LA COMPLESSITA’ SIRO-IRACHENA RIDOTTA ALL’OSSO. Mappa per orientarsi nel disordine mediorientale

Naturalmente, come ogni mappa, anche questa è produzione di uno sguardo soggettivo. E’ scritta di getto in tre ore, non ha note d’appoggio, si basa sulle conoscenze (relativamente limitate) dell’autore. 

Il problema siro-iracheno proviene dalle forme statuali che vennero imposte nel XX° secolo ad una regione che, storicamente, non ne aveva. Tale problema è esteso a tutta la fascia Africa-Medio Oriente-Asia Meridionale e venne creato per una sovra imposizione di forme statuali, lì dove storicamente si sono avuti califfati e pullulare di piccoli regni più o meno tribali. Non solo si è imposta una forma che non aveva ragioni di esistere date le tradizioni storiche, culturali, politiche e soprattutto religiose ma la stessa ripartizione, seguendo unilaterali interessi dei colonizzatori, ha assemblato pezzi di popoli incompatibili ed ha diviso in pezzi  popoli storicamente omogenei.

Questo vero e proprio disastro geopolitico, in Medio Oriente, ha nome e data precisa: l’accordo spartitorio tra Francia e Gran Bretagna del 1916, negoziato tra due diplomatici che vi apposero il proprio nome, l’Accordo Sykes (UK) – Picot (FRA) con altrettanto distruttivi contributi successivi. L’anno prossimo ne ricorre il secolo di anniversario. Questa è la base del problema  ma poi su questa base già di per sé contraddittoria, si sono sommate ulteriori contraddizioni lungo la Seconda guerra mondiale ed i decenni successivi.

SYKES PICOT

L’ORIGINE DEL PROBLEMA

Si arriva così con un carico di pezzi di puzzle che non sono stati torniti per combaciare, alla Seconda guerra USA-Iraq. L’Iraq era uno dei capolavori “meglio riusciti” dei geografi politici britannici: curdi (non arabi) sunniti, con arabi sunniti, con arabi e iranici sciiti. I minoritari arabi sunniti, a loro volta innaturalmente separati dai parenti dislocati nell’attigua Siria, avevano con Saddam, il governo autoritario della pentola a pressione irachena. Questa minoranza governava su un’altra minoranza, i curdi, a cui era stato negato lo Stato precedentemente promesso dai soliti inglesi. I curdi sono oggi 30-40 milioni e sono locati dentro ben sette stati in quella porzione di cartina geografica con la quale non abbiamo confidenza, sebbene noi europei si sia tutti di razza “caucasica” poiché lì sono le nostre origini ancestrali (circa 50.000 af). La minoranza arabo sunnita in Iraq, governava poi anche su una maggioranza di sciiti, di etnia mista arabo-iranica. Non solo i britannici s’inventarono uno stato di tipo europeo su un territorio storico, la Mesopotamia, che trascendeva questa categoria di appena 10.000 anni ma lo fecero, anche, per dare un contentino riparatorio di un altro bel casino che avevano combinato. Si tratta del legittimo (legittimo in base al Corano) emiro di Mecca e Medina col quale fecero un’alleanza usandolo per liberare la zona dagli ottomani, salvo poi non mantenere le promesse territoriali che dovevano compensare gli sforzi degli arabi. Il contentino fu negargli la sovranità sulla Penisola arabica-Siria promessa ma dare ai due figli, la sovranità su due stati inventati ex novo, quella che sarà la Giordania, e l’Iraq. Non solo, in seguito aiuteranno la famiglia al-Saud, che tradizionalmente stava a Mecca e Medina come gli svizzeri stanno al Mediterraneo, a soppiantare i legittimi discendenti di Muhammad che stavano appunto a Mecca e Medina, inventando un terzo stato: l’Arabia Saudita. Al – Saud compì l’impresa dandosi una legittimità religiosa (che non aveva) ricorrendo al patto tra suoi antenati ed un altro illegittimo, un certo al-Wahhab da cui discende il wahhabismo, una interpretazione coranica estrema che esiste solo in Arabia Saudita.

Quando saltò, il coperchio della pentola a pressione irachena ovvero Saddam, tutte queste contorte linee di forze disordinate, presero vigore e ne nacque la situazione che fa da premessa alla storia più recente. Naturalmente dei disastri Sykes Picot fa poi parte anche tutta la storia Israele-Palestina ma già aggrovigliati con quella siro-irachena, ce la risparmiamo. Inoltre, lo sciagurato design delle scatole di sabbia mediorientali, si era intrecciato col petrolio, con i postumi della R.A.U. (tentativo di unione laica tra Egitto-Siria e Yemen, da cui derivava il partito Ba’th, al governo proprio in Siria ed Iraq), erano arrivati gli americani, i russi erano diventati sovietici e poi di nuovi russi, gli ottomani erano diventato turchi, gli israeliani erano diventati una potenza regionale atomica e gli iranici erano diventati una repubblica islamica sciita, aspirante atomica.

Si arriva così all’Isis. Dopo aver lungamente ricercato tempo fa sull’argomento, chi scrive si è fatto questa idea sull’origine dell’Isis. L’Isis è un soggetto tripartito. Il suo scheletro è dato dall’élite della minoranza sunnita irachena, proveniente dall’esercito, dai servizi segreti e dalla polizia dei tempi di Saddam. Questa è la sua infrastruttura locale e militare (professionale). Su questo scheletro si è formata la muscolatura e gli organi dati da vari tipi di aderenti al radicalismo islamico (salafiti, jihadisti, wahhabiti et alter) provenienti da tutto il mondo musulmano. Il sistema nervoso è stato fornito da…? Ora qui la faccenda è sia oscura che complicata. Chi scrive ritiene che l’origine strategica del progetto Isis sia arabo saudita. Per lungo tempo questa origine è stata negata. Poi si è cominciato ad ammetterla ma con la formula: all’inizio privati sauditi hanno finanziato l’Isis poi la creatura si è rivoltata contro. Dopo le dichiarazioni di Putin in Turchia, i giornali continuano con la versione dei finanziamenti privati. Chi scrive (e non sono il solo ma in compagnia di ben più qualificati di me) non ritiene che siano stati i “privati” ma la famiglia reale saudita in piena consapevolezza ed intenzione e ritiene che questo non sia stato solo l’inizio di cui successivamente i sauditi  avrebbero perso il controllo, venendone addirittura minacciati, ma sia valido ancor oggi. Su quanto questo progetto fosse stato condiviso tra sauditi ed americani il discorso si fa lungo e complesso. Il progetto è stato probabilmente condiviso con “una parte” degli americani di più e con un’altra di meno mentre è stato condiviso sicuramente con gli israeliani e con i turchi. Attualmente, non è escluso che la variegata composizione interna dell’Isis abbia conflitti strategici interni e col patrocinatore saudita. Altresì non è detto si renderà docile alle soluzioni che verranno approntate sopra la sua testa. A cosa mirava, il progetto Isis?

L’obiettivo del progetto era triplice: 1) Il primo fine era quello di creare uno stato sunnita prendendo un pezzo di Iraq ed un pezzo di Siria. Questo nuovo stato ricuciva l’unità tribale sunnita separata dal Sykes Picot. Abbandonava l’impossibile convivenza con curdi e sciiti. Creava uno stato intercapedine tra mondo sunnita-israeliano e il mondo sciita-iraniano, “affiliato” all’Arabia Saudita. Sottraeva terra e potere alle tribù sciite siriane che erano specularmente ma inversamente al problema iracheno, a loro volta una minoranza (sciita) che governava una maggioranza (sunnita). Ambiva ad integrare parte dei pozzi iracheno-siriani con il sistema saudita-Golfo. Si poneva come possibile alternativa alla rete degli idrocarburi che sfociava nel Golfo, offrendo una teorica possibilità di sfociare direttamente nel Mediterraneo. Questo primo fine motivava lo scheletro armato del soggetto che con la fine di Saddam aveva perso tutto: terra, potere, futuro. 2) i sauditi avevano un problema con al-Qaida. Era al-Qaida il vero Frankenstein a cui avevano dato vita assieme a gli altri paesi del Golfo e che si era rivoltato contro “il creatore”. Si tenga conto che di tutte le costruzioni istituzionali del vario mondo musulmano, la monarchia è probabilmente, la forma meno legittima secondo la tradizione coranica. La monarchia marocchina ha legittimità un po’ stiracchiata, quella giordana -hascemita da Husayn, lo sceriffo di Mecca e Medina fregato dagli inglesi- invece è pienamente legittima discendendo dall’antico clan di Muhammad [Banu Hascim] e non a caso saranno i giordani a decidere il tavolo di composizione delle trattative sul post Siria concordato l’altro giorno a Vienna. Quella saudita  non ha alcuna discendenza da Muhammad ed è del tutto infondata. Ma il culmine è che una monarchia e per giunta infondata, governa su Mecca e Medina. Scorrendo il registro delle cronache, troverete diversi attentati ed arresti di affiliati ad al-Qaida in Arabia Saudita mentre non ne troverete neanche uno di Isis. Per risolvere il problema al-Qaida che era il progetto 1.0, si creò il progetto 2.0 di modo che gli affiliati al primo si travasassero nel secondo. L’inimicizia, ambigua come tutte le cose arabe, tra al-Qaida ed Isis, discende da questa competizione. Il travaso si è fatto stringendo i cordoni della borsa per al-Qaida e inondando l’Isis, poiché il jihadista è sensibile al soldo si è prontamente travasato. I resti di al-Qaida sono rimasti nella sfera d’interesse del Qatar.  Come posizionamento, fatta salva l’adesione allo stesso ceppo ideologico che origina da Sayd Qutb e i salafiti, mentre al-Qaida era contro il nemico vicino (tutti i governi illegittimi arabo-musulmani) e quello lontano (il Grande Statana occidental-americano), Isis voleva uno stato-territorio ed il suo nemico principale, sia territoriale, sia ideale, era il mondo sciita. Sciiti infatti erano sia i governanti siriani, sia quello che rimaneva dell’ex-Iraq, sia il nemico storico dei sauditi, l’Iran. Tecnicamente parlando, al-Qaida nasce e rimane una organizzazione di tipo terroristico, Isis no, è un progetto che rivendica uno stato non su base etnica ma su base religiosa il che non toglie che possa -anche- usare il terrorismo. 3) il terzo obiettivo era il più ambizioso ma non so dire se sia stato previsto come un tentativo-alone o un fine perseguito con piena convinzione. Si trattava di monopolizzare il mondo dell’estremo islamismo, strappandolo da una galassia variegata che al suo estremo spettro politico ha i Fratelli musulmani che non sono terroristi (appoggiati da Qatar) e consegnandolo al mondo wahhabita di cui i sauditi sono monopolisti. Tutte le più efferate pratiche dell’Isis non fanno che ripetere le gesta e le prescrizioni di al-Wahhab, la letteratura che gira tra gli affiliati dell’Isis è tutta di esplicita origine wahhabita. La gran parte del network di nuove scuole coraniche e moschee, aperto tanto nel mondo islamico, quanto in quello extra-islamico, hanno origine saudita-emirati.  La ramificazione dell’Isis, dall’Estremo Oriente, all’estremo Occidente africano, segue questa linea di manipolazione e monopolio dell’interpretazione più rigorosa del Corano, al fine di condizionare tutti i governi del vario mondo musulmano, nonché disturbare i nemici esterni all’Islam, che siano cinesi, russi, indiani o europei. Quindi: uno stato islamico-califfale nel Siraq anti-sciita, soppiantare al-Qaida con il conseguente riorientamento strategico, egemonizzare il variegato mondo islamista con il wahhabismo.

I cinesi, quando si tratta di uiguri (popolazione turca, musulmana, nell’ Ovest dei confini nazionali cinesi, nel Xinjiang), vanno per le spicce. Eppure, per quello che si sa, forse gli islamici sono responsabili addirittura di un attentato a Beijing. Inoltre, paventano che l’Isis si allarghi alle regioni centro-asiatiche dove i cinesi hanno progetti relativi alla propria, nuova, Via della Seta. Ma in questi giochi in cui i comuni mortali si perdono per bancarotta etica e logica, la Cina è anche cliente dell’Arabia Saudita (petrolio) e gli ha venduto i missili su cui i sauditi pensano di mettere le testate nucleari date dai pakistani (che sono amici dei cinesi). Gli indiani del neo-nazionalista indù Modi, hanno cominciato a fare a botte con i musulmani interni e lì la faccenda è complicata anche dal Pakistan. Lo stesso Pakistan pare abbia un segreto accordo di fornitura di testate atomiche ai sauditi, qualora si presentasse un problema con l’Iran. I russi sono quelli che hanno le idee più chiare e le mani più libere nell’opporsi ai disegni egemonici sauditi. Oltre ad interessi geopolitici generali, ai problemi di terrorismo islamico nel Caucaso, il dente avvelenato per il dumping sul prezzo del petrolio, hanno l’interesse imprescindibile di mantenere la base navale di Tartus in Siria, che è l’unico punto d’appoggio fuori del Mar Nero. Non appena Isis si è presentata a ridosso di Tartus, Putin ha fatto decollare i caccia. Gli iraniani sono ovviamente schierati come “il nemico” principale, attraverso l’Iraq sciita, Assad e gli alawiti (che sarebbero sciiti ma non ortodossi), ed Hezbollah che sarebbe una specie di fratellanza musulmana versione sciita.  Hezbollah ha interessi sia in Siria, sia in Libano. Inoltre, l’Iran rimane l’unico vero nemico armato contro Israele. I curdi iracheni, ovviamente combattono contro l’Isis per ragioni confinarie. L’Isis vorrebbe quanto più Iraq è possibile, i curdi resistono per la loro parte, altrettanto in Siria. I turchi, non vogliono che prenda forma un possibile stato curdo, in specie quello sul versante siriano che è monopolizzato dal peggior nemico interno della Turchia di Erdogan, il Pkk. Altresì, possono tollerare  uno stato sunnita in Siraq anche se è da vedere bene di che tipo e vorrebbero partecipare al banchetto siriano prendendosi un pezzo del suo Nord. Gli israeliani sono solidali con l’Arabia Saudita e l’allontanamento dei confini sciiti, oltre ovviamente a vedere di cattivo occhio Assad e combattere Hezbollah. L’Isis ha tagliato molte teste ma neanche una ebraica. L’Egitto sta alla finestra, può poco al momento ed ha le sue gatte interne da pelare, nel Sinai e contro la Fratellanza musulmana, ha simpatia per i petrodollari sauditi ma non è detto non si faccia sotto alla partita. In fondo ha rapporti storici con una Siria laica e sicuramente non condivide le strategie saudite più hardcore. D’altro canto, al-Sisi, è debitore dell’appoggio del Golfo al colpo di stato che ha rovesciato Morsi e la Fratellanza musulmana. Si tenga quindi conto che c’è: uno scontro sunniti-sciiti (Arabia Saudita – Iran) detto “scontro settario”, ci sono appetiti territoriali e vecchie inimicizie d’area, l’esibizione di potenza wahhabita per soppiantare al-Qaida ed egemonizzare l’islam radicale. Intorno, russi ed americani che osservano e partecipano, europei (francesi e britannici) convinti, da un secolo, che la cosa li riguardi.

Gli americani? Innanzitutto bisogna dividere gli americani in due. Da una parte l’’industria militare più tradizionale, i neocon, la Clinton, uniti e solidali col progetto saudita, quantomeno per ciò che riguarda la risistemazione dei confini mesopotamici. Dall’altra l’amministrazione Obama. Obama ha dichiarato -ed ha conseguito comportamenti pratici coerenti-, che il Medio Oriente è sceso nella graduatoria degli interessi geopolitici americani. Ricordiamo che la strategia geopolitica obamiana annunciata punta all’Asia, quella praticata punta anche a dividere Russia ed Europa, il gas di scisto emancipa per grande parte gli USA dalla dipendenza dal petrolio mediorientale. La politica dei prezzi gestita come un’arma dai sauditi, andava contro l’Iran e la Russia ma non meno contro gli americani tentando di mettere il scisto fuori mercato. E’ in gioco lo statuto del dollaro, i trattati regionali (Tpp. Ttip. Tisa, allargamento NATO), gli USA hanno già un bilancio fuori dai limiti e non sono onnipotenti, il discorso sulle priorità ha senso.  Obama sta sdoganando l’Iran per creare un quartetto+1 auto-bilanciato (Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto + Israele non direttamente) che si neutralizzi a vicenda creando il famoso equilibrio delle potenze regionali. Che si venga a formare un nuovo stato sunnita in Siraq è dato forse per scontato per cui l’impegno anti-Isis è stato solo mimato. Quello della parte neocon-Clinton invece è stato agito ma a favore del progetto sauditi-Isis.  Recentemente è diventata golosa l’idea di dare finalmente uno stato ai curdi. I curdi sono tanti, non sono arabi, sarebbero eternamente grati (alleati fidati) a chi dà loro la statualità, avrebbero prossimità al Caspio, starebbero in mezzo ad Iran, Caucaso, nuovo stato sunnita/Medio Oriente. Probabilmente, l’idea sarebbe consentita da iracheni, iraniani (recalcitranti ma potrebbe essere oggetto di scambio con altri favori)  e nuovo ipotetico stato sunnita, non credo dai turchi ma anche qui si tratta di vedere la contropartita. L’Iraq curdo è quello più ricco di petrolio.

Recentemente, Umberto Veronesi di cui era sconosciuta la competenza geopolitica, ha azzardato l’idea di sdoganare la pretesa sunnita di un nuovo stato siro-iracheno. In termini di realismo, che è l’unica filosofia che conti in geopolitica sebbene non sia la sola ad influenzarne il pensiero, questa pare l’unica soluzione possibile. E’ molto difficile pensare di riportare i sunniti iracheni con curdi e sciiti in un unico stato. E’ altrettanto improbabile, pensare di ricostituire la Siria originaria. E’ parimenti difficile che l’Arabia Saudita, il Qatar, i golfisti,  la Turchia, i curdi e gli stessi sciiti accettino un ritorno alle posizioni di partenza. Fece parte della strategia neocon che mosse Bush in Iraq, balcanizzare la regione. Sapevano cosa stavano facendo e contavano su oggettive linee di faglia, le stesse dei Balcani.

Si tratterà quindi di vedere come e quando dar seguito a questo esito scontato premettendo che non sarà affatto facile e che proprio al giungere al dunque di chi si prende cosa e come, le azioni sul campo si infittiranno per guadagnare posizioni-fiches da giocarsi al tavolo delle complesse trattative. Altrettanto, si manifesteranno caoticamente tutte le direzioni divergenti che compongono oggi l’interno del soggetto Isis. Chissà che la strage parigina non possa esser inquadrata anche in questo senso. Ricordo anche che quella di Charlie Hebdo avvenne tramite soggetti che si richiamavano ad al-Qaida non ad Isis.

Si tratterà poi di vedere cosa ne sarà dell’obiettivo 2) e soprattutto 3) della strategia Isis-Arabia Saudita. Uno stato sunnita di impostazione islamica naturalmente sarebbe la success story che nella competizione jihadista farebbe trionfare l’Isis su al-Qaida e più in generale sul ribollente mondo dell’islam radicale che esiste e non necessariamente imbraccia il mitra. Ma poiché il mondo arabo è il più tipico dei gineprai hobbesiani, se i sauditi l’avessero vinta su questo punto, chissà “gli altri” cosa farebbero. Soprattutto il Qatar che tanto si è speso in Siria. Infine, l’idea di una egemonia wahhabita con uno stato di partenza ed impegni terroristici in tutto il mondo musulmano sarebbe inaccettabile per tutti. L’idea stessa di un califfato è una minaccia mortale alla legittimità di qualsiasi sovranità statale dell’Islam che, ricordiamolo, conta 1,6 miliardi di persone. Ricordo che il “califfato” è ritenuta l’unica forma legittima di forma politica in base alla storia essendo questa la forma in essere della zona dalla morte di Muhammad (632) al 1924. In base alla storia, non al Corano che in materia non dice nulla.  S’impone quindi, una qualche forma di normalizzazione dell’Isis ed una sua trasformazione in gruppo dirigente della nuova entità statale con rilascio in vuoto a perdere, dell’anima jihadista che bisognerebbe poi vedere che fine farebbe.  I discendenti di Sykes non so cosa stiano facendo ma qualcosa di molto arzigogolato, sicuramente lo stanno facendo (as usual), probabilmente come consulenti geopolitici dell’Arabia Saudita e “padrini occulti” della nuova creatura. I discendenti di Picot bombardano, vengono mitragliati nei boulevard, cantano la Marsigliese e vanno e bombardare di nuovo e di più. Sanno che con i bombardieri non si risolve nulla se non ottenere una sedia la tavolo che tratterà il finale di partita e ritenendo quella, “zona loro”, quella sedia è ritenuta fondamentale. Qualcuno dovrà pur ricostruire con creatività, la schumpeteriana distruzione, no? Vedo un bel TGV Baghdad – Damasco, Damasco – Ryad e non solo.

In Europa, si mostra plasticamente come i più sono ignari del mondo. Se ne sentono di tutti i colori e si discute su un discreto numero di cose (ideologiche, romantiche, emotive) che poco o nulla hanno a che fare col problema. che è intricato ma non richiede una laurea in meccanica quantistica per esser approcciato. Ci sono le élite francesi strapazzate da sogni di potenza neo-coloniale: i francesi si stano dimostrando un popolo assai unito nel ritenersi “speciale”, entro un certo limite questo è anche simpatico folklore, nel mondo complesso diventerà invece un problema. Ci sono poi quelle che si occupano solo di euro, derive neo-liberali ed impossibili limiti di bilancio da mantenere nel futuro anche immediato. I francesi hanno già defezionato e poiché anche gli americani spingono per l’aumento delle spese della difesa ed hanno inviato due bei missili a miss Merkel, uno con su scritto VW e l’altro DB, per cui penso che i limiti diventeranno improvvisamente porosi. C’è l’europeo medio che è terrorizzato dal mondo che è e che verrà. Dalla politica all’informazione che nulla hanno fatto sino ad oggi per intermediare la nuova complessità del mondo, potenti dosi di isteria non fanno che confondere ulteriormente le cose.  C’è poi il circo dell’incompetenza mediatica e gli avvoltoi e le iene che pasteggiano su i cadaveri. L’intellighenzia di sinistra, a casa loro quando si tratta di migranti, Tsipras, l’euro ed il neo-ordo-liberismo che hanno scoperto con qualche decennio di ritardo diventando però tutti docenti di teoria monetaria, ti guardano come se parlassi di Yoda e Dart Fener. L’ambiente alternativo più estremo, vede complotti sofisticatissimi e non vede quelli più concreti. L’Isis è la CIA, non c’è stato nessun attentato ma solo covert operations, il cattivo è sempre l’America (powered by sionisti), il mondo (al pari dei neo-con) è idealmente diviso in buoni-buoni vs cattivi-cattivi. Il fondamentalismo arabo è una invenzione pura e semplice. Sono invero i più disincantati per certi versi ma nella sottovalutazione delle dinamiche arabo-islamiche mostrano la stessa cecità degli imperialisti e dei colonialisti ovvero un ottuso euro-centrismo ed un occidentalismo che sebbene critico, riduce la complessità del mondo nuovo al solo imperialismo capitalista. Recentemente, le uniche cose sensate che si sentono vengono dette da generali in pensione. Infine, leggersi qualcosina su l’Islam che è: a) più del 20% del mondo; b) in potente crescita demografica; c) dirimpetto a noi; d) già consistentemente presente da noi; e) un posticino con 3o e più stati del continuum afro-asiatico; f) una cultura molto complessa che ha millequattrocento anni, non sarebbe una cattiva idea.

Tutto questo disadattamento evidente, depone a sfavore delle previsioni sulla consistenza del nostro prossimo futuro che sarà pesantemente condizionato da questo gioco e da quello più ampio che attiene alla risistemazione dei pesi di potere sul globo.

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(Questo articolo è stato ripreso, tra gli altri, anche qui e qui)

[A chi interessa: 1) Un nostro studio di più di un anno fa, qui (più puntate); 2) Un nostro corposo studio su Corano ed Islam, qui (Intro + 7 puntate); 3) un’altra analisi sullo scenario di otto mesi fa, qui]

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IL PREZZO DEL DISADATTAMENTO

14 Novembre. Ed ora l’onda di sdegno e commozione, le improbabili contro-analisi su chi è stato e perché l’ha fatto, la melassa retorica, la voglia di restituire il colpo. Noi non stiamo capendo cosa è diventato e cosa diventerà il mondo, il nostro e quello a noi vicino. Noi non siamo adeguati ai tempi che ci è toccato in sorte di vivere. Viviamo ignari convincendoci che tutto va per il solito, poi soprassaltiamo un po’ quando succede qualcosa di violento che ci lambisce o colpisce, poi dimentichiamo e torniamo a prorogare ostinatamente il nostro corso di vita estraneo. Noi ci rifiutiamo di capire perché rifiutiamo di agire perché sappiamo che questo agire turberebbe profondamente il nostro modo di essere, noi non vogliamo cambiare. Quando il mondo cambia e noi no, poiché chi detta le regole del gioco della realtà è il mondo, noi ci troviamo disadattati. I morti di Parigi e quelli che verranno sono le vittime del nostro disadattamento.

Cosa dovremmo capire per agire di fronte a fenomeni come quelli di ieri sera a Parigi? Forse dovremmo partire dall’anello di causazione più semplice, non l’unico, ma comunque quello senza la cui esistenza non esisterebbero neanche gli altri. L’anello più semplice ha tre segmenti. Il primo segmento è dato dal fatto che ieri sera, a Parigi, molte persone trovavano bello trascorrere la serata in compagnia, o in un ristorante cambogiano, o ad un concerto rock, o a vedere una partita di calcio. Il lato piacevole della vita normale secondo gli standard europei e più in generale occidentali. Questi standard sono garantiti da una complessa macchina economica e finanziaria che in quanto determina gli ordini sociali dei nostri popoli-nazioni, diventa interesse di Stato. Una parte di questa macchina, per i francesi, include una vasta serie di rapporti interessati con realtà extra-nazionali che si trovano, tra l’altro, in Africa occidentale e Medio Oriente. Il secondo segmento presenta una perturbazione a gli interessi dello Stato francese. Si tratta di conflitti indiretti, conflitti che riguardano fazioni politiche relative ai territori extra-francesi: la fazione del potere in carica -che ha ottimi rapporti con lo Stato francese, quindi con il loro interesse- e le fazioni sfidanti. I francesi potrebbero lasciarlo esser un conflitto indiretto ovvero aspettare che si risolva in favore dell’uno o dell’altro ma bisognerebbe allora che accettassero il fatto che se vincesse il potere sfidante, dovrebbero dire addio ai benefici della propria presenza che estrae ricchezza locale per alimentare lo standard di vita nazionale. Se non si accetta questa eventualità, la riduzione della propria potenza, allora bisogna intervenire ed il conflitto da indiretto, diventa diretto. Si arriva così al terzo segmento. Avere un conflitto diretto tra uno Stato ed una entità non formale, porta allo scontro asimmetrico.  E’ uno scontro come qualsiasi altra forma più tradizionale, cioè una guerra, ma mentre le guerre propriamente dette hanno un solo campo di battaglia ed eserciti regolari con vittime civili collaterali, lo scontro asimmetrico può arrivare ad avere due campi di battaglia, due eserciti, uno regolare ed uno no, vittime civili facenti parte del campo di battaglia non come collaterali ma come obiettivi principali. Quello che è successo ieri a Parigi è la chiusura del circolo delle cause semplici in una forma finale di guerra asimmetrica.

Poiché in definitiva, il soggetto centrale di tutta questa situazione è il popolo francese, perché è questo che deve decidere del prezzo del proprio standard di vita, perché è questo che elegge i propri rappresentanti che poi interpretano e gestiscono l’interesse nazionale, perché è esso stesso quello che paga il prezzo d vite umane della guerra asimmetrica, tocca al popolo francese decidere come agire.

Può certo desiderare di distruggere il potere sfidante locale di modo da non subirne la reazione ma nel caso in oggetto, questo obiettivo parrebbe non alla portata del solo Stato francese. Potrebbe allora allearsi con gli altri nemici del potere sfidante ma chissà perché, proprio lo Stato francese risulta alleato con gli amici del potere sfidante e nemico dei loro nemici naturali. Forse di questo dovrebbe chieder conto ai propri rappresentanti. Potrebbe inventare una qualche forma più sofisticata di intervento indiretto che forse: a) renderebbe meno esplicito ed evidente il suo ruolo; b) potrebbe addirittura portare effetti più concreti degli interventi diretti, cioè militari. Sembra però che questa forma più sofisticata di manovra sul mondo complesso non sia conosciuta in Occidente. Del resto, nel passato, anche quando era conosciuta, ha portato a risultati disastrosi. Potrebbe migliorare la propria intelligence, polizia e forma repressiva interna di modo da minimizzare i rischi delle ritorsioni indirette ma questo consiglio sembra non tenere conto della oggettiva ed ineliminabile porosità delle società occidentali. Eliminare questa porosità che offrendo libertà offre anche opportunità di azione per il nemico, significherebbe togliere “occidentale” da “società”e tra l’altro non si vede quale logica potrebbe avere, visto che la ritorsione si ha per essersi impicciati in cose da cui proviene parte della qualità di vita di quella società. In pratica si accetterebbe di peggiorare la qualità di vita ma alzando i rischi di ritorsione, un assurdo. Ci si potrebbe del tutto astenere dall’intervenire in conflitti terzi e si potrebbe accettare una moderata rinuncia di parte di quella qualità della vita ma allora bisognerebbe agire internamente per redistribuire la tanta che hanno i Pochi, compensando quella poca che perderebbero i Molti.

Rimarrebbe certo una parte del problema. Popolazioni con alti tassi di natalità, quindi giovani, sono strette nel triangolo insostenibile fatto da: 1) una memoria storica di umiliazioni seriali, di morti, stupri, ingiustizie, rapine, tracotanza, sudditanza ad opera di 978880618037MEDsoggetti coloniali; 2) una realtà economica depressa e corrotta poiché gli interessi di monarchie medioevali, élite militari, stati confinanti, potenze planetarie, soggetti settari, variamente in concerto tra loro, non mostrano alcuna capacità di aiutare i loro popoli ad un adattamento sociale e storico ai tempi che sono; 3) una ideologia di stampo religioso, molto indeterminata sebbene presente come unica ed in forme molto estese, che offre spunti per interpretazioni che vanno dalla quiete universale alla guerra santa, che non ha una autorità centrale normativa, che è usata da interessi settari o nazionali o geopolitici da parte di attori molto furbi e molto ricchi. Tale triangolo che ha solo entrate e non uscite, è poi inscritto del cerchio della modernità, quella in cui, quei giovani sono immersi ma con pochi diritti di fruizione se si vive fuori dall’Islam, quella vista nei mezzi di comunicazione di massa e con nessun diritto di fruizione bensì solo di desiderio, se si è nell’Islam. Tale desiderio è poi ambivalente perché in conflitto con alcune norme della propria etica religiosa e relativo al mondo di coloro che, in fondo, si odiano.

Questa secondo problema è più complesso e merita un dibattito ampio e profondo ma è meno urgente. Quello più urgente è che i francesi e coloro che partecipano della loro sorte, decidano dentro l’equazione data: se pagare i prezzi degli atti di guerra condotti per sostenere una parte del proprio tenore di vita, se incrementarli incrementando l’azione di guerra, se diminuirli astenendosi da azioni unilaterali, se diminuirli di più astenendosi del tutto da condurre azioni di guerra aperta. Il resto è “temps perdu”.

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IL SECOLO DI TUTTI E DI NESSUNO.

“… bisogna sempre opporsi alla potenza più forte, più aggressiva, che più domina…”

W. Churchill, The Second World War, vol I, p. 207

life_american_centuryNel 1941, H. R. Luce, l’editore di Life, pubblicava uno storico editoriale il cui titolo era: “The American Century”, espressione poi divenuta un concetto. Nel 1997, viene fondato a Washington un think tank che si chiamava “Project for the New American Century” (PNAC), il quale, nel 2000, pubblica un rapporto Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo. Del gruppo facevano parte sia pezzi importanti dell’intellighenzia geopolitica americana (R. Kagan, F. Fukuyama), sia praticamente tutto il governo della presidenza Bush jr , da D. Cheney a D. Rumsfeld. L’idea del “secolo di qualcuno”, poggia sul precedente britannico ed anche se nessuno lo formalizzò come concetto, l’antesignano del secolo americano fu l’Impero britannico. Dopo l’uno viene il due e dopo il due viene il tre, ed ecco che alle avvisaglie di una possibile contrazione americana o più che altro, di una espansione cinese, alcuni intravedono un “secolo cinese”.

Time-1963La struttura dell’idea è che esiste un lungo tempo (il secolo) in cui il mondo è considerato un sistema che deve avere un centro ordinatore. L’idea, proietta in macro, quella che è la struttura del potere politico ovvero la centralizzazione in capo ad un “sovrano”. Può essere un re o imperatore o dittatore o un governo che agisce (dichiara di agire) in nome e per conto del popolo, da cui l’espressione “il popolo sovrano”. A parte gli anarchici, non c’è praticamente nessuna ideologia politica conosciuta che pensi possibile un autogoverno acentrico dei sistemi politici. Tutte, prevedono che qualcuno o qualcosa funga da centro della decisione, poiché l’informe presuppone un governo, il governo presuppone l’azione politica,  l’azione politica presuppone una intenzione e l’intenzione una capacità di decisione, esattamente come avviene con la mente, per il singolo essere umano. Altresì, l’azione politica si ritiene necessaria per governare l’ordine e gli interessi di un aggregato geo-demografico ovvero uno stato, una nazione, ed è proprio questa facoltà di governo ciò che fa di una aggregato, un sistema.

La struttura principale che dà ordine ed interessi alle comunità umane riunite in Stato-nazione o anche solo Stato, però, non è solo la politica, c’è anche ed a volte soprattutto, l’economia. Qui la quasi unanimità registrata a proposito dei sistemi politici si rompe. Ad 41LsMupBqiL._SY344_BO1204203200_1un estremo, ci sono le idee dirigiste ovvero una qualche forma di subordinazione del sistema economico alla capacità ordinatrice della politica, come fu nel caso del comunismo storico e per gran parte del caso socialista. In mezzo ci sono idee relazionali per le quali il politico ordina alcune parti del sistema economico (istituzionalismo) o ne cura le condizioni di possibilità (non ha nome ma è in pratica quello che fanno tutti i governi) o si mette al servizio dell’economia per gestirne le disfunzioni sociali (ordo-liberismo tedesco) senza però intervenire (o quasi) nel sistema propriamente economico. All’altro estremo c’è infine la concezione simmetrico-inversa a quella social-comunista. Qui si ritiene che il sistema economico si avvantaggi laddove è lasciato libero di autoregolarsi, il sistema della domanda-offerta basato su bisogni-prezzi, il famoso “mercato”, rende il sistema economico fluido, veloce e funzionale molto meglio che se qualcuno di umano ne gestisse le intenzioni, i flussi ed i parametri. Questa concezione della filosofia economica è detta “liberale”. Anche se non usava questa definizione, Adam Smith ne fu l’antesignano e più di un secolo dopo,F. von Hayek ne fu il profeta, entrambi erano anche e soprattutto (il primo più del secondo), “filosofi”. Anche Keynes aveva tendenze filosofiche oltre a Marx. Lo sottolineo solo per ricordare che il pensiero complesso e generale è pertinenza dei filosofi, non degli economisti che stanno all’economia come i meccanici stanno all’automobile (non sono -cioè- gli ingegneri).

51w7gxYm4CL._SX327_BO1,204,203,200_ (1)Riassumendo quindi, il sistema politico è sempre previsto avere un potere ordinatore intenzionale, il sistema economico no. Vi sono molti casi di idee secondo le quali, l’economico deve sottostare al potere politico o deve dialogare a vari livelli ed intensità con questo o deve essere reso del tutto immune da questo. C’è anche una posizione estrema nello spettro “liberale”, la posizione di coloro (i libertariani) che ritengono che il sistema economico debba ordinare, nel suo ordinarsi per autorganizzazione, lo stesso sistema politico. Qui il “meno stato e più mercato” tende a “nessuno stato, solo mercato”. Ancora più estrema è la posizione libertaria assoluta ( o anarchica) per la quale sia il sistema economico, sia il sistema politico debbono esser lasciati liberi di auto organizzarsi.

Abbiamo visto il sistema politico stato-nazionale ed il sistema economico ma cosa succede al livello più alto di questa gerarchia di sistemi ovvero a quello planetario e non stato-nazionale, il livello delle relazioni internazionali o geopolitiche ed al pari livello delle relazioni geo-economiche?

L’ambiente politico a livello planetario è ritenuto essere una anarchia di default. A parte 41xht3hjwWL._AC_UL320_SR210,320_qualche fuga utopico-distopica di origine letteraria o visionaria, si parte dalla prese realistica d’atto che il pianeta è frazionato in stati (poco più di duecento, ad oggi), in potenziale competizione hobbesiana. La visione distopica profeta lo stato-mondo, un unico governo di un unico sistema integrato che riproduca in macro, il pattern tipico dello stato nazionale locale. Ha anche la versione simmetrica contraria, il mondo Mad Max, la barbarie pura. Menti semplici, usano spesso lo spettro della seconda per promuovere la prima.  La visione utopica, prevede una o più confederazioni sul modello ipotizzato da Kant nel “Per la pace perpetua” (1795). Una confederazione non è una federazione. La federazione è un sistema di parti che si regolano per creare un sistema unico che esternamente non differisce in nulla da un tipico stato, com’è nel caso degli Stati Uniti d’America. La confederazione è sostanzialmente un’alleanza che mantiene livelli importanti di decisionalità politica in capo ai singoli stati locali, i quali devolvono a dei trattati o ad una qualche struttura che li rappresenti, parti di decisionalità. Gli europei, ad esempio, avrebbero potuto non imbarcarsi nello scombinato progetto di rinunciare alla sovranità monetaria che comporta perdite consistenti di sovranità economica che comporta perdite consistenti di sovranità politica ed invece creare una confederazione, una lega, di tipo militare. Quando si sentono storici o politici dire che le idee dell’Unione o della moneta unica, nacquero dalla volontà di inibire qualsiasi rigurgito bellico tra gli stati europei e specificatamente quelli tra Francia e Germania, si dovrebbe domandare a costoro in base a quale perversa logica si pensò che una blanda unione politica o una stretta ed asimmetrica unione monetaria fossero meglio dell’idea più semplice e lineare di rinunciare ognuno alla propri sovranità militare e mettere tutte le forze in capo ad un centro militare confederale. 51tkOz2+zlL._SY344_BO1,204,203,200_Tra l’altro, essendo una funzione politica, avrebbe abituato a convergere verso strategie comuni, come secondo effetto, avrebbe creato la possibilità di una emancipazione dalla NATO che è una unione tra diseguali ed infine, avrebbe creato positivi effetti di retroazione sul circuito ricerca-industria. Comunque, di minima valgono le considerazioni che se non si ha un esercito è ben difficile fare una guerra e se ogni confederato avesse devoluto la funzione, nessuno avrebbe più potuto aggredire l’altro.

Se quindi non si opta per il governo-mondo o la aggregazione confederale, rimangono le entità stato-politiche in regime di anarchia. L’anarchia politica planetaria, viene parzialmente ordinata da tre fatti. Il primo è una rete di trattati ed istituzioni inter-nazionali, dall’UN+Consiglio di sicurezza ad una rete di diverse migliaia di trattati che regolano taluni aspetti delle relazioni globali e d’area. Il secondo è una rete di interrelazioni economiche e finanziarie che ha visto varie fasi di quella che chiamiamo “globalizzazione”. Oltre al WTO sono circa tremila i trattati specifici dell’interrelazione economica. Di recente, la potenza planetaria egemone, gli Stati Uniti d’America, sta promuovendo un processo di frantumazione areale che dovrebbe sostituire il “tutti con tutti” del WTO, con sub-trattati che prevedono gli USA al centro di diverse configurazioni. Il modello è il NAFTA, il TPP è il primo tra quelli che sono giunti alla firma dopo lunga trattativa, il TTIP ed il TISA sono in discussione. Ve ne sono anche di asiatici, promossi dagli USA (APEC) o dalla Cina (RCEP) o inter-asiatici (ASEAN, ASEAN+3 etc.) ed altri ancora, tra cui l’Unione europea ed altre forme in Sudamerica. Ognuna di queste reti giuridico-commerciali è accompagnata da istituzioni di vario tipo, ad esempio l’IMF e WB a livello planetario, 51Vvt79Q+lL._SX332_BO1,204,203,200_sfidati dalla prossima banca dei BRICS o dalla nuova banca d’investimenti e partenariato Cina + altri (AIIB). Questo secondo strato di trattati ha anche versioni militari come la NATO o versioni miste come lo SCO. Ma se lo strato di trattati giuridici e giuridico-economici (e militari) tenta di ordinare le interrelazioni tra entità altrimenti votate all’anarchia sistemica, ciò che più dà ordine a questo mondo complesso è la presenza o meno di potenze o di un potente più potente di tutti: l’egemone. Da qui, la dizione “secolo xyz” ovvero quel periodo in cui l’ambiente anarchico planetario vede la presenza di un egemone che domina o controlla che non dominino altri che non lui, prima britannici, poi americani, poi …  cinesi?

Si noti un fatto ovvio ma non sempre chiaro nelle menti, anche quelle informate se non addirittura quelle degli studiosi. L’egemone non è solo una potenza militare molto più potente di tutte le altre. Molti infatti non usano il termine “egemone” (di derivazione gramsciana, sebbene abbia valore sistemico generale) ma “gendarme”. Non potendo esserci un “sovrano”, ci sia almeno un “gendarme”, un poliziotto del mondo che decide chi può fare guerra a chi e chi no, quando e dove. bacevich1Ma questa forma di potere poliziesco-militare è in capo a soggetti che hanno anche potere economico, finanziario, politico e culturale, poiché in natura, il potere è uno, viene diviso solo perché la nostra forma di conoscenza moderno-occidentale è divisa in discipline ma questa è una peculiarità epistemica, non la forma delle cose che sono lì fuori nel mondo. Negli ospedali la medicina è divisa in reparti ma prima di finire in corsia, o si va dal medico generico o si va la pronto soccorso che è altrettanto generico perché il portatore del male va prima diagnosticato nel suo intero.

Così, il portatore del potere che più merita questa definizione, ha varie versioni di questo potere per candidarsi non solo a fare il gendarme ma l’egemone. Gli americani ad esempio, non solo hanno una forza militare da gendarme del mondo (spendono ogni anno quanto la somma dei successivi diciannove stati), diretta (NATO) ed indiretta, hanno anche tutti i presidenti della WB da quando è stata fondata  e l’egemonia di fatto all’IMF oltreché l’intenzione di superare il quasi “democratico” WTO con trattati di cui saranno il centro cosmico (NAFTA, TPP, TTIP, TISA etc.), nonché il ruolo principe all’UN e al Consiglio di sicurezza che è l’unica struttura in cui ogni tanto prendono qualche schiaffo. Poi hanno “l’esorbitante privilegio” del dollaro, moneta nazionale ma anche benchmark e riserva di valore planetaria, nonché Wall Street e parecchio altro. Hanno inoltre una pervasiva presenza di egemonia culturale, tanto nella cultura “alta” (soprattutto tecno-scientifica, economica e politica, tanto per i sistemi nazionali che per quelli internazionali), i170x240quanto in quella “bassa”, dal consumo, all’intrattenimento, alla lingua inglese, al marketing di consumo. Inoltre, c’è una tendenza, promossa proprio dagli americani, a frantumare i poteri quanto più è possibile: organizzazioni non governative o multinazionali o reti informative o gruppi di pressione o think tank o altro che è in pieno sviluppo, anche a seguito della diffusione delle nuove tecnologie informatiche ed informative. Insomma, il mondo è complesso e se vuoi avere una qualche presa su gli eventi, presa finalizzata alle tue condizioni di possibilità economiche ma non solo limitate a queste, e relative a queste anche quando si presentano in altre eterogenee forme, devi essere un egemone, non un gendarme. Il gendarme è solo un di cui dell’egemone come lo è il leader morale o intellettuale o il Pil più grosso o il concetto di “nazione indispensabile”. Naturalmente, l’egemone svolge il compito di domare l’anarchia secondo i suoi peculiari interessi e così non potrebbe diversamente essere laddove l’arbitro è anche giocatore.

The-Clash-of-Civilizations-and-the-Remaking-of-World-Order-9780684844411Com’è allora (domanda retorica) che i fautori del liberismo economico non teorizzano il pieno liberismo politico nell’ambito delle relazioni internazionali ed anzi, che siano realisti difensivi od  offensivi, o idealisti o costruttivisti (quasi sempre americani), prevedono tutti forme assai intenzionate e coattive di intervento per domare l’anarchia? Com’è che il mercato è virtuoso quando è anarchico e il mondo delle relazioni inter-statali è virtuoso quando è monarchico? C’è forse una relazione sottile che tiene le cose vere assieme quando invece la narrazione ad uso e consumo di quegli ingenui che sono gli incatenati delle caverna platonica, invoca gli imperativi del “lasciateci fare”, “vogliamo esser liberi”, “nessuna coercizione”? Forse che il gioco è lasciateci liberi di farvi da monarca? E’ questo il sottostante dell’impero liberale stelle e strisce?

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Esatto! Il gioco è proprio quello. Affinché si possa dare un sistema economico-finanziario libero di esser dominato dai più forti, il più forte deve regolare il più possibile tutti i parametri delle condizioni di possibilità degli ordini generali. Regolazione che ovviamente crea e favorisce quei specifici “più forti” ai quali è poi garantito il diritto di agire il più liberamente possibile. E’ così che diventano i più forti economici e finanziari, creando poi il sistema più forte, che diventa l’egemone sul pianeta. Di fatto, il facente funzione di “sovrano”: gli Stati Uniti d’America.

Per iniziare bene una nuova epoca di effettiva liberalità geopolitica si dovrebbero allora unire tutti gli anti-monarchici, tutti coloro che desiderano ardentemente la libertà di fare affari con chi vogliono, come vogliono, quando vogliono, di istruire una vera liberalità culturale, politica, militare, economica, monetaria e finanziaria, basata sul pluralismo, la molteplicità dialogante e il bilanciamento dei poteri, la distruzione sistematica dei monopoli di potere, l’unione sistematica di tutti gli altri quando uno sembra prendere il sopravvento. L’unione di tutti gli altri quando uno tende ad allargarsi troppo, è l’equivalente della “mano invisibile” nei mercati, è il principio puro di autoregolazione dei molteplici sistemi politici planetari in un unico sistema multipolare o apolare o complesso. Questo è il significato del motto di Churchill riportato in esergo, l’equilibrio di potenza garantito da tutti, nell’interesse di ognuno. Un mondo veramente liberalizzato in cui vengono garantite piene condizioni di possibilità a tutti e dove le regole non sono in mano al giocatore più forte. Insomma è l’ora di portare il re alla ghigliottina come c’insegnarono gli inglesi nel 1649.

Se non ci batteremo per la libertà nel gioco più grande, rimarremo schiavi e servi in tutti i giochi minori. Se non ci battiamo per la libertà, non arriveranno mai uguaglianza e fraternità.  In cosa possiamo sperare? Per cosa dovremmo batterci? Per un secolo di potere planetario diffuso ed auto-organizzato, il secolo di tutti e di nessuno.

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L’ETA’ DEL CAOS. Recensione al libro di F. Rampini

6453832_838799Rampini è un reporter sul fronte del presente con un occhio alle avanguardie che si proiettano verso il futuro. La sua cronaca del presente è passata dalla New economy, alla Cina, a Cindia (Cina + India), all’India,  alla banco-finanza con un occhio sempre attento alla rete, per poi tornare ogni tanto all’America, all’Occidente, all’Europa e sempre meno, all’Italia. Fa il giornalista e non gli si può chiedere di far di più. Oggi si occupa di caos, la cifra della contemporaneità che tende al futuro.

Il suo libro è quindi un report in nove capitoli più intro e conclusioni, sullo stato caotico della contemporaneità. Rampini non spiega e non giudica, racconta a modo suo, scegliendo esempi, casi, fenomeni che non angoscino troppo ma diano il senso di quanto potente sia un cambiamento che si annuncia permanente, ad un pubblico che si trova al confine tra la cultura e l’informazione.

Di tutti i casi che racconta due mi sembrano emblematici per inquadrare il suo punto di vista. Uno è sparpagliato nelle narrazioni e ci dice che il genovese, migrante a Bruxelles all’età di due anni e poi globetrotter prima per il Sole, poi per Repubblica, ha ottenuto la doppia cittadinanza ed è quindi italiano ma anche statunitense. Il suo punto di vista occidentale è quindi per nulla italiano, molto poco europeo ed ormai abbastanza interno alla mentalità “colta” americana ovviamente di sinistra e progressista tipo Rifkin, Stiglitz, Sachs, Mason, Reich . L’altro è il racconto della scelta di Andrew Sullivan, uno dei primi blogger di successo e pioniere del giornalismo on line indipendente che ha improvvisamente chiuso la sua attività sulla rete dopo quindici anni Robert-Reich(Daily Dish). Perché? “Voglio tornare al mondo reale. Leggere lentamente, attentamente. Scrivere un libro. […] lunghi saggi che rispondano in modo approfondito e più sottile alle questioni che si sono presentate in questi anni”. Sullivan ha fatto il pieno di orizzontalità, ora sente il bisogno di verticalità. Traspare qui, il principio di indeterminazione della conoscenza che ad un polo ha questi orizzontalisti dell’informazione, del commento, della polemica che dicono su tutto ma significano poco e dall’altro i verticalismi del sapere, dell’approfondimento specialistico, del linguaggio esoterico di questa o quella remota contrada disciplinare che significano molto ma di porzioni che valgono molto poco per comprendere i fenomeni generali. Conoscere, sapere, comprendere, capire, ci si dibatte in questo quadrilatero gnoseologico i cui oggetti, però, sono in genere molto parziali ritagli del Tutto.

Forse Rampini, prima o poi, sceglierà anche lui di smettere di fare l’ape ronzante su i mille fiori che sbocciano al mattino della nuova storia e, preso dalla sindrome della saggezza che coglie, fatale, ad una certa età, si metterà a riflettere al fondo delle cose. Glielo auguro. Nelle conclusioni (provvisorie e leggere), Rampini cita il libro di Julien Benda “Il tradimento dei chierici” (Einaudi, 2012), Scritto nel ’27, il saggio è una sfuriata indignata contro i traditori dell’intelletto e della ragione. Quegli intellettuali che defezionano dal ruolo terzo di custodi se non dell’impossibile avalutatività weberiana, almeno dell’onestà intellettuale, della visione ZOMstorica, della difficile comprensione del tutto ma anche del suo contrario, per diventare apologeti di una fazione in lotta, quando non servi di uno dei mille poteri in lotta per l’egemonia. Ed a questo principio di terzietà sembra volersi ispirare anche il nostro che nei dieci capitoli del suo racconto, ci porta da spunti veloci di geopolitica all’economia sempre più banco-finanziaria, dall’America alla Cina, all’India sempre bilanciando luci ed ombre, dalle questioni ambientali, alle tecnologie, fino ai  poteri non neutrali della scienza,  accennando al problema dei migranti e tornando spesso a parlare della rivoluzione digitale. Il succo conclusivo, Rampini lo trova in una citazione a cui premette: “Allora una strada per uscirne deve anche partire da qui: dalla ricerca paziente delle rarissime voci scomode, che accettano la contraddizione, abbracciano la complessità, cercano di indagare onestamente i propri errori, e riconoscono perfino qualche sprazzo di verità in chi sembra l’opposto di sé”. La citazione è dal libro di un medico americano, Kabat-Zinn ed all’interno le due paroline magiche: “reciprocità ed interconnessione”. L’invito al superamento del manicheismo è forse dovuto allo stato attuale della separazione frontale delle mentalità che c’è negli Stati Uniti ma è anche vero che gli enti complessi (ad esempio il “mondo”) non rispondono alla logica dicotomica.

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Insomma, Rampini non esprime giudizi, illustra solo lo stato incipientemente caotico del mondo, scegliendo alcuni linee di faglia per darci un racconto di quel presente, il cui futuro diventa viepiù incerto.

