IL DRAMMA DEL PILOTA AUTOMATICO CON LE CURVE.

Leggo e ascolto molte analisi italiane su quanto successo col voto del weekend, a livello macro cioè europeo, che procedono secondo presupposti del pensiero in uso prima del voto, non registrando la violenta curva che i fatti politici hanno preso nel weekend. Curva la dinamica politica, dovrebbe curvare anche il pensiero altrimenti si va lunghi e fuoristrada.

La posizione “nulla di nuovo sotto il Sole” è ansiolitica, non a caso presente in tutti i primi commenti mainstream del tipo “sì, era tutto previsto e comunque la maggioranza politica della Commissione è ancora forte”. Così anche molti commenti di area critica pensano che tutto verrà facilmente normalizzato, magari usando proprio la Meloni per aprire ponti a destra rassicuranti. Magari, come ho sentito dire da qualcuno, per traghettare le destre meno intemperanti nell’Agenda Draghi. Mi sa che le facoltà di lettura politica generale vanno sull’appannato spinto.

Cominciamo dall’affluenza al voto. Se in Italia siamo andati poco sotto il 50%, in Europa siamo andati poco sopra, meno del 51%. Stante che Germania e Belgio, dopo Austria e Malta avevano portato dentro i sedicenni che sicuramente si son divertiti a votare alzando le medie. Su 27 Paesi, significa che un gran numero è andato ben sotto il 50% (cioè 17). Istituzioni non democratiche, non costituzionalizzate, votate da meno della metà della popolazione, Europa continua a collezionare primati di stranezza “democratica”.

I governi dei due piloni storici dell’europeismo e da ultimo dell’atlantismo armato ed aggressivo sono stati massacrati, i due premier hanno i rispettivi partiti al 15%. Macron ha perso un terzo dalle elezioni del ’19, Scholz ha portato il partito alla consistenza del 1888, un balzo indietro di 136 anni.

I due partiti star del nuovo corso europeista neoliberale-green sono stati massacrati anche peggio. Se i raggruppamenti vincenti hanno incrementato solo entro un +10 seggi (popolari 10, identitari 9, conservatori 4) i pur “piccoli” verdi ne hanno persi da soli 18 ed i liberali addirittura 23. I Verdi in Germania hanno perso il 20% del proprio elettorato rispetto alle politiche, l’SPD il 45%. Al momento i tedeschi hanno evitato l’isteria macroniana di nuove elezioni ma è bastato un giorno, oggi CDU/CSU e AfD le invocano a gran voce e francamente i sembrano inevitabili, la somma dei tre partiti in coalizione è pari alla CDU/CSU. Il tutto paralizzerà ogni azione politica a livello europeo per mancanza di governo. I francesi ai primi di luglio un governo ce l’avranno ma se fosse di destra sarebbe tutto da vedere come funzionerà il condominio con Macron.

Gira l’ironia che Macron e Scholz l’hanno fatto apposta per svincolarsi dalle grinfie rapaci di Biden e mettersi in posizione neutra sia mai che a novembre arrivi Trump. Naturalmente è ironia, ma nei fatti è così ovvero era tutta una balla l’unità d’intenti di Normandia con elezioni americane a cinque mesi e previsioni non certo confortanti per Biden e l’intero impianto della sua politica estera.

In teoria fra quattro giorni ci sarebbe il G7, ma avranno due leader dimezzati più di là che di qua. Ad ottobre poi andrebbe rinnovato Stoltenberg alla NATO ma senza chiarezza sul presidente americano e con le incertezze europee verrà solo prorogato con operatività sospesa. Guerra mondiale? Tranquilli, c’è sempre Netflix.

Non solo chi ha vinto, le -destre- è stato fino ad oggi dal tiepido al contrario alla attiva partecipazione alla guerra russo-ucraina anche perché se non hanno direttamente preso i soldi da Putin per anni o fatto lingua in bocca e sesso non protetto in vari modi anche perché a livello ideologico sono allineati su Dio, Patria e Famiglia, ma storicamente sono inquadrati come Euroscettici e per l’ottima ragione che sono forze per lo più legate al concetto di Nazione ed il sovranazionale non l’hanno mai digerito.

Milei, dall’Argentina, ha subito cinguettato che è finita l’Agenda 30 delle Nazioni Unite: “Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, è inumana e pensata da burocrati per burocrati. Alle nuove destre, il compito di porre un freno.”. Tenuto conto che Trump ha dietro il complesso carbonifero-petrolifero, Putin ha il petrolio e alle destre europee non dispiacerebbe pragmaticamente di tornare alle forniture russe la cui mancanza ha messo in ginocchio la Germania e rinunciare allegramente alle paturnie sulle automobile elettriche che in Europa non siamo strutturalmente in grado di produrre, il programmino progressista verdolino lo vedo male.

Quanto alla Meloni ruota di scorta di Ursula, fossi in lei mi metterei alla finestra. Rischia di trovarsi Trump tra cinque mesi con in mano la sua polaroid in cui fa la nipotina piccina di zio Biden e tutta la destra europea che ride e fa le fusa al ritorno del vecchio ultraconservatore populista, brutta posizione. Dati i trascorsi passati poi, pure suicida.

A proposito della UvdL, i giornali italiani che sono inqualificabili come livello di analisi e commento politico, sono partiti non giornali, ne danno per certo la rielezione, ma i giornali in Europa che non sono partiti, non ne sono affatto certi. Si vocifera di almeno un 10% di parlamentari delle stesse forze della coalizione attuale che avevano già detto che non l’avrebbero votata e ci sono ragioni di equilibri interni al PPE e nel rapporto tra PPE e le altre, disastrate, forze politiche che lasciano molti dubbi. Comunque sarà cosa lunga, ci metteranno forse mesi a trovare la quadra, se la troveranno, un motivo in più per mettere il cartello “work in progress” a Bruxelles, comprare tempo e non rispondere al telefono quando chiama Washington.

Poi? Poi c’è da capire che programma politico avranno queste destre. Le destre, viepiù quelle estreme, sono state opposizione nei propri paesi oltreché in Europa, da sempre. L’opposizione è scomoda per chi anela il potere ma permette di non lambiccarsi troppo il cervello per dire qualcosa di politico effettivo, basta dire che sei contro il governo in carica e l’ideologia dominante. Meloni stessa apre bocca solo per criticare gli ex governi PD. In Spagna poi è spuntato fuori uno da Internet, da solo, di colpo e s’è presentato da solo alle elezioni gridando “la f(i)esta è finita” e gli hanno pure dato il 4%! Lo stato del “politico” nella civiltà europea del XXI secolo.

E visto che abbiamo citato una italiana, come non citare il fatto che nel Paese di Machiavelli, due geni assoluti della politica contemporanea poiché non si sopportano sul piano personale pur avendo le stesse idee e dicendo le stesse identiche cose hanno visto bene di fare due partiti che non hanno raggiunto il quorum quando uniti avrebbero mandato a Bruxelles 7 deputati. Talento, ci vuole del talento e del resto, visto che propugnano la filosofia del merito possiamo ben dire che se la sono meritata.

Di questo impiccio politico del “sapere del governo” ne sa qualcosa la sinistra che sdoganata dopo il crollo del Muro di Berlino s’è trovata a dover dire o gestire cose che ignorava del tutto, l’economia, la finanza, la politica internazionale in base a conoscenze che non aveva se non nel dolce vagheggiare di astratte ideologie un tanto al chilo. Per questo hanno abbracciato il neoliberismo, non capivano proprio di cosa stessero parlando.

Va bene, delle destre sappiamo che piace meno green e meno africani, meno libertinaggio e meno tasse ok, ma questo non è un programma politico è una lista di desideri compulsivi.

Destre forti che però non si sa come vogliono governare stante che probabilmente non ne sono neanche capaci per mancanza di training e sinistre che stanno uguali ma sono senza forza alcuna. Al centro, si ripresenta il grande blob in grado di dire e fare tutto il suo contrario, in modalità “gestione provvisoria”.

Sarebbe il momento di fare dei progetti sul mondo, su come stare al mondo, su come prendere seriamente responsabilità per la nostra diffusa insipienza, mancanza di realismo, idee confuse scambiate per pezzi di realtà, ma chi ne è capace? Passata la vita in modalità destruens, chi sa più fare il costruens?

Meglio rassicurarsi, non è successo niente, andrà tutto come al solito. Cioè sempre peggio.

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TABULA RASA.

In tempi normali, di solito, ci riferiamo allo stato di cose criticandolo, mettendoci ad una certa distanza, segnando una distinzione più o meno antagonista. Ma oggi non sono tempi normali. Siamo in una Grande Transizione epocale nella quale un fenomeno che ci riguarda tutti in termini sistemici, è l’incipiente smarrimento dell’Occidente, la sua collocazione nei processi storici in corso, la sua stessa consistenza, il suo senso. Rispetto questo specifico sistema, si pone l’opportunità di non rimanere dentro la sua configurazione data, pur criticandolo anche violentemente, si pone più l’opportunità -o meglio- la necessità di pensare ad un nuovo sistema. La nostra vasta e profonda subalternità ideologico-politica deve avere uno scarto e cominciare non più a lamentarsi di questo e di quello, di questa o quella inadeguata élite o ideologia dominante, deve saltare a prefigurare un sistema nuovo. Siamo in una di quelle fasi in cui Gramsci pensava si dovesse tentare la costruzione di una nuova egemonia sebbene le forze concrete sul campo fossero quanto più inadeguate. Quanto più sono inadeguate le forze concrete tanto più adeguato e tornito il discorso da portare avanti di modo che condivisione e diffusione di questo, possa creare i presupposti di una futura egemonia di fatto. Chiameremo questa costruzione “altra-egemonia”.  

Cosa fa una “altra-egemonia”? Assume la posizione dell’egemone, ma col proprio punto di vista, con la propria visione del mondo. C’è, ad esempio, una non sottile differenza tra l’invitare ad uscire dalla NATO e dall’UE e chiederne lo scioglimento ed è nel riferimento. Nel primo caso il riferimento rimane l’egemone, rispetto ad esso che è e rimarrà tale, si marca una distinzione, ma è una distinzione minoritaria per forza di cose, che non intacca la radice dell’egemone, per certi versi la rinforza prevedendone la continuazione di potere. Nel secondo caso, invece, il riferimento è direttamente il potere, ci si pone in forma competitiva con l’egemone per il potere, si avanza una idea di diverso potere o la posizione dell’egemone o la posizione altro-egemonica cha a questo punto perde la sua origine “contro” e diventa “per”. Per un nuovo assetto di potere.

Con quelle sincronie intellettive che promanano dagli invisibili movimenti dentro le immateriali immagini di mondo, pochi giorni fa, Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, ha invocato con grande tranquillità come fosse evidenza logica improcrastinabile, lo scioglimento dell’alleanza implicita con Israele e lo scioglimento della NATO. Forse Tarquinio candidato PD alle europee, originato in un partitino (DemoS) a suo tempo scisso dai tranquilli Popolari per l’Italia, è diventato un trinariciuto antimperialista? Non necessariamente. Semplicemente ha preso atto che a tempi nuovi debbono corrispondere assetti nuovi ed è ora di chiudere il dopoguerra saldato ampiamente il debito e con gli americani e con gli ebrei-israeliani. Quindi Tarquinio non ha chiesto all’Italia di uscire da certe alleanze, ha chiesto di sciogliere quelle alleanze.

Così un intervento di Agamben di qualche giorno prima non ha chiesto di uscire dall’euro e dalla UE in occasione delle ultime elezioni europee di questo week end, ha chiesto di sciogliere queste istituzioni, negargli il riconoscimento, cominciare a pensare il dopo. Cominciando dal mandare a vuoto l’invito a votare poiché non partecipi ad una cosa che secondo te non dovrebbe esistere ed oltretutto ti prende in giro simulando pratiche democratiche di partecipazione ad una istituzione che non lo è strutturalmente, cioè giuridicamente. Forse Agamben è diventato “sovranista” stante che da Macron a Scholz in giù sono tutti sovranisti? Non necessariamente.

Relativamente ad “Europa” come concetto generale, proprio Agamben già dieci anni fa aveva riesumato l’idea di Alexander Kojève su una unione dei soli paesi latino-mediterranei poiché non fai nuovi stati se non ci sono retroterra geostorici e quindi culturali comuni. Ma l’effetto a strascico della continua perdita di sovranità, ci ha portato anche a perdere sovranità mentale e così si pensa, si parla e si scrive solo sui temi dell’agenda imposta al dibattito pubblico. Ecco così che ci siamo divisi tra chi pensava di fare una cosa con 27 soggetti che più eterogenei e diversi non si può e chi per negazione dialettica è rimbalzato al “stiamo meglio da soli”. In un mondo 8-10 miliardi di individui ripartiti al momento in 200 stati dentro logiche viepiù di complessità multipolare, con soggetti massivi del calibro di Cina, India, Indonesia, Nigeria, Brasile, USA etc., guerre e conflitti e competizione economica e finanziaria di grande massa, nuove potenze tecnologiche e scarsità energetiche e materiali, con disordine climatico e demografico, il “stiamo da soli” non sembra una grande idea. Non lo fu anche lungo tutta la modernità laddove noi italiani rimanemmo frazionati in principati e granducati mentre tutti gli altri facevano potenti stati-nazione. Se ne doleva amareggiato già il Machiavelli nell’ultimo capitolo de Il Principe, ai primi del ‘500, invano.

Sciogliere l’UE ed anche solo ripristinando la condizione iniziale o quella del solo mercato comune, una Europa non UE potrebbe fare tante altre cose come dotarsi di una sua rete Internet con propri server alpha trattenendo quanto più possibile i suoi dati che sono ricchezza. Dotarsi di un comune ombrello nucleare che di questi tempi male non fa, riprendere il proprio specifico sviluppo culturale umiliato dall’aggressiva cultura anglosassone che ha il monopolio  dell’immaginario. Potenziare l’intero sistema educativo subcontinentale in convinta direzione di una società della conoscenza e non solo del libero scambio. Creare istituti di ricerca avanzata con budget adeguati in grado di sfornare brevetti competitivi nella nano e biotecnologie o relativi le energie alternative al fossile o alla sola “industria di difesa” etc. In fondo era da lì che s’era partiti settanta anni fa con la CECA e l’EURATOM. Questo spazio di cooperazione fattiva e date le dimensioni dei singoli stati europei, necessaria, è stato del tutto assente sino ad oggi, cosa che ha dell’incredibile.

Semplicemente si deve prendere atto che a tempi nuovi debbono corrispondere assetti nuovi ed è ora di chiudere, anche qui, il dopoguerra che impose all’Europa di diventare in blocco un sub-sistema americano contrapposto all’URSS. La diade USA-UE andava forse bene nella guerra fredda anche perché Europa non era minimamente in grado di essere e fare alcunché di diverso. Fu questo allineamento a forzare il processo di ripristino della convivenza subcontinentale verso una qualche forma prima di mercato comune e poi di “unione”, per quanto il termine stesso sia ambiguo. Ma il tempo storico del dopoguerra in cui tutto ciò si è svolto è terminato, ne è iniziato un altro con la quale siamo del tutto fuori sincrono.

In quei decenni ogni stato convergeva verso la NATO che li riceveva passivamente, oggi è la NATO a decidere cosa, come, quando e perché fare una certa strategia e gli stati, in funzione del legame di alleati, debbono seguire. Il che porta, come rilevato dall’ineffabile Tarquinio, a trasformare una alleanza meramente difensiva che non ha sparato neanche un mortaretto per settantatré anni contro un nemico ideologico manifesto, in una alleanza offensiva contro un nemico neanche ideologico, un semplice competitor geopolitico da fase multipolare. Neanche un competitor degli europei, che fino a poco tempo fa favoleggiavano di reti comuni da Lisbona a Vladivostok scambiando forniture energetiche con tecnologia, dei soli americani.

Viepiù visto che si stanno cambiando i termini dell’alleanza, come fanno gli israeliani trasformandosi nel popolo oggi meno amato delle Terra visto i crimini contro i livelli minimi di umanità reclamati dall’intero parterre delle Nazioni Unite o come fanno gli americani trasformando la NATO in una SuperLeague contro tutto il mondo che si ribella al lungo dominio occidentale volendo dedicarsi ad un proprio futuro di pacifico commercio à la Montesquieu, queste alleanze non possono ritenersi più valide. Come i contratti non sono più validi se si cambiano i termini pattuiti, l’oggetto stesso del patto.

A questo punto, una posizione altro-egemonica deve dichiarare di voler fare tabula rasa, azzerare alleanze, accordi, patti, trattati. Per? Si vedrà, prima si torna all’ora zero, poi si ricomincia a contare daccapo, su altre basi, con altri intenti, chiarendo bene i fini e le proporzioni di potere tra i contraenti nuovi patti. Mi sembra un buon punto da cui ripartire per cercare una strategia adattativa ad un mondo che sta cambiando molto profondamente e molto velocemente e riprendere iniziativa intellettuale politica attiva. Una posizione altro-egemonica deve dichiarare e pretendere la tabula rasa per poi avanzare una propria idea di come stare nel mondo nuovo. Sciogliere UE, euro e NATO, questo l’inizio della costruzione di una posizione altro-egemonica. Bisogna cominciare ad aprire spazio per un nuovo pensiero politico, nuove strategie adatte al mondo nuovo e sempre più complesso, nuove forme di vita associata e va fatto nel discorso pubblico se poi si vuole farlo diventare fatto concreto.

La natura cataclismatica delle ultime elezioni europee, a livello sistemico quindi europeo, si rileva facilmente da: 1) affluenza di circa solo il 50% aventi diritto, dove molti paesi sono sotto questo requisito minimo (Germania e Belgio hanno raggiunto Austria e Malta che hanno sfondato l’età minima del voto a 16 anni, hanno avuto quindi nuovi votanti che hanno mantenuto un po’ l’indice di partecipazione in quei paesi); 2) partito opposizione in Francia ottiene il doppio dei voti di quello di governo, fatto che porterà a nuove elezioni; 3) partito di opposizione in Germania che arriva allo stesso livello dei tre partiti di governo sommati, il che dovrebbe portare a nuove elezioni, le porti poi effettivamente o meno; 4) a seggi, i due partiti che perdono più vistosamente sono liberali e verdi, cuore del New Green Deal neoliberale; 5) c’è una marcata radicalizzazione sbilanciata a destra e questo sembra essere l’unico tratto comune di un sistema che in comune non ha altro sul quale fondarsi. Tale situazione è strutturale ovvero non mostra caratteri contingenti, quindi inutile sperare/temere si riequilibri.

Il voto ha mandato in crisi profonda il potere interno i due stati che reggono la costruzione unionista dalla sua fondazione, ha portato in massa critica forze quantomeno scettiche sulla ultima deriva guerrafondaia antirussa, ma storicamente scettiche anche sull’UE, ha mostrato la sostanziale disaffezione popolare a questa kafkiana istituzione unionista che da regia economica s’è poi lanciata in quella monetaria e di recente in quella bellica, sempre saltando i minimi requisiti di democraticità. Per quanto si possa definire democrazia il sistema parlamentare liberale detto anche con ossimoro “democrazia di mercato”. Tale istituzione allo sbando non può neanche più contare sulla passività gregaria dei popoli europei, diverge vistosamente, non è più riconosciuta semmai lo è stata. Tra cinque mesi, un altro terremoto di qualche tipo investirà l’egemone primario ovvero quegli Stati Uniti d’America che stanno torcendo l’intero Occidente alla loro isteria da perdita di potenza effettiva sul mondo. Il sistema occidentale scricchiola vistosamente, crollerà sotto la pressione di eventi che si è fatto finta di non riconoscere, negando realtà e buonsenso, va posto il problema del dopo e chi lo fa prenderà un forte vantaggio egemonico. Occorre scuotersi dalla passività nichilista, se non ora quando?

L’UE è arrivata al capolinea della sua traiettoria storica, va sciolta e con lei la NATO. Sarebbe bene quante più forze critico-alternative, collettive e individuali, politiche ed intellettuali, convergessero presto almeno su questo punto comune per riaprire lo spazio del pensabile. A meno di non voler lasciare l’egemonia neanche più nella mai dei liberali, ma dei neo-fascio-nazisti direttamente. Un secolo fa esatto ci trovammo in situazioni simili e sappiamo com’è andata a finire.

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PRESENTAZIONE LIBRO.

Quello di D’Eramo è un bellissimo libro sulle immagini di mondo, sulla versione che chiamiamo “neoliberismo”. Questa ideologia nasce negli anni ’30 ed a lungo rimane solo una ideologia economica. Ma negli anni ’70, negli Stati Uniti, diventa il cuore di una ideologia più ampia, con ampie implicazioni sociali, culturali, giuridiche, etico-morali, ordinative in senso più generale. Tutt’oggi imperante nel sistema occidentale.

L’Autore del libro sospetta, a mio avviso a ragione, che dietro coloro che hanno lavorato alacremente per costruire e diffondere in molti modi questa visione del mondo, ci sia stato anche un attento studio di Gramsci e Lenin che senza dubbio ci converrebbe tornare a studiare.

Ne parleremo il prossimo mercoledì a Roma, Sala consigliare del V Municipio, dalle 18.00 in poi.

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LA CULTURA DEL TEMPO.

Il decano dei “complessologi” italiani, Mauro Ceruti, invita ad aprirsi alla necessità di una nuova paideia in grado di comprendere il codice portante la nostra nuova epoca storica ovvero la sua “complessità”.

Siamo in una nuova epoca storica? Normalmente non ci domandiamo mai in che epoca storica siamo capitati anche perché da almeno cinque secoli, noi e tutti i nostri antenati siamo nati nell’epoca moderna. Non capita tutti i giorni o settimane o anni o decenni ed anche secoli, nascere e vivere al trapasso tra un’epoca storica ed un’altra. Tuttavia, è proprio ciò che sta succedendo.

L’umanità ha triplicato i suoi effettivi nei soli, ultimi settanta anni, evento che per dimensione, peso e brevità temporale, non si è mai verificato nella storia umana. Ha triplicato le sue forme istituzionali (Stati), alcune civiltà sono e stanno crescendo molto (asiatici, africani), altri perdono peso (occidentali). Si sono grandemente arborizzate molte reti del sistema umanità (trasporti, comunicazioni, scambi commerciali, finanziari, culturali), popolazioni prima ordinate da stili di vita pre-moderni hanno sincronicamente avuto accesso ai modi dell’economia moderna, particolarmente entropica. Nuove ricchezze che cambiano le società e gli stili di vita e che poi nel totale dei singoli stati portano a nuovi livelli di potenza che eccitano la ripresa della competizione geopolitica. Quindi sì, è innegabile e del tutto evidente che siamo entrati in una nuova epoca storica, nostro malgrado.

Qual è la caratteristica sintetica, il carattere portante, di questa nuova epoca storica? La sua complessità. Il mondo è sempre stato complesso ma di complessità si danno diversi livelli, il livello che si sta manifestando e promette di continuare a manifestarsi, è particolarmente intenso, è un “salto di grado” del fenomeno complesso.

Ma con “complesso” cosa s’intende? La definizione è a sua volta complessa, ahinoi. Di base, si tratta di notare di quante parti è fatta una cosa, come queste parti interagiscono tra loro, come la cosa interagisce con altre cose, in che contesto si trovano tutte queste cose, come funziona tutta la dinamica rispetto al tempo.

Questo breve elenco è già di per sé una collezione di novità clamorose nel come pensiamo di solito alle cose in generale. Di solito pensiamo che una cosa è un tutt’uno preciso e definito, ma se poi scopro che è un tutt’uno formato di parti ci tocca capire meglio di quante e quali parti la cosa è composta. Aristotele, ad esempio, avvertiva che ci sono cose che non sono semplici ammassi di altre cose ma interi che sono “qualcosa più delle parti”. Oddio, di cosa son fatte allora le cose oltre ad esser fatte di parti? Delle relazioni tra le parti.

Qui va avvertito chi legge che nasce un grosso problema. Non per secoli ma per millenni, la forma del nostro pensare ha previsto certo le cose, gli enti, ma quasi mai le relazioni interne che li compongono. Semplicemente, ci ha fatto “comodo” non andare troppo nello specifico anche perché questo mondo delle relazioni interne tra cose che poi formano la cosa più grande a cui diamo un singolo nome “uomo” ad esempio o “mondo”, non solo complica di molto la faccenda, ma è anche molto dinamico. Ecco perché alcuni filosofi pensavano che la cifra della realtà non fosse l’essere ma il divenire, è molto più difficile considerare le cose come divenienti e non stabili e definite una volta per tutte.

Ma i problemi non finiscono qui con la complessità delle cose. Infatti, così come ogni cosa è fatta di più o meno parti con più o meno relazioni tra loro (interrelazioni), ogni cosa così composta e non più semplice, ha a sua volta relazioni con altre cose a loro volta fatte di parti in interrelazione. Nel mondo reale non c’è cosa isolata, la c.d. “monade” che è una entità pensabile in via metafisica, in via fisica ovvero concreta, reale, esistente e tangibile, ogni cosa è in vari tipi di forme ed intensità di intrerrelazioni con altre cose. È quindi “relativa” anche ad altre cose.

Tutto questo ambaradan di cose composte e complesse che intrattengono tra loro relazioni molteplici e dinamiche, avviene in un contesto. L’intero ambaradan ha relazioni col contesto e riceve dal contesto condizionamenti e determinazioni.

Tutto quanto detto più che enti, disegna fenomeni interpuntati di eventi (cose che accadono, puntiformi come gli eventi, continuate come i fenomeni) ed è quindi bene ricordarsi sempre di specificare quale tratto di tempo consideriamo nel descriverle. Se parlo di una cosa moderna fa però una certa differenza se considero la modernità iniziale (ad esempio il ‘600) o mediana (‘800) o recente (fine ‘900) e fa altrettanta differenza se la considero in un istante dato o lungo un tratto di tempo più o men lungo, le brevi o lunghe durate. Per capire ad esempio cosa intendiamo con “capitalismo” c’è chi si limita al recente finanzcapitalismo, o chi pensa il capitalismo sia quello industriale dell’800 o invece nasca con le enclosure del tardo Cinquecento o addirittura risalga ad un vario set di pratiche, strumenti e convenzioni inventate per lo più nell’Italia del ‘300-‘400. Durate diverse, cose diverse o meglio aspetti diversi dalla stessa cosa o meglio dello stesso fenomeno.

Messa così l’intera faccenda sembrerà molto astratta, ma se provate ad applicarla alle cose che pensate, al “come” le pensate, vedrete che è un’intera descrizione del mondo che cambia rispetto a ciò che siete soliti considerare. Voi stessi non siete solo e precisamente una cosa o un preciso modo di essere ma una collezione di possibilità, alcune più probabili di altre ma con una certa pluralità. Non potete considerarvi al netto dei legami amorosi, affettivi, amicali, sociali, culturali e storici di cui siete solo il nodo. Queste altre formazioni sistemiche di cui siete parti (ed in genere siete parti di più sistemi al contempo), risente del contesto in cui si trovano ed il vostro essere cambia da ora a fra un anno, cambia se ne considerate la storia passata o quella futura.

Quindi, Tommaso invitava ad inquadrare la conoscenza secondo il principio dell’”adequatio rei et intelletcus” ovvero il fatto che l’intelletto deve esser adeguato alla cosa. La cosa storica nella quale siamo capitati è un cambio addirittura di era che mostra grande incremento di complessità, la cosa è quindi complessa, dovrebbero esserlo anche le forme del nostro intelletto. Ma il nostro intelletto, purtroppo, è quello che ereditiamo dalla modernità, non è adeguato e va quindi adeguato altrimenti non capite con cosa avete a che fare.

Ecco allora il senso dell’intervista allegata, c’è bisogno di una nuova paideia, termine greco che stava per pedagogia, cultura, forma mentale, forma ed istituzioni di conoscenza. Ci sarà molto lavoro filosofico da fare (ontologia, gnoseologia) ma anche in termini di istituzioni e forme della conoscenza, ad esempio promuovendo accanto al sistema delle divisioni disciplinari (che è copia conforme l’ordine della divisione e specializzazione del lavoro), un nuovo sistema multi-inter-transdisciplinare.

Se tutto è connesso con tutto, va da sé che isolare une ente, un fenomeno, un fatto può esser utile e comodo per le nostre abitudini mentali e linguistiche, ma va da sé anche che la sua natura intrinseca rischia di sfuggirci.

