ovest-est, occidentali vs resto del mondo) foriere di conflitto, con una radicalizzazione delle gerarchie tra ricchi e poveri (tra società ed internamente alle società), potremmo trovarci ad uno scalino adattivo, uno di quei momenti quale si presentò a gli antenati 6-8000 anni fa. Indaghiamo quindi l’origine della diseguaglianza perché potremmo trovarci al limite in cui è necessario produrre una nuova origine, l’origine di un diverso percorso che ci faccia superare la preistoria sociale. Questo nuovo percorso, molte anime ispirate e lucide, l’hanno più e più volte immaginato, sognato, agognato ma oggi, oltre alle nostre ispirazioni ideali, potremmo trovarci in un più concreto stato di necessità. Al ripensare l’ordine gerarchico delle società che non è, come vedremo, una costante naturale ma uno stadio culturale, oggi potremmo esser spinti per ragioni di necessità, per ragioni adattative.

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La complessità sociale ovvero la complessità della stratificazione sociale che si compone in41PsuzbvxLL._SX331_BO1,204,203,200_ una gerarchia, sembra esser funzione del rapporto tra dimensione del gruppo osservato, stadio delle credenze condivise nel gruppo e le condizioni dell’ambiente in cui il gruppo vive.  Le condizioni dell’ambiente in cui si vive sono di due tipi, quelle naturali che vanno dalla geografia (zone aperte, chiuse, collegate e tutti gli stati intermedi tipo semi-aperte etc.), alla flora e fauna, al clima (incluse improvvise catastrofi o comparsa di periodi eccezionalmente favorevoli tipo la post glaciazione) e quelle della più o meno densa presenza di altri gruppi che possono avere dimensioni, forme organizzative e modi di vita anche assai diverse da quelle del gruppo osservato.

Le variabili in gioco per descrivere come si giunse e come poi si evolse la complessità sociale sono molteplici. Il loro intreccio porta a relazioni non lineari. C’è dunque una complessità precedente la complessità sociale ed in un certo senso, la seconda è una risposta adattiva alla prima e la prima ha concorso di cause interne ed esterne al gruppo umano intrecciate tra loro per tempi non brevi.

A livello di comportamento collettivo la distinzione principale è quella tra mobili ed immobili ovvero tra nomadi e stanziali ma tra le due ci sono le forme del semi-nomadismo che può prendere la forma di un nomadismo ricorsivo (un circuito preciso entro una certa area che tende ad esser percorso ricorsivamente) con la possibilità di ridursi al passaggio 978-88-6030-272-4-800x800stagionale (inverno – estate o autunno-primavera) tra due fuochi che fa dei semi-nomadi, dei semi-stanziali. Altresì è ben evidente la differenza tra stanziali non agricoli e quelli successivi che dall’agricoltura, iniziano una sequenza di complessità (e relativa multi-stratificazione sociale) che arriva allo Stato.

A livello di comportamento collettivo rispetto alla natura in funzione della sussistenza, la divisione principale è quella nota tra cacciatori – raccoglitori ed allevatori – agricoltori. La tipizazione di questo passaggio è stata ed è tutt’ora ingombrata dal concetto di Rivoluzione agricola o neolitica introdotto dall’archeologo di fede marxista V. G. Childe negli anni ’30. Ma il presupposto temporale di Childe era una cronologia molto corta e compressa. Si è poi scoperto che quella che Childe riteneva una rivoluzione fu una transizione lunga forse 10.000 anni in cui le gradazioni intermedie sono molteplici. Innanzitutto sono esistiti gruppi che, a seconda del tipo di territorio in cui si sono trovati, si sono dedicati più alla caccia che alla raccolta o viceversa. Altri hanno integrato i due modi con la pesca. Ad un certo punto, si è sviluppato una sorta di pre-allevamento nel senso che il gruppo rimaneva mobile come il gregge o la mandria da cui dipendeva ma selezionando i capi da uccidere (non ad esempio le femmine in età fertile o i capi troppo giovani o bilanciando i rapporti tra maschi e femmine). Altri hanno cominciato a seguire la produzione naturale spontanea (il selvatico), aiutandola con l’irrigazione, la protezione dagli animali, il disboscamento per ampliare l’area di riproduzione naturale delle piante utili. L’agricoltura intenzionale è stata ampiamente anticipata dall’orticultura che assieme a piccole domesticazioni ha rappresentato un importante scalino intermedio in cui l’aleatorietà della pura caccia e raccolta veniva ridotta dalla certezza di una parte della sussistenza prodotta intenzionalmente. Compaiono quindi regimi di sussistenza misti a orticultura e piccolecopf5 domesticazioni che favorivano la semi-stanzialità o la piena stanzialità non agricola come si registra nella cultura natufiana. Infine, l’agricoltura che per principio è la stessa cosa dell’orticultura (cioè sapere che piantando un seme ed irrigandolo, col tempo nasce una pianta), era nota da molto tempo addietro rispetto a quando si registrano le piena società agricolo – stanziali e per lo stesso lungo tempo (forse 10.000 anni) ha rappresentato solo una integrazione della dieta passando da percentuali più basse (10-20%) a quelle più alte. Così l’allevamento. Ma l’allevamento si è anche biforcato tra quello stanziale ad integrazione e complemento prima dell’orticultura e poi dell’agricoltura e quello seminomade diventando una specialità a sé per gruppi di precedente specializzazione di caccia. Nel tempo, il conflitto per la terra (tra agricolo stanziali e allevatori seminomadi)[9] ha portato a relazioni conflittuali, ma prima o accanto, quelle relazioni erano di scambio (surplus vegetale vs animale e viceversa). E’ nel corso di questi adattamenti progressivi che producono maggior complessità che si formano i presupposti per il fatidico passo successivo.

A livello di comportamento collettivo rispetto alle relazioni con altri gruppi umani, abbiamo meno certezze. L’interpretazione prevalentemente anglosassone che è poi quella che domina l’accademia che conta, ha a lungo declinato il paradigma hobbesiano che parte da una concezione egoista, aggressiva e violenta della presunta natura umana. Invero, l’idea stessa possa definirsi con precisione una natura umana sembra impropria. La “natura umana” sembra un grande pianoforte a coda che potenzialmente può suonare tutti gli spartiti che siano stati mai scritti, più tutti quelli che ancora debbono esser scritti, più tutti gli strimpellamenti meno armonici che possono derivare da pianisti inesperti. In regimi di relativa abbondanza  e scarsa densità non c’è nessuna ragione di credere che i gruppi umani rischiassero di perdere la vita, aggredendosi a vicenda, perché “aggressivi di natura”. Anche in regimi di relativa scarsità e crescente densità c’erano talvolta altre possibilità come lo spostamento migratorio, la naturale contrazione demografica, lo 41gizGp4GwL._SX331_BO1,204,203,200_scambio delle relative abbondanze vs scarsità, la formazione di gruppi più grandi in cui si facilitava la redistribuzione perché maggiore era il prodotto lordo, le federazioni, le confederazioni, l’accesso ai nuovi livelli di sussistenza che abbiamo prima descritto (meno caccia più orticultura ad esempio). Lo spostamento delle tecniche dalla caccia alla guerra si è certo riprodotto ovunque nella storia umana e la guerra, da un certo unto in poi, è una costante antropologica[10], tanto quanto la ricerca della pace. Sta di fatto che l’uso sistematico della guerra per estendere senza limiti il dominio di una etnia su tutte le altre è una caratteristica di pochissimi popoli, tra cui i barbari e gli anglo sassoni che sono appunto di derivazione barbara. In Micronesia, Hobbes avrebbe venduto pochissime copie del Leviatano[11]. Il fatto più interessante di questa relazione tra gruppi umani è proprio quello della pluralità delle interrelazioni in cui, accanto all’evitarsi fino a che è possibile o una guardinga curiosità, accanto alla guerra che comunque è caso tardo, ci sono anche lo scambio saltuario o sistematico (di cose, idee, persone), la cooperazione occasionale o sistematica, la formazione di proto-reti di semi-nomadi e poi stanziali in cui un punto diventa centro di gravità che condensa la rete in uno Stato con centro e periferia e molto altre variazioni.

A livello infine dell’organizzazione interna i gruppi, si segnalano tre tipi principali. La società di piccole dimensioni, egalitaria. La società di medie dimensioni che presentano la più ampia variabilità di forme sia di comportamento collettivo, sia di forme di sussistenza, sia di forme nelle relazioni con gli altri gruppi pur rimando sostanzialmente egalitaria. Le società di grandi dimensioni che iniziano la sequenza della stratificazione fissa, della gerarchia, della diseguaglianza, di vari tipi di élite che gestiscono il potere, si dotano diFCV-60-Atkinson-S-800x800 burocrazia, esercito e polizia, leggi scritte, alleanza col potere sacerdotale, trasmissione del potere per linea di sangue, sfruttamento economico ed accumulazione di ricchezze etc.

L’origine della diseguaglianza ha premessa nel secondo tipo di organizzazione sociale e nel come e perché si è passati dal secondo al terzo tipo, leggendo i sincronici cambiamenti  avvenuti a livello di dimensioni, sussistenza, mobilità, natura e densità in un certo territorio. Tale processo è asincrono dipendendo da condizioni locali che cambiano a seconda si sia nella Mezzaluna fertile, piuttosto che presso i grandi fiumi cinesi e multi causato essendo un fenomeno complesso che dà vita a livelli incrementali di complessità. I processi complessi multi causati sono reti di azioni e retroazioni non lineari quindi scordiamoci di poter raffinare una ricetta standard, lineare, semplice. L’origine della diseguaglianza ci apparirà allora come una sopravvenienza adattiva. Siamo in regime di diseguaglianza solo da 5-6000 anni su 3 milioni di anni di vita del genere homo, perché è questa la più elementare forma di autorganizzazione che i gruppi umani hanno trovato possibile e conveniente perseguire fino ad oggi per adattarsi al mondo naturale ed umano che loro stessi sono andati modificando e creando. In sostanza, la diseguaglianza ovvero la formazione di un ordine gerarchico è la forma più elementare di adattamento alla complessità e la complessità è aumentata per varie ragioni sebbene il suo marcatore principale appaia chiaramente l’aumento delle dimensioni dei gruppi. Questa aumento è un anello alimentato da varie retroazioni in cui il passaggio progressivo dalla mobilità alla stanzialità e quello dalla sussistenza occasionale a quella intenzionale sono al contempo cause ed effetti. La diseguaglianza nei gruppi umani non è un fatto naturale ma culturale. Di una cultura allo stadio primitivo quale non può non essere una sequenza storica di appena 5-6000 anni su, si spera, una scala potenziale di possibili 3 – 4 miliardi di anni prima che l’espansione solare cominci a surriscaldare l’ambiente. Se prima non lo surriscaldiamo troppo noi.

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Passiamo allora ad una visione più a gran fine di questi tre stadi di organizzazione sociale cercando soprattutto di illuminare tentativamente, i passaggi dall’uno all’altro, passaggi su cui gli studiosi sono in genere abbastanza evasivi.

2131522IL GRUPPO PICCOLO EGALITARIO. Rousseau, nella sua ricostruzione a lume di ragione, estremizza la condizione di stato di natura, per certi versi, al pari di Hobbes. Lo stato di natura veniva allora immaginato come individuale, dell’uno contro l’altro per Hobbes, dell’uno pre-morale che occasionalmente si accoppiava per Rousseau. In realtà, anche con la successiva teoria di Darwin che pone l’uomo nella famiglia dei primati ed il successivo sviluppo dell’etologia e nello specifico della primatologia, poi della paleoantropologia,  si è convenuto che l’umano è un animale sociale, nato e sviluppatosi tale.  Di contro, Rousseau fa un’osservazione interessante riguardo il fatto che l’umano, a differenza degli altri primati, avrebbe una istintiva forma di inalienabile sovranità su se stesso, oggi diremo un portato del livello auto coscienziale del nostro genere, probabilmente ulteriormente definitosi nella specie sapiens. Questo pone una barriera nel trasferimento consequenziale dei modi dei primati nei modi umani.  Allo stato di comportamento collettivo di tipo nomade o seminomade che è il comportamento in assoluto più longevo occupando più del 99% del tempo del genere homo , i gruppi umani erano limitati nel numero da questo stesso stile di vita. La caccia e raccolta poteva qualche volta esser abbondante e altre volte scarsa ma in linea generale, c’era una oscillazione intorno ad un punto di equilibrio ben preciso e questo punto faceva sì non si eccedesse mai oltre i 120-150 individui. L’impegno a risolvere quotidianamente il problema della sussistenza del gruppo era costante e fondamentale per tutti i facente parte, per quanto alcuni studiosi oggi hanno invertito l’immagine dell’ ansiosa scarsità preistorica[12] . Non si potevano certo portare troppe suppellettili o figli tra uno spostamento e l’altro, per cui si viaggiava leggeri e quindi si era pochi e si aveva poco. La partizione tra caccia e raccolta era variabile a seconda delle stagioni e dei territori. I cacciatori di mammut e grandi alci, ad esempio, erano più focalizzati su questa caccia potendo, tra l’altro, stoccare carne nel terreno ghiacciato (permafrost). Altri delle fasce più temperate probabilmente cacciavano saltuariamente e per lo più si affidavano alla raccolta o a trappole per piccoli animali. Altri ancora sembrano essersi precocemente stanzializzati in riva al mare, sfruttando i frutti di mare portati dalla maree. In base all’esistenza ancora tarda di segnali in tal senso, cosìdownloadbh7 come si può pensare che la caccia non fosse sempre e solo attività maschile, così a maggior ragione la raccolta, riguardava tutti. Passando alla pura speculazione, si può supporre che a livello mentale, gli stessi individui, non fossero pienamente individualizzati nel senso che la percezione delle differenze tra individuo e gruppo e tra gruppo e natura non fosse molto pronunciata[13]. Si tratterebbe di una mentalità pienamente olistica e facendo tutti più o meno le stesse cose (incluso pare l’ accudire la prole, ritenuta “bene comune”)  e dovendo tutti dare lo stesso contributo, oggettivamente le differenze tra individui non erano molto presenti o comunque senz’altro non sottolineate, non incentivate e quindi poco sviluppate. L’aspetto per noi decisivo, quello di cui seguiremo l’evoluzione poiché è quello che riteniamo il catalizzatore del processo di perdita dell’uguaglianza e di comparsa di tutte le successive ineguaglianze è la dinamica che si forma nel gruppo per rispondere alla domanda -chi decide?- , cioè come si suddivide e si forma l’intenzionalità condivisa.

Nell’individuo, tutta la complessione biomorfica è già ben ordinata per risolvere questo problema dell’intenzionalità. Contrariamente alle immagini iper-razionali o addirittura basate su una gerarchia elementare mente – corpo dettata dai vincoli dell’immagine di mondo della religione cristiana, oggi sappiamo che noi decidiamo su sollecitazioni esterne, in base ad un complessa rete interna di imput tra loro connessi per rinforzare o inibire questa o quella decisione. Ma se l’individuo è per sua natura un ente intenzionale, il gruppo degli individui non lo è pur dovendosi esso stesso comportare come un individuo, cioè decidere cosa fare, come farlo, quando e perché.  Nei piccoli gruppi è escluso vi fossero impalcature sovrastrutturali che rendessero i gruppi disponibili a credere che qualcuno fosse più in grado di altri di dare questa risposta. Rimarrebbe l’atto di forza per subordinare i tutti all’uno ma come scrive e descrive bene lo stesso Rousseau, se ci immaginiamo concretamente come ciò sarebbe potuto accadere, vediamo che non è materialmente possibile. Uno studio recente sul tema dell’origine della diseguaglianza, è tutto centrato sulla dinamica per cui non appena uno o più d’uno (comunque pochi) manifestavano questa pulsione al comando, sistematicamente tutti gli altri mettevano da parte le loro reciproche differenze per unirsi come opposizione. Opposizione delle volontà tra i pochi ed i molti che hanno sempre la meglio, in base al fatto che nei piccoli gruppi i numeri contano ed i pochi non possono mai prevalere su i molti[14]. Infine l’aspetto che riteniamo 51QJG3lRzrL._SX331_BO1,204,203,200_più importante. Ognuno aveva una moderata differenza rispetto all’altro, tutti dovevano fare più o meno le stesse cose, tutti sapevano in egual misura cosa succedeva tra il gruppo e l’esterno (natura, geografia, offerta di sussistenza) e cosa doveva succedere all’interno del gruppo (eguale divisione di oneri ed onori). Il contenuto della decisione era in sostanza uguale, così la procedura per prenderla, l’intenzionalità del gruppo era pienamente condivisa, nessuna diseguaglianza era allora possibile. Non solo, oltre che non possibile non era neanche auspicabile perché qualsiasi diseguaglianza avrebbe depotenziato la formazione gruppale, evenienza che, con tutti i problemi più concreti che c’erano ai tempi, era da evitare prioritariamente come minima strategia adattiva. L’unione fa la forza è un concetto più tardo, quando già il gruppo si era frantumato ma questa piccola scheggia di saggezza, può darsi registri inconsciamente i tempi in cui il gruppo era, in sostanza, un individuo macroscopico in via naturale.

PASSAGGIO 1. La descrizione dei vari stati quale qui sviluppiamo è relativamente facile potendosi poggiare sia su fatti rilevati dall’archeologia, della biologia, dell’antropologia, sia su ricostruzioni largamente accettate. Quello che però in genere sfugge è il motore del cambiamento, come e perché si passa da uno stato al successivo. Nel caso in questione, il passaggio 1 è il passaggio dai gruppi piccoli ai gruppi medi, quelli che oscillano dai 120-150-200 individui a di più, stante che il limite di questo “di più” è sfumato e variabile. Questo passaggio è essenziale perché ciò che è legge di natura è che gli altri primati, mai ed in nessun caso, eccedono questo limite dei piccoli gruppi, è quindi una proprietà o meglio una facoltà, tipicamente umana averlo superato. Ma non di tutte le specie umane (homo = genere, sapiens = specie). Si ritiene che i Neanderthal, ad esempio, vivessero in gruppi piccoli e con una bassa densità territoriale quindi parrebbe tipicamente sapiens l’attitudine a vivere in gruppi più grandi. Potrebbe41S2DEZ512L quindi esserci stato qualcosa nella complessione sapiens che favoriva maggiormente quella interrelazione sociale che è l’infrastruttura portante le varie dimensioni dei gruppi. Trovate condizioni migliori e sviluppate appieno maggiori potenzialità gruppali tipo l’affinamento del linguaggio e la condivisione di un primo repertorio simbolico, una più fine teoria della mente (io so quello che tu pensi), aspetti biomorfici[15], i gruppi sapiens cominciarono ad esplorare le società oltre il fatidico limite. Il successo adattativo dei sapiens che hanno sostituito tutte le altre specie umane e si sono riprodotti senza limiti occupando tutto il pianeta, adattandosi ai -40° come ai +40°, fino a dominare (più o meno) tutta la natura ed andare a curiosare su Marte, potrebbe risiedere proprio in questa facoltà di creare gruppi più grandi perché più resilienti ed efficaci in termini adattativi. La vera innovazione adattativa della specie non fu una tecnologia o un modo di produzione ma la capacità di formare gruppi più grandi. Questa propensione sarebbe solo un nuova condizione di possibilità che definisce i sapiens in diversità con la altre specie e, sebbene cominci a lavorare su i piccoli numeri sin da subito, i suoi effetti non sono da subito visibili. Più tardi, questa condizione di possibilità diverrà in atto su pressanti sollecitazioni esterne che libereranno le potenzialità interne e giunta alle varie soglie di limite ulteriore, le sfonderà creando un processo ad albero di ampliamenti a soglia, che porterà ai grandi gruppi stanziali e gerarchici.

1/2 (segue)

[1] J.J.Rousseau, Origine della disuguaglianza, Feltrinelli, 2016

[2] Affrontammo l’argomento qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/06/10/dellorigine-della-gerarchia-e-delle-elite/ e qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/10/05/gerarchia-vs-democrazia/

[3] Il problema sembra affascinare soprattutto gli archeologi. Per una review generale delle principali teorie si veda A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, 2000 – primo capitolo. Molte di queste teorie sono variazioni marxiste, altre sembrano più interessate alla successiva formazione degli stati. Mi ha colpito la critica di Gary Webster (1990) che punta una contraddizione su cui avevo argomentato in una precedente versione di questo studio che ho riscritto più volte, data la difficoltà di tenere in formati quasi contenuti, una materia così complessa. Il punto di Webster, che faccio mio, è che la gran parte delle teorie non spiega affatto come si formarono le élite ma come si comportarono da un certo momento in poi, scambiando la fenomenologia per l’origine. Così come c’è dovizia di descrizioni sulle diseguaglianze in atto, c’è dovizia di descrizione sulla potenza delle élite e della successiva lotta di classe ma se non si illumina l’origine, la causa genetica, sarà difficile vincerla quella lotta di classe.

[4] F. Engels, Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, Robin editore, 2015 (ma si può scaricare on line gratis). Engels scrive la sua opera nel 1884, Marx è morto l’anno prima e da gli ultimi anni della sua vita di pensatore, mentre l’amico lo pressava inutilmente e già da tempo a finire il terzo volume del Capitale e revisionare il secondo per darlo alle stampe, ci provengono i Quaderni Antropologici (Unicopli, 2009). Marx appuntava la lettura di Ancient Society (la mia edizione è un Feltrinelli del ’74 ma c’è una edizione Pgreco 2013) di L. H. Morgan che è anche la base del testo di Engels. Morgan, il cui testo era del 1877, sosteneva una tesi assai vicina al materialismo storico pur, probabilmente, senza conoscere l’opera di Marx che sull’argomento si era espresso ben precedentemente.

[5] L’assalto all’inconoscibile, nel nostro caso, è condotto da precarie inferenze tratte nel campo archeologico stante che non si è scavato poi così tanto. Più indietro si va nel tempo più i reperti sono deteriorati, solo pietre ed ossa e poi quando compaiono, ceramiche e metalli, sono sopravvissuti al tempo. Gran parte del movimento sociale e culturale però potrebbe essersi riflesso su supporti o materie deperibili come il legno o i tessuti molli.  Poi bisogna farsi largo nella selva delle interpretazioni che sono tutte orientate (anche le nostre, del resto) da inevitabili presupposti ipotetici e spesso ideologici, per non perdersi occorre conoscere -almeno a grandi linee- le famiglie epistemiche principali di modo da non cadere a corpo morto nelle loro trappole. Infine, occorre saper maneggiare con molta cautela il meccanismo di riproiettare indietro ciò che osserviamo nelle tribù sopravvissute che ingenuamente vengono chiamate “fossili viventi”. Insomma, la destinazione è incerta ma in compenso le piste sono malagevoli.

[6] Prendiamo la citazione da A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, op. cit.

[7] http://archivio.internazionale.it/atlante/disuguaglianze

[8] Ci si potrebbe però anche concentrare sull’aspetto politico ovvero il fatto che in una società ordinata dal principio di ricchezza, quella esagerata ricchezza vale un esagerato potere dei pochissimi su i moltissimi.

[9] Vedi Caino ed Abele, Antico testamento, Genesi, capitolo 4

[10] La più certa documentazione di probabile massacro organizzato data a circa 13-14.000 a.f. ed è il rinvenimento di circa un 40 % di individui morti violentemente tra una sessantina di seppelliti in quello che è conosciuto come Cemetery 117, tra Sudan ed Egitto. La certezza che trattasi di massacro poi, è relativizzata dal fatto che la metà dei colpiti fossero donne e che non è detto siano morti tutti nella stessa occasione. Altresì le più antiche pitture murali riportano scene di caccia ma mai di guerra. La guerra sistematica ed organizzata sembra essere un fenomeno legato alla fase agricola e dei metalli, quindi molto tarda.

[11] In effetti fu la Melanesia (vicino alla Micronesia) dove B. Malinowski osservò quanto poi scritto in Argonauti del Pacifico occidentale (1927). Quelle osservazioni centrate sullo scambio rituale e società basate sulla equa redistribuzione, sono poi diventate un contro-paradigma da cui discendono M. Mauss, in parte K. Polanyi, i teorici della decrescita, il neo-comunitarismo, insomma un’altra visione del mondo, assai meno cupa di quella di Hobbes, altrettanto fondata su casi reali, altrettanto dipendente da contesti particolari.

[12] M. Shalins: https://en.wikipedia.org/wiki/Original_affluent_society

[13] Qui si richiede uno sforzo di immaginazione impossibile. Si dovrebbe pensare di essere un individuo che ha una mente che sente più o meno quello che sentiamo noi ma pensa ed elabora in maniera sostanzialmente diversa. Un controverso per quanto fortunato libricino, forse  un po’ troppo estremo, dello psicologo americano  Julian James (Il crollo della mente bicamerale,  Adelphi, 2002) accenna a questa ipotesi che le menti antiche fossero olistiche non nel senso logico razionale che intendiamo noi ma per olismo della loro stessa forma biologica. James ne fa addirittura una questione di cambio relativamente recente  di sostanza biologica (separazione degli emisferi) su cui è difficile concordare. Ritengo però che l’uso ed il riuso in un modo o nell’altro della mente che biologicamente è quella che abbiamo in comune con gli antenati, nel tempo, porti a forme diverse di “sentire” il pensiero e di formarlo in modi meno distinti o più distinti. La nostra mente è sempre la stessa ma come la usiamo, no.

[14] C. Boehm, Hierarchy in the Forest, Harvard UP, 2001. Che nella storia successiva e fino ad oggi, si siano riprodotti gruppi anche molto piccoli basati sulla stretta gerarchia va letto come caso in cui l’adattamento non è più alla natura ma verso altri gruppi umani e tenendo conto che lo standard gerarchico ormai impera in ogni dimensione umana sociale ed è quindi introiettato dagli individui stessi. Sopravvive però anche la figura del’anarchico a priori, del libero pensatore, dell’indipendente ostinato che non ha introiettato quel modulo e non si oppone per avere potere ma appunto per impedire la fastidiosa esuberanza di quello altrui.  Essendo pochi, purtroppo fanno fatica a fare massa.

[15] La comparazione Neanderthal – sapiens è ancora in progressione di studio. All’inizio si è estremizzata la differenza polarizzando un Neanderthal muto, stupido, animalesco ed un sapiens agile,  dotato di intelligenza aggressiva e molto chiacchierone (e con leggero accento british). I due, tra l’altro, si pensavano reciprocamente infertili e i sapiens per puro istinto dominatore avrebbero sterminato tutti i Neanderthal (per altro ben più piazzati). Oggi le visioni sono molto cambiate ma la ricerca dei segni di specialità nobile della nostra specie è ancora tendenza dominante. Con cause biomorfiche invece si ipotizza una ben più casuale differenza. Noi sapiens abbiamo un volume cranico inferiore ai Neanderthal il che, in assenza di modifiche dei canali vaginali, avrebbe potuto favorire più nati vivi o meno mamme morte di parto. Il tutto avrebbe avuto effetti demografici ovvero gruppi tendenzialmente più grandi e gruppi tendenzialmente più grandi e resilienti, si sarebbero adattati meglio. Non è affatto detto che sia andata così, è solo un esempio di come cause minime e casuali possono avere effetti ben più evidenti ed importanti.

