FENOMENOLOGIA dello STATO-NAZIONE EUROPEO. (4/5) Unione federale, eurozona e ritorno alla nazione sovrana.

Nelle prime tre parti di questa ricerca intorno al concetto di stato-nazione europeo e alla sua conclamata crisi abbiamo detto che:

1a parte) L’ Europa è per conformazione una culla di molti popoli tra loro in interrelazione, fatto che nutre di complessità la sua storia. Questa storia giunse a definire lo stato-nazione come forma massiva in cui diversi popoli aggregati da qualcosa in comune, si organizzavano in rapporto a quelli vicini. Molto di questa aggregazione aveva in obiettivo la guerra, di difesa dalle invasioni, di attacco per prevenire invasioni, di attacco per espansione, per cercare risposte esterne alla domanda di benessere e di stabilità interna. Dopo sei sanguinosi secoli, la Seconda guerra mondiale sancì l’impossibilità definitiva di risolvere l’equazione di stabilità europea, tramite l’espansione egemonica di Uno vs  Tutti. Non rimase possibile che una qualche forma di comune convivenza contrattata.  Attualmente l’Europa è senz’altro il luogo geopolitico più frazionato dell’intero pianeta.

2a parte) L’attuale crisi degli stati nazione europei si configura come una crisi specifica dovuta alle nuove condizioni del mondo. A queste nuove condizioni, alcuni stati fuori di Europa, hanno reagito con progetti e strategie ad hoc il cui primo obiettivo era quello di mantenere o accrescere la propria forza, rendendo sempre più deboli gli stati che avevano una qualche debolezza strutturale. Questa debolezza strutturale è in primis data dalla dimensione. Si può uscire dal ricatto della dimensione con una qualche forma di specializzazione economica (un vantaggio comparato ricardiano), ma questa soluzione: a) non può esser valida per tutti e 42 gli stati europei; b) è spesso una soluzione fragile e momentanea; c) è spesso una forma saprofita che nutre il piccolo sfruttando qualcosa che indebolisce il grande com’è nel caso delle enclave free-tax e del financial-banking. Queste ultime sono parte di quella finanziarizzazione che insieme alla rinuncia di ogni frontiera doganale, alla de-regolamentazione assoluta ed alla privatizzazione cioè al trasferimento da interesse pubblico (che non è solo economico ed è collettivo) ad interesse privato (che è solo economico, ed è individuale), costituiscono l’architettura portante della strategia, con la quale gli stati forti, si approfittano degli stati deboli, rendendoli sempre più deboli. Questa strategia divulga  la falsa assunzione che sia la mano invisibile del mercato a dover regolare l’economia, quando è manifesto che per gli stati forti, dietro la mano invisibile c’è un visibilissimo e massiccio corpus di leggi, disposizioni parlamentari, investimenti pubblici, scelte precise di politica estera, potenziamento eserciti, presidio della banco-finanza, che gli stati deboli non sono in grado di mobilitare. Questa debolezza strutturale, dovuta come detto in primis alle ridotte dimensioni degli stati nazione europei che si limitano l’un l’altro, non ha nulla a che fare con una presunta crisi del concetto di stato, ma ha a che fare con quel concetto del XIX° secolo che oggi appare sempre più un limite anacronistico: la nazione.

3a parte) Cos’è una nazione? La nozione di nazione rimanda a quella di popolo. Ma nella terza puntata di questo discorso, abbiamo notato che la definizione di “popolo” è assai relativa alle condizioni date dalla relazione tra un popolo “x” e  le condizioni geografiche,  demografiche, storiche e soprattutto quelle che si impongono al suo esterno, che vengono imposte da gli altri popoli che con lui abitano un dato scenario. Sino ad oggi nella storia d’Europa, queste condizioni si sono sviluppate tutte internamente al sub-continente. Oggi non si sviluppano più nel sub-continente, ma fuori di questo, nel mondo complessivamente inteso. Escluso ogni essenzialismo di popolo, sia sotto il profilo geografico, sia sotto quello di razza ed etnia, sia sotto quello cultural-religioso-linguistico, il popolo che coincide con una nazione è definito non ex ante da una qualche ragione intrinseca, ma ex post dalla dimensione necessaria dello stato. Necessaria in ragione dell’ambiente esterno nel quale si colloca quello stato. Tolta di mezzo la nozione di nazione rimangono: un popolo da definire in ragione di uno stato ed uno stato da definire in ragione delle condizioni di scenario in cui quello stato si colloca.

Oggi, le nuove condizioni di scenario dicono che i 42 staterelli europei figli di una storia pregressa lunga cinque/sei secoli in cui l’Europa era il mondo (sia perché era al suo interno che si svolgevano tutte le condizioni di possibilità per gli stati, sia perché le sue dinamiche si proiettavano sull’intero mondo passivamente usato per estendere fuori dal sub-continente la concorrenza generatasi internamente) devono produrre uno sforzo adattativo comportante profondi cambiamenti oppure rassegnarsi alla marginalità. Da qui la domanda necessaria: quali nuove forme di stato per i popoli europei, per adattarsi alle nuove condizioni di mondo, un mondo che non ha più centro in Europa e potrebbe trasformare l’Europa in periferia?

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In breve quindi possiamo dire che la crisi degli stati nazione europei è una crisi adattativa alle nuove condizioni in cui questi stati si trovano. Non solo è cambiato radicalmente lo scenario storico in cui si dovrebbe porre il sistema stato-popolo, ma per la prima volta nella nostra storia, o troveremo un modo intenzionale di adattarci o non sarà la mano invisibile o la religione o un qualsivoglia mito in forma di grande narrazione o il singolo egoismo nazionale o la solita élite di “spiriti superiori” a trarci fuori dall’impiccio. Tanto meno lo sarà la pratica più in uso nella nostra tradizione storica, l’unica tecnologia per le transizioni  che la nostra altrimenti brillante civilizzazione ha trovato: la guerra. Questa volta, o ci salviamo tutti assieme o il destino terminerà la nostra civilizzazione come in altri tempi ed in tutti luoghi ha già fatto con altri “centri” del mondo.

Esamineremo allora  le tre opzioni attualmente sul tavolo: 1) federazione politica europea; 2) attuale o nuova forma di unione monetaria unica o comune; 3) ritorno alla stato-nazione.

1)      LA FEDERAZIONE POLITICA DEI POPOLI EUROPEI.

Questa idea risale allo spirito del “Progetto per una pace perpetua” (1795) di I. Kant ed alla prima formulazione del Manifesto di Ventotene (1944) degli italiani Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Corroborata dallo spirito cosmopolita di certe élite culturali e da certo internazionalismo di sinistra, essa ha forse dei vaghi antecedenti in forme quali il Commonwealth britannico, lo Zollverein della Confederazione tedesca del 1834 e il progetto Mitteleuropa di F.Naumann (1915). unione_europeaL’idea della Grande Unione Europea ha trovato, tra gli altri, espressione in Bonaparte e Victor Hugo, Carlo Cattaneo e M. A. Bakunin.  L’idea della Grande Unione è stata lasciata imprecisata come meta-fondale per tutti gli step della costituzione prima della Comunità europea e poi dell’Unione europea sebbene nei fatti, nessuno avesse reali intenzioni di portarla avanti sotto il profilo politico. L’unica vera intenzione era creare un mercato comune ovvero un mercato sistematicamente più connesso all’interno rispetto al più ampio mercato mondiale. Questa seconda intenzione scaturì da élite politiche che si definiscono in quanto tali nella misura in cui provengono dal potere che ereditano dal loro stato di riferimento. Queste élite erano e sono di origine stato-nazionale. Non sarà quindi certo il rappresentante a dissolvere ciò che lui rappresenta, è una questione di ontologia elementare. Immaginare che una élite politica, culturale, economica nazionale devolva spontaneamente la propria ragion d’essere sull’altare del “progetto per il futuro” è credere al suicidio dei lemmings. Purtroppo (o per fortuna dei lemmings) quello del suicidio di massa dei lemmings è un mito, ampiamente costruito sembra dalla Disney. Colpisce altresì che  il progetto costruttivista della Grande Unione, non abbia ricevuto alcun trattamento analitico specifico, insomma che in molti l’hanno pensato come desiderabile, ma pochi se non nessuno, si sia preso la briga di dettagliarlo fattivamente. Ciò lo ha reso assai simile ad un “mito”, una opzione di principio sulla cui concretezza non c’era alcuna convinzione.

Questa idea della grande federazione ha senso? Apparentemente sì, apparentemente essa sembra la soluzione di quanto siamo andati sin qui dicendo a proposito del nostro eccessivo frazionamento, della nostra esasperata concorrenzialità che limita le nostre dimensioni e quindi la nostra forza e resilienza. Peccato che ad un esame più meditato essa perda del tutto ragione perché non ha alcuna concreta possibilità di esistere. Unione_europea2Non ci riferiamo alle difficoltà che ogni nuova idea e progetto di costruttivismo a grandi dimensioni incontra ed incontrerà, ci riferiamo alle ragioni intrinseche di tale ipotetico progetto. Kant e Spinelli tracciavano linee generali (Kant poi si riferiva addirittura al mondo e non all’Europa), ma se scendiamo nel particolare allora la prima obiezione è che tra i più di 40 stati ed una unica federazione ci sono 39 gradini e solo un pazzo potrebbe pensare di saltarli tutti in una volta. La seconda considerazione è anche federazioni più contenute devono rispondere comunque a criteri di possibilità. Ciò vale per l’attuale configurazione a 28 anche se un eventuale passo deciso in direzione unionista porterebbe a dover riconsiderare la composizione dei partecipanti l’impresa, poiché nei fatti, sarebbe un progetto di tipo diverso dall’attuale. Ci sono rapporti sessuali fertili ed infertili, matrimoni possibili e matrimoni impossibili, trapianti che riescono e trapianti che rigettano, fusioni societarie convenienti ed altre che degenerano nel caos, innesti che fioriscono ed innesti che periscono. A quali di questi “tipi” apparterebbe la Grande Unione?

A)     Tutti gli stati europei assieme (escluso di default probabilmente la Svizzera ed il Regno Unito perché chi pensa ad una unione politica generale con i britannici non ha la più pallida cognizione di storia e rimane nella dimensione Disney, versione Mary Poppins) svilupperebbero una popolazione federata di circa 550 milioni di individui. Appare subito chiaro il problema di costruttivismo politico-storico-linguistico-culturale-economico di un affare del genere. I confederati secessionisti d’America erano 7 stati per 9 milioni di individui. Le tredici originarie colonie federate nell’indipendenza americana del 1776 avevano una popolazione di 2,4 milioni di individui. L’allargamento ad Ovest fu fatto con coloni e guerre di rapina. La federazione americana nacque con pochi uomini in una vastissima terra, senza interferenze esterne (una volta raggiunta l’indipendenza) in un continente lontano dalle risse europee di tutti contro tutti o tutti contro uno, e alimentò se stessa, la sua stabilità, la sua ricchezza, il senso stesso dello stare assieme (popoli che parlavano la stessa lingua, avevano la stessa religione ed anche molte comuni motivazioni di ceto sociale e biografia personale), divorando territorio, risorse immense e qualche indiano. Le decine di popoli che convivono in Cina sotto uno stesso ordine, lo fanno da più di duemila anni. Quelli dell’India sono stati uniti a più riprese sia da dinastie locali sia da invasori, quando divisi lo sono stati principalmente tra area del Nord e quella del Sud. Altre federazioni hanno una storia estremamente semplificata rispetto a quella Europea.

B)      In questo nuovo gigante, si spererebbe di impiantare un parlamento rappresentativo si suppone in ragione delle rispettive popolazioni. Cosa succederebbe con l’eterogeneità culturale che non suggerisce possibilità immediate di poter sintetizzare un popolo europeo, l’eterogeneità linguistica, la divergenza di interessi d’area, la diversità socio-economica, la politica estera che porta il Meridione a riferirsi spontaneamente al Mediterraneo, l’area germano scandinava a riferirsi all’Est, alcune repubbliche dell’Est ad essere molto ossequiosi con gli USA ? Chi devolverebbe la propria sovranità in favore di una gestione dell’interesse che potrebbe essere in mano ai paesi grandi vs i piccoli o quelli del Nord vs quelli del Sud, dell’Ovest vs quelli dell’Est? In poche parole, come trovare una comune sintesi culturale, politica, geopolitica, economica? Una comune intenzione?

C)      Il problema non cambia anzi paradossalmente peggiora nel caso di un perimetro di federazione eterogenea più ristretto. Con 505 milioni di cittadini e diciamo grossomodo 505 rappresentanti nella Camera federale, difficile è trovare una maggioranza geo-culturale e quindi difficile è la preminenza unilaterale di un interesse d’area. Ciò potrebbe portare a sane mediazioni ma anche alla paralisi costante. Riducendo però le dimensioni, si peggiorerebbe il problema degli interessi particolari perché con una buona politica di alleanze, si potrebbero più facilmente creare maggioranze risicate ma effettive. A quel punto si dovrebbe preventivamente convenire sul concetto di maggioranza qualificata in luogo di quella numerica, ma questo peggiorerebbe la governabilità. Rimarrebbe le divergenze di interessi tra piccoli e grandi, Est ed Ovest, Nord e Sud, esportatori e non, liberisti e statalisti ed il tentativo di neutralizzarle ricorrendo all’ingegneria costituzionale provocherebbe sicure crisi violente di rigetto.

D)     Abbiamo convenuto nella terza parte della nostra analisi che un popolo si può costruire ex post ma anche che non tutte le fusioni sono possibili à la carte. Le culture slave-balcanico-danubiane, quelle scandinavo-germaniche, quelle latine, quella delle iole britanniche rimangono degli aggregati significativi e sotto molti aspetti, reciprocamente estranei. E il fatto culturale, se si vuole simulare una possibile unione è prioritario una volta tanto, perché è proprio quello che determina il popolo. Senza popolo, niente stato, senza stato niente politica e senza politica si ritorna a far guidare un processo di una estrema complessità multidimensionale, dall’economia. Ma l’economia è un processo sopravveniente, può essere un obiettivo, non può essere la causa costruttiva.

debito-pubblico-eurozonaInsomma a prescindere che non si vede chi e come dovrebbe portare avanti un così titanico progetto, irto sia difficoltà endogene che di quelle esogene che Regno Unito e Stati Uniti sarebbero sollecite a creare (ed i 111 milioni di russi con un vicino cinque volte più grande cosa ne penserebbero?), è il costrutto che ancorché altamente utopico, risulterebbe un dinosauro lento, complicato, disomogeneo,  con poco cervello e privo di qualunque intenzione unitaria. Una cosa così, semmai si realizzasse, non funzionerebbe mai e se pure ci vogliamo convincere dell’impossibile, impiegherebbe almeno 5 decenni per formarsi compiutamente. Cinque decenni di fallimenti, risse, contraddizioni, sabotaggi pilotati, espliciti e non, destre nazionaliste imbizzarrite, élite nazionali complottarde, mercati finanziari scatenati come le iene al calar del sole, disordine legislativo e paralisi geopolitiche. Buona norma dell’evoluzione impone che un nuovo costrutto o sistema, anche quando noi lo vediamo nella sua forma finale dotato di una funzionalità complessa, debba funzionare comunque ad ogni step del suo processo di costruzione/evoluzione. C’è a disposizione questo tempo, cotanta pazienza e sì forte ed incrollabile intenzione prima che l’affare cominci a funzionare, semmai avesse mai reali possibilità di farlo? Ed infine, tolto uno sparuto gruppetto di ingeneri geopolitici o utopisti neo-kantiani, questa idea ha un suo pubblico  concreto oggi in Europa?

Un minimo di buonsenso gradualista suggerirebbe di tenere questo sogno nel cassetto o porlo sull’orlo di un lontano orizzonte e porsi il problema di come segmentare il processo che dai 40 (28) stati diversi ed in competizione di oggi, possa chissà quando e come, giungere a compiere una tale impresa che non è esagerato definire di un rilievo storico “assoluto”. Un costruttivismo realista dovrebbe pensare come gli ingegneri edili, un piano alla volta, altrimenti per il tutto-e-subito c’è solo Mago Merlino che però essendo di origine anglosassone, probabilmente non collaborerebbe.

2)      UNA UNIONE MONETARIA, TECNICA O POLITICA.

eurozona_mapa_bceL’attuale eurozona a 17 è un unione sancita entro i limiti di alcuni trattati che vincolano i diversi stati, con diversa demografia, estensione, storia, economia e tradizione, ad avere una unica moneta. Due le obiezioni prevalenti: 1) tali trattati non hanno alcuna consistenza logico-scientifica sotto nessun punto di vista economico; 2) rappresentano una gabbia di acciaio per la gestione di politica monetaria e quindi economica che viene sottratta a gli stati, quindi all’intelligenza politica, determinando di fatto, un esproprio palese delle rispettive sovranità. A fronte di questo esproprio non c’è in cambio alcunché. Né politiche redistributive, né investimenti comuni, né processi di futura maggiore integrazione politica e culturale. L’idea di superare la complessità del progetto unionista, invertendo i fattori (strategia del vincolo esterno) e quindi ponendo firme a trattati che definiscono una moneta le cui norme obbligano a ristrutturare i sistemi economici che però alla fine impattano sul sociale e quindi sulla politica si sta rivelando non una scorciatoia, ma un viottolo che sfocia in un dirupo.

Questa moneta, l’euro, assume il suo valore di cambio sul mercato e i 17 con quel valore inamovibile debbono fare i conti. La politica economica annuale è predeterminata a pareggio di bilancio delle partite correnti o con lievi scostamenti tra prodotto interno lordo e deficit annuale, qualunque cosa accada, entro e fuori gli stati, in tempi di crescita come in tempi di recessione. Il tasso d’inflazione programmato è fissato al minor valore possibile da una Banca centrale che agisce secondo un mandato chi dice “tecnico” (ma esiste un valore “tecnico” nella politica monetaria?), chi dice “politico”. Il mandatario è l’inflessibile Germania che questi parametri si era data da sé prima dell’euro, che solo con questi parametri accetta di condividere una moneta unica, che senza questi parametri uscirebbe dall’unione monetaria senza indugio alcuno. Chi ha dei debiti pregressi se li dovrà gestire in proprio e se questi rappresentano un problema per il reperimento del loro rifinanziamento sul libero mercato dei capitali, andranno sopportate le conseguenze (tassi di finanziamento, cioè interessi più alti che alzando le uscite annuali comportano il taglio di altre uscite inclusa la spesa produttiva e quella sociale, tagli che retroagiscono sul deficit annuale innescando una discesa a gli inferi a senso unico) nel mentre si dovrà ulteriormente scavare ogni anno una quota di debito da rimborsare, sino a riportare il rapporto tra debito e Pil annuale, a livelli ritenuti dai mercati congrui. Del tutto illogico in una fase recessiva, ancorché impossibile. Naturalmente la Banca centrale è severamente impedita a prestare soldi a tassi ragionevoli agli stati indebitati, diversamente da ciò che regolarmente fanno tutte le banche centrali di ogni paese del mondo.

Si presuppone in sostanza la neutralizzazione della moneta come variabile di politica economica e la si pone totalmente in balia dei mercati di modo che questi possano trasferire la loro logica virtuosa alle economie-società che dovranno sincronizzarsi col mercato senza contrarre debiti o con debiti minimi e sostenibili. E’ l’idealizzazione della mano invisibile da una parte, dall’altra c’è anche una irrazionale convinzione di omogeneizzazione per la quale tutte le economie d’Europa dovrebbero in sostanza, avere la stessa conformazione di quella della Germania. Considerazioni sulle dimensioni degli stati, sulla loro geografia o storia, mentalità e predisposizione naturale, vengono annullate per principio.

La critica di una parte di ciò che rimane della sinistra (sulla possibilità di fregiarsi della definizione c’è contrasto) ma non solo, evince da questo pacchetto di disposizioni sacrificali che recinta l’impianto dell’euro, la volontà politica delle élite europee e stato-nazionali di espropriare sovranità politica in favore di una conduzione euro-tecnica dalla mire oscure, nonché una congiura degli stessi in favore della finanziarizzazione, dei mercati, del capitalismo totale. Tutto ciò, fungerebbe da vincolo esterno, da necessità “naturale”, per una serie di politiche di smontaggio dello stato sociale, dei diritti dei lavoratori, di riformulazione dell’intera macchina economica delle diverse nazioni in favore di una visione neo-liberale dominante nel main-stream economico e politico occidentale. Una sorta di adattamento alla globalizzazione, sfondando i pavimenti su cui si ergeva il concetto sociale di società in Europa dai tempi di Bismarck. Io credo che ci sia del vero in ognuna di queste parziali asserzioni ma non credo siano state queste le ragioni prime che giustificarono il comportamento masochista della gran parte dei 17 contraenti l’euro. Non credo ciò costituisse un “piano” ab origine.

Credo che le ragioni prime che mossero alla condivisione dell’impianto siano state due: la prima vedeva da una parte la contradditoria volontà di addivenire ad una unione più ampia della dimensione stato nazionale poiché consapevoli dell’insostenibilità di questa nelle mutanti condizioni di mondo, dall’altra l’indisponibilità a cedere sovranità politica che portò a ritenere sufficiente per il momento agire sulla sola moneta come vincolo per formare una economia comune o meglio un comune basket di opportunità economiche create dal libero mercato. La seconda ragione che ha portato a questa bizzarra costruzione fu l’individuazione del nucleo della storica instabilità europea nei difficili rapporti di vicinanza e convivenza tra la massa francese e quelle tedesca. Questo è non solo il perno causativo dell’origine del progetto ma è anche il punto sul quale il progetto naufraga.  O questa costruzione si faceva includendo la Germania o non si faceva e la Germania consapevole di questo e di altri suoi punti di forza assoluta, ha accettato imponendo da stato forte qual è, le sue unilaterali condizioni non negoziabili. L’intera architettura normativa dell’eurozona risponde al 100% al concetto di politica monetaria della Germania non da ieri (sono in effetti norme di quella visione dell’economia e della moneta peculiarmente tedesca che si chiama ordoliberalismo e che la Germania ha applicato a se stessa da dopo la fine della Seconda guerra mondiale. L’ordoliberalismo nasce come pensiero negli anni ’30 e precede, di molto, il neo-liberismo con il quale viene confusamente scambiato[1] )  con la Francia che ritenne a suo tempo possibile, adeguarsi a questo dettato pur di imbrigliare l’amico-nemico. Nessun altro paese, tantomeno l’Italia, ha avuto voce in capitolo nel definire questi parametri, per tutti questi si è trattato di prendere o lasciare e con la paura di rimanere soli, hanno accettato rimandando i punti interrogativi che qualcuno di buon senso, si sarà pur fatto venire.

L‘intera faccenda ha pure sembrato di funzionare per alcuni anni o quantomeno non provocare particolari problemi. altan1990I problemi sono sorti quando è scoppiata nel sistema mondiale la crisi del 2008-2009 e queste condizioni che paralizzano la politica monetaria si sono rivelate l’esproprio di una delle armi principali, la principale per interventi correttivi immediati, per far fronte ad una crisi di tali dimensioni. La crisi ha rarefatto repentinamente il credito e l’impianto finanziario degli stati debitori e di alcuni sistemi bancari è andato subito in agonia retroagendo sul funzionamento economico, sociale, politico. Nell’ostinazione della Germania a rimanere inflessibilmente legata ai patti, a volte addirittura inasprendoli, c’è stata anche la volontà di approfittarsi della situazione per garantirsi ulteriori vantaggi, ma questa è stata una sopravvenienza attiva, non la ragione prima che fondò il micidiale dispositivo.

Non esiste alcuna possibilità di smuovere la Germania dai suoi convincimenti. Nessun piano pur studiato dalla burocrazia brusselese a proposito ad esempio di forme blande di comunitarizzazione dei debiti o degli accessi di debito, ha mai superato la fase del piano da corridoio. Nessuna invocazione dalla pletora di premi Nobel che hanno eccepito sulla cecità teutonica ha mai smosso alcunché. Vani anche i tentativi statunitensi e britannici di consigliare maggior elasticità per il bene della crescita sistemica mondiale. Inascoltate le flebili voci di parte italiana e della nuova presidenza francese. Se si vuole fare un sistema con la Germania, sia esso tecnico quindi fatto di trattati, sia esso politico ovvero trasformando l’eurozona in una federazione politica fattiva, queste condizioni erano e sono inderogabili. E lo sono non solo a livello di élite politiche, il consenso al sistema Germania da parte dei tedeschi è abbastanza generalizzato al suo interno.  Già oggi che in Germania nessuno si sogna di derogare da questi patti e laddove la gestione politica degli stessi da parte della signora Merkel è stata dal punto di vista tedesco comunque irreprensibile, si va formando una forma politica che riunisce economisti ed interessi confindustriali che propone l’uscita unilaterale dall’attuale eurozona per paura di venir contaminati da qualche follia tipica dei paesi non teutonici. Questa forma di euroscetticismo si è fatta strada anche in Finlandia ed in parte in Olanda, che nel caso seguirebbero senza indugio la Germania nella diaspora. Questa comunità del punto di vista coincide, non a caso, con quella culturale dell’aggregato germano-scandinavo, che a livello euro ha per altro da sempre visto l’indisponibilità norvegese, svedese, danese.

Sul fatto che il problema sia stato e sia nella composizione degli interessi francesi con quelli tedeschi, un economista-sociologo francese, F. Lordon, scrive a proposito di coloro che pervicacemente immaginano possibile un trasferimento della struttura dell’eurozona in un costrutto federale cameral-rappresentativo (dove tra l’altro va notata l’asimmetria tra l’attuale Europa parlamentare a 28 e l’eurozona a 17) : “riescono a immaginare la Germania che si piega alla legge della maggioranza europea se per caso il Parlamento sovrano decidesse di riprendere in mano la Banca centrale, di rendere possibile un finanziamento monetario degli Stati o il superamento del tetto del deficit di bilancio?” o al contrario cosa succederebbe se questa stessa legge della maggioranza europea imponesse alla Francia la privatizzazione integrale della Sicurezza sociale?”. La conclusione che noi condividiamo appieno e che per certi versi è addirittura auto-evidente è che una architettura federalista vale solo laddove i popoli che vi sono inclusi, hanno una qualche base di senso comune, dove le decisioni di maggioranza possono comunque esser accettate dalla minoranza, dove le differenze che comunque esistono come problema per questo tipo di operazioni, non eccedono un certo limite oltre al quale il contratto sociale si rompe. Questa semplice norma è uno dei principi logici fondativi del pensiero federalista dai tempi di A. V. Dicey (1835-1933).

Una moneta unica reclama quindi per funzionare una federazione politica (tra quelle possibili) che “gestisca” una operazione di convergenza strutturale (ammesso si ritenga ciò sensato), nei modi e nei tempi possibili, anche in ragione di ciò che succede nei mercati e non solo onorando piani di marcia stabiliti ex ante. Ma questa non è possibile alle attuali condizioni. L’eventuale decisione di trasferire volontà dall’impersonale (?) entità del mercato a quella assai personalizzata della politica è inaccettabile per la Germania. Altresì è altrettanto del tutto irrealizzabile il sogno keynesiano di una clearing union dove si compensano eccessi e passivi della bilancia dei pagamenti. Una clearing union è un dispositivo tecnico (per altro mai concretamente realizzato) per fare quello che negli stati si fa a livello politico, la redistribuzione. Anche in questo caso, non è che una clearing union possa piacere ai tedeschi più che una disposizione parlamentare o un eurobond, essa annullerebbe (ai loro occhi) il virtuosismo teutonico market driven con la insipienza mediterranea coccolata da una politica compiacente di cui i tedeschi hanno semplicemente orrore. Indigeribile. Ribadiamo che questa non è solo un tic culturale o una differenza di mentalità orientata dal gusto, è una concreta concezione politica dei rapporti tra economia e la stessa politica.

La proposta dello stesso Lordon è quella di una moneta comune ma non unica. Un euro frazionato in lire-franchi-marchi-pesetas, con un ritorno di controllo politico nazionale sulle rispettive banche centrali (e controllo sulla circolazione dei capitali), che usa una banca centrale comune solo per regolare sia i cambi fissi interni, sia i cambi esterni sul libero mercato valutario. Ma questa, come altre soluzioni possibili, è una via tecnica di smontaggio dell’euro, non è una risposta alla analisi di quale forma politica immaginare per il futuro degli stati nazione europei che qui stiamo indagando. Uno dei riflessi negativi della questione euro, è anche questo condizionarci a parlare di monete come se l’intero range dei problemi e delle soluzioni della nostra condizione avesse questa unica priorità. Può darsi che le soluzioni all’euro-disastro siano ritenute più attuali ed urgenti, ma noi qui ci stiamo occupando delle forme politiche con le quali affrontare il problema stato-nazionale europeo, un problema che non è creato dall’euro, anche se l’euro l’ha peggiorato e che è, a nostro avviso, di dimensione strategica prioritaria.

A conclusione della disamina di questa seconda opzione, quella di far partire una qualche evoluzione dello stato nazione cioè un evento politico, dall’attuale più o meno riformata struttura dell’eurozona che è un evento economico per altro mal costruito, concludiamo non esserci alcuna possibilità. L’idea di unire politicamente paesi mediterraneo occidentali con paesi germano-scandinavi, naufraga inesorabilmente davanti allo scoglio delle forme economiche e delle diverse credenze in materia di rapporti tra stato e mercato. Questa unione non è matura, sarebbe sterile, impossibile, rigettata ed infertile non diversamente da quella della federazione completa su vasta scala poiché con questa condivide lo stesso nucleo problematico: l’irriducibilità tra sistema germano-scandinavo e sistema euroccidentale-mediterraneo.  Del resto, l’attuale architettura tecnico-contrattualistica non funziona se non per la Germania, da vedere poi fino a quando e quindi reclama una soluzione. Per l’eurozona sembra dunque in questione, come molti hanno notato, non il “se” si scioglierà, ma il quando ed il come.

3)      RITORNO ALLA NAZIONE.

Alcuni già da qualche anno, sostengono che a tutto ciò che abbiamo appena descritto nel secondo punto, ovvero i problemi di malcostruzione e malfunzionamento dell’eurozona, si può rispondere in un unico modo: tornare alla coincidenza tra confini territoriali, sovranità politica, sovranità monetaria, tornare allo stato nazione ed abbandonare (per sempre o per il momento, dipende dall’immagine di mondo dei vari pensatori) i progetti unionisti di ogni forma e grado. Alcuni tra questi alcuni, si spingono ad un recupero (se hanno un passato di sinistra) o ad una convinta riesaltazione (se hanno un passato ed un presente di destra) del concetto di nazione, sovranità, indipendenza. Non è un mistero che opzioni sovran-nazionaliste animino il recente successo di movimenti di destra ed a volte xenofobi in Francia, in Olanda, in Finlandia, in Grecia, in Ungheria ed in piccola parte in Italia. E’ bene chiarire che si può essere sovranisti o meglio difendere la necessità di far coincidere sovranità politica-economica-monetaria e finanziaria senza essere xenofobi e che mischiare le due aree di pensiero è mistificatorio. Tale mistificazione spesso è operata da una certa euro-sinistra che abbagliata da un indistinto sogno spinelliano, usa la diade sovranità-nazionalismo/xenofobo come accusa ad un’altra sinistra critica dell’euro-sogno(incubo?). A questa argomentazione polemica, risponde con sufficiente chiarezza lo stesso Lordon[2], ripreso in questo articolo anche dall’economista J.Sapir[3].  Ritenere però un non problema la coincidenza di visione sovranista è altrettanto superficiale perché significa implicitamente ammettere di aver in comune tra destra e sinistra (molto spesso nella loro definizione più dura e pura, definizione data per auto-attribuzione) una certa visione complessa del mondo. Ne discende l’assurda convinzione che non esiste più differenza tra destra e sinistra, rinforzata anche dall’osservare le inusuali corresponsioni di amorosi sensi tra la finta destra e la finta sinistra istituzionali che formano governi assieme. Destra e sinistra prima di essere due comportamenti politici sono due visioni del mondo. Che abbiano la stessa visione del mondo è sintomo o che sbagliano visione o che non definiscono bene mondo, insomma che hanno le idee confuse. Queste idee confuse sembrano diffuse più a sinistra che a destra. Ipostatizzare questa confusione mentale facendola diventare orgogliosa rivendicazione di una ipotetica convergenza è sintomo dei tempi.