Rispetto al “mondo”, ad esempio, se non usate assieme lenti geografiche, storiche, demografiche, politiche, economiche e finanziarie, tecnologiche, ambientali e climatiche, culturali, militari con un minimo di prospettiva a quello che si pensa succederà nei prossimi decenni, rischierete di non capire cosa il mondo è, cosa sta diventando, cosa e come fare per adattarsi o adeguarsi come diceva Tommaso.

Stante che dobbiamo sempre ricordarci che adattamento si dice in due modi, l’uno che prevede la nostra stessa modificazione per andar in accordo con le nuove forme del mondo, l’altro che prevede anche che noi si possa intervenire a modificare -per quanto possibile- quello stesso mondo a cui dovremmo adattarci. Il che prevede la possibilità di cambiarlo, azione viepiù possibile o impossibile a seconda di quanto realmente lo conosciamo per ciò che è.

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MAYDAY.

Visto che oggi è il 2 maggio, possiamo parlare del 1° maggio evitando l’effetto marmellata. Mayday ha tre significati: 1) primo maggio Festa dei Lavoratori; 2) inizio dell’estate nell’emisfero settentrionale: 3) richiesta di aiuto se ripetuto tre volte per aerei o imbarcazioni in difficoltà.

Alleghiamo dotta ricostruzione storica del primo significato, niente di meglio di un serio storico per farlo e quindi niente di meglio di Hobsbawm, un vero Maestro.

Mi preme però sottolineare un punto, sempre lo stesso come già fatto altre volte negli ultimi anni al di là delle forme e dei vari significati sociologici, politici, storici, economici ed ideologici che poi prese la data ed il suo festeggiamento.

L’oggetto del contendere delle manifestazioni di Haymarket del 1886, da cui poi discese tutto l’epopea del 1° maggio, era la riduzione dell’orario di lavoro.

Come vado ripetendo ormai da tempo come un disco rotto, il moto arrivò fino al 1919 quando al’ILO (International Labour Organization), si convenne sulla formula 8-8-8 ovvero otto ore di sonno, otto di veglia personale, otto di lavoro professionale. Nella seconda metà del Novecento si rosicchiò qualcosa al sabato poi al sabato mattina, ma erano aggiustamenti parziali.

Quello che s’era perso fu il moto di fondo sul problema di quanto tempo dedichiamo alla vendita dei nostri corpi e menti per ricevere il reddito che ci mantiene in vita.

Marx, un Marx che pare invisibile anche a molti marxisti o marxiani, più e più volte indicò questa come “battaglia fondamentale”, vero e proprio discrimine tra una idea di uomo umano e uomo sfruttato da altri uomini. Niente, il tema pare non abbia più interessato e mobilitato alcuno.

Io credo invece che ci sia un metodo diretto per vedere cosa dispiace di più al sistema capitalistico e capire così direttamente dove il sistema è più sensibile, dove mostra il suo punto critico e questo punto è proprio il pretendere che il tempo di lavoro si accorci progressivamente.

Non importa come si fondi questa pretesa, essa non necessita di alcuna giustificazione complicata, è un semplice moto di emancipazione umana. C’è la vita personale da curare, quella famigliare, quella amicale, quella intellettuale, quella sociale, quella politica, c’è un sacco di roba da fare che non facciamo perché “non abbiamo tempo”. Quindi pretendiamo più tempo. La pretesa è del tipo prioritario, ogni altra conseguenza ed aggiustamento, modo di gestirla, viene dopo.

Quando questa battaglia venne fatta, la reazione fu rabbiosa, sembra proprio che questo fatto del tempo di lavoro porti il sistema a reagire in maniera animale, c’è qualcosa che lo turba ontologicamente in questa contesa sul tempo.

Andiamo incontro a tempi in cui il lavoro si ridurrà per sostituzione macchina-algoritmo, in cui si ridurrà perché siamo in una stagnazione di lungo corso ed a fine ciclo del capitalismo occidentale, in cui dovremo ridurlo per alleggerire l’impatto ecologico e poi climatico, perché ormai la divisione internazionale del lavoro a seguito le risistemazioni conseguenti la globalizzazione ce lo impone.

Ma niente, l’idea di riprendere quella lunga marcia per la liberazione ed emancipazione umana per riappropriarsi della propria sovranità temporale, non piace e nessuno. Siamo intrappolati in un meccanismo di servitù volontaria. Tutto, meno che rivendicare il proprio tempo.

Io penso, al contrario, sia ancora la battaglia fondamentale. Non avremo alcuna democrazia ovvero non avremo alcuna possibilità politica di organizzare le nostre forme di vita associata, senza avere persone con più tempo per conoscere, dibattere, decidere assieme il da farsi. E senza una rinnovata e potenziata forma di democrazia radicale, potrete continuare a dichiararvi socialisti o comunisti o femministi o ecologisti o decrescisti o qualsiasi altra pagina del postalmarket ideologico, che tanto non avrete il gioco che vi permetta di praticare il vostro ideale. L’unico gioco che può promettere non solo di interpretare il mondo ma di cambiarlo assieme è una forma di democrazia radicale che però reclama tempo per funzionare.

Per cui chiudo in bello stile lanciando il mio “mayday-mayday-mayday, per una nuova felice stagione politica, si invita a riconsiderare l’importanza decisiva della battaglia di tutte le battaglie, riprenderci il nostro tempo!”.

Lavoratori di tutto il mondo, lavorate di meno!

[Si prega di evitare qui di aggiungere -a parità di salario- non siamo scemi, è ovvietà. Così come è ovvietà ricordare che a quel punto scattano le ridistribuzioni del lavoro sanando -in parte- anche vari problemi occupazionali. Se non vi piace Marx mi posso giocare un Keynes annata 1930 se preferite.]

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DEMOCRAZIA O BARBARIE: PERCHE’ UNA PROSPETTIVA DI DEMOCRAZIA RADICALE È INDISPENSABILE (3/3).

Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò;

ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali.

A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 12 (XXIX) § (1)

Noi esseri umani viviamo su un pianeta. Negli ultimi settanta anni, ci siamo triplicati e lo abbiamo fatto partendo già dalla ragguardevole cifra di 2,5 miliardi di persone. Un evento del genere non è mai avvenuto nella storia umana, per dimensione e velocità del fenomeno. Nel 2050 ci saremo quadruplicati e quindi il fenomeno sarà ancora più denso e veloce, un solo secolo per quadruplicarci.

Dentro la definizione collettiva di umanità, ci sono le civiltà. La nostra, la civiltà occidentale ed europea in particolare, è passata dal pesare circa un terzo dell’umanità di inizio XX secolo, ad un sesto. Ha cambiato in suoi pesi interni visto che gli europei si sono maggiormente contratti in favore dell’area anglosassone. È precipitosamente invecchiata. Oggi il quarto quarto dei duecento stati nei quali è ripartito il mondo in sistemi giuridico-politici statali, mostra indici di riproduzione men che dimezzati, sono tutti paesi sviluppati e ipersviluppati, c’è dentro tutta l’Europa, inclusa la parte orientale che mostra tali indici per ragioni diverse dall’ipersviluppo sebbene di pari intensità negativa.

La nostra metafisica influente si è molto concentrata sull’essere e gli enti, ma ogni ente è ontologicamente fatto e dedito a relazioni o -a due vie- interrelazioni. Ci è tornato utile semplificare e bloccare l’essere e gli enti come in uno scatto fotografico. Se avessimo considerato, come avremmo dovuto fare, l’essere in sé e l’essere in relazione, la questione si sarebbe di molto complicata. Oggi, realisticamente, non possiamo più fare a meno di non considerarlo.

Il nostro immaginario è talmente colonizzato dal sistema di pensiero liberale che usiamo “atomo” o “atomizzati” come sinonimo di monade, di entità irrelata ed isolata. Ma gli atomi sono invero gli oggetti più sociali che esistano, tutti gli atomi tranne un piccolo gruppo di gas detti “nobili”, tende irresistibilmente ad unirsi con altri per fare molecole secondo mirabili “affinità elettive”. Come enti ontologicamente dediti all’interrelazione siamo diventati metafora dell’isolamento dice della potenza della manipolazione dell’immaginario. E’ evidente che proviamo imbarazzo per il concetto di relazione.

Così, dobbiamo notare che la grande inflazione varietale di individui e stati (triplicati anche esse in settanta anni), si è accompagnata ad una enorme arborizzazione del groviglio delle interrelazioni umane: individuali e sociali, intellettuali, interstatali, economiche, finanziarie, valutarie, ecologiche, tecnologiche, dei trasporti, culturali. Tante varietà, tante interrelazioni, in poco tempo storico, un inedito clamoroso, “epocale”.

Varietà in interrelazioni è la definizione di sistema alla base della cultura della complessità. Nella realtà sono e siamo tutti sistemi. Quark fanno protoni e neutroni che con elettroni fanno atomi che fanno molecole. Nel mondo fisico sono tutte molecole, organiche ed inorganiche. Le inorganiche fanno pianeti, asteroidi, stelle e sistemi orbitanti intorno a queste, orbitanti in galassie, orbitanti in ammassi di galassie. Le organiche fanno natura, vegetale, animale, umana.

Ma anche l’universo immateriale è fatto tutto di sistemi. Grafemi, fonemi, alfabeti o repertori di segni sono le varietà con cui componiamo discorsi, scritti, idee, concetti, immagini di mondo, lingue, narrazioni, credenze, ideologie.

Il sistema è proprio di una ontologia complessa. La complessità è data in vario grado dal tipo di composizione e comportamento di un sistema. Ogni sistema può essere -in genere- scomposto in sottosistemi ed ogni sistema è -in genere- dedito ad interrelazione con altri sistemi. Tutto ciò che è la grana dell’Essere si trova in un contesto. Il contesto ha dei bordi, i limiti, entro questi limiti si svolge la danza dell’essere complesso. Il contesto è influito ed influisce sulla danza e su ogni sistema. Quando osserviamo tutto ciò, noi tagliamo il tempo in un preciso modo per quanto arbitrario. È importante, per uno sguardo complesso, avere coscienza del tratto di tempo che si sceglie per l’inquadratura, Se ci piace o ci è utile inquadrarlo come evento o durata o lunga durata o quanto lunga.

Siamo così impercettibilmente passati dalla definizione di una ontologia sistemica ad una gnoseologia complessa. La complessità è quindi cifra della realtà e dovrebbe corrispondere a pari cifra dei nostri apparati cognitivi. Quanto detto degli ultimi settanta anni, dice della inflazione di complessità del mondo, ma proprio la sua brevità e l’inerzia che connota i sistemi culturali, dice anche dello spaventoso ritardo di allineamento tra “rei et intellectus” noterebbe Tommaso d’Aquino. Il nostro intelletto ha ancora le forme del moderno, soprattutto quello del XIX secolo o della sua sfilacciata fine che abbiamo definito post-moderna, ma consiglio di non esagerare l’attenzione e questa coda recente che nei libri di storia meriterà forse una nota a piè di pagina.

Tra mondo naturale ed umano e mondo umano mentale c’è il mondo sociale. Stati, sovrastati, modi economici, società, habitus, culture, ogni altro aspetto componente i nostri giochi di convivenza, che sono ancora quelli moderni e sono riflessi nell’immagine di mondo ovvero la nostra onto-gnosoelogia che abbiamo detto ancora attardata a tempi terminati o terminanti.

Ciò configura il primo e più importante rischio esistenziale per qualità e consistenza stessa della nostra vita: il disadattamento. Il centro del nostro problema oggi non è la sesta estinzione di massa, è il disadattamento ad un mondo cambiato e che continua a cambiare profondamente e velocemente. Due sistemi si dicono reciprocamente adatti quando convivono in una qualche forma ordinata dinamica di compossibilità lungo il tempo, sono disadatti quando questo condizioni di compossibilità sono minime o nulle. Qui, allora, l’ordine va a disordine e da disordine a caos. C’è un preciso limite nella scala del caos, entro il quale si può esistere oltre il quale non si può esistere.

Noi umani, individualmente e socialmente siamo enti intenzionali, la natura non lo è. A noi, quindi, attiene l’espressione “ti devi adattare”. La natura ha altra logica, è sempre adattata anche se produce catastrofi a noi le catastrofi piacciono meno visto l’imperativo ontologico che recita: vivi il più a lungo e la meglio possibile. Ma attenzione, come nel mito greco del Letto di Procuste, adatto si dice in due modi. Noi dobbiamo adattarci alla realtà ma abbiamo anche facoltà di manipolare la realtà per rendercela più adatta. Il primo modo è passivo, il secondo attivo, in tre milioni di anni di ominazione abbiamo fatto tanto dell’uno che dell’altro. Ancora oggi siamo convinti di non dover cambiare se riusciamo con le tecnologie e manipolare il contesto turbolento che ci chiederebbe un cambiamento profondo di alcuni nostri modi di stare al mondo. La nostra intenzionalità tecnologica tende ad avere funzione omeostatica, ma non è detto che ciò sia sempre possibile, dipende dall’entità della discontinuità storica di ciò che è successo nel contesto.

Ecco allora che tornando al nostro rischio di disadattamento per via della corposa, improvvisa e rapida inflazione di complessità reale e il ritardo delle forme cognitive e sociali attardate alla tradizione ancora solo moderna, “dovremo adattarci” significa sia capire bene cos’è la realtà oggi e nell’immediato domani a cui dovremo adattarci, sia capire bene cosa dovremmo fare agendo su immagine di mondo e forme sociali per renderle adatte al nuovo contesto. Ciò presuppone il cambiamento, ma un cambiamento intenzionale, una rarità o unicità anche questa dello sviluppo storico della specie. Di solito cambiamenti e storia li abbiamo subiti e solo dopo, compresi. 

Ogni società è una polis e l’attività con la quale la organizziamo e viviamo è la politica. La possiamo così intendere il nostro “veicolo adattivo”. Ci rifugiamo nel sistema sociale-politico-giuridico come faremo in un sottomarino per scendere alle profondità oceaniche, ambiente per il quale non siamo naturalmente adatti. Ci domandiamo allora quale sia la forma politica migliore per adattarci alla nuova era complessa, quale favorisce di più il cambiamento adattivo necessario, quale protegge di più, quale mostra facoltà di migliore intermediazione tra i nostri bisogni di ordine e l’esigenza di avere a che fare con fenomeni e contesti altamente disordinati dall’inflazione di complessità.

Riteniamo, sulla scorta delle esperienze e casi pratici studiati multi-inter-trans-disciplinariamente dentro la cultura della complessità (una onto-gnoseologia dedicata a studiare questo tipo di fenomeni) che i sistemi migliori o forse gli unici utili siano i sistemi adattativi. I sistemi adattativi sono in equilibrio dinamico tra l’essere ed il divenire, sono flessibili, resilienti, autopoietici, autorganizzati. Secondo la disciplina economica moderna, il “mercato” è uno di questi sistemi. Il corrispettivo politico della logica del sistema-mercato è la democrazia. Stante la differenza fondamentale per la quale mentre il mercato è fatto di cose ed atti inintezionali, un sistema politico e sociale umano è pieno di intenzionalità individuale e collettiva. Né il sistema dell’Uno, né quello dei Pochi, mostrano facoltà adattative per tutto il sistema, le mostrano solo per la propria parte. L’unico sistema politico che almeno in potenza le mostra è il sistema democratico, il sistema dei Molti. L’unico sistema che promette di promuovere l’interesse generale di sistema e non quello particolare di parti del sistema.

Ma qui e qui, abbiamo capito che con “democrazia reale” s’intende qualcosa di ben diverso da ciò a cui di solito riserviamo l’uso del concetto. Ecco perché abbiamo sviluppato l’analisi pregressa, per cercare di capire che tipo di sistema ci servirebbe per darci le migliori chance di adattamento alla grande inflazione di complessità.

Tale sistema, in primis, prevede che l’ordinatore sociale (ciò che ordina e dà gli ordini) sia politico e non economico com’è oggi nella natura capitalistico-neoliberale delle nostre società. La nostra società è ordinata a mercato non dalla democrazia, dall’economico non dal politico. Ciò si configura come massimo pericolo, sia perché l’ordine economico in genere, capitalistico e neoliberale occidentale nello specifico peggiorativo, subirà gravi disordini figli di pronunciato disadattamento (si pensi il problema dei limiti ambientali e di risorse, alle diseguaglianze, ai feedback di conflitto geopolitico, il “fine ciclo” storico del sistema moderno), sia perché natura della polis è la politica ed esser natura significa esser adattati in via genetica e genealogica cioè storica.

Dentro un ordinatore politico, abbiamo detto mostra facoltà maggiormente adattive nel governo dei Molti anziché dell’Uno o dei Pochi, ma abbiamo anche detto che tale governo per esser pienamente democratico dovrà non avere intermediari tra la società umana e le scelte adattive, i cambiamenti da apportare. Questo perché è tutto il sistema che deve sapere con cosa ha davvero a che fare, realisticamente, ed è tutto il sistema che deve intenzionalmente decidere il suo interesse generale ovvero le forme che deve darsi per esser davvero adattativo. Tutto il sistema, la società e gli individui componenti, deve essere a contatto diretto col problema dell’ordine e del disordine, della relazione col contesto, con i feedback, con i prezzi delle decisioni per potersi dire pienamente adattativo. Deve cioè darsi consapevolezza per animare la sua intenzionalità.

L’elenco dei problemi cui andiamo incontro non si fa fatica a dire spaventoso: fine del ciclo storico occidentale, divergenza obiettiva delle traiettorie tra Stati Uniti d’Ameria e stati disuniti europei, ripensamento obbligato della stessa consistenza dello Stato-nazione di taglia europeo che proviene del XV-XVI secolo, da cui il necessario ripensamento dello stesso concetto di sovranità, dello Stato, del ruolo delle burocrazie e funzionari di sistema. Dalla trentina di conflitti permanenti su cui si articolerà la transizione Cina-USA al sempre possibile anche se forse non probabile rischio atomico. La stessa evoluzione del fatto militare sia in tecnica e progetto che in acquisizione, anche solo “difensiva”. Un fine ciclo storico che significa anche fine ciclo del sistema capitalistico occidentale, da decenni su rotta “guadagnare tempo” che altro non è stata in grado di fare che distruggere la stratificata varietà sociale tornando alla più semplificata e odiosa delle partizioni Pochi vs Molti. Il senso proprio dell’accoppiata salario-lavoro come gioco principale sociale ed esistenziale, visto che il lavoro umano andrà sempre più a contrarsi per sostituzione macchina o elettronica digitale. Nonché per obbligate cautele ambientali e climatiche o improvvisi divieti di flusso di scambi per ragioni geopolitiche oltreché fine del soddisfacimento dei bisogni individuali mentre si continuano ad ignorare quelli sociali. L’immenso ed inquietante campo dello sviluppo tecnologico in cui andranno fatte ed imposte scelte per contenerne l’impeto potenzialmente distopico. Coì per l’intero, estremamente complesso campo ecologico-ambientale-climatico in sé. Migrazioni disordinanti figlie anche di demografie differenti e differenti geografie. Convivenza di civiltà spinte in modalità condominio dopo l’esser a lungo state stese in spazi molto più ampi e meno obbligatoriamente connessi. Visioni, piani e aspettative sul futuro diverse, perché diversa è la provenienza di ciclo storico. Cosa sanno le nostre popolazioni soggette a questa Grande Transizione di tutto ciò? Come faranno a delegare qualcuno a gestirle sempre esista quel qualcuno quando élite, funzionari, popolo sono ormai tutti su uno standard medio sotto-determinato rispetto alla fase storica? Come altrimenti pensare di modificare il mondo, la forma sociale, le nostre culture per favorirci un adattamento? E che senso avrebbe anche solo adattarsi passivamente a tutto questo che non è un nuovo ordine, ma il caos totale?

Per questo quando diciamo qui democratico, intendiamo democratico radicale ovvero basato su estrazione dei principi della forma antica che diede il concetto di democrazia alla radice. La finta alternativa della democrazia intermediata non è democrazia, ma regime oligarchico sebben temperato. Non è per purismo definitorio che rifiutiamo la versione temperata o per piglio ideale ma per ragioni strettamente funzionali, o il sistema è capace di libera autopoiesi ed autorganizzazione o non sarà pienamente adattativo. In questa fase storica, si consiglia ritornare a pesanti dosi di realismo.

A dire che solo l’esposizione realistica e diretta delle persone alle problematiche di compatibilità tra mondo complesso e forme sociali, darà loro piena facoltà di trovare le soluzioni adattive. Ciò stante la promozione dei principi estratti nelle pregresse analisi. Questa consapevolezza realista, ancorché potenziata da nuovi principi di formazione, informazione, distribuzione e dibattito, previa liberazione di tempo da lavoro travasato in tempo di vita e di cui parte andrà riservata all’attività politica civile, è il cuore della facoltà autopoietica ed autorganizzativa di una reale democrazia. Far fare questo lavoro ad un tiranno per il nostro bene o alle varie oligarchie è condannarsi a vari tipi di esiti barbarici, irrigidimenti, follie egoiste, guerre, sciame di conflitti, acuirsi delle diseguaglianze fino al non improbabile ritorno di forme di guerra civile dentro catastrofi ambientali o climatiche. Proprio quella “stasi” che portò gli ateniesi a reinventare la democrazia come regolazione dinamica del disordine con tendenze caotiche.

Gli Ateniesi non “inventarono” la democrazia, la democrazia aveva lontanissime origini pre-civili ed anche lungo l’emersione mesopotamica della civiltà, probabilmente nelle città-Stato. Sbaglia chi la ritiene una invenzione tarda, un frutto ideale ed utopico del pensiero speranzoso. Forme di democrazia sono l’esito naturale dell’associazione umana nei piccoli gruppi, tanto quanto oligarchia o le élite lo sono dei grandi. Da cui il punto cardinale di ogni teoria politica tra piccoli e grandi gruppi in contesti a loro volta diversi già nota dal XVIII secolo (dal ginevrino Rousseau in poi). Gli Ateniesi furono semmai gli “ultimi democratici”, coloro che provarono ad estendere il formato fino alle massime dimensioni già ragguardevoli di più di 100.00o persone, tagliando diritti (donne), escludendo identità (non ateniesi di generazione), poggiandosi sul lavoro terzo (schiavile), dando al sistema una prospezione coloniale ed indubbiamente commettendo anche un discreta sfilza di errori.

Per questo abbiamo inquadrato il problema come una scelta senza terze vie tra democrazia e barbarie, stante un significato radicale, alla radice, della stessa democrazia. Stante che la soluzione al problema delle dimensioni non può essere quella di B. Constant di mettere uno strato oligarchico tra massa e realtà.

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Si propone quindi una convergenza politica delle tante anime del disagio anti-capitalista e anti-oligarchico. Prima di promuovere la propria visione del mondo (socialista, riformista, comunista, femminista, ecologista, tecnicista, decrescista etc.), abbiamo bisogno di un gioco comune in cui disputarcele con finalità attuative e non solo ideali. È appena ricorso l’anniversario della morte di Antonio Gramsci. Gramsci per primo e fino ad oggi unico, capi che c’è un’altra via, un altro campo del politico, la battaglia culturale. Agire su ciò che la gente pensa è forse via anche più breve e fattiva di agire su ciò che la gente fa, poiché l’uomo fa spesso ciò che prima pensa. Quel Gramsci ordinovista già a suo tempo accusato di “culturalismo”, come se le società umane non fossero in primis niente di meno e niente di più che propriamente “culture”. Un millennio e mezzo di chiesa cristiana mostra un potere di dar forma alla società ed alla mentalità ben maggiore di quanto ha espresso spesso l’agone propriamente politico per non parlare di quello economico. Siamo culture fatte da animali che fanno “faber” e pensano “sapiens” prima di fare, se fare, cosa fare, perché fare.

Nel prossimo intervento, il quarto, che esula da questo trittico teorico, inviteremo chi vuole e può a pensare come si possa costituire non l’ennesimo partito o movimento, ma una forma di intellettuale collettivo che la di là delle nostre differenze ideali e ideologiche, trovi un possibile terreno comune nel promuovere gradi progressivi di democrazia reale, invece che sprofondare nella barbarie. Guardando un filmato della Fondazione Gramsci sulla biblioteca del sardo, c’era la costa di quel “Il tradimento dei chierici” di Julian Benda che denunciava come proprio ai tempi della IWW, gli intellettuali che sono la versione laica dei chierici, lasciarono il presidio della propria funzione culturale trasformandosi in volgari politici. Pensiamoci, traiamo insegnamenti dalla storia, cerchiamo di essere all’altezza del nostro uso pubblico e privato dell’intelligenza. Non abbiamo più una classe sociale di riferimento, non abbiamo più il moderno Principe del partito, va bene, ma siamo sicuri di non poter comunque mettere in campo un soggetto “intellettuale collettivo” col quale promuovere una nuova egemonia di democrazia reale? Come fare? Cosa fare? Da dove iniziare se non discutendone assieme?

Possiamo cercare noi intelletti di cimentarci nella risposta al fatidico “che fare?”, chi altro sennò? Prima di cambiare il mondo, possiamo condividere una idea comune del come farlo, con quale processo prima ancora che con quale finalità? Chi vuol venire ad alimentare l’ennesima onda che si infrangerà contro lo scoglio? prima o poi lo scoglio si sgretolerà, è la sua natura perdere consistenza contro l’acqua testarda. Ma l’acqua testarda ha bisogno di massa ed impeto ondulatorio, ogni sua molecola deve venire a farsi onda.

Superando la trita dicotomia tra rivoluzione e riformismo socio-liberale, invitiamo a puntare sia l’idea che il suo perseguimento pratico verso una forma di democrazia radicale che possa dare casa comune a tutte le molecole di acqua testarda. Che possa darci un veicolo adattivo alla nuova Era complessa. Altrimenti, alle nostre società oggi “come navi in tempesta”, rimarrà come orizzonte, per l’ennesima volta, solo lo scoglio.

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DEMOCRAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE.

Ma cosa significa autonomia?

Autos, sé stesso¸nomos, legge.

È   autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi.

C. Castoriadis, La rivoluzione democratica, Eleuthera, 2022

In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non meno che in quello esperto, terminale o meno non si sa, si presume esso abbia invece avuto una fondazione corretta e giusta rispetto al concetto. In Italia, ci si appella a spirito e lettera della Costituzione, ad esempio e se ne rimpiange la vigenza ormai corrotta.

Un democratico radicale, purtroppo, non riconosce neanche a quel tempo e forma piena di buona intenzione il crisma di “democrazia”, si trattava di repubblicanesimo e tra le due forme c’è differenza. Ecco allora che il democratico è radicale, semplicemente nel senso che intende la democrazia come significato alla radice “Essere radicale significa cogliere la cosa alla radice (Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione)”. Si tratta quindi di un problema di nome e cosa dove la cosa è la radice che dà crisma al nome. Qual è allora quella radice?

Semplicemente il sistema che in atto storico aveva quel nome anzi quel nome ha battezzato. Si tratta della democrazia dell’Antica Atene. Cornelius Castoriadis, più di ogni altro[i], può dirsi teorico della democrazia radicale ed ha più volte specificato che -ovviamente- nessuno si sogna di intendere quella esperienza politica come un “modello” da copia-incollare senza riguardo ai diversi contesti e tempi assai diversi. Tra i duemila e cinquecento anni di distanza ed i trentacinquemila maschi adulti con schiavi come unici detentori di diritto di cittadinanza, quindi politici, ed oggi, c’è ovviamente un abisso non colmabile. Si tratta invece di operare una “estrazione di principi”, principi poi da rielaborare e declinare nei nostri contesti e tempi ben diversi.

È quello che a modo sua fece il liberale Benjamin Constant quando si pose il problema della continuità e trasformazione della “libertà degli antichi e dei moderni” (Discorso del 1819 pubblicato e circolante poi nei successivi decenni). A modo suo ovvero oligarchico liberale. Constant, più di ogni altro, è tra coloro che hanno pervertito una antica tradizione luminosa e splendente che retro fondava lo stesso senso di orgoglio storico occidentale, orgoglio culturale storico e politico prendendo la parola e mettendoci sotto una variante in aperta contraddizione.

