La miglior definizione (secondo chi scrive) è probabilmente quella che Aristotele diede di Dio: pensiero che pensa se stesso. A qualcosa del genere era giunto anche Hegel dopo enciclopedico travaglio.
Questa definizione è al contempo, la definizione dello stato autocosciente che è ciò che distingue propriamente l’uomo da ogni altro ente biologico, tra quelli da noi conosciuti. Lo stato autocosciente è quello stato mentale per il quale la mente ha per oggetto se stessa o meglio, in cui il pensiero ha per oggetto se stesso o prodotti e funzioni del suo stesso pensare.
Si suole distinguere questi due stati del pensiero come quelli di primo ordine, “penso” e di second’ordine, “penso a ciò che sto pensando, a come lo sto pensando, al perché…etc”. Al primo corrisponde la coscienza, al secondo l’autocoscienza. Questo stato si può anche dire “riflessivo” poiché l’attività si riflette su se stessa. Operando questo sdoppiamento tra pensiero e pensiero che pensa se stesso si forma uno stato mentale che potremmo chiamare di schizofrenia indotta (voluta, controllata, reversibile), in cui si forma una piccola distanza tra una parte di Io che rimane soggetto, dove si ritira quasi tutto il soggetto pensante, ed una parte di soggetto che diventa oggetto, dove rimane una parte residua e passiva del pensiero, il pensato. Lo stato completo è quindi “soggetto pensante il pensato” o pensiero che pensa se stesso, appunto.
Questa fessura nella mente, è creata e di per sé stessa crea, la domanda, l’interrogazione, il “?”. Il soggetto si fa una domanda su se stesso ed il suo mondo interno o sul mondo esterno, presi come pensiero. Cosa significa “presi come pensiero”? Gli oggetti (oggetto è qualsiasi contenuto del pensiero) del mondo interno od esterno, nel pensiero, possono prendere la forma del concetto. Il concetto è una forma mentale che racchiude per sintesi, molti significati e molti portatori di quei significati. Questa pluralità di distinzioni (che può sempre essere srotolata ed arrotolata a piacere o bisogna) viene sussunta in un aggregato sintetico, il concetto, secondo regole che in parte sono universali ed in parte sono locali, locali di una cultura geografica o storica o financo di un singolo individuo o di un suo particolare stato filosofico.
La ragione per la quale si devono sussumere gli oggetti in concetti è prettamente economica, esiste cioè una ragione logistica per il fatto che creiamo i concetti. Il sistema mentale, come ogni sistema, è scomponibile in varietà ed interrelazioni. Il nostro sistema mentale ha alcune facoltà interrelative, che sono poi quelle proprie del “ragionare”. Queste funzioni sono conosciute all’interno della logica predicativa, proposizionale, dei modi inferenziali etc., che valgono per il pensiero, come per il linguaggio (pensare è simile ma non uguale a dire) e si riconoscono nel concetto di “ragione”. Queste funzioni occupano spazio mentale e dissipano energia mentale. Lo spazio ed energia mentale che rimane disponibile è dedicata a porre all’interno dei pensieri degli oggetti, gli oggetti del pensiero. Tanto più questi oggetti sono concettualizzati (sintesi di sintesi), tanto maggiore è il volume del significato che in quel momento il pensiero può trattare. Il loro numero è funzione dello spazio ed energia mentale a dispozione. Per questa ragione di allocazione di risorse scarse (spazio ed energia mentale) in rapporto al pensabile (tutto del Tutto), concettualizziamo. Il concetto è soggetto ad un principio di indeterminazione per il quale maggiore la sua sintesi (di un volume di significati), minore la sua concretezza, e viceversa. Così occorre porre attenzione al bilancio tra volume dei significati sintetizzati nel concetto e sua specifica significanza, bisogna cioè porre attenzione alle regole di riduzione (poiché di riduzione si tratta) perché il concetto, nato per ridurre il Mondo alla mente, tanto più sembra avvicinarsi alla mente, tanto più perde il sapore del Mondo. Si tenga conto poi che i concetti vengono anche memorizzati e quindi se guadagniamo spazio mentale per il pensabile da una parte, ne perdiamo nella memoria generale, dall’altra.