La%20Lira%20-%20500_000Molto articolata è l’idea di coloro che consigliano di tornare allo stato nazione e lunga sarebbe la disanima delle argomentazioni a cui opporre contro-argomentazioni. In generale diremmo allora solo che: 1) l’idea di come sciogliere l’eurozona e forse la stessa UE ha una serie di problemi e solo un parziale range di soluzioni. Ma per amor di brevità  diamo per scontato che questa soluzione ci sia e che la cosa sia tecnicamente e politicamente possibile, che lo scioglimento “funzioni”; 2) senz’altro sciogliere la matrice del problema (l’eurozona dei trattati) risolve il problema procurato dall’euro; 3) la soluzione stato-nazionale (pur isolando l’eccessivo entusiasmo nazionalista come elemento folklorico) però va in direzione simmetrico contraria ad ogni considerazione che sin qui siamo andati a fare sul problema-mondo. Quello che qui si ipotizza è un tornare ognuno a coltivare il proprio orticello scaricando su gli altri gli eventuali problemi, cioè quel ritorno alla competizione intra-europea che ha segnato gli ultimi cinque secoli. Questo, nel mentre l’agone competitivo si è trasferito nella dimensione mondo. Sarebbe come strategia l’esatto contrario di un ragionamento sistemico adattativo, una strategia mossa da una contingenza cioè l’insostenibilità palese dell’architettura attuale dell’euro. Quindi una non-strategia, un ripiegamento tattico. Ma la tattica va valutata sempre a traguardo di una strategia, nel caso di “ritorno alla nazione”, la strategia qual è?

Come tutti i riduzionisti ed i deterministi ansiosi, per chi propugna questa ritirata non si sa se tattica o strategica non esistono contesti, esistono solo monadi isolate sulle quali si può discettare dalla a alla z. Devo recuperare concorrenzialità? Svaluto! E cosa ci si aspetta faranno gli altri ? Vogliamo iniziare una guerra monetaria intra-europea nel mentre sta iniziando una guerra monetaria planetaria? Devo scalare il debito? Non lo pago, faccio default! E cosa ci si aspetta che farà la Francia che il nostro debito possiede per la gran parte della sua componente estera? E prima di ridurre la Francia alle sue banche, questi soloni dalla larghe vedute sanno cosa significherebbe per la nostra economia, entrare in un reciproco astioso conflitto con i vicini d’Oltralpe, oltre che con la Germania? E cosa crediamo sia la restante parte nazionale del debito, tutta speculazione bancaria o non anche risparmio di piccola-media entità, fondi-pensione, risparmio degli stessi cittadini che si vorrebbero salvare dalla congiura neoliberale-pluto-massonica? Vogliamo iniziare una guerra economica europea nel mentre imperversa la guerra per il riassetto dei pesi e dei poteri sul mondo in inedite geometrie multipolari? L’inflazione post svalutazione e la lievitazione della massa monetaria operata dalla nuova banca nazionale sarà del 20%? 30%? 40%? Sarà controllabile? E giù diagrammi che sostengono a, b, c. Ma siamo sicuri di poter domare come singola nazione un fenomeno (l’inflazione) la cui causalità non mi pare sia poi così scientificamente chiara a gli economisti? E se la bestia sfugge di mano? grafico-relazione-rapporto-debito-pubblico-su-pil-e-governiDopo esserci a  lungo lamentati dello svuotamento dell’effettiva democraticità della democrazia televisivo-rappresentativa vogliamo mettere la banca centrale e la sua tipografia nella mani di élite nazionali quali quelle italiane che hanno creato in passato il nostro enorme debito pubblico? Pensiamo davvero che gli anni felici dei ’60-’70 (“felici” solo nella trasfigurazione di una memoria assai selettiva e con più buchi di una forma di groviera) fossero tali perché avevamo la splendida congiunzione astrale “democrazia popolare + keynesismo + sovranità monetaria” e che ciò sia riproducibile alla odierne condizioni di contesto generale? Ma più che altro, in paesi come l’Italia che non ha alcuna sovranità militare (né può pensare di averla), perde sovranità economica perché incapace di sviluppare uno straccio di strategia di politica economica ed è sistematicamente subalterna ed eterodiretta da soggetti più forti, che ha perso sovranità culturale, che è in contrazione demografica, thumbche in un pomeriggio ai tempi della Lira, venne strapazzata dalla massa di investimento di un solo individuo su i mercati internazionali (Soros), che ha visto la sistematica ingerenza manifesta o ancora occulta di tutti i servizi segreti del suo intorno geopolitico per far sì che gli italiani andassero di qua e non di là, nell’Italia massonica, pidduista, atlantista, vaticana, sostanzialmente da sempre di centro-destra, del nano-capitalismo e con la più bassa penetrazione di Internet, banda larga e conoscenza della lingua inglese dell’Occidente, senza energia propria e con poco o nulle materie prime, una economia principalmente trasformativa e quindi dipendente dai mercati esteri, il vero problema della sovranità si risolve tornando a chiuderci in casa?

Ma se il sovrano non riesce neanche a farci pagare le tasse tant’è che il paese con il più alto debito pubblico d’Europa è anche quello con la più alta ricchezza privata, di quale sovranità stiamo vagheggiando? modern-money-theory-199x300Forse ai sovranisti dell’ultima ora, felicemente ispirati da Auriti alla MMT, a coloro che perorano lo studio dell’economia (come una volta si invocavano le Sacre scritture) converrebbe anche un ripassino di storia. Scoprirebbero così che lo stato nasce in primis come sistema finanziato dalle tasse dei cittadini e non dall’essenza del popolo spremuta nella sua moneta e la stessa democrazia è subordinata al pagamento della quota d’iscrizione al club nazionale. Dovremmo applicare all’inverso il “no taxation without rappresentation” ovvero “no rappresentation, without taxation”. Gli antichi greci usavano l’ostracismo, l’espulsione dalla comunità e la privazione di ogni diritto di cittadinanza. Mi pare il minimo da applicare a gli elusori ed evasori fiscali italici[4], in termini di manutenzione di un sistema democratico. E dopo tutto ciò, si ritiene sostenibile un paese-economia retroflesso in una aggregato di 60 milioni di individui, in un mondo di sette miliardi di individui? Questo meno dell’1% del mondo, che destino avrebbe nelle nuove logiche multipolari? Avrebbe autonomia, quindi libertà, un insetto del genere? Stiamo vedendo il dito e non la Luna? Temo di sì.

Temo che l’equazione euro=eteronomia, sovranità politica=sovranità monetaria, Lira=autonomia, sia figlia di un sillogismo piuttosto elementare non tanto nella sua prima proposizione, quanto nella seconda ma soprattutto nella terza. Il tutto mi sembra si riduca ad una doppia opzione poco entusiasmante: essere schiavi della Germania (opzione euro attuale tecnico o politico) o tornare ad essere schiavi degli anglo-americani (opzione nazionale). Tutto qua? Questo è il massimo grado di ciò che siamo in grado di produrre in risposta alle immani sfide adattative del XXI° secolo?

= 0 =

Come uscire dal trilemma: a) federazione politica generale impossibile; b) eurozona tecnica o politica insostenibile; c)  ritorno allo stato nazione suicida?  Cercheremo di individuare lo stretto passaggio, ammesso che ci sia, nella quinta ed ultima puntata.

[Quarta parte – continua]

Questa la prima parte, questa la seconda, questa la terza.


[1] Per una trattazione chiara e niente affatto noiosa dell’ordoliberalismo: : M. Foucault, La nascita della biopolitica, Feltrinelli, Milano, 2012. L’implementazione pratica della teoria è detta anche “economia sociale di mercato” o “economia di mercato coordinata” o “capitalismo renano” e non è molto distante da quella applicata storicamente nel capitalismo giapponese. Essa si ritiene una specie di terzo tipo tra liberalismo laissez-faire anglosassone e una pura economia socialdemocratica.

[4] Qui spesso si ciurla nel manico. E’ indubbio che esista una fascia bassa di evasione da sopravvivenza. Nessuno si sogna di additare questi micro-evasori come la matrice dei nostri mali e certo che un riassetto delle regole del Paese dovrà porsi il problema di come permettere l’esistenza di questa micro-economia. Ma su i 150-200 mld di stimata evasione annua, questa fascia inciderà forse al massimo per un 30%. E’ quindi al restante 70% che ci riferiamo.

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FENOMENOLOGIA dello STATO-NAZIONE EUROPEO. (3/5) I concetti di popolo, stato e nazione.

Nel domandarsi “Qu’est-ce qu’une Nation?”, l’abate Sieyès rispondeva: una nazione è –un corpo di associati che vivono sotto una legge comune e che è rappresentato da uno stesso corpo legislativo-. E’ questa una definizione che potremmo definire funzional-giuridica ma è anche la definizione che porta a sovrapporre, fino a farli coincidere, i concetti di nazione, popolo e quello di stato. Nella definizione di Seyès, lo stesso corpo legislativo altro non è che una Costituzione, un contratto fondante una collettività che in esso si riconosce. La collettività che in esso si riconosce è un popolo e questo popolo è la nazione. E’ più o meno questa la via lungo la quale s’incammina anche Jürgen Habermas secondo il quale esiste un popolo o più popoli ed esiste il loro convenire su  un libero contratto sociale, una Costituzione. Seguendo questa via potremmo usare il rasoio di Ockam, ovvero non moltiplicare senza necessità gli enti e concentrarci sullo stato da una parte ed il suo popolo (magari fatto di diversi sottosistemi, quali genere, anagrafe, classi sociali, ma anche etnie) dall’altra e cominciare a liberarci del concetto di nazione. Il concetto di nazione come poi vedremo, discende da quelli di di gens, genos, stirpi, ethnos, natio, una lontana storia che prima ancora prevedeva le tribù ed i clan ed in definitiva, la discendenza di sangue. Questo appartenere ad una discendenza, al progredire del tempo e della consistenza demografica, tende ad allontanarsi da una ipotetica prima essenza originaria per divenire un significato socialmente costruito, quindi del tutto relativo.

La questione della nazione è molto più controversa di quanto non appaia seguendo l’asciutta definizione dell’abate Seyès. Poiché la nazione sottintende il concetto di popolo è questo che dovremmo precisare. Cos’è un popolo? Si potrebbe dire che un popolo è un aggregato umano ordinato da uno o più principi, quindi un sistema di individui che ritengono di avere qualcosa in comune, la cui definizione ne precisa la differenza rispetto a ciò che non vi è incluso (si potrebbe dire: la cui definizione è discriminante). Per definire questo o questi principi ordinanti sono stati presi, nel tempo, diversi elementi.

1)      POPOLO e TERRA.

Il più antico è senz’altro quello di luogo, di terra. Un popolo è l’insieme di coloro che vivono nel territorio x. Probabilmente all’origine, questa definizione era data dagli altri, da coloro che vivevano in y e così nominavano coloro che stavano in una altra, ben precisa parte, della geografia locale. Quelli della collina, quelli del fiume, quelli del bosco, quelli della montagna, quelli dell’isola. La geografia è un sistema di concetti che al contempo chiude, nel senso che precisa e discrimina, ma che non chiude mai in assoluto. imagesCA8FT95OLa visione geografica del mondo al tempo delle tribù nomadi non era quella del tempo delle tribù stanziali e quella del tempo dei satelliti non è quella del tempo delle tribù. Se prendiamo il punto di vista satellitare, tendiamo a continentalizzare i popoli, se prendiamo il punto di vista tribale stanziale avremo uno scenario molto più piccolo suddiviso per fatti geografici anche molto minuti (oltre alle caratteristiche territoriali, si useranno anche i quattro punti cardinali che sono relativi al punto in cui si definisce il centro ). In generale si può dire che al crescere demografico corrispondono diverse (e sempre più larghe) definizioni di popolo. Il criterio geografico è quindi un criterio del tutto relativo ed è poi quello che più di altri impone l’elasticità del concetto di popolo (razza-etnia). Non a caso è proprio questo mancanza di terra ad aver solidificato e reso anelastico il concetto di popolo (etnia-razza) per gli ebrei. Le identità popolo-terra sono quindi relative al tempo della storia ed alla consistenza demografica del popolo che s’identifica con quella porzione di terra.

2)      POPOLO ed ETHNOS.

Connesso all’elemento geografico di popolo che abita una terra, c’è il concetto di etnia e quello assai controverso di razza. Del concetto di “razza” si può tentare una definizione provvisoria di questo tipo: tutti coloro che morfogeneticamente si assomigliano poiché condividono una certa omogeneità genetica distintiva. La prima parte della definizione è formale, ad esempio quelli con la pelle di un certo colore o con tratti fenotipici di un certo tipo, relativamente comuni (colore o taglio degli occhi, altezza, colore capelli etc.). Questa definizione è vaga ma ha la forza di corrispondere in genere ad una sua geografica. Coloro che vivevano in un certo territorio, ad esempio una penisola o una isola di certe dimensioni o una pianura cinta da montagne difficili da attraversare o una più vasta area ma dal clima non invitante (non si sono mai visti ad esempio meridionali invadere settentrionali se non per migrazioni moderne in cerca di lavoro)  hanno avuto nel tempo, maggiori interrelazioni tra loro di quanto non abbiano avuto con quelli intorno alla loro culla geografica. imagesCAECR4R8Questo li ha portati a condividere un certo patrimonio genotipico che si manifesta in una certa omogeneità fenotipica. Questi tratti fenotipici comuni , espressione di un sottostante corredo genetico, hanno un qualche significato adattativo locale e sono in genere tra le forme geniche più recenti tra tutte quelle che ci compongono.  Ma nella seconda parte, la dove la definizione genetica ambisce ad essere non formale ma sostanziale,  troviamo due problemi che ci sono noti oggi e non ci erano noti quando nel XIX° secolo, dall’incrocio tra certa cultura romantica e certa cultura positivista, con abbondante spargimento di antropologia fisica elementare, nascente linguistica, frenologia, craniometria, poste al servizio di un uso disinvolto della storia ed all’urgenza di definirsi in rapporto ad un mondo che stava accelerando improvvisamente le sue dinamiche (ed la cui alcune nazioni europee reagirono inventando fatti fondazionali inesistenti), nacque il controverso concetto di razza. Il primo problema è che anche ammettendo l’esistenza di un certo patrimonio genetico comune da questo non è possibile estrarre un comune modo di essere. Il comportamento culturale non risponde al dettato genetico in forma riducibile. Il secondo problema che oscura anche il primo è che, stante il fatto che il perdurare di certe caratteristiche morfogenetiche esteticamente evidenti (colore degli occhi, dei capelli, forma del cranio) non dice del perdurare di un intero stesso completo corredo genetico (tutti i popoli dell’estremo nord del mondo hanno gli occhi piccoli ma tra cinesi, siberiani, eschimesi ed islandesi non vi è alcuna comunanza culturale o comportamentale), è proprio il completo corredo genetico a risultare un cocktail indistinguibile se non per sintesi molto ma molto generiche. E’ stata la genetica delle popolazioni promossa da L. Cavalli Sforza a dimostrare che nel generale, siamo tutti imparentati con tutti. Secondo lo stesso Cavalli Sforza, in realtà l’unica vera leggera distinzione possibile è tra il popolo del continente africano e tutti gli altri. Le vie dell’eredità genotipica sono assai tortuose, almeno quanto le vie che nelle decine e centinaia di migliaia di anni hanno percorso i nostri nomadi avi. Ma non sembrano avere alcuna significanza per definire un “popolo”, poiché i geni come la terra, non discriminano.

Il concetto di etnia parte già più vago e con meno pretese sostanziali e fa coincidere prima la culla geografica con la genealogia (che poi sarebbe il meccanismo esteriore che perpetua la trasmissione di un certo corredo genetico) e su questo blocco aggiunge strati culturali fatti di lingua, religione, modi di vivere ed intendere la vita, il tutto sedimentato nel tempo tanto da divenire “tradizione”. Dovremmo quindi andare a testare la consistenza di questi singoli item per confermare la possibilità di esistenza del concetto ma dobbiamo subito dire almeno un paio di cose. La prima è che se usiamo il concetto di discendenza dobbiamo limitarci ad osservare tribù o clan. Già l’unione di clan quale si cominciò a realizzare con le prime società complesse annulla la mono-discendenza di “sangue”. La seconda è che, la consistenza della supposta “tradizione” appare molto spesso retro-determinata. Si tratta de “L’invenzione della tradizione” così ben indagata nel libro curato da E. J. Hobsbawm, tipici casi di costruzione sociale dell’identità (si veda anche “Comunità immaginate” di Benedict Anderson) rafforzato dal richiamo ad una continuità passata che o è inventata di sana pianta (ed è istruttivo leggere con quale malleabilità logica ci si convinse nella Guerra Civile inglese di essere i fisici eredi del popolo eletto di Palestina o in Francia di provenire dalla diaspora troiana o noachide, fatto quest’ultimo a cui si appellarono anche i germani) o è resa modello manipolando storie ben più complesse ed imperfette nel significato. orientalismo1Quando addirittura non è un “orientalismo” o un cosiddetto “effetto pizza”, cioè un feedback loop ermeneutico. C’è poi da dire che l’entità storico-politica più antica del pianeta, la Cina, nasce e rimane nel tempo del tutto multietnica; così come la più antica d’Europa, la Svizzera, è multilinguistica (e multireligiosa). Stessa condizione condividono gli stati basati su ampi territori quali gli USA, l’India, il Canada, la Russia, il Brasile e la gran parte dei paesi africani. Il mondo musulmano non conosce la partizione etnica. Ma su questa via s’incammina anche l’Europa dove la Francia ed in parte la Germania, Londra e più indietro l’Italia sono , ma sempre più saranno, società miste. Se la razza è risultato quindi un concetto inesistente, l’etnia ha da verificare la propria consistenza che però non sembra poter uscire dal registro della -relatività a determinate condizioni-. Vediamo quali.

3)      POPOLO e LINGUA.

Prendiamo in esame la lingua. Tra lingue e geni i rapporti sono assai stretti per il semplice fatto che entrambe possono essere ritenute sottocategorie del principio geo-storico-culturale. Ovvero, la stratificazione storica delle stanzialità, delle mobilità e delle interrelazioni corrisponde ad una possibile stratificazione culturale-linguistica che riflette tassi di minore o maggiore omogeneità  genetica. Il tutto è non vincolato ma spesso limitato a grandi linee, dalla morfologia geografica. Anche un caso apparentemente semplice come la Gran Bretagna, ossia della lingua inglese, semplice perché è una isola e non un continuum come il sub-continente, ha visto l’affermarsi di un primo strato celto-gaelico su cui si è sovrapposto uno strato abbondante di latino, su cui si è sovrapposto uno strato multiforme di dialetti angli, sassoni, juti e vichinghi, di danese ed infine di francese. Questa è la lingua inglese. I ceppi linguistici europei prevalenti sono quello delle lingue romanze (neo-latine come il portoghese, lo spagnolo, il francese, l’italiano ed il rumeno), quello delle lingue germaniche (tedesco, olandese, danese, norvegese, svedese ed in parte l’inglese) e quello delle lingue slave. Vi è poi una frangia non indo-europea rappresentata dalla radice ugro-finnica che unisce inaspettatamente due popoli oggi non limitrofi come gli ungheresi e i finlandesi, mentre il greco, le lingue baltiche e l’albanese che invece sono indoeuropee  non sono assimilabili ai tre ceppi principali. cartinaLa faccenda linguistica è tremendamente complicata e anch’essa molto relativa. Ad esempio per il problema del rapporto tra lingua e dialetto. Gli italiani pre unificazione ad esempio non si può dire che avessero una lingua comune (l’italiano odierno basato sul fiorentino del ‘300, secondo Tullio de Mauro, era parlato da solo il 2,5% della popolazione peninsulare nel 1861) ma un substrato profondo di dialetti derivati da una lingua-strato precedente (l’indoeuropeo). Chi scrive ha l’età per ricordare la trasmissione televisiva “Non è mail troppo tardi” (1959-1968) in cui il mitico maestro Alberto Manzi fece non poco per la diffusione omogenea della nostra lingua, quasi novant’anni dopo che si era formata l’unità politica formale. Il rapporto dialetto-lingua non è poi così diverso da quello lingua-ceppo linguistico nel senso che coì come si sintetizzarono le attuali lingue europee dai dialetti, si potrà ben sintetizzare una meta-lingua interna ad un certo ceppo partendo dalla lingue attuali. La lingua unica non è un pre-requisito vincolante, in Cina si contano più di 50 etnie per più di venti lingue; In India più di 1600 dialetti discendono da più di venti lingue ufficialmente ammesse a derivazione di quattro principali e distinti (cioè non reciprocamente intellegibili) ceppi linguistici.   L’unità linguistica spesso non è un punto di partenza nella formazione dei popoli, ma un punto d’arrivo, la lingua centrale poi non è detto sia quella locale. Infine le lingue, nel tempo, cambiano. Geografia, genetica, etnia, lingua, sembra che si trovino solo elastici elementi relativi per definire il popolo di una nazione.

4)      POPOLO e RELIGIONE.

In Europa, l’aspetto religioso ha a lungo incendiato le relazioni e le auto-definizioni dei popoli a partire dal XVI° secolo. Oggi in Europa siamo ortodossi, cattolici, variamente protestanti, quindi genericamente “cristiani”, qualcuno autoctono si è convertito all’islam, altri vi appartengono in quanto migranti, ci sono pure buddhisti, parecchi atei (che hanno fatto o meno outing) ma in linea generale, la religione ha perso il suo fattore discriminante ed identitario, o meglio… . Quello che agisce ancora (ed è perfettamente normale che agisca) è il principio di differenza. Cattolico o protestante era un elemento forte di differenza nel XVI° secolo. Poi ognuna delle due interpretazioni si è assestata in un determinato territorio, ha stabilizzato il suo potere di condizionamento su certi popoli, ha trovato utile convivere con l’altro ed entrambi si sono poi trovati assai relativizzati in un generale movimento di secolarizzazione, se non di agnosticismo (o addirittura di ateismo non cosciente) che ha reso l’Europa, una delle terre meno distintamente religiose del pianeta. cuius_regio_eius_religio_500Il principio di differenza invece ritorna quando il confronto si ripropone tra sistemi non commensurabili come tra cristiani e musulmani ma sempre e solo dove si creano certe ben precise condizioni di frizione. Quindi anche questo non è un assoluto, è un relativo alla attuale fase storica. Quando fra cinquanta anni il numero di arabi ed africani migrati in Europa sarà molto più consistente, chissà forse assisteremo ad una alleanza dei credenti (siano essi cristiani o musulmani) contro i non credenti. Musulmani, ebrei, copti, ortodossi, cattolici, protestanti a volte hanno convissuto senza problemi, altre volte no. Altrettanto le decine religioni indiane e così in Cina. Il confine della differenza è mobile e quindi anch’esso variamente interpretabile, ma soprattutto la differenza religiosa genera frizioni al variare delle condizioni storico-culturali e non in sé per sé.

All’aspetto religioso ed a quello linguistico corrispondono anche gli aspetti storici, culturali, di tradizione ovvero le possibili definizioni di popolo come gruppo umano omogeneo che ha avuto in comune una certa storia, che ha certe tradizioni, che ha un certo modo di vivere e di interpretare il mondo. La tradizione è una estensione temporale lungo la quale vige la persistenza di taluni usi, costumi e credenze comuni Questi parametri hanno vigenza frattale ossia possono porzionare i popoli arrivando a distinzioni quali quelle tra romani e napoletani,  tra i padani e i siciliani, tra scozzesi ed inglesi, tra francesi e tedeschi, tra latini ed ex barbari, tra settentrionali di ogni ordine e grado e meridionali, tra occidentali ed orientali e via di questo passo. Ricordo che un giorno in un aeroporto americano ho fraternizzato calorosamente con un francese (francesi con i quali i rapporti in genere non sono mai immediatamente fraterni), condividendo giudizi divertiti su quanto fossero “strani” gli americani. Quel giorno mi sono sentito orgogliosamente europeo e credo pure il mio occasionale amico francese.

5)      POPOLO COME IDENTITA’ nella RELAZIONE.

Forse per sentirsi un popolo, occorre trovarsi davanti ad un “altro” popolo che fa scattare il principio di differenza e questo fa scattare quello di identità. Per avere un “noi” ci vogliono “loro”. E’ questo il più relativo dei principi relativi fin qui presi in esame ma è probabilmente quello che li governa tutti. Popoli, nazioni e stati, nella dinamica storica, sono sempre il frutto di una relazione, di un confronto con un “altro” popolo, una “altra” nazione, un “altro stato”. Si definiscono cioè per opposizione, assumono l’identità attraverso l’ipostatizzazione di una o più comuni peculiarità (effettive, inventate, provvisorie o da costruire col tempo) differenzianti. Questo processo di formazione dell’identità tende invariabilmente ad esagerare le differenze come fu nel caso degli antichi greci vs barbari. Ci vollero i barbari perché si sentissero “un popolo” le più di mille poleis greche.  HEIDEG~1La filosofia pre-socratica ad esempio, si basa spesso su una rielaborazione di temi medio-orientali/orientali che sono più antichi e quindi nell’archeologia dei concetti sono genetico-generativi della successiva speculazione greca.  Questa ipostatizzazione, che sia a base geografica, etnica, linguistica, religiosa, storico-culturale è sempre relativa, relativa a condizioni storiche ovvero al fluire del tempo che cambia la consistenza demografica, le relazioni con i vicini (lo stesso concetto di “vicino”), il concetto di massa critica di coloro che trovano utile unirsi piallando le differenze interne per esaltare la differenza esterna, utile in quel momento a costituirsi come Uno vs Altri.

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In conclusione possiamo dire che “popolo=nazione” è un soggetto assai problematico da definire se non in senso relativo.  Le forze formanti i popoli, ovvero la geografia, l’etnia, la lingua, la storia, la cultura e la religione vengono mosse e tra loro diversamente interrelate a definire il loro sempre momentaneo concetto di popolo in funzione del rapporto tra una o più variabili interne ed una esterna. Variabili interne, condizionate da un motore poco considerato in genere, quello demografico. Nel tempo, diventano “romani” prima gli abitanti di un piccolo paesino, poi tutti gli abitanti di uno dei più vasti imperi della storia. Celti e Franchi si uniscono (usando per altro una terza lingua, il latino) per fare il primo grande stato-nazione europeo: la Francia. Celti si mischiano ad anglo-sassoni, vichinghi ed a molti altri per fare gli inglesi, mentre i britannici (irlandesi del Nord, gallesi, inglesi, scozzesi)  rimangono uno stato (del tipo “regno”) più che una nazione. I mille popoli d’Italia si unificano ed impiegano decenni prima di intendersi reciprocamente, cosa che qualcuno pensa  non sia ancora pienamente avvenuta. I popoli sono in genere un composto culturale più o meno amalgamato dentro un crogiolo che è poi ciò che da effettivamente vita alla loro possibilità di formarsi. Si formano per un po’ e poi si amalgamano (più o meno facilmente o a fatica) con altri con i quali ritenevano impossibile amalgamarsi poiché spinti in un nuovo crogiolo come accadde ad inglesi e scozzesi nella Gran Bretagna e questi con gli irlandesi nel Regno Unito. Fino ad oggi questa spinta in un nuovo crogiolo è stata data o da una più o meno violenta invasione degli uni su gli altri o per sintesi politica stabilita da una élite che ha deciso utile o necessario, riferirsi ad un dato, preciso, territorio (il “crogiolo”). Ciò che sembra muovere la formazione di nuovi crogioli è il rapporto tra, da una parte la relazione territorio/risorse-popolazione e dall’altra la configurazione dell’ambiente circostante ovvero altre formazioni territorio/risorse-popolazione che possono minacciare o impedire lo sviluppo e l’ampliamento della configurazione di base. E’ questa che chiamiamo variabile esterna. I popoli si formano per difesa/offesa rispetto ad altri popoli. Su questo strato di ragioni materiali che costruiscono il popolo, si sovrappone l’identità ideale, dalla formazione delle società complesse già 8000 af questo è un costrutto socialmente costruito ed è quindi variabile al variare del tipo di nuova nazione che si vuole-deve costruire. Tutti gli elementi che contribuiscono alla giustificazione di questo nation building sono assai elastici, quindi relativi. Ciò non toglie che questo ente elastico e relativo che è “il popolo” risponda non solo al volerlo o doverlo costruire ma anche al poterlo costruire, cioè a determinate (per quanto anch’esse variabili) condizioni di possibilità.  Se non esiste una “essenza irriducibile  di popolo”, non tutti gli ipotetici nuovi popoli si possono immediatamente costruire al solo volerlo.  Al variare delle condizioni per le quali si è potuto sintetizzare un popolo unendo precedenti definizioni di popoli particolari, quel popolo può dissolversi o ri-sintetizzarsi in nuove forme. Un popolo, a differenza dei diamanti, non è mai “per sempre”, rimane un concetto aperto, malleabile, relativo, ma risponde comunque a determinate condizioni di possibilità.        

Per quanto attiene al ragionamento che siamo andati sin qui facendo, i popoli europei, sono formazioni stabilizzatesi tra il XVIII° ed il XIX° secolo in ragione degli equilibri stato-nazionali del sub-continente del tempo. Italia e Germania, gli ultimi a raggiungere la forma stato-nazionale (e forse per questo tra i più esagitati ad esaltarla in forma di “nazionalismo”, nella prima parte del ‘900) risposero allo standard imposto da Francia e Gran Bretagna. Uno standard fatto di economia industriale – popolazione di una certa dimensione (per produzione e consumo) – democrazia rappresentativa e finalizzato alla specifica competizione intra-europea, come poi si rivelò, prima economica e poi armata.  Oggi questi equilibri sono reclamati non più da questioni interne all’Europa, ma esterne. Queste questioni esterne sono prioritariamente la collaborazione/concorrenza con altri popoli nella gestione e convivenza del comune mondo, popoli che non si identificano con una nazione “etnica”, ma con uno stato. Stati composti a volte da tanti popoli-etnie, che proprio attraverso questa varietà raggiungono importanti dimensioni che li favoriscono in entrambe le attività e che, al gioco-mondo, impongono una sorta di standard dimensionale.

Per questo motivo, il concetto di nazione è ingombrante, perché tende a ipostatizzare una essenza che a) non c’è se non nei deliri di certo pensiero conservatore tipicamente europeo; b) non favorisce la relazione; c) ipostatizza una forma (visto che l’essenza manca) che ha più o meno due secoli (quelli recenti), in un luogo specifico (l’Europa), quindi molto limitata e quindi molto relativa, nello spazio e nel tempo. costituzione1Se eliminiamo il concetto di nazione, gli orfani della parte romantico-sentimentale della faccenda (la “Patria”), potrebbero sempre diventare degli habermasiani “patrioti della Costituzione”, difensori del contratto sociale che è poi ciò che realmente è ciò che ci fa stare assieme. Gli antenati, i morti per la storia, la famiglia culturale di lunga durata da cui ognuno di noi proviene possono ben rimanere patrimonio dell’identità personale e di gruppi-culture che non si fanno stato se non assieme ad altri. Invece, per definire l’identità collettiva che coincida con una forma  di stato adeguata ai tempi si consiglia, prima di deciderla,  di dare una occhiata in giro per capire in che mondo siamo capitati.

Decidere chi è “noi” e chi sono gli “altri” nel mondo nuovo in cui dovremo vivere, non partendo da “noi” ma da “altri” e soprattutto da “mondo”. Da ciò che viene e non da ciò che è stato.

[Terza parte – continua]

Questa la prima parte, questa la seconda.

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UCRONIA EGIZIA.