Democrazia radicale nasce nel 462 con la riforma di Efialte, poi ucciso, fino al 404, dentro un più ampio periodo democratico durato dal 508/7 (riforma Clistene) al 322/1 (abolizione da parte macedone). Venne interrotta da due riprese violente degli oligarchi, la sua seconda fase è detta politeia ed ha caratteri meno tumultuosi e costituzionali, ma a tratti demagogici. Tale periodo, complessivamente, sfiora i due secoli o li supera a seconda di quanto si vuole includere l’opera fondativa di Solone. La democrazia radicale ha gradi parentela con l’anarchia ma poiché è votata ad amministrare uno stato vi differisce in realtà alla radice.

Siamo quindi in riflessione per l’ambito storico-culturale europeo occidentale, non certo per altre dimensioni mondo. Ora qui non siamo in un trattato di “scienza” politica; quindi, non possiamo entrare troppo nel merito. Nel voler tentare però la consigliata “estrazione dei principi” un primo elenco dovrebbe essere: 

  1. Il sistema elettivo è ritenuto da tutti gli studiosi di storia e teoria politica proprio dell’ambiente aristocratico, non democratico. Ciò poi non vuol dire che ne è escluso l’utilizzo in via di principio, anche ad Atene c’erano cariche elette. Comunque, il sistema della delega non può -in prospettiva- essere il portante e senz’altro non l’unico.
  2. Il sistema democratico dovrebbe prevedere l’estrazione a sorte. Limitato da una serie di fattori poco noti ma già applicati ad Atene ovvero l’esame di idoneità del candidato nei demi, la sua effettiva preparazione e probità, il suo offrirsi spontaneamente ma conscio degli impegni di rendicontazione finale della sua carica e pena per gli errori più gravi eventualmente commessi, la limitazione del mandato, la sua revocabilità, la sua non ripetizione, il suo essere di servizio civile e non di carriera. L’estrazione era quindi su liste limitate, qualificate, di consapevoli dell’impegno. Solo uno stolto si priverebbe di tecnici, esperti, studiosi. Basta consultarli attivamente senza che qualche matto decida che debbano esser loro a governare per conto della loro oligarchia di riferimento. Un sistema di esperienze cumulate si può mantenere negli ambiti di governo come consiglieri senza poteri.
  3. Il sistema democratico dovrebbe essere una forma politica attiva e decisionale a vari livelli che va dal locale al nazionale secondo logiche, flussi e riporti molto più densi e complessi di quelli che ci sono nei nostri paesi. Per fare incursione nei tempi e luoghi nostri forse dovevamo abolire le regioni più che le province. Forse si sottovaluta il fatto che il “demos”, prima che la generica “cittadinanza” o “popolo”, era una precisa unità territoriale di tipo circoscrizionale. Furono le riforme di Clistene nel senso di queste unità comunitarie piccole a dare inizio alla democrazia classica ateniese (Dieci tribù, trenta trittie, 139 demi scompaginando logiche famigliari, di classe e territorio di residenza). Là si sviluppò la essenziale forma del “vis à vis” ovvero il collante sociale interpersonale, la reputazione, la fiducia, l’intesa, il rispetto anche di chi non ci assomiglia poi così tanto e tuttavia, ci piaccia o meno, è concittadino.
  4. C’è poi una questione essenziale di tipo culturale che è tanto affascinante quanto qui intrattabile. Una democrazia politica esiste se immersa in un soffice bagno morbido e pervasivo di cultura politica, cultura generale, informazione, conoscenza qualificata e diffusa, dibattito e partecipazione continuata, appassionata, eticamente doverosa. L’ambiente culturale democratico era in sincronia con la più straordinaria infiorescenza di filosofia mai registrata nei consessi umani occidentali. Teatro, lessicografia, retorica, logica, poesia, scuole dell’espressione e del ragionamento. Purtroppo, qui da noi, anche quando s’è fatta riflessione critica e dibattito su come deve essere una democrazia, lo si è fatto in logica giuridica, importante certo, ma troppo meccanica per generare effettiva democrazia in atto. Nei fatti, isonomia e filosofia nascono intrecciate. Tutto ciò era a forma diretta ed indipendente il sistema che oggi governa la rete dell’informazione alla cittadinanza, ovviamente di proprietà di capitale o di variabile maggioranza di governo.
  5. L’espressione diretta degli interessati alle decisioni politiche va ricercata in più modi ed è decisiva. Questo è una parte dell’aspetto detto “diretto” ma l’assemblearismo non spiega tutta la democrazia, nelle nostre società poi sarebbe assai difficile da perseguire come fondazione unica. I 6000 votanti medi a scrutinio segreto nell’Assemblea generale, erano un quinto gli aventi diritto, ma si esprimevano almeno quaranta volte l’anno non una ogni quattro anni. Era per altro in sistema binario col Consiglio dei Cinquecento che ne aiutava la razionalizzazione. Vasta e molto complessa però era sia la macchina delle istituzioni statali, sia il sistema politico che si esprimeva nei demi. Sulle questioni attinenti i criteri di decisione, quando unanimi, quando a maggioranza, c’è da scendere in dettaglio. Ogni partecipazione politica aveva un minimo di remunerazione per quanto poco più che simbolica. Una cosa era certa, fare politica ed amministrare la cosa pubblica era rischioso e senza profitto economico diretto o indiretto.
  6. Pur non vietando i partiti, una vera democrazia dovrebbe puntare -nel tempo- a non averne bisogno (Simon Weil). Mentre si dovrebbero fare più libere associazioni tra gente che più o meno la pensa allo stesso modo ma anche no, l’importante è tornare a discutere, approfondire, condividere. Questi gruppi omogenei relativamente c’erano anche in Atene, ma si forza la definizione a definirli propriamente partiti.
  7. Valori decisivi e fondanti sono ovviamente l’isonomia, l’isegoria, l’isocrazia (-iso, lo stesso, l’uguaglianza) la parresia. Non gli spieghiamo qui ma chi vuole se ne potrà facilmente fare una idea con una piccola ricerca. Segnalo con paressia, l’ultimo corso tenuto da Micheal Foucault al College de France, un tema di nuovo radicale, ma produttivo e concreto, sforzarci di dirci e sopportare la verità nel senso di quella che ci sembra tale.
  8. In una democrazia, la lotta di classe, la lotta ideologica, financo la sperabilmente poco probabile –stasi– (guerra civile), ogni conflitto si dovrà operare internamente, tramite i meccanismi politici e giuridici, appunto, democratici. Si fece una legge antica, prima della democrazia, che obbligava a partecipare alla guerra civile, si veniva puniti perché non si faceva la guerra civile e non per aver fatto la guerra civile! Perché non si prendeva parte, massimo insulto ai principi di comune convivenza.
  9. In pratica, democrazia è solo il regolamento della dinamica politica in un sistema sociale ordinato del politico e non dall’economico. Tutte le ideologie e le posizioni di principio, le preferenze etiche e le immagini di mondo sono invitate ad alimentarla. Discutendole e pervenendo a sintesi o anche senza sintesi, tanto alla fine si dovrà pur decidere qualcosa di determinato. Governare ed esser governati a turno, migliora dell’uno e dell’altro per via dell’immedesimazione e la doppia esperienza acquisita, bilanciando gli eccessi.
  10. Il sistema democratico ha come obbligo il cercare di ridurre costantemente le distanze tra fasce di popolazione (economiche, culturali etc.), è una società corta che oscilla intorno un “giusto mezzo” che però è equilibrio che non si raggiunge mai, pena la morte del sistema. In termini di geometria politica, se la forma del potere dell’Uno e dei Pochi è triangolare e piramidale, la democrazia è circolare e sferica.
  11. La democrazia deve avere una produzione giuridica costante, è un regime auto-istituente e deve cambiare o ritoccare o evolvere sé stessa di continuo, democraticamente. Questo stesso catalogo è solo uno dei possibili. L’unica forma legittima di democrazia sarà quella che la democrazia in atto si darà.
  12. Una piena democrazia non si raggiunge mai, è un tendere a… Essa è stesa nel tempo progressivo, si costruirà col tempo necessario. Abbiamo visto più e più volte, soprattutto con le “rivoluzioni” come comprimere il tempo del cambiamento di cose complesse porti a varie catastrofi. Non ci si può far niente con la realtà complessa, il suo tempo naturale prescinde dai nostri desideri di immediatezza semplificata.
  13. L’ostracismo ovvero l’espulsione dalla convenzione civile di chi non gioca il gioco correttamente, è forse la più antica delle pratiche punitive dei gruppi umani. Lì dove cacciare il reprobo dal gruppo, nel lungo Paleolitico, significava dargli morte certa per prevalenza della Natura. Nelle città-Stato democratiche, era la confisca dei diritti civili, fiscali, politici, giuridici, a volte la fisica cacciata fuori le mura. È la massima sanzione della comunità ed ha un alto valore simbolico.

Ciò comporta almeno altri due punti strategici rilevanti.

Il primo è la sostituzione netta e totale delle funzioni ordinative della società dall’economia alla politica. Economia, finanza, sistemi proprietari, collocazione e regolamento di mercato, altre forme economiche non di capitale verranno evoluti e decisi per prova ed errore, ma considerando che non si capisce perché li consideriamo uno alla volta e reciprocamente alternativi. Una follia per normare attività umana sociale così complessa e determinata da variabili contesti. Le forme economiche dovranno pluralizzarsi. Ma soprattutto perdere progressivamente il ruolo ordinativo, che dà ordini, che fornisce l’ordine.

La seconda è che democrazia consuma molto tempo (autoformazione continuata, acquisizione conoscenza, bagno informativo, ridistribuzione quanto più egalitaria possibile di tali acquisizioni e caratteristiche valide per ogni cittadino, capacità e facoltà di discussione e dibattito, pubblico e privato etc.) quindi i cittadini debbono averne più di quanto la formula astratta 8-8-8 neanche in vigore oggi, consenta. Del resto, oggi andiamo senza averne neanche contezza, verso una riduzione della necessità di lavoro umano, per varie altre ragioni, se ne dovrebbe fare di necessità virtù.

Ne consegue che la prima e fondamentale battaglia delle idee dovrebbe avere ad obiettivo la riduzione dell’orario di lavoro, ovviamente salvo il reddito e la facoltà di ridistribuzione dello stesso. Non importa se l’obiettivo è praticabile in concreto, va posto come battaglia culturale per infrangere la depressione acquisita dal “There is no alternative”. Ci si deve liberare dell’introiezione dei limiti di compatibilità del sistema se si vuole combattere il sistema. E si deve sfidare lo stesso sistema prevedendo ed anticipando la certa riduzione di lavoro umano quale prevedibile per lo sviluppo delle nuove tecnologie info-digitali. Così si recupera anche leadership culturale, autonomia di analisi, capacità di parlare di realtà da tutti condivisa.

Una cosa è certa o dedicate tempo a produrre e consumare o a fare politica per trasformare le società e le sue forme ordinative.

Quanto alla funzione fondamentale di dialogo e dibattito la democrazia ha a che fare con la doxa non con l’episteme. Avrebbe anche a fare con gli endoxa di Aristotele, ma non è questo il luogo per parlarne.

Se questo è il modo di intendere il termine-concetto “democrazia” restaurato per riavvio e ripristino, si capirà perché non si riconosce all’attuale forma diritto di uso della sua espressione. La cosa detta democrazia al tempo in cui il concetto è nato, non corrisponde neanche un po’ a quella attuale. Altresì quella con quei principi era democrazia per quanto agli inizi, contradditoria, elementare per molti versi, imperfetta certo. Strano atteggiamento però abbiamo verso quella forma antica eppur gloriosa, una delle cose che fa grande la nostra civiltà, la giudichiamo su un tempo-vita di scarsi due secoli, mentre alle forme del monarca e del tiranno, dell’aristocrazia e dell’oligarchia diamo la storia di cinquemila anni di varianza e varia applicazione.

[La maggior parte delle informazioni riportate su la democrazia ateniese sono tratte da Mogens Herman Hansen, La democrazia ateniese del IV secolo a.C., LED Milano 2003. Con la Costituzione degli ateniesi di scuola aristotelica, universalmente ritenuti i testi più documentati).

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La democrazia reale ha forma, dinamica e ruolo che ha il mercato in economia, un sistema auto-organizzato, l’unica forma conosciuta di sistema adattativo in complessità. Solo che l’analogia è imprecisa. Un mercato è fatto di procedure impersonali, una democrazia è fatta di essere umani intenzionali.

Essa, quindi, risulta la miglior forma per fasi storiche come queste in cui il cambiamento è radicale, continuo, profondo, inedito (non se ne ha esperienza pregressa). Dovendo rincorrere adattivamente tale mondo che corre chissà dove, l’ente auto-organizzato è l’unico che può farcela, anni di studi sulla complessità in più campi questo dicono.

Certo sappiamo quanto tempi di decisione ricattino le procedure democratiche, di contro però una democrazia reale trasmette informazione reale in diretta alle sue componenti che così aumentano coscienza di processo, accettandone meglio incertezze, contraddizioni, ritardi, non esponendosi al malcontento da delusione che ha sempre offerte di esser sanata da qualche malintenzionato politico.

Purtroppo, forme mentali ereditate dalla storia e filosofia politica del XIX secolo, arrivano fino a sognare nuove forme economiche opposte alle vigenti capitalistiche. Ma qualcuno s’è poi posto il problema di come perseguirle? Non so, c’è davvero gente che crede che col sistema repubblicano liberale, arriveranno a costruire una massa critica politica in grado di costruire quel tipo di società? Quel sistema è strutturalmente fatto per riprodurre oligarchie. Che da un macchinario oligarchico spunti fuori un sistema socialista è pensiero magico.

Il primo nostro dovere oggi dovrebbe essere ripoliticizzare la società ed il dibattito pubblico. Venendo da anni ed anni di desertificazione e degrado del politico, tocca alzare la voce ed imporre al dibattito pubblico un riorientamento, un risveglio e richiamo dalla fuga nell’impotenza. Noi non decidiamo davvero più nulla della nostra forma di vita associata, siamo soci passivi. Di contro, sembra che qualcuno pensi che da cinquemila anni di oligarchie, oplà, usando il “metodo x” dimagrisci dieci chili in una settimana, in un mese impari il mandarino, in tre sei verso il Sol dell’avvenir. Se l’alternativa è certa sempre possibile, meglio dirci in sincerità che non è dietro l’angolo. Per questo parliamo di teoria perché senza non c’è azione efficace.

I democratici radicali hanno sempre due fronti. Quello delle oligarchie imperanti e i democratici degenerati, i demagoghi. I demagoghi si travestono da democratici per benefici personali, essere leader adorati, essere eletti a qualche funzione che dà reddito e prestigio, fingersi dalla parte del popolo per poi usare il popolo per diventare oligarchi 2.0 o piccoli tiranni. Occorre evitare che inquinino le posizioni sinceramente democratiche con la loro sciatteria interessata.. Per non parlare di quelli che si limitano a sfruttare disagio psichico e povertà culturale altrui, agitando mondi di oscuri padroni del mondo per spaventare e raccogliere il riconoscimento per aver detto finalmente la tremebonda Verità. Elite, salotti, gruppi di interesse e conventicole certo esistono, si pensi solo ai massoni che le nostre democrazie accettano senza fare una piega ed anzi, qualcosa più che “accettano”. Ma si fallisce diagnosi del mondo a ridurre le sue dinamiche alle intenzioni degli ottimati, oltretutto è fargli troppo onore.

I democratici radicali non debbono ricorrere alla scusa del potere troppo forte per avere ascolto e condiscendenza delle loro richieste, le richieste non si richiedono, si pesano e per pesarle, il democratico radicale dovrà sempre rivolgersi in primis al proprio simile, costruendo massa. Oggi, in politica, abbiamo il riflesso a rivolgerci sempre in alto, ma dovremmo prima rivolgerci a chi ci sta accanto. Le masse poi sono destinate al conflitto, altro che “richieste”.

Alla fine, il problema della democrazia è tremendamente semplice. Una tendenziale eguaglianza a livello di conoscenza ed informazioni su natura e possibilità realistiche della propria società, farebbe dell’intero sociale l’unica realtà naturale che possa gestire sé stessa. Il problema è che questa semina redistributiva molto non la vogliono fare, usano conoscenza ed informazione come proprio “piccolo potere”, magari mentre si proclamano dalla parte del popolo. I tempi tra semina e raccolto vanno spesso anche oltre la singola estensione di vita personale, toccherebbe avere una narrazione che esalti l’eredità che lasciamo come in antichità c’era quella su quella su ciò che ricevevamo dagli antenati. Ci sono da superare i meccanismi di “servitù volontaria” e c’è ovviamente la strenua resistenza delle élite con mezzi straordinari. Infine, son sempre d’intralcio, le piccolezze umane.

Tuttavia, abbiamo modelli a cui riferirci, la chiesa cristiana ad esempio. Non v’è dubbio che l’unico grande teorico della politica culturale strategicamente attiva, Antonio Gramsci, trasse ispirazione diretta dall’osservazione ed analisi del complesso storico della chiesa cristiana che in Italia aveva la sua patria storica. Dalle prime predicazioni alla formazione dei primi piccoli gruppi, agli ordini mendicanti (francescani e domenicani) obbligati ad andare tra la gente ed ottenere riconoscimento, salvando così i destini della chiesa stessa ai tempi in crisi di credibilità e fiducia. A seguire le proprie scuole, l’egemonia dell’immaginario, la vicinanza pratica agli svantaggiati che catturò la fiducia, menti, cuori e braccia. Avviene anche nel mondo arabo e sudamericano. Certo, occorre accettare la dilatazione del tempo, lavorare anche non in vista del proprio tornaconto. Ma è perché pochi iniziarono a loro tempo, che ci troviamo sempre a dover riiniziare daccapo.

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Quella della democrazia radicale, non può che essere una prospettiva lunga nel tempo, da costruire per tentativi ed errori, autocorreggere, sperimentare pronti a decelerare. Ma costruire un percorso significa comunque approcciarlo, farvi primi passi, esplorarlo da subito. Il concetto di “tendere a…” dice che si deve porre sull’orizzonte che si muoverà con noi rendendosi irraggiungibile, deve essere una sorta di “desiderio irresistibile” che ci spinge a rincorrerlo e sebben mai raggiungerlo, muoversi nella sua direzione. Nel cammino però, costruiremo le sue stesse condizioni di possibilità future e le prime forme valide nel presente.

Chi scrive non immagina o sogna un partito, né un movimento politico da accendere chissà come e con chi. Si rivolge ai democratici reali, agli intellettuali più di altri, i costruttori di pensiero. C’è bisogno di azione, altro che di pensiero! Tuonano subito i pragmatici. Peccato che, come genere, ci siamo evoluti per tre milioni di anni, pensando prima di fare o non fare o anche fare e tentare ma poi pensare. C’è bisogno di pensiero ed una volta tanto, costruttivo, positivo, di esercizi di stie critico sono piene le biblioteche. Il capitalismo non lo supereremo mai per rosicchiamento critico-critico. C’è bisogno che l’intelletto torni –en meson-, in mezzo alla piazza lì dove c’è anche il mercato, lì dove c’è la gente. Alzare il livello dell’intelletto generale una priorità per tutti noi. Ognuno faccia il suo, la Via del cambiamento non ha monopoli, stiamo talmente a pezzi che vale tentarle tutte e del resto il modo “prova ed errore” tante volte ha dato dimostrazione di portare benefici. Ai poveretti amanti della matitina rossa e blu, forse converrebbe pensare alle responsabilità che hanno sul dibattito pubblico invece che fare da ammazza idee in piena sindrome nichilista, giustificatoria della propria insipienza. 

Parlando assieme anche di come porre il periodo della necessaria “lunga traversata” a tutto ciò lontano nei tempi, a servizio di un’azione immediata almeno del ripristino dei livelli minimi di democrazia, nell’informazione, nella conoscenza, nella cultura, nell’educazione civica, nel rispetto reciproco, nel ritorno della politica con idee ed aspirazioni, del dialogo. Per ripristinare la vigenza ordinativa del politico ed usare il politico per la trasformazione sociale, non abbiamo altro modo che costruirci una sistema sempre più democratico, nel reale senso del concetto.

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Nei prossimi tre decenni, le società occidentali ma in specie quelle europee, saranno chiamate a profonde trasformazioni adattative ad un contesto mondo del tutto inedito. Questo dà maggiormente il senso di questa nostra perorazione verso una democrazia reale. Ci sono infatti non sottovalutati motivi ideali di fondo, tuttavia l’urgenza è un’altra: solo un sistema autorganizzato mostra facoltà adattive veloci e complessive quali il ritmo del cambiamento imporrà. Porre come esito alternativo la barbarie, non è concessione romantica o catastrofista, è muoversi lungo l’asse ordine o disordine. Una democrazia reale è in grado di gestire un disordine moderato adattandosi ed adattandolo, altrimenti, oltre certi livelli di oscillazione, le richieste imperative di Ordine! a qualsiasi costo, ci faranno ripiombare un qualche tragedia storica quale qui in Europa abbiamo collezionato in abbondanza di casi.

Per liberarci da questa vera e propria coazione a ripetere e sbloccare la nostra evoluzione, abbiamo bisogno di ripristinare il dominio del politico ordinato da un modo democratico che porti i Molti a diretto contatto con la realtà a cui dovremo adattarci modificando le nostre forme sociali, le mentalità, il nostro essere soci naturali di una società di cui dobbiamo definire il comune interesse generale senza tutori, in maniera finalmente adulta, uscendo da servitù volontaria e infantile minorità passiva.

Invitiamo quindi i più che è possibile a considerare la trincea di DEMOCRAZIA o BARBARIE come luogo comune in cui attestarci, lo impone la fase storica come gramscianamente s’imponeva realisticamente la guerra di posizione rispetto a quella di movimento.


[i] FONDAZIONI TEORICHE DI DEMOCRAZIA RADICALE: Esistono almeno due ambiti teorici che muovono da e per questo concetto. Il primo è centrato sul pensiero del filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. Il secondo è una costellazione di filosofi e pensatori di politica che comprende a vario titolo Laclau-Mouffe, con intorno Zizek, Ranciere, Badiou, Negri, Hardt, Deleuze, Lacou Labarthe, Nancy, Abensour, Agamben in parte Foucault e con riferimenti al lavoro di Lacan e Deridda. La posizione di Roberto Esposito ci sembra più mediana tra le due. La nostra iniziativa di politica culturale è orientata dal primo. Il senso quindi di “democrazia radicale” nel nostro caso è semplicemente dovuto alla questione delle radici di significato. Radicale quindi poiché va alla radice in senso genealogico, poiché dovrebbe esser bene comune, non si capisce chi la immagina radicale in un senso estremo della sensibilità politica. Disputarci il senso prima di averla è il miglior modo per non averla, mai. Confesso un certo disagio teorico verso quella costellazione populista, post-moderna, idealista e talvolta platonica, psico-linguistica, a tratti confusa e astrattamente ribellista franco-italiana. Cercando radici, mi tengo il greco.

C. Castoriadis, è stato un filosofo, critico sociale, economista, psicoanalista greco-francese , autore di L’istituzione immaginaria della società (Mimesis edizioni, Milano, 2022) e co-fondatore del gruppo Socialismo o barbarie. Si segnala che, come “economista”, il greco è stato per svariati anni il capo economista (dirigendo e coordinando una squadra di 130 tra economisti, econometristi, statistici ed informatici) dell’OCSE-OECD per la Divisione degli Studi sulla Crescita. Il gruppo “Socialismo o barbarie” agì tra 1948 e 1967, con la collaborazione, tra gli altri, di Claude Lefort e Edgar Morin. Volendo continuare il suo sforzo intellettuale, pur con le nostre inadeguate ed insufficienti forze, riteniamo che oggi la trincea vada posta non sul socialismo ma sulla democrazia nel suo senso ripristinato. Per questo, fa cornice della nostra riflessione l’idea del bivio fondamentale dato da DEMOCRAZIA o BARBARIE.

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DEMOCRAZIA O BARBARIE (1/3): CRITICA DELLA DEMOCRAZIA PERVERTITA.

Le correnti democratiche nella storia

sono come il battito continuo delle onde:

si infrangono sempre contro uno scoglio,

ma vengono incessantemente sostituite da altre.

R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, 1912

Il punto centrale della comparazione tra democrazia antica e moderna è nello spirito del tempo, solo dopo nelle forme giuridiche e procedurali. Semplicemente, ciò che diede il nome alla cosa democratica ateniese e greca era lo spirito forte di un tempo che voleva portare i cittadini a governarsi da sé, senza intermediari o strati superiori. Quella moderna invece, pone una funzione intermedia tra cittadini e potere. Essa ha due caratteristiche principali, richiede una delega basata su riconoscimenti di competenza nel portare avanti le istanze delegate; quindi, punta a limitare la partecipazione politica ad un singolo atto di voto ogni quattro anni del delegante. Se la originaria democrazia attraeva la gente, la seconda la respinge. Questa seconda è di natura spettatoriale (ed infatti ormai è un cardine della società dello spettacolo), la prima mobilita scopo, intento e fine, motivazione, coinvolgimento, azione, partecipazione. Tutte cose che si vogliono evitare dal fronte oligarchico.

La prima forma, la unica ed originaria, oggi la diciamo “diretta” solo perché dopo abbiamo inventato la delegata, ma dire che la delegata merita comunque il nome di democrazia è nostro arbitrio. Cioè se si toglie l’essenza ad una cosa, quella cosa cambia sostanza o si può continuare a trattarla della stessa sostanza nonostante la si sia devitalizzata? Non importa se ci sono o meno effettive cause di forza maggiore nel doverlo fare, in sé per sé la cosa senza essenza cambia di fatto sostanza. Una democrazia delegata è una variante light della forma oligarchica, non una variante light di democrazia propriamente detta. Salta ad altra categoria come bruco a farfalla, ghiaccio ad acqua a gas.  

Al fondo di questa questione, c’è una contraddizione fondamentale. Dalla prima forma scritta di ragionamento politico in quel delle Storia di Erodoto – Dialogo dei persiani- in cui troviamo l’orazione del sostenitore del sistema oligarchico Megabizo, al contemporaneo sostenitore dell’epistocrazia Jason Brennan (Contro la democrazia, LUISS, Roma), via Anonimo oligarca, Platone e schiere indefesse di antidemocratici, l’obiezione è sempre la stessa: il popolo non sa, non è in grado di sapere, di dirigere processi complessi in vista di fini politici adeguati.

Credo questa obiezione sia corretta (sebbene l’argomento andrebbe precisato e discusso a fondo), ma noto due/tre cose. La prima è che nessuno si pone allora il problema di adeguare questo popolo incapace ad emanciparsi dalle catene della sua ignoranza, la seconda è che non si capisce se è così incapace a tenere redini politiche in salde mani, come può esserlo nel delegare con consapevolezza e ragione un terzo che ne rappresenti le istanze men che primitive. Infine, in tale modalità delegata su basi primitive, il corpo politico si troverà una disparata panoplia di istanze particolari e nessuna che converge verso l’interesse generale.

In gioco si sono due ordinatori sociali. Diciamo “ordinatori” i paradigmi di governo del sistema sociale sia quello dei valori immateriali, sia quello delle funzioni materiali. La democrazia campeggia al centro di una idea di società ordinata dal politico, quella che abbiamo che è un sistema repubblicano a governo misto (Uno-Pochi-Molti), è ordinata dall’economico. Tant’è che c’è chi non prova vergogna a chiamarla anche “democrazia di mercato”, alla festa dell’ossimoro. In gioco c’è il tempo individuale e sociale. Grandi porzioni di tempo da dedicare alla politica, in democrazia, altrettanto grandi porzioni di tempo dedicate a produrre, comprare e consumare nel caso di quella di mercato, poiché è proprio il mercato che distribuisce le carte, il gioco è quello, l’egemonia temporale sull’esistenza personale.

La delega dà la richiesta legittimità, con essa approvate le forme della vostra servitù volontaria. La date “dal basso” ad un “alto” che scegliete come? Qui torniamo alle basi di competenza. I cittadini sanno davvero quali sono i problemi o meglio le cause, come andrebbero risolti nell’interesse generale? Perché se non lo sanno (e date le penose condizioni dei sistemi formativi, informativi e ridistributivi di conoscenza attuali si può più che dubitare), non si capisce allora il quale mai sarà il contenuto delle delega stessa. Alla fine, diamo una delega vaga e non imperativa, non la controlliamo più di tanto, non possiamo revocarla, dura quattro anni.