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LA DECRESCITA INFELICE.

ma16_cover_sub_smallL’ultimo numero di Foreign Affairs (Feb. ’16), la punta avanzata della riflessione strategica americana, ripropone il tema della “stagnazione secolare” una sorta de “il re e nudo” lanciato non molto tempo fa da Larry Summers[1]. Il re nudo di Summers si chiama strutturale e perdurante assenza di crescita, l’assenza di crescita potrebbe oscillare come crescita positiva o negativa ad esempio allo 0,2% (stagnazione) o potrebbe risultare addirittura decrescita. Occorre poi sempre dettagliare l’ambito di cui si sta parlando, se cioè parliamo dell’economia americana, di quella occidentale, di quella OECD (Ocse), di quella del mondo ed il quando, in quale prospettiva temporale accadrebbero i fatti. A sfavore della crescita americana, occidentale, OECD, è l’evidenza lampante che è più probabile che cresceranno i mai o poco cresciuti che i già cresciuti se si è in un trend generale di crescita difficile. Ma siamo in un trend strutturale di crescita difficile?

Beh, sembrerebbe proprio di sì. Gli indici e le previsioni son quelle, la sistematica revisione al ribasso di previsioni già non troppo ottimiste è ormai una consuetudine (OECD-2016). Il prezzo del petrolio e delle materie prime, dicono della flessione di domanda e soprattutto, grave allarme ha destato un altro re nudo, il fatto cioè che la capacità di stimolazione dell’economia, degli investimenti, della circolazione e dell’inflazione da parte delle torrentizie immissioni di moneta pompate dalle banche centrali, non ha sortito alcuno degli effetti sperati. La preferenza per la liquidità ovvero il terrore di perdere i propri soldi in investimenti che non decollano, fa cedere molti corsi azionari,  rischia di aumentare il tasso di molti titoli pubblici ed obbligazionari, il che, per un mondo molto indebitato, è una ulteriore cattiva notizia. Di capitale in giro per il mondo c’è ne è anche troppo ma il capitale non vede alcuna promettente alcova in cui andarsi a riprodurre e quindi resta a casa. Il problema non è quindi aumentare il capitale circolante con la politica dei tassi, né trovare immaginifiche soluzioni per convincerlo ad andare in giro ma dargli una qualche ragione per investirsi in progetti che promettono crescita. Ma questi progetti non sembrano più esistere.

51mdth4YlWL._UY250_Robert J. Gordon è un economista (Harvard, Oxford, MIT) non più giovane che, da tempo, ha proposto  una tesi radicale eppure una delle poche tesi concrete a possibile spiegazione del perché stiamo andando incontro ad una crescita molto stentata se non nulla. La tesi di Gordon è che i grandi e constanti volumi di crescita che notiamo nel passato sono stati trainati da condizioni contingenti che oggi e domani si presentano come irripetibili. In sostanza: un brillante futuro alle spalle.

Gordon sostiene che le quattro spinte alla crescita, almeno per gli Stati Uniti d’America ma il discorso vale anche di più per tutto l’Occidente, ovvero demografia, istruzione[2], debito ed ineguaglianze, giocano tutte a sfavore. Questi venti a sfavore potrebbero più che dimezzare gli indici di crescita su cui facevamo conto ma solo se l’innovazione avesse una performance assoluta. Il problema tra i problemi, secondo Gordon, è che l’innovazione è a sua volta giunta ad un limite, la tanto celebrata rivoluzione dell’informazione e del digitale non è assolutamente in grado di sostituire il ruolo che ebbe la macchina a vapore, l’elettricità, il primo consumo di massa dei prodotti industriali e così il secondo nel dopoguerra. Per cui anche quel dimezzamento andrebbe ulteriormente dimezzato o anche più. Gordon nelle sue previsioni si attesta, alla fine, al tasso di crescita della metà dell’’800, un dato che, non essendovi istituti centrali di statistica ai tempi, è stato ricostruito non molto tempo fa e che ha mostrato una crescita molto più bassa di quanto si supponesse, lo 0,2% medio.

https://www.ted.com/talks/robert_gordon_the_death_of_innovation_the_end_of_growth?language=it#t-623411

[TED Conference di R.J. Gordon, 12:14. La conferenza (02.2013) ma ancorpiù le tesi di Gordon sono ben precedenti l’illuminazione di Summers – Krugman ma Gordon è meno “cool”]

La faccenda è ovviamente ben più complicata di quanto non dica Gordon nel quarto d’ora del filmato che abbiamo sopra linkato (sottotitoli in italiano). Però qualche ulteriore considerazione possiamo farla nei limiti di questi articolo.

Il primo punto da esaminare è la serie storica, quella tabella che Gordon mostra all’incirca al minuto 1:35. Il Pil (quello anglosassone cioè bianco per UK fino a poco dopo il 1920, rosso USA da lì in poi ovvero il Pil del motore trainante il sistema) comincia a crescere poderosamente nella seconda metà del XIX° secolo e continua a farlo pur rallentando fino a gli anni ’20. Ebbene, in quel momento, non solo si registrano le eccezionali innovazioni che Gordon ricorda nella presentazione (motore a scoppio, elettricità) ma anche la massima estensione dell’Impero britannico (un quinto della popolazione mondiale per un quarto delle sue terre emerse) prima e la Prima guerra mondiale poi, il che significa poderosi investimenti pubblici in metallurgia e siderurgia ed anche grande sviluppo della ricerca (si pensi alla chimica tedesca, ad esempio)[3]. Com’è noto, dalla 0depressione poi stagnazione tra le due guerre, gli USA (e la Germania) escono col riarmo della Seconda guerra mondiale. Seguono due fatti: il primo sono gli investimenti per la ricostruzione europea, evento eccezionale e ci auguriamo irripetibile, la seconda è la riconversione industriale bellica in prodotti di largo consumo. Sono anche gli anni del marketing, della pubblicità, dell’obsolescenza programmata ovvero dell’estensione e dell’intensione al consumo di una seconda generazione di innovazioni per altro modulate sul cuore di quelle precedenti (elettricità, motore a scoppio). Quello che il grafico non riporta ma che ho desunto analizzando i dati della bibbia dell’ economista dell’OECD Angus Maddison[4] è che la crescita USA ed UK, per tutto il decennio degli anni ’60, era ben inferiore a quella di tutto il resto del mondo. Si arriva così all’inaspettata decisione di Nixon dell’Agosto del 1971, la sospensione poi diventata fatto stabile, della  convertibilità del dollaro con l’oro. In sostanza, il dollaro diventa –fiat money-, denaro che si crea al solo volerlo creare e  non è più legato ad alcuna sostanza materiale che ne garantisca la convertibilità in valore. Seguono altri due serie di fatti: da una parte il sistema anglosassone si converte ai servizi, l’economia diventa sempre più pesantemente finanziarizzata, nel 1987 arriva Greenspan alla Fed e comincia la discesa dei tassi, assume sempre maggior rilevanza l’innovazione digital-informativa su cui si forma la prima bolla scoppiata poi ai primi del millennio. Dall’altra l’economia industriale e manifatturiera, quella tradizionale, si globalizza sempre più con sistematica perdita di quota mercato dell’Occidente in favore dell’Asia.

Vien quasi da pensare che la decisione del ’71 (anno in cui esordisce il Nasdaq) fosse propedeutica a questo riposizionamento dell’economia statunitense/anglosassone che, vista la previsione di sempre minor crescita su gli item dell’economia tradizionale (fatto che si palesava addirittura già nei mitici anni ’60 ed in pieno “siamo tutti keynesiani”), pensò bene di potenziare l’area banco-finanziaria installandosi con Wall street, dollaro, off shore, doppio sistema bancario, neoliberismo totalitario, Washington consensus e Fed con le rotative a palla,  al centro del nuovo corso. Arriviamo così, da una bolla all’altra, al Rapporto McKinsey del Febbraio 2015[5] che fotografa un debito mondiale, pubblico e privato, del 300% del Pil. Debito cheMcKinseyfab2015 in parte è andato a sostenere gli stessi indici di crescita, debito a cui, da ultimo, ricorrono addirittura i cinesi.

Si potrebbe allora concludere che, se togliessimo la droga banco-finanziaria che ha avuto senz’altro anche un impatto attivo sulla crescita registrata dal Pil degli anni ’80-’90, se togliessimo i venti o trenta anni di ricostruzione post bellica ed il keynesismo di guerra, così se togliessimo la Prima guerra mondiale e le eccezionali condizioni colonial-imperiali della seconda metà dell’800, e se aggiungiessimo che alle due ondate di innovazione, di cui la seconda è una estensione della prima, non è seguita una terza degna di questo nome, se considerassimo che l’assetto per cui solo una frazione di mondo produceva e tutto il resto era a disposizione oggi non si dà più, non si bene da dove provenga quel senso magico di fede nella crescita che è dogma del pensiero economico. La stessa crescita che leggiamo nelle statistiche è dipendente da una sequenza di casi eccezionali e non costituisce il risultato naturale dell’agire economico del sistema in condizioni normali[6].

Quanto a  Gordon ed il suo scetticismo su i fasti della terza rivoluzione industriale digital-informativa, tra breve (metà Marzo) presso il Saggiatore, dovrebbe uscire il libro di Paul Mason, Postcapitalismo[7]. Mason probabilmente eccede di nuovo negli entusiasmi fatidici che già annebbiarono Hardt e Negri (Impero) ma potrebbe mostrarci qualche dato in più per pesare (numero, peso e misura) quanto ha inciso davvero questa svolta. Sopratutto facendo il bilancio tra capitalizzazioni di borsa, profitti reali, occupazione in proprio e sottrazione o creazione di occupazione nel mercato generale. Tanto per darci una misura, General Motors fa il doppio del fatturato della holding Google (Alphabet) ma impiega 3,5 volte di persone di persone in più, nel caso Alphabet con tutte le società partecipate e servizi annessi, stiamo parlando di solo 60.000 persone occupate. E tra l’altro, mentre GM permane in un mercato aperto ad altre decine di player, cinesi, giapponesi, indiani, europei, tolta la cinese Baidu, Google è ormai semi-monopolista[8] Postcapitalism ✆ Paul Mason © MultiSignoscome tende ad esserlo Amazon e la stessa Facebook. Inoltre, GM fa soldi producendo cose che muovono tutto un indotto di fornitori e distributori, Google assorbendo investimenti di pubblicità, pubblicità sottratta ad altri media che, come i giornali, alimentavano il lavoro di tipografi, compositori, cartai, impiegati nella catena logistica della carta, distributori ed edicolanti. Sempre rispetto a GM, Apple, che pure una qualche manifattura ce l’ha, ha un fatturato del +21% ma i dipendenti sono solo il 54% di GM. Lo stesso Gordon con gli esempi del bancomat che ha tagliato gli impiegati alle casse in banca ed il codice a barre che ha tagliato gli addetti del commercio al dettaglio fa un fugace riferimento a questa rivoluzione che sostituendo lavoratori con macchine e software ha diminuito la classe media, cioè quei portatori di domanda che non sorreggono più una produzione sempre più massiva per via degli incrementi di produttività e di estensione ormai globale della stessa[9]. Gli aedi della terza rivoluzione industriale ribattono che trattasi di schumpeteriana distruzione creatrice ma dovrebbero esser meno qualitativi e più quantitativi, dettagliare il bilancio finale tra perdita di lavoro salariato ed aumento di creatori di app e start up. E’ in parte anche questa presunta terza rivoluzione industriale (oltre al selettivo accesso al gioco banco-finanziario dominante, la dislocazione produttiva, la piena mobilità dei capitali, la globalizzazione in senso generale) che ha portato alla marcata sproporzione detta -ineguaglianza-  tra una classe alta, numericamente insignificante, con una smisurata ricchezza che certo non va a sostenere i consumi[10], non fa domanda, ed una classe che vorrebbe domandare ma tra contrazione dei redditi, precaria occupazione quando non disoccupazione dovuta al rimpiazzo elettronico o non lo fa o per farlo deve ricorrere al debito. Debito elargito e tenuto artatamente tra gli asset dei bilanci banco-finanziari quando tra mancata crescita e sempre maggior inutilità del lavoro umano, quindi contrazione di domanda, si sa che non verrà mai restituito, debito i cui interessi corrodono ulteriormente la capacità di spesa attiva.

A chiusura del quadro, andrebbe poi ricostruita una sorta di tavola generale dell’economia mondiale, una sorta di sistema imput-ouput tipo quello dell’economista russo Wassily Leontief (1941-51), per capire come impattano le nuove condizioni del mondo sul sistema globale. Facciamo un esempio. I giapponesi erano talmente forti negli anni ’80 che nei commenti dell’epoca, i declinisti della forza americana vaticinavano un presto sorpasso ed un fatale subordinazione degli yankee a gli impenetrabili omini con gli occhi a mandorla. Poi, i giapponesi, improvvisamente e per cause che si fa fatica a leggere in letteratura,  sono entrati in una palude dalla quale non si sono ancora ripresi. Guarda un po’ son proprio quegli, gli anni in cui prima la Cina, poi la Corea del Sud ed a seguire anche altre economie del sud-est asiatico prendono a crescere con impeto. Quindi, certo che quando in perfetta solitudine, i giapponesi erano il faro capitalistico dell’intera Asia, tutta la ricchezza affluiva a loro, quando sono diventati uno dei tanti fari di una costa molto più lunga e molto più mossa, hanno dovuto condividere la torta ed i loro incredibili +8% annuo sono diventati uno sbiadito ricordo. C’è allora il sospetto che contrariamente a quanto divulgato dalla economia metafisica, l’intero gioco sia più a somma zero che non a somma positiva, che cioè se da qualche parte si cresce molto, soprattutto in export, qualcun altro non cresce più. C’è da sospettare che complessivamente, si vada verso una maggior convergenza che corrisponderà, nell’assenza di grandi differenze perché le differenze tendono ad equalizzarsi, quelle differenze che sono il motore stesso dell’intero sistema capitalistico e della sua crescita, verso un lieve moto browniano di + o – 0.2% ovvero verso una decisa e perdurante contrazione della crescita in generale, ma  in Occidente, nel particolare. Personalmente, non sono affatto sicuro che la dinamica si assesterà su valori di stagnazione. Secondo me, in Occidente, si va verso una decrescita, come per altro è in decrescita o crescita molto moderata, anche l’indice demografico che è poi stato una delle più potenti spinte della passata crescita stessa. Insomma la macchina è grippata e non da ieri, ma non si tratta di un problema da meccanico di strada ma di una logica complessiva i cui conti non tornano più ed in cui è forse sbagliata anche la stessa nostra diversa aspettativa.

pierluigifagan

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Infine, ci si sta accorgendo di quanto l’economia e la finanza disincarnata, quella mastodontica e pervasiva narrazione per cui esistevano solo mercati e non stati, fosse non solo distopica ma anche errata in sé per sé. Ci si sta accorgendo che il nuovo disordine geopolitico è uno dei fattori negativi per il rilancio delle performance della macchina ma si dovrebbe anche conseguire che è il grippaggio della macchina ad accendere il disordine geopolitico. I sauditi che fanno dumping sul prezzo del greggio sono mossi dalla paura di perdere questa loro unica fonte di sostentamento (per via della concorrenza USA, Russia, Iran, Venezuela) senza la quale l’intera legittimità della precaria casa regnante la penisola arabica, crollerebbe. Gli USA fanno e faranno di tutto per impedire l’allacciarsi di reti di scambi Russia (energia) vs Europa (tecnologia) e fanno e faranno di tutto per contrastare lo sviluppo delle due Vie della Seta cinesi, a loro volta necessitati a rendere fluido il dare avere di merci a buon mercato vs tecnologia con l’Europa e ottenere forniture costanti ed affidabili di materie prime dall’Africa. A gli americani, il sistema che con il 4,4% della popolazione fa il 22% del Pil, comprensibilmente, non va affatto di diventare una periferia spersa tra due oceani, un satellite che ruota vincolato ai destini di un possibile nuovo mostro euroasiatico.  Insomma le condizioni si restringono e l’egoismo delle nazioni tanto naturale quanto sottovalutato in precedenti regimi di abbondanza (per quanto drogata), comincia a sgomitare nel mors tua-vita mea per contrastare il vita tua-mors mea.

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Premettevamo che nel dare giudizi e fare previsioni occorre specificare i luoghi ed i tempi in oggetto. Specifichiamo quindi che questa è una visione molto generale e prospettica, del resto lo stesso Summers la butta, contrariamente ad ogni prudenza, sul “secolare”. Sarà sempre possibile che qualche parte del mondo riprenda a macinare interessanti indici di crescita (Asia, Africa) ma è molto improbabile che questa parte potrà essere l’Occidente. Altresì, alcuni correzioni nell’ideologia che ha sostenuto il pensiero economico recente, potranno mitigare estensione ed intensità di previsioni così asfittiche. Ci riferiamo ad esempio, ad una possibile ripresa degli investimenti pubblici che soli, in mancanza di vivacità del privato a cui tra credito facile, giochi senza frontiere e deregolamentazioni varie si sono date ormai le miglior condizioni di possibilità che però non stanno producendo nulla di rilevante in termini di dinamica, potranno rappresentare un po’ di ripresa di domanda. Non so come si potrà fare dato il già altro indebitamento ma alla fine qualche soluzione verrà escogitata. Altresì, prima o poi si converrà che senza una forte classe media, il mercato non tira e ciò dovrebbe portare ad una qualche auspicata forma di redistribuzione stante gli indici scandalosi di (inutile) concentrazione della ricchezza nella mani di pochissimi. Infine, la riconversione ecologica, utile e necessaria, potrà rappresentare un qualche motivo di distruzione creatrice e ripresa degli investimenti stante che però bisognerà sbloccare la capacità di spesa degli stati altrimenti non sarà certo il mercato a fare il miracolo. Alle volte, come nel caso dello scalare gradini alti rappresentati dai costi di ricerca e dalla paura di finire fuori mercato, il mercato stesso si rivela una sistema auto conservativo e tutt’altro che propenso all’innovazione. Inoltre, gli economisti rapiti dalle ombre della caverna platonica, farebbero bene a prendere ogni tanto una boccata d’aria ed accorgersi che una cosa come il end-of-growthpassaggio dalle non rinnovabili alle rinnovabili, comporta scelte ed effetti geopolitici che forse qualcuno di più importante di loro non ritiene auspicabili. Rapiti dalla mano invisibile, molti non si sono accorti che il titolo del libro di A. Smith, è relativo alla “ricchezza delle nazioni”.

Tutto ciò quindi non sarà né facile, né scontato. Potenti lobbies ed abitudini del pensiero frenano in senso contrario. Un concerto delle nazioni che gestisca il difficile allineamento d’interessi tra chi è già a crescita matura e chi è in fase emergente, una nuova Bretton Woods da molti auspicata, non è in vista. Che l’Occidente accetti supinamente e responsabilmente di condividere un po’ della sua ricchezza e potenza per il bene del sistema mondiale è altrettanto poco probabile.  E comunque, oltre a questa somma di corpose improbabilità e contraddizioni, c’è poi da vedere che tipo di risultato si potrebbe conseguire e per quanto. La transizione demografica in cui (a parte alcune zone dell’Africa e dell’Asia) tutto il mondo è impegnato non è solo difficilmente reversibile ma è anche dovuta, dati i limiti planetari. Gli stessi limiti planetari configgono con l’idea di una già certa e stimata classe media planetaria di 2 miliardi di individui e l’asimmetrica e limitata distribuzione delle materie e delle energie in un sistema di più di 200 stati costretti a convivere, presenta un difficilmente componibile quadro di necessità di cooperazione entro un poliedro di forze che spingono alla competizione. Lo sfrenato idealismo economico pretenderebbe che questo regime di scarsità venisse regolato dal mercato ma la storia ci dice che è stato regolato da colonialismo, imperialismo e dominio sul mondo, un sistema di logica ben diversa. Come dice Gordon, il meglio si è già inventato, molto difficile si presenti qualcosa come l’elettricità o il motore a scoppio che oltretutto sia poco impattante ecologicamente e potenziante spinte produttive in positivo e non solo in sostitutivo. In realtà tra utilità e gadget siamo già satolli, l’unica vera mancanza è il tempo personale ma per soddisfarla, così come per soddisfare i requisiti di equilibrio, i problemi del limite ambientale, la depressurizzazione del pathos competitivo che porta al surriscaldamento geopolitico, occorrerebbe decrescere il tempo di lavoro che per il sistema è come l’aglio per i vampiri. Altresì difficile immaginare di poter frenare l’innovazione tecnologica che continua a soppiantare lavoro umano con macchine ed algoritmi o le biotecnologie che ci porteranno a vivere pieni di protesi magari altri venti o trenta anni in più, anni in cui non produrremo se non domanda di welfare per stati al collasso dei bilanci.  Infine, assai complicato è immaginare il lieto fine di questa complessa equazione multi variabile con mentalità che ricorrono ad idee del XIX° secolo: il liberismo, il marxismo, la democrazia rappresentativa di mercato, la cieca fede nella tecnoscienza, la volontà di potenza degli stati-nazione. Con popolazioni ignare della complessità del mondo a cui dovrebbero adattarsi e soprattutto élite che per fare veramente il bene comune dovrebbero semplicemente suicidarsi e togliersi di mezzo da un mondo che non può più pretendere di funzionare come ha funzionato nei due secoli precedenti. Come diceva A. Einstein:  “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo“.

Poca, stentata ed intermittente crescita è forse possibile. Più probabile, almeno per noi occidentali, la decrescita. Quanto più vivremo uno stato di oggettiva decrescita con una aspettativa fissa alla crescita, continuando a prorogare modi di stare al mondo settati sullo standard accrescitivo, tanto più questo stato schizofrenogeno, questa condizione disadattata, ci renderà infelici se non qualcosa di peggio.

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[1] http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2016-02-18/la-tesi-stagnazione-secolare-trova-sempre-piu-conferme-160439.shtml?uuid=ACavDRXC&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

[2] Gordon stigmatizza le scarse performance del sistema americano rispetto ad esempio a quello canadese ma è l’idea stessa di una corsa infinita alla scolarità di alto livello a tornare in discussione. All’inizio, solo qualche anno fa, si pensava che l’Occidente potesse ascendere nell’areopago tecnico-scientifico di punta e da lì osservare con superiore benevolenza il trambusto competitivo delle economie ancora legate alla materia sporca e pesante. I piani recentemente varati dal governo cinese e quello che i coreani ormai fanno da un po’ di tempo, muovono però verso la stessa direzione. Di contro, gli europei che pure ci erano arrivati col trattato di Lisbona hanno lasciato l’impegno ad investire in R&S, lettera morta.  Altresì americani e francesi hanno varato potenti piani di re-industrializzazione ed i tedeschi non l’hanno mai abbandonata. Insomma, ci devono esser proporzioni tra ricerca – servizi  – industria ma ogni stato vorrebbe avere la sua giusta proporzione, l’idea invece che alcuni stati si elevino sulla punta della piramide lasciando a gli altri, la suburra del sangue-sudore-e-lacrime, è irrealistica. Infine, è tutto da dimostrare che occupare i piani aliti dell’intelligenza e dell’innovazione porti a far quadrare i conti tra profitti – occupazione – economia e politica.

[3] Si consideri che anche tutta la fisica del secolo successivo ed ancora fino ai giorni nostri,  è debitrice della sequenza “termodinamica – meccanica quantistica – relatività” che si svolse nello stesso periodo, fine XIX° – inizio XX° secolo. Innovazione scientifica profonda nella seconda metà del XX° secolo è nella biologia molecolare e nel digitale-informazione, cose che hanno a che fare con la materia biologica e lo scambio di segnali non con la materia fisico-chimica.

[4] Angus Maddison, The World Economy: A Millenial Perspective, OECD, 2001

[5] http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/debt-and-not-much-deleveraging

[6] Secondo il filosofo empirista scozzese D. Hume, che forse gli anglosassoni ed i professori di economia farebbero bene a leggersi, si tratterebbe di uno di quei casi di inferenza induttiva che produce una credenza basata su una abitudine. Secondo il come siamo andati sin qui svolgendo l’argomentazione, questa “abitudine alla crescita”, sarebbe a sua volta basata su fatti eccezionali come due guerre mondiali, la necessaria ricostruzione, la droga monetaria, una montagna inestinguibile di debiti, colonie ed imperi.

[7] https://en.wikipedia.org/wiki/PostCapitalism:_A_Guide_to_our_Future ; http://abridge.me.uk/doku.php?id=postcapitalism . Quest’ultimo link che contiene un corposo riassunto del lavoro di Mason inizia con il succo della faccenda: questo capitalismo è un sistema adattativo complesso che ha raggiunto i limiti della sua capacità adattativa. E’ appunto quanto sosteniamo anche noi e non da oggi.

[8] [Dati Netmarketshare Jan. ‘16] Come motore di ricerca, Google fa una S.o.M. del 65% mondo, più del 70% se togliamo la Cina. Con Bing che è il secondo player, i primi due coprono l’85% del mercato Internet (esclusa la Cina). Questo monopolio tende a riprodursi come posizione dominante nei servizi accessori (You Tube, Gmail. Google maps etc.). Su i temi da cui proviene questa nota, si tenga poi conto dello sviluppo di una  economia dello scambio non monetario com’è nella messa in comune di conoscenze nel modello Wikipedia o nelle banche del tempo o del baratto elettronico.

[9] Una prospettiva ottimista anche se non si capisce bene fondata su cosa, di un professore del M.I.T. : https://www.ted.com/talks/erik_brynjolfsson_the_key_to_growth_race_em_with_em_the_machines

[10] A giustificazione di un nostro qual pessimismo quale si troverà nelle conclusioni del pezzo, si rammenti che il mondo intero ha creduto alla favola del “trickle down” ovvero all’idea palesemente illogica per cui la ricchezza dei pochissimi ultra-ricchi sarebbe poi scesa a valle e tutti ne avrebbero beneficiato. A nulla sono valse le obiezioni di chi notava sommessamente che un individuo non compra dieci case, venti macchine e comunque va a mangiare fuori non più di due sole volte al giorno. Se si è creduto per secoli che la Terra fosse il centro dell’Universo, ci sta non solo il trickle down ma chissà quali altri corbellerie pronte a venir spacciate nei prossimi difficili tempi per mantenere viva la speranza, in un mondo che nel frattempo si sta velocemente deteriorando. La capacità umana di autoinganno è infinita.

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STORIA E COMPRENSIONE DEL MONDO.