Il sistema mentale in stato filosofico, quindi, opera per facoltà regolate da leggi di interrelazioni che operano su varietà che sono i concetti. Uno spazio ulteriore è occupato da una attività cosciente (ma non sempre autocosciente) che è la immagine di mondo. L’intero sistema delle nostre credenze, agisce in ombra, preferendo alcuni modi di ragionare e non altri tra quelli possibili, consentendo dei percorsi e non altri, determinando sensi vietati, vicoli stretti, vicoli corti, vicoli ciechi, autostrade, conversioni, rampe che finiscono nel nulla, tunnel con o senza luce in fondo, giardini in cui ci piace sempre indugiare, periferie, provinciali tortuose in cui c’è sempre il doppio pericolo di fare un frontale con quello che viene dall’altra corsia o con l’imperforabile durezza del platano, etc. . Questa topologia è propriamente la nostra urbanistica mnestica, il disegno funzionale dell’insieme di sistemi e sottosistemi neurali connessi a breve (dendriti) o a medio-lungo raggio (assoni) che è la nostra mente-cervello. Una topologia che ha i suoi codici della strada, diversi per ognuno di noi anche se molte parti, sono comuni (altrimenti non sarebbe possibile l’intersoggettività), questo codice è l’immagine di mondo. Essa comprende la ragione, ma anche l’emozione e con l’una, contrasta l’altra e con entrambe in variato assetto, è proprio ciò che ci dice come concettualizzare.
Tutto ciò poi, quando facciamo filosofia o siamo nello stato autocosciente (fare filosofia è sempre farla nello stato autocosciente ma essere nello stato autocosciente non significa necessariamente fare filosofia), è da intendersi come sistema chiuso, cioè non aperto, né isolato. Sistema isolato è un sistema chiuso ad ogni ricettività esterna com’è nell’attività onirica. Sistema aperto è quello dello stato cosciente in cui l’autocoscienza agisce in secondo piano usando poco spazio. In questo caso è una attività secondaria o nulla a seconda di quanto siamo coinvolti nelle sensazioni che afferiscono allo stato cosciente. Ad esempio, l’orgasmo è pieno stato cosciente e nullo stato autocosciente ed infatti se vi capita di avere un orgasmo e nel mentre pensate “ah, vedi, sto avendo un orgasmo” vuol dire che non è un orgasmo molto soddisfacente. I francesi chiamano l’orgasmo, “petite mort” perché è proprio il collasso totale dello stato autocosciente. Anche i mistici provano qualcosa di simile. La vacanza dalla nostra autocoscienza che è uno stato che ha sempre un residuo fastidioso di dolore o di potenziale tale, è frequentata sin dalla notte dei tempi, ad esempio con l’utilizzo di sostanze alteranti che disordinano l’autocoscienza rendendola “divertente” o “insonnolita” ed agiscono anche sulla coscienza, infatti le usano anche gli animali.
Sistema chiuso, è una espressione fuorviante perché sarebbe semi-chiuso/semi-aperto, è lo stato del filosofo che usa grande parte del sistema mentale per la riflessione, diventando molto concentrato o se visto in rapporto al mondo, molto distratto, “astratto” il che è ovvio dato che si definisce il filosofare, una attività concettuale che è proprio estrarre ed astrarre significato dal Mondo. A seconda di quanto spazio si dedica a mantenere una apertura sul mondo (esterno ed interno), discende la quantità di spazio ed energia mentale disponibile per l’attività autocosciente filosofica. Tanto maggiore lo spazio e l’energia usata per lo stato autocosciente, tanto minore sarà quello per la coscienza ed infatti, il filosofo, non risulta solo distratto da chi lo vede da fuori, è proprio distratto in sé per sé, perché impegnato a metter ordine (o disordine) nella sua casa mentale. L’energia che ogni tanto citiamo è propriamente l’energia elettro-chimica che usiamo per l’attività mentale e fa parte del più generale bilancio energetico dell’intero corpo.
Questo è quello che succede nel fare filosofia da soli, scrivendo, pensando, parlando con se stessi. Nei tempi molto antichi, c’era la possibilità di farla in due o più, nel dialogo che è per l’appunto “dia=due, logos=discorso o ragionamento”. Non sappiamo, né possiamo sapere con certezza, come funzionava la cosa. Idealizzando, molti pensano che questa fosse una attività più sana, libera e creativa, il che in senso comparato-relativo è probabilmente vero. Ma “relativo”, non “assoluto”. Credo che il cervello collettivo sia una metafora non esatta, nel senso che un cervello collettivo non è dotato dell’ Io penso che di necessità, è uno, quindi non è “un” cervello. Credo quindi che ci fossero tanti Io penso, quanti erano i convenuti al dialogo filosofico, ovvero dei sistemi di pensiero individuali e già pre-formati su alcune credenze e rispettive immagini di mondo quali abbiamo descritto, i quali però, invece di svolgere il lavoro filosofico tutto internamente, ne svolgevano una parte da soli ed una parte finale, collettivamente. E’ come quando si monta un mobile dell’Ikea, prima si mettono le parti assieme stringendo le viti fino ad un certo punto, poi quando è tutto assieme si stringono progressivamente le viti fino in fondo, previo aggiustamento degli incastri non perfetti.