Il movimento principale è ovviamente la pressione esercitata dalle società-economie-demografie affluenti  (BRICS ma non solo), sul sistema occidentale che Rampini interpreta, soprattutto, come americano. Di questo Resto del Mondo, si concentra  su Cina ed India. Inquinamento, corruzione, invecchiamento demografico, rischi di tensioni sociali e rivendicazioni salariali, bolle speculative, squilibri città-campagna e migrazioni interne, la98179606ceec242a6c9b438200fc5da6 Cina di Rampini è una porcellana piena di incrinature che potrebbero portare a vere e proprie, imminenti, rotture. Il mastice che regge ancora il sistema è dato dal nazionalismo e dal leaderismo di Xi Jinping, uomo forte che incarna un autoritarismo confuciano, versione più hard di quello singaporiano, l’alto tasso di risparmio, i piani della nuova banca di investimenti ed il rinnovato progetto della Via della Seta, le nuove modernissime infrastrutture e la dedizione, anch’essa confuciana, allo studio. Qualche anno fa, il nostro, era più ottimista, oggi traspare una rete di dubbi. C’è da dire che gli analisti americani sono concordemente convinti di questa analisi sino-catastrofica, la Cina è una tigre di carta e prima o poi prenderà fuoco (anche perché ci sono seri problemi nell’approvvigionamento idrico). Rimandiamo ad altre sede una conferma o meno di questa profezia, aggiungo solo che la Cina non ha mai preso del tutto fuoco in duemiladuecento anni e che suddetti analisti provengono da un paese che di anni ne ha solo poco più di duecento. Il confine tra la seria previsione ed il wishful thinking sconfinante nella macumba, temo sia molto labile.

L’India sembra più simpatica a Rampini che lì ha la figlia che svolge progetti di ricerca. Aperta al nuovo asse con Washington (ma temo sia un eccesso di obamismo da parte del genovese dar per scontato questo schieramento geopolitico), l’India è piena di luci e di ombre ma forse le luci prevalgono. Forse proprio perché essendo già di suo patria di un certo caos permanente, l’India sembra quantomeno non aver problemi di adattamento al nuovo clima confuso. Problemi ne ha: burocrazia, inquinamento, ineguaglianza, pessime infrastrutture, scuola di base quasi inesistente. In più il nuovo nazionalismo indù, le tensioni coi musulmani, la condizione della donne, le frizioni tra sistema democratico e sistema castale, anche se questo vige solo fuori dei grandi centri. Però è piena di giovani come-si-governa-light(sebbene dentro una marea demografica montante che la porterà a superare la Cina previdente del figlio unico), sprigiona innovazione ed è forte storicamente nell’intelligenza astratta (matematica), ha un’economia molto sviluppata all’interno e quindi risente meno degli scossoni del caos globale sebbene rimanga dipendente da i capitali esteri che il prossimo rialzo dei tassi Fed potrebbe spingere al ritiro. Interessante la segnalazione delle nuove tecnologie -jugaad-, tecnologie nate per costare molto poco e consumare meno. Forse questo è uno dei segnali positivi dal futuro, quando una piena molteplicità di sistemi, fornirà molteplicità di risposte. Vale per l’innovazione, vale per i sistemi economici, vale per i sistemi culturali, religiosi, politici.

Il report sull’ambiente riporta il problema dell’acqua, drammatico già in California e sul punto di esserlo in Cina e poi: l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento delle acque, la riduzione di biodiverisità, l’impoverimento dei terreni, la desertificazione, la rarefazione dei minerali e la prima o poi inevitabile fine delle energie fossili, insetti, virus, caldo, poca acqua o troppa acqua (dislocazione dei climi). Come si affronteranno le emergenze, come vivranno tali pressioni i garantiti dalla propria mobilità e ricchezza ed i fissi, i poveri? Guerre? Grandi balli geopolitici? Governi sempre più autoritari per gestire emergenze sempre più fuori scala? Come impatterà nella dinamica dei prezzi, soprattutto del cibo? Intanto, con raro acume, i repubblicani americani, promuovono la privatizzazione th9CPEHDY2della protezione civile perché dalle disgrazie si traggono molti profitti e nel far profitti si risolvono tutti i problemi. De resto, c’era chi in piena Peste Nera credeva di risolvere il problema andando tutti in chiesa a pregare, cioè a scambiarsi le pulci portatrici dei batteri, per cui non stupiamoci troppo. Non siamo più così primitivamente stupidi, oggi la stupidità è scientifica.

La tecnologia è sempre più distruptive, in pieno senso schumpeteriano. Ma anche qui si proiettano ombre non proprio rassicuranti. L’erosione del lavoro umano, i rischi di creare un mondo-macchina di cui poi perderemo il controllo e che alla fine si riprodurrà da sé e senza neanche le tre leggi di Asimov, l’high frequency trading che amplifica ogni battito di ali di farfalla scatenando tempeste su i mercati interconnessi, gli hacker ma soprattutto il fatto che tutto ciò è spinto o dal profitto o dall’interesse militare o da entrambi. Facebook capitalizza più di Wal Mart con 10.000 occupati contro 2,2 milioni che però vendono merci soprattutto cinesi, Google porta i profitti off shore assieme a molti altri. Reggerà un sistema che fa sempre più profitti con meno persone per poi sottrarli alla tassazione? Molte innovazioni, tutte praticamente, non si è ancora ben capito a cosa servono se non a erodere lavoro umano e quindi chissà chi avrà i soldi da mettere nel sistema che rischia per il profitto a breve, di privarsi di quello medio e lungo termine. Certo, c’è la scoperta che non è più necessario possedere le cose, che le si possono affittare alla bisogna, come gli uffici, ma anche questo è solo un adattamento alla scarsità della chiamata al lavoro per cui tante chiamate, spazi grandi e costi conseguenti, poche chiamate, spazi piccoli e licenziamenti. Il problema è che il primo caso mostra volumi e frequenze inferiori al secondo caso.

Questo pulsare nomadico della struttura di produzione scarica ansia e costi, diretti ed indiretti, tutti sulla popolazione lavorante mentre quella del profitto non mette mai piede sulla terra viscida e semovente, vola alto tra un QE e l’altro, tra un emergente e un riprendente, tra un abbassamento di tasse (e di tassi) ed un off shore, sempre che non si disaffezioni e magari vada a volare alto da qualche altra parte. Tra l’altro contribuendo sempre meno a quel politicalorderpoliticaldecaywelfare che sarebbe l’unica soluzione per reggere una tal scombinata forma di economia caotica. Ed a scanso di equivoci, l’élite predatoria (“estrattiva” secondo la definizione dei baldi Acemoglu-Robinson che la usano però in un diverso contesto) forma lobbies, finanzia partiti quando non scende direttamente in campo con i candidati, utilizza la sfera informativa e formativa per giustificare il suo modo che deve esser inteso come il migliore dei modi possibili e se subisce qualche rara ed occasionale sanzione, trova poi il modo di farla pagare a quelli stessi che sono intenti a salvar la propria esistenza dal caos permanente. Senza arrivare a Piketty, addirittura Fukuyama censura questa finta democrazia, ormai, del tutto patrimonializzata. E il problema è certo più intenso lì dove il 4,4% della popolazione mondiale ha il 22% del Pil, negli Stati Uniti di House of Card, della famiglie dinastiche, delle élite familiste e nepotiste, del marketing elettorale, dei circoli esclusivi e della ancora più esclusiva ed inaccessibile Ivy League, dei corpi della Stato che non si più bene a chi rispondano. Elite, il cui farsi sistema politico che ha in oggetto il controllo del mondo (certo non si fa il 22% del Pil col 4,4% della popolazione per le virtù intrinseche del proprio modello economico sebbene cialtroni prezzolati si prendano la briga di diffondere questa lieta novella dalla televisione, su i giornali, addirittura su i libri), spinge al nuovo imperialismo dei valori, a distruggere ogni sovranità politica, alle più ciniche alleanze con terroristi o dittatori, tenendo sempre a pieno regime il fatidico complesso scientifico-militar-industrial/commerciale di cui pur un generale, addirittura repubblicano, fattosi presidente (D.D.Eisenhower), denunciò l’invadenza totalitaria come suo lascito di saggezza alla nazione. Inascoltato.

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Forse mi son fatto prendere un po’ la mano. Non è che Rampini certe informazioni ocopcde considerazioni non le faccia, magari non fa solo queste e mette a controcanto l’altra posizione, aggiungendovi colore ed una certa soavità narrativa. Però, anch’egli arriva a domandarsi: perché non ci si ribella? perché non ci sono nuove idee? Forse la seconda domanda spiega l’assenza di risposte per la prima.

Innanzitutto, il nostro pensiero, il pensiero che permette la presa di coscienza e la comunicabilità di questa presa è disadattato. E’ incredibile leggere la folta schiera degli intellettuali, anche quelli critici, che parlano di economia ma non di valute, di valute ma non di geopolitica, di geopolitica ma non di politica, di politica ma non di eserciti, di eserciti ma non di scienza, di scienza ma non di filosofia, di filosofia ma non di esseri umani e di mondo concreto. Così come la divisione del lavoro permette l’esistenza di un unico depositario del sapere del ciclo intero (il mercato), la divisione dei saperi permette l’esistenza di un concreto ciclo complesso di azioni e retroazioni la cui esistenza è però del tutto invisibile ai più.

La responsabilità più grossa di questo stato di cose è nel chi lo ha permesso. Lo ha permesso la minorità intellettiva di cui siamo tutti colpevoli sebbene i nostri maestri, quelli a cui ci siamo affidati in questi decenni per avere l’illuminazione della saggezza d’insieme, siano stati loro stessi presi nelle morse del riduzionismo, del determinismo, dell’idealismo astratto. Nell’esercizio della funzione critica, abbiamo tutti discusso i prodotti del pensiero ma non il metodo, il modo di produzione. E non parlo solo della denuncia dell’ideologia travestita, della non neutralità della scienza, dell’accademia serva ma proprio della forma del pensiero, semplice e limitato in frazioni sottodisciplinari, invece che complesso, ampio ad4139078_268530 abbracciare quell’intero che Hegel pur aveva indicato come l’unico “vero”.

E’ chiaro dunque che le “nuove idee” non potranno essere figlie del vecchio metodo ed infatti la modernità iniziò con la discussione sul metodo, che fosse quella di Cartesio o quella di Galilei. Ed è chiaro che dalla revisione del metodo usciranno triturati sia i canoni dominanti il pensiero dominante, sia quelli dominanti il pensiero critico. In più, qui da noi in Occidente, è da vedere anche cosa far sopravvivere andando anche a ritroso della modernità, perché certe idee sono soggette a quella che Braudel (uno dei numi tutelari di questo blog) chiamava “lunga durata”. L’Occidente va incontro allo shock dell’adattamento ad un mondo di cui sarà una frazione tra le altre, da cui dipenderà ontologicamente, in cui ai vecchi servi non ci si potrà più rivolgere con la stessa forma e sostanza dei tempi fin qui trascorsi, in cui bisognerà accettare la reciprocità su cui si basa ogni interrelazione. Una orizzontalità a cui non siamo abituati. E non sarà solo necessaria una riconfigurazione della buona educazione ed un trionfo della big diplomacy  poiché quasi tutto del nostro modo di stare al mondo è dipeso e tuttora dipende da un certo modo di esercitare il controllo, nel senso di potere, sul resto del mondo. Perdendo progressivamente questo, tutta il nostro modo di stare al mondo perderà condizioni di possibilità.

Fraser_AgeofAcquiescenceE’ anche questa indisponibilità e resistenza alla messa in discussione radicale (da radici) a bloccare la nascita di nuove idee. L’oggetto di cui si parla, che sia un popolo, un modello di società, un modello di economia, uno stato-nazione, un gruppo di stati nazione uniti da principi e modi simili (o addirittura comuni), è sempre un sistema. Un sistema non ha mai una sola causa ed ecco che il frazionamento disciplinare impedisce in via di principio proprio l’inquadramento ontologico, il dire di sistemi. Quando il sistema mostra decisi segnali di disadattamento al suo contesto, non è questa o quella sua parte che necessita di modifiche, è la sua stessa consistenza sistemica che va riformulata. Altresì, provenendo da tempi relativamente facili, quelli nei quali alimentammo la crescita del nostro tenore di vita estendendo il dominio sull’intero mondo, la nostra cultura sistemica è ancora “magica” com’è nell’incredibile concetto di “mano invisibile”. Dovremmo quindi non solo sviluppare una ontologia sistemica ma anche una architettonica, che è un sapere di cui siamo totalmente privi. Se non ci si apre alla discussione dell’intero partendo dalle sue radici, se cioè non si inaugura un nuovo metodo e non ci si dispone in senso demiurgico a rifare tutto d’accapo (magari poi usando anche pezzi vecchi ma assemblandoli diversamente), il problema non si sbloccherà. Una nuova era presuppone nuovi sistemi di idee e nuovi sistemi di vita associata, gli uni derivati dagli altri. Questo “nuovo radicale” è evocato dall’inflazione di “neo & post” con cui etichettiamo idee figlie di metodi che hanno tre secoli se non di più. Ma non è con l’aggettivazione che risolveremo il problema.

Leggere Rampini? Beh dipende dallo stato delle conoscenze del lettore. Se si cerca l’analisicopbgz profonda dei fenomeni complessi o anche solo qualche squarcio di possibilità derivata magari proprio dal pensiero complesso, senz’altro no. Se si vuole re-incollare spezzoni di informazione che ognuno di noi incontra su Internet e su nomadiche e rapsodiche letture, non saprei. Rampini ha scritto un aggregato non ha disegnato un sistema, sebbene qualche suggerimento su come incollare i pezzi lo ha messo, qui e lì. Credo Rampini propenda per la parte di chi vuol salvare il capitalismo da se stesso. Questa idea, pare dall’assunto che noi si sia presenti ad una “degenerazione” ma non strutturale, bensì episodica, un cedimento da correggere. La sua interpretazione sistemica quindi prevede aggiustamento non rifondazione. Questa posizione non credo comprenda la radicalità della problematica in cui ci troviamo. Per gli altri, direi di sì. Non c’è tutto ma di tutto, la lettura è garbata, alcuni sguardi specie su India e nuove tecnologie sono utili, la lista delle componenti caotiche mostra una sforzo relativamente competente o comunque, senza dubbio, ben informato. Sebbene solo propedeutico ad un metodo complesso, meglio il patchwork di Rampini di tanti manualisti da “ora vi spiego io qual è il problema”.

Per le soluzioni, comunque, la strada è ancora lunga, molto lunga, e come sempre ricordiamo in questo spazio, il tempo è poco, molto poco.

Federico Rampini, L’età del Caos, Mondadori, Milano, 2015.

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LA FILOSOFIA DI PUTIN.(3/3)

Partiti da un articolo su Foreign Affairs (09/15) ci siamo messi in cerca della metafisica russa, di Soloviev, Berdjaev e Ilyn i tre pensatori su cui Putin, intende fondare la sua interpretazione dell’essenza russa. Qui concludiamo il viaggio con i cosmisti, le conclusioni ed anche un giudizio personale. Chiude una citazione da Dostoevkij che dimostra come l’artista sia più immediatamente comunicativo del filosofo.

I cosmisti ed altri.

Vi è poi una parte di questa pluralità di pensiero che non analizzeremo per niente poiché fuori dalle linee di metafisica individuate all’inizio. Tali linee sono quelle che, consapevolmente o meno, legano i nostri tre autori (Solovev, Berdjaev, Ilyn) e legano loro ad altri e tutti al ceppo forse più importante della tradizione russa, quello slavo-spiritual-limonof - metafisica_COPortodosso. E’ la longevità e l’estensione che fanno di questo, il ceppo principale. Come un mare coeso, questa tradizione forte del pensiero russo, venne attraversata dal materialismo razionalista comunista ma questa nave mossa da ideali mal congegnati (mal congegnati con la realtà concreta che doveva ordinare e che infatti dovette ordinare a forza poiché riottosa a questa logica), iniziò, passò e scomparve, senza lasciare tracce, tant’è che la natura profonda di quel mare, riprese intaccata il dominio dello spazio russo come si fosse trattato di una parentesi aliena, di una invasione mongola.

Solo per i più curiosi che magari partendo dal nostro discorso volessero ulteriormente approfondire il cosmo del pensiero russo indichiamo velocemente alcune altre linee. Alexander Chumakov è un molto interessante filosofo della globalizzazione ma sarebbe più corretto dire della globalistica intendendo quindi non solo gli aspetti economici o politico-strategici ma anche quelli più ampiamente culturali nonché le diverse forme di civiltà, nella loro similarità e differenza. Di formazione scientifica, è molto attivo come organizzatore culturale e nel 2003, organizzò un simbolico e molto significativo ritorno indietro delle “nave dei filosofi”, l’evento che portò alla diaspora di molte e diverse menti russe nel ’22. Il non meno interessante Mikhail Bakhtin, altresì, è una figura poliedrica, interdisciplinare, sebbene con una origine specifica nella semiotica e critica letteraria. copbg78Immensa la sua influenza sul neo-marxismo, lo strutturalismo, il costruzionismo sociale e la semiotica. Non estraneo a certa cultura della complessità, uno dei soggetti d’analisi preferiti, fu l’immancabile Dostoevsky. A parte Lossky, nulla abbiamo detto degli altri intuitivisti così come salteremo i materialisti nichilisti (ma i nichilisti russi sono di una specie a sé, quasi degli umanisti integrali), i logici, i positivisti, i simbolisti e varie forme di esistenzialismo interne anche alla wave spirituale.

Ci interessa invece approfondire un minimo l’area dei cosiddetti “cosmisti”. I cosmisti furono un sincretismo tra fisica e metafisica dove questa è di nuovo quella della pianta principale già presa in esame: l’Uno – Tutto, sostanzialmente un olismo. Non sono pochi gli scienziati russi che sebbene abbiano poi sviluppato importanti concetti e scoperte secondo gli standard scientifici occidentali, condividevano allo stesso tempo ed in forma integrata questa metafisica dell’Uno-Tutto. Questo olismo scientifico poteva poi prendere anche forme sistemiche come fu nel grande Dmitrij Mendeleev (la famosa tavola periodica degli elementi, la visione uni-sistemica dell’intero regno chimico). Visioni olistico-sistemiche si ebbero anche tra gli economisti: Kondrat’ev (teorico delle omonime “onde”), Leontief (Nobel 1973, teorico della omonime “tabelle”) mentre l’altro nobel, Kuznets (1971), pur di origine bielorussa e vivente per gran parte negli Stati Uniti, sarà un precoce critico della pretesa di misurare il benessere umano col solo reddito. Ma per tornare ai cosmisti, una figura basilare, fu Nilolaj Fedorov, il qual però potrebbe altrettanto bene essere inserito appieno nella tradizione spirituale cristiano-ortodossa e che fu molto amico, anche intellettualmente parlando, di Lev Tolstoj e vicino al concetto di kubrick-145sobornost. Si pensa sia stato anche filosofo di riferimento per tutto il successivo sviluppo del programma cosmonautico russo che ebbe in Konstantin Ciolkovskij (Tsiolkovky) il suo mentore.

Apriamo qui una piccola finestra cinematografica, ovvero la famosa dialettica tra 2001 Odissea nello spazio (Kubrik, 1968) e Solaris (Tarkovskij, 1972). Tanto il primo inizia con l’homo habilis con venature hobbesiane (la scimmia che spacca ossa con un altro osso) e continua in una relazione tra una macchina ed un solo uomo che alla fine del “viaggio”, sprofonda nello spazio-tempo diventando “cosmico”, il secondo ha tre piani: livello relazione uomini col pianeta che si suppone vivo, livello delle relazioni tra il protagonista Kris Kelvin e gli altri cosmonauti (già il fatto che in inglese ci siano navigatori tra corpi separati ovvero “astri” -astronauti- ed in russo navigatori di un tutt’uno ordinato ovvero “cosmo” -cosmonauti-, la dice lunga sulle due immagini di mondo), livello dell’auto-relazione tra il protagonista ed il proprio insondabile se stesso. Non andiamo oltre,93a consigliamo a chi non l’ha fatto, la visione di entrambi.

Terminiamo la nostra finestra cosmista col grande Vladimir Vernadskij, sistemico-complesso tra i più rilevanti di questa giovane cultura di cui tanto indaghiamo in questo spazio. Vernadskj fondò la geochimica, biogeochimica e radiogeologia, rilanciando e rendendo noto il concetto di “biosfera” (con cui sono in debito Lovelock e Margulis, L’ipotesi Gaia 1979). Segnalo che Vernadskj, come molti altri scienziati russi, non aveva credenze religiose ma cionostante ne aveva di spirituali (sebbene l’utilizzo di questo termine sia di massima indeterminatezza) ed in lui ritroviamo quel concetto di noosfera (sfera del nous, nous=facoltà mentale, intelletto, intelletto che conosce. Il filosofo del nous è Plotino, la versione russa è la sophia di Soloviev). Dopo la sfera inanimata (geosfera), c’è quella animata (biosfera) ed infine quella cosciente di essere animata (noosfera), quella che pensa e può agire tutte le altre (ripartizione presente già in Soloviev che alla fine mette anche la sfera di Dio, per quanto inconoscibile ma spiritualmente partecipabile). Le sfere non sono staccate. Se infatti dicessimo che la mente umana è materia che pensa se stessa, inviteremmo a pensare che con l’umano si compie un ciclo di 559-3evoluzione che porta la materia ad autocomprendersi, chiudendo il ciclo di un unico piano di sviluppo.

Tale idea la ritroviamo nel teologo gesuita, ma anche scienziato evoluzionista, Teilhard de Chardin che ispira una buona parte dell’impostazione dell’enciclica papale Laudato sì (ne parlammo qui) che, guarda il caso, papa Francesco ha presentato assieme al Patriarca ortodosso (il metropolita di Pergamo). Stretti i legami tra il gesuita Teilhard de Chardin e Soloviev. L’origine di questo pensiero è nelle emanazioni di Plotino, micro-macro dei neoplatonici, cosmismo e cosmopolitismo stoico. Il cosmismo russo ha anche una sua derivazione cibernetica. Ultimo rappresentante di rilievo, Alexander Chizhevsky, tra i fondatori dell’astrobiologia (o cosmobiologia) che essendo sistemico, come Kondratiev propose cicli nello sviluppo economico, propose cicli nell’attività solare. In questo caso, l’Uno –Tutto è inteso come un sistema dinamico che ha le sue ricorsività.

Come si vede, anche qui, come nel politico, si può andare su altre polarità d’interesse e prescindere financo da Dio in quanto tale, ed essere scienziati senza essere positivisti. La gravità metafisica russa però, risucchia inesorabilmente a gli stessi principi.

Conclusioni.

Juncker bacia Dimitris Christofias, presidente di Cipro, la cassaforte degli oligarchi russi (fonte: Panorama)

L’operazione “cofanetto filosofico” di Putin ha due origini, una politica, l’altra culturale. Quella politica è stata dettata dalla necessità di far di necessità virtù. Isolato dalle sanzioni, messo contro l’Europa dall’operazione Kiev, Putin si è trovato improvvisamente chiuso il promettente spazio di una relazione assai vantaggiosa e naturale per entrambi i contraenti. Scambi tra tecnologia europea ed energia russa, con operazioni di investimenti incrociati sarebbero convenute tanto alla Russia, quanto all’Europa ma pare non si possano fare. Che fare? E soprattutto come gestire il senso di umiliazione e di impotenza delle élite che già pregustavano l’abbandono alla “dissoluzione tentatrice” degli occidentali? Come staccare queste élite dal popolo ovvero come instaurare un diretto legame capo-popolo che emarginasse le élite occidentaliste ed al contempo rafforzasse la legittimità di una leadership forte poiché “forte” doveva esser la reazione a questo attacco strategico alla Russia? Ecco allora l’invio di un condensato di tradizione del pensiero, un percorso in tre tappe per riconciliarsi con se stessi e la propria russità. Già ma quale?

I russi hanno probabilmente sia un problema di identità, sia un problema di autostima. Cominciando da quest’ultima, tra i disastri di Elstin, la triste storia dell’Unione Sovietica (per i russi, probabilmente, non è possibile staccare la Rivoluzione d’Ottobre dal resto come si usa qui da noi), la lunga e poco brillante reggenza dei Romanov, poco sollecita all’orgoglio della storia di famiglia se non l’arte, in tutti i suoi aspetti. Di contro, c’è poco Romanov-monarcas-dinastia-esda fare, i russi non sono totalmente europei, né totalmente asiatici, né possono rinunciare al loro essere l’una come l’altra cosa. La mossa di Putin allora appare realista e per certi versi saggia: siamo quello che siamo. Ecco allora che la compilation filosofica, assolve il compito di costruire una possibile narrazione di questa russità, di rispondere alla successiva domanda: sì ma cosa siamo?. Non si tratta di fanfare dell’orgoglio russo ma di una seria e pacata riflessione sulla propria specificità, sulla propria antropologia (per questo l’autore strategico è Berdjaev).

Soloviev, Berdjaev, Ilyn, coprono diversi aspetti della concezione del mondo e del cosmo russo fatto di tradizioni, spiritualità, etica, significato dell’esistenza, intenti giuridici, forme politiche, rapporti popolo-élite, responsabilità di queste nella condotta etica del popolo, slavofilia, significato profondo delle relazioni con l’Occidente (così vicino e così lontano), visione cosmiche e terrene. Il discorso non fatto da Putin ma fatto usando la voce dei suoi filosofi, ricorda quale sia la natura profonda della russità ortodossa, olista, alla ricerca dell’unità della molteplicità dentro e fuori di sé. L’intero sistema di pensiero russo, per quel poco che mi è stato possibile approfondire, ha sia una storia che un preciso e coerente significato e l’operazione del capo del Cremlino non solo non è affatto banale ma ha anche una sua intelligenza sofisticata, popolarmente colta.

Questa pianta, affonda le radici nell’Antica Grecia che è la madre di Europa, dal Portogallo alla Novaja Zemlja. E da queste radici comuni, il tronco slavo-ortodosso non è meno significativo di quello cattolico o di quello protestante, solo diverso. Questa è un primo dettaglio dell’unità e della molteplicità. E questa diversità è ricca di qualità spirituali, proprio quelle che i fratelli occidentali hanno del tutto perso divorati da un materialismo spiccio che si rivela, alla lunga, piatto di significati stante che gli uomini non possono vivere senza significati (“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere” Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, ed. citata in nota finale, ). Putin sembra dire nel suo recente discorso all’ONU, siamo così, non migliori, non peggiori, siamo diversi e nessun potrà piallare la nostra diversità come nessuno di noi mai si sognerà di imporla ad altri. In fondo, la strada per la multipolarità geopolitica e geoeconomica, si fonda dapprima nel riconoscimento di quella geoculturale. Putin fa un discorso sull’irriducibilità russa che è oggettiva. Il punto di leva da cui originò questa considerazione ha più di due secoli ed è in J. G. 9781571133953Herder (1744-1803), un tedesco. Herder il cui prototipo politico e culturale di riferimento era la monarchia russa di Pietro il Grande, quello Stato che deve “favorire ciò che giace in una nazione e destare ciò che vi dorme”.

Quando si cerca di riflettere sulla propria identità, nulla meglio che chiarirsi le idee parlando con un(a) amico(a) e l’amico del russo è il tedesco. Che sia il primo illuminismo ingessato di Wolff, o l’olismo di Goethe, o il dualismo della relazione kantiano, o certo romanticismo idealista che sfavilla in Shelling, o il fascino di Hegel che parla il discorso di Proclo che maneggiava le stesse radici a cui afferisce la stessa teologia ortodossa, financo Marx (e poi ancora la fenomenologia, il nichilismo nietzschiano e l’antropologia filosofica), nonché l’afflato mistico di Eckhart e Boehme,  la russità ha familiarità con la tedeschità poiché, in fondo, anche i tedeschi sono greci non uguali a gli altri, ai latini. La grecità dei tedeschi e dei russi è di ritorno essendo la loro origine più antica, molto più intensamente indoeuropea di quanto non sia quella degli italiani, dei francesi, degli spagnoli.

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Cliccare per ascoltare il discorso di Putin.

Rispetto alla posizione nel mondo, nessuno dei tre autori di Putin è euroasiatico mentre la cristianità è senz’altro europea. Putin sembra quindi dire “si, lo so, il nostro destino è con loro (con gli europei) ma questo non vuol dire esser come loro perché noi siamo come siamo. Nella nostra storia non c’è la democrazia liberale che per altro non è una vera democrazia e c’è l’élite ma deve essere una élite responsabile, financo etica, perché senza il proprio popolo non c’è neanche l’élite. E questo due che deve esser uno è lo stesso delle nostre storiche dualità, quelle dualità che gli europei vivono come dicotomia e che noi dobbiamo invece sforzarci di compenetrare: il reale e l’ideale, l’orientale e l’occidentale, il pensiero e l’azione, l’utopia e la sua realizzabilità, il micro ed il macro, la terra ed il cielo. Noi aspiriamo all’intero tanto quanto loro alla separazione, noi ci radichiamo nella tradizione quanto loro si dissipano in un progresso non sostanziato, loro hanno perso la loro fede quasi liberandosene mentre noi non potremmo se non perdendo il nostro noi stessi più intimo, il loro senso della libertà è formale mentre la nostra è l’eterna ricerca di quella sostanziale, loro hanno perso il senso della terra mentre noi siamo proprio quella, noi siamo “la nostra terra”. “Questa terra è la nostra nazione, la nostra identità ed io sarò il suo custode, se lo vorrete. Noi siamo quello che siamo e prima o poi anche “loro” (noi occidentali) lo riconosceranno”.

Forse i cugini europei, un giorno lo riconosceranno ma non prima di esser passati anche loro dentro l’angosciosa, delfica domanda “già e noi chi siamo?”. Oggi non esiste una chiare identità europea. Esiste un lascito per altro un po’ confuso che va dissolvendosi in termini di vita reale, in una anglosassonizzazione stanca ed infelice. L’Inno alla gioia di Beethoven è il più ironico dei contrappunti allo stato depressivo degli europei. Senza identità non c’è l’ente e senza enti non ci sono relazioni.

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Ai pochissimi a cui interessasse il giudizio del pensatore e non il lavoro del ricercatore (gli altri possono tranquillamente passare alla chiusa finale, anche perché è di Dostoevskij e merita) che  qui vi ho presentato, confermerò che queste idee sono, per la mia immagine di mondo, se non proprio a gli antipodi per molti aspetti  lontane, non meno lontane di quelle che informano il corpus occidental-anglosassone. Non essendo hegeliano, non esulto per la simmetricità contrastante che l’impianto russo oggettivamente mostra nei confronti di quello anglosassone. Una totale mancanza di kantiana autonomia, porta molti smarriti ad esultare per il cavaliere bianco che dovrebbe salvarli dall’americanizzazione ma queste sono forme di pensiero elementare, sono la sterile coazione della negazione dialettica, un meccanismo logico che ha fatto perdere più di centocinquanta anni di tempo a tutti coloro che volevano trovare un modo diverso di stare al mondo. Il discorso sarebbe lungo, dovendosi confrontare con cotanta tradizione e non lo faremo. La spiritualità russa forse può dirci ancora qualcosa anche a noi atei ma non rinnegherei l’emancipazione dal pervasivo dominio di ogni chiesa. Molti di coloro che lamentano la perdita dei valoriepistemologia-ed-etica-le-radici-cognitive-del-nostro-agire-51-638 andati (non dei valori in quanto tali che è una perdita effettiva e dolorosa) forse dovrebbero tornare a studiare cosa erano i tempi del “potere dei credenti”. Per altro, ogni epoca ha la sua follia ed i credenti della Bocconi o della LSE, oggi, non sono meno ottenebrati ed inquisitivi di coloro che spadroneggiarono nel Medioevo. Forse è dall’uni-credenza in sé che dovremmo emanciparci, Dio non è morto, si è solo offuscata una delle sue ipostasi. La visione olistica è certo molto vicina a quella della complessità ma mentre i primi si limitano (a volte) a sprofondare nei corti circuiti delle loro sinapsi in cui “sentono di appartenere” all’Uno-cosmico, i secondi cercano ci capire questo Tutto di quanti Uno in relazione è fatto, Uno in relazione plurale, fuori di sé, dentro di sé. Ho scritto contro Platone (qui) e conosco bene la filiazione Filone – pensiero ebraico – neoplatonici – Plotino e compagnia. Sebbene questa tradizione di pensiero sia veramente eccezionale, in quanto ricchezza, mi ci muoverei con più circospezione di quanto i russi non vi si siano affidati.  Mi reputo, politicamente, un democratico radicale e non accetto radicalmente la teoria delle élite, fossero pure etiche, paterne ed altre definizioni che mi mandano il sangue in circolo al contrario. Nulla della mia geometria di pensiero tende all’Uno ed al re-filosofo di Platone, sacerdote laico dell’eterna religione che spinge i Molti ad adorare i Pochi ed infine l’Uno, che sia il Grande Uomo o l’Uni-Dio.  Infine, la mia scarsa conoscenza complessa della concreta società russa contemporanea non mi permette di dire quanto questo impianto putiniano sia in contraddizione con altre linee di pensiero della società russa che sicuramente esistono e quanto le necessità “politiche” dell’operazione cultural-ideologica, passino come rullo compressore su istanze la cui molteplicità non si fa facilmente ridurre ad Uno come i platonici di ogni ordine e tempo, pretenderebbero.

Ciò detto, riconosco povera e misera l’operazione FA e ben più seria ed interessante quella di Putin. La nostra cuginanza con gli occidentali anglosassoni non è maggiore di quella che abbiamo cultural-geneticamente coi russi europei. Come europeo, sarei senz’altro favorevole ad aprire una relazione fitta e ricca con il mondo russo stante che come loro non sono “noi”, noi non siamo “loro”. Il dialogo tra sistemi ed immagini di mondo, quella russa come quella cinese, come quella sud americana, araba ed un giorno, forse, anche quella africana, sarà la cosa più eccitante dell’Era della Complessità. Dialogo significa discorso tra due, ognuno con la propria identità, ognuno teso nello sforzo di comprendere e comunicarsi con l’altro. Comunque, prima, sarebbe il caso di capirci tra di noi su cosa intendiamo per Europa ed europei, stante che la nostra occidentalità non coincide, con quella anglosassone.

= 0 =

fratelli c2 08Infine, a tributo non di Putin ma del piacere che mi ha dato questo viaggio di ricerca nel grande spazio dell’anima e della terra russa, riporto la fine dell’Introduzione di Gustav A. Vetter al – A. Dahm, A. Ignatov, Storia delle tradizioni filosofiche dell’Europa Orientale, Torino, Ed. Fondazione G. Agnelli, 2005 – che,  letto alla fine del mio ricercare, mi ha confermato le principali linee di interpretazione soprattutto della metafisica di base. E’ una lunga citazione dei Fratelli Karamazov che comunque assolve, in qualche modo, alla funzione di sintesi ultima. Qui, lo scrivente, serioso e razionale studioso, ha lasciato il posto al ragazzo che amava Sergej Esenin e davanti a tale bellezza, è affiorata la commozione ….

alcuni passaggi molto toccanti del romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij che si riferiscono agli insegnamenti dello starec  Zosima (starec: mistici cristiani ortodossi): «Amate tutte le creature divine, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. […] Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. […] Molte cose sulla terra ci sono nascoste, ma in compenso ci è stato donato un misterioso, recondito senso del nostro vivido legame con un altro mondo, un mondo superiore, celeste, e le radici dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non sono qui, ma in altri mondi […] Dio prese i semi da altri mondi e li seminò su questa terra, il suo giardino crebbe e tutto quello che poteva germogliare germogliò, ma ciò che è cresciuto vive ed è vivo esclusivamente in virtù di quel senso di contatto che avverte con gli altri mondi misteriosi. […] Che il prostrarti per terra e baciare la terra ti siano cari. Bacia la terra e amala incessantemente, insaziabilmente, ama tutti, ama tutto.»

La sera tardi, Alëša Karamazov lascia la camera ardente del vecchio starec Zosima, sapendo che porterà per sempre nel cuore questi ultimi insegnamenti del maestro prediletto. «La volta celeste», continua Dostoevskij, «punteggiata di placide stelle splendenti, si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. […] Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, il segreto della terra faceva tutt’uno con quello delle stelle…Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.

Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava, piangendo, singhiozzando. […] Per che cosa stava piangendo? Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime che brillavano per lui dall’abisso della notte. […] Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini si fossero uniti tutti insieme nella sua anima ed essa trepidasse “al contatto con gli altri mondi”.

 

Fedor M. Dostoevskij – I fratelli Karamazov, trad. M.R.Fasanelli, Garzanti, Milano, vol II p. 502-503. Secondo alcuni critici, Dostoevskj, modellò la figura di Alëša su Soloviev.

(3/3) Fine.

La prima puntata della ricerca qui. La seconda, qui. In una unica soluzione, tutta la ricerca, qui.

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LA FILOSOFIA DI PUTIN (2/3)

Mossi dalle invettive di un articolo di Foreign Affairs su il presunto “filosofo di Putin” Ivan Ilyn ed incuriositi dalla notizia dell’invio da parte di Putin di tre libri di altrettanti filosofi russi al secondo livello del potere politico della Federazione russa, ci siamo messi in cerca di approfondimenti. Abbiamo incontrato prima l’origine metafisica della tradizione russa, poi il suo maggior pensatore (uno dei tre filosofi del “cofanetto Putin”): Vladimir Soloviev. Qui continueremo l’analisi con il lascito degli spiritualisti (dove incontreremo Berdjaev, autore del secondo volume del cofanetto), curioseremo nel problema dell’identità geoculturale ed all’interno del pensiero politico non marxista in cui si trova Ilyn. Fra qualche giorno, il resto con le conclusioni. Buona lettura.

Il pensiero di Soloviev, ebbe un impatto decisivo su molto seguito della filosofia russa. Segnaliamo Sergej N. Trubeckoj (ed il fratello Evgenij) e su Dostoevskj di cui fu amico. In seguito in Sergej Bulgakov (Bulgakov, Berdajaev e Ilyn si ritrovarono espulsi assieme nel ’22  nella già citata “nave dei filosofi” con, tra gli altri, Flovoroskij, Losskij e Sorokin) e quel Nicolaj Berdjaev (1874-1948) che è l’autore del  secondo volume della trilogia putiniana. Non meno impato, ebbe su Sestov e Frank che completano quella squadra della filosofia russa pre-marxista (con Leontjev) che risulta oggi l’unica vera radice del pensiero a cui i russi contemporanei possono riferirsi nella ricerca delle radici. Influenza forte, anche sul mondo artistico, dai simbolisti alla poetica di Blok e Belvj e più in generale su tutto l’ambito slavofilo-teosofico russo.

downloady7m0L’opera di Berdjaev scelta da Putin (da chi lo ha assistito nel compilare la trilogia che mostra capacità di costruzione ideologica assai sofisticate), è stata per lungo tempo ritenuta l’opera forse più insidiosa per la consistenza dell’ideologia comunista sovietica. Dei centosessantaquattro esuli della nave dei filosofi espulsi nel ’22, Berdjaev fu l’unico a meritarsi un interrogatorio ideologico speciale condotto dal creatore della CeKa  in persona, assistito da un membro del Politburo. Il punto di Berdjaev era centrato sull’antropologia filosofica ovvero sulla concezione dell’uomo e dell’umano in generale, materialistico-economicista ed in fondo razionale quella marxista-leninista, esistenzialistico-cristiana e quindi spirituale quella di Berdjaev. Incontrai nell’Abbagnano la considerazione che ogni sistema di filosofia, in fondo, proietta in differenze quella che è una diversa antropologia filosofica, il modo in cui s’intende l’umano. Ovvio, quindi, che fosse ritenuto proprio Berdjaev, il teorico più insidioso. Per Berdjaev, quella comunista, fu una rivoluzione senza Dio ma non c’è, secondo il russo, un rivoluzione umana senza anche una rivoluzione spirituale. Berdjaev in origine era marxista ed il suo giudizio su Marx fu sempre di grande considerazione. Come molti olisti (costitutivamente non riduzionisti), Berdjaev non denunciava la sbagliata posizione dell’antropologia filosofica marxista-leninista in sé ma l’innaturale amputazione di una parte essenziale dell’umano, quell’Uno non era Tutto.

Altre voci cristiane, magari più vicine a quella Chiesa ortodossa che giudicò il sofianismo un’eresia nel 1935, furono Georgij Florovosky e Pavel Florenskij (1882-1937) che con i sofianisti hanno in comune la riflessione sulla Divina Sophia e non sono lontani dal pensiero di Soloviev. In particolare, quella conoscenza integrata che unisce scienza, filosofia e teologia di cui così profondamente parlò Bulgakov.  Contrario invece al sofianismo il teologo ortodosso Vladimir Losskij che stressava la differenza tra il pensiero di Dionigi l’Areopagita e quello di Plotino e dei neoplatonici (ma insomma, siamo sempre da quelle parti …). Padre di Vladimir, Nikolaj Losskij, lauereatosi con Windelband e Wundt in Germania, convertitosi all’ortodossia ed esiliato con la ormai famosa nave del ’22, autore di una apprezzata Storia della filosofia russa. Diede poi vita ad una sorta di idealismo-gnoseologico detto Intuitivismo personalista, stregato come molti altri russi dalla dialettica hegeliana. Del resto con una metafisica delle origini così centrata su concetti trinitari e con una influenza così decisiva dei neoplatonici (e riconoscendo in Hegel una discendenza da Proclo) , la relazione ci sta tutta.

L.N.Tolstoy_Prokudin-Gorsky

Lev Tolstoj

Facendo un passo indietro, un po’ a parte ma comunque cristiano e dal pensiero molto rilevante per lo spiritualismo e l’idealismo russo, fu Lev Tolstoj (1828-1910). Non solo l’opera del maestro ma anche il suo seguito che vede veri e propri tolstojani. Questi si riunirono in “eremi culturali” dove seguivano gli insegnamenti del maestro, in termini soprattutto di: pacifismo, antimilitarismo, resistenza non violenta (con vari gradi di prossimità a Gandhi, riconosciuti da quest’ultimo), vegetarianismo (rinunciano anche ad alcol e tabacco), fedeltà coniugale, raccolti in una sorta di anarchismo comunitario cristiano. In rotta di collisione col cristianesimo formale delle varie chiese, il fenomeno si sovrappone però sul piano sostanziale, universalizzandone i precetti etici e morali ed anche sociali (ci riferiamo al “cristianesimo delle origini”). Si pensa che l’Anticristo di Soloviev fosse ispirato dal “cristianesimo non cristiano” di Tolstoj. In linea generale, lo spiritualismo russo che evidentemente presuppone una antropologia comune ancorché non sempre pienamente dichiarata dagli autori, ha forte vocazione universale.

Altresì, Tolstoj è scrittore assieme a Dostoevskij (e Puskin, Turgenev, Gogol per rimanere a quelli di più significativa rilevanza per il nostro discorso), e qui va notata la tipicità russa di avere negli scrittori qualcosa di simile ai filosofi. La cristianità di Dostoevskij è radicale “se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” (Lettera a N.D. Fonvizina, 1854). Uno dei più acclamati e controversi contributi di copfrDostoevskij alla filosofia russa è senz’altro il racconto de -Il grande inquisitore- (annidato nei Fratelli Karamazov) che ha scatenato interpretazioni in Soloviev stesso oltre che  Rozanov, Sestov,  Belvj, Lawrence, Lukàcs, Pareyson. Ma senz’altro la più influente fu proprio quella di Berdjaev (Berdjaev, Nikolaj. La concezione di Dostoevskij. Trad. Einaudi, Torino 1945, 1977, 2002) il secondo autore della trilogia di Putin. Data la struttura decisamente metaforica del racconto si tratta, in primis, di trovarne la chiave ma proprio la ricchezza degli interpreti dice come la chiave sembri essere in molti posti ma non si riveli in nessuno con certezza. Sicuramente c’è una contrapposizione tra l’inquisitore simbolo di ogni coattiva istituzione elitaria che inganna dominando il popolo umano ed un concetto più puro ed ideale dell’umano stesso che è l’essenza dell’idea che, il Gesù Cristo silente prigioniero dell’inquisitore, ha predicato e testimoniato con la sua prima venuta tra gli uomini. Ma se il registro -concezione dell’uomo in Cristo- e -concezione dell’uomo nei presunti interpreti istituzionali di Cristo- è chiaro, dove stia la prima concezione nel pensiero complessivo dello scrittore, è meno chiaro. Comunque, sembra almeno si possa ricavarne la chiara affiliazione spiritual-solovieviana di Dostoevskij.

L’area grande degli spiritualisti vede, ai margini, anche una serie di personaggi ai limiti delle pratiche magiche, alchemiche, percezioni extra-sensoriali, astrologia, divinazione. L’humus è quello dello gnosticismo, ermetismo, teosofia e di certo paganesimo. G.I. Gurdjeff e P.D. Ouspensky sono tra i più noti, pubblicati anche in Italia, Gregorij Rasputin ne fu un altro esempio. La teosofia, in cui si distingue la fondatrice dell’omonima società (1875 New York), Helena Blavatsky Hahn ebbe anche influenze sull’, 1bb5142d27080e760715dca8e4a0d61e_XLespressione artistica sinestetica di Aleksandr Scrjabin a ribadire la tradizione di osmosi tra arte e pensiero che caratterizzò, a lungo, i russi. Su molte di queste espressioni sapienziali si sospettano forti influenze massoniche e del resto, la radice ermetica, è comune (i massoni russi fanno storia a sé come pare ogni altra cosa di questo paese). Il libro della Blavatsky, venne poi tradotto in russo dai coniugi Roerich. Nikolaj Roerich, intellettuale-artista a largo spettro, sarà figura centrale di quel neo-spiritualismo che influenzerà tanto certa parte del potere sovietico (il cui capostipite è Aleksandr Bogdanov) quanto il cosmismo, di cui parleremo più avanti.

Due degli autori del cofanetto Putin, quindi, provengono da questa area “spirituale” che è, senza dubbio, quella che interpreta la metafisica delle origini (da cui discende anche la corrente ortodossa) in modo più consequenziale. Se c’è una identità russa e la si vuole ritenere “una”, senza molteplicità divergenti, questo nucleo gli è fondamento.

Identità geo-culturale.

Seguendo questa traccia della metafisica dell’Uno, incontriamo il concetto di –sobornost– che nasce nell’ambiente degli slavofili ed a cui si richiamò anche Soloviev. I russi sembrano lacerati da un problema di individuazione culturale il che, data l’estensione del loro territorio tanto europeo quanto asiatico, è ben comprensibile. Tre correnti precise sembrano porsi questo problema, il problema del posto nel mondo dei russi ma in altro senso, anche della loro identità. Uno è appunto quello degli slavofili, il secondo è quello copfrb8degli euroasiatici ed il terzo è quello degli occidentalisti, naturalmente il primo ed il terzo sono in diretta opposizione. Degli slavofili fa poi parte anche una sottomovimento che in russo si chiamava -pochvennichestvo-, che si potrebbe tradurre con “ritorno alla terra” e che in opposizione all’universalismo illuminista, segue piuttosto l’Herder delle differenze culturali. Il movimento, individuando il nucleo della tradizione russa nella Chiesa Ortodossa, manifestò forti posizioni anti protestanti-cattoliche-ebraiche ed anti-occidentali, accusando questi di eccessi materialistici, perdita della spiritualità, follia positivista (con forti coloriture anche anti-rivoluzionarie, anti-socialiste, anti-comuniste ed anti-liberaldemocratiche). C’è chi riconosce in queste posizioni lo stesso Dostoevskij e chi il (per FA) “famigerato” Ivan Ilyn da cui siamo partiti. I “pochvennichestvo” erano anche decisamente anti-individualisti il che ci riporta al concetto “sobornost” che identifica proprio il concetto di comunità.

In termini filosofici, il termine venne usato da Nikolaj Losskij, l’intuitivista personalista che abbiamo incrociato prima (al margine della ricerca sullo correnti spiritualiste)  con l’intento di promuovere una via mediana e mediata tra opposte, differenti, idee. Ovvero, come la cooperazione tra diversi produca il nuovo, una sorta di meccanica dialettica semplificata (tesi-antitesi-sintesi) di tipo hegeliano che, come abbiamo visto, è autore che piace molto ai russi. I primi slavofili anticipano cronologicamente Soloviev e questi riprende il concetto ribattezzandolo  “vseedinstvo” a dire che il fine della storia è una sostanziale cristianizzazione spontanea di tutta l’umanità, è nel naturale sviluppo culturale delle molte parti tra loro in opposizione, ostile partizione ed escludente isolamento, giungere infine ad un Uno-Tutto apparentemente dai molti aspetti ma legato in profondità una comune solidarietà morale.

Cover design by Rob Huston

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Nella specifica originaria di sobornost data dallo slavofilo Kireevsky (1806-1856): “La totalità della società, in combinazione con l’indipendenza personale e la diversità individuale dei cittadini, è possibile solo a condizione di una subordinazione libera di persone distinte ai valori assoluti e nella loro libera creatività fondata sull’amore del tutto, l’amore della Chiesa, l’amore della loro nazione e dello Stato”, una sorta di Leviatano hegeliano. Ci si potrebbe avventurare in un parallelo con un sistema fatto di monadi leibniziane. Queste non hanno reciprocità tra loro se non per il fatto che ognuna riflette, sincronicamente, il Tutto. Nella Sobornost, ogni individuo che rimane a sé e libero, è coordinato dalla comune fede in Dio. La stessa geometria è platonica (al posto di Dio il Bene) ed infatti la sua versione politica è l’Uno che governa tutto ed i tutti poiché questi stessi devolvono a lui la funzione coordinatrice. Alcuni, per spiegare ancora più semplicemente, usano la metafora dell’orchestra di singoli maestri e del direttore d’orchestra che detta i tempi per confezionare il lavoro comune: l’armonia. Da questa forma di pensiero, consegue una certa predilezione per la comunità, lo Stato, la Patria, l’uniformità di pensiero, la Verità, l’autocrazia, l’Uomo forte reso tale dallo stesso, coeso, supporto della comunità.

Non analizzeremo le posizioni degli occidentalisti perché questa non è una sinossi della filosofia russa ma un estratto sintetico delle tracce che portano attorno o vicino ad un possibile nucleo di una filosofia di Putin che è il nostro punto di interesse. Diremo invece qualcosa dell’eurasiatismo che non è molto lontano dalla fazione slavofila. Il concetto parte dalla fondazione bizantina della civiltà russa, concetto sintetizzato da Kostantin Leontyev (filosofo conservatore anch’egli, ovviamente, slavofilo), basato su autocrazia e cristianesimo ortodosso. Sul concetto si trovarono Trubeckoj, Vernadskij e Savinckij, i heartland6-1024x683cosiddetti russi bianchi, in esilio europeo negli anni ’20, di cui Ilyn fu uno dei leader. In seguito, il filosofo russo Aleksandr Dugin (vivente), coniò il -neo-eurasiatismo- dove la contrapposizione non è più culturale con l’anomia individualistica euro-occidentale ma geopolitica (e culturale), nei confronti degli Stati Uniti e dove Europa, India, Cina, Giappone, Iran, sono tutti invitati a saldarsi in una rete di relazioni macro-continentali . In  pratica, l’incubo di Halford Mackinder (1861-1947), il fondatore della disciplina geopolitica, l’Heartland, cioè “chi controlla heartland, controlla il mondo”. Il saldarsi di un sistema eurasiatico integrato farebbe immediatamente delle isole (britanniche e nipponiche) e delle altre zolle continentali (Americhe, Africa, Oceania), delle periferie.  Dugin è l’epitome del “rossobrunismo”, mélange di fascismo, nazionalismo, comunismo, anti-occidentalismo atlantista, anti-progressismo di cui esistono parecchi adepti anche in Italia. Nella visione di Dugin, anche una alleanza russo-turca o russo-araba e l’ipotesi concreta di riannessione delle ex repubbliche sovietiche. Dugin è stato co-fondatore del Partito Nazional Bolscevico con Eduard Limonov, scrittore.