Una ucronia è un racconto storico di come si sarebbe sviluppata una storia diversamente da come poi si è sviluppata. Naturalmente, nella trama storica, deve intervenire qualcosa o qualcuno che da un corso diverso alle cose che poi sono andate come sappiamo. Tipici esempi: La svastica sul Sole di P.Dick, i cicli Invasione e Colonizzazione di H.Turtlelove, il Fatherland di R. Harris. Simuliamone altre:

  1. Le Comunità unite del Sud America apprendono che in Spagna, i regni di Aragona, Navarra, Castilla ed altre frange del pulviscolo cristiano stanno mobilitando forze armate per conquistare territori iberici che affermano di possedere per un qualche diritto di Reconquista non meglio specificato. Vengono inviati prima osservatori che denunciano violenze gratuite (tra cui l’insopportabile distruzione di molte biblioteche moresche), poi esercito di interposizione a salvaguardia dei legittimi attuali governanti quei luoghi: gli Ommayadi. Il tentativo viene represso e la giustizia ripristinata (al prezzo di qualche morto, però “giusto”), oltretutto è inverno e in Brasile ci si appresta ai preparativi per le consuete celebrazioni del Carnevale e l’opinione pubblica stava per essere troppo turbata dalle pitture raffiguranti le barbarie di coloro che si fanno chiamare “spagnoli”.
  1. Appreso che in Francia bande di facinorosi definitisi Terzo stato, hanno assaltato la prigione  di Parigi e che si vocifera di piani segreti per rovesciare il legittimo governo costituito, l’Unione delle tribù africane Nord-occidentali, ha chiesto la convocazione del Sommo Consiglio di Sicurezza dell’Ordine mondiale per censurare questi moti disordinati. La situazione però non accenna a calmarsi e così le etnie Jebala, Jola, Igbo, Ga, Fon, Djerma, Akuapem e mille altre hanno messo in mare la loro flotta di piroghe per recarsi a Marsiglia e da lì marciare su Parigi. Ai  turisti di colore è stato consigliato di non uscire dai loro resort in Alta Savoia. Preventivamente, si è incarcerato un certo Bonaparte dell’isola della Corsica, poiché il Concilio degli Stregoni dei Villaggi ha predetto di un suo possibile futuro ruolo nel temuto sorgere di future  intenzioni imperiali. Il corso è stato portato direttamente a Sant’Elena, senza passare per l’Isola d’Elba. Solitaria si è levata la voce contraria  di un certo Nelson che sostiene “mi state rubando la mia gloria”. Altri consigli africani stanno allora pensando di invadere preventivamente anche la Gran Bretagna, evidentemente complice nei disordini anche se falsamente (ma questo è d’uso nella doppia morale dei ponentini) li ha condannati.
  1. I cattolici di tutto il pianeta sono in subbuglio. Mire espansioniste del Regno di Piemonte e Sardegna, potenziate dalla regia occulta dei protestanti della solita perfida Albione,  hanno armato un noto terrorista dalla camicia rossa detto “Garibaldi” e con lui una sparuta schiera di fondamentalisti patrioti fissati con l’idea esista una nazione detta “Italia”. L’intento acclarato è unire la penisola e cancellare il Divino Stato Pontificio, erede del lascito costantiniano (checché ne dica il diabolico pamphlettista Valla). Si sta organizzando una crociata le cui prime file vedono collaboratori domestici filippini (in molti casi dei laureati) pronti a difendere il sacro diritto della fede con le aspirapolveri sguainate. I libici, pur musulmani, hanno offerto basi logistiche affermando “non si sa mai” e poi un rincuorante “Dio è con Voi”.

Insomma, qual è il diritto che fonda le tante voci occidentali a “fare qualcosa” in Egitto? Ogni volta che l’Occidente è intervenuto nelle vicende di quei popoli, ha deviato il corso della storia, ha evitato un certo corso evolutivo che può dispiacere, ma anche qui da noi ha sempre avuto i suoi morti, le sue battaglie le sue ingiustizie, qualcuno che è anche passato per eroe. Intervenire nel corso storico porta alla situazione a cui assistiamo in Egitto, occidentalisti contro fondamentalisti, forse entrambe interpretazioni non così attinenti i reali interessi di quei popoli, gli interessi veri e fondamentali della gente normale. Questo interesse reale non può emergere ed avere la sua storia perché i presunti “sbagli” della storia (quelli che a noi sembrano tali), questi popoli non sono liberi di farli. Cosa sarebbe stata la nostra storia con una tutorship così asfissiante, cosa saremmo diventati? Fino a che i popoli arabi non saranno liberi di produrre le loro verità presunte, vaccinarsi contro queste convinzioni ed incamminarsi verso una loro propria ed originale interpretazione di come si sta al mondo di questi tempi, per evitare un massacro, creeremo le condizioni di possibilità per successivi cento.

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FENOMENOLOGIA dello STATO-NAZIONE EUROPEO. (2/5) Stato, globalizzazione e rapporto stato-mercato.

L’Europa oggi è  alle prese con uno di quei tornanti storici che ne modificheranno la forma e la sostanza. Lo stato-nazione europeo è un concetto in crisi.

La nostra tesi è che la sua crisi derivi da un sistema economico internazionale dominato da stati forti. Stati forti sono quelli che hanno un certo peso nello scenario mondiale, peso militare, demografico, diplomatico-strategico, finanziario, produttivo, quindi economico, quindi politico. Gli stati nazione europei vivono di quella stessa economia di cui sono stati lungamente tra i primi attori fino ad almeno 20/25 anni fa, ma in questi 20/25 anni molto è cambiato. Continuare a fare quel gioco economico in questo nuovo quadro,  senza avere competitività rispetto ai paesi emergenti, una banco-finanza almeno pari a quella anglo-sassone, aree prospicenti di sviluppo, una demografia in calo, senza peso politico internazionale, con sempre meno specialità produttive distinguenti, senza avere risorse indigene, continuando a farsi concorrenza gli uni con gli altri, significa condannare ogni singolo sistema economico nazionale europeo (a partire dai più deboli)  all’irrilevanza ed alla dipendenza. La dipendenza significa perdita di autonomia e perdita di autonomia significa l’annullamento della sovranità. Perdendo sovranità si perde autonomia e perdendo autonomia si perde la libertà.

Vi sono tre irriducibili convinzioni abbastanza generalizzate che dobbiamo analizzare per verificare se il problema posto è posto correttamente, ovvero se il problema è critico per lo specifico dello stato-nazione europeo e se questo dipende in primis da una concorrenza tra stati o se questo stato nazione europeo vive una crisi più generale ed universale che dipende da altri fattori. Le tre convinzioni (che si rimandano reciprocamente) sono: 1) è il concetto di stato ad essere in crisi; 2) soprattutto per via della globalizzazione; 3) poiché questa è il dominio del mercato sullo stato, dell’economico sul politico, del finale dominio totalitario del capitalismo sulla democrazia. Vediamo di chiarirci meglio questi tre assunti generali.

  1. LO  STATO del CONCETTO DI STATO.

A nostro avviso la crisi non è del concetto di “stato”, non esiste alcuna crisi del concetto di stato. Ipotizzare comunità umane regolate da qualcosa che non ne definisca i limiti e faccia coincidere questi limiti con un territorio è del tutto inconsistente, senza senso, senza storia o contatto con la realtà. Molti hanno distrattamente acquisito certa narrazione stereotipata sul mito della globalizzazione, senza attivare il giudizio distinguente. Sono la Cina, l’India, gli USA, l’UK, la Russia, il Brasile stati in via di dissolvimento? Lo sono quelli del Sud America o dell’Asia nel loro complesso? Lo è Israele o il Sud Africa o la gran parte degli  stati islamici o quelli dell’Oceania o il Giappone? Non sembra proprio. Solo negli ultimi sessanta anni, gli stati del mondo sono passati da circa 50 a circa 200 e continuano a crescere. A ben vedere, gli unici stati in vera crisi ontologica sembrano gli stati europei e guarda caso sono poi quelli connotati da due fattori incrociati. Euro-CrisiDa una parte sono quelli più strettamente definiti intorno al concetto di “nazione”. Cina, India, USA, Russia, Canada, Messico e Brasile sono federazioni di più popoli (anche la Germania, la Svizzera, l’Australia, Nigeria, Etiopia ed il Venezuela sono stati federali) come è normale che sia, e qui interviene il secondo fattore, quando il territorio di vigenza dell’unità di uno stato supera una certa dimensione e giocoforza ci si trova con una pluralità di popoli e dalla nazione si deve passare alla federazione. Spesso gli odierni stati forti, coincidono con uno stato di medio-grande territorio, e relativa demografia. Questo comporta  in genere (non certo in via automatica, ma potenziale) più risorse interne, più consumatori interni, un volume maggiore dell’economia ed una maggiore possibilità di diversificazione, una pluralità maggiore e maggior potenza in generale, ma anche più resistenza e resilienza. Gli stati forti, stati in grado di convivere in uno scenario di competizione/collaborazione di dimensione planetaria, non sembrano affatto in crisi ontologica. La narrazione della globalizzazione è una favola che alcuni stati forti (forti militarmente, politicamente, economicamente ma soprattutto finanziariamente come gli USA e l’UK) hanno distribuito come legge del mondo nuovo, solo per rendere più deboli stati già deboli, come gli stati-nazione europei. Sono infatti in crisi gli stati che non sono in grado di mostrare alcuna capacità di collaborare/competere nel nuovo scenario mondiale, stati che diventano prede dell’espansione egemonica degli stati predatori. Cominciamo col dire che la crisi dello “stato” quindi è una crisi che gli stati forti impongono a gli stati deboli, per favorire il proprio adattamento a scapito di questi ultimi. In attesa del finale scontro tra Titani, questi si cibano dei nani che hanno intorno.

  1. E’ LA  GLOBALIZZAZIONE, BABY!

Dopo aver precisato che sono in crisi gli stati deboli  e non gli stati forti e che quindi non è assolutamente in revoca il concetto di stato, occorre poi sfatare o meglio “ridimensionare” un altro mito. La planetarizzazione non è dovuta alla globalizzazione. Il concetto di globalizzazione è diventato uno di quei “topos” che ci scambiamo con aria colta e complice di chi sa che tipo di significato ci si stia scambiando, ma tanta certezza meriterebbe più cautela. U. Beck con una efficace immagine diceva che definire la globalizzazione è come provare ad inchiodare un budino alla parete. La globalizzazione deve il suo mito  in buona parte ai suoi promotori attivi, ma molta della sua aurea purtroppo è dovuta anche ai suoi detrattori che ne hanno ingigantito il profilo scambiando un trend per un fatto compiuto. In mezzo, le sciagurate ed idealistiche (perché prive di ogni connotato di consistenza storica) fughe in avanti sul “governo mondiale”, sulla democrazia universale, sul sogno kantiano di un mondo Uno, sulla visione biblico-cinematografica delle  Moltitudini –vs – Impero. Primo la globalizzazione è effettiva solo dal punto di vista finanziario (che è poi la nuova-antica specializzazione degli stati forti), quella delle merci o ancor più quella del lavoro è assai meno pronunciata di quanto si sostenga. Più che altro si è andata manifestando una internazionalizzazione   pronunciata con una decisa preponderanza delle relazioni a corto-medio raggio su quelle a lungo e lunghissimo raggio (che riguardano prevalentemente USA e Cina)  e con volumi proporzionali, secondo alcuni studiosi, a quelli della fine XIX° – inizio XX° secolo, nella fase “imperial-britannica”. Da qui a derivare l’Uno-mondo ce ne corre. Secondo, questo movimento della cucitura di molteplici interrelazioni a breve, medio e lungo raggio è vecchia almeno quanto la modernità che parte tra le altre cose, dal 1492, dalla stagione delle grandi navigazioni. Terzo, la pressione su i salari e le delocalizzazioni in Europa, hanno agito più per la necessità di incorporare immediatamente i parenti dell’est Europa in seguito al crollo del Patto di Varsavia che non per ragioni di “globalizzazione”. Quarto, qualche volta dovremmo provare a distogliere lo sguardo da quell’indistinto animale mitico che è il capitalismo e guardare anche il mondo in cui questo ircocervo dovrebbe ambientarsi. Vedremmo allora che spesso questo meta-sistema economico non è affatto il generatore dei fenomeni, esso è piuttosto una elastica forma adattativa che cambia al cambiare delle condizioni in cui è immerso mostrando effettivamente oltre che a facoltà di auto-organizzazione, anche le simmetriche facoltà di modellarsi sul divenire. Vedremo inoltre che questa intelligenza adattativa non è una sua caratteristica intrinseca ma una potenzialità che qualcuno (in genere gli stati forti) usa a propri ben precisi fini.  cop

L’origine prima del fenomeno all’interconnessione generalizzata è che l’umanità planetaria, solo nell’ultimo secolo e pronunciatamente nella sua sola seconda metà, è cresciuta di quattro volte. Poiché ogni comunità umana è anche un sistema  che ha un suo interno (che in determinate condizioni tende a crescere demograficamente con più o meno costanza e diverso impeto) ed un suo esterno al quale si riferisce per risorse che o vengono carpite o vengono scambiate, in una massa così repentinamente e significativamente in lievitazione è solo questione di tempo prima che tutti siano, prima in contatto e poi  intrecciati, con tutti. La globalizzazione intenzionale, il decalogo del Washington consensus, intendeva seguire e domare questo fenomeno, domare nel senso di garantire una posizione vincente allo stato primo ovvero agli USA (ed in subordine alle facoltà di gestione dei capitali dei britannici), il più forte degli stati forti, ma il fenomeno era in essere per sua propria dinamica. La globalizzazione cercò di dar forma alla planetarizzazione ma non la creò ex-novo. La eventuale reversibilità della globalizzazione pertanto non porterà ad una reversibilità della planetarizzazione. La crisi dello “stato” allora sembra essere una crisi che gli stati forti che volevano adeguarsi alla planetarizzazione, imposero anche attraverso il catalogo globalista, a gli stati deboli. Si può e si deve prender ragionate distanze da certa globalizzazione acritica, iperliberista, teologica (che per altro non sembra più molto in auge), ma rimarranno da fare comunque i conti con la planetarizzazione e per i 42 staterelli europei saranno comunque, conti che non tornano.

  1. QUANDO  LO STATO VA AL MERCATO…

L’ultimo punto di chiarimento necessario, dopo aver ridotto la crisi dello stato alla crisi degli stati deboli e tra questi specificatamente quelli europei e dopo aver circoscritto meriti e demeriti della globalizzazione anch’essa da ricondurre più alle strategie degli stati forti che ad una manifestazione della mano invisibile del “capitalismo assoluto”, è quello del rapporto tra sistema economico e i sistemi politico-territoriali che chiamiamo stati. Anche qui ha agito e continua ad agire una certa cecità selettiva tendente all’ottusità.

I liberali sostengono che non bisogna mettere mano “nel” sistema di mercato altrimenti lo si sregola e sregolato esso non funziona bene e tutti ne hanno nocumento.  Rispondono i keynesiani: sì ma non c’è commisurazione 1:1 tra le logiche delle società e la logica del mercato. Tempo che il mercato sviluppa una delle sue dinamiche di ciclo o si riprende da una delle sue vistose oscillazioni magari provocate da quel vero e proprio perturbatore di flussi che è l’interesse finanziario, la società è colpita da un disordine insostenibile. Lo stato deve allora mettere mano “nel” sistema per compensare le sue momentanee disfunzioni. Poi ci sono i marxisti che hanno ipostatizzato l’ircocervo “capitalismo” come se questo fosse nella sua composizione del tutto svincolato da una sua concreta realtà specifica (quella di un certo paese, un certo territorio, una certa entità demografica, di un certo stato, di un certo popolo o gruppi di popoli) in una sorta di “idealismo materialista” (idealizzando il meccanismo di funzionamento materiale di questo sistema economico, considerandone solo taluni aspetti ma non altri, producendo una teoria debole sullo stato, debolezza foriera di molti abbagli). Una versione meno intransigente del marxismo duro e puro è quella socialista, simmetrica contraria a quella liberale del meno stato più mercato, rispetto alla quale predica l’esatto inverso non in forma episodica come i keynesiani, ma in forme strutturali.  Alla fine, tutti concentrati ad osservare l’interno del sistema come se il sistema fosse dato (ma dato da chi?), nessuno o molti pochi si sono accorti o si son voluti accorgere di ciò che avviene non al suo interno ma nel suo intorno.

Non “nel” sistema, ma “intorno” al sistema economico, non “nel” mercato ma “intorno” alle condizioni di possibilità per cui si dia un mercato.

Intorno al sistema, fuori dal dominio della provvidenziale o sciagurata mano invisibile le cose sono molto più prosaiche. Ma soprattutto si scopre che per esserci una mano invisibile deve agire un corpo molto ben visibile: lo stato. Infine, si scopre che gli stati, ancora oggi e che ci piaccia o meno, vivono nello “stato di natura”, ovvero guardingamente l’un contro l’altro armati, se non sempre di cannoni, almeno di strategie. Ci sono stati di dimensioni tali che o prendono una minuta specializzazione  con la quale mantenere un senso alla loro esistenza come partecipanti al gioco del mercato o questo senso lo perderebbero. infographic-21-trillions-dollars-in-escape-towards-fiscal-paradises_503688191ec8cE’ il caso ad esempio della specializzazione finanziaria e bancaria-fiscale per la Svizzera e il Lussemburgo e di nuovo quella banco-finanziaria per l’UK, mentre il tax-free puro permette l’esistenza degli anacronistici Andorra, Principato di Monaco, San Marino, Liechtenstein. Guernsey, Jersey, Isola di Man  affiancano e potenziano il ruolo della City che sostiene il senso economico dell’intera Gran Bretagna,  mentre politiche fiscali privilegiate sorreggono tanto l’Irlanda che l’Olanda. Il colmo della presa in giro è poi doversi sorbire pure le lezioncine del longevo monarca del Lussemburgo J.-C. Juncker (premier per 18 anni fino ad un mese fa) o degli olandesi su come si dovrebbe gestire la propria economia o andare a prendere lezioni di sovranità dall’ultra liberale-conservatore britannico N. Farange, titanico difensore della longeva strategia britannica del “divide et impera”, vera star internettiana dei sovranisti dalla larghe vedute. Perdendo queste enclave la loro specializzazione, darebbero meno senso anche alla circolazione della ricchezza delle élite degli stati europei maggiori che su queste lande fuorilegge fanno conto. Lande fuorilegge che poi, sono le stesse che sottraggono quel gettito fiscale che mette in crisi la gestione del bilancio degli stati ai quali poi si chiede, per il rientro, di tagliare la spesa sociale. Come ha fatto fino a poco tempo fa l’astuto Juncker in qualità di presidente dell’Eurogruppo, in aperto conflitto d’interessi.

Questa specializzazione altre volte è data da una botta di fortuna come la scoperta di giacimenti di petrolio per la Norvegia, altre volte è data da una particolare collocazione geografica che ne favorisce il ruolo di centro di scambio o attraversamento delle merci, come la Turchia. Alternativamente vige la lotteria ricardiana del vantaggio comparato che per breve tempo premiò i vini portoghesi (Ricardo) o più recentemente i telefonini finlandesi. Ma questo tipo di momentanea salvazione dalla distruzione creatrice, dura appunto un momento, un breve ciclo, un decennio se ti va bene. Poi i portoghesi tornano a far la fame e i finlandesi a fare i taglialegna.  Ci sono stati la cui politica estera, data da pura intelligenza strategica e/o da una forza militare che sconsiglia la discussione, favorisce o meno la propria economia che imperversa nelle altrui lande. Questo, insieme a gli altri punti di forza è poi ciò che rende gli stati, enti diseguali laddove questi vadano a reperire risorse e materie prime, tra l’altro sempre più scarse, per alimentare le proprie economie. Ci sono stati che sono giovani ed hanno prospettive di crescita e stati molto anziani che la loro crescita l’hanno tutta già fatta ed è un miracolo se riusciranno a mantenersi in un equilibrio tendente alla staticità, se non alla decrescita controllata, nel prossimo futuro.

…IL MERCATO E’ IN BUONO STATO.

Tutti gli stati occidentali sono il primo consumatore della propria economia in percentuali variabili tra il 40 ed il 55%[1] e certo che più grande e ricco è lo stato più potenzialmente grande e ricco è il proprio segmento di capitalismo. Più grande il mercato interno (grandezza dovuta semplicemente alla dimensione della popolazione come produttori+consumatori. Sembrerà banale ma nella teoria economica, l’unica causa certa della mitica “crescita” è la crescita demografica), più forti le compagnie che in esso nascono e prosperano prima di varcare la soglia dell’export. Questa spesa, la spesa pubblica, si volge anche in infrastrutture necessarie alle economie e in spesa sociale a protezione dei lavoratori che in primis, sono poi i cittadini di quella società.  Poi ci sono gli investimenti strategici in ricerca ovvero investimenti che accendono le possibilità di specializzazione, del vantaggio comparato, delle competitività, del primato e spesso del monopolio. Cosa sarebbero gli USA senza il sistema ricerca scientifica-finanziamento dei militari-brevetto-sfruttamento commerciale dello stesso? Dalla teoria dell’informazione di Shannon-Weaver alla cibernetica di Weiner, al primo mainframe di von Neumann che realizzò quello che il britannico Turing già aveva reso pubblico molto prima (e che i britannici non avevano potuto realizzare perché a corto di fondi) con i soldi della Marina degli Stati Uniti, ad Arpanet, tutta l’origine dell’unica grande novità del capitalismo recente ovvero la cosiddetta “rivoluzione digitale” ed Internet, ha origini di spesa militare, quindi statale. darth_reaganE da PRISM ai recenti interventi in favore della protezione di Apple vs Samsung, si rivela quanto lo stato americano ritenga strategico questo suo vantaggio comparato che nel libero mercato si sarebbe già perso in favore di una miriade di concorrenti più agili, freschi ed intelligenti. Così per l’Intelligenza Artificiale, le biotecnologie, il sequenziamento del DNA del Progetto genoma, il recente Brain Project. Avrebbe potuto inventare la rivoluzione digitale il Portogallo o la Grecia? O avrebbe potuto l’Italia inventare la tecnologia GPR’s senza mandare in orbita una costellazione di satelliti?[2] E perché mai l’Italia avrebbe dovuto dissanguarsi per mandare in orbita una costellazione di satelliti che tra l’altro sarebbero stati tutti preventivamente abbattuti dagli USA (o forse sarebbero stati preventivamente abbattuti gli ideatori di una tale progetto)? Avrebbe potuto manifestarsi l’imponente globalizzazione finanziaria partita da fondi, banche ed interessi gestiti da anglosassoni senza questa rete delle reti partita dalla preminenza tecnologica Made in USA? militarygraphGli  Stati Uniti spendono in fatti militari come i restanti successivi 20 primi spender del mondo (finanziando così una delle proprie prime industrie che poi ottiene facilmente anche la leadership mondiale del “vivace” settore) per una insana ed atavica passione per il Far West?   E olandesi, inglesi, francesi, americani avrebbero sviluppato multinazionali ovvero megafauna da mercato, senza aver prima creato flotte ed eserciti per creare colonie ed imperi?

Chi non ha colonie, risorse, eserciti almeno si specializza in politica economica come la Germania (in altro modo, il Giappone), facendo vibrare in consonanza istruzione, finanziamento pubblico locale, leggi, compattamento delle produzioni locali in un brand unico veicolabile per le esportazioni e con qualche aiutino di politica monetaria fatta pagare ai concorrenti (a gli italiani, per esempio), gliela fa. E comunque, la Germania, ha prospicente l’intero Est Europa a può contare su più di 80 milioni di consumatori del mercato interno. E le lobbies, il finanziamento della politica, a cosa servono? Lo sciame di imprese al seguito delle conquiste militari, il miracoloso mantenimento in vita di quei paradisi della fiscalità che sono gli off-shore, le leggi a favore nella asimmetria perdurante della permeabilità o meno delle frontiere, la rimozione dei vincoli di legge che liberano interi settori come accadde nel caso del Glass-Steagall Act  con la banco-finanza, il “capitalismo” da chi le ottiene ?

Il sistema banco-finanziario americano che implodeva intorno al Big Crunch iniziato da Lehman da chi fu salvato in barba al liberalismo duro e puro degli austriaci? Ed è la Fed una istituzione tipica del liberalismo o della sua confusa versione “neo”? Lo è la gestione del cambio -yuan- da parte della banca centrale cinese? Sono Moody’s, Standard & Poor’s o Fitch, società dei non luoghi?   I russi hanno capitali perché specializzati in bamboline o gli sceicchi perché vendono tour nel deserto in groppa ai cammelli? E l’abbondante nutrizione del capitalismo proprietario americano operata a suo tempo da Freddie Mac e Fannie Mae, non erano queste due GSE –Government sponsored enterprise-?

Se si considerasse tutto ciò, cioè se ci si riferisse alla realtà concreta, dovremmo chiudere tutti i dipartimenti di economia e trasformarli in dipartimenti di geopolitica e relazioni internazionali. Molti liberali ma anche molti marxisti, perderebbero il loro oggetto del primario desiderio: il mercato e il capitale, il merito individuale e le classi sociali, le leggi bronzee scientificamente espresse in matematese e le leggi della storia.

Il capitalismo quale rete senza confini di interessi della somma mondiale dei capitali certo esiste, ma ognuno di quei capitali proviene da una storia locale che vede sempre ben presente un certo territorio e la configurazione politica di un certo popolo, cioè uno stato. Il precedente ordine di Bretton Woods, che ha informato l’economia mondiale post bellica non è stato revocato dalla cupola dei banchieri  ma dal presidente degli Stati Uniti d’America Nixon, il 15 Agosto 1971. InquiryForse bisognerebbe ritornare a domandarsi daccapo quali siano la natura e le cause della Ricchezza delle nazioni, prima di esagerare il protagonismo di quella eterogeneità di individui ed istituzioni sovranazionali che in genere non mostrano una intelligenza strategica sofisticata al punto che gli si vuole attribuire. Questi capitalisti apolidi, più spesso rentier ipertrofici, sono come dialitici colti dalla hybris dell’indipendenza, avrebbero piacere ad andare a spasso liberi  ma dimenticano che così strapperebbero le radici stesse che li alimentano. Non sono loro la causa della crisi, sono dei semplici profittatori, così come il codazzo di manager senza patria se non quella del loro I-pad, sono materia per svolazzi sociologici ma non formano di per sé un fenomeno solido, che lascerà tracce storiche.

banchiereOggi è preminente il discorso banco-finanziario, ma altre volte banca e finanza sono sembrate proprietarie del mondo, capita sempre dopo una più o meno lunga sbornia di free market. Poi, quando il disordine che hanno per primi contribuito a produrre si fa insostenibile,  arrivano i ripensamenti, le barriere selettive, la guerra delle valute (manovrate da banche centrali che rispondono a stati, con la bizzarra eccezione di 17 stati europei) di cui già oggi si paventa il formarsi. Ci si accorge così che la globalizzazione va ridimensionata e così anche la finanziarizzazione. Questa accade sempre in quello che Braudel chiamava l’Autunno, l’avviso che sta arrivando il Grande Inverno. O una guerra. Guarda il caso, tra stati… .

C’E’ STATO e STATO.

Quanto alla crisi dello “stato” possiamo allora tornare alla nostra tesi di partenza. Essa sembra assumere il profilo strategico intenzionale di una crisi che gli stati forti che volevano adeguarsi alla planetarizzazione, hanno imposto anche attraverso il catalogo globalista, la finanziarizzazione in cui hanno preso una specializzazione e la narrazione neo-liberale, a gli stati deboli. Un apolide -Internazionale del capitale- ha certo amplificato e divulgato questi messaggi, ma l’impianto dell’operazione non è stato certo prodotto da banchieri e finanziari e da questi onnipotenti, imposto a gli stati.   Se la ricchezza (il capitale) è prodotto dalle più varie iniziative individuali o collettive dell’intrapresa o della speculazione ma tale produzione è possibile solo nelle ben determinate condizioni di possibilità che offrono o non offrono gli stati, se la ricchezza prodotta “nel” mercato è ontologicamente dipendente da ciò che uno stato fa “intorno” a quel mercato[3], come allora pensano di vivere nei prossimi trent’anni gli stati nazione europei, senza una strategia, senza essere competitivi sul piano politico-diplomatico-militare, con una demografia in contrazione, con una banco-finanza colonizzata da quella dei paesi forti, senza congrui investimenti in ricerca, senza mercati di sbocco, con costi sociali e del lavoro propri della posizione privilegiata degli scorsi due secoli colonial-imperiali, senza sofisticate relazioni internazionali appoggiate da reali punti di forza ed oltretutto rinunciando alla manovrabilità della variabile di cambio o della propria valuta e dell’inflazione ed auto-obbligandosi a dipendere dal finanziamento dei mercati dei capitali orientati da ratings e fondi di società di proprietà e management invariabilmente anglosassone?  La crisi dello stato nazione europeo è nel non saper o poter rispondere, a queste domande. Lo stato-nazione europeo fondato su ragioni storiche ampiamente passate non ha un piano per il futuro e non lo ha perché l’unico piano possibile si potrà fare solo dopo aver rinunciato allo stato-nazione. Anche se non certo allo stato.

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Nei prossimi articoli continueremo a domandarci se lo –stato/nazione- di tipo europeo ha compiuto davvero la sua parabola di esistenza durante questi sei secoli e cosa potrebbe prendere il suo posto. Concentrandoci dalla prossima puntata su quella che sembra la parte più debole della sua definizione: la nazione.

Esiste  una lotta per la redistribuzione all’interno di ogni stato (99% vs 1%) ma esiste prima una lotta tra stati per l’accaparramento delle risorse, per la simmetria nelle relazioni internazionali, per dare consistenza al proprio sistema economico, per evitare fuga dei capitali, per avere controllo sulle condizioni di possibilità all’interno delle quali possa svilupparsi un adeguato gioco economico, per difesa dall’altrui ingerenza, come lotta per l’egemonia o per lo meno, per resistere a quella altrui. Questa lotta per l’autonomia senza quella per l’uguaglianza dà un sistema squilibrato ma la seconda senza la prima non da proprio un sistema e senza un sistema da contendersi in termini di equità, a quel punto chi perde saranno sempre quelli del  99%. L’1% non solo si accaparra la ricchezza, si accaparra il potere di decidere il sistema che la produce e il come, il che è anche peggio. Il 99% deve porsi questo problema sistemico o verrà sempre sacrificato sull’altare del realismo senza apparente alternativa.

Porsi il problema di quale stato e rivedere il concetto di nazione significa registrare (magari con un po’ di ritardo) che il XIX° secolo e quelle condizioni di mondo sono ampiamente passate. Stabilire quale stato per i prossimi trent’anni (e sperabilmente anche oltre) significa stabilire quale soggetto possa sedersi ai tavoli multipolari dove si faranno le nuove regole del gioco-mondo. Significa cogliere l’occasione per rivedere cosa intendiamo per quella democrazia che in molti si ostinano a difendere nella versione anglo-francese della Gloriosa rivoluzione e di quella Rivoluzione francese in cui si esprimevano solo le élite. Aver allargato il diritto di voto non ha cambiato la struttura di quegli impianti che nacquero elitari e tali sono strutturalmente rimasti. Significa creare un nuovo soggetto storico che la smetta di adeguarsi senza senno alle forme più hard di globalizzazione, ai dogmi di quel neo-liberismo che è il regolamento di chi dietro la mano invisibile, nasconde una visibilissima potenza coercitiva che nulla a che fare col mercato. Un soggetto che abbia nella moneta, al pari dell’esercito, le due imprescindibili condizioni di minima sovranità senza le quali il soggetto diventa oggetto e la libertà va al tramonto mentre i popoli si incamminano a testa china lungo la via della schiavitù (con buona pace di Hayek). Porsi prima di quello monetario, prima di quello economico, il problema che J. J. Rousseau ben espresse nelle sue Confessioni: “Avevo visto che tutto dipendeva radicalmente dalla politica…”.

Su questo cercheremo di ragionare nelle prossime puntate.

[Seconda parte – continua]

Questa la Prima parte: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/08/08/fenomenologia-dello-stato-nazione-europeo-1-come-e-perche-nacque-come-ha-vissuto/


[1] Spesa pubblica rispetto al PIl: 39% USA; 47% UK, 44% GER, 53% FRA/SWE, 49% ITA. 2011 Index of Economic Freedom] by The Heritage Foundation and The Wall Street Journal, da Wikipedia english version.

[2] Si potrebbe sempre obiettare su casi specifici di stati medi, come la Corea del Sud che nella rivoluzione digitale ha un ruolo di primo piano. Io credo ci sia sempre una spiegazione per queste eccezioni. Quella della Sud Corea la conosco bene per via del mio precedente lavoro. Per ragioni assai curiose che non stiamo qui a spiegare, il governo della Corea del Sud cablò in banda larga l’intero paese (altro che TAV), quando qui non sapevamo neanche cosa la banda larga fosse. Questo investimento massiccio in infrastruttura, fu il preludio (insieme all’obbligo scolastico di una perfetta conoscenza della lingua inglese) ad un inserimento deciso nel business delle nuove tecnologie. Ciò venne “pianificato” che è un altro modo per dire “fare strategie”. A proposito di mercato, in 25 anni di professione nel terziario avanzato (consulenza, advertising, marketing) non ho mai incontrato una impresa che non facesse strategie, cioè che non “pianificasse”.