I deleganti, nel tempo, non acquisiscono alcuna conoscenza della trama complessa dell’arte di governo e del come questa si applica alla rugosa realtà. Non ricevono informazioni da chi si dovrebbe applicare ad una qualche trasformazione del mondo, così rimangono in uno stato di vago istupidimento idealista. Lì si forma una biforcazione che porta il delegato ad un livello di ingaggio con la realtà molto complessa, il delegante invece rimane fuori della realtà politica.

Questa massa di delegati va a formare l’oligarchia che governa le leggi, il fisco, i fatti militari e polizieschi. Alcuni dovrebbero aver avuto mandato critico o di opposizione o alternativo. Nel tempo però, loro stessi, anche quelli in buonafede, si rendono conto degli errati presupposti di delega e debbono autonomamente decidere come riformularla o reinterpretarla. Tanto sembrerà sempre un tradimento. Sempre che non scelgano per interesse personale, di fregarsene dello spirito del mandato e confluire di fatto nei modi della gestione oligarchica dominante svoltando la propria vita personale con occasioni che capitano una volta sola nella vita e per i più mai.

Diventano così anche loro “classe politica” che in base a supposte competenze, si riserva un universo chiuso che tende ad automantenersi al potere. Il tradimento della delega offre in campo politico, l’arrivo di altri delegati che vendicheranno la “truffa” precedente in una coazione a ripetere di aspettative tradite, sì che il delegante, alla fine, nutrirà una sfiducia totale in questa forma di fare politico. Altresì, se i delegati che si supponevano democratici hanno tradito, c’è sempre la possibilità si offrano i delegati demagogici, finto democratici ed in realtà aspiranti oligarchici che vanno di scorciatoia.

La democrazia di mercato o liberale è una forma precisa dell’antico “regime misto” (Uno-Pochi-Molti) che sfocia nel repubblicanesimo che però cambia nome e si presenta come versione moderna e adattata della antica democrazia lì dove parola e cosa sono legati in radice piantata nella storia. Avvenne tra Stati Uniti ed Europa più o meno nello spirito culturale e politico di metà XIX secolo. Ma ci vorrà la messa in Costituzione dei sovietici del suffragio universale nel 1918 per procedere almeno a questa estensione del diritto di delega universale. Tuttavia, solo nel 1945-6 si compirà il processo anche in Francia ed Italia ed addirittura solo nel 1965 nella ex-più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Neanche un secolo.

La messa in Costituzione della democrazia liberale o di mercato e comunque “rappresentativa” era un compromesso di co-paternità delle nostre nuove società uscite dalla tempesta bellica e ideologica della prima metà del Novecento. La parte liberale, conservatrice, cristiana, popolo ma anche sue élite, mediava con la parte socialista e comunista popolare. Tuttavia, va segnalato che la tradizione socialista e comunista non sapeva nulla di democrazia, ritenuta forma ambigua di potere comunque “borghese”, a cui in genere si preferiva la speranza rivoluzionaria. Socialisti e comunisti, purtroppo, avevano deficit di conoscenza sia in politica che in economia, essendo radicalmente alternativi era anche ovvio fosse così. Alla fine, li parve pacificatore almeno accettare in qualche modo la forma repubblicana ed accettarono anche loro di chiamarla democrazia, del tutto ignari della non corrispondenza tra parola e cosa. Da allora siamo tutti obbligati a mostrare questa reverenza sacra verso il dettato costituzionale, una intera classe di giuristi la presiede con riti e simboli di alta cultura, etica e segni di garanzia di cosa ottima, fondativa, giusta. Eraclito diceva che bisognava le leggi come le mura della città e nulla è sentito più patriottico che difendere la Costituzione.

Sta il fatto che non c’è scienziato storico politico che non potrà che confermarvi che l’elezione di delegati politici è di tradizione feudale ed aristocratica. La Magna Charta (1215) racconta di queste prime assemblee baronali che si vollero mettere in dialettica col potere dell’Uno monarchico. Dopo 443 anni, sempre in quel di Inghilterra, l’assemblea dei delegati dei ceti alti sempre più attratti dal gioco economico e finanziario, fece un colpo di stato (Gloriosa rivoluzione 1688-89) contro le prerogative del monarca ed ottenne finalmente il potere primo, quello ordinativo. Da lì inizia quello che chiamiamo capitalismo moderno che equivochiamo come forma puramente economica quando è sociopolitica e culturale, via ordinatore economico che s’impossessa di uno Stato e relativa potenza (fiscale, giuridica, militare).

L’atto di delega politica avviene una volta ogni quattro anni circa, l’unico atto politico attivo richiesto da questa versione pervertita della democrazia è saltuario e dilatato molto nel tempo. Nessuno mai dai romani ai liberali ha mai rivendicato discendenza con Atene, tutti o con Sparta o più spesso con Roma. Dall’Arco di trionfo a Parigi e Capitol Hill a Washington, i simboli parlano.

Alla nuova forma con le oligarchie in mezzo al potere spesso presidenziale e con sotto il popolo delegante, corrispose la forma politica di partito. Nessun partito però è mai stato democratico, anzi, da Robert Michels con la sua “ferrea legge dell’oligarchia” a Simone Weil si mostra con chiarezza come siano stati perfetti riflessi delle forme degli apparati di governo costituzionali. In teoria, in democrazia reale, non si capisce perché un cittadino dotato di intelligenza politica in proprio debba ficcarsi in questi poco agili vagoni di consenso semi-militare in cui i capi rendono nota la “linea” politica per l’intero gruppo. Un insulto all’esercizio dell’intelligenza in proprio.

Sebbene, come abbiamo accennato, i guardiani del concetto siano ritenuti i giuristi, il concetto di democrazia reale risponde invero ad un assente gruppo di “culturalisti”, non saprei come altro chiamarli. Questo perché si ha democrazia, almeno le sue condizioni di possibilità, osservando almeno cinque fattori di sistema che nulla hanno a che fare con le leggi.

In breve, si tratta di informazione, conoscenza, dibattito, ridistribuzione e tempo. Sia che vogliate partecipare attivamente alla gestione politica della comunità nella forma di reale democrazia, sia anche per dare deleghe, è necessario avere molta informazione corretta e plurale in punto di vista, su oggetti e fenomeni su cui apporre giudizio. Questo strato sempre aggiornato di informazioni va processato da impianti di conoscenze adeguati. Gli impianti di conoscenza fanno la differenza. Il dibattito tra cittadini e non quello che cittadini passivi instupiditi dalla stanchezza lavorativa guardano fare da “esperti” tali autodefiniti o definiti dal sistema dominante, servirebbe anche a condividere, omogeneizzare e diffondere in medietà un corpo comune di informazioni e conoscenza di modo da riuscire ad esprimere l’interesse e non già quello particolare che potrete sommare quanto vi pare, senza da ciò arrivare mai a comporre il generale. Dibattere serve anche ad articolare il pensiero rendendosi conto se è logico, razionale, difendibile e non una collezione di pregiudizi, presunzioni, esagerate induzioni, emozioni. Ma per ridistribuire conoscenza, deve esserci un impegno altro alla tendenziale eguaglianza culturale, eguaglianza tendenziale certo e almeno delle possibilità. Tutta la storia dello sviluppo della scolarità di massa aveva questo intento sebbene oggi meglio sappiamo che non è solo questione di scuole. Tutto però ha una super-condizione a priori: il tempo. Se avete tempo per tutto ciò vuol dire che o non lavorate o lavorate poco, altrimenti con poco tempo rimasto dall’attività lavorativa, ognuno di questi punti sarà sotto-determinato. La quantità di tempo dice di quale ordinatore governa la società, se è politico o economico. I greci usavano la schiavitù per riservarsi il tempo per tutto ciò e quindi fare politica in proprio invece che accumulare denaro e simboli di denaro

Alcuni pongono di necessità una maggiore o tendenziale eguaglianza economica, ma è una falsa precondizione poiché se messi in condizioni di agire pienamente nel senso politico democratico provvederanno come prima cosa perseguire questa loro comprensibile necessità. E comunque una democrazia deve essere compresa tra due severi limiti di diseguaglianza economica e culturale contenuti e continuamente abbassati.

Si noti come oggi, nella democrazia liberale di mercato, di informazione e conoscenza siano monopolio delle oligarchie mentre il dibattito vis-à-vis non esiste anche perché siamo sia spoliticizzati, che de-socializzati e individualizzati. Nessuno si cura più della ridistribuzione anche perché servono fasce ignoranti per svolgere i lavori di più basso livello mentre la ritenuta “alta formazione” è costosa e il capitale culturale ha peso -a volte- anche più di quello economico e finanziario. Per altro anche l’alta formazione è solo legata alle pratiche professionali o econocratiche e comunque ha soglie di accesso.

Quanto al tempo, è dalla convenzione ILO del 1919 che è settato sulla formula 8-8-8, fatto salvo il recupero del sabato mattino qualche decennio fa. Ma di recente, la mitologia del 7/24 sta spingendo ad investire sempre più tempo nella disponibilità professionali anche grazie alle catene info-digitali. Ci nacque il movimento operaio sulla riduzione dell’orario di lavoro e sebbene andiamo incontro a spaventose e repentine scomparse di necessità di produrre direttamente come esseri umani, visto l’impeto della diffusione quali-quantitativa delle macchine elettro-digitali, nonché date le considerazioni culturaliste fatte, risulta enigmatico il fatto che nessuna intelligenza critica abbia pensato di portare il tema i dibattito o direttamente in politica. Viepiù risalendo a Marx che più e più volte nei suoi testi, indica la riduzione dell’orario di lavoro come unica ed effettiva precondizione per l’avvento del “regno della vera libertà”. Avendo potuto far quella fortunata scelta sul piano personale, non posso che confermare.

Ormai l’introiezione del quietismo politico è totale, siamo in effetti sempre più incarcerati in forma totalitarie, spoliticizzate, semi oligarchiche (anche senza “semi-“), semi autoritarie e del tutto postdemocratiche secondo giudizio comune ed esperto. Un futuro infrastrutturato sempre più dall’info-digitale, bio-psico-comportamentale promette ulteriori chiusure, controllo, manipolazione. La forma neoliberista che è una estremizzazione della tradizione liberale spinge con forza oltre ogni limite che supera di slancio i minimi ed ultimi residui di principio politico.

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Per atterrare alla storia recente, la più recente svolta anti-“democratica” avvenne a partire da complessi fatti, azioni e ragionamenti, prodotti dalle ansiose e preoccupate élite soprattutto  a partire dalla prima metà degli anni Settanta, ovviamente a partire da Washington. Il punto era presentare il primato necessario del politico come “governabilità” diciamo implicitamente, governabilità della sempre maggiore complessità economica, finanziaria, demografica, politica, sociale. Il potere politico andava aspirato in alto, in mani sicure ed esperte (lì si comincia col refrain dell’espertocrazia), la politica doveva diventare un brutto ricordo di eccessi, doveva rendersi irreperibile ed infrequentabile. Del resto, negli Ottanta, si offrirono invece a piene mani le promesse dell’edonismo individualizzato, narcisista, egoico.

Siamo alla fine del processo di de-democratizzazione, ma dispiace sottolinearlo, la biforcazione tra democrazia reale e pervertita risale alle illusioni costituzionali, al secolo che portò dal repubblicanesimo elitista al rinominarsi democratici per forme con niente sostanza. Noi, non siamo mai stati davvero democratici.

Platone, Aristotele, Polibio, Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, Burke, Fichte, Kant, Hegel, Stuart Mill il gotha del pensiero politico occidentale, quando non sono silenti sulla democrazia sono contrari o ferocemente contrari. Filosofi per cui il loro pensiero politico è poi intrecciato a quello più generale, dando un tono strutturale al rifiuto dell’autonomia popolare. VI ci sono accordati anche gli economisti da Pareto a Schumpeter a Hayek. Tra Spinoza e Rousseau rimane poco e talvolta confuso com’è nella tradizione comunista marxista-leninista poi definitivamente troncata da Stalin.

Per ragioni ignote, c’è lo sterminio totale delle fonti democratiche dei tempi ateniesi, una frase di Protagora, qualche discorso di Demostene, l’orazione di Pericle sempre che Tucidide (con simpatie oligarchiche) l’abbia riportata a dovere. Non ci è stato invece risparmiato l’Anonimo oligarca, Senofonte, tutto Platone ed in parte Aristotele. Nulla ci è arrivato dalle tante altre poleis democratiche greche, siciliane, delle Magna Grecia.

Hanno portato alcuni anche a scattare nel riflesso critico che constatando comunque gli errori politici della tormentata stagione della democrazia ateniese, dicono che ci sono ben evidenti ragioni per rifiutarla. Non si capisce però gli “evidenti errori”, tragedie, catastrofi, drammi, collassi riempienti la grande e sinistra piscina di sangue umano di cinquemila anni di oligarchie dove vadano conteggiati.

Queste menti semplici, ti parlano di schiavi, stranieri, donne, talassocrazia e del monarca di fatto per quanto elettivo Pericle di duemilaquattrocento anni fa come se avessero davanti uno stupido che ragiona di politica stupidamente, come loro, a “modelli”.

Da quanto abbiamo detto si tratta di riconoscere lo statuto di democrazia a quella antica esperienza storico-politica, andare ad estrarne i principi, rielaborali, provare a ripiantarli adattandoli ai nostri ben diversi paesaggi socio-storico-culturali revocando l’utilizzo del termine al repubblicanesimo delle oligarchie.

Che è poi quello che andremo a fare nel prossimo articolo dove affronteremo in positivo l’ipotesi di una democrazia radicale, alla luce della dicotomia “democrazia o barbarie” che vi fa premessa.  

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GRAMSCIANA.

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio.

Io ho l’impressione che le generazioni anziane hanno rinunciato a educare le generazioni giovani e che queste commettono lo stesso errore, il clamoroso fallimento delle vecchie generazioni si riproduce tale e quale nelle generazioni che adesso sembra dominare.

Ma il cervello senza mani che avrebbe servito?

Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Bisogna combattere con vari mezzi dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onni sapienti e autodidatti presuntuosi.

La realtà oggettiva è quella accettata da tutti gli uomini a prescindere da ogni specifico punto di vista.

Non è la semina regolare del frumento che ha fatto cessare il nomadismo ma viceversa le condizioni emergenti contro il nomadismo hanno spinto alla semina regolare. [Buttata lì la frasetta inverte la logica del materialismo storico]

Tutti gli uomini sono intellettuali si potrebbe dire perciò ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuale.

Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale non si può separare l’uomo Faber dall’uomo Sapiens.

Occorre persuadere molta gente che anche lo studio un mestiere e molto faticoso con un suo speciale tirocinio oltre che intellettuale anche muscolare nervoso è un processo di adattamento è un abisso acquisito con lo sforzo la noia e anche la sofferenza.

La scuola tradizionale è stata oligarchica perché è destinata alla nuova generazione dei gruppi dirigenti l’aspetto più paradossale che questo nuovo tipo di scuola appare viene predicata come democratica mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare differenze sociali ma a cristallizzarle in forme cinesi.

Sì, è vero abbiamo pubblicato articoli lunghi studi difficili e continueremo a farlo ogni qualvolta ciò sarà richiesto dall’importanza e dalla gravità degli argomenti. Ciò è nella linea del nostro programma non vogliamo nascondere nessuna difficoltà vediamo bene che la classe lavoratrice acquisti fin d’ora coscienza dell’estensione della serietà dei compiti che la incontreranno domani crediamo questo trattare i lavoratori come uomini cui si parla apertamente crudamente delle cose che li riguardano. Purtroppo, gli operai contadini sono stati considerati a lungo come dei bambini che hanno bisogno di essere guidati dappertutto in fabbrica e sul campo.

La cultura è una cosa ben diversa è organizzazione disciplina dei propri io interiore è presa di possesso della propria personalità e conquista di coscienza superiore per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico la propria funzione nella vita i propri diritti e i propri doveri.

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

C’è stata l’astrattezza determinata da un’intossicazione metafisica e c’è la strettezza determinata da un’intossicazione di matematica.

Se la propria individualità l’insieme di questi rapporti farsi una personalità significa acquisire coscienza di tali rapporti modificare la propria personalità significa modificare l’insieme di questi rapporti.

Vivo sono partigiano perché odio chi non parteggia odio gli indifferenti I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle versioni ristrette degli scopi immediati delle ambizioni e passioni per personali di piccoli gruppi attivi e la massa degli uomini li ignora perché non se ne preoccupa ciò che avviene non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà lascia fare lascia raggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta potrà abrogare lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

>> Tornando a noi, in questi anni di studio ho verificato la differenza che c’è tra tempo e conoscenza.

Tempo disponibile ti porta ad entrare nei testi di cui di solito ricevi una sinossi, non solo una interpretazione, ma anche una riduzione personale ed arbitraria di questo o quell’autore o pensatore. Leviatano o Ricchezza delle nazioni o Marx intero o KdRV o Fenomenologia o l’opera di Platone o Aristotele, prendono aspetti molto diversi se assunte da terzi o in prima persona. Leggendo oggi pezzi dei Quaderni dal carcere, ad esempio, ho scoperto come il Gramsci aveva avuto un conto aperto a Sperling & Kupfer di Milano, aperto dall’amico Sraffa. Riceveva quindi tonnellate di libri e riviste che ne sollecitavano il pensiero. Il nostro, si lancia così in una argomentatissima “quistione” sul ruolo o non ruolo degli intellettuali italiani all’estero europeo e del quando, dal ‘700 secondo lui, è cessata la nostra piccola egemonia. Ma impressiona soprattutto la conoscenza che ha degli ambienti culturali: tedeschi, francesi, inglesi (lingua e religione), americani, sudamericani, islamici, arabi, indiani, cinesi, religioni e forme dello Stato asiatiche, un mondologo!

Trovatemi un intellettuale contemporaneo italiano, oggi più necessario di allora, che abbia questa apertura e curiosità e tali conoscenze. Vien quasi da considerare l’opportunità di sbatterli in carcere, così magari recuperano un po’ di etica del lavoro e perdono in narcisismo.

Da ciò solo uno squarcio sull’immenso lavoro intellettuale del nostro. Una lunga e profonda disamina del sistema scolastico del Gentile ed invece quello che sarebbe meglio mettere al suo posto, il ruolo delle Accademie, il rapporto tra Università e cittadinanza/territorio, arrivava addirittura a prevedere il sacrificio del greco e del latino da sostituire con materie altrettanto umanisticamente formanti ma meno morte (Gramsci era un glottologo, tra l’altro), ma anche le scienze dure che oggi molti ritengono l’anticristo della conoscenza. Così fino ad arrivare a dettagli impressionanti di definizione a grana fine del ruolo del giornalismo, con anche critica interna al suo ambiente militante all’approssimazione di certe formazioni traballanti, che anche oggi sarebbero di grande attualità. E non ultimo la critica dell’estetica e della confezione, del linguaggio, del veicolo stampati, un uomo marketing.

Chissà cosa avrebbe fatto oggi con Internet!

Insomma, si fa presto a dire della sua idea di egemonia, ma per capirne la potenza, c’è da scendere in un duro lavoro di dettaglio che oggi quasi nessuno è in grado di fare. Si capisce allora perché della famosa frase «Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni» dichiarava il p.m. fascista Ingrò contro Antonio Gramsci durante il ‘‘Processone’’. Ecco cosa allarmava i fascisti, Gramsci non era solo un ideologo ma un prassologo delle idee, le dava veicoli, penetrazione, forma ed istinto aiutato alla propagazione.

Ecco perché quel: Ma il cervello senza mani che avrebbe servito?

Ed ecco anche spigato spiegato come il PCI arrivò poi nel 1976 al 34% dei voti, applicò il piano Gramsci per la conquista dei cuori e delle menti con sì, certo, azioni politiche ma armate dal pensiero e non solo quello squisitamente teorico. Ovviamente in Italia non ci sono mai stati un terzo di “comunisti”, erano cerchi concentrici che dal nucleo duro irradiava al quello della simpatia e della fiducia speranzosa in un “nuovo”. Questa è egemonia altrimenti si chiamava caserma.

Due cose quindi non riesco sempre più a capire. La prima l’ho già espressa ovvero come fanno certe persone a pensare che è meglio far decidere ad altri come deve esser fatta e cosa deve fare la loro società.

La seconda è il buco di riflessione che non fa comprendere a tanti che pure vorrebbero cambiare lo stato di cose, che loro stessi hanno quel desiderio perché sanno, sono informati, hanno strumenti culturali. Così prima di perdersi nelle paludi del soggetto, la classe, del partito, del programma, bisognerebbe che molti intellettuali convergessero nel diffondere cultura ed informazione et voilà, ecco una massa critica da mettere sul tavolo di gioco dei rapporti di forza per cambiare lo stato delle cose. Se non una “rivoluzione” culturale, almeno una evoluzione culturale deve precedere una evoluzione sociale e poi politica.

Sapere è potere non è Gramsci, è Bacone, ma va bene uguale. Va ridistribuito però.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante occhiali

Tutte le reazioni:

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PERCHE’ SI È ARRIVATI AL NEOLIBERISMO?

Nell’enorme letteratura critica sul neoliberismo, sembra mancare l’analisi causale più basica: quali ragioni hanno portato a costruire e poi affermare questo complesso teorico e pratico dalle tante sfumature e versioni? Se definiamo il neoliberismo come la forma più estrema, tendente totalitaria del liberalismo classico, come mai compare a partire da una composizione stratificata addirittura risalente agli anni ’30 del Novecento e perché ha un salto di impeto a partire dagli anni ’70? A leggere certe analisi pochi anni fa sembrava che i capitalisti fossero stati rapiti da una inusuale epidemia di voracità insaziabile. Infatti prima si accontentavano…

Ecco una fotografia di macroeconomia storica da cui partire:

Fonte: World Bank database, indici di crescita Pil annuo, Paesi OCSE-OECD

Si tratta dell’andamento tendenziale della crescita del Pil nei paesi OCSE-OECD tra 1960 e 2020. Si noterà che tende a scendere. La crescita, condizione sine qua non del sistema capitalistico, tende a decrescere in tendenza inequivoca negli ultimi settanta anni. Un bel problema.

Perché tende a decrescere? L’impressione è che il complesso teorico che armeggia introno questi argomenti, a volte tende a perdere il buonsenso materiale che fa da sottostante l’economia reale. Una ragione di questa tendenza allarmante, l’ha proposta uno economista storico americano, R. J. Gordon (Northwestern University), secondo il quale, le rivoluzioni tecniche e scientifiche di fine Ottocento e primi Novecento, non hanno avuto replica nella seconda metà del Novecento stesso ed ancora fino ad oggi.

Fa eccezione ovviamente la rivoluzione info-digitale a cui oggi si tenta di porre attorno quella bio-cogno-info-digitale (NBIC). Rilevante, importante, ma quando si vanno a mettere i numeri reali sotto, ben meno di quanto solitamente riteniamo. Ricca anche di contraddizioni interne poiché cresce anche per cannibalica incorporazione di attività che già contribuivano a Pil e crescita. Inoltre, distruggendo lavoro umano deprime potere d’acquisto stante che le cose che vendi qualcuno deve pur comprarle per chiudere il cerchio e far lievitare la torta.

Si tratterebbe di tornare alla storia della realtà in luogo dell’analisi economica astratta. Questa ha depositato la strana convinzione che il sistema capitalistico fosse una specie di sistema motore immobile, senza materia e senza storia, una metafisica. Invece è dipendente da materia ed energia ed è storico. Così, se tra fine Ottocento e primi Novecento tra termodinamica, elettricità, telecomunicazioni, chimica, meccanica quantistica, è stata festa grande, non era detto -ed infatti così è stato- che anche nei decenni successivi la festa di scoperte da convertire in cose da convertire in lavoro-ricchezza, fosse garantito. Semplicemente siamo a curva logistica con coda lunga di fenomeno storico che ha già dato il meglio di sé. Un brillante futuro alle spalle.

Senza crescita, il sistema deperisce, dà meno dividendi, mostra disordine riflesso nelle società ordinate dal paradigma economico produttivo-consumistico a base mercato, perde la sua stessa funzione ordinativa. Le nazioni che vi si riferivano con maggior convinzione perdono potenza relativa. Non è tanto che il capitalismo sta finendo il suo ciclo o meglio si avvia a questa fine, ma ha solo terminato il suo compito storico di sfruttamento ed accompagno uno sviluppo inusuale ed per quanto significativo, al momento irripetibile. E’ naturale finisca essendo forma storica dipendente dal mondo reale e concreto, finito e limitato anch’esso.

Si ricordi a libera memoria l’elenco di nuovi prodotti e servizi degli ultimi settanta anni sempre però avendo conoscenza almeno storica e documentale dei precedenti settanta. Le innovazioni sono davvero scarse in numero e qualità. Qualche corso di yoga e vari servii creativi, macchinette elettroniche per passatempo e poi Internet ovvero passatempo gigante, la televisione 3D, i monopattini elettrici, qualche razzo nello spazio vicino, uno o due robot che fanno le capriole, servizi-servizi-servizi spesso inutili e forzati. Rispetto a macchine, aerei, treni, navi, motori, energia fossile, agenti chimici, elettrificazione, acqua corrente, nuovi materiali, televisione, radio, giradischi, lavatrici, rivoluzioni medico-sanitarie etc etc. non c’è partita.

Dopo il simpatico professore della Northwestern Columbia, una specie di menagramo col quale hanno provato a fare i conti in molti senza trovare totali finali diversi, TED consiglia in vena di par conditio, di sentire l’altra campana ovvero l’entusiasta Erik Brynjolfsson (Stanford University. Stanford è il cuore accademico storico della rivoluzione A.I., a suo tempo finanziato da ARPA/Pentagono come SRI), convinto che la festa si può rilanciare con l’immateriale mentale info-digitale conditi da ottimismo. Ottimismo? Il professore forse non ha mai preso un bilancio d’azienda in mano, numeri, più-numeri meno=saldo, l’ottimismo non è in equazione. Si rimane basiti dalla leggerezza di questo speach, un misto di speranze con induzione al limite dell’impossibilità. Questi opinion leader hanno in genere partecipazioni azionarie ad imprese del loro campo, per questo diventano piazzisti e vanno in conflitto di interessi. Furono gli inglesi, gente poco incline alla metafisica e parecchio incline alla fisica, a porre ai primi del Seicento il problema di numerare-pesare-misurare i fenomeni prima di partire in quarta a chiacchierare. Il professore di Stanford l’ha fatto? Gli si è alzata la curva della crescita? Pare di no, ripeto, se andate a percentualizzare il contributo dell’immateriale al Pil americano vedrete che la massa critica dell’economia è ancora ben saldamente materiale. Tra l’intera dilatazione banco-finanza e la c.d. ICT siamo ad occhio siamo sotto meno il 20% del totale. In Francia, Germania ed UK molto meno. Sembra più speranza del tipo “religione del cargo” o convention motivazionale. I riferimenti ironici a Gordon poi sono molto più da polemica da bar sport che confronto accademico.

Nel frattempo, sono incappato in un libro che a proposito del ns Gordon, dice che ricerca per altro della stessa Stanford 2020 conferma che l’efficienza con cui i ricercatori americani generano innovazioni si dimezza ogni 13 anni! Poi c’è il lamento sul fatto che non è diventato sempre più raro inventare nuovi farmaci e molecole chimiche a vario uso (M. Ford, Il dominio dei robot, Il Saggiatore, Milano, 2022). Il riconoscimento facciale non dei WASP arranca, auto e camion a guida autonoma peggio, robot domestici tipo Jetson scordateveli. Meglio il militare, il sanitario, l’alimentare, la gestione magazzino Amazon&Co. È storia che la ricerca e sviluppo dell’A.I. dopo sbornie di eccitazione ottimista contagiata tra commerciali, finanziari startuppisti, e militari, arrivano regolari cicli di delusione conosciuti come “inverni A.I.”. Insomma, Brynjolfsson ha ottimismo ma non della ragione.

Gordon nella sua presentazione fa dell’ironia:

Poiché gli economisti, specie i tra i più astratti che abbondano, non hanno preparazione MIT-disciplinare (multi-inter-trans), se vi fate quattro passi nella scienza, cosa vedete? In fisica nulla della seconda metà del Novecento è paragonabile alla doppia rivoluzione quanto-relativistica. In chimica viviamo di rendita della tavola di Mendeleev. In biologia c’è stato effettivamente un boom da Watson-Crick ed il DNA in poi, ma a numeri, di nuovo, siamo a piani incomparabili. In piena infiorescenza invece le Scienze Cognitive, ma siamo agli esordi. Molti, troppi dati e poca teoria generale, nuovi paradigmi. Ti puoi attaccare strutturalmente al problema climatico (quello ambientale anche più urgente e necessario andrebbe in conflitto con le logiche del capitale) ed usarlo per farci qualche soldo, ma siamo a ben poca cosa se numerate-pesate-misurate il fenomeno.