Si sarà notata una oscillazione occidente-oriente nella questione esaminata. In effetti, sembra che la Russia sia come quelle zone tratteggiate di grigio che fanno parte di due insiemi che hanno un’area sovrapposta. Essa è tanto dell’uno, quanto dell’altro sistema. In effetti, la contrapposizione slavofili – occidentalisti non fu mai così netta, gli uni riconoscevano i meriti europei ed anzi i russi avrebbero dovuto “salvare” i cugini cristiani, ad un certo punto, quando sarebbero emersi gli alti prezzi della loro scelta della strada sbagliata (che per Soloviev, culminava nella figura dell’Anticristo come per Dostoevkij, in quella del “grande inquisitore”), così gli altri, sapevano che la Russia non poteva essere intesa come una semplice replica dell’Europa estremo occidentale, date le sue innegabili specificità. Per altro, quando i russi occidentalisti si trovarono obbligati a risiedere coattivamente fuori della Russia, la loro nostalgija, li colorò un po’ di slavofilia. Da cui l’osservazione ontologica per la quale prima di domandarsi a chi si assomiglia, è il caso prima, di capire chi si è.

Politica.

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La nave dei filosofi, 1922

Una terza, influente, tradizione del pensiero russo è il problema del governo, dello stato, del politico. La massa centrale di questo cosmo è naturalmente legato alla rivoluzione ed allo sviluppo storico dell’Unione sovietica, del marxismo-leninismo, dello stalinismo, del trotzskismo ma, sebbene sarebbe interessante approfondire le tensioni tra le culture comuniste di origine tedesca e quelle più propriamente russa, lo sviluppo dei soviet, della comunità agricole, il neo-zarismo stalinista, il materialismo dialettico e molto altro, usciremmo troppo dal seminato del nostro già arzigogolato percorso. Includiamo solo una citazione “L’idea di fondo di un universale, molteplice e vitale connessione del tutto con il tutto […] è assolutamente geniale”, pare abbia detto dopo la lettura del capitolo sull’essenza della Scienza della Logica di Hegel, V.I. Lenin. Sta di fatto che tutti gli spiritualisti (sofianisti, pancristiani, ortodossi, mistici), i nazionalisti, ovviamente i conservatori, gli slavofili come gli idealisti ed anche gli anarchici, furono in rotta di collisione con l’esperienza concreta del comunismo sovietico. Del resto, fu proprio Lenin a dare l’imput per l’operazione “nave dei filosofi”. Da notare, che Soloviev ed in parte Berdjaev rimproveravano al comunismo di essere un simmetrico inverso del capitalismo. In fondo entrambi sono convinti che la società dipenda e debba dipendere dal suo ordine economico riducendo la complessità umana in maniera razional-positivista, quindi “occidentale”.

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L’Uomo Nero di Sergej Esenin detto da Carmelo Bene (link a youtube, cliccare per video 7:36)

Si possono però segnalare, a latere della mega galassia comunista, almeno tre altre correnti più pertinenti al nostro discorso: il populismo, il monarchismo-autocratico, l’anarchismo. Una radice forte è quella dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Molti pensatori tra quelli sin qui analizzati, erano del XIX° secolo, prima quindi che le aspirazioni egalitarie affluissero nella Rivoluzione d’Ottobre. Tale radice, non è per altro estranea a certo cristianesimo originario come abbiamo visto in Tolstoj. Berdjaev, in autocritica cristiana, diceva che il comunismo e la Rivoluzione occuparono lo spazio della rivendicazione della giustizia sociale colpevolmente lasciato vuoto dagli stessi cristiani. Non lontano dalle tesi di papa Francesco. Quale poi sia il concetto di “giustizia sociale” in senso cristiano, non è facile rinvenire in letteratura se non come “petitio principii”, a furia di lasciar vuoto lo spazio delle pratiche, evidentemente si è svuotato anche quello del pensiero. Una società squilibrata,  è ciò che fa resistenza al processo di evoluzione spirituale individuale e collettiva, alla sua capacità creativa ed espressiva, al perfezionamento umano necessario per raggiungere il maggior stato di perfezione che auspicavano gli spiritualisti, tanto per gli individui, che per il popolo, che per lo Stato che deve condurre entrambi nel loro sviluppo.

Questa radice è ben piantata per terra nel letterale senso della parola. La Russia è principalmente la sua terra, l’Europa moderna invece, l’emancipazione dalla terra. Le ridotte dimensioni spaziali e la formazione dei primi borghi nell’Europa occidentale dell’anno mille, determinarono un percorso specifico che poi evolverà nelle città e da queste all’industrializzazione. Questa storia europea, determinò anche il proporsi in un certo modo del problema della libertà (in Russia anche si presenta questo problema nel pensiero, ma in tutt’altro modo ad esempio come emancipazione dalla servitù delle gleba), stante che era proprio la città a far respirare l’aria di libertà. Al contempo però, al crescere del numero dei cittadini, con l’urbanistica e l’accentuazione della divisione dei lavori, la comunità tende a frantumarsi in individualità. Quando l’aggregato delle individualità, tenderà a trovarsi sempre meno in chiesa (concettualmente,  nell’aspettativa della Provvidenza), rimarrà solo il mercato (con l’aspettativa della Mano Invisibile che, secondo la nuova classe sociale vincente, ci vede meglio della Provvidenza). Altresì, la terra in quanto natura, diventa oggetto da dominare e Dio stesso, diventa sempre più “celeste”, cioè -astratto-.   In Russia invece, vige la campagna, quindi il villaggio, quindi la comunità organica e Dio rimane Tutto, quindi anche natura.

Questa comunità legata alla terra di cui non c’era proprietà privata ma neanche produzione comunitaria, la “obscina” e la comunità villaggio “mir”, furono alla base dei pensieri politici degli slavaofili, dei democratici rivoluzionari come Herzen poi degli anarchici come Michail Bakunin. Quando si andò a saldare il pensiero dell’intelligencija filosofico-politica che aveva non pochi punti di contatto col primo socialismo utopico francese (fourierismo) con il popolo della terra che qui svolge il ruolo che nel comunismo avrà il proletariato, nascono i narodniki, i “populisti” propriamente detti. Ma questa impostazione basata su una avanguardia di pensiero che pensa in nome e per conto del popolo, che poi l’élite dovrà concretamente guidare date le maggiori capacità intellettive (Petr Lavrov, un altro platonismo), diverrà poi un modulo che ritroveremo nel concetto di avanguardia leninista e poi fino al potere autocratico di Ivan Ilyn. 249927Questa teorizzazione non è altro che la constatazione dello stato reale della diffusione della conoscenza presso il popolo russo, un popolo della campagna dei grandi spazi molto arretrato rispetto alla avanzata élite intellettuale e politica delle città. Perché gli elitisti di tutti i tempi deducano da questo che è uno “stato di fatto” la legge dell’ineluttabilità e non quella della trasformazione, però, non si giustifica appieno. Tale constatazione  portò probabilmente Ilyn, come porta oggi Putin, a dire che la “democrazia” non è un sistema applicabile in Russia.  L’ottusità campagnola fece quindi resistenza ai progetti delle “élite ben intenzionate” e nel tempo, l’azione rivoluzionaria si spostò nelle città dove studenti ed operai rappresentavano una audience ben più sensibile e preparata per le istanza del cambiamento. Le frange più urbane e rivoluzionarie del populismo russo, teorizzarono apertamente il regicidio, giungendovi poi con l’assassinio di Alessandro II (1881) ed infine  confluirono successivamente nei moti rivoluzionari dei primi del ‘900.

Avendo già incontrato gli anarchici, possiamo passare al principe Petr Alekseevic Kropotkin (1842-1921). Kropotkin era anche uno scienziato (quasi tutte le biografie degli intellettuali russi hanno una sfilza di specifiche multidisciplinari che qui da noi sono intese antitetiche essendo premiata la competenza specialistica) ed aveva quindi una vena positivista e determinista. Ed è proprio sviluppando il suo pensiero a seguito di quello di Darwin, che il nostro nota l’ovvio: sono pochissimi gli animali che vivono individualmente isolati, tutti gli altri, la stragrande maggioranza, vivono in gruppo. Tutto il neo-darwinismo a marca anglosassone è un rifiuto sistematico ed ottuso di questa considerazione auto-evidente. L’intera immagine di mondo che interpreta (a modo suo) Darwin, deve torcersi su se stessa per agganciarsi a quella antropologia anglosassone che postula lo stato di natura hobbesiano ovvero quello stato di natura che il filosofo inglese non aveva mai 220px-Kropotkin_prince_lectureosservato dal vivo direttamente in vita sua ed aveva astratto per giustificare la storia dei barbari sassoni in terra inglese, di cui era un competente studioso. Furono Spencer ed Huxley (nessuno dei due era un naturalista, quindi un osservatore empirico, sebbene Huxley fosse biologo) a torcere Darwin per fini ideologici.  Kropotkin fonde queste intuizioni col principio di uguaglianza (di cui deriva la ragione nella natura stessa) ed esplica il tutto nel famoso “Il mutuo appoggio” (1902). Mi piacerebbe molto effondermi sulla concezione di Kropotkin, sulla rilevanza che la sua ricerca etico-naturalistico potrebbe avere (stante che morì nella compilazione del suo opus magnum, appunto dedicato all’etica)  per la stessa filosofia della complessità che qui promuoviamo ma mi limito a sottolineare che anche in questa area davvero periferica del filone principale che abbiamo sin qui indagato, compare quella concezione comunitaria e mutualista che cozza frontalmente con l’asse individualistico-egoista dell’antropologia anglosassone che è il vero simmetrico inverso di quella russa. Russi cristiani mistici e monarchici come russi atei anarchici e rivoluzionari partono dalla stessa o molto simile concezione dell’uomo e del mondo come Uno interrelato o intessuto di Molteplice. L’area anarchica che ebbe la sua gloria in Ucraina con il movimento guidato da Nestor Machno, rimase più legata alla campagna, alla comune, all’autogestione e questo la pose in rotta di collisione con il comunismo industrial-centralizzato.

La tradizione monarchica, certo si presenta come opposta a quella anarchica. Va però detto che per monarchici russi non s’intendono i supporter dei Romanov o dello zar nello specifico, bensì senz’altro dei conservatori ostili ad ogni principio di democrazia o potere popolare ma in quanto filosofi politici. Sono i credenti nell’Uno politico, nell’uomo sintesi dell’essenza di un popolo e di una nazione. La loro è proprio l’interpretazione letterale del termine; mónos (μόνος) “solo, unico” e -archìs (ἄρχω), da árchō, “governare, comandare”. La concezione platonica del re-filosofo non è molto lontana. Essi sono soprattutto interni alla tradizione slavofila e tutti parte della migrazione bianca ovvero di coloro che furono espulsi nel ’22 dai comunisti, tra essi il nostro terzo autore, quello che FA individua hqdefaultcome “il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn. Per Ilyn, laureatosi con una tesi sulle concezioni della legge e della Stato in Hegel, le élite sono naturali ma hanno il dovere morale del buongoverno, il monarca è il pater familias, il popolo la comunità. Conservazione e tradizione sono i collanti dell’insieme. Il suo modello è direttamente speculare ed inverso a quello repubblicano occidentale basato sull’individuo. Che il modello di Ilyn fosse ideale, lo testimonia la sua ampia critica della russa imperiale e la partecipazione con adesione alla rivoluzione di Febbraio. Il reazionario Konstantin Pobyedonosteyev che lo precedette, fu l’eminenza grigia della Russia imperiale ed era anch’esso di provenienza ed interessi giuridici ma l’humus nazionalista, anti-occidentale, slavofilo, molto vicino sia alle posizioni di Berdjaev che di Soloviev, è comune.  Nella visione di Ilyn, il monarca  non è il capo di un partito o di una fazione, deve esser fuori da ogni parte poiché deve sintetizzare il tutto, è l’Uno che rispecchia il Molteplice. Senz’altro affascinato dal primo fascismo (che come parlamento delle corporazioni piaceva non poco anche a Berdjaev), non mi è stato possibile trovare conferme delle sue simpatie naziste (per altro sembra sia stato sollevato dall’insegnamento in Germania, già nel ’34 e scappato nel ’38), così come non è confermato il suo presunto antisemitismo sbandierato da FA.

A nota della mia ricerca su Ilyn, indico questo blog (qui)  di colui che pare esser stato l’originale creatore della definizione “il filosofo di Putin”. Paul Robinson è professore (Public and International Affairs) all’Università di Ottowa. Un suo articolo iniziale è diventata la traccia di altri sul Journal of Militar Ethics e su The Spectator ed in seguito su American Conservative (il post di Robinson contiene tutti i link per la documentazione). Da qui, un albero di citazioni, sino all’articolo di Foreign Affairs che lascia basito il professore. Per farsi una idea dello “scandalo” dell’articolo di FA, una rivista di prestigio internazionale che si abbassa a commissionare un articolo ideologico a due scribacchini superficiali e in aperta malafede, consiglio di leggere il post del professore canadese (qui) che pare essere uno dei pochissimi occidentali che si è preso la briga di studiare ciò di cui parla. Qui, un altro suo interessante contributo.

Termineremo lo studio avviandoci alle conclusione nella terza parte di prossima uscita, fra qualche giorno.

(2/3) segue…

Qui, la prima parte.

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LA FILOSOFIA DI PUTIN. (1/3)

[Questa è la prima parte di un articolo in tre parti]

La Russia è un continente culturale, per me, di difficile decifrazione. Ammetto prioritariamente la mia ignoranza sostanziale epperò, proprio questa ignoranza mi muove a cercar di colmare almeno i vuoti più gravi. E’ come sempre, una sollecitazione esterna a muovere la curiosità di comprensione.

Sono stato abbonato a Foreign Affairs, la rivista di geopolitica e relazioni internazionali che fa da riferimento a gli ambienti di Washington. Mi mandano perciò una newsletter ed ho accesso libero ad un articolo a numero. Questa settimana (oggi 26.09.15) mi ha colpito il titolo di un articolo su “Il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn e l’ideologia di Mosca, di A. downloaddfm90Barbashin e H.Thoburn. Poiché mi incuriosiva il fatto che Putin avesse un filosofo di riferimento e non conoscendo affatto Ivan Ilyn, ho fatto un po’ di ricerca. Il secondo scatto di curiosità che mi ha spinto poi più in là nella ricerca, ampliandola, è stato un articolo del New York Times del 03.03.14 a firma David Brooks in cui si dava notizia (riprendendo Maria Snegovaya dal Washington Post) del fatto che Putin aveva inviato in dono ai governatori regionali, una trilogia di titoli che comprendeva, oltre al “I nostri compiti” di Ilyn, la “Filosofia della diseguaglianza” di Berdjaev e la “Giustificazione del Bene” di Soloviev (o Solove’v, Solovyov). Beh, l’idea che il capo di un sistema così forte e potente avesse inviato tre libri di filosofia al secondo livello di gestione territoriale del sistema, era intrigante assai. Di primo acchito, la faccenda si configurava come l’invio di una linea ideologica il che era interessante, soprattutto per un modestissimo “pensatore in proprio” come il sottoscritto. Interessante perché qui da noi sembrerebbe strano che Obama o Cameron o più modestamente Renzi, inviassero tre libri in dono ad una struttura di secondo livello. Peggio ancora, di filosofia.  Interessante anche il fatto che non si trattasse di un documento di Putin ma di tre libri, di altrettanti autori, del XIX° e XX° secolo (Solovyov nasce nel 1853 e Ilyn muore nel 1954, Berdjaev sta in mezzo) noti e pubblici, tra le colonne portanti della tradizione culturale russa, almeno i primi due (Soloviev e Berdajev). Cosa voleva dire a livello di contenuto? Qual’era l’idea che voleva trasmettere Putin? Cosa dicono questi tre autori e come sono tra loro correlabili in un unico discorso che dovrebbe rivelarci qual è l’idea che Putin ha del destino russo?

Per rispondere a queste domande, ho sviluppato un po’ la ricerca di cui darò conto. Prima però voglio anticipare qualcosa sull’articolo di FA. L’articolo l’ho letto dopo un po’ che mi ero immerso nei link dei link che mi avevano portato a capire almeno qualcosa dei tre autori e del contenuto specifico dei tre testi. Ritornato a FA, con mia grande sorpresa (ma era un mio peccato di ingenuità) mi sono trovato di fronte ad una sfuriata ideologica con un devastante tasso di acidità. Ora, premetto che non nutro alcuna simpatia istintiva per Putin, né alcuna fascinazione particolare per il rispettabilissimo popolo russo, ed infatti la mia conoscenza della loro cultura si ferma ai classici, alla loro stupenda poesia barbashin_putinsphilosopher_cross2(quando ero giovane e poeta, Sergej Esenin era il mio eroe), alla loro stupenda musica classica ed alla loro stupenda arte. Beh, in effetti, non è che mi siano poi così estranei ma diciamo che non mi sono mai posto il problema della loro essenza. Conosco cioè ben meglio quella francese, tedesca, inglese, americana, anche un po’ quella cinese oltre che la mia natale, posso dire di conoscere almeno un po’ quella araba ma a quella russa non ho mai pensato. Del resto, il conosciuto della produzione culturale russa, sta in solo un paio di secoli che (a parte gli americani) sono troppo pochi per capire l’eventuale essenza di un popolo. Non suoni presuntuoso l’uso di un termine così impegnativo come “essenza”, lo uso come sinonimo di “spirito”, forse di “un certo spirito” per essere ancor meno assertivi e precisi.

In effetti, io sono studioso di cultura e di filosofia (oltre che di politica, economia, scienze ed altro) e quindi il mio atteggiamento a priori era semplicemente “beh, vediamo un po’ questi qua che pensano” con le migliori intenzioni di com-prendere (prendere assieme) il loro punto di vista, i loro riferimenti, le loro interpretazioni dei fatti storici o di pensiero del mondo. Si può certo poi dire “la storia è questa e quella ma queste idee sono per me a gli antipodi” ma si tratta di un giudizio culturale. L’articolo di Foreign Affairs invece, e qui sta la mia ingenuità, non è giustamente un articolo culturale ma geopolitico o meglio parte da una intenzione geopolitica (sputtanare Putin) usando un argomento culturale. Si tratta quindi null’altro che di propaganda. Visto però che non sono una “anima bella” e mi interesso non meno di geopolitica, non mi ha sorpreso come poteva sorprendere un vero studioso innocente che segue le peripezie dello Spirito, mi ha colpito nonostante tutte le premesse per la veemenza e per una cosa che non saprei se definire disonestà intellettuale (che reputo un peccato molto grave) o semplice ottusità (meno grave ma financo più dannosa) compensata da un velo d’ignoranza.

L’ARTICOLO DI FOREIGN AFFAIR.

Dopo aver raccontato come in effetti Putin consideri Ilyn una fonte di ispirazione profonda ed il suo pensiero, una architettura sulla quale sostenersi per auto-identificazione ideologica, gli articolisti FA, sbeffeggiando il riportare alla luce il suo pensiero in cui il capo stesso del Cremlino si è attivamente prodotto, concludono che “Ignominia era il posto in cui lasciare Ilyn. Non era un pensatore profondo e chiaro (chiaro? quando mai un pensatore profondo è chiaro? Derek Chopra è chiaro ma è profondo?), non era un accademico o un vero filosofo, era un pubblicista, un Hill_PutinSyria1_630teorico della cospirazione, un nazionalista russo con un nucleo di tendenze fasciste”. Accipicchia! Registrano poi che è in gran voga presso la locale Chiesa Ortodossa e presso il leader del Partito Comunista russo Gennady Zyuganov che by the way, è pur sempre il principale esponente dell’opposizione russa. Ecco che i nostri due autori affrontano così la piccola biografia intellettuale di Ilyn: inizialmente anarchico, poi liberale di centro destra o conservatore, antibolscevico, espulso nel ’22 (assieme a Berdjaev, con quella che è conosciuta come “la nave dei filosofi”), interno alla comunità russa di Germania ed anzi tra i suoi leader intellettuali, forse simpatizzante di euroasiatismo (il prof. Robinson che poi incontreremo e capiremo meglio chi è, lo esclude). Nel ’33 scrive “National Socialism: A New Spirit” dove congiunge radici e fini dei russi bianchi, fascismo mussoliniano e nazismo hitleriano in base alla condivisione dei valori di “patriottismo, senso dell’onore, sacrificio volontario, attrazione della disciplina, rinnovamento spirituale, rinascita della nazione e nuova giustizia sociale” contro il comunismo e la democrazia occidentale. C’è il virgolettato ma non si sa a quale scritto di Ilyn vada attribuito. Evidentemente quelli di FA, ritengono le note dei disincentivi alla lettura, la chiarezza è meglio della profondità. Nel ’48, Ilyn, censura gli errori di Hitler ma non l’ideologia e spera in Francisco Franco ed Antonio de Olivera Salazar (forse una intuizione appresa da Wikipedia.ru, provare per credere). Anticipa i timori di smembramento della nazione russa basata su identità storica, religiosa e spirituale e di una possibile guerra civile interna fomentata dall’ Occidente entrando anche nello specifico di una Germania affamata di Ucraina e Paesi baltici, Inghilterra nel Caucaso e Asia centrale e Giappone dall’Estremo Oriente. Profeta che l’Occidente avrebbe insidiato l’integrità russa col concetto di democrazia ma la democrazia in un territorio così grande è impossibile. L’unica forma d’ordine efficace ed efficiente sarebbe stato un autoritarismo centralizzato identificato in un leader ed una potente ideologia di sostegno. Non c’è dubbio, i conti a Foreign Affairs, tornano.

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Ivan Ilyn

Dell’ideologia di Ilyn fa parte, secondo FA, la paranoia complottista. Ed ecco i mirovaya zakulisa ovvero i veri burattinai dei leader politici che fungono da cover boy per trame di banchieri, massoni, ebrei (tema molto russo. Si ricordi “I Protocolli dei Savi di Sion”). La convergenza tra il pensiero politico e giuridico di Ilyn e quello religioso, non è tanto basata su una visione religiosa della società ma su una oggettiva coincidenza di valori. Con questa corrosiva miscela di corrompi-neuroni, gli spin doctor del Cremlino lavano il cervello del proprio popolo così che, conclude l’articolo, quando Putin finalmente se ne andrà, sarà comunque molto difficile ripristinare cordiali e fiduciose relazioni col popolo russo.  Non una parola su gli altri due “filosofi”.

Beh, visto che quelli di FA l’avevano messa già dura mi son detto, andiamo a farci un’idea in proprio, essendo questo il motto kantiano dello spazio in cui pubblico i miei scritti. Quanto segue riporta gli esiti della ricerca, in cui incontreremo Soloviev e Berdjaev prima di Ilyn.

RADICI DELLA FILOSOFIA RUSSA.

Vista dall’Occidente, la filosofia russa -FR- si dice inizi con Pietro il Grande (primi del XVIII° secolo) stante che fino a qualche decennio prima, non erano proprio noti i testi degli antichi e dei primi moderni dell’Ovest. Vista dai russi, invece, c’è una lunga tradizione svoltasi internamente alla Chiesa ortodossa, sin dall’anno 1000. Del resto, è questo il periodo della finale divisione tra le due chiese cristiane, quelle occidentali che parleranno di “scisma d’Oriente” mentre quelle orientali parleranno di “scisma dei Latini” auto-qualificandosi come “ortodosse”. Einstein non era ancora nato e quindi il problema del punto di riferimento relativo non era conosciuto. Per categorizzare la FR, si suole individuare alcune ricorrenti linee di sviluppo del pensiero noi invece partiremo con la metafisica che è la matrice di ogni successivo pensiero specifico per poi affrontare il problema dell’identità geoculturale e quello dell’organizzazione giuridico-politica.

Metafisica.

Le radici metafisiche russe sono di origine platonica-neoplatonica/ermetica/gnostica-plotiniane che continuano in quella parte della prima patristica che poi sarà di riferimento per la teologia ortodossa. Qualche influenza proviene anche da ambienti stoici. Quindi, sia 515GFL95o2L._SY344_BO1,204,203,200_che si segua col pensiero la religione, sia che ci si distingua, sia soprattutto (e sono i più, in questa tradizione di pensiero) si stia in mezzo, questo è il richiamo principale, il “comune fondamento”. Questo “stare in mezzo” del pensiero, tra autonomia e affiliazione alla Chiesa ortodossa, ha dato vita a diverse forme di sincretismo, fenomeno molto esteso nella tradizione del pensiero russo e più in generale, di quella orientale. Anche quando il pensiero è autonomo dalla Chiesa ortodossa permangono decisi tratti spirituali. L’origine greca, per altro, potrebbe avere influenze orientali come da molti dibattuto (in effetti, la metafisica dell’Uno e del Molteplice origina dai Veda, il Rg Veda per la precisione). Con ciò, come poi vedremo nel caso delle speculazioni più spirituali, si chiuderebbe un cerchio orientale, di cui i russi, sarebbe l’estremo occidente. La tradizione greca citata, tramite Proclo e la sua dialettica, giunge poi ad Hegel che tanta influenza avrà in ambito russo. L’altra via di questa tradizione è quella prettamente patristica con Origene, Dionigi il Pseudoareopagita e Massimo il Confessore, teologo bizantino molto influente nella teologia ortodossa. L’intera eredità transita tramite la Chiesa bizantina ed in particolare la mediazione prima bulgara e poi degli slavi orientali che avevano centro a Kiev. Il pensiero russo sembra interrarsi in rivoli carsici di icone, poesia popolare e fiabe, all’interno della tradizione ortodossa-popolare, per poi rispuntare ancora coerente dopo le innovazioni pietrine.

Analizzeremo tre ambiti dello sviluppo del pensiero russo: l’area spirituale, l’interrogazione sull’identità geoculturale e la filosofia politica (escludendo il marxismo-leninismo). Dentro questo triangolo di concetti, c’è il senso della filosofia di Putin ma anche buona parte di quella russa in quanto tale.

L’area spirituale.

Soloviev-foto

Vladimir Soloviev

L’ area idealistico-spirituale del pensiero russo, è una delle più significative in assoluto. Spesso sono forme di ibridazione della metafisica prima descritta con lo specifico slavo e con lo spirito e la fede ortodossa. Il sofianismo, è uno di questi ibridi il cui primo esponente fu quel Valdimir Soloviev (o Solovyov, 1853-1900) che fa parte della trilogia omaggio di Putin. Va aggiunto che Soloviev è considerato il pilone della tradizione del pensiero russo da qualsiasi serio studioso che ne affronti la storia. Strana e non ancora ben inquadrata figura di pensatore, Soloveiv ha uno strumento (il pensiero) ed un oggetto (il Tutto), così come il secondo è uno di molteplice, così l’altro ricorre contemporaneamente alla razionalità scientifica, all’intuizione mistica, alla sensibilità artistica, alla logica, alla meditazione spirituale, alla riflessione filosofica. Quest’ultima è, a sua volta, mobilitata sia come metafisica, che come estetica, come etica, come gnoseologia. Si potrebbe dire che Soloviev stava nel mezzo voltandosi ora di qua nel dire “nulla dell’umano (e del reale) mi è estraneo”, ora di là nel dire “nulla del divino (e dell’ideale) mi è estraneo”. Infatti, la sua figura ideale era Cristo, il divino umano che fonde in sé i due mondi.  I legami di questa interpretazione sono forti con certa mistica tedesca, tra cui quel Jacob Boehme che possiamo mettere a tradizione anche di certo pensiero di Hegel. Ed infatti, gli incontri tangenziali tra sofianismo ed idealismo tedesco non sono pochi. I tre concetti fondamentali del suo pensiero sono: Sophia (gnosi, ipostasi dell’eterno femmineo), unità (lo sforzo costante di riportare ad Uno il Molteplice), l’umanità perfetta (realizzazione dell’ideale nell’istituzionale, evoluzione spirituale anche e soprattutto tramite la creatività).

705448Di Sophia si dà doppia natura divina e creata, naturale e soprannaturale. La faccenda ha probabilmente a che fare anche con il concetto trinitario della Chiesa ortodossa. Qui, infatti, si riteneva essenza eterna sia Dio, sia le essenze increate. Poiché l’essenza divina è inconoscibile (è noumeno), gli atti divini e le essenze increate sono conoscibili tramite l’esperienza (il fenomeno). Qualcosa del genere, si trova addirittura in Filone d’Alessandria, ebreo platonico, che influì non poco su Plotino. Ma siamo anche, gnoseologicamente, dalle parti del trascendentalismo kantiano che è un’altra influenza che i tedeschi ebbero  sul  pensiero russo in generale, anche poi col seguito neokantiano.

L’Unità è propriamente ciò che possiamo dire “il concetto dell’Uno” il cui fabbro demiurgo fu indiscutibilmente Platone (che probabilmente forgiò il concetto unendo le materia prime pitagoriche, parmenidee ed ebraiche – vedi Timeo). Lo sforzo al riunire in Uno è centrale nel suo pensiero, sia come metodo che come fine. Unica dovrebbe essere la nostra discendenza umana da Cristo e quindi cattolici, protestanti, ortodossi non sono che fenomeni transeunti di quel noumeno che è unico, quindi comune. Questa è una identità forte che si distingue oggettivamente da quella ebraica, quella orientale e quella islamica. Il pancristianesimo di Soloviev quindi è antitetico all’eurasiatismo. Altresì, Soloviev ha censurato sia il nazionalismo che il cosmopolitismo attentandosi su un concetto di universalismo dei parzialmente differenti (c’è qualcosa che rende diversi i popoli e c’è qualcosa che al contempo, li unisce). Tema poi ricorrente nel pensiero russo, la critica della modernità occidentale materialistica, a-valoriale, individualistica.

9783319127743Il testo scelto da Putin per il suo cofanetto filosofico è la “Giustificazione del Bene” (1897), il primo volume di una trilogia in cui doveva saldarsi l’architettonica del suo pensiero ma che non verrà mai compiuta per sopraggiunte morte. Questo primo volume è il sistema della filosofia morale, l’etica e non è un caso sia il primo mentre in Kant è il secondo (La Critica della Ragion Pratica). L’indagine sul Bene, indaga la natura umana che è vista sociale, culturale, relazionale, quella di Dio e quella della storia del nostro genere. L’idea politica è quella dello Stato cristiano che crea le condizioni di possibilità per l’evoluzione individuale e collettiva, unisce le molteplicità che vi sono comprese, limita la plutocrazia, amministra la retta giustizia e naturalmente, difende la terra, anche con le armi se necessario.

La spiritualità mistico-poetica-artistica di Soloviev, giungerà anche a fenomeni di preveggenza (l’Anticristo in “Tre conversazioni” 1900), tratto anche questo molto diffuso in certa cultura russa.  Curioso che la profezia indichi che l’Anticristo sarà il presidente degli Stati Uniti d’Europa, un ecologista, un pacifista ed un ecumenico che crederà in Dio ma non in Cristo.

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QUATTRO COSE PER ORIZZONTARSI NEL GIOCO DI TUTTI I GIOCHI.

C’è un gioco che condiziona tutti gli altri giochi. Condiziona significa che ne determina le condizioni di possibilità e, talvolta, financo gli esiti. Che sia l’euro o l’Europa o la sovranità nazionale o la Siria o i migranti o la disoccupazione o il bilancio dello stato o il ruolo di certe élite, tutti i giochi si giocano in un gioco più ampio di cui, soprattutto in Italia, c’è assai scarsa conoscenza. Paese che ha perso la guerra, capitalistico per certi versi ma ancora “ancien règime” per altri, umanistico e financo religioso quanto mai estensivamente scientifico, più idealista che illuminista, ancora fratturato dalla questione meridionale, ripiegato nel confort del proprio paesaggio, tradizione e gastronomia, sempre più estraneo al mondo. Sarà bene allora far pratica di conoscenza con questo gioco di tutti i giochi perché anche se facciamo finta di non saperlo, noi siamo anche pedine di questo gioco.

  • La prima cosa da considerare è che le condizioni interne di un sistema dipendono in gran parte dal suo esterno.

Quando analizziamo lo stato di potere, di forza e di salute di una civilizzazione, di uno stato, di un sistema economico, dobbiamo prioritariamente riferirci a quali sono i suoi rapporti con l’ esterno. Il suo esterno è ciò che lo contiene e i tre stati qualitativi dipendono in gran parte dall’assetto della relazione che il sistema intrattiene con ciò che lo contiene. compare-countries-money-01Lo scenario ultimo, quello che non dipende da altri ma da cui tutti dipendono è quindi, semplicemente, il mondo. Il mondo è il contenitore di tutti i sistemi.

Nel mondo, oggi, si muovono diverse forze ma le principali, quelle che lottano l’un con l’altra per il controllo migliore del mondo sono due. Una è gli Stati Uniti d’America. Gli USA sono la forza di gran lunga dominante e il loro dominio proviene da almeno sessanta anni di potere sostanziale sul mondo o quantomeno su sua larga parte. L’altra non è una singola forza ma un potenziale sistema, un sistema che al momento non è ancora tale essendo ancora allo stato di aggregato. Tale aggregato, passibile di divenire un sistema, è formato da tre entità: Germania, Russia, Cina. Queste tre entità coprono tutte e tre le parti del continente euroasiatico, Germania ad ovest, Russia al centro, Cina ad est. Se queste forze minori, si saldassero in sistema, è la semplice geografia che determinerebbe la struttura portante del potere sul mondo, gli USA diventerebbero un satellite del centro del mondo ed i satelliti non hanno alcuna autonomia, dipendendo da ciò intorno a cui gravitano. Se e per quanto avere un mondo dominato dagli USA e se, quando e come, avere un mondo diverso è il Grande Gioco.

  • La seconda cosa da considerare è la natura sistemica dei giocatori del gioco.

Gli USA sono un sistema, l’aggregato Germania – Russia – Cina no, è un sistema potenziale. Gli USA sono un sistema perché sono uno stato-nazione, con un paio di secoli di storia e senza un ingombrante passato. Non è quindi percorso da linee di faglia interne per quanto tutti i sistemi molto estesi sono sempre a rischio di frattura. L’unità degli Stati Uniti significa un unico sistema politico, militare, economico, culturale, religioso che riporta ad un centro intenzionale, un potere o un gestore centrale in grado di far muovere il sistema come un organismo unico. Gli Stati Uniti sono posizionati su un’isola con due oceani ai meridiani e nessuna seria minaccia ai paralleli, sono quindi una fortezza isolata ed inespugnabile. Il gioco in difesa degli USA sarà sempre un gioco in attacco, sarà cioè un gioco che si svolge fuori dei propri territori, sul continente euroasiatico o altrove ma mai sul proprio territorio. La posta del suo gioco è il controllo di buona parte del mondo, da questo controllo deriva il suo benessere.

L’aggregato Germania – Russia – Cina (GRC) invece non è un sistema.

La parte di massima estensione spaziale, la Russia, ha uno popolazione che è poco meno del doppio di quella tedesca ed un decimo di quella cinese. Essa non esercita alcuna forza di gravità ad est dove la massa cinese è padrona del campo, esercita una forza di gravità naturale nel centro-Asia ed esercita una forza di gravità contrastata sul suo ovest dove una serie di stati europei si trovano in mezzo tra la Russia e la Germania. Qui è la storia recente più che la geografia o la storia profonda a segnare le dinamiche. Questi paesi che “stanno in mezzo” furono satelliti dell’’URSS ed hanno un ricordo assai sgradevole della perdita di autonomia che connotò quella fase storica.

Map of GfK purchasing power Russia

Map of GfK purchasing power Russia

Essi quindi cercano e cercheranno in tutti i modi di sottrarsi al risucchio gravitazionale russo. In questi casi, si cerca un altro centro di gravità che possa contrastare quello da cui si vuole evadere. Sembrò che l’Europa e la Germania potessero rappresentare questa alternativa ma l’Europa non è a sua volta un sistema e la Germania è troppo debole per esercitare questo ruolo. Così, sono diventati il perfetto pied à terre per gli Stati Uniti  in cerca di alleati fidati nel territorio euroasiatico che è lì dove si gioca la partita. La Russia ha un centro politico forte ed una forza atomica e militare altrettanto competitiva (essendo l’eventuale gioco militare dettato dalla forza più forte, cioè l’arma atomica, la consistenza delle tre armi tradizionali -terra/aria/mare- è importante fino ad un certo punto. La guerra condizionata dall’atomica è una guerra di pura e semplice altrui distruzione non di conquista territoriale come è stata nei millenni passati). La Russia non ha una economia forte, né alcuna capacità di egemonia culturale. Come la storia insegna, la Russia non si può “conquistare” poiché ha sempre un territorio alle spalle nel quale rifugiarsi ma può essere seriamente danneggiata ovvero resa relativamente impotente.

La Cina ha una estensione territoriale meno vasta dell’apparente essendo altissima la sua composizione demografica ed essendo più di metà del suo territorio difficilmente abitabile. La Cina ha una fragilità intrinseca che è la sua totale dipendenza quanto a fornitura di acque dolci da un territorio specifico, il Tibet. La nuclearizzazione mirata delle fonti fluviali tibetane, porterebbe ad una carenza d’acqua drammatica. Sebbene si siano verificate tensioni nella consistenza interna (Tibet e Xinjang), la Cina non è facilmente divisibile al suo interno come per altro la Russia. Intorno, la Cina ha potenziali partner e potenziali nemici, i potenziali nemici possono ovviamente essere amici dell’avversario. Il principale è il Giappone. Con l’India i rapporti sono variabili ma non è né nella storia e nelle tradizioni, immaginare evoluzioni negative (una guerra indo-cinese) o positive (una concreta alleanza indo-cinese). Comunque delle due, è semmai più probabile la seconda che non la prima. La Cina ha dunque un problema nel suo stesso intorno perché ognuno degli stati che la circondano, può diventare pied à terre per l’eventuale nemico in un confronto dichiarato. La forza economica della Cina è basata su quella che è anche una debolezza in termini strategici, una massa demografica enorme. I richiami allo “sviluppo armonioso”, il recupero delle linee di saggezza strategica addirittura del periodo china_water_stress_2confuciano, sono equivocate in Occidente. Per la Cina, queste direttive sono ontologiche, quindi senza alternative, un cinese che ha cuore il proprio sistema, sa da migliaia di anni che: a) internamente deve prevalere la concordia alla discordia perché il territorio non consente la presenza di parti in competizione pena la guerra eterna ed inconcludente (cioè senza scopo possibile); b) ogni diversione esterna peggiora l’equilibrio, già di suo problematico, della concordia interna. Chi immagina una Cina imperialista che si lancia alla conquista del suo mondo circostante, non sa quel dice. Ciò ovviamente non toglie che il sistema cerchi in altri modi il controllo del suo intorno ma è più un legare che un controllare. La forza militare della Cina non è nota. Si suppone non sia molto competitiva in assoluto ma si teme (dal punto di vista americano, ovviamente) abbia sviluppato qualche “sorpresa”. Il potere cinese, da sempre, ha nella strategia e nel tempo, un suo a priori. Quindi i cinesi, da quando decisero di aprirsi al mondo, avranno sviluppato una simulazione ampia di scenari e previsto almeno a livello di pensiero, diverse alternative. A che punto è la realizzazione pratica di queste alternative, quelle militari e dei sistemi d’arma nello specifico, non sappiamo e non sappiamo neanche se lo sanno o pensano di saperlo i vertici strategici USA.

La Germania è, dei tre, il sistema più squilibrato e problematico. Del tutto privo di autonomia militare, questo ne fa un paese a sovranità zoppa. Con una estensione territoriale contenuta ed una contenuta popolazione, l’unica vera forza della Germania è la posizione e l’economia. Ma come spesso accade, i punti di forza hanno le loro debolezze. Posizione ed economia, in Germania, sono direttamente correlate.  Una buona parte della sua forza economica è dovuta a: a) dominio del sistema monetario dell’euro che le dà una serie di vantaggi noti, nel controllo delle relazioni economiche con Francia, Italia, Spagna, nord Europa. La Gran Bretagna, notoria seconda gamba del sistema anglo-sassone, è fuori da questo raggio sebbene rimanga un vicino geografico; b) mantenimento del sistema mondiale degli scambi dove esercita, tramite una politica economica mercantilista, un ruolo di rilievo assoluto. Se però si arrivasse ad una qualche perturbazione di tale mercato mondiale (se si arrivasse ad un irrigidimento nel confronto delle forze, non necessariamente una guerra vera e propria) la Germania sarebbe, con la Cina, una delle prime entità a risentirne. La Germania è un sistema al centro di un parallelogramma di forze. L’unica alleanza non problematica e naturale è con i paesi del Nord Europa. Con gli altri europei il rapporto è di cuginanza conflittuale e per altro, sino ad oggi, la Germania non ha mai mostrato reali capacità egemoniche che tra l’altro non fanno assolutamente parta delle sua storia, né di quella del continente. Quanto fatto a Luglio scorso alla Grecia, ricorda (semmai ce ne fosse stato il bisogno) a Francia ed Italia, cosa significa avere a che fare coi tedeschi. Naturalmente antagonista è il rapporto con il Regno Unito. Interessata ad screen-shot-2013-05-31-at-2-10-43-pmallargare la sua egemonia ad Est andando incontro alla richiesta di maggiori legami proveniente dalle nazioni in fuga dal “Grande orso russo”, non ha mostrato reali capacità di saper gestire questo possibile incontro. Per altro, deve sempre bilanciare questo suo eventuale interesse espansivo con la necessità di non mettersi in urto con la Russia. Se alla Germania fosse permessa una amicizia organica coi russi, nel contratto si potrebbe prevedere lo spazio consentito all’espansione d’influenza tedesca ma a questo punto agisce l’altra forza traente, gli Stati Uniti d’America. I rapporti tra Germania e Stati Uniti sono assai complicati. Storicamente, non c’è simpatia ma ricordiamoci che sia gli Angli, sia soprattutto i Sassoni, originano proprio da quelle terre. La Germania è stato protettorato statunitense lungamente dopo la Seconda guerra mondiale e tutt’oggi, la forza militare tedesca è americana. La Germania dipende vitalmente dai rapporti con i cugini europei che possono, all’occasione, giocare sull’amicizia interessata con gli USA per bilanciare la maggior forza tedesca. In sostanza, la Germania dipende dall’esistenza di quella globalizzazione che gli americani hanno senz’altro favorito ma che potrebbero revocare anche solo in parte (ad esempio diminuire o rendere meno facile quella delle merci ma mantenere in quella dei capitali dove controllano l’intero sistema), proprio per mettere in difficoltà eventuali competitors geopolitici. Né la leadership interna, né le condizioni di possibilità esterne, permettono a questo punto di pronosticare una facile soluzione del “problema Germania”.

  • La terza cosa è simulare i possibili sviluppi del gioco.

Prima però bisogna dire qualcosa anche sul sistema forte. Se i tre GRC sono ancora un aggregato potenziale e non un sistema, la cui analisi delle forze indica qualche luce e molte ombre, l’unico vero sistema esistente e quindi il player più forte, come esce da una analisi che si sforza di essere realista? Gli USA partono con quattro punti di forza ed uno di debolezza. I punti di forza sono: A) come detto, gli USA, sono l’unico vero sistema, unito e compatto. Hanno inoltre una lunga tradizione di controllo del mondo e quindi un expertise. Possono disordinare gli altri più o meno a piacimento e molto difficilmente possono essere disordinati; B) la potenza militare degli Stati Uniti è inarrivabile anche si geopolitics-of-myanmar-26-638 (1)mettessero assieme le forze dei tre aspiranti poli di un nuovo sistema. Tra l’altro, al di là delle contabilità delle armi, il solo fatto che da una parte c’è un sistema unico e rodato e dall’altra un sistema nuovo, fa partire questo secondo in deciso svantaggio; C) la potenza più che economica, finanziaria o banco-finanziaria. Dal dollaro al sistema Wall Street – la City – l’offshore, gli Stati Uniti sono in grado non solo di controllare relativamente ma sostanzialmente i competitors ma anche tutti gli altri. Ci sono infatti coreani, australiani, indiani, iraniani, sauditi, israeliani, egiziani, turchi, africani e sud americani oltre che i rissosi e casinisti europei occidentali (e gli affamati ed impauriti europei orientali) nel Grande Gioco e tutto il Grande Gioco verte sul sistema banco-finanziario-off shore anglosassone. In un modo o nell’altro, tutte le élite del mondo hanno i propri soldi in quel sistema e sono le élite a decidere i destini dei popoli. D) Gli Stati Uniti, rappresentano ancora la certezza del sistema vigente che tutti consociamo e non è mai facile lasciare il conosciuto per lo sconosciuto. La loro egemonia è hard nella struttura ma le popolazioni poco o niente sanno di strutture, per lo più hanno contatto con le sovra-strutture e sul piano sovra-strutturale, il soft power americano, ancora oggi, non ha rivali. Se idealmente chiedessimo a chiunque se preferisce stare sotto l’egemonia apparentemente benevola americana o sotto quella tecno-ottusa dei tedeschi o quella alieno-repellente dei cinesi o quella neo-zarista dei russi, non v’è dubbio che buona parte del mondo sceglierebbe 12011252_10200919372262375_3775720435697685862_nancora gli yankee. Il punto è che l’alternativa all’egemonia americana non è un’altra egemonia ma l’autonomia. In teoria tra egemonia anche benevolente e piena autonomia non c’è partita ma raggiungere l’autonomia è un problema ciclopico, questa è l’inerzia su cui giocano gli americani.

Gli USA hanno quindi quattro unti di forza, la debolezza allora qual è? La debolezza è che gli Stati Uniti, possono solo perdere, di più o di meno, più velocemente o lentamente ma possono solo perdere. Gli USA dipendono strutturalmente da un forte controllo su più o meno tutto il mondo ma il mondo è giunto ad un livello di complessità tale che nessuno può sensatamente pensare di controllarne l’intera complessità. Su questo non c’è dubbio alcuno. La partita è certo molto complessa ma GRC sono solo la cuspide di un possibile sistema mondiale, il sistema multipolare. La vera posta in gioco nel Gioco di tutti i giochi e questa: un polo americano a governo, con geometrie variate, dell’intero sistema o comunque della parte maggiore o l’apertura di una nuova fase di mondo con un nuovo gioco complesso che coinvolge diversi poli.  Tutti tranne gli USA, avrebbero interesse ad aprire una nuova fase planetaria in cui tutti giocano con tutti (con o contro), in cui ognuno si possa giocare la sua partita, in cui anche il più remoto staterello periferico possa giocarsi la sua ricerca di autonomia relativa pasandosi ora di qui ora di là in qualche tenzone locale, portandosi a casa comunque un qualche maggior vantaggio che non fare da colonia a qualche macro-sistema dominante. C’è infatti una seconda corona di stakeholders interessati al Grande Gioco ed è nell’elenco riportato precedentemente. Assicurare a tutti il loro interesse non è facile. La realtà è sempre più complessa della teoria per cui pur zoellick-20090929essendoci un oggettivo interesse di tutti al nuovo sistema multipolare, c’è comunque e per lungo tempo di sarà (basta vedere gli stati europei e il loro harakiri – seppuku (切腹) – dell’interesse oggettivo nei rapporti con i russi per compiacere il sistema dominante americano) un gioco asimmetrico di resistenze, ricatti, inerzie, attriti, che freneranno l’esplicarsi di un fronte attivo in favore dei nuovi equilibri. Sarà una transizione, una transizione lenta e difficile.

Tra l’altro conviene a tutti sia una transizione lenta perché se il sistema americano dovesse trovarsi in seguito ad una forte contrazione in una improvvisa, grave, crisi ontologica, si rischierebbe tutti un qualche colpo di testa della bestia ferita ed una bestia con qualche migliaio di testate nucleari, può decidere di morire portandosi appresso molte altre bestie attorno a lei. Sarebbe un funerale assai affollato. Questa è una incognita che ha molti gradi. In sostanza, non è facile rispondere alla domanda: quanto possono contrarsi gli Stati Uniti d’America senza perdere la loro natura essenziale che li obbligherebbe ad una svolta storica di riconfigurazione della mentalità e delle strutture del loro vivere associato, dall’esito assai incerto? Nell’incertezza, cautela è obbligo.

  • La quarta cosa è tentare di prevedere il reale svolgersi del gioco.

A questo punto è chiaro che gli Stati Uniti, giocheranno il gioco di difesa della loro posizione di controllo cercando di limitare, ritardare e rallentare la crescita di competitività degli avversari. Il miglior modo per farlo è metterli in difficoltà. Lo sviluppo di questa nuova fase dei rapporti internazionali ha già visto le prime mosse. La prima in assoluto è stata il varare una strategia di compattamento dello schieramento USA&friends. TTIP-mapCiò sta avvenendo con la promozione dei tre trattati (TPP, TTIP, TISA) commercial-giuridici che possono creare una piccola globalizzazione centrata su gli interessi e soprattutto gli standard, americani. Gli standard (giuridici e normativi), cioè la fissazione del regolamento di sistema, sono financo più importanti dei vantaggi commerciali perché creano una forma forte che, nel tempo, omogeneizza le strutture politiche ed economiche, rendendo il processo quasi-irreversibile. Coi trattati, gli USA non promuovono sesso ma un matrimonio. L’andamento di questo pezzo di strategia è contrastato ed il suo happy end (che sarebbe un punto di vantaggio quasi decisivo per gli Stati Uniti) è tutt’altro che scontato. La seconda è il rafforzamento dei legami militari diretti (NATO) ed indiretti. Il terzo è stato l’operazione Ucraina, tesa prioritariamente a creare un motivo di tensione nei rapporti Russia – Europa di modo che non si saldasse un mercato dei comuni interessi (energia vs tecnologia con flussi di investimenti incrociati). 76b419815558999f29bd279bebe7186bIl quarto avanza a piccoli passi ed è una sorta di tortura cinese inflitta ai cinesi stessi. Che sia il Tibet, il Mar cinese, rivolte ad Hong Kong,  il riarmo giapponese, la tensione confinaria tra le due Coree, il rifiuto momentaneo di includere lo yuan nel paniere IMF, i crolli di Shanghai e chissà cos’alto che non sappiamo, la pressione verso il Paese di Mezzo crescerà e sarà continua. Altresì, si agirà su tutta la corona di stati confinanti com’è dichiarato pubblicamente nella strategia obamiana “pivot to Asia”. E’ stato naturalmente previsto che, come sta avvenendo, russi e cinesi superino la loro reciproca diffidenza naturale (sono infatti paesi con frontiere in comune) e creino una alleanza almeno difensiva ma se volete dominare un gioco molto complesso, il diminuirne la complessità (amici vs nemici) è il primo passo di buonsenso che potete compiere. Bisogna poi vedere se e quanto cambierà questa strategia col cambio d’inquilino della Casa image_largeBianca.  Il quinto è stato creare un sistema che tende all’ordine ma rimane in perenne disordine sebbene controllato, nel Medio Oriente. Questa mossa non ha altro intento che evitare di formarsi un ordine spontaneo e permettersi un progressivo disinteresse sull’area, stante che gli USA hanno investito storicamente molta attenzione e soldi su di esso. Ora però il gioco principale è un altro e questa regione non può più assorbire cotanta energia. Per cui: a) dotarsi di energia in proprio (gas di scisto); b) sdoganare l’Iran come forza di un rettangolo formato anche da Arabia Saudita, Egitto e Turchia quanto a mondo arabo, pentagono con Israele come libera variante; c) alternare carezze e schiaffi (Isis, Iraq, Yemen, Siria, accordo con l’Iran) per agitare le acque ma mai fino in fondo. Tra shale gas e controllo indiretto del mercato petrolifero arabo, si può altresì privare la Russia del potere scaturito dagli enormi giacimenti di gas siberiano.  Il sesto è il più facile e riguarda l’Europa. L’Europa produce internamente il proprio disordine in maniera naturale per cui basta stare a guardare e pigiare qualche tasto ogni tanto, tanto il grosso del casino lo fanno da soli. russia-wants-war-us-bases-sarcastic-mapQuesta considerazione vale per l’Europa ma più in generale per il mondo intero data la sua crescente complessità la cui natura caotica (in attesa dei tempi lunghi dei processi di auto-organizzazione) è implicita. La riduzione coatta della Germania s’impone sia per ragioni geo-politiche sopraesposte, sia per convertire gli europei ad una più convinta politica monetaria espansiva che aiuti a non grippare il motore del capitalismo mondiale affetto da rischi di “stagnazione secolare”, contando sulle sponde italo-francesi. Il settimo è quello di rinunciare gradatamente alle strutture della globalizzazione delle merci (restringendola alle aree dei trattati) che oggi favorisce più la Germania e la Cina che gli USA ed intensificare quelle della globalizzazione finanziaria ed, ovviamente, gestire la contrazione di potenza del dollaro.