[3] E’ questo il caso della ricchezza banco-finanziaria creata non più nella produzione materiale, ma direttamente imposta come valore auto-consistente (fondata sul dollaro, garantito dallo stato americano). Questa fase del cosiddetto capitalismo contemporaneo è stata programmata, strutturata, giuridicamente supportata, controllata e favorita a livello internazionale dagli stati anglosassoni (USA, UK e pochi altri).

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FENOMENOLOGIA dello STATO NAZIONE EUROPEO (1/5). Come e perché nacque, come ha vissuto.

La costruzione degli stati nazione in Europa giunse al culmine di una storia molto lunga ed assai animata, con tratti specifici molto particolari dovuti in parte alla specifica conformazione del sub-continente europeo.

Geograficamente parlando, L’Europa sembra essere una paradigmatica “culla di speciazione”. Si ha speciazione, ovvero si creano specie più facilmente, laddove esistono ambiti geografici distinti che al contempo, non sono totalmente chiusi e quindi permettono le migrazioni e l’insediamento in nuovo sito di piccole popolazioni di vecchie specie, ma altresì non sono totalmente aperti. Questa non completa apertura fa sì che le novità genetiche non vengano immediatamente annegate in un patrimonio genetico medio maggioritario che s’impone con la forza dei numeri assorbendo tutte le novità, ma possano crescere di famiglia in famiglia sino a, se vantaggiose o quantomeno neutre, diventare la nuova caratteristica comune di quella data popolazione. Questa popolazione con una nuova caratteristica è una nuova specie. Questo meccanismo di speciazione è valido tanto per i fatti genetici che per quelli storico culturali.

Da questo punto di vista, dal punto di vista della morfologia geografica, si prenda una cartina del mondo e ci si accorgerà a vista d’occhio, di quanto sia peculiare la forma del sub-continente europeo. La costa è ricca di penisole di varia grandezza (la penisola è un tipico luogo geografico speciativo) da quelle scandinava, danese, iberica, italica, attica, balcanica a quelle minori come la Bretagna francese. Così le isole (è proprio in una isola delle Galapagos che Darwin si fece la fatidica domanda del perché quella specie di uccello che aveva visto anche nelle altre isole dell’arcipelago, qui aveva il becco di un colore diverso) alcune più vicine alla costa, altre più lontane, grandi e piccole, dall’isola britannica a quella irlandese, da quella sarda e corsa a quella sicula, dalle miriadi di isole greche, Cipro e Malta, le molte italiche, qualcuna spagnola, quelle britanniche etc. La terraferma è segnata da catene montuose divisive, Pirenei, Alpi italiane e scandinave, Appennini italiani e i Pennini inglesi, i Carpazi, gli Urali che segnano il confine est dell’intero sub-continente, così come il Caucaso segna il confine sud-est sempre con l’Asia. Canali e stretti che separano ed al contempo invitano all’attraversamento, dal Bosforo e i Dardanelli a Gibilterra, dalla Manica, all’entrata del Baltico. 608px-LignedepartagedeseauxFiumi che come i canali e gli stretti dividono ma spingono anche al superamento a seconda delle condizioni storico-demografiche ed  alla loro variabile  portata d’acqua. Quelli ad asse orizzontale come quasi tutti gli spagnoli, la Loira, il Po e il Danubio. Quelli ad asse verticale, sia nella sequenza settentrionale che va dalla Senna al Reno, l’Elba, l’Oder e la Vistola, sia in quella russo-pontica del Dnestr, Dnepr, Volga, Don, Ural, ovvero quelli che incastonati tra Urali, Caucaso e Mar Nero, hanno rappresentato la porta a volte chiusa, a volte semi-aperta per le invasioni europee dei popoli del centro-Asia, dagli indoeuropei ai barbari. I mari interni, il Mar Nero, Il Mediterraneo, il Mare del Nord e quello Baltico. Ed infine, la prossimità con due continenti, uno per via terrestre ossia l’Asia, uno per via di mare ossia l’Africa, inclusa quella via di mezzo che il Medio Oriente. Le Americhe al di là dell’Atlantico. Insomma se la complessità è data dal numero di varietà e dal numero e tipo di interrelazioni che queste varietà intessono tra loro, l’Europa è culla di speciazione ed anche culla di complessità.

Solo altri due luoghi nel mondo presentano una forma geografica similmente foriera di possibile speciazione e complessità. Uno è il nord del Canada che però per via del clima non ha avuto la materia prima ovvero gli esseri umani che animassero tanto potenziale geografico. L’altro è il sud-est asiatico che però: a) è più insulare che continentale e quindi ha avuto minor spinta alle interrelazioni che sono poi ciò che più di ogni altra forma crea complessità; b) ha una estensione maggiormente verticale che orizzontale, fatto che limita le migrazioni; c) non ha continenti prospicenti diversi dal proprio; d) ha avuto un popolamento ed un impeto demografico più tardo; e) ha un clima in linea generale, meno favorevole. La culla della complessità europea, mostra dunque peculiari caratteri di esclusività.

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Se i “popoli” sono la risultante di gruppi umani ambientati per un tempo non breve, in una determinata cella geografica, ambientazione che ha favorito il formarsi di caratteristiche culturali “comuni” e il tempo non breve ha trasformato in strati sovrapposti che chiamiamo “tradizione”, l’Europa è culla di mille popoli, visto che di celle geografiche ne ha tante. Tre fattori hanno reso assai dinamica la storia dei mille popoli d’Europa. Il primo è la demografia, al crescere della quale molti gruppi umani si sono uniti spontaneamente, altri coattivamente. Il secondo è la permeabilità dei confini naturali che hanno spinto i popoli a migrare, mischiarsi, ibridarsi. Questa permeabilità ha spesso cambiato il suo grado in rapporto alla necessità risultante dal rapporto tra demografia, risorse e questioni ambientali. Abbiamo così una vigenza frattale del concetto di popolo, da quello estremamente frammentato che risponde ancora a luoghi molto particolari (la singola isola, la singola valle, la singola città) a quello macroscopico che giunse al concetto di popolo=nazione e nazione=stato, a partire dal XV°-XVI° secolo.

La forma stato-nazionale, inaugurata dai francesi nel XV° secolo e presto adottata anche da inglesi e spagnoli, ha poi introdotto un nuovo movente alla dinamica dei popoli, una dinamica che non è propria dei popoli ma delle loro forme politico-giuridiche di convivenza, in questo caso, gli stati. Questa dinamica generata negli stati è poi la stessa che troviamo nelle prime società claniche e nelle prime forme di società complesse già 8000 af. Si tratta del rapporto tra necessità interne al gruppo umano-popolo, nel territorio in cui questo vive e con cui si identifica e le possibilità esterne. Il capitalismo ha solo reso istituzionale questa dipendenza dal contesto ma che la ricchezza interna (magari solo quella del re e della corte) debba per crescere, riferirsi all’esterno è meccanismo molto antico. Queste possibilità esterne o sono collocate in territori liberi ed allora abbiamo migrazione e colonizzazione o sono collocate in territori occupati ed allora le migrazioni e le colonizzazione prendono forma di guerra di conquista. Gli stati non generano questa dinamica che è millenaria (la prima diaspora colonizzatrice di un certo rilievo l’ha studiata e ben descritta Colin Renfrew a proposito dei primi agricoltori anatolici, 6000 af), ma la trasformano qualitativamente per ragioni sia di dimensioni (uno stato-nazione non è una città-stato-nazione), sia di contesto generale (le terre libere ad un certo punto erano del tutto finite e di contro non vi furono più differenze sostanziali di tecnologia e cultura della guerra tra i contendenti). 216PX-~1

Dalla Guerra dei cent’anni (che si fa iniziare nel 1337), quella che creò le ragioni della nascita dei primi due stati-nazione alla Seconda guerra mondiale (che finì nel 1945), quella che sancì l’impossibilità di risolvere il problema della convivenza con espansione degli stati nazione europei, sono passati sei lunghi e sanguinosi secoli.2guerr2699 In questi sei lunghi e sanguinosi secoli, il concetto di “nazione” ha sovraimpresso quello di popolo. Nessuna nazione risultò immediatamente fatta da “un” popolo, anzi si dovette sia sacrificare molte identità specifiche, sia inventare tradizioni e ragioni per definire “popolo” una unione più o meno innaturale di popoli prima stranieri se non nemici, sia avere forte ragioni di dover aspettare che questi amalgama si solidificassero in una possibile convivenza più o meno ben riuscita. Così tra aragonesi, catalani e castigliani in Spagna, tra franchi e celti (ed altri) in Francia, tra anglo-sassoni e britanni (gallesi), scozzesi ed irlandesi in Gran Bretagna e così altrove.  Spesso le guerre sono state anche il modo di nutrire questi instabili amalgama,  sia importando ricchezza esterna acquisita con la forza, sia dando una ragione di sfogo alle aggressività interne. Non c’è niente di meglio che fare qualcosa assieme che ha uno scopo di comune attrattiva, per unire delle diversità a prima vista “irriducibili”. Fare la guerra e spartirsi il bottino ha spesso rappresentato questo qualcosa. Il sacrificio delle specificità ed identità dei piccoli popoli originari, la volontà e la forte intenzione a giustificare l’esistenza di questi “nuovi popoli”, la pazienza attiva a guardia e controllo che questi nuovi amalgama non si disfacessero per rigetto del trapianto, furono mosse dalla necessità di essere uno stato di una certa dimensione. Una entità massiva in grado di relazionarsi con gli altri stati-nazione, nella dinamica di espansione e frizione reciproca che durò per l’appunto sei secoli. Lo stato fu una necessità dettata dagli equilibri con i vicini, la nazione fu una invenzione altrettanto necessaria per giustificare lo stato, il popolo venne fatto coincidere con la nazione quasi sempre ex post. La risultante di questo scenario e della sua dinamica è nel concetto tipicamente europeo di: competizione tra le nazioni. Questi, in breve, gli ultimi sei secoli di guerra tra i mille popoli d’Europa. Qui in 210 secondi, l’andirivieni dei confini degli ultimi mille anni a seguito dell’instancabile dinamica della  reciproca competizione tra le nazioni.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha vissuto prima la “felice” fase della ricostruzione post-bellica, poi a partire dagli anni ’70 ha avuto un ruolo sempre più relativo al suo esterno, Francia, UK e gli altri hanno gradatamente perso i propri possedimenti coloniali, mentre al suo interno ha visto lo scioglimento della divisione est-ovest che ha portato anche all’implosione della ex-Jugoslavia (fatti che hanno prodotto nuovi stati) e la riunificazione delle due germanie. Dal 1999 si è costituita una unione monetaria che conta oggi 17 aderenti (18 al 1 Gennaio 2014), mentre i membri dell’Unione sono oggi 28. Ufficialmente questi tentativi di superamento cauto dello stato nazione, avrebbero dovuto rispondere a quello che si era capito con la Seconda guerra mondiale, ovvero l’impossibilità della guerra permanente di tutti contro tutti (o tutti contro uno). Ma nessuno mise in discussione ufficialmente lo stato-nazione.

Vi furono quattro tentativi di rendere l’Europa un unicum: i romani, i francesi due volte (Carlo Magno, Napoleone), uno i tedeschi (Hitler). Dire che provarono a fare dell’Europa un unicum è  leggermente fuorviante, in realtà furono altrettanti conati espansivi di regni, imperi, reich, ovvero di stati che esagerarono le loro mire di acquisizione. Non dal punto di vista politico, ma dal punto di vista culturale, in parte ci riuscì la Chiesa romana per qualche secolo nel Medioevo.

Attualmente l’Europa ha la più alta concentrazione di stati ( poco più del 20% del mondo) in rapporto al suo territorio (poco più del 4% delle terre emerse, dati con esclusione delle ex repubbliche sovietiche ma incluse Lituania, Estonia e Lettonia). Abbiamo 42 stati-nazione in uno sputo di sub-continente, nati e divenuti presto il centro di un mondo che non c’è più, sempre pronti a farsi guerra l’un l’altro per alimentare la propria precaria stabilità interna ed oggi addivenuti ad una situazione di stallo mentre tutto il mondo intorno a loro è o sta cambiando in modo radicale. Una Europa che –solo un secolo fa– pesava demograficamente  il 25% del mondo, oggi pesa circa il 7%, dato che scenderà ulteriormente nell’immediato futuro. Una popolazione europea sempre più anziana e sterile. Una collezione di stati-nazione oggetto di migrazioni che saranno sempre più intense. Stati-nazione basati su economie quasi prive di materie prime, senza più la possibilità coloniale o imperiale, strette tra la potenza americana e cinese e l’esuberanza ricca di speranze basate su potenzialità reali dei numerosi nuovi soggetti planetari. In cui cresce il debito pubblico e decresce il Pil.   Son queste le ragioni della crisi dello stato-nazione europeo?

[Prima parte – continua…]

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LA VITA? NASTY, SHORT and… BRITISH.

siria-guerraSecondo il primo degli antropologi inglesi, Thomas Hobbes la vita era “nasty, brutish and short“. Il “brutish” era riferito a quell’incessante muovere guerra di tutti contro tutti che contraddistingueva lo stato di natura. Il recente numero di Science (Science 19 July 2013:  Vol. 341 no. 6143 pp. 270-273) invece, ospita un articolo firmato da Douglas Fry e Patrick Söderberg, della finlandese Åbo akademi, ne da notizie anche le Scienze italiano e in una breve nota, Internazionale n.1010 a pg.87. I due studiosi hanno preso in esame i comportamenti di un panel di 21 diverse tribù di cacciatori raccoglitori tutt’ora nomadi dislocate in tutti i continenti. Analizzando i 148 casi di aggressione letale, vien fuori che nell’85% dei casi si tratta di aggressioni individuali per i più vari motivi, lo scontro organizzato tra gruppi sarebbe una evenienza molto rara e quasi specifica solo di alcune tribù. Lo studio conclude che la pratica della guerra sembrerebbe una acquisizione del comportamento umano molto tarda e non certo insita negli atteggiamenti diciamo così “naturali” dell’uomo. Questo va in senso direttamene contrario ai paradigmi assodati di certa antropologia anglosassone, ripresi e rimarcati dalla psicobiologia à la Pinker e dalla sociobiologia, almeno prima che E. O. Wilson si convertisse al concetto di eusocialità. Apriti cielo! Lo studio è stato bombardato da critiche. Come si fa ad assimilare il comportamento degli attuali cacciatori raccoglitori con quello dei nostri avi ? Indebito trasferimento di proprietà tra situazioni non omologabili ! Errore epistemologico grave ! Ahi! Ahi! Ahi!

Ho avuto la recente sventura di leggermi l’eccessivamente ed inutilmente voluminoso “Il mondo fino a ieri” del per altro stimabile Jared Diamond del cui Armi acciaio e malattie e Collasso (ma anche del meno noto Il terzo scimpanzé) siamo stati dichiarati fan. Beh, Diamond fa esattamente la stessa cosa per quasi 500 pagine, ovvero ci racconta di come le attuali tribù di cacciatori e raccoglitori (ma anche qualche stanziale sebbene molto “arretrato” o più polite “tradizionale”)  trattano argomenti come gli amici ed i nemici, la giustizia, la guerra, l’allevamento dei figli, il trattamento degli anziani, la religione, il mutilinguismo, la salute etc. . 96Sia detto per inciso, a Diamond invece le guerre risultano eccome, lo sottolineano nell’articolo italiano de le Scienze ponendo il suo nome, assieme a quello proprio di E. O. Wilson e del famigerato S. Pinker, come di coloro che sono certi che l’uomo nasce sterminatore. Diamond usa lo stesso procedimento retro-proiettivo. I cacciatori-raccoglitori o i sopravvissuti delle ancora poche e sempre più rade società tradizionali sono un frame del passato, uno squarcio su come eravamo prima dell’avvento delle società complesse. Altrimenti non avrebbe dato quel titolo al suo libro.  Non mi risulta che a Diamond sia stata mossa dal main stream scientifico-accademico la stessa obiezione mossa ai finlandesi che per altro, io trovo sostanziale e pertinente (sono state mosse invece da punti di vista più alternativi). Come mai?

Il semplice fatto è che la tesi che migliaia di anni fa non si facesse la guerra, così come la tesi che migliaia di anni fa si facesse la guerra sono entrambe prive di possibilità di essere scientificamente provate, semplicemente perché non abbiamo prove di nessuno dei due casi (anche se poi “l’onere della prova” spetterebbe a chi afferma il fatto, non chi si limita a negarlo un po’ c0me nel caso di Dio). Teschio del Circeo (dalla Grotta Guattari)Abbiamo qualche cranio spaccato ma poteva ben essere una colluttazione tra due individui se non addirittura un rito post mortem per liberare la materia cerebrale ritenuta forse sede dello “spirito”, se non un orso cacciatore deluso dalla vuotezza del promettente recipiente trovato lì per caso anni dopo il decesso o un rito sacrificale. Certo non abbiamo mai trovato scheletri abbandonati in gran numero, come avrebbe dovuto essere nel caso di guerra campale. Le armi? Non così poi tante e molto probabilmente necessarie alla caccia. Neanche le famose pitture murali riportano casi del genere e del resto son ben poche. Allora?

La prima cosa da considerare è di natura epistemologica. La scienza ci ha liberato dal dominio della superstizione, della religione, della cattiva metafisica e gliene rendiamo il dovuto merito. Oggi però, potremmo anche cautamente liberarci dall’obbligo di essere perfettamente scientifici per poter dire qualcosa, cercare una nuova via della comprensione senza tornare allo sciamanesimo oracolare (che pure imperversa in molti campi sebbene sotto mentite spoglie, magari matematizzate), soprattutto per quei campi in cui non c’è alcuna altra possibilità altrimenti di lanciare delle tesi di comprensione. La storia del nostro più antico passato è uno di questi casi ed è un buco nero grave, perché da come eravamo potremmo per differenza con il come siamo, capire molte cose di come siamo condizionati da ciò che cambia intorno a noi.

Questo problema della scientificità lo si sente soprattutto nelle scienze sociali dove a volte è patetico il ricorso a protocolli di ricerca derivati dalla scienze dure, quasi che questi certificassero della scientificità del procedimento a prescindere dal tipo di oggetto o fenomeno che si vuole indagare. I test  di certa psicologia comportamentale sono pieni di decine di studenti universitari americani scelti come panel per rappresentare l’umanità intera. Dove neanche il più scalcinato istituto di ricerche di marketing farebbe un errore di campionamento del genere, al netto poi dei condizionamenti ambientali etc. . Desumere il comportamento degli scimpanzé in laboratorio o in un giardinetto con copertoni e finte liane approntato nel retro di un dipartimento universitario o anche in natura ma ben dopo che lo scimpanzé ha avuto comunque prolungati contatti con umani o sequestri traumatici per portarlo a giocare con i test scientifici è senza senso, eppure… . Il bello è che tutto questo si ricava “scientificamente” dal principio di indeterminazione di Heisenberg, che è nel cuore della meccanica quantistica, quindi della fisica più avanzata. Eppure.

La confusion de confusiones epistemica si celebra nell’economia moderna. Lo sferzante A. Hirschmann censurava quella che definiva una «freudiana invidia della fisica» da parte degli economisti, «ossia l’impulso a descrivere il mondo sociale ed economico mediante un sobrio e trasparente sistema di equazioni. […] Data l’importanza del ferro – simbolo dell’industria e della potenza – nell’Ottocento, per i primi economisti non era abbastanza uscirsene con una legge: doveva essere una “legge ferrea”. L’imitazione di Newton e specialmente della sua meccanica» A. O. Hirschman, Autosovversione, il Mulino, Bologna 1997, pag. 171.  Dopo le leggi ferree e quelle bronzee è arrivata la dittatura del matematese. La tua teoria non è matematizzabile? (sorriso di commiserazione)…allora non è scientifica. Va bene e se il fenomeno non è matematizzabile? La risposta non c’è ma diventa un implicito “allora non esiste”. Cioè si applica il Letto di Procuste e ciò che proprio non entra neanche stirandolo o segandogli i piedi, oplà! Scompare. Questa è sciiieeenza, direbbe Zichichi-Crozza.

PanekIl campo del non conosciuto allora diventa … sfondo indeterminato. In cosmologia ad esempio le nostre conoscenze ci fanno pensare che l’ Universo debba per forza ospitare una certa massa dato che ci appaiono determinati fenomeni gravitazionali, poi andiamo a contare la materia visibile o intuibile (stelle, galassie, pianeti, polveri e ciotoli sparsi etc.) e scopriamo che è il 4%. Il 4%? Ed il resto? Con scientifica precisione veniamo rassicurati “è materia oscura…”, “oscura?” obiettiamo allarmati, “sì, ma non tutta, solo il 26%, il resto invece è energia oscura…”. E forse buchi “neri”… . Chiaro, no!? Mi ricorda di quando leggevo di biologia molecolare. Anche lì si presumeva che la parte di genoma attivo, quello che dà un qualche effetto fenotipico fosse l’1,5%. Ed il resto? Veniva chiamato “rubbish DNA” ovvero DNA spazzatura. Ora, voi non siete sicuramente degli scienziati evoluzionisti (ed io neanche) ma ad occhio, vi sembra plausibile che la natura trasmetta una roba che al 98,5% non serve a niente per miliardi di anni, di replicazione in replicazione? Eppure neanche 10 anni fa, questo era il mainstream della disciplina di punta della ricerca contemporanea. Anche questa era sciiieeenza.

Come mai troviamo ancora tanta metafisica, religione e mitologia anche nella scienza? Beh il discorso sarebbe lungo e forse non è pertinenza di questo articolo affrontarlo, anche perché dobbiamo tornare al punto: la guerra. Centrano comunque i paradigmi della cultura occidentale, l’ideologia, la cultura anglosassone e pensate un po’, anche il famigerato capitalismo. Ma torniamo alla guerra che invece con il capitalismo, gli anglosassoni, le ideologie e i paradigmi occidentali non c’entra proprio niente… .

A supporto dell’idea che gli antichi piccoli gruppi di cacciatori raccoglitori fossero reciprocamente aggressivi non si capisce proprio quali prove si possano portare. Il determinismo genetico non è ancora del tutto scomparso anche se si è attenuato ma è palesemente scriteriato (a parte per Steven Pinker) far discendere comportamenti articolatamente complessi dalla scrittura genetica. Bushmen_kalahari_safari_botswana_reis-1Lungo questa via, l’idea della guerra tra piccoli gruppi mobili spersi in grandi territori non ha proprio ragion d’essere. Non esisteva il movente, non esisteva la capacità organizzativa, troppo presente era la morte quotidiana per ogni possibile accidente per andarsela  pure a cercare intenzionalmente, non si vede quale vantaggio questa attività complessa potesse arrecare visto che era più di buonsenso spostarsi se proprio si andava a cozzare contro un altro gruppo. Quarantamila anni fa ad esempio, la densità media del nostro subcontinente era tale che sarebbero occorsi giorni e giorni di marcia prima di incontrare una altra tribù. Per immaginare i gruppi nomadi, o anche nella lunga fase del mesolitico quelli seminomadi o semi-stanziali, dediti alla guerra bisogna essere un anglosassone o un barbaro (che sono poi difficili da distinguere) e retro-proiettare la propria indole, come universale di tutta l’umanità e per giunta anche quella più antica.

Un altro studio antropologico di Science ma di dieci anni fa sosteneva che: “alcuni studiosi ritengono che i conflitti di gruppo abbiano avuto origine in ambienti marginali, dove la gente lottava per conquistare le poche risorse. Secondo Raymond Kelly, collega di Marcus, (Joyce Marcus dell’Università del Michigan che studiò l’insorgere della guerra  nelle società complesse dell’antico Messico, divise in clan e con a disposizione per altro parecchie risorse) la violenza di gruppo era invece rara nelle società di cacciatori-raccoglitori non segmentate. Il fattore cruciale per l’origine delle guerre sarebbe stata la divisione delle comunità in clan che agivano l’uno contro l’altro. Inoltre, questo sarebbe accaduto quando l’ambiente era “abbastanza ricco – spiega Kelly – da potersi permettere di avere i propri vicini come nemici“. Già perché pare che quando le cose andavano male davvero l’atteggiamento prevalente fosse invece quello della reciprocità e della condivisione tra vicini, anche solo per il calcolo per cui oggi quello che capita a te forse domani potrebbe capitare a me. La violenza organizzata giungerebbe quindi dall’ineguaglianza dell’abbondanza mal redistribuita e non dalla scarsità.

Insomma, quello che ha dato fastidio dello studio finlandese non era certo l’infrazione epistemica che pure c’è stata, ma l’attacco al paradigma hobbesiano di uno stato di natura dipinto ad icona come “nasty, brutish and short”. Questo paradigma illumina il –come siamo– secondo la cultura dominante della modernità, quella anglosassone (ovvero dove il brutish svapora nel british) oggi anglo-americana e deve per forza esser ripetuto, reiterato e giustificato di continuo per renderlo “fondativo”, così come richiesto da ogni mitologema.  Se non giustificata geneticamente o per altra via di dettato naturale, la guerra potrebbe risultare imbarazzante, sia perché evidentemente si proporrebbe come un portato della nostra incapacità primitiva a convivere in situazioni complesse, sia perché sarebbe una contro-evoluzione ovvero un epifenomeno del disagio della civiltà e non una forma atavica dalla quale non potremo mai emanciparci. In entrambi i casi la nostra hybris di occidentali-fine-della storia, uscirebbe assai ridimensionata. il-futuro-di-evoluzioneIl tutto potrebbe, a questo punto, riassumersi in una determinazione autobiografica della specie che ci sembra sempre più necessaria.

Noi viviamo sentendoci come giunti in cima ad un lungo percorso evolutivo e questo è forse legittimo, ma non è per niente legittimo sentirci come se fossimo arrivati alla fine dei tempi, alla fine del percorso. Noi non siamo il raggiungimento di alcun telos. Il Sole si spegnerà deflagrando silenziosamente tra circa 4/5 miliardi anni, sono nove zeri. I tre zeri dei nostri ultimi 8.000 anni di società complesse non sono neanche i primi due giorni del primo anno di asilo alla scuola del “come si sta al mondo”.

Relativizziamoci e vediamo come migliorarci che di strada da fare ce n’è parecchia… .

L’articolo si trova anche su: http://www.sinistrainrete.info/societa/2956-pierluigi-fagan-la-vita-nasty-short-and-british.html o su: http://www.libreidee.org/2013/08/selvaggi-ma-pacifici-i-nostri-antenati-odiavano-la-guerra/

AGGIORNAMENTO del 3.8.2013: quanto detto a proposito della scientificità, del paradigma hobbesiano, di certa cultura anglosassone che esalta egoismo ed individualismo possessivo,  del determinismo genetico à la Pinker (peccato abbia precedentemente cassato un pezzo sulla teoria dei giochi nata da quel vero e proprio guerrafondaio di J. von Neumann, personalità scientifica su cui prossimamente dovremo tornare) trova riscontro in questo laconico articolo. C’era bisogno dell’Università del Michigan per confutare la strategia “zero determinant” nel Dilemma del prigioniero reiterato? Occorre però anche aggiungere che qui, come ad esempio in certa sociologia britannica e con grande difficoltà anche in certi sottoscala dell’economia non conformista, qualcosa in favore della revisione di questa delirante assiomatica dell’individuo egoista aggressivo, si sta muovendo proprio nel campo anglosassone.  New Zeitgeist?

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L’EURO NOSTRUM.

La Comunità latinaPochi mesi fa, G. Agamben su la Repubblica[1], riesumava un vecchio saggio di Alexandre Kojève[2] sulle forme aggregative tra le nazioni europee. Il seguente scritto è una rilettura del piccolo saggio di Kojève ed un primo tentativo di riarticolazione di quella idea, così come suggerito dallo stesso Agamben. Analizzeremo il mondo che sta cambiando (1), esploreremo l’ipotesi di Kojève di una unione dei latini (2),  giungeremo infine all’attualità dell’euro e della sua possibile, ma anche necessaria, modificazione (3).  

Il saggio di Kojève è stato scritto a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra mondiale ed era rivolto al pubblico francese. Il filosofo di origine russa si era trasferito in Francia vent’anni prima e della sua opera filosofica sono note soprattutto le mitiche lezioni su Hegel, poi trascritte in note nientemeno che da R. Queneau, lezioni a cui assistettero, rimanendone assai influenzati  J. Lacan, R. Aron, M. Merleau-Ponty, G. Bataille, A. Breton e R. Callois.

          1. EUROPA: DALLO STATO NAZIONE AL MONDO  MULTIPOLARE.

Kojève parte dall’analisi di quel passaggio storico europeo che trasformò la struttura sociopolitica feudale in stati nazione. Una volta evoluti a regni-stati la Francia e l’Inghilterra, i primi in ragione della difesa dall’invasione dei secondi (Guerra dei Cent’anni) ed i secondi in ragione dell’evoluzione degli storici nemici e trascinata nella dinamica la Spagna, sia per ragioni di reciproca competizione, sia per “simpatia” (dal momento che la stessa Spagna stava terminando la Reconquista della propria terra), nel XV° secolo, lo stato-nazione divenne il nuovo standard dello stare al mondo dei popoli  europei occidentali. Dalla nascita della filosofia politica, dai tempi di Hobbes e Locke, si ritiene “naturale” un regime competitivo tra nazioni[3], ed in questa competizione lo standard della dimensione è dettato sia da ragioni interne  come ad esempio pagare eserciti professionali  nel caso del XV° secolo o sviluppare una certa circolazione economica tra produzione e consumo come nel caso che permise alla Gran Bretagna del XVIII° secolo di soppiantare le Province Unite, che permise agli Stati Uniti di fare altrettanto con la Gran Bretagna (entrambe transizioni accompagnate da guerre) e che forse permetterà alla Cina di fare altrettanto con gli USA, sia da ragioni esterne  come le dimensioni del o dei competitor diretti o principali. Peso demografico assoluto e relativo (se in crescita o decrescita), estensione territoriale (rapporto tra popolazione e risorse) e prospezione esterna (l’area sulla quale si possono nutrire piani di espansione, non necessariamente militare, più spesso economica quanto ai tempi moderni) sono i tre fattori che pesano in quella “insocievole socievolezza”, che connota le relazioni tra stati-nazione.

Forse è pensando a questo che Kojève pronuncia una sentenza molto attuale per molti popoli europei: “una nazione, quale essa sia, che si ostini a mantenere la propria esclusività politica nazionale, deve presto o tardi cessare di esistere politicamente: o nel corso di un processo pacifico, o in seguito ad annientamento militare” scriveva nel 1945. Già, perché già allora era chiaro che l’ambizione imperiale coltivata da un singolo stato (la Germania nazista) alle prese con una competizione con due altre ambizioni  coltivate da imperi già formati (l’imperial-socialismo sovietico e l’imperial-capitalismo anglosassone) era sbagliata in partenza. Era nella sproporzione dimensionale tra nazione ed  imperi il problema, problema che si sarebbe comunque presentato ancorché i tedeschi non avessero acceso la miccia del secondo conflitto mondiale.