53057-laniakea-il-super-cluster-di-galassie-che-comprende-la-nostra-viIl Mondo[1] si è presentato di recente alla nostra attenzione. Nel passato, molte forme di riflessione hanno avuto il Mondo ad oggetto ma, in una prospettiva più ampia, si sono poi rivelate proiezioni di un locale ad universale, una forma induttiva scarsamente fondata. Il “cosmo” dei Greci, il paese del centro 中国 (Zhōngguó) che è sotto il “Cielo” (天, Tiān) per i cinesi, erano proiezioni di questo tipo, proiezioni il cui proiettore era precisamente posizionato sulla superficie di questo “mondo” che poi si è rivelato una sfera. Va de sé che la pretesa di essere centro di qualcosa, stando sulla superficie di una sfera, sia infondata. Eppure, di nuovo, l’autocomprensione che gli europei hanno sviluppato a partire dal 1492, è proprio una complessa e ben infondata convinzione proprio del loro ruolo “speciale”. Questa convinzione si è poi trasferita al sistema occidentale o atlantico (Europa + Nord America) ed avvolgendo il Mondo con una rete di mercati, colonie, istituzioni locali e mondiali sempre nelle loro ben salde mani, gli europei prima e gli occidentali poi, hanno tentato di convincere il Mondo che loro ne fossero il centro. Di questo sistema di pensiero è parte fondante la narrazione storica perché in tutti i sistemi ideologici, l’interpretazione del mondo è ben più importante del mondo in quanto tale.

Accade però che, negli ultimi anni, prima si è scoperta ed appresa empiricamente la vastità e varietà della sfera, processo nato proprio dal periodo della Grandi navigazioni partito alla fine del XV° secolo, poi si sono sperimentate varie forme di interrelazioni con altri presunti centri e la pluralità dissolve con la sua stessa presenza percepita la pretesa di singolarità. Infine, percezioni (esperienze concrete) confortate da dati, hanno reso esplicito che i centri sono tanti, sono interdipendenti, sono relativi e il centro occidentale, tra l’altro, non è quanti-qualitativamente poi così massivo e soprattutto è oggi in una parabola di contrazione relativa all’espansione degli altri centri. In sede storica, ci si è posti allora il problema di come trasformare i paradigmi dello sguardo specifico (lo sguardo storico ovvero lo sguardo su ixCW_History_640x345.jpg.pagespeed.ic.mQjQBRRR2K fatti e gli eventi di uno spazio-tempo) per meglio allineare l’immagine del mondo al Mondo. Ne sta conseguendo una distruzione creatrice che abbandona progressivamente le forme epistemiche della storia otto – novecentesca e crea (sarebbe meglio dire “propone” perché si è ancora nella fase costruttiva della disciplina) una nuova forma di sguardo. Abbastanza chiaro il versante del “da cosa dobbiamo emanciparci” cioè il versante critico dell’eurocentrismo e dei suoi collaterali epistemici, ancora non ben definito il “di quali metodi e forme dobbiamo dotarci” sul versante costruttivo. Questo sguardo in transizione che ha per oggetto il mondo nella sua complessità sferica, si chiama World history[3].

Questa forma di indagine e narrazione, si accompagna in un certo senso all’ultima globalizzazione (torneremo più avanti su i problemi connessi all’uso di quest’ultimo termine). Si va dalla necessità di presentarsi al dialogo tra civiltà imposto dall’infittirsi delle interrelazioni prima finanziarie, poi economiche, poi politico-diplomatiche, in una veste meno presuntuosa (ma quanto poi convintamente è tutto da vedere), alla necessità di inglobare in saperi di ordine superiore le élite dell’ognidove che vanno a studiare nel istock-world-booksistema universitario occidentale e che non possono certo ascoltare e condividere la sbilanciata auto narrazione di chi è sentito ed ha voluto far credere a tutti di essere il centro del mondo, all’onesta presa d’atto che l’oggetto (il Mondo) impone una revisione profonda del metodo, incluso il taglio ontologico, gli oggetti ed i tempi che inquadriamo ed i giudizi di valore che sopra vi esprimiamo, implicitamente ed esplicitamente. Insomma, se c’è un Mondo, dovrà pur esserci una narrazione che lo ha in oggetto per cui anche la disciplina storica va globalizzandosi sia assumendo punti vi vista più sferici, sia rivendendo l’apriori dei tagli spazi-temporali, sia assumendo metodi ed idee da altre discipline (sociologia, economia, relazioni internazionali, geopolitica, geografia, storie culturali e dei fenomeni religiosi). Questa vocazione inter e multi – disciplinare, antiriduzionista ed antideterminista,  porta la World history verso l’iscrizione di fatto alla cultura della complessità. In effetti, la vera novità è proprio l’assunzione del Mondo come oggetto eminentemente complesso, cum – plexus, un “intrecciato assieme”.

Più in particolare, la World history, sembra adottare una ontologia sistemica che è proprio ciò che distingue alla radice, la cultura complessa da quelle precedenti. I sistemi sono popoli, stati, regioni, civiltà, aree comuni, ma anche sistemi economici, culturali, religiosi, sono dotati di parti più piccole di cui sono composti al pari delle interrelazioni tra queste. Danno vita tramite interrelazioni esterne a sistemi di ordine superiore, nascono – vivono – muoiono ereditando sostanza e vincoli dal passato, sostanza e vincoli che lasciano in eredità a quelli che vengono dopo. Sono sistemi aperti e quando li ritagliamo per isolarli dal Tutto, dobbiamo ricordarci di aver compiuto un’effrazione al solo fine di osservarli meglio. Quello che osserviamo andrebbe poi ricollocato nel contesto spazio – temporale da cui l’abbiamo estratto, nella vasta trama di cui fa naturalmente parte perché è alla logica di quella natura complessa che risponde. Per mondo, questo è il contesto geografico ed teoria-generale-sistemiambientale, per Mondo è il contesto dell’umanità e del grande flusso storico generale degli intrecci politici, economici, culturali, militari e religiosi degli spazi posti come casi temporali (stati, popoli, civiltà, aree) .

Una veloce analisi del vocabolario della materia ci rivela meglio i particolari di questa impostazione. “Casi” sono le unità d’analisi, le varietà prese in esame, “reti” sono le geometrie tipiche dei sistemi fatti di parti (i casi) e relazioni (connessioni), “scale” sono i piani di analisi che possono essere micro, medio, macro ad esempio città[4] o stati, regioni o civiltà, aree o continenti ma anche decenni, secoli, millenni. I “confronti” sono i necessari sforzi di comparazione per sancire le differenze relative ma anche le similitudini a volte invisibili allo sguardo che decide di contrastare troppo casi che ad una più attenta analisi risultano un misto meno netto, di differenze e similitudini. Tali differenze poi son reciproche e non scostamenti da uno standard dato a priori.

Un caso tipico di revisionismo comparativo da World history è stata la scoperta oggi estensivamente accertata ed accettata del fatto che la Grande divergenza tra Europa e Cina è stata fatto assai contingente e non teleologico (non era un destino fondato su inequivocabili premesse), si è manifestata solo nel XIX° e parte del XX° secolo e proviene e forse darà seguito ad una preminenza invertita, quella della Cina sull’Europa[5]. Andre Gunder Frank della scuola F.Braudel NY di I. Wallerstein, la chiama “la breve interruzione del domino asiatico” che certo è una bella inversione rispetto alla storiografia anglo-liberale basata sulle magnifiche sorti progressive del capitalismo protestante eurocentrato. E’ questo anche un caso tipico di come il taglio temporale e l’atteggiamento di studio che su esso si ha (solo presupporre vi sia stato un perché di lunga durata precedente l’osservazione dei fatti o anche verificarlo) dia luogo a due visioni ben differenti[6]. Hegel, Marx, Weber, Comte diedero per scontato vi fossero ragioni storiche di lunga durata dell’arretratezza asiatica (giudicata tale usando ad indiscusso parametro l’Occidente del XIX° secolo) e su questo costruirono per deduzione, una filosofia della storia stadiale e per 27d99a4cover23998induzione, financo delle previsioni di evoluzione o più o meno fine della storia. Il tutto nella più vasta temperie culturale già illuminista che s’era innamorata del concetto di progresso per opposizione alla “stasi” medioevale. Peccato che analizzando dati, registri, mastri della riscossione fiscale, forme similari al catasto, regimi di proprietà e contratto, tipi di tecnologie, modi di produzione e molto altro che costituisce il proprio del lavoro di indagine storica, si sia scoperto che le aree più sviluppate della Cina avessero un Pil pari a quello delle aree più sviluppate del Nord Europa ancora nella seconda metà del XVIII° secolo e ben superiore nella prima parte e nei secoli precedenti. E senza colonie e tratta degli schiavi. La Grande divergenza si manifestò solo nell’’800 e forse fu spinta da una poco nobile contingenza legata alla presenza geologica del carbon fossile in quel dell’isola britannica e da una ignobile dinamica di schiavizzazione ed espropriazione a vasto raggio, incluse le cannoniere britanniche che imposero il libero mercato dell’oppio proprio alla stessa Cina[7].

Ci sia consentita qui una breve parentesi sul capitalismo. Questa forma che qualcuno dice economica, altri socio-economica, altri stato-economica (e già la confusione testimonia della problematica complessità dell’oggetto) e che s’accompagna al concetto di “modernità”, ci appare in un modo se scambiamo la sua struttura e dinamica interna (le peripezie del “capitale”, i fasti dell’intrapresa) per la legge unica del suo essere, se cioè lo consideriamo un sistema chiuso, astraendolo dal contesto. Ben diversa ci appare se la collochiamo nello spazio-tempo storico in cui il sistema si è manifestato. L’importanza di un sempre più  vasto mercato interno di produttori e consumatori sembra una costante che aiuta (non esaurisce) nella spiegazione della traiettoria nomadica del suo centro pulsante (Genova-Venezia, Province Unite, Inghilterra – Gran Bretagna – Regno Unito ovvero dal 1689, dal 1707, dal 1801 e poi Stati Uniti d’America e forse, infine, Cina ovvero porzioni di popolazione sempre più grandi) ma soprattutto, cotone, leggi delcopcf6 parlamento, coloniali, schiavi, mercati secondari, armi e navi debbono entrare a far parte integrante della descrizione genetica tanto quanto aria, acqua, cibo ed intenzionalità autocosciente debbono esserlo della biologia umana. Mano invisibile e plusvalore nell’un caso, ci sembreranno leggi impersonali di un sistema che ha del meta-fisico, dipendenza dalla sfruttamento di differenze (di costo, di natura, di qualità, di materie ed energie limitate) procacciate con colonialismo ed imperialismo, ce lo restituirà nella sua forma più propriamente fisica e molto, molto prosaica. C’è un decisivo materialismo geografico – politico – militare dell’economico che sembra, a volte, sfuggire persino ai materialisti “storici”, per non parlare del delirio liberale sull’individualismo protestante. L’accumulazione originaria proviene dalle enclosures del XVI° secolo o da quel 25% di tasse (con una media eurocontinentale del 10%) che il parlamento britannico imponeva nel XVIII° secolo i cui tre/quarti vennero poi investiti in flotta, cannoni e soldati/marinai, tratta degli schiavi, e colonie? Il miracolo della rivoluzione industriale basata sul cotone si basava sul genio innovativo ed imprenditoriale o sulle leggi del parlamento britannico che vietarono l’importazione dei manufatti in cotone di cui ovviamente l’India era leader mondiale ma non della materia prima, alla faccia del libero mercato e della ricardiana specializzazione internazionale del lavoro?

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Tornando al vocabolario della nuova impostazione storica, dopo casi, reti, sistemi, comparazioni e connessioni, un termine assai interessante è “frontiere”. Si perché questo limite degli oggetti storici si precisa nelle frontiere dello stato nazione europeo, complice una geografia naturale ben delineata, solo molto tardi. Altri oggetti, ad esempio Occidente, o Russia, o Islam hanno frontiere storiche molto più mobili ed indeterminate. L’intero Medio oriente è un oggetto dalle frontiere interne assai precarie come per altro si verifica nella cronaca odierna. Moltissimi stati “costruiti” dal colonialismo soffrono di infondatezza dei confini foriera di future guerre.  Aree come il Mediterraneo del XVI° secolo indagato dal grande F. Braudel nel monumentale doppio volume del 1949-1966[8] hanno sì le chiare frontiere fisiche del bacino ma di contro assommano stati, città, popoli, traffici, tecniche di navigazione, coste ed entroterra di un sistema ben diverso, vasto ed intrecciato, che dissolve le frontiere degli oggetti consueti (gli stati).

Ma il concetto di frontiera è assai interessante anche per un altro motivo. In linguistica, esiste il termine “creolizzazione” ovvero il formarsi di ibridazioni tra due o più sistemi linguistici. Questo fenomeno si è verificato ai confini dei sistemi linguistico – territoriali ed è stato accompagnato da ibridazioni genetiche e sb2jpg-c7056culturali (idee, religioni, cibo). C’è cioè una zona liminale dove un sistema sfiora o si sovrappone ad un altro, in cui i due vengono a mischiarsi dando vita a nuove varietà, quindi novità. Trasferito il concetto nella teoria culturale, potremmo ipotizzare che le “novità” compaiono più facilmente, lontano dal centro dei sistemi dominanti. Ritornando al nomadismo del centro egemone del sistema capitalistico lungo la storia, ogni centro successivo era in effetti la periferia di quello precedente. Tutti i filosofi greci precedenti la codifica classico-ateniese di Socrate – Platone – Aristotele provenivano dai “bordi” (Ponto – Anatolia – Magna Grecia) e non a caso iniziando dall’Anatolia (la scuola di Mileto) perché l’Anatolia altro non era che l’estrema propaggine dell’Asia e la riflessione indo – cinese e la cultura babilonese poi persiana furono l’innesco di quella incredibile storia di sviluppo del pensiero. Anche il Rinascimento sorge oltre ai confini di Roma e dello Stato pontificio ed anche la ricchezza culturale dell’Andalusia musulmana sorge alla periferia dell’Islam.

Queste zone molli ed in quanto aperte a disparate influenze, fertili al cambiamento, indicano anche una delle tre più tipiche risposte all’influenza esterna secondo la codificazione in uso nella World history : connessione – interazione, assimilazione, resistenza e conflitto. Nelle aree di creolizzazione c’è interazione ma anche quando c’è resistenza e conflitto, questa reazione retroagisce sull’interno dei sistemi che cambiano per opporsi al contagio visto come potenziale dissipazione. Le relazioni creano sempre dinamica. Ecco allora il nuovo e fertile interesse per altri concetti figli dell’interrelazione: flussi, snodi, scambi (non solo economici, anche genetici, culturali, virologici, di tecnologie, di sistemi di pensiero) influenze, prestiti, diffusione, contagio, sinergie, sincretismo e resistenze. Queste dinamiche viaggiano in su ed in giù tra il micro e il macro, tra un ordinatore e l’altro (dal politico all’economico ma anche dal culturale al militare e tra questi e gli altri, passando per il religioso, dalle idee ai fatti e viceversa), dal tempo del prima a quello del poi.

Nella definizione delle scale spaziali che tagliano l’oggetto Mondo, stato, civiltà, famiglie, villaggi o città, economia globale, appartenenza a credenze comuni (religioni) nessunaimagesrt90 rappresenta un punto privilegiato, tutte concorrono a formare il Mondo e tutte sono soggette alla regola complessa per cui il totale (il livello macro) e maggiore della somma delle parti (il livello micro). Anche queste “scale” hanno frontiere ed in queste frontiere si formano interrelazioni, determinazioni e resistenze conflittuali. Altresì, confini precisi tra individuo e comune, tra economia e politica, tra Stato e civiltà, si possono presupporre per recintare qualcosa che ci dà comodità d’espressione ma sapendo che se si va ad indagarne il tratto preciso di questi confini ci si perde spesso in una nebbia di evanescenti riferimenti contradditori.

Non meno importanti le scale temporali. Introdusse l’esistenza di questo tempo relativo lo storico F. Braudel che lo mutuò dal filosofo H. Bergson a sua volta in dialogo con la Teoria delle relatività di A. Einstein. Non solo quindi la diatriba tra tempo circolare (ciclicità, corsi e ricorsi, l’eterno ritorno) e tempo lineare (concezione tarda che induce a pensare un telos ed il progresso) ma anche quella braudeliana tra tempo degli avvenimenti, quello più lento delle congiunture e delle strutture e quello quasi immobile della geografia. Eppure la geografia stessa non è immobile e non lo è la storia ambientale mossa, ad esempio, dal nomadismo climatico. Ma soprattutto non lo è nelle nostre concezioni perché fu ad esempio la scala della nascente geologia a dare a Darwin lo scenario mentale in cui poter pensare copvt65l’evoluzione per tentativi ed errori. Le centinaia di migliaia di anni delle geologia primo ottocentesca andavano in collisione con la data di nascita del mondo presupposta dalle Scritture che un arcivescovo anglicano aveva calcolato essere nel -4004.  Non è un caso che i cristiani invece presupponessero un “pronti? Via!” con la settimana creativa della Genesi ereditata dagli Ebrei, perché solo un “Creatore” poteva esser l’artefice di cotanta intricata complessità. Per altro, solo dalla venuta di Cristo (per i musulmani di Maometto) si poteva giustificare l’esistenza della storia perché certo non era spiegabile perché Dio avesse aspettato fino a duemila anni fa per rivelarsi. Da cui il calendario occidentale che in virtù del nostro dominio sul mondo è diventato il riferimento temporale standard del mondo tutto[9]. Da cui quel fenomeno da noi più volte sottolineato del “è sempre tutto più antico di quanto credessimo” perché è culturalmente e psichicamente chiaro che se partiamo con l’Evento che dà significato al Mondo a duemila anni fa, si ritenga implicitamente che “prima” c’è stato ben poco o niente di significativo, da cui la “sorpresa” nel trovare popoli che ignari della Rivelazione, mostravano segni di antichissima civiltà poi non molto diversa dalle successive, benché del tutto ignari del Giudizio universale basato sul regolamento espresso da Dio o direttamente (Mosé, Maometto) o per delega filiale (Cristo) ma anche del “razionalismo greco” che è la versione laica dello stesso occidentalismo. Così, è ovvio l’Isis debba cancellare tutte le tracce di grande civiltà pregresse la loro Rivelazione il cui inizio data al 610. Ed è così anche ovvio che alcuni preferiscano presupporre che gli antichissimi fossero stato illuminati dagli alieni piuttosto che presupporre una più lunga durata del corso storico delle civiltà umane. Così, nella nota metafora dell’Universo ridotto a singolo giorno, se i nostri ancor molto scimmieschi progenitori compaiono al calar della sera del 31 Dicembre è ben difficile capire la logica di un dio che mette in piedi l’ambaradan e l’osserva ipnotizzato per 13,7 miliardi di anni per poi alle 23.59 mandarci (mandarlo neanche sul sasso periferico di una galassia periferica ma proprio e solo in Israele, unico centro dell’Universo) il figlio a dirci “Oplà, tutto questo è stato fatto per Voi, comportatevi bene, paradiso! Comportatevi male e …”. Insomma, le civiltà dominanti, impongono le immagini di mondo dominanti[10] e di queste fa parte anche il tempo, le scansioni, i riferimenti fondamentali.

Se non abbiamo spazio mentale per il giusto tempo, il capitalismo ci sembrerà la Rivoluzione41-2O+fUkmL._ industriale, la Rivoluzione industriale ci sembrerà figlia dell’innovazione casuale dei fattori di produzione, la modernità figlia della Rivoluzione industriale, l’Occidente figlio della modernità e così non capiremo affatto con cosa abbiamo a che fare semmai ci venisse il ghiribizzo di metterci le mani per cambiarlo[11].  I concetti di transizione, di tempo lungo[12], l’origine dei fondamenti che reggono le nostre costruzioni sociali, la scarsa causalità a l’alta casualità di molti processi, il principio di causa complessa (plurale, non lineare, contingente, con potenti retroazioni), saranno inevitabilmente stranieri ad una mente della caverna formata su potenti quanto più semplici narrazioni sincroniche al movimento delle ombre dei fenomeni e cieche alla loro più vera ed intricata sostanza complessa. Annegare lo strutturalismo sincronico nella storia diacronica è già un passo avanti per restituirci una più realistica descrizione del Mondo.

Tornando alla globalizzazione, diverso ci apparirà il significato del fenomeno se conveniamo, aprendo molto il diaframma, con gli storici che leggono reti tra civiltà già 5000 a.f. o con quelli che porzionano il tempo di questo fenomeno da 500 a.f. dall’inizio della Grandi navigazioni, o con quelli che partono dalla natura del “capitalismo” della Rivoluzione industriale di 150 a.f., o con quelli che partono dal Washington Consensus e dal neoliberismo di 30 anni fa. In effetti sarebbe più giusto leggere il fenomeno al contrario, quella finanziaria segue quella dell’impero delle merci che segue l’innovazione delle tecnologie nautiche nate dalla competizione intra-europea che è solo un caso più recente di quella rete delle civiltà mediterranee (si pensi ai Fenici) che è solo un caso locale della vocazione umana ad andare a vedere cosa c’è oltre l’orizzonte da cui il nomadismo di specie che è figlio del bipedismo autocosciente figlio della iniziale biforcazione da scimpanzé e bonobo che… . Vedremmo così che la biforcazione essenziale fu in effetti quella di 500 anni fa, quando la competizione interstatale europea (che è figlia della storia sì ma molto anche della geografia) fece da motore alle proiezioni oceaniche dei nascenti, nuovi, sistemi economici che davano a gli stati le ricchezze con cui finanziare i propri eserciti. Eserciti e navigli con cui dominare il mondo, da cui l’abnorme spesa militare  degli USA che ancora nel 2014 (fonte IISS) è pari alla somma di quelle dei successivi 10 top spender.  Così per il significato di “migrazioni” che ci può sembrare un’invenzione degli scafisti, una invenzione di chi vuole disordinare l’Europa, un naturale travaso dal poco al molto e viceversa (dal poca ricchezza alle molte opportunità ma anche dalla molta popolazione alla poca) a seconda di quanti casi consociamo, se li abbiamo appresi dalla televisione e dai giornali o se abbiamo studiato la grande storia dell’umanità, nomade per il 99,6% del suo tempo di sviluppo .

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Concludevamo un articolo precedente su “Geopolitica e comprensione del mondo” (qui), auspicando che l’allargamento del diaframma spazio – temporale delle nostre indagini, potesse portare a modificare i vari sensi con cui attribuiamo verità alle nostre convinzioni.

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In effetti, il think global – act local dei movimenti per un’altra globalizzazione, poi divenuto concetto di poco conto in quanto inflazionato e banalizzato, ha in sé una saggezza epistemica considerevole. Alla formazione di un pensiero globale, la World history porta un contributo fondamentale, precedente e fondativo di quello dell’analisi economica, culturale, geopolitica stessa. Fino ad oggi ci siamo impegnati solo a tentar di cambiare il mondo, forse dovremmo tornare prima a pensarlo in un altro modo. E’ dalla revisione del “think” che potrà scaturire un nuovo “act”?

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[1] Usiamo il maiuscolo quando lo usiamo come concetto, minuscolo quando parliamo del pianeta. Sul perché “il M/mondo” è balzato di recente alla nostra attenzione è utile anche questo filmato. Partite da 0:50 ed aspettate con calma la fine, l’esperienza del rapporto tra il tempo del filmato e l’ultimo secolo, fa parte del processo di comprensione. Qui.

[3] Ne abbiamo già parlato qui.

[4] C’è una fascinazione in ambito anglosassone per questa idea della rete globale delle città. Convergono fatti (il mondo si sta progressivamente inurbando sempre più), leguin-bookproiezioni (il “desiderio” di superare la forma stato o stato-nazione), risonanze (un libero mercato totale, sovranazionale) ed opportunità (democrazia cittadina). George Modelski, World Cities, -3000 to 2000 (dal 3000 a.c. al 2000 d.c. = 5000 anni di storia), Faros, 2000 ma anche Saskia Sassen, Global Networks, Linked Cities, Routledge, 2002, ne hanno esaminato i contorni, seguiti dello storico Peter James Taylor (2004). La Sassen ci dice che l’idea è sviluppata anche in ambito progressista, c’è infatti anche uno sviluppo  teorico della democrazia diretta cittadina da Benjamin R. Barber a Herman Daly che si riconnette al filone anarco-municipalista di Murray Bookchin. A Bookchin si richiama la “svolta” del PKK impressa da Ocalan, a cui si richiamano la comunità curde del Rojava (Siria).

[5] Del seminale libro di Kenneth Pomeranz abbiamo dato conto qui. Si affianca Roy Bin Wong ( caso tipico di storico globalizzato nato in Cina ma direttore dell’UCLA Asia Institute di Los Angeles) China Trasformed: Historical Change and the Limits of European Experience (Cornell U.P. 1997). Un vero e proprio shock poi, è stato scoprire che i cinesi se ne andavano in giro per gli oceani con una flotta di trecento navi ed una ammiraglia a 14 alberi, sessanta – novanta anni prima delle precarie tre caravelle di Colombo. Shock rinforzato dallo scoprire che i cinesi, poi, decisero deliberatamente di auto-affondare l’intera flotta e rinunciare così ad una conquista del mondo che avrebbe invertito il senso della storia eurocentrata. Treasure Ship 7

[6] Un altro caso di clamoroso revisionismo fu proprio l’indagine di Braudel sul lungo XVI° secolo. Si credeva che già allora il Nord Europa fosse subentrato per volume ed importanza al Mediterraneo ma la corposa indagine sulle fonti di registro e non solo, fatta da Braudel, dimostrò il contrario e estese questa resilienza mediterranea a parte del XVII° secolo.

[7] Un seminale studio di World history fu Alfred W. Crosby Jr, The Columbian 51xi24Bp2ZL._SX364_BO1,204,203,200_Exchange: Biological and Cultural Consequences of 1942, Greenwood P.G. 1972-2003. Questo studio è poi diventato un concetto largamente usato in W.h., lo “scambio colombiano” ovvero l’ineguale bilancio di dare – avere in termini di malattie infettive, piante ed animali domestici tra Europa ed America. Mentre molti amerindi morirono frustrati, violentati, infettati, molti europei si salveranno dalle cicliche carestie alimentari continentali grazie alla “patata”, tubero importato dalle Americhe. Si dovrebbe poi aggiungere il concetto del triangolo atlantico ovvero quel flusso per il quale i britannici davano in Africa specchietti e collanine in cambio di schiavi (12 milioni circa) che rivendevano nelle colonie in cambio di materie prime con un saldo finale di: specchietti e collanine in cambio di importanti materie prime (altro che plus valore!). In più aumentavano la penetrazione estera delle colonie che diventavano mercati per l’export britannico e sfogavano il proprio destabilizzante esubero demografico da crescita impetuosa, alimentando proprio il flusso dei coloni che poi annientavano le popolazioni locali. Anche la sola industria ed economie di supporto logistico a questa eccezionale proiezione oceanica fu motore di crescita come oggi la spesa militare lo è per il Pil U.S.A.. Infine, nel caso indiano e cinese, imponevano un libero mercato unidirezionale e deprimevano le economie locali più potenzialmente competitive, annichilendo i competitors.