Così pensato, il “cervello collettivo”, ha dato ripetute ed inequivocabili dimostrazioni di poteri superiori, com’è ovvio, soprattutto in termini creativi, generativi. Lo verifichiamo nella filosofia greca ionica, italica, ateniese, alessandrina, nelle università di Parigi, Bologna, Salamanca, Oxford nel Medioevo, nel Rinascimento italiano, nella Parigi degli Enciclopedisti illuministi, così come nella Scozia o nella Londra del primo ‘700, nella Germania romantico-idealista, nella comunità dei fisici dei quanti, nella Vienna del Circolo e di nuovo nella Parigi del ’68, in certe università americane e nelle Conferenze Macy da cui scaturì il pensiero della complessità. I pubblicitari americani, lo definirono “brainstorming”. E’ un caso in cui il totale è più delle sue parti, sebbene in filosofia o nelle avventure di pensiero (tra le quali la Parigi dei pittori a cavallo del primo Novecento o della Russia poetica dello stesso periodo o dei dadaisti-surrealisti o della New York pop o della swinging London), le parti non sono generiche, ma pre-formate all’arte che si sviluppa poi nelle dinamiche collettive. Per mantenere il precedente parallelismo sessuale, il sesso di un cervello e corpo collettivo, è l’orgia. Quello del dialogo è il sesso a due propriamente detto. Quello in solitario, com’è detto nei luoghi comuni che hanno sempre una loro imprecisa saggezza, è masturbazione, tant’è che i filosofi se interrogati a proposito, confermeranno che provano piacere a filosofare, un piacere, per loro, irresistibile. Il paradosso è che l’attività che dovrebbe comportare cecità è svolta per “vedere” meglio (da “veda”=conoscere in antico sanscrito). Del resto anche Tiresia era cieco, ma molto sapeva, soprattutto di sesso.
Il che ci riporta ad Aristotele, che essendo molto intelligente ed essendo arrivato per primo a dare definizioni sul tutto ed il suo contrario, ne ha azzeccate molte. Il nostro infatti, aprendo la sua collezione di scritti poi chiamata “Metafisica”, esordisce con un lapidario e squillante: “Tutto gli uomini per natura tendono al sapere”. Oggi, molti ironizzerebbero su questa fede poiché il sapere sembra momentaneamente retrocesso rispetto al fare (come se il fare non necessitasse prima di un sapere cosa, come e perché, fare), ma i tempi son quelli che sono e nella storia umana (conosciuta, perché scritta, quindi porzione risibile del tutto), ed anche in quella personale, l’onda oscillatoria tra pensare e fare, ha i suoi picchi e le sue valli. Tutte le epoche che svalutano il domandarsi “cosa stiamo facendo?” pensando la risposta sia nota e certa e che il problema è solo nel fare sempre di più e sempre meglio, sono finite male. Rimuovere i punti interrogativi è la via più certa per andarsi a schiantare contro un punto esclamativo.
La definizione antropologica di Aristotele (ogni filosofia premette una antropologia), che riteniamo vera proprio perché la “natura” pensante dell’umano è lo stesso che dire che la natura della sua mente è autocosciente, ci dice che la Natura di cui la natura umana è una parte frazionaria, ha evidentemente premiato questo “tendere al sapere“. Altrimenti non vi tenderemmo ed il filosofo ed il fruitore di pensiero filosofico non ne trarrebbero piacere, stante che il piacere è nel concreto, una spruzzata di neurotrasmettitori chimici che attivano sistemi e sottosistemi neurali detti “centri del piacere”, dirimpetti a quelli detti “centri del dolore”, che servono ma che tendiamo ad evitare, noi, come qualunque ente biologico. Perché la Natura ha inteso premiarci quando ci comportiamo come esseri pensanti autocoscienti? E’ la Natura, il dio degli intellettuali? Con un -colpo di scena- si rivela essere la Natura, la madre della Cultura?