Chi invece si trova davvero sulla rampa di lancio per brillanti futuri è la parte del mondo non OCSE-OECD, destinato a replicare lo sviluppo dei primi con ampie condizioni di possibilità davanti, tranne i limiti delle materie prime, le cautele eco-climatiche, i contraccolpi geopolitici. Ma questo sviluppo di una parte è anche contrazione dell’altra, la nostra, che come detto ha già i suoi problemi strutturali e di dinamica storica.

Ecco allora che la famiglia dei neoliberismi (tedesco e primo americano dai contenuti più pratici prima della Seconda guerra ed a seguito il collasso del ‘29, austriaco e di Chicago dai contenuti più ideologici dopo) sorge come raschiamento del barile, la messa in moto di tutti i fattori, lo stress totale del sistema, l’ultima raccolta, la mobilitazione integrale e sempre più intensiva dell’intero mondo umano che gli è sottoposto e sottoponibile. Controllando ora sempre più gli Stati, l’intera società, diventa un incubo neoliberale, un frantoio di spremitura di valore da tutti i pori degli individui, delle società, degli stati, degli individui. In effetti, era questa -in parte- la tesi anche di W. Streeck, Max Planck Institute di Colonia, nel suo “Tempo guadagnato” Feltrinelli, 2013.

La wave neoliberista venne premessa con la decisione di Nixon di passare al denaro metafisico nel 1971, ne è stata la precondizione poiché da lì in poi il valore diventava finanziario e non più produttivo. Tre anni ed il principe dei teorici politici, S. Huntington, presenta il nuovo concetto di “governance”, la nuova priorità con la quale la politica doveva triangolare con finanza ed economia neoliberale, questi oligarchici hanno la fissa dei triangoli e delle piramidi da Pitagora e Platone. La governance necessaria ed invocata a gran voce per far funzionare il sistema doveva prendere il posto della democrazia per quanto versione elementare post-bellica. A quel punto si poteva anche lasciare la produzione al resto del mondo (oddio non c’era alternativa nella logica del sistema) e specularci sopra come mostra l’elefante di Milanovic. Questa, in essenza, la globalizzazione: asiatici in crescita, occidentali in decrescita infelice, pochissimi occidentali con capitali che hanno scommesso sulla crescita del Resto del mondo, diventati una inarrivabile super-élite.

Così l’Occidente si trova ora con la società più diseguale degli ultimi secoli, vessata da una gabbia d’acciaio neoliberista che ne devasta il tessuto sociale e lo stesso equilibrio mentale individuale e l’impossibilità sia di pensare una alternativa, sia di pensare un futuro.

Per pensare al futuro che tanto ci sarà neoliberismo e capitalismo o meno, toccherebbe fare una capriola gestaltica ovvero rovesciare la forma mentale, poi quella sociale. Sono queste le fasi che chiamano le rivoluzioni di paradigma à la Khun. Tra le immaginabili, togliere la funzione ordinativa alle nostre società della funzione economica e darla a quella politica, democratica reale. Ma molti fanno fatica a concepire realtà e tempo, s’immaginano che il mondo vada ad interruttori, vorrebbero uscire dallo stato delle cose degli ultimi almeno due secoli come si cambia vestito, con un “oplà!”. Niente salto quantico, mi dispiace, quello che abbiamo davanti è titolabile: la Grande Transizione. Molti soffrono ora, vorrebbero soluzioni ora, c’è il rischio che quando capiranno che “nei tempi lunghi siamo tutti morti”, non sentiranno proprio alcun progetto di cambiamento profondo. Tuttavia, realismo vuole che sia così.

Abbiamo davanti almeno tre decenni almeno di attraversamento trasformativo con, da una parte il moto reale e concreto che subiremo e dall’altra la possibilità di sviluppare complessi di pensiero ed azione politica e sociale che potrebbero aiutarci a gestire il passaggio facendolo diventare una uscita felice da un collasso storico al motto di “Democrazia o barbarie!”.

A volte, capita che finisci col nascere ai tempi della Peste Nera, della Rivoluzione industriale, tra due guerre mondiali, che ci vuoi fare? A noi è toccata in sorte la Grande Transizione, subirla o farci il surf?

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DAI BORDI DELLE GALASSIA.

C’è una teoria di cui lessi ma di cui ho perso i riferimenti teorici pratici, in linguistica, per la quale le novità del lessico e delle grammatiche che poi danno vita a pidgin e creolizzazione, provengono dalla periferia verso il centro dei sistemi. Così sembra avvenga anche per le immagini di mondo, le idee che vanno a formare cambi di paradigma e nuove architettoniche del pensiero.

Prendiamo l’immagine di mondo alternativo-critica al dominio capitalista. Qui troviamo Karl Polany, Fernando Braudel ed Immanuel Wallerstein, Gramsci forse e Lukacs, Robert Kurz ed il gruppo tedesco Krisis da altri. Visto che il centro della galassia è da tempo collassata nel suo buco nero, auto-inghiottendosi, sarà il caso di vedere se quelli ai margini possono dare una mano e ripopolare lo spazio vuoto, il cui vuoto angoscia.

Kurz l’ho letto pochi giorni fa, in “La dittatura del tempo astratto” in Manifesto contro il lavoro, Mimesis, Milano, 2023, promosso anche dal collettivo de L’anatra di Vaucanson di Cerea-Frola-Maggini. Lampo!

Kurz attacca con la constatazione dello stato schizoide di tanto mondo teorico dal mondo pratico. Il punto è dirimente. Chi scrive da più di venti anni conduce attività di ricerca indipendente sia dal lavoro, sia da padrini o padroni di pensiero e non esiti economici del suo “lavoro”. Ma per altri ventitré ha lavorato, come chiunque. Da cui shock da sveglia (per il mio bioequilibrio una vera tortura protratta per ore di dolore psico-fisico nel dover deambulare, parlare, guardare sebbene con la mia tipica faccia disgustata e dietro spesse lenti scure anche in interni fino a mezzogiorno), fretta, traffico, lavoro, pausa, lavoro, traffico, casa, stanchezza, sonno. Per diciamo il 40% del tempo di vita, 60% di veglia. Quando mi sono liberato da questo prigione temporale, per anni ho avuto incubi notturni di “non ce la faccio”, “non ho tempo”, “sono fuori tempo massimo”. Non essendo nato ricco, avevo iniziato come fattorino, l’ultimo gradino della scala professionale con tutto il peso dei vari “comandanti” sopra, un punto di vista privilegiato sulla miseria esistenziale e caratteriale umana.

Così, quando ho letto Hegel e poi Marx, Engels e tanti pensatori dell’umano che esaltavano la realizzazione di piena umanità nel lavorare, ho subito capito che questa gente non aveva mai davvero lavorato sul serio, nel senso della gente comune. Così quelli della “piena occupazione”, economisti sociali, adoratori di operai e contadini mattutini se non notturni. Kurz, ad un certo punto, cita la violenza delle luci al neon in interni per farti stare sveglio in orari da sonno, solo chi ha provato quel senso di nausea allo stomaco e di profonda angoscia à la Hopper, capirà di cosa stiamo parlando. Si vede che Kurz ha lavorato, io pure, i teorici dell’esaltazione emancipatrice del lavoro no.

Ne consegue il problema del punto di vista. Se teorico-pratico o pratico-teorico. Il primo tende all’astratto, il secondo al concreto. E Kurz, grazie a dio, è tra i concreti come lo sono molti storici e non lo sono molti economisti. Entusiasmante la sua ricostruzione del volgere il lavoro, da sempre condanna umana vissuta come tale per millenni, in virtù, alla transizione tra medioevo e moderno. Anche perché parte da un fenomeno poco considerato, la fame di armi dell’aristocrazia e poi della monarchia assolutista. Gli aristocratici erano i barbari centro-orientali poi ristanzializzati nell’ex Impero Romano che tramite conversioni benedette dalle gerarchie della Chiesa, diventarono tali definiti da dio con cui i religiosi avevano confidenza. Tra cui quegli anglosassoni la cui antropologia fatta di libertà e priva di polis, è il nocciolo duro del sistema capitalistico moderno. Il tutto anticipato dalla regola benedettina e la severa disciplina dei monasteri della classe religiosa, serva di dio per scelta.

Da lì ne viene fiori la spaventosa dilatazione del lavoro non più finalizzato ai bisogni primari, ma ad una nuvola di secondari poi esplosi secondo le piramidi di Maslow, la teoria della casse agiata, il consumo esibitivo, il consumismo, l’usa e getta, pubblicità e marketing, Hollywood modelli insensati di pseudo- vita, tutto lavoro “astratto” secondo Marx, finalizzato a sostenere la riproduzione del capitale, la distribuzione del reddito del gioco sociale, tenere la struttura sociale occupata a capo chino di modo che non ci sia altro orizzonte che produrre, consumare, crepare. Oggi anche con evidenti impatti negativi ambientali, climatici, geopolitici, di de-significazione sociale e financo depressione personale. E il bello è che il gioco è talmente introiettato da molti, che quando gli vai a domandare perché non considerare una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, vedi letteralmente il panico negli occhi terrorizzati!

E bene fanno i contro-lavoristi a ricordare quanta violenza fu necessaria per far innamorare gli esseri umani dell’aborrita fatica. Molti racconti di servi e schiavi non europei confermano che i loro padroni si trovarono in primis, proprio col problema dell’insegnare con la frusta a lavorare, al semplice lavorare concentrato per lungo tempo, continuativamente e senza riposo, pause, ozio, socialità ristoratrice, umanità. In Europa invece il protestante allevato in ambiente freddo e con poco Sole, non faceva fatica a concentrarsi sulla sua ricerca del segno di grazia divina ovvero il successo da lavoro, impegno, insistenza, abnegazione, ossessione. Si parte dagli studi di Marshall Shalins sul tempo di “lavoro” dei paleolitici al conto delle feste medievali, all’ovvia reazione dei luddisti fatti passare per primitivi pazzi, per ricordare il quando non avevamo ancora perso il lume della ragione umana.

Il ragionamento continua in “Il superamento del lavoro” (1999) con N. Trenkle, un pieno di buonsenso che magari passa pure per eccessivamente radicale per chi è catturato dal lavorismo redentore con espiazione del peccato originale e sudore della fronte, segno mistico della colpa che giustifica la punizione alla servitù a questo punto volontaria.

Infine, il Manifesto continua a spargere le sue onde venti anni dopo, sino a noi, qui in pieno delirio neoliberista a fare da “capitale umano”!

La questione, tra l’altro, si collega al problema per il quale la rivoluzione info-digitale, secondo alcuni porterà una immane distruzione di ore lavoro-umano mentre altri ci rassicurano che altri lavori compariranno. Questi fanno fede sul passaggio Otto-Novecento in cui la prima meccanizzazione porto a distruzione creatrice ma poi a nuovo slancio produttivo, una base sola per far da trampolini ad una induzione un po’ spericolata, roba da calcolo della probabilità su base caso unico.

Sta di fatto che se aprite uno smartphone, trovate dentro ridotta a software con interfaccia app: una edicola, giornalisti ormai superflui, tipografi, produttori di carta, camionisti, produttori di macchine fotografiche, rullini, stampatori, produttori di riproduttori audio, vinili, nastri, stereo8, vari formati di video e relativi supporti tra cui nastri, cd, blu-ray, distributori, negozianti, progettisti, pubblicitari, uomini e donne marketing, amministrativi, legali, giocattolai, cartografi, e se poi andate in ambiente web, la qualunque. Un esercito di lavoratori cancellati di assai incerto riciclo. Del resto, se l’info-digitale non offrisse quale suo vantaggio la drastica riduzione del costo del lavoro, non avrebbe certo decollato. Costo, gestione militare delle prestazioni di cose senza la complessità umana, standard, gestione macchina da remoto che quasi allo stesso prezzo hardware ti darà sempre più spazio e potenza di performance secondo la regola di Moore. Con un debole saldo positivo di programmatori e friggitori di hamburger per pausa pranzo, nerd da start up, bambini del Congo che scavano nel fango per i minerali, il complesso militare industriale che protegge le miniere o cerca di impossessarsi delle altrui, qualche analista finanziario e pusher.  Ma vedrai che come morti i cavalli comparirono i taxi, anche questa volta ci inventeremo qualcosa per faticare comunque. Auspicio da tossici.

Naturalmente il minor lavoro residuo potrà e dovrà esser condiviso realizzando così anche una migliore condizione comune. Abbassare le diseguaglianze che il grande big bang info-digitale sta creando con feedback accrescitivi spaventosi. I profitti degli aumenti di produttività sono stati espropriati e non condivisi coi produttori. Posti di lavoro persi cioè reddito che tra l’altro la stupidità umana affascinata dall’intelligenza artificiale, non sembra intendere quanto potere d’acquisto sottragga minando l’equilibrio stesso della pur scombinata macchina capitalistica. Si perla di fino ad un terzo dei lavoratori americani da qui al 2050 persi e non riciclabili. Più i sottoccupati, i flessibili, quelli a chiamata di progetto. Ecco il perché sono proprio le frotte di imprenditori info-digitali battersi affinché si diano soldi con gli elicotteri.

Tutto il discorso rimane al di qua del segmento politico anche se si capisce che se il movimento dei lavoratori, per ovvia missione ontologica, presidiando la metà del sistema binario centrale lavoro-capitale intorno a cui c’è il sistema capitalistico, tutto sarà men che il motore della emancipazione dal sistema stesso. Questo inficia buona parte delle velleità di trasformazione del reale del marxismo. Né si è mai capito davvero perché molti di quell’area, tra l’altro e per lo più borghesi, abbiamo pensato fosse il proletariato la “classe” in grado di redimere tutti gli altri.

L’analisi, la prognosi, vanno invece a confluire naturalmente nello sviluppo di un progetto di lunga durata di sviluppo di una democrazia reale ovvero non quella liberale o di mercato che tale ci ostiniamo a chiamare dando prestigio ad un sistema, di fatto, di categoria oligarchica. Il sistema storico che chiamiamo “capitalista” è stratificato e complesso e andrà smontato molecola per molecola gestendo le sue crisi, sia quella che sempre più incontrerà nella Grande Transizione, sia quella ontologica che noi stessi vorremmo infliggergli sempre che non se la stia infliggendo da solo. La crisi da Grande Transizione è quella che segna l’evidente contrazione dell’areale atlantico-europeo, in cui s’era deciso da tempo di abbandonare l’economia materiale per involarsi nel piano finanziario a base dollaro fiat, già dal 1971. E’ una lunga linea che tende in basso quella delle percentuali decrescenti di Pil annuo dal 1960 ad oggi, dati World Bank. In tale movimento di contrazione, andrà posta la crisi della funzione ordinativa sociale del lavoro, crisi che anche al netto di volontà ed intenzionalità politica, si sta manifestando strutturalmente per fine ciclo vita storica del modo capitalistico.

Lavoratori di tutto il mondo, adesso basta! È più che una battuta, anche limitandolo a noi occidentali. C’è da ostracizzare l’homo oeconomicus che ha invaso il demos e ritornare ad essere homo politicus che torna all’agorà ed assieme ai suoi simili si mette finalmente a costruire una società umana in cui comandare ed esser comandati per dovere di servizio mentre ognuno cerca la sua posizione sociale con libertà, sincronia, creatività e passione civile. Idee arruolabili per la nostra ultima trincea di Democrazia o barbarie.

Sì, questo asteroide può servire eccome a ripopolare la nostra zona protoplanetaria inghiottita dal collasso gravitazionale che investe il nostro spazio geo-storico, pratico e teorico. Togliere tempo alla produzione delle nostre catene, darlo alla ferramenta politica democratica che ci aiuterà a liberarcene.

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DEMOCRAZIA O BARBARIE.

Buon libro questo della Brown. In particolare, mi piace il suo linguaggio, pulito, chiaro, attinente al discorso e poco indulgente allo svolazzo.

E mi piace o meglio riscontro, la sua struttura del discorso. Purtroppo, una buona parte del testo è dedicata alla analisi ravvicinata, simpatetica ma spesso critica, della famosa lezione di M. Foucault su Biopolitica al College de France 1978-79 (un caso di prescienza), nel quale però il francese -per primo-, individuò il nucleo inquietante di ciò che poi abbiamo imparato a conoscere come neoliberismo. Invero MF, individua un neoliberismo particolare, la versione sociale tedesca, ma lasciamo perdere. Brown gli fa le pulci e spesso coglie nel segno.

In sostanza, Brown individua una lotta ordinativa fondamentale per determinare il governo della società. L’ordinatore economico in versione estremista neoliberista o l’ordinatore politico in versione naturale quindi democratica. Homo oeconomicus vs Homo politicus. Tempo speso a lavorare e consumare, tempo speso ad interessarsi della gestione comune della società di cui siamo soci naturali.

Evita di entrare nei maggiori dettagli della versione democratica c.d. “diretta” o “delegata”, ma ribadisce che l’opposto del neoliberismo non è il socialismo o altra forma economica ma il ritorno del primato politico basato sulla prima persona.

Io non capisco perché nessuno mai ammetterebbe che la gestione di sé stessi sarebbe meglio affidarla ad altri, ma quando si parla si società non ha problemi invece a dirlo o sostenerlo convinto pure. Mi manda ai matti, non riesco proprio a capirne la logica.

A meno di non tornare al candore giovanile di chi, tra 18 e 22 anni, capì che c’è della volontarietà alla servitù e lo capì nel ‘500, Etienne de La Boétie. Si tratta allora non solo di una logica, ma anche di un sentimento umano. Lo stessa che faceva un po’ perdere il suo aplomb prussiano anche a Kant:

[Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 1783] >>Pigrizia e viltà sono le cause per le quali tanta parte degli esseri umani, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida (naturaliter maiorennes), rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per questo riesce tanto facile ad altri erigersi a loro tutori. È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che ha intelletto per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da me. Non ho bisogno di pensare, purché sia in grado di pagare: altri si assumeranno questa fastidiosa occupazione al mio posto. A far sì che la stragrande maggioranza degli esseri umani (e fra questi tutto il gentil sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, si preoccupano già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza su di loro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno ingabbiate, in un secondo tempo descrivono a esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, con qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo rende tuttavia timorosi e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo.<<

La messa a lucido della dicotomia: società ordinata dall’economico o dal politico? della Brown, porterebbe dritto-dritto a riformulare il titolo del famoso opuscolo della Rosa Luxemburg che per altro l’aveva tratto da Engels, nei Junius pamphlet, Chapter 1 – 1916, The crisis in the German social democracy. Non socialismo ma democrazia o barbarie.

L’ideologia può confondere e portare a pensare che l’opposto di una forma economica, sia un’altra forma economica. Con il capitalismo, peggio ancora col neoliberismo, non abbiamo solo una forma economica ma economico-politica-sociale e culturale ordinativa l’intera società con i comportamenti umani dentro.

L’opposto allora non è lo specchiato contrario economico ma nello specchiato contrario rovesciato, l’ordinatore economico vs quello politico. Tra l’altro non si capisce come coloro che invece pensano l’alternativa sia una forma economica pensino di praticarla se non declinandola in una precisa azione politica sulla cui metrica c’è mistero vago (Rivoluzione? Discesa dal Cielo? Elezioni di democrazia liberale con partitone che fa il 70% dei voti ed il giorno dopo dichiara il sorgere il Sol dell’avvenire? Ci libera un cavaliere bianco euroasiatico? Un Attila benevolo? Un Gengis Khan vestito da Winnie te Pooh socialista?).

Del resto, la linea capitalismo-neoliberismo è cultura barbara nel senso storico-antropologico delle antiche tribù degli angli e dei sassoni, gente libera senza città ed immersa nella natura avara e matrigna, senza poleis, non avvezze alla politica ed al conflitto di parola, ma a quello dello sventramento, squartamento, della barbarie, appunto. Trattasi del fatidico “scontro di civiltà” o tra “civiltà ed inciviltà”.

E qual è il simmetrico contrario del farsi ordinare dalla metrica economica se non ordinarsi in prima persona secondo la metrica politica? E qual è l’unica metrica politica che prevede la prima persona se non la democrazia? Ecco, quindi, la deduzione della categoria fondamentale del politico oggi: democrazia o barbarie, autonomia vs eteronomia.

Dovremmo proporlo come obiettivo di casa o cosa comune a tutti i dispersi critici, qualcosa su cui non possiamo che non esser d’accordo. Avremo poi tanti altri disparati fini ultimi, ma senza lo strumento per perseguirli, è inutile anche solo prenderli in considerazione, il mezzo viene prima.

E chi altro se non noi latino-mediterranei può calarsi naturalmente in questa battaglia epocale visto che poleis, politica e filosofia l’abbiamo inventata noi dalla nostra condizione geo-antropologica e culturale? Sembrerà strano a molti, ma o hai Aristotele nelle fondamenta dell’immagine di mondo o non ce l’hai ed hai solo Platone.

Dico Aristotele per dire incarnazione di un pezzo di tradizione e cultura umano sociale. Infatti, se studiate storia dei sistemi di idee (che poi era il nome dei corsi dell’archivista Foucault), scoprirete che Aristotele non arrivò mai in Inghilterra, non venne mai tradotto ed assunto, solo ostracizzato e vilipeso per le sue idee astronomiche (oddio, più che tutte sue degli scolastici parigini coi quali c’era odio da parte inglese). Arrivò e tanto Platone, sembrerà strano visto che uno è portato a pensare che gli inglesi siano dei pragmatici, ma sebbene effettivamente lo siano, altrettanto sono pitagorico-platonici con derive mistiche vedi Newton

Magari si può fare una pensata in comune di iniziativa politica e culturale di ispirazione attiva gramsciana, di questo posizionamento concettuale: DEMOCRAZIA o BARBARIE? Mi sembra una utile ultima trincea su cui appostarsi per la “guerra di posizione”. Mancano miei due lunghi articoli già scritti e da pubblicare nei prossimi giorni per chiarire meglio termini e contesti di analisi. Vedremo se si riesce a far del movimento mentale, lasciando il girello ed alzandosi sulle proprie gambe.

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Stralci da Brown (corretti con un po’ di Fagan):“…il neoliberismo, una forza peculiare di ragione che configura tutti gli aspetti dell’esistenza in termini economici, sta disfacendo elementi basilari della democrazia tra essi troviamo lessici, principi di giustizia, culture politiche, abitudini di cittadinanza, pratiche di governo e soprattutto immaginari democratici. La democrazia è rimpiazzata dalla plutocrazia il governo dei e per i ricchi che sta convertendo il carattere, il significato e il funzionamento degli elementi costitutivi della democrazia chiaramente politici in aspetti economici.” Non abbiamo più neanche “le parole per dirlo”.

“La democrazia che si dice sociale o liberale o repubblicana o rappresentativa o autoritaria o libertaria o anarchica o diretta o partecipativa o deliberativa o plebiscitaria o socialista andrebbe detta solo democrazia poiché è sistema a disposizione di ogni esito politico o interpretativo prevarrà o deciderà di darsi, ma che non può esser premesso pena il suo pervertimento funzionale.

“Oggi qualsiasi stato non allineato qualsiasi regime persegua un’altra strada si ritrova a fronteggiare crisi fiscali, downgrade credito, della valuta reti dei titoli, delegittimazione, bancarotta dissoluzione e fallimento nei casi più estremi.”

“Le università europee e nordamericane sono state trasformate in centri di formazione del libero mercato che produca valore di diseguaglianza intensificata, mercificazione e commercio, con influsso crescente delle Corporation sul loro stesso autogoverno accademico, in un vero processo di economizzazione. I cittadini sono diventati produttori, venditori, imprenditori, consumatori, e investitori. L’uomo economicus ha sterminato l’uomo politucus. Scompare il lavoratore e la sua forma collettiva cioè la sua classe, scompare ogni bene comune, il neoliberismo genera una condizione di politica privata e non più pubblica.”

Mancano istituzioni democratiche che sosterrebbero una cittadinanza democratica e di tutto ciò che nel migliore dei casi questa cittadinanza rappresenta una passione informata un dibattito rispettoso, una sovranità ambiziosa, un deciso contenimento dei poteri.”

“La “governance” rielabora la politica come sfera di gestione o amministrazione e l’ambito pubblico come un campo di strategie tecniche e procedure attraverso cui gruppi diversi tentano di rendere realizzabili i loro programmi. Le “best practice” sono i modelli cui tocca adeguarsi, il” benchmarking” fa da classifica di conformità. Tutto deve essere misurabile per ricevere investimento finanziario in cerca di riproduzione.” Misurano tutto, affogano nei dati, sognano il controllo comportamentale panottico in una versione rosa del totalitarismo, sì ma “liberale”.

“Anche il giuridico dà attivamente forma all’economico e naturalmente anche il militare. Tutto questo converge e rinforza la funzione ordinativa economica della società civile. Tutto deve diventare economico fondato sull’unità metodologica ovvero il “capitale umano”. (Rispetto la tradizione storica, questa volta il religioso s’è messo di traverso, citofonare al gesuita).

“Il capitale umano a cui è impossibile comprendere i problemi che devono affrontare i cittadini che così non possono anche solo scegliere con attenzione i loro rappresentanti o votare nei referendum o ancor meno partecipare a pratiche più dirette di governo condiviso. Il capitale umano è costretto a investire su sé stesso per contribuire la sua crescita o quantomeno evitare il suo deprezzamento e per farlo bisogna titolare gli input come l’istruzione, predire, adattarsi ai cambiamenti di mercato per le professioni, adattare l’alloggio la salute e la pensione e organizzare la vita sentimentale l’accoppiamento e le pratiche creative, il tempo libero, in modo da aumentare il valore. Il capitale umano decisamente non si preoccupa di acquisire la conoscenza e l’esperienza necessaria per una cittadinanza democratica intelligente.

Da qui io disfacimento del demos, lo sfarinamento dell’in comune, l’esplosione dell’ in mezzo in una ruota centripeta che schizza ognuno a periferie solitarie, l’aumento di diseguaglianze economiche, sociali e culturali. Già culturali. Ecco la precisa sintesi della filosofa di Berkeley:

>>La democrazia non esige un’assoluta uguaglianza ma non può sopravvivere al suo opposto, lo stesso vale per una cittadinanza istruita. La democrazia può non richiedere una partecipazione politica universale ma non è in grado di sopravvivere all’assoluta ignoranza del popolo riguardo le forze che determinano la sua vita e disegnano il suo futuro.<<

Fate partitini ridicoli, prostratevi davanti ai poveri perdenti e battetevi il petto, insorgete contro la presunzione borghese a cui pure appartenete (in genere), brandite il vessillo del “liberatore di popolo”, ma -mi raccomando- evitate di condividere con loro la cultura, dargli capitale culturale di modo decidano loro come emanciparsi.

Lo Stagirita non era democratico, tuttavia l’idea del giusto mezzo, della società dalle estremità contenute e convergenti una linea di equilibrio dinamico centrale, ne era la geometria trascendentale. O ce l’hai in immagine di mondo o hai piramidi, come i platonici anglosassoni che disegnano i dollari.

Democrazia o barbarie, la mia Maginot. Magari viene qualcun altro…?

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NEOLIBERISMI PRECOCI.

B. Stiegler, filosofa politica francese, conduce in questa ricerca una genealogia del neoliberismo americano, sincronico all’ordoliberismo tedesco e quello poi più idealista di Hayek, versione americana meno conosciuto ma forse anche più influente. L’eroe negativo della storia è il mitico Walter Lippmann. Solo un “giornalista” come alcuni lo ritennero, in realtà politologo pieno e poi politico dietro le quinte, stratega di pratiche e pensiero, inventore di una versione americana della propaganda più sofisticata, delle pubbliche relazioni, dello sterminio sistematico dell’intelligenza collettiva.