[8] F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino, 1953-2010 due volumi.

[9] La political correctness della World history, non usa avanti – dopo Cristo (a.C. – d.C.) ma o ante evo volgare (a.e.v) – evo volgare (e.v.) o il meno, tipo Solone nacque nel – 638, il più è omesso perché implicito.

[10] Fu Marx a scoprire la legge anche se lui la osservò nel rapporto tra classi sociali e rimase spesso intrappolato nel dominio di quella della sua stessa civiltà di appartenenza di cui vedeva i conflitto interni molto meglio di quelli esterni. L’economicismo di Marx poi certo peggiorato dagli epigoni ma non inventato da questi, assimila in molti punti Marx ai liberali, era lo “spirito dei tempi”, così per il progresso teleologico, la dinamica creativa scaturita dell’innovazione produttiva, la storia hegeliana del dispotismo asiatico e seguenti stadi. Così l’esaltazione per le fratture da transizione (le rivoluzioni) che osservava dal vivo in quel della metà del XIX° secolo tanto da farla diventare una prescrizione del cambiamento storico che invece è sempre basato su transizioni con un prima ed un dopo assai lungo e contradditorio.

[11] Un altro caso classico è il concetto di “Rivoluzione neolitica”. Non ci fu alcuna “rivoluzione” tantomeno qualcuno a cui si accese la lampadina del trapianto di semi, l’inventore dell’agricoltura. Fu un processo lungo 4-5000 anni ma forse di più, in cui condizioni ambientali locali con debole ma progressivo incremento demografico portarono ad una sequenza nomadismo – seminomadismo – stanzialità con un ricorso sempre maggiore alla cura intenzionale della natura (agricoltura selvatica, orticultura, agricoltura domestica) che retroagì potenziando il processo di stanzializzazione stesso.   Certo poi, da totalmente stanziali, le comunità iniziarono una nuovo storia ma non ci arrivarono con quello che Hegel chiamava “un colpo di pistola”. Che piantando semi nascessero piante, fu probabilmente un’acquisizione molto, ma molto antica.

[12] D. Christian, Maps of Time. An Introduction to Big History, Berkeley, U.of C. Press, 2004 è un testo fondativo della Big History cioè della storia del Tutto, quella che scansiona il tempo profondo a partire dal 13.7 mld di anni fa e della quale, la World history è il segmento finale, quando l’umanità prende rilievo storico e non più solo paleo-antropologico.

BIBLIO

9788815258830BQuesto articolo attinge a piene mani all’ultimo capitolo (10) di: Eric Vanhaute, Introduzione alla World history, il Mulino, Bologna, 2015 che consigliamo senz’altro anche come base per la quantità di dati e concetti che introducono a questo sguardo.

Abbiamo già segnalato qui l’opera di W. H. McNeill, aggiungiamo anche Laura Di Fiore e Marco Meriggi, World History, Laterza, Roma-Bari, 2011.

In questo articolo e nel precedente su McNeill sono contenuti altri fondamentali riferimenti bibliografici. I testi del Mulino e di Laterza contengono tutta la bibliografia necessaria a chi volesse approfondire.

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UNA NUOVA ETA’ ASSIALE? Storia e complessità.

origine_e_senso__54512afd42938Nel 1949, il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers, pubblicava “Origine e senso della storia”, oggi riproposto dopo lunga assenza da Mimesis edizioni (2014, 28 euro). In esso vi era contenuto una osservazione divenuta poi patrimonio della riflessione dell’uomo sulla sua propria storia. La constatazione che tra l’800 ed il 200 a.e.v., si è registrata una sincronia di pensieri e di pensanti che fonda tutto quanto si è poi successivamente espresso nella formazione delle principali civiltà. Confucio, Laozi, Buddha ma anche la composizione delle Upaniṣad, Zarathustra, la composizione dell’Antico testamento, i Greci, filosofi, scienziati, storici, drammaturghi, politici ma anche mitografi come Esiodo ed Omero. Jaspers individuò questo periodo come una svolta, un tornante che s’inerpica intorno ad un asse, da cui l’uso del termine “assiale”.

Jaspers in base alle visioni e conoscenze dell’epoca, supponeva non vi fosse stata interrelazione di fatti sottostanti, queste espressioni culturali erano più o meno sincroniche nel tempo ma non furono dovute ad un contagio umano negli spazi dell’Eurasia. Quest’ultima assunzione, oggi che con l’ultima globalizzazione vediamo all’opera la più recente e potente espressione di quel fenomeno ricorsivo che è la tendenza del genere umano ad interconnettersi formando una più o meno fitta, unica, rete fatta di reti, è discussa. Un’intero comparto del’evoluzione dello sguardo storico, si sta muovendo da qualche decennio, ad assumere il mondo intero come oggetto di narrazione e riflessione, la World history. Questo tipo di storia che ha in oggetto il mondo, predilige la lettura proprio della relazioni, che si suppongono esser state vaste e profonde, sin dai tempi più antichi.

Uno dei suoi founding father è lo storico canadese, quasi centenario ma vivente, William H. McNeill che è quasi impubblicato in Italia. Di suo c’è solo un “La peste nella storia” (Res Gestae, 2012) dove McNeill analizza l’importanza che la circolazione di virus e batteri ebbe nella storia umana. Il libro originale di McNeill è del 1976 mentre il più noto -Armi, acciaio e malattie (Einaudi)- del tanto celebrato J. Diamond basato sulle stesse dinamiche, è del 1997 e quindi questo discende da quello[1]. L’assunzione dell’epidemia della Peste nera della metà del XIV°51u+T966FkL._SY344_BO1,204,203,200_ secolo in Europa, come fattore scatenante la lunga transizione dal Medioevo alla Modernità, è tesi da noi più volte riproposta. Le sue due opere più note, veri pilastri della World history, The Rise of the West. A History of Human Community (1963) e The Human Web (2003) scritto assieme al figlio (J. R. McNeill), in Italia, attendono ancora un editore. Su di lui, c’è almeno una meritoria presentazione critica ad opera di F. Leonardi e L. Maggioni, edita da Rubettino (2015) per farsi un’idea generale su questo storico che ha aperto un intero, nuovo, campo. Per gran parte di ciò che su lui diremo attingeremo a questo studio critico.

Sulla World history ritorneremo con un articolo specifico a sintesi di un piccolo studio che stiamo conducendo. Mossa dall’accompagno al movimento della globalizzazione, disciplina narrativa inizialmente ma ancor oggi per la gran parte statunitense, spazio d’indagine e riflessione sullo spazio-tempo mondiale che affianca le relazioni internazionali e la geopolitica oltre che la storia economica mondiale e la geo-storia à la Braudel, la World history ha in G. B. Vico e in J. G. Herder i suoi ideali precursori, in O. Spengler, A. J. Toynbee e P. Sorokin gli ideali continuatori e proprio in W. H. McNeill allievo (critico) di Toynbee ed I. Wallerstein allievo di F. Braudel  i veri e propri fondatori. Ma una qualche vocazione ancora più antica si può rintracciare nel greco Erodoto (V° secolo a.e.v.), nel cinese Sima Qian (II°-I° secolo a.e.v.), nel magheribino Ibn Kaldhun (XIV° secolo e.v.) il che risuona con la vocazione della materia ad allargare i confini temporali ed anche quelli spaziali. La 51BTRG1951L._SY344_BO1,204,203,200_World history ha ancora uno statuto epistemico e metodologico in formazione. Connessa alla Big history, storia del Tutto dal Big Bang ad oggi (D. G. Christian) e differente dagli studi di storia comparata per l’intento più olistico e decisamente critico ad ogni, forse inevitabile “centrismo” ovvero presupposto influente di un metro di giudizio che poi si rivela quasi sempre euro-occidentale, la World history è metodologicamente orientata a dare molta considerazione alle relazioni. Corre il sospetto possa esser mossa dalla volontà di dare tradizione alla rete degli scambi che chiamiamo globalizzazione ma di contro, non si può non convenire che, in ottica complessa, le “relazioni tra” ovvero le inter-relazioni, fanno ontologia al pari degli oggetti, delle varietà, delle cose, dei costituenti elementari. E del resto, l’idea del “doux commerce” à la Montesquieu ha una parte ideologica nell’interpretazione ma come fatto, è fatto innegabile e sin dal Paleolitico più profondo dato che in archeologia si sono trovate diverse cose a distanze tali dal loro luogo natale e naturale da presupporre  reti di scambio, tra l’altro incredibilmente estese.  Relazioni umane, commerciali, culturali, biologiche, tra aree, tra civiltà, a breve, media e lunga distanza, molto o poco intermediate, tessono una rete dell’umanità a maglie larghe che poi tendono a restringersi sempre più nel tempo. Ne consegue una ontologia regionale (cioè propria del contesto dello studio storico) fatta di civiltà (Spengler, Toynbee) o sistemi (Wallerstein e la scuola del F. Braudel Center di New York a cui si può ricondurre A. Gunder Frank e Samir Amin che leggono soprattutto i sistemi economici ed a cui si può connettere anche G. Arrighi) o reti (W. H: McNeill) e relazioni complesse (cooperative – competitive) tra queste entità.

Nella visione reti e relazioni di McNeill, il prima dell’Età assiale è fatta da piccole cittàdownloadD4 dedite per lo più al commercio e costituenti esse stesse una rete di scambi, da campagna in cui si sviluppò l’agricoltura che ha in origine stanzializzato l’uomo (potrebbe anche esser il contrario come da noi sostenuto in altri articoli ma lasciamo la questione da parte) e da agenti nomadi. Questi ultimi, hanno avuto diversi ruoli ma due in particolare: 1) hanno trasmesso idee, virus, merci, modi tessendo tra loro la rete delle reti che proprio nell’Età assiale giungerà a manifestarsi nella notata sincronia creativa[2]; 2) hanno costantemente insidiato le campagne e le città (rapendo, rapinando e distruggendo), spingendo le due stanziali, più di quanto già non fossero, ad unirsi in reti locali (proto-stati, poi imperi) da cui nascono in maniera formale e non più vaga, proprio le civiltà che daranno poi voce alla propria auto-comprensione (pensiero che pensa se stesso nella originale formulazione aristotelica poi ripresa da Jaspers ma prima da Hegel a culmine del sistema dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche) nelle più alte manifestazioni culturali del Periodo assiale. Campagna-città vs nomadi è il pattern che i primi chiameranno civiltà vs barbarie, il nomade è il barbaro tanto in occidente, quanto in oriente, poiché la storia l’hanno scritta gli stanziali. Il dopo l’Età assiale continua questa dialettica con fasi alterne in cui i barbari segnano due momenti di gloria (“gloria” relativamente ad un loro supposto punto di vista), la distruzione della civiltà greco-romana e l’invasione di tutto l’Occidente da cui, ricordiamolo, nasceranno lo spirito franco-31TjahJIgoL._BO1,204,203,200_germanico, quello anglo-sassone, quello scandinavo-vichingo ma anche quello meno noto iberico-goto e l’orda mongolica (ma poi anche turco-altaica ed in Asia, quella mancese) che premerà su i confini occidentali ma anche sull’islam e viepiù sulla civiltà cinese, sovrapponendosi come strato costitutivo di quest’ultima.

I nomadi (ed i semi-nomadi che ne sono sotto-sistema) provengono dal profondo passato e sono il nostro stesso “come eravamo” più antico, un “come eravamo” che avendo agito per lungo tempo nel registro pre-istorico, ha determinato molta selezione caratteriale i cui risultati confliggono oggi con altri caratteri, propri invece della formazione stanziale e macro-gruppale, che è poi la condizione estesa dell’umanità contemporanea. Il civile incorpora la sua anima barbara, da cui molti conflitti psico-antropologici, così come nel cervello a tre-strati di MacLean. Nella cosiddetta “ipotesi indoeuropea”, ipotesi a lungo rimossa e rifiutata, ancor oggi incerta e sebbene io non segua da tempo l’aggiornamento degli studi specifici e quindi non in grado di dettagliarne gli aggiornamenti, ormai accettata anche se ancora con statuto incerto, questa centralità dei nomadi euroasiatici che avrebbero essi stessi tessuto l’ecumene da cui la rete delle reti dell’umanità di McNeill, dice che anche prima del prima dell’età assiale, i nomadi furono modellatori di storia[3]. Fu probabilmente questa dinamica del movimento, ancora più antica degli indoeuropei, a determinare quel risultato, accolto con sollievo e sorpresa, con cui gli studi genetici di Cavalli Sforza hanno dimostrato, a livello di biologia molecolare, che le razze non esistono[4] e la nostra varianza genetica è davvero minima, appena un po’ più significativa tra africani e tutti gli altri popoli dell’Eurasia, della Americhe e dell’Oceania. Accoppiandosi nel lungo tempo, tutti con tutti, la varianza genica si è annullata. Ma se le razze non esistono ma esistono le differenze tra i popoli (le differenze socio-culturali non quelle della genetica dell’aspetto che sono semplici e limitati adattamenti all’ambiente locale come gli occhi a mandorla, i capelli biondi e la pelle olivastra), molte di queste differenze sono state determinate da una complessa dialetticacopcd5 tra speciazione geografica ed interrelazione a medio-lungo raggio, nonché dalla continua frizione tra stanziali e nomadi. I primi crescenti (stanziali) ed infine vincenti, hanno lentamente occupato tutti i territori determinando anche solo per massa critica, il soffocamento dei secondi (nomadi). Ma i secondi, precipitando ricorsivamente su i primi, non solo ne hanno stimolato il discontinuo cambiamento ma ne hanno poi, in molti casi, assunto anche la leadership diventandone spesso l’élite di potere. Anche solo la continua frizione poi, è stata motore di quella corsa a gli armamenti che retroagendo sulla tecnica ha portato benefici secondari anche non strettamente di tipo bellico.  E’ dagli iberico-goti che discende l’aristocrazia spagnola e portoghese che lancerà la modernità con le imprese di Colombo, Magellano, Vasco de Gama, Bartolomeo Diaz, nomadi del mare, è dai franchi che discende quella francese poi formatrice del primo stato-nazione, è dai germani danubiani che discende l’Impero austro-ungarico prima e dai balto-svevi la Prussia poi, è sempre dai germani e dai baltici che discesero le leghe commerciali che poi fecero grande Amsterdam capitale del secondo capitalismo (secondo al primo italiano e precedente il terzo, inglese) nonché altra fonte di nomadismo marino che giungerà sino al Giappone ed è puro spirito barbaro quello che informa la tradizione anglo-sassone poi assurta ai fasti dell’Impero inglese prima ed a quello “informale” statunitense poi. Ma nomadi erano anche le tribù a cui un commerciante, quel Muhammad che molto apprese seguendo lo zio in Siria, diede “la religione che fa il popolo” mutuando forse l’idea da quell’altro popolo senza terra che s’era definito proprio e solo per la condivisione della religione, dell’essere uno (popolo) perché si è figli dell’Uno (dio), gli ebrei.  E nomadi centro-asiatici erano d’origine anche i turchi poi convertiti all’islam che fecero l’Impero ottomano così come nomadi erano state le élite indoeuropee che avevano sottomesso i dravidici in India ponendo quel 51AEuUbYNHL._SX313_BO1,204,203,200_sistema delle caste di cui loro erano il vertice e gli altri, gli intoccabili. Infine, nomadi furono anche gli Unni siberiani e le dinastie mongole e mancesi che dominarono il Celeste impero per più di tre secoli e mezzo.

I rapporti tra stanziali (agricoli ed urbani) e nomadi (pastori, ex cacciatori) non furono sempre e solo di conflitto. Spesso i nomadi, furono anche commercianti e quindi in dialogo con gli stanziali, dialogo che favorì l’impollinazione culturale, la diffusione, l’irradiazione. Venditori e compratori, la sera seduti davanti al fuoco, si sono scambiati chissà quante narrazioni, sogni , misteri, interpretazioni[5]. Altre volte, proprio verso la fine del nomadismo per pura mancanza di spazio, gli urbani in genere più ricchi ed ormai a capo di sistemi più grandi come gli stati o gi imperi, assunsero i nomadi come soldati o come polizia interna per controllare gli agricoli che sono gli unici, veri comunitari con tendenza al pacifismo e a costruzioni mentali più materiali o spiritual-naturali, tanto quanto gli altri tendono alla gerarchia bellica ed alle costruzioni più meta-fisiche. Non è un caso che il Male sia l’agricoltore cioè Caino e la vittima (il Bene secondo una partizione che gli ebrei formalizzarono probabilmente nel soggiorno babilonese, influenzati dai sacerdoti zoroastriani) sia il pastore, cioè Abele, dato che la narrazione origina da popolo di pastori, quindi nomadi (o semi-nomadi). E’ poi bizzarro constatare che il nocciolo del monoteismo che oggi conta più del 50% di adepti nel mondo fosse dal punto di vista nomade quando i suoi credenti sono tutti stanziali. Anche l’altro corno monoteistico, l’islam, sura Va Al Ma’ida del Corano, ne riprenda e ribadisce i temi[6]. Sin dalla elevazione di un dio su glicopby89 altri, movimento che forse iniziò all’interno della cosmo-teologia indoeuropea con la superiorità del dio celeste (che poi incontrerà e sottometterà la dea terricola, spedendola sottoterra), i monoteismi riflettono quel dominio maschile, guerriero, metafisico che è parte della più tipica tripartizione culturale dei nomadi. E non è quindi ancora un caso che ebrei e musulmani originino entrambi anche da forti tradizioni commerciali, l’altra faccia del reticolo nomade, come l’élite anglosassone del “libero scambio” che oggi domina l’Occidente.  L’intera impresa monoteistica, propria dell’Età assiale, va a cementare addensamento ed Uno sopra un precedente di dispersione e di Molteplice riflesso nei vari politeismi, la formazione delle civiltà condensa precedenti reti a maglie larghe. Questa transizione verso comunità più grandi del raggio immediato, provocherà l’esplosione delle riflessioni etiche (Confucio), esistenzial-escatologiche (India), sulle norme sociali ed il destino (Avesta, Antico testamento), sul posto dell’uomo nel vasto mondo anche di tipo scientifico e politico (Greci), più o meno tutti, con il ricorso ad una qualche garanzia trascendentale (il Cielo, uno più dei, le Idee, il Motore immobile). La ricca esplosione assiale, registra la rottura dei precedenti ordini larghi ed all’interno dei nuovi ordini stretti, s’interroga sul nuovo posto dell’uomo nel mondo.

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La progressione delle fasi nella abitazione umana del pianeta, segna tratti sempre più brevi delle sue diverse configurazioni in ragione della sempre maggiore densità abitativa che nell’ultimo secolo ha compiuto un balzo geometrico (quattro volte di più) ed in ragione copvg6anche delle aumentate interrelazioni. L’intensificazione delle interrelazioni è stata naturale dato l’aumento degli umani e dei loro sistemi sociali e politici ma si è poi ulteriormente potenziata col fatto che prima solo nell’Occidente, poi nel mondo intero, si è adottato un modo economico fortemente dipendente da gli scambi. In più ed in conseguenza di tutti i fattori, il salto tecnologico che ha moltiplicato potenza e velocità delle possibilità di contatto e degli scambi stessi. E’ naturale allora, sia la rottura di tutti gli ordini precedenti (da cui il crollo dell’ordine internazionale dell’89, la nuova Guerra fredda USA vs Russia – Cina, il riassetto mediorientale, la crisi ontologica europea), sia quel senso di accelerazione della storia a cui stiamo assistendo, interdetti e preoccupati.

Ma l’esaltazione per la scoperta ed il ruolo delle interrelazioni, non deve far perdere di vista i sistemi che partecipano alla creazione e diffusione delle nuova Rete dell’umanità. Questi sistemi cercano le interrelazioni o ne sono soggetti ma non importano solo ordine (idee, merci, materie), più spesso anche disordine (idee, virus, interessi divergenti, novità destabilizzanti) e quindi a volte si aprono del tutto fiduciosi per poi ritrarsi nell’auto difesa. Proprio gli ultimi sessanta anni, vedono moltiplicarsi per quattro gli Stati del mondo, Europa e Medio oriente si fratturano lì dove si era giunti ad una qualche unità di ordine superiore (Jugoslavia, nuovi indipendentismi, Siria-Iraq), il “popolo” concetto dai contorni vaghi, spaventato dal disordine globale sta reclamando nuove autonomie di nuovo in Europa ma forse presto anche in Africa e nelle tormentate e liquide terre euroasiatiche (Caucaso, centro-Asia). Dei due principali contraenti il progetto di intensificazione intenzionale della globalizzazione, Stati Uniti e Cina, i primi sembrano voler rimbalzare ed alzare i muri di una nuova coesione occidentale, un nuovo West vs the Rest tra l’altro proprio contro i secondi che51T9091TZPL._SX331_BO1,204,203,200_ invece, con il doppio filo della Vie della Seta (terrestre e marittima), vorrebbero tessere una nuova trama euroasiatica fitta e sempre più intensa. La Penelope statunitense, di notte, cerca di sfilacciare la trama tessuta della Penelope cinese, di giorno. Le civiltà, avvertite del pericolo di dissolvimento in un ecumene indifferenziato e riconsiderate dai sottostanti popoli spaventati dal nuovo disordine globale, rispolverano le identità. L’islam prende posture di chiusura similmente a quanto fece già nel XII° secolo dopo la gloriosa stagione abbaside, l’India storicamente tollerante riscopre la sua identità religiosa esclusiva, i cinesi rispolverano Confucio, i russi la conflittuale identità spiritual-ortodossa, i sudamericani si emancipano dall’occidentalismo e gli africani, in potente crescita demografica, non tarderanno a sedersi al tavolo delle rivendicazioni identitarie dovendo recuperare veri e propri secoli di ritardo nel processo di auto identificazione. Gli europei, non hanno potuto più di tanto lamentarsi della globalizzazione poiché, in quanto colonia statunitense, sono stati arruolati nella costruzione attiva del processo (più che altro le loro élite) ma di fronte ai nuovi nomadi delle migrazioni, rischiano di rimbalzare anche loro nel rifugio identitario con l’aggravante di non saper più neanche bene dove ritrovarla l’identità, visto che alla tiritera giudaico-greco-cristiana andrebbe aggiunta la franco-anglo-americana-tecno-scientifica in un costrutto che più che un’identità sembra un politeismo dei valori organizzato da un dadaista. In breve, la nota dialettica cooperazione – competizione, mossa a sua volta dagli ordinatori economici e militari sembra sul punto  di invertire i suoi fattori rallentando la corsa all’unificazione economico-cosmopolitica e riprendendo il radicamento nel guardingo nomos della terra.

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Teniamo questo discorso aperto, ci torneremo su nella ricerca che stiamo facendo su questo nuovo modo di fare storia che è la World history. Diciamo solo che per quanto gli storici indaghino società, sviluppo delle reti commerciali, civiltà e stati, incluso il ruolo essenziale che l’ordine militare ha avuto nello scrivere i volumi dell’enciclopedia storica (ad esempio nella formazione europea) e ben attenti a leggere l’imprescindibile contesto geo-ambientale, pur essendo validamente coadiuvati per il presente dagli studiosi di relazioni internazionali e geopolitica, per quanto 9788815258830Bgli economisti siano oggi più che ben informati sulle molteplici dimensioni dell’ordine economico planetario ed alcuni storici (ad esempio Pomeranz) abbiano chiarito la relatività del dominio occidentale nella storia economica dei secoli passati, sebbene sociologi e storici della cultura sappiano delle molteplici sfaccettature del cristianesimo, dell’islam, dell’induismo e del confucianesimo e gli antropologi siano ben avvertiti della molteplicità e quindi relatività culturale, mancano ancora due cose per sviluppare ulteriormente il discorso sul sistema-mondo. Una è una conoscenza propria delle culture che non possono essere ridotte alla religione, né all’economia. Il discorso sulle culture umane, intese nel senso certo materiale e sociale ma anche in quel più sfuggente senso che è la mentalità, le immagini di mondo esplicite ed implicite, la tradizione del pensiero non sempre auto evidente nell’indagine dei testi o dell’arte, dei modi del pensiero collettivo, è un discorso ancora non approfondito neanche qui da noi, da occidentali per occidentali[7]. L’altra è l’improbabile eppur necessaria capacità di maneggiare tutte queste linee di conoscenza intrecciate tra loro, fuori dagli steccati disciplinari contro i quali, qui spesso argomentiamo. Come minimo, una vera World history, non potrà inizialmente che essere opera collettiva a più menti e più voci, non solo di diversi studiosi ma anche, e soprattutto, di diversi studiosi di diverse aree del mondo. Solo fari incrociati da più punti di vista ci chiariranno al meglio cos’è bordo della cosa e cosa è sua ombra, ombre dovute ai nostri punti ciechi e dalle nostre pre-comprensioni anche inconsce che ci condizionano solo per il fatto di esser nati e vissuti solo da “qualche parte” dell’immenso oggetto che abbiamo in esame, il mondo. Mondo che ha parti ma non può essere trattato “in parte”.

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Saltiamo senza conseguenza logica e con le cautele del caso alle previsioni o meglio, alle prescrizioni o forse solo ai desiderata su gli sviluppi della nostra vita nella grande casa comune. Vediamo prima quelle dei McNeill padre e figlio, come le hanno espresse nel finale della comune opera de La Rete Umana del 2003. McNeill figlio, vede una filosofia della storia del mondo e soprattutto dell’uomo che lo rende vivo (sarebbe vivo anche senza61G8iS+edAL._UY250_ l’uomo, anzi forse di più data la nostra tendenza a ridurre biodiversità, ma senza l’uomo non sarebbe pensato e raccontato) come una “evoluzione da un identità semplice alla diversità, verso una identità complessa”. Più interessante ed argomentata quella del padre, almeno secondo le fonti a noi note. McNeill padre, vede profilarsi catastrofi grandi e piccole ma con una insospettata resilienza e capacità di ripresa dell’umanità. Ma poi si butta sul giudizio prescrittivo: “… penso che abbiamo bisogno di comunità primarie, basate sulla conoscenza faccia a faccia, per avere una convivenza a lungo termine”. Comunità simili a quelle degli antenati in cui vigevano significati, valori ed obiettivi condivisi. Il problema è come far convivere questo ritorno al piccolo sistema non tagliando le complesse interrelazioni che lo legano e sempre più lo legheranno alle vocazione sempre più cosmopolitiche globali spinte dalle nostre necessità di ricchezza e potere che creano l’ordine necessario alla nostra vita, individuale e collettiva, nel complesso scenario-mondo. Come non perturbare troppo queste reti macro e come non farsi perturbare troppo da loro nel necessario micro che dobbiamo ricostruire. Una simbiosi degli ordini a vari livelli assai difficile e problematica ancorché necessaria. Un ordine dinamico delle intenzionalità umane coordinate su piccola e larga scala.