La strategia è quindi negativa ovvero distruttiva (distruggere forme d’ordine alternativo) e quindi diretta a creare ordine dal disordine. Il disordine è quello che si vede e sempre più di vedrà, sia perché naturale, sia perché c’è un attivo agente disordinante, l’ordine è ciò che rimane del potere unificato americano: tanto più gli altri combatteranno col disordine, tanto più loro manterranno una facoltà di ordinare (mettere in ordine e ordinare nel senso di comandare).

La contro-strategia dell’aggregato aspirante sistema è giovane ed incerta. I BRICS sembravano una premessa di coordinamento sistemico agito su gli interessi economico-finanziari ma è bastata l’avvisaglia di una contrazione del sistema economico mondiale e qualche operazione mirata di disordine finanziario e valutario per indebolire molto le volontà. Lo SCO (Shanghai, Cooperation Organization), l’alleanza russo-asiatica è un processo lento che comunque procede. L’asse russo-cinese si è recentemente saldato ma va ricordato che l’amicizia tra i due popoli non è mai esistita. La Cina sta lanciando la sua nuova super-banca di investimenti, stile IMF/WB ma bisognerà vedere quando sarà operativa e quali sono i progetti. L’idea centrale è quella di infittire le relazioni economiche lungo i due assi detti “Vie della Seta”, dal polo cinese a quello euro-tedesco, via Russia e non solo. Tutto questo ed altro ancora, sconta il fatto che non è facile fare mentre è molto più facile non far fare o sabotare. Una strategia distruttiva contro una costruttiva ha costantemente la meglio nel breve-medio periodo. Nel lungo periodo è un altro discorso.

Una sguardo specifico, voglio infine riservare al problema militare visto che molti temono la Terza Guerra mondiale. Il primo movente del creare tensioni è evitare relazioni pericolose per la posizione americana. Il secondo, quando le tensioni prendono la dimensione militare, è creare un costo. La struttura economica del bilancio americano prevede storicamente il costo militare, quello degli altri no, inoltre gli americani hanno il dollaro, gli altri no. Anche solo dover prevedere un minimo o un massimo se la tensione cresce, di improvement dei costi di armamento, crea una difficoltà a chi ha bilanci al limite della capienza e tende a concentrare gli investimenti nello sviluppo economico. La provocazione continua ed incrementale, gli appelli a gli europei affinché B8MFbGxnon facciano conto supinamente sull’ombrello americano, il preoccuparli perché la Russia si mostra aggressiva (che poi sia in effetti solo difensiva non importa data la capacità di manipolare l’informazione mainstream), l’incitarli ad armarsi per proprio conto, hanno tutti fine nel sabotaggio degli equilibri di bilancio sapendo che un bilancio squilibrato porta o all’IMF, quindi alla dipendenza finanziaria o a premere sul tessuto sociale di modo che le popolazioni siano sempre più nervose e le loro élite sempre più preoccupate e quindi desiderose di soluzioni di ricambio  della leadership, facili ed immediate. Col soft power, fondazioni, servizi segreti, primavere, ong, massoneria, amici degli amici o altro si potrà poi ben infilarsi nei processi di ricambio delle èlite fallite promuovendone di nuove, ovviamente “amiche”. Poiché strutturalmente inglobato nel bilancio USA, il costo militare lì è addirittura un keynesismo oltre che il volano del famoso complesso militare-industriale-tecnoscientifico. Quindi i “problemi del mondo” per gli USA, sono vitali per controllare il suo esterno ma anche perché trainano il funzionamento interno. Le crisi locali poi sono dei precisi esperimenti di controllo indiretto delle situazioni. Una “crisi baltica” ad esempio, galvanizzerebbe i paesi est-europei, continuerebbe a mettere in difficoltà i russi già sotto sanzioni e col prezzo del gas in saldo ma disturberebbe anche ogni velleità autonomista della Germania.

Credo si possa suggerire, a chi segue i fatti del mondo, di mettersi comodo. Emergerà una sempre più intricata complessità ed apparente contraddittorietà nello sviluppo delle due strategie, la costruttiva e la distruttiva. Siamo in una transizione epocale e quindi i tempi non sono brevi. Certo, c’è sempre il rischio che maneggiando provocazioni, testate nucleari, ardite manovre from behind, qualche cosa vada storto ma non è reale interesse di alcuno far diventare il Grande Gioco, un Grande Dramma. Una guerra aperta tradizionale non è possibile per via del nucleare e una guerra aperta nucleare non avrebbe senso. Questa è una delle contraddizioni insite nel nucleare che gli strateghi dei giochi americani ben conoscono, avendola sfruttata lungo tutta la Guerra Fredda.

Working on the Next Move: Axis & Allies 1942 SE TournamentE’ un Grande Gioco davvero, il più grande si sia visto nella nostra storia planetaria, il primo che prevede per campo il pianeta intero. Sarà una lunga e tortuosa transizione alla fin della quale il mondo si troverà in uno stato strutturale nuovo, quella che chiamiamo l’Era della complessità. Ci vorrà molto o poco tempo? Sarà confusa ma infine sostanzialmente pacifica sebbene punteggiata da micro-conflitti e forti tensioni o transiterà com’è tradizione occidentale attraverso un qualche olocausto? E noi, noi qui, nel nostro immediato “quartiere di mondo”, cosa e come vivremo, in quale struttura più fine di quella qui tratteggiata, ambienteremo la nostra ansiosa e preoccupata esistenza? Ci torneremo su un’altra volta.

[L’analisi segue una precedente che trovate anche qui confermandone l’impianto. Nulla, nell’anno trascorso e nelle molte cose successe, ha modificato sensibilmente la mia interpretazione. Nella mancanza di palesi falsificazioni, vi leggo un auspicio di fondatezza anche se un anno, per lo sviluppo del Grande Gioco, è ben poca cosa…]

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IL CONFLITTO DELLE FACOLTA’.

Ovvero: come le epoche di grande trasformazione debbano esser accompagnate dal pensiero.

L’ultima opera di cui Kant seguì la pubblicazione ancora in vita, fu “Il conflitto delle facoltà” nel 1798. In essa, il vecchio maestro, sviluppava la tesi tutt’altro che accomodante di un “conflitto della facoltà inferiore con le tre superiori”[1]. Per facoltà, s’intendevano le facoltà universitarie, le tre superiori erano teologia, giurisprudenza e medicina, 0037794b_mediumquella inferiore era filosofia. Il conflitto era determinato dall’ipotesi kantiana che l’inferiore dovesse ordinare le superiori mentre nei fatti dell’università del tempo, era il contrario. La ragione di ciò, era nella … ragione.

Nel suo “La filosofia tedesca 1760-1860[2], Terry Pinkard, cita l’opera e le sue ragioni all’inizio del capitolo IV . Kant è un filosofo da immagine di mondo ovvero uno di quei filosofi che affronta esplicitamente e prioritariamente il problema primo: il rapporto tra Io ed il Mondo ovvero tra il sistema che sono in me ed il sistema che è fuori di me. Secondo Kant, la filosofia, la umana capacità di pensare come si pensa  e di pensare tutte le cose nel loro esserci per noi come fenomeni, dovrebbe spingerci a radicarci nella nostra libertà, la libertà di porci come agente giudicante e liberamente trasformante il nostro mondo. La libertà sarebbe l’autodeterminazione ovvero determinare da sé e non essere determinati dal fuori di sé. La visione di Kant, vedeva il pensiero umano, esprimentesi nella sua suprema facoltà filosofica, guidato dalla ragione, intesa come una sorta di organo della libertà.

978880621578MEDDa Kant ad oggi si è poi molto indebolito e problematizzato  il concetto di ragione. In effetti avremmo bisogno di fare un riepilogo delle conoscenze critiche che portano ad indebolire la concezione un po’ semplificata nella sua linearità della ragione kantiana, una sorta di Critica della Ragion Complessa. Lo sviluppo delle conoscenze a questo dovrebbe servire, a precisare ampliando, sfumando, sviscerando la complessità poco ordinata che è dentro quei concetti che, in prima istanza, confezioniamo  con ben maggior precisione e perfezione formale, al loro inizio. Questo riepilogo e messa in forma sistemica delle ricerche su un concetto allargato di ragione, ricerche che oggi si potrebbero avvalere degli apporti delle scienze cognitive, della neurobiologia, della storia e sociologia delle idee, della psicoanalisi, del superamento del dualismo cartesiano, delle analisi sul ruolo delle ideologie, di quella prima strettoia ordinante che è il linguaggio (logica e semiotica), dell’antropologia, della letteratura ed altre ancora, porterebbe ad annullare il concetto di ragione? Non credo sia possibile farlo e neanche utile. Alfine, noi siamo -anche- in quanto pensiamo, agiamo in quanto pensiamo e quindi non ci è possibile, né conveniente, dimettersi dallo statuto di pensanti. A sua volta, il pensiero, rimane ordinato da ciò che concettualmente chiamiamo ragione sebbene il significato del concetto debba assorbire gran parte della ricerca critica che intorno ad esso si è sviluppata, a partire dalla cosiddetta “scuola del sospetto”[3].

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Se dunque noi siamo -anche- in quanto pensiamo e la facoltà ordinativa del pensare è la ragione e la filosofia è proprio la ragione che giudica se stessa e tutti i contenuti esperienziali, -ergo-, il luogo in cui si ricerca, s’insegna la storia ed il metodo della disciplina, ovvero la sua facoltà (la facoltà di filosofia nell’ambito della pluralità universitaria) non dovrebbe soggiacere alle altre ma semmai porre queste intorno a lei. Se la conoscenza ha organo nella ragione, è la facoltà (nei due sensi) della ragione  che dovrebbe coordinare l’indagine sul Tutto.

Il discorso di Kant era eminentemente pratico, riferito cioè alla contingenza6112259-M dell’ordinamento universitario tedesco della fine del ‘700. Ma se prendiamo il concetto di –università– come un riflesso concreto della nostra concezione del sapere umano, ci si potrebbero fare le stesse domande, a proposito di quella costruzione mentale che chiamiamo –immagine di mondo– poiché l’università altro non è che la messa in pratica della nostra immagine di mondo. Delle immagini di mondo, del nostro sistema di pensiero su noi ed il Mondo, esistono versioni individuali e collettive, originarie di tradizioni di un certo luogo (civilizzazioni) e tempo (storiche), financo di classe e di genere.

Ai tempi di Kant, la filosofia era oggettivamente subordinata alla teologia. Pinkard riferisce che gli insegnanti dell’una lo erano anche dell’altra ma soprattutto quelli di teologia dovevano vagliare, quindi approvare o meno, i testi di filosofia e non il contrario. Questo è ciò che chiamiamo l’ordinatore. L’ordinatore (ciò che dà ordine ed impartisce ordini) principale del sistema di pensiero umano dell’epoca, nell’Europa continentale, era ancora quello teo-religioso.

Quando si fa un breve excursus della storia delle idee e del pensiero, di solito si racconta che la modernità, iniziò con gli scoppiettanti moti rivoluzionari della inversione del punto di vista copernicano, con il dubitabondo (almeno inizialmente) razionalismo cartesiano, con l’osservazione empirica, il riduzionismo, il matematismo scientifico galileiano. La nostra errata idea che le epoche finiscano come finisce il giorno col giorno dopo alla 220-galileotrial720-1274893819-42-1354350893mezzanotte, così qualche fatto storico è il minuto dopo la mezzanotte che inizia una nuova epoca, non dà conto della realtà. La realtà, essendo complessa, piena di attriti ed inerzie dure da smuovere, di strutture fisiche o fenomeniche che non si lasciano trasformare facilmente, diluisce questo movimento in un processo di lunga e tortuosa durata, ciò che nel montaggio cinematografico si chiama “dissolvenza incrociata”. Un dissolvenza incrociata può durare secoli. Ancora Hegel e Darwin dovettero fare i conti con l’arcigna censura religiosa, che il suo potere censorio fosse nel consiglio dell’ università[4] o nell’opinione pubblica. La scuola del sospetto, Marx, Nietzsche, Freud, è scuola solo per noi, ex-post. Nessuno dei tre era, né poteva essersi trovato a dire quel che ha detto, in una vera e propria “scuola”. Lo stesso Kant, appone una striminzita introduzione al suo volume del 1798, il cui solo scopo è quello di pubblicare la lettera di censura ed ammonimento, ricevuta dal re di Prussia Federico Guglielmo II, a cui segue la sua argomentata risposta difensiva che conclude con un umile “…che in avvenire m’asterrò del tutto, nelle lezioni e negli scritti, da ogni insegnamento pubblico concernente la religione, sia essa naturale o rivelata[5]. Il vecchio maestro rende pubblico il divieto censorio ma poi si mostra assai meno malleabile del dichiarato ed infatti il tutto fa da premessa ad un libro in tre parti la cui prima termina con una Appendice dal titolo: “Illustrazione del conflitto delle facoltà con l’esempio del dissidio tra la facoltà di teologia e di filosofia”. Obbedisco ma insisto.

La sostanza è che è l’immagine di mondo di una epoca ad essere ordinata e nell’Europa continentale, sia i cattolici, sia i protestanti che sebbene diversamente strutturati non si sono poi rivelati meno intolleranti[6], esercitarono a lungo la funzione ordinativa. Il sistema di educazione ne è poi un riflesso ed al contempo, una continua riproduzione e propagazione della struttura dell’ordine di una data immagine di mondo. gerarchia-dei-saperiCerto, la teologia non era più ordinativa in forma solitaria come fu a lungo durante il Medioevo ma in forma condominiale al potere monarchico ed aristocratico. La teologia rimaneva l’ideologia che giustificava il potere aristocratico, come oggi l’economia è l’ideologia che giustifica il potere delle nostre aristocrazie del denaro.  Questo ordinatore agisce nelle varie versioni dell’immagine di mondo fino a riflettersi nella stessa costituzione universitaria. Le recenti polemiche sul “sapere utile” ovvero sulla necessità di dare all’università, come fine, la preparazione migliore per entrare efficientemente ed efficacemente negli ingranaggi del sistema economico, riflettono questa realtà dei tempi. Così come la burocrazia prussiana dei tempi andava formata nelle università ordinate da teologia e giurisprudenza, così quella contemporanea va preformata dalla triarchia economico-tecno-scientifica.

Per tornare ancora alla questione posta da Kant prima di passare a riflettere sul cosa ci può insegnare l’intera faccenda per il nostro oggi, Pinkard ci dice che i suoi seguaci avevano anticipato nei fatti questo insegnamento del vecchio maestro ma non a Konigsberg, bensì a Jena. Qui, sotto la protezione esplicita del molto influente J. W. l_idealismo_tede_4f2ff27c5a766Goethe[7], già dal 1784, la facoltà di filosofia non solo era il centro propulsore degli insegnamenti, non solo vi si faceva tanto insegnamento che ricerca ma la posizione che la ragione occupava nell’ordinamento,  rispetto a Dio e la Legge, era senz’altro quella ordinativa. A Jena, sarà rettore Reinhold, poi la cattedra specifica vedrà l’impressionante sequenza di Fichte, Shelling ed Hegel.

Possiamo concludere questa prima parte del nostro discorso, dicendo che alla fine del XVIII° secolo, in Germania, si rivela un movimento di rivoluzione (di inversione paradigmatica) nel mondo del pensiero mentre in Francia si rivela del mondo sociale. Mentre della vecchia diarchia ordinativa gerarchica, potere aristocratico – potere religioso, in Francia, va in crisi conclamata la prima componente, in Germania, va in crisi la seconda. Ma l’azione sociale senza il pensiero è cieca e la riflessione mentale senza l’azione sociale, è vuota. Così, la Rivoluzione francese romperà la magia del dominio monarchico-aristocratico ma solo dopo decenni perverrà stabilmente alla repubblica ghigliottagliando la testa delle élite ma non a ciò che le produce mentre in Germania, solo dopo decenni comparirà un pensiero (Marx) che tenterà di porsi in oggetto l’azione sociale, con esiti per altro modesti. Nei fatti, l’un movimento e l’altro, toglieranno dal vertice della gerarchia il modo monarchico-religioso, ma solo per preparare l’avvento di quello nuovo saldatosi in Gran Bretagna. Quel paradigma che prevede  élite di diversa composizione sociale legate al fare economico di produzione e scambio. Solo così, nel continente, si compirà del tutto la transizione dal Medioevo alla Modernità. La stazione proposta da Kant, quella della libera delibera delle intenzioni ordinate dalla ragione degli uomini associati, verrà saltata dal treno della storia dei fatti e delle idee. All’eteronomia del fare il volere di Dio, subentrerà quella del fare il volere del mercato, alle élite amiche di Dio, subentreranno quella amiche del denaro.

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Noi oggi ci troviamo, probabilmente, all’inizio di una nuova transizione occidentale. Quella precedente ebbe motivazioni endogene cioè interne al quadro europeo, quella contemporanea è esogena, dettata cioè da ragioni esterne. Comparativamente a quanto successe nel precedente passaggio, possiamo aspettarci oggi una transizione assai più veloce. L’estrema complessità del sistema occidentale, la sua densità, la pressione che proviene dall’esterno sia essa ambientale, geopolitica, economica, demografica o ideologica, la complessità cioè di ciò che è fuori dell’Occidente ovvero il Mondo, dice che la trasformazione sistemica sarà assai più veloce.

Al momento, ci troviamo in una condizione in cui le trasformazioni concrete e del reale, sono molte di più, molto più veloci e molto più profonde di quanto non si rifletta nel pensiero. Nella precedente trasformazione moderna avevamo: 1) Un polo anglosassone in cui la trasformazione del reale e quella del pensiero procedeva spedita e coordinata con un secolo di vantaggio sul resto del continente; 2) un polo francese in cui si operò solo dopo un secolo l’inizio della trasformazione del reale ma non altrettanto decisivamente quella del pensiero; 3) un polo germanico in cui si operò sincronicamente a quella francese la trasformazione del pensiero ma non quella del reale. Quando 2) e 3) operarono la loro “distruzione”, si ebbe pronta la successiva fase di creazione ma questa fu quella dell’1) che si era già saldato in sistema, tanto reale che ideologico, presso gli anglosassoni. Oggi abbiamo tutt’altra situazione. Essendo la corrente trasformativa esogena e non endogena all’Occidente, è l’intero Occidente a trovarsi in una crisi adattativa tanto delle sue strutture reali, quanto di quelle del suo pensiero. Entrambe resistono ostinatamente anche perché non vedono come potersi trasformare, da ciò il carattere “ontologico” della crisi occidentale.

L’Occidente, oggi, da cosa è ordinato? Sul piano del reale è ordinato dall’economia che esprime élite politiche, finanziarie, economiche e culturali, questa è la nostra monarchia-aristocrazia. Sul piano del pensiero è ordinato dalla tecno-scienza, questa è la nostra religione. Così come la religione esprimeva la sua élite clericale, la scienza esprime la sua élite tecno-scientifica. Così come la teologia faceva da servizio al dominio monarchico-aristocratico, la scienza oggi fa da servizio al potere ordinativo dell’economia e della élite che esprime. Per oggetto e metodo, la scienza è senz’altro altra cosa se non l’opposto della teologia, qui però ci riferiamo alla sua posizione ordinativa[8].

impresa-scientifica-millenario-conflitto-0c300443-ceb1-4a2d-98ad-c3740ecacba8La volta scorsa, il passaggio dal mondo medioevale a quello moderno, iniziò prima nel reale o nel pensiero? La rivoluzione industriosa che alcuni studiosi mettono oggi a premessa del movimento verso il moderno e che iniziò nel XV° secolo anticipò certo i passaggi successivi ma non si può dargli ruolo maggiore che non di segnale. I movimenti del reale certo si infittirono nella seconda metà del XVI° secolo per poi intensificarsi in quello successivo  ma sincronicamente a quelli del pensiero. Il libro di Copernico è del 1543, quello di Bacone del 1620, quello di Galilei è del 1632, quello di Descartes segue nel 1637, completa il percorso Newton alla fine del secolo, nel 1687[9]. La Guerra civile inglese e poi la Gloriosa Rivoluzione, il cambio concreto del paradigma sociale e politico in terra anglo-sassone furono rispettivamente nelle metà e fine del secolo XVII°. In Inghilterra, l’affermazione repentina del nuovo ordinatore scientifico, vide la luce già con la Royal Society che nasce nel 1660. La sua controparte economica, provenne inizialmente, dalla facoltà di filosofia morale[10] ed a livello di pensiero, quasi un secolo dopo, sebbene nei fatti era già in movimento concreto da quasi un secolo. La sentenza è quindi che azione e pensiero coevolvono intrecciati e la disputa tra idealismo e materialismo storico è insensata. Il moderno subentrò al medioevo perché risultò un sistema di azioni pensate che produceva un mondo umano più adatto alle condizioni generali di vita. Fu il suo successo adattativo complessivo a decretarne l’affermazione. Solo la nostra bizzarra configurazione dei saperi separati ci fa leggere la rivoluzione scientifica come un superamento dell’impostazione neo-aristotelica. In effetti, Galilei usò un cannocchiale per cambiare la visione del mondo ma quel cannocchiale era nato nell’artigianato olandese perché la marina commerciale olandese andava lungo le lunghe coste africane a cercar rifornimenti e non volendo accostare ogni volta per scendere a dare uno sguardo si ebbe vantaggio dal dare lo sguardo dal mare.

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Quello che preoccupa particolarmente della nostra condizione occidentale contemporanea è l’inerzia con cui nel pensiero, si riflettono i potenti movimenti della nuova realtà. Le nostre facoltà tanto mentali che universitarie, continuano ad avere ad ordinatore la scienza[11]. La nostra mono-aristocrazia elitaria espressa dal modo economico è sempre più ferocemente in sella, quasi nella pari deriva assolutista che visse quella medioevale prima del grande scontro (perso) con l’inizio del moderno. Pensiero (immagine di mondo) e luogo di diffusione (università) sono ancora determinati da teorie di due, tre secoli fa.

La scienza, si sa, non ha fini che non siano gnoseologici e comunque non li stabilisce internamente[12] e non è possibile una scienza dei fini poiché i fini sono il regno della possibilità quindi della libertà, quindi del mondo umano, non di quello naturale che come è noto, è necessitato. Gran parte del tempo impiegato nel dibattito comparativo tra scienza e non scienza è buttato sulla questione del metodo ma la sostanza che divide le due famiglie di conoscenza è nell’oggetto e la pretesa di trasferire un metodo (scientifico) che funziona su oggetti non intenzionali, per conoscere oggetti intenzionali e le loro opere (gli uomini) non ha senso. Altresì, il fine dato dall’economia sembra oggi impossibile alla sua stessa produzione. Il “maggior bene per il maggior numero” è oggi ampiamente tradito e strutturalmente in crisi tanto nella prima parte della proposizione, che nella seconda. Un thWQXX2M8Wcerto benessere materiale l’abbiamo raggiunto ma per poi scoprire che è solo una parte del bene umano e tra l’altro, faremo sempre più fatica, qui in Occidente, a garantirlo con continuità. Quanto al maggior numero, questo si è reso solo “tendenzialmente possibile” e solo in minima parte, in una finestra storica assai contenuta (un paio di decenni dopo la Seconda Guerra mondiale), con persistenti asimmetrie poiché non è ovviamente fine dell’economia occuparsi della giustizia distributiva. Oggi poi questo maggior numero, al contrarsi delle condizioni di possibilità per la produzione del profitto che è la forza movente del sistema economico che dovrebbe produrre il benessere, è diventato il minor numero. Infine, non è certo un fine universale perché l’entrata in crisi del relativo maggior benessere e del relativo maggior numero è, qui in Occidente, coinciso con il movimento di ricerca di nuovo benessere dei non occidentali che sono in molto maggior numero. L’economia moderna, lascia il sospetto profondo, si tratti di un gioco a somma zero e che la crescita di chi subiva, porti alla decrescita di chi dominava[13], mentre è certo che ha un serio problema con l’operatore aritmetico della divisione poiché per funzionare a modo suo, deve presupporre più ricchezza nel minor numero per un modesto benessere per il maggior numero.

Eppure, il dominio ordinativo della scienza e dell’economia non sembra scalfirsi di un elettrone. L’unico dominio libero da questa doppia gerenza è la critica ma la critica ha più la funzione di migliorare le performance di ciò che critica che non di creare una alternativa[14]. Questa si è rivelata infine la funzione della ragione dialettica. Non è che Copernico o bayle_dictionnaireDescartes o Galilei o Bacone o Newton siano stati dei Feuerbach e non è che Feuerbach diede poi vita a chissà quali cambiamenti concreti[15], così in fondo Marx. Così, l’ateismo più o meno dissimulato degli illuministi francesi e di alcuni inglesi non produssero mondo solo perché attaccavano frontalmente l’ordinatore principale del pensiero. I primi moderni hanno promosso una nuova strada, che poi questa fosse in alternativa a quella della provvidenza divina era un fatto, non un intendimento programmatico. Così a noi è chiesto un pensiero che prometta un modo nuovo di stare al mondo, modo che non sorgerà dalla critica dell’economia politica e della sua tarda e stanca ideologia neoliberista[16].

Molto di questo impasse lo dobbiamo alla storia precedente. I francesi fecero una rivoluzione ma non costruirono molto pensiero attorno ed infatti lasciarono intatta la struttura del dominio delle élite salvo cambiarne poi la composizione sociale (da 7401022_7401022_xlaristocrazia e clero a borghesia). I tedeschi produssero invece molto pensiero ma solo dopo un secolo da Kant, riuscirono a costituirsi come stato nazione moderno e solo per fare due sanguinose guerre mondiali prima di rassegnarsi a diventare un sistema anglosassone (democrazia liberale intorno all’ordinatore economico a sua volta orientato dal paradigma mercantilista). L’Idealismo tedesco, la matrice di ogni pensiero critico resistente al dominio del doppio paradigma economia-scienza, ha fallito. Nessuna alternativa abbiamo dopo centocinquanta anni, se non continuare a criticare e magari farci dare una cattedra per insegnare a criticare meglio e di più. Vien quasi il dubbio che questa funzione critica sia organica al corso dominante, vista la sua oggettiva impotenza concreta a produrre un diverso mondo reale.

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Possiamo però imparare dagli errori e tornare di nuovo al conflitto delle facoltà cioè a domandarci quale pensiero possa sovvertire l’edificio cognitivo responsabile dello stato di cose che vogliamo e dobbiamo cambiare. Karl Jaspers nei suoi scritti sull’Università (Idee der Universitat, 1923, 1946) lamentava la deriva in un aggregato incoerente di discipline che hanno scopi eterogenei, senza connessione, senza fini consapevoli e s11308233deliberati da oscure funzioni ordinative quali la politica delle élite, la tecno-struttura amministrativa, l’interesse utilitario economico. Di nuovo, sembra necessario porre il problema delle relazioni tra facoltà superiori (economia, scienza) ed inferiori (filosofia) e nello specifico, quella facoltà inferiore, la filosofia appunto, che è l’unico sapere umano che ha in oggetto tanto il sapere in sé, quanto l’umano in sé e soprattutto, i fini di entrambi, la loro ragion pratica. Certo non ci stiamo appellando alla filosofia della logica, del linguaggio, dell’ermeneutica, della decostruzione, dei mille rivoli specializzati che corrono appresso alle varie espressioni fenomeniche del mondo (oggi abbiamo addirittura le ontologie regionali e la dissipazione fenomenologica post-moderna). Ci stiamo appellando ad una filosofia che non c’è e quindi la prima strada da aprire è quella per una nuova ricerca nella filosofia stessa.

cover FKMa dobbiamo anche denunciare lo scandalo della nostra rinuncia a pensare attivamente l’intero. Da Agostino a von Hayek è un continuo di pensatori, sacerdoti del sistema ordinativo vigente, che intimano all’uomo di rendersi passivo, di non azzardarsi a porsi il problema di come fare il Mondo.  Se non lo pensiamo non potremo agirlo, se non lo agiremo intenzionalmente in autonomia ne subiremo l’eteronomia, se continueremo a subirne l’eteronomia non saremo mai pienamente umani ma sempre e solo pre-umani. Quella “pigrizia e viltà” responsabile della nostra “minorità” ovvero “l’incapacità di servirsi della propria intelligenza” (Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, I. Kant, 1783) che ci lascia “minorenni a vita”.

Noi auspichiamo da tempo che il più generale dei saperi, s’incarichi del necessario generalismo di cui oggi, in tempi dominati dallo specialismo, c’è prioritariamente bisogno. Un generalismo che: a) non sia in alternativa ma in complementarietà allo specialismo; b) un generalismo che sia anche sintesi degli specialismi, che apprenda da 1420100questi e non si sogni di dettarne unilateralmente metodi e principi, bensì ricerchi sui fini per conto dell’umano[17]. La filosofia potrebbe porsi l’ambizione non del vertice di un pensiero gerarchico ma di circolo centrale che riceve e dà a tutta la circonferenza orizzontale dei saperi. Quello che intendiamo è che se oggi la relazione tra noi ed il mondo si è fatta molto complessa, se più complesso deve essere il concetto che abbiamo di Io e Noi, se più complesso è il mondo in sé per sé, se molto complessa e sempre più problematica è la relazione tra queste due sfere, questo sapere con ambizioni centrali di coordinamento e sintesi, dovrebbe riflettere questa matrice complessa che è il discontinuo più evidente della nostra epoca.

Una filosofia che ci aiuti a comprendere il nostro tempo col pensiero ma che ci aiuti anche a recuperare autonomia nella relazione, a porci in condizione di fare progetti sul mondo, condividerli per poi metterli in pratica. Progetti umani, individuali e sociali, intenzionali, che rovescino la tradizione eteronoma dell’ordinatore esterno quale si è avuto lungo i diecimila anni della storia delle società complesse ovvero farsi guerra incessantemente, obbedire ad una narrazione religiosa, agitarsi e farsi agitare da mani invisibili. Ordinatori variabili della costante dell’assetto del potere sociale che da sempre vede Pochi (generali, sacerdoti, aristocratici, capitalisti) governare Molti.  Una filosofia della complessità, tanto interpretativa che pratica (cioè con fini etici e politici) che ci metta in condizione di riprendere l’umano cammino per l’emancipazione dalla nostra infanzia e la maggior libertà. A questa ricerca dedicheremo altri, prossimi, interventi.

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[1] Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, Morcelliana, Brescia, 1994

[2] Terry Pinkard, La filosofia tedesca 1760-1860. L’eredità dell’idealismo, Einaudi, Torino, 2014

[3] Definizione di Paul Ricoeur

[4] Chissà se una certa nebulosità terminologica che affligge gli scritti di Hegel, non derivi consciamente o inconsciamente da un freno a trasferire idee chiare e distinte che pure dobbiamo presupporre avesse, in pari linguaggio per, diciamo così, “seppellire” i concetti dentro una coltre che scoraggiasse i meno motivati ad avventurarvisi. I filosofi moderni, tra l’altro, non avevano solo problemi con l’istituzione costituita ma molto spesso, anche con le opinioni pubbliche, non memo ottuse. Alcune sue biografie, basandosi sulle testimonianze di alcuni ex-allievi, supportano questa ipotesi.

[5] I. Kant, Il conflitto delle facoltà, op. cit., Prefazione, pg. 63

[6] Gli Stati Uniti d’America contemporanei, ne sono la dimostrazione con il creazionismo e la variante deista del disegno intelligente che sono creduti da ben più della metà della popolazione di quella che altresì, risulta la nazione più capitalistico-scientifica del mondo. Passi per il capitalismo come ha ben illustrato Max Weber (intendo il legame sinergico tra protestantesimo e capitalismo) ma con certa scienza, quella ad esempio evoluzionistica, il conflitto permane intatto. Quello che agisce, infatti, è il decisivo scontro tra ordinatori.

[7] Goethe era stato precettore del Duca di Weimar, Carlo Augusto, dei cui possedimenti Jena era parte. In quegli anni, Goethe scalerà diversi gradi dell’ordine massonico e nel 1783, aderirà a gli Illuminati.

[8] Altresì, lungi da noi l’intenzione di criticare la tecno-scienza in assoluto. Solo nella relativa configurazione e finalità che mostra oggi e più specificatamente ancora, nella sua presunzione di poter fare da “ordinatore”, quando -tra l’altro- è ordinata-. Non v’è dubbio che la tecnica e la scienza facciano parte delle conquiste umane e debbano partecipare da par loro al concerto delle conoscenze complesse. Non è sostituendo l’ordinatore che sbloccheremo la nostra atavica paura della piena responsabilità del nostro essere ma proprio sostituendo la geometria dei saperi. Questa potrebbe avere la nuova filosofia come ordinatore nel senso di dare ordine (mettere in forma) ma non dare ordini (prescrivere). La prescrizione dovrebbe essere propria della decisione umana associata. Ne conseguirebbe, il ruolo ordinativo (nel senso di dare ordini) del politico, cioè che pertiene alla polis, al vivere umano associato appunto. Si tratta, evidentemente, di un modello ideale di democrazia (informata) radicale.

[9] Rispettivamente: De revolutionibus orbium coelestium, Novum Organum, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (il Saggiatore è del 1623), Discorso sul metodo, Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.

[10] Questa era la cattedra di Adam Smith, ai tempi in cui insegnò all’Università di Glasgow (1753-1766).

[11] Non è il caso dell’Italia ma non ne gioirei. L’università italiana è una fucina di “disadattati intellettuali” ovvero persone la cui formazione risulta spesso inutile sia ad integrarsi nel mondo come è, sia a promuovere un altro mondo, un mondo come dovrebbe essere. Sulla funzione formatrice critica diremo dopo.

[12] La scienza, a maggior ragione oggi in cui il genio individuale poco può fare in tempi di lavoro di team, acceleratori miliardari, computer con sovrumana potenza di calcolo e costo altissimo di molte sperimentazioni, prende i suoi fini da chi ne indirizza l’attenzione, che è poi chi finanzia il suo ricercare.

[13] L’economia moderna sembrerebbe così un sistema termodinamico chiuso, il cui destino è lo stato di finale entropia. E’ per questo che ultimamente si paventa addirittura un prossimo secolo di stagnazione? (Ammirevole il coraggio chi si arrischia a fare previsioni da qui ad un secolo…)

[14] La fede nella potenza creatrice della dialettica di tipo hegeliano, ripresa nella struttura dell’impianto marxiano, si sta rivelando, appunto, una fede ed ogni fede, prima o poi, risulta mal riposta.

[15] Non è cioè dalla critica diretta e dirimpetta delle tesi teologiche che nasce la modernità ma dalla speciazione di un nuovo paradigma (la scienza) che poi mostra capacità ordinative, tanto del pensiero, quanto del reale. Addirittura, retrocedendo nella genealogia dei saperi, fu la tecnica a dare inizio a tutto, la tecnica della rivoluzione industriosa del XV° e XVI° secolo. Tale tecnica, a sua volta, non è figlia di alcun intento organizzato intenzionalmente ma di una sorta di inversione dei rapporti tra Io e Mondo. Da passivi, ad attivi.

[16] Si potrebbe supporre che il “neo-liberismo” appartenga alla categoria dei pensieri disperati, di quei pensieri cioè che, come l’Inquisizione, corrispondono alla fasi pre-morienti dei cicli, le fasi in cui il pensiero annusa il disadattamento del suo modello e s’irrigidisce. Ve ne sono tutti i sintomi. La sua sostanza è riprendere a modo suo (estraendolo da un libro di più di mille pagine scritto duecentoquaranta anni fa) un concetto idealizzato -il mercato-, e riproporlo in salsa contemporanea, da cui l’uso del “neo” che è sempre indicatore di mancanza sostanziale di novità come ben possono insegnare i pubblicitari. Che noi si sia in una fase di pensiero stanco è rivelato anche dall’inflazione nell’uso di “post”-qualsiasicosa. Neo e post prorogano il pensiero vecchio.

[17] Un riferimento per questo modello potrebbe trovarsi in Kant stesso. Kant era un onnivoro studioso degli oggetti del pensiero umano lungo la prima fase del suo pensiero, la fase precedente le tre critiche, la cui prima completò quando aveva già 57 anni. Kant studiava ed insegnava geografia fisica ed antropologia che riteneva le due materie propedeutiche necessarie ad ogni formazione del pensiero umano. Nota è la sua conoscenza approfondita al più alto livello delle conoscenze della sua epoca di fisica, slide_13matematica ed astronomia. Studiò e fece riflessione sulla storia, sulla politica, sul diritto, così come su i costumi mondani, addirittura sulla moda nonché le nuove scienze della vita che poi diverranno la biologia. Noti, i suoi interventi sulla credenza religiosa e la teologia razionale. Il motto che ispirava il suo atteggiamento conoscitivo si potrebbe trovare in una commedia del 165 a.c. di Publio Terenzio Afro: “Sono un essere umano, è ritengo che tutte le cose umane siano fatti miei”, conosciuto anche come “Nulla che sia umano mi è estraneo”. Poiché si convinse che anche tutto ciò che è fuori dell’umano, ciò che chiamiamo il Mondo, lo diventa perché effetta (produce effetti) i nostri sensi, tutti gli oggetti del nostro sentire e pensare hanno rilievo umano. Altresì, convincendosi successivamente che tutto ciò afferisce ad una funzione centrale ed unificante del nostro pensiero che chiamava “Io penso” se ne può dedurre un assetto per il quale ogni Io penso dovrebbe volgersi anche verso l’atteggiamento di comprensione generale di sé, del Mondo e soprattutto della loro relazione. A questo assetto che Ernst Cassirer nel suo “Vita e dottrina in Kant” (La nuova Italia, 1997, pg.53) chiama “tendenza al tutto”, andrebbe dedicata una ricerca sulla possibilità di una filosofia della complessità poiché entrambi, i soggetti-oggetti ed ancorpiù la loro messa in relazione, sono connotati da ciò che fa il concetto di “complessità”.

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SALUTE ECONOMICA = SALUTE SOCIALE O È IL CONTRARIO?

Prenderemo in questione un articolo scritto dal professor Josiah Ober di Stanford, uscito sull’ultimo numero di Foreign Affairs (Agosto 2015), dal titolo: Advice from Antiquity, Economic Lessons from Ancient Greece[1].

Alle conoscenze classiche derivate dagli antichi testi che per la verità sono assai pochi e molto poco dettagliati (e tutti di matrice o simpatie oligarchiche), Ober invita ad aggiungere tutta la conoscenza deducibile dall’importante, recente, attività archeologica che può meglio illuminare concreti fatti sociali, demografici ed economici. Il Copenhagen Polis Center[2]  è uno dei caveau di questo recente tesoro[3].

k8742Le poleis del IV° secolo (quello di Platone ed Aristotele) erano più o meno 1000[4], di differenti dimensioni, l’un contro l’altra armate ma anche intrecciate in una rete di scambi, molte federate in leghe (alleanze). E’ la geografia ad aver determinato questa molteplicità in interrelazione poiché: a) la Grecia ha più di 6000 isole (oggi sono abitate poco più di 200, molte sono piccolissime); b) la costa del Peloponneso come dell’Attica, arriva spesso con ripide scogliere sino al mare per cui anche gli abitati costieri erano spesso “isolati” e non avevano facilità di interrelazione tra loro, se non via mare; c) il sistema greco, circa 300.000 parlanti al –XI° secolo ed 8-10 milioni al –IV° secolo, era diffuso tra gli approvvigionamenti di grano del Ponto e dell’Europa dell’Est, l’Impero persiano e la costa anatolica, i discendenti di Fenici ed Egizi, la Magna Grecia. Era quindi il mare il medium delle interrelazioni tra loro e di conseguenza, il baricentro del sistema era posto tra coste ed isole dell’Egeo. Lewis Mumford, sosteneva che l’anfizionia, la lega, federazione o confederazione di quelle che nell’antichità profonda erano delle tribù, fosse il sistema che regolava le interrelazioni a medio-lungo raggio, non solo nella Grecia Antica ma anche nei territori interni. L’ipotesi di Mumford è stata sostenuta da alcuni archeologi, a proposito dell’enigmatico sito di Gobleki Tepe ma una inferenza simile si potrebbe proporre ad esempio per la lunga fase dei megaliti tanto mediterranei che nord europei. L’anfizonia o (con)federazione o lega, che ricordiamo è anche il sistema delle città commerciali e mercantili del Nord Europa protestante che soppiantò quanto a centro degli scambi, il Mediterraneo italo-francese a partire dal XV° secolo), è l’alternativa alla massa impero. Uno grande tutt’uno o tanti uniti in un Uno, il principio gerarchico dall’alto al basso o quello cooperativo-circolare, questa è la differenza tra i due modelli[5].

513CcadNZVL._SX326_BO1,204,203,200_Ai tempi di Aristotele, circa un terzo dei greci, viveva in città da più o meno 5000 abitanti che era il numero della polis perfetta anche secondo la repubblica utopica delle Leggi di Platone. Questo possibile rapporto tra idee e fatti sembra confermato anche dai classicisti convinti che il Liceo aristotelico e forse anche l’Accademia platonica, avessero veri e propri archivi di dati sulle vaste realtà dello spazio “greco”. Il Liceo, ad esempio, pare avesse una vastissima collezione di tutte le costituzioni del tempo per cui, quando leggiamo Politica di Aristotele, non leggiamo sistemi di idee tracciate nel libero campo del pensabile ma saggi che si orientavano su dati concreti. Le dimensioni della vita associata greca in città, estensivamente, furono raggiunte di nuovo in Europa, solo nel XVII° secolo. Altresì, le case erano di norma a due piani con una superficie simile alla tipica villetta suburbana americana contemporanea. L’economia di scambio a base monetaria con conio in argento a vari gradi di purezza, ebbe una rapida crescita tra il VI° ed il IV° secolo.

Quello che emerge con chiarezza dall’analisi archeologica nella comparazione delle superfici domestiche, nelle deduzioni sulle quantità e tipologia di nutrizione ricavate dall’analisi delle ossa, dalle tipologie di sepolture,  è un livello molto poco pronunciato di diseguaglianza. Specificatamente in Atene, dove i dati sono più solidi.

Ober scrive su Foreign Affairs, (quindi per un pubblico prevalentemente americano) ed è quindi interessato a mostrare le correlazioni virtuose tra bassa ineguaglianza e quell’incredibile Big Bang di architettura, letteratura, arti visive, scienza, filosofia, pensiero politico che conosciamo come “miracolo greco” che anticipò la fondazione di 51F10T8mkpL._SX331_BO1,204,203,200_Roma, il Rinascimento ed il primo Illuminismo. La bassa ineguaglianza di allora, confligge oggi con gli indici totalmente impazziti che T. Piketty (e molti altri) hanno ben mostrato essere il risultato di anni di dissennata cedenza nelle promesse delle pseudo-teorie neo-liberiste. Tra queste,  l’incredibile teoria del “trickle down” o percolazione per la quale si vorrebbe sostenere logico un processo per cui tanto più i ricchi sono ricchi tanta più  ricchezza straborda dalle loro tasche e cola a gli strati inferiori. L’immagine di questi clown della logica[6], dovrebbe essere qualcosa di simile alla piramide delle coppe da champagne che vediamo in qualche film holliwoodiano. La realtà è ed era che, ai tempi, si capiva molto bene, diciamo a livello di senso comune, che ogni società in termini di ricchezza poco differenziata (non indifferenziata) è molto più stabile di una eccessivamente differenziata, tant’è che il buon Aristotele predicava il “giusto mezzo” come regola aurea del bilanciamento da complessità. Per altro, il “giusto mezzo”, come l’etica della reciprocità (la regola aurea), sono punti comuni di quella vasta cultura antica che K. Jaspers chiamò “età assiale” (più o meno intorno al -500) e che aveva nella Cina di Confucio il corrispettivo orientale. La differenziazione sociale è cosa umana ma di solito, storicamente, è relativa non assoluta. Relativa significa che un capo clan della profonda antichità, era “di più” degli altri ed aveva piacere a mostrarlo, magari solo perché indossava una piuma di aquila sulla testa. Non necessitava cioè di una fondazione, dieci macchine, tre aerei, cinque piscine, venti case, due broker, diversi depositi bancari, tre segretarie, una moglie e due amanti, un giornale, più una vasta collezione di tecnologie, oggetti di design, scarpe ed abiti firmati, gioielli e chi più ne ha più ne metta trasformando capitale accumulato in cose oltre a quello che mantiene liquido e quello che ha investito.

Il discorso sulla differenziazione poi, potrebbe portare a quello sulla distinzione. Per la verità, non sappiamo se il capo cinto dalla penna d’aquila dell’anonimo scheletro rinvenuto in scavi archeologici del profondo Paleolitico, fosse un “capo” ovvero un dominatore della sua società o un capo-cacciatore o forse solo un cacciatore particolarmente abile. Avere una penna d’aquila, infatti, testimoniava della capacità di averla uccisa, il che per le tecnologie di caccia del profondo Paleolitico doveva ben essere una impresa, qualcosa di veramente eccezionale e di molto distintivo. 450Ora, la distinzione, è tipicamente relativa, ci si distingue rispetto a gli altri mentre l’uguaglianza o diseguaglianza è sì rispetto a gli altri ma anche rispetto la valore assoluto di qualcosa (ricchezza ad esempio). Si potrebbe immaginare la società umana ideale come una sfera dal raggio di ricchezza contenuto. Contenuta è la differenza specifica delle ricchezze di ogni individuo o famiglie ma ogni posizione all’interno della sfera è unica, nel senso che ogni individuo può e deve ben cercare la sua unicità, ciò che lo contraddistingue come carattere umano e sociale tale per cui ognuno di noi è un individuo diverso dall’altro ed ha diverse attitudini e capacità proprie. La distinzione che è relativa all’individuazione, che a sua volta è cosa tipicamente umana (ma forse anche animale in senso più generale) sarebbe pluridimensionale e non monodimensionale com’è nel regolamento delle società ordinate dal gioco economico e quindi dall’entità di capitale. L’eccezionale patrimonio della bio-psico diversità umana, è ridotto ad una monodimensione in cui ciò che conta, socialmente, è solo quanti soldi hai, hai fatto, sei in grado di fare.  Addirittura al netto dal “come” persegui questo tuo egoismo che poi si vuol dire abbia una utilità generale.

Ober allora affonda il colpo e sostiene che l’incredibile boom cultural-social-politico-economico greco, sia stato trainato dal fatto che Atene adottò, come ordinatore, il sistema politico democratico. La partecipazione attiva ai fatti politici, allo scambio d’opinione, alle cariche giuridiche e non ultimo, all’impresa militare, l’essere cioè “un sistema” differenziato (varietà) ma non troppo e soprattutto continuamente legato da rapporti reciproci (interrelazioni), creò un motore di crescita costante. L’essersi dati una costituzione scritta, quindi un regolamento pubblico e non l’arbitrio di questo o quel tiranno, leggi che proteggevano tutti dal sopruso e dallo sfruttamento di questo o quel delirio di potenza che sistematicamente coglie alcuni uomini, creava quel contratto sociale che venne poi teorizzato di nuovo solo due millenni dopo. Per altro questo contratto sociale, che è poi il regolamento del sistema sociale, è oggi di nuovo obliato dal momento che le costituzioni materiali hanno sostituito quelle formali ed 416D1KW7ZZL._SX317_BO1,204,203,200_il mercato, ha sostituito ogni legge scritta o non scritta. Il tutto, senza che nessun corpo sociale autocosciente l’abbia deliberato, alla faccia della “Via che porta alla schiavitù” (F. Hayek) ed altre perle del delirio liberale.

Secondo Ober, l’egalitarismo greco, proveniva da un precedente fallimento adattativo che ripercorre le tesi dell’archeologo Eric Cline di cui abbiamo recensito l’ottimo “Il collasso delle civiltà” (qui). Intorno al -1100 una tempesta perfetta di cambiamenti climatici, vari disastri, vulcani (Thera ovvero Santorini), migrazioni di massa, rottura delle solidarietà tra le élite del tempo, scossero e distrussero l’architettura etnico-sociale del periodo del Bronzo che era basata su rigide e ripide gerarchie con a capo re-dei, economie fortemente centralizzate, estrazione dei surplus a vantaggio di piccole élite ed oligarchie. Ciò che conseguì il crollo della civiltà del Bronzo fu una semplificazione con aggregati più piccoli, poveri, necessariamente egalitari. Quando tra l’ottavo e sesto secolo, si riformarono aggregati significativi per via della ricrescita demografica e le élite riprovarono a ricreare il sistema gerarchico, la massa cittadina si ribellò ed impose il diverso sistema della legge scritta, della partecipazione dei Molti, dell’auto-governo (processo che i greci ben ricordavano come “pericolo della stasi” che portò la cittadinanza ateniese dilaniata dalla guerra civile a chiamare per ben due volte il saggio Solone a risolvere i molti pasticci, tra cui il condono dei debiti). Questo favorì l’innovazione, la presa diffusa di responsabilità, la specializzazione virtuosa, l’audacia dei commerci a medio lungo raggio, la formazione di ampi corpi militari che si battevano come se la città fosse cosa loro (perché così era, nei fatti) dando ad Atene ed alle altre democrazie, un enorme vantaggio comparato.

La tesi di Ober è in sostanza che il ricardiano vantaggio comparato ateniese non proveniva da i fatti economici ma da quelli politici.

Poiché il modello funzionava alla grande, venne copiato e si diffuse e le “democrazie” divennero solidali tra loro, proteggendosi a vicenda e creando un sistema di secondo livello. Successivamente, la formazione dell’Uno-impero con Filippo II re il macedone e suo figlio Alessandro il Grande, si sovraimpose a questa struttura reticolare di autonomie coordinate in interrelazioni che in parte resistette, almeno fino a quando non si sovraimpose l’Impero romano che segnò la fine di questo tratto di storia. Fin qui, Ober.

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Forse, il professor Ober, fa due errori. Il primo è quello che chiamare a testimoniare l’antichità per cose contemporanee non è un buon metodo. Il saggio è ospitato da una rivista di relazioni internazionali e nelle relazioni internazionale, da tempo, esiste una teoria che vorrebbe le 4180FnA1+SL._SX367_BO1,204,203,200_democrazie liberali il sistema di governo dello Stato migliore anche se si fa poi fatica a dimostrarlo. Per altro, sarebbe una democrazia made in U.S.A. che col sistema ateniese non ha niente a che fare. Inoltre, Ober, si presta al discorso encomiastico sulla democrazia ma il suo obiettivo è per altri versi critico, perché pigiare sul tasto della bassa ineguaglianza dei redditi e degli averi ed esaltare una partecipazione politica non spettatoriale, è in aperta dissonanza con realtà sociale della più “importante (?) democrazia del mondo”. In realtà, i sistemi storici sono imparametrabili se non per concetti, nel senso che la loro costituzione a grana fine è quella che si rese possibile a quel tempo, con quella demografia, con quella storia, in quel contesto geografico e storico. La più classica delle obiezioni all’esaltazione della democrazia ateniese è che si trattava di una città di poco più di 150.000 persone (di cui cittadini a pieno titolo 30.000-40.000), i diritti politici erano limitati ai maschi adulti, c’era la schiavitù, la condizione della donna era penosa … e via di questo passo, in quella che ormai si può definire la contro-retorica democratica. La fallacia dell’analogia è sempre quella che i particolari sono sostanziali, cambiando le parti e le relazioni tra esse, cambiano le sostanze, sostanze diverse non si possono sovrapporre.

Il secondo errore è quello della ricostruzione monocasuale, quindi non complessa. Che Atene godette di un incredibile benessere, crescita e successo è fuor di dubbio ma che questo fu tutto merito della democrazia non si può sostenere con altrettanta sicurezza. Altri hanno opinato che in fondo Atene fosse una specie di centro imperiale di una talassocrazia che in politica estera era tutt’altro che democratica (classica la citazione de il Dialogo dei Meli in Tucidide nella Guerra del Pelopponeso). Ombre si stagliano anche sul possibile utilizzo non proprio ortodosso del tesoro della Lega di Delo che aveva in Atene il centro ma che downloadcd5Atene avrebbe dovuto custodire nell’interesse di tutti i federati e non solo per finanziare il proprio “Rinascimento attico”.

Eppure, rimane il fatto della sincronica doppia eccezionalità, l’eccezionalità artistico-culturale-economica e quella della più importante esperienza politica di democrazia reale e nonostante le eccezioni che debbono essere sollevate per indebolire il rapporto causa-effetto semplificato, molte sono le ragioni che possono altresì legare tra loro i due eventi. Al credo per il quale la salute economica  comunque prodotta, corrisponde la migliore salute sociale (common wealth) si potrebbe opporre il contrario, la salute sociale basata su la più bassa diseguaglianza economica e la più alta eguaglianza delle opportunità, sulla bio-psico diversità delle individuazioni ed un regolamento politico ampiamente partecipato e davvero democratico è la migliore premessa per la salute economica e non solo per quella visto che il concetto di uomo (e di società) non si riduce a quello ben più ristretto di agente economico.