Arrivando all’oggi, l’Europa presenta la più alta concentrazione di stati nazione (41, cioè il 20% del totale mondo ) per un territorio così piccolo (il 6,7% del totale delle terre emerse, non lontano dal peso demografico che è per gli europei del 7,6% del totale mondo) frutto di una tormentata storia secolare, ormai ampiamente passata. Di questi 41, 9 non raggiungono il milione di abitanti, 11 non arrivano a 5 milioni, altri 9 non arrivano ai 10 milioni, solo 6 puntano ai 20 milioni, 2 ai 50 milioni. Italia, Francia e Regno Unito oscillano intorno ai 60 e la Germania svetta con i suoi 80 ottenuti con la riunificazione del’90, unica forza di medio peso mondiale. Non a caso, la Germania è anche lo stato perno dell’equilibrio (o disequilibrio) europeo.  Tutti gli stati europei sono in più o meno pronunciata contrazione demografica, perderanno cioè peso costantemente. Ognuno di essi limita l’espansione degli altri essendo tutti economie mature e la sola Germania ha una prospezione verso l’Europa dell’est e la Cina. E il mondo?

brics3Il mondo è in grande divenire. Il Brasile (193 mio ab.), la Russia (143 mio), l’India (1.224 mio), la Cina (1.341 mio) sono i famosi BRIC che con il Sud Africa (con “solo” 50 mio di abitanti ma con un territorio ricco di materie prime di quattro volte più grande dell’Italia) costituiscono la nuova agguerrita pattuglia dei pretendenti alla regia del mondo. Hanno tutti territori vasti, alcuni di loro sono in impetuosa crescita economica ma anche demografica. Hanno tutti ampie aree di prospezione esterna. Ma appena l’acronimo BRICS è diventato un po’ più noto ecco che si appalesa un nuovo altro gruppo di impetuosi sfidanti: i CINETV. 800px-CIVETS_svgColombia (46 mio di ab. In un territorio poco più contenuto del Sud Africa, carbone e petrolio, una vasta prospezione esterna che include tanto il Sud che il Centro America), Indonesia (244 mio), Nigeria (160 mio), Etiopia (85 mio, ma alcuni considerano la E come Egitto), Turchia (75 mio) e Vietnam (87 mio) sono tutti paesi in crescita economica e demografica, alcuni, come l’Indonesia e soprattutto la Nigeria in maniera esponenziale. Hanno tutti ampie aree prospicenti con le quali co-evolvere. Questa la fotografia statica, quella dinamica (quello che sarà tra qualche decennio) la cui lettura è vivamente consigliata, la trovate tratteggiata qui. Poi ci sono i 314 milioni di americani che stanno perdendo l’unicità della loro leadership mondiale ma possono ancora contare su un vantaggio  considerevole, se non altro rispetto all’Europa che infatti hanno individuato come propria prossima colonia preferita, proponendo il TTIP il trattato di libero scambio per il quale diverremo, noi antichi schiavisti colpiti dalla più classica delle nemesi storiche, servi più di quanto già non siamo.

Non è dunque vero che il soggetto stato-nazione è morto, semmai è morta la forma che ha in Europa, un po’ come per la forma economica che chiamiamo capitalismo. E’ tipico degli ex padroni del mondo universalizzare tutto, anche la propria crisi ontologica.  Il soggetto è ancora uno, politico-economico-militare con una certa tolleranza per la multi-culturalità, la multi-linguistica e la multi-religiosità (pur con le dovute difficoltà), come nei casi indiani e cinesi. Semmai i soggetti di grande volume tendono alla forma federale  ma questo è da ritenersi una variante strutturale interna, non una alternativa sostanziale.  Non è  vero che stiamo diventando un unico villaggio globale, stiamo diventando una complessa rete di villaggi diversi che si uniscono a gruppi per scopi comuni cercando però di mantenere ognuno la propria identità in una vorticosa, nuova geometria delle relazioni internazionali in cui chi più è e più ha, più conta. Non è dunque più realistico pensare che un solo soggetto, per quanto iper- imperialista, possa dominare l’irriducibile pluralità di un mondo di 7, prossimi 10, miliardi di individui. Il governo del mondo apparterrà a gli azionisti di maggioranza, se non a quelli di “riferimento”, a coloro che saranno in grado tra soft ed hard power, egemonia e massa critica, di contare di più e/o di subire di meno. Questo è il mondo complesso in cui –siamo stati gettati-, in cui siamo capitati noi che esistiamo ora e qui.

Potremmo allora parafrasare la profezia del franco-russo dicendo che un qualsivoglia popolo-società-europeo che si ostini a voler mantenere la propria esclusività politica nazionale, deve presto o tardi cessare di esistere o nel corso di un processo militare o politico o molto più immediatamente nel corso di un processo economico. Il piccolo stato-nazione europeo, così come lo conosciamo, è destinato a finire archiviato nello stesso scaffale in cui riporremo la modernità, forme storiche che oggi hanno circa sei secoli e vengono da un mondo che non c’è più.

A. KojèveLa diminuzione di rilevanza dello stato-nazione europeo, Kojève la intuisce già per la Francia dell’immediato dopoguerra. Una Francia stretta tra l’imperialismo sovietico e quello anglosassone con l’immediata possibilità che la stessa Germania entrasse nell’orbita di uno dei due sistemi facendo della Francia un hinterland  del sistema “occidentale” a guida anglosassone. Kojève a differenza di quanto vediamo oggi, non compie le sue analisi in uno sterilizzato laboratorio dei problemi ed opportunità di una geopolitica che assomiglia più ad un gioco da tavolo tipo Risiko che alla complessità reale di ciò che innerva popoli, società, stati e nazioni. Né affronta il problema dall’ottuso specialismo unilaterale di una singola disciplina. La demografia conta, la cultura conta e conta la Grande Storia che ha depositato similarità e diversità profonde, conta la storia religiosa che disegna l’ambito ortodosso, quello slavo-musulmano, quello cattolico-latino e quello protestante germanico-anglo-sassone-scandinavo. Conta la geografia, naturale e culturale ed ovviamente, anche quella linguistica. Conta ovviamente anche la più recente storia economica. Quella che separa la tradizione renano-scandinava ed ordoliberale da quella francese ben più statuale, simile a quella italiana (con qualche multinazionale ereditata dal passato coloniale in più ed un po’ di artigianato in meno), nonché da quella del capitalismo ritardato degli altri mediterranei. Conta l’evidente difformità completa tra continentali e britannici, europei in geografia ma distintamente americo-anglosassoni per storia, cultura, economia. Storie, lingue, popoli, religioni, strutture economiche e culturali assai diverse in quella culla di complessità che è il subcontinente europeo. Diversità che come gli organi nei trapianti, si può tentare di unire solo dopo un attento esame di compatibilità, pena il rigetto e la morte del novello Frankenstein.

Unioni complesse che richiedono progetti complessi, larga condivisione, tempo e progressione. “L’avvenire della Francia isolata è quindi uno “status di dominion” più o meno mascherato. E tale sarà anche la sorte delle altre nazioni dell’Europa occidentale, se si ostineranno a mantenersi nel loro isolamento politico <nazionale>” profetava il nostro. La soluzione che Kojève. intravedeva era una unione, una fusione, un imparentamento stretto tra nazioni, per sistemi storico-culturali omogenei, quello che Kojève chiama con termine per noi più controverso “imperi”, nella fattispecie: l’impero latino. Una unione per fusione di nazioni sorelle, cioè appartenenti ad una qualche comune famiglia, in vista della necessità di relazionarsi con pesi medio-massimi nel nuovo quadrato del mondo, quel mondo che lui vedeva bipolare e noi oggi, multipolare. Questa le ragioni di quella idea che noi preferiremmo chiamare “comunità latina”.

                      2. LA  COMUNITA’ LATINA.

Di fronte ai grandi cambiamenti del mondo gli europei sembrano i più smarriti, e non è un caso essendo un po’ come quegli anziani che hanno fatto la loro vita in un mondo che sta scomparendo e quello nuovo non solo non lo capiscono, ma neanche gli piace. Da una parte ciascuno reputa sacra la propria identità stato-nazionale, dall’altra però si devolve un processo assai sensibile, vitale e strategico quale la moneta, ad una gestione che più che comune è delegata ad espertocrati, quasi che la moneta fosse un assoluto con la sua specializzazione e non un di cui dell’economia che è un di cui della politica che per altro, fa finta di rimane nazionale pur non potendo più decidere nulla di significativo. Anche se di nuovo, è il più grande (la Germania) che si salva dall’eteronomia ed impone a gli altri più di quanto sia disposta a subire. Gli eserciti  poi non sono più nazionali o continentali ma devoluti nel comando ad un paese di un altro continente (USA) di cui non si vede perché noi dovremmo condividere di default la strategia e gli interessi. Il massimo della surrealtà poi la si raggiunge con le litanie sull’unione federale dei continentali, (Regno Unito ovviamente escluso), progetto senza possibilità alcuna di essere realizzato data il tasso troppo elevato di disomogeneità  e le irriducibili divergenze che connotano gli interessi degli eventuali federati. Come si può pensare di passare da 27 stati a uno, magari scrivendo un trattato ? Questo è delirio contrattualistico ! Gli americani ci riuscirono ma conducendo il progetto in forme eminentemente elitarie, partendo da una non storia precedente, con un popolazione etnicamente, religiosamente e culturalmente (oltreché linguisticamente)  omogenea e comunque molto piccola (meno di 30 milioni ai tempi della Guerra di secessione, oggi sono 330 milioni solo gli europei dell’eurozona con solo 18 dei 28 stati dell’Unione)  e  più di centocinquanta anni fa quando elessero un presidente che piaceva ad alcuni ma non altri (e con un sottostante di chiari interessi economici divergenti tra Nord e Sud, guarda-un-po’…) fecero una guerra civile per regolare definitivamente la faccenda che aveva un tasso di complessità -enormemente- inferiore a quello della presunta Unione federale degli europei.

images 2 bL’”impero latino” di Kojève o la nostra “comunità latina” parte invece più modestamente ma realisticamente da Francia, Italia e Spagna. Una unica radice linguistica, per cui ogni paese potrebbe render obbligatorio lo studio di una delle due altre lingue per cominciare a formare tramite le nuove generazioni un percorso che da un pidgin tragga una nuova lingua creola neolatina. Una lingua in grado di dialogare con le vaste comunità ispaniche sud e centro-americane, con quelle francofone dell’Africa occidentale.  Una unione quella della comunità latina che dovrebbe partire dall’educazione ad esempio da un progetto di università latina[5], per cominciare a costruire la classe dirigente di un domani che abbia una sua propria fisionomia che non quella di periferia anglosassone con i suoi rigidi schemi scientisti, economicisti, quantitativi. Una unione naturale di quella cultura del “saper vivere” che ci unisce “…in quell’arte del tempo libero che è l’origine dell’arte in generale,…”. Arte espressiva, del godimento, della convivialità, del cibo, della musica, dell’amore per le persone e per le cose, dell’estetica in tutte le sue forme, a partire dal paesaggio. L’impero della bellezza insomma. Del resto, nota Kojève, già Marx seguendo le orme di Aristotele, individuava la natura del progresso come liberazione di massa dal ricatto del tempo produttivo. Quel tempo umano che il capitalismo della barbarie anglosassone ha reso lavoro non più schiavile o servile ma pur sempre subordinato e socialmente obbligatorio, alienato ed alienante, ossessivo, fine e non mezzo, consumismo entropizzante, solleticazione della coazione accumulatoria che ci rende quegli atomi egoisti e competitivi che nella vana ricerca di una libertà individualizzata, deperisce quelle relazioni che sole ci rendono “umani”. L’impero dei barbari.

convivio-il-nutrimento-e-il-sacro-0_31096--400x320Così, anche l’immaginario della decrescita conviviale, solidale, socialmente creativa, cooperativa, una idea che certo non è pensabile da poter attuare nei limitati confini di un solo paese, potrebbe diventare ulteriore elemento di un antico-nuovo, “in comune”. La decrescita quanto a contrazione delle condizioni di possibilità, sia detto per inciso, per gli europei non è una opzione è un destino dato dalla loro demografia, dalla perdita di privilegi coloniali e proto-imperialisti, dall’affollamento del nuovo mondo multipolare in cui nuovi protagonisti traggono dalla loro precedente ritardo, le loro ben maggiori potenzialità di crescita e sviluppo. E che si sia anche atei, razionalisti-illuministi, anticlericali, come non notare la lunga stratificazione della comune cultura cattolica che ci fa da substrato accanto a quella della libertà, della fraternità e dell’uguaglianza? Insomma i “latini” sembrano una entità meno astratta e più storica degli “europei”, una entità dotata di maggiori condizioni di possibilità di poter supportare un processo di fusione. Una naturale “comunità di destino” usando un termine di Edgar Morin.

Questa comunità dei popoli latini, non potrebbe e non dovrebbe tradire le sue radici che risalgono alle unioni dei cittadini, alle poleis, le civitas , borghi, paesi e città. Unione nel luogo dello stare assieme, che è governato dalla politica, da quel “politikos” che è l’amministrazione del tutto, in nome di tutti e per il bene di tutti. Una unione politica che federi assieme comunità democratiche territoriali e che comporterebbe immediatamente una unione delle risorse e delle capacità, dei saperi e delle tradizioni, delle specialità produttive che chiamiamo economia. Una economia che ha anch’essa, tradizioni comuni maggiori di quanto ciascuno di noi non abbia con il liberalismo anglosassone o con quello austro-germanico-scandinavo. Una tradizione forte di agricoltura, allevamento e pesca, di artigianato e commercio, di industria creativa per altro ampiamente diversificata e spesso, assolutamente competitiva, una specialità turistica unica. E che dire delle nostre “naturali proiezioni” estere? Quelle mediterranee verso la Turchia, il Medio Oriente ed il Nord Africa. E poi l’Africa occidentale ed orientale. Nonché  verso la nuova vivacità del continente sud e centro-americano.  Non si tratta certo di una road-map imperialistica, ma della constatazione di tradizioni di frequentazioni, di scambi, di reciproci interessi, di storia comune, specie nell’alveo di quel mare nostrum che unisce cristiani e musulmani, europei, asiatici ed africani, popoli anziani e popoli pieni di giovani.  Altro che “una moneta comune”, ridicola pretesa di unire nell’interesse dell’unità di conto, conti e modi di contare così eterogenei e spesso, addirittura conflittuali.

48471f142cb89e7b451566bd7187ef26_w_h_mw650_mhL’unione economica è la conditio -sine qua non- dell’unità imperiale latina. Ma non è la ragione d’essere dell’impero latino. Il fine ultimo e autentico dell’unità imperiale è essenzialmente politico, ed è una ideologia specificatamente politica che deve generarlo ed ispirarlo” chiosa Kojève. Una ideologia fondata su indipendenza ed autonomia, quindi su una democrazia ritrovata, lontano dalla versione elitista liberale che in realtà nacque già nel XVII° secolo inglese, come circuito rientrante della cibernetica del mercato in quel sistema che avremmo dovuto chiamare “econocrazia”, più che capitalismo. Indipendenza occidentale dall’Occidente anglosassone bellicista ed asociale, autonomia in grado di farci stare nel mondo nuovo, senza dominare ma anche senza esser dominati. Agenti di pace, di neutralità, arbitri se richiesti delle numerose controversie che agitano l’inizio del nuovo millennio. Con sguardo aperto ai parenti anglosassoni e tedeschi, ma anche a quelli balcano-danubiani, alla Russia come al Centro Asia. Interlocutori curiosi e disponibili, reciprocamente d’accordo a rimaner ognuno padroni a casa propria, ma interessati  a scambi equi e non solo di merci e denaro, con i cinesi e con gli indiani, con i nuovi mondi del Pacifico. Amici di tutti, servi di nessuno. Un unico esercito svincolato da altri tipi di antiche alleanze da relegare al registro della storia che fu e che non è più, come la NATO. Una unica politica estera, possibile poiché comune è la visione del mondo e il grosso dei comuni interessi. Queste le condizioni di possibilità della comunità dei popoli latini e mediterranei.

3. L’EURO  NOSTRUM.

La comunità dei latini potrebbe essere il centro aggregatore di una unione più larga della sua stretta definizione etnico-linguistica. Il Belgio è un buon esempio in scala frattale dell’improponibilità di una unione degli europei. Valloni e fiamminghi meditano il divorzio poiché l’assetto federale non ha omogeneizzato le precedenti profonde diversità derivate da lingue, storie e tradizioni diverse. Noi oggi accettiamo acriticamente di discutere possibili unioni monetarie addirittura con i turchi, ma unire popoli è cosa assi più complessa e delicata che non fare affari assieme. Così quantomeno i Valloni francofoni potrebbero aggregarsi al nuovo progetto e così i portoghesi, gli sloveni, i greci oltre ovviamente a Malta e Cipro. Una comunità di 200 milioni di abitanti, già da subito seconda o terza economia del mondo, un nuovo peso medio-grande del nuovo scacchiere multipolare. Una nuova comunità che rilanci la sua antica tradizione storica, rappresentando una nuova avanguardia di processi fusionali basati su gli interessi complessivi dei popoli e non su quelli ristretti delle loro élite. Ma soprattutto, una unione possibile, per quanto difficile.

euro-spezzatoNel tempo di dipanare una articolata strategia unionista, la faccenda monetaria potrebbe rappresentare un inizio, anche perché c’è da risolvere urgentemente il problema dell’euro attuale. Un problema improcrastinabile. Della faccenda dell’euro ormai una cosa si è capita con chiarezza: non è possibile avere in comune una unità di conto-scambio-accumulazione, laddove le sottostanti economie non sono integrabili e laddove non esista una unità politica redistributiva e comunemente legiferante ed una comune politica estera. Nessuna unione monetaria, fuori dell’unità politica, magari federale, è durata mai più di un paio di decenni. Nessuna unità politica, federale o meno, si può progettare ignorando le differenze strutturali dei popoli che si vorrebbero coinvolgere. Nessun futuro è possibile tornando agli stretti confini dei nostri piccoli stati nazione nati in un mondo da quattro a cinque volte più piccolo di oggi, non interconnesso, non alle prese con il problema dei limiti fisico-ambientali. Un mondo in cui la geopolitica era data da una manciata di stati europei imperialisti, coloniali super-potenti, che hanno a lungo alimentato il proprio benessere, soggiogando, sfruttando e rapinando il mondo fuori di loro. Un mondo, è bene ricordarlo di nuovo anche a molti ingenui “sovranisti”, nato ben sei secoli fa. E’ da questi tre negativi che l’ipotesi latino-mediterranea dovrebbe prender le mosse. Le ipotesi degli economisti italiani quali B. Amoroso e L. Vasapollo, vanno anche se in forme diverse, già in questa direzione. manifesto-di-solidarieta-europea-una-soluzion-T-q1eJ0VMa le stesse coordinate possono trovarsi in parte, anche nel Manifesto per la Solidarietà Europea[6] firmato tra gli altri anche da A. Bagnai e J. Sapir, quelle dell’economista ispano-gallese E. Hugh, del direttore del programma Mackinder della London School of Economics Gwyn Prins, degli economisti tedeschi T. Sarrazin e H.Flassbeck e di molti altri (a partire dall’osservazione già del 2010 fatta da J. Stiglitz sulla presenza tedesca nella stessa area valutaria degli altri paesi, specie quelli del sud)  rimanendo nello stretto delle considerazioni economico-monetarie che però non possono e non debbono essere le coordinate portanti, sebbene debbano essere forse quelle più urgenti da considerare.

CONCLUDENDO.

Per riprendere lo spirito delle considerazioni originarie di Kojève, la struttura di un progetto che potrebbe iniziare dal vincolo di una moneta unica da gestire politicamente assieme, dovrebbe partire da fondamenta ben più ampie e solide, per quanto giuste, che non quelle sulle aree valutarie ottimali. Se vogliamo un futuro possibile ed al contempo desideriamo vivere in società indipendenti, autonome e soprattutto democratiche, dovremmo aprire un vero e proprio cantiere per un nuovo progetto storico, politico, culturale. Non è semplice, ma questi tempi che sono tempi complessi ed assai speciali, richiedono di abbandonare la comoda propensione alla gestione condominiale del normale o la propensione a volgere lo sguardo indietro su ciò che disse tizio o caio cento o duecento anni fa e riprendere il gusto per la visione, il coraggio, la battaglia per le idee nuove.  Fare nuovi progetti storici, scrollarci il torpore, la depressione, l’annichilente senso di impotenza, fare noi intenzionalmente la storia, sembra essere l’unica vera alternativa al passivo abbandonarsi o alle “astuzie della ragione” che farà trionfare lo Spirito assoluto o alle peripezie della “mano invisibile”.

Fare noi ciò che vogliamo essere, prima che una nuova ennesima guerra cataclismatica ci svegli, come sempre  troppo tardi, dal nostro “sonno dogmatico”, dal nostro lento scivolare nell’anticamera che conduce al cimitero di quei popoli che non riuscirono ad adattarsi al mondo che andava cambiando intorno a loro.


[2] A. Kojève, L’impero latino, Progetto di una dottrina della politica francese (27 Agosto 1945) in Il silenzio della tirannide, Adelphi, Milano, 2004

[3] “Naturale” in senso realistico, accettando come tali le condizioni della nostro evoluzione culturale e sociale, ad oggi. Qui si deve precisare che la coazione alla guerra, alla conquista, alla rapina, precede di molti e molti secoli, anzi millenni, il capitalismo e che la nota frase di Lenin andrebbe semmai rigirata in “Capitalismo, fase suprema dell’imperialismo”.

[5] In fondo furono proprio i cattolici-latini ad inventare l’università ed a diffonderla in tutta Europa.

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DA QUESTO PUNTO DI VISTA…

Fri7Chiunque scriva qualcosa su qualcosa, esprime giudizi. Chi legge si trova come il lettore di Sherlock Holmes che deve seguire frame by frame la raccolta dei più disparati indizi – giudizi per ricostruire la dinamica unitaria dei fatti e soprattutto giungere al punto iniziale: il colpevole.

Il colpevole delle interpretazioni giudicanti è l’autore del giudizio scritto (o parlato). Esso agisce sempre in base ad una precisa immagine di mondo che ha nella testa. Questa “immagine di mondo” agisce dallo scoglio, il picco, il crinale di montagna, dal quale egli osserva e giudica il paesaggio. Ogni sua affermazione è conseguenza di uno sguardo ed ogni sguardo è sia intenzionato da alcuni paradigmi e non altri, sia dato da un preciso punto del paesaggio.

E’ da oggi disponibile, per chi lo ritenesse di suo interesse, una doppia descrizione dell’immagine di mondo e del punto da cui guarda le cose di cui scrive, l’autore di questi interventi. Esso si trova alla voce – Complessità -, in doppio menù a tendina, posto sulla bacchetta nera a base dell’immagine iniziale della testata di questo blog.

Per chiarezza epistemica.

Complessità [1]: https://pierluigifagan.wordpress.com/complessita/
Complessità [2]: https://pierluigifagan.wordpress.com/complessita/complessita-2/

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DANNOSO E’ TENERE UNITO CIO’ CHE E’ DIVISO.

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Le transizioni sono forti dinamiche che sottopongono ciò che le attraversa a potenti torsioni strutturali. Se ciò che le attraversa non ha una articolazione ben coordinata, prima o poi si spezzerà. Il caso del Partito Democratico italiano e quello dell’euro sono gemelli. Qui come lì, si pensa di poter tenere unite delle eterogeneità fondamentali.

Nel caso del Partito Democratico abbiamo progressisti e conservatori, sinistra (quasi) e centro, laici e cattolici, nuove e vecchie generazioni. Questo eccesso di eterogeneità venne disgraziatamente messo insieme da chi pensava possibile fare in Italia un partito copia dei partiti progressisti anglosassoni (laburisti, democratici americani). Si trattò in sostanza di una forma di pensiero magico: “lì funziona tutto ed hanno due partiti, facciamo anche noi due partiti e così funzionerà tutto”. Ma la desinenza “anglosassoni” non è lì per caso. Essa dice che la tradizione politica di quei paesi ha un minimo comun divisore forte, l’interesse della nazione a governare un impero. Intorno a questo minimo comun divisore forte si formarono già nel XVII° secolo (cioè la seconda metà del seicento…), due diverse interpretazioni, una più “lib”, l’altra più “con”. Il modello non è prelevabile dal contesto storico imperiale e replicabile a piacere, la forma è strutturalmente connessa ad una sostanza che è ciò che gli da l’ordine e ragion d’essere.

La fusione fredda che diede vita al progetto PD, portò con sé la seconda disgrazia, il sistema maggioritario, formatore di bipolarità. Oggi che l’Italia è in strutturale transizione occorrerebbe sciogliere questi treni non articolati che tendono a spezzarsi ad ogni curva e che si paralizzano ad ogni scelta. La transizione è una dinamica, rimanere rigidi in una dinamica porta al cedimento strutturale. In una transizione occorrerebbe rimanere agili, cambiare, formare-sciogliere e riformare, allearsi in un modo e poi in un altro, assecondando il potente flusso dinamico di cui si è oggetto.

Nel caso dell’euro abbiamo 17 paesi, alcuni piccolissimi altri di decine di milioni di individui, alcuni con tradizioni cattoliche, altri protestanti, meridionali e settentrionali. Alcuni di origine latina, altri di tradizioni sassoni-scandinave. Alcuni hanno prospezione internazionale, altri solo mediterranea. Alcuni hanno una struttura sociale ed economica ben definita da una storia fatta in un modo, altri in un altro. Alcuni dovrebbero poter svalutare per reggere la competizione internazionale, altri vedono l’inflazione come possibile scaturigine di quel disordine che in altri tempi portò dritti in un buco nero. Alcuni hanno una struttura bell’è pronta per andare a finanziare il proprio debito pubblico sul mercato, alcuni altri non hanno alcuna necessità di finanziare il proprio debito pubblico, altri lo hanno ingente ancorché ereditato dal passato e semmai dovrebbero scalarlo, altri ancora lo avevano ma lo stanno ri-generando proprio in questa difficile transizione. Anche qui si vorrebbe fare di questo universo delle eterogeneità un monolite, si vorrebbe uniformare ad un modello preso da uno specifico contesto, ciò che si trova in diverso contesto. E’ l’antica idea di riportare a forza il particolare all’universale, il molteplice all’unità forzosa, la metafora che in mitologia è conosciuta come “Letto di Damaste o Procuste”. Lo si vorrebbe fare -subito- laddove la diversa storia che ha depositato queste diverse strutture ha lavorato per decenni ed a volte per interi secoli (se non di più come nel caso latini-barbari). Lo si vorrebbe fare senza aver la minima possibilità di poter lubrificare l’attrito che s’ingenera nelle trasformazioni poiché privi del controllo della moneta. Lo si vorrebbe fare usando un vincolo esterno (appunto, un sistema monetario) laddove cotanta complessità storica-sociale-umana non può certo rispondere ad alcun vincolo singolare, tanto meno “esterno”, ancor meno “tecnico”. Non è un caso che la figura monetaria precedente all’euro, fosse il serpente, animale sinuoso, snodato e quindi flessibile.

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Inutile resistere a dispetto della realtà. Il PD si sciolga felice, almeno in due. Da una parte l’area socialista-socialdemocratica, dall’altra quella cristiano-popolare. Che ognuno torni a pensare ed agire secondo un principio di condivisione di fondamentali che tenga uniti ma politicamente efficaci nei passaggi più difficili, quelli delle sempre più necessarie ed importanti scelte. L’euro si sciolga almeno in due. Da una parte chi ha necessità urgente ed assoluta di una banca centrale che stampi denaro e finanzi debito pubblico a tassi ragionevoli, chi necessiti di un valore di cambio internazionale inferiore all’attuale; dall’altra chi ha necessità assolute di stabilità monetaria per dedicarsi alle esportazioni ed è in grado di pagare un tasso di cambio anche più alto, senza farne pagare il prezzo di contenimento ai primi.

Qui come lì, estremamente dannoso è continuare a tenere unito ciò che ha natura fondamentalmente difforme. La transizioni chiedono in primis di adattarsi ai tempi, chi rifiuta di cambiare (adattarsi è cambiare) è destinato all’estinzione.

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LA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA IN FERNAND BRAUDEL.

mediterraneo-1

Quanto siamo andati sin qui ricercando[1] rispetto ad una possibile concezione che rispetti il più possibile la realtà della storia è perfettamente espresso in un piccolo libricino[2] dello storico francese Fernand Braudel. Si tratta di una serie  di piccole conferenze che Braudel tenne ai propri commilitoni durante la detenzione in due campi di prigionia tedeschi[3], mentre si svolgeva la seconda guerra mondiale.

Partiamo da una asserzione generale valida come epistemologia generale: “Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare ad ogni istante della eccessiva semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze[4]. Il manifesto di una concezione realistica della storia è tutto in questa piccola saggezza. Cercare di approssimarsi il più possibile ad un ideale rapporto 1:1 tra mappa (la storia come racconto) e territorio (la storia come fatto). Se identifichiamo la storia con la complessità della realtà in divenire, questa concezione fa di Braudel il più insigne storico animato dal paradigma della cultura complessa.

Questa concezione arriva a ridefinire il perimetro stesso di cosa è la storia ed il compito dello storico. Per Braudel la formula di questa concezione è data dal rapporto tra la geografia dei fatti, l’analisi del sociale umano ed il tempo. E’ questa la geostoria, storia dell’intricata matassa che compone la/le società umana/e di cui occorre dipanare i singoli fili (sociali, economici, politici, culturali, religiosi, militari, demografici etc.) ed i loro intrecci, per un certo tratto di tempo, ambientandola nel suo luogo d’origine di cui vanno osservate le forme condizionanti (le condizioni ambientali-geografiche).

Questo tempo ha più piani. “La vita è fatta di correnti che scorrono a velocità diverse: alcune (…) mutano di giorno in giorno, altre di anno in anno, altre di secolo in secolo[5] altre ancora ancorpiù lentamente. Un esempio di come la porzione del tempo storico che consideriamo per indagare un fenomeno è dirimente lo si ha nel marxismo. Marx analizza i rapporti tra classi, tra una borghesia proprietaria dei mezzi di produzione ed una classe generale che deve lavorare per sostenersi. Questo è il capitalismo e il suo superamento si avrà quando la classe generale, ribellandosi, si approprierà collettivamente dei mezzi di produzione annullando la fonte del dominio di classe. Concezione che prevede dunque una vera e concreta rivoluzione agita. Ma quello che racconta Marx non è che l’ennesima versione di una storia più lunga, apparentemente immobile, in cui i Pochi dominano su i Molti, la storia della gerarchia. La gerarchia è quel sistema d’ordine (erroneamente da alcuni ritenuto “naturale”, quindi immodificabile) che gli umani hanno applicato per dare appunto un ordine solido e dinamico, alla complessità sociale nella quale si son trovati  a vivere a partire da circa 8000 af. Nella storia della gerarchia, storia dal tempo lungo, nel gruppo dominante troviamo sciamani-sacerdoti, poi re-eroi, poi militari, poi vari tipi di politici, di nuovo militari-imperatori, poi vescovi, principi, re assoluti, capitalisti, banchieri, etnie, maschi, in genere anziani, civiltà intere, singoli popoli-nazione. Gli interpreti cambiano di stagione storica in stagione, lo spazio che la gerarchia ordina anche, la forma dell’ordine dato da Pochi attivi, intenzionati e coordinati vs Molti passivi, incerti e scoordinati è invece millenaria e generalizzata.

Abituati  a storie ravvicinate ai decenni, semmai ai secoli, ottomila anni sembrano l’eternità ma non lo sono. Questo nostro scritto redatto nel 20.157 (sempre che allora il tempo storico si continuerà a contare così, cosa assai improbabile) potrebbe contemplare con distacco e sopracciglio alzato  il passato primordiale in cui i gruppi umani erano soliti aggrapparsi a questa forma assai semplificata per dare ordine e funzionalità alla propria complessità sociale. Ma il punto che ci interessa perché attuale è che dalla millenaria forma gerarchica da cui prima o poi ci emanciperemo, non si uscirà con il dominio di una nuova classe, con il possesso dei mezzi di produzione, con un azione militare ed in fondo, neanche con una di quelle rivoluzioni che al solito, rivoluzionano assai poco com’è nel significato del suo etimo astronomico (la rivoluzione è un eterno ritorno lungo il piano orizzontale dell’orbita).  Dalla gerarchia si uscirà solo annullando la divisione Pochi – Molti, quando i Molti sapranno auto-gestirsi usando una o più probabilmente molte configurazioni interrelate. Difficile o impossibile? Comunque evidentemente, un processo lungo.