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per cooptare McNeill nella vasta e variopinta comunità del pensiero complesso. Questo appello alla dimensione faccia a faccia ben lo conosciamo, è il principio primo del funzionamento di quell’ordine politico che a sua volta si fa ordinare da quella che chiamiamo democrazia diretta. Non so come McNeill argomenti nel suo finale di libro ma da tempo anche chi scrive si è convinto che queste comunità aperte, queste “monadi con porte e finestre” sono l’unità base essenziale per scomporre il macro in micro Insieme_Sennett40e farlo funzionare sia nel micro che nel macro, di farlo cioè funzionare come “complesso”. Siamo convinti ne fosse convinto anche Leibniz, il divulgatore del bizzarro concetto di monade, che proprio il concetto di monade sia necessario come unità in cui si riflette il tutto ma a differenza di Leibniz che doveva salvaguardare il ruolo di Dio, ed era anche in opposizione al pantesimo democratico di Spinoza, pensiamo che siano fatte di parti e che debbano avere porte e finestre per avere interrelazioni con le altre monadi e per sprigionare intenzione, perché solo il concerto auto organizzato delle libere volontà reciprocamente limitate ma consapevoli, può organizzare il complesso umano che ahinoi è molto più complesso di quello naturale avendo a che fare con enti consapevoli ed intenzionali. La rete naturale delle monadi aperte[8], delle comunità del faccia a faccia, è il sistema che in terminologia politica si chiama federazione, che come studiava un altro pensatore delle relazioni tra sistemi umani, Lewis Mumford, nell’Antica Grecia si chiamavano anfizonie. Probabilmente le anfizonie, reti di tribù e prima di clan, esistevano sin dal Paleolitico profondo ma la mancanza del concetto di interrelazione nella nostra metafisica influente, le ha rese invisibili allo sguardo delle nostre indagini che tendevano a trovare tradizioni alle gerarchie ed alla composizione clan – tribù – regno – stato – impero- governo del mondo, in pieno delirio semplificatorio, analogico, teleologico.

Siamo già troppo lunghi per approfondire questo ultimo discorso che è molto complesso, inedito, per quanto -fondamentale- per aprirci ad un nuovo modo di stare al mondo, ora che il mondo lo abbiamo cambiato radicalmente sebbene i più ne siano poco consapevoli davvero e continuino a ragionarlo non solo col pensiero di qualche secolo fa ma addirittura con invisibili presupposti della mentalità di qualche migliaio di anni fa. Con la modernità, non finisce solo un’era corta quattro secoli ma anche l’era di più lunga durata che si inaugurò con quell’assiale esplosione riflessiva. Ricordiamo solo che l’Età assiale non fu scevra di guerre devastanti, di sofferenze ed ingiustizie diffuse ma che proprio ed in reazione a questo “momento di massimo disordine creativo”, uscì quella impressionante catena di pensatori e di ispirati che condizionò poi la Storia delle civiltà dei secoli e millenni successivi. Alla fine del secondo millennio e.v., le onde cavalline che hanno corso a lungo per arrivare a lambire tutto lo spazio umano del pianeta, hanno incontrato il loro obiettivo. Ora, c’è da aspettarsi il loro rimbalzo, il ritorno dell’eco che dice che il mondo è un ente finito e la nostra vita ha limite in questo ed in quello che ci pone l’Altro. Speriamo con il Vico, nei corsi ma anche nei ricorsi storici. Speriamo senza certezze, di essere alla vigilia di una nuova primavera del pensiero che s’interroghi su come stare al mondo, in quel mondo che è diventato qualcosa di profondamente nuovo e diverso da ciò che è stato nel passato. Magari rinunciando a quella antica garanzia del trascendentale o a quella moderna sulle presunte ed inesistenti leggi “scientifiche” della natura umana.

Mettendoci semplicemente e con responsabilità faccia a faccia a decidere assieme del comune destino.

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[1] La famosa “scoperta” di Diamond che quindi fu solo una brillante divulgazione di una tesi precedente, appunto di McNeill, era che i pochissimi spagnoli che aggredirono e sottomisero i popoli amerindi ben più corposi, non vi riuscirono per chissà quale aiuto della Provvidenza o genialità euro nativa ma per il semplice fatto che sterminarono quelle genti attraverso il contagio di virus e batteri per i quali gli amerindi non avevano difese immunitarie. A sua volta, l’immunizzazione spagnola, proveniva dalla lunga trasmissione978880618354GRA di virus e risposte immunitarie, dovuta alle interrelazioni nel più vasto e vario ecumene euroasiatico.

[2] Se via siano stati o no, contatti tra aree che abbiano in un certo senso “trasmesso” imput tra la Cina e la Grecia, attraverso cosa o chi ed in che misura è questione altamente speculativa. Avendo frequentato diversi campi d’indagine (linguistica, archeologia, paleo e non antropologia) ho notato questo: la maggioranza degli studiosi che si sono concentrati anche in studi comparativi ma che più che altro hanno fatto indagini sulle origini, sono per la stragrande parte convinti vi siano stati sistematici contatti tra aree umane del pianeta sin dal tempo più profondo. Altri studiosi non hanno fatto indagini o analisi specifiche di modo da sostenere il contrario, più semplicemente assumo come dato a priori che la civiltà che studiano (in genere quella occidentale ma per certi versi lo hanno fatto anche i cinesi, l’etnocentrismo è la cosa più condivisa al mondo secondo Levy Strauss) è causa sui. Da noi, la questione è particolarmente visibile a proposito dei Greci. L’auto-celebrazione dello spirito occidentale, celebra i Greci col termine “miracolo” proprio perché è altrimenti difficile spiegarne l’incredibile esplosione culturale. Basta però andarle a cercare e le interrelazioni influenti con egiziani, fenici, anatolici e mondo asiatico, compaiono abbondanti e decisamente fondanti.

[3] La questione sull’ipotesi indoeuropea è un giallo col finale ancora aperto. Da una parte l’approfondita constatazione effettuata negli studi di linguistica, che tutte le lingue europee (salvo alcune enclave minori) mostrano una possibile, pregressa, radice comune. Dall’altra questa stessa radice spiegherebbe il perché si trovino caratteri espressivi simili comparando l’ambito europeo con quello del sanscrito-indiano. Fattori di struttura culturale e delle credenze e qualche più incerto indizio archeologico, sosterrebbero l’idea vi siano stati popoli, probabilmente originari del centro euroasiatico, che ad un certo punto e per ragioni sconosciute, sciamarono violentemente e in direzione Europa, e in direzione India, via Afghanistan-Pakistan, ma forse anche in Tibet ed anche in Cina.

[4] Sollievo perché dopo la sbornia del XIX° e XX° secolo, l’aver vaporizzato il concetto di razza ha dato l’impressione si fosse eliminata del tutto, la base di possibili “cattivi pensieri”. Ma se l’implicito è la convinzione che i caratteri socio-culturali abbiano una base genetica, non esistendo apprezzabile differenza genetica, concludiamo che non esistono differenze socio-culturali? No, non esistono basi genetiche dei caratteri socio-culturali ma le differenze rimangono. Si forma così un buco terminologico poiché se, come spesso accade, l’Altro da noi non ci piace immediatamente ed anzi ci mette un po’ in allarme, non possiamo dirci razzisti (poiché effettivamente le “razze” non esistono) ma potremmo dirci “altro-fobici” o altro termine da inventare. Su “come vivere assieme non avendo nulla in comune” si veda l’ introduzione di Raniero Regni alla riedizione dell’opera di Jaspers per Mimesis che s’interroga anche sul nostro stesso titolo.

1363492[5] Vi sarebbe poi da indagare il ruolo delle donne. Negli studi di Cavalli Sforza, se ben ricordo, emergeva come fosse stata proprio l’esogamia diffusa, il primo motore della redistribuzione della varianza genica. Ma donne che sposano stranieri  (o date in spose date i costumi antichi sebbene non antichissimi, pare) o rapite, sono state anche ed a loro volta, agenti impollinatori trasferendo la cultura d’origine dentro i nuovi contesti e nelle zone liminali, insegnando ai figli quelle lingue madri che si sono poi fuse con le lingue padri generando varietà culturale.

[6] Gli ebrei poi avevano negli agricoltori antico-palestinesi i nemici con cui contendere la terra ma i musulmani, vivendo e provenendo inizialmente  dal deserto, negli agricoltori siro-mesopotamici ebbero solo vicini da conquistare.

[7] Per fare un esempio di ciò che s’intende, prenderei F. Jullien. Jullien è un filosofo9788883533013 francese ma anche un sinologo che ha condotto un lungo lavoro di trasduzione dei presupposti logico-metafisici alla base del mondo cinese e di quello occidentale. Non è solo studio di culture comparate, è studio dei presupposti logico-linguistici-gnoseologico-normativi ovvero, analisi comparata delle due sale macchine da cui originano le due famiglie storiche dell’essere e del pensare occidentale o cinese. Per fare un esempio: F. Jullien, Strategie del senso in Cina ed in Grecia, Meltemi, 2004. E’ da queste sale macchine che origina l’immagine di mondo a cui noi spesso ci riferiamo e vi si riferì anche Jaspers con un apposito libro (1919).

[8] Le monadi per il Leibniz non avevano “né porte, né finestre” erano cioè strutturalmente impedite ad avere reciproche relazioni. Riuscivano a coordinarsi sincronicamente in una armonia prestabilita da Dio, perché ognuna di esse rifletteva al suo interno l’intero mondo. Sulla genesi del concetto di monade: pagine 107 e 108 della Monadologia di Leibniz, Bompiani, 2001.

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TEMPI COMPLESSI.

Questa intervista mi è stata fatta da Paolo Bartolini (analista filosofo, counselor formatore), collaboratore per l’area cultura della rivista on line Megachip. La si trova anche qui.

Lei si occupa da anni di “complessità” declinando con rigore e ironia una critica duplice: al capitalismo globale, con la sua classe politica e imprenditoriale, e ai nemici del Sistema che continuano a ragionare adottando schemi logici vecchi almeno di due secoli. Quali sono, a suo avviso, gli errori principali di coloro che, un giorno sì e l’altro pure, vorrebbero capovolgere il capitalismo e puntualmente non vi riescono?

Appunto il fatto che un giorno e l’altro pure, tentano, non vi riescono ma non riescono neanche a cumulare qualche avanzamento sostanziale nell’opera e dopo un secolo e mezzo non si pongono la domanda su cosa non va di questo loro tentare e non riuscire. Il sistema anticapitalista ha il suo problema nella sua stessa definizione, che è negativa. L’esercizio del negativo ha ragioni logiche che rispondono a valori, ma l’ordinatore del nostro vivere associato risponde solo alla capacità che ha di fornire un qualche tipo di adattamento. Possiamo criticarlo in quantità e qualità a piacere ma fino a che non verrà progressivamente mosso, manipolato intenzionalmente, per diventare qualcos’altro che produca miglior adattamento (magari non solo materiale, ma neanche solo ideale), da una parte rimarranno idee in forma di parole, dall’altra permarranno fatti in forma di prassi. Ultimamente sono stato preso da una delle Tesi su Feuerbach di Marx ma non l’undicesima che è la più nota, bensì la seconda che, tra l’altro, dice: “E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”. Nel canone delle idee e delle prassi che hanno avuto come fine il cambiamento del nostro modo di stare al mondo si vede una certa indisponibilità all’auto-apprendimento, sembra un sistema non adattivo, non percepisce la realtà che vorrebbe modificare, non apprende dai suoi errori, è molto critico ma molto poco auto-critico, sembra indisponibile a ripensarsi con la radicalità che dovrebbe essergli propria, è immune alla falsificazione. Basato sull’astrattezza, ha prodotto metri cubi su metri cubi di librerie e biblioteche mentre il suo oggetto, ciò che critica, ha prodotto pochissimi libri ma tantissimo mondo. Del resto, questo canone, ha mostrato e mostra spesso tratti tipici di certe forme organizzate di credenza immodificabile, il dogmatismo, le scomuniche, l’impermeabilità al tempo ed al cambiamento, l’ ossessione per il Libro (il Capitale, il Manifesto, ad esempio), la formazione appunto di una “scolastica” con tanto di tentativo di subordinare la ragione alla fede, una fede inscalfibile su alcuni punti di analisi, prognosi ed anamnesi che però, non avendo prodotto ciò che dovevano produrre, andrebbero profondamente rivisitati. Ci si rivolge con passione, sebbene critica, a questo pensiero e soprattutto a coloro che ne condividono la supposta verità, perché sono queste le prime forze sulle quali si può contare per riprendere instancabilmente l’opera della trasformazione intenzionale del nostro modo di stare al mondo. Questa è una critica amica o meglio, una auto-critica.

Il primo punto, il punto originario dal quale si biforcano due diversi modi di sviluppare il discorso, è se ritenere questo modo dipendente dal gioco che s’instaura tra forze e rapporti di produzione – e tra questo sistema “materiale” e la sua proiezione “ideale” in quello che Marx chiama “modo di produzione” – o se ritenere il nostro modo di stare al mondo, una variante o diversa versione di una forma più semplice ed antica ovvero la forma gerarchica come forma d’ordine degli aggregati umani complessi. La gerarchia sociale cioè non origina dal modo di produzione e non è tentando la modifica del modo di produzione che s’annulla. Ha avuto forme di genere, di generazioni, di etnia, forme religiose, militari, politiche prima che economiche. La storia della gerarchia sociale, oggi che abbiamo qualche conoscenza archeologica ed antropologica maggiore di un secolo e mezzo fa, sembra dirci che la sua origine fu funzionale, forse addirittura delegata e solo nel tempo divenne un potere intenzionalmente conteso e difeso per ordinare tutto il complesso sociale. L’emancipazione da questa forma semplice, quella che per prima abbiamo trovato in una storia che ha solo 10.000 anni, che è ancora l’infanzia della complessità sociale umana, presuppone un percorso diverso che non modificare la proprietà dei mezzi di produzione. E’ un percorso in cui conta la massa critica e non questa o quella classe sociale, la distribuzione di conoscenza e non decisivamente questo o quel modo di organizzare il fatto economico che ne sarà conseguenza, il tempo della lenta trasformazione intenzionale e non il mito frettoloso della “rivoluzione”, la distribuzione quanto più equa ed ampia dell’intenzionalità politica e non il ruolo guida di questa o quella élite, anche di quelle “ben intenzionate”, le avanguardie che dovrebbero guidare le “masse”, termine questo che mi provoca un sussulto ogni volta che l’incontro. Già accorgersi dell’incongruità logica dell’idea omeopatica di combattere la gerarchia sociale con un sistema avanguardie/masse sarebbe un passo avanti.

Quali sono i libri e gli autori che hanno influenzato in modo profondo e corroborante le sue ricerche nel campo delle scienze, della filosofia e della critica sociale? In altre parole: può dirci qualcosa dei suoi compagni di viaggio?

Debbo premettere che la mia formazione è atipica. Ho lavorato nel “business”, addirittura in una delle sue enclave più avanzate per venticinque anni. Forse è anche per questo che quando poi sono tornato su i libri, in specie quelli di economia, ho faticato più che su quelli di fisica quantistica per capire questi signori di cosa stessero parlando. Nulla più del “verum ipsum factum” vichiano rivela il ruolo del tutto ideologico di certe costruzioni di pensiero. Tra le molte fortune che questo accidente esistenziale mi ha portato, oltre ad un senso della realtà concreta che ormai mi è istintivo, c’è stata la libertà di apprendimento: non sono stato formato dalla modellatrice istituzionale basata sulla divisione delle discipline. Credo che non sia molto chiaro il fatto che la divisione disciplinare è la forma che porta senza alternative a collezionare solo frammenti, viste frazionate, conoscenze irrelate di particolari che non hanno possibilità alcuna di riformar un generale. Forse Hegel nel suo linguaggio privato con “il vero è l’intero” voleva significare anche altro, ma trovo l’espressione geniale anche per denunciare il fatto che la parzialità specialistica degli sguardi impedisce in via di principio di porre nel pensiero gli oggetti macroscopici, l’Io, il Noi e l’Altro, il Mondo, il Tempo, le relazioni complesse che legano il tutto. E’ solo perché in cinque anni di studio l’apprendista economista non ha neanche un esame di antropologia o psicologia umana che è possibile definire dottori persone che credono nell’assunto surreale dell’homo oeconomicus. E’ solo perché il docente, anche marxista o critico, è geloso del suo recinto da cui proviene la sua posizione gerarchica che non si perisce di chiedere al collega di altra facoltà di venir a tenere almeno una lezione che aiuti a porre un po’ meno dogmaticamente ed astrattamente i fondamenti su cui poi costruire la formazione. Questo sistema di specializzazioni, nell’economia pratica, è proprio ciò che dà vita a quella forza di autorganizzazione che gli inglesi, inguaribili platonici, chiamarono “mano invisibile”. Ma nella conoscenza umana non c’è alcuna mano invisibile, c’è solo l’Io penso, l’unità di tempo e luogo in cui si accumulano le conoscenze in una unico motore mentale in grado di processarle. Marx, ad esempio, ebbe competenze nella precoce antropologia del suo tempo, praticamente inaugurò la sociologia e la storia culturale, s’infiammò nella lettura di Darwin e ne scrisse ad Engels, non gli si possono negare alte competenze nel pensiero economico, certo non era digiuno di filosofia, di diritto, di storia ed ebbe passione ma anche pratica politica attiva. Oggi, il nostro intero è molto più complesso e paradossalmente la possibilità di processarlo è molto minore di quella che ebbe Marx.

Mi scuso se non ho risposto direttamente alla domanda. Una guida molto approssimata dei pensatori della cultura della complessità, si trova sul mio sito. Ma in effetti, i miei compagni di viaggio sono stati tanti, dalla fisica alla metafisica e quello che mi sento di consigliare è proprio questo, farsi rapire da un libro di biologia, di archeologia, di world history, di geopolitica, di scienze cognitive, da Aristotele se si ha tempo, ricondizionare il proprio metodo e da ciò aprirsi a tutto l’albero delle conoscenze facendosi una idea in proprio. Dobbiamo riconquistare la capacità diffusa di indagare l’intero, altrimenti non lo cambieremo, mai.

Sul piano geopolitico il pensiero della complessità fatica a conquistare l’opinione pubblica. Ciò non stupisce ma è comunque molto grave, in quanto le crisi molteplici del presente richiederebbero di abbandonare semplificazioni e riduzionismi per essere colte al crocevia tra fattori ecologici, psicologici, culturali e politici. Può farci un esempio che renda conto dell’urgenza di un cambio di paradigma nella comprensione degli attuali (dis)equilibri fra potenze mondiali e interessi divergenti?

Come esempio possiamo prendere l’Italia e l’Europa. Partiamo dall’Italia. L’Italia è uno Stato-nazione di taglia europea, taglia europea significa relativamente piccola per ragioni storico-geografiche. Siamo divenuti un unico Stato tardi, poco prima della Germania e molto dopo la Francia e l’Inghilterra-Gran Bretagna, ma anche la Spagna. Il sistema eurocentrato ha dominato il mondo per tre secoli, poi è diventato parte di un macrosistema occidentale a perno americano con una prima corona nippo-anglosassone ed una seconda corona continentale. Nel frattempo, l’Europa, che negli anni ’70 valeva il 37% del Pil mondiale oggi vale il 24%, valeva il 21% della popolazione ed oggi vale il 7%, sia il peso Pil, sia il peso della popolazione scenderanno nei prossimi decenni, è cioè una sistema in contrazione. Un sistema in contrazione, per la forma di ordinamento che si è dato e cioè l’economia di produzione e scambio, vede progressivamente ridotte le sue condizioni di possibilità. Questa sistema in contrazione poi, non è un vero sistema, nel senso che non ha una sua soggettività, non ha una sua intenzionalità politica, economica, culturale, militare unitaria. Ha una rete di trattati il cui fondamentale è stato scritto quasi un quarto di secolo fa. Si sa che questo stato di cose ha tolto sovranità e quindi intenzione politica ai singoli stati e non per darla ad un nuovo macro-soggetto. Ma la sovranità è persa anche per quanto riguarda il fatto militare, il che è ben grave dal momento che lo Stato moderno nasce anche per prelevare con le tasse le sostanze che permettono di pagare una forza di difesa, se il soggetto non è neanche in grado di difendersi non è soggetto ma oggetto. Ed è persa per lo più anche sotto il profilo economico poiché i suoi agenti economici che competono contro altri nell’agone planetario, sono per lo più di taglia media o piccola. Un investimento in ricerca e sviluppo di una azienda italiana ma in fondo anche europea, è ridicolo se confrontato con identico di una multinazionale americana. Quindi è persa anche dal punto di vista finanziario perché società di rating, stampa finanziaria, broker, fondi privati, pensione e sovrani, sono parti di altri sistemi concorrenti ed in più mentre negli altri sistemi la banca centrale agisce attivamente nel bene del sistema paese, da noi agisce nel bene di un principio di sostanziale neutralità monetaria che favorisce solo la Germania che ha una storia di competitività produttiva che non ricorre alla valuta.

Una spinta sarebbe allora in direzione di fare di questo aggregato europeo un vero sistema, ma letture riduzioniste e specialistiche della statualità, quindi della sovranità, dicono il contrario. Dicono si debba tornare allo Stato-nazione originario, poco importa se di taglia tale da non poter credibilmente esercitare sovranità su se stesso perché troppo piccolo e debole. A questa spinta che torna al piccolo si contrappone una confusa spinta opposta ad andare verso il grande, all’unione indiscriminata di qualche centinaia di milioni di individui che hanno storie, tradizioni, linguaggi, culture, religioni e forme sociali, politiche ed economiche del tutto eterogenee. Questa idea del pensar possibile l’unione degli europei si sostiene solo con l’intuizione entusiasmata, solo non andando al dettaglio razionale di chi fa cosa, quando, come e perché. Prendete le tabelle della popolazione degli stati ipoteticamente da unire, quelle che proporzionatamente dovrebbero esprimere i rappresentanti di un ipotetico parlamento e poi ditevi se la maggioranza “latina” dominerà su quella del “Nord” o viceversa oppure se quella “occidentale” sarà dominante o dominata da quella “orientale” e ditevi se ritenete ciò possibile, se ciò possa essere accettato in base ad un astratto principio democratico che però confligge con le geo-storia concreta. Provate a prevedere se e come comporre gli interessi di un’unica politica estera, fiscale, economica tra sistemi che non riescono a fronteggiare neanche la blanda migrazione di cui siamo meta. Blanda perché al di là della nostra impreparazione al mondo complesso una cosa è certa: aumenterà e non di poco. Io credo noi si debba, per ragioni esterne ovvero di adattamento al mondo nel senso planetario, raggiungere forme più massive del singolo stato nazione europeo che ha cinque secoli di anagrafe e non è più adattativo, né sovrano su nulla visto che l’ambiente è dominato da una megafauna di stati grandi per dimensioni territoriali, materie/risorse/dimensione economico-finanziaria e/o popolazione, ma credo che per ragioni interne noi si debba prima puntare a formare sistemi che non rigettino il reciproco trapianto. Prima di passare da 20 o 30 stati ad uno, logica della progressione vorrebbe noi si passasse attraverso il già difficile compito di istituire un sistema latino-mediterraneo, un sistema del Mare del Nord, un sistema slavo-balcanico, ovviamente tenendo fuori l’Isola (il Regno Unito) che per altro non aderirà di suo a forme sistemiche sovrastatali con i continentali. Sono questi i sistemi che hanno presupposti di lingua, tradizione, cultura, religione, interessi geo-politici, sviluppo, comuni e sono solo questi i presupposti necessari per forzare un cambiamento intenzionale, un costruttivismo storico inedito e per altro assai difficile.

Il cambio di paradigma è partire dalle relazioni. Devi avere relazioni con soggetti sovrani grandi, grossi e potenti? beh allora devi raggiungere anche tu una qualche forma relativa di potenza. Nel farlo devi mettere assieme cose che sono per tradizione distinte e quindi devi stare attento a non trovarti con pezzi le cui relazioni, connessioni, condivisioni, sono impossibili o molto improbabili. Devi trovare il giusto mezzo tra l’esser qualcosa di nuovo e la possibilità fattuale di esserlo.

Che opinione si è fatto circa il presunto superamento della dicotomia Destra/Sinistra? Queste categorie e i relativi concetti vanno abbandonati o piuttosto ripensati?

La dicotomia ha origine, com’è noto, rispetto alle reciproche sedute dei rappresentanti delle Assemblee del 1789 francese, prima e dopo il 14 Luglio. Si sedevano a destra coloro che ritenevano che alcune minoranze quali la monarchia, l’aristocrazia, il clero dovessero avere qualche diritto di decisione privilegiato ed una sovra rappresentazione nelle assemblee elettive, si sedevano a sinistra coloro che ritenevano tale diritto fosse egalitario ovvero si dovesse rappresentare il corpo sociale in forme indifferenziate, al di là dell’origine, il censo, il ruolo sociale, su pura base quantitativa. Nel contesto storico specifico quindi, era una dicotomia relativa alla dicotomia politica storica (presente in scritto sin dalla Politica di Aristotele ma in vivo probabilmente da molto prima, senz’altro dalla riforma di Clistene e secondo alcuni anche da Solone, forse con tracce anche in Eraclito, Vi°-V° secolo a.c.) tra oligarchici e democratici ovvero la dicotomia concettuale che vede un privilegio di capacità o diritto di decisione dell’intenzione politica della comunità nei Pochi (destra) o nei Molti, per approssimazione dei Tutti (sinistra). Su questa fondazione dei termini della dicotomia si è poi sovrapposto tutto il XIX° e XX° secolo, socialismi, comunismi, fascismi, progressismi e conservatorismi. Mi pare ci siano però pochi dubbi sul fatto che le lotte per l’estensione del diritto di voto, per una maggior eguaglianza dei diritti e dei doveri, dei redditi, della formazione, dell’educazione ed dell’informazione, nonché correttivi delle ineguaglianze come la fiscalità progressiva e l’erogazione di prestazioni sociali generalizzate, siano state battaglie definibili di sinistra in accordo al significato originale. Non trovo nel registro storico alcuna presenza di destra in quei movimenti ed atti politici.

Poiché la dicotomia fondamentale, quella dei Molti vs i Pochi permane e segna l’intera storia delle società umane complesse, cioè le società che originano a partire da 10.000 anni fa, non vedo ragioni per ritenerla estinta.