La fatica che facciamo a ricostruire meglio l’intera complessità degli eventi, è dovuta alla mancanza di fonti dirette. Se si esclude la Costituzione degli Ateniesi di scuola aristotelica che si spera, e così ci sembra, esser stata riportata con imparzialità proto-scientifica, poco o nulla di altro ci è arrivato. Soprattutto, ci è invece arrivato l’ampio strato di svalutazione democratica prodotto da Platone, direttamente o usando Socrate (e la sua morte) come testimonial negativo ex-post. Poi Senofonte, anch’egli addolorato per la morte del maestro e di chiare simpatie oligarchiche. La visione leaderistica del Pericle di Tucidide che tanto infiammò T. Hobbes. Aristotele sia nella critica dell’idealismo platonico, sia nella Politica è stato forse più equilibrato ma va ricordato che Aristotele non era ateniese ed i suoi rapporti con Alessandro non fanno certo intuire una partecipazione ideale al modello che per altro, ai tempi in cui visse, era già in decadenza. 86352_Canfora 1008.qxdOltretutto Aristotele se ne andò a malavoglia da Atene perché chiacchierato dei suoi rapporti con i macedoni, più o meno “volontariamente”, per “evitare un secondo eccidio filosofico”  e quindi la sua disposizione non era certo imparziale.

In generale poi, mentre per la democrazia dei moderni prendiamo in esame lo stato contemporaneo dimenticandoci i borghi putridi, le limitazioni di voto a gli alti livelli di contribuzione fiscale, l’esclusione delle donne, la lunga fase dell’analfabetismo di massa e vari rovesci monarchici, aristocratici, tirannici, dittatoriali, nonché la vocazione coloniale quando non imperiale, per i pochi decenni della democrazia degli antichi, facciamo sfoggio di acume critico che meriterebbe ben altra applicazione.

In particolare, ci mancano i resoconti dei pubblici dibattiti, della politica di strada, delle dinamiche interne alla società democratica e sopratutto, il racconto più dettagliato del percorso storico. I due interventi di Solone e poi Clistene, soprattutto Clistene e la sua riforma dei demi, hanno preparato lungamente quella che poi sarà la sfolgorante età di Pericle. Pericle che se è vero come sottolinea Canfora che fu in pratica il “Principe” della democrazia ateniese[7] è altrettanto pur vero che verrà rieletto direttamente (come stratego), con voto annuale, dal quel popolo che evidente vide il lui la miglior mediazione di quelle che dovevano essere molteplici fazioni, tra cui una oligarchia notoriamente golpista e violenta. Per altro, non tutta la democrazia ateniese può esser ridotta a Pericle con tic tipicamente elitista e forse non tutta la democrazia greca può esser ridotta a quella ateniese ( o a Samo).

Insomma, la democrazia ateniese rimane una scatola nera i cui meccanismo interni (non formali ma sostanziali) ci sono largamente ignoti, di cui conosciamo tutti i possibili mali certificati dal fondatore principale di tutto il pensiero, politico e non, occidentale. Quel Platone che la cui onestà intellettuale a noi non pare così cristallina, quel Platone che alcuni vorrebbero addirittura precursore del comunismo quando a noi sembra che altresì fu il più potente fondatore del pensiero eternamente elitario ed elitista (qui). Certifcazioni poi appoggiate da un secondo circolo di elitisti para-oligarchici che poi abbiamo posto a fondazione dell’immagine di mondo occidentale  riconoscendogli il ruolo di nostri maestri
lUomomisuradel pensiero. Domandarsi come mai, da secoli, continuiamo a produrre società oligarchiche è far veramente sfoggio di falsa coscienza, ipocrisia e malafede.

Forse se invece di corposi 34 dialoghi più un monologo e l’epistolario dell’elitista Platone e la decontestualizzata frasetta da manuale scolastico “uomo, misura di tutte le cose” del democratico Protagora[8], ci fosse giunta appena un po’ di più della pluralità di una società che del Molteplice (e non certo dell’Uno platonico) fece la sua infrastruttura concettuale, oggi avremo un mondo meno sclerotizzato ed un po’ più evoluto. Forse essere “occidentali” avrebbe un significato più denso, un significato di cui essere un po’ più orgogliosi anche noi che platonici, cristiani, liberal-capitalisti, elitisti non siamo.

Athens-Democracy

[1] Questo è il link: https://www.foreignaffairs.com/articles/europe/2015-08-04/advice-antiquity ma credo vi dobbiate registrare per leggerlo in originale. La sua argomentazione è comunque riassunta nel presente articolo.

[2] Un ampio elenco di città-stato (in realtà la definizione è Culture di città-stato ovvero un areale omogeneo punteggiato di città-stato), dai sumeri ai cinesi ed Asia all’Africa all’America centrale, passando per gli antichi greci ma anche la prima Roma, i vichinghi, i germani e gli olandesi, nonché ovviamente gli italiani, si trova a questo indirizzo: http://www.copenhagenpoliscentre.info/ al punto: Survey of 37 city-state cultures. Molti di queste, erano collegate in sistemi federati. Secondo gli studiosi di Copenaghen, le città-stato nascono per devoluzione di entità statali più grandi e non secondo il modello evolutivo stadiale che va linearmente dal piccolo al grande.

511LUjFaljL._SY344_BO1,204,203,200_[3] Un elenco scelto tra le 95 tesi che riassumo le conoscenze aggiornate della ricerca condotta dal Centro di Copenaghen. (4) Le città-stato nascono per devoluzione di entità statali più grandi e non secondo il modello evolutivo stadiale che va linearmente dal piccolo al grande. (17) A prescindere dall’ordinamento politico dato, nelle città-stato si registra il più alto livello di diffusa partecipazione politica registrato nella storia. (18) In questa nota si segnala che se per Aristotele, l’autonomia produttiva era un requisito importante per le poleis ideali, le ricerche testimoniano che in realtà erano proprio le poleis a produrre più alta interdipendenza. Sulla questione però si potrebbe obiettare che probabilmente, Aristotele intendesse soprattutto i bisogni primari, essenziali, quelli che in sostanza rendono autonoma una polis belligerante. Non c’è contraddizione tra la ricerca di una più alta autonomia produttiva di base ed una libera apertura ai mercati di scambio per le necessità secondarie. Tale nota vale anche per il dibattito contemporaneo tra fautori delle due impossibilità ideali, quello pienamente autarchico e quello del tutto aperto ai marosi del libero mercato. (19-39) Polis ha diversi significati ma di base i due principali sono città e autonomia politica (autogoverno). Sebbene Aristotele ne vantasse la peculiarità come greca, molte altre fonti (Erodoto, Tucidide, Senofonte, Pseudo Scilace) ne indicano una ben più vasta diffusione. Vi era divisione tra governanti e governati ma questi interpretavano il ruolo di quelli periodicamente, almeno nei sistemi democratici. Esistevano leggi precise e carceri (monopolio della violenza interna ed esterna al pari dello Stato moderno). Alta era l’organizzazione urbana e forte l’identificazione di natalità per gli uomini adulti per i quali, la città era la Patria. (40-56) In termini di Stato, polis aveva come unità il maschio adulto nativo, in quanto città ovvero società ed economia l’unità era la famiglia (oikia) e vi erano compresi donne, schiavi e bambini. La stasi era il male delle poleis. Le due fazioni erano quelle oligarchica e quella democratica oppure due etnie prevalenti. Più che il concetto di autonomia, i greci divinizzavano il concetto di homonoia, un incrocio tra l’unità e l’armonia ovvero assenza di guerra civile (stasi). (55) Interessante questa nota che parametra le fonti classiche del pensiero politico (Socrate-Platone, Senofonte, Aristotele) con le iscrizioni, i discorsi pronunciati davanti all’assemblea o corte ed altre fonti storiche. 41BKrmuXnCL._SY344_BO1,204,203,200_Il governo dell’Uno era indifferentemente tyrannoi o monarchoi, quello dei Pochi era l’oligarchia, quello dei molti era la democrazia. Aristokratia, oltretutto con la valenza positiva degli aristoi, i “migliori” pare essere una peculiare invenzione del solo Socrate che la passò a Platone e che ritorna in Aristotele. Il concetto di Pochi ma Buoni ovvero il senso proprio delle élite, è quindi di matrice platonica. (57-74) Il piano urbanistico delle polis anche quando s’intendeva la semplice città e non necessariamente la città-stato era pianificato a monte. Questo sembra una sottovalutata caratteristica della antichità profonda, se ne trovano tracce evidenti nella Valle dell’Indo e se ne fa cenno nel pezzo della Torre di Babele dell’Antico Testamento. Questa capacità di pianificare insediamenti complessi “a priori” dà una immagine di complessità sociale sulla quale non abbiamo sufficientemente indagato. (75-95) La religione era importante ma non certo il punto focale della vita in comune.

[4] Circa 1200 nel momento di picco lungo un periodo esteso dall’età arcaica al -323 in cui se ne contano fino a 1500 totali (nate e morte in periodi differenti)

[5] L’Anfizionia più nota è quella delfica, legata cioè al comune culto di quell’oracolo. Anche nel possibile caso di Gobekli tepe o in quello ipotetico delle culture megalitiche, il movente iniziale poteva esser quello della messa in comune di un culto o meglio, della messa in comune della logistica e dell’organizzazione relativa ad un culto condiviso. Ma una volta creata la consuetudine di far qualcosa assieme, era facile che l’unione si trasferisse su cose più prosaiche come lo scambio economico e l’alleanza militare. 8817004987L’Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica (1784) di Immanuel Kant, invitava a far quello che non si è mai fatto ovvero compilare proprio la storia di questi sistemi di alleanza pacifica che potrebbero un giorno portarci a costruire quel mondo migliore in cui le capacità umane possano trovare la loro migliore espressione.

[6] L’essenza del tanto famoso, quanto citato a sproposito, “rasoio di Ockam” sarebbe che non vanno inutilmente aumentati gli enti ovvero se è possibile far passare la ricchezza da A a B non si vede logico sostenere che sarebbe meglio un da A a B e da B a C. L’argomento liberista è che B, il capitalista speculatore o imprenditore o semplicemente riccone, con la sua insaziabile bramosia accumulatoria, si agita ed agita il sociale al punto da creare “a cascata”, opportunità per tutti. A parte la torsione logica, l’obiezione di senso comune su quanto possa consumare un singolo miliardario in luogo di mille o diecimila individui di classe media, basta a troncare la presa in esame dell’argomento. Le correlazioni evidenti degli ultimi decenni su decrescita economica e crescita della polarizzazione della ricchezza e conseguente distruzione della classe media, danno base empirica, semmai se ne sentisse il bisogno.

[7] Tesi di Tucidide e Plutarco sebbene Plutarco scriva cinquecento anni dopo i fatti. Forse gli sforzi critici contro la retorica della democrazia ateniese a questo punto meriterebbero uno sforzo critico contro questi sforzi critici.

copfrm[8] Uno nota a chiusura di sospensione di giudizio su i classicisti. Costoro occupano posizione professionale in università, scrivono libri, fanno dibattiti, si creano un identità sociale in base alla conoscenza dei testi che ci sono pervenuti. Si leggono stimati professori che citano Protagora, partendo dall’omonimo dialogo di Platone che poi sarebbe come interpretare Marx deducendolo da Popper o il cristianesimo partendo da Nietzsche. E’ chiaro che essendo quelle le loro fonti non le possano svalutare, né possano dire “ragazzi ne sappiamo quasi meno di niente e quel poco lo deduciamo da interpreti in aperto conflitto di interessi” però santa pace, continuare a parlare della democrazia partendo da Platone, nipote di Crizia, leader dei Trenta Tiranni mi pare davvero uno scandalo epistemico.

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IL CONCETTO “POPULISTA” E LA DEMOCRAZIA IN QUANTO TALE.

Il concetto di “populismo” è assai confuso. Come minimo, si possono individuare tre matrici:

  • Forza politica che si appella al, risponde al, vuol rappresentare il “popolo”. La categoria sottesa è quella della divisione sociale e politica in due sole parti: popolo – élite. In questo senso, il populismo è interno alla teoria politica democratica, diversamente nominando la partizione fondamentale Molti – Pochi[1]. In questo senso, l’idea populista, confligge sia con l’individualismo liberale a cui oppone una nozione forte di società, sia con certo marxismo che dettaglia il popolo in classi sociali. Del resto, è l’idea stessa di democrazia che confligge sia con l’ordinatore liberale del mercato mentre nel caso marxista, c’è un intricato gomitolo in cui si intrecciano i fili dell’ordinatore economico (la produzione socialista), con quelli dell’ordinatore 2957135politico (soviet? democrazia diretta o rappresentativa? che tipo si Stato? nazionalismo o internazionalismo?).
  • Forza politica che in apparenza si comporta come sopra descritto ma in realtà lo fa per diventare una nuova élite o per legittimarsi popolarmente. La categoria sottesa è fintamente quella popolo vs élite ma in realtà è un triangolo in cui una nuova élite, si appoggia sul popolo manifestandosi dalla sua parte, per subentrare all’élite dominante. In questo senso, il populismo è di nuovo interno alla teoria politica democratica ma con il senso negativo di demagogia. La demagogia è una forma degenerata di democrazia in cui apparentemente si è nel gioco democratico quando in realtà si è nel gioco elitista. Le élite sfidanti fanno finta di essere popolo per subentrare alle élite dominanti oppure élite dominanti si appellano al popolo per metter fuorigioco le élite sfidanti. La Rivoluzione francese ed in definitiva anche quella russa (prese nel loro esito) rappresentarono casi di élite appoggiate al popolo per subentrare a quelle dominanti (in entrambi i casi l’aristocrazia) mentre il bonapartismo, ed il cesarismo, così come il peronismo, Berlusconi, sono casi del secondo tipo.
  • Il terzo significato è più sfumato e complesso da analizzare. La partizione fondamentale rimane quella popolo vs élite. Questa partizione è anche una condizione politica spesso oggettiva in cui il popolo subisce completamente le disposizioni delle élite. Detto ciò e dichiarata la volontà di porvi rimedio si notano due possibili atteggiamenti: a) il popolo ha ragione a volersi liberare del giogo della sua élite dominante ma non sa bene come farlo e va aiutato a prender coscienza, a darsi una strutturazione politica, una ideologia, un programma. Il popolo ha ragione nel non volere una cosa (il dominio delle élite) ma non ha sempre ragione quando mette confusamente e velleitariamente in atto le pratiche per perseguire la sua ragione; b) il popolo ha sempre ragione, sia nella volontà di volersi liberare dal giogo delle élite, sia nell’espressione spontanea dei modi con cui intende praticare sia la lotta per il potere, sia l’esercizio del potere in quanto tale. La prima posizione (a) è tipica soprattutto dei movimenti politici di sinistra, la seconda (b) dei movimenti politici che tendono alla demagogia e di destra. La posizione di sinistra, può correre il rischio di diventare, di nuovo, un élitismo come fu nel caso dell’avanguardia leninista.

cop12La confusione sul termine è quindi sia categoriale, che assiologia. Quella assiologia [axios (άξιος, valido, degno) e loghìa (λογία da λόγος -logos- studio] determina l’incertezza sull’attribuzione di valore: il populismo è positivo (legittima teoria base della democrazia reale) o negativo (degenerazione demagogica)? La confusione assiologia deriva da quella categoriale in quanto se non sappiamo di cosa stiamo parlando, se parliamo di più cose nominandole con lo stesso termine, va da sé che si possano intendere valori tanto positivi, che negativi, che misti.

La stato di confusione in cui versa il concetto, deriva dal fatto che tanto l’ideologia liberale che quella marxista, non hanno coincidenze precise con l’ideologia democratica di cui è nativo il concetto. Quando si usa il concetto di un sistema di pensiero in un altro sistema, è facile che il senso si opacizzi. Si fa, invero, molta fatica a trovare nella nostra storia culturale occidentale qualcosa che sia assimilabile ad un discorso sull’ideologia democratica (il discorso di Pericle riportato da Tucidide, Rousseau, Dewey, Fotopoulos, Castoriadis, Murray Bookchin e poco altro) A sua volta, “democrazia” è un termine confuso e polisemico. La “democrazia” rappresentativa liberale, con -democrazia- in quanto tale[2], ha poco a che fare.

Innanzitutto, la società liberale è ordinata dal mercato, quindi da un fatto economico e non da un fatto politico. Il mercato è un ordine indeterminato (in teoria potrebbe tanto esser compatibile con la democrazia, quanto no) ma in società che non intervengono sulla distribuzione di ricchezza in maniera livellante, il capitale che è una potenza squilibrante, determina il fatto che il mercato funzioni nel favore dei Pochi piuttosto che dei Molti. Comunque, una società ordinata dal principio economico e non da quello politico, non è, né mai potrà essere, -democratica-, in quanto  la sua precisa definizione è  -econocratica-, il kratos, l’ordinatore, il potere di governo è del politico nell’un caso, dell’economico, nell’altro. Il funzionamento dell’impianto “democratico” in base solo alla rappresentanza (ed una rappresentanza molto ridotta, 1:80.000 circa coartati poi in meccanismi maggioritari, e vagliata in tempi medio-lunghi) garantisce la formazione reale di un diverso meccanismo che potremmo chiamare “élite delegate” che, appunto, con la democrazia in quanto tale non ha nulla a che fare.

Come detto, con il marxismo, la questione è più complessaa poiché Marx ha fornito una estesa teoria critica dell’economia politica ma nel postulare che fosse il modo economico a determinare quello politico (che è l’esatta descrizione dell’econocrazia liberale ma non è una legge generale), ha in un certo senso avvallato l’idea che la battaglia cop13decisiva si debba compiere nel definire che tipo di econocrazia si vuole, non che tipo di società politica si vuole. Questa, verrà per inflorescenza naturale, dopo quella (idea del tutto infondata). Altri fattori confondenti, aggravano l’ambiguità  esistente tra marxismo e democrazia. Ai tempi di Marx, “democrazia” era quella rappresentativa, elitaria, liberale e quindi nei suoi scritti si trovano molti pronunciamenti negativi a riguardo di quel termine. Poiché pochi o nessuno ha sottolineato che tale nome non corrisponde affatto alla cosa, difficile è trovare qualcuno che riesca a scindere il concetto di “democrazia” liberale da quello di -democrazia- in quanto tale. A ciò si aggiunge l’analisi “di classe” che informa la teoria marxista. Ora, il concetto di “classe” in Marx è assai confuso. A volte (come spesso accade negli scritti di un autore che tutto fu meno che sistematico) sembra dire che “la classe” è una precisa porzione di società che coincide sostanzialmente con il proletariato industriale. Da ciò, il riflesso automatico dei marxisti a non leggere nella società i contadini, i piccoli artigiani, i dipendenti dei servizi o di imprese pubbliche, i precari, le donne, gli studenti, i commercianti, i pensionati, i piccoli imprenditori indipendenti, i liberi professionisti anche quando sono imprese individuali il cui reddito è pari o inferiore a quello di un operaio specializzato, sebbene siano ancor meno garantiti. Il fatto che ormai, le società avanzate, che poi sono le uniche in cui sopravvive il marxismo eurocentrico e dottrinario, abbiano una contribuzione di Pil intorno o inferiore al 20% da parte dell’industria, determina l’incomunicabilità tra la sinistra marxista ed il suo pubblico potenziale. La pretesa poi di favoleggiare possibile un effetto leva su questa ultraminoranza sociale (che per altro, spesso, sogna solo il consumare di più e diventare ricca e famosa come quelli della televisione o del cinema o dello sport) per compiere una “rivoluzione” ha del patetico. Altre volte, lo stesso Marx, sembra riecheggiare la partizione democratica fondamentale Molti-Pochi, quando divide la società in proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione. Se i Molti, la Classe, sono i salariati, molto più ampia è la porzione di riferimento. Ma a questo punto interviene un secondo problema perché per quanto sia un “salariato”, un amministratore delegato di azienda ricca non è certo parte dei Molti mentre Marxismo_e_populismo_(1861-1921)(36540)_1lo è l’artigiano o il negoziante o l’idraulico che a fine mese, tolti costi e tasse dai ricavi dall’incasso di ciò che ha prodotto coi suoi mezzi di produzione, ottiene un salario o profitto netto più o meno pari alla propria, semplice, “riproduzione”. In verità, il concetto stesso di proprietario dei mezzi di produzione è oggi superato in una società in cui le più grandi proprietà sono azionarie ed alcuni di quei azionisti sono direttamente o tramite i fondi pensione, gli operai stessi.  Il disallineamento tra i codici di una teoria (o meglio una “analisi critica”) del 1850 e la grande varietà e complessità delle società contemporanee è il motivo per il quale, gran parte della sinistra che si fonda sul marxismo, parli di cose che non esistono e non parli di cose che esistono. Una apparentemente inspiegabile forma di fede irrazionale nel Libro (il Capitale) ha poi frenato, assieme a varie vicende ed attriti storico-sociali, la reinterpretazione delle intuizioni marxiane originarie. Da cui la minorità oggettiva di questa interpretazione politica, che a questo punto va considerata “irrecuperabile”.

Tale è comunque la lontananza dalla democrazia in quanto tale, nei nostri sistemi socio-politici, che l’appello al popolo, il dichiararsi contro le élite, il voler redistribuire la decisionalità politica, è considerata se non una stravaganza, un “demagogia”, un non voler rispettare la tacita regola aurea della politica occidentale: sono i Pochi a dover decidere il da farsi perché solo in pochi si sa cosa è bene ed opportuno fare.  Dai massoni alle avanguardie leniniste, l’intelligenza politica condivide, unanime, questo triste ma a volte realistico assunto.

= 0 =

La tacita regola aurea della politica occidentale moderna (che viene ereditata, più o meno intatta dalle precedenti fasi non moderne) appena citata, deriva dal problema fondamentale del sistema democratico. Ogni sistema ha i suoi vantaggi potenziali o reali ed ha il suo problema fondamentale. Quello della democrazia, sin dalle contestazioni platoniche, dell’anonimo oligarca, aristoteliche[3], è che il principio che siano i Molti se non i Tutti a dover decidere il da farsi è appunto un “principio”. Di fatto, i “Molti” noncop15 sanno sufficientemente di ciò di cui dovrebbero decidere. I principi sono applicabili o meno, efficaci ed efficienti o meno, a seconda delle condizioni concrete dell’ambiente in cui vengono applicati. La democrazia ha il suo principio ma va in difficoltà concreta quando questo deve essser applicato al contesto reale.

Una tendenza “strutturalista” o meglio “istituzionalista” che risale già alle discussioni su i sistemi politici ne la Repubblica platonica (Politico, Leggi) e che poi continua nella Politica aristotelica e sale su lungo il corso storico con Polibio così come Machiavelli e poi la prima modernità, Hobbes, Locke, i liberali ed infine Marx, parla sempre e solo dei sistemi politici (o economici) ma non delle società in cui questi sistemi dovrebbero esser calati. Sarebbe un po’ come disquisire su tutte le tecniche che favoriscono o meno una performance atletica prescindendo del tutto dal consigliare al candidato atleta una certa alimentazione, un certo regime di vita ed il fondamentale allenamento quotidiano. La democrazia è implicitamente ritenuta il regime naturale, quello che s’instaurerebbe se non esistesse una precisa volontà dei Pochi (aristocrazia, patriarchi, anziani del villaggio, oligarchia, capi militari, grandi sacerdoti, leader, capitalisti, baronie del sapere, una particolare etnia, unti da qualche Signore, Big man ed altri, il bestiario elitista è molto vasto) che coarta la situazione ed i modi in cui si prendono le decisioni nelle collettività. Ma questa idea di una natura buona snaturata dai cattivi è una falsa narrazione. Il sistema democratico è al contempo, il più giusto secondo logica ma il più difficile secondo pratica.

Se prendiamo dieci persone che non si conoscono e le mettiamo su un’isola deserta[4], è in effetti facile che il sistema naturale che s’instaurerà per prendere le decisioni sarà la democrazia in quanto tale, totale partecipazione alla decisione presa in base ad una testa un voto. Successivamente, il sistema potrebbe evolversi pur rimanendo una democrazia in quanto tale. Qualcuno avrà più competenze canfora zagrebelskynella caccia e pesca, qualcun altro nella raccolta, nella cucina, nelle costruzioni dei ripari, nel raccontare storie davanti al fuoco etc. Che le funzioni tendano a specializzarsi non è un problema, le decisioni importanti, quelle che riguardano la comunità come un Uno, saranno democratiche anche quando, volontariamente, qualcuno attribuirà ad una opinione qualificata non sua, il valore di essere come se fosse sua. In generale comunque, tutti decideranno perché tutti hanno le stesse informazioni sul problema comune: come sopravvivere al meglio ed il più a lungo possibile. I problemi compariranno quando da dieci si passerà a cento, mille, diecimila, quando la comunità non sarà l’unica ma ci saranno altri “vicini”, quando i rapporti tra popolazione e risorse non saranno più facili ed immediati (ho fame – vado lì – prendo la cosa – la mangio) ed interverrà la scarsità tra bisogni e risorse. A quel punto, la storia umana ci dice, che il dominio dei Pochi è il sistema sin qui avente una sua forza naturale (pur essendo una costruzione sociale). Questo perché c’è un incremento di complessità e storicamente, noi umani, rispondiamo a gli incrementi di complessità con la sclerosi gerarchica. Le élite intermediano tra complessità e popolo, questa è la loro altrimenti inspiegabile “legittimità”.

Se allora, si decide normativamente o funzionalmente che la democrazia in quanto tale deve essere il sistema con cui si prendono le decisioni, occorre porsi il problema di come fanno, i Molti, a sapere sufficienti cose sull’argomento su cui dovranno decidere il da farsi. Più aumenta la complessità sociale, quelle demografica, quella economica, quella culturale e quella geo-politica, più è difficile rispettare questa condizione. 9788842498810In assenza di consapevolezza adeguata su gli argomenti, le alternative decisionali, gli effetti complessi delle proprie decisioni, s’instaurerà una qualche forma di elitismo o di demagogia o di populismo o di avanguardia leninista o di consiglio notturno dei sapienti che mai e per nessun motivo potrà garantire che le decisioni saranno prese veramente come se fossero state prese dai Molti. Oltretutto, più aumenta la complessità dei problemi e delle conseguenti decisioni, più queste vengono prese da un ristretto numero di individui, più alta è la possibilità si manifesti una permanente instabilità politica e sociale poiché il “popolo” non è a conoscenza dei prezzi necessari da pagare per le decisioni prese. Quando si presenteranno questi prezzi non previsti, arriverà allora qualcuno che spacciando la facile moneta del paradiso in terra subito e per tutti e la redenzione da ogni difficoltà materiale avversativa, porterà i Molti a sfracellarsi verso qualche scoglio duro del mondo reale, con conseguenti migliaia o milioni di morti ed iscrizione al registro nero della Storia (vedi fascismo o nazismo che questo furono, fallimenti dell’adattamento alla condizione moderna da parte delle due nazioni più giovani, Italia e Germania, che recalcitravano ad adattarsi al nuovo standard occidentale).

= 0 =

Possiamo, alla fine, condensare il discorso fatto in alcuni punti da mettere in agenda per lo sviluppo di una cultura della democrazia in quanto tale:

  1. La democrazia in quanto tale è un sistema rarissimo nella Storia e del quale non abbiamo praticamente, né conoscenza, né esperienza.
  2. La democrazia in quanto tale è un sistema difficile da instaurare ed ancor più da far funzionare, non solo perché avversato dai Pochi nelle loro varie forme ma soprattutto perché i Molti non sono in grado di farlo funzionare con efficienza ed efficacia.
  3. La democrazia in quanto tale, quanto a facilità d’instaurazione è inversamente proporzionale alla complessità della società e delle condizioni geo-storiche in cui questa si trova.
  4. La democrazia in quanto tale, quanto ad opportunità e necessità dell’esser instaurata è proporzionale alla  complessità della società e delle condizioni geo-storiche in cui questa si trova[5]. Più una società è complessa, più si trova in ambiente e dinamiche complesse, più dovrebbe essere democratica per adattarsi ai continui e difficili cambiamenti cui sarà soggetta.
  5. La democrazia in quanto tale, necessita di individui conoscenti, informati, pubblicamente dialoganti, dotati del necessario tempo per formarsi, informarsi e discutere (e gestire) i rapporti tra problemi e soluzioni del bene comune.

Corollario finale: se una forza politica decide di votarsi a promuovere la democrazia in quanto tale, la democrazia reale, deve primariamente dedicarsi ad allenare il suo popolo di riferimento alla conoscenza, all’informazione, al pubblico dibattito. Prima di fare la democrazia bisogna preparare i democratici.

cop14I problemi di organizzazione interna, le leadership, le strategie del conflitto, l’agonismo contro questo o quello, la visibilità pubblica, la strategia di partecipazione all’agone politico del tempo, vengono dopo e per certi versi, dovranno essere conseguenti la diffusa condivisione di una vasta conoscenza omogenea, ben informata, pubblicamente dibattuta.

In alternativa, la forza politica, potrà scegliere nel catalogo delle possibilità se rimanere populista, demagogica, elitista ma non sarà, né potrà dirsi -democratica-. O potrà dirlo ma non esserlo e se non lo sarà, fallirà l’adattamento alla complessità.

= 0 =

[1] Ernesto Laclau è il filosofo che (assieme a Chantal Mouffe) si è più battuto per una interpretazione positiva del termine “populista”. Naturalmente, tale valutazione positiva, sceglie un significato del vago termine, quello appunto in cui è contenuto questa nota. Non saprei dire se nella sproporzione dei mezzi di comunicazione che vede il mainstream liberal-marxista dominante, sia più efficace rivendicare la ragione populista rischiando di portarsi appresso anche gli altri, indesiderati, significati o se insistere per una nominazione più appropriata e meno ambigua come “democrazia reale”. Anche democrazia radicale è sovrapponibile al concetto che voleva esprimere 41Y7m4RkLrL._BO1,204,203,200_Laclau ma anche qui, bisognerebbe riflettere se accettare l’usurpazione del termine -democrazia- da parte di teorie che dovrebbero usare il termine solo tra virgolette, a mo’ di “una specie di….” cosa che obbliga ad aggettivare la democrazia in quanto tale come –radicale- o più semplicemente rivendicare il  significato originario (reale) de-posizionando quanti si affannano ad usare un immaginario positivo (la giustezza e legittimità indiscussa di -democrazia-, per nominare cose che con il termine hanno poco a che fare). La questione è tutta interna alla logica dell’egemonia culturale (che parte dall’ontologia, da come nominiamo cosa), non a caso uno dei punti gramsciani più cari allo stesso Laclau.

[2] Useremo “x“ per intendere “una specie di…” ed useremo -x- per definire il -concetto- come preciso.

[3] Rispettivamente in Repubblica, La Costituzione degli ateniesi e Politica. L’Anonimo oligarca è spesso riportato come Pseudo Senofonte, in pratica non abbiamo la più pallida idea di chi fosse. Sta di fatto che il libricino, sapido ed appuntito, è la madre di tutte le possibili critiche al sistema democratico.  (Wiki, qui)

[4] L’esperimento mentale proposto è una sorta di Isola dei famosi, senza famosi e soprattutto senza telecamere. Non è un caso che D. Defoe, nel suo Robinson Crusoe, abbia previsto lo stesso set di natura naturante ma con un solo individuo (ed uno schiavo). Se ne avesse messi due, tre o più, avrebbe scritto non il libro sacro dell’individualismo liberale (le robinsonate giustamente derise da Marx) ma quello della democrazia di natura.

[5] La differenza tra il 3° ed il 4° principio è questa. Quanto più una società è complessa, ha problemi complessi, esiste in un ambiente complesso, tanto è più difficile che i Molti sappiano di tutta questa complessità e siano in grado di ordinarsi secondo decisioni giudiziose sul da farsi. Si somma il caso per il quale il bene individuale non collima sempre e comunque con quello generale e comune, col caso specifico dell’era complessa per cui, soprattutto in Occidente, andrebbero prese decisioni difficili, decisioni che non portano al meglio ma al meno peggio, che pospongono il vantaggio immediato con quello a venire, magari ad un’altra generazione, che evitano problemi maggiori assumendosi 44c478fcover13924comunque problemi anche se minori alla luce di una previsionalità complessa.

Facciamo un esempio: in un democrazia reale, il discorso pubblico su gli immigrati sarebbe questo: o rifiutiamo (ammesso sia logisticamente possibile e moralmente accettato) gli immigrati ed allora prepariamoci a spostare l’età pensionabile ai 67, poi 70, poi 73 e forse più anni -oppure- , troviamo una economia politica che ci dia facoltà di vivacità economica, assorbiamo la nostra disoccupazione giovanile  e non, e ci prepariamo ad ospitare al meglio quei migranti che con il loro lavoro pagheranno i contributi che diverranno la nostra pensione evitandoci di andare in pensione una settimana prima di morire. La scelta tra una pensione ritardata ed un migrante immediato (fatta slava la possibilità di farlo lavorare che è poi quello che vuole anche lui) eviterebbe il noioso ed inconcludente dibattito tra buonisti e razzisti. Poiché le élite non sono in grado né di fermare i migranti, né di migliorare la nostra ricettività di lavoro, ci teniamo migranti disoccupati ed andremo comunque a lavorare (i “fortunati”) fino ad una settimana prima di schiattare. Quindi, più le cose sono complesse più è difficile mettere in piedi una democrazia reale di tanti cittadini per lo più ignari del groviglio del mondo. Le élite lasciano spolpare l’osso ai cani della razza razzista e della razza internazionalista in reciproca competizione “emotivo-ideale” trasferendo un problema di realismo democratico in una demagogica contesa dei valori.

Di contro però, e veniamo la 4° principio, è proprio la crescita di complessità a creare un problema alle élite occidentali. Poiché le scelte che verranno prese, giuste o sbagliate, saranno sempre meno capaci di apparire immediatamente positive e nel tempo, come sta succedendo ad esempio in Italia ma anche in Europa, oltre alle decisioni sbagliate del contingente, si andranno a cumulare e scontare tutte le decisioni sbagliate o non prese nel passato. La legittimità delle élite sarà sempre più erosa lasciando spazio ad élite che hanno ancora meno idee ma molto chiare ed in definitiva, idonee solo a collassare la troppa complessità in estrema semplicità, con risultati catastrofici. Quindi al crescere di complessità la democrazia reale è tanto più difficile quanto più necessaria. Insisto sul “necessario” perché tanto meno il popolo saprà del mondo e delle sue difficili condizioni tanto più creerà spazio per avventure politiche disastrose. Disastri che, in tempi complessi, si trasformeranno in catastrofi.

Su Laclau: http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/09/ernesto-laclau-intellectual-figurehead-syriza-podemos

http://www.igsitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=191:ernesto-laclau-e-chantal-mouffe-egemonia-e-strategia-socialista&catid=43:recensioni&Itemid=70

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COMPLESSITA’ DEL MONDO NUOVO (1). Recensione di “Nessuno controlla il mondo” di C. A. Kupchan, il Saggiatore.

4139078Charles A. Kupchan insegna Affari Internazionali alla Georgetown University ed  è membro del Council of Foreign Relation. Già membro dello staff di Clinton per le questioni europee ed assistente a Princeton, pubblicò anzitempo (2002) “La fine dell’era americana”, (Vita e pensiero, Milano, 2003). Scrive ovviamente per le principali riviste di affari internazionali. Il suo libro è di immediata lettura, non lungo come la materia tende a richiedere, necessariamente schematico in alcuni passaggi, poggiato su più di una dozzina di pagine di scelta bibliografia. La sua impostazione è realista (K. Waltz). Il tema è come da titolo, non ci sarà un secolo ordinato da un singolo perno geopolitico il che porta ad un potenziale disordine. Il mondo allora dovrà autogovernarsi in concerto. All’Occidente si prescrive di: a) rendersi cosciente della fine irreversibile della sua egemonia; b) rivedere i propri assetti interni e tenersi unito; c) a gli USA, nello specifico, si raccomanda di inaugurare un populismo progressista razionale in politica interna ed in quella internazionale un selettivo disimpegno militare, un maggior governo dei mercati sregolati (globalizzazione, finanza), un riconoscimento delle altrui sovranità a prescindere dal tipo di modello politico-economico autonomamente sviluppato, purché tali varie forme di governo siano in favore della relativa popolazione. Il pubblico del libro, ovviamente, è primariamente l’élite colta ed informata americana.

L’autore spende due capitoli per ricostruire il dominio occidentale degli ultimi tre secoli. La nascita della nuova forza occidentale viene spiegata con la debolezza delle istituzioni politiche continentali ancora al trapasso dal feudalesimo. La borghesia, le città, gli scambi commerciali ed i servizi bancari annessi, l’inversione di peso tra Europa meridionale stretta a lungo nella morsa del cattolicesimo alleato all’aristocrazia e l’Europa settentrionale più vocata alla libertà, diedero forma alla svolta. 2021168Poi, la Riforma ovviamente, le guerre di religione che se da un parte in quanto necessità di spesa militare portarono ai regimi di tassazione ma anche di condivisione di potere con la rampante borghesia delle città ed in definitiva al rafforzamento dello stato, dall’altra, una volta verificato che né i cattolici, né i protestanti potevano recedere dalle loro convinzioni o eliminare quelle degli altri, favorirono l’accettazione di prime forme di tolleranza e pluralismo che poi si riflessero anche nella successiva fase politica. Nuova classe sociale (la borghesia), il nuovo ambiente cittadino, le gilde, le unioni nord-europee tra città (le varie leghe), la competizione che sviluppò le tecniche tra cui quelle d’armi e di navigazione, saldarono i premi pezzi della modernità. Dopodiché, il nuovo ordine westfaliano (1648) che dà il via alla seconda fase: la competizione tra nazioni.

In pratica, una crisi dei poteri verticali favorì l’espansione orizzontale e con essa la crescita di varietà ed interrelazioni (cooperative e competitive) che aumentarono la complessità creativa che giunse a sintetizzare il modello di econocrazia altrimenti noto con il doppio nome di capitalismo e democrazia rappresentativa (o liberale).

Simmetricamente, al contrario, si spiega la perdita di potenza dell’Impero ottomano, dell’India e della Cina che per lungo tempo, come Pomeranz ha dimostrato, è stata superiore all’Europa salvo poi involvere parallelamente all’evoluzione degli occidentali. Il 9788842090106Giappone invece, subisce una evoluzione simile all’Europa. Dal dominio della casta militare dei samurai (e dello shogun, periodo Tokugawa) alla restaurazione Meiji del 1868 che porterà industrializzazione e nazionalismo ma anche fruttuosi contatti cooperativi con l’Occidente.   Gli ottomani mantennero una forte connessione tra fatto politico e fatto religioso mantenendo alta l’influenza degli ulema e non arrivando mai a distinguere lo spirituale dal temporale (differenza semantica non presente nell’arabo). La forte centralizzazione, la verticalità, portò a ristagno e stagnazione. La stessa che per motivi diversi rallentò la Cina che ebbe poi un traumatico impatto nel contatto militare e coloniale con l’Occidente. La stessa verticalità si ebbe in India con la dinastia Moghul.

Verticalità sclerotiche contro orizzontalità dinamica, questa la spiegazione analitica di Kupchan per spiegare il dilagare occidentale coloniale ed imperiale. Si realizza così la prima vera forma di sistema mondiale integrato, prima con i britannici e gli europei come centro propulsore, poi con gli Stati Uniti. Lo studioso americano sottolinea come l’entità occidentale avesse una piena collimanza tra potenza (economica e militare) e forza ideologica, presentandosi come “un sistema”, modello per tutto il mondo. Gli occidentali, non solo formarono la prima forma-mondo ma gli diedero il riflesso della loro identità nelle istituzioni commerciali, produttive, giuridiche, diplomatiche.

Poi? Il brusco tornante storico è introdotto nel 4° capitolo non senza un malcelato piacere a sottolineare lo svarione di Fukuyama, un vero “luogo comune del godimento critico” per tutti coloro che subirono l’irrazionale trionfo di uno di quei momenti di euforia che toccano  i meno avveduti tra gli intellettuali e soprattutto la festante corte di chi ne celebra il presunto ingegno. La “fine della storia” durò giusto il tempo di rendersi conto quale altro capitolo la Storia s’era messa a scrivere. La fotografia di Kupchan è semplice, il Immagine 1primato economico occidentale è in via di decrescita, quella dell’”altro mondo” in crescita sostenuta, che sia il 2030 o il 2050, c’è prima il sorpasso poi il distanziamento del “Rest” vs “the West”. Esemplificative, per quanto note a chi si occupa dell’argomento, le semplici tabelle dello studioso americano. Il primato militare invece è ancora ed ancora per un bel po’ rimarrà, saldamente in mani USA. Ma i dati di prospettiva, ad esempio quelli sulla produzione di acciaio o della cantieristica navale sia per la Cina, sia per l’India (di cui comunque si ritiene, al momento, imprevedibile l’allineamento geopolitico), dicono che potrebbe non esser così a lungo. Del resto, questo sfasamento tra economico e militare, si registrò già nel passaggio precedente dalla leadership britannica a quella americana. Il militare costa e se la fabbrica della ricchezza stenta è questione di tempo prima che stenti anche il militare.

Ogni studioso, scrive certo per il suo pubblico generale ma spesso, anche ed a volte soprattutto, rivolgendosi al pubblico specifico della sua disciplina, inclusi gli altri studiosi. Nel 5° capitolo, Kupchan, disillude quindi coloro i quali, da McNeill in poi, hanno posto fede nell’idea che la via occidentale alla modernità fosse l’unica possibile,  anche se interpretata da altri nuovi leader non occidentali. “Il mondo futuro esprimerà molteplici versioni della modernità, è non sarà politicamente omogeneo” sentenzia l’americano. Immagine2Le condizioni iniziali dello sviluppo del sistema occidentale, i contesti culturali, le condizioni sistemiche di un mondo precedentemente non interdipendente e quello attuale tracciato da un gomitolo di interdipendenze, dicono che ciò che è stato non ha ragione esser inquadrato  come nulla di più che un modello vincolato spazio-temporalmente, cioè non esprimente alcuna legge generale. Gli stati centralizzati come la Cina, non solo mostrano la stessa preoccupazione di far star meglio o bene i propri cittadini come nelle “democrazie” occidentali ma a differenza di queste, hanno il vantaggio di poter intervenire facilmente e velocemente a sciogliere i nodi di complessità che sempre più si formano e si verranno a formare. Anche le democrazie quali il Brasile o l’India o la Turchia (?) non seguiranno il resto del modello occidentale solo perché ne condividono (in parte) l’impianto della decisionalità politica, poiché saranno vincolate al loro specifico interesse geo-politico. Si presenta quindi un panorama politico assai plurale, fatto di regimi autoritari ed autocratici (Cina, Russia, sceiccati del Golfo), teocratici (alcuni casi  del Medio Oriente), personalisti (Africa) e populisti (Sud America).

Kupchan procede nell’analisi delle varie formule, dettagliandone i sottogeneri, i punti di forza e debolezza secondo un’ottica realista. Nessuno di questi sistemi mostra particolari 150722-GDP-worldwide-economy-mapsegnali di crisi, ciascuno di essi risponde non tanto ad una astratta logica della comparativistica politica ma a ragioni più dense e radicate fatte di religione, storia passata, geografia, interesse geo-politico. Tale interesse, come dice il nome, accoppia ragioni politiche e ragioni geo-storiche e tende a formare un “general dissensus” ovvero una divergenza pronunciata di pluralità eterogenee, ognuna con le proprie ragioni e tradizioni, ognuna col proprio interesse specifico ad unirsi con il nemico del suo nemico, quello dall’altra parte dello stato immediatamente confinante, quello più complementare, quello con il quale non si corre il rischio di esser fagocitati. Insomma quello con cui è possibile un sano rapporto di condivisione di interessi basati sulla piena reciprocità. Sta di fatto che, tutti insieme, questa massa critica di mondo che non è Occidente, è concorde nel ritenere finita l’era delle grandi egemonie ed aperta quella della multipolarità permanente.

A fronte di questa nuova partita, secondo Kupchan, l’Occidente dovrebbe innanzitutto rinserrare le sue fila per presentarsi come soggetto se non unico almeno altamente coordinato. L’asse giapponese-americo-europeo, per quanto vada incontro alla contrazione di potenza prevista, è in grado di pesare ancora decisivamente e di almeno gestire i tempi ed i modi del passaggio al nuovo assetto mondiale. Kupchan, però, individua dinamiche che vanno in senso opposto a questo “rinserrare le fila”. Si comincia con la presidenza Bush che ha sostituito il tradizionale multilateralismo con un muscolare ed inutile unilateralismo. Obama ha ritessuto i legami ed ha inaugurato una politica assai meno accomodante con la Cina (al tempo della scrittura del libro non era scoppiato il problema ucraino e l’offensiva anti-russa). In Europa, il processo di unificazione ritenuto essenziale per costituire poi una unità di secondo livello , è entrato in crisi (questo Kupchan legge nel 2012, oggi a maggiore ragione). Rigettato il tentativo di darsi una carta costituzionale (2005), l’Europa si sta ri-nazionalizzando. Svezia, Olanda, Finlandia, Ungheria hanno prodotto nuovo euro-scetticismo e partiti nazionalisti anti-immigrazione. Il Belgio, il Regno Unito la Spagna  sono attraversati da fremiti secessionisti (valloni vs fiamminghi, Scozia, Catalogna). Immagine3L’euroscetticismo avanza in Germania, così come  in Italia e Francia. Alla crisi che è economica, finanziaria, demografica, migratoria, gli europei danno sempre più ipotetica soluzione in ordine sparso, scaricandosi i problemi l’un l’altro. Impensabile l’assunzione unitaria di rischi e decisioni concernenti una forte politica estera comune attiva (tra cui eventuali impegni bellici del tutto fuori portata degli europei, sia perché non c’è il necessario supporto finanziario, sia perché non c’è la mentalità, sia per totali divergenze strategiche). Una Europa ripiegata su se stessa, impotente politicamente, economicamente e militarmente, frazionata di nuovo nel rissoso nanismo stato-nazionale, non è utile a gli USA e questi, anche loro alle prese con una più attenta gestione dei costi-ricavi, potrebbero anche rivedere la loro politica NATO.

Se gli stati europei sembrano tendere alla non unione, gli americani tendono alla divisione. Il sistema binario ovvero quello per il quale due corpi (repubblicani, democratici) ruotavano reciprocamente ed intorno ad un immaginario centro, ha ormai da tempo lasciato il posto a quello bipolare con tendenze centrifughe. Al di là delle paralisi del Congresso nella politica interna, al di là del non prendere alcuna decisione su i temi più caldi, indecisione frutto di una radicalmente opposta visione, tra l’altro amplificata dal circuito mediatico sempre interessato al format “sangue&arena”, è la politica estera quella che sconta più gravemente la paralisi politica.  La sommatoria dei problemi (globalizzazione, paura di perdere il mondo, di non capirlo, di non poterlo maneggiare, le diseguaglianze sempre più pronunciate, il divario tra mezzi e costi dell’integrazione delle varie etnie componenti, il sistema di finanziamento della politica ormai interamente a carico delle lobbies, un pronunciato elitismo di contro ad una disaffezione generalizzata verso la politica) porta, nella massa elettorale, spesa_militare_mondiale_siprialla crescita dell’effetto “tana”. Rinchiudersi nelle vaste terre interne, semplificare, ignorare, rifiutare la complessità minacciosa dei nuovi tempi.

A questo punto, Kupchan buttà lì il suo “dover essere”, cosa dovrebbe fare l’Occidente per transitare con meno danni possibili (considerando realisticamente che non saranno nulli) , al nuovo stato di mondo. Le idee sono principalmente rivolte al contesto americano e sono dettate da un sano realismo che, nel paese culla dell’idealismo pragmatista, è merce poco compresa.

In pratica, l’Europa dovrebbe adottare un populismo progressista ideale che vanti i pregi dell’Unione e tenda a creare consenso verso una maggior proiezione verso l’esterno. Gli USA dovrebbero adottare un populismo progressista razionale che cambi l’atteggiamento sconsiderato del “laissez faire”, irreggimenti la finanza, riveda l’atteggiamento acritico verso la globalizzazione, gestisca la necessaria e vitale immigrazione, riveda il sistema di finanziamento della politica e l’intera macchina elettorale per riportare i cittadini alla politica, punti a ritirarsi strategicamente da molti e costosi impegni internazionali soprattutto militari, si dimentichi delle strategie di “nation building” e “regime change (inconcludenti le prime, pericolose le seconde perché il nuovo può essere peggio del vecchio, vedi Libia). Inoltre, si consiglia di allargare i processi di delega: States-with-the-highest-military-expenditure-in-2012che il Mediterraneo sia un problema degli europei, il Mar della Cina dei giapponesi (da cui gli attuali sforzi del governo Abe di rivedere il famoso articolo 9 della Costituzione), il Medio oriente dei medio-orientali (da cui lo sdoganamento dell’Iran).  Lo wishful thinkig book dello studioso americano, dice che l’Europa dovrebbe essere e fare di più, gli USA, di meno.

Una considerazione interessante vien fatta sulla Cina o meglio sul nostro atteggiamento verso la Cina. Equalizzare le posizioni è il drive ad esempio dell’IMF che consiglia di portare ad una minor distanza i mercati del lavoro occidentale e cinese o asiatico in genere. Bene. Però Kupchan segnala che equalizzazione significa anche prendere ciò che di buono c’è nell’essere Cina: pianificazione strategica di lungo periodo, regolazione dei mercati, sostegno statale alla competitività, investimenti statali potenti in infrastrutture, nell’educazione di massa, potenziamento del sentimento comunitario particolarmente scarso nell’Impero dell’individuo[1]. Insomma, un po’ più stato ed un po’ meno mercato, meno individuo e più comunità. Capirete allora perché s’è detto che il realismo è merce poco richiesta nella terra in cui Obama è un socialista e ci si spara in chiesa.

Un’altra considerazione interessante è a proposito di fatti che non conoscevo (quindi da verificare). Pare che Francia e Gran Bretagna (su iniziativa britannica mossa da “spendiamo meno nel militare”) abbiano discusso di usare le proprie portaerei in World-military-expenditure-by-region-in-2012multiproprietà, sviluppare una brigata assieme, aprire laboratori comuni sul nucleare ed addirittura unire i due arsenali. Ora, l’interesse per l’idea è che quando si dice che uno dei primi moventi del progetto unionista europeo fosse il mettersi nelle condizioni di non potersi più far guerra reciprocamente, la soluzione poteva e potrebbe ancora essere questa: uniamo gli eserciti. Se uno stato nazione non ha il controllo del suo esercito, certo non può fare guerra all’altro. Non c’è alcun motivo che porti, per risolvere il problema della guerra, al dover mettere assieme la moneta, si dovevano mettere insieme gli eserciti e non la moneta. L’idea poi di risparmiare tutti un po’ di soldi e dotarsi di una forza esclusivamente difensiva, magari indipendente dalla NATO, non è male in sé.

Si arriva così alle conclusioni. Kupchan avverte ancora una volta che: a) l’Occidente perde e sempre più perderà sia il primato materiale che ideale nel mondo; b) il mondo avrà una pronunciata pluralità ed eterogeneità di soggetti; c) mai, nella storia planetaria, si è avuta una rete così estesa di interdipendenze. Ne deduce che se nella prima fase della storia globalizzata, si è avuto prima l’ordine bipolare, poi brevemente quello unipolare, sarà la prima volta che avremo un globo unico ed interconnesso con player eterogenei e plurali in un “disordine” complesso. In realtà, il concetto di disordine è qui in veste di giudizio. Non è affatto detto che quello complesso sia un ordine meno ordinato di quello fissamente gerarchico, anzi, in genere è il contrario (vedi il mondo fisico, chimico, biologico sebbene questi mondi non siano in analogia con quello umano). L’interesse Occidentale dovrebbe allora esser quello di favorire una transizione pacifica al nuovo scenario, impostando le regole assieme ad altri, così come si fece a Westfalia, a Vienna, a Versailles, a Bretton Woods. ImmagineDNé i modelli di politica interna (il consenso tra “democrazie”), né quelli economici (l’interesse alla comune rete dei commerci[2]) possono fungere da ordinatori, l’unico ordinatore possibile è la logica sistemica delle relazioni internazionali, dell’equilibrio di potenza, la logica geo-politica.