Lippmann, come altri liberali oligarchici, rimase sconvolto dal registrare i ripetuti fallimenti del mercato che culminarono nel 1929. Non un ideologo o un economista ma uno dei più grandi storici dell’economia, Paul Bairoch, ha più volte significato quanto brevi e disastrose furono le fasi storiche ed economiche in cui s’impose la dittatura del libero mercato ritenuto ente autoregolato che spande benefici secondo logica.  Lippmann allora reagì come i più prudenti tedeschi di quell’ordoliberismo che inaspettatamente scovò M. Foucault nelle lezioni in cui pure s’era ripromesso la fondazione teorica del suo concetto di biopolitica. Strano a notarsi ma era il 1978-9, pochi si sono meravigliati di questa prematura lucidità del filosofo ricercatore francese.

No, non era vero come pensavano i più ingenui liberali classici che il mercato è equilibrato, creativo e potente, va incontro ripetuti fallimenti. Ecco a cosa serve uno Stato, a contenerlo e dargli continuamente protezione e condizioni di possibilità. In più “preparare” la società a stargli attorno. Nel novero dei “neo-liberalismi” alcuni dei quali ancora attardati in idealismo, quello di Lippmann e quello tedesco sono interventisti, non in economia, ma nel giuridico, geopolitico, sociale e culturale.

Stiegler ricostruisce questa storia americana, seguendo la dialettica tra Lippmann e Dewey, liberale oligarchico l’uno, liberale democratico l’altro, entrambi pragmatisti ed evoluzionisti. Pessimista sulla natura umana l’uno, ottimista l’altro. Divisi sul concetto stesso di adattamento. Adeguamento alla unica realtà possibile ed intrascendibile il primo, manipolazione della realtà per favorirsi l’adattamento il secondo. Le stessa partizioni tra realisti.

Stiegler contesta quel refrain di Lippmann per il quale l’uomo non sarebbe naturalmente adeguato ai tempi che gli sono toccati in sorte di vivere, già un secolo fa. Alla fine, Lippmann delirerà con serietà e razionalità di eugenetica come oggi molti fanno con le idee di impianto chip ed elettronica nel bio e solo perché è più o meno vietata l’aperta manipolazione genetica.

Non mi sento di seguire la Stiegler sul punto, dopo quello che è successo gli ultimi settanta anni. Tre volte la popolazione del pianeta è cresciuta, mai registrato come fenomeno storico umano in quei tempi e quella entità, così gli Stati, così le interrelazioni, così la pressione planetaria, sul contenitore ed i contenuti. In effetti il mondo è e sta cambiando profondamente e velocemente, abbiamo sì evidenti problemi adattativi. Solo che di adattamento, come detto, si danno due significati e diverso atteggiamento, passivi ed attivi.

Per Lippmann, antichissima tradizione che risale quantomeno al pamphlet dell’Anonimo oligarca ateniese, la massa non sa nulla tantomeno governarsi, ha bisogno di governo di chi sa, per il suo stesso bene. Anche perché lui come tutti coloro che portano avanti questa stantia tesi, tiene fissa la struttura econocratica che è poi quella che deve dare i crismi di idoneità adattiva. Ci si deve adattare passivamente alle logiche ordinative dell’economico, dove negli anni ’30, Lippmann vede già il capitale globalizzato, non le produzioni, il capitale liquido. Già li parla di individuo flessibile con straordinario anticipo. Lippmann pensa che lo Stato debba garantire sanità e stabilità ambientale nel suo neo-interventismo e qualche liberale duro e puro lo giudica pure di “sinistra”. Ma è una falsa prospettiva, è solo che effettivamente se si vogliono sfruttare appieno e ciecamente gli individui, tocca mantenerli almeno sani ed in contesto stabile.

La grande riforma umana è tramite il diritto quindi opera di Stato. Ma la sua condizione di possibilità primaria è mettere fuori gioco l’intelligenza individuale e generale. Le persone debbono diventare molluschi elastici ed irriflessivi, de-soggettivizzarsi. Le nazioni debbono diventare interdipendenti nel più ampio novero della divisione del lavoro da mercato-mondo, Ghandi e la sua ruota del cotone emancipante se ne farà una ragione. Le teorie e pratiche propagandiste che resero famoso Lippmann, sono state alla base del concetto di “fabbrica del consenso” di Chomsky, poi di Cristopher Lasch anche per l’altro concetto del “governo degli esperti”. Quella espertocrazia, che è variante del pensiero politico platonico e che da secoli viene ripetuta da ogni élite per giustificare il proprio ruolo sociale e politico. In mano o in mente a Lippmann, la democrazia diventa un sussurro di assenso lungamente e profondamente preparato per l’ennesima servitù volontaria.

Passività, inerzia ed eterogeneità delle masse; volontà, mobilità, capacità di mantenere una direzione coerente da parte della necessaria guida del potere gerarchicizzato, gli eletti (in entrambi i sensi). La gente è mediamente in uno stato in cui il mondo è una cosa, l’immagine che ne hanno un’altra. Solo chi sa, fa coincidere entrambi e mette a fuoco la realtà, facendoci poi sopra piani e strategie per manipolarla. In fondo siamo nella dominante versione del repubblicanesimo hamiltoniano, lo standard americano. L’uomo di stato sarà un generalista esperto solo nella scelta degli esperti.

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Lavoro serio quello della Stiegler per via di una frequentazione ravvicinata ed attenta di fatti e testi di questa storia del giornalista che cucito nel tessuto dei poteri di Washington e financo dei suoi presidenti, ha fatto da filosofo dei re in pieno stile platonico.

E cosa si è perso l’americano nel vedere oggi come tutto il fenomeno NBIC, sia la più gigantesca strategia di tipo biopolitico e psicopolitico al contempo. Nanotecnologie, biotecnologie, infotecnologie, scienze cognitive, mobilitate a creare molluschi behavioristi che accarezzano voluttuosamente lo schermo del proprio smartphone, ricavando piacere tattile dalla pellicola di ossido di indio drogato di stagno. Poi lo accendono e si perdono dentro l’acquario di un mondo irreale mentre fanno i loro propedeutici esercizi di genuflessa servitù volontaria come gli studenti coranici.  Strategia non certo del capitalismo o dei capitalisti, lanciato nel 2002 da National Science Foundation e Dipartimento del Commercio USA ovvero il 25% dei budget investiti in ricerca di base nel sistema dei college americani amministrato da un tizio nominato dal Presidente e confermato dal Senato -più- la Camera di tre milioni di imprese nel paese, 2.000 camere locali o di Stato e 830 associazioni commerciali. La dimensione della camera è composta di esperti politici, lobbisti ed è nota per spendere più soldi di qualsiasi lobby del paese su base annua. Stato quindi non mercato o Stato per mercato, strategie, coordinamenti intenzionali altro che laissez faire. Ne uscì una vivace collezione di idee, 400 pagine per 50 contributi scientifici.

Quando il vostro critico-critico di fiducia inizia con le forme economiche, ditegli che deve darsi una svegliata e rivolgersi a quelle politiche, giuridiche, fiscali, militari. Se ha qualche consiglio utile su come prender o riprendersi lo Stato, bene, altrimenti si perda nei suoi almanacchi geometrico-aritmetici da accademia platonica. Qui il mondo non riusciamo a cambiarlo, perché forse non l’abbiamo compreso bene.

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CHE CLASSE!

Siamo intorno l’anno mille, campagna e colline, Italia centrale. Una chiesetta troneggia una panciuta piccola altura, scampana, uomini, donne bambini vi si stanno dirigendo.

Si fermano, conversano, scherzano, fanno riti sociali di amicizia. Alcuni hanno messo dei tavoli fuori. C’è chi vi porta delle uova, frutta, ortaggi, ci sono anche dei polli che schiamazzano, si vende, si compra o forse per lo più si scambia. Poi si va tutti a pregare e fare riti, si esce e con l’animo più lieve si torna a far giochi sociali.

Nel tempo, quelli dei tavoli fanno delle piccole dimore fisse, uno ha aperto una specie di cucina pubblica in cui ospita l’ospite, da cui dal latino -hospite-, il sacro viandante, potrebbe esser una benedizione o uno caro agli dèi. L’oste ha fatto quindi la sua osteria, si mangia, si beve, si gioca, si scherza, si traffica.

Sempre il nastro del tempo scorre ed ecco che a mezza vista ci apparirà la nostra chiesetta che i villani hanno oggi portato ad essere un po’ di legno ma anche un po’ di pietra e paglia, con una dozzina di casette attorno, una piazzetta. Per un po’ è stato un paese, ma di recente s’è ingrandito, è diventato un borgo, parola indoeuropea che significherebbe protezione. Infatti, sempre nel tempo, compaiono dei recinti murari tutt’attorno ed al suo interno, unioni che fanno la forza. Chi vi abita in pianta stabile oltre al prete, sarà l’abitante del borgo, il borghese.

I borghesi son gente strana. Hanno amici e parenti in campagna da cui ricevono merci da vendere, sviluppano arti per produrre cose col legno e le pelli, litigano e discutono, si innamorano e si sposano o s’accoppiano furtivi anche fuori della coppia canonica, poi però hanno senso di colpa, menomale che confessano e poi pregano. Alcuni inventano mestieri che servono la comunità, altri studiano, altri affilano armi dopo averle forgiate nel fuoco.

I borghi più importanti perché sono grossi e stanno in mezzo ad invisibili vie di traffico umano, una o due volte l’anno, fanno fiere dove da tutta una vasta zona converge a vendere, comprare, scambiare, fare amicizia, stringere patti, litigare e dopo un po’ di bevanda fermentata, menarsi. Qualcuno scrive su pezzi di carta “ti debbo…” o “mi devi…” e quei pezzi di carta diventano crediti e debiti.

Il prete, la domenica, dopo la benedizione, ammonisce a non esagerare con quei foglietti o a volte pezzi di metallo che prendono nomi curiosi: soldi, denaro, ma anche svanziche, palanche, baiocchi, ghelli, quattrini. Sono tentatori e traviatori, roba del diavolo, addirittura lo sterco, pervertono le relazioni umane mettendo sopra l’amore, l’amicizia, l’empatia e la solidarietà, l’interesse. Ma i borghesi in effetti hanno ora tutte quelle dimensioni sociali ed alcuni di quei denari ne hanno di più ed altri di meno. Ne sono attratti irresistibilmente come come il Gollum di Tolkien, tecnicamente si potrebbero definire tossicodipendenti da scariche neuronali endogene, la farmacia che ognuno di noi ha in testa.

Questa media estensione di possessori, scambiatori, trafficanti di denaro via merci varie, sta tra il vasto contado che ha solo cose e non mezzi che li rappresentano ed una famiglia di gente con un rapporto speciale con dio (almeno, così dice il prete), con altra gente armata che gli sta attorno, asserragliata in una vasta casa di pietre che chiamano castello, da castrum ovvero fortificazione.

Questi grandi signori e signore ingioiellate, possiedono la terra tutt’intorno e ne difendono il diritto di proprietà con le armi. Tanto e tanto tempo prima non esistevano, sono arrivati dall’est, barbari, violenti, animali voraci, travolgendo quelli che facevano capo a Roma. Hanno distrutto, rapinato, violentato, squartato un po’ qui ed un po’ là, poi si sono fermati, hanno visto che in fondo i posti erano buoni per viverci, si sono impiantati, si sono convertiti alle credenze del luogo, il prete ha detto che sì era loro diritto, dio l’aveva confermato in gran segreto, erano nobili, i migliori, gli aristoi. Il prete tenta di controllarli, loro si fanno quasi controllare visto che lì sono stranieri e serve loro un perno locale di intermediazione che ha fiducia dal basso.

Così, i nostri borghesi, si scavano una nicchia bio-geografica tra i contadini, pescator, allevatori, falegnami e minatori ed i Signori armati di gran sussiego anche se col fondo animale. Ci vorranno secoli per civilizzarli visto le origini ed il carattere e dato che non l’hanno temperato nel vivere assieme nella civis, non hanno civiltà.

Nel tempo però, aumentando anche loro di numero formano una loro comunità che stabilisce delle buone maniere o quantomeno una parvenza. Internamente s’intende, fuori continuano a menar le mani e per varie ragioni, tra cui spesso il solo piacere di farlo.

I nostri borghesi imparano anche a leggere e scrivere oltre che un sacco di cose pratiche mentre le teoriche sono proprie di altra gente amica del prete, altri preti di vario lignaggio. Preti, nobili, borghesi prendono diverse forme e di diverso livello lungo quella che appare la gerarchia sociale, una scala in cui c’è il sopra ed il sotto e gente che sale e scende.

Quelli che sono rimasti attaccati alla terra no, sono tutti più o meno simili, dello stesso livello, ma in fondo stando spesso da soli o isolati, non hanno certo bisogno di distinguersi l’un dall’altro, lottano con la natura e solo saltuariamente con altra gente e per motivi decisi dal signore e dal prete. Questo lottare non coi fantasmi ma con la concretezza naturale, li fa conservatori nell’immagine di mondo, sono immersi nella variabilità naturale, normale sognino solide continuità.

Dicevamo dello scrivere, poi fa di conto, accumulare storie e denari dei nostri borghesi. Ma adesso accumulano anche libri e li studiano creandosi delle scuole dove si insegnano l’un l’altro discipline del sapere in due forme: il trivium (scrivere, parlare, logica ed ordini del discorso) ed il quadrivium (numeri, linee-cerchi-triangoli-linee-distanze, tutto ciò proiettato sul mistero del cielo notturno e poi una strana melodia fatta da appositi strumenti che però imitano il canto umano: la musica. Strana magia la musica, sgorga dall’anima ma arriva alla mente calcolante ed ordinante.

I borghesi inventano una ricchezza comune impalpabile: saper cose, saperle usare per fare altre cose. Oddio, loro ci provano a coltivare questi campi invisibili, ma i preti li sorvegliano preoccupati ed i Signori spesso invadono quei delicati campi invisibili portando disordine. Ma arriverà presto il loro turno, dei nobili e dei preti, i borghesi son gente pratica e poco impressionabile.

I borghi diventeranno città e città di città, tutto vi cresce esponenzialmente, le città formano reti di lingue ed interessi comuni ed a propositi di Comuni, si pongono i problemi dei regolamenti di convivenza, le leggi e poi chi le stabilisce ed amministra, le usa per sanzionare del giusto e del non giusto, dell’ordine di quella che i greci chiamavano polis e nasce o rinasce così la politica.

In grande inquadatura, queste zone europee di comune linguaggio e consuetudine all’interrelazione umana, fanno i fatidici “totali più della somma delle loro parti”, le nazioni. Una di queste, una striscia di terra al confine ovest di Europa, con solo mare attorno e terra con un unico popolo cugino ma diverso, amico sì ma mica ti puoi fidare più di tanto, mette in mare navi più grosse, arriva sulla costa dirimpetta pur non sapendo che sta su un’altra zolla continentale, poi scenderanno intrepidi ma la contempo cauti, prendendo oro, avorio ed altre cose esotiche, che portano a casa per poi scambiarlo per eccedenze vs mancanze con altri popoli.

Siamo ai primi del Quattrocento e con i portoghesi, inizia la vis esploratrice, poi coloniale, poi imperiale degli europei occidentali. Si sa come vanno queste cose no? Inizia lui ed allora io? Così seguono gli olandesi che sono come i portoghesi del nord, circondati, non molti, ma marinai intrepidi forgiati alla severa scuola del Mare del Nord. Poi gli spagnoli, i francesi, gli italiani, essendo su un molo lanciato su un mare interno, fanno più o meno quello e molto altro, da sempre.

Ancora mancano dei barbari che stanno su un’isola del Nord, non hanno neanche una loro flotta, usano quella di altri barbari ora marinari che ricevono dalla loro regina (una donna? strano) di nuovo pezzetti di carta con su scritto: loro agiscono come fossimo noi i monarchi delle terre degli Angli, danesi in pratica, ma anche con i Sassoni, germanici migratori, inquieti.

Secoli e secoli dopo, nasce in Germania un sassone borghese. I sassoni erano barbari liberi su vaste terre, armati si spade dette saax (cramasax, kramasak hadseax, sax, seaxe, scramaseax, seax e sachsum, da cui presero il nome e con loro l’Essex, il Sussex, il Wessex in cui sciamarono nel 500 d.C.

Il giovane sassone aveva padre ebreo che diceva si essersi convertito e non abbiamo ragioni per dubitarne. Ricorderete però un post sulla cultura ebraica su Maimonide, il quale diceva che un vero ebreo, studia ancor più che pregare; quindi, ebreo credente o meno poco ci interessa, di cultura umana era ebreo.

Ebrei che in Europa, visto che quelli non ebrei trafficavano alacremente coi soldi ma poi si pulivano le mani perché era “sterco del demonio”, dissero: “ok ragazzi, ci pensiamo noi a farlo per voi, noi questa storia del demonio non l’abbiamo, per fortuna”. Divennero così banchieri, prestatori, strozzini, facevano di conto, accumulavano, regolavano scambi.

Werner Sombart che era un sociologo che impose il concetto di “capitalismo” che Marx non usò quasi mai e mai come concetto proprio, pensava diversamente da Weber che lo buttava sullo spirito puritano-calvinista, che il gruppo vertice del sistema denaro o capitale fossero proprio gli ebrei. Sebbene tedesco, lo diceva con immensa ammirazione non certo con finto sdegno come poi i gentili (poco gentili, spesso) faranno a più riprese con questa strana gente che persiste come popolo a due millenni e mezzo solo perché non s’è fissata su una terra come tutti gli altri.

Insomma, il nostro sassone borghese ma anche un po’ ebreo (poco, lo si è per via di mamma, in genere, in genetica ma tocca vedere se conta più natura o cultura nel caso in questione), studia come si deve, ma poi esubera, tracima tra giurisprudenza, filosofia, neo-sociologia, giornalismo (occorrerebbe più attenzione quando si preleva citazioni dei suoi scritti, scambiando svolazzi da giornalista per auguste pensate da studioso), passione politica attiva, agitatore, mangiatore e bevitore, fascinazione per l’economia, sensibilità antropologica.

Fortunato a trovare un amico molto ricco per via delle filande inglesi del padre da cui aveva rendite con le quali manteneva sé, l’amico e la famiglia dell’amico la cui moglie era una nobile (da cui ebbe sette figli e che però tradì per saggiare la condizione proletaria della serva da cui ebbe un figlio poi dichiarato di Engels), il nostro sassone borghese farà grandi casini in Germania, poi soprattutto in Francia fino a rifugiarsi per dodici anni al British museum a studiare i misteri del capitale, scrivendo un librone anzi tre sebbene due di essi non li completò. Inseguito dall’amico che lo pregava di finire la revisione, trovava una scusa al giorno, preso dalle idee di un certo Darwin, poi dai resoconti di avvocati americani difensori dei nativi americani che qualcuno cominciò a chiamare “antropologi”.

Il nostro campione borghese, con l’amico borghese e gruppi di altri arrabbiati amici borghesi, hanno la curiosa idea per cui teorici borghesi appaltavano la liberazione umana ad un’altra classe oltretutto culturalmente subalterna che avrebbe liberato loro e tutti gli altri facendo tana libera tutti, dalla condanna di essere una classe predatoria foriera di diseguaglianza sociale ed ingiustizia che li faceva letteralmente indignare.

Avrebbero ben potuto fare un gruppo di autocoscienza come faranno poi certe femmine, ma essendo maschi preferirono rivolgersi all’esterno, criticare, assaltare, lottare contro qualcuno (tra cui il fantasma di un professore di Stoccarda mezzo mistico protestante ea un po’ neoplatonico) dal quale il nostro non si emancipo intellettualmente mai.

Così, al borghese di Treviri e quello di Barmen, ai tanti parigini e francesi, tedeschi ed inglesi, tutti per lo più borghesi, si unirono a seguire un russo figlio di un educatore e docente di matematica e fisica russo di religione ortodossa tale Lenin, seguito da un altro detto Trockij, ebreo benestante e poi un tipaccio detto Stalin.

Tipaccio ma si capisce il perché, non era borghese, mamma e padre contadina e calzolaio, gran bevitori che poi lo picchiavano un giorno sì e l’altro pure. Finì poi in collegio diventando secondo Fromm un “sadico non sessuale”, venato di paranoia. In Cina, invece, nacque un altro della banda, di ambiente contadino sì, ma agiato, Mao. Seguirono un figlio di proprietario terriero tale Fidel ed un figlio della c.d. “oligarchia del bestiame argentino”, un icona oggi pop, né di destra né di sinistra come piace oggi dire ai borghesi, il “Che” per gli amici.

Insomma, gente di questa classe, ha a lungo ritenuto di usare un’altra classe per risolvere la società di classe. Oggi però sappiamo che siano giovani che diventano adulti, donne che rivendicano posizioni esistenziali, culturali e sociali migliori, popolo colonizzati, i processi di emancipazione umana vanno condotti in prima persona, nessuno ti può emancipare al posto tuo.

Arrivato qua, m’è venuto in mente che forse ci vorrebbe una stagione impetuosa di autocoscienza dei borghesi annessa guerra civile tra borghesi tendenzialmente egalitari e quelli gerarchici. Non c’è odio più inestinguibile che quello da faida famigliare, tanto cara ai Sassoni, tra l’altro. Suggerirei qualcosa come: “Borghesi di tutto il mondo dividetevi e chiaritevi da che parte state!”

Però diciamocelo senza infingimenti piccolo-borghesi: che classe!

[Con un sentito ringraziamento ad altri della mia stessa classe: il Maestro Braudel, Cipolla, Ruffolo, Maier, Bloch, Febvre, Pirenne, Le Goff, Furet, Garin, Dubin, tutti franco-italiani con omogenea immagine di mondo dentro e non solo mondi immaginari, con la disciplina del reale e qualche sforzo a controllare la falsa coscienza. Un pensiero anche a Destutt de Tracy che così fa 1-0 con la coppia Napoleone-Marx. L’ideologia ha una sua autonomia, conta, non è sempre e del tutto legata alla condizione sociale, appartiene ad un suo ambiente, quello delle immagini di mondo]

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DECIDERE IN CONTESTI COMPLESSI.

Molti neuroscienziati notano come il nostro cervello-mente si sia lungamente evoluto, quindi formato, alle prese con problemi vicini (fame, sete, sicurezza), immediati (giorno per giorno, ogni giorno) relativamente semplici (amico/nemico, sesso, utile/inutile), in gruppi piccoli tendenzialmente egalitari, relativamente isolati tra loro, in cui ognuno conosceva ogni altro.

Oggi ci troviamo associati in gruppi enormi, di una certa densità territoriale che si estende ormai alla dimensione planetaria, in cui i più ci sono sconosciuti, dentro formali e informali gerarchie multilivello, con un gran numero di problemi complessi e con decisioni che avranno effetti e conseguenze decennali, che spesso vanno anticipati perché “dopo è tardi”. Si tratta di problemi spesso percettivamente invisibili eppure decisivi come la questione ecologica, climatica, geopolitica, economo -finanziaria, le nuove tecnologie. I gruppi umani molto antichi erano per lo più natura, i gruppi contemporanei sono per lo più cultura.

C’è chi da tutto ciò, trae motivo per promuovere lo sviluppo di protesi cibernetiche ed info-tecniche, dagli impianti di chip agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, che dovrebbero potenziare e correggere il nostro strumento decisionale. C’è quindi una tendenza a ridurre il problema, problema dell’adattamento all’era complessa, alla tecnica, una riduzione della decisione al calcolo.

La natura intrinseca dell’organo pensante è di per sé adattativa, è il motivo stesso per il quale semplici reti di neuroni percettivi (calore, luce, senso interno) e del moto sono diventati cervelli e sistemi nervosi, tant’è che la loro principale caratteristica è la plasticità nel collegare il senso interno col mondo esterno. Prima di passare all’aiuto di supporti di calcolo, ci sarebbe da domandarsi cosa facciamo per allenare questi cervelli e menti ai contesti complessi. Che tipo di sistemi logico-categoriali-di giudizio promuoviamo, a che tipo di funzione nel mondo prepariamo le nostre menti, che tipo di pedagogia usiamo, che forme della conoscenza e trasmissione ed insegnamento della stessa adottiamo, quanto e quale tempo dedichiamo alla formazione ed autoformazione, la loro stessa qualità sia sul piano individuale che sociale.

Conoscendo appena un po’ della complessità intrinseca di alcuni temi contemporanei, si pensi all’intero capitolo eco-climatico o la transizione demografica e culturale che sta sovvertendo i vecchi equilibri di convivenza geopolitica planetaria o la decisione di quanta e quale tecnologia importare nelle nostre strutture di vita, verrebbe da domandarsi cosa mai ne possono sapere individui che dedicano ben più della metà del proprio tempo di veglia a lavorare, dove si formano una opinione e prima ancora una conoscenza, con quali strumenti, con quali condizionamenti, con quali opportunità di scambiarsi conoscenze orizzontalmente tra simili, con quali minime competenze. Tenuto anche conto del fatto che per loro natura le nuove matasse problematiche sono intrecciate al loro interno mentre tutta la nostra conoscenza e la sua trasmissione è tagliata in discipline verticali che non comunicano tra loro e tra i loro portatori.

Paradossalmente, gli antenati del tempo profondo avevano certo un range di problemi più limitato e relativamente più semplice, tuttavia avevano molto più tempo a disposizione per elaborare, individualmente ma anche collettivamente. Il primo problema del temuto disadattamento tra noi e l’era complessa è di natura culturale più che di capacità di calcolo.

L’organo pensante coi suoi 85 miliardi di neuroni (rimanendo nello stretto cerebrale anche se sappiamo che la sua natura è incorporata) e tra 10 13 – 10 15 di sinapsi, coi suoi molteplici attivatori e repressori, oscillatori, reti di retroazione ha di per sé la forma prototipica di ciò che chiamiamo “complessità”, una enorme varietà, interrelazioni, auto-organizzazione, finalità adattativa. A priori, non sembra proprio esserci alcun problema di adeguatezza tra cervelli-menti umani e complessità del mondo, almeno sul piano delle condizioni di possibilità, non sembra esserci alcun problema di protesi necessaria. Il problema, semmai, è nel come coltiviamo le forme interne dell’organo a livello individuale e poi collettivo stante che buona parte del problema adattativo all’era complessa riguarda le società prima che i singoli individui. L’adattamento tra umanità ad ambiente e tra le singole civiltà e nazioni per una pacifica e cooperativa convivenza planetaria, non chiama un singolo “genio” che chissà quale soluzione troverà, chiama la facoltà di auto-modificarsi delle menti e società stesse per regolare i propri comportamenti in funzione dei nuovi limiti, ridistribuendo all’interno problemi e nuove opportunità, con conoscenza qualificata e consenso distribuito, sviluppando visioni strategiche.

L’adattamento prevede sempre un doppio movimento a modificare l’esterno ma parimenti il nostro interno. Sembra invece noi si introduca una rigidità sull’interno e si scarichi tutto sull’esterno. Se i conti non tornano, invochiamo un supercomputer che aumenti la nostra potenza di calcolo.

I proliferanti studi sulla Teoria della decisione, hanno sviluppato recenti ambiti di ricerca sul ragionamento euristico, la Teoria dei giochi, la razionalità limitata (la stessa definizione di “razionalità”), i bias interferenti (Kahneman-Tversky), le preferenze ed il ruolo delle emozioni, l’utilità attesa, i limiti dell’induzione, la Teoria delle decisioni comportamentali, le misurazioni del rischio, differenze tra decisioni tattiche e strategiche con informazioni più o meno complete, le condizioni di incertezza, la statistica bayesiana, le differenze tra decisioni individuali e collettive ed è un campo di studio eminentemente multi-interdisciplinare coinvolgendo statistici, economisti, sociologi, psicologi, ingegneri, biologi, matematici, informatici, logistici, scienziati cognitivi, storici culturali, scienziati politici e filosofi. Trovandoci in mezzo ad un periodo di transizione tra era moderna e complessa, molti di questi studi restano nel campo del moderno pur acquisendo elementi superficiali del campo complesso. La loro “logica” è ancora prettamente moderna e replicante le attuali forme della società e della conoscenza. A cominciare da quell’idea tipicamente riduzionista di affiancare al wetware cerebrale dell’hardware al silicio e poi chissà che software, sviluppato come e da chi, a quali fini, stabiliti come.