In prima approssimazione,  il superamento del capitalismo non è via una nuova forma di organizzazione economica ma probabilmente via l’annullamento del dominio ordinativo del gioco economico in favore di un ordinatore più generalizzato possibile, quello politico. Il contrario della gerarchia dominante dei Pochi è l’autoorganizzazione dei Molti, il potere dei Molti su se stessi, la democrazia pura. Dispiace constatare che la faccenda non sia così semplice come ci è piaciuto raccontarcela, ma questo è ciò che chiamiamo “realismo”. Dispiace ancor di più constatare che difficilmente ognuno di noi, per quanti sforzi faccia individualmente e collettivamente vedrà mai, perfettamente compiuto,  il mondo nuovo che possiamo disegnare ma non immediatamente produrre. Ma se vogliamo cambiare il mondo ed il nostro modo di abitarlo e viverlo, per dare senso alla nostra venuta al mondo e partecipare al compimento di una etica umana che scegliamo come nostro credo, non vedo altro modo che considerare onestamente con cosa abbiamo a che fare. Altrimenti il cambiamento lo produciamo solo nel mondo platonico delle Idee e tradiamo l’essenza dell’XIa Tesi su Feuerbach di Marx (1845-1888) che invece terrei in gran conto.

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Tornando alla concezione realistico-complessa enunciata da F. Braudel, egli nota che questi diversi piani temporali, queste correnti del tempo storico, si riferiscono ciascuna a un soggetto della più generale composizione del flusso storico generale: “…geografia, civiltà, razza, struttura sociale, economia e politica. Tale classificazione si basa sulla velocità, più o meno grande, che caratterizza le diverse storie: all’inizio della serie, al massimo livello di profondità, le più lente, le meno condizionabili dall’intervento dell’uomo; alla fine, quelle che sono maggiormente influenzate, ovvero l’economia e la politica.[6]. 1004592-Fernand_BraudelQuesto porterà ad un concetto che contraddistingue distintivamente il lavoro dello storico Braudel: i fenomeni di lunga durata (la longue durée[7]). Questi emergono alla vista storica nella misura in cui seguiamo il loro tempo, senza imporgli le categorie temporali delle nostre provvisorie immagini di mondo, nella misura un cui seguiamo il territorio e non le mappe. Da qui, la differenza tra rivoluzione ed emancipazione, breve e superficiale la prima, lenta e profonda la seconda, legata alla mappa che disegna il capitalismo la prima, legata alla mappa che disegna la gerarchia la seconda.

Il tempo quindi, la scelta dell’arco di tempo in cui compiamo l’osservazione storica deve giustificarsi sulla natura dell’oggetto-fenomeno osservato ecco perché i frame dei racconti storici del tipo “Storia della modernità” hanno senso solo se premessi da una abbondante e continuamente ripresa, archeologia delle radici dei fenomeni tra loro intrecciati. Fenomeni che spesso prendono forma esterna e nome diverso avendo però forma interna simile. Da cui l’impressione a volte che cambi tutto ma non cambi niente e che noi si sia presi da un circolo chiuso.

Nell’approccio geostorico è altresì dirimente la scelta e l’osservazione del contesto geografico in cui si ambienta il realismo storico. Braudel inquadra la geostoria,  in onore del grande geografo conterraneo Paul Vidal de la Blanche (1845-1918)[8], come “insieme di possibilità” ma anche come insieme di limiti condizionanti. “L’Irlanda – ha scritto Vidal de la Blanche – troppo vicina all’Inghilterra per evitarla, troppo vasta per essere assimilata, è vittima della propria situazione geografica[9], ecco un esempio di considerazione geostorica. E nel fare onore di certa cultura tedesca di cui comunque censura il determinismo, ecco comparire il concetto di Weltwirtschaften, ovvero delle -economie mondo-[10], concetto oggi essenziale per capire il destino della prematura globalizzazione che sta per volgersi alla frammentazione geopolitica di sistemi macro-regionali.  All’interno di questo insieme di condizioni di possibilità ed impossibilità geografiche, si ambienta -la società umana- .

08903L’homo geographicus a volte si affianca all’homo oeconomicus, ma Braudel insorge: “E’ evidente: -diceva Jean Brunhes (un altro geografo francese)–  l’individualismo deve essere proscritto anche dalla geografia. Parole grandi.”[11], chiosa Braudel secondo il quale, l’oggetto della geografia, della storia e della nuova geostoria, è la società. Lo storico francese predilige gli oggetti a grana grossa, gli oggetti-sistema. Una storia complessa e non riduzionista, possibilista e non determinista, una storia processuale delle lunghe durate e non evenemenziale[12] (basata su collezione di fatti e non su processi. La storia delle grandi battaglie, degli epifenomeni, delle date significative), basata su sistemi e non su individui (la storia dei grandi uomini del destino, degli eroi, del gesto risolutore, dell’Uno che determina il Tutto). E da ciò, l’insostenibilità di quell’individualismo metodologico che spezzetta non solo la società in individui ma poi un singolo individuo in atteggiamenti specifici, atteggiamenti conformi ai paradigmi di una determinata disciplina. Noi abbiamo pensato produttivo il sistema della divisione dei saperi , abbiamo creato discipline e specializzazioni (che non sono certo un male in sé, tutt’altro, ma poi lo diventano nella loro unilaterale presunzione di assoluto, che poi essendo plurale per quante discipline e specializzazioni esistono, diventa solo inconcludente chiasso da pollaio accademico) e da questo abbiamo deciso che l’oggetto di osservazione è quello illuminato da un solo sguardo, quello di cui siamo “specialisti”. Pretesa ridicola è evidente: “Noi studiamo la società e al nostro studio, in quanto tale, non possono bastare i mezzi di ogni singola scienza presa separatamente”[13].

Se vogliamo studiare i fatti sociali, così complessi nel loro insieme, non serviamoci dunque di un sola fonte di luce”…”Il nostro intento, invece è accendere tutte le luci contemporaneamente[14], affermazione entusiasmante ! E via con l’elenco dei riflettori, tutti necessari per la nitida visione storica: geografia, etnologia-etnografia-antropologia, statistica, economia, sociologia, scienza politica e giuridica, storia delle immagini di mondo culturali e religiose, strutture demografiche, linguistica, le nuove scienze cognitive e della psicologia comportamentale… insomma cercare di portare tridimensionalità ( se non quadrimensionalità) dove oggi c’è al massimo bidimensionalità[15], luce dove c’è ombra, relatività dove c’è assolutismo, dialogo dove c’è monologo, molteplicità dove c’è unicità, interferenza dove c’è piattezza, sistemi dove si pensano monadi, gerarchie variabili dove ce ne sono di fisse.

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Ed infine, che è poi ciò che sta personalmente più a cuore a noi che non siamo degli storici, degli economisti, dei sociologi o antropologi, da questo pensatore sopraffino, il rimbrotto più importante: Il nostro secolo manca di veri filosofi, liberati dagli indottrinamenti e dai giochi di appartenenza a una scuola, attenti alla vita che ci circonda, felici ci di affrontare i veri problemi, mettendo a repentaglio se stessi”[16], invocazione che è per noi ispirazione ed impegno concreto, condotto con le forze e le capacità risicate che ci sono umilmente possibili. Aggiungerei, filosofi che sfidano di nuovo il pensiero architettonico, il generale, integrando in orizzontale, le varie osservazioni dei pensieri verticali disciplinari.

A tornare su tutto quanto sin qui detto, Braudel rispondendo nel 1972 ad un intervistatore che domandava delle condizioni in cui presa forma La Méditerranée[17] , il nostro rispondeva. “Se non avessi vissuto la prigionia, avrei certamente scritto un libro del tutto diverso. Ne ho avuto piena coscienza soltanto un anno o due fa, quando ho incontrato a Firenze un giovane filosofo italiano: -“Ha scritto il suo libro in prigione? Allora è per questo che mi ha dato sempre l’impressione di un libro di contemplazione”-“[18]. La prigione dava due ingredienti ottimali per la riflessione, la distanza (dagli ingaggi della nostra vita quotidiana, anche intellettuale) ed il tempo. Paradosso che si debba stare in una prigione reale  per vedere di quale prigione ideale siamo prigionieri.

Questa in breve la nostra attuale “condizione complessa”: senza distanza, immersi nel contingente in cui ripetiamo le idee del passato; senza tempo, soffocati dal presente. Immersi e soffocati da una complessità per la quale non abbiamo né la giusta distanza, né il tempo, per poterla rendere oggetto delle nostre riflessioni. Poiché da ciò dovrebbe conseguirne un  probabile disastro adattativo, l’appello al “pensiero nuovo” prende forma di urgenza. La geostoria di Braudel è uno di questi pensieri nuovi.


[1] https://pierluigifagan.wordpress.com/category/storia/ . Di questi quattro interventi, i due centrali sulla “concezione realistica della storia” insistono sullo stesso campo di questo intervento su F. Braudel.

[2] F. Braudel, Storia, misura del mondo, Il Mulino, Bologna, 1998

[3] 1941 a Magonza e tra il 1943 e il 1944 a Lubecca

[4] Op. cit. pg. 65

[5] Op. cit. pg. 65

[6] Op. cit. pg. 64

[8] E’ questo il “possibilismo vidaliano”. Lucien Febvre che con Marc Bloch è tra i fondatori della scuola storica detta Scuola delle Annales il cui continuatore di maggior spicco è appunto F. Braudel, fu allievo proprio di Vidal de la Blanche. Il motto della concezione vidaliana della geografia e del rapporto che questa ha con i fatti umani (VdlB è il fondatore di quella branca della geografia classica detta “geografia umana”) è: la natura propone e l’uomo dispone. In linea generale, questo pensiero è valido come concezione complessa non determinista a lettura di quasi tutti i rapporti testo-contesto ed è al contempo la natura di una concezione complessa dell’adattamento e dell’ecologia, del difficile rapporto natura-cultura, dei rapporti filogenesi-ontogenesi, cervello-mente, mente-corpo ed altre tipiche dicotomie moderno-occidentali. E’ il concetto che noi spesso usiamo negli scritti di questo blog sotto forma di –condizioni di possibilità- (che in quanto tali definiscono per converso anche le condizioni di impossibilità). Concetto che avendo per oggetto il pensare filosofico, fu alla base della prima critica kantiana. Si veda: F. Bartaletti, Geografia, teoria e prassi, Bollati Boringhieri, Torino, 2006-2012.

[9] Op. cit. pg. 58

[10] Op. cit. pg. 89. Il concetto di economie-mondo è alla base della scuola sistemica di I. Wallerstein, sociologo economista, direttore proprio del Fernand Braudel Center (SUNY-New York) che oltre che a Braudel, si richiama anche a K. Polanyi (ed in parte a K.Marx). Di questa “scuola” fanno parte anche Andre Gunder Frank, Samir Amin e Giovanni Arrighi.

[11] Op. cit. pg. 76

[12] Evenemenziale cioè basato su avvenimenti. Se per A. France un avvenimento è un fatto degno di nota, per Braudel è più che altro, un fatto annotato. Braudel si richiama qui al principio di indeterminazione della meccanica quantistica che definisce il fatto, l’oggetto che la nostra osservazione “crea”. Principio in un certo qual modo disceso dalle considerazioni su cosa in sé-noumeno-fenomeno di I. Kant. Da qui, la necessaria auto-osservazione a cui lo storico deve continuamente sottoporsi per chiarirsi e chiarire al suo uditorio, quali pre-concetti informano la sua narrazione degli osservati, essi stessi determinati dai suoi a-priori e quindi, sempre, soggettivi. Op. cit. pg. 29.

[13] Op. cit. pg. 82

[14] Op. cit. pg. 44

[15] Divertente ed istruttiva a riguardo la lettura del famoso: Edwin A. Abbott, Flatlandia, Adelphi, Milano, 2005.

[16] Op. cit. pg. 49

[17] F. Braudel, Civiltà ed imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, due volumi, Einaudi, Torino, 1953-2010

[18]Op. cit. pg. 16

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I TONNI DI INTERNET.

MattanzaX1La tonnara è una rete speciale con la quale si pescano i tonni rossi e per estensione è anche il luogo in cui li si pesca e la cui carne viene lavorata. La tonnara come rete, viene calata da una serie di barche poste in cerchio al comando di un Rais. Il branco di tonni viene spinto progressivamente a lasciare le reti (le “camere”) periferiche per ammassarsi nella camera centrale, detta “camera della morte”. A quel punto i tonni vengono tirati su ed arpionati uno ad uno, con spreco di urla, colpi, poderosi schizzi di sangue ed eccitazione generale. Si chiama “mattanza”. Ma cosa c’entrano tonni, tonnare e Rais con Internet ?

La base infrastrutturale di Internet è ciò che ne determinò il successo, ma anche un limite invalicabile per coloro che ne vorrebbero controllare la dinamica. Di base infatti, essa è formata dalle singole reti dei cavi telefonici posati per lo più da compagnie nazionali ed in alcuni casi private, nazione per nazione. Ogni nazione avrebbe un teorico dominio sulla propria rete ma poiché il senso di Internet è collegare tutti con tutti senza confini, tale dominio non viene esercitato. Di recente però, alcuni stati come la Cina ma non solo, hanno preso ad esercitare questo dominio. Di contro, il recente scandalo del cosiddetto Datagate, il programma di monitoraggio dei dati di traffico di individui, società ed istituzioni estere promosso da una speciale agenzia del governo degli Stati Uniti d’America, ha cominciato a rendere pubblico l’enorme entità degli interessi che ruotano intorno al possibile controllo della rete delle reti che è la miniera della materia prima più importante nel mondo contemporaneo e futuro: l’informazione.

Molto tempo fa (vent’anni fa all’incirca), esisteva una storiella che sosteneva che gli americani stessero studiando e promuovendo un progetto che si chiamava Internet2. Per gli americani che sono poi i padri di quella rete militare (Arpanet) dalla quale prese ad evolversi l’attuale Internet, la rete delle reti aveva un grosso problema, non era controllabile direttamente. Non era controllabile la sua fisica infrastruttura. Erano già i tempi della “guerre stellari” di Reagan e poiché si stavano mandando in orbita numerosi satelliti, qualcuno pensò che Internet2 potesse essere una nuova rete basata sull’infrastruttura satellitare, facilmente controllabile poiché senz’altro e per lungo tempo, esclusiva USA. Addirittura c’era anche qualche “paranoico” che sosteneva che l’enorme quantità di spam e periodici attacchi informatici di cui la rete era allora infestata, avesse proprio una origine interessata, da parte cioè di coloro che volevano rendere Internet1 un luogo infrequentabile, al punto da richiedersi la necessità di trasmigrare i dati più importanti (la parte istituzionale, poi quella industrial-commerciale e per “effetto valanga” tutto il prosaico resto, cioè noi) sulla nuova piattaforma. In un certo senso, l’idea era quella che approntata la “camera centrale” satellitare, si potesse convincere gli utenti sempre più legati all’utilizzo della rete tradizionale a convogliarsi verso di questa, chiaramente nelle esclusive e salde mani di compagnie statunitensi comandate dal Rais della Casa Bianca.

Prima di diventare Segretario della Difesa del presidente G.W.Bush, Donald Rumsfeld è stato per svariati anni CEO di una compagnia che produceva proprio set-top-box, ovvero decoder per connessioni satellitari di cui negli anni’90, si prevedeva un grande avvenire. Richard Perle, suo sodale nel think tank neo-conservatore PNAC, anch’egli reclutato nell’Amministrazione Bush, era nel board della Global Crossing, un’altra compagnia di comunicazioni con forti appetiti sulle nuove infrastrutture di telecomunicazione globale. Bill Gates accarezzò a lungo e con profluvio di investimenti per studi e progetti, l’idea dell’Internet satellitare. Le storie parallele tra carriere manageriali nelle tlc e carriere politiche, compongono una rete delle reti a sé stante e testimoniano semmai ce ne fosse bisogno, di quanto questo sia “il” campo della battaglia principale per il controllo degli interessi su scala planetaria oggi, ed ogni giorno di più. Questa nuova frontiera nacque all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, dall’incrocio tra la nascente Teoria dell’informazione e la Cibernetica, scienza del controllo dei sistemi complessi.

Nel 2008 si forma un consorzio capeggiato da Google, che si chiamava O3b Networks cioè Other 3 billion (miliardi di connessioni) che cioè voleva connettere anche tutti coloro che nell’emisfero meridionale non avevano accesso alla rete. Molti paesi infatti sono assai indietro con la posa dei cavi dal momento che sono impegnati in altre amene urgenze (fame-sete-malattie) o hanno una rete infrastrutturale vecchia, non adatta alla trasmissione a banda larga o gestiscono Internet con una mente politica e non veramente liberale. Uno dei partner del network infatti si chiama proprio Liberty Global, una promessa non da poco… . Lunedì sera dovevano partire i primi 4 satelliti di questa nuova rete, poi questioni di vento hanno fatto rimandare il lancio che però avverrà entro l’anno e sarà poi seguito dal lancio di altri 8 satelliti per completare l’infrastruttura entro i primi mesi del 2014.

Questa storiella di ordinario progresso (già sono in festa gli entusiasti internettari che avranno connessioni a Banda Larga Ka tra 18 e 40 Ghz, pure a basso costo!) disegna i lineamenti di un futuro a lungo sognato, progettato, voluto. Una rete di serie A dove si trasferirà progressivamente il meglio del meglio, dove tutto è sicuro e controllato, dove provare emozioni connettive oggi impensabili, dove poter espellere chi non è gradito. Una rete di serie B, l’attuale, che diverrà uno slum, una favela, un suq pieno di virus, trojan, worm ed altri effetti nocivi, lento, in progressivo black-out, infrequentabile. Dalle camere laterali saremo spinti dai nostri stessi interessi a scrivere, leggere, scambiarci foto e video per esercitare l’unica socialità consentita (quella virtuale) a passare alle camere centrali satellitari. Queste saranno paradisi della sensazione, dell’emozione, della sicurezza, della vera democrazia digitale, della libertà.

Ma questa sarà, anche e finalmente, l’infrastruttura controllabile dai pescatori del Rais, che in nome degli interessi commerciali, politici, militari sottesi alla missione delle libertà planetaria, permetterà che si compia la promessa della scienza cibernetica: il controllo della complessità.

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PER UN NUOVO OCCIDENTE. Recensione di Pier Luigi Fagan

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K. Polanyi appartiene di diritto a quel novero di studiosi che hanno provato a dare una loro definizione di quel fuggevole soggetto che è il “capitalismo”. Il capitalismo non è un sistema definito come tale, prima che s’ingeneri l’incontro tra l’opus magnum che lo criticava “Il Capitale” di K. Marx ed uno studioso (marxista) di storia e di storia economica, W. Sombart. Ciò avviene più o meno i primi del novecento e da allora sentenziamo a proposito di questo sistema, anche se la sua definizione è tutt’altro che chiara e condivisa.

Karl Polanyi si iscrive al dibattito sull’argomento, dopo A.Smith, K.Marx, M.Weber, T. Veblen, ma certo prima di Braudel, Schumpeter e  dei neoliberali. Che cos’è quindi ciò che chiamiamo capitalismo, per Polanyi ? In cosa la sua visione è differente da quella degli altri? Polanyi era sì un economista ma più sul versante della sua storia, della sua antropologia, che non della sua meccanica. La sua è quindi una visione intera, come se il soggetto fosse visto dal di fuori, cercando di abbracciarlo come fenomeno e come significato. In un certo senso, la visione di Polanyi è precocemente sistemica, nel senso che anticipa una epistemologia che si formerà successivamente ai tempi in cui lui pensa e scrive. E’ anche questo che rese Polanyi poco comprensibile ai suoi tempi ed è questo che invece ce lo rende perfettamente comprensibile e condivisibile, oggi.

grandetrasformazioneE’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, edito da Il Saggiatore. Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958, che risulta un ottimo compendio sintetico alle tesi polanyiane, già prodotte nella Grande trasformazione (1944), Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968), La sussistenza dell’uomo (1977). Ecco in breve, l’articolazione del pensiero di questo grande studioso:

1)      Ciò che chiamiamo capitalismo è una forma di economia ordinata dal mercato, mercato non solo dei beni, ma anche della terra (natura) e del lavoro (uomo).

2)      Legando in un unico sistema i beni (i corrispondenti ai bisogni), la natura (la possibilità di soddisfarli) e l’uomo (il soggetto bisognoso), l’economia di mercato diventa un fatto assoluto che si identifica con la stessa condizione umana che è di sua natura sociale. Più dunque che una “economia di mercato”, tale sistema crea una “società di mercato”.

3)      E’ questa la prima volta nella storia umana che il fatto economico non risulta intessuto nella società regolata da un ordito di vari principi (culturali, politici, religiosi, etico-morali, militari, tradizioni), ma domina la società e quindi anche tutti gli altri suoi principi. Per la prima volta, il fatto economico non è “embedded”, incorporato nella società ma al contrario è la società ad essere embedded al fatto economico. L’economia primitiva era basata prevalentemente sulla –reciprocità-, quella antica prevalentemente sulla –redistribuzione-, quella moderna esclusivamente sul –mercato- e per la prima volta essa domina la società invece che esserne al servizio.

4)      Il mercato risulta un sistema autonomo, regolato al suo interno dalla dinamica della domanda e dell’offerta che crea quei prezzi che ne costituiscono la metrica. Se si interviene dall’esterno su questo sistema, lo si perturba ed il sistema non funziona più come dovrebbe. Funzionando male, funziona male anche la società che da quel sistema dipende. Ma anche quando il mercato funziona al meglio secondo la sua logica, non è detto che la società ne tragga sempre vantaggio. Non sicuramente nella sua interezza.

5)      La società ordinata dal mercato non può essere una società ordinata dalla politica. La politica è ordinata dal mercato come ogni altra cosa che compone la convenzione sociale. Tra democrazia e mercato c’è un insolubile conflitto paradigmatico secondo la logica dell’ o – o.

6)      Modernità (tecnologia, organizzazione economica, scienza), capitalismo, dominio dell’Occidente sono fenomeni originati dalla stessa matrice che è appunto quella della società di mercato. Se la modernità è prodotta dal mercato, questo per i sistemi nazionali occidentali funziona, nella misura in cui c’è un dominio gerarchico che l’Occidente esercita (internazionalizzazione, colonizzazione, imperialismo, globalizzazione) sul resto del mondo. A ritroso, problemi in questo assetto di potere, sfruttamento, controllo e dominio del resto del mondo, agiscono sul funzionamento del mercato e tali problemi si riflettono sul funzionamento delle singole società nazionali. Il malfunzionamento delle società di mercato occidentali ha prevalentemente cause sistemiche e quasi sempre esterne.

7)      Esistono almeno due occidenti. Quello anglosassone (inglese, britannico, nord-americano) che è la culla storica di questo assetto di società di mercato e la cui forma politica è la democrazia liberale e quello continentale (europeo) la cui forma politica è la democrazia egalitaria. Tra uguaglianza e libertà, sino ad oggi, è esistito un conflitto di compatibilità.

Ne segue la speranza di poter impiantare un nuovo Occidente. Un Occidente democratico, pluralista, centrato su i valori umani della libertà, sulla giustizia sociale, su una comunità di cultura, aperto al dialogo ed all’interrelazione paritaria con le altre civilizzazioni, ovvero il simmetrico contrario di ciò che l’Occidente sta diventando nella nostra contemporaneità. La forma economica di questa possibile nuova condizione, dovrebbe essere quella di un diverso tipo di economia di mercato basata su una forma di socialismo cooperativo, ri-embedded in una società governata dal principio politico democratico. Non c’è tanto quindi un ricetta economica specifica per originare il cambiamento, il vero cambiamento si avrà soltanto quando il fatto economico tornerà ad essere dominato dalla società, dal suo fatto politico.

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imagesCA5GOGB5Nel libro c’è anche di più. Una serrata ed inesorabile critica al determinismo economicista che secondo Polanyi purtroppo unisce tanto la posizione liberale che quella marxista. La distruzione di quegli insostenibili assiomi sull’homo oeconomicus che sostengono l’impianto dell’economia utilitaristica neo-classica e contemporanea, assiomi per altro oggi erosi anche dai convincimenti della nuova economia comportamentale e cognitiva (H.Simon, D.Kahneman, V.Smith, R.J.Shiller).  La valorizzazione di quella antropologia economica (da Thurnwald a Malinowski a Boas, poi ripresi da Mauss e Caillè oggi alla base dell’antropologia dell’economia della decrescita) che dimostrò l’esistenza passata di forme economiche perfettamente funzionanti anche senza il paradigma del mercato moderno. La valorizzazione dello sguardo istituzionale, sostanziale (cosa l’economia è) e non formale (come l’economia funziona), come base per il sapere economico. Valorizzazione oltretutto necessaria per uscire dal grave errore di leggere l’economia passata (ogni altra forma possibile del fatto economico) secondo i paradigmi di quella presente, errore che riporta d un certo determinismo evolutivo che vorrebbe il capitalismo come una forma dovuta di progresso delle forme economiche come se queste esistessero in sé per sé. Polanyi chiama questa “fallacia economicista”, oggetto di un altro libro edito da Jaca Book nel 2011, Il sofisma economicista, con contributi di Alain Caillé, J.-L. Laville e J. Maucourant. Sguardo istituzionale che oltretutto permette di leggere con chiarezza, quanto questo sistema fosse dipendente per il suo impianto e sviluppo, dal potere politico-pubblico-statuale, diversamente da quanto sostenuto dai corifei liberali. Modo di concepire l’economia come un frame dell’umano e del sociale, da illuminare coi saperi antropologici, psicologici, sociologici, della scienza politica e non solo con la grigia luce della perfezione formale algoritmica di quell’economia che si vuole “scienza”.

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W. Benjiamin ha ben illustrato la dimensione religiosa che il totalitarismo economicista ha preso pur partendo da presupposti originari di estrema razionalità e liberalità e sentiamo oggi tutti la mancanza di un L. Feuerbach che critichi in profondo questo ennesimo riproporsi della fede irrazionale alla base delle nostre “credocrazie” poco liberali e molto liberiste. Il pensiero di Polanyi ci può aiutare ad immaginare un futuro occidentale che non sia -lucrativo, orientato al profitto, egoista, individualista, competitivo, combattivo, gerarchico, alienante, ossessionatamente esibitivo (in omaggio a T.Veblen), ingiusto-. Questo pensiero ha il suo fulcro nella rimozione del concetto di mercato come principio ordinatore del nostro vivere assieme (non del mercato tout court ma del suo ruolo di ordinatore “unico” della convenzione sociale), un mercato a cui, nella parole dell’ungherese:

manca l’organo per capire come si forma la salute, il riposo, l’essere spirituale  e morale dei produttori e di chi risiede intorno ai luoghi di produzione, come il bene generale è favorito o pregiudicato da questo o quell’orientamento della produzione o del modo di produzione attraverso i loro lontani effetti retroattivi. Ancora meno riesce a favorire i fini positivi del bene generale: le mete spirituali, culturali e morali della comunità, in quanto la loro realizzazione dipende di mezzi materiali. Infine deve rinunciare completamente dove gli obiettivi economici toccano i fini generali dell’umanità, come l’aiuto internazionale e la pace dei popoli”  [K.Polanyi, La libertà in una società complessa, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, pg.19].

Se il mercato va in crisi e come abbiamo detto, va in crisi quasi sempre per ragioni legate allo scenario internazionale, la priorità diventa proteggere la società. Favorire le forme di reciprocità, riattivare la redistribuzione, secondo la figlia  Kari Polanyi-Levitt (economista insegna  Montreal) il padre avrebbe senz’altro approvato la redistribuzione di un quoziente del prodotto sociale come diritto di cittadinanza, difendere i beni pubblici globali, riprendere il controllo sulle banche e su i movimenti di capitale. Ma, aggiungiamo noi, ci  sembra che la natura strutturale ed irreversibile di questa profonda crisi del capitalismo occidentale dovrebbe portare a ripensamenti ancor più profondi. La riduzione dell’orario di lavoro come redistribuzione del lavoro stesso ad esempio. Ma più ancora, una convinta ripresa dell’impegno di tutti e di tutte a riattivare la democrazia, la partecipazione, la conoscenza, l’impegno a riportare l’economia, gli economisti, i banchieri, i rentier e gli speculatori, sotto il dominio della società, del nostro stare assieme secondo un nuovo regolamento.

E’ giunta l’ora di ridiscutere il nostro contratto sociale, se vogliamo che l’Occidente sopravviva ai tempi nuovi.

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DALLA GRANDE TRASFORMAZIONE, ALLA GRANDE TRANSIZIONE. Recensione.

la-grande-transizione-libro-63528Mauro Bonaiuti, La grande transizione,

Bollati Boringhieri, 2013.

Prefazione di S. Latouche.

K. Polanyi nel suo celebre “La Grande Trasformazione” segnalò che la forma della economia politica moderna era inusuale in quanto per la prima volta l’economia era scorporata dalla società. Non era più intessuta nella trama sociale, bensì la dominava. “La Grande Transizione” di Bonaiuti ci dice che l’unico esito auspicabile di un potente cambiamento delle cose del mondo, che quello stesso sistema analizzato da Polanyi ha messo in moto, è riportare l’economia all’interno del tessuto sociale e da questo, farla dominare. Se il sistema del capitalismo moderno aveva la sua cifra nella crescita, almeno per l’Occidente, la restrizione delle proprie condizioni di possibilità che stanno portando ad una progressiva decrescita reale (recessione-depressione), consigliano di promuovere un nuovo concetto di decrescita intenzionale basata su una profonda revisione e ridefinizione dei ruoli dell’economia e del mercato, di una sfera pubblica basata sulla redistribuzione e di una sfera sociale basata sulla reciprocità.  L’autore è noto[1], ma meno di altri che parlano su questi temi, forse poiché perviene al concetto di decrescita per una via diversa da quella strettamente ecologista o geopolitica o della critica culturale o dell’anticapitalismo-antiliberismo o della divulgazione. Questa è la via dell’immagine di mondo data dalla frequentazione delle scienze della complessità, un aggregato di sguardi e di saperi non ancora completamente formalizzato, eppure in costante evoluzione almeno da mezzo secolo. Di questo sguardo fa parte la messa a fuoco della realtà attraverso i concetti di sistema, ambiente, adattamento, tempo, feedback. Questo set di disposizioni cognitive porta qualsiasi osservatore che ne fa uso a considerazioni magari più fredde di quelle che agitano le passioni politiche, eppure per certi versi ancor più inesorabili, logiche e definitive.

La grande transizione che vede Bonaiuti è quella del sottotitolo: dal declino (delle nostre società occidentali) alla società della decrescita. Sia la lettura del declino, sia la “necessità” di adeguarsi mentalmente prima, strutturalmente poi, ad una società della post-crescita non sono figlie di una preferenza ideologica, sono il dato nudo che risulta dalla lettura complessa della realtà. La decrescita intenzionale è la sola alternativa alla decrescita strutturale alla quale sono destinate le società del sovrasviluppo, quali la nostra. Non è una preferenza, è un adattamento.

Il libro si sviluppa in quattro segmenti: 1) la breve presentazione dello sguardo complesso col quale si sviluppano analisi, diagnosi e prognosi; 2) la meccanica e la dinamica, la funzionalità e le disfunzionalità della società della crescita: 3) la comparsa a cavallo tra la fine dei ’60 e i primi anni ’70 dello scorso secolo, di un rallentamento strutturale della crescita che l’autore imputa alla comparsa dei limiti dati dal presentarsi della legge dei rendimenti decrescenti; 4) quattro possibili scenari di ciò che ci aspetta.

Il pantheon teorico di riferimento ha due capisaldi indiscussi, N. Georgescu Roegen fondatore del pensiero bio-economico di cui Bonaiuti è il continuatore e divulgatore in Italia da una parte, Joseph Tainter autore ormai venticinque anni fa di un testo (The Collapse of Complex Society, Cambridge University Press, 1988) che prima o poi un editore italiano dovrebbe tradurre, dall’altra. Georgescu-Roegen pone l’invalicabile limite della seconda legge della termodinamica a cui la “scienza” economica mainstream si rifiuta di rispondere essendo ancora newtoniana o peggio, neoplatonica. Tainter illustra la legge che correla l’incremento di complessità sociale con la legge dei rendimenti decrescenti per altro ben nota agli economisti classici. In mezzo, dalla società conviviale di Ivan Illich, agli studi sulle economie della reciprocità di Malinowski-Mauss; dal tributo del seminale Karl Polanyi della Grande trasformazione, agli studi sulle economie primitive di Marshall Shalins e di quelle arcaiche dello stesso Polanyi; dalla complessità di G. Bateson ed E. Morin, all’economia sistemica di Kenneth Boulding prima e quella di G. Arrighi ed I. Wallerstein con una ripresa in D. Harvey, poi. Di cornice generale la filosofia di Castoriadis, dello stesso Morin, di Bookchin, di Fotopoulos. Basta scorrere la bibliografia per capire di quale galassia di pensiero sia viaggiatore l’autore. Ognuno dei titoli riportati meriterebbe una lettura da chi vuole per sé quella “testa ben fatta” che predicava Morin.