Secondo quale parametro definire i membri della comunità internazionale che debbono contrattare il nuovo ordine mondiale? Kupchan, realista difensivo[3], propone il concetto di “governance responsabile”. Sono soggetti a governance responsabile, quegli stati che, non importa in che modo (autocratico, personalista, populista e financo teocratico), “s’impegnano a promuovere il benessere e la dignità dei propri cittadini e non violino regolarmente il diritto internazionale compiendo atti d’aggressione verso altri paesi”. Insomma, abbandonare la retorica della superiorità della democrazia liberale, dei diritti liberali e l’adeguamento forzoso ai propri canoni di riferimento. Non si esportano le civiltà, le costituzioni, le storie; ognuno ha l’inalienabile ed insindacabile diritto a sviluppare internamente la propria civiltà, la propria costituzione materiale e formale, la propria storia. Quello che attiene all’interesse planetario è solo riconoscersi tra interlocutori che hanno legittimità e la legittimità è data dal rappresentare in qualche modo i reali interessi di questo o quel popolo e non andare in giro a molestare il prossimo. Compromesso, tolleranza, pluralismo, i tre ingredienti che risolsero il difficile passaggio alla modernità in GDP-projections-to-2050-g-008Occidente, secondo Kupchan, dovrebbero essere anche quelli che accompagnano la nuova transizione di fase.

Lo studioso americano chiude rimarcando, come altri hanno fatto ormai da tempo, che la temuta scomparsa dello stato-nazione non sembra d’attualità (forse si proietta la crisi dello stato-nazione europeo sull’universale com’è tradizione di questa parte di mondo che si ritiene “il mondo”), in realtà sta accadendo l’esatto contrario. La presenza della pluralità eterogenea dovrà riflettersi, nel suo peso proporzionale, nelle organizzazioni multilateriali di governance settoriale (Consiglio di sicurezza ONU, IMF, WB), potenziando il G20 e prevedendo una sua versione ristretta (un nuovo G7: USA, EU, Jap, Bra, Chin, Ind, Rus) per le questioni più gravi ed urgenti. Altresì si dovranno potenziare, come già sta accadendo, le organizzazioni regionali (Asean/Asia, Gcc/Golfo, Ecowas/Africa, Unasur/Sud America), rivedere i  principi della globalizzazione e regolamentare quelli finanziari. A gli USA rimarrebbe il compito di ristrutturare anche la propria filosofia d’azione sul mondo e prima ancora rivedere il proprio disordine interno, evitando di rinvigorire gli istinti libertariani (tra cui i Tea Party) che puntano all’isolazionismo. Molto della transizione pacifica o bellica ai tempi nuovi, dipenderà dagli Stati Uniti, dall’accettazione o meno, di una transizione alla contrazione di potenza.

Terminiamo qui senza aggiungere giudizi o critiche se non che il libro è ben fondato ed argomentato. Seguirà la lettura dell’ultimo Kissinger (Ordine mondiale) che ha ancora una suo peso nell’ambiente dei decision maker americani ed alla fine torneremo su tutta la faccenda con un nostro articolo che tenterà analisi e previsioni sulla nuova complessità del mondo.

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[1] Servizio civile obbligatorio, comunità virtuali, democrazia diretta potenziata, attivismo ambientale.

[2] Che l’autore, giustamente, rileva esser uno dei motori dei possibili conflitti.

[3] Kupchan, nell’ambito delle teorie di politica internazionale,  dovrebbe appartenere alla scuola moderna realista difensivista (per qualche strana ragione non ha una specifica voce Wikipedia) : https://en.wikipedia.org/wiki/Defensive_realism#cite_ref-20. E’ membro dell’Advisory board della fondazione Italianieuropei

> La recensione che ne diede il manifesto, l’anno scorso (qui)

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TRA L’EUROPA IMPOSSIBILE E LA NAZIONE IMPOTENTE. Ridefinire il progetto per i tempi a venire.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa ed i suoi principali stati componenti, si svegliarono in un nuovo, inedito, mondo. Per la prima volta nella storia, il mondo andava connettendosi in modo tale da presentarsi come un sistema unico. Per la prima volta nella storia degli ultimi quattro secoli, l’Europa non era più il centro del mondo, le proprie diatribe interne non diventavano la trama che si proiettava sul resto del pianeta e soprattutto, nessun attore europeo poteva ritenersi vincitore di alcunché avendo tutti perso, sia la guerra, sia la legittimità culturale a porsi come modello di riferimento. Il dopoguerra si presentò come una tenaglia che stringeva una Europa devastata e smarrita, tra la pressione americana e quella sovietica. Successivamente, la globalizzazione rese chiara la vastità del mondo e fece emergere nuove potenze. Lo stato nazione europeo, cioè di piccola-media dimensione in un ambiente eccessivamente frazionato e competitivo, nasce dentro uno scenario eurocentrico ma oggi lo scenario non solo non ha più centro in Europa ma forse non ha neanche centro in sé per sé. Da qui, la crisi del concetto stesso di stato-nazione europeo.

Questa crisi oggettiva alimentò le prime idee sul superamento dello stato-nazione europeo che si posero la domanda del “come”?  Le possibili risposte furono di due tipi: una fu quella logostatiunitieuropa1spinelliana ovvero trasformare l’ambiente europeo da anarchico ovvero generatore di continue guerre, a gerarchico (o auto organizzato), cioè ordinato da un principio politico federale; l’altra fu quella geo-politica-economica ovvero prendere atto che nel mondo attuale e futuro, la singola unità stato nazionale di tipo europeo non aveva alcuna chance di sviluppare la propria economia e mantenere la propria autonomia poiché troppo piccola e fragile in rapporto ai problemi del nuovo mondo ed ai principali player di questo nuovo ambiente. Queste due considerazioni furono le stesse di coloro che, detti “padri nobili” del progetto europeo, si mossero nel dopoguerra, per costruire il nuovo progetto. Tali “padri nobili” erano dichiaratamente “elististi” ovvero consapevoli di vedere cose, nutrire preoccupazioni, coltivare visioni, non condivise a livello di massa[1]. Di contro però, quelle stesse élite si trovarono in contraddizione con se stesse dal momento che risultava davvero difficile, anche per loro, immaginare una reale superamento dello stato nazione. Nessuno di loro, in concretezza, ha mai nutrito reali intenzioni fusionali ovvero immaginare lo scioglimento concordato e progressivo di quelle stesse strutture nazionali che determinavano il loro status di élite. Si convenne così di mettere assieme prima uno o più mercati, poi la moneta[2]. 9788804557920gMettere assieme la moneta significava più che altro togliere la moneta dalla disponibilità delle varie e conflittuali politiche economiche ancora separate tra stati[3].

Com’è noto, la Germania , per aderire al nuovo sistema della moneta unica, pose le sue condizioni: a) non si fanno politiche monetarie espansive (principio di recente derogato da BCE ma ancor oggi mal digerito dai tedeschi) per paura dell’inflazione (detta anche “stabilità dei prezzi”) e non si manipolano i cambi; 2) non si prestano soldi a gli stati.  Questa posizione tedesca, non è cosa recente. Quanto a  politica monetaria è lo standard tedesco dal dopoguerra, con governi democristiani e con governi socialdemocratici, ancora prima che esistesse quel qualcosa che noi chiamiamo “neo-liberismo”. Tecnicamente, è una posizione forgiata negli anni ’30, intorno ad un gruppo di economisti tedeschi che poi diedero vita ad una rivista che si chiamava “Ordo” (da Ordnung = ordine) e che non sarebbe neanche poi così conservatrice in sé, avendo una certa sensibilità sociale sebbene articolata molto diversamente da come la s’intende nel liberalismo anglosassone o nelle socialdemocrazie keynesiane.  Questo significa che i tedeschi, a differenza di tutti gli altri che hanno nel tempo usato la moneta diversamente, hanno costruito una società ed una economia in grado di operare al netto di questo uso più tradizionale della moneta, il che li rende “unici”. Né infatti i britannici, né i giapponesi, né i cinesi, né gli americani, né alcun 9788807103896_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleeuropeo prima dell’euro, ha mai (e mai nessun’altro nella storia) trattato la moneta in questo modo rigido, tra l’altro perché, la moneta è. in teoria, esattamente l’opposto essendo un elastico che si tende o s’accorcia in controtendenza all’andamento dei corsi economici[4].

Se per ipotesi, dovesse formarsi una maggioranza politica interna all’eurozona, in grado di derogare a quei due punti (il che porterebbe alla necessità di riscrivere e ri-approvare daccapo i trattati), la Germania uscirebbe dall’euro. Ma non sarebbe sola. Altri paesi infatti la seguirebbero. Costoro, quelli che nelle cartine degli schieramenti dei falchi e le colombe nei giorni delle drammatiche trattative con i greci, erano appunto i “falchi”, sono una periferia tedesca quanto ed economie ovvero hanno nelle Germania il loro grande centro dispensatore di export ed acquirente di import. Nessuno di questi ha motivi precisi per essere monetariamente ordo-liberale, né lo è stato prima dell’euro. Semplicemente, sono con la Germania perché appartengono ad un sub-sistema di interdipendenze che oltre che economico è anche banco-finanziario, culturale e forse anche geo-politico. Non c’è nessun popolo da liberare dentro questo sub-sistema, sia il popolo, sia le sue élite, pensano così come pensano i tedeschi ed i tedeschi pensano così, sia che li si prenda nella versione Merkel, sia che li si prenda nella versione Schulz, sia che li si prenda come popolo, sia che li si prenda come élite. In un certo senso, questo è il loro “contratto sociale” che regola la loro convivenza e si fonda su uno strato profondo da cui il sistema e i modi economici emergono da quelli storici, culturali e financo religiosi. Stante questo impianto di euro, cioè questa definizione di ruolo della banca centrale, anche altri popoli, praticamente tutti, vedono di malocchio il fatto che nel proprio già ingessato bilancio debbano far posto a presunti trasferimenti di solidarietà verso chi è più malmesso fuori dei propri confini (anche dentro i propri confini come si verifica in Italia tra Nord e Sud e non solo)  e quindi nessuna oggi mancante unione fiscale Di-Nolfo-cover-258o bancaria, sopperirà all’indisponibilità alla comunitarizzazione dei debiti. L’unica comunitarizzazione dei debiti sarebbe possibile se portata in capo alla banca centrale ma, come detto, la Germania uscirebbe dal sistema un secondo dopo e con lei la sua galassia.

Si noti che tale questione, a pensarci freddamente, è anche “comprensibile”. Un comprensibile non condivisibile per opposto interesse e predisposizione. Dacché il trarne realisticamente le conseguenze: non si possono fare unioni, né monetarie, né fiscali, né economiche in senso più stretto e quindi, politiche, tra i tedeschi (e la loro galassia) e gli altri, cioè noi. Anche volendolo. Può darsi che un giorno, i tedeschi recedano da questa loro atipica posizione o che gli altri si conformeranno con un grado di minor differenza relativa rispetto ai tedeschi ma quel giorno non è oggi, né l’immediato domani. Uniformare la eterogeneità e complessità dei vari paesi europei all’ordine teutonico, solo perché si aveva la stessa moneta, farlo senza copiosi investimenti e molto ma molto tempo a disposizione tenendo realisticamente conto dell’alta complessità data dalle reciproche differenze strutturali e dando la Germania come parametro fisso e tutti gli altri come “aspiranti piccole germanie”  è stato il problema, il dramma, dell’euro. L’Europa 9788842090106dei popoli è una petizione di principio che sogna una love story con una fidanzata innamorata di un altro ed a cui tu, oltretutto, forse un po’ servi (se fai il servo) ma non piaci proprio.

Il processo della presunta e tutta da dimostrare volontà di unificare gli europei, in più di cinque decenni, ha quindi prodotto prima un sistema di mercato un po’ più omogeneo internamente di quanto non lo fosse al suo esterno, poi una valuta comune, inchiodata ad un trattato (di 23 anni fa), tecnicizzata e resa amorfa dall’impossibilità di usarla per come normalmente viene usata da tutte le stato-economie. I paesi non dell’ordine teutonico, hanno avuto governi liberisti (sia nella versione “popolari”, sia nella versione “(pseudo)socialisti”) che hanno sfruttato il vincolo posto dai tedeschi, per escludere in via di principio ogni politica anche debolmente keynesiana e torcere la propria società verso l’adeguamento strutturale. Adeguamento strutturale, compiuto in modo forzato e frettoloso, a gli standard dell’economia globale secondo la visione neo-liberista, scaricando tutto e solo sulle classi medie e basse, il costo di adeguamento.  Si arriva così allo stallo odierno.

Non si procederà oltre verso le ipotetiche unioni fiscali e bancarie, sino a che non si porterà ad un più alto grado di omogeneità, la struttura economica delle singole nazioni parti del progetto. Omogeneità auspicata che però è in drammatica contraddizione ed attrito con le condizioni di partenza: forme molto eterogenee, situazioni debitorie ereditate dal passato, mentalità del tutto diverse, opinioni pubbliche del tutto distanti sia dal processo che dalle sue ragioni di fondo, sostanziale non funzionamento di molte economie quindi di molte società nazionali impedite al ricorso ad una propria politica monetaria tradizionale così come fa qualsiasi altra economia-stato in un mondo sempre più complesso e difficile. Il progetto euro, forgiato in piena “fine della Storia” con indici di crescita generalizzata non ha fitness con un oggi di piena ripresa dei corsi storici e generalizzata decrescita (o crescita apparente). Da ultimo, il vero e proprio “scandalo” della trattativa eurocrazia-Grecia e del come è stata condotta davanti a gli occhi esterefatti delle opinioni pubbliche, risvegliate dal coma retorico che circondava il concetto di euro e di Europa. morgenthauDi tutti questi problemi che si pongono di traverso alla continuazione del processo di adeguamento strutturale, il più decisivo e quello di cui le élite, prese da una sorta di furore ideologico ottenebrante , non hanno tenuto debitamente conto, è il “non funzionamento”. Le società-paese, dilaniate da bassi salari e bassa occupazione, da precarizzazione e riduzione delle politiche sociali, hanno prodotto anticorpi politici che mediamente pesano un quarto del corpo elettorale ma che come nel caso greco (Syriza), come minaccia di esser anche la Spagna (Podemos) e forse anche l’Irlanda (Sinn Fein), hanno davanti a loro quella crescita che è alimentata dalla non crescita economica e dagli attriti dell’adeguamento strutturale a tappe forzate. Tanto più crescerà e si diffonderà la resistenza all’adeguamento strutturale, tanto prima la Germania e la sua galassia se ne andranno per conto loro.

Gli “anticorpi politici” al processo di adeguamento strutturale portato avanti dalle élite europee, si dividono in due sottogeneri: a) una diversa interpretazione di Europa; b) il rifiuto di ogni difficoltà di composizione di un qualsivoglia processo di unificazione europea, il ritorno alla piena sovranità nei confini nazionali, quindi alla propria moneta.

La prima posizione, la posizione diciamo di “Europa democratica e di sinistra” (solidale, comunitaria, keynesiana, democratica) prende il setting delle due formazioni europee (l’eurozona a 19 e l’Unione a 28) e le immagina ordinate in modo alternativo ed opposto a quello espresso dalle élite neo-liberiste/ordo-liberiste. Invero, sul punto si fa una certa confusione poiché si nota solo il disegno neo-liberista e non si nota invece il blocco concettuale monetario imposto dalla Germania per aderire al processo. Si pensa quindi possibile, in base ai rapporti di forza politici oggi decisamente perdenti per chi coltiva kantquesta idea di “altra Europa” ma sempre passibili di teorica inversione, mantenere il sistema ma interpretarlo diversamente. Durante le drammatiche trattative greche di Bruxelles, Juncker, ha avuto gioco facile a dire che i pronunciamenti della democrazia greca (il No al referendum) andavano certo rispettati ma mediati con quelli delle altre 18 democrazie. C’era certo della falsa argomentazione relativamente a deduzioni di pronunciamento delle altre “democrazie” che in realtà non si sono espresse direttamente sul problema ma c’era anche qualcosa di più solido e concreto perché  molto verosimilmente, il blocco del nord esprimeva una stessa posizione, stessa delle élite e della maggioranza del popolo. Al di là poi della contingenza, questa posizione dovrebbe interrogarsi sul fatto che, per invertire i rapporti tra élite e popolo è quantomeno necessario un profondo cambio di paradigma da monetario-economico a politico. Il primo problema è che i criteri di composizione di una unione monetaria non sono i criteri di composizione di una unione politica ed in fondo, neanche i criteri di una unione economica. Ciò che è teoricamente compatibile nella ipotesi moneta unica, non lo è necessariamente per l’unione economica (e ne vediamo la conclamata dimostrazione nei malfunzionamento economico dell’euro), né tanto meno per l’unione politica a partire dall’insolubile problema di deficit di una opinione pubblica stante la reciproca incomprensione linguistica. Niente popolo, niente opinione pubblica, niente democrazia.

Inoltre, credo si sia talmente immersi in un sonno dogmatico facilitato dal fatto che realmente l’unione politica non la vuole davvero nessuno, da non accorgersi che essa non ha un piano teorico a cui riferirsi e non ha nessuna immediata possibilità di esser approntata, non ha alcun “popolo” che la sostiene davvero. La stessa idea di unire da zero, 19 stati nazione di origine europea, stati del nord e del sud, occidentali ed orientali, grandi e piccoli, prospicienti l’Eurasia e prospicienti il Mediterraneo, se ci ferma un attimo a pensarla seriamente, risulta del tutto infondata. Anche gli studi di fattibilità per il TAV hanno un volume di parole e cifre scritte su carta ben maggiore di quelle che dovrebbero dettagliare chi, come, quando, in che modo e perché dovrebbe unire 19 o peggio 28 differenti stati-nazione. La stessa produzione teorica sull’argomento è impressionantemente scarsa. Ci si renda conto che il Manifesto di Ventotene è un documentino di poche decine di pagine, che molti forse non hanno neanche letto, che dice assai poco, lo dice male, lo dice come reazione all’anarchia conflittuale della politica internazionale sub continentale e proviene da un punto di vista di settanta anni fa. Infine, ogni ipotetica reale comunitarizzazione nel sub-continente, dovrebbe risolvere il problema delle reciproche partite debitorie e l’unico modo di farlo davvero è portare tutti i debiti dentro una clearing union gestita dalla banca centrale, solo che a questo punto, come detto, la Germania e con lei la galassia del nord, lascerebbe la compagnia.  41H-owgD-oL._SY344_BO1,204,203,200_Dettagliando meglio il significato di “altra Europa” di modo da farlo uscire dal limbo delle petizioni di principio, si scoprirebbe, che semplicemente, Europa al singolare, è solo e solo può esser il nome geografico di una sub-continente. Le europe reali sono plurali e così quelle possibili di evolvere a possibili unioni. Già oggi ci sono più di 40 stati in geografia politica, 28 in una forma debole di coordinamento, 19 in una forma stretta di coordinamento monetario. Occorre filtrare le europe possibili dentro una griglia di chiare e dettagliate intenzioni politiche, geopolitiche, economiche e culturali prima di stabilire il setting di una possibile, vera unione politica tra le più parti di questo eterogeneo universo.

Bisogna farlo perché più che il rischio della guerra (mentre quello del grande ritorno delle nazioni e dei conseguenti nazionalismi è assai meno improbabile), c’è la certezza di trovarsi in un nuovo ambiente in cui,  con la prossima decuplicazione della popolazione mondiale[5], si sarà creata una paurosamente ampia inflazione di complessità. Il mondo non è più quello del dopoguerra e men che meno quello dell’inizio secolo se non del XIX° secolo, secolo da cui provengono tanto l’ideologia liberal-capitalista, quanto la sua negazione-critica marxista. La reazione semplificata del secondo punto di vista, quello “sovranista”, per la quale all’esproprio monetario condotto da perfide élite neoliberali bisogna rispondere col più classico dei simmetrici contrari ovvero con il ripristino della sovranità monetaria sotto il controllo politico degli interessi vagliati democraticamente, agisce dentro una schema riduzionista, tutto interno al “noi”. Ma i problemi, oggi, non sono solo a quale “noi” riferirsi in senso astratto ma a quale ambiente questo “noi” dovrebbe opporre la propria sovranità. Questo riflesso che ha molta logica intestinale e non a caso è soggetto all’attributo di populismo (per quanto vaga ed ambigua sia questa categoria) ragiona come se il tempo non fosse trascorso ed il mondo che è e sempre più sarà, fosse reversibile ai “Gloriosi Trenta” del dopoguerra.

cops3E’ un fatto che la pattuglia di quei paesi europei, una volta al top della classifica del G8, sia regredita al punto da modificare la categoria che è passata al G10 o al G20 per dissimulare questo crollo di peso relativo. Questo crollo di peso relativo ha significati economici, demografici, politici, militari, culturali, ambientali oltreché finanziari e valutari. Nell’ambito della politica internazionale, esistono teorie riduzioniste (che vedono problemi solo a partire dall’interno degli stati o delle economie di certi stati) e teorie sistemiche (che vedono problemi nelle relazioni tra gli stati o tra le economie degli stati ma anche che vedono effetti sistemici sulle parti che non sono prerogative delle parti stesse)[6]. Il crollo dello stato nazione europeo è di natura prevalentemente sistemica. La semplice contabilità della popolazione degli stati più importanti oggi (Cina, India, USA, Russia, Brasile Giappone, sono tutti più grandi del nostro più grande che è la Germania), la loro spumeggiante demografia di contro a quella depressa del sub-continente,  l’analisi del loro contesto (quanto spazio di relazione hanno intorno a loro), la potenza di avere grandi mercati interni e prospicienti, quindi grandi aziende, quindi molto income fiscale da devolvere ad esempio alla ricerca (ed anche ricercatori stante che i piani di sviluppo cinese puntano a sfornare quasi 200 milioni di studenti usciti da college ed università, nell’immediato futuro, due terzi di tutta la popolazione dell’eurozona), la loro eventuale potenza militare, la dotazione di materie prime, l’essere in molti casi nella fase di prima crescita quando quelle europee sono tutte economie più che mature, la sopravanzante possibile espansione culturale, la varietà dei vari regimi politici che esprimono,  dicono del venirsi a formare di una plurale megafauna che dominerà un pianeta di probabili 10 miliardi di individui, di cui l’Europa tutta, sarà solo un risibile 5%. Anche solo sedersi ad un tavolo per discutere i regolamenti bancari, piuttosto che le politiche ambientali, il dirimere le questioni geopolitiche, migratorie, nucleari, sarà precluso a chi conta meno di niente. In questo contesto, avere una banca stato nazionale che stampa valuta sarà come il poter decidere che vestito mettersi per uscire a dar battaglia con la fionda contro le bombe atomiche.

Nessuno-controlla-il-mondo1Se quindi dobbiamo muoverci in avanti, così come furono costretti i francesi poi gli inglesi, poi gli spagnoli nel XV° secolo quando si capì che il frazionamento feudale doveva esser ricomposto ad un più alto livello di sintesi che è quello che determinò la nascita dello stato-nazione (che alcuni, erroneamente, considerano  una invenzione del capitalismo del XIX° secolo), dobbiamo porci il problema di quale nuovo veicolo istituzionale inventare. Tale veicolo, è evidente ormai a tutti,  non può essere un marcottage sclerotico di “diversi” uniti da un vincolo monetario, né una blanda unione economica e non potrà essere tantomeno l’isoletta nazionale. Dovrà per forza di cose essere una unità stretta di tipo politico, quindi fiscale e legislativo, quindi militare che, per la storia dell’Europa, non potrà che essere federale. Ma se è anche evidente che non si può unire partendo da zero, venti o peggio trenta paesi, l’uno profondamente diverso dall’altro[7] occorrerà procedere per gradi progressivi di possibilità. Se si analizzano questi gradi, una certa qual similarità culturale, linguistica, economica e di comune interesse geopolitico sarà altresì necessaria. Si arriverà quindi a scuoterci dal bivio dogmatico “Europa dei popoli” vs “Sovranità nazionali”, bivio imposto da chi ha promosso l’unione monetaria ed oggi dai più accettato come fulcro del problema di tutti i problemi e si scoprirà che il ragionamento approda altrove: ad una unione federale democratica dei paesi latino-mediterranei, ad una federazione democratica dei paesi del Nord Europa, ad una federazione (se vorranno farla) dei paesi balcano-danubiani[8]. Queste federazioni potranno poi, a loro volta, stringere patti di coordinamento, di scambio, di cambio ma ciò che è importante, è l’idea di iniziare la costruzione di  nuovi soggetti geo-storici basati su solidi pre-requisiti di possibilità. Uno di questi non ha nulla a che fare con la moneta o con l’economia ma con quella cosa che condizionò la precedente formazione dello stato europeo, la nazione, ovvero un “germe di popolo” che tale è primariamente se s’intende nel comune discorrere, ovvero, se parla una lingua simile. Nel nostro caso specifico, l’insieme delle lingue neo-latine o romanze, lingua senza la quale non c’è discorso politico di massa, senza il quale non c’è democrazia, senza la quale non c’è alcuna unione possibile nell’Europa del secondo millennio.

R240052936Solo dopo, popolari, socialdemocratici, conservatori, progressisti, destre e sinistre di varia foggia, potranno disputarsene l’egemonia politica. Prima ancora, è il puro e semplice realistico interesse di spagnoli, francesi, italiani, portoghesi, maltesi, ed anche ciprioti e greci[9] , il puntare alla creazione di un nuovo stare assieme per mantenere una qualche condizioni di possibilità di autonomia in un mondo in cui dominerà la megafauna. La federazione mediterranea conterebbe poco più di 200 milioni di cittadini, la seconda o forse terza economia per Pil, una posizione di leadership produttiva in molti settori (alimentare, turismo, beni di lusso, etc.), una più che discreta autosufficienza, una cultura alta e bassa ampiamente comune, interessi e prospettive geo-politiche comuni (il Sud America, l’Africa), una potenza atomica con seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU, problemi comuni urgenti come le migrazioni mediterranee e la stabilizzazione del mondo islamico, la stessa necessità di una banca centrale soggetta al potere politico democratico, attenta al cambio e prestatore di ultima istanza[10]. Tale soggetto geopolitico potrebbe anche prendersi carico della necessità di dare un futuro meno anglosassone al concetto di Occidente e nello specifico, emanciparsi dalla tutorship americana che sempre più sarà impregnata nella impossibile partita di difesa della sua leadership planetaria. Partita che non si vede che interesse debba avere per noi che viviamo qui col problema arabo o africano, che non abbiamo motivi di attrito con russi e cinesi, che avremmo vantaggio a porci come popoli antichi e saggi che ripudiano le guerre ed amano la vita tranquilla, amici di tutti, servi di nessuno.  Il mondo già è, e sempre più sarà, multipolare, ma per non subire le altrui determinazioni bisognerà esserne uno dei poli. L’autonomia che è l’essenza della democrazia, si ri-ottiene a partire dal pensiero. Non si può e non si deve subire il modo di porre il problema da parte di chi ha pensato la soluzione dal suo punto di vista. Il nodo del cambio di paradigma da monetario-economico a politico, nell’Europa a 19, con la Germania e suoi satelliti, è impossibile da sciogliere. Data questa impossibilità, rimbalzare meccanicamente secondo la partizione della logica dialettica al suo contrario, il ritorno allo stato-nazione in cerca di orgogliosa autonomia, è condannarsi all’impotenza ed alla certa, totale,  futura eteronomia.

La soluzione alla crisi dello stato-nazione europeo è nella logica realistica dell’interesse geo-storico. L’unico pennino con cui la Storia scrive se stessa.

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> Se ne parlò già due anni fa, qui.

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[1] Questo dimostra la debolezza sostanziale delle nostre democrazie. Che il “popolo” non vedesse e non veda questi problemi non è sintomo del fatto che le élite tramano nel buio del loro egoismo interessato ma sintomo del fatto che i “popoli” vivono in un microcosmo protetto in cui rimangono ignari dello stato oggettivo delle cose che contano davvero.

[2] Sulle origini dell’euro, sulle preoccupazioni di Mitterand per la nuova Germania riunificata molto si è detto. Qui consideriamo la vicenda in un senso più generale.

[3] Esistono anche interpretazioni più elitiste ovvero quelle che immaginano una sorta di accordo di alcuni cospiratori tutori degli interessi capitalistici europei ed internazionali che disegnarono a bella posta, una sorta di struttura che rovesciasse il primato politico democratico in favore delle dinamiche economiche e banco-finanziarie. Tra il probabilmente ed il sicuramente vi furono anche di questi interessi organizzati ma tale visione tende ad occultare il problema della crisi del concetto di stato-nazione europeo che noi riteniamo “oggettiva”. Occultandolo ne conseguono la possibile reversibilità e ne concludono in favore di ipotetiche teorie dell’autonomia monetaria in una lettura tutta monetarista della complessità del mondo.

[4] Si noti il fatto che la politica monetaria nel concetto ordo-liberista è profondamente diversa da quella del concetto neo-liberista. In comune, le due impostazioni hanno (in economia) il primato del libero mercato come unico ordinatore del fatto economico ma mentre la prima impostazione, in economia monetaria ha generato l’euro, la seconda ha generato Greenspan.

[5] Decuplicazione dal 1850 (1 miliardo) al 2050  (10 miliardi).

[6] Kenneth N. Waltz, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987

[7] Il presunto concetto “Stati Uniti d’Europa” è la più classica delle false analogie. A parte il fatto che gli Stati Uniti si forgiarono nella fucina bellica prima di una guerra d’indipendenza e poi di una guerra civile, la popolazione interessata all’avvenimento era di poche decine di milioni di individui e non di centinaia, non avevano una lunga tradizione storica divergente, parlavano la stessa lingua ed avevano la stessa religione, vivevano in un sterminato ambiente ricco di possibilità e condussero i loro rivolgimenti storici urtando solo quelli dei britannici, senza cioè l’influenza interessata di molte altre potenze che vedrebbero la nascita di una nuova euro-superpotenza planetaria, con occhio certo meno indulgente.

[8] Una delle stranezze poco notate dell’attuale dibattito euro-Europa, è che esso è per lo più condotto da economisti. Gli economisti vanno benissimo in sede analitico-critica (ed anzi, come ha sottolineato E. Brancaccio, se si parla di questo oggetto che almeno ci sia la sufficiente, minima, conoscenza di ciò di cui si sta parlando)  poiché l’oggetto di discussione è una moneta ed i suoi riflessi economici ma non si vede cosa possano dire di particolarmente sensato, gli economisti, quando si debbano aggiungere le necessarie considerazioni politiche, geo-politiche, storiche e culturali. L’idea di tre aree valutarie-economiche-politico/federali è stata comunque espressa anche da economisti, Bruno Amoroso tra tutti (qualcosa di simile si trova anche in L. Vasapollo ed altri ancora).

[9] I greci non sono neolatini ma possono colmare il gap in tempi ragionevoli come già l’hanno colmato con una diffusa conoscenza della lingua inglese. E’ più facile incontrare un greco medio che parla una qualche primitiva forma di inglese che un italiano o un francese medio.

[10] La crisi dello stato nazione europeo ha anche un altro sintomo, quello delle ipotetiche secessioni ed autonomizzazioni (scozzese, catalana, corsa o alto-atesina, fiammingo-vallona etc.). L’idea delle federazioni potrebbe andare incontro a questa reazione localista, poiché le federazioni sono ben in grado di concedere un certo concreto grado di autonomia alle parti pur rappresentando un ordine comune di livello superiore al singolo stato. Del resto, le considerazioni fatte per l’insostenibilità dello stato-nazione europeo valgono a maggior ragione per la Scozia o la Catalogna sovrana a meno di non farle diventare tutte paradisi fiscali come il Liechtenstein ed il Lussemburgo. Del resto, l’idea di una federazione di ex stati si coniuga alla perfezione col concetto di regione, così come il concetto di democrazia partecipata e diffusa.

> Articolo uscito quiqui, qui ed altrove.

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AH, I FILOSOFI…

Comunque andrà a finire la trattativa di Bruxelles, è giunta l’ora di resettare la nostra immagine di mondo su gli eventi europei e farci una nuova strategia di navigazione nei procellosi mari del cambiamento.

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Quello che ci si para davanti non è esattamente ciò con cui credevamo di avere a che fare. Lo spazio dei concetti a cui attingiamo per il pubblico dibattito è ingombro di false o imprecise individuazioni. L’Europa dei popoli non è soluzione ad alcunché perché sono i popoli d’Europa ad essere oggettivamente divisi. L’Europa delle banche ha qualche verità in più ma bisogna vedere poi le banche di quali paesi perché “le banche” sono certo membri dell’insieme “sistema bancario” ma sono anche membri dell’insieme “nazione” e quando gli interessi tra le nazioni divergono, divergono anche quelli tra le banche. La leggenda nera del neoliberismo ha una sua qualche sostanza ma se ne esagera la capacità di dominio. Trattasi certo di ideologia a cui attingono gran parte delle élite europee ma da tempo, i paesi mediterranei-latini sono in un double-bind schizofrenogeno poiché usano il ricorso all’ideologia dominante per svolgere politiche che mantengano in piedi il sistema econo-finanziario che ordina tutte le società occidentali ma ne patiscono gli effetti dato che, tecnicamente, non se la possono permettere avvantaggiando così economie-paesi concorrenti. Il neoliberismo in salsa teutonica che per altro si chiama ordoliberismo (vedere M.Foucault, Nascita della biopolitica, Corso del 1978-79 ah, i filosofi…) è per l’appunto un pensiero costruito e quindi idoneo semmai per i tedeschi, come il neo-liberismo con moneta generosa e liberissimo mercato è un pensiero costruito ed idoneo semmai per gli anglosassoni, così come il keynesismo è un pensiero meno connotato nazionalmente ma comunque idoneo in casi di ciclo discendente di corsi comunque portati a crescere nel lungo periodo mentre noi tutti ci troviamo in corsi destinati a decrescere nel lungo periodo. La sovranità monetaria in un singolo paese poi, è semplicemente un falso concetto poiché una “singola nazione”, oggi, a meno di non essere grandi e potenti, non ha sovranità su niente.

Ma non volevo tediare con le cose economiche, come ho letto recentemente e mi scuso per il non ricordarmi l’autore, condivido il pensiero “qui non ci occupiamo di economia perché non trattiamo questioni di fede”. Ci occupiamo invece del vecchio caro T.Hobbes – 1651 (ah, i filosofi…) ovvero del sempiterno tutti contro tutti che agita il rapporto tra gli stati.

Così, visto che gli eventi greci stanno facendo affiorare il problema ed il problema è che Germania, Olanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Estonia e Lituania sembrano decise a porre un bivio “o giocate alle nostre regole o noi ci facciamo un gioco per conto nostro”, riesumo uno scritto di due anni fa e lo ripropongo alla benevola attenzione dei lettori (qui).

Si tratta dello sviluppo di una idea ripresa da G.Agamben – 2013 (ah, i filosofi…) che a sua volta riprendeva le idee di A. Kojève – 1945 (ah, i filosofi…), che Hollande farebbe bene a rileggere, l’unione dei paesi latino-mediterranei. Laddove si dimostra che: “La filosofia, più rigorosamente, è la disciplina che consiste nel creare concetti. […] Creare concetti sempre nuovi è l’oggetto della filosofia. E’ proprio perché il concetto deve essere creato, che esso rinvia al filosofo come a colui che lo possiede in potenza o che ne ha la potenza e la competenza. […] I concetti non sono già fatti, non stanno ad aspettarci come fossero corpi celesti. Non c’è un cielo per i concetti; devono essere inventati, fabbricati o piuttosto creati e non sarebbero nulla senza la firma di coloro che li creano. […] . Da “Che s’è la filosofia” 1991 G. Deleuze, F. Guattari. Ah, i filosofi…

Forse i filosofi possono salvarci dai banchieri, dai politici, dagli economisti, dai generali, dai preti? Chissà, si dice sia filosofo colui che si pone le domande giuste…

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CAMBIARE, TRA IL DIRE ED IL FARE. Cambiamento politico nell’era complessa.

La vicenda greca si presta ad alcune considerazioni sul tema del cambiamento politico, un tema la cui attualità è indiscutibile per tutti coloro che non sopportano il come vanno le cose nel presente e sono viepiù preoccupati (anche qualcosa di più) per come andranno nel futuro.

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1. Il fronte del malcontento somma tutti coloro che per ragioni concrete (salari, lavoro) e concrete-ideali (giustizia sociale, democrazia, ecologia, sogno di un mondo migliore), soffrono una situazione particolarmente distante dalle loro aspettative.

2. Il fronte ha dunque una composizione assai variegata ed ha avuto, sino ad oggi, scarse possibilità di pesarsi ovvero di rendersi cosciente del suo peso stante che la politica, che è l’attività di conservare-cambiare lo stato di cose, richiede peso sufficiente. C’è il peso inerziale di chi vuol conservare e c’è il peso dinamico di chi le vuol cambiare. In genere, il secondo, deve superare il primo non di poco se si vuole superare l’inerzia che è lo stato naturale delle cose. Deve superarlo di non poco anche perché la messa in moto del cambiamento procederà lungo strade lunghe e tortuose. La lunghezza e la tortuosità della strada del cambiamento è un attrito e l’attrito erode massa al peso del cambiamento per cui, se non si parte da un capitale di peso politico congruo, dopo poco tempo ovvero dopo aver fatto appena l’inizio del lungo percorso, ci si ritrova senza il necessario peso politico.

3. Non c’è solo l’inerzia, la lunghezza e la tortuosità che assieme fanno l’attrito contro il quale la dinamica del cambiamento rischia di perdere massa e dinamica, ci sono anche gli avversari del cambiamento. Questi sono il potere vigente di un preciso stato di cose. Questo potere, rispetto al potere del cambiamento ha molti vantaggi: a) l’esperienza; b) una concreta intenzionalità forgiata nell’abitudine a gestire le contraddizioni concrete del potere; c) il possesso dei mezzi strutturali (il potere del denaro, il comando della funzioni politiche, sociali, economiche, di ordine armato cioè -polizia ed esercito-); d) il potere dei mezzi sovrastrutturali quali l’informazione, gli opinion leaders.

4. In linea ancorpiù generale, mentre la conservazione è riferita ad uno stato di cose che è, il cambiamento è riferito ad uno stato di cose che ancora non è. Questo “non essere ancora” è la sua libertà che ne è anche la sua potenza ma ne è anche la sua indeterminazione in quanto non si sa, a priori, quanta parte della vasta collezione di NO (no a questo, no a quello, basta con i così e con i colì….) potrà trasformarsi in SI e quanta dell’unità verificata su i NO si manterrà una volta che si dovranno produrre i SI (facciamo questo e quello, i così ed i colì…).

5. Il fronte del cambiamento, mano a mano che procede lungo la via dello scontro politico, viepiù se ottiene la possibilità di gestire importanti leve di potere (ad esempio, un qualche governo dei sistemi politici, sociali, economici, culturali, armati) scopre l’interno della “scatola nera”, una conoscenza che non aveva prima di iniziare il suo processo di cambiamento. Prima, aveva coscienza solo degli effetti di ciò che agisce nella scatola nera dei poteri, durante, comincia a scoprire come effettivamente funziona la scatola nera. Questo genera altri due importanti problemi non preventivati: e) si verifica di non avere una teoria del cambiamento specifica non dello stato di cose che si vuole produrre ma di come produrlo attraverso la scatola (non più nera) di cui si sta prendendo conoscenza del cosa è, del come funziona, dei limiti e specifiche condizioni di possibilità che la sua struttura comporta. A questo punto occorrerebbe non solo la teoria generale su gli effetti che si vogliono produrre ma anche una teoria specifica su come maneggiare la scatola che è lo snodo di tutti gli ingranaggi sociali, politici, economico-finanziari, delle forze armate (interne ed esterne); f) questo fatto nuovo tende a separare le élite politiche del cambiamento, dal loro corpo espressivo, dalla massa o base del movimento poiché mano a mano che i primi si avventurano nei misteri della scatola nera, i secondi rimangono fuori in un universo molto semplificato fatto di sofferenze concrete, fretta di modificare lo stato di cose che le produce, idee assai vaghe e stereotipate su ciò che si vuole conseguire che in genere è una qualche forma di ingenuo “tutto e subito”.

Vediamo allora cosa succede nel concreto e nel sintetico della questione greca, alla luce dei cinque punti analitici preposti.

1.1 Il fronte del malcontento greco ha nome Syriza. Syriza è una unione di eterogenei punti di vista che hanno in comune la volontà di dare una alternativa alle politiche di potere delle oligarchie greche che a loro volta eseguono le disposizioni delle oligarchie europee ed euro-tecniche. Syriza è un totale maggiore delle sue parti, le parti si sono connesse intorno all’iniziativa di un gruppo specifico (Synaspismòs) il quale, a sua volta, era una coalizione di ambientalisti, pacifisti, femministe, socialisti democratici, eurocomunisti ed eco socialisti. Nel ’93 raccolgono uno striminzito 2,94% alle politiche, nel ’96 un 5,1%. Dopo una travagliata storia tipicamente di sinistra (scissioni e ribaltoni interni) una già coalizione, si forma in una coalizione di ordine superiore, Syriza, convergendo la propria eterogeneità con trozkisti, maoisti, cittadinanza attiva ed altre forme di radicalismo ecologico ed anticapitalista. Tsipras ne diventa leader nel 2008 e solo nel 2013, Synaspismòs si scioglie definitivamente in Syriza. Alle politiche 2007 pesa ancora solo uno 5,04%. Nel 2012 esplode prima al 16.77% poi al 26.89%. Infine trionfa nel 2015 col 36.34%. Viepiù che cresce, Syriza si apre verso la parte destra della sinistra e l’ultimo risultato è la somma non solo delle eterogenee radicalità costitutive ma anche di molta sinistra generica (ex PASOK) tradita dallo spostamento al centro dei partiti storici. Alla sua sinistra rimangono vari movimenti, oltre allo storico partito comunista greco (KKE) che conta comunque su un consenso duro intorno al 5-6%.

Sono chiare due cose: la prima è che l’asprezza della situazione greca ha favorito un movimento di aggregazione che è storicamente problematico a sinistra (la sinistra si è storicamente unita solo in presenza di gravissime minacce come nei fronti popolari antifascisti), aggregazione di NO che non è detto sia facilmente trasformabile in SI; la seconda è che ciò è avvenuto in poco tempo (triplicazione in cinque anni).

2.1 Syriza si trova al potere da cinque mesi, in una situazione assai difficile e sulla scorta di un inevitabile scarto tra programmi ideali atti a catalizzare consenso nella fase pre-elettorale e la loro concreta applicabilità nello stato delle cose reale. Nonostante il brillante successo, Syriza è costretta ad una innaturale unione parlamentare con un movimento di centro-destra per quanto non conformista. Recentemente, ad esempio, il governo vara una legge sul riconoscimento della nazionalità dei nati di seconda generazione di immigrati, contro il parere del suo stesso alleato e con l’aiuto parlamentare di una parte dell’opposizione. Non solo Syriza pesa solo un terzo del paese ma al suo interno convergono posizioni nazionaliste ed alter-europeiste, riformiste dell’euro dell’Europa e alternative ad entrambe, marxiste-leniniste e più blandamente riformiste per quanto radicali mentre al suo esterno convergono posizioni viepiù spostate sullo spettro di centro-sinistra. Il referendum quasi doppia il peso di Syriza sebbene sommando posizioni assai eterogenee quali i votanti di Alba dorata, molta base del KKE e molta cittadinanza addirittura al solito votante partiti d’opposizione, di centro se non di centro-destra. Tsipras, con realismo politico, interpreta il voto come un generico NO al memorandum (addirittura come un NO ancorpiù generico alle politiche della troika di questi anni stante che pochi si sono avventurati nella ostica lettura del memorandum Juncker e stante che una settimana di campagna elettorale certo non permette la diffusione e penetrazione di conoscenza appropriata) e non come un NO al capitalismo, all’euro, all’Europa. Chi conosce appena un minimo la Grecia non può che convenire su questa rappresentazione della mentalità greca dei grandi numeri.

3.1 Ma è necessario fare anche un passo cronologico indietro. Il governo greco , si trova ad un certo punto della trattativa con l’eurocrazia in un vicolo cieco: accettare la posizione della controparte è suicidio politico, rifiutarla decisamente significa dover rispondere delle conseguenze all’intero popolo ed al frammentato suo stesso elettorato. Stante la distanza informativa tra chi sta facendo politica ai massimi vertici e chi sta affrontando la vita civile dell’estate greca, sicuro è il tracollo del governo una volta che fosse chiamato a rispondere di sue decisioni radicalmente negative così come per ragioni opposte di quelle eventualmente positive. Decide allora una mossa laterale. Indire un referendum per riattingere la propria legittimità alla fonte di un chiaro mandato popolare. Sia la variegata composizione interna a Syriza, sia ciò che di essa si riflette sul governo e la sua azione, sia l’opposizione, il paese tutto, la controparte eurocratica particolarmente contrariata del veder portata in pubblico una trattativa che di norma si svolge nelle segrete stanze, il mondo dei portatori d’interesse geo-finanziario (borse, fondi e banche del sistema mondiale per altro già alle prese con movimenti tellurici asiatici) e geo-politico (russi, cinesi ed americani) vengono tutti chiamati in gioco sincronicamente ad una partita che da poker si trasforma in telesina, cioè un poker con quattro carte scoperte e solo una coperta e dove si invita il pubblico degli elettori greci e delle opinioni pubbliche ad interessarsi e partecipare attivamente. Questo ricorso alla bilancia quantificatoria serve a tutti per pesarsi politicamente.

La mossa ha molti pregi, tra cui quello di portare l’avversario a giocare un gioco in cui non è bravo ovvero confrontarsi pubblicamente. Ne nasce il penoso spettacolo che ha minato a livello mondiale la credibilità dell’eurocrazia, comunque andrà a finire la faccenda. Non solo. Ha reso esplicito la divergenza d’interesse tra Fmi e UE-BCE, tra Germania-Europa del nord-dell’est ed USA-Italia-Francia, tra USA – Russia e Cina, tra banco-finanza mondiale e Germania,  tra un’opposizione chiacchierona ed il suo elettorato (portando alla definitiva uscita di scena del capo dell’opposizione Samaras, il che significa crearsi un TINA There Is No Alternative alle spalle ovvero non avere una opposizione interna pronta ad occupare lo spazio di una eventuale caduta del governo).

Il tutto, contro l’immensa forza del sistema informativo-mediatico nazionale ed europeo, stante che, va ricordato, il governo greco è il primo esperimento di concreto e radicale contrasto al potere assoluto del centro-destra-sinistra eurocratrico che spadroneggia nel continente e  del neoliberismo ideologico altrettanto assoluto. Con le banche chiuse ed il Paese al pre-collasso. Controllando polizia ed esercito al punto da evitare spiacevoli atti di forza contro ma non tanto da poter immaginare atti di forza a favore (ad esempio imporre la presa della banca nazionale, uscire dalla NATO ed altro conseguente una svolta radical-rivoluzionaria). Mostrando a tutta l’opinione pubblica europea che la socialdemocrazia è addirittura il nemico principale del cambiamento poiché questo mette in stridente contraddizione la loro ragion pura (virtualmente di sinistra)  con la loro ragion pratica (concretamente di destra).

4.1  Si giunge così all’epilogo del referendum ed alla difficile gestione della fase successiva. La ragion pura di Varoufakis si divide dalla ragion pratica di Tsipras il quale mostra col suo herpes labiale, a quale immane stritolamento psichico – emotivo è soggetto. Il quadro però è cambiato, il cambiamento ha fatto un passo in avanti, il cambiamento finalmente è, per la prima volta in Occidente, uscito dall’universo liscio delle parole e delle teorie per entrare nell’universo concretamente complesso della realtà fattuale. Ma mentre il primo continua a vivere nel suo sogno di perfezione, il secondo scopre l’enorme attrito del reale. Non ci si rende conto del volume enorme di informazioni che non abbiamo: cosa ha veramente detto Putin a Tsipras? Cosa gli hanno detto i cinesi? Cosa Obama e Lew? Cosa Hollande, unico appiglio per quanto gelatinoso? Cosa si sono detti Tsipras e Merkel? Cosa è noto ai greci dei movimenti e contraddizioni interne all’Fmi? Cosa è noto al governo come sentiment dei poteri greci, polizia, esercito, confindustria, massoneria, opposizione parlamentare ed semi-parlamentare, opinione diffusa. Quali minacce sbarrano la strada ad una Grexit e quali interessi spingono invece a promuoverla ma da destra e non da sinistra? Quali scenari sono stati dipinti per il dopo? Di chi fidarsi in questo gioco? Come sopravvivere politicamente a questo gioco che, ricordiamolo, era iniziato con uno strisciante tentativo di uccidere per sempre il neonato cambiamento greco per desertificare la speranza anche in Spagna, Irlanda, Portogallo ed Italia?

5.1.  Tutto ciò ci ha portato al cuore dell’ultimo punto. L’eterogeneità di quel terzo del popolo greco che nonostante tutto è giunto al potere politico concreto, si screpola davanti all’attrito del reale. Comprensibili e giustificabili coerenze ideali, vanno in contraddizione insanabile con scelte limitate e nonostante ciò molto rischiose. Se si vince si vince quasi nulla ma se si perde si può perdere tutto. L’unità contro il nemico si contorce nella controspinta della contestazione dell’amico. L’opinione pubblica favorevole al cambiamento mostra tutta la sua impreparazione democratica. Visioni idealiste forgiate sul modello binario bene-male, sul principio di non contraddizione che acceca coi suoi lampi le sfumature intermedie, una disarmante ingenuità di solito trattenuta quando ci si impegna a decostruire le menzogne del potere tradizionale affiora laddove si comincia a rilanciare su facebook i “Tsipras ha tradito!”, laddove si crede immediatamente alla versione ufficiale di un Varoufakis che cede la testa per un traguardo superiore salvo poi rendersi conto dell’ovvio ovvero che i due avevano idee diverse su come gestire il dopo-voto e che se l’economista greco-americano ha dalla sua la ragion pura, il Primo ministro politico ha dalla sua quella pratica. Si copiano-incollano titoli di quegli stessi organi d’informazione che la settimana prima sembravano così palesemente di dis-informazione. Tutti coloro che si sono presi la briga di approfondire il memorandum Juncker non si prendono la briga di analizzare la nuova posizione, ci si dimentica che quel memorandum valeva fondi per 7 miliardi e questo per più di 50 (non capendo proprio cosa sono, in cosa sono politicamente trasformabili cinquanta miliardi perché nell’universo liscio delle idee le cose appaiono solo al nominarle e non sono necessari i soldi per farle davvero), che bisogna aspettare di vedere appieno quali sono stati gli accordi di mediazione poiché questi certo prevedono che il governo greco parli solo di riforme ma altrettanto certo che a qualcun altro toccherà parlare di dilazioni (il periodo di grazia) e di parziale ristrutturazioni del debito, prima di valutare se il peso politico dato dal referendum, corrisponde in quanto più ed in quanto in meno al risultato portato a casa alla fine del gioco.

Questa riflessione non conclude perché la storia non è conclusa ed i totali si tireranno alla fine, fine che tra l’altro, non è detto che sarà come a tutti ormai sembra sarà cioè con un accordo, per quanto sofferto, tra le parti. Ma a questo punto ancora inconcluso si possono comunque trarre tre, parziali conclusioni:

A) Il referendum greco e tutto ciò intorno ad esso si è sviluppato, ha prodotto una sipario strappato. Il sipario che copriva la politica economica, monetaria e propriamente politica in sé per sé della sbilenca costruzione europea. Le élite si sono pubblicamente divise, hanno dato uno spettacolo indecoroso. Una per quanto variegata sinistra ha resistito al potere di un paese reale (non quelli immaginari dell’idealismo malattia endemica della sinistra marxista-platonico-hegeliana). Il cambiamento, per la prima volta, ha dato segni di moto.