L’intero pluriennale sforzo a cui ci dedichiamo nel promuovere questo annuale Festival della Complessità, è teso a richiamare l’attenzione sulla necessità di sviluppare pienamente una cultura della complessità adattativa alla nuova era complessa. L’era complessa pone problemi e sfide nuove e difficili, ma non è con una chip o un algoritmo che produrremo nuovo adattamento, né sembra possibile mantenere intatte le forme del pensiero e dell’azione sociale moderna con una spolverata di perplessità sul pieno dominio razionale, un pizzico di incertezza, un non fidarsi troppo dell’induzione, un po’ di matematica in più o in meno. Non ci sono le tre regolette auree di come decidere in contesti complessi, c’è da assumere il problema a livello culturale ed è all’esplorazione di questa nuova cultura con finalità pratiche e teoriche che dedichiamo questa XIV edizione del nostro Festival.

>> https://www.festivalcomplessita.it/la-complessita-in-pratica-vivere-decidere-agire-decidere-in-contesti-complessi/

>> https://www.festivalcomplessita.it/

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TRAFFICANDO IN LABORATORIO.

Lo schema mondologico di cui all’ultima sezione del mio blog che trovate in Menù, presentato ieri anche se non qui in homepage, l’ho applicato in pratica, nei tre articoli di analisi poi diventati uno di cui all’allegato.

Solo la geografia poteva mostrare la centralità dell’area araba del Golfo (confermata da geostoria poiché per secoli quello hanno fatto, il “ponte” tra est ed ovest), così per le dotazioni geoeconomiche (fossili) inclusa la prospezione mediterranea. E quanto a geostoria da quelle parti ci sono lunghe durate. Tra ceppo ebraico ed arabo poi risaliamo a Medina ed i viaggi di Muhammad a Damasco. Roba storica.

Altresì la ricca e contradditoria composizione demografica israeliana riflessa anche in fazioni di politica interna. Stante la storica guerra tra indici di riproduzione delle donne palestinesi usate come “martirifici” dai capi delle varie resistenze e quelli europei degli israeliani propriamente detti. Da cui l’importazione di ucraini, bulgari e russi forse neanche ebrei.

Io stesso ho poi taciuto l’evidenza che Israele è l’unica potenza nucleare dell’area, con tutto ciò che di delicato comporta il tema per Iran ed AS. Andava invece fatto. Fare pace? Con uno con settanta o più testate atomiche? Ridicolo.

Da cui anche lo schierarsi dei “giovani arabi” col fronte globalizzatore (BRICS-Cina). La svolta tecnologica di questi, MBS voleva addirittura offrire i diritti di cittadinanza ai primi robot antropomorfi che una volta progettati debbono andare on the road davvero per vedere come va. Attrazione per decine di start up e centri ricerche in ambiente giuridico protetto, mica scemo. Altrimenti è pronto Zelensky.

Infine, lo slancio verso energie alternative, visto riserve fossili non così ricche e venti di opinione contrari con occhio strategico a trenta anni. Futuro in cui tocca auto-organizzarsi da quelle parti perché zio Sam invecchia e rischia di doversi chiudere nei giardinetti di casa mentre bofonchia in mandarino texano.

Così si spiega anche la continuità tra Accordi di Abramo (Trump) e Via del Cotone (Biden) ovvero anche il fatto che le strategie di politica int’le e geopolitiche, non variano al variare degli interpreti americani del teatro dei pupi.

Insomma, a seconda degli occhiali, ecco questa o quella immagine di mondo. Ecco la ragion cinica di Fagan o le messe laiche sul dolore in-umano palestinese.

E come previsto, ora che tacciono le questioni belliche più tragiche, il defluvio dalla messa laica disinteressata al come finirà, visto che era disinteressata anche del perché era iniziata.

E’ per nel come lo interpreti che poi il mondo puoi pensare o meno di cambiarlo. Alla fine, dovremmo tutti domandarci se siamo qui a chiacchierare o abbiamo intenzione di fare fatti.

[L’articolo nasce post su i social con sciame di discussioni sul conflitto tra ragione analitica cinica e reazione emotiva ai fatti cui siamo stati sottoposti di recente]

L’articolo di analisi sul conflitto israelo-palestinese: https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html o https://pierluigifagan.com/2024/03/29/trittico-mediorientale/

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T.I.N.A. 2.0.

Volete uscire dal dominio neoliberista, volete allentare la morsa della gabbia d’acciaio capitalista, volete invertire l’allungamento in corso da decenni della scala sociale di cui tra l’altro vi è vietato l’uso per provare a scalarla. Avete idee di mondo migliore, più giusto, qualsiasi sia la vostra idea di “giusto”. Tutto ciò è politico.

Ma la vostra società non è ordinata dal politico, è ordinata dall’economico. È l’economico il regolamento del gioco sociale, è lui a dettare scala di valori, premi, punizioni, mentalità e cultura comune. E l’economico è a sua volta ordinato non dal mercato come alcuni pensano, ma dal controllo oligarchico, da interessi di Pochi. In termini ordinativi, il finanziario è sottosistema dell’economico ma è giusto rilevare come nelle società occidentali, almeno da quaranta anni, esso abbia svolto a sua volta una funzione ordinativa sia dell’economico, sia della società e quindi del politico. È la natura ambientale del finanziario ad aver ulteriormente ristretto la composizione dei Pochi a quel punto anche iperpotenziati da livelli di capitale storicamente inusuali, di più diviso in meno.

Pochi governano Molti e lo fanno economicamente prima che politicamente. Non riuscirebbero a farlo politicamente senza usare l’altro ordinatore, poiché il politico è di sua natura contendibile. Di contro, è meglio dirci che non riuscirebbero a farlo economicamente se non possedendo Stati ovvero leggi, fisco, militare-poliziesco. Fanno credere che vogliono davvero meno Stato e più mercato, ma congiurano da mane a sera contro il mercato neutro ed abusano di Stato da mane a sera per schivare il mercato e fare quello che nessun mercato può strutturalmente fare (il “mercato” è ente fallibilissimo e storicamente precario): dirigere società e forme di vita associata.

Quello che chiamiamo capitalismo, categorizzandolo chissà perché nelle forme economiche, nasce da un colpo di Stato in Inghilterra nel 1688-89. Per confezionarlo come traguardo di civiltà, la chiamarono Gloriosa rivoluzione, per la prima volta importando il concetto di “rivoluzione” dalla prestigiosa e nascente astrofisica, in cui per altro, aveva diverso significato. Sono poi andati avanti a chiamare rivoluzione ogni salto di sistema, fino all’attuale rivoluzione 4.0. Già Marx notava che quella loro è la vera classe rivoluzionaria. Trasferire in teoria del cambiamento il modo borghese a quello proletario, a conti fatti, non è stata questa gran ideona, ma almeno s’era ingegnato a provar di “trasformare il mondo” dopo averlo interpretato.

L’origine del capitalismo moderno è politica non economica e passò dalla presa dello Stato.

Dovete prendere almeno l’intero quadro legislativo del parlamento britannico del Settecento per rendervi conto che senza la potenza legislativa e fiscale, non meno che militare per l’estroversione primo coloniale, quello che chiamiamo capitalismo, non si sarebbe mai sviluppato ed imposto come è poi storicamente stato. Ricordo che la successiva Rivoluzione industriale fu a base di cotone e carbone, ma il cotone non cresce nelle highlands.

Per certi versi, si potrebbe dire che questo esordio del fenomeno economico-politico detto capitalismo moderno, assomigliava già molto all’ordoliberismo tedesco ed americano, curare le condizioni di possibilità per lo sviluppo economico e conformare società, popolazioni, culture. Tanto per dirne una, l’esordio fu cooptare territori (Scozia) ed un secolo dopo Irlanda, creando il primo vero e grande mercato interno. Che poi fece un ulteriore salto nelle immensità degli Stati Uniti d’America, oggi Cina o India. Le Province Unite-Olanda non avevano quelle ampiezze, varietà, dotazioni, così Anversa ed il precoce sistema delle città-Stato italiane. Poi ci fu la risistemazione dei territori, fiumi a navigazione interna, i porti. Poi ci fu il potenziamento della Royal Navy dopo il Cinquecento in cui il servizio era appaltato a corsari. Ma allora perché non convocare la Bank of England, la sterlina, la Royal Society, Newton?  Camera d’affari della borghesia? Un po’ riduttivo, mi pare, un po’ più strutturale pareva anche a chi questo ha intuito meglio di altri, ad esempio F. Braudel, non a caso uno storico non un economista. Come seguì Karl Polanyi analizzando le leggi sul lavoro, un altro non economista o quantomeno non solo. Quel Braudel che giù ricordava che l’imperialismo moderno inizia portoghese nel ‘400 (e per altro muove i primi passi all’inizio della civiltà con Sargon di Akkad -2300) altro che “fase suprema del capitalismo”. Storia, accidenti, fastidiosa traccia della realtà.

Oggi, non è neanche più questione di mezzi di produzione, è questione di potenza di capitale, a volte liquido, a volte neanche disponibile ma facilmente ottenibile per qualche puntata certa. Più la vasta area dei portatori di interessi di questo sistema, interessi minori e diretti, ma anche indiretti, questo è il gioco, c’è chi lo gioca senza farsi domande.

Vi gravitano attorno le vite di molti, le soddisfazioni, i piaceri, il senso di potenza, il senso forse di evitare la morte godendosela o sapendo anche solo di poterlo fare, sesso, prestigio, riconoscimento sociale, invidia, senso da “ce l’ho fatta”, ed “io valgo” come recita una nota pubblicità. La società del possesso esibitivo così ben descritta da T. Veblen nella Teoria della classe agiata ai primi del Novecento, proprio quando Sombart imponeva il concetto stesso di “capitalismo” che pure Marx non aveva mai usato.

Se tutto ciò non ci aggrada, allora dovremmo puntare a cambiare ordinatore, imporre il ritorno del politico. E del politico che idee avete?

Pensate ad un Big Man che vi difenderà e curerà le aspettative disinteressatamente acclamato da folle festanti inneggianti il popolo populista in pieno delirio demagogico? Pensate ad un gruppo di benintenzionati che occuperà il potere per fare i vostri interessi? Magari una “avanguardia” di benintenzionati, gente fidata? Pensate di esser furbi e di avere agio di poggiarvi sull’uno o sull’altro dei Pochi mettendoli gli uni contro gli altri di modo da sgattaiolare sotto il tavolo e rubare furtivi la vostra coscia di pollo? Sognate cavalieri bianchi stranieri che vi liberino come il principe con la principessa? Pensate di “votare” il meno peggio ogni quattro anni e poi avere dubbi sul fatto che al peggio non c’è mai fine?

Siete dei tragici illusi, nessuna di queste opzioni ha la minima credibilità concreta, sono sogni e vagiti infintili che reclamano mamme e papà che nella vita associata di civiltà non esistono perché un popolo non è una famiglia ed un cittadino non è un bambino. Sognate un dio terreno quando non è detto esista neanche quello del cielo. State sconfinando dal politico al religioso.

In realtà avete una sola opzione, un ordinatore politico a sua volta ordinato da un modo democratico, l’unico fatto da voi, per voi. Non avete altro modo per la vostra fame e sete di giustizia che farvela da voi. Dovete diventare socialmente e politicamente adulti, darvi lo strumento e provare a fare ciò che volete fare, con altri, anche contro altri ma alla fine prevalendo e riunendovi nella volontà generale di fare l’interesse generale, quello che beneficia voi e chiunque altro intorno a voi, vi piaccia o meno come vicino o concittadino.

L’unica legge ed ordine giustificato in senso di giustizia in un gruppo è che il gruppo si dia le leggi da sé. Sia auto-nomo e non etero-nomo. Nessun altro più darvi giustizia come nessun altro può darvi benefici ai vostri interessi.

Quindi, siate di qualsivoglia ideale di giustizia che non sia la servitù volontaria, non avete alternative, avete invece un nuovo tipo di T.I.N.A: THERE IS NO ALTERNATIVE FOR THE ALTERNATIVE ovvero ripristinare e poi evolvere il modo democratico, prima il formale, poi in vista del sostanziale. Dovreste anche capire meglio di cosa parlate e cosa intendete quando dite: democrazia. Quella che pure c’era a premessa costituzionale, tecnicamente è un repubblicanesimo, non una democrazia. Modello che la suo culmine nella verticalità oligarchica hamiltoniana americana, non a caso detta “la più grande democrazia occidentale” con sprezzo della vergogna. Il principio elettivo è aristocratico, dalla Magna Charta in poi (1215), baroni vs monarca. Lotta risolta appunto nel 1688-89 quando il Parlamento delle élite prende il sopravvento sulla monarchia. Ancora nel 1832 votavano 600.000 maschi adulti su 14 milioni di anime ed i votabili erano anche meno. Oggi votano i di più, ma i voti che contano doppio o triplo, come voleva Stuart Mill il liberale sì ma progressista in coppia con moglie primo-femminista, sono sempre quelli dei Pochi.

Ripristinare il modo democratico, quindi l’ordinatore politico, questa l’unica prospettiva politica che possa darvi speranza e concrete possibilità. Dopo sarete comunisti (seguono cinquanta litigiose sfumature di rosso antico), socialisti, socialdemocratici, decrescisti, antimperialisti, pacifisti, femministi, repubblicani, conservatori, ecologisti, tradizionalisti, comunitari, intersezionali, spirituali, financo cinquanta sfumature di liberalisti (ma lì è per confusione che c’è pluralismo) se andate per idee semplici “sovranisti” e se siete tormentati i “né di destra, né di sinistra” e cosa altro avrete in vista come modello.

Prima però dovete considerare che il mezzo per forzare il ritorno dell’ordinatore politico in luogo del dominio dell’economico-politico, è la presa di uno stato e questo, nelle nostre società, per quanto di improba difficoltà, non potrete farlo senza un modo democratico da rivedere a fondo per qualità e potenza. A meno non siate rimasti affascinati d quella cosa che solo alle élite riesce: la rivoluzione. Nel qual caso, sogni d’oro e buon ennesimo secolo di servitù volontaria, magari critica, ma sempre servile.

Lasciarci libertà di lamento è molto liberale, lo stabilì già Locke che dell’ideologia ex-post Gloriosa rivoluzione fu l’artefice. Per altro a libro paga di un Lord, Locke, uno di noi in fondo…

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COMPLESSITA’ E POLITICA.

Ricerca sull’ambiente teorico che ha indagato i nessi, relazioni e problematiche tra complessità e teoria politica.

La cultura della complessità, non si è mai davvero confrontata e declinata sull’aspetto politico. L’unico che lo ha fatto è stato per certi versi Edgar Morin, amico personale ed intellettuale del filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis[i], fautore della democrazia radicale (vedi NOTA finale) quale anche chi scrive aderisce ideologicamente.

Morin[ii], politicamente, seguirà una parabola che lo porterà da ambienti e convincimenti di area marxista postbellica ad altri successivi di area socialista a seguito della presa di distanza dall’URSS che coinvolse buona parte dell’Intellighenzia francese, dentro una impostazione filosofica decisamente neo-umanista[iii], con forte sensibilità al contesto ecologico. Arriverà così ad uno dei suoi temi preferiti che è quello della navicella spaziale Terra e quindi Terra-Patria[iv] per tutti noi, pur divisi in gruppi a volte reciprocamente animosi, una comunità di destino obbligata. Siamo nell’alveo delle idee che discendono da James Lovelock (un irregolare di questa cultura), cioè Gaia, a cui poi ha di recente puntato anche Bruno Latour[v]. Su quetsa strada si è di recente incamminato in riflessione anche Peter Sloterdijk[vi].

Ne “I miei filosofi”[vii], onorati Eraclito e Spinoza, Morin ammira il coraggio autodidatta di Rousseau e si confronterà poi con l’enigmatica nozione di “volontà generale”, parallela per problematicità a quella di “interesse generale”. In breve, si tratta di un problema sistemico. Un sistema è fatto di parti, ma interesse e volontà delle parti, sommate, non danno volontà ed interesse generale dove il generale è del sistema non delle parti (teorema di Kenneth Arrow, in parte discusso criticamente poi da Amarrtya Sen). Per quanto l’ottica non potrà mai che provenire da parti, queste dovranno dedurre l’interesse particolare dal generale e questo potrebbe avere forme anche distanti dalle preferenze individuali poiché è del “sistema”. Genitori sacrificano spesso il proprio interesse personale per il bene della famiglia che però è un loro interesse personale non minore di quello individualistico-egoistico. Arriva così al decimo capitolo, il più esteso della collezione, a “fare i conti con Marx” ottenendo alla fine un condensato sopravvissuto alla critica revisione, abbastanza spietato date le premesse di giovanile passione.

Va detto che la cultura della complessità è tanto piena di area scienza quanto povera di area filosofico-politica. Se forse si esclude la poliedrica figura di Gregory Bateson ed un generico orientamento senz’altro progressista e filo partito democratico americano di buona parte della comunità di studio appunto americana, nessuno si è infilato interamente nel campo di analisi tra complessità e politica. Si può fare una parziale eccezione col dibattito (acceso) tra Niklas Luhmann e Robert Kelsen, con successivi contributi di Jurgen Habermas[viii], ma siamo in Europa.

Che io sappia, uno dei pochi che vi ha provato è stato Daniel Innerarity, basco (quindi europeo) cattedratico proprio di Filosofia politica pubblicato in Italia da Castelvecchi[ix]. Nel 2015 incoronato come uno dei 25 più importanti pensatori al mondo a OBS. Nel 2022, esce con “Una teoria della democrazia complessa”[x] dove, per primo, sembra intuire la corrispondenza tra ontologia dei sistemi politici, democratici nel caso e complessità. Inerrarity svolge una ottima analisi a largo spettro, segnalando criticità e ritardi teorici, muovendo tra modelli rappresentativi e diretti di democrazia. Ma il cuore della riflessione più interessante (e condivisibile) è nel capitolo 15. L’intelligenza della democrazia, dove si finisce lì dove finiamo tutti coloro che parlano del tema partendo da una immagine di mondo complessa: si tratta al fondo di questioni gnoseologico-ontologiche e culturali come fondo da cui la politica “emerge”.

Proviamo a sviluppare ulteriormente l’argomento.

Be’ l’ontologia della complessità è in genere sistemica ed i regimi politici sono senz’altro sistemi. I tre sistemi del logos tripolitikos classico sono quello dell’Uno, dei Pochi, dei Molti. Pare poco complesso il caso dell’Uno che ordina tutto il Molteplice sottomettendolo al suo ordine rigido. Sembrano più complessi i casi dei Pochi dove si potrebbe dire che un sistema minore governa il maggiore (oligarchie liberali) ed il caso dei Molti (democrazia più o meno reale) dove siamo in piena auto-organizzazione adattativa con continue emergenze, il caso direi più preciso di corrispondenza tra complessità e politica.

Il sistema pienamente democratico (quindi non ci riferiamo alla versione di “democrazia di mercato” che fa venire l’orticaria solo a pronunciarla o la democrazia liberale che non si vede perché deve esser liberale e non ad esempio socialista o la democrazia costituzionale formale, la democrazia reale non dovrebbe avere qualificazioni ideologiche, solo funzionali), sembra essere la perfetta declinazione della logica della complessità in politica. Potremo dire che così il mercato ideale lo è per lo scambio e traffico economico, la democrazia lo è per il contesto politico. Non confonda questo binomio, il mercato va nell’economico non nel politico e in termini di complessità sociale e politica, dovrebbe esser sempre la democrazia e non il mercato a governare i processi autorganizzati politici. Poi il mercato è un sistema impersonale, mentre la democrazia è fatta di individui intenzionati ed autocoscienti, quindi l’analogia zoppica.

Derive di tutt’altro tipo, l’anarco-liberalismo a dominio di mercato, un caso di estremismo econocratico di destra ed ultradestra, il liberalismo classico e ossessionato da paranoie di totalitarismo maggioritario democratico con la sua smania di “fare il mondo” che invece dovrebbe farsi da sé per magia di mercato (tipo ripetuti fallimenti tra fine Ottocento e primi Novecento che culminano nel ’29 e da cui nasce il neoliberalismo americano ad opera di Walter Lippmann), i sospetti in tal senso dei liberali Dario Antiseri e Giovanni Sartori, gli strali di Friedrich von Hayek, Bruno Leoni e Hans Hermann Hoppe. Hayek, in particolare, oltre a manifestarsi ultra-federalista, avanza l’idea di una demarchia che sarebbe una specie di democrazia miniarchica senza Stato o quasi, basata sul principio dell’estrazione a sorte. Nel 1964, Hayek si lancerà diretto sul tema con “The Theory of Complex Phenomena” anche se dal punto di vista dell’analisi epistemologica. Hayek la testa ce l’aveva, partendo dalla logica mercato è ovvio arrivasse a problemi di complessità e politica. Ci era arrivato anche Adam Smith visto che pare dopo la Teoria dei Sentimenti Morali e l’Inquiry, lavorava al terzo tomo appunto “politico” della sua trilogia. Peccato dette lascito testamentario di bruciare i manoscritti se morto prima di terminare l’opera, che è poi ciò che avvenne.

Tornando invece alla nostra ontologia di sistema politico, la democrazia (reale) è descrivibile come parti (cittadini) in interrelazione (dibattito, confronto, decisione), al fine di esprimere la volontà generale del sistema non somma delle sue parti, ma propria dell’intero.

A condizione vi sia una buona informazione interna e sua circolazione, nonché livelli di conoscenza e consapevolezza di un certo livello ed al contempo, qualità, tutte le parti potranno assorbire gli shock adattativi, ripartendo nel loro totale la pressione adattativa, anche quella improvvisa e fuori scala. Questo fa del sistema democratico, o meglio farebbe, la forma più adattativa possibile vero e proprio veicolo in cui ci potremmo e dovremmo rifugiare per proteggerci e sfidare il contesto. Altresì, modelli di onesta equivalenza, se non uguaglianza redistributiva (culturale, sociale, economica, di “rinoscimento” che a volte non è neanche materiale), aumenterebbero la sua resilienza coordinata interna, la parti sarebbe sollecitate alla solidarietà. La sua elasticità, le sue capacità di assorbimento, la sua capacità di riformulazione, sarebbero pienamente nella logica di dinamica adattativa, vero e proprio sistema omeostatico sociale in grado di compensare gli sbalzi termici della dinamica della nuova Grande Transizione.

Certo, va concesso che le lungaggini e complicanze umane rallenteranno il funzionamento del sistema, tuttavia un sistema lento ma adattativo è sempre meglio di uno veloce che alla prima curva va fuori a schiantarsi. Non è la sincronia temporale il dovere categorico, anzi de-sincronizzarsi un po’ permette la pianificazione delle previsioni. È la gestione delle interrelazioni e la gestione degli impatti e perturbazioni, nella capacità di riformularsi, che si gioca la partita.

Ma ricordiamolo, senza informazione, conoscenza, redistribuzione, dibattito e soprattutto tempo, tutto ciò è precluso in partenza. Su gravi asimmetrie nella capacità culturale, non si fa alcuna democrazia, scordatevelo, non ha senso. Inoltre, la democrazia non sarà mai un sistema che si applica A,B,C,…Z et voilà! Ecco il migliore di mondi possibili!!! Una democrazia è un processo di costante evoluzione che andrà continuativamente curato, fertilizzato, indirizzato anzi, in grado di farlo da sé. Come si dice in questi casi: auto-istituente.

Il sistema democratico reale dell’entità “x” avrebbe poi a interrellarsi agli altri sistemi presenti del suo ambiente. E qui rientriamo nelle normali logiche delle Relazioni Internazionali, dove però la “politica” che dovrebbe seguire la strategia deliberata e condivisa, sarebbe -di nuovo- patrimonio comune delle parti. Qui, sarebbe da notare che, un sistema politico democratico reale, opererebbe dalla decisiva decisione a monte su sistemi autonomi o eteronomi, ovviamente in direzione dell’autonomia, del darsi la legge da sé. Ma per praticare autonomia, in quel contesto, è richiesta potenza e potenza chiama massa.

Per l’Italia, una condizione eteronoma è l’attuale ovvero NATO o NATO no. Il nomos è NATO non Italia, il maggiore deve o no deve subordinarsi al minore? O s’intende NATO maggiore di default (se non si è cittadino democratico reale italiano)? Una condizione di autonomia strategica farebbe un altro ragionamento e cambierebbe assetto. Partirebbe dalla domanda: quale forma di sistema militare difensivo è necessario all’Italia nell’ambito di una transizione multipolare? C’è bisogno di massa, potenza e tecnologia, non certo di livello nazionale, anche in caso di dichiarata neutralità. Allora, geopoliticamente, sarebbe utile avere alleanza di luogo e prospettiva, ovvero nazioni omologhe nel Mediterraneo europeo, geografia dice quello. Cioè? Cioè le greco-latine-mediterranee con le quali -uniche per caratteristiche storico-culturali- si dovrebbe e potrebbe fare anche una necessaria unione politica federale (del resto è nella logica della Difesa pretendere unità politica). Si tratterebbe di un sistema da 200 mio di unità, terza potenza economica planetaria, dotata di sua moneta, tendenzialmente pacifica ma ben conscia dei doveri di difesa. Anche al limite inserita in NATO, ma con un peso ed autonomia stretegico-tattica diversa da quella che oggi hanno Italia, Francia e financo Germania. Un sistema che comparato a Russia, Turchia, Israele, Egitto, Nord Africa e Shael, avrebbe la sua posizione e peso non secondario (dotato ovviamente di atomica fornita dai francesi). Anche in vista dei benefici di ritorno dello sviluppo militare che sappiamo quanto traino danno alla ricerca e sviluppo tecnologico, che oggi ci vedono tutti supini clienti del centro americano, soprattutto nell’info-digitale, catena e guinzaglio di dipendenza obiettiva che andrà avanti per anni ed anni. Anche in vista di un possibile sviluppo di militare sì, ma difensivo, un mercato che a dimensione mondo potrebbe trovare molti interessati. Nel mondo multipolare, è probabile incontrerebbe molta positività il potersi schierare in modalità “attento ad attaccarmi” senza per questo sotto-intendere “altrimenti ti attacco io, magari prima che lo faccia tu (si vis pacem para bellum)” che porta sempre un fraintendimento ambiguo e provocatorio.

Era in fondo questo l’ambito di riflessione che animò l’idea di Impero latino di Alexander Kojeve negli anni ’50[xi], prima che la Francia aderisse alla NATO e stante che il filosofo era in realtà anche un reale funzionario del Ministero degli Esteri francese e con l’idea entrava nel dibattito strategico di quel Paese appieno. Paese che promuoveva l’idea operativa di un Comunità Europa di Difesa (CED 1954) poi sabotata in approvazione proprio dai francesi, lasciando morire la linea delle unioni politiche e quindi vive solo quelle delle unioni economiche prima di mercato, poi monetarie con appalto sostanziale di difesa agli atlantici, una chiara devoluzione di autonomia.

Invito chi legge a non avere davanti il mondo in ottica fissa al momento di adesso, ma il mondo che potrebbe essere, che noi stessi potremmo costruire intenzionalmente e seguendo linee teoriche che prescindono dalla triste contingenza (Macron, Meloni, von del Layen etc.). Le idee di Kojeve erano nella logica delle cose, la logica delle cose ha una sua forza, sono le “nervature dell’Essere” che ogni macellaio deve rispettare secondo Platone, quando taglia e porziona la realtà.

L’esempio mostra ai persi nel dilemma EU-NATO vs Sovranità, che se ci riferisce liberamente al contesto che è poi quello che detta la realtà adattativa, il problema è un altro e la soluzione pure. Ecco cosa porta un sistema che si vuole strategicamente autonomo, su base di interesse generale condiviso, a riformulare il contesto e le regole di interrelazione. Questo è un esempio di modalità adattativa attiva, non accettare le partizioni date, date da precise immagini mondo non perché date oggettivamente.

Inoltre, politica e mondo oggi significa anche ambiente e clima. Di nuovo, massa e potenza sono richiesti anche per affrontare queste compatibilità problematiche. Un nuovo soggetto politico-giuridico-militare-fiscale (uno Stato, federale quanto di vuole, ma uno Stato pieno) latino-mediterraneo, potrebbe essere mediatore di equilibrio tra le diverse aree mondo, anche in base la sua dotazione naturale, l’età dei suoi abitanti, un posizionamento di “quasi saggezza” che ci converrebbe tutti adottare tra mondi giovani asio-africani ed i vecchi occidentali in decadenza forzata.