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La tesi centrale del libro è che siamo in presenza di una tenaglia che soprattutto per i paesi occidentali, rappresenta una drastica riduzione delle condizioni di possibilità. La tenaglia stringe da una parte con la comparsa, già negli anni ’70, di una riduzione strutturale delle possibilità di crescita ed espansione delle economie occidentali che proprio allora incontrano un limite, l’invisibile limite oltre al quale lavora la legge dei rendimenti decrescenti. E’ questa la spiegazione che proprio Tainter dà del collasso dell’Impero romano, è lo stesso concetto che Ivan Illich chiamava “controproduttività”, che attraversa la storia del pensiero da Erone di Alessandria a Pierre de Fermat, fino a Maupertuis. Minimo sforzo, minimo costo. Più le cose si fanno difficili, più costano, anche perché costa la struttura sempre più complessa che si mette in atto per farle. L’ulteriore sviluppo materiale delle società sovrasviluppate ad un certo punto incontrano questo limite dei rendimenti che diventano descrescenti. Alla fine, lo sforzo della crescita (ammesso poi sia possibile) diventa antieconomico ed infine, impossibile. Se si continua a farlo è perché la struttura in atto non vuole avere alternative, si corre verso l’inferno mentre si è convinti di star rincorrendo il paradiso perduto. L’intera manovra degli ultimi decenni messa in atto dal capitale per mantenere adeguati i suoi profitti, va allora vista come una strategia di adattamento, di sopravvivenza a questa nuova restrizione delle condizioni di possibilità. Globalizzazione, de-regolamentazione, finanziarizzazione, terziarizzazione vanno così lette come mosse a difesa del profitto con cui il capitale fa pagare al lavoro i costi della contrazione delle condizioni di possibilità. Ma vanno anche lette come mosse disperate in quanto se il profitto è una funzione del sistema economico, quelle mosse distruggono la funzionalità e l’equilibrio del sistema stesso. Le scelte epistemiche che facciamo a volte inconsapevolmente, tracciano la strada delle conseguenze e così se i sistemici vedono questo stato generale delle cose come irreversibile perché strutturale, altri pensano che sia reversibile e che con una spruzzata di keynesismo corretto da una ripresa della lotta di classe le cose dovrebbero ritornare ai tempi d’oro. Si può e si deve certo redistribuire ma i tempi d’oro furono figli di condizioni d’oro, le nuove condizioni non offrono luccichii ed è a questo nuovo stato di realtà che dobbiamo adattarci.

Il sistema ciecamente diretto verso la sua riproduzione costante quando le condizioni in cui opera non sono più costanti ed anzi vanno a ridursi progressivamente, continua a produrre soprattutto problemi ma poiché anche risolvere problemi è fare profitto la macchina sembra ancora funzionare. In realtà accanto a curve di profitto sempre più basse e sempre meno condivise, cresce la curva del malessere sociale, ambientale, psicologico, culturale e poi politico. Il sistema mostra sempre di più crisi di legittimità essendo basato sulla promessa del maggior benessere per il maggior numero (Bentham dixit). Il sistema comincia a diventare profondamente “irrazionale”, come si stanno accorgendo anche molti economisti mainstream. Tra l’altro, l’egoismo unilaterale non si accorge che privando di reddito i giocatori del gioco, il gioco non c’è più ed è l’intero sistema prima a subire la crisi di legittimità, poi a crollare. Rimane una breve stagione di rapina (l’attuale), poi la fine dei giochi. Alla fine si potrebbe avere il nefasto esito che si ebbe nella crisi precedente, quella del primo trentennio del secolo quando la grande diffusione dei fascismi in Europa, mostrò il segno di quel tipico irrigidimento gerarchico con il quale si cerca di opporre nuova semplicità all’aggressione della nuova complessità. Sappiamo poi come è andata a finire.

L’altro braccio della tenaglia è dato dal prossimo raggiungimento del picco dell’energia (non del petrolio, dell’energia tout court) che alcuni stimano al 2025 (P. Chefurka, R. Douthwaite), altri al 2040 (J. Randers). Poiché il sistema è energivoro e si alimenta di energia incrementale per ogni balzo di complessificazione (per adattarsi alla crescente complessità nel quale opera) ne discende un secondo invalicabile limite per un ulteriore ed a questo punto assai improbabile altro balzo in avanti. Sull’esistenza o meno di questo limite, ci si accapiglia. L’estetica scientifica obbliga a rappresentare forze chiare, distinte, inequivocabili, la scienza non è luogo per le contraddizioni. Essendo però quello del “limite” un concetto predittivo, non si riesce mai a mettere la parola fine a questa discussione. Dal punto di vista della complessità però, bastano le tendenze e che si vada tendenzialmente verso un progressivo sbilancio tra domande ed offerte di energia è relativamente certo. Questa occlusione tendenziale, funge così da chiusura ulteriore delle condizioni di possibilità e questo è un fatto. Fatto che si somma a quanto detto precedentemente ed ai quali si accoda il nuovo assetto di un mondo multipolare, quindi più concorrenziale, affollato, incerto.

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Ne discendono quattro possibili scenari. Quello del collasso tipo Impero romano (collasso endogeno di cui i “barbari” rappresentarono solo il boia di un sentenza già emessa); quello della reazione a fortezza (nuovi fascismi) che allunga solo i tempi per poi deflagrare in un collasso anche più rumoroso e devastante; un nuovo “salto in avanti” a base di nuove prometeiche tecnologie che l’autore tende ad escludere dal range delle possibilità; l’accettazione progressiva delle nuove condizioni di “decrescita reale” (di contrazione strutturale) attraverso un piano condiviso di decrescita voluta e gestita. Questa si configura come una ritirata strategica e volontaria, un adattamento a ciò che comunque accadrà volenti o nolenti, sullo stile di quell’Impero bizantino che resistette per quasi mille anni in più di quello romano, de-complessificandosi.

Dopo essersi soffermati su una critica del sistema stazionario alla H. Daly che vorrebbe un capitalismo adattato ad un regime in cui non si accumula più in progressione (cosa che l’autore definisce un controsenso essendo quello dell’accumulazione incrementale la ragione strutturale del sistema capitalista), si giunge alle direttrici di una strategia adattativa.

Immaginare il futuro innanzitutto, anche per dotarci di una rappresentazione condivisa che orienti la nostra azione collettiva. Immaginarlo a sistema e non già per segmenti frammentati com’è nella partitura post-moderna anche di certi teorici dei micro-movimenti. Porsi il problema generale e non sperare che un modo nuovo di stare al mondo emerga chissà come, solo opponendosi alla disgraziata decadenza del vecchio. Demercificazione e riterritorializzazione dello scambio sociale, nuove forme di proprietà (dal bene comune, al movimento cooperativo), reddito di cittadinanza per reggere la struttura sociale preda di scossoni violenti, reciprocità e nuova funzione pubblica, decentramento, autonomia, partecipazione diffusa. Forse, un radicale ripensamento di quanto l’economia politica debba essere l’ordinatore primo delle nostre società e di come queste debbano retrocedere alla dimensione quanti-qualitativa di comunità autorganizzata in democrazia reale. Insomma un progetto complesso ed urgente di adattamento alle nuove condizioni del mondo è la richiesta, l’appello della nostra realtà occidentale.

La Grande transizione ci aspetta. I tempi saranno difficili. Saremo all’altezza?


[1] Professore di Finanza etica all’Università di Torino, co-fondatore dell’Associazione per la decrescita, ha introdotto in Italia il pensiero di N. Georgescu-Roegen.

[L’articolo si trova anche qui: http://www.sinistrainrete.info/societa/2873-pierluigi-fagan-dalla-grande-trasformazione-alla-grande-transizione.html; e qui: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=60489%5D

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DELL’ORIGINE DELLA GERARCHIA E DELLE ELITE.

piramide-sociale1Secondo K. Polanyi (da “La sussistenza dell’uomo” Einaudi, Torino, 1983; che recepisce anche i raggiungimenti del precedente “Economie primitive, arcaiche e moderne” scritto con C.M. Arensberg e H.W. Pearson ) le prime società complesse furono quella che, rispetto al fatto economico,  subentrarono  allo schema della più semplice reciprocità, con la redistribuzione. La forma analitica è quella che oggi gli anglosassoni definiscono in geopolitica “hub & spoke”, mozzo e raggi, come nella ruota. Il rapporto mozzo-raggi nella ruota è funzionale, non gerarchico, l’uno serve all’altro nella composizione di una funzionalità superiore ( il ruotare della ruota). Il “centro” da cui promanarono successivamente le élite, era all’inizio, forse, solo il luogo al centro della  geometria della relazioni umane di tipo economico (nel senso di sussistenza) in cui affluiva l’eterogeneo e defluiva lo standard. Questo centro accumulatore e redistributore svolgeva all’inizio, forse, il solo ruolo rispetto alle qualità: prodotti dell’orto di una certa famiglia, agricolo-selvatici e raccolta di altre, agricoli intenzionali di altre ancora o di produzione collettiva, prodotti di caccia o di pesca e di allevamento prodotti da altri ancora. Ciò dice anche che una certa “divisione del lavoro” era un forma naturale del mettere assieme tante varietà famigliari in un unico sistema sociale, interamente stanziale.  Tanta varietà era un valore collettivamente ma una monotonia, singolarmente, laddove cioè il produttore rimaneva l’unico consumatore in un circolo chiuso. Far affluire le varietà in un centro che poi le suddivideva proporzionatamente a tutti (in proporzione alla molteplicità varietale ed ai bisogni) era senz’altro il modo più semplice di organizzare la faccenda. Questo centro funzionale doveva inizialmente sfruttare o appoggiarsi alla posizione già centrale e comunitaria dello sciamano-sacerdote.

Successivamente, al crescere della popolazione e soprattutto delle tecniche produttive ma anche in ragione della semplice preferenza logica per la produzione intenzionale e controllata (l’agricoltura), al fine di soddisfare con costanza quantità umane sempre più impegnative, si cominciò a generare surplus. Alla funzione redistributiva per qualità si affiancava ora quella per quantità. Il surplus era immagazzinato come sappiamo avveniva nelle civiltà “storiche” successive e lo era a maggior ragione data la peculiarità conservativa dei cereali. I cereali stoccati permettevano la costanza dell’approvvigionamento per i nuovi grandi gruppi laddove tutto il resto della sussistenza era di natura variabile. Eccessi di stoccaggio ma anche di ristretta mono-culturalità, poterono dar vita all’ulteriore fenomeno dello scambio inter-tribale, soprattutto nella medio-lunga distanza che portava in connessione specialità tra loro diverse ed esclusive. L’esistenza di tribù rimaste nomadi che probabilmente campavano estraendo minerali quali ad esempio l’ossidiana e scambiandola (magari pre-lavorata in punte e pugnali) con cereali prodotti dagli stanziali, in circonferenze territoriali con raggi anche di centinaia di chilometri è oggi archeologicamente ben attestata. Lo stesso Polany sostiene che a) il commercio nacque tra gruppi, cioè come commercio “estero”. Non era cioè individuale e non era permesso internamene alla società in cui la funzione era svolta dalla redistribuzione centrale; b) era una funzione legata al potere centrale (successivamente “i mercanti del re”); c) era la versione pacifica su base reciproca della unilaterale razzia (successivamente i corsari di Elisabetta I).

Va anche sottolineato per completezza, che ormai si è propensi credere che non esistette alcuna invenzione umana da cui scaturì “improvvisamente” l’agricoltura. L’agricoltura prima in forma selvatica, poi intenzionale ma a bassi regimi e solo infine come fonte preminente di sussistenza era pratica attestata almeno 10.000 anni prima del compiersi della cosiddetta Rivoluzione neolitica à la Childe. Così per la stanzialità. Complessità sociale, divisione del lavoro, agricoltura intenzionale, gerarchia, stanzialità  non furono affatto sincroniche ed in alcuni casi precedettero come modi di vita la cosiddetta Rivoluzione neolitica di parecchie migliaia di anni. In Medio Oriente come in Cina. Il motore di tutto ciò, fu l’aumento della popolazione, la densità territoriale, il variare delle condizioni ecologiche, l’infittirsi delle naturali interrelazioni umane ed i rapporti tra numero/densità umana e risorse. In risposta adattativa a tutto ciò, la nascita delle nuove forme sociali istituzionali.

Quando la funzione di stoccaggio ed immagazzinamento e quella dello scambio commerciale, crebbe di dimensione e quindi di importanza, quando le società umane locali superarono un certa dimensione in cui si affievolì il contatto e quindi il controllo reciproco tra produttori-consumatori e distributori centrali, questi ultimi ebbero l’occasione di diventare da funzionari ad élite autoriferite. Non se ne poteva fare a meno e fintanto che funzionavano, cioè sin tanto che garantivano al corpo sociale intero la corretta ed equilibrata funzione di redistribuzione, nessuno aveva motivo di occuparsi di loro, avendo molto altro di cui occuparsi. Questa doppia condizione “insostituibilità e funzionalità” se ci si pensa bene, è alla base di qualsiasi potere politico, anche il più dispotico. C’è sempre un fondo di necessità che giustifica il potere centrale, una necessità riconosciuta dall’intero gruppo sociale. E’ quando la funzionalità è di molti gradi sotto la necessità che qualsiasi potere centrale, anche il più intenzionato, organizzato e dispotico, decade per rivoluzione interna. Magari organizzata da una sub-élite che facendo leva sull’insopportabile malcontento del sottostante sociale generico, punta a sostituire “l’élite in carica”. Ma tale rivoluzione interna non discute quasi  mai la forma del potere centrale o di vertice, cambia solo l’interprete o parzialmente le forme del suo funzionare e della sua organizzazione operativa. In sostanza, le rivoluzioni, rivoluzionano sempre molto poco della struttura sociale portante che rimane sempre  gerarchica, il cambiamento repentino si addice più che altro ad una dinamica di sostituzione delle élite.

Solo dopo che si compì il processo di scorporo del funzionario dalla società di cui era funzione, le élite prendono una configurazione propria, strettamene gerarchica, trasmessa via parentale, dedita ad altri scopi come la guerra e l’organizzazione sociale decisa centralmente e non discussa collettivamente, che darò poi vita al “dominio di classe”. All’inizio ed ancor oggi, questo potere e questo dominio ha un fondo di attribuzione, per questo si giustifica ed è così difficile da cambiare. Certo poi s’impegna attivamente a riprodurre le condizioni di possibilità di questa attribuzione. Non si è mai visto un potere politico gerarchico attivamente impegnato a creare le condizioni di possibilità per il suo dissolvimento.  Ciò dice anche che per il profondo cambiamento di questa longeva e diffusa struttura che ordina le società umane complesse, cioè la gerarchia, non serve affatto lottare solo ed in primis contro questa o quella élite, questa o quella forma di potere centrale o superiore, occorre riferirsi soprattutto al “grande sociale sottostante” perché è questo che la giustifica più o meno consapevolmente. Anche consapevolizzando questo sottostante sociale, si può al massimo ottenere il ritiro della delega funzionale a questo o quel interprete, non si ottiene il dissolvimento del principio gerarchico se non si è lavorato politicamente e culturalmente nello specifico a questo fine.

Si può anche dire che la forma gerarchica che genera élite è una idra alla quale non serve mozzare la testa, perché tanto, prima o poi, ricrescerà ex novo. Magari col volto di coloro che staccarono dal collo la versione precedente.  Per eliminare l’utero delle élite, occorre piallare la forma gerarchica, la forma di ordine della lunga prima fase delle società complesse.  La strada del profondo cambiamento è lunga e, come al solito,  complessa.

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IL RI-ORIENTAMENTO DELL’OCCIDENTE.

East-West-road[1]Un parziale elenco di fatti recenti: a) La Cina stabilisce rapporti di scambio bilaterale, con Corea, Giappone, Russia, Australia, India, Iran, bypassando il dollaro; anche per l’acquisto di energia; b) i BRICS si fanno la loro Banca Mondiale e minacciano di farsi anche un loro Fondo Monetario; c) gli USA varano una politica economica di re-industrializzazione, favorendo la ri-localizzazione delle manifatture de-localizzate  e varano una politica geostrategica (quindi militare) totalmente centrata sull’Asia (pivot to Asia); d) per prima volta, a capo del WTO (anche considerando il GATT) viene eletto un sud americano, per la precisione un brasiliano, con la nuova maggioranza egemone dei BRICS. Da segnalare come l’ultimo round di trattative (Doha round) iniziato nel 2001 sia sostanzialmente bloccato da anni. La controversia su i sussidi USA alla produzione cotoniera (la DS 267), controversia promossa proprio dal Brasile, fa parte di questi agenti di blocco.

Insieme a molti altri fatti, tutto ciò disegna un quadro ben delineato. Si assiste ad una chiara contrazione delle condizioni di possibilità del continuo dominio espansivo degli interessi occidentali, dominio espansivo che ha caratterizzato l’intera modernità. Il riflesso di questa contrazione è prioritaria per tempi e dimensioni alla pur importante contrazione oggettiva delle risorse del pianeta che hanno ispirato il pensiero decrescista. Noi occidentali, tanto di destra che di sinistra, facciamo fatica a  realizzare che non siamo più il mondo, ma solo una parte di mondo. Questo anche perché del capitalismo si è avuta una concezione inesatta, tanto in ambito liberale, quanto parzialmente in ambito marxista. Lo si è ritenuto un sistema isolato, dotato di sue ragioni interne, auto-consistente. Purtroppo, secoli e secoli di platonismo (idealismo) hanno avvelenato i pozzi delle nostre rappresentazioni che al di là delle dispute dialettiche tra destra e sinistra risalenti ad un ottocento lontano, fanno entrambe parte di un totale occidentale che ci accumuna in quanto “pensiero comune di civilizzazione”, da un ancor più “lontano”.   Alcuni, hanno cominciato a capire che questo è un sistema aperto in senso termodinamico e da qui il concetto di limite delle risorse e quindi di decrescita. Ma ancora pochi hanno capito quanto il nostro sistema sia geneticamente dipendente dall’apertura anche in senso geografico ed economico-politico, un apertura agita con sistematica intenzione e potenza negli assetti coloniali, imperiali formali e informali o di semplice gerarchia nelle reciproche relazioni.

Dipendente, significa che tale apertura è parte del sistema e non è una evenienza, un epifenomeno accessorio, né una sua tarda manifestazione. Liberali di stampo anglosassone hanno proposto una interpretazione per la causa dell’Impero britannico assai curiosa. Gli anglo-britannici sarebbero stati degli “imperialisti per caso”, al limite, accettando anche una auto-diagnosi psicologica confinante con la volontà di potenza. Alcuni marxisti hanno letto l’imperialismo come manifestazione matura e necessaria della foga accumulatoria dei capitalisti. I primi rasentano il ridicolo e non vale neanche perdere spiccioli di tempo per confutarli, i secondi non leggono la necessità intrinseca e la leggono solo come necessità matura.

Ma come diavolo si sarebbe mai potuta manifestare la Rivoluzione industriale  senza il cotone che notoriamente non cresce in Gran Bretagna? E laddove “cotone” ed altri coloniali significarono, primo consumo di massa, negozi, banche per il credito e sviluppo della finanza, attivazione del mercato di borsa, trasportatori, grossisti, fabbriche, rivoluzione meccanica su base prima artigianale e poi industriale, lavori per la rete viaria interna (strade, fiumi, ponti, argini etc.), esportatori, importatori, magazzinieri, portuali, marinai, soldati ed ufficiali, industria nautica e portuale, reti di collegamento costiero, cannoni, sviluppo scientifico della navigazione, miniere ed industria del ferro.   Insomma tutta quel fenomeno interrelato di un Rivoluzione industriale à la Ashton che dalle merci -non locali- trae il suo stesso presupposto di possibilità. La condizione di possibilità senza il presupposto è il platonismo,  l’Idea senza la sostanza.

Si stanno dunque velocemente contraendo le condizioni di possibilità esterne, ed altrettanto velocemente si dovranno riformulare la meccanica e la dinamica dell’intero sistema (il sistema economico-politico che in Occidente chiamiamo capitalismo, al quale corrisponde la forma politica della democrazia liberale) prima e più di quanto normalmente si pensi. Si può leggere tutta la faccenda degli anni ’80, detta neoliberale (finanziarizzazione, globalizzazione, privatizzazione, de-regolamentazione) come reazione a questa contrazione delle possibilità esterne. Le prime due mosse per cercare di bypassare, negandolo, tale restringimento; le seconde due come mosse per liberare condizioni interne visto che quelle esterne andavano problematizzandosi.  Il nuovo imperialismo interno al sistema socio-capitalistico è il ripiegamento interno di un sistema che ha sempre maggiori difficoltà  a procacciarsi le sue condizioni di replicazioni all’esterno, nel mondo.

Il prossimo negoziato USA-EU per la creazione di una super-area-di-libero-scambio è il riflesso di tutto ciò, ovvero creare una unione degli ex-competitori coloniali ed imperiali, per formare un nuovo soggetto unitario (difensivo-offensivo) vs il resto del mondo. Per questo, volenti o nolenti, uniranno in qualche modo l’Europa. Di ciò non è in predicato il “se”, ma il “come”. Il “quando” è già noto: ora. I negoziati infatti dovrebbero iniziare il mese prossimo e le recenti ed inusuali per un francese, dichiarazioni di Hollande relativamente ad un soggetto europeo unito politicamente, vanno nel senso di questa accelerazione.

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“Letteralmente, orientarsi significa: determinare a partire da una certa regione del mondo (una delle quattro in cui suddividiamo l’orizzonte) le altre, in particolare l’oriente” [ I. Kant, Cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano, 1996-2006 ]. L’abbraccio disperato dei conflittuali pezzi dell’Occidente per difendersi dalla minaccia del mondo che diviene plurale è il riflesso istintivo della paura che precede proprio quella fine di marginalità di cui si ha paura. Realizza la sua stessa profezia negativa. Ri-orientarsi invece significa una inevitabile e quanto mai salutare separazione degli occidenti. Guardare all’Asia, gli uni (gli USA) con ansia ed aggressività, gli altri (l’Europa) con apertura ed empatia. Per l’Europa, significa guardare ad Oriente, ovvero l’altra parte della grande zolla continentale sulla quale vivono le due grandi civilizzazioni del pianeta. Significa mettersi nelle condizioni di trovare un nuovo modo di stare al mondo, un modo nuovo nel mondo nuovo.

A seconda che lo sguardo europeo si volga impaurito all’estremo Occidente o curioso all’estremo Oriente si farà la scelta implicita tra guerra e pace, tra passato e futuro. Mai il decidere dove volgere lo sguardo fu così gravido di conseguenze.

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2052: ULTIMA CHIAMATA. Recensione.

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Jorgen Randers: 2052; Scenari globali per i prossimi quaranta anni; Edizioni Ambiente, 2013. Introduzione G. Bologna.

J. Randers, norvegese, è uno degli studiosi che curò per il M.I.T e per il Club of Rome, il rapporto: I Limiti dello sviluppo, nell’ormai lontano 1972. A quarant’anni da allora, Randers fa una previsione per i prossimi quarant’anni, arrivando così a quel 2052 che dà il titolo al libro. Riveliamo subito il finale: il mondo non collasserà entro quella data, ma se entro quella data non si farà nulla di sostanziale per invertire talune dinamiche, dovrebbe/potrebbe collassare nella seconda metà del secolo.

Randers compie la sua impresa di preveggenza, poggiandosi su una notevole mole di dati, modelli di calcolo basati sull’analisi dinamica dei sistemi e sull’apporto di ben 34 specifici punti di vista di altrettanti studiosi specializzati nei diversi aspetti dello scenario globale: clima, energie, economia, questioni geopolitiche  e militari, equità intergenerazionale etc. Meno in breve del sintetico finale, queste le linee delle principali previsioni di scenario:

  • La principale novità ed è una novità senz’altro positiva è il ridimensionamento delle stime demografiche. Oggi siamo circa 7 miliardi e supereremo di poco gli 8 nel 2040 per poi declinare progressivamente. Va detto che altri studi arrivano a 9.0 –  9.5, altri superano di poco i 10 e che a questi livelli 1 o 2 miliardi in più cambiano sensibilmente il quadro. Questo contenimento sarà dovuto alla progressiva inurbazione della grande parte della popolazione, fatto che dovrebbe produrre un crollo nella fertilità.
  • Per altro, la progressiva inurbazione, sarà alimentata anche dal crescere delle intemperie climatiche che si faranno più vistose negli effetti, negli spazi aperti e non protetti.
  • Bassa crescita demografica e della produttività rallenteranno il Pil globale.
  • Alcuni fattori tenderanno a disordinare il corso economico: nei paesi avanzati il sempre maggior peso delle economie dei servizi farà sì che il basso aumento della produttività che in genere si registra in questi ultimi si rifletterà nel rallentamento del Pil. Molta spesa che sarà spesa pubblica, servirà per correggere sia i guasti determinati dal deterioramento dei climi, sia per correggere le ineguaglianze, sia come costo sempre maggiore per la cura degli anziani. Confitti sociali ed intergenerazionali (non si citano quelli dei flussi migratori che saranno senz’altro presenti), disordineranno ulteriormente il quadro.
  • Queste linee generali valide come medio andamento per tutto il pianeta, saranno più critiche per i paesi sovrasviluppati, soprattutto gli USA per Randers, ma anche i paesi OCSE-OECD senza gli USA ovvero Europa + Giappone/Corea del Sud + Canada/NewZel/Australia + Israele e Cile ovvero l’Occidente.
  • Viceversa ci saranno condizioni meno strette e più sviluppiste per Cina e BRISE (i BRICS senza la Cina ma con in più altri 10 paesi emergenti).
  • Già previsti ed ormai irreversibili i minimo + 2° di temperatura che tra le altre cose (desertificazione, dislocazione climi, precipitazioni intense, acidificazione delle acque etc.) porteranno ad un innalzamento dei mari di più di 30 cm. Già oggi la nostra impronta ecologica segna un esubero di consumo delle biocapacità del + 40% (il “famoso” 1,4 pianeti necessari della nostra attuale impronta ecologica). Tali disequilibrio non si reggerà a lungo.

Si arriverà quindi a scadenza con qualche generale e diffuso problema ecologico-ambientale, con un Occidente stagnante se non in contrazione, con un “secondo mondo” in rapida e generalizzata crescita e con un perdurante gruppo di ultimi (circa 2 miliardi) confinati soprattutto in Africa. L’Occidente stagnante (uno dei 34 scenaristi del volume è quel H. Daly che ha promosso l’economia dello stato stazionario basata sul riciclo e riuso) avrà in più qualche problema di solidarietà intergenerazionale e qualche altro in termini di equilibrio sociale. In Europa si allargherà la frattura tra paesi nordici beneficiati tra l’altro dall’affermazione di temperature più miti e i paesi mediterranei che tenderanno a nord-africanizzarsi.

Ma il vero problema sarà cosa nel frattempo si sarà fatto per invertire il corso del fenomeno centrale di questo insieme di previsioni: l’aumento delle temperature. In assenza di forti e decisi correttivi infatti, la seconda parte del secolo, potrebbe vedere il manifestarsi del peggiore tra gli incubi immaginabili: fenomeni di disordine climatico-ambientale autoalimentati. Questi sono treni di effetti di feedback positivo (non tragga in inganno il termine “positivo” che è tutt’altro che beneaugurante) che s’incrociano e rinforzano vicendevolmente. A quel punto c’è solo da far sfogare i fenomeni ed alla fine contare i sopravvissuti che saranno assai pochi.

Randers non è particolarmente pessimista, almeno non “a breve”. Il contenimento demografico retroagirà  sgonfiando progressivamente la pressione delle macchine economiche sulle risorse e sulle energie che tra l’altro beneficiano delle scoperte dei nuovi giacimenti di gas e soprattutto di quei gas di scisti che sembrano esser sempre più convenienti, al netto del possibile disastro ambientale che le perforazioni possono provocare. Questo darà più tempo e quel tempo potrebbe esser utile per aumentare gli investimenti sulle rinnovabili ed operare una sorta di progressiva dissolvenza incrociata che dissolva il mondo non rinnovabile e faccia assolvere le nuove energie e i nuovi modi di produrre. Ma il perseguimento di queste possibilità potrebbe esser parzialmente impedito da due istituzioni che hanno un particolare rapporto col tempo: il capitalismo e la democrazia.

Per Randers, sistema economico capitalista e democrazia sono due sistemi tarati sulla performance a breve termine. Su questa argomentazione dell’inefficienza della democrazia occorrerà ritornarci perché la sentiremo pronunciare sempre più spesso, anche da voci insospettabili. L’ammirazione per il dispotismo illuminato si sta facendo largo e sempre più se ne farà al crescere dei problemi economici, sociali, ambientali, geopolitici. Se dunque capitalismo e democrazia si riproducono nel breve, la natura del problema nel quale ci troviamo è invece tarata su cicli medio lunghi di causa-effetto, sia nella fenomenologia dei problemi, sia per quella che auspicabilmente andrebbe creata per affrontarli. In breve, quando la percezione dei problemi sarà evidente, vasta, intensa, non negabile o mistificabile, sarà tardi.

Rimedi? Le ultime parole che Randers ci dona nel conclusivo capitoletto dal titolo – Imparate a convivere con imminenti disastri senza perdere la speranza -, sono: sperate nell’improbabile! lavorate per l’improbabile! Ovvero: l’ottimismo della volontà benché senza speranza, wow!.

Il link al sito del libro: http://www.2052.info/

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DALLA DECRESCITA ALLA CRESCITA SISTEMICA.

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  1. Del concetto di decrescita

Il concetto di decrescita fece la sua prima comparsa più o meno agli inizi degli anni ’70 per opera di un economista, N. Georgescu – Roegen. Egli semplicemente si limitò ad integrare la teoria economica con la concezione della realtà che proveniva dalla scienza fisica. La realtà concreta e materiale, secondo la fisica, è soggetta a veri tipi di leggi. Un gruppo di esse è studiato da un particolare settore della fisica, la termodinamica. Tra le leggi delle termodinamica, la Seconda legge, che è quella più interessante per le considerazioni economiche, ha diverse formulazioni. Nel breve essa dice che un sistema termodinamico, un sistema che si alimenta di energia e materia così come fa la parte produttiva delle nostre macchine economiche, inghiotte materia ed energia ordinata ed espelle materia ed energia disordinata (entropizzata). Questo flusso che va dall’ordine al disordine è irreversibile. Se il sistema complessivo in cui ci sono ambiente (il fornitore della materia e dell’energia ordinata) e macchina termodinamica, è un sistema chiuso, se cioè la sua dotazione di stock è “finita”, la macchina non potrà funzionare all’infinito. Poiché in economia il funzionamento della macchina economico-produttiva è oltretutto legato ad una continua crescita dei suoi volumi di lavoro, ne consegue che la crescita in un sistema chiuso (il pianeta) non può essere infinita. La Terra non è un sistema chiuso dl punto di vista energetico, essendo aperto all’irradiazione solare ed essendo soggetta la movimento della sua orbita e di quella della Luna che produce le maree, ma lo è dal punto di vista della materia. Se dunque la macchina produttivo-economica svolge il suo lavoro che chiamiamo “crescita”, ad un certo punto arriverà al limite della sua capacità di essere alimentata e non potrà funzionare più. Anzi, ancor prima di giungere in vista dei suoi limiti, prenderà a mal funzionare proprio in base alle attese negative sul suo progressivo malfunzionamento. Ancor prima quindi di giungere in vista di questo limite, si consiglia allora di cominciare a farla funzionare a regimi progressivamente più prudenti, in modo da dilatare il tempo che conduce al fatidico limite. Se il suo funzionamento spensierato lo chiamiamo “crescita”, il suo funzionamento ragionato (ragionato sulle considerazioni appena fatte) lo si chiamerà “decrescita”.