B) Essere contro il potere impone realisticamente essere per un altro potere, quello che è possibile date le condizioni di possibilità concrete. Chi vuole cambiare davvero, adesso sa che non basta dire NO ma bisogna avere piani, strategie e preparazione per la lunga lista dei SI necessari alla trasformazione. Che bisogna rispolverare i dettami dell’egemonia gramsciana. Che la democrazia è un fake della narrazione dominante ma che questo fake informa anche molto dello schieramento per il cambiamento. Tutto noi, non siamo mai stati democratici. Che la politica come arte del possibile non significa solo mediare nel compromesso ma anche tener conto di ciò che è possibile nella contraddittorietà del reale. Che -l’Europa dei popoli- non solo è un concetto scarsamente realistico e difficile ma è anche assai problematico poiché sono i popoli tedesco e nord europeo, dell’est Europa, di una Italia che teme manovre per compensare il taglio dei debiti greci ad esser entrati in conflitto con quello greco. Che forse non solo questa Europa non funziona ma l’idea stessa di unire entità così eterogenee è balzana. Che dentro la Spagna, il Portogallo, l’Italia ed anche la Francia si sono palesati gli unici alleati naturali dei greci e che questo deve pur avere un significato più solido che non la contingenza (se ne parlò qui, due anni or sono).

C) Ma forse, l’insegnamento più grande di questa piccolo spicchio di storia contemporanea è spingerci ad aprire un cantiere immenso e complesso che si domandi come si cambia il mondo, quanto tempo è necessario, quali i rapporti tra tattica e strategia, tra élite politiche ed intellettuali e l’opinione di base, tra schemi mentali semplificati e complessità arzigogolata del mondo reale, tra l’incommensurabilità che affligge gli specialisti solo della moneta, solo dell’economia, solo della politica, solo (invero assai pochi) della geopolitica, su come poter pensare queste cose tutte assieme perché tutte assieme sono nel reale che si vuol trasformare, sul ruolo che giocano i social network e l’informazione on line per creare contraddizioni interne allo stesso fronte del cambiamento ingenuo, quanto e come dobbiamo occuparci di politica internazionale, di teoria dei giochi, di sistemi informativi, di formazione politica, di strategia, di polizia ed esercito, di circolazione monetaria e dell’odiato capitalismo che forse siamo condannati a riformare prima ancora di disfarcene come ben detto dal nuove eroe del cambiamento con moto e stile informale (ma preparazione sostanziale). Vedere anche come discutiamo tra noi, quanto ostracizzare, quanto insultare, quanto assumere sorrisetti da dotti ignoranti, quanto avvelenare gli stessi pozzi da cui dipende la nostra sete di nuovo, quanto sopportare le prediche sulle pagliuzze nell’occhio quando le sequoie premono lì dove molto di noi sono usi avere solo movimenti in uscita.

altan

Insomma, secondo A. Badiou (col quale raramente sono d’accordo stante che è un platonico auto-dichiarato) la Storia si è rimessa in moto. Questo riattiva il lungamente assopito e depresso “principio speranza”. Urge aprire una nuova stagione di cambiamento del mondo previa revisione del come lo interpretiamo. Ricordiamoci che siamo tutti per un mondo migliore, che questo non è dietro l’angolo, che per spostare il mondo anche solo di uno striminzito centimetro è necessaria la forza di milioni e milioni di braccia, che siamo nel 2015 ed il 1789-99, il 1848, il 1870, il 1917-22 sono lontani uno-due secoli. Che la realtà pensata è sempre molti gradi meno complessa di quella concreta, cioè che la mappa non è il territorio (G. Bateson).

> Una settimana dopo su sinistrainrete.

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L’EUROPA GIOCA A “GO”. Ovvero, quando la soluzione è ammettere che non c’è soluzione.

«Il mondo è una partita di Go, le cui regole sono state inutilmente complicate»

(proverbio cinese)

A Maggio 2014, commentavamo i risultati delle elezioni europee, qui  . L’espressione EU = entropia unita era un voluto ossimoro ovvero una espressione per dire due cose opposte. L’entropia è concetto di disordine mentre l’unità è un concetto di ordine per cui l’Europa ci sembrava mostrarsi come una unità formale sotto un disordine sostanziale. L’idea di -unione degli europei- portato avanti in questi decenni mostrava di interessare poco (bassa percentuale di votanti) e mostrava che il “core” dei portatori del progetto era viepiù assediato da forze ostili in crescita, tanto da costringere all’unione sistemica i due gruppi storici (conservatori e progressisti, PPE e socialisti). Tre le forze negative al sistema europeo che emergevano: 1) la freddezza emotiva che sottrae entusiasmo e benevolenza necessaria a superare difficoltà e contraddizioni disseminate in progetti così complessi;  2) la crescita di vari tipi di forze antagoniste all’idea stessa di Europa unita o al modo col quale, sino ad allora, il progetto era stato condotto; 3) una terza forza che non usciva dalla cabine elettorali ma circondava il problema ovvero la spinta centrifuga a dividere alcuni storici stati nazione in frazioni indipendenti, più o meno autonome. Il tutto, in una situazione ambientale ovvero somma di fattori ecologici, geopolitici e geoeconomici, storici, di crescente complessità, quindi difficoltà.

Nei quattro principali paesi continentali, si affermavano forze politiche (Front National, Movimento Cinque Stelle e Lega, Alternative for Deutschland, Podemos) che appartenevano alla nostra seconda notazione. Queste forze creavano pressione al core del sistema che in Italia e Germania e da Maggio 2014 anche in Europa, erano costrette ad unirsi per mantenere la guida del progetto. Successivamente, si è notato che sempre più, ha agito una ulteriore forza invisibile che è l’entropia degli interessi nazionali. Sulle questioni relative alle sanzioni russe, l’Europa occidentale è divergente rispetto a quella orientale. Sul problema dei migranti, l’Europa meridionale è divergente a quella settentrionale. Sul problema della filosofia economico-monetaria, l’Europa latina è divergente a quella barbara (divisione del limes romano, circa). Faglie orizzontali, verticali, diagonali più faglie interne ai vari quadri politici nazionali, più faglie interne alla stessa costituzione nazionale, più la storica faglia della Manica che divide l’isola britannica dal continente. Questa l’entropia.

Per avversare questo potente coacervo di forze  centrifuganti, si è posta fede in un sistema assai fragile che oltretutto si è reso anelastico subordinandolo a trattati scritti e firmati ventitre anni fa (Maastricht). Il sistema ha una natura monetaria, scissa come ormai ben sanno tutti, dal naturale sistema di riferimento in cui agisce naturalmente una moneta ovvero il sistema economico, fiscale ed infine politico. Paesi grandi e piccoli, industrializzati e non, competitivi e non, meridionali e settentrionali, avrebbero dovuto convergere all’unità di fatto, perché vincolati dalla comune fede nel vantaggio di avere una stessa moneta, forte, rigida. Nelle varie analisi critiche che mettono in luce la stramberia eurista, non sempre è chiaro l’ambiguità di fondo di questa invenzione. Essa rivela una volontà fondamentalmente debole, una intenzione di unire sì ma non troppo, una sorta di sottrazione dello strumento della competizione economica continentale che però non prelude affatto ad un successivo passo di unificazione a maggiori gradi. La retorica europeista che accompagna la difesa dell’euro è un falso storico, nessuno in Europa (a parte Scalfari) vuole qualcosa di più che non una unica moneta. La scelta della moneta, scelta fatta, ricordiamolo, in piena epoca dell’ottimismo da fine della storia, trionfo dell’Occidente e del capitalismo, era una scelta debole perché si contava su un potente vento della storia. Quando i tempi si sono fatto viepiù difficili e il vento della storia è girato, dalle contraddizioni della globalizzazione, alla tensione Ovest vs Resto del mondo, al Big Bang Lehman bro. in poi,  proprio la moneta, lo strumento che di solito viene usato come un elastico (espansiva – restrittiva) si è rivelata sia una struttura troppo debole, sia una struttura troppo rigida per tenere unita, tanta entropia divergente.

Ne conseguivamo, nella nostra analisi, la predizione di un scioglimento concordato dell’euro, da lì a non molto tempo dopo.

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In questi giorni, ad appena poco più di un anno da quei fatti, c’è stato un passo importante in direzione di quella predizione. La classica sabbia nella vasellina, un piccolo coacervo di eterogenee forze politiche più o meno di sinistra in un paese periferico del sistema (i sistemi si rompono sempre a partire dalla loro periferia tranne quelli molto rigidi che resistono sino a spaccarsi proprio al centro), ha portato al governo un giovanotto dall’aria cocciuta ed un po’ testarda, A. Tsipras.

Costui, si è trovato con un mandato popolare ed una chiara volontà politica a sbattere contro il nucleo duro dei guardiani del sistema debole ed anelastico che è l’euro. Giunto al punto di non poter andare né un centimetro avanti né un centimetro indietro (strappare qualche concessione significativa vs concedere qualche concessione significativa), è andato un centimetro di lato. Usare il lato in alternativa all’avanti e all’indietro è il nucleo del pensiero creativo ed il creativo Tsipras si è inventato un referendum per sciogliere il nodo del che fare? La cosa ha immediatamente provocato la reazione scomposta del nucleo duro perché convenzione basica del loro modo di operare è che le faccende si trattano in piccole stanze chiuse lontane da tutto e da tutti, lì dove lo sporco lavoro del dipanare i nodi è condotto con concreto cinismo al riparo dagli occhi dei cuori deboli che credono ancora nella giustizia, nel Manifesto di Ventotene, nella logica piana e lineare, nel bianco e nel nero,  nell’Europa dei popoli, nella inesorabilità delle leggi economiche,  nella contrapposizione “populisti vs responsabili” ed altre amenità di conforto, somministrate a piene mani delle élite informative, intellettuali e da coloro che, nel gioco, contano meno del due di coppe quando regna bastoni (a briscola). Non solo.

Il casino contraddittorio e poco estetico che accompagna la gestione di faccende così complicate, una volta che esce dalla linee telefoniche, le stanzette chiuse, i capannelli che si fanno e si disfano a secondo delle ondate di interessi nervosi, diventa non solo uno spettacolo scandaloso ma anche una dinamica ingestibile perché aizza gruppi rigidi di entità che non “sanno” dei misteri del potere e come un coro greco, sostengono opinioni ingenue che vanno tutte di qui e tutte di là, aumentando il disordine fino al caos.

In questi giorni, ci siamo concentrati nell’osservare proprio cosa succedeva in questo campo, il campo delle élite non più protette da quelli che Bobbio chiamava gli arcana imperii, la cortina impenetrabile dei segreti che protegge sempre l’esercizio del potere dagli infantili occhi delle persone normali che vivono in un mondo hobbesiano credendo però di vivere in un favola dei fratelli Grimm o in un fumetto della Marvel.

Al centro della scena abbiamo registrato…. .

Una reazione indecorosa delle élite eurocratiche che hanno sostenuto l’assurdità del regolare questioni che riguardano la vita del popolo chiedendo al popolo cosa pensa delle varie possibilità. Questa indignazione è stata fatta propria anche da alcuni commentatori che dovrebbero esser pagati come contro-poteri per bilanciare i poteri effettivi e financo da alcuni onesti “democratici” che hanno convenuto sul fatto che Tsipras fosse un vigliacco, uno che non si prende le responsabilità, una politica che ha “abdicato” alle folle, un populista sudamericano, un furbacchione tendente al pagliaccio. Wow, quanto sfoggio di lucidità equilibrata! Sul momento uno non se ne accorge e forse ancora per molti, non è chiaro il prezzo di una reazione così irrazionale ma credo che i più avveduti, se ne siano resi conto e dopo qualche telefonatina, tra cui quelle del signor Obama che va in giro nel mondo come un piazzista a vendere il pacchetto Occidente = democrazia, eccoli lì tutti allineati ad aspettare il “sacro verdetto” del popolo greco.

Lunedì, crollano le borse e prendono ad oscillare cambi e materie prime. L’intero mondo della finanza planetaria s’accorge che gli europei hanno un problemino ma poiché non lo sanno risolvere senza che questo diventi una piazzata pubblica, l’intero sistema viene preso dal punto interrogativo. Ora, il sistemone generale dell’insieme delle scommesse e transazioni che forma il capitalismo finanziario che tesse l’infrastruttura totale dell’economia globalizzata, non prevede mai l’uso del punto interrogativo o meglio del punto interrogativo che rimane aperto, che piomba nell’incertezza. L’incertezza, nei mercati, è una certezza, la certezza che non si possono fare previsioni ma poiché il sistema si basa tutto su previsioni ecco che l’incertezza è come l’aglio per i posseduti. Juncker, con l’aria di chi l’ha fatta grossa ed ha preso qualche cazziatone non da poco, martedì tira fuori l’idea di continuare a trattare magari anche solo per dare l’idea che “stiamo solo discutendo”, tranquillizzare sul fatto che prima o poi, ci sarà una quadra. I mercati sospendono il processo di fusione del nucleo e si sospendono ma per portarsi avanti, cominciano a fondere Shanghai, così, tanto prima o poi…. . La Merkel che di mestiere fa la cancelliera, chiude subito lo spiraglio del cancello che Juncker voleva tenere aperto. Rivelatrice una sua dichiarazione: attenzione, il mondo ci guarda. L’idea, forse mai nutrita veramente, di portare avanti una trattativa pubblica è ritracciata sotto una coltre di “attendemus”. Ma, dopo l’insorgenza anti-democratica, ormai sé visto e saputo che la faccenda oltre che monetaria è politica, che le élite europee fanno campagna elettorale in un paese sovrano, che il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell’area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen, che Rajoy…, che Hollande la pensa così e Merkel colà che l’incompetente di Firenze dice cose assurde con l’aria dal nervoso sorriso di chi sa di dirle. Schulz scrive la pagina più triste della socialdemocrazia europea che si consola con Pittella, il che dà l’ennesima misura del caos. Il volume di condizionamenti, minacce, ricatti, la scompostezza con cui i giocatori europei giocano la partita, denota la loro fragilità e rigidità. Affrontare problemi complessi con fragilità che porta alla rigidità (e viceversa), è garanzia di non esser in grado di risolverli. Diciotto paesi ed altrettanti governi che affrontano un paese solo ed un governo solo, magari legittimato da un chiaro ed inequivocabile mandato popolare, hanno un problema poiché se l’unione fa la forza, la non unione fa la debolezza.

Nel frattempo, ci si accorge che Obama è parecchio incazzato. Ma come, mentre lui stende la ragnatela  orientale per imprigionare il ragno russo, questi squarciano il fronte sud occidentale, lì dove Putin farà passare il Turkish stream e dove magari rischia di ottenere qualche isoletta come base nel Mediterraneo per la sua flotta insidiata prima col tentativo di guerra in Siria, poi con la rivoluzione colorata ucraina che però non è riuscita a tenersi il boccone principale, la Crimea? Guarda caso, anche qui, una penisola strategica persa per un democratico referendum… . Ma poi, a ben vedere, forse gli stessi russi e sicuramente i cinesi che mandano il Primo ministro a Bruxelles, non vogliono una Grecia de-eurizzata e quindi il coro degli “ma che c…. state facendo????” cresce, aggravando l’impressione della montante euro-tropia caotica.

L’apice della confusione si raggiunge giovedì. Il sito dell’Fmi, se ne esce con un documentino che data al venerdì precedente, in cui si dice “cari ragazzi, la faccenda è molto semplice: 1) il debito è impagabile e annienta ogni possibile azione di riequilibrio dell’economia greca; 2) si deve estendere il periodo di grazia (la sospensione di ogni forma di restituzione) da 10 a minimo 20 anni; 3) si deve tagliare di brutto (30%? 50%) e per “creditori” si deve intendere banche e stati dell’eurozona perché noi abbiamo soci internazionali che non prevedono di perdere i propri soldi poiché sono 186 stati del mondo e non siamo qui a fare beneficienza all’Europa; 4) fate 2) e 3) e dopo fate ingoiare ai greci le paginette delle riforme Juncker. Fine della storia e sbrigatevi che qui sono tutti nervosi!”. L’Fmi ha un paio di problemi anche lui. Il primo è che l’anno prossimo scade Lagarde, il secondo è che a breve, viene varato Fmi2 ovvero la banca dei Brics. Se Fmi non la smette di far da cassa lubrificante ai problemi del funzionamento del capitalismo e del bislacco sistema monetario europeo, o l’Occidente perderà la carica di Managing director del fondo che ha per diritto divino dalla sua fondazione o prima ancora, perderà come soci tutti quei paesi che hanno problemi e strategie proprie, la cui vita non può ruotare intorno ai dolori della Markel, Hollande, Grillo e Tsipras. Reuters, ieri, conferma che le cancellerie europee hanno fatto il diavolo a quattro per impedire l’uscita del documentino Fmi ma non c’è stato nulla da fare. Il riccioluto presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, mostrando per l’ennesima volta l’inesorabilità del conflitto di interessi e del principio d’incompetenza che ha preso il cuore delle élite europee, sentenzia l’Fmi così: “non sanno ciò che stanno dicendo”. Dijsselbloem??? Volano stracci.

Mentre la stampa internazionale europea, da subito, ha mantenuto un finto aplomb (il Guardian, ad esempio, ha alternato giudiziosamente articoli che pendevano da un parte ed articoli che pendevano dall’altra, così la più avveduta stampa tedesca e l’italico Sole 24 ORE), le due colonne del quarto potere italico hanno brillato per scomposto livore. Repubblica si è un po’ ripresa gli ultimi due giorni ma il Corsera, il prode Fubini in particolare, ha veramente mostrato i limiti della sua poca intelligenza strategica. Come possa aver potuto il principale giornale italiano, condurre una campagna dis-informativa così imbarazzante è la domanda. Le uscite sempre più “pazzerelle” del liberato De Bortoli, contro Renzi, sembrano la risposta.

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Il punto, l’osso di questa faccenda, volendo ridurre il molteplice complesso ad uno è questo: o cade Tsipras e si dà un po’ d’ossigeno alla farsa “stiamo risolvendo il problema” stante che il problema, sino a che non si taglia pesantemente il debito, non lo si risolverà per nulla (ed a questo punto, dopo il paper Fmi, ciò è chiaro a tutti nel mondo) o il sistema euro collassa. Tagliare il debito, significa che gli stati nazionali dovrebbero assorbire enormi quantità di passivo e ciò significa sangue sudore e lacrime per paesi-economie già sull’orlo di una crisi di nervi. In accompagno, la crescita di tutte le posizioni contrarie o molto critiche all’euro-questa Europa che sono poi quelle che hanno vinto le ultime elezioni. Posizioni che crescerebbero anche se l’eurocrazia concedesse a Tsipras più del possibile che è praticamente nulla. Tecnicamente, la soluzione ci sarebbe, portare tutto il debito in carico alla BCE, rivedere i trattati ma a questo punto, la Germania uscirebbe dal sistema.

Domenica, non termina nessuna partita. Se vince il SI, il sistema guadagna qualche mese di vita. Se vince il NO nessuno sa come e chi ne uscirà. Il “go” antichissimo gioco cinese, si basa sul tentativo di non lasciare la propria pedina, in una situazione in cui non ha condizioni di possibilità, perché quando tutte e quattro le possibilità sono chiuse, la pedina lascia la scacchiera. La pedina con la E tagliata da due barrette al centro, ha tre posizioni bloccate e la mano tocca all’avversario…

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QUANDO IL FUTURO DETERMINA IL PRESENTE. Riflessioni sul panico da complessità.

Facendo alcuni esperimenti in riferimento alla teoria della meccanica quantistica, alcuni dati sembrano dire che il futuro pre-determini il presente, cioè il passato. In questi giorni imperversa in rete i risultati di uno di questi esperimenti, fatto sulla la cosiddetta “scelta ritardata” di J. A. Wheeler. La cosa affascina come affascinano molte cose di questo luna park quantistico in cui fisica e metafisca collassano l’una nell’altra creando a ripetizione punti interrogativi di cui la nostra logica non trova soluzione. La dissonanza logico-cognitiva della mq è piacevole ma vi sono forme di dissonanza cognitiva meno piacevoli anche se basate sullo stesso principio del futuro come causa del presente. Anche qui ci sono “scelte ritardate” ma al punto da non scegliere più o scegliere di non scegliere.

L’Espresso annuncia una nuova epidemia comportamentale, che ha un brand esotico: hikikomori. Un made in Japan per il fenomeno di giovani che rifiutano la socialità e si chiudono in una stanza, defezionano dal presente probabilmente perché vengono atterriti maxresdefaultdalla visione o dall’impedimento ad una visione, del futuro. La cecità della speranza, l’occlusione del futuro, retroagisce sul presente ed i portatori di questa posizione esistenziale, reagiscono alla privazione di futuro auto-privandosi del presente. Scelgono di non scegliere.

Nulla meglio di questi 3:27 minuti per capire di cosa parliamo (qui). Il fenomeno nasce (o nasce la sua osservazione) in Giappone ma comincia a diffondersi un consenso tra sociologi e psicologi occidentali sul fatto che il fenomeno esiste anche qui da noi e si sta diffondendo rapidamente[1].

Il problema, preso più in generale e prima ancora della sua specifica definizione giapponese, venne trattato in un bel libro di M. Benasayag e G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004[2]. Secondo i due autori, già una decina di anni fa, era chiaro che «la nostra epoca sarebbe passata dal mito dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo» (p. 23). l-epoca-delle-passioni-tristi-libro-69561La posizione dunque è: possiamo fare qualsiasi cosa ma non abbiamo la più pallida idea di cosa fare.

Torna qui anche il problema  “norma – devianza”. Se connotato come deviante,  il comportamento del ritirato sociale, verrà gravato dal giudizio che, di fatto, nega le ragioni del suo comportamento. La situazione esistenziale del portatore del problema, già gravata da varie e personali ragioni psico-esistenziali, riceverà il carico insopportabile dello stigma della riprovazione sociale –sei proprio e solo tu ad esser strano e fatto male-. Questa secondo carico retroagisce sul primo, fino alle estreme conseguenze alle quali non si arriverebbe solo in base al carico delle prime. In un certo senso, il recluso sociale è il risultato di una apparente scelta personale che però anticipa, dando un qualche senso di residua autonomia, una decisione sociale di ostracismo.

Ad aggravare il quadro, si può notare che per la mia generazione (sono del ’58) e stante che il contesto del problema era in parte diverso[3], si creò una solidarietà anagrafica e si pose il “problema” all’interno della generazione adulta che quindi divenne il bersaglio critico ed il modello negativo sul quale far convergere il disprezzo. Oggi, invece, la frattura corre interna alle generazioni. Ci sono élite giovanili che amano l’esibizionismo tecnologico e sessuale, esercitano bullismo, si conformano quieti e felici ai dogmi insensati della società priva di senso e tiranneggiano su i perplessi, creando un circuito di emarginazione – auto-emarginazione che aumenta la solitudine del stante in disparte. Inoltre, è prerogativa del nostro sistema risolvere problemi creandone altri poiché da ogni transazione il sistema trae linfa riproduttiva. Ogni soluzione apparente di problemi è una transazione economica che sia la parcella dello psicologo, il medicinale, l’ultimo modello di gadget elettronico, il social che ti farà sembrare più social mentre sei disperatamente e fisicamente solo. ia_gigighezzi04L’intero sviluppo dell’elettronica da intrattenimento e il paradossale trasferimento della socialità concreta nel virtuale, non fanno che fornire al ritirato sociale altrettanti buoni motivi per ritirarsi abbracciato al suo conforto elettronico. Ma, se si è in vena di ricerca di cause prime, così come gli eroinomani non erano tali perché l’eroina è ottimo anestetico psico-fisico, i ritirati sociali non sono tali perché c’è facebook.

La diffusione poi del disastro famigliare, che siano genitori troppo impegnati al lavoro per curare normali interrelazioni genitoriali o mancanza di un genitore nelle coppie separate o divorziate o incomprensione profonda intergenerazionale, certo non aiuta. Tra l’altro, anche il genitore è un individuo stritolato dal disadattamento alla complessità per cui cede la sua funzione di modello, anche quella di modello negativo perché non è un modello in senso forte ma è un “altrettanto debole”. Non aiuta anche l’ansia del genitore del recluso se non a farlo recludere ancor di più e non aiuta l’indisponibilità di fondo del o dei genitori a sentirsi parti delle cause, scaricando implicitamente la responsabilità dello strano comportamento sul soggetto che a questo punto entra anche in loop da senso di colpa.

Gli esiti incerti degli sforzi di definizione e pesatura sociale del fenomeno indicano un imbarazzo categoriale e dove c’è un imbarazzo categoriale, in genere, vuol dire che il nostro oggetto ha caratteristiche molto più “nuove” dei principi su cui si sono formate le categorie in uso . come-diventare-psicologo_102e0b30cba7f510dd210a2775ce7f96Sono solo giovani  o anche meno giovani? Sono solo maschi o anche femmine? Il fenomeno si manifesta solo nella maniera più estrema o va considerato anche nella sua forma lieve, quella in cui si mantiene una socialità di facciata ed una apparentemente efficiente integrazione nelle routine di una vita cosiddetta “normale”? Ha sovrapposizione o no con la depressione? con la dipendenza da Internet? con la compulsione dei giochi elettronici con o senza scommessa in denaro? con il rifiuto all’impegno sociale e politico che caratterizzò altre generazioni? con l’ostinata permanenza a casa sono a tarda età? Questo futuro occluso è tale per il Giappone che ha una disoccupazione giovanile quasi inesistente, non ha immigrazione ed una vasta autonomia culturale così come lo è per l’Italia, la Francia o addirittura il centro dell’Impero, gli USA? La questione è di sfondo anche alla decisione implicita di contenersi nella riproduzione così come indica la gara alla decrescita demografica che vede Giappone, Germania ed Italia in prima fila e la Francia e la Gran Bretagna appena più prolifiche state le alte percentuali di migranti di cui è composta la loro popolazione?

crisi-economica

Altan è probabilmente uno degli intellettuali più lucidi del nostro triste tempo.

Tutto questo ci porta alla Grande Rimozione collettiva della crisi epocale del nostro tipo di società, la società occidentale.  Questa Grande Rimozione, rimozione proprio del carattere”epocale”, cioè straordinario,  opera in vari modi ed a vari livelli. Può esser  interessante sottolineare non l’atteggiamento degli interni al sistema il cui negazionismo e il cui circuito inganno-autoinganno è normale sia ben attivo ed in piena opera ma dei critici del sistema. Prendiamo ad esempio il problema della crisi economica. La narrazione principale che spiega criticamente la crisi è che l’economia finanziaria e monetaria ha preso il posto di quella produttiva. Il perché però non è chiaro. C’è chi vede un destino già scritto nella logica del capitale, una sorta di evoluzione pre-determinata tipica di certo neo-positivismo economicista e c’è chi vede un improvviso acuirsi dell’elitismo, della bramosia di potere e di denaro, la cospirazione dei Pochi contro i Molti. Quale che sia il giudizio che diamo di queste attribuzioni di causa, quello che queste spiegazioni hanno in comune è una sorta di sotterraneo, implicito, convincimento della reversibilità del processo. Così come il processo si è svolto sarà pur possibile riavvolgerlo e tornare al lavoro, produzione, democrazia e speranza. Alternativamente, a questo punto, si pongono quei decrescisti che di nuovo, sottendono una alternativa di scelta e propongono la via della decrescita volontaria. Alcuni, credendo di far un servizio utile all’opinione sulla decrescita, premettono che la decrescita non è riduzione del Pil ma… (seguono vari tipi di affabulazioni poco chiare e molto poco concrete). Liberisti crescisti, nostalgici keynesiani, i nuovi folgorati dal potere della moneta, decrescisti obiettori della crescita ma anche socialisti onestamente democratici e forse anche gli “ultimi comunisti” si muovono alternativamente l’uno rispetto all’altro ma tutti in accordo al presupposto che il sistema di vita occidentale, la società ordinata dalla produzione e scambio, che ha due/tre secoli di vita, ne ha altrettanti se non di più davanti a sé, magari cambiando questo o cambiando quello, inclusa una sua più intelligente e volontaria moderazione. Il problema è che alcuni cominciano a “sentire” che non è così[4], non c’è alcuna alternativa di modo, c’è solo da pensare all’alternativa della sostanza. Questa è l’epocalità e questa è rimossa.

L’assedio del Resto del mondo all’Occidente, che sia economico, finanziario, basato sull’export o fatto di migranti, quando non da fondamentalisti religiosi o da sorridenti formichine cinesi che s’impossessano silenziosamente di interi quartieri il cui arredo urbano mostra, ad un tratto, lo stesso look dei bassi di Shanghai, dice il contrario. La frequenza ed intensità del disordine ambientale dice il contrario. covercde4Dice il contrario il fatto che la crisi non era minimamente aspettata, è stata ed è tutt’ora mal diagnosticata, nessuno ha idee concrete su come farvi fronte e giorno per giorno registriamo effetti sempre più pervasivi e picchi di disagio sempre più alti.  E dice il contrario l’apparente irresponsabilità ed irrazionalità delle élite che continuano a fare quello stesso fare che ha portato a questa crisi. Anche il tracollo dell’etica manda segnali. E dice il contrario anche l’accoppiata tra lo strapotere intellettuale di una élite occidentale la cui inconsistenza è palese (e già il fatto che gente ed idee così scombinate abbiano un potere così assoluto è un sintomo esplicito della decadenza dei tempi) in abbinata al salmodiare dell’intellettualità critica-critica che ripete stancamente le litanie della mistica del conflitto[5], predicato ed evocato, senza che in realtà si accenda la benché minima scintilla di ribellione concreta. Anche con la coscienza del fatto che dobbiamo scappare da un modo di essere nel mondo, non abbiamo alcun piano sul dove andare e senza meta, nessun viaggio ha il suo inizio anche se nel dove restiamo fermi, la situazione peggiora di giorno in giorno. Come l’evoluzione animale insegna, se si è relativamente forti si combatte, se si hanno ancora forze e qualche chance si scappa, se invece si è alla “che dio me la mandi buona” ci si freeza, ci si congela sperando che il caso ci veda male e ci passi oltre.

La Cueva de las Manos

La Cueva de las manos, Patagonia, circa 12.000 anni fa.

Lo stesso concetto di società umana nasce per opporre al cambiamento costante delle condizioni di natura, un sistema asincrono che trasformasse l’imprevedibilità continua in routine, alleggerisse stress e carico cognitivo richiedendo di contro qualche sacrificio di conformazione, disagio da convivenza di eccessiva prossimità, sacrificio di piccole libertà individualistiche. Oggi è proprio questo sistema nato per intermediare il divenire caotico e perenne ad essere soggetto a caos e cambiamento perenne, è come se piovesse in casa e visto che la casa nasce proprio per proteggerci dalla pioggia, ecco che  il problema diventa “fondamentale”.

Se accendiamo i nostri neuroni specchio e proviamo a  fare esercizio di astrazione ed al contempo di immedesimazione nella condizione del giovane con la sua strumentazione cognitiva quasi vergine ed ancora in formazione e le sacche della memoria quasi vuote e ci poniamo così aperti e vogliosi di futuro davanti allo stream informativo, non possiamo che convenire il senso di profondo straniamento. Ci sono minacce nucleari per non ben chiari e giustificati motivi, ci sono minacce ecologiche catastrofiche rinforzate da percezioni presenti di fenomeni fuori scala, saremmo invasi da zingari e neri, tagliatori di teste intabarrati di nero ed asiatici, non c’è e non ci sarà lavoro ma ci sarà sempre più la competizione aggressiva e sempre meno ordinata per contendersi il poco per i molti. Se vogliamo coltivare ambizioni ci tocca migrare. Il potere degli adulti dice che così già è, sarà, dovrà essere ed a noi sta solo adeguarci o soccombere. les nouvelles peurs.inddSiamo indebitati prima ancora di aver usufruito del benché minimo vantaggio di esserlo e lo siamo a livelli superiori ad ogni forma logica e razionale di possibile estinzione del debito. Così come non avrai un lavoro stabile non avrai probabilmente una pensione e nonostante si allunghi la vita media nessuna sa dirti come vivrai da vecchio.  Non ci sono più eroi, non c’è riscatto, non c’è la speranza di una utopia, qualcosa, qualcuno che ci traghetti sull’altra sponda del Mar Rosso, non c’è più dio e non c’è Provvidenza. La famiglia personale non è porto sicuro, la famiglia amicale è di incerta costituzione (lo è di natura), la famiglia nazionale permette tutto tranne che l’identificazione, la famiglia occidentale è sempre più matrigna cattiva. Non ci sono più i “buoni”.  Nessuno sa più cosa fare e infatti nessuno fa niente. Corrotti, bugiardi, ingannatori, violenti, egoisti, falsi, interessati, contradditori, avidi, ipocriti, irresponsabili, gli adulti al potere, riflettono la condizione vincente e le condizioni necessarie per ottenerla, davvero poco attraenti, davvero poco ispiranti, loro come modello ed il loro status come possibile ambizione.   Non si tratta quindi solo di un futuro difficile, scarso e problematico ma anche della perdita della sua desiderabilità perché a queste condizioni, alle condizioni del tipo di vita futura che si tratteggia davanti alle aspettative, alle condizioni delle regole del gioco vigente, ciò che è scarso è anche non attraente.  Nessuno si mobilita davanti ad una promessa così povera e contraddittoria[6].

L’occlusione del futuro, per via della sua scarsità e della sua bruttezza prospettica,  funziona cognitivamente come una piccola morte che viene anticipata ritirandosi dalla vita. La negazione generalizzata di uno stato di crisi ontologico-sociale, lascia l’individuo solo nella dissonanza “se non gioco a questo gioco non avrò un futuro” vs “io a questo gioco non voglio giocare”.

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Durkheim pensava che il suicidio fosse il risultato di una mancanza di norme (anomia) ma anche una dissonanza cognitiva tra aspettative normative e vita vissuta. R.K.Merton vi analisi-approfondita-sul-suicidio-emile-durkh-L-spCg9saggiungeva un elemento di contraddizione tra scopi esistenziali e mezzi messi a disposizione per raggiungerli. Ma queste, sono state pensate come teorie sulle routine, cioè valide in periodi in cui il cambiamento di quadro e la definizione dei fini  sono meno decisive e radicali di quanto avviene al trapasso di una forma di civilizzazione. Quello che oggi possiamo constatare è che il cambiamento di quadro si è fatto permanente, tali cambiamenti sono potentemente strutturali, si manifestano con fenomeni negativi in sé, scompare una qualsivoglia presenza di promessa (i fini) e l’attrezzatura cognitiva per far fronte alla situazione è inesistente non qui o lì ma in generale (i mezzi). Inoltre, la negazione diffusa e consapevole della gravità del problema, lascia l’individuo solo con la sua irrisolvibile dissonanza. Ha più parte in causa la solitudine che il problema e la solitudine può essere sia fisica che cognitiva.

L’adattamento all’era complessa è un problema che dovrebbe riguardare l’intera civilizzazione occidentale, poi le specifiche società in cui questa si articola, poi la mentalità ovvero l’immagine di mondo e l’impianto cognitivo, poi i gruppi sociali tra cui intellettuali presi oggi da una specie di epidemia di vigliaccheria cognitiva ed infine gli individui. Andrebbe affrontata come un cantiere generale, come un alacre impresa di costruzione di una nuova gigantesca cattedrale, di un’arca che salvi i più dal diluvio dei cambiamenti. Fintanto che al suo posto si avrà l’indaffaramento dei piccoli egoismi individuali, il business as usual, la negazione sottostimante il problema, la reiterazione degli schemi consueti -tanto in coloro che tifano per lo status quo, quanto in coloro che tifano per una sua diversa versione-, non si produrrà neanche il primo livello, la pre-condizione di possibilità, per farvi fronte: la consapevolezza condivisa.

Gli hikikomori, i depressi, i ritirati sociali sono le cassandre inconsce che ci dicono che continuando con questo presente, il futuro è una nebbia il cui grigiore diventa sempre più intenso, in cui l’oscuro diventa scuro e l’unica casa in cui nascondersi è noi stessi.

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[1] Alcuni link: la trattazione di Wikipedia; una trattazione fatta dalla principale ricercatrice italiana sul fenomeno; un’altra anticipata da un blog interessante.

[2] Se ne occupò, tra gli altri, U. Galimberti (qui). Tra l’altro, si può notare l’inversione copernicana tra lo statement mobilitante del dopoguerra “pane e lavoro” e l’attuale situazione di “panico e disoccupazione”.

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Maggio 1968 Parigi.

[3] “Solo in parte” sta a significare che poiché alcuni analisi datano proprio al passaggio ’60-’70 la manifestazione concreta dei primi segnali di crisi strutturale che, lungamente negata ed alacremente avversata con vari placebo tra cui l’innovazione tecnologica e quella finanziaria, si è poi manifestata solo in tempi più recenti, si potrebbe collegare la diffusa ribellione giovanile di quei tempi come una anticipazione inconscia, un “sentire” che s’andava a schiantarci. Il giudizio sul ’68 ha passato l’intero arco delle possibili attribuzioni di giudizio, dalla mitologizzazione, alla decostruzione più aspramente critica ed auto-critica, proprio da parte di molti che vi presero parte. Tolta la fenomenologia più contraddittoria ed ingenua, però, sono sempre stato meravigliato dal fatto che molti oggi dicono quello che dicevano ad esempio Marcuse o Baudrillard e molti altri, ma con l’aria di chi ha scoperto l’acqua calda. La vera differenza con allora è che allora si poteva avere la premonizione del disastro, oggi ci siamo davanti, se non dentro.

[4] Nelle parole della ricercatrice italiana all’Università di Tokio la cui intervista trovate nel secondo link della nota 1: “A causa di questo, molti giovani giapponesi iniziano a sospettare che il sistema posto in essere per i loro padri e nonni non funzioni più”. Questo “non funziona più” è il rimosso. Che la società, l’economia, l’assetto geopolitico, l’impianto culturale, il nostro modo di stare al mondo vadano male, malino o malissimo è opinione abbastanza diffusa, che tutto ciò sia il segnale che l’intera nostra forme di civilizzazione non funzioni più, è il rimosso. Si rimuove l’epocalità, l’irreversibilità del fatto perché questa constatazione priva un po’ tutti della possibilità di usare le consuete categorie e modi del pensiero. La cosa si nota anche nel linguaggio concettuale dove siamo in piena inflazione di “neo” e “post”. Si dilata l’estensione concettuale del passato nel presente perché questo non porta con sé la sua visibile proiezione nel futuro, i concetti del pensiero come il pensiero stesso, non sono “nuovi” veramente, ma sono solo un restyling di qualcosa che già esiste. Nell’abuso invece degli annunci di morte (fine della storia, della filosofia, della democrazia etc.) si proietta la sensazione di morte che la frattura epocale porta con sé.

[5] Anche la “mistica del conflitto”, portato della logica hegeliana, fa parte del modo di pensare tradizionale sebbene sia coltivata da coloro che s’intendono alternativi al modo tradizionale di pensare. Il problema è che i cambiamenti d’epoca de-posizionano sincronicamente tutti i i sistemi, quelli dominanti e quelli antagonisti. Questo non significa sottostimare l’esistenza e financo l’importanza del conflitto che è essenza già nella biologia, significa solo indebolire la concezione fideistica che crede che sia l’antitesi a creare il nuovo in una forma di legge fondamentale della fisica sociale. Ma bisognerà parlarne meglio altrove…

[6] Nelle parole dei due autori de L’epoca delle passioni tristi, il passaggio dal futuro-promessa al futuro-minaccia: “E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’ energia vitale implode.”

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L’ENCICLICA della COMPLESSITA’.

VT-IT-ART-41673-enciclica_laudato_si_Con l’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco, la cultura della complessità termina probabilmente la prima fase della sua vita, la fase in cui si è formata ed in cui ha cercato di affermarsi per il riconoscimento. Con questa enciclica, si può dire che tale cultura possa ritenersi affermata. L’affermazione ovviamente non significa che tale cultura è diventata la cultura di riferimento principale, né che spetti al vertice di una istituzione religiosa timbrarne il riconoscimento ma che, data l’ampiezza e la significanza sia del testo che dell’autore, ha ottenuto lo statuto di visione del mondo nel panorama culturale. Del resto, si deve riconoscere al testo papale. la coerenza di forma e contenuto. Qui, davvero si integrano le visioni ecologiche con quelle economiche, con quelle politiche e geopolitiche, con quelle scientifiche, con quelle filosofico-etiche. Poi c’è anche la teologia ma questo è uno specifico dell’autore e della sua immagine del mondo che è nel suo pieno diritto proporre.

L’enciclica è una circolare che detta la linea o meglio, l’interpretazione del mondo, alla rete vescovile della Chiesa cattolica e quindi, dato il percolare culturale dall’alto al basso, si presume dovrebbe informare il punto di vista della Chiesa nei prossimi anni. La Chiesa però, è una istituzione più plurale di quanto ami dar a vedere e quindi non si deve immaginare un rigido allineamento alla nuova impostazione. Rimane però il segno forte di una impostazione e per questa impostazione non c’è che un termine per esprimerne il concetto: complessa.

Poiché la complessità è difficilmente riducibile senza perdere risoluzione delle cose, è conseguente che questo commento viola il principio di non riduzione. Non rimane quindi che invitare preventivamente coloro che sono interessati a leggersela. Chi scrive, non solo non ha credenze religiose ma è spesso assai critico non solo verso le istituzioni religiose ma verso la religione in sé. Né pensa bene della categoria degli atei devoti. L’invito a leggerla, quindi, è l’onesto riconoscimento ad uno scritto, scritto assai meglio di quanto noi siamo in grado di fare (la semplicità apparente dell’espressione intrecciata con la grande complessità del ragionamento. Un testo di facile e godibile lettura sopra molti sottotesti di più complesso rimando). Il testo è interessante in sé, non meno di un libricino di Edgar Morin o del Worldwatch Institute o di certi teorici della decrescita. Su alcuni punti la si pensa diversamente ma certo è che intravedere il tessuto della cultura complessa sostenere un enciclica papale provoca una certa meraviglia ma anche un certo, contenuto, entusiasmo. La gramsciana battaglia per l’egemonia culturale di certe idee ma più che altro, modi di pensare, riceve un importante assist.

A costo di apparire pedanti, credo sia interessante segnalare i punti precisi in cui si articola questo tessuto complesso, non da un punto di vista concettuale (per questo si rimanda alla lettura diretta) ma esattamente testuale. Tra gli altri:

Tutto il mondo è intimamente connesso (p.15). Si cita il cambiamento continuo come dinamica dei sistemi complessi (17). Il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose (19). Il clima è un sistema complesso (20). Dobbiamo preservare una biodiversità di grande complessità (31). A pagina 33 si cita l’effetto farfalla come effetti imprevedibili della perturbazione ambientale. Tutte le creature sono connesse tra loro (33). C’è complessità anche nell’esperienza personale (36). Le situazioni regionali sono complesse (39). Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi (una crisi di complessità) (42). I problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato (47). La crisi ecologica è complessa (49). Tutto è in relazione (56). L’insieme dell’universo con le sue molteplici relazioni (non ho annotato la pagina). Per questo abbiamo bisogno di cogliere la verità delle cose nelle sue molteplici relazioni (68). L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio (69). Noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili (70). Tutto è collegato (71). Tutto è in relazione (72). Nota antiriduzionista a pagina 72. Effetti cecità dovuti a gli eccessi della specializzazione a pagina 86. La frammentazione del sapere conduce a perdere il senso della totalità delle relazioni che esistono tra le cose (87). Isolare cose che nella realtà sono connesse (88). Tutto è connesso (92). Tutto è in relazione (94). Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli (94). Si distrugge la complessa trama degli ecosistemi (105), […] non si mette sul tavolo l’informazione completa (105). Tutto è intimamente relazionato (107). Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso (107). Le conoscenze frammentate ed isolate possono diventare una forma di ignoranza (108). Soluzioni integrali (108). Una sola, complessa, crisi socio-ambientale (108). Il tutto è superiore alla parte (110, il che è un truismo, di solito si citano le parti). Se tutto è in relazione … (110). Mondo interdipendente (127). Approccio integrale … dialogo interdisciplinare (150). Totalità dei processi (151). Le Persone divine (le tre ipostasi della Trinità) sono relazioni sussistenti e il mondo … è una trama di relazioni. (più in generale, l’intero paragrafo VII del capitolo VI, sulla Trinità è un cesello di ontoteologia dell’Uno-Molteplice di sapore neo-platonico con appoggi anche sulla teologia francescana di Bonaventura. Il concetto è ripreso nella finale Preghiera cristiana per il creato in cui troviamo “Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito…” dove quindi si aggiorna la storicamente problematica faccenda del monoteismo su tre ipostasi con il concetto di relazione, Dio è una comunità! 186). … in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che s’intrecciano (intrecciare = plexus, da cui cum-plexus ovvero intrecciato assieme) (181 cit. da Tommaso, Summa Theologiae). Tutto è collegato (181).

Questa la traccia testuale che innerva la prima enciclica della complessità.

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La nota 53 a pagina 65 cita il riferimento preciso di questo punto di vista: Teilhard de Chardin. TdC fu un filosofo, valente paleontologo, gesuita, francese (1881-1955), teologo della complessità. Il suo pensiero è ovviamente complesso e quindi non lo affrontiamo qui perché seguiamo un altro intento, chi vuole, può cominciare a farsene una idea qui. Gesuita come Francesco, TdC  si è trovato ai confini tra l’eresia e l’ortodossia, talvolta è stato posto da una parte, altre lo si è riportato dall’altra. Non venne apertamente messo all’Indice dei libri proibiti ma le sue opere, in odore di panteismo spinozista, subirono monito (censura di fatto) e se ne impose il ritiro dalle biblioteche ecclesiastiche. Difeso dai gesuiti ma sempre confinato nel limbo dell’incerto giudizio e del sospetto, Francesco e gli estensori dell’enciclica, lo riportano al centro del motore ideativo e spirituale della Chiesa, poggiandosi nella nota citata, ai precedenti di Paolo VI , Giovanni Paolo II e naturalmente Benedetto XVI, il quale compare sottotraccia al testo dell’enciclica, più volte, come si evince dall’idea di un papa ermeneuta e relativa citazione addirittura di P. Ricoeur (67). Anche gli strali sul relativismo ed il genderismo, nonché la reiterata censura del post-moderno, sono di chiara origine ratzingeriana. Ci si poteva aspettare qualcosa sul sincretismo ma forse Bergoglio, attento ai possibili sviluppi in Cina e pur sempre discendente di Matteo Ricci, l’ha tolto.

Oltre lo strato ecologico, quello sociale, quello economico, forte è la base filosofica che si dipana da Bonaventura (teologia della luce) a Tommaso, dall’ermeneutica che estrae temi attuali dalla verità eterna, dalla citazione dei “dualismi malsani” del razionalismo cartesiano, da un sorprendente e reiterato “la realtà è superiore all’idea”, all’etica della responsabilità e principio di precauzione di H.Jonas. La complessità comporta una ontologia sistemica e questa il concetto di relazione ma dal concetto di relazione sono possibili almeno due esiti: il relativismo che è apertamente citato come scaturigine filosofica di tutti i mali moderni, il relazionalismo che è poi ciò che informa la visione dell’enciclica. Questa nuova posizione della teologia della complessità, per posizionarsi, deve poi fare i conti con i rischi associativi con derive pericolose ed ecco il distinguo con il panteismo spinozista (rischio corso da TdC) e con il biologismo, neo-religione new age che condivide la visione olistica ma non quella complessa.

In economia ci sono posizioni dichiaratamente decresciste, perpelesse sull’assolutezza della proprietà privata, su una concezione “magica” del mercato (nell’accusare i quantificatori razional-mercatistici di “credenza magica” si avverte un velo di sottile perfidia che fa sorridere con gusto), molto bene-comunitarie, in favore delle piccole produzioni (si veda R.M.Unger che credo il papa sudamericano conosca bene), una antropologia di homo faber molto vicina al marxismo, la non neutralità della scienza o peggio tecno-scienza stando però ben attenti a non cadere in posizioni antiscientifiche. Anzi. L’enciclica è molto ben informata sul dibattito scientifico attuale (vedi la posizione cauta su OGM) e promuove alcune posizioni interne a questo dibattito e non certo il rifiuto dogmatico del’atteggiamento tecno scientifico in sé, considerato comunque una conquista dell’evoluzione culturale umana. Il problema avvertito e la sottomissione di queste potenziale complessità creatrice alla logica dell’interesse (economico) di parte, primo perché i suoi effetti non sono economicamente neanche conteggiati (esternalità vengono chiamate), secondo perché non sono tutti economici, terzo perché non sono di parte ma generali ed anzi con chiaro squilibrio tra chi ne percepisce i vantaggi e chi i problemi che creano. In generale, si sottolineano gli squilibri: quello ricco-povero, città-campagna, occidente-resto del mondo, individuale-sociale, privato-pubblico-comune, logica breve termine – effetti a medio lungo, economia finanziaria – economia reale, politica – economia, ecologia – economia. Ma va la pena di leggere il testo quanto ad analisi sulle relazioni ecologia – economia – politica – società – etica tessute assieme con fini ed agili dita.

Geopoliticamente, non è un caso che Francesco citi testi ed esperienze di tutte le chiese più attive e “calde”, quelle sud-americane, africane, asiatiche, financo dell’Oceania. Nulla di nulla sulla deprimente realtà della secolarizzata Europa se si eccettua una citazione della Conferenza Episcopale portoghese.

Richiami forti al Patriarca Bartolomeo nella nuova liason che Bergoglio vuole creare con la Chiesa ortodossa. Citazioni per gli ebrei e per Ali Al-Khawas poeta musulmano sufi del IX secolo. Quindi tutti i monoteismi. Tutti? Mancano i protestanti che Wikipedia.en ci informa con puntualità (l’enciclica è pubblica dall’altro ieri quindi qualcuno, non dal Vaticano, ha prodotto la voce nottetempo) che due giorni prima dell’emissione ufficiale, l’Arcivescovo di Canterbury ha proclamato una “green declaration” co-firmata, tra gli altri, dalla Conferenza metodista mentre applausi a mani strette anche dal movimento dei cristiani evangelici di Losanna e dalla Chiesa Riformata del Nord America. Anche Obama, contando sul fatto che i più leggeranno i giornali e non il testo integrale, si spertica. Perché sottolineare la cosa?

Non tutto il capitalismo si spiega con l’etica protestante e viceversa ma non v’è dubbio che vi siano ampie sovrapposizioni tra i due sistemi come fece notare Weber e come conferma la geografia religiosa ed economica contemporanea. Di contro, le varie chiese protestanti, stanno conducendo una pressante forma di evangelizzazione proprio nelle aree in cui la Chiesa cattolica spera di allargare i suoi stessi consensi. Lo stesso Sud America di Bergoglio (si vedano le ultime elezioni in Brasile), l’Africa, il Sud Est asiatico mentre i cattolici insidiano l’Oceania e la Cina dove il protestantesimo è accreditato di una penetrazione del 2,2% della popolazione totale contro il 0,2% dei cattolici ma soprattutto dove i primi non sembrano incontrare i problemi che invece incontrano i secondi.

Insomma, Bergoglio-Francesco ha la sua originaria ed onesta ispirazione gesuitico-francescana, abbastanza sociale, la Chiesa cattolica cerca il riposizionamento in un mondo che cambia con estrema rapidación, come dice Francesco stesso (17) e in termini di marketing della evangelizzazione i protestanti usano gli scandali sessuali dei cattolici ed i cattolici censurano il loro smodato amore per il denaro. Il senso finale dell’enciclica infatti, è quello che il denaro ordina ciò che dovrebbe ordinare l’etica della relazione alla luce di una concezione complessa dell’uomo e del mondo. Questo i giornali, più di tanto non lo sottolineano e così Obama può plaudire il papa verde riducendone la policromia delle tesi ad una frequenza sola.

L’Enciclica invita ad una vera e propria rivoluzione culturale. Noi già ci spendiamo da tempo su questa barricata e non possiamo che dargli un benvenuto umanista e fraterno tra gli “uomini di buona volontà” pur sapendo che se qualcosa ci unisce, altro ci divide. I più vi leggeranno svolte verdi, anticapitalismo, improbabile neo-marxismo, anti-americanismo, anti-modernismo e chissà cos’altro. Per altro vi leggeranno quello che vi proietteranno senza sorbirsi la fatica del testo che non essendo un tweet esce dai parametri del format cognitivo a cui siamo ridotti ultimamente. Noi vi leggiamo la proposta di un modo di pensare l’uomo, il mondo, la loro relazione e  questa proposta metodologica, la condividiamo senz’altro.