Infine, il tempo. Una piena democrazia permette la navigazione temporale adattiva, cambiando di continuo forme ed azioni adattative verso l’esterno, riformulando continuamente l’interno. “Del doman non v’è certezza” diceva il poeta ed in condizioni di incertezza meglio comunque dotarsi di condizioni di possibilità, di “in potenza” da trasformare “in atto”. Una democrazia reale è in grado di far tutto ciò molto meglio del sistema dell’Uno che trascina tutti, dei Pochi che trascinano i Molti non mettendosi mai in discussione e quindi soffocando di principio l’emergenza dell’interesse generale.

Ci sembra di poter dire senza forzature che un sistema democratico reale, mostra gradi di fitness adattiva ad un contesto in piena e profonda, accelerata transizione epocale, maggiori di ogni altro, complessità e democrazia si coimplicano.

Segnalo che in Italia, fa fuoco diretto sul tema del nostro argomento, la riflessione di Roberto Menotti (ISPI, ASPENIA)[xii], di impostazione atlantico-liberale[xiii] ed Ernesto Paolozzi[xiv], liberale crociano ahinoi deceduto anche giovane nel 2021. In ambiente teorico crociano troviamo anche Giuseppe Gembillo (nonché figura storica del pensiero sulla complessità italiana, stretto amico di Morin, non meno degli altrettanto storici Mauro Ceruti e Giancluca Bocchi[xv])  e questa tradizione risale alla Scienza della Logica di Hegel. Non risultano invece sviluppi nell’area di sinistra ma del resto non ne esistono su tanti altri temi essendo la produzione culturale di quell’area sotto paralisi da trauma, pare, incurabile.

Un sintomatico caso di sconfortante confusione, chissà quanto politicamente voluta, da parta di alcuni ambienti epistemici liberali o neoliberali nella stroncatura di Sophie Chassat , che ha eccitato le menti vivaci de il nostro italico Il Foglio . Un caso inquietante in cui la complessità diventa un “dogma” ??? Oddio, dopo i sei volumi de la Methode, parlare di complessità-dogma è davvero una canagliata intellettuale. Del resto, nei dibattiti, che si fa fatica a definire tali, sulla guerra russo-ucraina, ogni richiamo a livelli meno elementari dell’invasore-invasato, alzava alti lai di effrazione morale. Ma, tutto ciò, anche un caso paradigmatico da assumere autocriticamente dal parte della cultura della complessità, sulla vasta ignoranza che l’accompagna e forse un certo eccessivo abbandonarsi su una eccessiva indeterminatezza teorica o sotto-determinazione teorica su cui alcuni di noi indugiano più del dovuto, con linguaggi inafferrabili ed idee nuvolose.

A proposito delle platoniche nervature dell’Essere, si trovano inaspettati echi positivi di questa logica, nell’opera del sistemico bolscevico A.A. Bogdanov[xvi]. Quivi, spicca la proposta di una nuova disciplina multidisciplinare la Tectologia, in cui troviamo sistemica e cibernetica della prima ora, del tutto indipendente dai successivi corsi e sviluppi di area americana, un caso parallelo e quindi interessante, di simile ordine mentale sgorgato dal rapporto col reale a distanza. Ma anche linee di revisione filosofica teorica del marxismo-leninismo. Bogdanov sarà uno dei fondatori del bolscevismo, poi in aperta divergenza con l’amico Lenin. Con un po’ di fantasia, si troverebbero accenni di complessità nella Dialettica della natura di Engels, derivati sempre da Scienza della logica di Hegel.

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Concludiamo questa piccola ricerchina su COMPLESSITA’ e POLITICA. A) La parziale egemonia americo-scientifica sulla cultura della complessità, ha portato ad una scarsa presenza riflessiva generale a cui fa un po’ eccezione l’area continentale, come sempre in questi casi; B) pochi però hanno trattato il tema in senso analitico e non sintetico mettendoci sopra le proprie preferenze ideologiche che fossero liberali o progressiste; C) a livello analitico invece, complessità e politica sembrano coimplicarsi fortemente e forzatamente, ma soprattutto positivamente.

Proprio un sistema di democrazia reale cioè radicale, sembra mostrare i più alti livelli potenziali di fitness adattativa ad un mondo complesso travolto nella Grande Transizione. Sul concetto di Democrazia Radicale torneremo in seguito con maggior profondità concettuale, in articoli di studio dedicati.

Dove quello che alcuni ritengono erroneamente utopia, si mostra buonsenso, sempre avercelo anche nell’impianto di giudizio dell’immagine di mondo.

[Una versione parzialmente diversa dal sito del nostro Festival: https://www.festivalcomplessita.it/politica-e-complessita/]

Nota: con “democrazia radicale” s’intende una forma di democrazia costruita su principi estratti (quindi non su modello) dall’esperienza storica antico-greca. Principi da elaborare ovviamente, riadattare, valutare ed integrare. Ha poco o nulla a che fare con la definizione di democrazia oggi più o meno in atto nei paesi occidentali, e non solo sull’asse diretta-rappresentativa. Anche la democrazia intesa come nostro dettato Costituzionale, per un democratico radicale, non è vera democrazia è repubblicanesimo,


[i] https://www.doppiozero.com/cornelius-castoriadis-la-democrazia-oltre-la-crisi

[ii] E. Morin, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana, Mimesis 2020

[iii] https://www.doppiozero.com/edgar-morin-vita-incontri-fatti

[iv] E. Morin, Terra patria, R. Cortina editore, Milano, 1994

[v] https://www.arte.tv/it/videos/106738-003-A/intervista-a-bruno-latour/

[vi] P. Sloterdijk, Il rimorso di Prometo, Marsilio editore, Venezia ì, 2024. Qui in Italia anche Alberto de Toni, A. Vianello, R. Marzano, Antropocene e le sfide del XXI secolo, Meltemi editore, Milano, 2022. Anche De Toni è figura storica del pensiero complesso in Italia, oggi è sindaco di Udine.

[vii] E. Morin, I miei filosofi, Edizioni Erickson, Trento, 2013

[viii] https://www.docenti.unina.it/webdocenti-be/allegati/materiale-didattico/34168036

[ix]https://www.castelvecchieditore.com/autori/daniel-innerarity/

[x] D. Innerarity, Una teoria della democrazia complessa. Governare nel XXI secolo. Castelvecchi, Roma, 2022

[xi] A. Kojeve, Il silenzio della tirannide, Adelphi, Milano2004; da p. 163: Impero latino.

[xii] https://www.youtube.com/watch?v=MPwu273CGvM

[xiii] https://www.ernestopaolozzi.it/la-complessita-della-politica-e-la-politica-della-complessita/

[xiv] https://www.ernestopaolozzi.it/ + https://www.ernestopaolozzi.it/la-complessita-della-politica-e-la-politica-della-complessita/

[xv] https://www.mauroceruti.it/la-sfida-della-complessita/

[xvi] https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Aleksandrovi%C4%8D_Bogdanov

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PENSARE CON MARK FISHER.

Di recente, ad un mio post sulla mi pagina fb, un gradito commento citava Realismo Capitalista (2009-2018) di Mark Fisher e mi ha spinto a colmare la lacuna di lettura che non avevo fatto del famoso testo del giovane britannico, poi sfortunatamente suicida. Il testo è post crisi 2008-9 sebbene sia arrivato in Italia solo nel 2018. Non ne scrivo però una recensione tipica, userò il testo per pensare con l’Autore.

A base, l’Autore era britannico (1968-2017), filosofosociologocritico musicaleblogger. Se ce una cosa che emerge con forza dal suo racconto è che vivere in Gran Bretagna, che una sorta di paese da totalitarismo neoliberista, deve esser un vero incubo. C’è ormai ampia letteratura scientifica sulla massa di multiforme disagio (sociale, psichico, esistenziale, epidemia bipolare, dislessia) che correla le società soprattutto anglosassoni e questa marea di malessere senza speranza. Tenuto conto che capitalismo, liberismo, neoliberismo etc sono tutti fenomeni antropo-storici ad origine anglosassone, c’è da evidenziare come orami l’iniziale loro auto-promessa di bene comune (common wealth) sia stata tradita alla grande, il modello produce negatività crescenti. Segnale di fine parabola del suo ciclo storico? Vedremo, le fini possono avere code molto lunghe.

Il concetto di -realismo capitalista- deriva direttamente dalla perdurante influenza del “There is no alternative” della Thatcher. Realismo ha due significati possibili però. Secondo letture per altro errate sotto molti punti di vista, logici ed empirici, è realistico attenersi solo ed esclusivamente a come è la realtà, la realtà detta la legge dell’unico modello possibile. Questo era il senso che gli dava la Thatcher. Ma realistico è anche la verifica di contenuto possibile, potenzialmente reale e concreto, che può avere cosa che ancor ancora non è, cosa che non è svolazzo ideale, una cosa possibile. In pratica, che tenga conto della realtà prima di partire troppo per la tangente. Io sono un realista di secondo tipo, ad esempio, non del primo. La questione si ripete col concetto di adattamento. Il “ti devi adattare” per alcuni significa conformarsi passivamente al contesto, ma può invece anche significare “devi trovare accordo col contesto, magari cambiandolo per facilitarti l’accordo”. I castori adattano i fiumi al loro stile di vita con dighe mentre imparano comunque a nuotare. L’uomo per tutta la sua storia ha modificato l’ambiente per facilitarsi l’adattamento, l’adattamento è una relazione a due vie non ad una via.

L’ideologia neoliberale è una versione estrema della famiglia liberale che vorrebbe mostrare una contrapposizione irrisolvibile con lo Stato, ma internamente, di sua struttura e riferimento cui è legata in concreto, in realtà capitalismo e liberalismo ed anche neoliberalismo non sarebbero mai esistiti senza l’essersi impossessati di Stati. È questo un punto su cui torneremo altrove con un post dedicato. Ho cominciato a riflettere sulla teoria dei comunisti sullo Stato, la sua presa e gestione futura, ma è improduttiva, non funziona e non è oggi utile. Ma la ricerca deve andare avanti perché quello è il punto dei punti della trasformazione politica, sociale e culturale decisiva.

Il realismo capitalista ha ormai desertificato il campo ideologico e quello utopico, niente ideologia (diversa da quella “liberale” che però non ama presentarsi tale ma come realismo intrascendibile) e distopia come orizzonte altrettanto intrascendibile. Forse poco noto, ma Utopia (More) è genere che nasce inglese, distopia (Stuart Mill) -ovviamente- anche. L’antropologia ufficiale è hobbesiana, cane mangia cane, winner-loser, tradizione tutta anglosassone. Dentro questo coerente recinto cognitivo ed emotivo senza speranza, è impossibile in linea di principio pensare alternative. L’impossibilità retroagisce sulle volontà, si deve introiettare tale impossibilità che diventa depressione, realizzando così i suoi presupposti quietistici. Alla fine, siamo noi stessi a cooperare per rinforzare questo stato di quiete coatta per adattamento passivo.

Aiutandoci con vari storditori ed anestetici: droghe, medicine, finte passioni, Playstation, smartphone, porno, maratone di serie televisive, disimpegno, assenza di pensiero critico, conformismo, gregarismo, passività varie, futilità, deliri narcisistici, edonismo annoiato. In realtà, l’individualismo di massa così realizzato, è distruttivo proprio dell’individuo, è un totalitarismo individualizzato ma poiché vibra all’unisono, è davvero da sciame. Gli insetti eusociali, notoriamente, non sono propriamente individui in biologia. Ora addirittura i germani liberalizzano le droghe leggere per “reggere” il raggelante silenzio di un Paese che di colpo sembra aver perso la sua statura culturale al centro dell’Europa che quanto a “statura” e “culturale” sta scivolando nella insignificanza afasica.

Così scompare il sociale e con esso il politico. Hai problemi? Sono i tuoi problemi personali. Ti preoccupa la questione ambientale, datti da fare tu personalmente, è colpa anche tua. C’è la povertà del mondo? fai la carità. Così per il disagio psichico. Non gliela fai per lo stress o l’ansia? Pillole! Ogni problema è sempre privato, non sociale. La società non esiste, è una illusione infantile e romantica. Il tutto porta all’impotenza riflessiva, l’edonia depressa.

Ci sono però precise ragioni per le quali la tradizione anglosassone non ha il concetto di società, non aveva la polis. Barbari seminomadici presi a clan aggrovigliati in faide, dispersi in spazi di natura matrigna ed avara. Ebbe ben a dire Bacone che la natura doveva esser trattata da puttana da sottomettere alle nostre voglie e bisogni, era arrabbiato e rancoroso con mamma. Sino a quando l’olandese frisone De Mandeville non rivendicò il diritto di fare l’impero dei vizi che producono oro, doppio godimento, rigorosamente individuale ed egoista. Massa di sociopatici alienati. Nulla di politico, può uscire da questa ontologia elementare e puntiforme semplicemente perché la polis non può esser messa a fuoco, non ne hanno traccia nel DNA culturale. Ad un mediterraneo, tra pecorelle, aranci ed ulivi, al tiepido sole riflesso dal mare, la piazza, la Pizia, una roba del genere, non sarebbe mai venuta in mente. E ci hanno pure convinto della nostra minorità, loro biondi dolicocefali superiori a noi che abbiamo creato la civiltà. Roba da non crederci! Del resto il moderno razzismo l’hanno inventato loro, F, Galton, cugino di Darwin. Da parte nostra, imparando dai movimenti di risveglio ed orgoglio della propri identità culturale nel fu Terzo mondo, si tratterebbe di rendergli reciprocità, avere un po’ di razzismo a due vie, light ed ironico, cominciare a fargli presente quanti e quali bug storici, genetici e culturali hanno accumulato ed imposto a nostro danno e non solo. Strano parlare così degli anglosassoni partendo da un britannico? Ma i britannici non sono tutti anglosassoni, britanni, celti, scozzesi, gallesi, misto romani, cornish, irish, sono altro, sono anche cooperativi, anarchici, critici acuti, non meno sociali di noi, alcuni più di noi sanno ed hanno subito l’élite anglosassone sulla loro pelle. Infatti si odiano, neanche una nazionale di calcio o rugby fanno assieme.

Con gli americani è un po’ diverso, ci sono molti scandinavi e direttamente sassoni come ci ricorda sempre Dario Fabbri.

Sii smart, flessibile, nomadico, spontaneo, creativo, adattativo, veloce, multitasking, propositivo, sanamente egoista, antiempatico ma simpaticamente, cinicamente. Stare bene, apparire bene, curare il corpo ma non la mente. Il tuo corpo ci serve, la tua mente “o no per carità!”. A che ti serve la mente? Intelligenza dici? Ma ora te la diamo noi, artificiale, più efficiente della tua. Smart, collegata con le cose, generativa. Un esercito di imbecilli tecnoentusiasti officia il coro di giubilo per l’upgrade umano che sta per arrivare, tipo esercito di bestioline verdi con tre antenne di Men in Black.  

Modello unico collettivo, quando proprio necessario, l’ontologia imprenditoriale. Diventa imprenditore di te stesso, diventi impresa la scuola, la sanità, la politica stessa, ogni forma di gruppo umano, le aziende ovviamente ovvero il lavoro. Ecco perché non c’è più la società, è diventata una impresa. Che poi una impresa aziendale sia anche una società ed ogni società abbia soci e quindi noi si sia soci naturali della nostra società di cui non curiamo i destini è cosa che non va pensata. Dipendiamo ontologicamente dalle forme di vita associata, dalle origini primate in poi, ma non dobbiamo curarci di come va la nostra società, decide lei come deve essere, poi ce lo fa sapere e noi dobbiamo solo adeguarci. Che noi si abbia diritti ed anzi doveri di azionariato attivo, ci è ignoto, negato, sconsigliato vivamente in molti modi. Non saremo in grado, ci dicono. Ci siamo dimenticati che invece siamo i proprietari naturali dell’impresa sociale, per diritto biologico di nascita. Noi non siamo capitale umano siamo capitalisti sociali, ma non lo sappiamo.

Sono duemilacinqucento anni che ‘sta gente va in giro a dire che non siamo capaci, dall’Anonimo Oligarca già Pseudo-Senofonte ai moderni liberali da think tank americano e cattedra alla Ivy League. Le stesse frasi, gli stessi concetti, la stessa protervia e falsa oggettività, la stessa ridicole arrampicate pseudo-logiche. E noi pure a stargli appresso, come bambini spaventati da cosa ci succederebbe anche solo a dirgli “ciccio, ma che stai a dì?”. Difesa, giochiamo sempre in difesa le rare volte che giochiamo sapendo che tanto perderemo di nuovo e come sempre. Sembra un rito Maya.

V – Vi secolo a. C. eppure c’è tutta la filosofia politica di ogni forma politica basata su élite, fino ai deliri espertocratici attuali.

Il tardo capitalismo a deriva neoliberale ha i suoi paradossi. Produce ad esempio volumi sempre più ampi di burocrazia, più avanti Fisher userà la bella espressione di “stalinismo di mercato” mostrare risultati formali senza alcuna sostanza sotto o addirittura con risultati contrari alle attese. Non credendo invero all’individuo, alla sua autonomia, alla sua cultura, creatività, proceduralizza tutto, misura tutto per valutare tutto per ottimizzare tutto. Sapesse poi come.

Nel mio passato da manager di multinazionale, vissi dal vivo questa svolta verso la proceduralizzazione della qualunque, un delirio paranoico con punte di esilarante surrealismo, ma ben ricordo, di altrettante e sistematica allegra distruzione di valore professionale in cambio di formalità fittizie a fini di misurazione finanziaria. Altresì ricordo perfettamente il tempo e le ragioni vantate per la svolta alla flessibilità ed alla distruzione di ogni ordinata forma di lavoro professionale, ero imprenditore. Lo sfondo era la promessa di crescita impetuosa per via delle nuove tecnologie e l’aprirsi delle praterie di nuova intrapresa finanziata da un volume famelico di capitale in cerca di riproduzione. Era l’epopea delle start up, erano gli anni Novanta. Quando poi venne assorbito il codice, si scoprì che tale flessibilità era l’adattamento elastico a condizioni ben meno progressive, era un rendersi compatibile ai rendimenti decrescenti di un mercato del lavoro ristretto dalla globalizzazione. Mentre sopra si elevava al cielo la nuova aristocrazia della ricchezza finanziaria che neanche ti lasciava la mancia dello straccio di uno stipendio decente.

Chi lavora oggi ad esempio nella scuola, sa del tempo perso a riempire moduli inutili a scapito del lavoro culturale vivo, ma vale in molti altri campi. Stante che questa dittatura della valutazione, è indifferente al fatto che a volte si trova a dover “misurare” cose che semplicemente non si possono misurare, non hanno natura misurabile. Ma “i numeri parlano!”. No, i numeri contano. La gente dei soli numeri ha la mente cablata male, da John Nash in giù, l’eroe della Teoria dei giochi, ci hanno fatto pure un film, storie buone da pensare, modelli, esempi: uno schizofrenico? La dittatura delle quantità è cieca per le qualità ed ignora che invero ne dipende ontologicamente.

Questo regime ha il suo tempo unico che è: adesso! Non esiste passato, mai come in questa epoca c’è indifferenza ed ignoranza storica totale, nonché pensiero a lungo termine. Il pensiero di futuro è loro monopolio, magari in dorati hotel svizzeri tutti coca e prostitute e buoni ritiri in Nuova Zelanda, non si si sa mai quando l’AI avrà la maligna singolarità e si metterà a cercarci per farne graffette. Confinati nell’adesso, cosa vuoi pensare ad un possibile altro di prospettiva, magari da costruire nel tempo. Come in Flatlandia di Abbott (Adelphi, Milano, 1993), non ci sono altre dimensioni del punto esatto in cui sei confinato.

Il tutto, nel libro, convocando qui e lì film, serie, romanzi e racconti, musiche, Zizek, Badiou, Wendy Brown, Jameson, Sennett, Harvey, Kafka a più riprese, in un diario del reale al plumbeo tempo della fine di ogni storia.

Anticapitalismo Made in LUISS?

Certo, la condizione poi personale chiaramente depressa dell’Autore fa da sfondo fisso, tuttavia quale poeta o musicista o artista non ci ha illuminato sul dolore umano poiché lo provava più forte ed intenso di noi, pagandone infine le conseguenze sul piano personale? A differenza loro noi poi rimaniamo vivi, ma spesso per provare delle emozioni è a loro che ricorriamo. Sono gli eroi umani che soffrono più di noi perché sentono più di noi, a volte sentono anche per noi.

Chiudo con una constatazione formale. Qui in Italia uno stile di fresca scrittura saggistica à la Fisher non esiste, così come Fisher è stato ed è ancora un culto di molte fasce di giovane generazione, fasce che qui non si esprimono più di tanto, a cui non ci rivolgiamo mai, che non ascoltiamo perché non parlano anche perché presuppongono che non li capiremo. Penso che una volontà di jihad culturale quale ipotizzata in precedente post, dovrebbe porsi questo problema del linguaggio, della forma, dell’apertura mentale e concettuale, della curiosità avida dell’Altro. Il “peso della tradizione” qui da noi è ancora monopolistico, solo saggi professorali, atmosfere gravi e plumbee da “qui si parla di cose serie”, termini da setta epistemica chiusa, rimandi incrociati tra gente che neanche viene letta. Alcuni anche “rivoluzionari”, anti-individualisti, critici della corsa la potere, mentre corrono la loro.

La “freschezza” a volte si esprime su Internet, ma spesso sfocia nell’eccessiva leggerezza, tradisce la voglia di esser consumata, riflette talvolta narcisismi da “date anche a me il mio quarto d’ora di notorietà”! Si dovrebbe andare alla ricerca di un nuovo, giusto mezzo, ma per farlo dovrebbe esserci dinamica sociale e ai tempi che ci sono toccati in sorte di vivere c’è solo da marciare compatti verso dove hanno deciso che si deve andare. Chissà poi se anche loro sanno dove di preciso.

Non facciamo più cose assieme e va bene, anzi va male molto male, ma non siamo più neanche in grado di parlare assieme. Malissimo. Riconnettere menti a parole e bocche ad orecchie, tocca ricablare la società reale prima che che finiscano di costruirne del tutto una parallela a loro unico uso e controllo. C’è poco tempo. Damose da fa’.

Come? Cominciate ad aprire bocca e dargli fiato. Abbiate il coraggio di servirvi della vostra stessa intelligenza, diamine!

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IL GRANDE STUDIO-DA XUE. Confucio VI secolo avanti Cristo, circa 551-479 a.C.

Gli antichi che volevano illustrare la virtù industriosa nel mondo si occuparono prima di mettere ordine nello stato.

Desiderando mettere ordine nei loro stati, essi prima misero ordine nelle loro famiglie.

Desiderando mettere ordine nelle loro famiglie, essi prima si occuparono della loro crescita personale.

Desiderando migliorare loro stessi, essi prima corressero i loro cuori [cuore e mente, in cinese, sono la stessa cosa].

Desiderando correggere i loro cuori, essi prima si impegnarono ad avere una mente sincera.

Desiderando avere una mente sincera, essi prima cercarono di ampliare il più possibile le loro conoscenze.

Per raggiungere la conoscenza, investigarono il principio delle cose.

Avendo investigato il principio delle cose, la loro conoscenza divenne completa.

Quando la loro conoscenza fu completa, la loro mente divenne sincera.

Quando la loro mente fu sincera, i loro cuori/menti furono corretti.

Quando i loro cuori/menti furono corretti, le loro persone migliorarono.

Quando le loro persone furono migliorate, le loro famiglie vissero in armonia.

Quando le loro famiglie vissero in armonia, i loro stati furono ben governati.

Quando i loro stati furono ben governati, il mondo intero visse in armonia.

Dal Figlio del Cielo fino alla massa del popolo, tutti devono

considerare la crescita personale come la radice di tutto.

È impossibile che i rami siano in ordine (se) la radice è in

disordine

Non può essere che si tenga in disordine il principale e in ordine l’accessorio, né mai dato che si tratti con leggerezza ciò che importante e si attribuisca importanza a ciò che è futile.

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Da Xue condensa la filosofia politica di Confucio e del confucianesimo arrivando sino all’attuale Cina “socialista”. Dagli Zhou al Kuomintang, al Partito Comunista Cinese di Mao Zedong, ha strutturato dal sistema degli esami della burocrazia e poi del partito, allo sviluppo della filosofia, della scuola, dei valori civili e sociali.

Esso dava la dimensione sociale e concreta del Dao secondo il Maestro, in differenza alla via taoista più spirituale. È basato sul concetto di auto-formazione o costante auto-miglioramento della propria conoscenza. Ci sono due concetti in questo: il soggetto si fa oggetto e si costruisce intenzionalmente, l’opera è continua e non giunge mai a traguardo. La base di questo processo è lo studio, lo sviluppo ed accumulo di conoscenza, poi sua condivisione.

Se parlate con qualsivoglia insegnante italiano che ha in aula studenti cinesi, vi dirà della loro stretta serietà ed abnegazione, di una votata intensità allo studio che rasenta a volte l’inumano o sicuramente supera di slancio il semplice e distratto nostro “giovanile”. Si è poi soliti aggiungere che i cinesi sono tecnici ma poi non creativi.

In fondo, non diversa pulsione umana rispetto a ciò che muove il capitalismo, l’accumulo di valore, sebbene sia chiara la differenza data dai due sistemi a cosa sia “valore”. Il valore nel caso di Confucio è sociale e comunitario, Confucio si occupa di convivenza, ordine sociale spontaneo, catena della gerarchia che promana dalla natura diciamo spinoziana de il Cielo, cultura dei cittadini, dei governanti e loro distanza. Con la mentalità e la situazione del VI secolo a.C. s’intende, la fine dell’era Zhou. Poco dopo questo rimando alla tradizione di Confucio, esplose la storia e la cultura, ci sarà il per altro fertilissimo periodo delle Cento scuole.

Confucio è iscritto dal filosofo tedesco Karl Jaspers, nell’’Era assiale che, secondo lo stesso, comprende: Confucio e Lǎozǐ, Mòzǐ, Zhuāng Zǐ, le Upaniṣad, Buddha e Zarathustra Elia a Isaia e Geremia, fino a Deutero-Isaia quindi la formazione monoteistica. La Grecia di Omero, Parmenide, Eraclito e Platone-Aristotele/Socrate, teatro tragico. Tucidide e Archimede.

Tra massimo VII e V-IV secolo avanti Cristo, è come se una straordinaria fioritura di pensiero e Spirito, logica e filosofia, scienza e religione, fosse promanata da vari parti del mondo in sincronia. Ciò andò a formare l’asse del mondo che da allora prende a girare il mondo delle nostre culture.

Una volta ritenuta quasi magica come sincronia dato che non c’era Internet e la cultura globale, oggi invece sappiamo delle reti di contatto ed influenza reciproca da parte di questi sistemi di pensiero. Furono i mercanti gli interrelatori. I greci furono perturbati dall’onda asiatica e questa originava all’estremo oriente, correndo in India e centro Asia, fino al Levante.

“Ampliare la conoscenza significa investigare a fondo le cose”, ciò porta al perfezionamento del proprio cuore/mente. L’esortazione è “Oggi rinnovati veramente, rinnovati ogni giorno ed un giorno, rinnovati ancora”.

Velleitario? Sono duemilacinquecento anni di storia che il popolo cinese segue questo (ed altri) insegnamento. Quanto bene e con quale profitto a Voi giudicare.

Quando cito la mia scelta di votarsi a “vita confuciana” intendo ciò che decisi di fare tanti anni fa spontaneamente, sotto influsso dello studio di questo ed altri testi del Maestro cinese, ma forse solo “umano”. Allievo testone e non poco negligente, per altro senza Maestro accanto che si più fatica. Naturalmente, di tutto ciò si può fare anche la critica sociale e politica, anche se secondo me tutto ciò è ad un livello superiore la lotta delle idee dentro la società, riguarda la società nel suo complesso, è regolamento di gioco non gioco specifico.

[La traduzione è quella che è, l’ho presa da Internet, ho solo cambiato il finale poiché era reso in maniera orrenda, copiandolo dal testo diciamo più ufficiale de: I quattro libri di Confucio, UTET 1974. Il testo invero si ritiene scritto dagli allievi e scuola che ruotava intorno a Kong zi e tramandato nei secoli con lievi aggiustamenti. Gli altri libri sono La pietà filiale, I Dialoghi, L’invariabile mezzo (non poi così diverso dal concetto di “giusto mezzo” di Aristotele)]

Se vi appare il ghigno acido di Tremonti, il commercialista lombardo (barbari germanici) con la erre arrotata, che dice “Sì ma con la cultura non si mangia”, deducetene il perché di tante italiche cose.

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