Il concetto poi venne ripreso com’è noto da S. Latouche che di “decrescita” diede poi anche altri significati di tipo antropologico – culturale sulla scorta delle riflessioni di I. Illich da una parte, dall’altra di certa antropologia anti-utilitaristica francese (Movimento-Anti-Utilitarista-(nelle)-Scienze-Sociali = M.A.U.S.S.) che si rifaceva agli storici studi sull’economia del dono di M. Mauss. L’italiano M. Pallante, probabilmente mosso dalla preoccupazione che tale termine connotato dal privativo “de” ingenerasse una idea di privazione deprimente, creò l’ossimoro della “decrescita felice” sperando di poter correggere l’interpretazione intristente con il ricorso all’aggettivazione sgargiante.

Altre linee di pensiero seguirono le riflessioni iniziali di Georgescu-Roegen che poi erano le stesse del famoso rapporto “Limith to growth” (1972) redatto da un gruppo di studiosi del M.I.T. per conto del Club of Rome. Lo stesso concetto di sostenibilità proviene o è parallelo a quei pensieri, così l’economia della stato stazionario di H. Daly, l’ecologismo, l’economia della felicità, la revisione dell’indicatore del prodotto interno lordo (Pil) cominciata da J. Stiglitz, A. Sen e J.P. Fitoussi, la proposta di definire la nostra era “Antropocene” (P. Crutzen), l’ecosocialismo ed altri. Il filosofo H. Jonas ha accompagnato il tutto, proponendo un nuovo imperativo categorico chiamato “principio di responsabilità”, anche detto “principio di precauzione”. Il tutto ha silenziosamente lavorato negli ultimi decenni per produrre una nuova immagine del mondo, soprattutto per quanto riguarda il nostro atteggiamento del “come stiamo al mondo”. Oggi possiamo registrare un certo successo (per quanto ancora ampiamente insufficiente) di questo sforzo di modifica dei paradigmi dominanti, ma alle nuove menti che approcciano con simpatia, cioè condivisione, questa serie di considerazioni, si ripropone il problema del nome del concetto che questo nuovo paradigma dovrebbe avere.

Decrescita, rimane un termine che più che aprire ad una transizione verso il nuovo (nuovo modo di pensare, nuovo modo di agire, nuovo modo di organizzare le nostre società etc.), chiude in maniera un po’ brutale sul modello per cui ad ogni tesi (la crescita) si oppone meccanicamente una antitesi (la decrescita). In più, oggi siamo tecnicamente nel movimento contrario alla crescita economica che però si chiama recessione e certo nessuno è in grado di capire come si possa avere una “recessione felice”. A questa obiezione, gli adepti del nuovo pensiero rispondono che certo non si pensa che sia felicitante la recessione in sé per sé e che decrescita non è il meccanico contrario della crescita ma… . A questo punto si aprono discorsi più o meno lunghi, completi, arditi, per spiegare ciò che il termine non dice, cercando di rettificare quello che l’interlocutore pensa di aver (erroneamente) capito.

Ogni nuovo termine, ogni termine a concetto di un lungo, complesso ed articolato nuovo discorso, non dice immediatamente ciò che il discorso presuppone, se questo discorso è veramente “nuovo”. Così dobbiamo rassegnarci a non avere un termine-concetto che dica tutto ciò che solo l’argomentazione diffusa può dire. Solo quando questa argomentazione diffusa sarà ampiamente condivisa, il suo concetto sarà scambiabile senza indurre l’interpretazione a deragliare. Ma se non possiamo avere bell’e pronto un concetto totalmente esplicativo, dobbiamo però preoccuparci almeno di non avere un termine-concetto che dica immediatamente cose che noi non avevamo in animo di dire. Dovremmo quantomeno evitare che la decrescita si confonda con la recessione, che il concetto “chiuda” e non “apra” a nuove idee. Anche perché ciò che sta sotto il concetto di decrescita è veramente interessante, nuovo, sfidante, creativo, coinvolgente ma tutta questa apertura alla speranza del cambiamento è occlusa da quel “de” privativo che chiude, condanna, limita, semplifica un po’ troppo. In un certo senso, “decrescita” si muove ancora nel corso del paradigma economicista, limitandosi semanticamente ad invertire l’andamento economico anche se a livello di discorso è invece una radicale alternativa sistemica allo stesso paradigma economicista.

  1. Della differenziazione del concetto di crescita

Due anni dopo il rapporto Limith to Growth, due altri studiosi sistemici del Club of Rome, Mihajlo Mesarovic ed Eduard Pestel, produssero un altro documento, dedicato proprio ai concetti ed alle interpretazioni del precedente studio. Mesarovic e Pestel, proposero una differenziazione analitica tra il concetto di “crescita indifferenziata” e “crescita organica”. La prima è una crescita che prende l’impeto esclusivamente dalle ragioni interne. Le cellule ad esempio hanno un meccanismo a tempo che ad un certo punto le porta a replicarsi, in due, quattro, otto, sedici e così via. Nulla limita in teoria questo impeto accrescitivo. Se non che, le cellule non vivono come le idee in un iperuranio semplificato dai limiti della cognizione umana (com’è in Platone), ma nel concreto degli organismi. La logica organica infatti, ad un certo punto manda dei messaggi alle cellule prese dall’esuberanza riproduttiva e quelle che in questa logica sono inopportune, in soprannumero, si suicidano. E’ il malfunzionamento di questo meccanismo (apoptosi) a generare il cancro ed il cancro è la precisa metafora di una crescita senza limite poiché nel piccolo, come nel grande, questa crescita senza limite porta alla morte del sistema ovvero ciò che gli organismi tentano di evitare lungo tutta la loro più o meno lunga, esistenza.

La seconda tipologia di crescita, la crescita organica, è proprio la crescita ambientata nei limiti invalicabili di ciò che mantiene in vita un organismo. Le cellule così più che crescere indiscriminatamente, crescono con giudizio, per certi organi crescono, per altri ad un certo punto smettono o decrescono e magari crescono qualitativamente, cioè si differenziano per forma, scopo e funzione. In altri casi smettono di crescere ma poi, quando le sorelle muoiono per fine ciclo di vita, riprendono a riprodursi per mantenere efficiente l’organo di cui son parte. Insomma la differenza tra le due crescite è tra una crescitasistematicaed una crescitasistemica-. Quella sistematica è stupida (fallo sempre e senza interruzione), quella sistemica è intelligente (fallo fin dove serve, fallo diversamente, interrompi e poi rifallo quando serve).

Mesarovic e Pestel indicano poi un altro problema, un problema che si pone se si ragiona il mondo in termini di unico sistema interconnesso. Così come ci sono paesi sottosviluppati (che quindi debbono crescere in tutto, quindi in modo indifferenziato), ci sono altresì paesi sovrasviluppati (che quindi debbono imparare a comportarsi in maniera intelligente, quindi ove necessario anche de-crescere e crescere qualitativamente e non quantitativamente). Che i paesi sovrasviluppati interrompano intenzionalmente la propria crescita indifferenziata, non è atto di carità nei confronti dei sottosviluppati, ma l’intelligente riconoscere di far parte ormai dello stesso sistema. Non c’è più solo l’unilaterale diritto dei primi e quello dei secondi, riconoscere di essere parte dello stesso sistema (planetario, ecologico o ecosistemico, economico) significa dover mettere in relazione i diritti degli uni con quelli degli altri. Dagli attuali sette ai prossimi dieci miliardi di persone, creano giocoforza un unico sistema poiché creano un tutto pieno sul pianeta, una forma che anche solo per contiguità delle sue componenti, si salda in un nuovo super-sistema. Aver creato poi ampie infrastrutture materiali ed immateriali che legano in un tutto unico la presenza umana sul pianeta (globalizzazione) ha accelerato questo compimento. Avergli dato come scopo lo sviluppo generale e di ogni sua specifica parte, chiude la costruzione della nostra condizione contemporanea. Poiché non si può certo impedire ai sottosviluppati di crescere (per diritto di reciprocità ed anche perché sono stati proprio i sovrasviluppati a premere perché gli altri si uniformassero allo stesso modo di stare al mondo e non ultimo perché esiste una necessità di equilibrio generale del sistema), ai sovrasviluppati toccherà frenare la propria crescita sistematizzata, pena il collasso di sistema di cui essi stessi fanno parte.

  1. Dei valori del concetto di crescita sistemica.

Ecco allora che abbiamo meglio isolato quel concetto che fa la differenza, il concetto di “sistema”. Tutto quanto attiene le inziali considerazioni di Georgescu-Roegen, il rapporto Limith to growth, l’ecologia, i concetti di feedback e retroazione, l’apparentemente indomabile complessità che connota la nostra condizione contemporanea, il groviglio geopolitico che s’interseca con quello geoeconomico, la nuova fragilità delle nostre società, passa attraverso questo semplice concetto da adottare come contesto dei nostri ragionamenti: il sistema. Ragionare in termini sistemici significa privilegiare la varietà e la molteplicità che danno resilienza, significa curare le interrelazioni, significare osservare con attenzione le relazioni tra testo e contesto, le dinamiche di retroazione, significa includere il “tempo” nelle nostre descrizioni, occuparsi di dinamiche e processi etc.. La rivoluzione del nostro modo di stare al mondo passa per una rivoluzione epistemica, passa cioè per come osserviamo “noi” – “mondo” e le reciproche interrelazioni. Questo decisivo cambiamento passa dal ritenerci liberi ed incondizionati al ritenerci liberi all’interno della condizionatezza di ciò che ci contiene e del rapporto con gli altri. Significa passare dall’onnipotenza dell’infanzia dell’umanità, alla maturità del condividere con gli altri e con l’ambiente che tutti ci contiene, quantità e qualità della vita.

Il concetto di crescita sistemica ci spinge a non considerare più la crescita in maniera elementare ed ingenua. Occorre imparare a valutare i saldi tra costi e benefici, osservare dove è possibile e dove diventa impossibile, dove finisce la quantità e dove inizia la qualità, come bisogna riorientare interi sottosistemi (come nel caso della nostra “mentalità”) per adeguarci alle nuove condizioni. Ma primariamente, il concetto di sistema introduce la nozione di limite, di complessità, del governo attento degli effetti che causiamo con il nostro agire. Il concetto di sistema reintegra quello che la divisione del lavoro, il vantaggio comparato delle nazioni, l’iper-specializzazione disciplinare tendono a frantumare. Il concetto di sistema ci induce a dismettere i monadici panni dell’individuo ciecamente desiderante quindi in competizione per assumere quelli dell’individuo in relazione quindi cooperante. Dismettere la volontà di potenza ed assumere la riflessione strategica prima di compiere l’azione. Il concetto di crescita sistemica, può aiutarci se non a far capire subito cosa intendiamo, quantomeno ad evitare di far capire una cosa sbagliata.

In fondo i termini nuovi servono proprio ad incuriosire, ad “aprire” l’altrui attenzione, ad attrarre per capire meglio questo “nuovo” che andiamo proponendo. Il concetto di crescita sistemica ci potrebbe aiutare ad imporre il vero nuovo paradigma vincolante una completamente nuova generazione di pensieri, l’essere dei sistemi. Noi siamo sistemi, gli altri sono sistemi, le nostre relazioni formano sistemi e tutti facciamo parte del sistema dei sistemi, il sasso azzurro che ruota intorno ad una piccola stella ai confini di una anonima galassia[1].


[1] A corredo, può essere utile la lettura dei tre rapporti: AA.VV. I limiti dello sviluppo, Mondadori 1972 e gli updates del 1992, Oltre i limiti dello sviluppo, Il Saggiatore 1993; e del 2004:  I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori, 2006. S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007 e numerosi altri tra cui una recente riflessione sul concetto di “limite”. M. Pallante, La decrescita felice, Editori riuniti, 2007. M. Mesarovic e E. Pestel, Strategie per sopravvivere, Mondadori, 1974. J. Randers, 2052, Scenari globali per i prossimi quarant’anni, Edizione Ambiente, 2013 ed in particolare la prefazione di G. Bologna.

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GREGORY BATESON e la DECRESCITA.

07_gregory_bateson_17G. Bateson è stato un pensatore sistemico che si è interessato di un po’ di tutto, ma in particolar modo di cibernetica, antropologia, schizofrenia e biologia evolutiva. In una conferenza del 1968[1], Bateson affronta il problema della compatibilità tra l’intenzionalità autocosciente dell’uomo e ciò in cui l’uomo vive, la natura.

Bateson racconta di come A. R. Wallace (il naturalista gallese che giunse a concepire la struttura di base della teoria dell’evoluzione contemporaneamente a C. Darwin) vedesse nella “lotta per l’esistenza” una sorta di termostato della più ampia macchina a vapore dell’evoluzione. Era questa strettoia ad espellere dal sistema le specie inidonee, così come era il termostato a convertire ad una più bassa temperatura gli eventuali eccessi della caldaia. Evoluzione e macchina a vapore venivano così visti come “sistemi autocorrettivi”. L’autocorrezione è ciò che mantiene dinamicamente stabili due o più sistemi in costante interrelazione.

Per Bateson esistono almeno tre esempi macroscopici di questi sistemi autocorrettivi (o omeostatici o omeodinamici): gli individui umani, le società umane, la natura che comprende tanto le società umane che i suoi individui. La natura che è quindi il sistema di tutti i sistemi, ha un suo permanente equilibrio dinamico, fatto di concorrenza e dipendenza tra le singole entità e specie biologiche che la animano. Ognuna di queste specie, se non regolata dalla concorrenza con le altre specie tende ad esplodere in una curva malthusiana (cioè una curva esponenziale) che rompe fatalmente l’equilibrio della dipendenza. Con troppi leoni, prima o poi di estingueranno le gazzelle e con esse, la possibilità di sopravvivenza dei leoni stessi. Una esagerata inflazione di crescita di una specie è così l’anticamera della sua fine. In linea generale, qualsiasi turbamento violento (profondo e/o insistito) di un sistema in equilibrio dinamico, porta alla rottura dell’equilibrio stesso con effetti catastrofici per il sistema stesso e per coloro che ne fanno parte. Essendo però la natura autocorrettiva, questi squilibri vengono sempre assorbiti in una qualche compensazione tale per cui il sistema natura, se non colpito da un meteorite di qualche kilometro di diametro, è resiliente come sua condizione standard. Per Bateson, la saggezza è in un certo senso la consapevolezza allargata del fatto che noi stessi, le nostre società e la natura tutta, sono sistemi in equilibrio dinamico e che perturbarli violentemente porta inevitabilmente alla comparsa delle temute curve di variazione esponenziale.

A questo punto, Bateson riconosce una “minaccia perfetta” nella nostra condizione evoluta. Da una parte l’uomo è intenzionato da una coscienza che opera in base a precisi fini, in genere fini privi di ampia prospettiva e di saggezza sistemica, fini cioè collegati alla nostra umana contingenza. La facoltà autocosciente dell’uomo, pur essendo di base un circuito autocorrettivo, non include allo stato della nostra attuale evoluzione culturale, lo schema sistemico adattativo. Dall’altra, lo sviluppo tecnico plurisecolare, ci ha messo nelle condizioni di poter assestare molti, molto violenti e perduranti colpi all’equilibrio dei sistemi sociali e naturali. Una intenzionalità cosciente pluripotente che agisce in base a fini contingenti, è una minaccia mortale all’equilibrio dei sistemi.  Si viene così a creare una di quei conflitti logici che lo stesso Bateson chiamava “doppio vincolo”.Se si seguono i dettami “sensati” della coscienza, si diviene in realtà avidi e stolti: e per “stolto” intendo colui che non riconosce e non si fa guidare dalla consapevolezza che la creatura globale è sistemica”. Se non si seguono questi dettami, aggiungiamo noi, si apparirà insensati, così come a molti appaiono i fautori della decrescita economica. Tacere e morire per esplosione di qualche esponenzialità che distruggerà l’equilibrio naturale o parlare e morire socialmente poiché tacciati di irrazionalità oscurantista, antimodernismo e negazione della mitica facoltà emancipatrice del lavoro? Quando si è ad un tale bivio in cui le due scelte portano comunque ad un dolore, l’individuo secondo Bateson, entra in un dilemma paralizzante dal quale in molti escono diventando sul piano della psiche individuale addirittura schizofrenici. Fuor di metafora, i più prediligono distrarsi, negare, pensar altro. Far come se tutto ciò non fosse.

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Noi oggi vediamo in piena opera questa malattia simile al cancro (il cancro stesso può esser visto come la rottura di un equilibrio ed in particolare della apoptosi che regola l’autoeliminazione delle cellule, anche in questo caso un qualche turbamento degli equilibri sistemici probabilmente  della nostra chimica, porta al verificarsi di una fatale crescita esponenziale), per la quale la nostra intenzionalità cosciente economica è ordinata dal fine della crescita. Purtroppo, la nostra esistenza individuale è dipendente della salute di un sistema economico che non ha alcuna forma di saggezza sistemica, essendo basato sulla crescita priva di autocorrezione. Sembra noi si sia in un doppio vincolo, o deperire il sistema ma deperire noi con lui o sperare esso possa continuare la sua folla corsa esponenziale che preannuncia ciò che già sappiamo inevitabile: la distruzione dell’equilibrio sistemico e quindi la fine per esplosione/collasso del sistema e di noi che ne siamo parti.

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Tutto ciò avviene perché il nostro sistema (socio-economico) non è stato costruito dalla natura, ma da noi stessi e nella nostra imperfezione evolutiva, cioè senza includervi alcuna saggezza sistemica. Alcuni di noi però, ormai da un certo tempo, coltivano considerazioni decresciste (forse sarebbe decrescentiste ma personalmente trovo questo termine veramente brutto e quindi non lo userò) e sanno di tutto ciò con estrema chiarezza. Manca però ancora la “chiave” per operare sul sistema, non si sa bene da dove iniziare, chi dice dai singoli comportamenti, chi dice uscendo dal sistema (cioè dal capitalismo) il ché ha un sapore vagamente tautologico quanto poco realistico. Come si fa ad “uscire da un sistema”? Negli ultimi due secoli ci si è cullati con l’idea che la rivoluzione sociale fosse questa cauterizzazione storica che chiudendo un modo di stare al mondo, aprirebbe le condizioni di possibilità per costruirne un altro. Vi sono numerose e ben fondate perplessità su l’idea che ciò sia possibile anche solo dal punto di vista meramente teorico.  In entrambi i casi, che si voglia procedere per costruzione di una massa critica di obiettori della crescita o costruendo una base sociale che in tempi di totale interdipendenza sistemica planetaria, punti alla secessione dal capitalismo occidentale magari “in una nazione sola”, anche queste ricette fossero “viabili” (e non mi sembra lo siano), i tempi di costruzione di questa alternativa superano e di molto i tempi in cui riceveremo il conto della nostra fatale perturbazione dell’equilibrio sistemico del mondo in cui viviamo. Questi temibili tempi infatti sono già iniziati, le prima cifre del conto scorrono già oggi sotto i nostri occhi. Allora?

Bateson, illustrando lo schema concettuale di un sistema autoregolato, cioè cibernetico, dice che in qualche punto del sistema intero c’è: un anello per cui, se qualche grandezza cresce, la grandezza seguente nella catena decresce. Nella macchina a vapore ad esempio, quanto più divergono le sfere del regolatore, tanto minore è l’erogazione del combustibile, questo è l’anello che fa di un sistema, un sistema autocorrettivo.

Nell’economia capitalista, c’è un punto preciso in cui questo anello correttivo manca. Questo punto si trova nel segmento del sistema che chiamiamo –produzione– ed è fatto di produttività e lavoro. La produttività aumenta secondo una propria inerzia che deriva dal progresso tecnico, scientifico, culturale. Questa crescita è inarrestabile a meno di non vietare la sperimentazione tecnica (cosa per altro impossibile perché in molti ambiti ha ancora una valenza “semi-artigianale”, il far sempre meglio che già si faceva meglio di ieri,  come per altro indicava già a gli albori della Rivoluzione industriale Adam Smith), lo sviluppo scientifico e l’incessante cambiamento culturale nel quale siamo immersi. Questo fatto non è possibile, sia perché esso non è materialmente possibile, sia perché più in generale ci riporta alla situazione del doppio vincolo in cui dovremmo distruggere il sistema stesso di cui viviamo, magari facendo una rivoluzione con tanto di moltitudini autocoscienti magari guidate da qualche avanguardia ovviamente disinteressata ed eticamente superiore secondo i noti dettami elitisti che vanno dalla Repubblica di Platone a Lenin. Ma allora se la produttività non può che crescere ?

Nel segmento del sistema che chiamiamo –produzione- alla produttività consegue –il lavoro-. Per fare di un sistema intenzionale dotato di ciechi fini di crescita un sistema autocorrettivo, occorre stabilire un anello cibernetico che alla continua crescita della produttività consegua la decrescita del lavoro. Oggi, il sistema è talmente privo di saggezza sistemica che stante la rigidità della crescita produttiva ed una sostanziale ormai raggiunta anelasticità del consumo, chi ci va di mezzo è l’occupazione. La decrescita del lavoro (che è oggettiva e in un certo senso ineliminabile) non essendo distribuita, diventa decrescita della base occupazionale, cioè disoccupazione. Poiché non ci sono partiti o sindacati o avanguardie informate alla guida di blocchi sociali, né tantomeno blocchi sociali autocoscienti ed autorganizzati che dotati di saggezza sistemica siano in grado di mettere una rigidità su questo punto, la decrescita non distribuita, diventa anche funzionale al ricatto sul salario. Più disoccupati = più occupati mal pagati e ricattati. La contrazione della base occupazionale è costante nelle economie occidentali da venti-trenta anni e non è figlia della recente crisi, ma figlia di primo letto del sistema. J.M. Keynes pensava che ogni idea accessoria di intervento dello Stato per compensare i cicli economici e minimizzare la disoccupazione fossero solo sotto categorie di tipo logico inferiore di una categoria prima che prima o poi non avrebbe potuto far altro che istituire questo semplice anello cibernetico, più produttività, meno produzione; maggior capacità di lavoro, minor tempo dedicato al lavoro (e non minor numero di lavoratori) con il lavoro rimanente, ben retribuito e ben distribuito.

Così, reddito di cittadinanza, alzare il salario minimo, salario indicizzato alla produttività, pensare ancora sia possibile un mondo di piena occupazione lavorando le otto canoniche ore giornaliere, pensare di farlo stampando denaro con la ritrovata sovranità monetaria o qualsivoglia altro libero wishful thinking eludono il problema poiché non portano alcun meccanismo di saggezza sistemica nel sistema economico di cui viviamo, per altro con una sempre minore qualità della vita.

Il “principio speranza” ci porta a pensare che prima o poi si formerà un aggregato intellettivo-politico-sociale in grado di comprendere il punto. Il punto è che la cosa al contempo più possibile (difficile certo ma non impossibile per principio) e più efficace per evitare di morire o per esplosione/implosione del sistema lanciato contro gli equilibri ecologici, geopolitici, sociali o per lenta inedia corredata di disordine sociale, fame, umiliazione, schiavitù è porre nel sistema questo semplice termostato che registrando quanto di più si può produrre ci indichi costantemente e progressivamente, quanto meno dobbiamo lavorare, lavorando tutti, a dignitosi livelli di reddito, nessuno escluso. Facendo di un primitivo sistema uni-intenzionato, un sistema autocorrettivo, si renderà il sistema economico più intelligente e le società umane che da esso dipendono, adattative.

E’ questo il nucleo della nostra crisi, la crisi occidentale. Passare da un modo di stare al mondo basato sulle intenzionalità dotate di precisi fini di parte ad un modo in cui le parti includano la saggezza sistemica nella loro immagine di mondo. Il nostro è precisamente un problema epocale di adattamento alla complessità.


[1] Titolo dell’intervento: Finalità cosciente e natura, pubblicato in G. Bateson, Verso una ecologia della mente, Adelphi, Milano, 2008

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SOGNI DI UNA VITA MIGLIORE. Per una filosofia della transizione.

attenzione-300x300In un precedente post di analisi su gli andamenti di voto, si riconduceva il vantaggio competitivo del M5S, al fattore speranza. Proprio oggi, il blog di Beppe Grillo titola l’intervento del giorno “I numeri della speranza” presentando il nuovo Parlamento italiano che diventa il più giovane del mondo occidentale ed al quale M5S contribuirà non solo svecchiando decisamente l’anagrafe, ma anche qualificandolo con un maggior numero di laureati e donne. Queste novità portano speranza, ma in cosa si spera e cos’è la speranza?

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Ernst Bloch è stato un filosofo tedesco (1885-1977) la cui opera più nota Das Prinzip Hoffnung, (Il principio speranza, Garzanti, Milano, 2005 che qui citeremo insieme a Lo spirito dell’utopia, Rizzoli, Milano, 2009) doveva inizialmente chiamarsi “Sogni di una vita migliore”. Speranza ed utopia sono le due coordinate dello sviluppo del pensiero di Bloch che di per sé sarebbe poi nientemeno che un marxista ateo, sebbene posto ai confini della galassia dell’interpretazione classica di queste due tradizioni. Partiamo dall’utopia.

L’utopia è un concetto del tutto ostracizzato dal dominio del razionalismo, del realismo, del materialismo e financo dal liberalismo. E’ questa una delle tipiche manifestazioni dei dogmi invisibili delle immagini di mondo. Infatti l’utopia è dicotomica al razionalismo, al realismo ed al materialismo solo se l’immagine di mondo è governata dal principio di esclusione (o – o) e quindi dal principio di Assoluto (è assolutamente vero o a o b). Per Bloch, l’utopia è del tutto razionale intendendola come prefigurazione del possibile, del ciò che non è ancora ma anche di ciò che si vorrebbe fosse e che è possibile sia; è realista in quanto “utopia concreta” (termine oggi molto usato nell’ambito della decrescita latouchiana) cioè di “nuovo possibile”; è materialista nel senso neoaristotelico di materia in cerca di forma. Il liberalismo invece, ne osta la coltivazione sia perché implicitamente materialista e razionalista, sia perché è, senza averne piena coscienza, intriso di presunzione finalista (presunzione rivelata in quel “La fine della Storia e l’ultimo uomo” di F. Fukuyama, Rizzoli, Milano, 2003). Per i liberali (liberalisti, liberisti e tutta la confusa tribù degli adoratori espliciti della Libertà, ma impliciti del ben più vile mercato), il loro sistema è il “migliore dei mondi possibili” e quindi l’utopia non ha ragione di esistere. Da qui, addirittura una scomunica liberale, ovvero la sentenza (K. Popper) per la quale l’utopismo conterrebbe la prefigurazione addirittura del totalitarismo. Anche Marx censurò l’utopismo socialista (E. Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli, Milano, 2011; Capitolo 2: Marx, Engels e il socialismo premarxiano), poiché desideroso di dare basi scientifiche a quel tipo di orientamento. In quel caso l’utopismo sconfinava nell’idealismo.

La grande stagione del pensiero utopico,  si addensa intorno all’omonima opera di Thomas More, uscita circa nel 1516 che ne battezzò l’esistenza come concetto ex novo. All’Utopia di Moro si affiancano nella trilogia fondante questa piccola tradizione, La nuova Atlantide di F. Bacon (1627) e La città del Sole di T. Campanella (1623). Capostipite del genere, la Repubblica di Platone mentre il seguito perde le caratteristiche filosofiche per assumere quelle letterarie, fino a farsi genere a sé con la fantascienza, non prima di aver partorito anche il suo simmetrico contrario: la distopia, l’utopia negativa stile Matrix. La distopia è un genere tipicamente anglosassone e prefigura quasi sempre l’esatto contrario della libertà come fu per J. London, H.G. Wells, A. Rand, A. Huxley, G. Orwell  fino a Bradbury, Vonnegut, Asimov, Dick, Gibson e molti altri. Al filone letterario si somma poi quello cinematografico assai ricco. A ben vedere, la trilogia utopica iniziale, si colloca in quel periodo intermedio tra Medioevo e  Modernità che come tutti i tempi di transizione non ha nome. L’utopia sembra quindi sorgere quando come diceva Gramsci: “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” o diremo noi, non è ancora nato ovvero in quel mentre si transita tra un ordine ed un altro. Poiché anche noi siamo in tempi di transizione, l’utopia è un tema da riapprocciare non curandosi delle scomuniche bipartizan che l’hanno colpita.

La rivalutazione dell’utopia per Bloch transita attraverso la nuova coniazione concettuale dell’”utopia concreta”, diversa se non opposta a quella dell’”utopia astratta”. L’utopia “non è fuga nell’irreale; è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione”, un pensiero del ciò che potrebbe e dovrebbe essere che al bilancio pessimista del realismo, oppone l’ottimismo della volontà nel fare ciò che sembra comunque possibile anche se non facile. E’ questa la “posizione anticipatrice” ovvero immaginare il mondo nuovo proprio mentre il vecchio è all’apice o nello sprofondo del suo disordinato sgretolamento. L’utopia sarebbe dunque il positivo del catastrofismo, entrambi vedono l’orizzonte lontano che gli altri non vedono, l’utopia in forma costruttiva, il catastrofismo o cassandrismo in forma critico-negativa. Il termini politici, l’utopia di Bloch sarebbe un programma politico a lunga scadenza poiché l’utopia è il polo lontano che si prefigura nella contingenza e il programma politico sarebbe il ponte che lega il qui ed ora con il là futuro. L’utopia quindi non è impaziente poiché include il tempo. In questo senso è un realismo complesso, poiché è indubbio che della realtà fa parte il tempo.  C’è in Bloch, quel in comune ad un certo neo-marxismo, critico dei dettami più meccanici del materialismo storico che si espressero già in Storia e coscienza di classe di G.Lukács (amico di Bloch) e nell’eretico K. Korsch. Una pesante sottolineatura della necessità di mantenere sogno e desiderio del futuro, anche attraverso il pensiero (arte, religione, filosofia) nel mentre la prassi manipola il presente e tenta di ridurre la distanza tra lo smarrimento in cui si è e la patria sognata in cui si spera un giorno di giungere.  La nebulosità del concetto chiaramente utopico di comunismo, risente di questo divieto all’immaginazione, alla prefigurazione. Non averlo compiutamente e liberamente immaginato in qualche particolare in più che non i vaghissimi richiami ad una società senza classi in cui si sarebbe realizzato chissà come l’ “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (per altro un copia incolla di una altra grande opera utopica, gli Atti degli apostoli) è stato foriero di quegli inevitabili errori di messa in pratica nel comunismo sovietico che ne annullarono la desiderabilità.

Bloch scrive il suo capolavoro sulla speranza tra il ’38 e il ’47, (per pubblicarlo poi tra il ’53 e il ’59), proprio lì dove bisogna avere il “paradossale coraggio di profetizzare la luce proprio nella tenebra”, lì dove bisogna avere “fiducia nel giorno pur vivendo nella notte”. Bloch è un promotore dell’utopia concreta che fiorisce come luce alla base di quel faro in cui tutto è ancora buio perché anche il precedente Spirito dell’utopia, venne redatto tra il ’14 e il ’17 sebbene poi pubblicato nel ’18, ’24 e ’64. Due opere scritte nel buio della guerra per scorgere la luce che doveva prima o poi arrivare. L’uomo non “ha” speranza ma “è” speranza poiché sistematicamente incompiuto, tendente quindi sempre a realizzare quel qualcosa che gli manca. Un uomo reale e presente, che però è accompagnato sempre da il “sogno del mondo” ad occhi ben aperti, con la speranza indomita di realizzare la sua utopia concreta. Per Kant non c’è alcun finale a questo eterno incedere sul ponte che conduce all’utopia (il progresso illimitato nel kantismo), una patria che forse come la linea d’orizzonte, si sposta ad ogni nostro spostamento in avanti ma cionondimeno ci da la rotta del nostro sogno ad occhi aperti. Per Bloch invece ogni Odissea presuppone la sua Itaca. E L’Itaca blochiana, la “patria” utopica in cui giungere è lì dove il mondo è giusto, dove l’uomo non è alienato, dove l’ordine non è quello del potere ma della democrazia reale in atto.

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Nel buio della transizione, lì dove le identità si smarriscono perché prive dei riferimenti del contesto in cambiamento, si procede a tentoni. L’emozione deve  allora cominciare a coltivare la speranza, la ragione deve cominciare a prefigurare l’utopia. Il sogno ad occhi aperti di una vita migliore deve produrre il ponte, il progetto politico che porta fuori dal buio e incammina verso la luce. Le ultime elezioni hanno portato in dote due aperture sia verso la speranza, sia verso l’utopia. Chi sarà in grado di coltivarle?

Nota: Le citazioni di Bloch sono prese dal IV° volume della Storia della filosofia di Abbagnano-Fornero-UTET

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