Terminiamo con una citazione dalla Preghiera per la Terra (184-185):

Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra. Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore, a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte e creature nel nostro cammino verso la tua luce infinita. [..] Sostienici, per favore, nella nostra lotta per la giustizia, l’amore e la pace.

Buona lettura.

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L’ESSERE CHE TENDE ALLA COMPLESSITA’. Riflessioni intorno a “La rinascita del tempo”, di Lee Smolin.

Dopo aver condotto una prima ricognizione intorno all’essere che sa che non sarà più, cioè l’essere umano, questa volta ci occupiamo dell’essere più grande, l’essere del cosmo ovvero il tutto contenuto nello spazio e nel tempo, spazio-tempo incluso. Lo faremo seguendo le downloadVG90tesi ed i ragionamenti del fisico teorico Lee Smolin. Smolin è uno scienziato con tendenze culturali ampie, democratico come parte dell’immagine di mondo sociale e politica, un po’ anticonvenzionale come si evince dalla sua critica al mainstream teorico americano centrato sulla Teoria delle stringhe, relazionale dal punto di vista filosofico. Come fisico, è conosciuto soprattutto per i contributi alla teoria della gravitazione quantistica e la gravità quantistica a loop. La rete degli adiacenti (altri studiosi con i quali intrattiene scambio e condivisione di idee o pensatori del passato con i quali mostra affinità) è tracciata da un poligono che comprende: G.Leibniz, C.S.Peirce e R.M.Unger quanto a filosofi, S. Kauffman , P. Bak e B. Arthur (ed altri) nell’ambito della cultura della complessità, vari fisici impegnati nello sviluppo della gravità quantistica tra cui il nostro C. Rovelli ma anche J.Barbour e la sua filosofia del tempo (sebbene con esiti finali diversi), Darwin per il principio di selezione naturale. Smoolin è un ottimo e prolifico divulgatore da cui altri importanti testi che trovate nelle immagini a corredo di questo scritto.

Ne “La rinascita del tempo” (Time reborn 2013, ed. it. 2014, Einaudi, Torino), Smoolin combatte una guerra principale, quella contro l’espulsione del concetto di tempo dalla teorie fisiche fondamentali e per farlo, conduce diverse battaglie concettuali.

Una è contro il riduzionismo ovvero quella forma di pensiero che riduce il tanto a poco, il complesso al semplice, il grande al piccolo. La visione complessa dice invece che ad ogni stadio di complessità emergono proprietà non comprese nei componenti costitutivi. La liquidità dell’acqua, ad esempio, non è una proprietà degli atomi di idrogeno ed ossigeno di cui è fondamentalmente composta. Queste proprietà sono sistemiche per cui se si spacca il sistema e lo si riduce, le cose si fanno cognitivamente più facili, peccato che così si perda la natura del sistema osservato.

Un’altra è contro il determinismo che è una conseguenza del riduzionismo. La visione semplice è ben espressa dal famoso sogno di Laplace ovvero da una prospettiva in cui, conoscendo precisamente le condizioni di partenza delle componenti di un sistema, nonché il set di leggi del loro comportamento,  sarebbe possibile prevedere l’evoluzione del sistema per il tempo di tutti i tempi, cioè per il sempre  che affonda nel futuro. Se però, ad ogni stadio di complessità dell’essere, questo produce nuove proprietà non prevedibili, 41asTsnRrXL._SY344_BO1,204,203,200_il sogno s’infrange. E’ inoltre molto improbabile (o impossibile) conoscere le famose condizioni iniziali con l’assoluta precisione che il postulato determinista prevede.

Un’altra è contro il de-contestualismo che Smoolin chiama “fare fisica in una scatola”. Fare fisica in una scatola è un portato della storia dell’umana cognizione sociale di cui, sebbene ci piaccia pensare di essere giunti al vertice evolutivo, siamo forse ai poco meno che i “primi istanti”. Un esercizio di straniamento del pensiero che consiglio di fare ogni volta che ritenete di aver raggiunto una certezza di verità sul mondo è mettervi nel 12.345 o nel 78.102 e pensare a cosa pensereste delle stentoree convinzioni di quei primitivi del 2015, così come a noi capita con quelli del -2015. Poiché dunque siamo alla prime armi, uno di queste prime armi è il prendere una porzione di essere, sperabilmente piccola e semplice tanto che possa entrare nella nostra limitata testa ed esercitare la comprensione su questo essere ridotto. Peccato che di sua natura, l’essere è un tutt’uno molto più grande e complesso di quanto possa entrare nella nostra testolina. Ne consegue che lasciando fuori dall’osservato tutto ciò con cui l’osservato intrattiene relazioni interagenti, osserveremo un osservato troncato. Il cervello vi sembrerà senza corpo, il corpo senza natura, l’individuo senza società, la nazione senza la globalità, la disciplina in cui vi siete specializzato senza le altre da cui riceve paradigmi di cui non siete consapevoli, la teoria senza la realtà, l’economia senza la politica, la verità senza i presupposti apriori, il presente senza passato, i conti senza l’oste e via di questo passo. Il problema non è il troncamento perché la sproporzione tra il Tutto ed il nostro noi cognitivo è oggettiva, il problema è compiere l’esercizio riduttivo e poi convincersi non solo che è utile e necessario ma doveroso, che il vero parziale ottenuto col troncamento è il vero assoluto che di suo significa appunto troncato, cioè privo-sciolto da legami (ab-solutus), quindi da condizionamenti. smolinF34L’atteggiamento era ben noto ai Greci che sono arrivati prima un po’ in ogni cosa ed è esemplificato da una figura della mitologia classica (poi c’è chi dice che la mitologia non fosse conoscenza, questa figura è eminentemente una tesi gnoseologica o espitemologica di grande rilievo): il Letto di Procuste ovvero come violentare la realtà concreta per farla entrare nelle nostre fisse forme apriori.

L’azione combinata del riduzionismo, del determinismo, del de-contestualismo, congiura  a darci l’impressione di dominare il mondo con una conoscenza certa, eterna, prevedibile in ogni particolare. Tutto ciò per abbassare la nostra ansia, l’ansia determinata dalla relazione tra imperativo cognitivo ed imperativo ontologico di cui abbiamo parlato qui, nell’indagine sull’essere che sa che non sarà più. Le leggi sono assolute salvo poi essere de-assolutizzate qualche decennio o secolo dopo, il futuro è previsto salvo poi farci cogliere impreparati come nello scoppio delle crisi strutturale delle economie occidentali la cui inaugurazione risale al 2008 ma la genesi è ben più remota, l’incertezza è sconfitta salvo poi sconfiggerci lei quando viene il suo tempo (che viene sempre), la nostra libertà è fondata sull’asservimento del mondo ed il dominio “naturale” dell’umo sull’uomo salvo poi scoprire che la libertà è una proprietà propria del mondo mentre la schiavitù o meglio -l’ontologica dipendenza dalla natura- è propria della nostra condizione umana mentre non lo è quella dell’uomo da un altro uomo. Poiché il pensiero ci è utile anche per evadere dalla condizione oggettiva, così si spiega perché, stante la condizione concreta di dipendenza naturale, la fantasia (l’Idea) sia quella dominare il tutto e tutti.

120900035288GRALa visione relazionale che Smoolin addebita in origine a Leibniz (ma le monadi leibniziane sono esempi paradigmatici del troncamento delle relazioni) e il cui sviluppo integra Darwin e molti altri[1], prevede che ogni cosa sia collegata ed abbia quindi diversi tipi di relazione (incluse quelle non in atto, cioè potenziali) con altre. Poiché “avere relazioni” significa scambiarsi energia o informazione o altro, le relazioni modificano le cose che sono tra loro in relazione (noi diciamo “interrelazione” quando abbiamo relazioni in ed out tra due enti), consegue così che le relazioni portano cambiamento (ma anche essere) e quindi il tempo, date che, da Aristotele in poi, sappiamo che lo stato B viene dopo A e questo “dopo” è tempo. Ogni cambiamento ha una causa e così il principio di causa è il tessuto del tempo.  Laddove questi esseri in relazione possono intendersi come un sistema e stante che danno spesso, se non sempre, vita a ulteriori sistemi (sistema =  parti in interrelazioni), questi sistemi si relazionano tra loro e con l’ambiente circostante e cambiano nel tempo. Si potrebbe anche dire evolvono ma il termine è disturbato da una interpretazione qualitativa (cioè “diventano migliori”) sottratta la quale, si può usare. Quelli che sopravvivono al vaglio di compatibilità, rimangono nell’essere, gli altri, scompaiono, è questa la selezione naturale.

Smolin applica l’intero armamentario relazionale alla cosmologia, contro l’idea che ha espulso il tempo dalla struttura fondamentale dell’essere ed arrivando a far coincidere questa cosmologia relazionale con la complessità, la freccia del tempo per cui nel nostro universo, sembra che le cose vadano ad incrementare la loro complessità sid-244-revelli-s-800x800progressivamente, evolvendosi, incluse le leggi fisiche che non vanno intese come un dio algoritmico  esterno a ciò che normano, ma come un reticolo di consuetudini relate a questa o quella condizione del Tutto. Mentre la scienza, al suo attuale stato di primitività, postula che il qui ed ora vale dappertutto e per sempre, Smolin eccepisce che potrebbe non esser così, né nella presunzione di isomorfismo spaziale, né per quello temporale. In effetti, la visione atemporale che è poi anche quella del concetto di equilibrio, è una versione della negazione della vita o per via dello stato di morte (lo stato d’equilibrio ovvero l’assenza di differenze e quindi di cambiamento) o per via dello stato eterno, l’assenza del tempo, quindi del cambiamento. Nella fisica particellare, già oggi, non si concepiscono più particelle “elementari” con caratteristiche proprie ma come emergenze da una rete di interazioni (ad esempio il bosone di Higgs che determina la massa in tutte le altre), così il cosmo relazionale di Smolin.

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51+AwKOrbdL._SY344_BO1,204,203,200_Se non possiamo ridurre la complessità dell’essere del mondo a poche regole certe, atemporali, maneggiabili dalle nostre limitate facoltà mentali (il potenziamento di computazione, cioè di calcolo, offerte dai computer aumentano le quantità non le qualità dei ragionamenti poiché la qualità dipende appunto dalle facoltà di interrelare i pensieri), se non c’è alcuna metaregola che governa tutte le altre tanto da poter determinare in anticipo l’incertezza, se nulla esiste che non sia interrelato ad altro, ne consegue che il futuro è aperto. Non solo è aperto ma è passibile di diverse possibilità di strutturazione. Tesi questa alla base anche della critica del principio di struttura profonda che si trova nella filosofia politica di R.M.Unger, con il quale Smolin sta scrivendo un libro proprio sulla evoluzione temporale delle leggi fondamentali di natura.

Al diritto divino per il quale tutto era imputato e deciso da dio, la modernità ha fatto seguire il diritto naturale per il quale un set di leggi matematizzabili svolge impersonalmente il lavoro che prima ci immaginavamo essere proprio dell’onnisciente. Così come prima ogni forma del pensiero umano era dominato dalla teologia, con la modernità si è pensato galileianamente che dio fosse un sistema di equazioni eterne e precise di cui, alcuni platonici irriducibili, stanno da tempo cercando la legge di tutte le leggi ovvero l’algoritmo di dio: la Teoria del tutto. Questi paradigmi, sono la vera teoria del tutto ovvero i punti archimedei arbitrariamente posti (i “come se vero che…”) che dominano e formano l’intera immagine di mondo che condividiamo in una certa civiltà per un certo tempo.

Il paradosso del nostro sviluppo culturale è che ancora non ce ne rendiamo conto, viviamo usando meta-paradigmi invisibili ed indiscussi che dominano quasi tutte le forme del nostro agire culturale. Smolin, probabilmente influenzato da scambi di punti di vista con 41PSvZOGzBL._SL500_AA240_l’economista della complessità Brian Arthur, segnala come l’intera economia neoclassica è una costruzione platonico-assurda. Nell’economia neo-classica che è tutt’ora imperante (una monarchia teorica che non ha eguali e per estensione del suo potere accademico e politico e per resistenza al cambiamento nel tempo visto che è una forma “neo” di una teoria della fine del XIX° secolo), il mercato è un sistema con un solo punto di equilibrio, il mercato è ritenuto un sistema efficiente se lasciato lavorare senza perturbazioni, l’economia è un sistema indipendente dal percorso (cioè si svolge da leggi che non hanno attrito con lo spazio e col tempo), quindi è indipendente dalla sua storia e dal contesto in cui si svolge, l’efficienza teorica del mercato postula non si possa fare profitto con l’arbitraggio (quindi le banche d’investimento, i trader valutari, gli hedge fund non esistono per la teoria), la funzione di utilità che descrive il consumatore  (basato su una psicologia dell’umano talmente scombinata da essere “neanche sbagliata”) comprime tutti i beni desiderati e tutte le possibili entrate della vita del lavoratore-consumatore in una equazione che ovviamente pialla il tempo dei mutabili desideri e delle mutabili condizioni economiche, espelle cioè quella fastidiosa sabbia nella vasellina che è la contingenza. Il moto browniano della complessità concreta è piallato nel Letto di Procuste dalla piallatrice matematica e dall’uso smodato dei postulati che poi ci si dimentica essere solo dei “come se fosse vero che…” ed ecco che ci si convince che esiste una sola verità, che questa è certa perché è matematizzabile, è una riduzione deterministica de-contestualizzata quindi scientifica ( questa è ciò che possiamo definire -la teologia della modernità-). Il tutto, del tutto imperturbabile alla falsificazione che pure riceve ed ha ricevuto ripetutamente dalla realtà concreta, in una dittatura dell’autoinganno per cui -è vero perché così voglio che sia-.

Questo discorso costeggia il problema delle immagini di mondo che sono governate da meta-paradigmi che si confermano ex-post, nel fatto che le principali discipline ne conseguono il loro modo di osservare, catalogare e giudicare il vero dei loro oggetti di osservazione. Insomma, se tutti pensiamo così, vorrà dire che è proprio così che si deve pensare, un principio di verità sociale che esiste da quando viviamo associati in grandi 1433gruppi, cioè dalla nascita delle società complesse all’incirca 8.000-10.000 anni fa. Tale modello di verità è definito da una democrazia inconsapevole cioè da una condivisione generalizzata a tutti di qualcosa che però è sintetizzato da un gruppo di potere, un nucleo oligarchico (ὀλίγοι = pochi) che agisce secondo i principi della monarchia filosofica della Repubblica platonica, i possessori del vero, del bene, del bello che guarda il caso poi coincide col sequestro della opportunità e delle ricchezze affinché loro possano vivere una vita veramente bella e piena di beni. S’intenda, se hanno successo con queste narrazioni assurde (dal latino absurdus, col significato di “stonato”, derivato da surdus, sordo; sorde alla realtà concreta) è perché c’è qualcosa in questi principi che sembra funzionare un po’ per tutti ed il qualcosa ha spesso molto a che vedere proprio con la rimozione del tempo, della contingenza, della contraddizione, della complessità della realtà la cui imprevedibilità alza ondate di ansia un po’ in tutti. Queste narrazioni sono potenti ansiolitici e sedativi e per usarne il benefico effetto calmante, i più pagano la droga devolvendo il loro diritto e capacità di far uso autonomo delle proprie facoltà mentali. Il tutto viene condotto fendendo rasoiate di Ockham di qua e di là non tenendo conto che Ockham consigliava di rasoiare non tutto ma ciò che non è necessario. Il punto è quindi: cosa è necessario per una descrizione realista di un oggetto di osservazione? Dipende… . Questa relatività nel giudizio di necessità non è risolta democraticamente e caso per caso, ma oligarchicamente ed apriori.

Questo sbilenco contratto sociale di devoluzione dell’autonomia cognitiva ai appoggia anche a strutture che ne riproducono la possibilità. La principale è la separazione delle conoscenze. Se ognuno di noi sa solo di qualcosa che è solo parte del sistema di pensiero nessuno, mai, discuterà le forme del pensiero complessive e non ponendosi questo oggetto nell’indagine, certo che non si arriverà mai a scoprire l’assurdità dei meta-paradigmi che lo dominano. Per una democrazia la precondizione, la condizione prima, non è l’uguaglianza delle possibilità o quella dei redditi o dei diritti generici ma quella delle cognizioni, se non sappiamo non possiamo discutere e se non discutiamo non possiamo decidere e se non 728473possiamo decidere qualcuno deciderà per noi mostrandoci poi che è così bene per noi, così che si fa e non si può fare altrimenti, l’ha detto dio, la detto la verità, l’ha detto ciò che ha potere, l’ha detto una qualche legge. L’ha detto un sistema di idee che decide in base alla sua propria logica cosa è necessario per una descrizione di verità, un soggettivo che ha il potere di mostrarsi oggettivo.

Il futuro non è scritto e lo dovremmo scrivere assieme ma consegue che dovremmo anche sapere come scriverlo e prima ancora come si scrive, collettivamente, un futuro.

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“Abbiamo bisogno di una nuova filosofia” (pg. 263 op. cit.) dice Smolin e vede segnali promettenti nell’utilizzo di un nuovo meta-paradigma relazionale. L’universo ha un tempo, una storia, è dipendente dal suo percorso, è fatto di cose interrelate che dinamicamente evolvono auto-organizzandosi  verso una crescente complessità, è unico, finito spazialmente, le sue leggi evolvono con lui e sebbene molte siano matematizzabili, altre non lo sono (la teoria dell’adattamento che chiamiamo evoluzione non lo è), ha un futuro e questo futuro è aperto. Così il futuro dell’umano.

Il meta-paradigma relazionale cambia l’intera immagine di mondo come già fece la fede nella verità di dio e la fede nella verità matema-scientifica. Trattasi sempre del problema della verità ovvero del parametro in base a cui discipliniamo il traffico e lo scambio di pensieri e comportamenti nel vivere associato. Quello che si propone è quindi una evoluzione intenzionale dalla monarchia dell’Uno e del diritto di dio; dalla oligarchia delle élite giustificate da algoritmi che parlano la lingua del (la loro interpretazione del…) diritto naturale; alla democrazia delle decisioni dei molti, giustificata dal dibattito in linguaggio comune, relato al mondo per come il mondo ci sembra realmente essere, salvo falsificazione.

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Il libro è molto buono e se questa è la sua essenza, il corpo allargato sarà interessante per tutti coloro che hanno beneficiato le Sette brevi lezioni di fisica di C. Rovelli dell’inedito 41m0W1BrqnLprimato di vendita come fossero cinquanta sfumature di materia grigia. C’è cosmologia, storia della scienza, epistemologia, filosofia[2], i padri fondatori, meta-pensiero, tensione positiva e non solo criticismo bilioso che ormai dilaga tanto quanto l’impassibilità astratta fondate su verità nude più del re nudo. Anche il libro, come il futuro di cui ci vuol porre l’interrogativo, è aperto. Gli editor, figura mitica dell’editoria anglosassone, hanno fatto miracoli, rendendo comprensibile quasi tutto di materie che altri si sforzano di mantenere nell’esoterismo più consono a quegli arcana imperii che già Bobbio individuava come segno della costruzione elitaria anti-democratica.

Sul piano cosmologico, Smolin propone una concezione che ha il tempo fondamentale e lo spazio emergente (l’opposto di quella dominante), che pone la gravità come possibile bilanciamento del Secondo principio della termodinamica, che produce continuamente informazione-ordine-differenza quindi un “qualcosa” dinamico in opposizione all’entropia-disordine-indifferenza quindi il nulla statico. Alla fine si abbandona all’irresistibile naufragio sulle questioni climatiche e le due culture, il problema “difficile”[3] della coscienza e il fatidico “perché qualcosa e non il nulla?”. Ma l’intenzione del libro è ciò di cui oggi c’è gran bisogno: rimettersi a porci domande vaste e profonde.

In cosmologia come in fisica e più in generale nel mondo del pensiero che riflette la propria epoca come ben notò Hegel, quindi in economia ma anche in politica ed aggiungiamo noi, soprattutto in filosofia che essendo il pensiero che pensa se stesso è la forma che finisce col condizionare o liberare tutte le altre c’è stasi, un appiccicoso Mar dei Sargassi senza vento e dinamica. Il pensiero s’accorge di esser statico, di galleggiare in una bolla di diffusa entropia e se ne accorge nel mentre tutto del mondo reale diventa viepiù dinamico, in cui i fenomeni sono sempre di più, sempre più intensi, sempre più imprevisti ed imprevedibili e spesso, disordinanti la nostra vita individuale, sociale, economica, politica, culturale. Il nostro pensare deriva dai secoli in cui la nostra civiltà si è imposta sul mondo e sulle altre. Ora il mondo e le altre civiltà ci mandano sempre più segnali che dicono che la festa è finita. Il nostro pensiero reagisce con una fase “scolastica” in cui legioni sacerdotali del credo occidentale, s’affannano a dire che va tutto bene e che bisogna pensare e fare quello che abbiamo sempre fatto e pensato, solo di più e meglio, con maggiore integralità. Ciò vale per le costruzioni di pensiero dominanti ma anche per quelle critiche poiché esse sono legate reciprocamente come nell’entanglement, condividendo spesso gli stessi invisibili meta-principi.

Abbiamo bisogno di riprendere a farci domande, molte e mantenerle aperte per un po’, altrimenti il futuro si scriverà da solo e non è detto che il testo ci piacerà.

 

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Una recensione più “scientifica” e perplessa: http://www.giuseppevatinno.it/wordpress/?p=1761

Altri materiali video su Smolin: http://zitogiuseppe.com/blog2/2015/01/04/lee-smolin-e-la-rinascita-del-tempo/

POSTILLA: Il punto di vista platonico o esternalista è quello espresso nel mito della caverna, Libro settimo de la Repubblica. La verità è fuori della caverna. Questa geometria del punto di vista è adattata nel caso delle verità trascendenti, di dio, delle leggi della natura eterne ed immutabili, dello spostare la causa fuori del sistema, dell’immaginare multi-versi, dell’osservatore fuori dall’osservato. Fare fisica nelle scatola significa assumere queste posizione tipica del soggetto che domina l’oggetto.  Il punto di vista immanentista o internalista è quello di Smolin ovvero la chiusura esplicativa dell’universo all’interno dell’universo stesso. Era anche quello di Protagora che infatti era ciò contro  cui Platone si affannò in molti dialoghi, facendo il ventriloquo col suo Socrate immaginario. Il fatto che Protagora fosse democratico e Platone aristocratico non è casuale ma causale.

Immagine Punto di vista

GEOMETRIE ALTERNATIVE DEL PUNTO DI VISTA

NOTE:

[1] Abbiamo condotto una inconclusa indagine sull’ontologia relazionale o delle relazioni (puntate 1, 2, 3, 4, 6) da cui risultava una piccola tradizione di pensiero animata da spunti e riflessioni non sistematiche ma importanti da parte di: F. Nietzsche, H. von Helmhotz, A. Meinong connesso con Brentano, de Saussure, N. Hartmann, A.N. Whitehead e prima di lui il fertile ambiente britannico di fine secolo con S. Alexander ( a cui si deve il concetto emergenza), J.E. McTaggart, C.D. Broad, in ambito americano J.H.Randall e A. O. Lovejoy. Si aggiungono il fisico-filosofo contemporaneo M.Kuhlmann, la teoria dei tropi in logica ontologica (D.C. Williams, K.Campbell) e la mereologia, e naturalmente la Teoria dei sistemi di L. von Bertalanffy. Scienze proprie delle relazioni (quindi, in parte, sistemiche) sono la chimica (poco considerata ai piani nobili della conoscenza), la biologia, l’ecologia, le scienze cognitive, l’informatica, la sociologia. Quanto alle relazioni sociali in discorso è tra i fondamenti del concetto stesso di società, quale appare in seguito allo shock della Rivoluzione francese e quindi in Marx, Engels, Lukacs e di recente Balibar. L’indagine sul concetto di relazione numero 5 è sul fondamento dell’antica cultura cinese, il concetto di yin e yang non a caso binario (dove c’è due c’è relazione), in luogo di quello occidental-platonico di Uno.

[2] A proposito si segnala che Smolin, fisico teorico, rivendica il contributo al pensiero della filosofia proprio nel mentre censura come non scientifiche (non falsificabili) alcune teorie proprio di coloro che vorrebbero ostracizzare definitivamente la filosofia dal pensiero umano visto che ormai l’unica forma di pensiero efficiente è la fisica o al massimo la scienza. Detto altrimenti, il relazionale usa vera filosofia e vera scienza e le interrela, il platonico contrabbanda filosofia ultra-metafisica come scienza per porre la scienza a posto della filosofia, in realtà per perpetrare il dominio della metafisica astratta. Tipico dei platonici, cortigiani di ogni potere eteronomo –cortigiani, vil razza dannata (Rigoletto, G.Verdi)-.

[3] “Problema difficile” è la definizione che diede D.Chalmers al problema della coscienza. In breve, il problema è come ci giustifichiamo il salto dai quanti ai qualia? Stante che i qualia sono il concetto che individua l’esperienza della percezione personale (il rosa di “quel fiore è rosa”) mentre i quanti sono i fotoni che attivano le nostre vie neurologiche che sono fatte di materia ed energia, ci si domanda: come si passa dalla scienza alla coscienza? Dopo anni che trovo ripetuto questo problema nella letteratura della filosofia della mente, confesso che non ho ancora capito bene perché lo si reputi un problema così impenetrabile. cattura2Forse, in mezzo alla relazione tra quanti e qualia, andrebbe messo un concetto che è quello di emergenza ed un oggetto che è il sistema. A me sembra una traduzione tra linguaggi di sistemi diversi come i quanti dell’acqua spengono il quale della sete ma forse mi sfugge qualcosa…

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L’ESSERE CHE SA CHE NON SARA’ PIU’. Riflessione su tempo, cambiamento e morte.

Alla base dell’umano abbiamo due imperativi, quello ontologico e quello cognitivo. Sono essi gli unici, veri, imperativi categorici poiché sono di origine bio-evolutiva, ogni parte e l’insieme stesso della sostanza che siamo ne è soggetta. L’imperativo ontologico recita: sii! Secondo Spinoza e non solo, sarebbe un conatus, il conato ad essere. L’imperativo ontologico è condiviso da tutte le cose che sono, siano esse biologiche (vegetali, animali, umane), siano esse fisiche non biologiche. Mettendo le une e le altre dentro il termine contenitore “cose”, diremmo che le cose tendono ad essere. Cosa poi siano le cose è problema arduo visto che tutte le cose che sono nell’universo materiale mostrano l’ambivalente condizione di essere e di cambiare. Entro certo limiti, si può cambiare e rimanere nell’essere ma oltre un certo limite, il cambiamento fa trapassare l’essere della cosa in un’altra cosa o in altre cose. Per altri versi, è proprio attraverso il spinoza-trattato-teologico-politicocambiare che l’essere si preserva poiché immerso in un flusso generale (l’universo), che in quanto flusso procede incessantemente dal prima al poi. Se la cosa non cambia, l’attrito tra la posizione statica ed immobile ed il flusso del cambiamento produce danni irreversibili proprio a ciò che voleva essere a dispetto del suo dover cambiare. Per la cosa quindi, la faccenda si riduce ad una imprecisa legge vaga che dice di cambiare in accordo al cambiamento del flusso generale in cui la cosa è immersa ma non troppo da perdere la sua essenza. Comunque, prima o poi, la perderà e cesserà di essere quella cosa separandosi in materiali (energie) per fare altre cose. In accordo con l’ontologia aristotelica potremmo dire che quindi la cosa (la sostanza) è una forma che organizza una certa materia. Ai tempi dello stagirita non era presente il concetto moderno di energia ma potremmo retroattivamente includerla dicendo che la cosa (la sostanza) si nutre di energia per dare alla propria materia quella certa forma che le dà l’essenza. Questo è il lavoro che fa la cosa per ottemperare al primo imperativo, l’imperativo ontologico: sii!

La cosa è quindi una isola di essere che cambia entro i limiti della propria costituzione per rimanere in essere dentro il flusso generale dell’Essere in perpetuo cambiamento. Comunque, così come ha un punto, nel flusso generale del prima e del poi,  prima del quale non era e poi è stata (nascita della cosa), tutte le cose hanno un punto oltre il quale non saranno più (morte della cosa). Che ci risulti, questa è la legge universale di tutte le cose che sono. La morte della cosa è la perdita irreversibile della sua forma sebbene qui il linguaggio non ci aiuti perché, entro certi limiti, è proprio cambiando moderatamente la sua forma che la sostanza si preserva dato che è immersa in un flusso generale di cambiamento.

La condizione umana, all’imperativo ontologico, abbina un secondo imperativo: l’imperativo cognitivo. L’imperativo cognitivo recita: conosci! Cosa significa “conoscere”? Potremmo dire che conoscere è portare dentro la cosa informazione che prima non c’era ma la faccenda è più complicata. Esiste infatti un livello di informazione che la cosa ha di se stessa, diciamo così implicitamente, per il solo fatto di essere. Sia le cose biologiche che quelle fisiche (anche quelle biologiche ovviamente sono fisiche ma in una diversa forma rispetto a quelle non biologiche), hanno continuamente una non cosciente gestione dell’informazione interna per il solo fatto di essere. Esiste poi un secondo livello che si divide in due: nel primo, le cose non biologiche assumono informazione esterna alla  sempre implicitamente mentre nel secondo, per le cose biologiche, questa assunzione è esplicita. L’essere della cosa, poiché è sempre immerso nel flusso generale del prima e del poi, ha proprio come problema prendere informazione di cosa succede al suo esterno per ragguagliare il suo senso interno. Le cose quindi conoscono ciò in cui sono immerse costantemente, le cose biologiche svolgono questa funzione con ciò che possiamo dire “coscienza” che è la sommatoria maggiore delle sue parti in cui confluiscono i sensi. slide_2La coscienza dell’essere una cosa biologica si nutre di conoscenza, implicita per quanto attiene gli stati interni, esplicita per quanto attiene quelli esterni. Gli umani in cosa differiscono tanto da meritarsi un termine categoriale a sé? Gli umani sono cose biologiche dotate di coscienza riflessiva o di secondo grado ovvero coscienza della coscienza. Per l’umano, quindi, l’imperativo cognitivo significa avere conoscenza della propria conoscenza.

Perché l’umano è dotato di questo senso cognitivo precipuo? E’ un caso evolutivo. La specie si è evoluta tramite questa specialità, un trattamento riflessivo di quella conoscenza che per altro condivide con tutte le altre cose biologiche ed a un certo livello anche con quelle non biologiche. L’imperativo cognitivo quindi non è una proprietà esclusiva dell’umano ma nell’umano prende un senso particolare per via della struttura auto-coscienziale propria della specie, struttura formatasi per ragioni evolutive. Meno veloce del ghepardo, meno forte del rinoceronte, meno armato di un felino o di un coccodrillo, meno difeso di una tartaruga, meno agile di una gazzella, meno mimetico di un rettile, meno ipervedente di molti altri animali o iperudente di altri, meno in molte altre specialità, l’umano ha basato tutta la sua strategia adattativa al flusso del prima e del poi, su questa facoltà di trattenere e riflettere sulla conoscenza che riesce ad ottenere, in prima istanza, dai sensi. Questa riflessione, moltiplica la conoscenza ottenuta dai sensi tant’è che questi stessi, non sono affinati in prestazioni come accade nelle altre varie specie. Più sviluppiamo facoltà auto-cosciente, più perdiamo in affinamento sensoriale. In molti casi quindi, il flusso informativo dall’esterno è nell’umano anche inferiore a quello di altre specie ma quel meno viene moltiplicato geometricamente dalla riflessione che opera tanto sul flusso in entrata, quanto su ciò che è stato stoccato nelle memorie.

L’imperativo cognitivo umano quindi è in certo senso la risposta adattativa ed evolutiva a quello ontologico. Per l’umano, sii! si ottempera conoscendo riflessivamente. Iniziato con una bassa riflessione, l’essere degli umani contava poche centinaia di unità sparse in una area contenuta dell’Africa centro-orientale e durava poche decine di anni solari. Dopo qualche milione di anni, oggi conta più di sette miliardi di unità sparse su tutte le aree planetarie e dura mediamente più decine di anni. Nel caso degli umani occidentali e di certi asiatici, si è arrivati a medie di otto decenni con punte che arrivano a gli undici ed in copse4qualche caso anche a dodici. La longevità è un valore implicito dell’imperativo ontologico la cui conoscenza riflessiva, per l’umano, diventa: “sii il più a lungo possibile”. Tale formulazione è implicita anche per le altre cose, biologiche e non, nel senso del conatus spinoziano ma nell’umano diventa esplicita poiché assunta riflessivamente. Altresì, riflessivamente, si aggiunge una postilla: “sii, il più a lungo -ed al meglio- possibile”. Ovviamente anche tutte le altre cose biologiche tendono a stare al loro meglio ossia provando quanto più piacere e quanto meno dispiacere è loro possibile, è proprio dell’essere tendere a provare quanto più piacere dell’essere gli è possibile ma, di nuovo, la conoscenza riflessiva dà all’umano un sapore diverso di questa ricerca del piacere che per altri versi è anche o a volte, principalmente, evitazione del dispiacere.

Capita così di giungere a notare che la natura delle cose, dell’umano più di altre poiché posto ad un livello di complessità maggiore, ha molto ordine ma a volte, anche qualche disordine. Per disordine si può intendere anche la contraddizione, due sensi coesistenti che vanno l’uno in senso opposto all’altro con eguale legittimità e forza. Infatti, la cognizione riflessiva umana porta a conoscere preventivamente la propria morte creando una dissonanza cognitiva. Questo è infatti, in flagrante contraddizione con l’imperativo ontologico, sappiamo che prima o poi falliremo e non saremo più. L’umano quindi, è probabilmente l’unico essere che sa che prima o poi, non sarà più e lo sa tramite la funzione cognitiva, la funzione che si è evoluta per farlo essere il più a lungo ed al meglio possibile.

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Se provate a pensare alla vostra morte, vedrete che vi troverete in una contraddizione, la contraddizione di Epicuro poi ripresa anche da Freud. Penserete al vostro funerale, parteciperete del dolore di chi vi viewImage.actionsta intorno e voi stessi sarete affetti dal dispiacere per il caro estinto, caro a voi più che a chiunque altro. Ma la cosa è incongrua perché a livello logico se non siete più, anche il pensiero non è più per cui l’esercizio di immaginazione a cui vi abbandonate è impossibile perché per esser realistico dovrebbe presupporre un pensiero che non pensa, un pensiero senza oggetto il che, poiché ogni pensiero è pensiero di qualcosa, è impossibile in via di principio. La propria morte allora, non è un evento puntiforme con un al di qua ed un al di là ma un evento-limite, una fine, la fine della vostra durata. Con la vostra morte termina il vostro tempo personale, il che ci porta ad inquadrare questo nuovo concetto di cui la morte è un limite: il tempo.

Il tempo infatti è quello che sino a poco fa abbiamo chiamato il flusso dal prima al poi alludendo al “numero del movimento secondo il prima ed il poi” (Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b). La parte interessante è quel “movimento” ovvero cambiamento. Il tempo è la storia del cambiamento se non c’è cambiamento, non c’è storia, non c’è tempo. Il tempo è quindi nell’essenza della cosa sia perché è l’estensione del suo essere (la durata direbbe H. Bergson), sia perché è la storia della cosa come sua permanenza nonostante la progressione dei suoi cambiamenti. L’essere che deve essere e ciononostante sa che ad un certo punto della sua storia non sarà più, capisce che questo cambiamento perenne allude a quel momento finale, da cui il difficile rapporto col tempo. Il tempo allude alla morte, questo è il retrogusto che lo rende un concetto da evitare, qualcosa di cui sospettare. Ma il cambiamento è, anche senza l’esito finale, un problema in sé, poiché porta incertezza e l’incertezza porta la paura come diceva sempre Spinoza.

L’incertezza è lo stato in cui sotto la pressione dell’imperativo cognitivo (che si somma a quello ontologico – il conatus) non sappiamo/possiamo dargli soddisfazione. Lo stato d’incertezza mantiene aperto il processo cognitivo il quale però, prescrive strutturalmente la sua chiusura. Esso è un anello che, fintanto che non si chiude, non smette di produrre la coazione a connettere sollecitata da ingenti spruzzi di quella neurochimica che chiamiamo “ansia”. In molti casi, l’oggetto ipotetico della cognizione presenta lati rischiosi ovvero la possibilità che esso sia, accada, si riveli, per noi negativo. Tale negatività è uno dei due poli su cui 41EzjZHA1FL._SY344_BO1,204,203,200_oscilla l’incertezza. All’allarme prodotto dalla non chiusura dell’anello cognitivo si somma allora la previsione della possibilità che se compiuta, la cognizione rivelerà un dato negativo, il che accresce l’ansia. A livello intermedio, si può ipotizzare esista comunque una tendenza della mente ad usare la paura della negatività per muovere alla chiusura del circolo cognitivo, sia che poi essa esista realmente come polo delle possibilità nell’oggetto/situazione da conoscere, sia che non. Sia che abbia svolto correttamente la sua cognizione sia che s’accontenti di qualcosa che dirà esser vero per chiudere a forza la pratica irrisolvibile (da cui l’autoinganno di cui leggeremo in R.Trivers, La follia degli stolti, Einaudi, 2013). L’incertezza del cambiamento crea ansia, il cambiamento ci è suggerito dal flusso del tempo, il tempo è anche un memento mori.

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L’Occidente ha sviluppato molte strategie d’evasione dal pensare la morte in tutte e tre le sue forme sviluppate di conoscenza: filosofica, religiosa, scientifica.

Quanto alla filosofia, per Platone, filosofare è imparare a morire mentre Epicuro ha provato a razionalizzare la paura rendendola logicamente inconsistente (come se i registri mentali della paura reagissero sempre a quelli dell’auto-coscienza logica) mentre gli stoici ne hanno fatto una questione d’orgoglio, non dargliela vinta se non altro nel provocare paura. In Platone comunque, si trovano anche tracce di metempsicosi (cioè reincarnazione, si veda l’idea della rammemorazione del Fedone) derivate dal suo pitagora-141674pitagorismo ed è molto probabile che la stessa religione popolare dei tempi, i Misteri (che nei contenuti più propri tali sono rimasti, per noi, ancora dopo secoli) ne promettessero l’esito.  Pitagora ed i pitagorici, Platone e platonici, anche Empedocle sono variamente influenzati da questa idea propria dell’orfismo di origine orientale. Strategie più sofisticate sono state quelle che non hanno preso la morte di petto ma il tempo ed il cambiamento. Così Parmenide, ed Aristotele col motore immobile nonché di nuovo Platone con le Idee eterne ed immobili del soprasensibile. Delle filosofie più “civili” come la sofistica poco sappiamo e comunque successivamente, ad esempio gli scettici, si sono rifatti ad Epicuro ed in tempi romani, a gli stoici. Nel dire però “i greci erano così” si deve stare attenti perché sebbene, per noi, i filosofi siano immortali ed ancora oggi ne parliamo come ne avessimo recente contatto ma ai tempi, non è detto che ognuno di essi rappresentasse altro  che il proprio personale pensiero o al massimo quello di una ristretta scuola (ristretta anche geograficamente, nella sparpagliatissima Grecia delle millecinquecento poleis). Inoltre, la separazione delle discipline, ci fa pensare alla filosofia come al “tutto” dell’immagine del mondo del tempo, quando questa combatteva, negli strati più basici della popolazione come in quelli più elitari, ancora con una versione popolare della mitologia e soprattutto con la religione dei Misteri, di cui come abbiamo detto, poco o nulla sappiamo. Resta il fatto che nel suo insieme, anche la filosofia, supremo sforzo del pensiero che fa conto solo sull’organo che lo produce, la mente umana, alle sue fondamenta greche, evade dal cambiamento, dal tempo, dalla morte.

Quando poi andrà affermandosi il cristianesimo, anche per via dell’alacre lavoro dei neo-pitagorici alessandrini e dei neo-platonici di ogni ordine e grado (Plotino, Giamblico, Proclo), nonché per l’attivo sforzo dei Padri della Chiesa, metà teologi – metà filosofi, si avrà facile modo di sovrascrivere il tutto con una chiara impostazione eternista. L’aporia vedica per la quale mal si giustificava un Tutto eterno in cui l’Uno, chissà perché e per quali ragioni, si scuoteva dalla sua beatitudine pre-coscienziale per mettersi a produrre enti (aporia che rimane nella cosmologia del Big Bang poiché è insita nella nostra mentalità che non riesce a trovare terze vie tra l’eterno, lineare o circolare e l’inizio-fine), aporia ancora presente del Demiurgo platonico, veniva  a riproporsi con il dio della Genesi. Rig-VedaDal fondo dell’eternità impassibile, ad un certo punto e senza ragion di causa sufficiente che non fosse un improvviso salto di auto-determinazione ovvero un causa sui, Dio creava il tempo e con esso il mondo, l’uomo, la vita e la morte. Paolo di Tarso, prese la storia di uno dei tanti profeti del tempo, storia finita invero assai male e la fece diventare la testimonianza di una religione il cui successo iniziale (e per molto tempo successivamente) si basò sull’idea geniale di dare all’anima greca un post mortem in cui i destini corporei naufragavano nella polvere da cui originavano mentre una nuova entità (che “nuova” poi non era), l’”anima”, raggiungeva l’Eterno e per simpatia si eterizzava anch’essa. Il cristianesimo arrivò nel posto giusto, al momento giusto, poiché a Roma e nella romanità, non c’erano i Misteri e le promesse dell’oltrevita erano vaghe e confuse. Poiché come intuì più tardi Cartesio, la nostra mente rimane confortata sulla verità del suo pensiero laddove riscontra i caratteri di idea chiara e distinta (criterio idealista ovvero dove la mente certifica da sé la verità del suo proprio pensiero), la chiarezza e la distinzione tersa con la quale Paolo aveva confezionato il concetto di vita eterna, spopolarono. Soprattutto presso coloro che meno avevano da soddisfarsi nella vita terrena, appunto, il popolo. Ma si farebbe torto alla genialità paolina nel dare una lettura di classe al successo della sua creatura teologica, componente che comunque vi fu. Presto partirono conversioni insospettate a dire che la promessa dell’oltrevita è merce universale come poi si dimostrerà con la terza versione del Dio-Uno, quella musulmana che, per la gran parte dei suoi primi dodici anni di vita meccana,  si legò proprio alle minacce d’inferno ed alle promesse di paradiso che attraevano e terrorizzavano i poveri beduini confusamente politeisti.

Filosofia greca e religione cristiana divennero fili ton sur ton dello stesso ordito: l’immagine di mondo occidentale. Vi era una base abbastanza solida data da Aristotele che si modella su Platone. Platone, a sua volta, dovrebbe averla ripresa da una nuvolaglia letteratura_severino_boezio_consolazioneconcettuale fatta di pitagorismo, orfismo, eleatismo ed ebraismo di cui si sospetta una diretta apprensione, riflessa nel Timeo. Del resto, anche il pitagorismo (e con esso il presupposto numerologico alla base del geometrismo greco che poi sono le basi della moderna scienza) aveva discendenze vedico-indiane e la storia dell’Uno che crea il Tutto non è copyright rabbinico ma, cronologia alla mano, del primo libro dei Veda, il Rg Veda, ex Oriente lux. Ciò che poi non veniva facile e spontaneo da Platone e soprattutto Aristotele, venne piallato nella falegnamerie del pensiero alessandrino-siriane dove ermetici, gnostici, paolini, neo-platonici e vari tipi di eretici ben formati, qualcosa traducendo e qualcosa no e creando anche dei falsi non completamente falsi, prepararono una “tradizione” pronta all’uso per l’innesto “naturale” nel corpus cristiano. Tant’è che vi abboccarono spediti i terzi monoteisti, i musulmani, il cui ruolo nella storia del pensiero occidentale sarà poi quello di ripresentare all’Occidente stesso questa versione della tradizione greca intorno all’anno mille. La cristianità, già platonizzante di suo ebbe gioco facile a ricongiungersi con le dimenticate radici geneticamente modificate proprio per innestarsi su quelle teologiche che, a Parigi, vennero comunque ritrattate a fondo. Oplà, mille anni di medioevo in cui il pensiero così architettato è lasciato riposare e macerare nel suo brodo di cottura e l’immagine di mondo triangolata (quindi sacra in sé) da tempo eterno, statico e negazione adirata anche solo dell’ipotesi di un cambiamento, il tutto al servizio della negazione mortale, è cosa fatta.

Quando arriverà, la scienza, si porrà sulle solide rotaie indo-platoniche stante che la natura è scritta in linguaggio matematico, è fatta di leggi eterne (la natura cambia ma è solo apparenza perché di base le leggi che non solo la fanno essere ma anche Leibniz_Newtonapparentemente cambiare, sono a-temporali) e la geometria è impostata su Euclide che da giovane era allievo dell’Accademia platonica. Del resto, da Newton che presto ed annoiato si ritrasse dall’attività scientifica per dedicarsi al suo prediletto fondo mentale profondo fatto di teo-alchimia, al calcolo infinitesimale che sdoganerà questo altro concetto bizzarro -l’infinito- che sormonta spazio e tempo dando a quest’ultimo il significo di eternità che è la precondizione della non morte, la matematica dimostrò ancora una volta di essere l’estasi metafisica più sublime assieme alla mistica. Gli screzi con la Chiesa furono fatti mondani, dovuti al fatto che la Chiesa, al nascere della scienza (sincronia non casuale), era nella sua parabola discendente ed avviata alla sclerosi. La Chiesa che rimasticò e digerì a modo suo Aristotele, la Chiesa che va da dal francese Silvestro II a Tommaso d’Acquino non avrebbe mai fatto un errore quale fece la Chiesa inquisitiva, paralizzata ed incattivita dalla sua stessa paura di morte.

Filosofia, religione e scienza sono tutte versioni di una unica immagine di mondo che qui da noi ha cercato di cancellare il tempo, negare ostinatamente il cambiamento, offrire alla paura della morte un sofisticato impianto di rimandi che suggeriscono che l’eterno è possibile ed anzi, necessario.

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Non possiamo approfondire ulteriormente di più questa bella storia del tempo, del tempo, della morte e del cambiamento nella cultura occidentale. Lo spazio ed il rispetto per la fatica del lettore ce lo impedisce. Ma penso che ci torneremo su. Chiudiamo con una serrata citazione di libri che stiamo leggendo o abbiamo in animo di leggere questa estate, una strada che se sviluppata, ci permetterà di tornare più e più volte su gli argomenti trattati, in specie su quel concetto caldo, dati i tempi che corrono, che è il “cambiamento” e su cui ultimamente facciamo riflessioni ancora impresentabili.

Dalla Prefazione, Introduzione e Ringraziamenti di Lee Smolin nel suo “La rinascita del tempo” per Einaudi 2014, apprendiamo che il fisico teorico che condivide col nostro apprezzato Carlo Rovelli, l’interpretazione della meccanica quantistica  detta della gravità quantistica a loop che si muove sullo sfondo di una filosofia relazionalistica, ha in progetto avanzato l’idea di scrivere un libro col filosofo brasiliano Roberto Mangabeira Unger di cui avevano segnalato di star leggendo il suo faticoso Politics (Fazi editore, 2015). Il titolo 978880620697GRAprovvisorio dell’opera è “The Singular Universe and the Reality of Time” in cui, pare di capire, il duo sosterrebbe che anche le famose leggi di natura evolvono, ossia sono soggette al tempo[1]. Sostenendo qualcosa del genere, il bizzarro Rupert Shaldrake è stato recentemente bannato dalle Ted Conferences. Non solo per questo forse ma comunque pare che speculare sulla possibile non eternità delle leggi naturali sia non meno ardito che sostenere che la Terra non è il centro dell’Universo. Il che fa pensare che non è la forma del pensiero (non del pensato) in sé ad essere progressista o conservatrice ma la sua posizione di potere. Nata progressiva, la scienza, certa scienza quale quella che s’affanna a dar per morta la filosofia (tutte le forme di pensiero infinitiste, assolute, cioè sciolte dal vincolo del tempo e della storicità,  tendono a dar per morti o ad uccidere, tutti coloro che con la loro semplice presenza, relativizzano questa presunzione di assoluto. Questo nervosismo sull’esclusivo possesso della verità, come poi vedremo, ha forse a che fare col problema del terrore della morte), finisce col rivalutare i tribunali spagnoli. Del resto anche l’utilitarismo socialisteggiante del massimo benessere per il maggior numero è diventato il massimo benessere per il minor numero ovvero quando il tempo non porta evoluzione ma involuzione.

Comunque, questa linea temporal-filosofico-scientifica (naturalista) è una strada, l’altra è quella sulla morte di cui forse leggeremo il contributo dello psico-antropo-filosofo Ernest Becker (Pulitzer 1974) “The Denial of Death” (1973) stranamente non tradotto qui alla periferia dell’impero (ma forse meno “stranamente” di quanto mi sia inizialmente sembrato). Da questo, prende spunto la TMT la Terror Management Theory contenuta nel “The Worm at the Core” di S. Solomon, J. Greenberg e l’impronunciabile T. Pyszczynski ovvero le l’analisi sulle strategie diversive del problema della consapevolezza della propria, certa, morte che tanto allarma l’imperativo ontologico. In breve, l’intero impianto simbolico-culturale costruito da tutte le culture, avrebbe come scopo primario quello di stemperare l’ansia di morte combattendo il terrore col significato. L’incertezza creatasi nella dissonanza cognitiva del sapere in anticipo che prima o poi falliremo l’imperativo ontologico verrebbe curata con un sofisticato impianto di credenze di cui auto-certifichiamo la verità.  9781400067473Lo scontro violento e non dialogico tra immagini di mondo, scontro che può portare a guerre o condanne a morte, reali o simboliche, sarebbe originato dal fatto che un’altra immagine di mondo mette in discussione la consistenza della nostra. Per il solo fatto d’esistere ne minerebbe la credibilità e con essa, farebbe riemergere il problema che doveva aiutare a risolvere: il terrore della morte.  Su queste basi, anche un pluri-premiato documentario: Flight from Death (2003), visionabile su internet, purtroppo a pagamento. Stranamente però, l’intera indagine non indaga su un punto: oggettivamente, sapere di aver un tempo limite per espletare la cosa per noi più importante in assoluto, cioè vivere, dovrebbe portarci ad avere un radicalmente diverso atteggiamento verso la vita. Tante cose che subiamo e tolleriamo lungo la nostra esistenza, non verrebbero subite e tollerate se avessimo la chiara consapevolezza che il tempo è dato ed i giochi che contano si fanno dentro questo anelastico dato. Il che ci porta a riflettere sul cambiamento, il cambiamento intenzionale, l’atteggiamento per il quale potremmo diventare veramente proprietari di ciò che ci appartiene per diritto naturale: noi stessi ovvero il tempo in cui esistiamo. La confluenza dell’imperativo ontologico e di quello cognitivo sarebbe la fusione nell’imperativo più categorico per noi stessi, quello esistenziale, il terrificante: vivi assumendo appieno la consapevolezza che non vivrai più. Questo potrebbe dare un significato diverso al “vivi il più a lungo ed al meglio possibile”, innalzandone il livello di consapevolezza autocosciente, sino al predisporci al cambiamento intenzionale.

Anche qui abbiamo un triangolo che esemplifica l’impasse. Da una lato abbiamo il concetto di servitù volontaria di Etienne de la Boétie, dall’altro lo stato di minorità di Immanuel Kant. Il quesito è: come arriviamo al lato dell’XIa Tesi su Feuerbach di Marx?

Tempo, cambiamento e morte ovvero sono tempi in cui, per noi occidentali, per il “destino di civiltà”, l’intero impianto del nostro modo di stare al mondo e la riflessa immagine di mondo che evade dal tempo per negare la morte e resistere al cambiamento (radicale) rifiuta la presa di coscienza della biforcazione: o cambiamo o moriremo. Questo il perimetro della nostra inconclusa riflessione.

Link:

Il sito del libro di Smolin, qui.

Il Wiki del The Denial of Death, qui.

La Terror Management Theory qui e qui.

Il poco conosciuto (in Italia) R.M.Unger, qui.

[1] L’idea, per altro, pare sia stata condivisa da C.S.Peirce, P.Dirac, J.A.Wheeler ed anche R.Feynman oltre allo stesso R.M.Unger.

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