La Natura è un concetto, non un soggetto. E il concetto che sussume tra l’altro, quel noto processo che attraverso nascite di enti fatti in un certo modo (inclusi casuali errori, a volte funzionali, a volte no), loro replicazione e sopravvivenza il più a lungo e/o al meglio delle condizioni possibili, mantiene nell’Essere (nel tutto ciò che è), ciò che funziona oltre una certa soglia di minima (o massima, dipende dal punto di vista) ammissibilità. Il “funziona” significa -l’ente è compatibile con l’Essere-, se non sei compatibile esci dal gioco, muori. Il gioco cambia nel tempo, così la soglia, da cui l’adattamento. L’essere umano (una parte frazionaria dell’Essere) è stato definito un bipede implume senza ali. Messo così, nessuno gli avrebbe dato la minima chances di ammissibilità se con il pensiero ipotetico ci immaginiamo giudici di una specie la cui inammissibilità avrebbe pregiudicato la nostra stessa possibilità di fare questo esperimento mentale (potenza dell’astrazione filosofica! e del condizionale generatore d’ipotesi che ne è il motore). Ma invece che rostri, aghi, pungiglioni, scorze, ali, pinne, becchi, artigli, dimensioni, velocità, zanne, veleni, spine, corazze et affini, il “bipede implume” ha trovato alla lotteria del caso adattativo, la mente autocosciente e la Natura ha confermato, ogni volta che questa si è espressa, l’utilità per lui di questa funzione. Giudizio introiettato dalla nostra natura interna, sotto forma di remunerazione chimico-elettrica dei centri del “bene, fallo ancora, fallo di più”. Questo ci fa “tendere al sapere”, questo ci da il piacere di essere quello che siamo. Animali domandanti a se stessi, che spesso pensano prima di fare e dopo che hanno fatto, che pensano a ciò che pensano.
L’immagine più chiara che mi viene in mente a riguardo, è il racconto degli scavi sulle prime forme di presenza umana ai tempi del cosiddetto Homo habilis. Montagnette di ciottoli accumulati, prendendoli da più depositi naturali a decine di chilometri di distanza, quindi in previsione di…, accumularli per fare, per prove ed errori, schegge appuntite utili in previsione di… scarnificare carcasse, tagliare erba, corteccia et affini. Questo doppio “in previsione di…” è attività autocosciente di un certo spessore, appena superiore a quei primati che prendono steli per infilarli nei termitai e farsi succulenti spiedini di formiche. Da poco prima, si era formata la divergenza adattiva, la capacità di fare catene inferenziali per dedurre, indurre, abdurre, pre-vedere, etc. . Non pensare-fare, ma pensare per pensar-di-fare e valutare se, come, quando e perché, fare.
Oggi, siamo giunti ad un punto specifico di questa storia adattiva. Aristotele dava quella definizione “pensiero che pensa se stesso” da noi usata per l’attività filosofica, riferendosi a dio. Credo che oggi siamo proprio nel punto in cui, consapevolmente, dobbiamo sotto il profilo adattativo (“evolutivo” è un giudizio teleologico, secondo me, non sostenibile) introiettare definitivamente il concetto in noi stessi e conseguirne che dio è l’Io. Filosoficamente, questo significa accettare l’umana condizione di responsabilità totale di ciò che siamo, facciamo, pensiamo. Il Mondo sta diventando sempre più complesso ed è il divenire del Mondo che cambia le regole del gioco e le soglie di ammissibilità. Ed in ragione di questo mutamento esterno che noi siamo chiamati ai mutamenti interni ed a quelli collettivi. Non c’è legge di Natura o di cultura pratica, non c’è dio, che ci possa salvare e prescrivere cosa dobbiamo, vogliamo, possiamo, essere. Per adattarci al nuovo Mondo complesso, dobbiamo diventare noi stessi autocoscienti della sua e nostra complessità e adeguare l’una all’altra. Per far questo, nulla può esser più utile della nostra prima arma adattiva, il pensiero riflesso. Pensiero che modifichi se stesso abbandonando le vecchie forme della semplicità in favore della complessità e pensiero che modifichi il nostro modo di agire, agire a sua volta registrato su i canoni ed i principi della complessità e non della spontaneità irriflessa o ritenendo di esser protetti dalla mano invisibile di un Essere che ci ha prescritto il destino, un Ente o di un Esistente o perché così abbiamo sempre fatto. L’unica mano che esiste è la nostra e conviene collegarla ad una mente complessa essendo la poi la mano, proprio ciò che prende assieme (com-prende).
Tendere alla vita è tendere al piacere e per una specie che ha tre milioni di anni di tradizione vitale, la via più sicura per percorrere questa Via si è rivelata il sapere come farlo. Sappiamolo!