Chi sostiene questo superamento, obietta che trattandosi di un problema di sovranità (chi decide l’intenzione politica delle comunità?), il problema della sovranità, oggi, si configura come una lotta tra organismi economici sistemici (BM, FMI, BCE, NATO etc.) e l’egemone imperiale (USA) da una parte e i popoli ripartiti in stati (nazione?) dall’altra, e che questa partizione non coincide con quella in oggetto. Ma questo fatto non vedo come possa annichilire la dicotomia, questo fatto che è indubitabile, dice solo che la dicotomia è trasferita in una tricotomia per la quale permangono coloro che condividono l’idea che la comunità e solo la comunità debba decidere di sé (autonomia) ed una terza posizione che pensa che le comunità debbano sciogliersi in un ordine economico – finanziario – culturale vagamente cosmopolita ma che poi, in realtà, è a sua volta ordinato da un centro imperiale, quindi militare e politico ben preciso, precisamente anglosassone e decisivamente statunitense (eteronomia). Ora, le due posizioni dicotomiche che prima coprivano l’universo politico ed oggi ne coprono solo una parte, possono ben convenire sul fatto di voler escludere il terzo che punta ad un sistema di tipo logico diverso (economico vs politico), così come cattolici conservatori e financo preti da una parte e comunisti rivoluzionari financo atei dall’altra, cooperarono contro il terzo fascista ma questo nuovo fronte d’ingaggio non sospende il fatto che, ripristinata la sovranità nella comunità, la dicotomia si tornerà ad esprimere né più e né meno per come si espressa storicamente. La tricotomia si presentò con assetti diversi anche quando USA e URSS cooperarono contro la Germania nazista ma nessuno si sognò di dire che le categorie comunismo – capitalismo erano desuete perché cooperavano contro un terzo che volevano escludere (tertium non datur!). Anche la destra estrema italiana post bellica collaborò tramite servizi segreti e non solo, con la CIA quindi col “nemico americano”, nella lotta contro la sinistra e lo fece rimanendo apparentemente anti-capitalista ed anti-imperialista, in taluni casi. Così oggi vedo un po’ di confusione nel fronte anti-capitalista in cui si trovano sovranisti, nazionalisti, russi ortodossi, la Chiesa cattolica, l’islam militante oltre che socialisti, comunisti, anarchici, democratici radicali, quasi che l’anticapitalismo dell’YPG e quello dell’Isis (ammesso sia tale) debbano portare ad un loro affratellamento che, in effetti, è semplicemente impossibile. Il nemico del mio nemico può anche essere, rispetto a un diverso contesto, momentaneamente mio “amico”, ma la tattica è di tipo logico inferiore alla strategia.

Infine, per non smarrire la diritta via, consiglierei di pensare le categorie non solo in forma negativa ovvero “contro” chi o cosa combattiamo, ma anche in forma “positiva”, per chi e cosa combattiamo. E lo consiglio perché è questa l’essenza del “politico” che è l’ambito in cui agiscono queste categorie: si è contro qualcosa perché si è favore di qualcos’altro, non perché si crede a priori nella “potenza del negativo”. Posso anche convenire tatticamente con chi condivide l’opposizione al terzo ordine, ma quando poi ci confrontiamo positivamente su quale ordine politico darsi e come ordinarlo praticamente, con chi crede nella naturale ineguaglianza e crede giusta tale asimmetria non ho nulla a che spartire ed anzi, ritrovo subito ciò che Schmitt chiamava “il nemico”. Sull’urgenza di superare la dicotomia, non vorrei agisse la tenace convinzione di fondo di forme di pensiero tardo hegeliano sempre in caccia del veritativo Aufhebung (superamento, appunto) che confermi che il motore della Storia, come quello delle idee, è dialettico. In effetti, questa “furia del dileguare” la dicotomia sembra più un urgenza di certi intellettuali che, pur essendolo, non si vogliono più definire di sinistra. La destra politica mi sembra ancor bene convinta delle sue ragioni e delle sue definizioni e il fatto che la sinistra sia smarrita riguarda questo ramo della dicotomia non la sua sussistenza.

Arriviamo al “Cosa fare?”. Riaggiornando Marx, non ritiene che il mondo possa essere cambiato solo dopo essere stato interpretato adeguatamente? Come si pone il pensiero della complessità dinnanzi alla coppia concettuale dei fatti e delle interpretazioni?

Credo che Marx, nella famosa undicesima tesi, non dica che il mondo vada cambiato senza interpretarlo ma che la stessa interpretazione filosofica dovrebbe avere a traguardo il cambiamento e verificare nel mondo reale se riesce a produrre questo cambiamento, altrimenti come dice la seconda tesi, la verità di quel pensiero è nulla e la disputa sulla sua verità diventa scolastica. Da questo punto di vista si segnalano tre fatti: 1) il pensiero di Marx ha centotrenta o più anni ed essendo come diceva Hegel “tempo appreso nel pensiero” mostra la sua storicità; 2) alla verifica della sua capacità di aiutare il cambiamento mostra risultati modesti o contradditori; 3) lo scenario stato-nazionale europeo (stante che Germania ed Italia non erano neanche Stati ai tempi di Hegel e iniziarono ad esserlo ai tempi d Marx) di un mondo di un miliardo di persone debolmente connesse non è lo scenario con 200 stati nazione in un mondo di 7 e passa miliardi di persone fortemente connesse . Marx è stato forse l’ultimo aspirante sistemico in filosofia, che è comunque l’ambito del pensiero umano che guida l’azione sul mondo in senso ampio e generale, dopo di lui però non si è presentato nessuno con l’intenzione e la capacità di creare un nuovo quasi-sistema o un sistema propriamente detto in grado di ospitare-superare quello di Marx. Non è stato un caso, si è formato un vero super-paradigma della divisione dei saperi e delle competenze in accordo analogico con il tipo di formazione degli agenti economici che debbono operare nel gioco che è il mercato che ha agito da vero e proprio divieto. In più, il suo quasi-sistema è entrato a far parte di concrete dinamiche storico politiche (rivoluzioni, stati socialisti, partiti, sindacati e movimenti politici vari) che lo hanno imbalsamato e non vi è stata più disponibilità a problematizzarlo per una riforma a più voci, mani, menti. O meglio, pensieri che potessero modificare qualche erronea assunzione ivi contenuta sono stati anche formulati ma l’adozione del “libro” (il Capitale, il Manifesto) a fondamento ideologico oltreché la mancanza di pensatori sistemici ed anzi, una sorta di paradossale divieto e sistematizzare come se questo sistematizzare portasse di per sé a forme totalitarie, hanno paralizzato l’evoluzione di quella che rimane la principale se non l’unica tradizione umana di attivo ingaggio per cambiare lo stato di cose del mondo. Da cui lo stato di cose attuale.

Uno stato di cose che a fronte di ripetute manifestazioni di dissesto e disfunzione delle immagini di mondo e del mondo che queste ordinano, intendendo con ciò quelle dominanti, non presenta alcun vero fermento di cambiamento. Cioè dovremmo cambiare molto ed anche con una certa urgenza, è questa una sensazione tra l’altro molto più ampia dell’ambito che la razionalizza teoricamente, dovremmo cioè cambiare radicalmente per necessità e non più solo per volontà (“a calci nel culo” secondo la felice espressione usata recentemente da M. Cacciari), eppure poco o nulla si muove davvero. Il problema, credo, è proprio che il complesso sociale, si muove quando ha un posto dove andare, posto, tempi, modi, tappe, forme, ragioni fondate più che sulle sensazioni su conforti razionali, insomma una strategia con un fine positivo. Il solo fine negativo non è un telos, ordina solo la distruzione a non ordina nel senso di dare ordine.

La cultura della complessità non dice, come pensava Hayek, che non si debba tentare il progetto umano di forme complesse e dinamiche, dice solo che tale progetto non può essere deterministico e riducibile ad un unico principio. Dice inoltre che per vivere, i sistemi passano il vaglio dell’adattamento, adattamento ambientale ed a gli altri sistemi. Essendo quindi la nostra epoca complessa, lo è e sempre più lo sarà, il pensiero orientato al mondo, alla sua costruzione intenzionale, dovrebbe assumere le forme del sistema ed al contempo aprirsi a forme di verità di cui ben si comprende lo statuto di relazione a presupposti e contingenze. Verità provvisorie (che è poi lo statuto naturale della verità sebbene a noi piaccia pensare platonicamente l’indipendenza della verità dal tempo), tentativi ed errori con riformulazione continua del sistema interpretativo a cui ricorriamo per orientare l’agire. Non abbiamo prioritariamente bisogno di un preciso disegno di come le cose dovrebbero essere, abbiamo bisogno di un sistema dinamico per dargli la possibilità di essere. L’economico ha il mercato, il politico dovrebbe avere la democrazia radicale. Guardi, c’è una brutta notizia da dare a chi sogna un mondo migliore. Non c’è modo di cambiare decisivamente il mondo ed il modo di stare al mondo dei complessi sociali che dia effetti lungo l’arco di una singola vita, noi questo “modo e mondo migliore” non lo vedremo mai. Il “capitalismo” nasce nel XVI° secolo, se non prima per certi aspetti, come si può pensare di superarlo martedì prossimo facendo a), b) e poi c)?

Se mi posso permettere, a chiusura, vorrei concludere con una sintesi. L’era moderna origina nel XV° secolo sebbene poi abbia impiegato secoli per dispiegarsi completamente. La sua essenza è che per la prima volta i sistemi di vita associata hanno adottato l’economico come ordinatore, per me il materialismo storico è una ottima descrizione del moderno non della storia complessiva. L’economico ha subordinato il politico, da subito, dal 1689 con l’istituzione del parlamento inglese rappresentativo. La forma economica interna che l’ordinatore ha sviluppato è peculiare ma non è decisiva tant’è che si è trasformata più e più volte, in questo senso quello che vedo come obiettivo è superare l’econocrazia anche perché non è più una forma adattativa per molte ragioni, da quelle geo-politiche e quelle ambientali. E’ chiaro che quando l’economico sarà subordinato al politico e questo alla democrazia naturale (cioè non quella bizzarra forma che è la democrazia rappresentativa con elezioni ogni quattro – cinque anni), il capitalismo cesserà di essere quello che è e le forme economiche (private, pubbliche, cooperative, bene-comunitarie che poi significa propriamente proprietà democratica inintermediata, una cosa difficilissima) torneranno plurali ed embedded al complesso sociale. Tra l’altro siamo pieni di cose e quelle nuove o di sostituzione le produciamo in tempi sempre minori, quindi è ora di ridurre il nostro tempo-lavoro in forme generalizzate anche perché tenendo fisse le otto ore si forma disoccupazione strutturale. Noi dovremmo concentrarci su come costruirci una casa, un focolare radicalmente democratico non sulla presa del palazzo d’Inverno, altrimenti l’inverno del nostro scontento sarà molto lungo e molto freddo.

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GEOPOLITICA E COMPRENSIONE DEL MONDO.

                                               Il sole è non soltanto, come dice Eraclito, “nuovo ogni giorno”, ma è sempre continuamente nuovo.

                             Frammenti di Eraclito in Diels – Kranz, frammento 6 riferito da Aristotele

 

il-mondo-nel-2016-in-200-mappeUscito di recente, “Il mondo nel 2016 in 200 mappe” per i tipi della Leg edizioni di Gorizia, a cura di Frank Tétart, offre una buona panoramica su i costituenti geopolitici del mondo attuale ed a venire. Il volume è una guida che mira allo sguardo panoramico, sintetico e non particolarmente approfondito, sebbene abbastanza ampio e completo. Forse si sorvola con un po’ troppa leggerezza sull’intera questione medio-orientale ma poiché Wikipedia.fra c’informa che il compilatore insegna, tra l’altro, negli Emirati Arabi Uniti, si capisce l’auto-censura. Cinque le sezioni: attori geopolitici, guerre – conflitti e tensioni, problemi ambientali, globalizzazione, aspetti sovrastrutturali. E’ una buona introduzione alla complessità delle rete di variabili che tessono l’ordito geopolitico del pianeta, niente di che, ma un buon entry-level per approcciare la questione.

L’attenzione per la geopolitica, anche in Italia, sta moderatamente crescendo. Buone le vendite per Internazionale (che è una rivista di fatti internazionali e non di geopolitica), cresce anche Limes che varia  le sua offerte di accesso on line per far lavorare meglio l’archivio. Accanto, pubblicazioni più specifiche di buon livello come Eurasia e Geopolitica rivista dell’IsAG mentre rimane fisso l’appuntamento con l’Atlante Treccani in collaborazione con l’ISPI, la cui edizione 2015 (pubblicazione nata nel 2012) si presentacopertina-atlante2okDRITTA poderosa ed utile. Tradizionale ormai, l’appuntamento annuale con l’agile “Il mondo in cifre”, versione italiana del Pocket World in Figures dell’Economist. Cresce il numero di articoli ed analisi on-line ed a seguito al fenomeno Isis – Siraq, si è presentata se non la materia almeno parte dei suoi argomenti, anche in prima serata tv (sopratutto la 7). Ancora un po’ in ritardo l’offerta editoriale che pubblica per lo più il mainstream statunitense (Kissinger, Nye, Kupchan, Joffe, Zakaria) o non americana (Attali, Khanna) mentre, per fortuna, si è placata la foga pubblicistica del neocon Kagan. Di italiano c’è ben poco oltre al generale C. Jean. Si ampliano invece gli sguardi settoriali, “geopolitica de”: l’acqua, le energie, le linee logistiche, il cibo, la sicurezza informatica, lo Spazio, il Medio Oriente, la Cina, l’Africa, il Mediterraneo oltre naturalmente alla doverosa attenzione per i conflitti, quello ucraino (poca) quello siro-iracheno/Isis (molta). Qualcosa si muove anche a livello di conoscenza della teoria con i contributi di P. Chiantera Stutte (Il pensiero geopolitico, Carocci, 2014) e quelli di G. Lizza. Adelphi ha addirittura trovato il coraggio di sparar fuori per ben 60 euro le 527 pagine di “Stato, grande spazio, nomos” di Carl Schmitt.

In Italia, la materia non ha comunque tradizione visto che non siamo mai stati una vera potenza coloniale, non abbiamo vere multinazionali, siamo in sostanza una felice colonia 1993_1-2_guerra_Europaamericana, spesso etero-diretta dai britannici e la nostra convinzione di vivere nel miglior posto del pianeta non ci ha reso molto curiosi dell’altrove. Le nostre due principali tradizioni di pensiero, quella classicista – idealista e quello marxista, sono entrambe fondamentalmente eurocentriche e fanno fatica a processare sistemi, per noi atipici, come quello asiatico o islamico o africano. La globalizzazione l’abbiamo per lo più subita. L’Altro del mondo si presenta con i cenci del migrante posizionato tra il fastidioso e l’inquietante. Basta andare all’estero per trovare connazionali che si lamentano per la cottura dello spaghetto e pretendono di farsi capire declinando un italiano sillabato ad alta voce con utilizzo del tempo infinito come passepartout linguistico universale, per capire che il nostro eros verso il mondo è assai basso. Il piccolo bacino che alimenta l’expertise italiano è fatto spesso di generali che hanno avuto qualche formazione o ruolo nella NATO.

Pur se tendiamo ad ignorare il mondo però, il mondo tende sempre più a farsi notare. La prima settimana dell’anno ha segnato: 1) scoppio ed escalation di tensione tra Arabia Saudita ed Iran; 2) annuncio di possedere armi atomiche all’idrogeno da parte della Corea del Nord; 3) crolli a ripetizione delle borse cinesi e poi asiatiche con treni d’onda arrivati sin da noi; 4) migranti afro-arabi, ubriachi ed arrapati che hanno perturbato i civili festeggiamenti di fine d’anno nel Centro Europa. Un improvviso sconfinamento turco in Iraq, la permanente tensione Russia – Turchia, l’espansione dell’Isis in Libia, la possibile fine dello chavismo in Venezuela e l’affermazione di Aung San Suu Kyi in Birmania, se aggiungiamo gli ultimi giorni dell’anno passato. La quantità di “fenomeni dal mondo” cheIsAG-1 arrivano sulle nostre scrivanie e device informativi è sempre più rilevante, la nostra capacità di processarla sempre meno adeguata. Il primo problema (sauditi vs iraniani) ha visto trionfare la semplificazione dialettica sunniti vs sciiti, di cui per altro sono qui per lo più sconosciute le ragioni di reciproca divisione e che comunque è una questione che veste il problema ma certo non lo spiega. Il secondo problema (la bomba H coreana) ci ha fatto venire in mente Razzi e Salvini da una parte, il finale del Dottor Stranamore (per i più colti) dall’altra. Il terzo problema è stato razionalizzato dal mainstream col fatto che la Cina traditrice non fa più la locomotiva del mondo, i cinesi maneggiano giochi più grandi di loro e non sono affidabili come gli americani (vedi Lehman Bro.), la loro economia cresce ahinoi non più al 7% ma al 6.7% e quindi sta crollando mentre la nostra che cresce allo 0.7% è in piena e vigorosa ripresa anche grazie al Job Act (Act? qualcuno è convinto che invece che a Montecitorio, siamo a Westminster). Quanto ai giovani arabi arrapati, beh è chiaro, è colpa dell’islam. Che fatti analoghi siano successi anche con la prima ondata delle migrazioni di massa di albanesi (solo in minoranza islamici) e rumeni non conferma la diagnosi ma poiché tendiamo a vivere solo nell’iper-presente, chi se ne ricorda più? Piangiamo quando muoiono in mare, noi stessi siamo almeno ampiamente corresponsabili delle guerre che li muovono verso di noi, poi però non li vogliamo o meglio li vorremmo anche, ma solo quando si presentano come mano d’opera a basso costo e non quando palpeggiano le tette delle nostre ragazze. L’andamento schizofrenico “t’accolgo” no, “ti caccio” del nostro atteggiamento di fronte ad un problema, quella dell’immigrazione, che tenderà certo ad aumentare e non certo a diminuire, dice che non siamo preparati, non sappiamo cosa fare, improvvisiamo. La stessa applicazione di categorie di opinione (buonisti vs intransigenti) a fatti concreti che ci riguardano e ci domandano contro-fatti, fa capire che non siamo centrati sul reale.

Non va meglio, nel dibattito on line. E’ tornata d’attualità la denuncia del rosso-brunismo che sostiene che la categoria impero – mondo sia superiore a quella capitale – lavoro, ed in copt6n8base a ciò si dovrebbero unire tutti gli anti-imperialisti al di là della loro precedente classificazione destra – sinistra, magari iscrivendosi ai molti fan club di Putin. Per altro, si confonde la questione destra-sinistra originata all’interno delle prime assemblee pre e post il 14 Luglio della Rivoluzione francese e quindi legata a diverse concezioni della democrazia con il socialismo-marxismo ed il fascismo. La questione, dio ce ne scampi, è infrequentabile perché porta a doversi comprendere su termini assai scivolosi, polisemici ed anche antichi, dall’incerta origine e dalla ancor più incerta attualità, secondo alcuni. Ma possiamo agevolmente scavallare l’ostacolo proponendo la sostituzione dell’operatore logico “o-o” con quello “e-e”. Non si tratta di disputare sul fatto se esista il conflitto impero-mondo “o” quello “capitale-lavoro” ma sul fatto che poiché i due sono legati dalla “e”, si pone il problema di quale subordini l’altro in una scala di tipi logici.

Torna allora alla mente un fatto di questa estate, lungo la travagliata crisi greca. Un giorno, Tsipras, in conferenza stampa, dichiarava di aver saggiato l’eventuale disponibilità di Russia e Cina a far da protettori sulle piazze finanziarie globali, ad una nuova moneta con la quale la Grecia avrebbe potuto secessionare (o magari solo minacciare di farlo) dal sistema euro, il famoso “piano B”. Ora, non è detto che Tsipras abbia detto la verità anche se mettere in mezzo in una dichiarazione pubblica Russia e Cina per pararsi dalle critiche dell’ala sinistra ultra-critica di Syriza mi sembra poco realistico. Forse lo ha effettivamente fatto ma chissà quanto convinto o quanto proprio in ragione delle pressioni della sinistra del partito. Sta di fatto che il giornale greco (centrista ed equilibrato) Ekathimerini, un mese dopo, rivelava che nei giorni acuti della crisi, Obama in persona avrebbe chiamato Tsipras per2716983 dissuaderlo (m’immagino con tono soft e sostanza hard) da ogni velleità di uscita dal sistema. Ad Obama, ovviamente, fregava less than zero della Grecia nel sistema euro, ma interessava eccome il sistema NATO di cui la Grecia è pedina essenziale vista la posizione. Non solo come posizione necessaria alla NATO ma anche come posizione che necessariamente non doveva finire col diventare un pied à terre russo. In effetti, ai tempi, si notò una certa impuntatura del Fmi nel cercar di condizionare la Germania e la Commissione, in favore di una ristrutturazione del debito greco che poi era la posizione di trattativa che Tsipras e Varoufakis avevano preso sin dall’inizio. Proprio lo scoop di Ekathimerini sosteneva che l’accordo con Obama verteva su “vabbé facciamo i bravi ma voi dateci una mano all’Fmi per portare a casa l’apertura ad una ristrutturazione che per noi è un obiettivo politico cruciale”. Avesse effettivamente conseguito l’obiettivo della ristrutturazione del debito, Tsipras avrebbe bagnato le polveri della sua opposizione interna che in effetti poi lo ha portato ad elezioni anticipate.

Ci si domandò, io mi domandai e domandai nel dibattito on line a “compagni e compagne” che strepitavano sulle magnifiche sorti rivoluzionarie dell’uscita dall’euro, come fosse possibile in tali condizioni, come fosse possibile che una nazioncina di 11 milioni di abitanti uscisse dall’euro e si presentasse con la neo-dracma su i mercati contro gli USA, l’UE ma anche la Russia che non voleva irritare il nemico americano col quale già erano parecchio grossi i a7-704481contenziosi (Ucraina) ed i cinesi che da tempo investivano in Grecia per farne il terminale provvisorio della propria Via della Seta marittima. Tutte cose ben note in geopolitica ma del tutto ignote nella teoria politica che vede solo capitalisti, neoliberisti, classi sfruttate da far insorgere secondo gli astuti piani della nuova intellighenzia dell’economia politica monetaria alternativa. Non si discute cioè della teoria ma della prassi, della Seconda tesi su Feuerbach, se una cosa non è possibile, come può diventare oggetto di una piattaforma politica? Che poi diventa anche: come formulare una piattaforma politica che scagliona a lungo raggio l’impossibile e pone come obiettivi concreti i possibili? O ancora: di quanti compiti e livelli di analisi si deve arricchire un piattaforma politica per render possibile l’impossibile?

“Ignoramus ed ignorabimus” fu in sostanza la risposta, ignoriamo ed ignoreremo il problema pratico – concreto, per noi l’euro è il male, uscirne è il bene, se necessario facendo la rivoluzione (non si sa bene con quale base sociale) e chi non è dell’avviso è un traditore, un nemico. Sappiamo poi come è andata. Tsipras ha rivinto le elezioni, le masse insorgenti greche hanno votato la piattaforma di sinistra-sinistra della scissione di Syriza con percentuali amatoriali, la Grecia è ancora dentro l’euro (e la NATO), non ha ottenuto la ristrutturazione del debito e sostanzialmente, è ancora alle prese con la supervisionesld019 politico-economica tedesca.

Rimane il fatto che il mondo politico è ormai composto di sistemi intrecciati tra loro, sistemi monetari, economici, trattati di libero scambio, alleanze militari, sistemi religiosi e di identità, culture, blocchi storico-geografici, demografie asim-metriche,  catene logistiche, potenza militare, linee di faglia che non seguono la partizione analitica del marxismo sebbene poi ogni entità socio-nazionale riproduca sistematicamente la partizione dominanti – dominati. Questo non cancella le tradizionali partizioni di classe sebbene il concetto stesso di classe sia diventato molto più complesso rispetto alla facile divisione ottocentesca e, tra l’altro, tabelle dei redditi e delle proprietà alla mano, la definizione ristretta di “classe subalterna”, segni oggi una minoranza e non quella vasta maggioranza di persone che giustificava l’idea di una possibile insorgenza liberatrice addirittura “rivoluzionaria” teorizzata due secoli fa.

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Ci troviamo così in un impasse teorico che produce smarrimento, da cui la sostanziale paralisi di ogni fermento politico di cambiamento. Nessuno infatti sa più dove andare ed in mancanza di mete, non s’inizia alcun viaggio. Paralisi viepiù grave proprio oggi che i sistemi mostrano i loro limiti in maniera abbastanza oggettiva e pubblica e le fatidiche henry-kissinger-control-oil contraddizioni pullulano in abbondanza sebbene non ci sia nessuno in grado di usarle per trarne energia sociale da immettere nel motore della Storia. Proviamo ad ascoltare i profeti dell’anti-imperialismo ma in coscienza non ci sembra che -ammesso possibile non si sa bene come-, scalzati gli americani e fatto trionfare i russi e la loro tradizione zarista-ortodossa, le cose andrebbero meglio. Proviamo ad ascoltare i critici feroci della modernità ma non ci sembra che un ritorno al comunitarismo medievaleggiante sia attraente per tutti e prima ancora, possibile. Proviamo ad ascoltare addirittura il papa nella sua nuova verve descrescista ed anticapitalista ma non possiamo non ricordare quale fosse la condizione sociale e culturale, politica ed economica, dei tempi in cui invece del capitale e della blanda democrazia delle élite governava la Bibbia ed il clero che santificava la semi-divinità del monarca. Proviamo a reiterare le categorie analitiche degli antichi maestri dell’800 madownload56hn9 molti pezzi di realtà contemporanea strabordano dalle matrici interpretative e non da ultimo, quello stesso pensiero, non è mai stato molto preciso ed euristico nell’accompagnare la possibile costruzione di un mondo nuovo. Tant’è che quando ci si è provato concretamente (l’URSS, la Cina di Mao), non è venuto fuori nulla di così ispirato ed ispirante. Inoltre, sono decenni, ormai un secolo e mezzo abbandonante che le migliori menti hanno riversato fiumi di acido critico sulle strutture del nostro mondo eppure quelle strutture sono ancora là e noi ancora qua. Evidentemente, quelle strutture rispondono ad un bisogno essenziale di ordine per cui le possiamo anche annegare a lungo nell’acido critico ma se non poniamo l’alternativa di struttura, rimarranno a fare il loro lavoro in qualunque condizioni si trovino perché sono proprio le persone che poi le soffrono a tenerle in vita. Una credenza forte nei poteri della dialettica, una credenza al limite della fede con tanto di dogmatica,  ha riprodotto all’infinito la coazione critica sperando che dal vecchio nascesse chissà come il nuovo, quasi che i figli si facessero chiacchierando o opponendosi all’altro. Non sappiamo più dove collocare concetti come emancipazione, progresso, fratellanza, uguaglianza, modernità e guardiamo perplessi coloro che si definiscono “liberali”. La libertà, concetto della famiglia delle idee saponetta che quando provi a definirle ti ritrovi come Agostino con il concetto di -tempo-, ma anche bandiera sotto la quale si sono mosse quelle schiere di antenati che si sono ribellati al regime di dominio del loro tempo, i nostri ideali precursori. Ci siamo fatti fregare anche il concetto di liberazione, attività politica atta ad aumentare i gradi di libertà, condizione di possibilità per l’espressione della molteplicità indomabile di cui è fatto l’umano che è ente tanto individuale che sociale.

Insomma, dobbiamo ratificare lo smarrimento, dobbiamo ammettere di non avere una teoria sul mondo, sullo Stato, sulla società, sull’uomo, sul cambiamento. Cominciare a prendere confidenza con quel gomitolo complesso che è oggi l’insieme dei più di 7 miliardi di persone che fanno la nostra nuova realtà è forse il miglior modo per ripartire. Interessarsi della vastità complessa che gli ordini umani tessono nel pianeta che ci fa da contesto, è forse il modo copbg78migliore per curare questo smarrimento, il modo migliore di tornare al reale per vedere se e di quale razionale è fatto e quali gradi di possibile cambiamento  ha.

Qui, nell’espressione geografica chiamata Europa, viviamo in Stati che stanno scivolando di peso e d’importanza nell’agone planetario, siamo sempre più e sempre in più saremo “anziani”, le nostre condizioni di possibilità vanno a restringersi, la nostra sovranità monetaria è appaltata ad un Trattato di 24 anni fa cucito su misura sulle paranoie dei tedeschi, quella economica e finanziaria è ostaggio delle istituzioni anglosassoni, quella militare l’abbiamo devoluta a gli Stati Uniti d’America, quella culturale è persa da tempo, quella politica l’abbiamo consapevolmente delegata ad élite impresentabili, cacciatori d’affari, affabulatori, comici, magnati, psicolabili, narcisisti. Siamo circondati da popoli giovani in esubero demografico che coltivano una cultura per noi aliena ed andiamo come tutti gli altri, incontro a gravi problematiche ambientali. Gli indici di fiducia nei confronti della scienza scendono e salgono quelli nei confronti della religione mentre la filosofia è non classificata. Mentre critichiamo la democrazia liberale, ci stanno togliendo anche quella, sostituendola con un misto di poteri tecnici, élite, entità sovranazionali e gruppi opachi di incerta composizione e finalità. Si paventano rischi di guerra, addirittura di dimensioni quali pensavamo non più possibili. Molti pettinano i nostri villi intestinali irritati dall’assedio continuo di fenomeni che ci allarmano e ci preoccupano usando pettini elementari, soluzione che non risolvono, urla e grida che tornano alle identità, le tradizioni, l’ordine che era prima, il ritorno a gli Antichi, il nemico del mio nemico è mio amico, il manicheismo ed altri  ansiolitici semplificatori …

Per orientarsi in questo ginepraio di problematiche che s’intersecano reciprocamente,immaginegt67m occorre senz’altro un nuovo epistème, nuovi paradigmi, una nuova immagine di mondo. Il conflitto impero – mondo non spiega tutto e non sostituisce quello capitale – lavoro ma è ben difficile immaginare di poter affrontare il secondo non vedendo quanto dipenda dal primo o meglio, quanto l’eventuale soluzione sia condizionata dai limiti che il primo permette o vieta. Né possiamo più pensare che l’ordine del mondo provenga da un solo ordinatore, la Provvidenza, la mano invisibile, la dittatura del proletariato. Di tutti i problemi prima citati, il più preoccupante, mi sembra il sonno della filosofia.

La fabbrica dei concetti è chiusa, l’artigianato del pensiero ha lasciato il posto alla catena di montaggio dei luoghi comuni, c’è poca voglia di sperimentare, c’è stanchezza, cinismo e scetticismo nella fase nichilista, scolastiche rapprese in gergalità sempre più aride e sempre meno stimolanti. Dappertutto trionfa la divisione degli sguardi, le specializzazioni, microcosmi che non chiamano più a nessun macrocosmo diventando cosmi a sé, irrelati, entropici, cucce calde in cui svernare in attesa di primavere del pensiero che tardano. Marx e la mano invisibile sono del XIX° secolo, Dio è ben più anziano. Il mondo è nuovo ogni giorno anzi è sempre continuamente nuovo, i nostri modi di pensarlo, stentano a tenere il passo. Proviamo allargando il diaframma, chissà che l’intero non ci mostri un nuovo senso del vero…

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LA PARALISI ARABA.

Note a margine della lettura de “L’infelicità araba” di Samir Kassir, Einaudi, Torino, 2006

Il mondo arabo consta di una ventina di stati per una popolazione di poco superiore a quella degli Stati Uniti d’America (più di 350 milioni), per il 60% posti nel Nord Africa e per il 40% nel Medio Oriente. Non sono “arabi” ovviamente i turchi, gli iranici, gli israeliani ebrei. Gli arabi sono solo il poco più del 20% dell’islam.  Questo vasto mondo dal glorioso passato, vive uno scabroso presente connotato in particolare da una sorta di muslim-worldparalisi socio – politico – culturale che Kassir compendia nello stato d’anima  dell’infelicità. Questa infelicità è triplicemente determinata. C’è l’infelicità della condizione, una condizione oggettivamente marginale, paralizzata, regredita. C’è l’infelicità dell’inazione, dell’impotenza. Nulla sembra politicamente possibile in un mondo sclerotizzato in mafie al potere, quasi sempre protette dai poteri del neocolonialismo occidentale la cui alternativa è data dal “sogno” del ritorno all’islam puro di più di mille anni fa, “sogno-incubo” a sua volta sponsorizzato dalle potenze petrolifere del Golfo anch’esse protette dai poteri neocoloniali. Infine, l’infelicità stessa del pensiero a cui è vietata ogni evasione, ogni ricerca, ogni sperimentazione, quindi, ogni libertà.

L’elenco dell’immediato passato storico di questo mondo è agghiacciante: la prima questione palestinese e l’umiliante conflitto arabo israeliano, la crisi di Suez, la guerra d’Algeria, la guerra libanese, la continua diaspora palestinese, il lago di sangue della guerra tra Iraq ed Iran, il massacro di Sabra e Chatila, la prima e seconda guerra civile in Sudan, la guerra civile in Algeria, il genocidio del Darfur, la prima e seconda Guerra del Golfo, l’occupazione americana, i sussulti dell’islamismo in Algeria ed Egitto, le ripercussionegrande dell’11 Settembre, le Intifada, il fallimento delle Primavere arabe, la repressione, la guerra in Libia, il disfacimento iracheno e poi siriano, strangolamento e massacri a Gaza, lo Stato islamico, il colpo di stato in Egitto, le stragi tunisine, egiziane, la guerra per bande in Libia, la guerra dei sauditi a gli sciiti houti dello Yemen. Di contorno, attentati, prigioni, torture, colpi di stato. Come si è giunti a questo stato di apparente -senza speranza-?  Non ci si è arrivati tutto in una volta ma sovrapponendo strati e strati di vincoli che infine, hanno portato alla paralisi.

Il primo, e forse più importante, strato di eventi fu il colonialismo. Il colonialismo impose la partizione stato-nazionale laddove essa era non solo del tutto aliena ma contraria a due principi fondamentali, quello della tradizione culturale e quello della tradizione storica dell’islam arabo. L’islam nacque con la decisiva azione di Muhammad il cui fine politico era chiaramente quello di unire le fragili e disperse tribù beduine superandone il frazionamento in un unico amalgama: i sottomessi a Dio. L’Arabia del VII° secolo era al confine tra l’Impero bizantino (cristiano) e l’Impero sasanide (zoroastriano e poi manicheo), oltretutto in reciproca lotta, queste due entità statalizzate monopolizzavano la regione. Si sa che Muhammad osservò con attenzione gli ebrei, un “popolo” di identica origine clanico-tribale, senza terra, che però aveva mantenuto la sua unità ed identità tramite la condivisione del credo religioso. I musulmani, similmente, avrebbero dovuto superare il frazionamento clanico-tribale per fondersi in una unica comunità (umma) ma con una terra ben precisa, il dar-al-Islam (la casa dei sottomessi a Dio). Da questo paradigma culturale che forma la comunità religiosa dei musulmani, conseguì il califfato, dalla morte di Muhammad (632) fino alla fine dell’Impero ottomano (1922). La contraddizione dello 074stato-nazione era quindi duplice. Da una parte si divideva in presunte nazionalità quello che era e doveva essere per esplicito volere di Dio, un unico popolo, quindi una unica nazione. Dall’altra il bene comune della Casa dei sottomessi, veniva frazionato in entità tra loro in competizione com’è nella logica naturale originaria dello stato-nazionale europeo.

Questa sovra imposizione strutturale, farà nascere per reazione, due linee di resistenza: il panislamismo ed il panarabismo. Le due linee, strutturalmente, dicono una cosa sola: gli islamici, gli arabi, debbono vivere in una unica entità politica coordinata. Il panislamismo chiaramente altro non è che la riproposizione della tradizione storico-culturale dell’umma califfale, il panarabismo in un certo senso prende atto della partizione nazionale che pure ebbe una sua logica per quanto imposta dall’esterno ma tende a superarla in quello che potrebbe essere una federazione o una confederazione o un progressivo fondersi in un super-stato composto poi da province. Il panarabismo, non solo tratta il popolo arabo in quanto tale cioè laicamente (gli arabi non l’umma) ma interpreta poi il riscatto anticoloniale anche come rifiuto del classismo capitalista inteso come prodotto socio-culturale dei colonizzatori. Ne conseguì quel “socialismo con caratteristiche arabe” che rappresentò forse l’unica vera affermazione di identità originale lungo tutto il secolo scorso. La classe sociale motore di questa idea è stata una piccola borghesia nazionale la cui unica possibilità di ambizione sociale ai tempi delle colonie, era l’arruolamento nei ranghi dell’esercito ed in parte, nella burocrazia statale. L’esercito, prese così caratteristiche rivoluzionarie anticoloniali ed al contempo, risultò di sua natura, l’ambio sociale più impermeabile alla penetrazione dell’islamismo degli imam, generali ed imam divennero due figure in conflitto per il potere. Il conflitto traprima_di_copertina_nasser.5i52w1fag5wc080kw0wwoowco.1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg.th arabismo laico ed islamismo religioso, pur volendo in effetti la stessa cosa ovvero la liberazione dal colonialismo ed il ritorno all’unità del popolo, depotenzierà entrambe le interpretazioni. In effetti, gli uni avrebbero voluto avere il potere sul proprio popolo che era comunque ripartito in nazioni che, per quanto da superare, davano ad ogni esercito una sua forza specifica e quindi ad ogni generale il suo potere, gli altri avrebbero voluto cancellare del tutto questa partizione ritenuta innaturale e tornare all’unica entità ammessa, un solo popolo di sottomessi a Dio regolati da un corpo scritturale (Corano e Sunna) di cui gli imam erano gli ermeneuti, in ciò traendone la posizione di potere. Se in esercizio di astrazione, potessimo immaginare questo conflitto come libero ovvero non coartato dalle dinamiche esterne (interessi coloniali o post-coloniali, grandi potenze, allineamenti da guerra fredda, interessi capitalistici, soprattutto legati alla “disgrazia del petrolio”), ne sarebbe sicuramente nato un nuovo equilibrio avanzato del mondo arabo-islamico, una feconda spartizione di potere tra Dio e Cesare, magari in quel “politico” che stritolato tra imam e generali ebbe ben poca possibilità di evolversi. Ma così non fu e, mentre il panarabismo ebbe poi la sua confusa chance (la Repubblica Araba Unita di Egitto e Siria, poi anche Yemen ed una qualche influenza nei principi costitutivi del partito siro-iracheno Ba’th) per altro fallita, il panislamismo rimase una vocazione inespressa, repressa sia dagli interessi coloniali, sia dai nuovi interessi delle élite borghesi laico-militari nazionali. Il pan-islamismo divenne così l’unica fucina di pensiero e poi di azione politica “contro”, legale o del tutto illegale, da cui discendono le varie forme di islamismo armato che lotta sia contro il nemico lontano (l’Occidente, i russi, i cinesi, gli “Altri”), sia contro il nemico vicino (le borghesie “nazionali” ritenute traditrici).

Il secondo trauma portato dal colonialismo è stato culturale. In breve: il trauma della modernità. La modernità occidentale fu un trauma per diverse ragioni: 1) era uno stile di essere e fare del tutto alieno; 2) era la ragion per cui gli arabi persero sistematicamente ogni confronto con le potenze coloniali ed ogni possibilità concreta di resistenza e ribellione accumulando frustrazione ed umiliazione; 3) era affascinante ed oggettivamente (in parte e contraddittoriamente) desiderabile. Era cioè quella forma di intrusione violenta copda cui scaturisce un dominio di cui, malgrado tutto, si riconosce il fascino, la potenza. Quando iniziò la fase coloniale, il mondo arabo era di suo in una valle discendente di espressione storica. Di sicuro, sarebbe risalito da questo sprofondo così come è sempre avvenuto per ogni longeva civiltà non esente da una certa ciclicità della potenza ma non ebbe mai più la possibilità di cercarsi questa risalita da solo perché impedito da un intruso  dotato di potenza imperativa ma attraente. Kassir rispolvera il promettente movimento di rinascita culturale conosciuto come Nahda (rinascita) che prese il via nella seconda metà del XIX° secolo, arrivando soprattutto lungo l’asse egiziano – siro-libanese a spingere verso una nuova stagione di florescenza culturale: giornali, biblioteche, università, i movimenti femministi egiziani, la grande passione politica, la poesia, il teatro, il cinema e la musica, la ripresa dell’interrogazione scientifica e filosofica. Se non altro, tutto ciò dimostra che non c’è una tara antropologica araba nei riguardi di un possibile sviluppo in direzione di una cultura moderna. Qualcos’altro impedì la continuazione di questo sviluppo che poi s’interrò, s’insabbiò nelle dune dei regimi polizieschi, della disattenzione occidentale, del fallimento del socialismo statalista, della grande sabbia dell’ortodossia e del tradizionalismo religioso.

A questo doppio strato di paralisi portato dal colonialismo si vennero ad aggiungere poi altri strati. Il colonialismo europeo si trasformò. Da una parte, le ex potenze europee mantennero anche dopo la presenza coloniale, radici e frondosi rami di interessi. La fine del colonialismo più esplicito e manifesto ha lasciato spesso il posto ad una forma di presenza ramificata meno visibile ma non meno intrusiva, presenza che ha sempre prodotto il fenomeno della paralisi politica. Le élite politiche, militari, economiche europee non avevano altro interesse che mantenere stabili le élite locali che davano loro il permesso di svolgere i propri piani ed interessi. Quando proprio non si poteva fare a meno di accettare qualche cambiamento perché ormai inevitabile, questo sarebbe dovuto esser presto sottomesso a prorogare i vantaggi di esclusività delle relazioni precedenti. La presenza prima decisiva degli europei, lasciò parte del campo al nuovo dominus mondiale: gli Stati Uniti d’America. Questi si presentarono assieme alla loro diade dialettica che dall’altra parte prevedeva l’Unione Sovietica ed il rispettivo modello socio-economico-geopolitico. Proprio il progetto panarabo (la R.A.U.) tentò uno smarcamento non allineatoimages ma questa terza posizione fu difficile da mantenere anche perché era una non posizione. Nel frattempo, il mondo arabo era stato percorso dalle dinamiche del tutto aliene di ben due conflitti intra-occidentali, le due guerre “mondiali”, venuti qui come altrove, a portare le proprie dinamiche di disputa che originavano dal cuore dell’Europa continentale. Alla fine, il mondo arabo, si ritrovò impiantato nel cuore antico della Palestina, anche la presenza aliena degli ebrei formattati in stato-nazione: Israele. Il mondo arabo era storicamente intriso di ebrei non meno che di cristiani ed altre religioni. Il problema non era la religione, né gli ebrei in quanto tali ma la loro istituzionalizzazione statale, imposta dalla forza dei coloniali ed oltretutto per ragioni di loro specifici sensi di colpa da riparare con un’azione il cui prezzo veniva però pagato dagli arabi. Pagato tra l’altro, al prezzo più alto, cancellando il diritto di un popolo non meno antico di quello ebraico (in teoria, addirittura più antico), proprio nel terzo centro più sacro dell’islam. Il tutto si accompagnò con una lunga catena di umiliazioni inflitte ed auto inflitte come nelle varie guerre perse contro Israele.

Infine, la “disgrazia del petrolio”, portò un perno fisso di importantissimi interessi che vincolavano l’intera geografia politica dell’area, poiché quella risorsa era la precondizione imagedi attivazione dell’intero ciclo della produzione capitalistica industriale, il cuore del sistema moderno occidentale. Ma poi, la “disgrazia del petrolio” divenne anche il capitale di sostegno al modello del Golfo, monarchie dinastiche assolute, intrecciate a doppio filo con l’hanbalismo, l’interpretazione più retriva, letterale ed astorica delle scritture. Queste “finanziarono” non solo i nuovi network delle scuole coraniche e delle moschee diffuse strategicamente in tutto il mondo arabo (in tutto l’islam e in Occidente), non solo l’islamismo armato al fine di espellere il dissenso dai loro confini per inguaiare quelli degli altri ma unendo a tutto ciò un surrogato di modernità: la modernità da free shop. La modernità da free shop del Golfo riveste e protegge con il suo chiassoso ed esibizionista feticismo modernista, l’essenza più immobile ed antica: la solidarietà clanica tra i maschi di potere rinforzata dal dogma religioso. Così oggi lo Stato islamico che riveste di estetica hollywoodiana, il flusso continuo della sua agit-prop tramite i social network, per poi dire: torniamo alla tradizione di mille anni fa.

Abbiamo accennato al mondo arabo come teatro periferico dei due conflitti mondiali e della successiva Guerra fredda. Ma la stessa dominazione coloniale rispondeva in parte ad una logica geopolitica (cioè di più generale concorrenza competitiva tra Francia e Gran Bretagna) e financo oggi, l’eterna esigenza occidentale di contenere la Russia al Sud, riporta a questa stessa logica. Anche una delle tante componenti che tutte tra loroGEOPOLITICA-DEL-COLLASSO-sito intrecciate fanno il conflitto nel Siraq, è riconducibile alla geopolitica dei gasdotti.  Tra le corse alle posizioni di Gibuti[1] ed Aden[2], la corsa ai contratti di fornitura tra i produttori del Golfo, l’ampliamento del Canale di Suez, lo stazionamento muto di una avanguardia della sua marina militare al largo delle coste siriane, già s’intravede il motivo del prossimo conflitto geopolitico: contrastare l’espansione cinese. Per dire che l’ennesima disgrazia del mondo arabo, soprattutto per il Mashreq (ad Est del Cairo, quello ad Ovest è il Maghreb), è quello di essere teatro naturale di scontri e linee di tensione e frizione geopolitica che originano altrove.

La società araba, frutto di tutti questi vincoli paralizzanti e depressivi, ha oggi uno dei più bassi indici di alfabetizzazione, alti indici di diseguaglianza al reddito, indici di sviluppo umano appena sopra l’Africa sub sahariana, una condizione femminile quantomeno problematica, tassi di fertilità ancora sopra la semplice riproduzione e quindi avanzo di popolazione giovanile. Le burocrazia statali sono kafkiane, le dinamiche di potere opache, l’ultraliberismo ed il globalismo accettati acriticamente, le prospettive personali limitate alla possibilità date da questo o quel clan, entrare nell’esercito o in qualche apparato di repressione, votarsi alla religione. L’alternativa è l’umiliazione dello sradicamento, la migrazione, l’andar a pietire un po’ di futuro da chi mal ti sopporta. Le uniche forme politiche di governo ammesse sono la dittatura militare, la monarchia assoluta, blande forme di ininfluente rappresentanza e comunque, sempre, di puro contorno alle élite dinastiche più o meno mafiose. La morte della sinistra europea, ha privato anche dell’unico orizzonte politico ideale di riscatto. Sul piano comparativo, escluso ovviamente il primo mondo, si è lontani sia dalla rinascenza emancipativa sudamericana, sia dal nuovo protagonismo asiatico e, a differenza degli africani, gli arabi hanno anche da rimpiangere un passato glorioso. Il mondo arabo è quindi del tutto privo di “eroi” o di primati d’orgoglio, sa di poter essere qualcosa d’altro ma ha smarrito la strada per impossessarsi del suo percorso, le gambe paralizzate, l’orizzonte occluso. Questa infelicità, questa depressione, questa paralisi certo che trova allora conforto nell’unica forma possibile oggi di apparente riscatto: il jihadismo.

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Il mondo arabo è quindi trattenuto a forza da una rete di vincoli. Vincoli geografici che lo fanno essere sulla faglia storica in cui l’Occidente combatte contro il resto del mondo, vincoli esterni dati dalle potenze ex coloniali e dal superpotere americano, per interessi specifici (petrolio, commesse) o più generali (geometrie geopolitiche). Vincoli interni dati downloaddalla vischiosa tradizione religiosa che oggi ha ricchi sponsor proprio della sua interpretazione più paralizzante e vincoli dati dall’altro potere, quello delle élite militari, dei servizi segreti, delle polizie occhiute e manesche. Vincoli esterni/interni dati dalla geopolitica di Israele, protetta dagli occidentali e vincoli culturali dati dalla difficile relazione tra tradizione e modernità. Ma l’arabo del Maghreb non è più così simile all’arabo del Mashreq, i beduini non sono così simili ai cittadini (sudditi?) delle grandi città e questi dagli abitanti delle campagne o dei deserti e tutti sono poi assai dissimili dagli uomini con thobe (la lunga tunica bianca) e guthra (il copricapo) delle penisola arabica. Anche le quattro scuole giuridiche sunnite oltreché la divisione sciiti-sunniti sebbene molto localizzata, dice di una insopprimibile pluralità pur dentro l’omogeneizzato religioso. Una alta percentuale di giovani generazioni preme per cambiare la rotta dell’appuntamento col futuro.

Fino a quando al molteplice interno arabo, non verrà data la facoltà di espressione politica e culturale, fino a che il mondo arabo non sarà libero di cercarsi da solo la sua strada, zigzagando e sbagliando, liberando i suoi conflitti interni così come ha fatto lo stesso Occidente, questo mondo antico rimarrà immaturo, inespresso, infelice, gonfiandosi il petto col rancore il cui veleno stiamo già vedendo all’opera.

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samir-kassirSamir Kassir (1960-2005), libanese figlio di un palestinese ed una siriana, giornalista, storico, cofondatore del Movimento della Sinistra Democratica, scriveva su le Monde Diplomatique ed An Anhar. Il 2 giugno del 2005, sale in macchina, infila la chiave nel cruscotto, l’accende e salta in aria.

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[1] A Gibuti, affaccio africano sull’imboccatura del Mar Rosso, già sono presenti basi militari americane, francese ed italiane ma è stato recentemente annunciato l’affitto decennale ai cinese, di un’area dove sorgerà la loro prima base militare “africana”.

[2] Aden e l’arcipelago di Socotra (un gruppo di isolette, già Patrimonio UNESCO che si trovano tra Somalia e Yemen, in acque territoriali yemenite) sono gli altri due bastioni di controllo dell’imbocco al Mar Rosso. Su Socotra erano già puntate le mire russe ma sono poi circolate indiscrezioni di una possibile autorizzazione ad una base multifunzione (marina, di terra e di aria nonché di spionaggio elettronico) americana. Di certo, la presenza di al-Qaida ed addirittura dello Stato islamico, degli houti ora in guerra con l’Arabia Saudita, houti dietro ai quali forse ci sono gli iraniani, dicono quanto sia in pieno svolgimento il conflitto per il controllo di questo punto strategico dentro il quale s’imbutano tutte le petroliere che vengono dal Golfo Persico e tutte le navi container che vengono dall’Oceano Indiano e dal Mar della Cina

 

 

 

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Aggiornamento sul PIVOT TO EUROPE (03.12.05)

SE VI TROVATE NEL POMERIGGIO A WASHINGTON potreste andare a questo simpatico convegno [link] tenuto nel pomeriggio da Ian Brzezinski, [link] figlio di Zbignew la cui visione geopolitica abbiamo illustrato nel nostro recente articolo Pivot to Europe [link]. Il convegno si tiene al McCain Institute [link] e segue un dibattito che sta agitando i think tank di Washington riguardo il riorientamento della politica estera americana in vista del prossimo cambio del Presidente. Su American Interest [link], rivista fondata da F. Fukuyama e che vede come collaboratori Kaplan, Ferguson, Levy e Joffe [tra gli altri che trovate qui], ai primi di Novembre, si sono tracciate le linee di questa revisione strategica i cui fondamenti però provengono dall’inossidabile American Enterprise Institute, che ha rilasciato questo documento lo scorso Ottobre [link]. L’ AEI è quello del famoso PNAC (Plan for a New American Century). In breve, la tesi è: riprendere in gran forza una massiccia spesa militare, invio militari (uomini, armi e quant’altro) in ogni dove, conflitti e guerre aperte (anche in Europa) contro Russia e Cina per difendere il “world America made” (R. Kaplan) ovvero il ritenuto necessario dominio e controllo sul mondo (e prioritariamente dell’Europa) in accordo all’interesse degli Stati Uniti d’America. Enjoy?

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[Commento: quando ho scritto l’articolo Pivot to Europe non ero a conoscenza di questi specifici contenuti. la mie tesi seguiva in deduzione una doppia pista fatta di teoria geopolitica classica e fatti recenti. Debbo dire che mi ha fatto una certa impressione scoprire che il piano non solo si vede ma c’è ed è in pubblica discussione proprio ora. E’ piuttosto grave che si stia discutendo a questi livelli a Washington dell’Europa, del nostro futuro concreto, nella nostra totale assenza di consapevolezza e partecipazione. ]

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SOGLIE.

Nel frattempo, il sito ha superato le 100.000 visite. Grazie a tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo a leggerne i contenuti, coloro che hanno fatto commenti e messo i like, che hanno fatto share, i più di 150 followers, le testate on line che ne hanno ripreso gli articoli.

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PIVOT TO EUROPE. Il Piano che non c’è ma si vede.

“Al fine di assicurare a una popolazione una fetta sproporzionata di benefici (di crescita e prosperità) venne fatto ogni sforzo per escludere gli altri, sia attraverso mezzi legislativi pacifici di monopolio, di regolamentazioni o divieti, o, se questi mezzi fallivano, attraverso la violenza diretta

(Ammiraglio A. Mahan, The Influence of Sea Power upon Hitory, 1890, pg.1)

Nell’Ottobre 2011, l’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton, pubblicava un articolo su Foreign Policy dal titolo: “America’s Pacific Century”[i]. L’articolo tratteggiava le linee del riorientamento strategico USA, in direzione dell’Asia. Tale dottrina venne 25372battezzata “pivot to Asia” ed è comunemente citata come l’asse principale delle geopolitica obamiana. La geopolitica è l’aspetto più importante della vita degli stati poiché è l’ambito in cui si determinano i rapporti di forza tra gli stessi. Ogni stato è un sistema ed ogni sistema dipende strutturalmente da una serie di condizioni esterne che ne determinano la sicurezza, la forza, la salute. La parte “politica” di geo-politica, serve a risolvere i problemi determinati dalla parte “geo”, cioè della geografia. Ogni stato ha una sua condizione geografica alla quale è fisicamente vincolato, tale condizione presenta problemi ed opportunità, la politica serve appunto per minimizzare i problemi e dilatare le opportunità date dal vincolo geografico. Ne discende che mentre la parte politica della geopolitica ha una sua variabilità interpretativa, la parte geo è in un certo senso “fissa”.

La parte fissa, la geo di geopolitica, vede sin dalla nascita della disciplina, il mondo diviso in due aree: l’area di terra cioè il continente detto isola-mondo euroasiatico che va dal Portogallo alla punta estremo orientale siberiana e l’area di mare. Dell’area di mare fanno parte il Regno Unito da cui provenne uno dei fondatori della disciplina Halford Mackinder (1861-1947)[ii] e gli Stati Uniti d’America da cui provenne sia Nicholas J.mackinder_cop Spykman (1893-1943)[iii], sia Zbigniew Brzezinski (1955)[iv], entrambi significativi studiosi della disciplina. Tutti e tre, in vario modo, sostenevano che l’interesse geopolitico fondamentale degli stati-isola (il Regno Unito prima, gli Stati Uniti poi, al limite anche il Giappone) fosse quello di evitare si formasse un macrosistema nell’isola- mondo poiché questo avrebbe relegato i sistemi-isola ad un ruolo periferico e marginale. La dottrina geopolitica di fondo americana, per quanto attiene alla pertinenza di geo, è quindi sempre stata quella di evitare il formarsi di questo meta sistema continentale. La dottrina Clinton-Obama del “pivot to Asia” invece, era di pertinenza della politica ovvero di come praticare oggi la dottrina geopolitica di fondo. Dacché sorge un problema: se Clinton-Obama hanno parlato solo di Asia, che ne è dell’altra metà della dottrina fondamentale, dell’Europa? Dov’è il Pivot to Europe?

Storicamente infatti, gli Stati Uniti si sono certo occupati del Pacifico, occidentalizzando il nemico giapponese che avevano appena atomizzato, poi provando a ricavarsi un pied à terre con la Guerra di Corea (1950-53), poi riprovandoci con la Guerra del Vietnam (1960-1975), poi portando prima una squadra di ping pong e poi il Presidente in persona (Nixon USA Pivot to ASIA MAP-7010581972) a Pechino per abbracciare i cinesi di modo che questi non abbracciassero i russi, poi favorendo la crescita delle Tigri asiatiche e via di questo passo. Però, questo quadrante geopolitico era solo la metà della strategia complessiva. L’altra metà, quella atlantica, la risolsero con l’interdizione al contatto tra Europa ed il resto dell’isola mondo favoriti dalla presenza di un nemico ideologico, il comunismo sovietico. Una bella cortina di ferro, fece dormire sonni tranquilli per più di quaranta anni fino a che, tra l’89 ed il ’91, non crollò. Se guardate un mappamondo dalla verticale del Polo Nord, noterete facilmente che l’esatto opposto terrestre dell’America del Nord è la Russia. La Russia è sempre stata il centro del problema degli stati – isola perché è il centro dell’isola mondo. Se la Russia si allacciasse all’Asia da una parte ed all’Europa dall’altra, voilà, comparirebbe l’incubo geopolitico degli isolani: l’Eurasia.

Dopo l’89, per un po’, gli americani si illusero di poter pasteggiare con le dilaniate carni dell’Unione sovietica dalla quale si andavano separando non solo tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia ma anche una serie di repubbliche dei confini. In Russia sponsorizzarono una oligarchia capitalistico – predatoria fino a che non arrivò V. Putin (2000). Ecco allora che gli americani corrono subito al riparo e grazie anche al movimento del gigante cinese che tramite Deng Xiaoping aveva dichiarato che “la miseria non è il socialismo”, invitano13304 prontamente i cinesi al WTO (2001). Una Cina integrata nel sistema della moderna economia di produzione e scambio, era una Cina attratta dagli USA ed infatti l’import-export tra i due avanzò a ritmi crescenti, così le delocalizzazioni e così gli investimenti reciproci tra cui la vendita di ampie porzioni di debito pubblico americano ai cinesi stessi. Nel frattempo, poco dopo il crollo della cortina di ferro e la dissoluzione dell’URSS (1991), gli europei avevano scoperto una afflato unionista (1992) che certo gli americani videro di buon occhio poiché ricondotti i singoli ed intemperanti stati europei ad un sistema interdipendente, sarebbe stato più facile contenere la loro storica tendenza a far ognuno un po’ come gli pareva. Nel 2004, l’UE assorbe baltici, polacchi, cechi e slovacchi, sloveni ed ungheresi, nel 2007 arrivano anche bulgari e rumeni, infine i croati. In tre puntate dal ’99 al ’09 con il quarto, quinto e sesto allargamento, entrano tutti anche nella NATO. Sarà un caso ma proprio mentre l’unione politico-economica e quella militare si allargano per inghiottire l’est Europa affiorato dallo scioglimento dei ghiacci sovietici, gli euro-occidentali fanno una unione nell’unione, adottando la moneta unica, l’euro.

Provvidenzialmente, un gruppo di sofisticati montanari afgano-pakistani, usando come manovalanza un gruppo di astuti pastori del nord dell’Arabia Saudita, dichiara guerra agli Stati Uniti (11/9) i quali giustamente accettano di buon grado recandosi in gran forze in Afghanistan (2001), lo storico perno centro-meridionale dell’Eurasia, già tomba dell’Unione Sovietica[v]. L’Iraq è lì ad un passo ed infatti seguendo le misteriose tracce o.140208degli imprendibili terroristi ci fanno un salto nel 2003. A dieci anni dall’11 Settembre, esplode il mondo arabo ed ecco a filotto rovesciarsi il governo tunisino ed egiziano, la guerra civile poi anche guerra anglo-francese contro Gheddafi e la Libia, l’inizio della guerra civile in Siria. Cadono o s’insidiano tutti i governi laici, certo dittatoriali ma non è che il Medio Oriente preveda altro che non governi dittatoriali. In verità rivolte ce ne sono in tutto il mondo arabo, sistematicamente soffocate nel sangue e con gli arresti ma chissà perché, quelle in Bahrein[vi] o nello Yemen, quelle in Kuwait, Gibuti e Arabia Saudita interessano poco gli occidentali e così muoiono sul nascere. L’onda lunga arriverà nel 2013 in Turchia con imponenti manifestazioni ma il paese essendo NATO è immune da critiche e la copertura mediatica, distratta.  Evidentemente lì qualcuno ha equivocato. Saputo che c’era un party aveva deciso di partecipare spontaneamente ma non sapeva che l’ingresso era riservato, l’operazione “democrazia e modernità nell’islam” era ad inviti.

E’ da poco stato deposto Mubarak in Egitto quando inizia la Guerra civile siriana. Sette mesi dopo viene ucciso Gheddafi. E’ l’Ottobre 2011, il mese in cui esce FP con l’articolo della Clinton. Gli Stati Uniti d’America, nel bel mezzo del più grande ed importante rimescolamento politico e quindi geopolitico del mondo arabo-mediorientale a cui si sono dedicati per decenni , annunciano che la loro dottrina di orientamento geopolitico se ne frega assai di questo mondo perché guarda all’Oriente. Resa figurata, la scena sarebbe quella per cui il poliziotto di quartiere, proprio nel momento in cui inizia una hobbesiana rissa tra gang rivali, si volta dall’altra parte magneticamente rapito dalla gracchiante voce alla radio che gli ordina di recarsi urgentemente in un altro quartiere in cui per altro non sta succedendo assolutamente nulla.

Gli Stati Uniti, sembrano rinunciare al decisivo fronte della loro storica dottrina geopolitica che deve isolare le terre di mezzo da quelle occidentali per dedicarsi armi e bagagli a quelle orientali. In verità succede ben poco a seguito di questo tanto declamato riorientamento. Qualche soldato in più e qualche palazzina riverniciata nella base australiana Darwin, la tessitura di un trattato commerciale (Tpp) che include stati (11 + USA) che s’affacciano sul Pacifico col fine di sottrarli all’interrelazione economica con la Cina. Qualche viaggio della speranza del presidente che sfoggiando sorrisi e camicette colorate d’Oriente, stringe mani, fa promesse e richieste di amicizia.

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SOUTH STREAM

Nel mentre, nell’Agosto 2013, c’è un proditorio attacco chimico a Damasco, Obama sta per far decollare i bombardieri per punire il sospetto presidente siriano quando Putin fa sapere che non è cosa. Il Febbraio successivo (2014) gli abitanti di Kiev che volevano ardentemente diventare europei cacciano il presidente Janucovyc che invece era fedele alla Russia. Il mese dopo, a Marzo 2014, la penisola della Crimea secessiona dall’Ucraina in base ad un referendum e viene annessa alla Federazione russa. Sanzioni! La Russia sta tornando ad una verve imperiale? Tre mesi dopo, a Giugno 2014, una organizzazione derivata dall’arcipelago al Qaida in Iraq che si era chiamata Stato Islamico dell’Iraq e che poi si era infilata in Siria conquistandone una parte in cui aveva fatto sua capitale Raqqa, cambiando nome in Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (o del Levante, insomma l’Isis), proclama il califfato. Sebbene il califfato fosse stato l’unica forma politica di governo lungo tutta la storia dei musulmani, dal 632 al 1924, si fecero tutti delle gran risate.  Un mese dopo il divertente califfato siro-iracheno, qualcuno butta giù un ignaro aeroplano malese che ha la sventura di sorvolare il confine russo – ucraino, lì dove alcuni ribelli russofoni-ucrainici armati, vorrebbero seguire la Crimea in Russia. Tra le risate califfali ed i pianti per i bambini olandesi morti nello schianto del volo malese, Barroso scrive alla Bulgaria dicendogli che l’accordo per il passaggio del nuovo gasdotto russo South stream, contravviene le regole concorrenziali di Bruxelles[vii] e nun se po’ fà.  Accidenti.

L’Europa, in seguito ai fatti ucraini, ha già elevato sanzioni contro la Russia. Improvvisamente tutte le tele di interscambio energia vs tecnologia che si erano tessute tra banche ed imprese tedesche, francesi, italiane ed i russi, vengono tagliate di netto. Il gasdotto bulgaro, il South Stream che doveva esser fatto da ENI e Gazprom e che sarebbe stato una alternativa a quello che passa per l’Ucraina ed a quello che passa nel Baltico ed arriva in Germania, non si farà più. Siamo a Dicembre di un anno in cui prima è scoppiata la rivoluzione colorata ucraina, poi è secessionata la Crimea, poi è iniziata la guerra del Donbass ed è caduto l’aereo, poi si è presentato uno sconosciuto col Rolex che dichiara di essere il “califfo”, poi è saltato il South Stream così che infine, dopo aver perso i contatti con l’Europa, aver ricevuto le sanzioni, esser stato minacciato di espulsione dal circuito interbancario SWIFT, dopo aver perso due portaerei che gli dovevano consegnare i francesi già belle e pronte con tutti i comandi in cirillico, dopo aver capito che il gas all’Europa mai più sarebbe passato per l’Ucraina e la Bulgaria, Putin annuncia con Erdogan il Turkish stream, l’ultima possibilità di rimanere attaccato all’ovest dell’Eurasia, l’Europa.

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NATO COUNTRIES

Scopriamo così piano piano che, senza alcun piano pregresso, senza alcun articolo di annuncio strategico, nel totale disinteresse americano tutto concentrato verso Oriente o meglio tutto concentrato a far sapere che è concentrato verso Oriente, prima si è portato tutto il Patto di Varsavia nella UE e nella NATO, poi provvidenzialmente, l’avamposto ucraino è saltato dalla nostra parte, è iniziata una guerra fredda con la Russia,  il gasdotto alternativo bulgaro è saltato ed a Putin non è rimasto altro che affidarsi ad Erdogan. Erdogan però è un birichino, è un paese NATO e aspira ad entrare nell’UE sponsorizzato prima dai francesi poi da i tedeschi che Erdogan ricatta aprendo e chiudendo flussi di disgraziati che scappano dalla Siria immortalando qualche povero bambino morto sulla spiaggia di modo che i cuori teneri europei allarghino le frontiere cantando l’Inno alla Gioia mentre piangono e si sentono buoni  ma nel frattempo è inciampato in una elezione in cui ha perso la maggioranza assoluta in favore di un partito curdo e così non può incoronarsi sultano. Già perché il segreto sogno del turco è farsi sultano che poi sarebbe un califfo versione ottomana[viii]. Per fortuna, rifà le elezioni e questa volta le vince. Certo rimangono i curdi sia in parlamento che nella società civile che oltre i bordi confinari, soprattutto quelli siriani ma ecco che un bel giorno, l’aspirante sultano, spara un bel missile su un jet russo buttandolo giù. E’ impazzito? Ma come, neanche un anno fa firma le carte per il Turkish stream, firma contratti per 44 miliardi  di interscambio con i russi subentrando a gli europei paralizzati dalle sanzioni ed ora si volta alle spalle dell’orso moscovita e lo pugnala alle spalle sapendo che anche gli orsi, nel loro piccolo, s’incazzano? Perché?

muslim-worldPer rispondere dobbiamo tornare al mondo arabo-mediorientale. Qui la storia susseguente le primavere arabe vede un protagonista assoluto, nuovo di zecca: l’Isis. Nato in sordina, ingaggiato nella guerra irachena poi guerra sciiti-sunniti iracheni, poi allargatosi alla Siria, poi allargatosi al nord Africa, alla Nigeria, al Mali, alla Somalia, alla Cecenia, al Pakistan e forse anche oltre, inclusi gli uiguri cinesi, gli islamisti del califfo, occupano un territorio in proprio che ci tengono a far sapere che è grande come la Gran Bretagna sebbene sei volte meno popoloso e per lo più fatto di sabbia.

Più di mezzo Iraq e di mezza Siria ormai è in loro mani. La Libia è balcanizzata, l’Egitto è fuori gioco essendo stato messo nelle mani di un generale che sopravvive grazie ai finanziamenti degli emirati, emirati e sauditi che furono i primi a bombardare la Libia di syria_pipelinesGheddafi, emirati e sauditi che ormai tutti sanno essere i finanziatori e gli strateghi dell’Isis, sauditi ed emirati che bombardano anche lo Yemen. Poi c’è il Qatar che finanzia altre formazioni che assieme all’Isis balcanizzano la Siria e che avrebbe un programmino che prevede un gasdotto che arriverebbe in Turchia, Turchia che è anche sponsor logistico dell’Isis poiché tra sultano e califfo ci s’intende. Assad, pressato dai russi non firma l’accordo per il gasdotto qatariota ma accetta un concorrente che origina dall’Iran (il gasdotto sciita Iran sciita-Iraq sciita-Siria alawita cioè sciita).

Dopo che l’Isis ha finalmente bucato la nostra disattenzione venendoci a mitragliare nei boulevard parigini chiamando mezza Europa a bombardarli visto che i russi sembravano troppo timidi, tutto l’Occidente in preda ad una ansia paranoide, si domanda che fare? Ecco allora che qui e là sulla stampa che conta[ix], escono fuori cartine colorate risolvi-Isis. La ricetta è omeopatica: per battere lo stato islamico, bisogna fare un bello stato islamico! Poi anche uno curdo, uno alawita, uno sciita iracheno, l’importante è dividere et … ! Oh, finalmente 51TTL+0Br3L._SY344_BO1,204,203,200_idee nuove ? Non proprio perché queste cartine e le sottostanti idee, risalgono a molti, molti anni fa. Si potrebbe partire addirittura dal Ynon plan[x] sionista nel 1982 ma basterebbe anche un più solido progettino redatto da Richard Perle per Bibi Nethanyahu nel 1996 (ma Perle chi? quello che aveva presentato un sobrio piano fantasies in geopolitic all’Università di Gerusalemme nel 1999 in cui sosteneva che per abbattere Saddam. che finanziava i palestinesi, si sarebbe dovuto attaccare gli Stati Uniti a casa loro e poi dargli la colpa perché altrimenti gli americani non si sarebbero mai mossi? il capo del Defense Policy Board Adivisory Committee sotto l’amministrazione Bush dal 2001? il membro di punta del PNAC, del Jewish Institute for National Security Affairs, dell’American Enterprise Institute e dell’Hudson Institute e dello Steering Committee del Bilderberg Group? già sì, proprio lui…)[xi]. Oppure, ci si potrebbe riferire ai piani del 1997 proprio di quel Zbigniew Brzezinski che abbiamo incontrato all’inizio di questo articolo nell’elenco dei geopolitici con la paranoia euroasiatica. Oppure capire  cosa volesse intendere Condoleezza Rice quando nel 2006 coniò il termine “Nuovo Medio Oriente”, un’altra fulminata dalla paranoia euroasiatica visto che si specializzò in geopolitica del Centro Asia. Tutta la genealogia di questa idea che ha altre puntate, la trovate in un come al solito molto ben informato e serio articolo di M.G. Bruzzone[xii] .

Ma torniamo alla nostra strada principale. Sembrerebbe legittimo pensare che poiché la geo di geopolitica è sempre quella, le strategie ad essa relative siano costanti nel tempo. La strategia dell’isola americana è sempre la stessa da quando si è cominciato a ragionare di questi fatti: isolare il centro dell’Eurasia di modo che il Centro Asia (Russia) non si connetta all’Asia ma soprattutto all’Europa. La politica di geopolitica è variata a seconda39375 delle amministrazioni. Quella Obama ha pubblicizzato un segno forte rivolto alla Cina e concretizzatosi poi finalmente in vari modi. Si va dal Tpp (firmato quest’anno), alle manovre del RIMPAC, la più grande esercitazione navale del mondo che si tiene ogni due anni nel Pacifico, dal superamento della costituzione pacifista imposta da Mc Arthur al Giappone che ora procede all’intenso riarmo, a nuovi allerta confinari tra le due Coree, alle contese isole sino-nipponiche Diaoyu-Senkaku, a quelle più a sud dove ogni tanto s’affacciano navi americane che sbirciano i lavori in corso sugli atolli che i cinesi rivendicano a sé, i vari accordi con Vietnam, India, Malaysia, Filippine, i piagnistei sul Tibet, i crolli di Shanghai, le primavere di Hong Kong, i cyber attacchi, lo yuan tenuto in castigo all’IMF ed un bel po’ d’altro, insomma il pivot to Asia.

Ma oltre al fascicolo pubblico sull’Asia, ce n’era forse un altro perché non c’è strategia euroasiatica che non si occupi anche e soprattutto dell’Europa. Ecco allora l’Ucraina, lo scendere sempre più a Sud dell’ultima pipeline che tiene attaccata la Russia al grosso dell’Europa, fino al Turkish stream del sultano Erdogan. Ma ecco che Erdogan fa uno sgarbo ai russi e taglia implicitamente anche l’ultima pipeline rimasta. Rimangono due problemi: 1) dove prenderà l’energia l’Europa se non dalla Russia? Cosa dare in cambio al sultano Erdogan per il suo sacrificio tenuto conto che nel frattempo avendo elettrizzato il nazionalismo turco eccitato dalle sanzioni russe, Erdogan può finalmente spazzar via i curdi di ogni ordine e grado dalla terra anatolica preparandosi al suo nuovo ruolo di capo dei sunniti turchici?

La prima domanda ha risposta semplice, l’Europa prenderà l’energia, petrolio o gas, dalle monarchie del Golfo[xiii]. Le monarchie del Golfo ormai egemonizzano tutto il Medio Oriente sunnita, tengono in scacco l’Egitto e la Libia, possono disturbare ovunque e chiunque nell’Islam del dar-al-Islam e della diaspora, avendo raggiunto il quasi pieno controllo dell’islamismo sunnita, tanto quello armato. quanto quello teologico-giuridico. Le monarchie del Golfo sono benevole perché gi-13533-63959-bigreinvestono parte dei profitti energetici ritornandoli riconoscenti a gli USA sotto forma di acquisto armamenti (l’Arabia Saudita è il primo importatore di armi al mondo, fonte SIPRI), all’Europa di cui stanno comprando interi quartieri, pacchetti azionari, linee aeree e molto altro che fa gola ai loro fondi sovrani, all’Islam stesso in cui ormai hanno il monopolio di costruzione e gestione tanto delle scuole coraniche quanto delle moschee. Così come stanno facendo in Egitto, sono poi pronte ad accollarsi buona parte degli oneri di ricostruzione di tutto ciò che primavere, rivoluzioni, guerriglia e Stato Islamico hanno distrutto, puro Schumpeter[xiv]. Una volta che l’Europa non avrà interdipendenza con la Russia, la Russia verrà cucinata con la continuazione del Primo Conflitto Globale (ampliato a tutto il mondo, ampliato all’economia, alla finanza, al terrorismo e migrazioni, a guerre fredde-tepide-calde, a rovesciare regimi etc.) che è esattamente ciò che stiamo vivendo. Manca ancora la Germania ma dopo VW e Deutsche bank, le intercettazioni alla Merkel e qualche altro giochino prossimamente su i vostri schermi, vedrete che anche i tedeschi rinunceranno al North stream e se non lo faranno rimarranno al freddo quando inizierà la prossima crisi annunciata: la Grande Crisi Baltica. Per tutti, un bel Ttip per scambiare merci e denaro tra noi occidentali tutti votati al gioco delle plusvalenze di borsa racchiuse in bolle alimentate da generosi QE e diretti dai cani pastore del rating.

La seconda domanda viene incontro alla soluzione della prima. L’Isis verrà infine normalizzato, si farà uno stato sunnita siriano light-islamico in cui correrà il gasdotto qatariota che arriverà in Turchia e sarà uno dei bocchettoni a cui si attaccheranno gli europei, soprattutto orientali. Questo stato sarà in orbita Erdogan che potrà scaldarsi con energia sunnita e padroneggiare le sue nuove terre concedendo forse a gli americani diadv_017 realizzare il famoso stato curdo in cui, a quel punto, potrà espellere con le buone ma più probabilmente con le cattive, tutti gli indesiderati curdi turchi. Si farà poi uno stato sunnita iracheno che rimarrà in orbita arabo saudita felice di poter mettere uno spazio ulteriore tra sé e gli sciiti. Il generoso Erdogan che gli europei hanno disdegnato potrà anche riprendersi un po’ di profughi. Tutti gli occidentali ora accorrenti al –bombarda anche tu il tuo Isis– avranno di che ricostruire. Non è detto che una improvvisamente violenta guerriglia nel Sinai prima di mandare i tagliagole da altri parti, non sottragga la penisola all’Egitto (in cui al-Sisi è in prossima scadenza) permettendo così il passaggio di un secondo bocchettone questa volta saudi-emirates rivolto a gli europei occidentali.

dr-strangelove

… il poco più del 4% della popolazione mondiale potrà continuare a beneficiare del 22% del Pil mondiale…

Il pivot to Europe, il piano che non c’è ma si vede, ovvero staccare l’Europa dalla Russia accerchiata ed isolata, sarà così definitivamente implementato. Missili nel nuovo Kurdistan, nel Caucaso turco, in Georgia, in Ucraina, in Polonia, nelle repubbliche baltiche terranno occupati russi ed iraniani. Ai cinesi abbiamo già pensato e possiamo poi mandargli anche un po’ di uiguri affamati di martirio nonché mandare qualche tagliagole ad islamizzare le repubbliche centro asiatiche alleate della Russia in cui i cinesi sognano di far passare le loro Vie della Seta (quella di mare sarà ben difficile espletarla tra i conflitti nel Mar della Cina, il controllo di Aden e Gibuti conseguenti la soppressione degli houti e l’installazione di un governo sunnita saudi-friends) e quindi eccovi servito, ricco ed invitante il famoso “Nuovo Secolo Americano”. Il poco più del 4% della popolazione mondiale potrà continuare a beneficiare del 22% del Pil mondiale. Anche questa volta, l’Eurasia non si farà.  Enjoy?

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[l’ARTICOLO SEGUE QUESTA PRIMA PUNTATA]

L’articolo si trova anche qui.

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NOTE:

[i] http://foreignpolicy.com/2011/10/11/americas-pacific-century/

[ii] Geographical Pivot of History (1904)

[iii] “Chi controlla il rimland (rim=orlo, rimland le terre sull’orlo del bordo euroasiatico) controlla l’Eurasia; chi domina l’Eurasia controlla i destini del mondo” (N.J.Spykman, The Geography of Peace, Harcourt, Brace and Company, New York, 1944)

[iv] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49182 . L’opera citata è The Great Chessboard 1998 (c’è anche in italiano ma è difficile da trovare)

[v] L’Afghanistan è un’altra delle grandi invenzioni dei geografi politici inglesi. Impegnati in quel lungo braccio di ferro geopolitico coi russi che venne chiamato “il Grande Gioco”, dopo aver tentato inutilmente nel 1839 e nel 1878 di impossessarsi di quelle terre, anche per impedire ai russi di possedere il centro dell’Eurasia, stabilirono i confini del nuovo soggetto nel 1893, separando con la linea Durand (l’attuale confine afghano-pakistano) le tribù pashtun. Dal 1839 ad oggi, inglesi, russi, sovietici, americani hanno fatto le loro mosse su questo pezzo di scacchiera, ennesima dimostrazione che la geo di geopolitica non è sensibile al tempo.

[vi] Monarchia sunnita che governa su maggioranza sciita. Sede della V flotta USA. Per sedare la rivolta, l’Arabia Saudita manda il suo esercito.

[vii] http://www.eastjournal.net/archives/55821

[viii] http://www.limesonline.com/se-il-sultano-erdogan-vuole-farsi-califfo/84563

[ix] Foreign Affairs, la Stampa (a firma Molinari qualche giorno prima che ne diventasse, inaspettatamente direttore) Corriere della Sera, New York Times. Trovate tutti i link in fondo la paragrafo. Poiché è improbabile che tutta la stampa si sia volta sincronicamente verso le stesse fonti, si deve ipotizzare un “lancio stampa” sincronico da unica fonte? “Shaping the opinion” si chiama, dar forma alle opinioni.

[x] http://www.globalresearch.ca/greater-israel-the-zionist-plan-for-the-middle-east/5324815

[xi] https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Perle

[xii] http://www.lastampa.it/2015/11/27/blogs/underblog/iraq-e-siria-vanno-spezzettatiforeign-affairse-altri-rilanciano-il-nuovo-medio-oriente-un-piano-che-viene-da-lontano-MroysyG2f2s6ovIOWvSlTN/pagina.html

[xiii] http://www.eunews.it/2015/11/28/come-la-nato-sostiene-lisis/45932

[xiv] Economista famoso, tra l’altro, per aver capito che il capitalismo si vivifica con cicli di distruzione che permettono nuova creazione. La versione micro è l’obsolescenza programmata.

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